Mori - 1966 - Sardegna

geonerd

Mori - 1966 - Sardegna

І л Regioni d ’Italia - Sardegna

E R R A T A

C O R R IG E

Pag- Riga Errata

Corrige

13 10^ а favore della possibilità

39 6^ capo e dei Barbaricini

153 Nella cartina dell’indice di aridità le

presentate a scacchi.

163 4a distese incolte

175

30a Acquae neapolitanae

179 13a abbarghente

192 ja categoia

203 20“' Monte Aci

204 la Paesaggio Trexenta

213 38“ Turris Libissonis

236 1 Esaminando la carta della densità...

sulla base dei dati del 1951

264 13a Dimore rurali in basalto

281 j ja. 12a cumbessias (dal latino accumbo

295

ja

Un centro montano dissociato

391 2® miglaio

404 Nella cartina dei boschi le parti bosc

413 32=‘ Deposito allevamento di Bonorva

448 38=‘ l’elettrodotto dovrebbe raggiungere la

zona industriale di Apuania in provincia

di Massa Carrara.

448

450 io®‘

472

502

545

590

2^

della corrente elettrica prodotta

per il futuro elettrodotto transtirrenico

Al traffico dei porti di Cagliari e

273.700 e 51.500 tonn. dall’Estero.

a favore della presenza

capo dei Barbaricini

distese rocciose

Aquae neapolitanae

arghente

categoria

Monte Arci

Paesaggio della Trexenta

Turris Libyssonis

Esaminando le due carte della densità

al 1951 e al 1961

Dimore rurali in trachite

aggiungere: о da conversia, dimora dei

conversi.

Un centro montano polimerico

migliaio

ite sono in tinta.

Deposito allevamento quadrupedi di Bcnorva

In fase di realizzazione, l’elettrodotto

a 200 kV dalla Sardegna al Continente,

giunto in Corsica nei pressi di Bastia

e traversato il Tirreno per 104 km.,

è stato fatto approdare a Salivoli, alla

periferia di Piombino, e di qui prolungato

fino a Larderello alla stazione

di interconnessione di S. Dalmazio.

dell’energia elettrica prodotta

per l’elettrodotto transtirrenico

Porto Torres aggiungere rispettivamente:

Nella cartina di Porto Torres la linea in tinta indica l’area occupata dall’abitato

nel 1897.

Nella cartina di Abbasanta le linee in tinta non indicano i limiti delle tancas

bensì le vie campestri.

Castrum Càralis (o Castello di Castro)

Castrum Càlaris (o Castrum Castri)


La Regione, che in Italia è, si può dire, quasi ovunque consacrata da una lunga tradizione

storico-culturale ed ha radici ben salde anche nell’uso e nella coscienza popolare,

ha oggi acquistato una sua fisonomia che si esprime anche nel campo politico-economico

ed è riconosciuta dalle leggi costituzionali della Repubblica. La Unione Tipografico-Editrice

Torinese si è pertanto accinta alla nobile iniziativa di offrire agli Italiani una nuova collezione

completa di monografie regionali, che, sostituendosi alla antica collezione « La Patria »

ormai esaurita, si inspiri tuttavia a concetti originali e sia definita da caratteristiche particolari,

predisposte in base ad un piano organico accuratamente studiato.

Assunta, per desiderio dell’ U.T.E.T., la direzione della Collezione, ho fatto ricorso

alla collaborazione di colleghi già maturi e di ben nota fama, a miei antichi allievi diventati

ancKessi docenti universitari ed anche a giovani studiosi. Tutti hanno risposto prontamente

al mio appello, onde io porgo loro, già in queste righe di presentazione, un vivo e

cordiale ringraziamento.

Ogni collaboratore — uno ed uno solo per ciascun volume — ha redatto la propria

monografia in modo che essa possa essere intesa facilmente da qualsiasi persona colta ;

si è perciò evitato il più possibile uno stretto tecnicismo e si è fatto uso di un linguaggio e di

uno stile chiari e vivaci, cosi da rendere attraente la lettura. Questo fu infatti, sin dalla

sua prima concezione, un criterio essenziale della Collezione.

Ciascuna monografia è poi inspirata al concetto di mettere in vista le caratteristiche

fondamentali della regione descritta ; quelle cioè che nel campo fisico, umano, economico,

storico, artistico, ne individuano la peculiare fisonomia e le danno lineamenti propri. Il

paesaggio naturale e il paesaggio umanizzato sono entrambi alla base della esposizione;

si mette anzi particolarmente in luce quanto l’uomo abbia operato ed operi nel trasformare

il quadro naturale, con particolare riguardo alle attività più recenti.

Larghissimo si è desiderato il corredo di fotografie, cartine, grafici. Le fotografie sono

trascelte con cura da materiali originali copiosissimi e si compenetrano quasi col testo

descrittivo, costituendone un espressivo e suggestivo complemento.

E opportuno infine avvertire che questa Collezione si riconnette ad un’opera generale

sull’Italia testé pubblicata, che è stata redatta dallo scrivente e mira invece a mettere

in rilievo la fisonomia complessiva del nostro Paese.

t R oberto A lm a g ià.


ALBERTO MORI

Direttore dell’Istituto di Geografia dell’Università di Pisa

SARDEGNA

Con una carta geografica e 7 tavole a colori fuori testo,

337 figure e 61 cartine geografiche nel testo

U N IO N E T I P O G R A F I C O - E D I T R I C E

T O R I N E S E

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І

L ’Autore ringrazia vivamente il prof. F r an cesco A lzia t o r per aver curato i paragrafi sulle

tradizioni popolari e il prof. N u n zio C ossu per la stesura dei paragrafi sul linguaggio e la letteratura

dialettale, parti entrambe non propriamente geografiche, ma previste dal piano generale della

collezione e che d’altra parte hanno per la Sardegna particolare interesse. Ringrazia altresì il

dott. B erardo C o ri per la collaborazione prestata alla descrizione regionale finale, la prof. A n g e l a

T erro su A so le per i numerosi dati di aggiornamento trasmessi e i professori F ra n c esc o L oddo

C a n e p a , P aolo M o n tald o e S il v io V ardabasso per le notizie cortesemente fornite.

Uni».-Biblie#iek

Rigtnsburg

Torino “ Tipografia Sociale Torinese, corso Montecucco io8 - 1966


INDICE

Pag.

V

) I

Posizione astronomica e geografica

Il nome..............................................

C a p it o lo S ec o n d o . — La Sardegna nel passato....................

La p re isto ria ...................................................................

La Sardegna n u r a g ic a ..................................................

La Sardegna fenicio-punica..........................................

La Sardegna rom ana.......................................................

Il periodo b izan tin o .......................................................

Dal dominio bizantino all’autonomia giudicale. . .

Il periodo giudicale . ...................................................

La conquista aragonese e il dominio spagnolo. . .

Il periodo sabaudo fino aU’Unità d’Ita lia .................

DairUnità d’Italia all’autonomia..................................

C a p it o lo T e r z o . — Struttura, coste e mari della Sardegna

Le vicende geologiche..................................................

I s u o li................................................................................

Le c o s t e ............................................................................

I m a r i ................................................................................

C a p it o lo Q u a rto. — Lineamenti e forme del rilievo . . .

Caratteri generali del rilievo..........................................

I solchi vallivi e le pianure..........................................

I gruppi orografici e i loro aspetti geomorfologici .

II carsismo. Le grotte e le f r a n e .............................

C a p it o lo Q u in t o . — Il clima e la vita vegetale e animale

I fattori del c lim a ...........................................................

La tem peratura...............................................................

) 2

) 3

) 4

) 13

« 13

) i6

) 28

) 32

) 39

) 43

) 46

) 53

) 60

)) 63

) 67

) 67

» 80

) 82

) 97

) 99

) 99

) 115

) 121

) 130

) 137

) 137

)> 138

IX


I v e n t i......................................................................................................................................Pûg. Pag. 143 143

Le piogge.............................................................................................................................

L ’aridità e i tipi di clima................................................................................................

La vegetazione.....................................................................................................................

La fa u n a .............................................................................................................................

)

)

)

))

145

152

iSS

166

C a p it o lo S e s t o . — I fiumi, i laghi e i serbatoi

) 173

Le falde acquifere e le sorgenti

La rete idrografica.....................

I corsi d’a c q u a .........................

Laghi, stagni, serbatoi . . . .

C a p it o lo S e t t im o . Le regioni naturali storiche e amministrative...................................... ») 199

Le regioni storiche. . . .

Le regioni amministrative ,

) 173

) 176

) 179

) 190

) 207

) 213

I

C a p it o lo O t ta v o . — Il popolamento e la sua evoluzione

) 221

Le vicende del popolam ento....................................................................................

Il movimento naturale della popolazione e l’emigrazione..................................

Le variazioni recenti della popolazione...................................................................

La densità della popolazione e la sua distribuzione..................................................

)

))

))

»)) 221

224

231

236

La composizione e le condizioni della popolazione...................................................... »)) 243

Lo stato sanitario e la m a la r ia ...............................................................................

}) 249

C a p it o lo N o n o. — La popolazione nelle città e nelle campagne

» 253

La distribuzione della popolazione...........................................................................

I tipi di insediam ento................................................................................................

)

))

253

261

Le dimore rurali.............................................................................................................

)) 264

Le dimore temporanee................................................................................................

)) 277

Evoluzione e caratteri dei centri abitati........................................................................... ”

)) 281

Gruppi e serie di c e n t r i............................................................................................

)) 294

C a p it o lo D e c im o . — Figure, voci e motivi della vita regionale.......................................... ”) 299

I caratteri fisici e psichici delle genti sarde.....................

La vita psichica e culturale..................................................

II linguaggio...............................................................................

La letteratura dialettale..........................................................

Le tradizioni p o p o la ri..........................................................

Il ciclo dell’u o m o ...................................................................

Il ciclo dell'anno.......................................................................

La famiglia, il lavoro, la vita sociale.................................

Superstizione, magia e scienza popolare.............................

L ’abbigliamento popolare......................................................

L ’artigianato tradizionale......................................................

Il comportamento di fronte alla società e la delittuosità

)) 299

)) 302

» 305

)) 314

)) 320

)) 322

) 325

) 333

) 339

) 342

) 349

)) 355


C a p it o l o U n d ic e s im o . — L ’agricoltura e Г allevamento nei loro aspetti geografici . . . Pag.

La formazione della proprietà fondiaria e le vicende del paesaggio agrario . . . »

Le strutture a g r a r ie ................................................................................................................ »

Le bonifiche e la trasformazione fo n d ia ria ....................................................................... »

Il quadro agrario a ttu a le ........................................................................................................ »

Le colture erbacee vecchie e n u o v e ................................................................................... »

Le colture legnose......................................' ......................................................................... n

I prodotti dei boschi e la silv ico ltu ra............................................................................... »

Gli allevamenti zootecnici........................................................................................................ » 407

II mondo pastorale.............................................................................. »

413

La pesca e la caccia............................................................................................................

417

»

359

359

364

369

379

384

394

403

C a pit o lo D o d ic e sim o . — L ’attività industriale e commerciale........................................................... »

I giacimenti minerari................................................................................................................ в 423

Le vicende dell’attività estrattiva........................................................................................... » 428

L ’attività mineraria a ttu a le .................................................................................................... »

431

I minerali non metalliferi.......................................................................... »

I combustibili fo ssili................................................................................................................ »

I prodotti delle cave, le acque minerali e le s a lin e ...................................................... n

L ’industria e le ttric a ................................................................................................................ »

Industrie manifatturiere e artigianato................................................................................... »

Le industrie metallurgiche e mineralurgiche...................................................................... »

Le altre industrie. Aree e nuclei di sviluppo industriale............................................. »

Le attività commerciali............................................................................................................ »

Le vie di comunicazione te rre stri....................................................................................... »

II traffico marittimo e i p o rti................................................................................................ »

Le comunicazioni aeree............................................................................................................ »

Il turismo e l’industria del forestiero................................................................................... »

La bilancia commerciale e il commercio esterno.............................................................. »

423

434

435

439

444

450

451

453

459

460

477

478

479

481

C a p it o lo T r e d ic e s im o . — I quadri regionali minori della Sardegna settentrionale . . . »

485

La G a llu r a ................................................................................................................................. »

Il M ontacu to............................................................................................................................. »

L ’A n g lo n a ................................................................................................................................. »

Il Sassarese................................................................................................................................. »

S a s s a r i.......................................................................................................................................... »

La N u rra..................................................................................................................................... »

Il paese di Villanova................................................................................................................ »

Il M e ilo g u ................................................................................................................................. )ì

Il M àrghine................................................................................................................................. »

Il G o cèan o ................................................................................................................................. »

Il N u o r e s e ................................................................................................................................. »

Le B a ro n ìe ................................................................................................................................. »

La P la n à rg ia ............................................................................................................................. »

Il M ontiferru ............................................................................................................................. »

La media valle del T irso ........................................................................................................ »

485

493

496

498

506

513

521

522

525

527

528

534

537

540

544


C a p it o l o Q u a t t o r d ic e s im o . — I quadri regionali minori della Sardegna meridionale . . Pag. 547

Le Barbàgie.......................................................................... > 547

Il B arigad u ............................................................................................................................. » 551

L ’O gliastra............................................................................................................................. » 554

Il Salto di Quirra . » 559

Il S à rra b u s............................................................................................................................. » 560

Il Sarcidano............................................................................................................................. » 562

La Partiolla............................................................................................................................. » 564

Il G e r r é l................................................................................................................................. » 564

La Parte Usellus..................................................................................................................... » 5^5

La M a r m illa ......................................................................................................................... » 566

La T r e x e n t a ......................................................................................................................... » 568

Il Cam pidano......................................................................................................................... » 571

Cagliari...................................................................................................................................... » 585

L ’Iglesiente............................................................................................................................. » 599

Il Caputerra............................................................................................................................. » 604

Il S u l c i s ................................................................................................................................. » 606

Le isole su lcitan e...................................................................... » 6 11

Considerazioni conclusive..................................................................................................................... » 617

Nota bibliografica.................................................................................................................................. » 647

Indice analitico alfabetico................................................................................................................. » 661

T A B E L L E

I. Temperatura m e d ia ...........................................................................................................Pug. 623

IL Precipitazioni....................................................................................................................... » 624

III. Caratteri idrologici dei principali corsi d’a c q u a .......................................................... » 625

IV. Quadro delle variazioni della popolazione sarda.......................................................... » 625

V. Popolazione presente e incremento medio a n n u o .................................................... » 626

VI. Movimento naturale della popolazione......................................................................... » 626

VII. Emigrazione per paese di destinazione......................................................................... » 627

V ili. Variazioni della popolazione in alcuni periodi............................................................. » 628

IX. Popolazione dei Comuni capoluoghi di provincia dal i86i al 1961 secondo i

censimenti ufficiali...................................................................................................... » 629

X. Distribuzione della popolazione residente in centri, nuclei e case sparse . . . » 630

XI. Popolazione dei centri principali........................................................................... » 631

XII. Distribuzione percentuale della proprietà fondiaria per classi di superficie nel 1961 » 631

XIII. Composizione percentuale della superficie agroforestale e sua evoluzione . . . » 632

XIV a. Principali prodotti deU’agricoltura sa rd a ............................................................ » 633

XIV b. Principali prodotti agricoli nelle diverse p ro vin ce.......................................... » 634

XV. Consistenza del bestiam e........................................................................................ » 635

XVI. Attività peschereccia................................................................................................ » 636

XVII. Utilizzazione del suolo (1961). Superfici e percentuali.................................. » 637

XVIII. Produzione delle miniere e delle cave in quantità e valore......................... » 638

XII


XIX. Attività mineraria e m etallu rgica.................................................................................. Pag- 639

XX. Produzione di energia e le ttric a ...................................................................................... » 639

XXI. Impieghi dell’energia elettrica.......................................................................................... » 640

XXII. Le industrie in Sardegna nel 1938 e nel 1 9 6 1 ......................................................... » 640

XXIII. Unità locali e addetti alle industrie e al commercio (19 6 1)..................................... » 641

XXIV. Trasporti pubblici................................................................................................................ » 641

XXV. Movimento generale delle merci e dei passeggeri nei porti s a r d i.......................... » 642

XXVI. Movimento delle merci e dei passeggeri nei porti sardi ( 1 9 6 1 ) ........................... » 642

XXVII. Evoluzione recente del traffico nei porti s a r d i ......................................................... » 643

XXVIII. Movimento turistico nel 1954 e nel 1961 negli esercizi alberghieri................... » 644

XXIX. Esportazioni ed importazioni per gruppo economico (19 6 1).................................... » 644

XXX. Importazioni ed esportazioni per gruppo merceologico............................................ » 645

C A R T IN E D IM O STRATIV E N E L TESTO

La posizione della Sardegna nel Mediterraneo occidentale ................................................. Pag. 2

Carta dei resti di nuraghi e di villaggi nuragici.......................................................................... » 20

Centri fenicio-punici ed espansione territoriale cartaginese..................................................... » 30

L ’insediamento e la viabilità romana............................................................................................... » 36

Schema geo-litologico della Sardegna............................................................................................... » 71

Lineamenti orografici e zone altimetriche della Sardegna.......................................................... » loi

Isoterme di g e n n a io ............................................................................................................................. » 140

Isoterme di agosto................................................................................................................................. » 141

Frequenza dei v e n t i ............................................................................................................................. » 144

Distribuzione delle precipitazioni a n n u e ....................................................................................... » 15 1

Carta dell’indice di a r id it à ................................................................................................................ » 153

Carta della permeabilità del suolo e delle sorgenti...................................................................... » 174

I corsi d’acqua e le loro denominazioni più com uni.................................................................. » 178

II lago-serbatoio del Tirso о Lago Omodeo................................................................................... » 192

Il lago-serbatoio del Coghinas............................................................................................................ » 193

Le grandi regioni morfologiche della S a rd e g n a .......................................................................... » 201

Le regioni storiche sulla base dei limiti comunali attuali.......................................................... » 212

Limiti delle province sarde e loro variazioni con l’istituzione della provincia di Nuoro

e con l’indicazione della progettata provincia di O ristano................................................. » 215

Le circoscrizioni religiose attuali e i loro lim iti.......................................................................... » 218

Distribuzione della densità della popolazione nel 1 8 6 1 .............................................................. » 226

Distribuzione della densità della popolazione nel 1 9 5 1 .............................................................. » 227

Variazioni della popolazione nel periodo 1 9 5 1 - 6 1 ...................................................................... » 232

Densità della popolazione nel 1 9 6 1 ...................................................................... » 234

Densità della popolazione sparsa nel 1 9 5 1 ................................................................................... » 255

Distribuzione della popolazione ( 1 9 5 1 ) ........................................................................................... » 259

Principali tipi di insediamento rurale............................................................................................... » 262

Forme prevalenti delle dimore rurali............................................................................................... » 270

Planu sa Giara e la serie di centri circostanti.............................................................................. » 296

Diffusione dei dialetti sa rd i................................................................................................................ » 309

Regioni e zone ag rarie........................................................................................................................ » 365

Il territorio tra Terralba e il mare prima della b o n ifica.......................................................... » 370

.11 territorio tra Terralba e il mare dopo la bonifica.................................................................. « 371

XIII


Laghi-serbatoi, irrigazioni e bonifiche eseguite, in corso e in progetto.........................

Carta dell’utilizzazione del suolo...................................................................^..........................

Distribuzione della produzione del grano nel 19 6 1...............................................................

Distribuzione e intensità delle colture legnose nel 1961 ...................................................

Distribuzione dei boschi e dei rim boschim enti...................................................................

Distribuzione degli ovini nel i9 6 0 ............................................................................................

Territori e vie della transumanza in rapporto con la zonazione altimetrica . . . .

Distribuzione delle miniere e delle c a v e ...............................................................................

La zona mineraria sulcitana e Carbònia con le fasi del suo ampliamento.................

Impianto idroelettrico dell’alto Flum endosa...........................................................................

Schema della rete elettrica ad alta tensione...........................................................................

Aree e nuclei d’industrializzazione e principali attività industriali.................................

Schema della rete stradale sarda................................................................................................

Intensità del traffico lungo le strade ordinarie secondo il rilevamento del i960 . . .

Movimento commerciale dei porti sardi e loro retroterra nel 1 9 6 1 .............................

Olbia e il suo porto con la Stazione marittima dell’Isola bianca.....................................

Porto Torres e d in to r n i............................................................................................................

Sassari e il suo sviluppo topografico........................................................................................

Pianta della città di Alghero col tracciato delle mura cinquecentesche.........................

Macomèr, nodo di comunicazioni a dominio del passaggio obbligato tra il Capo di Sopra

e il Capo di S o t t o .................................................................................................................

Pianta di N ú oro.............................................................................................................................

Suni, Tinnùra, Flussio e dintorni sul bordo dell’altopiano della Planàrgia . . . .

Bosa e Bosa Marina alla foce del T e m o ...............................................................................

Abbasanta e il paesaggio a tancas pastorali sull’altopiano basaltico.................................

Terralba e i suoi dintorni a campi vitati...........................................................................

Bonifiche ed irrigazioni del Campidano di O ristano......................................................

Pianta di Cagliari e suo ampliamento progressivo...........................................................

Iglèsias e la contigua zona mineraria di M onteponi......................................................

Carloforte con la salina e i dintorni...................................................................................

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T A V O L E A C O L O R I

Una delle più note chiese romaniche della Sardegna: la basilica di San Gavino a Porto Torres Pag.

Le bianche ripe calcaree di Capo C accia.................................................................................... »

La costa algherese, dall’estremità meridionale della città, sullo sfondo dell’altopiano

trachitico............................................................................................................................................. »

Tipi barbaricini : pastori di Orgósolo............................................................................................... »

Palau e la costa gallurese contigua visti da Capo d’O rso...................................................... »

Paesaggio gallurese: Arzachena e i rilievi granitici che le fanno co rn ice......................... »

Pittoresche scogliere porfiriche presso A r b a t a x .......................................................................... »

49

89

200

308

473

489

557

XIV


SARDEGNA

о ISTITUTO GEOGRAFICO OE AGOSTINI - NÖVARA

Long. E s t 9 d a G reen w ,

Le Regioni d'Italia

UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE TORINESE


C apitolo P rimo

CARATTERI GENERALI

E STORIA DELLA CONOSCENZA DELL’ISOLA

Tra le isole che si estollono dal Mediterraneo, la Sardegna, pur non essendo

nè la più grande nè la più popolata, è certamente quella che offre i più numerosi

e i più notevoli motivi di interesse.

Posta nella zona centrale del bacino mediterraneo occidentale, tra l’Italia,

riberia e l’Africa, si può dire che in essa si incontrino il paesaggio italico con

quello della meseta spagnola e delle antistanti regioni africane ed è perciò regione

di transizione, non solo dal punto di vista fisico, geologico, climatico, biologico, ma

anche da quello umano, etnico, preistorico, economico. Accanto ad aspri massicci

cristallini e calcarei orientali, si stendono infatti vasti altopiani monotoni costituenti il

carattere più spiccato dell’isola, in singolare contrasto con le forme aspre della

vicina Corsica e che fanno apparire da lungi la Sardegna come un vasto tavolato

azzurrino adagiato sul mare. Si aggiunga che la Sardegna, essendo staccata più

di qualunque altra isola mediterranea dal continente europeo, è stata interessata

solo marginalmente dagli eventi storici che vi si sono succeduti, sicché è rimasta a

lungo isolata dallo sviluppo generale della cultura e quindi non solo ha avuto forme

tutte particolari di civiltà, come quella nuragica, ma vi si sono potuti inoltre mantenere

così bene fino ai nostri giorni quadri di vita arcaica, da essere a buon diritto

considerata come un museo naturale per l’etnografia sud-europea.

La Sardegna è pertanto senza alcun dubbio, la regione più originale d’Italia

cioè quella che più si distacca dai suoi caratteri medi. Purtroppo però essa è rimasta

fino ad epoca recente tra le meno conosciute. Infatti, dopo le attente ricerche e i pre-

Le Regioni d'Italia - Sardegna.


cisi rilevamenti che il generale Conte Alberto de La Marmora eseguì nella prima

metà del secolo scorso per la sua monumentale opera sulla geologia, l’archeologia

e la geografia dell’isola, lo studio dei suoi aspetti geografici languì ed è stato ripreso

solo in epoca recente, dopo il primo conflitto mondiale e soprattutto da una quindicina

di anni ad oggi, specie per quanto riguarda la geologia e poi gli aspetti economici

e umani anche in rapporto col Piano di rinascita economico e sociale in atto.

D ’altra parte la posizione appartata dell’isola, la scarsezza delle vie di accesso

e delle strade interne, la malaria imperversante e la mancanza di una adeguata

attrezzatura, persistenti fino a pochi anni fa, spiegano la prolungata riluttanza da

parte dei continentali a visitarla e a soggiornarvi. Oggi però, modificatesi le condizioni

in seguito alle bonifiche già eseguite ed alla poderosa opera di trasformazione

in atto, la Sardegna si va inserendo sempre più nella vita europea ed è visitata

e studiata da un numero sempre crescente di connazionali e di stranieri che

trovano in essa infiniti motivi di interesse e di diletto.

Posizione astronomica e geografica.

Posta alla minima distanza di i8o km. dalla penisola italiana (Capo Ferro-

Monte Argentario), di cui insieme alla Corsica costituisce l’antemurale, di i8o km.

dall’Africa, di 278 dalla Sicilia e di 315 km. dalle Baleari, la Sardegna domina

il bacino occidentale del Mediterraneo proprio nella sua parte principale, dove ha

La posizione della Sardegna

nel Mediterraneo

occidentale (distanze in

chilometri).


posizione centrale risultante chiaramente osservando che una circonferenza avente

centro nell’isola e raggio intorno a 400 km., tocca о taglia tutte le regioni che le

fanno corona. L ’isola, infatti, si viene a trovare al punto d’incrocio della grande

via longitudinale tra il bacino mediterraneo occidentale e quello orientale con le vie

trasversali tra l’Africa settentrionale e l’Europa continentale. Queste vie, come i

mari contermini, sono facilmente controllate da tre punti oltremodo favorevoli: il

Golfo di Cagliari e il Golfo di Palmas a sud, il Golfo di Olbia con l’arcipelago della

Maddalena a nord. Per effetto di questa sua posizione assai vantaggiosa dal punto

di vista economico e militare, la Sardegna ha attirato l’attenzione di tutti i popoli

navigatori che si sono susseguiti nel dominio del Mediterraneo e ha subito a

parecchie riprese invasioni e dominazioni di genti diverse che hanno lasciato

impronte profonde nel quadro antropologico, etnico e culturale dell’isola.

Questa sua posizione ha acquistato valore ancora maggiore e in un quadro più

vasto, dopo l’apertura del Canale di Suez sia per l’intensificarsi del traffico marittimo

sia dal punto di vista strategico. Non per nulla Napoleone soleva dire che « la

Sardegna compensa dieci volte Malta » e Nelson le attribuiva un valore inestimabile

per la sua posizione, i suoi porti e le sue risorse.

Ad uno sguardo sulla carta geografica, la Sardegna con la vicina Corsica

— posta a soli 12 km. più a nord — appaiono come due orme immani lasciate da

un gigante che con tre passi smisurati abbia valicato il mare dall’Africa all’Europa.

La forma irregolarmente quadrangolare, coi due lati più lunghi in direzione meridiana

e con quelli più brevi diretti da Sud-Ovest a Nord-Est, è infatti simile alla

pianta di un gigantesco piede, sicché a ragione i Greci indicavano l’isola con il

nome di Ichnusa (da ichnion, che vuol dire appunto orma) e anche con quello di Sandaliotis,

avente cioè forma di sandalo.

L ’isola ha per estremi la Punta del Falcone a nord (4 i°i5'4 2" lat. nord) e il

Capo Teulada a sud (з8°5і'52''); il Capo dell’Argentiera a ovest (8°8' long, est da

Greenwich) e il Capo Cornino a est (9°So'). Entro tali limiti essa misura 270 km. di

lunghezza massima e 145 km. di larghezza, ma tra il Golfo di Oristano e una insenatura

nei pressi di Bari Sardo questa si riduce a 96 km., sicché l’isola risulta abbastanza

slanciata. La sua superficie insieme alle isole adiacenti, pari a 24.089 kmq.,

la pone al secondo posto tra le isole del Mediterraneo dopo la Sicilia e fa sì che

essa costituisca il 7,5% dell’Italia fisica e occupi per estensione il terzo posto tra le

regioni italiane.

Il nome.

Come si è visto i Greci, fin dall’epoca assai antica in cui venne da loro riconosciuta

la sua somiglianza con l’orma umana, chiamarono la Sardegna col nome di

Ichnusa e Sandaliotis. Secondo quanto riferiscono Silio Italico e Pausania, questo


nome antico sarebbe stato cambiato in SapSó) da Sardo, mitico figlio di Ercole allorché

pervenne nell’isola e l’occupò con un gruppo di Libici. E molti scrittori greci о di

cultura greca usano appunto il nome di SapSò sotto varia forma: Erodoto la chiama

EapSci, Polibio, Strabono e Tolomeo SapSôvoç, Pausania SapSoì. Più tardi troviamo

SxpSovia, SapSavia e SapSrjvta, forma questa ripresa poi dai Romani, presso cui si

scrisse sempre Sardinia.

L ’etimologia del nome è stata ricollegata con Sardo о Sardopàtore (Sardus pater)

che secondo il mito sarebbe stato duce dei Libici, di cui veniva anche praticato

il culto attestato dall’esistenza di un Sardopàtoris Fanum, ricordato da Tolomeo

sulla costa occidentale, presso il Capo della Frasca. Il mito può essere collegato con

un’antichissima immigrazione di genti libiche che numerosi documenti egiziani e

cuneiformi risalenti al periodo dal XIV al IX secolo a. C. chiamano Shardana e

ricordano ora come nemici ora come mercenari dei Faraoni. I Shardana, per l’omofonia

del nome e per la somiglianza dell’armamento con quello delle statuette nuragiche,

sembra si possano identificare con i Sardi partecipanti alla invasione dell’Egitto.

Storici autorevoli come il Pais, ammettono che proprio dall’Africa settentrionale

sia venuta la più antica immigrazione storica verso la Sardegna appunto

ad opera dei Libici Shardana che, verso la fine del secondo millennio, sarebbero

pervenuti all’isola e le avrebbero dato il nome. Altri invece pensano che si tratti

degli stessi Fenici, primi colonizzatori dell’isola, che da essi avrebbe avuto il nome

di Shardàn, presente nella più antica delle iscrizioni fenicie trovate in Sardegna e

precisamente a Nora (metà del IX secolo a. C.).

Lo sviluppo della conoscenza e della cartografia dell’isola.

Lo sviluppo della conoscenza ed i progressi della rappresentazione cartografica

della Sardegna, presentano aspetti particolari e interessanti. La prima raffigurazione

dell’isola si trova nella Tabula peutigeriana e, pur essendo estremamente

sommaria, riassume nella forma e nel contenuto la concezione cartografica essenziale

che la tarda romanità aveva dell’isola, in rapporto alla sua forma di « pianta

di piede umano » che appunto dalla Tabula risulta chiaramente.

Assai più grandi e più ricche di nomi localizzati con criterio sono le carte della

Sardegna contenute nelle varie edizioni della Geografia di Tolomeo, che si susseguono

a partire dal 1476 fino alla metà del '500: la Sardegna vi appare di forma

rettangolare eccessivamente allungata, sicché le sue effettive dimensioni sono falsate

in tutte le direzioni, con coste ripetutamente e convenzionalmente falcate, ma

con differenze sensibili nella quantità e nella grafia dei nomi di luogo, che variano

assai da un’edizione all’altra, ma facendosi via via più numerosi e più evoluti.

Nelle tabulae novae tolemaiche, inoltre, appare l’influenza delle carte nautiche


Carta della Sardegna

inserita,

come carta moderna,

nel rifacimento in versi

della Geografia di Tolomeo

di F. Berlinghieri,

pubblicato nel 1482.

(Riproduzioni alquanto più piccole

Carta della Sardegna

di Sigismondo Arquer,

pubblicata nel 1550 a Basilea,

nella Cosmographia

di Sebastiano Münster nella

Sardiniae brevis historia et descriptio,

dello stesso autore.

dell’originale).

medievali, che hanno delineazione delle coste assai più aderente alla realtà. Alle

rappresentazioni tolemaiche più schematiche si ricollega la carta della Sardegna,

abbozzata dal giurista sardo Sigismondo Arquer, a illustrazione di una breve descrizione

dell’isola contenuta nella seconda edizione (1550) della Cosmographia Universalis

di Sebastiano Münster. In questa carta le effettive dimensioni dell’isola continuano

ad essere falsate in tutte le direzioni e l’ubicazione reciproca degli oggetti

geografici è lontana dalla realtà, ma vi compaiono numerosi nomi di luogo nuovi.


1

Carta della Sardegna del Rocco Cappellino (1577).

Da un manoscritto della Biblioteca Vaticana.

L ’originale misura cm. 73X33.

tra cui quelli delle due parti tradizionali della Sardegna; Caput Càlaris e Caput

Logudori. Per quanto piuttosto rozza, la carta dell’Arquer « costituisce il primo

frutto della cartografia isolana del ’500, atto a formare la base di quel patrimonio

di nozioni e di informazioni che svilupperanno attraverso i secoli la conoscenza

sempre più minuta e precisa dell’isola ».

Le indicazioni nuove contenute nella carta dell’Arquer furono utilizzate anzitutto

nelle ultime tabulae novae tolemaiche ed anche nella carta della Sardegna dell’Atlante

di Gerardo Mercatore pubblicata nel 1589, la più completa tra quelle

apparse nel XVI secolo e che segna già un sensibile progresso sulle precedenti. Ma

a partire dal 1552 l’ingegnere militare Rocco Cappellino inviato in Sardegna per

riorganizzare la difesa di Cagliari e di altri luoghi dell’isola, ne delineò una nuova

carta che insieme a disegni di singole parti, illustra una descrizione della regione

scritta dallo stesso Cappellino e terminata nel 1577: questa carta si distacca dalle

precedenti per l’orientazione — avendo in alto l’oriente —• per il contorno delle

coste, per l’orografia e l’idrografia, ed ha anche difetti non lievi di proporzione e di

distribuzione del contenuto soprattutto per quanto riguarda Cagliari, segnato a

levante invece che a sud. Le conferisce peraltro importanza il fatto che distaccandosi

dalla tradizione tolemaica, possiede una cospicua ricchezza toponomastica,

risultato di un lavoro originale dovuto a una precisa conoscenza dell’ambiente. Per

questo, malgrado i suoi difetti, la carta del Cappellino esercitò influenza decisiva

su varie carte posteriori e soprattutto su quella di Giovanni Antonio Magini pubblicata

nel 1620 nel suo famoso atlante di carte dell’Italia e, per il tramite dell’opera

maginiana, su tutto un filone della cartografia sarda posteriore, e tra l’altro


sulla carta di Guglielmo e Giovanni Blaew del 1659 e su quella dell’Jsoiano di Vincenzo

Maria Coronelli pubblicata nel 1698 e più volte ristampata.

Verso la metà del ’700 apparve a Parigi una nuova carta della Sardegna compilata

dal Le Rouge in base a rilievi degli ingegneri piemontesi (e nota perciò col

nome di Carta degli ingegneri piemontesi) che rappresentò un progresso sensibile

nella delineazione dell’isola non tanto per la linea di costa, quanto per l’idrografia

e perchè per la prima volta sono rappresentati i limiti amministrativi di quel tempo

nonché la rete stradale. Ma il rilievo è sommario ed ancora del tutto privo di quote,

la posizione dei paesi imprecisa e i nomi di luogo, se pur numerosi, sono troppo

spesso storpiati. Eppure questa carta ha servito di base a varie carte posteriori fino

alla comparsa di quella totalmente nuova del Padre Tommaso Napoli, pubblicata

nel 1811 a illustrazione della sua Compendiosa descrizione corografico-storica della

Sardegna. Questa carta ha indubbi pregi, in quanto frutto di osservazione diretta

La carta della Sardegna nell’« Italia »

di Giovanni Antonio Magini, pubblicata nel 1620.

E orientata con l’Oriente in alto e l’originale misura cm. 45X34.



A

La prima carta geometrica della Sardegna

opera del generale Alberto Ferrerò de La Marmora e pubblicata a Parigi nel 1845.

Ridotta dall originale allegato all’opera Voyage en Sardaigne dello stesso Autore.

L ’originale misura cm. 33,5X52.


; attenta con toponomastica ricca, originale ed esatta, e tuttavia non esercitò sulla

lartografia del tempo un influsso determinante perchè, costruita ancora empiricaaente,

fu soverchiata dall’opera poderosa e originale del generale Alberto de La

darmora il quale con l’aiuto del sardo Carlo De Candia affrontò e risolse la quetione

della cartografla dell’isola con la preparazione scientifica e i mezzi necessari,

lando così inizio alla cartografia geodetica della Sardegna. « Iniziato il lavoro nel

:825 con lo scopo di fare una carta geologica della Sardegna, correggendo la carta del

,^adre Napoli — dice il La Marmora nella sua classica opera Viaggio in Sardegna

a capo a due о tre campagne m’accorsi che quella era tutta da rifare e che non

ivrei potuto ottenere un risultato soddisfacente se non astraendo da tutti i dati

interiori e formando una rete di buoni triangoli ». Il rilevamento vero e proprio

lurò quattro anni (dal 1834 al 1838) e nel 1845 il La Marmora pubblicava la sua

'amosa Carta dell’isola di Sardegna alla scala i : 250.000 dalla quale ricavava nel

1853 una carta a scala minore. Si tratta di un’opera cartografica di grande pregio

per la sua alta precisione, per l’efficace rappresentazione del rilievo con un fine tratteggio

che rende bene anche i più salienti aspetti morfologici e per le quote esatte

lei suoi monti nonché per la ricchezza e la precisione della toponomastica. Tale

;arta servì di base al La Marmora per la costruzione di una carta geologica, la prima

:he sia stata fatta, che comparve a Torino nel 1856.

Successivamente il generale De Candia ebbe l’incarico dal Governo sabaudo

li intraprendere l’esecuzione di una carta a grande scala che servisse di base per

la formazione di un catasto particellare di cui la regione mancava e quindi anche

per una prima definizione dei limiti comunali. Si giunse così alla costruzione della

carta al 5000 dell’intera isola, le cui tavolette vennero ridotte al 50.000 in modo

da ottenere una carta d’insieme in 49 fogli, la quale, con opportuni completamenti,

venne stampata col titolo di Atlante dell’isola di Sardegna. Essa costituì la

carta topografica dell’isola fino al principio del nostro secolo quando l’Istituto

Geografico Militare ebbe completato le levate al 50.000 eseguite nel periodo tra il

1895 e il 1900. Dopo aver provveduto nel 1931 a un aggiornamento generale delle

52 tavolette, 59 quadranti e 31 fogli che interessano l’isola, la rappresentazione cartografica

della regione, ha segnato la sua ultima fase nel 1958 con un nuovo rilevamento

aerofotogrammetrico attualmente in corso di pubblicazione.

Invece il rilevamento geologico moderno su carte a grande scala non copre

ancora tutta l’isola (solo 15 dei 31 fogli al 100.000) per quanto gli studi relativi alla

geologia siano stati numerosi, dato il grande interesse che essi presentano sia dal

punto di vista scientifico, per la complessità strutturale e litologica dell’isola, sia da

quello pratico per lo studio dei giacimenti minerari che vi sono racchiusi. Numerosi

pertanto sono stati i geologi che hanno eseguito rilevamenti parziali, ma l’unico

che ai tempi nostri ha esteso le sue ricerche a tutta l’isola è stato il Vardabasso che

ha effettuato il rilevamento generale a grande scala, rimasto inedito, sintetizzato

in un’efficace carta di insieme al 750.000 pubblicata nel 1949 e in quella della permeabilità

delle rocce al 250.000, apparsa nel 1955.


_ _ lerale Conte Alberto Fer-

La storia della conoscenza dell’isola, non considerando la scheletrica Sade La Marmora (1789-

niae brevis historia et descriptio dell’Arquer, ha avuto effettivo inizio con l’o] eseguì il primo ri-

, , . , V I igeometrico della Sardegna

del gesuita Cuan Francesco rara, vescovo di Bosa, umanista ed erudito che, | | - pisola in tutti i suoi

seconda metà del XVI secolo compose la prima ampia raccolta di documenti^ rivelandola così al mondo.

passato sardo coordinati e commentati nel suo scritto De rebus sardois a

aggiunse, per l’intelligenza di quest’opera storica e per togliere di mezzo error

nomi di luogo e di cose, un’opera geografica in due libri intitolata De Chorq

phia Sardiniae, che non si curò di pubblicare. Se nella parte fisica l’opera conti

ancora errori e favole risalenti agli autori classici, nella descrizione regionale (

apporta un contributo notevole perchè il Fara, mediante la conoscenza diretta

luoghi, riesce a cogliere con precisione il quadro geografico che le diverse regi

sarde presentavano a quel tempo sia dal punto di vista poleografico, con la tra

zione dei centri abitati esistenti e di quelli distrutti, sia dal lato economico.

quanto pubblicata assai più tardi a Torino nel 1835 l’opera, diffusasi per me

di copie manoscritte, ebbe notevole influenza sulle relazioni о trattazioni geoj

fiche che apparvero successivamente e soprattutto su quelle del settecento, cc

la Descrizione geografica della Sardegna di G. Cossu, ed anche su quelle appi

nel primo ottocento.

Tra esse è da citare anzitutto la Descrizione della Sardegna stesa dall’Arcid’

Francesco d’Austria Este nel 1812 e contenente i risultati di indagini sulle risoi

lo stato della popolazione, i costumi e le possibilità dell’isola e poi la Compendi

descrizione corografico-storica della Sardegna già citata, con le relative Note illusi

tive scritte nel 1814 dal Padre Napoli e importanti perchè frutto della precisa coi

scenza personale dei luoghi.

Ma la prima illustrazione e descrizione geografica moderna ed esauriente queste due opere fondamentali si sono largamente giovate le pubblicazioni

l’isola fu il Voyage en Sardaigne de i8 ig à 182s ou description statistique physi^^^^^^ ^ soprattutto alcune dovute a certi autori stranieri come il Maltzan (1869)

politique de cette île, scritta dal generale de La Marmora, pubblicata nel 1826 (Vouiller (1893), ma anche quelle del Cugia (1892) dello Strafforello (1895) e del

allegato un Atlante e le carte geografica e geologica, illustrante ampiamente (1896).

solo i caratteri geografici e geologici dell’isola, quelli della popolazione e le con^^^ incirca nella stessa epoca in cui appariva il Voyage del La Marmora vedeva

zioni economiche, ma anche gli aspetti archeologici ed etnici sicché, insiem^^'^ grande Flora Sardoa del Morís (1837-59) che svelava i caratteri della vegesuccessivo

Itinéraire de Vile de Sardaigne, pubblicato nel i860, costituisce anf'^c dell isola e costituiva la base per gli studi fitogeografici intrapresi più tardi

oggi una fonte preziosa per una quantità di notizie fisiche, antropiche e stori||?^lcaente dal Béguinot.

impossibili da trovare altrove.

ìuccessivamente le indagini tendono a specializzarsi: geologia, etnologia, archeo-

L ’opera del La Marmora fu integrata da quella quasi contemporanea del Pa^> demografia, economia sono state via via approfondite. I risultati ottenuti

Vittorio Angius che si trova inserita nel Dizionario geografico-storico-statist§^^o opportunamente coordinati in occasione del XII Congresso Geografico Itacommerciale

degli Stati di S. M. il Re di Sardegna, compilato dal Casalis e tenuto nel 1934 a Cagliari e dedicato esclusivamente ai problemi sardi. È in

fu pubblicato a Torino tra il 1833 e il 1856. Anche se sotto forma di dizional^ta occasione appunto che furono trattati per la prima volta due aspetti fino ad

questa opera non ha carattere compilativo, ma è frutto di prolungate, mini^. trascurati perchè di più recente sviluppo: quelli geomorfologici, impostati

indagini dirette, estese a tutta l’isola, sicché l’insieme delle voci costituisce lamente dal Vardabasso che ha dato sulla morfogenesi dell isola un efficace

contributo prezioso per le notizie nuove su gli usi, i costumi, la lingua, la sterro d’insieme, sviluppato di recente dal Pelletier (i960) e quelli climatologici,

di ogni paese e per la mèsse di dati statistici sulla popolazione e sull’economiaflrializzati dal Frangia. Lo studio del clima fu poi approfondito dall Hofele nel

ciascuno.

3 e infine da M. Pinna nel 1954, e d’altra parte quest’ultimo, insieme a B. Spano,

IO 1 1


ha trattato delle coste nell’ampio volume su Le spiagge della Sardegna, apparso

nel 1956, che prende in particolare considerazione le loro variazioni.

Le ricerche antropogeografiche hanno avuto invece inizio più lontano e cultori

più numerosi. Particolare interesse hanno rivestito quelle riguardanti la popolazione

nei suoi rapporti con l’ambiente, questione essenziale per la comprensione

delle condizioni e delle possibilità dell’isola: impostate con buon indirizzo agli inizi

del nostro secolo da A. Cossu (1900 e 1916) e dall’Anfossi (1915), furono seguite

dopo lunga interruzione da quelle preparate in occasione del XII Congresso Geografico

e poi da una quantità di altre, tra cui spiccano quelle dell’Alivia, l’esauriente

studio eseguito da M. Pinna e L. Corda sulla distribuzione della popolazione e i

centri abitati (1956-57) e l’indagine del Baldacci sulle dimore rurali.

L ’economia dell’isola, anche nella sua evoluzione storica, ha avuto nell’ultimo

dopoguerra illustratori numerosissimi tra cui lo stesso Alivia, in rapporto coi piani

di sviluppo e di rinascita per i quali sono state eseguite accurate indagini da parte

di un’apposita Commissione economica di studio, raccolte in un ampio Rapporto

conclusivo apparso nel 1959.

Invece la trattazione geografica di singole parti dell’isola, о subregioni, è stata

assai trascurata e comprende solo uno studio del Baldacci sui Nomi regionali della

Sardegna (1945) considerati sotto l’aspetto storico-geografico e un esauriente volume

sulla Gallura (1958) di B. Spano.

Ma a questo fervore di analisi dei più diversi aspetti antropogeografici della

regione, non è seguita una sintesi scientifica adeguata, ove si tolga il pregevole

volume che M. Le Lannou vi ha dedicato nel 1941. Tuttavia il suo stesso titolo

Pâtres et paysans de la Sardaigne, oltre a far capire che l’opera tratta particolarmente

del mondo rurale e del mondo pastorale trascurando alcuni importanti aspetti geografici,

ne mostra il carattere a tesi mirante a interpretare le vicende del popolamento

e l’organizzazione economica e sociale come risultanti essenzialmente dai

contrasti secolari tra pastori e contadini. L ’opera del resto, visti i grandi mutamenti

verificatisi nell’ultimo ventennio nell’economia e nella distribuzione della

popolazione e considerati i progressi degli studi archeologici e geografici, offre dell’isola

un quadro non più corrispondente del tutto allo stato attuale dei fatti e delle

conoscenze.

12


C apitolo S econdo

LA SARDEGNA NEL PASSATO

La preistoria.

L ’origine degli abitatori della Sardegna non è stata sinora definitivamente

chiarita, perchè ricerche e scavi archeologici e paietnologici sistematici non sono

stati ancora effettuati in tutte le parti dell’isola, per quanto studi importanti siano

stati condotti sulla preistoria e sulla protostoria sarda anzitutto dal generale A. de

La Marmora e poi da G. Spano, dal Nissardi, dal Patroni, dal Pais, dal Taramelli

e, recentemente, dal Lilliu, da C. Maxia e dal Pesce. Allo stato attuale delle conoscenze

e pur essendoci molti elementi a favore della possibilità di stanziamenti umani

paleolitici, è accertato che i primi abitatori di cui si sono ritrovate tracce sono genti

neolitiche, appartenenti in massima parte alla stirpe mediterranea, che debbono

aver avuto provenienze diverse.

Infatti nella Gallura sono certo arrivati assai per tempo dalla Corsica elementi

etnici liguri, come provano gli antichissimi reperti neolitici dell’isola di Santo Stefano

nell’arcipelago della Maddalena e all’estremità opposta, sulla più accessibile

costa meridionale, hanno messo piede gruppi umani provenienti dal Mediterraneo

orientale, con i quali potrebbero essere messi in rapporto certi caratteri somatici

ed etnici dei Protosardi, come pure molti toponimi preromani.

Del resto nella famosa necropoli di Anghelu Ruju, nei pressi di Alghero, si

trovano resti umani di diverso tipo in quanto su una massa di elementi dolico-mesaticefali

euroafricani, costituenti il fondo morfologico della gente sarda, si trova

un i6% di elementi brachicefali ritenuti euroasiatici dagli antropologi.

13


Monumento eneolitico di Monte s’Accoddi a Ponte Secco (Sassari).

Si tratta di un altare megalitico per il culto di due divinità;

la pietra arrotondata in primo piano rappresenta probabilmente il globo Solare.

Fot. Mori

Queste genti neolitiche paleosarde, risalenti ad un’epoca compresa tra il 2500

e il 2000 a. C., vivevano in ripari sotto roccia nella Gallura ed in numerose grotte,

tra cui quelle di Capo Sant’Elia e quelle di San Michele e del Carmine presso Ozieri

ed anche in villaggi all’aperto sulle sponde degli stagni di Cabras, di Cagliari e di

Pietra fitta eneolitica (menhir) a Monte s’Accoddi.

Sullo sfondo l’altopiano calcareo sassarese.

Fot. Mori

14


Quartu. Essi usavano armi e strumenti di pietre dure, scheggiate о levigate, fabbricate

soprattutto con le belle ossidiane del Monte Arci, utensili di osso e rozze ceramiche

e seppellivano i loro morti in tombe megalitiche costituite dai dolmen, trovati

nella parte settentrionale e centro-occidentale dell’isola, da circoli megalitici,

formati da grosse lastre infitte nel terreno, rinvenuti in Gallura, e successivamente

in grotticelle scavate per lo più nella roccia calcarea. Tali caratteristiche grotticelle

funerarie, sviluppo locale di un tipo eneolitico diffuso in tutto il Mediterraneo, si

Fot. Ciganovic

Interno di una domuu de Janas

sul Monte Barcellona nei pressi di Osilo.

trovano distribuite assai variamente, con frequenza massima nel sassarese (480) e

nel nuorese (456), minima nel cagliaritano (164). Esse sono chiamate con nomi

diversi nelle varie parti dell’isola : domus de janas о casi di li faddi о percias de fadas

(case delle fate), furrighesus, domus de rogas (case delle streghe), domigheddas.

Alquanto più tardi sono monumenti connessi col culto di divinità, del tipo a menhir

о pietre fitte {perdas fittas) come quelle di Silanus e della grotta di San Michele; e

15


sacrale è anche il complesso di Monte s’Accoddi ( = cumulo) nel Sassarese, consistente

neU’imbasamento di un grande altare completato da due menhirs e da una

pietra sferica.

La complessità di alcuni di questi sepolcreti dimostra il notevole sviluppo già

raggiunto dall’organizzazione sociale dei Paleosardi e la suppellettile rinvenutavi

prova l’esistenza di correnti culturali e di traffici con l’Occidente (specie con l’Iberia),

con la Corsica e con l’Oriente durante l’eneolitico, periodo di passaggio tra l’età della

pietra e quella del bronzo, all’incirca tra il 2000 e il 1500 avanti Cristo. In questo

eneolitico sardo il Lilliu ha distinto tre culture principali: quella di San Michele

di Ozieri, quella dei circoli о di Arzachena all’estremità nord-orientale e quella

del vaso campaniforme diffusa lungo il litorale sud-occidentale. Pertanto già in

quest’epoca il quadro etnico della Sardegna doveva presentarsi piuttosto complesso.

La Sardegna nuragica.

Alla fase culturale eneolitica che non ha caratteri veramente sardi, succede l’età

del bronzo che si svolge tra il 1500 e il 1200 a. C. in cui continua la lavorazione

della pietra, ma compaiono armi e strumenti svariati di metallo. La fioritura di

questo stadio culturale è da connettere con lo sviluppo della civiltà delle genti paleo-

16

Bronzetto nuragico raffigurante una madre col figlio

in braccio.


A sinistra: Statuetta nuragica in bronzo

raffigurante un guerriero. A destra

tuetta votiva.

Fot. Alinari

sarde e la loro unificazione etnico-linguistica in rapporto con l’arrivo dei Shardana

о Sherdani delle iscrizioni egizie, pervenuti nell’isola dall’Africa. Poiché oggetti di

bronzo di tipo arcaico sono stati rinvenuti già negli edifici nuragici più antichi, si

può ritenere che proprio i Shardana siano stati gli elaboratori della civiltà nuragica,

estesasi poi a tutte le popolazioni dell’isola, la quale ha avuto caratteri di straordinaria

originalità. Comunque la fase iniziale della civiltà nuragica non è ancora ben

nota. Indicata all’inizio da un diverso e speciale aspetto delle stoviglie di ceramica

{facies di Monte Claro, presso Cagliari) essa acquista il suo aspetto più caratteristico

con l’introduzione della forma architettonica circolare ad aggetto formante cupola

(tholos), che si realizza nel nuraghe. L ’aspetto più importante e più appariscente di

questa civiltà è costituito appunto dalle gigantesche moli dei nuraghi (da nora, nura,

nurra che sembra significare mucchio cavo) sparse su tutto il territorio dell’isola e che,

anche se ricordano altre architetture mediterranee come i talajots delle Baleari, acqui-

• Le Regioni d'Italia - Sardegna.

17


Il Nuraghe Oes presso Torralba. Veduta,

pianta e sezione, da un rilievo

ottocentesco.

'k_

starono una tale diffusione e perfezione e furono accompagnati da tali manifestazioni

culturali da poter essere considerati come il documento più significativo della capacità

creativa delle antiche genti sarde.

Questi strani edifici a torre furono elevati sul declinare del periodo eneolitico

dal 1400 a. C. fino al 200 a. G. ed ebbero la massima fioritura dall’V ili al VI secolo

avanti Cristo. Con le loro moli poderose i nuraghi sembrano sfidare il tempo, dànno

grandezza solenne alle distese deserte, coronano audacemente colli e rupi, si allineano

lungo ciglioni e pendici, sì da costituire un elemento essenziale del paesaggio

sardo. Per quanto variabili per dimensioni e complessità essendo stati costruiti ed

essendosi quindi evoluti durante il lunghissimo periodo intercorrente tra i tempi

prefenici e quelli romani, i nuraghi sono riconducibili ad un unico schema costruttivo

la cui parte essenziale è un torrione di forma tronco-conica alto una ventina di

metri, fatto di grossi blocchi squadrati di roccia (basalto о calcare о trachite о granito

che sia) sovrapposti ordinatamente e non cementati tra loro, munito di feritoie

e con una porta architravata chiudibile dall’interno, guardata da una nicchia posta

alla sua destra. L ’interno è a uno о due piani, con una scala a spirale ricavata nello

spessore del muro e con le volte delle camere ottenute con anelli di pietre progressivamente

aggettanti verso l’interno fino ad un’apertura terminale chiusa da una

pietra nel piano inferiore mentre in quello superiore la cupola si appiattisce a formare

la terrazza con cui il nuraghe quasi sempre termina. Nessuna iscrizione vi è

stata mai trovata, sicché dell’epoca nuragica non ci sono pervenute purtroppo scritture

atte a fornire elementi sulla lingua, sulla civiltà, sulle vicende dei Protosardi.

18


Questo tipo semplice più antico subì con l’andar del tempo modificazioni notevoli:

è aumentato il numero dei vani da uno a due e talvolta a tre come nel grande

Nuraghe Santu Antine, la «reggia nuragica » in territorio di Torralba; si è complicata

la struttura perchè al nuraghe primitivo isolato se ne sono spesso giustapposti

altri minori racchiudenti piccole corti e infine, prevalendo la funzione di difesa,

oltre a ingrandirsi, i nuraghi sono stati protetti da una о più cinte di mura munite

di torri, come nel Nuraghe Losa, presso Abbasanta, in cui una torre centrale e altre

minori appoggiate ad essa, chiuse entro una cortina, sono circondate da mura turrite.

Sembra dunque che le preoccupazioni difensive siano andate progressivamente

aumentando.

Altro elemento da tener presente è l’ubicazione dei nuraghi, situati in gran

parte in punti strategici, in posizioni dominanti о di passaggio obbligato come vie

naturali, valichi, guadi, sbocchi di valli, confluenze, bordi di altopiani; coordinati

a catena in allineamento semplice о duplice e persino triplice in modo che la loro

funzione difensiva non può essere messa in dubbio.

Così dopo le appassionate discussioni svoltesi tra gli studiosi nello scorso secolo

e i numerosi ritrovamenti nell’interno dei nuraghi di suppellettili svariate e di avanzi

di pasti, è ormai stabilito che essi erano abitazioni fortificate e talvolta, nei più

recenti, vere fortezze che avevano perciò funzione esclusivamente militare.

Se i nuraghi si diffusero in tutta l’isola, e vi sono sparsi anche oggi (come è dimostrato

dai loro resti attuali) in numero di circa 7000, vi si distribuirono però in modo

assai ineguale: rari о mancanti nelle sterili e aspre regioni orientali — Gerrei,

Ogliastra, Gallura — , sono assai numerosi nelle fertili conche centrali — Trexenta,

Marmilla — e sud-occidentali — Sulcis — e particolarmente nel settore nord-occidentale

tra Oristano, Bosa, Nuoro e Oschiri, nei vasti altopiani di Abbasanta e della

Tipi di nuraghi complessi (ricostruzione

di G. Lilliu): i, Su Nuraxi

(Barumini); 2, Santu Antine (Torralba);

3, Nuraghe Arrubiu.


Carta dei resti di nuraghi e

di villaggi nuragici.


Veduta aerea del Nuraghe complesso « Su Nuraxi » presso Barumini,

e del villaggio nuragico adiacente.

Fot. Fotocielo

R e g i o n i d ’Italia - Sardegna.


II Nuraghe Santu Antine, presso Torralba, il maggiore

dei nuraghi sardi e tra i più belli dell’isola.

Fot. Stefani

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Fot. Stefani

Il Nuraghe Santa Sarbana presso Silanus.


Le poderose strutture interne del Nuraghe

« Su Nuraxi ) di Barumini.

Fot. Ciganovic

Campeda, nel Montiferru e nelle depressioni del Logudoro, regioni tutte di difficile

accesso dove si è addensato il popolamento preistorico in una seconda fase

della sua evoluzione, dato che vi si trovano nuraghi più recenti e più complessi

mentre quelli più semplici e più antichi sorgono nella parte meridionale. Ciò è da

mettere in rapporto con l’arretramento di fronte agli invasori fenici e cartaginesi cui

le popolazioni nuragiche furono costrette, per rifugiarsi in regioni meglio difendibili.

È da tener presente però che molti nuraghi posti nelle pianure sono andati distrutti

soprattutto dopo il 1820, all’epoca della cosiddetta «legge sulle chiudende», quando

i materiali che li formavano vennero spesso usati per la recinzione dei fondi.

Le osservazioni precedenti ci fanno concludere che i nuraghi, i cui resti costellano

oggi gli altopiani e i colli sardi, non sono stati abitati contemporaneamente, ma

23


che invece molti, e particolarmente nelle regioni meridionali, erano abbandonati

e in rovina, quando altri erano ancora abitati. Per questo i resti attuali non ci consentono

di precisare l’entità del popolamento della Sardegna in un dato momento

dell’età nuragica, come da qualcuno è stato tentato.

Si è posto da tempo il quesito della causa della grande dispersione dei nuraghi

e alcuni hanno creduto di trovarla nella presenza di numerose ma piccole sorgenti.

Questo fatto esclusivamente fisico non può bastare però a dare una spiegazione

esauriente della cosa; il gran numero dei nuraghi deve riflettere invece una struttura

sociale e politica particolaristica che ebbero certo in un primo tempo le genti protosarde.

Ma d’altra parte bisogna notare che i nuraghi non sono disposti a caso, bensì

riuniti in gruppi, a costituire veri sistemi difensivi che sfruttano nel miglior modo

le condizioni naturali dal punto di vista strategico. Ciò dimostra che nel periodo

nuragico pieno si costituirono gruppi sociali più importanti con ampia giurisdizione;

Planimetria generale del Nuraghe « Su Nuraxi » presso Barumini

e del villaggio nuragico circostante con le sue fasi di sviluppo (da Lilliu).

Nuragico arcaico

" primo inferiore

" primo superiore

" secondo

Punico -romano

10 20 30 m

24


Fot. Ciganovíc

Stele di una « tomba dei giganti »

о sepolcreto collettivo presso Nuoro.

ciascuno di questi gruppi dovette rappresentare un nucleo politico ed economico

a sè stante, cui con ogni probabilità si appoggiarono per la difesa diverse tribù о

piccole confederazioni a base gentilizia e gravitante verso un fulcro di particolare

significato religioso, località centrale e dominante dove i membri del gruppo concorrevano

periodicamente per celebrare riti e cerimonie in templi a pozzo e ipetrali e

in recinti circolari, come si vedono a Santa Vittoria di Serri, sul bordo della giara

omonima.

25


Ogni nuraghe costituiva comunque il centro di un nucleo economico e sociale,

tanto è vero che per lo più vi si formarono intorno piccoli gruppi di capanne circolari

con base di pietra e copertura di frasche, abitate da pastori e agricoltori. Successivamente,

nella fase protostorica della civiltà nuragica, cioè in quella posteriore

al looo, numerosi indizi fanno ritenere che sia avvenuto un notevole perfezionamento

in tutte le forme culturali, coincidente con l’evoluzione dello stato sociale.

Conquista importante di quell’epoca che è il nuragico pieno (800-500 a. G.), in

sincronismo con le culture del ferro sul vicino continente, fu Г agglomeramento

umano in villaggi, costituenti i primi centri abitati costruiti dalle genti sarde. Ciò

è dimostrato dal gran numero di questi villaggi fino ad oggi trovati, almeno una

cinquantina, formati tutti da parecchie decine di capanne (70-100 per lo più), .con

la base in muro a secco e tetto conico di pali e frasche, raggruppate intorno a un’area

comune di disimpegno, la piazza, protetta dal nuraghe sovrastante e con vicino la

cosiddetta tomba del gigante. Era questo un grande sepolcreto collettivo, formato da

una camera allungata, costruita con pareti e copertura di lastroni rafforzate esternamente

da altre lastre volgenti ad abside nella parte posteriore, coperta da una

volta ad aggetto: la camera ha un portale d’ingresso posto al centro di un emiciclo

о esedra scoperta destinata alle riunioni. Di tali tombe dei giganti sono stati trovati

150 esemplari, posti soprattutto sugli altopiani centrali.

I villaggi nuragici sono stati trovati in molte parti dell’isola, ma sono più frequenti

intorno al Gennargentu, al Golfo di Orosei e ad Urzulei, sugli altopiani vulcanici,

in Marmilla e nel Sulcis settentrionale: ricordiamo tra i più caratteristici i

villaggi di Serrucci nel Sulcis, con 90 capanne, quello di Serra Orrios, in territorio

di Dorgali con 80 capanne, quello di Cala Gonone con 114 capanne e poi a Barùmini,

a Sorabile, a Teti e in tanti altri luoghi. La loro frequenza e la loro complessiva

aderenza a un uniforme schema urbanistico provano che essi sono il prodotto di

un vero fenomeno storico, risultato in parte di un logico processo evolutivo della civiltà

nuragica con agricoltura e pastorizia ben sviluppate, e in parte di preoccupazioni crescenti

di difesa, che poi hanno prevalso e che hanno provocato la trasformazione dell’abitato

sparso in agglomerato. In questi agglomerati il nuraghe ha funzione molto

simile a quella del castello medievale che domina e protegge il borgo circostante.

Alcuni villaggi avevano funzione prevalente di centri di culto presso pozzi о

sacelli (oltre una ventina riconosciuti), come quelli nelle località attuali di Santa

Vittoria (sulla giara di Serri), di Serra Orrios (Dorgali), di Abini (Teti) e vari altri.

In essi si trovano stalli per la vendita di mercanzie, recinti per fiere di bestiame e

tracce dell’esistenza di attività artigiane.

Né è da trascurare la fioritura artistica che accompagna anche la tecnica evoluta

della fusione del bronzo per la fabbricazione di armi e strumenti e che è documentata

da una serie di originali figurine votive, i famosi bronzetti nuragici, trovati nei

templi e rappresentanti uomini, animali e divinità con singolare efficacia e potenza

espressiva. Essi ci dànno l’immagine di un popolo saldo e austero, tenuto unito da

disciplina militare e religiosa.

26


Giustamente è stato detto che « al tempo in cui Roma, Cartagine e Siracusa nascevano

e la potenza etrusca s’affacciava sul Tirreno, la Sardegna era il paese più importante

di tutto il bacino occidentale del Mediterraneo, tanto che da essa si denominava

la distesa di mare (Mare Sardo) tra l’isola e le Baleari ». Successivamente, però,

malgrado lo sforzo compiuto per inserirsi nel quadro delle civiltà mediterranee, il

mondo nuragico rimane chiuso e attardato, tanto che non si può parlare di una cultura

del ferro in Sardegna, e non ebbe sviluppo ulteriore per la mancata adozione

della scrittura e di una vera e propria organizzazione urbana, esistente invece nelle

regioni circostanti vivificate dall’influsso greco di cui la Sardegna fu priva.

Tuttavia fin dall’inizio del primo millennio, attirate dalla presenza di minerali,

specie di rame e di piombo, e dalla sua posizione, affluirono in Sardegna altre genti

provenienti sia dalle terre ad essa più vicine, e principalmente dalla Corsica, sia dai

continenti circostanti, da un lato secondo il filone libico-sardo-iberico e dall’altro

lungo il filone longitudinale anatolico-sardo-iberico. Gli autori classici riferiscono,

infatti, numerose tradizioni in merito alle immigrazioni avvenute in questo periodo

mitico protostorico e riferiscono i nomi di vari eroi colonizzatori: Sardo, duce dei

Libici, Norace proveniente da Tartesso alla testa degli Iberi, lolao altro eroe libico

e poi il tèssalo Aristeo, il cretese Dèdalo ed altri. Peraltro queste leggende sembrano

ispirate piuttosto al nome degli antichi abitanti della Sardegna. Comunque

è certo che i Corsi si stabilirono per tempo nella Gallura attraverso le Bocche di

Bonifacio, costituendo una colonia che si distingue anche oggi per i suoi caratteri

fisici ed etnici. A ll’estremità meridionale, su una penisoletta che si affaccia sul

Golfo di Cagliari, un gruppo di genti iberiche fondò Nora, la prima e più antica città

della Sardegna; un secondo gruppo di Iberici pervenne successivamente nell’isola

a costituire i cosiddetti Baiati, il cui nome è forse da connettere con quello delle

isole Baleari. Al centro si raccolsero gli Iliensi, genti di origine assai discussa che,

secondo Strabono, sarebbero da identificare con i mitici lolei, avvicinati da Pausania

ai Libici per il loro aspetto e per il genere di vita.

L ’apporto di questi diversi gruppi al popolamento dell’isola è comprovato dalla

presenza di svariati elementi mediterranei preindoeuropei nel linguaggio sardo e di

elementi iberici, liguri, baschi e libici in numerosi nomi del luogo.

Basta pensare alle radici sarde -ula, -olla e alla parola Nora, Nurra cui fanno

riscontro gli iberici Ulla e Nurra; ai nomi sardi: Mògoro (altura). Orti, Usai, ai

quali corrispondono i baschi mokor (zolla), orti (ginepro) e usi (bosco); alle concordanze

tra le terminazioni -ili, -hi, -ai, -oi, che trovano riscontri libici, ecc.

Così fino da epoca protostorica la Sardegna offre un quadro etnico che, se pur

dominato da genti di tipo e cultura nuragici, presenta nuclei di vario e ben differenziato

carattere, distinguibili sopratutto lungo il lato occidentale e all’estremità

settentrionale.

27


La Sardegna fenicio-punica.

Ben presto l’attrazione che la Sardegna esercitò sui navigatori mediterranei si

tramutò in una stabile corrente di scambi che portò di necessità al controllo del suo

territorio da parte di gruppi di colonizzatori operanti da tempo nel bacino occidentale

del Mediterraneo. I più forti tra essi furono i Fenici, che, affluiti dai loro scali

delle coste africane, о rifluiti dalle loro più antiche colonie iberiche, posero per primi

piede nell’isola e l’aprirono così alla storia.

Gli empori marittimi, sorti in un primo tempo sulle coste meridionali e occidentali,

si trasformarono in colonie di carattere urbano, la cui documentazione archeologica

si può far risalire intorno all’VIII secolo avanti Cristo. Secondo il loro costume

i Fenici occuparono stabilmente isolotti e penisole site in posizioni favorevoli e vi

fecero sorgere centri marittimi con la doppia funzione di punti d’appoggio lungo la

rotta che conduceva da Tiro a Sidone alla ricca colonia iberica di Tarshish (Tartessos,

dei Greci) da cui traevano argento e rame, e di fattorie commerciali cui facevano capo

i rapporti con gli indigeni senza che ciò abbia portato ad una vera penetrazione

nell’interno.

Sorsero così Nora, considerata la più antica città della Sardegna e Karales, -is,

nell’ampio Golfo di Cagliari, Sulcis poi Plumbea nell’isola di Sant’Antioco, in funzione

del commercio del piombo prodotto nella zona mineraria flnitima, e forse

Tharros sull’affllata penisola del Capo San Marco dominante il bel Golfo di Oristano.

Naturalmente il contatto con queste colonie fenicie dovette esercitare sulle popolazioni

indigene una progressiva influenza, attestata da un’impronta artistica nuova

e più progredita negli oggetti di ceramica e di metallo risalenti a quell’epoca. Invece

i tentativi di colonizzazione che i Greci focesi e gli Etruschi fecero sul litorale orientale

dell’isola, approfittando della decadenza fenicia nel VI secolo, ebbero scarso e

limitato significato: si può ricordare solo la probabile fondazione di una colonia

etrusca nei pressi di Siniscola, là dove Tolomeo colloca Ferònia e può darsi anche

che i Focesi di Massàlia (Marsiglia), abbiano preso piede in qualche punto come

avevano fatto in Corsica ove fondarono Alàlia о Alèria (565 a. C.) punto di appoggio

per il dominio del Tirreno settentrionale. Ma, se pure una colonia greca fu creata

in Sardegna — non ad Olbia, che non ha fornito alcun reperto greco ed è da ritenere

fondata dai Cartaginesi —■ questo nucleo massaliese dovette essere costretto a

ripiegare dopo la rotta di Alàlia, inflitta ai Greci dalla coalizione etrusco-cartaginese.

La sconfitta di Cuma, di cui furono artefici le forze riunite dei Cartaginesi e dei

Cumani, costrinse sessantacinque anni dopo anche gli Etruschi a lasciare l’isola.

Ebbero così via libera anche in Sardegna i Cartaginesi che già dal VI secolo, dopo

la caduta di Tiro, avevano rilevato le colonie fenicie del Mediterraneo occidentale,

pervenendo così al dominio di quel bacino marittimo. Mentre i Fenici svolsero opera

28


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Rovine punico-romane di Nora,

sulla penisoletta dominata dalla cinquecentesca Torre del Coltellazzo o di Sant’Efisio.

In primo piano i resti del teatro romano.

Fot. Ciganovic


Centri fenicio-punici (in maiuscolo)

ed espansione territoriale

cartaginese.

essenzialmente commerciale e pacifica, i Cartaginesi esercitarono una penetrazione

armata, una vera conquista, che però non riuscì ad aver ragione degli indigeni, Iliensi

e Balari, rifugiatisi nella parte montana interna. Per frenare le frequenti razzie cui i

ribelli si davano, furono costituiti nell’interno presidi militari di milizie mercenarie

libiche о iberiche e per i lavori agricoli furono trasferiti nell’isola numerosi schiavi

libici. Il territorio delle pianure e delle colline .venne razionalmente sfruttato soprattutto

per la coltura del grano, sicché la Sardegna diventò uno dei principali granai

di Cartagine: tra l’altro, come attesta Diodoro, Amilcare prelevò dall’isola il grano

30


per la campagna di Sicilia. Invece i Cartaginesi ostacolarono la coltura della vite e

dell’olivo per potervi smerciare i propri prodotti, e forse anche quella degli alberi

fruttiferi, che secondo un passo dello pseudo-Aristotele sarebbero stati fatti addirittura

tagliare. Complessivamente le attività economiche ebbero notevole impulso

anche per l’incremento dell’attività mineraria, e l’intensificazione dei rapporti commerciali

tra i Fenici e i Nuragici portò allo sviluppo ulteriore dei centri marittimi

fenici di Kàralis, Nora, Sulcis e Tharros e alla costituzione di molti altri centri abitati

costieri, particolarmente in due zone; la cùspide sud-occidentale dell’isola, ove

sorsero Bithia, Teulada e il centro fortificato di Sirai, e la costa centro-occidentale, ove

furono fondate Othoca {— la città vecchia) e Neàpolis ( = la città nuova) in corrispondenza

del Golfo di Oristano, Cornus e Bosa (questa poco a monte del centro

attuale). Più tardi nel settentrione dell’isola sorsero Olbia e forse Turris, l’attuale

Porto Torres sul Golfo dell’Asinara. Di tutte queste città puniche rimangono resti

importanti e talvolta considerevoli di templi e sepolcreti (tophet), tra cui perspicui

quelli di Tharros, di Sulcis, di Nora e di Olbia.

Fot. Stefani

Maschera apotropaica punica (Museo archeologico di Cagliari).

31


Le numerose e varie testimonianze archeologiche relative all’infiltrazione dei

Puni e dei Libiopunici nell'interno della Sardegna provano che essi dominarono

una vasta zona occidentale tra la valle del Temo e il Golfo di Cagliari attraverso i

Campidani giungente a oriente fino a Barumini e Nurri e tratti della costa orientale

come la piana del Flumendosa. In questa zona sorsero centri con doppia funzione,

militare e di colonizzazione, di cui spesso si sono trovate tracce. Forse il

maggiore di questi centri punici interni dovette essere Macopsissa, l’attuale Macomér

(dal punico macón = luogo) in posizione di grande importanza strategica e

commerciale a dominio del principale valico attraverso i monti del Màrghine, per

cui passa la più importante via tra il Capo di Sopra e il Capo di Sotto. Anche nel

punto obbligato di passaggio a dominio della media valle del Tirso, ove oggi è Fordongianus,

sorse sin da epoca molto antica un centro di mercato e di presidio, che

fu poi la romana Forum Traiani.

La dominazione cartaginese lasciò dunque notevoli tracce nell’isola: i Sardi, ad

eccezione dei montanari rimasti indipendenti, si adattarono, collaborarono e si

mescolarono ai Punici, com’è dimostrato dai molti nomi punici rimasti anche dopo

la conquista romana. Ma la conseguenza maggiore fu di ordine economico e culturale

in quanto proprio all’occupazione e all’opera dei Cartaginesi si deve far risalire

la rottura dell’equilibrio economico e dell’unità etnico-culturale delle genti

sarde in due ambienti con caratteri assai diversi: un ambiente prevalentemente agricolo,

influenzato dalle colonizzazioni esterne e corrispondente alle pianure e alle

colline centrali e occidentali, e un ambiente di pastori culturalmente arretrati

e gelosi della propria indipendenza, viventi isolati sulle montagne orientali. Due

ambienti, due mondi con attività, mentalità e interessi differenti i cui contrasti si

sono riflessi su alcuni importanti aspetti dell’organizzazione dell’isola, si può dire

fino ai giorni nostri.

La Sardegna romana.

Dopo aver posto piede una prima volta in Sardegna durante la prima guerra

punica per opera del console L. Cornelio Scipione, Roma se ne impadronì nel 238

avanti Cristo durante la ribellione dei mercenari cartaginesi fra la prima e la seconda

guerra punica e ne fece nel 227 la sua seconda provincia, dopo la Sicilia. Ma la presa

di possesso romana si dovette limitare a lungo alle sole città costiere e ai relativi territori

e occorse oltre un secolo perchè si costituisse un certo controllo sulla parte

interna, le cui popolazioni peraltro rimasero indomite e continuarono ad effettuare

incursioni nelle sottostanti pianure, meritandosi così l’appellativo di barbarne e barbaricinae,

che sopravvive anche oggi e da cui è derivato il nome di Barbagia. Particolarmente

pericolosa fu la ribellione guidata nel 215 da un capo sardo-punico,

Flampsàgoras (Amsicora), e dal di lui figlio Josto о Ostio: i rivoltosi, dalla città di

32


Fot. Sef

L ’anfiteatro romano di Cagliari

il più notevole edificio romano della Sardegna.

Cornus, posta nei pressi dell’attuale Cùglieri, giunsero con l’aiuto dei Cartaginesi

comandati da Asdrubale fino alle porte di Cagliari, dove furono sconfitti e dove

cadde Josto e si uccise lo stesso Amsicora, considerato anche oggi dai Sardi come un

loro eroe. Questa vittoria concluse il periodo delle grandi spedizioni per la conquista

dell’isola, ma altre ribellioni seguirono e Roma prima di domare le genti sarde

dovette fare in un secolo ben nove spedizioni consolari, l’ultima delle quali fu quella

del III a. C., comandata dal console M. Cecilio Metello. Più importante e di valore

decisivo fu la spedizione condotta dal console Tiberio Sempronio Gracco e durata

• Le Regioni d ’ Italia - Sardegna.

33


tre anni (177-174 a. C.), per domare una rivolta dei Barbaricini — i latrunculi mastrucati

di Cicerone — che vennero alla fine sconfitti e portati prigionieri in gran numero

a Roma ove, dopo aver seguito in ceppi il trionfo concesso al console, furono venduti

a vii prezzo donde l’appellativo di Sardi venales, con cui da allora si indicarono gli

isolani.

Malgrado guerriglie e sommosse dovute anche a saccheggi e soprusi commessi

da alcuni governatori romani, la Sardegna si andò adattando alla sua nuova sorte : la

costruzione di una vasta e bella rete stradale, la fondazione di numerose colonie

anche con trasferimento di gruppi di coloni italici (come i Patulcenses Campani in

Marmilla) il reclutamento dei Sardi nelle milizie, condussero le popolazioni isolane

alla tranquillità, al lavoro e alla piena collaborazione con Roma. Fiorirono l’agricoltura,

l’estrazione dei minerali e i traffici, specialmente dopo che nel 67 a. C., Gneo

Pompeo ebbe debellato a Coracesium i pirati che infestavano il mare e assalivano

le città rivierasche. Nè le travagliate vicende delle guerre civili, che portarono successivamente

nell’isola Cesare, Ottaviano e Pompeo, intaccarono la fedeltà dei Sardi,

che tennero sempre dalla parte del Senato, al quale alla fine fu affidato il governo

dell’isola dopo la sconfitta di Pompeo.

In età imperiale la Sardegna, completamente acquietata, tranne saltuarie scorrerie

compiute dalle popolazioni pastorali montanare ai danni dei pacifici agricoltori,

non fu turbata come il vicino continente dai movimenti dei barbari e dalla irrequietezza

degli eserciti e condusse vita in complesso tranquilla. Si verificò tuttavia negli

ultimi secoli dell’Impero un isolamento crescente ed un certo decadimento, attestato

dagli storici più tardi, che parlano di arie pestilenziali che rendevano difficile e pericolosa

la vita.

Il dominio forte e ordinato di Roma, prolungatosi per circa sette secoli, impresse

all’isola, con un’opera razionale e completa di civilizzazione, tracce profonde ed una

fisionomia indelebile: la lingua, i costumi, le città, l’organizzazione economica e

sociale, subirono un rinnovamento profondo e un processo di romanizzazione le cui

conseguenze hanno sfidato i secoli e rimangono in parte anche oggi.

I Romani promossero anzitutto e intensificarono l’agricoltura che venne prevalentemente

indirizzata alla produzione del frumento esportato in copia, per l’approvvigionamento

dell’Urbe, sicché la Sardegna fu considerata, insieme alla Sicilia

e all’Africa settentrionale, come uno dei « tria frumentaria subsidia rei publicae », ma

furono coltivati anche la vite e l’olivo. Grandi estensioni di terreno divennero proprietà

degli imperatori, di senatori e di privati e si formarono così vasti latifondi sparsi

di ville e di villaggi specialmente nel Cagliaritano, nel Turritano e intorno a Olbia.

Le miniere, monopolio degli imperatori, furono sfruttate razionalmente con

lavoro intenso svolto da turbe di schiavi e di condannati ad effodienda metalla, per

l’estrazione del piombo, dell’argento e anche del ferro, come rilevano i nomi di

antichi centri abitati, come Plumbea, Argentaria, Ferraria e Metalla.

La valorizzazione del territorio e lo sviluppo dei traffici vennero favoriti da una

bella rete di strade, quale la Sardegna non ha più avuto fino ad epoca attuale. L ’Iti-

34


Fot. Ciganovic

L ’ingresso della cosiddetta Grotta della vipera,

tomba di Atilia Pomptilia.

. -

nerarium Antonini, del III secolo d. C., e la Tabula peutingeriana, del secolo successivo,

nonché il ritrovamento di un centinaio di pietre miliari, permettono di accertare

che all’epoca di Augusto e fino al IV secolo, la rete stradale era formata da

quattro vie principali: due di esse erano litoranee e procedevano una lungo la costa

orientale, da Cagliari ad Olbia, con funzione soprattutto politica e militare e l’altra

35


л

L ’insediamento e la viabilità in epoca romana.

I cerchietti vuoti indicano centri

abitati di posizione incerta; le parti punteggiate

sono le zone di popolamento più

denso.

lungo la costa occidentale da Cagliari a Tharros, Basa e Turris, fino a Bibula, sulle

Bocche di Bonifacio con funzione essenzialmente commerciale. C ’erano poi due

vie interne aventi fini strategici e di penetrazione: una da Cagliari per Othoca (presso

Oristano) e Macopsissa (Macomér) giungeva a Turris e l’altra, sempre da Cagliari,

per Biora (presso Serri), l’oppido di Valentia, Sorabile (presso Fonni) e Caput Thirsi

(alle sorgenti del Tirso) finiva ad Olbia. Vi erano poi parecchi tronchi minori e di

raccordo, più numerosi nella parte occidentale dell’isola.

Oltre ai traffici, le strade favorirono la formazione di numerosi centri abitati, che

sorsero in molte località dell’interno per scopi diversi e con differenti caratteri. Lungo

le vie sorsero e si svilupparono, come al solito, stazioni di sosta {mansiones) poste in

località opportune, sì da conciliare le necessità delle tappe con la valorizzazione dei

terreni feraci e la costituzione di centri commerciali. Tra le numerose mansiones

36


icordiamo Sextum (Sestu) e Septimum (Settimo) posti al sesto e al settimo miglio da

Cagliari, Decimum (Decimo) e Mansum (Elmas) lungo la via Càralis-Sulcis.

Ma l’aspetto principale dell’opera di romanizzazione riguardò il popolamento e

l’insediamento umano, che solo poteva assicurare un durevole dominio. Furono

anzitutto riorganizzate e potenziate le sedi puniche preesistenti e vennero poi

creati via via una quantità di centri nuovi sia lungo le coste che, soprattutto, nelle

regioni interne di vecchia e nuova colonizzazione. Le città marittime puniche, sorte

in posizioni scelte con grande oculatezza, divennero altrettanti centri romani : tra

esse particolare sviluppo presero Càralis, che si affermò fin da allora come la città

più importante dell’isola essendo divenuta anche la principale stazione navale romana;

Olbia che Claudiano dice cinta di mura, Turris Libissonis (Porto Torres),

che divenne il maggiore centro marittimo della Sardegna settentrionale noto per i

suoi traffici con la Gallia narbonese svolti dai suoi navicularii. Ai centri litoranei

preesistenti se ne aggiunsero vari altri, come Tibula, Viniola, Longonis, Ad Emporia

(Ampurias), sul Golfo dell’Asinara, Sàrcopos e Saralapis, sulla costa orientale. Nell’interno,

oltre ai centri sorti lungo le quattro strade, sorsero in molte località per

scopi diversi sedi di varia importanza. Alcune ebbero soprattutto funzione militare:

una fra le principali fu Forum Traiani (Fordongianus) a dominio della valle del

Tirso e al centro di un limes fortificato contro i Barbaricini, con caposaldi corrispondenti

a Dolía, Sant’Andrea Frius, Valentia (Nuragus) e Usellis; ma sono pure da

ricordare Sorabile, Abini e Aùstis, poste tutte a vigilanza e a freno delle fiere genti

barbaricine, nonché Custodia Rubrensis e gli stessi Caput Thyrsi e Gemellas. Altri

centri ebbero origine nella zona mineraria come Metalla nei pressi di Fluminimaggiore,

о in corrispondenza di sorgenti termo-minerali razionalmente sfruttate e

provviste di terme, come Aquae Neapolitanae (Santa Maria de is Abbas, vicino a

Sàrdara), Aquae Lesitanae, vicino a Lesa (oggi Benetutti). Ma questi centri minori

avevano allora solo poche centinaia di abitanti tanto che Plinio, nel primo secolo

dell’Impero attribuisce alla Sardegna solo i8 oppida, cioè i8 più importanti centri

organizzati.

Particolare significato ebbe il popolamento delle campagne con conseguente

creazione di numerosissimi piccoli e medi centri rurali in regioni prima semideserte.

Nei vasti latifondi e nelle colonie della Nurra, del Logudoro, dei Campidani, della

Marmilla, della Trexenta e del Sulcis e, in genere, in tutte le regioni pianeggianti

e collinose dell’isola comprendenti i migliori terreni agrari sorsero centinaia di villae

e di vici dove viveva una popolazione agricola di coloni, di schiavi e di liberti che

con la loro opera resero fruttifere e prospere le terre migliori dell’isola. Ricordiamo

che i coloni furono in parte veterani e in parte italici, come i Patulcenses Campani

insediatisi in Marmilla, e in parte stranieri, come i 4000 liberti giudei inviativi da

Tiberio. Il Pais calcola che la popolazione dell’isola contasse in periodo augusteo

300.000 anime.

I Romani, dunque, svilupparono in Sardegna un ordine nuovo che provocò mutamenti

sostanziali e duraturi del paesaggio ; dietro ad una cintura di città e paesi marit-

37


Il ponte romano di Porto Torres, sul Rio Turritano.

Fot. Ciganovic

timi, si formarono campagne bene coltivate, disseminate di fattorie e di villaggi dove

viveva una popolazione numerosa. Ma vi erano anche, nelle regioni più appartate,

boschi estesi e vaste superfici incolte e deserte adibite a pascoli, indicate col nome

di saltus, costituenti spesso proprietà imperiali amministrate da procuratori.

Pertanto in epoca romana la Sardegna godette di una grande prosperità, anche se

ebbe molto a soffrire dalla rapacità di alcuni governatori, come Tito Albucio e

Scauro, noto per la difesa fattane da Cicerone. E da notare peraltro che durante il

basso Impero si verificò una progressiva decadenza economica e demografica.

Intanto, verso il III secolo, si era diffuso nell’isola il Cristianesimo che, malgrado

persecuzioni che dettero martiri venerati come Gavino, Proto, lanuario, e ancora

Potito, Crescentino, Antioco, Saturnino, Priamo, Felice, Emilio, Lussòrio, Efisio

e Giusta, si consolidò progressivamente. Nel 314 per la prima volta il nome del

38


vescovo di Cagliari compare tra i partecipanti del Concilio Arlesiano e nello stesso

secolo ebbero gran fama due vescovi sardi: Eusebio, vescovo di Vercelli e Lucifero

vescovo di Cagliari. La Sardegna dette anche alla Chiesa due pontefici: San Bario e

Simmaco. La diffusione del Cristianesimo nell’interno fu favorita dal pontefice

Gregorio I Magno che, mercè l’opera dei missionari Lelice e Ciriaco, riusci a convertire

alla fine del VI secolo anche Ospitane, capo e dei Barbaricini e quindi i fieri

montanari da lui dipendenti sicché queste genti, abbracciata la religione cristiana,

addolcirono a poco a poco la loro natura selvaggia e poterono iniziare rapporti di

civile convivenza con gli altri abitanti dell’isola.

Il periodo bizantino.

Le invasioni barbariche investirono l’isola solo sporadicamente e quasi di rimbalzo.

Infatti gli unici che riuscirono a conquistarla furono i Vandali che vi giunsero

nel 455 dall’Africa, guidati da Genserico, quando avevano dimesso parte della loro

barbarie primitiva. I Vandali rimasero in Sardegna circa 8o anni, fino alla conquista

bizantina del 534, cioè un tempo troppo breve perchè la loro occupazione, effettuata

da un numero relativamente esiguo di uomini, potesse avere un’influenza sensibile

e duratura. I più ritengono che durante il dominio vandalico gli ordinamenti anteriori

non abbiano subito sensibili variazioni o, se cambiamenti vi furono, non dovettero

avere vigore tale da interrompere in maniera definitiva Г andamento generale della

vita pubblica e privata degli isolani.

Tuttavia è da ricordare che scomparve il regime municipale e che i nuovi dominatori

spostarono i rapporti di sfruttamento terriero a proprio vantaggio. Inoltre sotto

i Vandali la Sardegna, come già in epoca romana, divenne terra d’esilio: le persecuzioni

contro il clero cattolico disposte da Genserico e continuate da Unnerico e

da Trasamondo, culminarono con la relegazione in Sardegna di molti fedeli e di

120 vescovi, tra cui il vescovo di Ippona che portò in Sardegna le spoglie di Sant’Agostino,

trasferite due secoli dopo da Liutprando a Pavia, per timore che cadessero

in mano dei Saraceni.

Lo stesso Genserico confinò nell’isola alcune migliaia di Bèrberi ribelli, i Màuri

о Maurusii, trasferendoli a quanto pare nel Sulcis e sarebbe per questo che i Sulcitani,

chiamati ancora oggi Maurreddus, si distinguono per alcuni caratteri somatici

dagli altri Sardi.

Con la conquista bizantina la Sardegna costituì sotto Giustiniano una delle sette

provincie della prefettura africana del Pretorio, e fu governata da un praeses per gli

affari civili residente a Cagliari e da un dux capo delle milizie che risiedeva a Forum

Traiani a freno delle irrequiete popolazioni barbaricine.

Tolta la breve parentesi della conquista ostrogota (552-553) guidata da Totila,

il dominio bizantino continuò per alcuni secoli sempre più esautorato e distaccato

39


• ^ • * ' 1 ■ .ILÍL . ' І І :і£ІЖЬ* і’,''-іІ ' > ; ^ - ' ' ' ,

Resti della chiesa bizantina di Mesumundu presso Síligo.

Fot. Sef

dal governo centrale. Esso fu tirannico e oppressivo per le concussioni e vessazioni

sistematiche dei magistrati mandati da Bisanzio e per il progressivo abbandono in

cui furono lasciate le popolazioni. In questa triste situazione, che risulta chiaramente

dalle lettere di Gregorio Magno, spicca tanto più l’opera intensa e multiforme svolta

dal grande pontefice, che da un lato si fece interprete verso l’Imperatore dei disagi

della popolazione e dall’altro dispose una serie di provvedimenti per la diffusione

della religione cristiana e il rafforzamento e l’organizzazione della Chiesa cattolica

nell’isola: la conversione dei Barbaricini, la fondazione dei primi cenobi, la restaurazione

della disciplina ecclesiastica nel clero e l’affermazione dell’autorità del me-

40


Il Santuario di Santu Antine (San Costantino) a Sédilo.

Fot. Ciganovic


La Chiesa dei Santi Cosma e Damiano a Cagliari,

il più antico e importante monumento della Sardegna cristiana.

Fot. Sef

tropolita di Sardegna Gianuario. A Gregorio risale anche il merito di avere organizzato

la difesa dell’isola contro il tentativo di invasione dei Longobardi effettuato

nel 598 e respinto vittoriosamente.

Le relazioni tra Costantinopoli e la lontana Sardegna andarono però affievolendosi

e della conseguente carenza di difesa approfittarono gli Arabi, insediatisi nell’Africa

settentrionale, nelle Baleari e più tardi in Sicilia, per effettuare le loro incursioni

che, iniziatisi nel 711, si ripeterono saltuariamente nei secoli successivi per

culminare nel 1015 con la fugace conquista operata da Mugahid e con la sua successiva

sconfitta ottenuta mediante il valido aiuto delle flotte pisana e genovese.

Queste scorrerie piratesche, pur valorosamente contrastate e respinte dalle genti

sarde, provocarono rovine e lutti numerosi nei centri abitati del litorale ed ebbero

conseguenze importanti sia dal lato politico che sul popolamento dell’isola poiché

dal loro inizio fino a tempi recentissimi il mare ha esercitato quell’azione repulsiva

che ha provocato il riflusso della popolazione verso le più sicure regioni dell’interno.

42


Le città costiere poste dal lato occidentale furono quelle che più risentirono degli

attacchi arabi: furono distrutte per prime Nora, Bitia, Teulada, Sulci e Cornus e

successivamente si spopolarono sempre più Tharros, Torres, l’antica Bosa, la stessa

Cagliari e Olbia, chiamata in epoca bizantina F ausonia (corrottasi poi in Pausania).

Si accrebbero invece i paesi retrostanti, specialmente nel Sulcis, ove fiorirono Palmas,

Tratabas e Giba, e in Planargia, ma è pure da ricordare la formazione di Oristano,

avvenuta intorno al looo per trasferimento intorno alla vecchia Òthoca della popolazione

di Tharros, spopolatasi; la costituzione di Thàtari, poi Sassari con gran parte

della popolazione di Turris; lo sviluppo di Tempio al posto della romana Gemellas ;

di Pula al posto di Nora. Contemporaneamente, l’aggravarsi della malaria determinò

in varie regioni interne il trasferimento di popolazione dai villaggi posti nelle bassure

a località più elevate: questo avvenne, in modo perspicuo nella media valle del

Tirso dove Ottàna, appunto verso il X-XI secolo venne spopolandosi e prese sviluppo

invece, più in alto, l’antico ma piccolo nucleo di Nùgoro, poi Nuoro.

Questi importanti cambiamenti nella distribuzione della popolazione e dei centri

abitati ebbero notevoli conseguenze anche in campo economico e sociale. Tra l’altro

provocarono il trasferimento delle sedi vescovili di varie diocesi antiche soprattutto

costiere: da Torres a Sassari, da Ampurias a Tempio, da Tharros a Santa

Giusta, da Sulcis a Tratalias.

Dal dominio bizantino all’autonomia giudicale.

Il trapasso dalla dominazione bizantina ai governi locali autonomi che caratterizzano

il periodo giudicale, durato fino a tutto il X III see., è avvolto ancora oggi nell’incertezza

che lascia adito a varie supposizioni, per mancanza di qualsiasi genere di

documentazione. La storia sarda presenta, infatti, nelle fonti una profonda lacuna

lungo circa quattrocento anni, e cioè fin verso la metà dell’XI secolo. Da questa data,

le società umane dell’isola tornano bruscamente alla luce con documenti che ci

mostrano la Sardegna già ripartita in quattro unità politiche autonome, i Giudicati

di Cagliari, Arboréa, Torres e Gallura, ma l’organizzazione giudicale esisteva con

certezza almeno un secolo prima e affonda le sue radici nei tempi precedenti.

Alla nascita dei governi autonomi contribuirono varie cause e soprattutto : l’interruzione

о la carenza di rapporti con Bisanzio, la necessità di organizzare la resistenza

contro le incursioni e i tentativi di invasione musulmani sotto la guida di capi locali

e probabilmente l’esistenza di più antiche organizzazioni amministrative e di difesa

dei singoli territori. Si è discusso a lungo sui motivi e sulle modalità della partizione

dell’isola nelle quattro unità giudicali e la questione non è ancora risolta. Alcuni,

come il Besta e il Ciasca, pensano che esse siano derivate dalla divisione di un solo

e più antico Giudicato con sede di governo a Cagliari per effetto del conseguimento

dell’autonomia da parte delle amministrazioni periferiche capeggiate da funzionari

43


La Chiesa romanica di Santa Maria del Regno ad Ardara,

dove furono incoronati molti Giudici del Logudoro.

Fot. Sef

(lociservatores) che se ne posero a capo per usurpazione о per elezione, prima da

parte del Giudice cagliaritano e poi da parte delle singole popolazioni. Ciò sarebbe

corroborato dal fatto che, a quanto sembra, la stessa famiglia dei Làcon-Gunale

sarebbe stata all’origine delle quattro dinastie a capo dei Giudicati.

Altri storici invece, come il Loddo-Canepa, ritengono che i Giudicati sarebbero

sorti spontaneamente e indipendentemente in varie parti dell’isola per le ragioni

suddette.

Ma di recente il Cherchi-Paba ha sostenuto con buon fondamento che l’autonomia

giudicale sarda deve esser fatta risalire alla frattura creatasi tra Chiesa e

Impero bizantino per effetto della lotta iconoclastica (726). Infatti, la Chiesa sarda.

44


esasi progressivamente autocefala e autonoma sia dal Patriarcato romano che da

quello di Costantinopoli, seguendo l’esempio della Sicilia e dell’Esarcato di Ravenna

perseguì e raggiunse verso la fine deU’VIII secolo il distacco della Sardegna dall’Impero

bizantino, prima « facendo negare al popolo i tributi a Bisanzio secondo l’ordine

papale e quindi provvedendo alla nomina delle autorità civili e militari dell’Isola

» cui già partecipava per effetto della Prammatica sanzione giustinianea, senza

più preoccuparsi dell’approvazione imperiale prescritta. In effetti, alcune lettere del

pontefice Nicolò I provano che ancora alla metà del IX secolo i Giudici venivano

scelti per elezione, dal che si deduce che inizialmente essi furono incaricati di amministrare

le ripartizioni giudicali, con le funzioni di indices provinciarum imperiali,

più le attribuzioni loro derivate dai mutati tempi, assumendo il Giudice di Cagliari

anche il comando dell’esercito col titolo di protospatario che poi perse.

La ripartizione dell’Isola in Giudicati fu imposta successivamente da necessità

politiche e amministrative, anche nell’interesse della Chiesa sarda, il cui Primate

« organava la vita politica e la difesa militare della Sardegna », tanto da stringere

nell’815 alleanza con l’imperatore Ludovico il Pio anche per assicurare alla Sardegna

la protezione della flotta franca.

I quattro Giudicati о governatorati ebbero capoluogo nei quattro più importanti

centri marittimi e militari: Càlaris, Tharros, Torres, Civita e compresero la

corrispondente parte del demanio imperiale che formò così il nucleo del territorio

о rennu. Comunque « la Sardegna manteneva la sua vita politica, sociale e religiosa

nel solco storico della cessata dominazione vivendo nelle sue leggi e ordinamenti,

che i vescovi cancellieri andavano via via adattando alle necessità isolane ».

Senonchè per effetto della persecuzione iconoclasta e della successiva restaurazione

dell’ortodossia si sviluppò un febbrile movimento monastico che portò ad una

larga penetrazione di elementi ellenici nell’Italia meridionale, in Sicilia e in Sardegna,

ove sorsero numerosissimi monasteri basiliani {monistene о muristene) nelle

terre donate per conversioni (cioè affiliazioni) e vi furono erette chiesette rurali

dedicate ai Santi della Chiesa greca. I loro nomi facilmente riconoscibili si sono

impressi nella toponomastica, che anche oggi ne contiene moltissimi. Tra essi ricordiamo:

San Basilio, Sant’Elia, San Gregorio, Sant’Antioco, Santa Lilomena, Sant’Ippolito,

Sant’Antìpatro (alterato in Santo Padre), Sant’Andrea, San Macàrio e molti

altri. Più frequenti, per la vasta popolarità che ne ha anche attualmente il culto, i

nomi di San Salvatore, San Costantino (o Santu Antine), di San Michele (che ha

dato il nome a Samugheo), di Santa Greca e poi ancora della Madonna delle Grazie,

della Madonna d’Itria о del Buon Cammino, della Vergine dormiente e della M a­

donna del Latte dolce. Tale è stata l’impronta che hanno avuto da questa ellenizzazione

l’anima e molti costumi degli isolani che ancor oggi, a nove secoli dallo

scisma, la Chiesa greca è presente nella fede dei Sardi, tanto che è stato detto essere

la Chiesa sarda « a culto greco e rito latino ».

Ma dopo lo scisma d’Oriente (1054), prima il Pontefice Nicolò II e poi più energicamente

Gregorio VII provvidero per il ritorno della Sardegna, come dell’Italia

45


meridionale e della Sicilia, alla disciplina della Santa Sede e le dettero una nuova

ripartizione ecclesiastica creando dodici nuovi vescovati in aggiunta ai sette già esistenti

e ciò per mettere in minoranza i Vescovi a rito greco e dare inizio alla

sostituzione del clero secolare greco. Data la resistenza tenace del clero e del Primate

sardo, Urbano II con bolla del 21 aprile 1092 sopprimeva l’autonomia e l’autocefalia

della Chiesa sarda togliendo l’Arcivescovado di Cagliari al Primate e

assegnava tale funzione all’Arcivescovo di Pisa, con il che veniva anche assicurata

la flotta pisana alla difesa dell’isola dalle incursioni saracene.

Contemporaneamente si provvide anche alla sostituzione dei monaci greci, in

mano dei quali erano santuari e vasti latifondi, con monaci della Chiesa latina e

cioè dapprima con i Vittorini di Marsiglia e con i Lerinesi, più vicini alla Chiesa

greca, e poi con i Benedettini di varie comunità, il che ebbe, come vedremo, importanti

conseguenze dal punto di vista umano, economico e artistico.

Il periodo giudicale.

Allorché i Giudicati appaiono chiaramente alla luce della storia, risultano corrispondere

alle maggiori regioni geografiche sarde: la Gallura, il Logudoro, l’A r­

borea e il Cagliaritano, ed anche ad alcune minori se, come sembra, ai quattro Giudicati

si affiancarono altri minori, come un Giudicato dell’Agugliastra (Ogliastra)

poi assorbito da quello di Cagliari.

I confini dei Giudicati variarono assai nei cinque secoli della loro esistenza per

le aspre lotte che si combatterono, malgrado i vincoli di parentela che legavano i

Giudici. Comunque il loro territorio, chiamato rennu о logu, fu sostanzialmente rappresentato

dalle regioni che gravitavano sulle quattro principali città-stato dell’isola

e che furono le loro capitali: Cagliari per il Giudicato dello stesso nome (chiamato

anche di Pluminos), Tharros e poi Oristano per il Giudicato di Arborea, Ardara e

poi Torres per il Giudicato del Logudoro (che deriva il nome appunto da quello di

Logu ’e Torres) e finalmente Civita, l’antica Olbia, per il Giudicato di Gallura. Si ha

dunque l’impressione che i territori dei Giudicati si siano formati per ampliamento

progressivo del retroterra geografico delle quattro città-stato finché i loro confini

vennero a contatto. Comunque le istituzioni politiche e sociali dei Giudicati si possono

agevolmente ricostruire per mezzo dei registri patrimoniali e dei Condaghi

(registri dei conti) dei monasteri e poi dagli atti di vendita, dagli Statuti del comune

di Sassari (fine XIII secolo) e infine dalla Carta de Logu, raccolta di leggi ed ordinamenti

pubblicata dal giudice Mariano di Arboréa ed ampliata ed aggiornata

nel 1395 dalla Giudicessa Eleonora.

Ogni Giudicato era diviso in distretti chiamati partes, о curatorie, dal titolo dell’amministratore

о curatore, e corrispondenti spesso in tutto о in parte a subregioni

geografiche, dalle quali appunto prendevano per lo più il nome. Esse comprendevano

46


vari villaggi о ville, ciascuna delle quali aveva a capo un maiore e nel centro abitato

più importante si trovava la residenza del curatore.

Le curatorie furono in numero vario e distribuite variamente secondo la estensione

dei Giudicati e la fittezza degli abitati; nel XII secolo erano 57 di cui 20 nel

Giudicato di Torres, 13 nell’Arboréa, 14 nel Cagliaritano e io in Gallura.

I Giudicati avevano ordinamento di democrazie rurali di tipo patriarcale. Л capo

di ognuno di essi c’era infatti un Giudice (Judike), che deteneva il potere supremo sia

politico e giudiziario che amministrativo e militare, eletto tra i rappresentanti delle famiglie

più importanti, i maiorales, che si riunivano in assemblea (corona de logu e corona

de justitia). La democraticità dell’ordinamento giudicale è dimostrata dal fatto che

i Giudici ricorrevano alla volontà del popolo (voluntas totius populi) allorché dovevano

Fot. Ciganovic

I resti del Castello di Las Plassas о di Marmilla,

risalente al XII secolo.

47


Resti del ponte medievale

sull’emissario dello Stagno di Calich presso Fertilia.

Fot. Sef

prendere decisioni importanti. La popolazione del Giudicato era divisa in quattro

grandi classi: i maiores, comprendenti oltre ai membri della famiglia del Giudice

(donnikellos) venti о trenta famiglie di alti funzionari e di signori più abbienti; i

Uveros, cioè liberi (artigiani, medi proprietari di terre e di bestiame, militi a cavallo),

in possesso di piena capacità giuridica; i pàuperos, pure con la piena capacità giuridica

ma nullatenenti e che vivevano solo coltivando un lotto del terreno in uso collettivo,

annesso ad ogni villaggio ; e finalmente i servos о colivertos, cioè colliberti, privi in

tutto о in parte di capacità giuridica e tenuti a prestare al padrone solo il loro lavoro :

quasi per intero (servu integru), per metà (servu lateratu), о per un quarto (servu

48


Fot. ERI

Una delle più note chiese romaniche della Sardegna:

la basilica di San Gavino a Porto Torres.

Le Regioni d'Italia - Sardegna


pedatu). Il servaggio sardo, durato fino al XV secolo, aveva dunque aspetti particolari

e originali, in quanto i servi potevano avere proprietà, vendere e comprare e persino

talvolta mutare domicilio, il che può spiegare il fatto che essi non ambissero

troppo sottrarsi alla loro condizione e che fossero quindi in gran numero, rappresentando

circa i tre quarti della popolazione.

Data la profonda diversità esistente tra le classi sociali, la proprietà era distribuita

in modo assai ineguale : accanto ai latifondi dei Giudici costituenti il pegugiare,

a quelli dello Stato a secatura de rennu derivanti dai latifondi del basso Impero

e alle grandi proprietà ecclesiastiche formatesi per donazione {donnicalie) a vescovadi

e monasteri, c’erano le piccole proprietà dei liberi e infine le terre comuni dei

pàuperos, dette populares e costituenti accanto ad ogni villaggio il pauperile о paberile

diviso in tanti lotti, assegnati annualmente о in enfiteusi per le coltivazioni {habitacione,

bidazzone, vidazzone) e per il pascolo, in rotazione. L ’origine di queste proprietà

collettive e delle usanze comunitarie, che tanta influenza hanno avuto sulla

determinazione del paesaggio agrario dell’isola, è avvolta nell’incertezza: alcuni

hanno pensato a una derivazione centro-europea introdotta dai Vandali, il che è da

escludere data la breve durata del loro dominio, mentre altri come il Le Lannou

le considerano creazione originale delle comunità rurali in rapporto con la necessità

di difesa dei campi coltivati dai pastori barbaricini erranti e transumanti con le

loro greggi essendo : « la rotazione obbligatoria delle colture il solo mezzo di opporre

la forza collettiva del villaggio alle minacce incombenti dell’allevamento nomade ».

Si tratta però di una spiegazione alquanto semplicistica che trascura altri elementi di

carattere storico-economico indubbiamente esistenti che esamineremo più oltre.

Il territorio di ogni villaggio essendo porzione о scolcatura del logu, si chiamava

scalca e vi soprintendeva il majore de scalca, che regolava i paberiles e ne disponeva

la sorveglianza. Perciò col nome di scalca s’intendeva pure una guardia armata

a difesa delle colture.

L ’economia dei Giudicati era dunque basata sull’agricoltura e sulla pastorizia,

cui si affiancava un artigianato locale, che assicuravano ad ogni villa l’autosufficienza,

pur essendo praticate con criteri primitivi.

Ma le condizioni economiche e culturali dell’isola subirono nel XII secolo una

notevole evoluzione in conseguenza degl’intensi rapporti stabilitisi con Pisa e con

Genova e che furono sia di natura commerciale, sia di carattere politico e militare.

Infatti Pisa e Genova svilupparono prima regolari relazioni commerciali basate sull’acquisto

dei prodotti dell’isola (sale, grano, cuoio, bestiame, formaggio, metalli)

e sulla possibilità di vendita dei loro manufatti agli isolani. I traffici sempre più

intensi portarono Pisani e Genovesi ad una penetrazione pacifica che si trasformò

progressivamente in dominio politico. Purtroppo, però, le due repubbliche entrarono

ben presto in contrasto per la supremazia sulla regione e si sviluppò così

una lunga e sanguinosa serie di lotte accanite che portò i Giudicati a combattersi

l’uno con l’altro, in contrasto о in favore di questa о quella delle due repubbliche

anche per l’imparentamento degli ultimi Giudici con signori d’oltremare e

• Le Regioni d'Italia - Sardegna.

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49


Fronte della Chiesa di

Sant’Antioco di Bisarcio

(XII secolo) cattedrale

dell’antica diocesi.

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Fot. Ciganovic

l’accesso di questi al Giudicato. Le formazioni autonomistiche dell’isola, troppo

deboli e con struttura sociale, politica e militare relativamente fragile, non resistettero

di fronte alle più agguerrite e sperimentate organizzazioni pisana e genovese.

Il Giudicato che perdette per primo la sua indipendenza fu quello di Gallura,

che cadde presto sotto l’influenza — e dal 1205 sotto il dominio — di Pisa, nella

persona dei Visconti. Lo seguì il Giudicato di Cagliari, che rimase anch’esso nelle

mani della città toscana dopo durissime lotte con la rivale genovese, battuta definitivamente

nel 1258 a Santa Igia, nei pressi di Cagliari: Pisa occupava così il capoluogo

che venne fortificato con torri poderose, e le tre famiglie pisane dei Donoratico, dei


Visconti e dei Capraia si divisero il territorio del Giudicato. Fu poi la volta del

Logudoro che subì alternativamente l’influenza dei Pisani e dei Genovesi finché,

nella seconda metà del XIII secolo dopo la battaglia della Meloria, rimase nelle

mani delle famiglie Doria, Malaspina e Spinola che si divisero il Giudicato tranne la

città di Sassari, resasi fin dal 1236 indipendente dai Giudici e costituitasi a libero

Comune come Alghero e Bosa sotto l’influenza di Genova. Il Giudicato di Arboréa,

economicamente e politicamente più saldo, resistette più a lungo, ma ebbe

anch’esso vicende travagliate e fasi alterne con prevalenza prima dei Genovesi che

appoggiarono il nobile ma sterile tentativo di unità nazionale concepito dal Giudice

Barisene, incoronato re di Sardegna dall’Imperatore Federico Barbarossa (io agosto

1164). Prevalsero poi i Pisani che nella prima metà del XIII secolo poterono vedere

sul trono giudicale Guglielmo da Capraia e che ebbero poi favorevoli i Giudici a

lui succeduti fino ad Ugone e alla conquista aragonese. Gosì nella seconda metà del

XIII secolo, Pisa ebbe influenza politica ed economica e in parte dominio diretto

(Cagliari, Gallura) su quasi tutta l’isola attraverso i suoi « re cittadini ».

Ciò spiega il fatto che la complessa opera economica e civile svolta durante tre

secoli dalle due repubbliche marinare e che influenzò poderosamente tutta la civiltà

medievale sarda, prese soprattutto da Pisa il suo indirizzo e la sua forza. Il Comune

toscano, pur badando ai propri interessi, non fece dell’isola un luogo di

depredazione, come accadrà invece durante la dominazione spagnola-aragonese.

L ’agricoltura venne vivificata, organizzate alcune industrie e specialmente quella

mineraria e quella saliniera, ripresi e sviluppati assai i rapporti commerciali e

culturali col continente. La ripristinata sicurezza dei mari e delle coste per merito

delle flotte pisane e liguri determinò la ripresa dei traffici marittimi e quindi il

rifiorimento dei porti e delle città rivierasche, frequentate da navi di svariati paesi

italiani e stranieri, come Marsiglia e Barcellona; risorse il porto di Cagliari e presero

sviluppo i suoi sobborghi, fu riattivato quello di Torres, sorse Terranova dalle

rovine di Olbia-Pausania, Bosa fu edificata in nuova posizione. L ’importanza

assunta dall’industria estrattiva fece sorgere e affermarsi nella regione mineraria il

borgo di Villa di Chiesa (spagnolizzata poi in Iglesias) che dette il suo nome al

famoso « Breve di Villa di Chiesa » raccolta di leggi che regolavano sapientemente

l’attività mineraria e la vita della cittadina durante il periodo pisano.

D ’altra parte, un nuovo soffio di fervore religioso e un certo progresso culturale si

verificò con l’insediamento delle numerose comunità di monaci benedettini: Cassinesi,

Vallombrosiani, Camaldolesi, Cistercensi molti dei quali chiamati dagli stessi Giudici

— a cominciare da Barisene del Logudoro nel 1063. Essi fecero risorgere e sviluppare

i vecchi monasteri greci e ne fondarono di nuovi, tra cui famosi quello di

Santa Maria di Tergu, il più illustre tra quelli dei monaci di Montecassino, quello

della SS. Trinità di Saccàrgia, centro dell’ordine camaldolese in Sardegna, e di

Santa Maria di Bonàrcado, pure dei Camaldolesi. In molti monasteri i Benedettini

innalzarono belle chiese per la cui costruzione chiamarono artefici toscani, che presero

a modello le chiese di Pisa, di Lucca, di Pistoia, contribuendo così potente-

51


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. .¿к.

Finestra aragonese ad Atzara.

Fot. Stefani


mente al risveglio dell’arte, e dissodarono terre incolte facendo progredire assai

l’agricoltura. I monasteri divennero così centri di lavoro assiduo, vere colonie agricole

che attraevano molte famiglie non solo di servi e di affiliati ma anche di liberi

e si formarono così intorno ad essi quei nuclei di dimore che talvolta scomparvero

con l’abbandono delle case religiose ma che spesso, ampliandosi e consolidandosi,

diedero origine a molti degli attuali villaggi, come Monastìr, che anche nel nome

indica la presenza dell’antieo monastero camaldolese. Purtroppo l’attività dei Benedettini

venne meno per cause politiche ed economiche nel secolo XIV e finì così la

loro ammirevole opera testimoniata ancor oggi dalle belle chiese romaniche sorgenti

come per miracolo in regioni spesso selvagge e solitarie.

I contrasti sviluppatisi fra i Giudicati e le fazioni imperversanti fecero sorgere

a difesa dei confini giudicali e degli interessi pisani e genovesi, numerosi e poderosi

castelli (circa 8o), vere fortezze aventi funzione esclusivamente militare che appare

considerando oltre alla loro ubicazione in luoghi naturalmente forti, anche la loro distribuzione

atta a costituire dei sistemi strategici sui litorali più accessibili e in corrispondenza

dei più salienti lineamenti oro-idrografici. Molti di questi castelli esercitarono

un notevole richiamo sulla popolazione dei dintorni e dettero origine così

a villaggi nuovi. Ricordiamo lungo le coste: il castello di Serravalle, ai cui piedi si è

raccolta la moderna Bosa, Castelgenovese edificato dai Doria e che ha dato origine

a Castel Sardo, il castello di Alghero pure dei Doria, il castello della Fava intorno a

cui è sorta Posada; e nell’interno il castello di Monteleone Rocca Doria, il castello

di Ósilo, il castello del Gocéano о di Burgos, il castello di Galtelli e quelli di

Las Plassas о di Marmilla, di Villasor, di Monreale, di Domusnovas e molti altri.

In definitiva si deve dire che le travagliate vicende del periodo giudicale non danneggiarono

l’economia dell’isola e incisero in modo relativamente modesto sulla sua

popolazione, che nella prima metà del XIV secolo, secondo una valutazione pisanoaragonese,

contava 340.000 ab., raccolti nelle città costiere, in varie grosse borgate

agricole e commerciali e in parecchie centinaia di piccoli e medi villaggi rurali, specialmente

fitti nel Sulcis, nei Campidani, nella Marmilla, nella Trexenta, nel Logudoro

e perfino nella Nurra.

La conquista aragonese e il dominio spagnolo.

Verso la fine del XIII secolo l’aggravarsi delle lotte tra i Giudicati e le contese

tra Pisa e Genova, nonché ragioni di politica generale, indussero il pontefice Bonifacio

V ili a concedere in feudo la Sardegna, considerata possesso della Chiesa, al re

d’Aragona Giacomo II, che fu investito del Regnum Sardiniae et Corsicae nel 1297.

Dovevano peraltro passare trent’anni prima che i Catalano-Aragonesi prendessero possesso

dell’isola, dopo un’accurata preparazione politica che assicurò loro l’appoggio

sia dei Genovesi che del Giudice di Arborea Ugone IL Sbarcata Г 11 giugno 1323 nel

53


Fot. Ciganovic

A sinistra: Portale gotico catalano della Cattedrale di Alghero.

A destra: Monumento alla Giudicessa Eleonora d’Arboréa ad Oristano.

^ Fot. Sef


La Torre pisana di

San Pancrazio (XIV secolo)

a Cagliari.

Fot. Stefani

Golfo di Palmas, l’armata aragonese conquistava Iglesias e l’anno dopo Cagliari, dove

si concludeva la prima fase della guerra alla quale seguì l’occupazione graduale del

paese. L ’isola prese il titolo di Regno di Sardegna e fu governata da un viceré

aragonese con autorità quasi assoluta affiancato da due governatori, uno per il

Capo di Cagliari e Gallura residente a Cagliari e l’altro per il Capo del Logudoro

e Gallura, residente a Sassari, in cui l’isola fu divisa dal 1357.

55


Scomparvero le autonomie e gli istituti comunali introdotti da Pisa a Iglesias

e da Genova a Sassari e fu introdotto un sistema feudale che doveva durare ben

cinque secoli e che fu tanto più dannoso in quanto creato a favore di elementi

estranei aragonesi, valenziani, catalani, mentre i Sardi, già abituati all’autonomia,

vennero praticamente estromessi dalle cariche pubbliche cittadine e governative e

oppressi da tributi e prestazioni. Tutto ciò dette ben presto origine a sollevazioni

e a rivolte contro i nuovi dominatori anche da parte di quelle popolazioni che in un

primo tempo erano state favorevoli agli Aragonesi.

Sassari, già Comune, insorse per prima ed ebbe a subire violente repressioni nel

1324, nel 1325 e ancora nel 1329. Poi i Doria, padroni di Alghero e Castelgenovese,

inflissero nel 1347 una disfatta agli Aragonesi ma vennero successivamente vinti,

malgrado l’aiuto dei Genovesi e scacciati dall’isola: cosi nel 1354 Alghero, sgombrato

con la forza dalla popolazione indigena venne ripopolato con elementi catalani che

costituirono una colonia etnica rimasta compatta e distinta fino ad epoca attuale.

Con maggiori forze e ben più a lungo contrastarono gli Aragonesi i Giudici di

Arboréa che, inizialmente favorevoli agli Iberici, finirono poi col ribellarsi al dominio

straniero, dando inizio, verso il 1350 a quella guerra che doveva durare con alterne

vicende per sessant’anni e che fece gli Aragonesi più volte pentiti di « non aver

lasciato la Sardegna ai Sardi ».

Infatti fu solo nel 1410 che, estintasi nel 1404 con la morte della leggendaria Giudicessa

Eleonora d’Arboréa la dinastia dei Giudici arborensi, il nuovo Giudice

Leonardo Cubello rinunciò all’indipendenza ed accettò in feudo l’Arborea col

nuovo nome di Marchesato di Oristano.

Ma i germi della ribellione non cessarono completamente; a nord la rinnovata

resistenza dei Doria venne fiaccata nel 1448 con l’espugnazione di Castelgenovese

che si chiamerà poi Castell’Aragonese e infine Castel Sardo, mentre nell’Arboréa la

riscossa tentata da Leonardo Alagón si concludeva solo nel 1478 con la sfortunata

battaglia di Macomér che segnò l’assoggettamento definitivo di tutta la Sardegna

ai conquistatori dopo un secolo e mezzo di resistenza valorosa. Con la successiva

unificazione dei due regni iberici avvenuta nel 1479 la Sardegna divenne suddita

della Spagna e tale rimase fino al 1720 quando passò ai Duchi di Savoia. «Da allora

l’isola, assai importante per i re aragonesi, non fu che un trascurabile cantuccio nell’impero

spagnolo ove non tramontava il sole ».

Lu, quello aragonese-spagnolo, un lungo periodo di decadenza e di mortificazione

che impedì con l’esoso e avvilente dominio feudale lo sviluppo delle energie intellettuali

e materiali dell’isola.

Si pensi che la Sardegna fu divisa in 376 feudi, di cui 188 appartenevano a signori

che abitavano in Spagna e che avevano sul luogo amministratori chiamati podatari,

mentre l’altra metà era di feudatari residenti nell’isola, ma di origine spagnola, meno

32 intestati al re.

Lurono, è vero, istituiti fino dal 1355 i Parlamenti о Corti formati da tre bracci

о stamenti — militare, ecclesiastico, reale — rappresentanti rispettivamente i feuda-

56


Fot. Sef

La Torre costiera di Santa Teresa di Gallura,

una delle tanti torri di vedetta cinquecentesche fatte costruire

da Filippo II a difesa delle coste dalle scorrerie barbaresche.

tari, l’alto clero e i sindaci delle città e ville, ma essi non permettevano ai Sardi di

avere una propria voce e si riunivano solo ogni dieci anni.

Le città sarde conservarono nominalmente i propri statuti e ad alcune furono

estesi i previlegi di Barcellona, ma i Sardi furono sempre messi da parte tanto che a

Cagliari, capitale dell’isola e sede del governo, era ad essi vietato, pena la vita, di

pernottare nel castello. Fuori delle città di Cagliari, Sassari, Iglesias ed Alghero, la

popolazione vassalla dei feudi era retta dalla Carta de Logu promulgata da Eleonora

per l’Arboréa, estesa nel 1421 a tutta l’isola e divenuta così vera legge nazionale dei

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Fortilizio settecentesco di Sant’Antioco

poggiante su costruzioni fenicio-puniche.

Fot. Sef

Sardi che dette loro coscienza unitaria. Ma al di sopra della Carta de Logu stava la

legge catalana prima e quella spagnola dopo e la giustizia era appannaggio dei feudatari.

Così la Sardegna, amministrata da funzionari ligi al potere centrale, divenne

vittima della strapotenza dei feudatari stranieri, campo di sfruttamento da parte dei

conquistatori e fu sconvolta per lunghi periodi dalle guerre e guerriglie che ne

impegnarono tutte le risorse. Il perpetuarsi di queste tristi condizioni è anche da

attribuire alla mancanza d’una classe intermedia, borghese, che sorgerà solo molto

più tardi.

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Peraltro il dominio spagnolo-aragonese non fu la sola causa della rapida e grave

decadenza dell’isola nel XIV e nel XV secolo. Una ripresa della malaria che fece

rifuggire le pianure, le frequenti carestie, le gravi e micidiali pestilenze che a più

riprese — nel 1404, 1477, 1529, 1582 e soprattutto nel 1652 e 1655 — mieterono

decine di migliaia di vittime, il banditismo dilagante e l’atroce consuetudine delle

vendette {s’arrivalia) contribuirono a provocare quel disastroso spopolamento che

ha gravato, si può dire, fino ai giorni nostri sulle sorti del paese.

La popolazione che all’inizio del dominio aragonese constava di circa 340.000 abitanti,

si ridusse nel 1483 (primo censimento aragonese) ad appena 150.000, la cifra

più bassa che si conosca lungo tutta la storia dell’isola, per poi riprendere a salire

alla fine del XVII secolo a 270.000 abitanti.

In conseguenza di ciò, durante tre secoli e specialmente nel 1300 e nel 1400,

scomparve un gran numero di centri abitati, valutato dal Loddo-Canepa a 305 tra

ville e villaggi, pari alla metà del totale iniziale; cifra questa impressionante, anche

se la maggior parte dei centri scomparsi erano di piccola entità. E naturalmente si

ridusse anche il numero delle diocesi che passò da 18, quanto era nel XV secolo a

8 soltanto. Si aggiunga che, per la rilassata sorveglianza dei mari, a partire dal ’400

ripresero con rinnovato vigore le scorrerie saracene, che continuarono per secoli

malgrado le due spedizioni di Carlo V, e che tormentarono con stragi, deportazioni

e distruzioni tutti i litorali sardi provocandone lo spopolamento. Ad esse si aggiunsero

le incursioni delle squadre navali francesi, durante la guerra dei trent’anni.

Solo sotto il regno di Filippo II, verso la fine del ’500, fu organizzata una valida difesa

mediante la costruzione di un sistema di torri litoranee — una sessantina in tutto —

esistenti ancor oggi, che permisero l’avvistamento delle navi e la prima resistenza

alle turbe nemiche sbarcate.

Tutto ciò fu causa di profonde modificazioni nella distribuzione della popolazione

e quindi nel paesaggio geografico, soprattutto in quelle parti che in epoca

romana erano più popolate: le regioni periferiche, i Campidani e le fertili conche

della Marmilla e della Trexenta. Qui al decentramento rustico di origine romana

subentra un accentramento totale della popolazione in grossi borghi radi formati

da agglomerati chiusi di case a stretto contatto e costruiti secondo un piano in cui è

evidente la preoccupazione della difesa, mentre le campagne restano deserte e tali

rimarranno in gran parte fino ad epoca attuale. D ’altra parte, oltre alla distribuzione

pianimetrica cambiò pure quella altimetrica della popolazione in quanto molti villaggi

posti alle falde dei rilievi si spostarono sui ripiani soprastanti, più sani e meglio

difendibili.

In misura non minore della popolazione intristì l’economia, basata sulla pastorizia

e su un’agricoltura primitiva, mentre mancavano le industrie e i traffici languivano

per la povertà del paese e la mancanza di strade e di pubblici servizi. Prese

importanza, invece, l’artigianato, che dal principio del ’500 fu organizzato in gremì

о corporazioni di arti e mestieri di tipo iberico. Tutte le attività erano controllate

e monopolizzate per ogni loro aspetto redditizio da società о mercanti iberici, nelle

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cui mani erano sia le esportazioni, costituite come nell’epoca precedente dai prodotti

dell’agricoltura e della pastorizia, dal sale e dai minerali, sia le importazioni

consistenti soprattutto in generi di prima necessità e in tessuti. In definitiva circa

metà del reddito dei feudi andava a finire in Spagna e una buona parte andava a

beneficio della Chiesa.

Col XVII secolo la situazione generale migliora alquanto per alcune provvidenze

prese da Filippo III e Filippo IV (riordinamento dell’amministrazione, provvedimenti

per incoraggiare l’agricoltura, istituzione dei Monti granatici di credito, fondazione

delle due Università di Cagliari e Sassari). Tale relativo miglioramento determinò

una certa ripresa demografica, sicché alla fine del XVIII secolo la popolazione

dell’isola salì a quasi 300.000 anime.

Inoltre sul finire del ’600, la relativa, prolungata tranquillità della regione favorì

l’inizio di un moto di colonizzazione spontanea consistente sia nel ripopolamento

di vari centri abbandonati nei secoli precedenti, specialmente nei Campidani, nel

Capoterra e nel Sulcis, sia soprattutto nel trasferimento di pastori in corrispondenza

dei pascoli da loro frequentati e più raramente di agricoltori con un conseguente

sia pur rado popolamento di varie regioni periferiche: cominciarono così a sorgere

nella Nurra i cuili (covili), in Gallura gli stazzi che presero anche funzione agricola,

nel Sàrrabus i bacciles (vaccherie) e nel Sulcis i medaus (cui fanno riscontro i

metati del continente) questi per opera dei pastori barbaricini ivi transumanti.

Sempre nel Sulcis ebbero origine, a partire dalla seconda metà del ’700 casette rurali

sparse chiamate furriadroxius, nel significato di rifugi campestri.

Tuttavia ormai il dominio spagnolo volge al tramonto, ostacolato anche dal

progressivo risveglio della coscienza politica dei Sardi, sollecitata dall’opera di

nobili ingegni come quelli degli storici G. F. Fara (1543-1591) che scrisse anche la

prima Chorographia Sardiniae, Sigismondo Arquer e Giorgio Aleo; dei giuristi

Olives, Vico, Niccolò Pilo e Pietro Quesada e di alcuni scrittori e poeti.

Il periodo sabaudo fino alPUnità d’Italia.

Dopo la guerra di successione spagnola, la Sardegna, col trattato di Rastadt

(1714) passa agli Absburgo che poco dopo, per effetto del trattato di Londra del 1718,

la cedono ai Savoia in cambio della Sicilia. Così il giorno 8 agosto 1720 il primo Viceré

piemontese prese possesso dell’isola e i Duchi di Savoia assunsero il titolo di re di

Sardegna, che conservarono fino all’unificazione d’Italia.

Per quanto una clausola del trattato di cessione disponesse di lasciare pressoché

inalterate le istituzioni, l’apparato governativo (basato su una Reale udienza divisa

in tre Camere) nonché i privilegi aragonesi, Vittorio Amedeo II riordinò l’amministrazione

limitando le prerogative del Viceré, attese alla pacificazione interna e soprattutto

dispose lo studio delle condizioni locali e dei problemi isolani, indispen­

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sabile per predisporre un piano organico di riforme atto a promuovere il rifiorimento

dell’economia e delle condizioni di vita.

Passò così un decennio di preparazione, dopo il quale il successore di Vittorio

Amedeo, Carlo Emanuele III, durante il suo lungo regno (1730-1773) sviluppò

un denso programma di riforme rivolto alla rigenerazione dell’isola. In un primo

tempo si provvide alla lotta contro il banditismo, alla riorganizzazione del servizio

postale, ai primi provvedimenti per la tutela sanitaria e per l’agricoltura. In un

secondo momento l’azione riformatrice si intensificò per merito di G. Battista Bogino,

ministro per la Sardegna dal 1750 al 1773, che fu il primo governante a riconoscere

che i mali di cui soffriva l’isola erano da attribuire più alla trascuratezza dei passati

governi che alla natura degli abitanti. Perciò egli promosse una serie di leggi che

incisero assai sui vecchi istituti e ne introdussero di nuovi. Sono da ricordare: le

provvidenze cospicue per l’agricoltura, tra cui la ripresa e lo sviluppo dei Monti

frumentari о granatici per il prestito ai contadini del grano da semina ; la disciplina

dell’amministrazione della giustizia e delle amministrazioni cittadine e comunali;

l’incremento allo sfruttamento razionale delle saline; l’organizzazione dell’istruzione

pubblica — anche per la diffusione della lingua italiana in sostituzione dello spagnolo

ancora prevalente — e la riapertura delle due Università; l’abolizione del

cumulo delle prebende ecclesiastiche e la repressione del banditismo.

L ’opera di miglioramento delle condizioni dell’isola continuò anche sotto il

regno di Amedeo III (1773-1796) per merito dei Viceré — tra cui assai attivo il

Thaon di Sant’Andrea — e portò tra l’altro alla costituzione dei Monti nummari, per

il credito a basso interesse agli agricoltori, a disposizioni severe per la tutela del

bestiame e dei pastori, alla costituzione di un fondo per i lavori stradali, diretto da

un’apposita « Giunta di ponti e strade », al miglior sfruttamento delle miniere.

L ’economia dell’isola ne fu rinfrancata e si verificò un ulteriore aumento della

popolazione, che nel 1782 era di 436.000 anime.

Particolare interesse dal punto di vista geografico ebbe il piano di colonizzazione

guidata verso località periferiche ove si formarono nuovi centri abitati con elementi

in gran parte continentali: se alcuni di questi tentativi fallirono, altri fecero buona

riuscita e tra questi sono da ricordare la fondazione di Carloforte (1737) nell’isola di

San Pietro da parte di una colonia ligure proveniente dall’isola di Tabarca, quella

di Calasetta (1770) nell’isola di Sant’Antioco ad opera di un gruppo di Piemontesi,

quella di Domus de Maria, quella della Maddalena (1767) con elementi continentali

e più tardi quella di Santa Teresa di Gallura (1808) per ripopolamento dell’antico

centro di Longonsardo.

Tuttavia il nucleo essenziale dei vecchi istituti rimaneva, anacronistico e opprimente,

sicché si spiega il malcontento crescente che serpeggiava soprattutto nelle

due città maggiori e che esplose in tutta l’isola dopo che i Sardi ebbero valorosamente

ricacciato nel 1793 un tentativo di invasione francese e dopo che il governo piemontese

ebbe respinto le loro richieste tendenti a ottenere tra l’altro, come ricompensa,

la riapertura dei loro Parlamenti e l’esclusiva degli impieghi a elementi sardi. Al

61


ifiuto di Torino i funzionari piemontesi vennero scacciati dall’isola (1794) e le cose

furono complicate dalle insurrezioni scoppiate tra i rurali del Logudoro e del centro

miranti all’abolizione dei pesanti tributi feudali e da contrasti tra Cagliari e Sassari

che rinfocolarono antiche rivalità. Il tentativo di rovesciare gli ordinamenti feudali,

partito da Sassari e guidato dal giudice Giovanni Maria Angioi fallì miseramente

(1795), ma le precedenti richieste dei Sardi vennero finalmente accolte.

La liberalità con cui la Sardegna accolse per circa quindici anni (1799-1814) la

Casa di Savoia che aveva dovuto abbandonare il Piemonte durante la bufera napoleonica,

procurò più tardi all’isola la comprensione e l’interessamento dei re sabaudi.

Intanto era sorta nel 1 804 la « Reale Società Agraria ed Economica » di Cagliari

allo scopo di studiare i problemi economici e demografici dell’isola e di promuovere

iniziative sia nel campo agricolo-pastorale che in quello delle manifatture e del

commercio. Le proposte che la Società avanzò, anche in base ad una inchiesta sull’entità

e la distribuzione delle colture, furono poste in atto soprattutto dal re Carlo

Felice (1821-1831) che prese una serie di provvedimenti per il miglioramento dell’agricoltura

tra cui l’editto degli olivi, che favorì la piantagione e l’innesto degli olivastri,

e soprattutto l’editto delle chiudende (1821) che mirava a costituire la proprietà

privata mediante la recinzione di terreni, facenti parte in precedenza di

proprietà collettive, e a proteggere i campi coltivati dalla pastorizia nomade. Tale

scopo, peraltro, fu raggiunto solo parzialmente e provocò contrasti seri tra pastori

e agricoltori. Comunque le recinzioni dei campi coltivati fecero intersecare da muri

e muretti colli e pianure, ove sorsero così le tancas che impressero una nota nuova

al paesaggio di vasti tratti dell’isola. Fu disposta inoltre la riforma della legislazione

alla luce dei princìpi moderni con la promulgazione del Codice Feliciano (1827), lo

sviluppo delle scuole primarie e secondarie, la ricostituzione delle compagnie barracellari

per la sorveglianza delle proprietà rurali.

Altro grande merito di Carlo Felice fu il radicale miglioramento delle vie di

comunicazione con la costruzione della grande strada assiale sarda da Cagliari a

Porto Torres, che porta anche oggi il suo nome. È infine da ricordare la spedizione

che egli condusse contro il Bey di Tripoli (1825) ß che pose termine alle incursioni

dei Barbareschi che avevano travagliato per secoli le coste sarde.

Ma solo durante il regno di Carlo Alberto (1831-1848) fu impostata e risolta la

riforma fondamentale e ormai indifferibile: quella dell’abolizione dei feudi, che fu

realizzata progressivamente tra il 1836 e il 1844 col riscatto delle terre feudali e col

loro passaggio ai Comuni e a privati. Spariva così dopo oltre cinque secoli il regime

feudale che tanto dànno aveva causato all’isola, e si poteva sviluppare la proprietà

privata in sostituzione di quella collettiva, che aveva dominato l’economia sarda ed

era stata una delle principali cause del suo attardamento. Le leggi eversive della

feudalità determinarono il rifiorimento dell’agricoltura con modificazioni profonde

del paesaggio agrario e causarono anche il passaggio al Demanio dei beni ademprivili

о ademprivi (dal catalano adempreus), cioè dei terreni soggetti a godimento

comune, la cui abolizione nel 1865 doveva sollevare lunghe controvèrsie.

62


ì

Il periodo albertino è da segnalare per altri due fatti importanti: l’istituzione a

partire dal 1835 di migliori servizi postali regolari con il continente (linee Cagliari-

Genova e Porto Torres-Genova) che cominciarono a rompere la secolare segregazione

dell’isola e soprattutto la spontanea rinuncia dei Sardi all’autonomia che provocò

nel 1848 l’annessione della Sardegna al Piemonte con piena parità di diritti

con gli Stati continentali. Per effetto di questo atto con cui può dirsi che la Sardegna

« abbia preceduto nei plebisciti tutte le altre regioni italiane » finiva il secolare Regnum

Sardiniae con relativa soppressione del regime viceregio e delle vecchie magistrature

e l’estensione all’isola dello Statuto albertino.

Gon le molte provvidenze prese da Carlo Felice e Carlo Alberto e il riordinamento

giudiziario e tributario verificatosi dopo il 1848, la Sardegna si poteva considerare

uscita dal tradizionale abbandono, anche se un certo stato di crisi segui il

passaggio dal regime feudale a quello democratico e liberale. Migliorarono anche le

condizioni di vita della popolazione, con conseguente aumento di essa che nel 1848

contava 547.000 ab., saliti nel 1871 a 588.000, malgrado l’epidemia di colera

del 1854-55.

Nella prima metà del secolo XIX si verificò una vivace e intensa ripresa degli

studi che fecero progredire assai la conoscenza dell’isola, sia dal punto di vista fisico

che da quello umano e storico. Primeggiano la già citata opera geografica e geologica

del generale La Marmora, che rivelò la Sardegna all’Europa, e quella pressoché

contemporanea del padre Vittorio Angius (1797-1862) che descrisse minutamente

le condizioni della regione e di tutti i suoi Comuni nel Dizionario geografico storicostatistico-commerciale

degli Stati di S. M. il Re di Sardegna (Torino 1833-56).

In campo storico spiccano le figure di Giuseppe Manno, autore della prima storia

organica della Sardegna, di Giovanni Spano, fondatore dell’archeologia sarda, di

Giovanni Siotto-Pintor, autore di una storia civile dei popoli sardi e di una storia

letteraria di Sardegna, e di Pasquale Tola, autore del Codex diplomaticus, prima

fondamentale raccolta di documenti sulla storia isolana.

Dall’ Unità d’ Italia all’autonomia.

Compiuta l’Unità nazionale, il Governo prese in attenta considerazione numerosi

problemi dell’isola rimasti insoluti, provvedendo alle necessità più urgenti e

primo di tutti a quello delle comunicazioni. Si dette mano subito all’apertura di una

serie di altre strade e fu decretata già nel 1863 la costruzione di una rete ferroviaria

statale che fu attuata tra il 1871 e il 1883, cui si aggiunsero le ferrovie complementari

costruite per la massima parte fra il 1886 e il 1894, ma con percorsi lunghi e tortuosi

più del necessario a causa del sistema delle indennità chilometriche alle ditte costruttrici.

Purtroppo però la costruzione delle ferrovie provocò la distruzione di molti

tra i più bei boschi, ceduti alla società costruttrice delle linee.


L ’entrata in Cagliari della reale Famiglia di Savoia nel 1793

in un disegno del Duca d’Aosta.

Si provvide anche all’incremento delle industrie estrattive, specie per merito di

Quintino Sella, che condusse appunto un’inchiesta parlamentare sulle miniere.

Rimanevano però insoluti altri gravi problemi riguardanti l’agricoltura, la pastorizia,

le strade vicinali, l’igiene, l’analfabetismo, il reperimento dei capitali, sicché

si andò diffondendo un disagio economico e un malcontento che portò a disordini

e fece delineare la cosiddetta « questione sarda ».

Dopo la prima guerra mondiale, che vide i Sardi combattere valorosamente sui

campi di battaglia per il compimento dell’unificazione italiana si ebbe, in verità, un

notevole fervore di opere pubbliche rivolte anzitutto alla esecuzione di bonifiche

sia idrauliche che agrarie anche per combattere il flagello della malaria, e che si svolsero

a partire dal 1925 per gran parte nel Campidano di Oristano (bonifica di

Arboréa) ma anche nella Nurra e in altre zone dell’isola con insediamento di molti

coloni continentali e formazione di alcuni centri nuovi. Ma riguardarono pure la regolamentazione

dei corsi d’acqua e la costruzione di imponenti laghi artificiali (del

Tirso e del Coghinas) per produzione di energia elettrica necessaria per Г illuminazione,

per lo sviluppo delle industrie ed anche per irrigazione. E ancora si attese

alla costruzione di molte opere stradali, di acquedotti, di edifici pubblici, di porti

e si incrementarono assai le industrie specialmente quella estrattiva, valorizzando in

modo particolare il bacino carbonifero del Sulcis, ove sorse nel 1938 la nuova cittadina

mineraria di Carbonia.

64


1

Queste vaste e importanti provvidenze dettero ottimi frutti, che si ridessero

sull’incremento demografico sicché la popolazione che nel 1921 contava 859.000

anime, raggiunse e superò nel 1936 il milione di abitanti (1.004.000).

L ’opera così bene iniziata fu interrotta dalla seconda guerra mondiale che impedì

lo sviluppo e l’intensificazione del programma iniziato e causò anzi distruzioni in

varie parti dell’isola e soprattutto a Cagliari.

Sebbene la liberazione sia avvenuta senza lotte e in anticipo rispetto alle altre

regioni italiane, il che ha permesso una ripresa relativamente rapida e una sollecita

ricostruzione, l’esistenza dei problemi economici e sociali rimasti in sospeso favorì

nel periodo postbellico la ripresa e il rafforzamento delle aspirazioni autonomistiche,

del resto mai sopite in un settore del mondo sardo e ritenute il mezzo più idoneo

a risolvere rapidamente i mali che ancora affliggevano l’isola. Tali aspirazioni venivano

accolte dall’Assemblea Costituente che accordava all’isola con la legge del

26 febbraio 1948 l’autonomia: la Sardegna veniva così riconosciuta Regione autonoma

a Statuto speciale nell’ambito della Repubblica italiana e fin dal maggio dello stesso

anno cominciarono a funzionare e a legiferare gli organi regionali e cioè il Consiglio

regionale, la Giunta regionale e il suo Presidente, che è Presidente della Regione.

Pressappoco nella stessa epoca, e precisamente nel biennio 1948-1949, un altro

importante evento si compiva: la campagna antianofelica svolta dalla Fondazione

Rockefeller e continuata dalla Regione, che ha portato alla eradicazione della malaria,

completamente scomparsa dopo oltre duemila anni durante i quali con fasi

di varia intensità ha costituito una delle maggiori cause dell’attardamento dell’isola

e di immiserimento della sua popolazione.

Nonostante l’aumento della mortalità del periodo bellico e postbellico, anche

per il forzato abbandono delle opere di bonifica, la popolazione della Sardegna era

salita nel 1951 a 1.269.000 ab. e quel che più conta aveva subito importanti modificazioni

nella sua distribuzione in quanto, con la progressiva diminuzione della

malaria e la bonifica di molte pianure costiere, aveva dato inizio a quel ripopolamento

della fascia litoranea che ha prodotto le più recenti modificazioni del paesaggio.

Successivamente il Governo, nel quadro della redenzione del Mezzogiorno e delle

isole, disponeva a favore della Sardegna un vasto piano da realizzarsi mediante l’intervento

della « Cassa per il Mezzogiorno » per l’opera di bonifica e per quanto

attiene all’agricoltura, con la riforma agraria svolta in particolare per la Sardegna

dall’Ente per la trasformazione fondiaria in Sardegna (ETFAS). Tale poderosa

azione statale si è rivolta in un secondo tempo anche all’attività industriale ed ha

portato già frutti cospicui col rifiorimento di varie parti della regione e con la realizzazione

di opere colossali che descriveremo a suo tempo. Essa è ora affiancata

da un altro intervento, per cui lo Stato ha già assicurato il finanziamento e la Regione

fissato le linee di sviluppo : il cosiddetto Piano di rinascita, cioè « un piano organico

per favorire una rinascita economica e sociale dell’isola » previsto dallo Statuto

regionale e applicato a regioni economicamente omogenee per il loro armonico e

coordinato sviluppo.

!

5 — Le Regioni d ’Italia ~ Sardegna.

65


Il miglioramento delle condizioni di vita ha provocato un ulteriore aumento dell’incremento

demografico, sicché negli ultimi anni la popolazione ha superato il

milione e mezzo di abitanti e quel che più conta si è verificata un’intensificazione e

una diversificazione delle attività economiche, che sono in corso di rapida evoluzione.

Si aprono così alla Sardegna, dopo secoli di abbandono e di trascuratezza prospettive

nuove che saranno senza dubbio tradotte in realtà se, al poderoso sforzo

finanziario in atto da parte della Nazione, si affiancherà la volontà concorde dei Sardi

e la loro perseveranza nel proposito di attuare il processo di sviluppo progettato che

porterà l’isola ad allinearsi, anche dal punto di vista economico, con le altre regioni

meglio progredite d’Italia.

66


C apitolo T erzo

STRUTTU RA, COSTE E MARI D E LLA SARDEGNA

Le vicende geologiche.

La Sardegna è una terra antichissima, contenente anzi la zolla più antica d’Italia,

riunita un tempo al massiccio continentale europeo di cui formava forse una penisola

sporgente in un mare assai più vasto del Mediterraneo attuale. Il parossisma dell’orogenesi

alpina che fece sorgere le grandi catene a pieghe circummediterranee,

scompaginò e fratturò la parte meridionale del massiccio europeo di cui così vennero

isolati frammenti di varia grandezza: uno di questi frammenti è appunto l’attuale

massiccio sardo-corso, che porta nei suoi lineamenti i segni profondi dei rivolgimenti

verificatisi nel corso dei tempi geologici.

La Sardegna è formata dunque per gran parte da rocce risalenti all’era paleozoica

e soprattutto ai periodi Cambrico e Silúrico. I terreni cambrici hanno costituito

il primo nucleo di terra emersa dal mare paleozoico e si trovano nella parte sud-occidentale

cioè neiriglesiente e nel Sulcis. Ne fanno parte rocce sedimentarie diverse

più о meno metamorfosate appartenenti a tre serie distinte: alla base sta una formazione

arenacea, alla superficie un monotono complesso di scisti argillosi e tra le

due una poderosa intercalazione di calcari e dolomie di notevole interesse anche dal

punto di vista pratico sia sotto l’aspetto idrologico, sia perchè sede degli importanti

depositi metalliferi di zinco e piombo argentifero esistenti nel territorio di Iglesias.

L ’erosione di questo nucleo cambrico provocò durante tutto il periodo Silúrico

e in gran parte del Devónico, la formazione nel mare circostante di potenti strati di

materiali detritici, soprattutto arenacei e argillosi ma in minor misura anche calcarei

e marnosi, che dai grandiosi sommovimenti posteriori furono profondamente metamorfosati.

67


Infatti nel periodo Carbonifero il poderoso corrugamento ercinico provocò l’ascesa

di ingenti masse magmatiche e quindi la grande intrusione granitica che da un lato

formò, consolidandosi, l’impalcatura rigida della Sardegna e dall’altro trasformò con

pressioni immani le rocce detritiche siluriche in un complesso scistoso costituito per

10 più da scisti argillosi, micascisti e filladi, ma anche da quarziti, gneiss e « porfiroidi »

che copriva a guisa di mantello ondulato la massa compatta dei sottostanti graniti.

Ai porfiroidi, caratteristici della media valle del Flumendosa (Gerrei) spetta un

posto a parte, essendo essi degli gneiss a grossi feldspati e a fitte vene quarzose

corrispondenti in genere a nuclei di anticlinali sporgenti anche oggi in rilievi importanti

come il Monte Santa Vittoria. Questo mantello scistoso fu successivamente

spianato dall’erosione e per vasti tratti addirittura asportato in modo che i graniti

sono stati in parte messi allo scoperto e formano oggi oltre un terzo della superficie

dell’isola, dominando particolarmente nel settore nord-orientale.

L ’enorme plotone granitico non è, però, uniforme bensì, come ha ben dimostrato

il Montaldo, assai differenziato per composizione e struttura. Vi si distinguono

infatti granuliti, apliti, facies porfiriche nonché frequenti filoni di quarzo e nuclei

basici (prevalentemente dioriti) con caratteri molto diversi di durezza ed erodibilità

che si sono riflessi sulle forme dei rilievi. Inoltre la massa cristallina presenta

un’intensa fessurazione con la quale sono in rapporto l’andamento delle depressioni

e quindi quello delle coste e delle isole granitiche.

L ’intrusione granitica ercinica ha costituito senza dubbio l’avvenimento geologico

che ha influito di più sugli aspetti fisici della Sardegna e, attraverso questi, su

alcuni tra i più significativi fatti antropici. Ad essa infatti risalgono i grandi lineamenti

della sua struttura, le linee fondamentali della sua orografia, la qualità dei

suoi terreni più diffusi che ha orientato la sua economia e l’origine di una parte

cospicua delle sue risorse minerarie. Queste infatti si sono deposte in forma di sistemi

filoniani entro il mantello scistoso e sono costituite soprattutto, ma non esclusivamente,

da minerali di zinco e piombo argentifero nell’Arburese — il territorio

di Arbus neiriglesiente — nel Sàrrabus e nella Nurra.

Conseguenza dell’orogenesi ercinica sono state anche numerose e grandi fratture

dirette da nordest a sudovest analoghe a quelle delle Sierre centrali iberiche

e che sono rese evidenti soprattutto nella parte nord-orientale dalle principali direttrici

dei rilievi e dell’idrografia dell’isola. Connessa con queste dislocazioni fu un’intensa

attività endogena manifestatasi con eruzioni di porfidi, ultime manifestazioni

del ciclo ercinico, ben riconoscibili in vari punti della metà orientale, dalla Gallura

al Sàrrabus, ed anche — per quanto in minor misura — nella Nurra e nell’Iglesiente

per la loro particolare influenza sulle forme del terreno. Avendo iniettato con numerosi

filoni e dicchi e coperto con cospicue colate la soprastante coltre scistosa, i porfidi

sono stati messi in risalto dall’erosione selettiva e hanno formato qua e là cime

di monti come il Serpeddi e il Perdedu oppure caratteristici dirupi a muraglia come

11 cosiddetto «su Sciusciu » (cioè luogo dirupato) che raggiunge i 1823 m. e forma

così una delle vette più alte del Gennargentu.

6 8


П і

F o t . S l e f a n i

Paesaggio nelle distese granitiche della Gallura.

I terreni del Paleozoico medio e superiore sono poco rappresentati: limitati a

ristrette placche calcàree quelli dèvonici, presso Villasalto; più estesi quelli carboniferi,

consistenti in arenarie e scisti sfortunatamente sterili, nell’Iglesiente e nella

Nurra; e limitati pure ad alcuni depositi detritici (tra cui puddinghe del «Verrucano

»>) quelli pèrmici del Mulargia e della Barbagia meridionale, dove contengono

alcune piccole lenti di antracite.

Fin dall’inizio dell’era mesozoica, la vecchia terra sarda era ridotta dalla erosione

fluviale ad un vasto penepiano con ampie superfici monotone e, pur conservando

una notevole stabilità, fu saltuariamente e parzialmente sommersa nelle sue parti

periferiche dai mari giurassico e cretaceo. Nelle loro acque poco profonde si accumularono

detriti arenacei e soprattutto calcarei — concrezionari о di scogliera — e

dolomitici che hanno coperto e protetto il penepiano paleozoico e che, successivamente

emersi, hanno formato quei banchi potenti di calcari e dolomie che si trovano

S * — Le Regioni d'Italia — S a r d e g n a .

69


Il Monte Doglia,

nella Nurra con le regolari stratificazioni calcaree mesozoiche.

F o t . S e f

più estesi nella parte centro-orientale e nella cùspide nord-occidentale dell’isola, la

cosiddetta Nurra.

Resecate dai corsi d’acqua, queste zolle calcareo-dolomitiche giuresi sono ridotte

oggi ad altopiani con superficie spianata e carsificata chiamati tacchi e tónneri nella

Barbàgia e nell’Ogliastra; о formano rilievi isolati come il Monte Albo di Siniscola

oppure promontori poderosi come il Capo Caccia e il Capo Monte Santo.

Altra limitata invasione marina si verificò all’inizio dell’era cenozoica in alcune

parti periferiche meridionali, sicché nell’Eocene si formarono altri depositi di arenarie

e conglomerati ben rappresentati nel Sulcis ove racchiudono un cospicuo

bacino di lignite picea, e nel Salto di Quirra, nella parte sud-orientale dove culminano

nel Monte Cardiga (676 m.) formato da calcari nummulitici.

L ’insorgere e lo svilupparsi del grande corrugamento alpino produsse sconvolgimenti

tali che l’antica massa rigida fu colpita da profonde fratture in varie direzioni,

molte delle quali riesumanti le direttrici della tettonica ercinica (sudovest-nordest

e nordovest-sudest). Queste fratture provocarono la frammentazione della copertura

paleozoica e mesozoica in varie zolle e il loro sbloccamento con spostamento verticale,

sicché alcune furono moderatamente innalzate, altre furono abbassate e certe

addirittura sommerse. Perciò la Sardegna é stata giustamente paragonata ad un

mosaico, le cui tessere siano state sconnesse in senso verticale ed ha acquisito effettivamente

da allora la configurazione di una regione a zolle con montagne a pilastro

separate da fosse о conche di sprofondamento. In particolare una serie di grandi

70


Р^'^сІеНю Scorno

I. A sm ara 5

CAeLFcOcone^ de АЛ’ Al

C.ciflUArgCTÜi.i

C.CÓjCCUL

Alluvioni in gran parte terrazzate

Dune costiere (tossili ed attuali)

2 Plislocene

I Pliocene

Conglom. basaltici (Iglesìente)

Basalti delle “ giare „ altop.. ecc.

Calcari, marne, arenarie

j

Trachiti e tufi trachitici

Calcari nummulitici, conglomerati

Calcari e dolomie prevatentem.

giurasi ("tacchi,, e "tonneri,,,

della Barbagia)

Porfidi in filoni e colate

Graniti vari dell'orogenesi ercìnica

Micascisii e filladi quarzifere, gneiss

Porfìroidi

Scisti argillosi prevalenti, calcari, есс.^ІЗ^

Calcari e dolomie ("metallifero,,)

Cambrico , . '

Arenane

Fratture principati (schematizzate)

S.Reti‘0?

C.TkuI cuÌq.

C.SpartOvcnto

9

Schema geo-litologico della Sardegna.


La fronte dirupata e franosa

di uno dei « tacchi » della Barbàgia Sènio.

Fot. Sef

fratture accompagnate da dislocazioni verticali formò una grande fossa tettonica

in senso meridiano che divise longitudinalmente l’isola in due parti ineguali, una

orientale massiccia e continua, l’altra occidentale di minore estensione e suddivisa

da altre fratture in parti minori, le più importanti delle quali sono i rilievi della

Murra e quelli dell’Iglesiente. Così la massa compatta paleozoica fu ridotta ad un

gruppo di isole che gli avvenimenti posteriori hanno riunito di nuovo insieme.

Altre fratture hanno interessato poi le coste — specie quella orientale — ed hanno

guidato la formazione di molti corsi d’acqua.

72


Per effetto di un intenso vulcanismo in rapporto con le fratture verificatesi in

questo stesso periodo, la parte settentrionale della grande fossa longitudinale dal

bacino del Temo al Coghinas fu ricolmata nell’Oligocene da vasti e potenti espandimenti

tabulari di materiali vulcanici svariati (andesiti, trachiti, lipariti e tufi relativi

chiamati in complesso dal La Marmora col termine di trachiti antiche) che

in minor misura si effusero anche nella parte centrale, con nuclei nel Monte Ferru

e nel Monte Arci e sull’angolo sud-occidentale cioè nel Sulcis e nelle isole di

San Pietro e di Sant’Antioco.

Fot. Sef

Il vallone del Rio San Girolamo presso Ussassài

dominato da zolle della copertura calcarea mesozoica.

73


La colmata della fossa proseguì nel Miocene medio, quando una nuova trasgressione

causò il distacco della Sardegna dalla Corsica e produsse poi la formazione

di un grande canale marino longitudinale entro cui si accumularono quei depositi

di materiali detritici svariati che, emersi alla fine dell’era per effetto di un sollevamento,

hanno dato una fascia di terreni sedimentari allungata da Sassari a Cagliari.

Più precisamente essi risultano alla base di argille, cui si sovrappongono formazioni

arenacee di varia struttura, poi marne giallastre costituenti la cosiddetta pietra cantone

e infine calcari prima sabbiosi chiamati tramezzario, e poi compatti (pietra

forte). Si tratta di rocce largamente usate come materiale da costruzione, da calce

e da cemento e che soprattutto costituiscono i migliori terreni agrari dell’isola.

Questa fase epirogenetica dette origine a dislivelli e ondulazioni che però dall’attivazione

dell’erosione furono presto ridotte a penepiano. E appunto questo penepiano

mio-pliocenico che, secondo il Pelletier, forma oggi tutte le superfici piane

della Sardegna ad eccezione di alcuni altopiani strutturali e delle piattaforme basse.

Il poderoso movimento tettonico postmiocenico provocò la formazione di altre

fratture con direzioni nuove da est ad ovest e da nord a sud che si sono sovrapposte

a quelle precedenti e che hanno dato origine a gradini e depressioni distaccando

tra l’altro dalla Sardegna propria le due isole di San Pietro e di Sant’Antioco. Da

queste fratture sono sgorgate dal tardo Terziario al Quaternario recente fonoliti

Paesaggio sull’altopiano trachitico di Villanova.

Fot. Morì

74


(le trachiti recenti del La Marmora) e soprattutto abbondanti lave basaltiche di vario

tipo. Queste per la loro grande fluidità si sono diffuse con vaste colate dello spessore

di 30-50 m. su ampie superfici ad altopiano (basalti delle piattaforme), specie

nella parte centro-occidentale, tra il Campidano di Oristano, la media valle del

Tirso, il Logudoro e la costa uscendo più che altro dai cospicui apparati vulcanici

del Monte Ferru (1050 m.) e del Monte Arci (812 m.). Profonda è stata l’impronta

che le manifestazioni vulcaniche plioceniche hanno dato al paesaggio con

i maestosi, uniformi altopiani della Campeda, della Planàrgia e di Abbasanta dislocati

a diverse altezze. Altre colate basaltiche coeve sgorgarono, più ad oriente, dai

vulcani minori del Monte Gùzzini e di Nurri-Orroli: presso quest’ultima località

la massa lavica sbarrò la valle del Flumendosa pliocenico causando così la formazione

di un lago, attestato oggi da un deposito alluvionale.

Inoltre il sollevamento determinò una ripresa e un acceleramento dell’azione

erosiva dei corsi d’acqua che si sono affondati vigorosamente nella superficie anteriore

incidendovi valli profonde, spesso vere gole dai versanti ripidi (medio Flumendosa,

affluenti di sinistra del Tirso, Posada) contrastanti con le parti superiori

spianate о ondulate del penepiano paleozoico riesumato. Furono anche resecati i

tavolati basaltici e le colate basaltiche plioceniche ad altopiani che vennero così

smembrandosi alla periferia in tante zolle di dimensioni varie e a superficie rego-

il

Fot. Mori

Il gruppo collinoso trachitico di Furtei Serrent!.


Il Monte Santo (733 m.) col suo cappello basaltico,

il più elevato testimone dello svuotamento

della depressione tettonica del Logudoro.

F o t . S e f

C O R S I C A & a l l TJ.r a

MI® L im b a r a

IL о g ТЛd.

M l®L ern o Me


larissima chiamate giare nella parte centrale, la più grande delle quali è la Giara di

Gésturi (609 m.), cui si accompagnano la Giara di Serri e quella di Siddi.

Alquanto più tardi, essenzialmente in epoca plistocenica, nuove dislocazioni

nella parte centrale del litorale orientale, provocarono l’esplosione di altri vulcani,

intorno a Orosei e a Dorgali. Per quanto di modeste dimensioni (Conca de Janas

384 m.) essi allineano le loro ampie cupole a scudo parallelamente al Golfo di Orosei

fondendo le colate basaltiche in vasti pianori che, resecati dal Cedrino e dai suoi

affluenti, sono stati divisi in frammenti chiamati gollei. Analoga è, più a sud, la

colata basaltica costiera del Teccu di Bari Sardo. A queste manifestazioni endogene

corrisposero sul litorale centro-occidentale le esplosioni di brecce e conglomerati

basaltici che dettero origine al Monte Arcuentu (785 m.).

Rimaneva da colmare il lungo canale marino che separava ancora la parte orientale

da quella sud-occidentale: esso fu riempito da depositi quaternari ricoperti da

alluvioni ciottolose diluviali modellate ad ampi terrazzi, sulle quali si sono accumulati

ad occidente grandi conoidi di deiezione costruiti dai corsi d’acqua ed anche

abbondanti detriti di falda caduti dai soprastanti rilievi granitici e scistosi.

Si è formato così l’attuale Campidano che, con l’attigua depressione del Cixerri,

rappresenta la maggiore pianura dell’isola e uno dei suoi tratti più caratteristici.

La Sardegna aveva raggiunto cosi nel Quaternario più recente la sua configurazione

attuale e i tempi più vicini a noi hanno portato solo modesti ritocchi, anzitutto

con limitate sommersioni causate da subsidenze della terraferma e dall’innalzamento

postglaciale del livello marino che hanno provocato la formazione e l’approfondimento

delle principali insenature trasformatesi per sbarramenti sabbiosi in

lagune e stagni costieri, nonché il distacco dall’isola madre di gran parte delle

isole minori.

Le variazioni del livello di base connesse con le oscillazioni eustatiche sono

state anche causa di vari terrazzamenti dei depositi alluvionali delle principali vallate,

in vari livelli che nella bassa valle del Posada giungono secondo il Vardabasso

Profilo geologico longitudinale.

gr = graniti; se = scisti paleozoici; p = porfidi; r = trachiti oligoceniche; m = calcari, marne e arenarie mioceniche;

ß = basalti postmiocenici; Тз = trachiandesiti quaternarie.

(da V ardabasso)

0 B a r b a g i a ^ Giare

ШM'^Ferru Gennargentu Mt®Arci Gésturi

-1050 1834 Atto 812 - о Serri

::“StunvEMiJsstc V ù

kcßm.ß ,SC SERRENTI I 9 P

S k r г ab us

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Capo Carbonara

Ca g l ia r i!

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_ ~ . Л ---- T- ' -—• \ Г - > r ~

150 200 250 280

77

Km.


T

L ’altopiano basaltico centrale presso Ghilarza

dominato dai Monti del Màrghine.

L ’apparato vulcanico basaltico quaternario

del Pranumuru sovrastante Nurri.


ñno a 85 metri. Invece i terrazzi costieri a gradinata che si osservano in alcuni

tratti del litorale (ad es., tra Masùa e Buggerru) sono in rapporto con condizioni

di continentalità о con particolari alternanze stratigrafiche e litologiche: è questo il

caso della gradinata che si osserva lungo l’alta costa trachitica tra il Capo Marargiu

e Alghero.

Inoltre l’intenso alluvionamento alle foci dei corsi d’acqua ha causato la formazione

delle pianure periferiche e il loro successivo insabbiamento litoraneo che ha

dato lidi racchiudenti lagune e stagni, e sistemi complessi di dune. Queste, infatti,

appartengono a due generazioni distinte: una più antica di dune fossili formatesi

durante i periodi glaciali e rappresentate da arenarie eoliche compatte (pseudopanchina)

ricoprenti vaste sup)erfici fino talvolta a 200 m. di altezza lungo il lato

occidentale più battuto dal vento (specialmente nel Golfo dell’Asinara, nella Nurra,

nel Sinis, nel Golfo di Oristano e nel Sulcis), ed una attuale del tipo normale che

orla i litorali sabbiosi raggiungendo talvolta dal lato occidentale fino a 30 m. di

altezza.

Si è verificata infine nel Plistocene una limitata attività vulcanica residua che

ha dato origine lungo i bordi della costa campidanese a scogli e colline trachiandesitiche

(colline di Siliqua, Sarròch, Pula a occidente, colli di Furtei-Serrenti e Monastir

a oriente) e nel Logudoro a colate basaltiche sul tipo delle giare (Monte Pelao

730 m.. Monte Massa 681 m.. Monte Santo 733 m.) e ad apparati di varie dimensioni

(Cuccureddu di Cherémule 676 m.. Monte Annaru 492 m.. Monte

Austiddu 441 m., S. Matteo di Ploaghe 480 m., con la lunga colata del Coloru);

talvolta di grande freschezza e con un certo allineamento da nord a sud che

movimentano pittorescamente il paesaggio. Con questo vulcanismo residuo sono

da collegare le numerose sorgenti termali che si trovano lungo le principali linee

di frattura e sono indicate per lo più coi nomi di acquacadda, acquacotta, acquacallenti.

È da notare che la Sardegna, per la sua modesta altezza, non è stata interessata dal

glacialismo quaternario che tanta diffusione ha avuto sui rilievi dell’Italia settentrionale

e centrale e della stessa Corsica: l’isola manca perciò completamente di terreni

e di modellamento glaciale.

Così ogni epoca della storia della Terra ha lasciato in Sardegna la sua traccia e

ha dato tócchi particolari alla sua figura risultandone infine un complesso di alto

interesse geomorfologico, suddiviso in una quantità di paesaggi diversi. Ma sostanzialmente

l’isola è costituita per la maggior parte da un’antichissima zolla continentale,

vero relitto isolato e solo parzialmente smembrato dalle poderose dislocazioni

dell’orogenesi alpina. Ciò spiega il basso valore della sismicità, della quale si

conoscono solo poche manifestazioni, in genere di lieve momento. Infatti il più

intenso terremoto di cui si ha notizia è quello verificatosi a Cagliari nel lontano 1610;

successivamente qualche altro leggiero sisma c’è stato oltre che a Cagliari stesso

(1835 e 1855) soprattutto nell’isola di San Pietro e nella contigua costa iglesiente

(l’ultimo nel 1923), cioè in una parte ancora in via di assestamento.

79


I suoli.

Costituita per circa 3/5 da graniti, scisti e rocce vulcaniche recenti per lo più di

scarsa fertilità e per il 9% di calcari, con suoli sottili e mancanti, la Sardegna è solo

per un terzo della sua superficie dotata di terreni di buona fertilità in corrispondenza

delle distese di marne e materiali alluvionali.

La difficoltà offerta dalle condizioni litologiche poco favorevoli, è accresciuta

dalle particolari condizioni morfologiche e climatiche.

La predominanza dei pendii e la violenza degli acquazzoni provocano un dilavamento

rapido e intenso dei fianchi di montagne e di altopiani, che rende rocciosi

i declivi e in particolare quelli granitici e vulcanici recenti. I detriti strappati ai rilievi,

sono accumulati dai corsi d’acqua nei bassopiani miocenici marnosi e nelle pianure

sottostanti, le quali si vanno cosi accrescendo, d’onde l’opposizione tra una prevalente

vita agricola nelle bassure о su tratti di altopiani di media altezza e quella

pastorale sulle alte colline e sulle montagne. I graniti e i relativi terreni di disgregazione

arenizzati e caolinizzati, sono poveri di calcio e fosforo e ricchi di potassio.

Essi danno suoli sottili, mentre gli scisti forniscono in genere suoli più profondi.

Perciò nei due suoli c’è vegetazione diversa: la rovere è propria dei suoli scistosi

più profondi, la quercia da sughero di quelli sottili granitici. I graniti, peraltro,

danno origine a terreni che, pur appartenendo tutti alle terre brune sono assai

diversi secondo le condizioni ambientali e l’epoca in cui si sono formati. I basalti

e le trachiti danno suolo più profondo favorevole alla vegetazione erbosa, ma ciò

dipende più dalle condizioni favorevoli del rilievo che dalla natura della roccia poiché

l’altopiano è molto meno denudato delle colline.

Anche i calcari danno terreni svariati secondo la loro natura: rocciosi e sterili

quelli mesozoici, tranne le placche di terra rossa che vi si trovano (specie nella Nurra

e lungo il litorale del Golfo di Orosei), hanno mediocre fertilità i calcari miocenici

compatti, favorevoli più che altro alle colture arbòree, e forniscono invece buoni terreni

da cereali i calcari marnosi e le marne arenacee, tranne che sui pendii troppo

ripidi e nei tratti impaludati come in Trexenta.

Naturalmente i terreni alluvionali dei « campi » e dei Campidani, avendo diversa

provenienza, hanno pure struttura e composizione molto varia. Differenze considerevoli

si notano soprattutto nel Campidano, in cui la parte assiale è alluvione

recente costituita da sabbione silìceo ricco di argilla molto fertile chiamato iscra о

isca a indicare terreni depressi freschi e irrigabili atti alla coltura delle ortaglie, ed

anche tuerra nel caso di suoli più umidi. La parte orientale, influenzata dai contigui

settori marnosi e trachiandesitici, ha terreni di buona fertilità, generalmente

alcalini; mentre quella occidentale è costituita da materiali grossolani provenienti

dai soprastanti rilievi granitici e scistosi, talvolta di colore rossastro per ferrettiz-

80


zazione e chiamati gregàri о strovina a fertilità molto scarsa e coperti di cisti e

asfodeli. Quelli più grossolani, chiamati perdaxiu, sono i più aridi e sterili.

Qualcosa di simile si ha pure nell’Oristanese, dove però è la parte orientale ad

avere terreni del tipo dei gregàri provenienti dai soprastanti rilievi trachitici e granitico-scistosi

e che sono ciottolosi e brecciosi ed anche sabbioso-argillosi caoliniferi,

compatti e difficili da lavorare. Invece nel lato occidentale, verso il mare e gli

stagni, si trovano terreni sabbiosi di scarsa fertilità ma di facile lavorazione e miglioramento

come quelli di Arboréa e Terralba, ed anche terreni alluvionali recenti

chiamati bennaxi, situati lungo il Tirso e altri corsi d’acqua e che posseggono discrete

possibilità agrarie.

Un caso particolare offre la Nurra in cui i terreni alluvionali grossolani contengono

alla profondità di un mezzo metro uno spesso crostone calcàreo-arenaceo

formatosi per l’evaporazione di acque freatiche ricche di sali di calcio durante i

periodi aridi. Questo crostone, che si trova talvolta anche in superficie a costituire

placche di travertino, ha ostacolato a lungo lo sviluppo agricolo della regione ed ha

costretto i bonificatori ad una difficile e costosa opera di spietramento.

Si consideri poi che i graniti e le trachiti hanno reazione acida, gli scisti pure

acida, ma in misura alquanto inferiore e i basalti sono quasi neutri mentre i calcari

hanno leggera reazione alcalina. Ora in terreni acidi l’assorbimento dell’acqua è

difficile e si sviluppano piante infestanti. Proprio per diminuire l’acidità, si usa coltivare

a grano ogni 10-15 anni alcuni dei pascoli, sicché la cerealicoltura è qui in

funzione soprattutto del miglioramento dei pascoli. La diversità dei suoli dà origine

dunque ad una grande varietà di pascoli, malgrado l’uniformità del paesaggio

(pascoli di primavera, autunno, estate), ed è questa una delle ragioni per cui i pastori

sono obbligati a continui spostamenti delle greggi.

In complesso, a parte le zone mioceniche marnose, le qualità chimiche delle

rocce costituiscono solo uno dei fattori della formazione dei suoli accanto al quale

contano assai i fattori morfologici e climatici come la violenza delle precipitazioni

che provoca denudazione, l’irregolarità delle piogge e del drenaggio che accrescono

gli inconvenienti della siccità ed esagerano l’acidità, la disposizione tabulare del

terreno che favorisce i depositi di rocce clastiche.

L ’economia agricola e pastorale è legata dunque ad un insieme di condizioni

fisiche che da un lato spiegano la povertà passata della Sardegna e dall’altro giustificano

l’ottimismo dei bonificatori perchè i caratteri sfavorevoli si possono spesso correggere

con opportune pratiche, come il drenaggio, l’irrigazione, le concimazioni,

le lavorazioni più adatte, ecc. Fino a pochi anni or sono gli agricoltori sardi hanno

cercato di superare e di attenuare i gravi svantaggi derivanti dalla cattiva qualità di

gran parte dei suoli con pratiche tradizionali come quella delle maggesi, degli incendi

di stoppie e cespuglieti, della cerealicultura saltuaria, della concimazione per stanziamento

delle greggi favorendo così la persistenza del nomadismo pastorale.

Ma oggi progressi sensibili sono stati già fatti e non solo nei territori di riforma agraria,

ma anche in altre parti appartenenti ai comprensori di bonifica о ad essi contigue.

Le Regioni d'Italia - Sardegna.

81


Le coste.

Prima di ogni altra cosa le vicende geologiche si sono impresse sull’aspetto e

sulla natura delle coste. Si deve premettere che, essendo di forma relativamente

allungata, la Sardegna, pur avendo scarse articolazioni, ha sviluppo costiero abbastanza

notevole: si calcola infatti che le sue coste abbiano una lunghezza complessiva

di 1896,8 km., di cui però 1384,8 spettanti all’isola maggiore e 512 alle isole

minori. Ciò significa che ad ogni chilometro di costa corrispondono 12,6 km. di

superficie, mentre in Sicilia ne corrispondono 23 e nel complesso dell’Italia 37,9.

Fot. Ciganovic ‘

La pittoresca costa

dirupata e varia

nelle formazioni

paleozoiche

deiriglesiente

presso Nébida.


Avendo ricevuto una impostazione essenzialmente tettonica in epoca recente,

le coste sarde sono in gran parte alte e hanno andamento per lunghi tratti rettilineo

congiunto a una particolare maestosità; esse presentano tuttavia una cospicua varietà

di forme in rapporto con la grande diversità delle rocce: graniti e scisti, porfidi e calcari,

trachiti e basalti danno al litorale aspetti assai pittoreschi inconfondibili per

colori e forme. In complesso però l’antica impronta continentale dell’isola è stata

appena attenuata dal successivo intervento del mare, sia con azioni di demolizione

sia soprattutto con processi di regolarizzazione mediante la costruzione di spiagge

e lidi che hanno via via colmato le insenature.

Il fatto più appariscente che si nota osservando una carta della Sardegna è l’approssimativo

parallelismo tra la costa orientale e quella occidentale, entrambe interrotte

all’incirca nella parte mediana da due opposte rientranze, il piatto Golfo di

Oristano a occidente e il Golfo di Orosei sul Tirreno circondato da imponenti balconate

calcaree. Una certa simmetria si nota anche tra la costa settentrionale e l’opposta

costa meridionale, che si incurvano entrambe in due ampie insenature pure

di impostazione tettonica: il Golfo dell’Asinara e il Golfo di Cagliari. Il primo è

assai ampio, e comprende la maggior parte della fronte settentrionale. Il Golfo di

Cagliari è più limitato ma assai più pittoresco in quanto si spiega maestoso fra i due

pilastri granitici del Sàrrabus e del Capoterra ed è dominato al centro dal promontorio

calcareo di Sant’Elia.

Le coste rocciose, dunque, prevalgono largamente comprendendo oltre i tre

quarti dei litorali sardi, mentre le spiagge più о meno orlate di dune non ne formano

neppure un quarto. L ’altezza delle ripe varia assai ed è in rapporto con la presenza

e l’entità del rilievo retrostante: quelle più elevate si trovano là dove scoscendono

sul mare le montagne calcaree, ciò che avviene particolarmente lungo le coste delrOgliastra,

dove a sud del capo di Monte Santo si trova la più alta ripa della Sardegna

(Punta Orrolotzi, 757 m.) e nel Golfo di Orosei con scogliere strapiombanti

per 4 о 500 metri. Altri bei tratti a ripa calcarea si trovano nell’isola di Tavolara e a

Capo Figari, in Gallura, alla Punta del Giglio e a Capo Caccia nella Nurra e nel

tratto tra Nébida e Buggerru nell’Iglesiente. Trachitiche sono invece le ripe tra

Capo Marargiu e Alghero. Le ripe della costa Iglesiente tra Nébida e Masùa costituiscono

una singolare scogliera fossile rimasta emersa fin dall’era paleozoica e

lambita poi dal mare mesozoico e da quello cenozoico, esempio veramente perspicuo

della stabilità dell’isola e che non ha riscontro in altre parti d’Italia. Le ripe

calcaree sono rese più pittoresche dalla presenza di grotte di ogni grandezza, di

antica origine carsica.

Comunque si deve tener presente che nella loro fisionomia attuale, tutte le coste

sarde sono coste di sommersione. Questa sommersione ha provocato i massimi effetti

sia al margine litoraneo delle pianure costiere, sia là dove le valli fluviali sono perpendicolari

alla costa rocciosa, perchè in tal caso il mare, invadendo le basse valli

ha formato delle rias, cioè insenature profonde, a imbuto, in rapporto con la direzione

prevalente di un reticolo idrografico impostato su solchi con direzione erci-

83


nica. Le rias più belle e più numerose si trovano lungo la costa orientale della Gallura

e sono i Golfi profondi di Olbia, di Cugnana e di Arzachena, ma altre rias presenta

l’estremità meridionale, il cosiddetto Porto di Teulada, il Porto Malfatano e

Porto Scudo.

Articolazioni più modeste sono costituite da sporgenze e promontori formati

da nuclei di rocce più resistenti. I maggiori fra essi sono i granitici Capo Coda

Cavallo, Capo Ferro e Punta Falcone all’estremità nord-orientale, i trachitici.

Capo Marargiu a nordovest e Capo Ferrato a sudest, l’andesitico Capo Teulada, il

dioritico Capo Carbonara, i basaltici Capo San Marco e Capo della Frasca. Un caso

particolare è offerto da quei promontori corrispondenti ad antiche isole costiere

saldate in epoca recente all’isola maggiore da lingue sabbiose, come è avvenuto per

il Capo Bellavista sul Tirreno, per i Capi di Sant’Elia e di Pula nel Golfo di Cagliari

e per il Capo Mannu dal lato centro-occidentale. Questo è anche il caso dell’isola

di Sant’Antìoco la quale, com’è noto, è da tempo congiunta all’isola madre da formazioni

sedimentizie complesse una delle quali è stata completata, fino da età antica,

da una diga che ha chiuso così a nord il Golfo di Palmas, sicché oggi la laguna posta

Le alte ripe calcaree dell’Ogliastra presso Cala Gonone.

Fot. Ciganovic

84


i

fra le due isole non supera la profondità di tre metri e ogni scambio d’acqua tra essa

e il Golfo di Palmas è praticamente impossibile.

A questi lunghi tratti di coste elevate ed aspre si intercalano spiagge di varia

grandezza, le maggiori delle quali corrispondono al fondo dei golfi più ampi e alle

fronti delle pianure litoranee costruite dai fiumi. Le più ampie e belle spiagge regolarmente

falcate si trovano infatti nel Golfo dell’Asinara, nel Golfo di Oristano e

al fondo dei Golfi di Palmas e di Cagliari. Lungo la costa orientale, invece, le spiagge

appoggiate ai promontori maggiori sono assai meno estese e a nordest si frammentano

in una quantità di piccoli tratti sabbiosi sul fondo delle rias costituendo l’attrattiva

maggiore del litorale gallurese. Una metà delle spiagge sarde è però colpita da

fenomeni di erosione, particolarmente notevoli in quelle dei Golfi di Cagliari e dell’Asinara.

Tenendo conto di questi caratteri generali, diamo uno sguardo alle fattezze particolari

delle coste, spesso di grande bellezza e sempre altamente suggestive.

La parte nord-orientale del litorale, tra Capo Testa e il Capo Coda Cavallo è,

senza dubbio, una delle più pittoresche dell’isola, in quanto è incisa da una serie di

rías di varia grandezza, con punte e scogliere granitiche di forma capricciosa, come a

Capo d’Orso, bagnate da un mare di un profondo e limpido azzurro e fronteggiata

dallo sciame di isole dell’arcipelago della Maddalena e di Caprera. Alle rias già ricordate

di Olbia, Cugnana e Arzachena sono da aggiungere quelle più piccole di Porto

Pozzo e Porto Liscia, separati questi ultimi dall’isola di Culuccia ora congiunta al

litorale antistante. Tanta bellezza selvaggia ha attirato l’attenzione di gruppi finanziari

stranieri, che stanno attuando lungo la parte centrale del litorale gallurese

un’opera di intensa valorizzazione turistica, particolarmente nel tratto compreso

fra il Golfo di Arzachena e il Golfo di Marinella battezzato col nome di Costa Smeralda,

e in quello tra lo stesso Golfo di Arzachena e Santa Teresa di Gallura, chiamato

Costa dei Lestrigoni, dal nome delle mitiche genti incontrate forse qui da Ulisse nel

suo lungo errare.

Ma l’attività ed il movimento commerciale si concentrano nell’ampio Golfo di

Olbia, a duplice bacino, limitato all’esterno dai due poderosi moli calcarei di Capo

Figari a nord, racchiudente la contigua insenatura di Golfo Aranci — il Golfo de li

Ranci cioè dei Granchi — e dell’isola di Tavolara a sud. Il golfo si addentra fino

all’attivo Porto di Olbia con una -lunga e stretta insenatura interrata dalle alluvioni

del fiume Padrogiano.

Oltre la punta d’Ottiolo, dove finisce la costa gallurese con la bella spiaggia di

San Teodoro, si stende la costa delle Baronie, più monotona e uniforme; nel primo

tratto fino a Capo Cornino è incisa negli scisti e vi si apre tra la foce del Posada e

San Lucia di Siniscola una lunga spiaggia regolare che attira già turisti e bagnanti.

Dopo un altro tratto granitico, ha inizio alla basaltica Punta Nera la regolare curvatura

del Golfo di Orosei, di antica impostazione tettonica, su cui si affacciano la

spiaggia che fronteggia la cittadina, ove sbocca il Cedrino, le colate basaltiche dei

gollei e poi le ripe calcaree via via più alte fino al Capo di Monte Santo. Le pareti

8S


Veduta sull’arcipelago granitico della Maddalena da Capo d’Orso.

Fot. Sef

rocciose sono incise da solchi rappresentanti antiche linee di battigia quaternarie

e varie grotte, tra cui quella famosa del Bue marino.

Il resto della costa orientale ha andamento generale da nord a sud pressoché uniforme,

sia per motivi tettonici, sia per lo stadio avanzato di rettilineazione subito con

smussamento dei promontori, corrispondenti a zolle dure cristalline e soprattutto

mediante il colmamento delle insenature interposte con formazione di pianure alluvionali

orlate da cordoni litoranei racchiudenti stagni costieri allungati. Il tratto più

pittoresco è quello dell’Ogliastra, dominato dal promontorio del Capo Bellavista,

antica isoletta con scheletro di rosse rocce porfiriche che dà riparo al porto di Ar-

86


atax e che è riunita all’isola maggiore da due tomboli, dietro uno dei quali si

stende lo stagno di Tortoli, residuo di una grande laguna.

Più a sud la costa prosegue con falcature poco pronunciate che si appoggiano

alla Punta su Mastixi, estremità del Teccu di Bari e poi alle due masse porfiriche

del Monte Ferru con lo sprone del Capo Sferracavallo e di Punta Accéttori. Da

qui fino al Capo San Lorenzo si affaccia la desolata spiaggia di Quirra orlata di stagni

e dove sbocca il fiumicello omonimo. Oltre questa, un altro ardito promontorio trachitico,

il Capo Ferrato, costituisce il punto di appoggio di due lunghe falcature

sabbiose costituenti la maggior parte della costa del Sàrrabus: la più importante è

quella settentrionale costruita a nord dal Flumendosa che vi sbocca con ampio delta

e a sud dal Rio Sa Picocca. Anche qui alle spalle delle spiagge si stendono lunghi

canali retrodunali e stagni, il più notevole dei quali è quello pescoso di Colostrai,

ove sbocca appunto il Rio Sa Picocca.

Ricomincia poi la costa granitica che forma tutta la cuspide sud-orientale della Sardegna,

sporgente in mare col Capo Carbonara, sorretto da uno scheletro dioritico così

come l’antistante isola dei Cavoli. Si trova qui, tra la spiaggia di Simius e Capo Boi, un

tratto assai pittoresco, frastagliato e fronteggiato com’è da sciami di scogli e isole,

tra cui spicca quella di Serpentara e che perciò è in via di valorizzazione turistica.

Tra il Capo Carbonara e il Capo Spartivento s’incurva il Golfo di Cagliari, il

meglio protetto dell’isola e che, per la sua serena bellezza si suol chiamare Golfo

degli Angeli. Vi si affacciano infatti a oriente le masse trachiandesitiche di Sarròch

e Pula, tra le quali si stendono i due magnifici tomboli costituenti le spiagge di

Quartu da un lato e della Piala dall’altro che si appoggiano al centro al fantastico

belvedere del Capo Sant’Elia. Alle spalle delle due grandi spiagge assai frequentate

dai bagnanti, sebbene siano oggi alquanto in erosione, si trova una serie di stagni

e lagune adattate in gran parte a saline (Stagni di Cagliari, Santa Gilla, Quartu e

Molentargius) e nella parte più interna del golfo, a ridosso del promontorio, il porto

di Cagliari.

Oltre il Capo Sarròch, la costa, costituita da graniti e da alluvioni terrazzate,

presenta un’alternanza di spiagge e di frastagliature che la rendono pittoresca e

hanno determinato la sua valorizzazione con la creazione del nuovo centro balneare

di Santa Margherita di Pula, favorito dall’impianto di una bella pineta.

Assai più varia è la costa sulcitana, dal Capo Spartivento al Capo Aitano, in rapporto

con la complessità litologica della regione. Un primo tratto, fino alla mole

porfirica della punta di Cala Piombo è formato da graniti, gneiss e arenaria, frastagliati

da numerose e pittoresche rias, tra le quali i « porti » di Malfatano, Zafferano,

Scudo e Teulada, sopravanzati tutti dal Capo di questo stesso nome, ardita massa

andesitica che divide Porto Zafferano da Cala Piombo. Il tratto successivo fino a Capo

Sperone, all’estremità meridionale dell’isola di Sant’Antìoco — congiunta all’isola

maggiore da un tombolo complesso costruito con le alluvioni del Rio Palmas —

s’inarca nell’ampio e profondo Golfo di Palmas, chiuso ad occidente dalla massa

trachitica dell’isola minore e ad oriente da una costa prevalentemente sabbiosa a due

87


falcature principali poggianti alla mole calcarea del Monte Sarri che divide Porto

Pino da Porto Botte. Alle loro spalle si trovano numerosi stagni, mantenuti come

molti altri in comunicazione col mare a scopo di pesca. Il resto della costa sulcitana

ha all’esterno scogliere trachitiche piuttosto uniformi, specie dal lato esterno delle

due isole di Sant’Antioco e di San Pietro, pur pittoresche per piccole cale, monoliti

come quelli di Capo Colonne, e grotticelle, mentre la loro parte interna, orientale,

è più bassa e accogliente e vi si trovano infatti i due porti di Sant’Antìoco e di Carloforte,

quest’ultimo accanto a un’antica laguna adattata a salina.

Di nuovo varia e strapiombante con la bianca fronte calcarea del « metallifero »

cambrico è la costa dell’Iglesiente fino a Capo Pécora, ultimo promontorio granitico

Le rosse scogliere di porfido presso Arbatax.

Fot. Sef

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88


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Fot. Dimt

Le bianche ripe calcaree di Capo Caccia.

Reeioni d ’Italia - Sardegna


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,1^7,

Fot. Ciganovic

Le coste svariate di bianche spiagge arcuate

e di promontori rocciosi del Golfo di Arbatax.

dove varie insenature, e soprattutto quelle di Porto Vesme, Portixeddu e Buggerru,

sono usate per rimbarco dei minerali. Poi fino al Golfo di Oristano si allunga una

costa rettilinea formata prima dalla bella spiaggia di Piscinas, poi da un tratto scistoso

e arenaceo che si prolunga con il poderoso aggetto basaltico del Capo della Frasca.

Anche per questo tratto, battezzato di recente col nome di Costa Verde, sono in

progetto piani di valorizzazione turistica.

Il Capo della Frasca e il Capo San Marco, entrambi basaltici a imbasamento

miocenico come le giare, racchiudono il Golfo di Oristano, posto nell’area di convergenza

delle due depressioni tettoniche del Campidano e della valle del Tirso.

Esso s’inarca a semiellisse con una regolarità che non ha riscontro in Italia, in magnifiche

spiagge costruite coi materiali portati dal Tirso, che continuamente le

accrescono e che sono coperte di dune attuali e fossili. Il golfo è orlato di lagune e

89


stagni pescosi, come quello di Santa Giusta e i due più grandi di Cabras e di Mistras,

adiacenti alla parte settentrionale, dove rappresentano i resti dell’antico braccio di

mare che isolava un tempo il Sinis. Oggi questa piatta penisola calcarea e arenacea

è congiunta all’isola maggiore da tomboli e da distese di dune che si appoggiano alle

sue estremità, costituite dal Capo San Marco a sud e dal promontorio calcareo di

Capo Mannu a nord. Da qui alla pittoresca insenatura di Santa Caterina di Pittinuri,

scavata nei bianchi calcari miocenici, si spiega una bella spiaggia con cui si

affaccia al mare la Serra is Arenas, una grande distesa sabbiosa, forse la maggiore

d’Italia, con alte dune vive smosse continuamente dal maestrale, ma oggi in gran

parte imbrigliate con fitte siepi.

A Santa Caterina di Pittinuri, grazioso centro balneare recente, ricomincia la

costa alta che continua uniforme, con la sola sporgenza del poderoso Capo Marargiu,

fino ad Alghero. In un primo tratto basaltica per le propaggini laviche del Monte

Ferru, la costa è tagliata poi tettonicamente a gradinata nelle alte trachiti e nei

relativi tufi grigi e rossastri in cui è incisa la foce del Temo, dove il porticciolo di

Bosa costituisce l’unico rifugio per battelli da pesca e da traffico tra Oristano e

Alghero. Poi un bell’arco sabbioso, centro della vita balneare algherese e che ha

alle spalle l’azzurro stagno di Calich, raggiunge con arco regolare la Nurra.

Da questo punto la morfologia costiera cambia bruscamente in rapporto con la

complicata struttura della regione: alle isolate, massiccie zolle calcaree giuresi corrispondono,

infatti promontori arditi come l’imponente Capo Caccia che protegge la

profonda insenatura di Porto Conte, facendone il miglior porto naturale dell’isola.

E questa, forse, la parte più pittoresca e più nota delle coste sarde, per le sue cale

dominate da scoscese e variopinte rocce calcaree in cui si aprono grotte tra le più

note e interessanti dell’isola, prima fra tutte la grande e complessa grotta di Nettuno,

che si apre quasi di fronte all’isola Foradada, così chiamata perchè attraversata da

parte a parte da una grotta a livello del mare. Più regolare, ma con numerose frastagliature,

la costa della Nurra prosegue verso nord interrotta dal Capo dell’Argentiera,

fino a raggiungere nel Capo del Falcone l’estremità nord-occidentale dell’isola. In

sua continuazione, al di là di un esiguo stretto, profondo appena 4 metri, si allunga

l’isola dell’Asinara, costituita di nuovo da graniti e da scisti, la quale con la sua massa

irregolarmente arcuata limita ad occidente il gran golfo che porta il suo nome.

Il Golfo dell’Asinara è un’ampia e aperta insenatura con litorale regolarmente

arcuato tra la punta dello Scorno e l’isola Rossa, oltre la quale si ricollega alla granitica

costa gallurese. Questo tratto del litorale è costituito da tre grandi falcature

basse e in gran parte sabbiose appoggiate a tre promontori rocciosi ; la prima, ancora

nella Nurra, giunge all’estremità della piattaforma calcarea turritana ove si apre

Porto Torres, la seconda arriva fino al bordo della pittoresca massa trachitica di

Castel Sardo costituente il nucleo principale della rocciosa costa dell’Anglona e la terza

raggiunge la Gallura orlando una distesa alluvionale costruita dal Goghinas. Anche in

questa parte si trovano lungo il litorale alcuni stagni retrodunali, tra cui degni di nota

quelli di Pilo e di Platamona. La spiaggia che da quest’ultimo prende nome è la più

90


II Capo Colonne sulla costa trachitica dell’isola di San Pietro.

importante e, per quanto in via di erosione, richiama numerosi bagnanti nei due tratti

della Marina di Sassari e della Marina di Sorso, sortavi di recente.

Oltre l’isola Rossa si svolge compatta e seghettata la costa gallurese fino a Capo

Testa e a Punta Falcone, flettendosi nelle due larghe insenature di Porto Vignola

e Cala Vali’Alta, separate dalla tozza sporgenza del Monte Russu. Esse sono orlate

da due ampie spiagge, chiamate rispettivamente Arena minori e Arena maiori per la

grande estensione che vi assumono sabbie e dune, sospinte dal vento fino a oltre

2 km. nell’interno.

Col Capo Testa, altra isoletta congiunta da una impalcatura quaternaria al litorale

sardo, la costa muta aspetto, con la serie di rias, già ricordate, e si chiude così

in bellezza il magnifico scenario periferico.

Complessivamente, peraltro, le coste sarde hanno articolazioni scarse, ma questo

difetto è alquanto attenuato dalla presenza di numerose isole minori (per circa

91


Fot, Mori

Capo Caccia e Porto Conte.

Le coste granitiche a Capo

Falcone, l’estremità più

settentrionale della Sardegna.


Fot. Stefani

Capo Caccia e le imponenti ripe calcaree

che guardano l’ingresso di Porto Conte.

275 kmq) che si trovano poco distanti dalla costa su una comune piattaforma continentale

e specialmente ai quattro angoli dell’isola maggiore, di cui sono naturali

appendici, essendone state distaccate da fratture о da limitate sommersioni recenti.

Uno di questi gruppi è posto all’estremità nord-orientale ed è chiamato Arcipelago

della Maddalena dal nome dell’isola principale; l’altro all’estremità sud-occidentale

è il Gruppo sulcitano perchè si trova dinanzi alla costa del Sulcis.

L ’arcipelago settentrionale è costituito da un gruppo di isole granitiche, come

la vicina Gallura, poste intorno alla Maddalena: una prima serie, subito di fronte

alla costa gallurese, è costituita da Caprera, Santo Stefano e Spargi, e una seconda

serie più lontana comprende tre isole minori. Budelli, Santa Maria e Ràzzoli, e isolotti

e scogli che si affacciano sulle Bocche di Bonifacio. Il Gruppo sulcitano consta

93


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La costa nei bianchi calcari miocenici del litorale occidentale

presso Santa Caterina di Pittinuri.

invece di due sole grosse isole, San Pietro e Sant’Antioco e di alcuni scogli, Vacca

e Toro, tutti trachitici come l’antistante costa da cui sono stati staccati da fratture.

Delle altre isole sono da ricordare l’Asinara, che prolunga ad uncino verso

nordovest la Nurra, di cui ha la stessa natura granitico-scistosa; Tavolara pilastro

calcareo che guarda l’accesso del Golfo di Olbia e molte piccole isole costiere minori

lungo le coste del Sàrrabus e dell’Ogliastra. Più distanziate verso occidente sono

le due isolette di Mal di Ventre (l’antica Maleventius insula) e del Catalano, gneissica

l’una e basaltica l’altra. La prima di queste ha grande interesse perchè è l’unico

resto dall’antico collegamento paleozoico tra le due masse oggi staccate della Nurra

a nord e dell’Iglesiente a sud.

Ai litorali sottili danno spesso carattere particolare i numerosi stagni costieri e

lagune di varie dimensioni, che sono oggi una cinquantina e che si trovano un pò

dappertutto, ma più frequenti e più vasti dal lato meridionale e da quello occidentale.

Essi hanno origine varia e vario carattere a seconda del diverso contributo del

mare da un lato e degli apporti detritici dei fiumi e dei torrenti dall’altro. Veri stagni

94


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II promontorio trachitico di Castel Sardo

col paese a ridosso, dominato dalla Rocca.

Fot. Stefani


sono quelli formatisi alla foce dei corsi d’acqua per loro sbarramento ed espandimento

in specchi d’acqua e canali retrodunali. Altro tipo è quello che si trova in corrispondenza

delle fronti costiere delle pianure in via di subsidenza dove i golfi di

sommersione (Cagliari, Oristano, Palmas, Asinara) sono stati sbarrati da lunghi

lidi regolari (come quello della Plaja di Cagliari) talvolta a più ordini successivi con

formazione di lagune trasformatesi poi negli stagni più grandi dell’isola, come quelli

posti alle due estremità del Campidano. Un terzo tipo infine, dovuto soprattutto

all’azione costruttrice e ordinatrice del mare, è quello delle lagune di seno costiero

formate per sbarramento di antiche insenature per opera di cordoni litoranei che

talvolta si sono appoggiati a promontori, come a San Teodoro e Calich, e talaltra

ad isolette fronteggianti la costa. In questo ultimo caso, già constatato al Capo

Bellavista, al Capo Mannu e allo stesso Capo Sant’Elia, tra i due arcuati tomboli

di raccordo è stata chiusa una laguna evolutasi poi a stagno (Tortoli, Quartu, ecc.)

mantenuta artificialmente in collegamento col mare oppure interrata completamente.

Questi stagni offrono un paesaggio caratteristico e, un tempo fòmiti di malaria

e causa quindi di spopolamento e desolazione, sono oggi utilizzati in parte come

ricche peschiere e saline. In tal caso l’uomo ha provveduto alla loro conservazione,

mentre quelli più piccoli о meno adatti sono colmati о in via di colmamento.

Tutto sommato le coste sarde, con i loro lunghi tratti a ripa о a spiagge falcate

si prestano male a servir di tramite tra l’isola e le terre circostanti. La costa

orientale, cioè proprio quella rivolta verso la penisola italiana, è la più sfavorevole

perchè per due terzi formata da una muraglia ostile e perchè d’altra parte le rias che

la intaccano a nord hanno una esigua profondità e il fondo del Golfo di Olbia è in

via di progressivo interramento, tanto che il porto è ormai mantenuto artificialmente.

Il lato settentrionale e quello occidentale non sono molto migliori ed offrono

qualche appiglio naturale solo in corrispondenza di alcune sporgenze come Porto

Torres о di modeste insenature come quella di Alghero e di Bosa о di isole come

la Maddalena a nord e San Pietro con Carloforte a sud. Più favorito degli altri è il

lato meridionale dove al riparo, per altro incompleto, del promontorio di Sant’Elia

è sorto e si è sviluppato il maggior porto dell’isola, Cagliari, più favorito però dalla

sua posizione rispetto al retroterra e allo sbocco del Campidano che non dalla sua

ubicazione.

La mediocrità delle coste sarde ha certo contribuito a rendere assai modesta la

vita marittima e quindi ad accentuare quell’isolamento naturale che ha avuto conseguenze

decisive per i caratteri antropici della regione.

Tuttavia in epoca recente, la situazione è molto migliorata in quanto sono state

costruite importanti opere portuali nei principali approdi dell’isola e i collegamenti

marittimi con la penisola e gli altri paesi circostanti sono stati intensificati

e accelerati. Inoltre la bellezza e l’originalità delle coste ha costituito e costituisce

un richiamo considerevole per i forestieri che vi accorrono sempre più numerosi

alimentando una cospicua e redditizia corrente turistica.

96


I mari.

I mari su cui si affacciano le coste sarde hanno, intorno all’isola, fondali con

caratteri assai diversi; nel Tirreno essi scoscendono rapidamente verso alte profondità,

mentre nel Mar di Sardegna hanno pendenza molto minore, sicché le profondità

aumentano più lentamente.

Infatti mentre dal lato occidentale la curva batimetrica di 200 m. decorre in

gran parte parallela alla costa e se ne mantiene distante circa 20 km, dalla parte

orientale ha andamento assai irregolare disegnando dossi — tra cui l’ampio delta sottomarino

del Flumendosa — e solchi profondi, correndo per lunghi tratti a soli 6-8 km.

dal litorale, ma in certi punti si avvicina di più ancora, tanto che dinanzi alla Torre

di Murtas, posta nella parte centro-meridionale, l’isobata di 1000 m. dista meno di

15 km. dalla costa.

L ’isola poggia dunque su uno zoccolo asimmetrico in rapporto con Г asimmetria

della sua configurazione in quanto, trovandosi i maggiori rilievi nella parte orientale,

essi scendono ripidi da questo lato nel mare, mentre hanno versanti più estesi

e meno acclivi verso occidente ove si sviluppano anche le maggiori pianure. Ne

consegue che la piattaforma continentale, cioè la frangia con profondità fino a

200 m. circa, ha estensione molto diversa nelle singole parti: ridotta ad una striscia

sottile dal lato tirrenico, diviene ampia e regolare nel Mar di Sardegna dal Golfo

dell’Asinara a quello di Cagliari, il che ha grande importanza per la distribuzione

dell’ittiofauna e quindi per la pescosità delle acque.

Le acque marine che circondano l’isola hanno acque azzurrissime ad alta salinità,

ma non sono interessate da movimenti notevoli. Le maree hanno una ampiezza

media oscillante tra 20 e 30 cm. che si eleva fino a 40-50 cm. ad Alghero e Golfo

Aranci nei periodi sizigiali e raggiunge il massimo di 60 cm. nell’interno del Golfo

di Olbia. Ma nel Golfo di Oristano si scende a 15 cm. e a Carloforte appena a io!

Le correnti poi sono deboli e piuttosto con carattere di deriva, essendo collegate ai

tipi isobarici prevalenti, variabili con le stagioni e mosse quindi dal vento: le acque

occidentali sono interessate per gran parte dell’anno da una modesta corrente diretta

da sud a nord mentre quelle orientali presentano d’estate una corrente analoga e

d’inverno una corrente diretta in senso contrario facente parte di un circuito che a

quanto sembra interessa l’intero Tirreno in senso antiorario. Nelle Bocche di Bonifacio

le correnti sono più gagliarde e con verso alterno, ma dirette prevalentemente

da occidente ad oriente con velocità da 2 a 4 miglia sotto l’impulso del

ponente e del maestrale. Rimescolamenti notevoli di acque si hanno pure tra i vari

gruppi insulari e soprattutto nel canale di San Pietro, tra l’isola omonima e la costa

sulcitana; anche qui è col maestrale che si stabiliscono i movimenti di acque più

forti diretti verso sud specialmente tra Portoscuso e l’isola Piana. Queste correnti

7 — Le Regioni d'Italia - Sardegna.

97


Lo stagno di Calich presso Alghero.

Fot. Sef

hanno una certa importanza per i loro riflessi sulla pescosità delle acque e sulle

migrazioni dei tonni.

I mari sardi sono noti da tempo per l’esistenza di numerosi banchi di corallo,

che si trovano a profondità comprese tra loo e 200 m. distribuiti in modo discontinuo

al margine della piattaforma continentale, specialmente lungo il litorale settentrionale

tra il Capo Caccia e il Capo Testa e dinanzi a quello sud-occidentale. La presenza

di questi banchi corallini insieme alla pescosità delle acque, ha richiamato da tempo

e Ano ad epoca recente pescatori liguri, catalani, livornesi e napoletani con conseguenze

importanti per il popolamento delle coste sarde.

98


C apitolo Q uarto

LIN EAM EN TI E FORME DEL RILIEVO

Caratteri generali del rilievo.

La modesta altezza media della Sardegna (334 m. contro 568 della Corsica), il suo

aspetto complessivamente piatto e la superficie relativamente ristretta (15% ) occupata

dai rilievi di oltre 500 m. non debbono indurre in inganno: la Sardegna è un

paese prevalentemente montuoso, non tanto dal punto di vista altimetrico, quanto da

quello morfologico, che effettivamente conta. Senonchè il rilievo sardo non è stato

formato come quello alpino о appenninico, da piegamenti e sollevamenti recenti,

ma dalle dislocazioni verificatesi nell’antico massiccio con impalcatura granitica

rigida, sicché le linee direttrici del rilievo corrispondono alla direzione delle principali

fratture. Non vi si trovano, pertanto, delle vere catene montuose ma dei massicci

a dossi per lo più arrotondati separati da altopiani о da pianure che dividono

l’isola in grandi settori montuosi di diversa altezza e che si possono considerare

come altrettante isole di un antico arcipelago saldate di recente da depositi marini

e da espandimenti lavici terziari oppure da alluvioni quaternarie. Tali sono le zolle

della Gallura e della Murra a nord, il settore del Gennargentu al centro e quelli

del Sàrrabus, dell’Iglesiente e del Sulcis a sud.

I singoli massicci montuosi hanno per lo più l’aspetto di larghe groppe senza

vere cime e coi caratteri della media montagna, avendo altezza modesta che non raggiunge

in nessun luogo i 2000 metri. Infatti la vetta più elevata è la Punta La M armora

(1834 m.) nel Gennargentu, ma gli altri maggiori gruppi orografici superano di

poco i 1000 metri: tali sono appunto la Punta Balestrieri nel Monte Limbara(i3Ó2 m.)

in Gallura, il Monte Rasu (1259 m.) nei Monti del Màrghine-Gocéano, il Monte

99


La sommità regolare del Gennargentu vista dal passo Correboi.

Fot. Sef

Serpeddì (1069 m.) nel Sàrrabus, il Monte Linas (1263 m.) nell’Iglesiente e il Monte

Is Caràvius ( il 16 m.) nel Sulcis. Si contano in tutto una quindicina di questi massicci

costituiti per lo più da rocce granitiche о scistose, ma non mancano rilievi calcarei

e trachitici. Domina su tutti, non solo per le maggiori altezze ma per la sua

vastità, il massiccio del Gennargentu che si estende con un’ampia base nella parte

centro-orientale dell’isola e, per essere la zona più difficilmente accessibile e quindi

meno toccata dalle influenze straniere, ne costituisce propriamente il cuore. Per la

sua lunghezza primeggia invece un rilievo che traversa obliquamente l’isola dal

Monte Ferru ai Monti di Alà per un centinaio di chilometri e che è l’unico che

100


Paesaggio sull’altopiano granitico nuorese

chiuso in fondo dalla dorsale calcarea del Monte Albo.

Fot. Sef

abbia apparenza di catena. Esso è formato da varie parti eterogenee per costituzione

e per forme e allineate nel senso di una grande frattura con direzione ercinica (sudovest-nordest)

in cui si è impostato il corso del Tirso, parti che sono le cosiddette

Catene del Màrghine e del Gocèano ove si trova la vetta più alta. In effetti si tratta

solo del bordo meridionale degli altopiani basaltici, trachitici e granitici fratturati e

successivamente inclinati verso nord. Il nome di « catena » si spiega solo per l’aspetto

che questi rilievi presentano a chi li guardi dalla valle del Tirso sulla quale si ergono

ripidi formando una barriera, un màrgine appunto, di notevole significato anche

dal punto di vista antropico.

102


Posizione particolare hanno i rilievi calcarei mesozoici che fanno corona al Golfo

di Orosei e a cui si riallacciano a nord il singolare dosso del Monte Albo (1127 m.)

e a sud le zolle calcaree alle falde meridionali del Gennargentu.

Si tratta di grandi frammenti distaccati per frattura dall’altopiano calcareo-giurese

che si stendeva dal lato orientale appoggiandosi al Gennargentu e dislocati

secondo una tettonica a scaglie.

Ma il rilievo sardo non può in alcun modo essere ridotto a schemi, in quanto

offre una casistica eterogenea che si riflette anche sulle forme delle sommità, varianti

con la stratigrafia e la natura della roccia: ampie groppe arrotondate negli

scisti, rese qua e là più risentite da locali intrusioni porfiriche; spuntoni о creste

dentellate a sierre nei graniti, indicate talora con nomi caratteristici (Monte Sette

Fratelli); forme cupoleggianti nei calcari cambrici; torrioni di fattezze dolomitiche

nei calcari giuresi; moli stratificate nelle trachiti costituiscono aspetti particolari

che variano localmente il paesaggio.

La diversità di forme dei rilievi è espressa anche dalla varietà di termini usati

per indicarli: bruncu, cùccuru per cime piuttosto arrotondate, contra per forme a

cocuzzolo, murru (muso), corra (corno) per cime aguzze e Uuru per monti isolati

a punta; crastu per spuntoni rocciosi; corongiu per rupi con fianchi diruti; mesa

(tavola) per forme tabulari; costa о costera per versanti acclivi ed estesi, sciuscià per

dirupi, oltre a molti altri termini più comuni come cabu, pitzu, punta, perda (pietra),

rocca, nodu ecc. ed altri ancora indicanti forme particolari che tra poco vedremo.

Le incisioni e le insellature sommitali a seconda della loro ampiezza e forma

sono chiamate pure con vari nomi: arca, bucea, о ucea, genna о janna (dal latino

janua = porta), porta 0 portedda, sedda (sella).

Anche le colline vengono chiamate con nomi diversi: giba (dall’analogo vocabolo

spagnolo significante gobba), cuddighiolu in Gallura e zéppara nella parte meridionale;

altare, altària, altina usato dovunque.

Ma poco estese sono non tanto altimetricamente quanto morfologicamente le

zone collinose perchè esse si trovano abbastanza diffuse in tre sole parti dell’isola:

nella Nurra (Monte Forte 464 m.) e nella parte centrale del Logudoro (Meilogu) a

nord e nel distretto calcareo-marnoso della Marmilla e della Trexenta, posto a sud

subito ad oriente del Campidano.

M .S.Vittoria

1212

Paesaggio della Barbàgia

meridionale (estovest). A

sinistra la valle del Flumendosa

col tavolato calcareo

del Sarcidano, a

destra i tacchi calcarei

deirOgliastra appoggiati

ai monti scistosi paleozoici

(da Scheu).

103


Paesaggio sulla depressione uniforme della Marmilla

dominata dalla mole regolare della Giara di Gésturi.

Fot. Mori

Le forme predominanti del rilievo sardo sono gli altopiani e i tavolati costituiti

da tratti delle antiche superfici di spianamento о lembi più о meno estesi di rocce

vulcaniche о sedimentarie che l’hanno ricoperto. Perciò questi altopiani sono assai

diversi per grandezza, per altezza e per costituzione litologica. I più caratteristici

sono i grandi altopiani granitici che si distendono ininterrottamente dal Limbara ai

piedi del Gennargentu: sono gli altopiani di Buddusò, di Bitti, del Nuorese e di

Fonni, qua e là rilevati in ampie intumescenze (Monti di Alà 1078 m., Monte

Ortobene di Nuoro 955 m.) e sparsi di blocchi rocciosi. Seguono per ampiezza i

tavolati trachitici, i maggiori dei quali si trovano a settentrione, nell’Anglona, nel

Logudoro e nel bacino del Temo, dove l’erosione li ha spesso scissi in montagne

tabulari (Monte Minerva 640 m.); al centro e alla sinistra del Tirso, nonché a mezzogiorno

in corrispondenza della piattaforma rocciosa del Sulcis, cui appartengono

anche le isole antistanti. Assai ampi e di estrema regolarità sono pure i tavolati basaltici,

i maggiori dei quali si stendono sulla destra del Tirso: l’altopiano di Abbasanta

tra il Monte Ferru, il Campidano di Oristano e il Màrghine e, al di là di quest’ultimo

e a livello più elevato, l’altopiano della Campeda cui fa seguito a occidente

104


Fot. Mori

L ’altopiano granitico di Fonni

il più elevato della Sardegna.

quello della Planàrgia. Altopiani basaltici minori sono quelli isolati dall’erosione alle

falde orientali del Monte Arci e che sono le giare (Giara di Gésturi, di Serri e di

Siddi fino a 6-700 m. di altezza) che si estollono nella parte centrale dell’isola a guisa

di poderose fortezze naturali in cui le popolazioni nuragiche si arroccarono. Pianori

basaltici, anche estesi, ma poco elevati, sono i gollei notati nelle Baronie tra Dorgali

e Orosei.

Più imponenti per altezza о per dimensioni sono gli altopiani calcarei che si

trovano nell’alta e media valle del Flumendosa, da Làconi all’Ogliastra, e risultanti

pure dallo smembramento, per frattura о erosione, della antica formazione sedimentaria

secondaria. Questi altopiani sono i tacchi e i tònneri delle Barbàgie, questi stretti

e allungati (Monti Tònneri, Tònneri di Tonara), quelli ampi e tozzi che raggiungono

le massime dimensioni nell’altopiano del Sarcidano. Talvolta questi resti dell’antica

copertura calcarea sono ridotti a semplici testimoni a forma di pittoreschi torrioni

isolati, il più noto dei quali è la Perda Liana (1295 presso il lago dell’alto Flumendosa,

oppure a forma di fungo e chiamati allora texile come quello di Aritzo

(975 m.). Infine le forme ad altopiano si estendono anche ai rari lembi calcarei arelos


Il dossone porfirico del Monte Perdedu.

Fot. Sef

nacei, come quello che forma il Salto di Quirra nella Sardegna sud-orientale che è

dominato dalla piramide tronca del Monte Cardìga (676 m.).

Queste forme ad altopiano, poste a diverse altezze dipendono in parte dalla

natura e dalla disposizione regolare degli strati rocciosi e in parte notevole dalla

presenza di varie superfici di erosione corrispondenti a cicli diversi. Infatti, come

dice con sintesi efficace il Vardabasso: « L ’interno della Sardegna presenta tuttora,

meglio che altrove, le caratteristiche morfologiche di una contrada piegata nel Paleozoico

(orogenesi varisca) poi peneplanata, quindi ripresa per nuovi cicli di erosione

106


Fot. Sef

L ’altopiano basaltico di Abbasanta

con le sue « tancas » pastorali visto da Macomèr.

con spostamenti e deformazioni tettoniche della superficie livellata, riesumata;

condizioni che ricordano ad esempio le origini e l’evoluzione del paesaggio della

meseta iberica ».

La superficie pianeggiante più elevata è quella degli altopiani granitici nuoresi che

si stende sui goo-iooo m. di altezza e all’incirca questa stessa altezza о poco meno

hanno molti altri spianamenti minori situati su rocce diverse e in varie parti dell’isola.

Di questa antica superficie si trovano anche testimoni granitici isolati che

spuntano dagli scisti come il Monte Genis (970 m.) nel Sàrrabus. Si tratta dei resti

107


Fot. Mori

Il Tacchixeddu con la sua superficie regolare visto da Monte Su Rei.

Fot. Mori

Aspetto delle « Serre » granitiche galluresi.


Paesaggio dell’Anglona nei terreni trachitici tra Castel Sardo e Sédini.

Fot. 3ef

del penepiano più antico, probabilmente triassico, in rapporto con la demolizione

dei rilievi ercinici. Seguono in basso, all’altezza di circa 600 m. lembi di un’altra

superficie di spianamento ben visibili in Gallura e nell’Ogliastra, riferibili a un ciclo

di erosione pliocenica.

Può darsi però che lo spianamento miocenico abbia avuto una maggiore importanza

e che in alcune parti sia stato innalzato notevolmente dal sollevamento postpliocenico,

senza però che questo fatto possa essere esteso a tutta l’isola, come vorrebbe

il Pelletier.

Per quanto riguarda le forme dei rilievi esse, come si è detto, sono varie perchè

in rapporto con i caratteri litologici e strutturali. Ma un posto particolare va dato

ai rilievi granitici che assumono aspetti caratteristici nelle creste seghettate delle

sierre. Esse si trovano in graniti compatti e — secondo il Pelletier, che le ha studiate

attentamente — possono avere origine tettonica, erosiva e strutturale. Nella

n o


Sardegna nord-orientale, le sierre strutturali sono le più frequenti poiché sono in

rapporto con la presenza dei graniti più duri (granuliti) che l’erosione differenziale

ha messo in sporgenza. Ma importanti sono anche quelle tettoniche dovute a faglie

che hanno isolato zolle allungate, come la cresta di Aggius che domina la conca tettonica

di Tempio e come è forse anche la cresta sommitale del Limbara. Infine le

sierre di erosione si sono formate in corrispondenza dei margini di gradinate divenuti

via via più acuti ed elevati, a pùlpito, per sovrescavazione alla base delle scarpate

marginali. Vi sono poi delle forme intermedie. In alcuni casi l’origine delle

sierre è dovuta a fattori combinati che danno alle creste aspetti quanto mai suggestivi

e vari, come avviene per la cresta che corona il massiccio dei Sette Fratelli, in

parte tettonica con evidenti scarpate di faglia e in parte strutturale perchè tagliata

in filoni di rocce cristalline più dure.

I rilievi granitici sono resi irregolari e scabri da forme di dettaglio dovute alla

frammentazione della loro superficie in blocchi ricoprenti i pendii e accumulati qua

e là in fantastici ammassi. Gli agenti atmosferici li attaccano scolpendovi, soprattutto

per la lenta decomposizione dovuta all’umidità capillare risaliente, nicchie e

Fot. Sef

Paesaggio granitico gallurese presso Arzachena.

III


cavità di ogni grandezza uguali ai tafani della Corsica e che in Gallura son chiamati

conchi. Ai blocchi così scavati si dà il nome di perdas pertuntas (pietre forate),

molto comuni nella Gallura, nelle isole della Maddalena e di Caprera, nel Nuorese

(Monte Pertunto) e nel massiccio dei Sette Fratelli.

I tafoni scolpiscono i blocchi granitici bizzarramente, aprendovi talvolta cavità

tanto grandi da poter essere usate per ricovero di uomini e di bestiame oppure

dando loro talvolta delle forme strane, a fungo о a figura di animale, com’è l’orso

tagliato nel granito del Capo d’Orso, di fronte a Caprera. Questo scolpimento minuto

avviene, ma in minor misura, in altre rocce cristalline come le trachiti e infatti

è proprio trachitico lo strano Elefante posto nel retroterra di Castel Sardo.

Un utile complemento sintetico all’analisi della configurazione verticale dell’isola

si può avere osservando l’andamento della linea spartiacque che segna tra

il Capo Falcone e il Capo Carbonara la divisione fra i due versanti maggiori, l’uno

rivolto al Tirreno e l’altro verso il Mar di Sardegna. Lo spartiacque tocca le massime

elevazioni — Limbara, altopiano di Buddusò, Monte Gonari, Arcu Corr’e Boi,

Bruncu Spina, Serpeddì e Sette Fratelli — non è sviluppato a catene, ma poggia

su massicci separati da altopiani о da modesti dossi, sicché nell’interno dell’isola

scende fino a poche centinaia di metri, seguendo un decorso tortuoso tutto spostato

Fot. Sef

Il Monte Acuto e il

Rio Sa Picocca, nei

graniti del Sàrrabus.

1 12


Fot. Sef

L ’orso del Capo d’Orso,

scolpito bizzarramente nel granito dagli agenti meteorici.

Fot. Sef

Strana forma di degradazione meteorica a forma di elefante

in un blocco di trachite sulla strada tra Castel Sardo e Sédini.

8 Le Regioni d'Italia - Sardegna.


Forme di degradazione testudinate dei graniti in Gallura.

Fot. Stefani

verso la costa orientale di modo che i due versanti hanno superficie alquanto ineguale

(12.306 kmq. contro 11.494). E tale differenza risulta ancora maggiore ove

si tolgano i due versanti settentrionale e meridionale : in tal caso il versante

orientale risulta occupare solo il 27,4% della superficie dell’isola e quello occidentale

il 35,7%. Questo fatto, unito alla considerazione che al versante minore corrispondono

i rilievi più elevati, esprime abbastanza bene la maggiore estensione di

114


colline e pianure e di ampie vallate nella parte occidentale, facilmente penetrabile

quindi e accessibile, e invece di aspre montagne compatte e chiuse ad oriente. Giustamente

dunque Silio Italico notava che la Sardegna sembra volgere il dorso all’Italia

e questo indubbiamente ha aumentato, specie in certe epoche, l’isolamento storico

della terra sarda, il che, pur senza sopravalutare la sua importanza, non è stato

senza conseguenze sulle vicende dell’isola.

I solchi vallivi e le pianure.

Con le forme per lo più poco contrastate e spesso pianeggianti delle sommità, contrasta

la prevalente ripidità dei solchi vallivi sia per la loro origine per lo più tettonica,

sia per il ringiovanimento generale del rilievo causato dal sollevamento postpliocenico.

Questo, infatti, ha riattivato molto l’attività erosiva dei corsi d’acqua,

che hanno inciso profondamente i fondi valle formando spesso gole, forre, meandri

incastrati, distinti nella toponomastica con termini assai indicativi: fúndale, gurgu,

gùtturu, oltre a quello generico di badde о baddi (valle). Queste forme scoscese e

rocciose delle parti inferiori delle valli rendono il rilievo aspro, pur se di altezza

modesta, e danno spesso anche a semplici colline aspetto di montagne. Per questo,

mentre in base ai soli caratteri dell’altimetria la Sardegna risulterebbe occupata per

il 67% da colline e per il 15% da montagne, considerando gli aspetti morfologici

queste ultime hanno la predominanza, stendendosi su quasi metà dell’isola e le vere

colline solo su un terzo della superficie totale.

Le valli dunque, coincidenti col tracciato attuale dei corsi d’acqua, sono in prevalenza

di origine tettonica recente, in quanto corrispondono alle linee di frattura

che, come si è visto, hanno frammentato il massiccio cristallino e la sua copertura.

Ciò vuol dire che non sono stati i fiumi a creare le vallate, ma viceversa le acque

superficiali a essere convogliate nelle zone depresse per dislocazione.

La fossa dei Campidani che per l’ampiezza e la regolarità del suo fondo costituisce

una vera, grande pianura è solcata da due modesti corsi d’acqua con direzioni

opposte il Piumini Mannu di Samassi che si dirige verso Cagliari e il Piumini

Mannu di Pabillonis che va verso Oristano, semplici canali di raccolta di numerosi

rivi provenienti soprattutto dai rilievi orientali. Anche la contigua valle ove

scorre il Cixerri è parzialmente tettonica. Ma impostazione tettonica hanno soprattutto

le valli dei maggiori fiumi sardi: il Tirso, che segue nel suo corso medio la zona

di sprofondamento recente parallela ai Monti del Màrghine; il Plumendosa che

attraversa nella parte media una frattura in senso nordsud parallela alla costa orientale

e nella parte bassa una frattura in senso nordovest-sudest; il Coghinas che occupa

pure un largo solco grossolanamente parallelo a quello del Tirso e nell’ultimo

tratto piega ad angolo retto ricalcando un’antica valle trasversale d’erosione scavata

tra la regione granitica della Gallura e quella trachitica dell’Anglona.

115


La fossa tettonica della

media valle del Tirso

(nordest-sudovest).

A destra il tavolato granitico

di Nule; a sinistra

i Monti del Màrghine

con il tavolato

basaltico, ß, basalto;

T, trachite; G, granito.

La potenza del basalto

e della trachite è esagerata.

La sezione anteriore

schematizza la

valle del Tirso presso

la diga (da Scheu).

Tra i fiumi minori sono in rapporto con disturbi tettonici il Temo, incanalatosi

entro le colate trachitiche dislocate e il Cedrino con l’Isalle convogliato al mare dagli

sprofondamenti del settore vulcanico del Golfo di Orosei.

Non mancano però esempi di profonde valli di erosione da interpretare come

eredità di un antico sistema idrografico formatosi nella copertura calcarea del massiccio

cristallino e progressivamente approfondito: così si sono formate molte valli

sovrimposte, come quelle dell’alto Tirso e del Cedrino stesso e quelle ancora più

tipiche del Taloro, dell’Araxisi, del Posada, del basso Mulargia, tutti con numerosi

meandri incassati.

Altri corsi d’acqua minori hanno corso recente che scende al mare seguendo il

senso della pendenza e le parti più basse di ampie superfici periferiche, come il Rio

Mannu di Porto Torres a nord e il Rio Palmas a sud. Da ciò risulta chiaramente che,

come al rilievo, anche alla rete idrografica sarda manca uniformità di sviluppo, in

quanto la formazione e l’evoluzione di ogni bacino è in rapporto con particolari

vicende che vi si sono verificate nel corso dei tempi geologici.

La presenza di così numerosi e profondi solchi vallivi ha avuto conseguenze

assai importanti sui fatti umani in quanto essi hanno spesso costituito, invece che vie

naturali di comunicazione, ostacoli gravi alla circolazione, esercitando una considerevole

azione séparatrice e quindi la divisione dell’isola in cantoni rimasti appartati

per secoli.

Poco meno di 1/5 della superficie della Sardegna è formata da pianure, risultanti

in gran parte dal colmamento di depressioni di origine tettonica. La parte maggiore

di questa superficie è presa dal Campidano, anzi dai Campidani che si stendono

dal Golfo di Cagliari a quello di Oristano, su una lunghezza di circa n o km.

e con una larghezza tra 15 e 25 chilometri. Questa grande e caratteristica pianura

fiancheggiata in tutta la sua lunghezza da due spalliere di monti e colline, occupa

il fondo della grande fossa tettonica terziaria ed ha molti punti di somiglianza con

la fossa del Reno, ricolmata da depositi diluviali ed alluvionali modellati ad ampi

terrazzi di regolarità estrema.

116


Origine in parte analoga ha la piana della Nurra, a occidente di Porto Torres

che si stende pure da un mare all’altro tra il Golfo dell’Asinara e la rada di Alghero.

Oltre a queste due pianure che sono le più grandi dell’isola, se ne trovano alcune

minori, le une poste nell’interno e circondate da rilievi, le altre periferiche, costiere.

Fot. Sef

La valle del Rio Pardu in Ogliastra

scavata nei terreni scistosi (filladi) paleozoici.

II'


La pianura alluvionale del Posada.

Fot. Mori

Le pianure interne, chiamate spesso « campi », hanno avuto origine dal parziale

svuotamento per l’erosione dei corsi d’acqua, di bacini ricolmi di tufi vulcanici

о di sedimenti marnosi. Tali sono nella parte settentrionale il Campo di Ozieri о

Campo di Chilivani, il Campo Giavesu, il Campo di Santa Lucia di Bonorva, il

Campo Làzzari e nella parte meridionale i bacini della Trexenta e della Marmilla,

adiacenti al Campidano.

Le pianure costiere non sono molto estese e coincidono con lo sbocco dei fiumi

che le hanno costruite coi loro detriti. Esse si trovano soprattutto lungo la costa

orientale e settentrionale e tra esse sono da ricordare quelle del Flumendosa, del Rio

di Quirra, del Cedrino, del Posada e del Coghinas (Campo Coghinas) e a sud la

pianura del Rio Palmas, ma ad esse si può unire la vasta Piana di Oristano, costruita

per la sua parte settentrionale dal Tirso.

Nelle pianure appaiono sistemi di terrazzi scaglionati ad altezza diversa secondo

le vicende tettoniche locali, ma per lo più intorno a loo e 200 m. e ai livelli di

70-80, 30-40, 20-30 e 10-15 metri. Quelli inferiori sono alluvionali mentre quelli

superiori sono lembi di antiche superfici d’erosione in roccia talvolta innalzati da

dislocazioni successive. I più sviluppati e regolari dei terrazzi si trovano nel Cam-

118


pidano in tre ordini distinti e presentano spesso un’inclinazione da nordest a sudovest

in rapporto con la subsidenza recente del Campidano sud-occidentale. Così

il grande terrazzo campidanese, largo fino a io km. è alto un centinaio di metri

presso Sanluri, 50 intorno a Serramanna e solo 35 a Villasor.

Fot. Sef

Il Pranu Su Nurache,

nella pianura di Muravera con le caratteristiche siepi di fichi d’india.


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. y - - . - .

Paesaggio della Marmilla dal Nuraghe Su Nuraxi di Barumini.

Bacino di erosione dovuto a escavazione dei terreni miocenici

testimoniata dal Colle di Las Plassas, che appare in fondo.

Fot. Sef

Ma bellissimi sono anche i terrazzi dei bacini terziari (Marmilla, Trexenta,

Logudoro, Anglona), dove si è verificata in varie fasi a datare dal Pliocene un’erosione

molto intensa, facilitata daU’erodibilità dei sedimenti (marnosi, argillosi, arenacei

о tufacei), per effetto del notevole sollevamento subito da queste regioni

con sbandamenti verso le zone più depresse.

Le pianure maggiori presentano pertanto aspetti diversi nelle loro varie parti:

strisce alluvionali recenti depresse nella parte centrale, zone terrazzate a vari livelli

nelle alluvioni antiche, ventagli di conoidi di deiezione nei tratti pedemontani ai piedi

12 0


di alti versanti scoscesi in disgregazione, come quella del Campidano occidentale

risalente al Würmiano.

La presenza di questi terrazzamenti ha attenuato alquanto le sfavorevoli condizioni

delle pianure, rese acquitrinose nelle parti più depresse о nelle fronti litoranee

dalle inondazioni dei fiumi о da stagni costieri e perciò disertate fino a pochi anni or

sono dalle popolazioni malgrado la fertilità dei loro terreni. In tali condizioni l’insediamento

umano e la viabilità hanno spesso tenuto conto delle migliori possibilità

che i terrazzi alluvionali offrivano.

I gruppi orografici e i loro aspetti geomorfologici.

Data la frammentazione del rilievo in gruppi con fisionomia tanto diversa, occorre

procedere a una loro breve descrizione anche perchè, avendo la ripartizione regionale

della Sardegna base essenzialmente geomorfologica, l’analisi anche sommaria dei lineamenti

verticali, varrà a constatare e precisare l’individualità delle regioni.

Considerando la differenza esistente tra la configurazione verticale delle due metà

longitudinali dell’isola e formando i rilievi orientali un unico complesso, è opportuno

descriverli per primi nella loro interezza per poi esaminare quelli della parte

occidentale.

Fot. Mori

Terrazzi del Campidano di Cagliari tra Sinnai e Selàrgius.

I2I


Un solco ben marcato, allungato da Olbia a Ozieri, attraverso la sella tettonica

di Monti (290 m.) e seguito dalla ferrovia principale sarda, limita insieme al solco

trasversale del basso Coghinas il gruppo montuoso occupante l’angolo nord-orientale

dell’isola. Le sue direttrici principali sono quelle erciniche da sudovest a nordest

e si sviluppano nella regione chiamata propriamente Gallura. Tale gruppo è dominato

dal massiccio del Limbara con gli attigui Monti Ultana che scende ripido

verso sud nelle depressioni del Coghinas e del Padrogiano mentre poggia a nord

sull’altopiano di Tempio, con i margini rilevati per erosione differenziale degradanti

al mare con gradinate successive. Si tratta di un insieme compatto di montagne

granitiche con cime ardite e scabre a guglie, a piramidi a serre bizzarramente

dentellate che gareggiano per la loro asprezza con quelle della vicina Corsica. Dalle

vette più elevate del Limbara, la Punta Balestrieri (1362 m.) e la Cima del Giugantino

(1359 m.), lo sguardo spazia su un ampio panorama che va dalla Corsica al

Gennargentu e dall’Asinara al Golfo di Olbia.

Al di là della depressione Olbia-Ozieri i Monti di Alà che salgono fin verso i

1100 m. (Monte Lerno 1094 m.. Punta di Senalonga 1076 m.) portano a un ampio

altopiano granitico ondulato sugli 800-900 m. di altezza, l’altopiano di Buddusò e

di Bitti da cui, verso occidente, ha origine il Tirso. Vi si connettono da questo lato, a

guisa di propaggini, i Monti del Gocéano e del Màrghine, alquanto più alti (Monte

Rasu 1250 m.) e costituenti fino alla Sella di Macomér (530 m.) il più lungo e regolare

allineamento montano dell’isola (oltre 100 m.). Anch’esso ha direzione sudovestnordest

e, avendo subito uno sbandamento verso nord, strapiomba ripido sulla Valle

del Tirso. Con la stessa direzione, ma dal lato opposto, verso il Tirreno, si ergono

il gran dosso calcareo carsificato del Monte Albo (Punta Catirina 1127 m.) e accanto

quello scistoso, più basso del Monte Rémule (Monte Senes 863 m.), costituenti i

maggiori rilievi delle Baronie.

I vasti e regolari altopiani granitici di Buddusò e di Bitti e quelli contigui più

elevati del Nuorese e di Tonni collegano il gruppo montuoso settentrionale con quello

centrale, da cui però lo distinguono ai lati due solchi profondi seguiti dalla grande

strada trasversale sarda: la Valle del Cedrino-Isalle, dal mare a Nuoro, e la Valle del

Nùrdole e del Liscoi da Nuoro al Tirso. Ciò indica già la particolare importanza

che ha Nuoro, a dominio del passaggio tra le due fronti nella parte centrale dell’isola.

Da qui verso oriente si sviluppa una propaggine granitica che culmina col Monte

Ortobene, ardito testimonio dell’antica superficie di erosione sul migliaio di metri,

e giunge incisa dalla Val d’Isalle fino a Capo Cornino.

II settore montuoso centrale è più compatto e formato da massicci allineati in

senso meridiano. Vi si trova il gruppo orografico più ampio e più elevato della

Sardegna di cui rappresenta il cuore e costituisce in complesso la Barbagia. Ne

forma la parte essenziale il massiccio filladico del Gennargentu, dominato da ampie

gobbe su cui spiccano le vette più alte dell’isola (Punta La Marmora 1834 m. e

Bruncu Spina 1829 m.) corrispondenti a filoni porfirici ben visibili da lungi anche

perchè coperte di neve per buona parte dell’anno. Ad esse si accede facilmente dal

122


\k . ^

Fot. Sef

La maestosa mole calcarea del Monte Corrasi (1463 m.)

ai cui piedi giace Oliena.

villaggio di Désulo, posto alle loro falde boscose occidentali: di lassù si dispiega

la visione di tutta l’isola battuta dal mare e più lontano appaiono le cime azzurrine

ed alpestri della Corsica cui si affiancano i lineamenti delle coste toscane.

Tutto intorno al massiccio del Gennargentu sventagliano le propaggini ed i contrafforti,

più elevati e acclivi verso oriente e settentrione, più bassi e dolci ad occi-

123


.-.V-

Ш ki. Ж- 'bv*¿fv. -, i* 4 *'

I Monti Ulàssai con versanti scistosi

sormontati da poderose rupi calcaree mesozoiche.

dente; da questa parte essi spianano intorno ai 6-700 m. a formare il pittoresco altopiano

granitico del Mandrolisai, il cui bordo scende poi fino alla sponda sinistra

del Tirso ed al Lago Omodeo. Verso nord si staccano i monti della Barbàgia OUolài,

tra i quali spicca il Monte Spada 1626 m.), che terminano con l’aguzzo Monte di

Nostra Signora di Gonari (1083 m.), il monte centrale della Sardegna che ha in

cima un antico e famoso santuario. Ad est di Tonni, oltre il Passo Correboi (il più

alto dell’isola 1235 m.), о meglio Corru’e boi (corno di bue, per la sua sezione lunata)

collegante la valle del Flumineddu-Cedrino con quella del Flumendosa e del Taloro-

124


¡ч-j

Fot. Mori

La massiccia mole del Monte Minerva

nel quadro del paesaggio trachitico

dell’altopiano di Villanova.

Tirso, si stende la catena omonima, coperta da una coltre calcarea che si affaccia

alla fine sulla Valle di Oliena con le bianche pareti strapiombanti dal Monte Corrasi

(1463 m.). Una sua sottile propaggine giunge verso nord fino alla zolla monoclinale

del Monte Tuttavista di Orosei (805 m.) sbandata verso il Tirreno. A nordest

il massiccio si prolunga col settore montano sempre filladico del Monte Genziana,

cui segue il poderoso spalto calcareo che fa corona pittoresca al Golfo di

Orosei su cui talune cime scoscendono con scogliere selvagge come il Monte Bàrdia

(882 m.), il Monte Tulùi (915 m.) e il Monte Santo di Baunei (811 m.). A mezzogiorno,

dopo i monti nudi e deserti della Barbàgia di Beivi, le falde del Gennargentu

sono incise trasversalmente dal corso tortuoso dell’alto Flumendosa che taglia la

colata porfirica del Monte Perdedu, oltre il quale si stendono i selvaggi rilievi della

Barbàgia Seùlo. Qui le placche di calcari e dolomie secondarie svariano il paesaggio

coi ben noti tacchi e i tònneri raggiungendo e superando talvolta i 1300 m. di

altezza (Monte Tònneri 1223 m.. Perda Liana 1293 i-). le cui pareti strapiombanti

e nude assumono in più punti aspetti dolomitici come nei tacchi di Sàdali e

di Ulàssai (1004 m.). Estrema propaggine del massiccio barbaricino è il Monte

Santa Vittoria (1212 m.), gran gobba porfiroide che si erge sull’ampia base filladica

tra il medio Flumendosa e il Flumineddu.

125


Sul lato orientale i bordi del massiccio formano un ampio anfiteatro essenzialmente

granitico e aperto largamente sul mare, costituente nel suo insieme il cuore

dell’Ogliastra. Esso è dominato da una serie di vette scistose sui 1200 m. di altezza

(Monte Idolo, Monte Armidda, Monte Tricoli) e si appoggia a sud all’ampia cupola

porfirica del Monte Ferru (875 m.). Verso sud-ovest i rilievi centrali si continuano

alla destra del Flumendosa col vasto e regolare altopiano calcareo del Sarcidano

(o S ’Arcidano come taluni scrivono) il più grande di tutti, culminante col Monte

Coromedus (893 m.). Poco a sud di esso appaiono nel Monte Gùzzini e nel Planu-

La Scala di Ciocca (cioè a chiocciola)

come esempio dei profondi valloni che incidono l’altopiano calcareo sassarese.

Fot. Sef

126


muru (763 m.) due apparati vulcanici basaltici che, insieme all’ampia depressione

tettonica contigua in cui scorrono il Mulargia e il basso Flumendosa segna il passaggio

da questo lato verso la regione collinosa terziaria. È qui che il contrasto tra la

« vecchia » e la « nuova » Sardegna si presenta particolarmente evidente e suggestivo.

I rilievi della cùspide sud-orientale, tra il basso Flumendosa e il Golfo di Cagliari

si estollono in piccoli massicci e in altopiani di media altezza (500-600 m.)

con alcuni rilievi isolati dominanti. Uno di questi massicci tabulari costituisce il

Gerréi, regione scistoso-calcarea, dominata dal Monte Ixi (839 m.) e dal testimone

granitico del Monte Génis о Gennas (979 m.). Altri due massicci si trovano nel

Sàrrabus e sono divisi dalla pittoresca Valle del Rio Cannas: l’uno, a nord, è quello

scistoso del Serpeddì, culminante con la vetta porfirica omonima a 1069 m., e

l’altro è quello granitico dei Sette Fratelli (1023 m.), detto così dalla sierra con vari

spuntoni dioritici che si estollono da sottostanti ripiani deformati, costituendone la

vetta dentellata, ben visibile anche da Cagliari.

Molto diversa è la plastica della metà occidentale dell’isola che ha rilievi raccolti

in gruppi più numerosi, nettamente separati da pianure e da zolle collinari, formatisi

per gran parte in epoca recente e le cui forme ad altopiano sono anche più frequenti.

A ll’estremità settentrionale si affiancano al massiccio gallurese, subito alla

sinistra del Goghinas, i pianori del complesso trachitico che costituiscono il tratto

più caratteristico dell’intero angolo nord-occidentale dell’isola fino al Temo, esclusa

solo la sua punta estrema. Tale è appunto l’aspetto che hanno i rilievi dell’Anglona,

per lo più allungati da nordest a sudovest e di altezza modesta che si succedono dal

Campo d’Ozieri al mare alternati con depressioni tufacee su cui si estollono i caratteristici

monti tabulari Sassu (640 m.) e Planu su Sassittu (490 m.) e il colle di Nostra

Signora di Bonària, presso Osilo (767 m.) da cui degradano al mare fino al promontorio

di Castel Sardo. Agli altopiani trachitici seguono verso occidente gli altopiani

calcarei più bassi e più estesi del Sassarese, declinanti verso il mare e incisi dai corsi

d’acqua con solchi profondi risaliti dalle strade con ripide rampe come alla Scala

di Ciocca. Invece verso sud, oltre la Sella di Ploaghe (427 m.), si apre la depressione

del Logudoro, ove le ondulazioni calcaree sono sormontate da numerosi pianori

basaltici isolati, tra cui dominano quelli del Monte Pelao (740 m.) e del Monte

Santo (733 m.), a nord di Mores, e da parecchi coni e conetti vulcanici recenti,

come il Monte Pubulema (461 m.), il Monte Austiddu e quello di San Matteo di

Ploaghe (429 m.) a formare il caratteristico paesaggio della cosiddetta Alvernia sarda.

Più alti e più estesi sono gli altopiani ancora di natura trachitica, tra il Logudoro

e il mare, che sono complessivamente allineati da Nord a Sud, ai due lati della

Valle del Temo e, essendo sbandati verso l’interno, aumentano di altezza verso il

mare (Monte Mannu 802 m.), Pedra Ettori (718 m.), al quale scoscendono con

imponenti gradinate. Al centro di questa regione accidentata, si erge la maestosa

mole trachitica del Monte Minerva (640 m.) massiccio strutturale facilmente riconoscibile

per la sua superficie tabulare regolarissima e perciò punto di riferimento

importante.

127


Fanno parte a sè i rilievi della cùspide nord-occidentale della Sardegna e cioè

della Murra, perchè costituiti da un gruppo di colline sui 3-400 m. di altezza dominate

dal Monte Forte (464 m.) e dal Monte Doglia (437 m.) e formate a oriente

da calcari secondari e ad occidente, al di là d’una netta frattura, da una larga dorsale

scistosa e arenacea paleozoica che si continua nella vicina isola dell’Asinara.

Verso, sud, passato il basso Temo, subentrano alle colline scavate del Logudoro

i grandi pianori basaltici della Planargia e della Campeda, che si elevano progressivamente

fino a culminare nella massa poderosa del Monte Ferra. Si tratta del maggiore

degli antichi apparati vulcanici della Sardegna, costituito come è da un insieme

di rocce trachitiche e basaltiche bizzarramente compenetrate che si elevano fino

a 1050 m. col Monte Urtigu, coronato da ciglioni dirupati. Tutto intorno le lave basaltiche

emesse per ultime dal vulcano si sono espanse a formare vasti altopiani di

roccia scura e scabra disposti in due livelli diversi: uno più alto sui S'^SO m., a

nord del Màrghine, rappresentato dal Plano de Murtas e dalla Campeda, e uno

a sud più basso sui 3-400 m. che è l’altopiano di Abbasanta, lambito ai suoi bordi

dal Tirso. Questi rilievi basaltici raggiungono la massima altezza al centro, nel

Monte Sant’Antonio (805 m.) costituendo un ampio dosso che, raccordandosi ai

monti del Màrghine e del Gocèano completa lo sbarramento separante la Sardegna

centro-meridionale, cioè il Capo di Sotto о Capo di Cagliari, da quella settentrionale

che è il Capo di Sopra о Capo di Sassari con caratteri antropici assai diversi.

Questo diaframma orografico, che ha avuto grande significato storico e politico,

consente un passaggio abbastanza facile solo in corrispondenza della Sella di Macomèr

(530 m.) che è pertanto il più importante punto di passaggio obbligato dell’isola

sia per le principali vie di comunicazione longitudinali che per quelle trasversali,

le quali appunto si incrociano in sua corrispondenza.

Proprio dalle pendici meridionali del Monte Ferra ha inizio la vasta pianura

alluvionale terrazzata del Campidano che prosegue continua fino al Golfo di Cagliari

tra due serie di rilievi, costituenti i due pilastri tettonici della grande fossa. Mentre

ad occidente della piana si ergono immediati i monti paleozoici dell’Iglesiente, dall’altro

lato, tra la pianura e i maggiori rilievi orientali antichi, si frappone una fascia

pressoché continua di colline, che raggiunge l’ampiezza massima di circa 35 km.

tra Sàrdara ed Ìsili e la minima, di neppure io km. all’altezza di Monastir. Si tratta

di bacini terziari svariati da dossi e colli e fertili conche marnose costituenti il cuore

delle tre regioni di Arborèa, Marmilla e Trexenta, succedentisi da nord a sud. La

complessiva uniformità di questa vasta plaga è rotta solo, verso la sua parte settentrionale

dalle poderose moli delle giare, i noti altopiani basaltici dalla regolarissima

sommità tabulare sui 6-700 m. di altezza, il più esteso dei quali è il Planu Sa Giara

о giara di Gésturi (609 m.) e il più alto la contigua giara di Serri (703 m.) entrambi

veri monumenti della geografia e della preistoria sarda. Il bastione vulcanico del

Monte Arci, con la sua massa trachitica e basaltica, culminante con le due punte di

Trébina longa (trébina = treppiede) alta 812 m. e Trébina Lada (795 m.), chiude

verso occidente la regione delle giare, separandola dalla contigua pianura.

128


Fot. Sef

Paesaggio nella Valle del Cixerri con la Punta di San Michele (908 m.)

nei calcari cambrici Domusnovas.

L ’ultimo gruppo orografico occupante l’intero angolo sud-occidentale dell’isola,

cui si può dare genericamente il nome di gruppo iglesiente, è uno dei più vasti e dei

più complessi per qualità di rocce e per aspetti morfologici e certo il più importante

per le ricchezze minerarie che racchiude. In realtà esso consta di due massicci

alquanto diversi separati dall’ampia depressione trasversale in cui scorre il rio

Cixerri, continuata verso il mare dalla Sella di San Giovanni e dalla breve Valle del

Flumentépido. Il massiccio settentrionale, che è ì’Iglesiente in senso stretto, è il più

compatto ed elevato, dominato com’è dal dosso scistoso principale disteso tra il

Monte Linas (Perda de sa Mesa 1236 m.) e la Punta Cuccurdoni Mannu (910 m.)

riposante su un grande ellissoide granitico messo allo scoperto dall’erosione nella

sua parte centro-orientale a costituire la conca di Arbus e vari rilievi. Tutt’intorno

Le Regioni d ’Italia ~ Sardegna.

129


si trovano varie cime superanti i looo m., come la Punta Santu Miali sopra Villacidro

e la Punta Mugusu dal lato del Campidano, e propaggini elevate specialmente

verso sud, dove la mole calcarea del Monte Marganai (906 m.) si affaccia sulla

Valle del Cixerri. A nord invece i rilievi si abbassano di più, ma hanno forme

montane nell’Arcuentu (785 m.) detto dei marinai « pòllice di Oristano » per la sua

vetta arcuata e ove un tratto della cresta delinea uno strano profilo umano, il ben

noto « profilo di Napoleone » prodotto dalle dentellature incise dall’erosione in una

massa di conglomerati basaltici recenti. Paesaggio più blando e uniforme offrono

nella zona di Iglesias le colline arenacee del Carbonifero, con una serie di groppe

che solo in pochi punti s’innalzano fin quasi a 700 m. (Monte San Pietro 661 m.).

Il massiccio meridionale consta di una serie di cime intorno ai 1000-1100 m. di

altezza, allineate a formare una dorsale, diretta da nord a sud culminante col Monte

is Caràvius ( il 16 m.), con la Punta Maxia (1017 m.) e con Punta Sébera (979 m.)

che con le sue propaggini divide la tozza penisola, compresa tra i golfi di Cagliari

e di Palmas in due parti ineguali. Quella orientale, con aspri rilievi essenzialmente

granitici e arenacei (Monte Arcosu 948 m. Monte Santo di Pula 864 rti.) costituisce

il complesso orografico del Capoterra. Quella occidentale, insieme al dosso scistoso

calcareo càmbrico del Monte Orri (723 m.) distinto dal Colle di Campanasissa e

posto lungo il Cixerri, forma i monti del Sulcis, disposti ad ampio anfiteatro racchiudente

una conca rigata dal fiume Palmas coi suoi affluenti. Sul fondo della conca

tettonica sulcitana si elevano caratteristici rilievi tabulari, di aspetto simile alle giare

ma col pianoro sommitale formato da lave andesitiche, il maggiore dei quali è il

Monte di Narcao, alto non più di 481 metri. Verso la costa invece si stende un

vasto tavolato trachitico che si continua nelle vicine isole di San Pietro e di Sant’Antioco,

ove raggiunge altezze modeste al Colle di Perdas de Fogu (271 m.) in quest’ultima

e 2 1 1 m. alla Guardia dei Mori nella prima, per scendere poi a picco nel

Mare di Sardegna.

Il carsismo. Le grotte e le frane.

Pur essendo le formazioni calcaree relativamente poco estese, occupando neppure

un decimo della superficie, si trovano nell’isola numerosi e importanti fenomeni

carsici (grotte, doline, acque sotterranee) ed in alcune parti si nota un vero paesaggio

carsico. Il grado e il tipo di incarsimento dipendono dalla diversa qualità, spessore,

estensione e giacitura dei singoli affioramenti calcarei, nonché dalla loro età, cioè

dalla durata della loro emersione. Da un punto di vista generale si può dire che la

giacitura per lo più disturbata da dislocazioni e l’estensione ridotta dei calcari e delle

dolomie, se ha facilitato lo sviluppo di profondi solchi superficiali separati da creste

sottili, cioè dai campi solcati, ed anche di crepacci, di inghiottitoi e di grotte, ha

ostacolato la formazione di cavità superficiali maggiori come le doline, sicché la

morfologia carsica interna, ipogea prevale largamente su quella esterna. I massicci


Nel laghetto interno della Grotta di Nettuno, presso Capo Caccia.

Fot. Mossotti


Un aspetto suggestivo della Grotta del Bue Marino, in Ogliastra.

Fot. Ciganovic


calcarei sono attraversati da grotte e caverne percorse da corsi d’acqua sotterranei

che tornano spesso a giorno alla base dei rilievi in risorgenze carsiche anche abbondanti

di grande interesse pratico: si può dire anzi che le maggiori sorgenti dell’isola

siano proprio di tipo carsico.

I fenomeni carsici si verificano nei calcari delle età più diverse. Nell’Iglesiente

i calcari cambrici formano montagne nude (Marganai, Malfidano) incise da crepacci

e inghiottitoi e attraversate da caverne e grotte tra le quali ben nota quella di San

Giovanni presso Domusnovas da cui esce una grossa sorgente che rifornisce di acqua

Cagliari. Ma il modellamento carsico ha raggiunto il massimo sviluppo in corrispondenza

delle zolle di calcari massicci, poste intorno al Golfo di Orosei e nella Nurra

di Alghero. I monti della parte centro-orientale dell’isola come quelli di Oliena e

di Dorgàli e il Monte Albo hanno superfici tormentate da aspri campi solcati, divise

da profonde e strette valli asciutte e presentano doline di cui una detta Suercone,

ubicata nei pressi di Dorgàli, è la più grande della Sardegna. Un vero polje, il

Piano di Abba Foridda, si trova nell’altopiano calcareo sopra Osini.

Un bell’esempio di corso d’acqua sotterraneo si trova alle falde calcaree del

Monte Cardiga nel Salto di Quirra; qui il Rio S’Angurtidorgiu mannu (Inghiottitoio

grande) viene inghiottito e dopo un percorso sotterraneo di circa 3,8 km. in una

grotta galleria che da esso prende nome e fornita di laghetti e aiuole stalagmitiche

ricompare più in basso in due risorgenti, di cui la maggiore è quella detta Canneddas

de Tuvulu.

Assai numerose invece, sono caverne, grotte e voragini anche con laghetti sotterranei

e sorgenti carsiche poderose come quella di Cologone che è la maggiore

dell’isola e quella di Lóccoli presso Siniscola. Queste grotte, molte delle quali attendono

ancora di essere esplorate, hanno talvolta nomi caratteristici, come su Stampu

(il buco), sa Nurra (la voragine), sa Oche (la voce), su Bentu (il vento) alludenti

queste ai rumori causati dal movimento tumultuoso delle acque sotterranee e alle

correnti d’aria che si stabiliscono tra l’esterno e l’interno.

Le grotte di sa Oche e su Bentu nella Valle del Lanaittu e tra loro comunicanti,

a sud di Dorgàli, costituiscono il complesso maggiore finora conosciuto di tutta

l’isola e dell’Italia intera poiché, pur essendo ancora in corso di esplorazione, vi è

stata già raggiunta la profondità di 400 m. e le grotte si sviluppano per una lunghezza

di 6,5 km., con una serie di grandiosi ambienti sotterranei ricchi di laghetti

(oltre 30), stalattiti, stalagmiti e percorsi da un fiumicello ricco di acque.

Nei tacchi dell’Ogliastra e della Barbàgia, come avviene del resto più di frequente,

le grotte hanno prevalente sviluppo orizzontale per il modesto spessore che qui

hanno in genere le formazioni calcaree. Proprio in Ogliastra, vicino al villaggio di

Ulàssai si trova la ben nota grotta di Su Màrmuri (cioè del marmo, alludendo alle

sue bianche stalattiti) che è una delle più belle, sviluppandosi per quasi un chilometro

con ampie sale alte fino a 80 m. e con un laghetto interno.

Un’altra tra le più rinomate grotte della Sardegna è quella di Is lanas, nei pressi

di Sàdali in Barbàgia, con bellissime stalattiti e in cui vivono, come in molte altre

133


grotte sarde, dei coleotteri ciechi. Anche nelle formazioni calcaree mioceniche del

Sassarese e del Cagliaritano si trovano grotte che acquistano un certo sviluppo nei

piccoli altopiani calcarei del Logudoro e dell'Anglona da un lato e nel Capo Sant’Elia

dall’altro. Ben note sono pure la grotta Su Coloru presso Laerru e quella dell’Inferno,

presso Sassari.

Un caso particolare è offerto da grotte costiere scavate dal mare che sono numerose

ma piccole mentre alcune di grandi dimensioni hanno origine carsica e per effetto

di una sommersione recente sono state inondate costituendo motivi di interesse e

di attrazione. Queste grotte litoranee si trovano, si può dire, in tutti i lembi cal-

I terreni franosi nelle filladi intorno a Càiro in Ogliastra.

In basso si trova il vecchio centro e in alto la sua parte nuova.

Fot. Sef

134


carei che si affacciano sulla costa. Tra esse sono ben note quelle che si aprono

numerose sul Golfo di Orosei, di cui la più rinomata e sviluppata (oltre 4 km.) è

la grotta del Bue Marino, presso Cala Gonone, cosiddetta perchè rifugio di foche,

come un tempo altre grotte costiere dello stesso nome. Meglio note sono le grotte

del Capo Caccia nei pressi di Alghero, la più famosa delle quali per grandiosità e

bellezza è la Grotta di Nettuno, nel cui interno si trova un laghetto di acqua salata

considerato il maggior lago ipogeo d’Italia (Lago La Marmora 130X 50 m.) e il

secondo del Mediterraneo. Essa si sviluppa per oltre 800 m. in un susseguirsi di

corridoi e saloni per tutta la lunghezza del promontorio ed è in comunicazione con

la contigua Grotta Verde о dell’Altare. Anche nella vicina isola Foradada si trova

una grotta chiamata la Grotta dei Palombi, che perfora l’isoletta dandole così il nome.

Altra grotta molto nota, scavata pure nel promontorio di Capo Caccia è la Grotta

dei Ricami, cosiddetta per l’abbondanza di bianche concrezioni cristalline e di snelle

stalattiti. Le altre grotte marine sono di piccole dimensioni, ma hanno talvolta notevole

interesse perchè vi sono stati trovati reperti preistorici, come è avvenuto per le

grotte del promontorio Sant’Elia, vicino a Cagliari.

Nelle altre rocce le cavità sono più rare e di piccole dimensioni. Si tratta soprattutto

di caverne scavate nei graniti e nelle trachiti dove si aprono più spesso semplici

incavature, nicchie e tafoni.

In complesso l’elenco catastale delle grotte sarde, compilato dal Forreddu, ne

riporta 353, ma il loro numero è certamente superiore, dato che un’esplorazione

speleologica sistematica è stata intrapresa solo da poco tempo. Tale esplorazione

assume particolare importanza perchè le grotte e le caverne hanno offerto eccellenti

e assai sfruttati ricoveri naturali per gli uomini e gli animali, sicché vi si sono trovati

più volte interessanti reperti umani preistorici e tracce di faune relitte.

Un fenomeno importante, connesso col carsismo, si riscontra nei tacchi delrOgliastra,

dove l’infiltrazione delle acque carsiche e il loro affioramento al contatto

dei calcari con l’imbasamento scistoso provocano sui bordi degli altopiani il distacco

e il crollo di grandi masse di roccia che precipitano nel fondo valle e si accumulano

lungo i ripidi versanti. Grandiose frane di questo genere si verificano comunemente

secondo un processo iniziatosi in epoca antica lungo le pareti dei tacchi dell’Ogliastra

nei dintorni di Tertenia, Jerzu, Ulàssai e Osini ed anzi quest’ultimo villaggio

è stato costretto a spostarsi in luogo più sicuro. Frane dello stesso tipo si verificano

sui fianchi dei monti calcarei intorno al Golfo di Orosei ed anche in corrispondenza

dei ciglioni basaltici delle giare e delle colate basaltiche del Monte Ferru e del

Monte Arci.

Le frane più notevoli si verificano però negli scisti argillosi alterati о incoerenti

soprattutto durante e dopo la stagione delle piogge e lo sciogliersi delle nevi che

inzuppano il terreno facendone scivolare masse anche ingenti lungo i pendi! più

ripidi. I punti più colpiti da queste frane di smottamento e scivolamento sono i fianchi

del Gennargentu e l’Ogliastra dove alcuni villaggi tra cui Désulo, Gonari, Aritzo,

Beivi da un lato e Gàiro dall’altro (nella valle del Rio Pardu ogliastrino) hanno su-

135


ìto a più riprese danni notevoli. I persistenti e gravi scivolamenti del terreno,

favoriti dalla disposizione a franapoggio degli strati scistosi, hanno costretto a spostare

alcuni abitati essendosi dovute abbandonare le loro parti basse più antiche

che sono state trasferite in punti più elevati oppure addirittura, come nel caso di

Càiro a ricostruire il paese in altra località più stabile.

Tuttavia sia le frane che, in genere, l’erosione del suolo hanno in Sardegna scarsa

importanza rispetto ad altre regioni italiane perchè, data la particolare morfologia

dell’isola, i dislivelli forti in rocce erodibili, sono piuttosto rari.

136


C apitolo Q uinto

IL CLIMA E L A V IT A V E G E T A L E E ANIM ALE

Se la Sardegna presenta, rispetto alle altre regioni italiane, motivi di profonda

originalità nei riguardi della costituzione e struttura del terreno e delle forme dei

rilievi, non ne ha altrettanta rispetto alle condizioni del clima che ha caratteri sostanzialmente

simili a quelli di altre regioni marittime prospicienti il bacino occidentale

del Mediterraneo. Ma questi caratteri climatici vanno precisati adeguatamente

vista la loro profonda influenza sul regime dei corsi d’acqua, sui suoli, sulla

vegetazione spontanea e coltivata e quindi sull’economia agricola e pastorale dell'isola,

che sono poi le attività basilari. La posizione geografica, l’insularità e il rilievo

costituiscono i fattori principali di differenziazione climatica.

I fattori del clima.

Per la sua posizione la Sardegna, pur trovandosi in piena area mediterranea,

subisce da un lato l’influenza di masse d’aria portate dai venti occidentali di origine

atlantica e dall’altro quella delle masse d’aria tropicali provenienti dafl’Africa settentrionale,

cui si aggiungono limitate incursioni di aria fredda artica. Sono appunto

gli spostamenti stagionali di queste masse d’aria e le traiettorie dei cicloni a determinare

i tipi di tempo. Infatti nell’autunno e nell’inverno allorché pervengono sull’isola

masse d’aria temperata umida atlantica, richiamate dalle basse pressioni sul

Mediterraneo, si ha un peggioramento del tempo e un periodo di piogge di varia

durata, pur con un aumento della temperatura; invece con l’afflusso di aria fredda

137


settentrionale si ricollegano i periodi di tempo bello, con atmosfera limpida, ma con

basse temperature. Anche l’aria umida e tiepida mediterranea porta giorni nuvolosi,

con temperatura mite e moderata umidità. Dall’autunno alla primavera l’isola è

interessata dai cicloni che si spostano attraverso la penisola iberica verso il Tirreno

seguendo la via del 40° parallelo che è la meno frequentata delle tre grandi traiettorie

cicloniche del Mediterraneo occidentale. Poiché le piogge sono apportate quasi

esclusivamente da queste perturbazioni, si spiega la relativa scarsità di precipitazioni

di cui soffre la Sardegna. Durante l’estate l’aria tropicale invade il Mediterraneo portando

temperature elevate che provocano le maggiori punte di calore, e un regime

d’alte pressioni che sottraggono la regione mediterranea al grande flusso dell’aria

oceanica e causano un marcato e prolungato periodo di siccità.

L ’insularità della regione e la breve distanza dal mare di ogni parte del suo territorio

(nessun punto del quale dista dalle coste più di 53 km.), determina un clima

marittimo che è particolarmente mite nella regione costiera, con elevata temperatura

media e piccola escursione termica, e che non assume vero carattere continentale

neppure nelle contrade montuose più interne. Infine la distribuzione e

l’entità del rilievo e la sua disposizione in senso meridiano, perpendicolarmente

cioè alla direzione della traiettoria più seguita dai cicloni, contribuisce ad apportare

differenziazioni climatiche sensibili tra le varie parti dell’isola.

Infatti, mentre la parte occidentale è aperta alle correnti atmosferiche tiepide e

umide che possono penetrare profondamente nell’interno, specie lungo la Valle del

Tirso, il versante orientale riceve attenuato il benefico influsso dei venti occidentali

e non gode molto di quello del Tirreno perchè, data la compattezza che vi ha il

rilievo e la sua vicinanza alle coste, l’influenza del mare penetra scarsamente nell’interno.

Inoltre le direttrici principali del rilievo producono effetti di varia natura sui

venti e, principalmente, una loro deviazione in vario senso.

La temperatura.

Per quanto riguarda la temperatura, si deve dir subito che il suo andamento annuo

non presenta caratteri originali rispetto a quello d’altri paesi mediterranei. Infatti

la particolare posizione dell’isola e la sua lontananza dai continenti fanno sì che

essa goda- di un tipico regime termico mediterraneo, senza eccessi di caldo e

freddo in quanto le acque marine, raggiungendo la temperatura massima nelle

prime settimane dell’autunno e quella minima in primavera, attenuano i freddi dell’inverno

e mitigano i calori estivi. Giungono pure attenuate le incursioni di aria

fredda settentrionale, sicché tutto sommato nella stagione invernale la temperatura

rimane relativamente elevata eccettuate le zone montane, il che costituisce la caratteristica

più importante del clima sardo.

138


Per tutte queste ragioni la temperatura media annua ha valori notevoli compresi

per la maggior parte dell’isola tra 18° e 14° e inferiori solo nelle parti più elevate della

Barbàgia e della Gallura. Infatti diverse località costiere e dell’interno hanno 17°,6,

ma, aumentando l’altezza, la temperatura media diminuisce fino ai i2°,7 di Désulo,

sul Gennargentu, a 920 m. di altezza, e ai 10°,5 della Val Licciola sul Limbar a

loio metri. Per valutare appieno questi dati si deve ricordare che Palermo, a latitudine

minore, ha i7°,9, press’a poco come Cagliari, e Napoli ha solo i6°,5 come Olbia.

Sulla distribuzione pianimetrica della temperatura, la latitudine ha scarsa influenza,

tanto è vero che c’è poca differenza tra il comportamento termico dei due estremi

dell’isola (Sassari i6°,8; Cagliari i7°,6). Più importante è l’azione del rilievo, per

quanto l’influenza moderatrice del mare intervenga a frenare l’entità della diminuzione,

calcolata in circa 1/2 grado per ogni 100 m. di altezza.

Ma queste temperature medie esprimono assai imperfettamente le condizioni

reali, sia perchè non danno idea dei massimi e dei minimi termici, sia perchè mascherano

il comportamento della temperatura durante l’anno e cioè il regime termico.

Per quanto riguarda le temperature minime, si deve dire che la loro media annua

è superiore a 10° in tutte le zone costiere e di pianura e diminuisce alquanto in

quelle interne di montagna, ove oscilla tra 7° e 9°. Nei singoli mesi invernali si hanno

però, naturalmente, valori più bassi che raggiungono il minimo nel gennaio e

nel febbraio, cioè nei mesi più freddi: a Cagliari 6°,4 e a Désulo appena і°,з nel

gennaio. Le regioni interne e di montagna hanno dunque inverni più freddi (specie

il Gennargentu e il Limbara), ma non rigidi, per effetto della notevole insolazione

che si verifica in molti giorni asciutti e luminosi; durante la notte però l’irradiazione

è più forte e la temperatura scende, sicché temperature minime di 2° e 3° sotto zero

sono frequenti ed eccezionalmente si possono verificare minimi assoluti di — 7°

e — 8°. Invece i valori negativi sono rari nella zona costiera ed anzi la media invernale

e quella del mese più freddo lungo il litorale meridionale sono tra le più elevate

d’Italia, superate solo talvolta dalle stazioni litoranee della Sicilia.

Le temperature medie massime si verificano nel luglio e nell’agosto nella fascia

costiera e nelle zone interne della Sardegna meridionale, ove le medie estive superano

i 30°. Ma i massimi assoluti (40°-42°) si notano nelle località poste sugli altopiani

interni e soprattutto in quelle separate dal mare dall’ostacolo del rilievo.

L ’escursione termica diurna presenta ovunque i valori più alti nell’estate: da 8°

a 10° sulla costa e da 14° a 16° nell’interno, e non è tanto influenzata dall’altitudine

quanto dalla distanza dal mare, che ne fa diminuire gradatamente l’influenza mitigatrice,

e dall’esposizione rispetto ai venti.

Il regime termico, cioè l’andamento delle condizioni termiche nel corso dell’anno,

offre alcuni aspetti caratteristici. Dopo le basse temperature del gennaio e del febbraio,

si nota un certo innalzamento delle temperature medie nel mese di marzo,

in cui però le notti sono ancora rigide e sopraggiungono spesso irruzioni di masse

d’aria fredda che provocano minimi assoluti negativi. Questi stessi eventi possono

verificarsi anche in aprile, ma più rari e attenuati, sicché questo mese è il primo nel

139


quale la maggior parte delle stazioni, ad eccezione di quelle più elevate, registra una

temperatura superiore ai io°. Il primo annuncio della stagione calda si ha nel maggio

talvolta con brusche ondate di caldo, ma possono ancora aversi ritorni di freddi assai

dannosi per la vegetazione e specialmente per i pascoli.

Così il mese di maggio presenta una straordinaria incertezza nelle condizioni

termiche, che variano sensibilmente da un anno all’altro. In complesso la primavera

appare come una stagione piuttosto fresca e poco sicura, guardata con apprensione

sia dagli agricoltori che dai pastori.

Isoterme di gennaio (medie del

periodo 1926-50) (da Pinna).

140


La vera stagione calda ha inizio nel mese di giugno, in cui la temperatura media

si eleva fino ai 20° e oltre, tranne che nelle regioni montuose. Il mese più caldo può

essere luglio о agosto, ma in entrambi la temperatura supera i 20° anche sulla montagna.

Il verificarsi del massimo in agosto si osserva di frequente sulla costa occidentale;

il che costituisce un’altra prova, insieme alla minore escursione termica

ed allo spostamento al febbraio del mese più freddo, che l’influenza del mare è più

marcata in questo versante. Tutta la Sardegna meridionale ha nell’agosto una temperatura

superiore ai 25°, ma si deve tener presente che sia la temperatura media estiva

Isoterme di agosto (medie del

periodo 1926-50) (da Pinna).


Andamento della temperatura durante l’anno

in quattro stazioni caratteristiche : i , Cagliari ;

2, Santa Giusta; 3, Buitei; 4, Désulo (medie del

periodo 1926-50).

che quella del mese più caldo eguagliano quelle che nella penisola italiana si registrano

lungo il litorale tirrenico tra l’Argentario e il Golfo di Salerno e che Cagliari

ha temperature estive inferiori a quelle della Calabria litoranea e della Sicilia orientale.

Il resto dell’isola ha nell’agosto temperature inferiori a 25°, sicché si può affermare

che la Sardegna è tra le regioni italiane meno calde d’estate. Si pensi infatti che

la media delle massime nell’agosto a Sassari non arriva a 30° e a Cagliari giunge

a 31°, contro 31,2 a Foggia, 30,8 a Roma e 30,9 a Firenze.

Fino all’autunno inoltrato la temperatura si mantiene elevata tanto che quella

media del settembre è superiore a quella di giugno e quella dell’ottobre e talvolta

del novembre supera la corrispondente di maggio, specialmente nella parte occidentale

che pertanto assume talvolta anche aspetti steppici. Se dunque le temperature

elevate sono piuttosto tardive, durano però a lungo, tanto che si abbassano sensibilmente

solo nella seconda metà di novembre, pur rimanendo le medie di questo

mese superiori a 10° in quasi tutte le regioni. E solo col mese di dicembre che si

entra nell’inverno vero e proprio come è anche testimoniato da vari proverbi:

ed anche:

Dai Nadale in cudda ia, friddu, famine et charestia;

Dai Nadale in susu, friddu et famine pius.

142


Riassumendo, le condizioni termiche della Sardegna presentano i seguenti caratteri:

inverni per lo più miti, tranne che nelle regioni elevate, primavere capricciose,

estati moderatamente calde, autunni con persistenza di temperature elevate.

I ven ti.

Gli aspetti termici sfavorevoli sono accresciuti dai venti, che hanno una parte

assai importante nel clima della Sardegna ed hanno notevole influenza sulla vegetazione

e sull’insediamento umano. Essi infatti sofflano con frequenza elevatissima

e sono in rapporto sia con fatti della circolazione generale che con eventi locali perchè,

come si è detto, l’isola si trova lungo la traiettoria delle correnti aeree occidentali

che spirano dalle zone anticicloniche dell’Atlantico e dell’Europa sud-occidentale

verso i centri di bassa pressione mediterranei.

Mentre gli altri elementi del clima sardo presentano notevoli variazioni da un

anno all’altro, i valori di frequenza e di direzione dei venti non cambiano molto.

L ’isola dunque è flagellata dai venti per la maggior parte dell’anno, tanto che i giorni

di calma sono piuttosto rari, non superando talvolta 30 giorni all’anno, come alle

due estremità dell’isola, о addirittura solo 20 giorni, come a Capo Sant’Elia, vicino a

Cagliari. Predominano largamente in tutte le stagioni i venti occidentali e soprattutto

quelli del IV quadrante che rappresentano da soli il 45% di tutte le osservazioni

anemometriche dell’anno. Su tutti domina il maestrale, che soffia violentemente

da nordovest provenendo dal Golfo del Leone e abbattendosi sull’isola in

tutte le stagioni, ma soprattutto nell’inverno. Porta perciò temperatura variabile, bassa

in inverno, elevata nell’estate quando porta a Sud e specialmente a Cagliari ondate

di calore; in ogni caso dissecca il terreno, provoca un’intensa evaporazione diminuendo

i benefici delle piogge e danneggia la vegetazione. Nelle parti più battute,

infatti, lo sviluppo degli alberi è impedito assai ostacolato e le piante subiscono notevoli

deformazioni che piegano fortemente i loro tronchi e la chioma verso il sudest,

tanto che, in mancanza di bussola, possono offrire un valido mezzo di orientamento.

Lungo la parte occidentale dell’isola e specialmente alle sue estremità è assai frequente

e violento anche il ponente, che porta le piogge — bentu bosanu (di Bosa)

battit abbas — e che raggiunge la frequenza massima alla Maddalena e a Capo Testa,

prospicienti le Bocche di Bonifacio, a Capo Spartivento e Capo Teulada, all’estremità

meridionale, e nella parte occidentale dove soffia pure il libeccio, apportatore

di piogge. La tramontana e il grecale, invece, sono assai meno frequenti e poco umidi,

freschi d’estate, freddi d’inverno quando portano i giorni limpidi e luminosi del

gennaio. Essi causano, comunque, durante tutto l’anno delle gradevoli parentesi

che interrompono i lunghi periodi in cui imperversano il maestrale oppure i venti

meridionali. Questi costituiscono il secondo flagello della Sardegna, dove lo sci-

143


Frequenza dei venti (medie

del periodo 19 41-50 ) (da

Pinna).

rocco e il cosiddetto levante sono assai tem uti, soprattutto nella parte m eridionale e

sud-orientale. Q uivi, in effetti, i venti del II quadrante spirano di frequente m a si

tratta per lo più di brezze m arine о di correnti richiam ate dal passaggio di depressioni

ordinarie nelle parti settentrionali dell’isola о nel M a r L igu re. Il vero scirocco,

caldo e deprim ente è assai più raro ed ha origine più lontana, essendo costituito da

m asse d ’aria calda, desertica richiam ata verso nord dalle depressioni che seguono

il m argine settentrionale africano. Il vento, che all’origine è asciutto, passando sul

m are si carica di um idità e porta alla Sardegna aria pesante, tiepida, um ida, talvolta

torbida per polveri desertiche, che spira per tre о sei о nove giorni di seguito d eprim

endo uom ini e anim ali e apportando danni alle colture, specie se sopravviene nella

144


prim avera avanzata, quando la fioritura può essere disturbata о le spighe subire la

ben nota « stretta ». Fenom eni analoghi si possono verificare col levante che, m entre

sulla costa orientale è fresco e um ido, nelle parti interne, discendendo dai rilievi,

acquista un certo carattere di foehn e arriva nel C am pidano e nella V alle del T irso

caldo e asciutto provocando danni che giustificano la qualifica di « m aledetto » che

gli si suol dare.

Fot. Mori

Albero deformato dal maestrale nella Nurra.

L e p io g g e .

Il regim e dei venti ha soprattutto im portanza per i suoi rapporti con le p recipitazioni

le quali, in am biente m editerraneo, costituiscono l’elem ento clim atico essenziale

da cui dipendono i caratteri della vegetazione com e gran parte d ell’attività e

della vita d ell’uom o. O ra le precipitazioni in Sardegna sono costituite da piogge

cicloniche che sono in rapporto col passaggio delle depressioni barom etriche che

provengono da occidente e investono l’isola una prim a volta tra la fine d ell’autunno

e l’inizio d ell’inverno e una seconda volta tra la seconda m età d ell’inverno e il prin-

■ L e Regioni d 'I t a l i a ~ S a rd e g n a .

4 5


cipio della primavera. Ne consegue che, mentre le regioni mediterranee meridionali,

come gran parte della Sicilia stessa, hanno le piogge raccolte nell’inverno, la Sardegna

presenta due periodi piovosi, cadenti l’uno tra l’autunno e il primo inverno e l’altro

tra la fine inverno e la primavera. Essi sono separati da un periodo di minori precipitazioni

che si verifica per lo più nel gennaio, d’onde il nome di « secche di gennaio »

che gli si suole attribuire. Tale comportamento, peraltro, varia assai da un anno

all’altro, sicché si deve dire che l’elemento essenziale e più costante che la Sardegna

ha in comune con gli altri paesi mediterranei, è la presenza di una lunga stagione

asciutta coincidente con l’estate e che va da maggio a settembre.

Caratteri generali delle piogge sono i notevoli scarti dalla media dei singoli totali

annui, un elevato indice di intensità e un’irregolare distribuzione stagionale.

Gli scostamenti dalla media annua sono tali che la quantità di pioggia di qualche

anno può superare il doppio della media о esserne inferiore della metà. Se scostamenti

di tale entità non sono frequenti, scarti del 25% e del 30% si verificano in tutte

le località e devono essere considerati come normali per il regime pluviometrico

della Sardegna.

Orosei, ad esempio, che per il periodo 1926-50 ha registrato una media di

540 mm., ha avuto 680 mm. di pioggia nel 1935 e 279 nel 1937. Nuoro, nell’interno,

con una media di 689 mm., ne ha ricevuti 391 nel 1926 e 1278 nel 1930.

Désulo, stazione montana, con media di 1187,3 mm., ha avuto 700 mm. di pioggia

nel 1932 e 1700 nel 1930.

L ’intensità oraria delle precipitazioni, cioè la quantità di pioggia che cade nell’unità

di tempo e che esprime la loro violenza, raggiunge ovunque dei valori elevatissimi

sicché esse hanno in buona parte carattere temporalesco; in particolare

sul versante occidentale l’intensità è superiore a quella di ogni altra parte d’Italia.

Piogge violente a carattere di rovescio sono frequenti soprattutto nella prima fase

della stagione piovosa, quando possono verificarsi dei nubifragi che in poche ore

danno da 100 a 150 mm. di pioggia, quantità questa che può rappresentare per

alcune stazioni metà delle precipitazioni della intera stagione invernale e 1/5 del

totale annuo. Un simile evento si è verificato appunto in Ogliastra nell’ottobre

del 1951, provocando una rovinosa alluvione.

Quanto alla distribuzione mensile e stagionale, notiamo che le prime piogge

cadono per lo più nel mese di settembre con rovesci talora assai violenti e improvvisi.

Ma anche l’inizio della stagione piovosa presenta delle anomalie frequenti, in quanto

talvolta anticipa alla fine di agosto e nella prima decade di settembre, e si può avere

allora, dopo la siccità estiva, un secondo periodo arido che si protrae fino a

novembre. Altre volte invece ritarda addirittura alla metà di novembre e in tal caso

durante sei mesi dell’anno, dalla fine di maggio a novembre si ha una lunga stagione

arida con un apporto insignificante di precipitazioni.

Tale forte irregolarità è assai dannosa sia alle colture che ai pascoli, specie se si

considera che la pratica dell’irrigazione, che pure sarebbe indispensabile per vaste

superfici, non ha ancora in Sardegna la necessaria diffusione.

146


I

Andamento delle precipitazioni durante

l’anno in quattro stazioni caratteristiche

(media del periodo 1926-50) (da Pinna).

Le piogge del primo autunno cadono su un terreno completamente arido per il

lungo periodo della siccità estiva, sicché, data anche la temperatura ancora elevata,

si ha intensa evaporazione e le piogge non sono pertanto molto utili alla vegetazione

e all’agricoltura e non fanno innalzare le portate dei corsi d’acqua. Nei mesi di

novembre e dicembre la caduta delle piogge diviene più regolare e i totali mensili

si elevano. Il mese più piovoso è dicembre per la quasi totalità delle stazioni (in media

13 giorni piovosi su 31), ma in qualche anno il maggior apporto di precipitazioni

si ha in novembre, come spesso accade nelle zone costiere occidentali, oppure in

gennaio, come frequentemente si registra nelle zone montane.

Dopo il notevole apporto dei mesi di novembre e dicembre si ha una forte diminuzione

delle precipitazioni sicché la stagione delle piogge è interrotta da un periodo

la cui durata, che in media é di 3 о 4 settimane, è in relazione col particolare andamento

pluviometrico di ogni singolo anno. Tale periodo costituente le « secche di

gennaio » cade sempre nell’inverno, sia pure in diversi momenti : più frequentemente

tra la fine di gennaio о la prima decade di febbraio, raramente nelle prime

settimane di marzo. Esso costituisce veramente una piccola stagione a sé, caratterizzata

da scarsa nebulosità, grande trasparenza dell’aria e da temperature medie

che, pur essendo fra le più basse dell’anno, sono pur sempre miti; sicché in complesso

è questo uno dei momenti più favorevoli e salubri dell’anno. Se però la siccità

invernale si protrae per molte settimane, le portate dei corsi d’acqua si riducono

al livello di quelle estive e i terreni si inaridiscono con grave danno per le colture

che risentono assai anche del ritardo di questo periodo asciutto.

147


Tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera si ha generalmente una ripresa

della piovosità. Questa seconda fase, che comprende i mesi da febbraio a maggio,

raggiunge il suo massimo in febbraio о marzo e va gradatamente estinguendosi col

sopraggiungere dei primi calori estivi. Il volume delle precipitazioni non differisce

sensibilmente da quello del trimestre ottobre-dicembre e per tutta l’isola si può

valutare pari al 35% delle piogge dell’anno.

È importante notare che le piogge primaverili sono in generale più regolari di

quelle autunnali e quindi assai più benefiche: ciò è vero soprattutto per il febbraio

e per il marzo, il quale tuttavia presenta una certa variabilità e cioè talvolta siccità

desiderata dagli agricoltori (Marzu siccu, massaru riccu), tal’altra piogge favorevoli

ai pascoli e quindi ai pastori al che, appunto, accenna l’altro proverbio;

Acqua e bentu annada de sarmentu

Acqua e soli annada de liori

L ’irregolarità aum enta assai in aprile tanto che m entre in alcuni anni si possono

avere in questo m ese precipitazioni superiori a quelle di ottobre, in altri cadono solo

pochi m illim etri di pioggia. C iò ha conseguenze tanto più gravi in quanto le precipitazioni

di aprile sono le più utili alle colture, per le quali rappresentano l’ultim o

Andamento delle precipitazioni durante

un anno tipico (1931-32) per le quattro

stazioni precedenti (da Pinna).

148


г

apporto considerevole di acqua prim a della siccità estiva. L a m aggiore utilità è

dovuta anche al fatto che le piogge prim averili sono m eno violente di quelle del

prim o autunno e l’evaporazione è assai m inore sicché vengono assorbite in m aggior

quantità dal terreno.

C ol m ese di m aggio, m entre aum enta la tem peratura m edia, dim inuisce la q u an ­

tità di precipitazioni e si inizia la forte inflessione che è propria dei m esi estivi,

durante i quali si toccano i valori più bassi delle piogge che solo raram ente si accom -

gnano a fenom eni tem poraleschi. Per tutta la Sardegna luglio è il m ese m eno piovoso

sia in quanto dà il m inor apporto di piogge (di poco superiore aU’ i % del totale

annuo) sia perchè presenta il m inor num ero di giorni piovosi.

D urante il periodo della siccità estiva i terreni si inaridiscono e i corsi di acqua,

dato il generale regim e torrentizio, si riducono a livelli bassissim i; solo i m aggiori

e pochi altri, alim entati da abbondanti acque sotterranee, hanno un flusso perenne:

i rim anenti, che sono la m aggior parte, si asciugano.

I grafici della distribuzione m ensile delle piogge, costruiti coi valori m edi del

trentennio (1921-50), m ettono chiaram ente in risalto la quasi totale siccità dei m esi

estivi, i due m assim i di precipitazione che si verificano alla fine d ell’autunno e d ell’inverno

e la m aggiore altezza delle piogge autunnali rispetto a quelle prim averili;

e rendono evidente infine che il decorso annuo delle precipitazioni è uniform e in

tutte le località d ell’isola, in quelle centrali e settentrionali più um ide, com e in

quelle m eridionali meno piovose. Il confronto dei grafici basati sui dati m edi con

quelli riferentisi a un solo anno (il 1931-32), m ette in evidenza il notevole scostamento

dalla m edia che norm alm ente si verifica, tanto è vero che m entre nei grafici

costruiti con i valori m edi del trentennio, il periodo asciutto dell’inverno è appena

accennato, dato che esso può verificarsi in m om enti diversi dalla stagione invernale,

in quelli riferentisi ad un solo anno, le « secche di gennaio » sono assai m arcate.

L ’esame della distribuzione delle precipitazioni nell’isola, che si può fare u tilizzando

la carta apposita, m ette anzitutto in evidenza l’im portanza essenziale che

ha su essa il rilievo, in quanto le zone con m aggior quantità di piogge corrispon ­

dono alle regioni più elevate e ai principali gruppi m ontuosi. Si ha dunque, come

avviene di solito, un aum ento delle precipitazioni con l’altezza per cui la p io ­

vosità, che lungo la costa ascende in m edia a 563 m m ., si accresce notevolm ente

entro i prim i 500 m ., innalzandosi fino a 767 m m . in m edia, e soprattutto oltre

i 900 m ., ove si superano in genere i 1000 m m . di piogge.

A queste quote si hanno anche abbondanti precipitazioni nevose; la copertura

di neve ha una durata media di 3 mesi nelle zone comprese tra 1200 e 1500 m., di

5 mesi per quelli tra 1500 e 1800 m. ; a quote inferiori, da 400 m. (altitudine minima

alla quale la neve cade in ogni singolo anno) fino a 1000 m., il manto di neve ha

durata di pochi giorni о poche settimane. Non si hanno però dei dati precisi sulla

durata e l’estensione della copertura nevosa.

In secondo luogo si osserva una notevole differenza di com portam ento tra le

regioni orientali e quelle occidentali in quanto i m onti vicini alla costa occidentale

L e R e g io n i ~ S a n lc g n a .

149


1000

800

Profili pluviometrici secondo

tre sezioni. Dall’alto in basso:

nella parte settentrionale, centrale

e meridionale dell’isola

(da Pinna).

1500

tooo

1000

800

600

400

200

hanno, in genere, piogge più abbondanti delle rimanenti zone montane, a parità di

altitudine, perchè le precipitazioni sono per lo più portate dalle depressioni provenienti

da occidente. Ecco perchè per lo più su ogni gruppo montuoso l’altezza delle

precipitazioni sui versanti occidentali supera quella sui versanti orientali e le regioni

a ridosso dei rilievi occidentali hanno minor quantità di piogge. Così il Campidano

meridionale, trovandosi a ridosso dei monti dell’Iglesiente, sui quali si ha notevole

condensazione, ha un apporto di piogge molto scarso (400 mm.).

Nel versante occidentale una zona con piovosità intorno a 900 mm. all’anno si

allunga da nord a sud, dai monti di Villanova fino al margine settentrionale del

Campidano e riprende più a sud in tratti con oltre 1000 mm. annui nei monti delriglesiente

e del Sulcis.

Nel versante orientale le zone di alta piovosità si trovano sui maggiori rilievi e

soprattutto sul massiccio del Gennargentu, nelle cui parti più elevate si superano

i 1300 mm., e sui monti della Gallura dove sulle zone alte del Limbara cadono oltre

1350 mm. di pioggia all’anno, massima piovosità riscontrata in Sardegna. Le valli

dei tre maggiori fiumi. Tirso, Coghinas e Flumendosa non ricevono forti quantità

di piogge (da 700 a 750 mm.) in quanto rappresentano delle aree depresse rispetto

ai rilievi che le inquadrano.

Le pianure e i lembi di costa bassa sono in generale zone di scarsa piovosità. In

particolare lungo tutta la pianura del Campidano non si hanno piogge in quantità superiori

ai 600 mm. annui: il Campidano centrale ne riceve in maggior copia (580 mm.);

a nord la media è di 500 mm. lungo tutto l’arco del Golfo di Oristano, ma a sud, nel

150


, t io lïo

rti ГппЛтп^А У С . Carbonaro,

с.Sperono

?U/3

r C . d i P i O c L " ............................

lilToroo u- i.

C.Teulada, С.ЗрагЬи-сп!-«

0 10 20 30 40 ,

B.TH1^——-r^- I km.

Distribuzione delle precipitazioni annue (media del trentennio 1921-50).


Campidano di Cagliari e in limitate zone della costa meridionale e occidentale, si

registrano valori ancora più bassi: 400 mm. e anche meno (385 mm. al Capo Carbonara).

Se poi consideriamo che in queste pianure si hanno pure le temperature più

elevate dell’isola e che perciò in esse l’evaporazione assume dei valori molto forti,

comprendiamo quale difficoltà ciò costituisca per la pratica dell’agricoltura. Eppure

le zone pianeggianti sono costituite da terreni che per la loro natura sarebbero suscettibili

di un intenso sfruttamento mediante svariate colture.

La media generale delle precipitazioni per l’intera isola risulta di 775 mm., pari

al 75% della media calcolata per tutta l’Italia, per cui si può valutare che cadano

sulla Sardegna oltre 18 miliardi di metri cubi d’acqua. Nel complesso tale quantità

sarebbe sufficiente, ma la sua sfavorevole distribuzione nello spazio e nel tempo la

rende inadeguata ai bisogni dell’uomo. È necessario pertanto utilizzarla adottando

il criterio di conservare le acque di pioggia in eccedenza della stagione umida in

appositi serbatoi per utilizzarla nel periodo arido e di convogliare una parte dell’acqua

che cade nelle zone montane per le colture dei bassopiani.

L ’aridità e i tipi di clima.

Ai fini pratici, dunque, più della quantità delle piogge è importante considerare

quanta parte da essa rimanga disponibile per la vegetazione e acquista così particolare

significato la determinazione del grado di aridità in base al rapporto tra la

quantità annua delle precipitazioni e la temperatura media. Considerando questo

indice di aridità, appare anzitutto che nessuna località dell’isola anche nelle estreme

condizioni di aridità ha valore inferiore a 14 (Capo Carbonara, Capo Sperone), e

naturalmente aumentando l’umidità via via che si passa dalla pianura alla montagna

si trova quivi il grado di aridità minore (77 a Val Licciola, sul Limbara). Il

Limbara, il Gocéano, il Màrghine e il Gennargentu sono le parti con maggiore umidità,

mentre le regioni più aride sono quelle che si affacciano sui Golfi di Oristano e

di Cagliari, la costa sud-occidentale del Sulcis con le isole di San Pietro e Sant’Antioco,

la Nurra e la piana di Orosei, sicché ogni loro sviluppo agricolo è condizionato da

un’accurata irrigazione.

È utile sintetizzare i dati e le considerazioni sulla temperatura e le precipitazioni

e l’aridità istituendo con questi elementi diversi tipi climatici che secondo M. Pinna

sono i seguenti:

i) Un primo tipo, che possiam definireo sub-tropicale, presenta le segue

caratteristiche: nessun mese ha temperatura media inferiore a 10°; la media annua

è di almeno 17° e vi sono 4 mesi con temperatura media pari a 20°. Le precipitazioni

annue oscillano tra 500 e 700 mm. e l’indice di aridità tra 15 e 20.

152


Una varietà semiarida di questo tipo presenta una quantità di pioggia inferiore

a 500 mm., sicché il valore dell’indice di aridità rimane tra io e 15.

2) Un tipo temperato caldo ha temperatura media tra 15° e 16°,9; media

del mese più freddo tra 6°, 5 e 9°, 9; da tre a quattro mesi con temperatura superiore

a 20°. Le piogge oscillano tra 500 e 800 mm. e l’indice di aridità tra 20 e 30.

3) Un tipo sub-umido ha media annua di temperatura tra 11° e 15°; la media

del mese più freddo varia tra 4” e 6°, 4; da uno a tre mesi la media mensile è

superiore a 20°. Le piogge oscillano tra 800 e 1200 mm. annui e i valori dell’indice

di aridità tra 30 e 45.

4) Un tipo umido ha media annua tra 10° e 10°,9; la temperatura del mese

più freddo è inferiore a 4° e in nessun mese la media mensile raggiunge i 20°.

Il totale annuo delle piogge supera i 1100 mm. e l’indice di aridità è maggiore di 45.

154


La vegetazione.

Le particolari condizioni di suolo e di clima della Sardegna hanno esercitato

influenza determinante sul mantello vegetale che proprio dalle peculiarità di quelle

condizioni trae la sua caratteristica fisionomia. Bisogna tuttavia ricordare che gli

aspetti più originali della flora sarda hanno base storico-geologica in quanto il

quadro floristico attuale è formato da elementi rappresentativi derivanti in parte

da un’eredità di epoche passate in cui le condizioni del clima e i rapporti con le aree

continentali contigue erano alquanto diversi rispetto a quelli attuali.

Anzitutto sarà bene osservare che in poche altre regioni europee i quadri vegetali

naturali hanno estensioni così notevoli come in Sardegna: si pensi infatti che su

2,4 milioni di ha., solo poco più di un quarto è occupato da colture о prati artificiali

mentre quasi i 3/4 sono coperti da vegetazione spontanea e cioè da boschi, da cespuglieti

incolti produttivi e soprattutto da pascoli permanenti comprendenti da soli quasi

la metà della superficie dell’isola. Stridente è da questo punto di vista il contrasto

con quanto si verifica nell’Italia intera, dove oltre la metà della superficie è occupata

da colture e neppure un quinto da prati e pascoli naturali. Tuttavia queste immense

distese di paesaggi naturali non sono per la maggior parte nello stato originario,

ma hanno subito l’azione distruttrice degli uomini e degli animali domestici, pecore

e capre soprattutto: l’uno ha deforestato e incendiato, gli altri hanno degradato gravemente

le macchie e i cespuglieti.

Il carattere essenziale della vegetazione sarda è la sua mediterraneità, ma per

la posizione dell’isola tra la penisola italica, l’Ibèria e l’Africa sono entrati a farne

parte elementi diversi pervenuti attraverso ponti continentali scomparsi con la Tirrenide.

Vi riconosciamo infatti l’elemento mediterraneo centrale о eumediterraneo,

che ha dato il maggior contributo di specie; l’elemento mediterraneo occidentale,

cui appartengono tra l’altro la Digitalis purpurea, la Clematis baleárica e il Buxus

baleárica; l’elemento mediterraneo orientale di cui fanno parte la Satureja thymbra,

il Laserpitium garganicum ed altre specie. Ma oltre che per questi caratteri intermedi,

la flora sarda spicca per la mancanza di alcune specie, come il faggio e le conifere di

alta montagna e per la presenza di numerose specie endemiche sue proprie (Hyacinthus

fastigiatus, Genista Morisii, Genista Corsica), che si trovano per lo più in zone appartate

dei rilievi granitici e calcarei e di alcune piccole isole. Il massiccio del Gennargentu

è quello che ospita la flora più caratteristica, ma anche le cime più elevate del

Limbara e del Sulcis hanno una vegetazione che porta i segni della sua vetustà e del

suo isolamento.

Ma dal punto di vista geografico hanno soprattutto valore gli aspetti complessivi

che la vegetazione assume e che tanto influiscono sul paesaggio. Per questo lato due

fatti colpiscono in modo particolare il visitatore anche più sprovveduto: la scarsezza

155


e prevalente mediocrità del bosco e la grande diffusione, varietà e spesso esuberanza

della macchia.

Il bosco vero e proprio occupa una estensione assai modesta, solo 182.000 ha

corrispondente al 4,8% della superficie utilizzabile, mentre nell’Italia intera tale

percentuale si eleva al 19% circa. La Sardegna è in effetti per la maggior parte spoglia

di alberi e questo è dovuto a cause fisiche e umane. In realtà i boschi sardi si

sono venuti degradando col tempo soprattutto in rapporto con la pastorizia prevalente

e invadente, sia per gli incendi appiccati sistematicamente dai pastori e che

distruggono anche oggi dai 1000 ai 1500 ha. di boscaglia ogni anno sia per opera del

bestiame brado, ma anche per l’intenso disboscamento durato fino ad epoca recente.

Certo che già nel 1700 il Padre Gemelli e nella prima metà dell’8oo Padre Angius

notavano la povertà della foresta sarda, ma con tutto ciò il La Marmora ci assicura

che press’a poco in questa stessa epoca un quinto della Sardegna era ricoperto da

boschi fitti. Anche se è da ritenere che questi boschi fossero in buona parte formati

piuttosto da boscaglie e macchie dense, è indubbio che nell’ultimo secolo, specie

dopo il i860 sono state apportate al patrimonio forestale sardo decurtazioni gravi

in rapporto con l’attività mineraria, con la costruzione delle ferrovie e con lo sfruttamento

disordinato per la produzione di carbone e per l’estrazione del tannino.

Tuttavia bisogna riconoscere che l’estrema riduzione attuale della foresta è anche

in rapporto con le sfavorevoli condizioni del clima con i venti violenti e gli asciuttori

prolungati che hanno tormentato la vegetazione arborea e soprattutto hanno

impedito la sua ricostituzione. Sicché a ragione è stato detto che i boschi sardi sono

le ultime vestigia d’una foresta preglaciale sud-europea.

Confrontando l’estensione delle vecchie aree boscate ricostruite sulla base dei

fitònimi con quelle residue attuali, l’Asole ha dimostrato che il bosco era un tempo

più esteso e si è conservato oggi solo nelle parti più elevate e più ancora nelle alte

valli appartate e incassate, cioè nei punti più umidi ed anche meno accessibili

all’uomo e al bestiame. Così si spiega il fatto che i residui della vegetazione arborea

che doveva ricoprire quasi completamente i massicci del Gennargentu, del Limbara,

della Punta Serpeddì e di altri gruppi montuosi, non si trovano sulle cime dei rilievi,

ma ricoprono le vallette laterali, generalmente molto incassate. Là dove non esisteva

questa possibilità di rifugio, come nell’altopiano del Sarcidano о sulla Giara di Gésturi,

il bosco è andato distrutto ed è stato sostituito da una macchia di origine evidentemente

secondaria, dovuta allo sviluppo dell’antico sottobosco rimasto allo scoperto.

L e form azioni boschive, com e la vegetazione in genere, variano per com posizione

e densità secondo la natura del suolo, le condizioni clim atiche e l'altitudine,

distribuendosi dal m are al m onte. N ella fascia litoranea esse hanno orm ai estensione

assai m odesta: la form azione più frequente è q u ivi costituita da olivastri

(originari о inselvatichiti), lentischi, m irti, ginepri, cui si aggiunge qua e là il carrubo

(Ceratonia siliqua) con la densa chiom a intensam ente verde e gli abbondanti

baccelli dolci. L ’associazione olivo-lentisco (costituente il climax Oleo-Lentiscetum)

è la più caratteristica e l’olivo prende spesso il predom inio form ando vere selve

156


specialm ente nell’O gliastra, che appunto da esse sem bra aver preso nom e. L ’associazione

olivo-carrubo (o climax Oleo-Ceratonion) è assai più lim itata e ristretta alle

parti più calde ed asciutte del litorale sud-occidentale.

P iù addentro, sulle colline sublitoranee e sulle basse m ontagne fino ad un m i­

gliaio di m etri di altezza si stendono i boschi di Leccio {ìligi, èliche, Uccia), che

sono ancor oggi, dopo la prolungata opera distruttiva esercitata d all’uom o, i più

diffusi. Si tratta di una form azione caratteristica della regione m editerranea, il climax

del Quer don ìlicis dei botanici, costituito dai lecci com e specie arboree accom pagnati

ove più ove meno, secondo le condizioni am bientali, da uno strato arborescente

inferiore con Corbézzoli e Filliree e da uno strato arbustivo a sottobosco aspro e

intricato per la presenza del Pungitopo {Ruscus aculeatus) e di varie piante lianose

come lo Sm ilace {Smilax aspera), i C aprifogli, le R ose sem preverdi e l’Edera.

Al margine inferiore la lecceta si arricchisce di Querce da sughero (Quercus súber,

in sardo suergiu о urtigu) che sono più esigenti in fatto di calore e più resistenti

all’aridità. Si tratta di piante tra le più pittoresche dell’ambiente mediterraneo, con

una compatta chioma grigio-bruna e col tronco di color sanguigno per le periodiche

decorticazioni. Esse formano in varie parti veri boschi più estesi delle leccete,

il che avviene soprattutto in Gallura dove le sugherete sono state diffuse dall’uomo

e non sono accompagnate perciò dal caratteristico sottobosco, anche perchè ne

sono tenute libere per renderle accessibili durante lo sfruttamento che rappresenta

un’importante attività. In complesso i boschi di querce da sughero costituiscono

una variante della lecceta che trova le condizioni ambientali più favorevoli ad altitudini

superiori ai 300-400 m. e che predilige i terreni granitici e quelli scistosi e

silicei in genere di media о scarsa fertilità. La troviamo perciò diffusa, oltre che in

Gallura, sugli altopiani nuoresi, sulle distese trachitiche del Logudoro e di Villanova

Monteleone nonché in minor misura nell’Iglesiente.

Con l’aumentare dell’altezza, la lecceta si impoverisce e si mescola con querce

caducifoglie e cioè la rovere (Quercus lanuginosa e Quercus peduncolata, in sardo

chercu e orròli) che domina sui rilievi centrali nel piano submontano dai 700 ai

1300 m., ma che è stata più colpita dalle distruzioni perchè ricercata per legname

da opera e per traversine ferroviarie. Questo querceto misto, insieme alla lecceta, cui

in genere si dà il nome di làndiri о padenti in Barbagia e nel Gerrei, e di Utos о

littu in Gallura, ha interesse perchè fornisce ghiande per l’alimentazione dei suini.

A ssai più circoscritto, sem pre nel piano subm ontano, è il bosco di Castagni (castangia)

accom pagnati da nocciòli, noci e più raram ente da frassini, che occupa

un m igliaio di ettari, suddivisi tra le pendici del G ennargentu (D ésulo, A ritzo,

G avoi, ecc.) e in m inor m isura sui fianchi del M on te F e rru (Santu L u ssu rgiu ). D ai

castagneti soprattutto i Sardi hanno tratto legnam e da opera per gli arredam enti

casalinghi, per gli infissi, ecc., m entre oggi esso serve per la costruzione di botti,

caratelli e per la produzione di oggetti intagliati (m éstoli, talléri, ecc.).

M anca, com e si è detto, il Faggio che ha speciali esigenze di tem perature e

um idità e che invece è sem pre presente nel piano m ontano inferiore d ell’A ppen nino

157


ed esistente anche in Corsica tra i 1300 e i 1800 metri. Ma esistono ancora al

limite superiore delle leccete preziosi resti del bosco di Tasso (Taxus taccata)

ultimi testimoni della foresta medio-europea che nell’èra terziaria copriva insieme

ad altre conifere e con Agrifogli giganti i monti della penisola e del massiccio sardocorso.

Questi resti dell’antico bosco di tassi, veri monumenti vegetali, sono stati

segnalati in qualche valle del Gennargentu, ove sono misti ai castagni, in alcuni

punti del Monte Ferru e soprattutto sul versante settentrionale dei Monti del Màrghine,

a Badde Sàlighes.

Per le particolari condizioni di suolo e di clima i boschi si arrestano ad un

livello molto più basso di quanto comporterebbe la latitudine e inferiore a quello

della Corsica.

Un aspetto del mantello vegetale sui monti del Sàrrabus.

Si noti la maggiore densità della vegetazione nel fondovalle.

Fot. Sef

158


Nelle parti più elevate dei principali massicci e specialmente sul Gennargentu

si trova, come sulle altre montagne sud-mediterranee, una modesta vegetazione culminale,

formata da pulvini spinosi con Pruno prostrato (Prunus prostata), contorto

e disteso sulle rocce. Ginestra di Corsica e Ginepro nano, insieme alla Digitale,

alla Genziana e ad altre specie minori.

Ma la formazione vegetale più estesa, più ricca e più vigorosa è la macchia,

che domina e caratterizza il paesaggio sardo dal litorale a 800 m. di altezza e

fino a 1000 m. nel Capo di Sopra e che si è in gran parte sostituita al bosco terziario,

denso di lecci, di roveri e di alloro. Si tratta della classica formazione sempreverde

mediterranea costituita da arbusteti che possono assumere grandi dimensioni,

quando trovano condizioni favorevoli e cioè suolo profondo e versanti più

freschi e riparati. Proprio secondo l’altezza delle piante si suole distinguere una

macchia alta (la macchia-foresta del Béguinot) con piante arborescenti alte fino a

4-5 m. e una macchia bassa a grossi cespugli, non più alta in media 1,5-2 metri.

Ma ben più significativa è la distinzione della macchia secondo la sua composizione,

anche se questa è assai varia in quanto dipende da numerosi fattori edafici,

climatici e storici tra i quali primeggia l’intervento umano, avendo questo determinato,

secondo le modalità e l’entità con cui è avvenuto, diverse forme di vegetazione

che vanno considerate come « stadi » di degradazione о di rigenerazione.

Fatto sta che nella macchia, pur essendo essa costituita da un insieme di numerose

essenze, si vede spesso una di queste prendere il sopravvento in particolari zone

che assumono aspetti caratteristici per forme e colori della vegetazione. E da ricordare

anzitutto la macchia di leccio dominante, aspetto poco degradato del bosco

di leccio già descritto, contenente pure Corbézzolo (Arbutus unedo, in sardo olioni),

il Lentisco, il mirto (murtas), la Fillirea (aliderru) e l’Alaterno (Rhamnus alaternus).

Nei terreni silicei acidi, alquanto umiferi e in luoghi freschi e meno asciutti,

tende a predominare il Corbézzolo fino a costituire una macchia a corbézzolo di

aspetto inconfondibile in cui si trova anche l’Erica arborea (túvara, scova), utilizzata

qua e là (per es., in Ogliastra) per i suoi ciocchi ricercati per la fabbricazione

delle pipe.

C ’è poi frequente la macchia a oleastro e soprattutto a oleastro e lentisco,

aspetto degradato dell’Oleo-Lentiscetum: il Lentisco (Pistacia lentiscus, chiamato

chessa nel Capo di Sopra e moddizzi nel Capo di Sotto) è più frequente perchè meno

appetito dal bestiame ed è forse la pianta più utile della macchia in quanto, oltre

al tannino delle foglie, fornisce olio dai frutti ed una resina odorosa, il cosiddetto

« mastice di Chio », dai rami. Sembra che il Lentisco tenda a migliorare il suolo ;

certo è che la sua presenza è indizio di terreno adatto alla cerealicoltura tanto che

in alcune zone dell’isola si stabilisce un’alternanza di coltivazioni di cereali, di pascolo

e di rigenerazione del Lentisco, come avviene pure per il Cisteto.

Meno frequente è la macchia a Euforbie (lua de monti), gialla nella fioritura e

rosseggiante nell’autunno, accompagnata da oleastro ed Assenzio arboreo (Artemisia

arborescens) riconosciuta come uno stadio di degradazione su pendii rupestri della

159


Macchia degradata e discontinua

sui graniti della Gallura presso Calangianus.

Fot. Stefani

formazione arborea Oleo-Ceratonion. E ridotta assai è la macchia a palma nana

{Chamaerops humilis, in sardo sa pramma) prima diffusa in tutta la Nurra, nel Sinis

e nelle isole sulcitane ed ora in regresso per l’avanzare delle bonifiche e per la

raccolta che si fa delle foglie per ricavarne crine vegetale.

Ma ancora ben presente è la macchia d’alloro (detto lauru nel Sud e loru nel

Nord), che si trova in selve nell’Inglesiente tra Fluminimaggiore e Sant’Angelo

e in arbusteti intorno a Oliena, in Gallura e nell’Anglona. Si tratta di un residuo

preglaciale formato da alloro dominante insieme ad altre essenze, a pungitopo e ad

edera. Caratteristica è pure la macchia a oleandri (Nerium oleander in sardo leonaxi)

presente con i suoi arbusti riccamente fioriti lungo il greto di molti torrenti, specialmente

ad oriente dal Sàrrabus a Siniscola, insieme alla Quercia spinosa, alle Tamerici,

al Lentisco e al Ginepro rosso {Juniperus oxycedrus). Quest’ultimo può prevalere

fino a costituire la parte essenziale della macchia a ginepri che si trova in frammenti

depauperati, considerati dal Béguinot come i resti di una vera foresta di G i­

nepri arborei (fino a 6-7 m. di altezza) intensamente sfruttata dall’uomo in passato

per il legno pregiato che fornisce (usato un tempo anche per travi) e oggi ridotta

ad arbusti perchè si rinnova con grande stento.

160


Frequente e caratteristica in Sardegna è infine la macchia a cisto (Cistus monspeliensis,

villosus e salvifolius, chiamati in sardo murdegu о mudregu), costituente uno

degli aspetti più suggestivi della vegetazione mediterranea con le distese di densi

arbusti svariati in primavera da fiori bianchi о rosa e acutamente profumati. I cisteti

prediligono suoli silicei e costituiscono una formazione secondaria che è espressione

di una ricolonizzazione vegetale spesso avvenuta dopo gli incendi, dato che il Cisto

è la prima pianta che rinasce per i suoi semi termoresistenti e persiste perchè

risparmiata dal bestiame mentre le altre piante che spesso l’accompagnano (mirto,

lentisco, fillirea, ginepro) sono per lo più assai danneggiate dal pascolo.

Dopo quanto è stato detto, è possibile rispondere a un importante quesito e cioè

fino a qual punto la macchia tipica sarda è originaria oppure derivata da una degradazione

della foresta primitiva. Si deve riconoscere che una parte della macchia è

secondaria ed è quella povera di specie e priva di essenze eliòfile (cisto, mirto.

Fot. Stefani

Una sughereta sui fianchi del Limbara.

l6l

— L e R e g io n i d 'I t a lia - S a rd e g n a .


lavanda, ginepro): essa ha avuto origine dall’azione distruttiva dell’uomo ed è stata

mantenuta da modificazioni recenti del clima e dalla degradazione continua causata

dal bestiame. Ma vi sono vaste distese di macchia primitiva, la macchia alta e

densa con specie eliofile basse, tanto più esuberante quanto più appartata, come

nel Sulcis, nella Nurra e nell’Ogliastra meridionale.

La lecceta nella Valle del Riu Longu intorno a San Gregorio.

Fot. Sef

162


Fot. Mori

Paesaggio nei terreni granitici presso Dorgàli

con olivastri arborei e una « pinnetta » pastorale.

L a degradazione accentuata della m acchia su suolo roccioso о im poverito porta

alla form azione di una m agra e discontinua vegetazione a cespugli bassi (non su ­

peranti in genere il m ezzo m etro), disposti a cuscinetto о pulvino. E la cosiddetta

garriga nom e che in Provenza indica distese incolte con cespugli di Q uercia spinosa

(Quercus coccifera), specie che si trova anche in Sardegna pur non essendo m olto

frequente. M a la fisionom ia generale della form azione è analoga, m onotona, sq u allida,

con colori dim essi tranne che in prim avera, quando è ravvivata da fiori vivaci

come quelli dei C isti, delle G in estre e degli E licrisi. N o n si deve credere però

che la vegetazione della garriga sia povera; anzi essa è assai ricca di specie resistenti

all’aridità e al calore delle petraie calcaree о basaltiche ed ha aspetti m u l­

tiform i com e e più della stessa m acchia in rapporto con le svariate condizioni di

degradazione del suolo che influisce con la sua struttura fisica e col suo contenuto

in humus, col suo spessore e con la sua stessa natura calcarea о silicea. Si osservano

così num erose form e di transizione della garriga tra quelle più elevate assai

vicine alla m acchia, com ’è il caso di m olti cisteti di dim ensioni ridotte, e quelle più

degradate che in assenza di arbusti, preludono alla steppa.

L a garriga più com une e caratteristica è com posta da radi cespugli di Q uercia

spinosa e poi da G isti, da Rosm arino, Salvia, abbondante A sfódelo, Lavan d u la

{Lavandula Stoechas), F éru la {Ferula nodiflora), E rica {Erica multiflora), accom pagnate

da erbe svariate.

163


Aspetto dell’altopiano basaltico coperto dalla garriga in Planargia tra Suni e Sindia.

Fot. Mori

Il cisteto compatto in fiore del Planu su Mudregu presso Orroli.

Fot. Mori


M a le diverse condizioni edafiche fanno spesso predom inare una di queste

piante che dà alla garriga una fisionom ia particolare. T ra i tanti tipi che si possono

riconoscere ricordiam o anzitutto la garriga a cespugli di Q uercia spinosa, che si sv i­

luppa nella fascia litoranea e, a differenza delle altre regioni ove copre terreni cal-

Fot. Almagià

Garriga a palma nana nella Sardegna meridionale.

carei, pare preferisca in Sardegna rocce silicee e sabbiose. N ettam ente calcicole sono

invece la garriga a R osm arino (rosmarinu, zippiri), talvolta consistente in m onotoni

rosm arineti puri, e la garriga a E u fo rb ie; m entre su suoli silicei si stende la garriga

a C isti che è una delle più diffuse, particolarm ente estesa sulle alluvioni ciottolose

del Cam pidano occidentale lungo la costa sulcitana e su m olti ripiani delle m ontagne

centrali. Piuttosto indipendenti dalla natura del suolo sono, infine, la garriga

a Elicrisi splendente nella fioritura giallo-dorata e la garriga a G in estre tra cui quella

n» L e Regioni d ’ Ita lia - S a rd e g n a .

i6s


con Ginestra di Corsica che coi suoi cespugli spinosi a pulvino sale sul Gennargentu

fino a 1600 m. e l’altra con Ginestra efedroide che ricopre vasti tratti del litorale.

In complesso la garriga sarda è una delle formazioni vegetali più ricca di piante

aromatiche, pregne di essenze e di princìpi medicamentosi di non trascurabile interesse

economico.

Gli stadi più degradati della garriga costituiscono transizione a una formazione

stepposa. Tale è la garriga a timo che si stende su colline e fianchi montani in un

grigio tappeto che ricorda i «tomillares» della penisola iberica (іотгПо = timo). Nelle

regioni più povere calde e aride della costa meridionale e orientale si trovano tratti

limitati di praterie a graminacee con breve ciclo vegetativo impropriamente chiamate

steppe, riconoscibili sul promontorio del Sant’Elia, sulle dune costiere tra Muravera

e Tortoli e altrove.

Per quanto riguarda le formazioni colturali, i due soggetti più importanti e più

diffusi sono l’olivo, che si spinge in media fino a 450-500 m. (ma sui Monti di Oliena

fino a 650 m.) e la vite che cresce fino a 500 m. a nord e a 750 m. a sud.

Vengono poi qua e là alberi da frutto svariati, tra cui il più diffuso è il pero

(piras, pirastu se inselvatichito) e gli aranci, questi ultimi come coltura oasistica.

Due piante americane, il Fico d’india (Opuntia ficus indica, chiamata figu morisca)

e l’Àgave, hanno trovato ambiente propizio e si sono naturalizzate servendo largamente

come siepi, specie in regioni povere di pietre, come, per esempio, l’Oristanese.

Ambedue sono diventate elementi integranti del paesaggio botanico, specie nel

Campidano e nel Sulcis.

Il Fico d’india fornisce inoltre i frutti e i fusti carnosi per il bestiame e con le

sue vigorose radici smuove il terreno.

Da ricordare anche l’Eucalipto che si è largamente diffuso negli ultimi decenni

per la formazione di fasce frangivento nelle zone di bonifica, come in quella di

Arboréa e per la costituzione di boschi in zone pianeggianti poco fertili del Campidano

mediano e occidentale allo scopo di ricavarne cellulosa.

Infine il Pino d’Aleppo (Pinus halepensis) e il Pino domestico (Pinus pinea) che

trovano condizioni ambientali assai favorevoli, sono stati diffusi a formare belle pinete

in molte zone costiere e particolarmente nelle fasce litoranee di Santa Margherita

di Pula, di Quartu, di Arboréa, di Porto Pino e di Santa Caterina di Pittinuri.

L a fauna.

C om e la flora anche la fauna sarda presenta caratteri particolari che la distinguono

nettam ente da quella delle altre regioni italiane perchè anche più che sulle

piante hanno influito sugli anim ali da un lato l’isolam ento fisico della regione e dall’altro

gli apporti provenienti dai continenti circostanti e pervenuti n ell’isola per la

sua speciale posizione attraverso antichi collegam enti interrottisi in epoche diverse.

166


Anche dal punto di vista faunistico, dunque, la Sardegna è regione di commistione

e di incontro di elementi diversi. Si spiega così il fatto che la fauna sarda, mentre

presenta numerose specie endemiche e particolari che hanno affinità con forme

viventi oggi in terre assai lontane, manca completamente di altre specie о addirittura

di interi gruppi di animali che sono invece abbondanti nelle terre vicine e prima

di tutto nel continente europeo.

Peraltro la mancanza di alcune forme, viventi oggi nelle terre contigue, è dovuta

alla loro estinzione avvenuta in Sardegna in varie epoche dell’èra quaternaria come

attestano i loro resti, ad esempio, quelli del cervo e della marmotta. Ciò si è verificato

in epoca più antica per la talpa, la lontra, l’orso, una specie di lupo, il tasso,

lo scoiattolo e una bertuccia simile a quelle che si trovano a Gibilterra. E scomparsa

invece in epoca recente un’altra scimmia affine alla bertuccia {Ophtalmomegas

Lamarmorae) alla quale secondo alcuni si riferisce un passo di Procopio che, parlando

della Corsica, afferma che in essa « nascono scimmie di aspetto simile a quello

dell’uomo » e che sembra raffigurata in alcuni amuleti di bronzo degli antichi Sardi.

Sono pure scomparsi un grosso roditore (Prolagus sardus) con aspetto e abitudini

di lepre e mole di topo, vissuto insieme all’uomo neolitico ricordato da alcuni autori

classici (è forse il Koniklos di Polibio) e persistito nell’isola di Tavolara fino al

XVIII secolo nonché il cavallo selvaggio affine a quello esistente oggi nelle steppe

dell’Asia centrale che, scomparso sul continente europeo in epoca preistorica, è

rimasto in Sardegna fin verso il 1700.

Ma molte altre specie mancanti nell’isola e presenti invece nelle terre circostanti,

rappresentano delle vere lacune faunistiche in quanto non sono mai pervenute

in Sardegna essendosi interrotti, soprattutto in conseguenza della scomparsa

della Tirrenide, dei ponti continentali prima della diffusione di molti animali.

Così si ritiene che quasi la metà delle specie di Mammiferi di cui la Sardegna

è priva ed esistenti sul continente, non vi abbiano mai messo piede, anche se parecchie

di esse sono arrivate in Corsica. Lo stesso si deve dire di molti Rettili, Anfibi e

Insetti nonché di alcuni Uccelli, per quanto questi, data la loro maggiore mobilità,

presentino minori differenze rispetto alle altre forme europee. Peraltro è degna di

nota la mancanza del passero comune (Passer domesticus Italiae), presente in Corsica,

sostituito dal Passer hispaniolensis, come pure quella della Starna, della Cappellaccia,

del Gufo, della Gazza, del Barbagianni e del Picchio. Lacune importanti

sono fra i pesci d’acqua dolce quelli del Pesce persico, del Luccio, della Garpa e della

Tinca, queste ultime però introdotte di recente in alcuni fiumi del Gampidano e nello

stagno di Gagliari. Dei Rettili, oltre all’Orbettino e al Ramarro manca soprattutto

la Vipera, come ogni serpente velenoso, e fra gli Anfibi non esistono la Rana, il Rospo

volgare (mentre esiste il Rospo verde) la Salamandra e i Tritoni comuni, anzi è da

ricordare che la Sardegna è l’unica regione europea in cui manchino rappresentanti

del genere Rana. Non si trovano neppure molte specie comuni di invertebrati,

come il Granchio e il Gambero di fiume tra i Grostacei e il Maggiolino e il

Cervo volante tra gli Insetti.

«

167


Pertanto la fauna sarda attuale è costituita anzitutto da elementi suoi propri,

(parte autoctoni e parte diffusisi dei vicini continenti) e inoltre da numerosi altri

elementi provenienti dai paesi circostanti attraverso passaggi in varie direzioni.

Dal ponte costituito, come altrettanti piloni, dalla Corsica e dalle isole dell’Arcipelago

toscano, sono passati gli elementi europei occidentali, e da un probabile collegamento

con l’Africa settentrionale, son pervenuti altri elementi che si ritrovano

in entrambi i paesi, mentre più problematico appare un raccordo con la penisola

iberica attraverso le Baleari. Comunque il Dehaut, ritenendo che le cosiddette

specie caratteristiche non sono altro che specie invecchiate e aventi l’ultimo rifugio

nel massiccio sardo-còrso, assegna alla fauna delle due isole una facies ibericoafricana,

dovuta ad antichi collegamenti con le terre circostanti dell’Africa settentrionale

e dell’Iberia. Pervenute nell’isola e rimastevi a lungo, tutte queste specie si

sono via via evolute e modificate per diminuzione della statura, acquisizione di colorazione

diversa e di altri caratteri particolari, il che ha portato alla formazione di

varietà e specie endemiche assai numerose, ignote alla fauna continentale: si pensi

che almeno un centinaio di specie endemiche si trovano fra i soli Insetti.

Caratteristica è soprattutto la riduzione della statura, propria del resto di tutte

le faune insulari, per cui gli animali viventi nell’isola sono più piccoli dei loro congeneri

continentali, come si può facilmente constatare per il somaro, il minuscolo

somarello sardegnolo (âinu, burriccu, molenti, bestiolu), nel cavallo, nella lepre, nel

cinghiale.

Fra i Mammiferi la più nota specie endemica è il Muflone {Ovis musimon, in

sardo murvoni), magnifica pecora selvaggia con grandi corna semplici e ritorte nel

maschio e quasi mancanti nella femmina. Esso si trova in piccoli branchi, oggi in

numero ridotto, nelle parti più alte delle montagne centrali da Bitti al Sàrrabus, ed

è assente in tutto il resto dell’Europa tranne la Corsica, ove esiste una specie affine

si trova pure a Cipro e nell’Atlante marocchino. Piuttosto rari sono ormai il Cervo

corsicano e il Daino, chiamato impropriamente cabriola, ormai scomparso da tutto il

continente e da tutte le altre isole e il Gatto selvatico (Felis lybica sardoa) diverso da

quello italico per avere le orecchie munite di un ciuffetto di peli. Da ricordare sono

invece il Cinghiale, con una varietà che alcuni considerano specie a parte, la Donnola

dai piedi rossi (Mustela boccamela), la Màrtora assai ricercata per la pelle, una varietà

di Volpe, il Ghiro (Pachiura etrusco,) chiamato impropriamente Scoiattolo, e comunissimi

la Lepre, di dimensioni più piccole di quella continentale perchè di diversa

specie (Lepus mediterraneus) affine all’africana, e il Coniglio selvatico in tutto simile

a quello europeo e frequente soprattutto nella Sardegna meridionale.

L ’avifauna presenta pure particolarità interessanti per quanto varie specie

prima ritenute esclusive della Sardegna, siano state poi trovate anche altrove.

Fra queste sono il Grifone, l’Avvoltoio nero e l’Avvoltoio barbuto, ormai scomparsi

dal continente italiano e che si trovano sulle montagne, insieme all’Aquila reale,

all’Aquila del Bonelli e al magnifico Falco della Regina (Falco Eleonorae) dedicato

alla Giudicessa Eleonora d’Arboréa che ne riserbò a sè sola la cattura e l’uso come

i68


falco da caccia. Da ricordare è anche la Pernice sarda (Alectoris rufa) chiamata perdixi,

mancante nel resto d’Italia ma presente nell’Africa settentrionale, diffusa in

tutta l’isola e principale preda dei cacciatori sardi e continentali che, insieme ai

bracconieri, ne hanno ridotto assai il numero negli ultimi anni, come purtroppo è

avvenuto per tutta la selvaggina stanziale.

Abbondanti sono poi tutti gli uccelli di passo che proprio alla Sardegna si appoggiano

nelle loro migrazioni e tra cui spiccano i Colombacci, le Quaglie, (dette drcuri

0 trepedré), i Merli (meurra) e i Tordi (trudu) catturati a migliaia e particolarmente

1 Palmipedi e i Trampolieri che popolano in grandi stormi gli stagni costieri, frequentati

fino ad epoca recente anche dai Fenicotteri {gente arrùbia) dalle lunghe gambe

rosse.

Fot. Ciganovic

Mufloni.

169


Il minuscolo asinelio sardegnolo, prezioso ausiliario dell’uomo.


Fot. Mollier

Una delle foche viventi nella grotta del Bue Marino.

Fra i Rettili, di cui lisola è poverissima, sono specie caratteristiche la Tartaruga

marginata {Testudo marginata) che raggiunge i 40 cm. di lunghezza e che manca

nel resto d’Italia, alcune specie di Lucertole {Lacerta sardoa, nel Gennargentu, e

Lacerta Fitzingeri) e tra gli Ofidi un bel serpente giallo con macchie nere, lo

Zamenis hippocrepis assente nella penisola e comune invece a Pantelleria e in Africa

e una varietà particolare di biscia d’acqua {Matrix natrix Getti).

Anche tra gli Anfibi le specie caratteristiche non mancano: basta solo ricordare

il Discoglosso {Discoglossus pictus), assente о rarissimo nel continente ma comune

anche in Sicilia, il Tritone del Rusconi, lo Spelerpes fuscus, che si trova nelle

171


grotte di molte parti d’Italia ma mai al di fuori di esse, come in Sardegna e

varie altre.

Anche degli Invertebrati la Sardegna presenta specie endemiche particolari e

manca di interi gruppi che pure si trovano nelle terre vicine: non vi mancano però

purtroppo, le Locuste о Cavallette che a intervalli invadono in fitti sciami coltivi e

pascoli producendo gravi danni, come appunto è avvenuto nel 1946-47, quando

hanno costretto ad una campagna antiacridica con sostanze tossiche che hanno

provocato gravi danni alla selvaggina.

La fauna marina non può avere, naturalmente, aspetti altrettanto originali,

dato che i pesci che popolano le acque circostanti all’isola sono quelli comuni a

tutto il Mediterraneo. E tuttavia anch’essa offre motivi interessanti sia per la presenza

di alcune forme rare di Mammiferi marini, come una specie di foca (Monachus

monachus) chiamata Bue Marino che si trova sulle coste rocciose orientali in grotte

dette appunto « del bue marino », sia soprattutto per l’abbondanza e la grossezza

delle specie, di cui molte pregiate e oggetto di pesca attivissima: dentici, orate, triglie,

muggini tra i Pesci e le aragoste tra i Crostacei, si trovano soprattutto nelle acque

settentrionali e orientali dell’isola, mentre lungo i litorali occidentali dal nord verso

il sud si svolgono le migrazioni dei Tonni, che vengono catturati in buon numero,

e si trovano estesi banchi di coralli, oggetto un tempo di pesca attiva.

La fauna sarda ha dunque, più che in ogni altra regione italiana, un duplice

motivo d’interesse: anzitutto dal punto di vista biogeografico, in quanto espressione

di particolari vicende paleogeografiche e di determinate condizioni ambientali, e in

secondo luogo sotto l’aspetto economico, in quanto dà luogo a due attività importanti,

la caccia e la pesca, esercitate attivamente sia da Sardi che da continentali con

notevoli riflessi antropogeografici, specialmente nei riguardi della pesca.

172


C apitolo S esto

I FIUM I, I LA G H I E I SERBATO I

Le falde acquifere e le sorgenti.

I particolari caratteri del clima e del suolo sardi si riflettono sulle acque continentali

e cioè sia sulle sorgenti che sui corsi d’acqua. Il fatto che oltre il 6o% dell’isola

è formato da terreni impermeabili, il 32% da terreni semipermeabili e solo

l’8% da terreni permeabili, rende il regime delle acque assai irregolare.

La grande estensione dei terreni impermeabili limita la possibilità di penetrazione

delle acque nel sottosuolo sicché le falde freatiche variano da luogo a luogo

per ampiezza e per consistenza. Esse si trovano più estese, com’è logico, nelle pianure

alluvionali e specialmente nelle alluvioni terrazzate dei Campidani dove in più

luoghi sono raggiunte con pozzi dai quali si trae, mediante tradizionali norie

(mobinu) о impianti meccanici, l’acqua per l’irrigazione delle colture orticole come

nella zona alle spalle di Cagliari. Pure nel Campidano, ma più raramente, si trovano

falde artesiane, utilizzate pure per la irrigazione.

Maggiore importanza ha la prevalente impermeabilità del suolo sulla distribuzione

ed entità delle sorgenti, che sono numerose ma per la maggior parte piccole

e spesso temporanee. Se infatti ne sono state riconosciute 5150, ben 4169 hanno

portata minore di mezzo litro al minuto secondo, 603 hanno portata compresa tra

mezzo litro e un litro e appena 45 erogano più di io litri al secondo.

Le sorgenti sono indicate con nomi diversi: mitza per sorgenti di emergenza о

di contatto, bullone (polla) nel settentrione è pure di emergenza, béna о éna (vena) è

sorgente origine di un ruscello, funtana è genericamente sorgente о fonte; più rari

sono i termini di sciopadroxiu e tremuléus.

173


L a rete idrografica.

La rete dei corsi d’acqua sardi è il risultato di vicende lunghe e complesse essendosi

formata nel corso dei tempi geologici in rapporto soprattutto con eventi tettonici,

cioè con le fratture già ricordate e con processi erosivi verificatisi in più cicli

per effetto degli spostamenti del livello di base. Per quanto alcuni corsi d’acqua si

siano costituiti fin dall’èra paleozoica, il tracciato attuale della maggior parte dei

fiumi sardi e dei loro principali affluenti ha origine tettonica recente perchè, come

si è già visto, la maggior parte dei solchi vallivi non sono stati scavati dai fiumi, ma

rappresentano zone depresse per effetto di dislocazioni che hanno raccolto e convogliato

le acque dai monti e dagli altopiani ai quattro fronti marittimi.

Ma vi sono anche corsi d’acqua che ricalcano condizioni assai antiche e rappresentano,

in tutto о in parte, un’eredità di condizioni passate: tali sono l’alto Flumendosa,

il quale ricalca un sistema idrografico più antico che scendeva verso

rOgliastra e il Flumineddu; e inoltre l’alto Tirso con i suoi affluenti Taloro e Araxisi,

il Cedrino, il Posada ed anche il Rio Palmas, erede del bacino terziario del

Sulcis.

Così ogni bacino fluviale ha avuto una sua storia geologica particolare, corrispondente

naturalmente a quella dei rilievi circostanti, e pertanto la rete idrografica della

Sardegna manca di unità e di uniformità di sviluppo.

Per quanto riguarda i caratteri idrologici, i fiumi sardi, oltre ad essere poveri di

acque, hanno regime assai irregolare tanto che, in genere, più che di veri fiumi si

deve parlare di fiumare e torrenti che corrono impetuosi e violenti nelle stagioni

piovose, mentre sono all’asciutto durante la siccità estiva e per buona parte dell’autunno.

Solo i tre fiumi maggiori, Coghinas, Tirso e Flumendosa e pochi altri come il

Cedrino, alimentati da grosse sorgenti perenni, portano acqua anche durante l’estate,

sia pure in scarsa quantità. Tutti però hanno un regime straordinariamente irregolare

che determina un notevole disordine idraulico. Infatti dopo le forti magre

estive, che riducono per lo più praticamente all’asciutto la maggior parte dei fiumi

e dei torrenti, solo nel dicembre si ha un aumento apprezzabile delle portate, interrotto

dalle secche di gennaio e si verifica poi nel febbraio e nel marzo il periodo dei

maggiori deflussi i quali pertanto sono concentrati in pochi mesi dell’anno e presentano

punte di forte entità. Infatti circa l’87% delle portate spetta al periodo

dicembre-maggio. Per questo non solo si ha un fortissimo divario tra le minime e

le massime portate dell’anno, che per esempio nel Flumendosa oscillano talvolta tra

2230 e о me. al secondo. Ma si verificano anche improvvisi colmi di piena (il

Flumendosa fino a 3360 1/sec. di contributo unitario e i corsi d’acqua minori fino

a 20 о 30.000 1/sec.), che provocano delle rapide e rovinose variazioni di livello.

176


Regime dei fiumi

Tirso, Coghinas,

Flumendosa (in

milioni di metri

cubi) (da Manfredi).

i

■ M IN IM O • M E D I O M A S S I M O

Queste piene eccezionali, alle quali si contrappongono delle magre eccessive, costituiscono

la principale causa della conformazione degli alvei dei corsi d’acqua, i cui

letti, quando non sono incassati, hanno tale ampiezza e sono tanto ingombri di materiali

da creare gravi problemi per la loro sistemazione con argini. Si consideri però

che il carattere torrentizio all’estremo della idrografia sarda è andato aumentando

negli ultimi cento anni per il grave disordine causato dalla distruzione dei boschi

che sono stati improvvidamente tagliati о incendiati e per la estensione delle colture

anche a terreni molto inclinati e assai erodibili, che sarebbe stato bene lasciare

coperti dal manto vegetale spontaneo.

I nomi dei corsi d’acqua sardi si distinguono nettamente da quelli delle altre regioni

italiane perchè nessun fiume ha un nome stabile dalle sorgenti alla foce, come avviene

in generale, ma si nota invece da un lato una denominazione frazionata, in quanto

il nome del corso d’acqua muta a seconda dei territori, prendendolo a prestito da

centri abitati, da monti (Riu de Monte Mannu, de Monte Nieddu, ecc.), oppure da

aspetti sensibili (grandezza, forma, colore) dei singoli oggetti geografici. Si trova

insomma un’estrema scarsezza di idronimi sostantivali, sicché per indicare i corsi

d’acqua si ricorre ad espressioni composte coi nomi di luogo successivamente attraversati

e che pertanto valgono solo per breve spazio. Ciò perchè i nomi delle acque,

come del resto la toponomastica sarda in genere, hanno struttura semplicistica nelle

definizioni e tuttavia complicata per il loro minuto frazionamento e le numerose

ripetizioni, in rapporto con la compartimentazione e la limitatezza delle conoscenze

e con l’isolamento in cui le singole parti delle regioni hanno persistito fino ad epoca

recentissima.

Inoltre proprio per la struttura semplicistica delle denominazioni di un singolo

corso d’acqua, si trovano assai frequenti termini omònimi per indicare corsi di

II

li

L e R e g io n i d ’ I t a lia - S a rd e g n a .

177


I corsi d’acqua e le loro denominazioni

più comuni (da

Spano).

, Limiti dei bacini idrografici

' Fiumi col nome di Rio Manna

acqua diversi. Più usato degli altri è il termine di Riu Mannu rio grande) che si

riferisce alla grandezza del torrente о del fiume in rapporto a quelli circostanti: in

Sardegna B. Spano ha contato non meno di 36 « Riu Mannu », compresi i due Flùmini

Mannu che scorrono nei Campidani uno verso sud e l’altro verso nord. Questo

ingenera una certa confusione, tanto che è stato proposto di rivedere la toponomastica

della Sardegna e di sostituire almeno qualcuno dei « Riu Mannu » estendendo

all’intero corso del fiume degli idronimi sostantivali che si trovassero a indicarne

178


dei tratti singoli. E in effetti il nome di rio Mannu d’Orosei è stato sostituito con

quello di Cedrino (dal classico Cedrus) e quello del Flùmini Mannu del Campidano

meridionale sfociante nello stagno di Cagliari col nome di Samassi, dal villaggio

omonimo presso cui scorre. Altri termini usati più volte e sempre riferentisi alla

grandezza sono riu Flumini, il fiume per eccellenza nell’angusto orizzonte locale,

e riu Flumineddu, che sta a indicare corsi d’acqua influenti in altri di maggiore portata

e che è usato sei volte; per due affluenti del Tirso, due del Flùmini Mannu di

Cagliari, uno del Flumendosa e uno del Cedrino.

Molto frequenti sono pure nomi derivanti dalle caratteristiche dell’acqua, usati

anche per parecchie sorgenti, come Acqua о Abba frisca e /ridda, callenti e cadda per

la temperatura ; Acqua arrubia о ruja, niedda e bianca per il colore ; Abba lúghida, ja,

serena, per la trasparenza; Abba опа, mala, durci per la potabilità; Abba salsa о

salida, méiga о abbarghente (acidula) per le proprietà terapeutiche. Da ricordare anche

il nome di piscina о pischina, ripetuto una decina di volte a indicare torrenti le cui

acque durante la stagione asciutta si riducono a semplici pozze, e quello di iscia о

iscra (dal latino insicula per le isolette alluvionali che si trovano lungo il corso) da

cui deriva Liscia, nome del principale fiume della Gallura. Ove si aggiungano infine

i nomi riguardanti la vegetazione: Cannas, Cannigione о Cannisene, Canneddu, llixi

e ìlighe (leccio), Castangia, Nuche (noce) ecc. e soprattutto quelli derivanti da nomi

di santi, si avrà un quadro fedele della idronomastica sarda, che per la sua anacronistica

semplicità mal risponde alle esigenze attuali.

I corsi d’acqua.

La rete idrografica sarda è formata da quattro fiumi maggiori — Coghinas, Tirso,

Flùmini Mannu e Flumendosa — che defluiscono ai quattro litorali dell’isola e scolano

complessivamente una superficie di 9963 kmq., e da bacini minori molto numerosi

in rapporto col frazionamento plastico del territorio e che interessano la maggior

parte della superficie della regione pari a 13.814 chilometri quadrati.

Il Coghinas, dall’antico nome di Thermus alludente alle sorgenti termali vicino

alla sua foce —■ da cui deriva anche il nome attuale — , è formato dal Rio Mannu di

Ozieri e dal Rio Mannu di Berchidda che scorrono nella importante depressione

tettonica parallela alla Valle del Tirso e posta tra i Monti del Màrghine ed i Monti

d’Alà a sud e gli altopiani dell’Anglona e il massiccio del Limbara a nord. I due rami

si uniscono in una vasta depressione irregolare posta poco a settentrione di Óschiri

dove, mediante uno sbarramento costruito alla Stretta di Mozzone, è stato creato dal

1927 il grande lago-serbatoio del Coghinas.

All’uscita dal lago, il corso del fiume prosegue verso nord in direzione perpendicolare

a quella dei suoi componenti in una valle trasversale che segue all’incirca

179


il contatto tra il settore trachitico dell’Anglona ed i graniti della Gallura ove si infossa

in gole tortuose fino alla stretta di Castel Doria. Allo sbocco della selvaggia gola

scavata in porfidi rossastri, sgorgano a livello del fiume le ben note acque termali

sulfuree (76°), ai piedi della collina coronata dai resti del Castello. Proprio alla

stretta di Calstel Doria è stato costruito un secondo sbarramento che ha formato

un lago-serbatoio le cui acque sono destinate all’irrigazione della sottostante pianura.

Infatti subito dopo la stretta, il fiume sbocca nella piana del Campo Coghinas

costruita dalle sue alluvioni, l’attraversa e dopo un tratto parallelo alla costa subito

dietro al cordone litoraneo, che gli impedisce di sboccare direttamente al mare, si

allarga fino a misurare 320 m. alla foce e si getta nel Golfo dell’Asinara, poco ad

oriente dello spuntone roccioso di Castel Sardo.

Il Coghinas ha la lunghezza di 123 km. circa ed è il terzo fiume della Sardegna,

mentre per ampiezza di bacino (2476,8 kmq.) viene al secondo posto, e pure il

secondo posto occupa per la sua portata media (16,4 me. al secondo) e per le portate

massime che durante le piene raggiungono alla foce il cospicuo volume di

2447 me. al secondo, mentre durante l’estate si riducono a pochi litri e talvolta le

acque non riescono neppure a raggiungere il mare.

Anche il Rio Mannu di Porto Torres, pur essendo di modesta lunghezza, ha un

certo interesse perchè è uno dei pochi corsi d’acqua che non si prosciugano durante

l’estate, conservando nella stagione asciutta un filo d’acqua corrente che arriva

fino al mare poco a occidente di Porto Torres.

Dal lato occidentale, rivolto al Mar di Sardegna, si trovano quattro fiumi degni

di nota e cioè, da nord a sud, il Temo, il Tirso, il Rio Mannu di Pabillonis ed il

Rio Palmas. Ha acquistato però interesse negli ultimi tempi, anche il Rio Filibertu,

sfociante nello stagno di Calich posto al fondo del Golfo d’Alghero, perchè due dei

suoi affluenti (il Serra ed il Cuga) sono stati sbarrati per la costituzione di due laghiserbatoio,

di cui il principale è quello sul Cuga destinato aU’irrigazione della Nurra

algherese.

Il Temo ha corso breve ma assai irregolare che ha pure impostazione tettonica

in quanto si sviluppa nell’altopiano trachitico nord-occidentale fratturato ed inclinato

verso occidente. Nato infatti alle falde del Monte Pedra Ettori, corre prima

verso settentrione, ma all’altezza di Villanova Monteleone inizia un ampio arco

che lo porta ad invertire il corso verso sud. Incanalato entro le colate trachitiche si

arricchisce delle acque provenienti dagli altopiani contigui e devia infine verso occidente

seguendo una depressione trasversale di sprofondamento recente che separa

le trachiti dagli espandimenti basaltici e dai tufi della Planargia. A circa 4 km. dalla

foce il suo alveo si allarga divenendo navigabile per piccole navi, cosa questa unica

in Sardegna, scorre fra rive verdeggianti e belle campagne, attraversa la pittoresca

cittadina di Bosa e sbocca in mare presso la Marina di Bosa col lato sinistro della

foce poggiato all’Isola Rossa, congiunta oggi da un molo alla terraferma. Infatti

l’ultimo tratto del corso del Temo ha funzionato da porto-canale fino al 1885

quando, per ovviare al grave inconveniente della frequente ostruzione della foce per

180


Fot. Ciganovic

Il Tirso presso Fordongianus.

la formazione di una barra, fu compiuta l’escavazione e l’arginatura del tratto terminale,

nonché il protendimento dell’asta di foce e la costruzione della diga di congiunzione

dell’Isola Rossa. Venne formata così un’insenatura al riparo dalle torbide

fluviali e dal moto ondoso di maestrale, un tranquillo ancoraggio marittimo che

sostituì l’antico porto fluviale. Si provvede ora a regolare mediante la costruzione sul

Temo inferiore di un bacino di ritenuta delle acque di piena, il regime del fiume

che è assai variabile e provoca spesso disastrose inondazioni delle campagne intorno

a Bosa e della parte bassa di questa stessa città.

Pressoché al centro della costa occidentale e precisamente nel Golfo di Oristano

si trova la foce del Tirso, l’antico Thyrsus, che é il maggior fiume della Sardegna se

non come portata, per lunghezza ed estensione del bacino: misura infatti 159 km.,

cioè poco meno dell’Ombrone grossetano, e riga coi suoi affluenti una superficie di

12* — L e R e g io n i d ’ It a lia - S a rd e g n a .


Il Flúmini Mannu nel Campidano presso Sanluri.

Fot. Sef

ben 3375 kmq,. Presa origine dall’altopiano granitico di Buddusó, il suo corso si

sviluppa sino alla foce con direzione complessiva da nordest a sudovest, in quanto

segue una grande linea di frattura terziaria parallela ai Monti del Màrghine, lungo

i quali si trovano le già ricordate sorgenti termali di Fordongianus e di Benetutti.

Tale dislocazione è segnata al centro da una zona di sprofondamento il cui fondo è

occupato da colate trachitiche e basaltiche che il fiume appunto incide fino al suo

sbocco nel Campidano di Oristano. Invece i suoi affluenti seguono dei solchi di erosione,

particolarmente sviluppati dal lato sinistro, ove scorrono appunto i due maggiori,

il Taloro e più a valle il Flumineddu-Araxisi. Essi tagliano profondamente

182


con valli sovrimposte gli altopiani granitici della Barbàgia Ollolai il primo e della

Barbàgia di Beivi il secondo, svolgendovi meandri incastrati entro pittoresche valli

terrazzate.

Nell’alto corso del Taloro, in località Gusana, alla confluenza del Rio Aratu,

è stata da poco costruita una grande diga a doppia curvatura che forma un grande

serbatoio con annessa centrale idroelettrica.

Nel corso del Tirso si possono distinguere pertanto tre parti con caratteri assai

diversi; il tronco superiore fino quasi alla confluenza col Liscoi è incassato in rocce

granitiche povere di acque; il tronco medio comprendente la parte tra il Liscoi e

Villanova Truschedu scorre con profilo più dolce sui tufi, le trachiti ed i basalti della

depressione e si arricchisce delle acque degli affluenti maggiori raccolte per gran

parte nel grande lago-serbatoio Omodeo formato per sbarramento del fiume mediante

la diga di Santa Chiara d’Ula. Il tronco inferiore infine si svolge con lieve

pendenza nella bella pianura oristanese e termina con un piccolo delta, 6 km. ad

occidente della città. In questo suo ultimo tratto il fiume era soggetto a frequenti

straripamenti, specie in occasione delle forti piene primaverili, durante le quali convoglia

1500 e fino a 2000 me. d’acqua al secondo, mentre d’estate le portate si annullano

quasi. A tale stato di cose si è ovviato sia mediante la costruzione di arginature,

sia con la regolazione delle acque ottenuta con la costruzione della imponente diga di

Santa Chiara nel 1923 allo scopo di creare il grande lago serbatoio utilizzato per la

produzione di energia elettrica e per l’irrigazione del Campidano di Oristano e del

territorio di Arboréa.

A ll’estremità sud-occidentale dell’Isola, il Rio di Palmas che sbocca nel golfo

omonimo, è il collettore di cinque о sei corsi d’acqua che scendono dalle cime più

elevate del Sulcis. Il principale di essi è il Rio Maxias, che trae origine dalla Punta

Maxia, e prende poi il nome di Rio di Santadi. Le acque di questi torrenti sono

trattenute da una lunga diga a Monte Pranu presso Tratalias e formano così un

ampio serbatoio, dopo il quale il fiume scorre lentamente nella pianura costiera

del basso Sulcis e sbocca di fronte all’isola di Sant’Antioco.

Di impostazione tettonica sono anche i maggiori corsi d’acqua scorrenti nella

grande pianura del Campidano, costruita nel fondo della grande fossa terziaria. Le

acque del Campidano e delle regioni contigue sono raccolte da due corsi d’acqua

scorrenti in direzioni opposte a partire da una zona di spartiacque centrale all’altezza

di San Gavino: il Flùmini Manna di Pabillonis verso il Golfo di Oristano ed il

Flùmini Manna di Samassi verso il Golfo di Cagliari. Quest’ultimo è più importante

sia come lunghezza (86 km.) sia per il valore delle portate, sia per numero e consistenza

degli affluenti. Presa origine con i suoi rami più lontani dall’altopiano calcareo

del Sarcidano, ricco sui fianchi di risorgive, scende con corso complessivamente

diretto verso sud attraverso la Marmilla, sbocca nel Campidano orientale attraverso

la stretta di Furtei e prosegue verso sud ricevendo successivamente il Canale

Vittorio Emanuele che emunge le acque della depressione di Sanluri, oggi bonificata,

e da sinistra il torrente Leni convogliante notevoli sorgenti del gruppo del

183


Monte Linas. Solcato il fertile piano di San Sperate, giunge nella zona di Decimomannu

ove confluiscono dalla sinistra il Flumineddu formato dalle acque della

Trexenta e del Sàrrabus, e da destra il Cixerri.

L ’affluente di maggior interesse è il Cixerri, sia perchè scorre in un’ampia valle

trasversale terrazzata di antica impostazione tettonica, sia perchè convoglia, almeno

in parte, le abbondanti acque di grosse risorgenti carsiche sgorganti dai calcari cambrici

nella zona di Villamassargia-Domusnovas presso Iglesias. Poco distante da

questa zona, su un suo modesto affluente di sinistra (il Rio Canònica) è stato creato

un lago-serbatoio a scopo irrigatorio. Diretto nettamente da ovest ad est, il Cixerri,

superato l’ostacolo delle colline trachitiche di Siliqua che sbarrano la valle, traversa

il Campidano occidentale e si unisce alla parte terminale del Flùmini Mannu poco

prima del suo sbocco nello stagno di Cagliari, comunicante col mare.

Dal lato orientale, la ristrettezza di spazio esistente tra i maggiori rilievi susseguentisi

da un capo all’altro dell’isola e la costa, e la conseguente mancanza di pianure

hanno impedito la formazione di corsi d’acqua importanti, eccettuati alcuni casi

di fiumi compositi, costituiti cioè da varie parti unitesi per effetto di particolari

vicende tettoniche. La maggiore di queste eccezioni è data dal Flumendosa, la

minore dal Cedrino, che sono appunto i più cospicui corsi d’acqua sfocianti nel

Tirreno.

Nella pianura litoranea posta a nord del Capo Ferrato scorre il breve Rio Sa

Picocca, che sbocca nello stagno di Colostrai e, nella piana adiacente il Flumendosa,

il romano Saeprus, che è per molti aspetti il fiume più importante della Sardegna.

E questo non per la lunghezza (122 km.) per cui è superato dal Tirso e se la batte

col Coghinas, nè per la ampiezza del bacino (1826 kmq.) che lo pone al terzo posto,

ma per la natura di questo bacino, per i caratteri del suo corso, per le sue acque, per

gli aspetti imponenti della sua utilizzazione. Anzitutto il Flumendosa sorge direttamente

dal massiccio del Gennargentu che col suo affluente Calaresu avvolge dal lato

orientale e meridionale e di cui emunge la maggior parte delle acque. Si consideri

poi che il suo bacino, occupante quasi tutta la porzione sud-orientale dell’isola, è

formato dalla maggior distesa di scisti e filladi esistente in Sardegna, sebbene essi

inglobino masse allungate di porfiroidi e per quanto siano coperti al centro dalle

masse calcaree tabulari dei tacchi. In questo ambiente litologico essenzialmente impermeabile

si sviluppa il corso del fiume reso irregolare da vari cambiamenti di

direzione. Sorto non lungi dalla costa orientale esso si dirige nel suo primo tratto

ad occidente tra le montagne della Barbàgia di Beivi descrivendo una serie di

meandri ereditati da un più antico sistema idrografico che per tutto il corso superiore

attuale scendeva in senso contrario attraverso l’Ogliastra.

Proprio nella parte più alta il fiume è stato sbarrato, alla stretta di Bau Muggèris

dopo lunghi lavori finiti nel 1949, e si è formato così il Lago dell’alto Flumendosa.

Si tratta di un grande lago-serbatoio le cui acque dopo essere state utilizzate per

la produzione di energia elettrica, scendono verso il Tirreno nel Rio Sa Téula ricalcando

così il corso preterziario del fiume.

184


Giunto all’altezza del villaggio di Gadoni, il fiume con un ampio arco piega ad

angolo retto verso sud e poi a sudest, traversando la pittoresca zona dei tacchi ricca

di risorgenti carsiche e prosegue col suo corso medio impostato entro una frattura,

approssimativamente parallela alla costa. E questa la parte più pittoresca del fiume.

Fot. Scf

L ’ampio alveo del Flumendosa presso la foce.

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in cui si succedono gole incassate e selvagge incise in rocce svariate, scisti, porfiroidi,

calcari, basalti. Le più belle e le più profonde sono quelle che fiancheggiano la lunga

colata basaltica di Nurri-Orroli e incidono i terreni cristallini sottostanti per oltre

300 metri. Proprio al termine di queste gole, alla stretta di Nuraghe Arrubiu, è

stata costruita ed inaugurata nel 1959 la grande diga con cui è stato creato il lago

del medio Flumendosa lungo ben 17 km., le cui acque insieme a quelle di un altro

lago costruito sbarrando il Rio Mulargia, affluente di destra, vengono condotte nella

Trexenta e poi con un lungo canale al Campidano per l’irrigazione della vasta ed

arida pianura. I due laghi, cui se ne dovrà aggiungere un terzo sul Flumineddu,

principale affluente di sinistra, formano dunque un complesso idraulico unico, il

Complesso del medio Flumendosa, che verrà descritto più oltre.

I grandiosi lavori per l’utilizzazione delle acque fluviali sono stati lunghi e difficili

per l’estrema variabilità delle portate che, mentre si aggirano su un metro cubo

Le gole del Flumendosa

incise nell’imbasamento cristallino peneplanato.

Fot. Mori

186


Il paesaggio del Gerréi

visto da nord con le gole

del Flumendosa (a sinistra)

e del suo affluente

Mulargia (da Scheu).

I, terreni scistosi-cristallini

di base; 2, tavolati calcarei

giuresi (ta c c h i); 3, calcari

eocenici; 4, calcari marnosi

miocenici; 5, placche basaltiche.

fW?ì 4

nel luglio e hanno nell’estate una media di 18-20 me. — che è la maggiore dei fiumi

sardi — salgono al massimo medio di 1826 me., con punte di oltre 3000. Si aggiunga

che tali ingenti piene sono improvvise sia per la natura prevalentemente impermeabile

del bacino, sia per la ristrettezza dell’alveo e del corso alto e medio, sia per l’accentuata

pendenza del suo profilo. Si comprende così come il corso basso, diretto da ovest ad

est sia soggetto a forti variazioni e che la pianura alluvionale litoranea in cui il fiume

scorre abbia subito fino ad epoca recente, finché cioè non furono costruite le arginature,

delle disastrose inondazioni periodiche che provocavano danni assai gravi alle colture

qui particolarmente prospere. Si pensi che nel febbraio del 1876 le acque si elevarono

di m. 2,50 sul piano di campagna! Questa grande irregolarità di regime influisce

naturalmente non solo sull’ampiezza, la disposizione e le variazioni della foce, che si

trova poco a sud di Porto Corallo, ma anche sull’aspetto delle zone contigue ove le

acque di piena si espandono e rimangono nelle bassure a formare l’ampio stagno della

Praia comunicante col fiume, ed un canale retrodunale, parallelo alla costa, che si

allunga per 6-7 km. fin quasi alla Torre Saline. Per i suoi particolari caratteri idrologici

e per l’impermeabilità dei terreni il Flumendosa convoglia al mare masse ingenti

di materiali solidi (fino a 200.000 me. al giorno durante le piene!) che, accumulandosi

dinanzi alla foce, hanno formato una vasta piana litoranea in cui il fiume divaga e

ha cambiato varie volte il suo corso, e un talus sottomarino che è il più esteso tra

quelli formati dai fiumi sardi.

Degno di particolare considerazione è pure il Cedrino, l’antico Caedris, che sbocca

all’estremità settentrionale' del Golfo di Orosei. Esso è costituito infatti dalla riunione

di numerosi corsi d’acqua che scendono dal Gennargentu e dall’altopiano

granitico nuorese e sono stati convogliati verso oriente dagli sprofondamenti verificatisi

nel settore vulcanico del Golfo di Orosei su cui si sono espanse le colate basaltiche

dei godei. Nato dal Monte Fumai, uno dei contrafforti settentrionali del Gennargentu,

da cui prende anche origine il Flumineddu suo principale affluente di

destra, prosegue col nome di Rio di Locoe percorrendo un solco inciso nell’altopiano

187


granitico nuorese e piega poi con ampio arco verso oriente seguendo una dislocazione

trasversale tra i graniti e i calcari e cambiando ancora nome con quello di Rio

d’Oliena. Arricchitosi con quest’ultimo delle abbondanti risorgive carsiche sgorganti

alla base degli imponenti rilievi calcarei, tra cui quella ricchissima del Cologone, diviene

infine il Rio Mannu delle Baronie, chiamato di recente Cedrino e, ricevuto a sinistra

il Rio d’Isalle, incide con una gola i basalti nella sua parte terminale e sbocca

infine nelle piane di Galtelli e di Orosei, costruite con le sue alluvioni. Pur essendo

piuttosto corto (appena una settantina di chilometri) il Cedrino come si è detto è

ricco di acque, tanto che ne porta ancora durante l’estate ed ha piene di oltre

2400 me., sicché provoca frequenti inondazioni nella sua pianura litoranea, diversioni

frequenti dell’ultima parte del suo corso, espandimenti di acque in un lungo

stagno litoraneo (lo Stagno Petroso), e modificazioni notevoli della foce atteggiata

a delta in cui si divide in due rami.

Il Rio di Posada, poco più a nord, è formato dall’unione del Rio di Alà, sgorgante

dai monti granitici omonimi, col Rio Mannu di Bitti proveniente da sud ed inciso

profondamente negli scisti con meandri tortuosi ereditati dall’antico corso scavato

nei calcari che ricoprivano un tempo la formazione scistosa. Coi detriti abbondanti

che trasporta, il Posada ha formato depositi di notevole spessore ed ha costruito

una pianura litoranea che, prima della costruzione degli argini, era periodicamente

allagata. In questa pianura il fiume divaga e si biforca sboccando così al mare con

due foci distinte, comunicanti col lungo e tortuoso canale litoraneo. La piana era

periodicamente inondata e desolata dalle piene abbondanti ed improvvise del fiume

fino a quando poco tempo fa non è stato costruito un lago-serbatoio alla confluenza

del Rio Mannu, al doppio scopo di regolare il regime del corso d’acqua e di raccogliere

le acque per irrigare gran parte dei terreni a valle.

Intenso interrimento provocano pure alle loro foci sia il torrente Padrogiano,

che col suo affluente Castangia sta ricolmando con un cospicuo delta il fondo del

Golfo d’Olbia, sia il fiume Liscia che scorre tra i graniti della Gallura, dai Monti

Limbara al mare, e sbocca nell’insenatura di Porto Liscia, protetta da due isole —

Culuccia e Insuledda — saldate all’isola maggiore dai depositi del fiume. Anche per

il Liscia è stato provveduto alla regolazione delle rovinose piene mediante la recente

costruzione di un lago-serbatoio in località Monte Calamaio.

Tutto considerato, i fiumi sardi hanno rappresentato fino ad epoca recentissima

e in parte rappresentano ancora, un elemento ostile sia per l’insediamento umano

che per l’economia. Grossi torrenti più che fiumi, che per l’insieme delle condizioni

di suolo e di clima passano dall’inerzia dell’asciuttore alla violenza delle piene esasperate

e distruggitrici, dagli alvei incassati e rocciosi della montagna agli ampi letti

ghiaiosi delle pianure ove alimentano acquitrini e stagni litoranei che, se danno qualche

reddito con la pesca, hanno rappresentato peraltro fino a pochi anni or sono fomiti

disastrosi di malaria. Non cè quindi da meravigliarsi se fino da epoca antica gli

uomini li abbiano evitati, tanto è vero che sono pochissimi i centri abitati che sorgono

su corsi d’acqua e costituiscono l’eccezione che conferma la regola e che di

188


Il fiume Cedrino incassato

nelle colate basaltiche

presso Dorgàli.

Fot. Mori

questa aberranza paga il fio. Bosa, infatti, che sorge sul basso Temo, ove è sorta per

ragioni marittime e militari, vede più volte ad ogni inverno le sue strade allagate dalle

acque del fiume. E le piane acquitrinose sono state fino ad epoca recente disertate

dagli agricoltori e votate per lo più alla pastorizia transumante.

« Nessuna utilizzazione è quindi possibile — scriveva l’ing. Omodeo, grande

pioniere della sistemazione idrologica della Sardegna e propugnatore della costruzione

dei laghi-serbatoio — non a scopi irrigui, perchè l’acqua manca appunto nei

mesi in cui più servirebbe, non a scopi industriali perchè in tre quinti dell’anno il

deflusso e la forza ottenibile sarebbero nulli: negli altri mesi, meno di cinque, sarebbero

così variabili in conseguenza delle vicende meteoriche, da non dare alcun affldamento

della continuità indispensabile tecnicamente ed economicamente ». Come

unico rimedio a questi gravissimi inconvenienti egli propose la costruzione di laghi

artificiali che, immagazzinando la portata eccessiva e dannosa delle grandi piene

invernali, ne rendessero l’erogazione costante per tutto l’anno о comunque conforme

ai bisogni dell’industria e dell’agricoltura. E per suo merito sorsero appunto

a partire dal 1923 i primi laghi-serbatoio sul Tirso e sul Coghinas, seguiti da molti

altri sul Flumendosa e sui fiumi minori, che hanno permesso non solo di raccogliere

grandi masse d’acqua razionalmente utilizzate, ma hanno regolarizzato il regime dei

fiumi sardi principali.

189


L a g h i, stagn i, serbatoi.

La Sardegna non possiede laghi naturali per le sue particolari vicende geologiche,

non essendo stata interessata dal glacialismo quaternario nè da fatti tettonici

recenti atti a formare conche, e anche per le sue condizioni climatiche sfavorevoli

al mantenimento prolungato di specchi d’acqua chiusi. E infatti alcuni specchi di

acqua interni formatisi in epoca recente, sono stati colmati о prosciugati.

L ’unico laghetto naturale esistente nell’isola è il lago di Bàrazza, posto nella

Nurra in vicinanza della costa nei pressi di Porto Ferro e ai piedi di un colle, detto

appunto Monte de su abba (cioè «monte dell’acqua») da cui sgorgano sorgenti perenni.

Si tratta di un modesto specchio d’acqua raccoltosi in un antico tronco vallivo sbarrato

dal lato del mare da un sistema di dune fossili, accumulate dal violento e persistente

maestrale, che ha la profondità massima di 21 m. e livello costante perchè

il sovrappiù viene assorbito appunto dalla duna.

Invece gli stagni e gli acquitrini sono numerosi e più lo erano nel passato, come

è dimostrato dalla diffusione degli appellativi con cui sono indicati: stàinu, paùli,

тага, piscina, gora, garroppu. S’intende parlare di stagni interni, da tenere distinti

da quelli costieri cui si è già accennato, e che hanno avuto tutt’altra origine. Si tratta

qui di acquitrini poco profondi con carattere di temporaneità, dovuti a ristagno di

acque in zone depresse di antiche ampie vallate scavate nei terreni marnosi miocenici

del Campidano e delle sue adiacenze о in ondulazioni di origine recente che

interessano la superficie dei tre ordini di terrazzi che vi si trovano. Ricordiamo nel

retroterra di Cagliari gli stagni di San Forzòrio, Simbirizzi, Maracalagonis, e più a

nord, quelli di Serdiana, Nuràminis, Serrenti, Samatzai e Sanluri. Essi sono posti

a quote differenti (da 5 fino a 129 m.), proprio per la loro particolare origine, e sono

formati per lo più da acque salate, risultanti dal dilavamento di terreni stepposi in

clima semiarido, e non da tratti residui dell’antico mare quaternario, come qualcuno

opinava.

L ’opera dell’uomo ha modificato talvolta notevolmente queste distese acquitrinose

prosciugandone alcune, come lo stagno di Sanluri e quello di Ortacesus in

Trexenta, regolandone e restringendone altri, о facendoli passare da permanenti a

temporanei, come è avvenuto per quello di Simbirizzi. Altri stagni temporanei si

trovano nelle piccole depressioni formatesi sulle superfici basaltiche impermeabili

come quelle delle giare: il più esteso di questi acquitrini è lo stagno di Bara posto

sull’altopiano basaltico della Campeda, fra Macomér e Bonorva. Altri ancora, già

esistenti qua e là nelle parti più depresse dei terreni marnosi e argillosi, sono stati

in gran parte bonificati.

I maggiori e più numerosi laghi sardi sono dunque quelli creati artificialmente

applicando e sviluppando i criteri e le direttive dell’ing. Omodeo. A seconda degli

190


Fot. Mori

Il lago di Bàrazza nella Nurra

unico specchio di acqua naturale dell’isola.

scopi da conseguire, i laghi-serbatoio costruiti dal 1923 in poi possono suddividersi

nelle seguenti quattro categorie: per provvista di acqua potabile; per attenuazione

delle piene; per irrigazione; per produzione di energia elettrica. Queste finalità possono

raggiungersi sia ciascuna isolatamente, come avviene per i serbatoi per provvista

di acqua potabile, sia mediante mutue combinazioni, come nel caso dei serbatoi

destinati contemporaneamente all’irrigazione ed alla produzione di energia elettrica.

I serbatoi della prima categoria sopperiscono alla mancanza о scarsezza di sorgenti

perenni di sufficiente portata e poste a quota adatta. In Sardegna dove, come si

è visto, queste condizioni si verificano assai di rado, questo tipo di serbatoio ha avuto

grande sviluppo. Il più importante di essi è costituito dal gruppo dei tre serbatoi di

Corongiu, in serie sul Rio Bauvilixi, che discende dal massiccio granitico dei Sette

Fratelli. Questi serbatoi hanno un volume complessivo di oltre 5 milioni di me. a

quota sufficiente per l’alimentazione della città di Cagliari, cui arriva però oggi

l’acquedotto proveniente dal lago del medio Flumendosa. Vi sono poi i due serbatoi

di Bunnari, della capacità di 1,5 milioni di me., che insieme a quello di Bidighinzu

riforniscono l’acquedotto della città di Sassari; il serbatoio costruito nei

pressi di Fonni per l’alimentazione di Nuoro, e l’invaso di Sos Canales che alimenta

l’acquedotto del Gocéano, ma altri sono in costruzione.

191


La categoia dei serbatoi aventi solo lo scopo di moderare le piene è rappresentata

da quello ricavato per sbarramento della Valle del Mógoro ed avente

una capacità di 12 milioni di me. d’acqua, necessaria per regolare le rovinose

piene del rio, e dal serbatoio del basso Temo, anche per salvaguardare dalle piene

la città di Bosa.

Finalità duplice, di regolazione e d’irrigazione, hanno vari laghi-serbatoio ed

anzitutto l’importante lago artificiale creato di recente sul Liscia con la diga di

Monte Calamaio che immagazzina ben 100 milioni di me. destinati ad irrigare le piane

di Olbia ed Arzachena. Altro serbatoio di questo tipo è quello sul Rio Palmas nel

Sulcis, trattenuto dalla diga a Monte Pranu presso Tratalias che ha la capacità di

63 milioni di me. delle acque di piena, di cui 50 sono destinati ad irrigare circa

5000 ettari della sottostante pianura del basso Sulcis. A questi si è aggiunto da poco

il lago-serbatoio sul Posada che oltre a regolarizzare il fiume, raccoglie 28 milioni

di me. d’acqua con cui verranno irrigate le piane di Torpè, Posada e Siniscola. Sono

da ricordare anche a nord il serbatoio di Gastei Doria sul basso Coghinas, creato

soprattutto per l’irrigazione della contigua piana del Campo Coghinas nonché

quello recentissimo sul Cuga (35 milioni di me.) per l’irrigazione della Nurra algherese

e a sud quello sul Rio Canònica (12,7 milioni di me.) per l’irrigazione della

parte occidentale della Valle del Cixerri.

Più numerosi e più importanti sono i laghi-serbatoio a diverse funzioni e di uso

promiscuo perchè generalmente la produzione di forza motrice non può essere dissociata,

in Sardegna, dalla utilizzazione irrigua la quale, anzi, tende a prevalere. Il

serbatoio che riunisce oggi nel modo migliore le tre funzioni di regolazione del fiume,

produzione di energia ed irrigazione, è il Lago Omodeo, costruito sul Tirso mediante

Il lago-serbatoio del Tirso о Lago Omodeo.

192


Il lago-serbatoio Coghinas.

Fot. Mori

Il Lago Omodeo, serbatoio delle acque del Tirso visto da Nughedu.

Sull’altra sponda si delinea il regolare altopiano basaltico di Abbasanta

chiuso in fondo dal bastione dei Monti del Màrghine.

*3 — Le Regioni d ’Italia - Sardegna.


La categoia dei serbatoi aventi solo lo scopo di moderare le piene è rappresentata

da quello ricavato per sbarramento della Valle del Mógoro ed avente

una capacità di 12 milioni di me. d’acqua, necessaria per regolare le rovinose

piene del rio, e dal serbatoio del basso Temo, anche per salvaguardare dalle piene

la città di Bosa.

Finalità duplice, di regolazione e d’irrigazione, hanno vari laghi-serbatoio ed

anzitutto l’importante lago artificiale creato di recente sul Liscia con la diga di

Monte Galamaiu che immagazzina ben 100 milioni di me. destinati ad irrigare le piane

di Olbia ed Arzachena. Altro serbatoio di questo tipo è quello sul Rio Palmas nel

Sulcis, trattenuto dalla diga a Monte Pranu presso Tratabas che ha la capacità di

63 milioni di me. delle acque di piena, di cui 50 sono destinati ad irrigare circa

5000 ettari della sottostante pianura del basso Sulcis. A questi si è aggiunto da poco

il lago-serbatoio sul Posada che oltre a regolarizzare il fiume, raccoglie 28 milioni

di me. d’acqua con cui verranno irrigate le piane di Torpè, Posada e Siniscola. Sono

da ricordare anche a nord il serbatoio di Gastei Doria sul basso Goghinas, creato

soprattutto per l’irrigazione della contigua piana del Gampo Goghinas nonché

quello recentissimo sul Guga (35 milioni di me.) per l’irrigazione della Nurra algherese

e a sud quello sul Rio Ganònica (12,7 milioni di me.) per l’irrigazione della

parte occidentale della Valle del Gixerri.

Più numerosi e più importanti sono i laghi-serbatoio a diverse funzioni e di uso

promiscuo perchè generalmente la produzione di forza motrice non può essere dissociata,

in Sardegna, dalla utilizzazione irrigua la quale, anzi, tende a prevalere. Il

serbatoio che riunisce oggi nel modo migliore le tre funzioni di regolazione del fiume,

produzione di energia ed irrigazione, è il Lago Omodeo, costruito sul Tirso mediante

Il lago-serbatoio del Tirso о Lago Omodeo.

192


1

Il lago-serbatoio Coghinas.

Fot. Mori

Il Lago Omodeo, serbatoio delle acque del Tirso visto da Nughedu.

Sull’altra sponda si delinea il regolare altopiano basaltico di Abbasanta

chiuso in fondo dal bastione dei Monti del Màrghine.

. S Г.' '.t'.V . . • ____


Il lato orientale del lago-serbatoio del Coghinas

attraversato dal ponte della Strada Tempio-Ozieri.

Fot. Sef

sbarramento a Santa Chiara. Esso è stato costruito per primo, nonostante fosse

quello tra gli impianti possibili producente minor quantità di energia al costo più

caro, dato il suo eccezionale valore irriguo, posto com’è a breve distanza dalla grande

piana di Oristano e di Arboréa. Infatti i 402 milioni di me. d’acqua che vi si raccolgono

(di cui 374 utili) sono usati per la produzione di ingenti quantità di

energia in due centrali della potenza istallata complessiva di 26.800 kW., e per l’irrigazione

dell’agro oristanese e della bonifica di Arboréa (24.000 circa), la più importante

opera irrigatoria della Sardegna. La regolazione del Tirso e la captazione delle

acque del suo bacino è stata testé completata con la costruzione della grande diga

194


Fot. Ente aut. del Flumendosa

Diga e invaso del Mulargia visti da valle.

di G u sana sul T alo ro che consente un invaso di 6o m ilioni di m e., d ’acqua d estinati

alla irrigazione della m edia valle del T irso .

Secondo grande lago-serbatoio in esercizio è quello del Goghinas, costruito

nel 1927 mediante sbarramento alla stretta di Mozzone e che raccoglie 254 milioni

di me. d’acqua (di cui utili 237) usati per la produzione d’energia elettrica in due

centrali (per complessivi 27.200 kW. di potenza istallata) e successivamente per l’irrigazione

del Campo Goghinas.

Sull’alto Flumendosa nel 1949 è stato realizzato il terzo lago-serbatoio sbarrando

il fiume all’altezza di Bau Muggéris e allacciando con esso i due torrenti di

195


Bau Mela e Bau Màndara mediante il loro sbarramento e relativa derivazione in

galleria. È questo il più alto dei laghi artificiali sardi (800 m. sul mare) e perciò, pur

essendo assai meno esteso dei due precedenti (3,5, kmq. contro 20,8 del lago Omodeo

e 18 del lago del Coghinas) e pur contenendo meno acqua (58 milioni di me.),

fornisce energia in quantità molto superiore in tre centrali successive della potenza

totale di 50.000 kWh. Ad esse fanno capo le condotte forzate in tre salti successivi

ottenuti con un sistema di gallerie che hanno permesso di superare le rughe montane

adiacenti e di far deviare le acque dell’alto Flumendosa verso il litorale delrOgliastra:

dopo un salto complessivo di ben 717,90 m. queste acque affluite nel

Rio sa Téula, vengono condotte ad irrigare la fertile piana di Tortoli.

Successivam ente è stato costruito sul m edio Flum endosa un gruppo di serbatoi

ancora p iù im portante sia per la capacità assai m aggiore, sia per la sua funzione p revalente

che è l’irrigazione del C am pidano, cui si uniscono in via subordinata la p ro ­

li lago-serbatoio dell’alto Flumendosa.

Fot. Stefani

196


Monte

sa Mattixedda

A rix iy //d ^ "P '''ß ,

aern/ezione ^

Coronas

Arrubias

Profilo del complesso idraulico del medio Flumendosa.

duzione di energia elettrica e l’uso potabile. Quest’opera gigantesca, realizzata e

condotta da un apposito Ente — l’Ente Autonomo del Elumendosa — , è formata

dal lago lungo ben 17 km. ottenuto sbarrando il Flumendosa all’Arcu San Stefano

alla fine delle grandi gole a sudest di Orroli con una diga ad arco-gravità alta

120 m., le cui acque (317 milioni di me. utili) sono inviate mediante una galleria

della lunghezza di 6 km. a un secondo lago più grande e più capace (334 milioni

di me. di acqua) creato per sbarramento del Rio Mulargia a Monte Su Rei, un chilometro

e mezzo più a monte del suo sbocco nel Flumendosa. Si tratta di due grandi

raccolte d’acqua che ne costituiscono in realtà una sola di 651 milioni di me. ed

alle quali si aggiungerà tra breve un terzo lago sul Flumineddu che darà un ulteriore

apporto di 140 milioni di me. d’acqua. Dal lago del Mulargia una galleria di

derivazione, al cui imbocco è sistemata in caverna la centrale idroelettrica di Uvini,

forando le colline che separano il bacino del Flumendosa da quello del Flùmini

Mannu, sbocca presso Arixi in Trexenta. Da qui ha inizio da un lato la conduttura

principale dell’acquedotto che termina a Cagliari facendo capo a 22 Comuni e dall’altro

il canale principale adduttore che dopo 17 km. di percorso giunge alla centrale

idroelettrica di Santu Miali da cui le acque di scarico sono immesse nella rete

dei canali ripartitori e distributori del Campidano per l’irrigazione di una superficie

che dovrà raggiungere l’estensione di 100.000 ettari.

Ma altri serbatoi sono in costruzione e molti altri in progetto per completare la

valorizzazione idrica dell’isola. Sono in corso di costruzione due laghi a Benzone

13» L e R e g io n i d ’ Ita lia - S a rd e g n a .

197


e a Cucchinadorza sul Taloro, uno a Scala Mala su un affluente del Cuga, un altro

sul Cedrino. Tra i serbatoi in progetto sono da ricordare oltre quello sul Flumineddu,

già citato, i quattro che afflancheranno il complesso del Flumendosa per la irrigazione

del Campidano e che sorgeranno sul Rio di Mógoro, sul Flùmini Mannu, sul Rio

Leni e sul Rio Santa Lucia. Comunque i laghi artificiali già costruiti permettono di

raccogliere 1700 milioni di me. di acqua, pari a circa un decimo delle precipitazioni

atmosferiche che cadono in media ogni anno sull’isola, e che vengono razionalmente

utilizzati con enorme beneficio per l’agricoltura e per le industrie dell’isola.

« Non una goccia d’acqua al mare, se prima non abbia fecondato la terra » è il motto

dell’Ente Flumendosa, e bisogna ammettere che sono già state poste le basi per tradurlo

in realtà.

Così la Sardegna, da terra priva di laghi, è divenuta per opera dell’ingegno e dell’attività

dell’uomo una delle regioni d’Italia che ne sono meglio fornite; il che ha

provocato già trasformazioni profonde del paesaggio e progressi decisivi dell’economia.

198


C apitolo Settim o

LE REGIONI N ATU RALI STORICHE E AM M INISTRATIVE

Le regioni naturali.

M algrado l’im pressione generale di m assività e nonostante l’apparente u n iformità

degli aspetti com plessivi del rilievo, l’esam e dei caratteri fisici d ell’isola ci ha

perm esso di riconoscere l’esistenza di una grande varietà di tipi e di form e del terreno

che si ordinano in num erosi quadri regionali aventi spiccata individualità in rap ­

porto con la costituzione litologica e i lineam enti tettonici. E ssi costituiscono delle

regioni geom orfologiche che hanno considerevole im portanza perchè hanno offerto

differenti condizioni di vita alle popolazioni, le quali vi hanno sviluppato diverse

form e di organizzazione. Si è verificato così p er lo più, che a queste nette regioni

naturali sono venute via via aderendo delle regioni storico-geografiche indicate con

nomi particolari, gran parte dei quali sono ancor oggi ben vivi n ell’uso popolare.

G ià si è visto com e l’isola presenti due fronti assai diversi: quello orientale, fo r­

mato dalla vecchia Sardegna, con i rilievi più elevati, più com patti e più antichi e

quello occidentale in m assim a parte recente — tranne le due zone della N u rra e del-

riglesien te — più basso e m eno inciso. N ella parte orientale due elem enti del rilievo si

ripetono assai freq u en ti: gli altopiani e le creste — m a con m odalità e proporzioni

diverse. Si distingue così nel settore nord-orientale d ell’isola una prim a grande

regione costituita da m onti e altopiani granitici, che si può agevolm ente dividere in

due su b-regioni: la Gallura a nord, in cui dom inano le creste о serre che creano un

rilievo aspro e assai vario, degradante a ripiani verso il G o lfo d ell’A sin ara, e il Nuorese

a sud, dalla depressione di M on ti fino al G ennargentu e all’A raxisi, dove si su c­

cedono vasti altopiani poco accidentati e m onotoni, vere piattaform e inclinate dol-

199


cem ente verso settentrione e verso ponente m a incise fortem ente ad oriente. O vunque

la superficie di questa estesa regione granitica è resa irregolare da am m assi caotici

di blocchi, spesso scavati e scolpiti dagli agenti m eteorici a costituire m inute accidentalità

assai pittoresche, rese più evidenti dalla vegetazione bassa e a chiazze che solo

sui versanti m ontani presenta estese e caratteristiche sugherete.

Con la semplicità degli altopiani granitici nuoresi fa vivo contrasto la regione

che si stende verso oriente e che si affaccia al mare dalla Punta Sabbatino fino a oltre

il Capo di Monte Santo; è una regione di rilievi scistosi e calcareo-dolomitici di notevole

complessità litologica e strutturale. Vi si trovano infatti vaste ondulazioni di

micascisti alternate a crinali granitici, su cui poggiano grandi dossi e scaglie di calcari

giuresi e alcuni bassi tavolati basaltici, il tutto inciso da numerose, profonde

vallate di corsi d’acqua brevi, ma spesso ricchi di acque, tutti tributari del Tirreno. La

varietà di lineamenti e di colori rende questa regione, costituente essenzialmente le

Baronie, una delle più belle e singolari della Sardegna.

Il settore sud-orientale dell’isola, dalla barriera del Gennargentu al Capo Carbonara,

è un mondo nuovo di rilievi complessi e assai diversi per età e forme, frammentati

in piccole unità da valli profonde con direzione per lo più meridiana, vere

gole che isolano piccole cellule di vita umana, ripiegate su se stesse, e che rendono

difficili le comunicazioni. Gli altopiani granitici spariscono e le creste granitiche

ricompaiono solo a costituire prima spuntoni isolati e poi le cime dentellate

del massiccio dei Sette Fratelli, all’estremità sud-orientale, costituente una sub-regione

di netta individualità. Altrettanto nettamente s’individua il massiccio scistoso

del Gennargentu, ergentesi brusco sull’altopiano di Fonni e che forma il cuore della

Barbàgia, paese al centro dell’isola, ovunque elevato ed aspro, ma di aspetto diverso,

in cui si possono riconoscere ben quattro sub-regioni: la Barbàgia Ollolai, il Mandrolisai,

la Barbàgia Beivi e la Barbàgia Seùlo. A sud del Gennargentu si distende

obliquamente, sino alla foce del Flumendosa, un paese tormentato ove, sull’imbasamento

cristallino che forma le maggiori alture come il Monte Santa Vittoria, poggiano

gli altopiani calcarei dei « tacchi » e dei « tònneri », che assumono la massima

estensione nel Sarcidano, e quelli arenacei paleogenici della regione di Quirra. Più

calma, più tabulare è la regione di media altitudine, compresa tra il basso Flumendosa

e il massiccio dei Sette Fratelli, costituente il Gerréi e parte del Sàrrabus, in cui

la gamma delle rocce paleozoiche è più variata, comprendendo placche di calcari

devonici come quelli di Villasalto scisti e porfiroidi.

La fronte marittima di questo paese aspro e selvaggio, in cui si contrappongono

in modo stridente tratti di altopiano a valli profondamente incassate con fianchi

ripidi che scoscendono anche per 5-600 m., è YOgliastra, dal rilievo assai tormentato

che scende a gradinate verso il Tirreno e che è costituita da dossi scistosi e granitici,

sormontati da frequenti creste e spuntoni porfirici e placche e torrioni calcarei a

pareti erte e scoscese a carattere dolomitico. Con questi rilievi aspri e desolati fanno

contrasto stridente le sottostanti piane alluvionali costruite da corsi d’acqua ricchi di

torbide.

200


Fot. Dimt

La costa algherese, daU’estremità meridionale della

città, sullo sfondo dell’altopiano trachitico.

Le R eg io n i d 'I t a lia - S a r d e g n


i J


La grandi regioni morfologiche della Sardegna.


Serena visione dell’altopiano del Mandrolisai

sparso d’alberi e di vigneti.

Paesaggio del Gerrei in corrispondenza

della Valle del Flumendosa sotto Armungia.

Fot. Mori


A i rilievi com plessi e m ultiform i del settore sud-orientale, fa riscontro verso

ponente, d all’altro lato del Cam pidano, il gruppo m ontuoso com patto ed erto del-

YIglesiente raccolto n ell’angolo sud-occidentale della Sardegna, com prendente i m aggiori

rilievi del lato occidentale dell’isola, che corrono con direzione n o rd -n ord ­

ovest-sud-sudest dal G o lfo di O ristano al G o lfo di C agliari e

si affacciano con

im ponenti ripe sul M a r di Sardegna. E un sistem a confuso di m onti e colli di terreni

paleozoici svariatissim i e cioè scisti, calcari, dolom ie e arenarie del C am brico ricoprenti

due grandi cupole granitiche divise nettam ente dalla fossa tettonica trasversale

del C ixerri e qua e là m esse allo scoperto, specie dal lato del C am pidano su cui scoscendono

bruscam ente. C om e si è già visto, in quest’insiem e di rilievi scarniti e

torm entati da fratture e da faglie, a sud della fossa del C ixerri, si aprono bacini tettonici

di varie dim ensioni, col fondo occupato da terreni sedim entari recenti e soprattutto

da potenti espandim enti trachitici e andesitici tabulari che caratterizzano la parte

occidentale del com plesso costituente perciò una sub-regione nettam ente distinta, il

Sulcis, cui appartengono anche le due isole trachitiche di San Pietro e Sant’A ntioco.

T ra il m assiccio dell’Iglesiente e i rilievi sud-orientali, si interpone l’am pia d epressione

occupata da due delle regioni naturali m eglio definite dell’isola: il Campidano

e il paese collinare calcareo-marnoso m iocenico che lo fiancheggia a oriente fino al

Sarcidano. Il lim ite tra le due regioni è assai netto e si appoggia all’allineam ento di

espandim enti vulcanici che va dall’apparato trachitico-basaltico del M on te A ci col con-

Fot. Mori

L ’anfiteatro ogliastrino visto dalla strada per Villagrande.

203


Paesaggio Trexenta occidentale con colli trachitici che la dividono dal Campidano.

Fot. Mori

tiguo spuntone silúrico di Monreale alle cupole trachiandesitiche quaternarie dei

colli di Furtei-Serrenti e Monastir.

Il Campidano, come si ricorderà, è una grande piana alluvionale sul fondo della

fossa tettonica e con le due estremità oristanese e cagliaritana parzialmente sommerse

a lagune e stagni. Non si tratta però di una distesa uniforme, ma di un paese che

presenta almeno tre aspetti principali: la parte sud-occidentale a grandi conoidi di

deiezione, la parte orientale e settentrionale largamente terrazzate a diversi livelli e,

tra le due, una bassa striscia pressoché continua di alluvioni attuali.

Il paese collinare marnoso a dolci ondulazioni e terrazzi separati da vaste depressioni

piatte, è a sua volta costituito da vari elementi e vi si può agevolmente distinguere una

parte meridionale piuttosto uniforme che è la Trexenta, da una sub-regione settentrionale,

la Marmilla, limitata approssimativamente dall’alto corso del Rio Mannu, che

ha per caratteristica la presenza dei regolari tavolati basaltici delle « giare ».

Il settore nord-occidentale tra il mare, la massa granitica e il Campidano è tra le

parti dell’isola più varie per costituzione e per struttura in quanto vi dominano largamente

le formazioni vulcaniche in tavolati trachitici, e trachiandesitici nonché calcari

miocenici, coperti discontinuamente da vaste colate basaltiche e colleganti il

nucleo isolato della Murra con il tronco dell’isola. Pertanto vi si distinguono agevolmente

tre regioni geomorfologiche: la cupola basaltica del Montiferru con le piattaforme

pure basaltiche che la continuano a oriente e a nord, i tavolati trachitici

oligocenici di base e infine la Nurra.

204


Il Montiferru separa nettamente con il suo grande cono regolare il Campidano

dal Logudoro, posto com’è tra il Tirso e il mare ed è un vulcano ad ampia base di

tipo etneo, la cui parte più elevata è formata da trachiti e i fianchi da basalti che si

prolungano nei vasti tavolati circostanti della Campeda, della Planàrgia e di Abbasanta.

A ll’estremità nord-occidentale la penisola affilata della Murra con l’appendice

dell’Asinara costituisce una regione a sé stante non solo per la sua configurazione,

distinta com’è dal resto dell’isola da una vasta e piatta superficie di abrasione, ma

anche per la sua struttura, essendo costituita da una banda di terreni cristallini metamorfici

paleozoici verso occidente e da placche di calcari secondari a oriente assumenti

l’aspetto di colline basse ma disordinate e dai fianchi spesso assai acclivi.

Fot. Stefani

La Valle del Cixerri vista dai pressi di Siliqua

con al centro lo spuntone trachiandesitico del Colle di Acquafredda.

к .

V

205


L ’altopiano calcareo sassarese nei pressi di Campanedda.

Fot. Mori

L ’ampio spazio compreso tra Nurra, Montiferru, medio Tirso, Coghinas e il

mare ha aspetti assai vari e dà l’impressione di una mescolanza confusa di piccoli

ma energici rilievi. In realtà ha una sua unità fondata sulla presenza di un basamento

trachitico e tufaceo variamente dislocato sì da assumere nel suo insieme

l’aspetto di una grande doccia la cui concavità corrisponde a una depressione tettonica

diretta da nordovest a sudest colma di calcari e marne miocenici, assai estesi

nel Logudoro e nel Sassarese. I suoi bordi rialzati, sono formati da tavolati di lave

e tufi trachitici più regolari e diffusi ad occidente, dove formano il bacino del Temo

e si affacciano al mare con alte ripe; più ristretti, ma più irregolari e disturbati ad

oriente al loro appoggio sui graniti о sugli scisti paleozoici, cui corrispondono pertanto

le parti più complesse e cioè la media Valle del Tirso, il Màrghine e l’Anglona.

La divisione in sub-regioni geomorfologiche di questa parte è, pertanto, assai agevole.

Dal lato occidentale il tavolato trachitico di Villanova Monteleone con caratteristici

lembi tabulari dominati dal Monte Minerva, ma depresso al centro lungo

il solco del Temo ove si trovano lembi arenaceo-marnosi miocenici che appaiono

anche presso la foce del fiume, a contatto coi basalti del Montiferru, a costituire

la caratteristica maggiore del piccolo, ma pittoresco e fertile anfiteatro della Planàrgia.

206


L ’estremità meridionale dell’imbasamento trachitico appare nella media Valle del

Tirso, cui corrisponde un importante contatto strutturale tra i calcari marnosi miocenici

coperti da una sottile coltre basaltica sulla riva destra del fiume, i tufi del

fondo valle e le colate trachitiche dal lato sinistro poggianti sul blocco sollevato delle

alte terre granitiche orientali.

Ad oriente, tra la soglia di Macomér e quella di Pattada si allunga da sudovest

a nordest il Màrghine, costituito essenzialmente dal grande dosso che si eleva progressivamente

fino al Monte Rasu e che ha costituzione complessa in quanto nel suo

insieme forma un vasto leggio discendente a nordovest, verso la depressione del

Logudoro, con dolce declivio formato da trachiti e tufi e a sudest, verso la Valle del

Tirso, con una fronte precipite e imponente di rocce trachitiche e scistose paleozoiche.

Anche il bordo nord-orientale tra il Campo d’Ozieri, il mare e il Coghinas, costituente

ì’Anglona, è complesso e disordinato, composto com’è da un insieme di tavolati

trachitici dominanti nel settore di Monte Sassu e trachiandesitici a occidente, di

depressioni marnose come quella di Pérfugas, di larghe valli e di spuntoni vulcanici.

Il fondo della grande doccia è un paese pittoresco e svariato costituente la parte

essenziale del Logudoro, che si può estendere però a sud fino a Bonorva e a nordovest

airOzierese fino al Coghinas superiore ove si riscontrano appunto gli stessi

motivi fondamentali ben netti nella sua parte centrale, chiamata appunto Meilogu:

calcari miocenici di fondo in depressioni mal drenate о in banchi elevantesi in cueste,

distese di tufi trachitici ed edifici vulcanici basaltici recenti come quello del Monte

Pelao che è il più esteso e somiglia alle « giare » della Marmilla, о infine come quello

di Cherémule, dal bel cratere slabbrato.

A nord, la saldatura tra la Nurra e l’Anglona è rappresentata dal Sassarese che

chiude il quadro delle regioni naturali sarde e che fa vivo contrasto coi paesi circostanti

per la semplicità e linearità della sua configurazione, data da altopiani calcarei

inclinati per lo più verso occidente e disposti in una serie diretta da nordovest

a sudest, solcata da alcune valli profonde tra cui spiccano quelle del Rio Mannu

e del Màscari.

In conclusione appare chiaro che in Sardegna la constatata varietà di elementi

strutturali può servire agevolmente di base ad una compartimentazione regionale tenuto

conto che ad ognuna delle unità naturali corrispondono per lo più determinate

varietà pedologiche e vegetali e quindi particolari vocazioni agricole e pastorali.

Le regioni storiche.

In questi quadri naturali, così diversi per posizione, configurazione e costituzione,

si sono stanziati gruppi umani vari per stirpe, attitudini, stato culturale e

tipo di organizzazione le cui vicende e la cui attività hanno contribuito a imprimere

ai singoli territori forme e aspetti che permettono di distinguerli agevolmente gli

207


uni dagli altri. Si è pervenuti così, sulla base di elementi naturali fondamentali e per

l’azione di atteggiamenti umani, alla costituzione di regioni storiche numerose e generalmente

ben riconoscibili, anche perchè i loro nomi sono ancora oggi ben vivi.

Queste regioni infatti hanno avuto tendenza a costituirsi entro i quadri di cantoni

naturali che spesso hanno vissuto fino ad epoca recente una vita propria per forza

di coesione dei gruppi umani in essi insediati, per il loro isolamento e per la scarsezza

e saltuarietà di contatti reciproci.

Appunto in quanto creazioni storiche, pur se con basi naturali, queste regioni

hanno spesso mutato col tempo i loro confini in modo da comprendere talvolta sotto

un unico nome regionale non più la sola regione naturale iniziale, ma anche parti

considerevoli di alcune regioni vicine о loro tratti, là dove i limiti fisici sono incerti.

Ciò spiega, oltre alla difficoltà di tracciare i loro confini e se mai limitatamente a

un solo momento storico, anche il fatto che spesso le regioni storiche non coincidono

con le regioni naturali e viceversa. Tuttavia si deve riconoscere che su alcuni dei

maggiori lineamenti orografici e idrografici dell’isola hanno sempre poggiato limiti

importanti: così il gran plesso montuoso del Gennargentu ha costituito un settore

di divisione assai pronunciato ove concorsero per molto tempo i confini dei Giudicati

di Gagliari, Arboréa e Gallura; e la stessa funzione di confine ha avuto l’allineamento

Montiferru-Màrghine, presso cui confinavano Arboréa e Logudoro. Gome influenza

dell’idrografia si può notare che il bacino del Tirso ha costituito elemento di forte

La bassa Planàrgia dominata dal soprastante altopiano basaltico.

Fot. Mori


coesione antropica e politica avendo formato il cuore del Giudicato di Arborea che

è stato appunto quello persistito più a lungo; e che la stessa funzione di coesione

e di fusione ha avuto il bacino del Coghinas nei riguardi del Logudoro.

Per quanto riguarda in generale l’origine dei nomi regionali, cioè di forme toponomastiche

legate a determinati lembi di territorio insulare, si deve dire che essa

risale a vari periodi, generalmente lontani, della storia della Sardegna: alcuni dei

nomi, infatti, sono di epoca preromana, altri di epoca romana, altri infine di età

medievale e solo in casi isolati sono di epoca relativamente recente.

Vien fatto subito di notare, poi, il molto maggior numero di questi nomi che si

ha in Sardegna rispetto ad ogni altra regione italiana, Corsica compresa: sono

nomi di regioni derivanti da quelli dei Giudicati, da quelli delle « contrade » о delle

« parti » e soprattutto da quelli delle « curatorie » medievali.

Ma prima di tutto è da ricordare quella bipartizione dell’isola in una parte settentrionale

ed in una meridionale segnata approssimativamente dallo sbarramento

orografico Montiferru-Màrghine-Gocéano e basata più che su differenze ambientali,

su importanti contrasti etnici. Infatti mentre le popolazioni della parte centro-meridionale

hanno conservato gran parte dei loro caratteri primordiali e hanno subito

alcune infiltrazioni di elementi libici, nell’estremità settentrionale si fissarono per

tempo popolazioni giunte in epoche successive dalla Corsica e dalla Liguria. Inoltre

la parte settentrionale ha avuto maggiori contatti col più vicino continente, con

riflessi notevoli sui caratteri antropologici ed etnici e su quelli linguistici e culturali.

E questo il motivo principale dell’origine e della persistenza dei due nomi di Capu

'e Susu (Capo di Sopra) о Capo di Sassari, e di Capu 'e Suttu (Capo di Sotto), о

Capo di Cagliari, persistiti, specie il primo, fino ad epoca attuale. E il motivo etnico

è altresì alla base del dualismo e di un certo antagonismo provinciale tuttora esistente

tra le due parti dell’isola, che spiega il « pocos, locos у mal unidos », con

cui gli Spagnoli indicavano i Sardi, ma che non ha inciso però sulla sostanziale unitarietà

insulare.

I nomi dei Giudicati hanno avuto fortuna diversa: quello di Gallura, com’è ben

noto, è sopravvissuto nell’uso, ma con estensione molto ridotta rispetto a quello

medievale, e anche il nome di Logudoro ha avuto una notevole persistenza nella parte

costituente il cuore dell’antico Giudicato e cioè da Bonorva a Mores e da Pozzomaggiore

fin verso Ploaghe, pur essendo qui più appropriato e usato il nome di Mejlogu.

Ma bisogna riconoscere che questo di Logudoro, piuttosto che un nome regionale

va inteso come toponimo storico riferito a un territorio assai diverso secondo che si

consideri l’antico regno, oppure il Giudicato о ancora, come più spesso si fa — e

con minor ragione — l’àmbito di diffusione del dialetto logudorese.

II nome di Arboréa si è mantenuto solo nella tradizione dotta ed in parte nella

letteratura popolare, però con significato piuttosto vago, a indicare all’incirca la

bassa Valle del Tirso e, in senso ristretto, la sua parte sinistra tra il fiume e il Sarcidano.

Invece il termine di Parte di Cagliari о Cagliaritano decadde ben presto per la

vastità e la varietà del territorio e per le forti oscillazioni dei suoi confini.

14 — Le Regioni d'Italia - Sardegna.

209


I limiti ora accennati sono ovviamente ben diversi dai confini dei quattro Giudicati

nella loro tarda definizione risalente al XII-XIII secolo. Infatti da un documento

del 1206 pubblicato dal Solmi, risulta che il confine tra il Giudicato di Cagliari e

quello di Arboréa toccava le ville di Fluminimaggiore, Serramanna, Sanluri, Samassi,

Villamar, Mandas, Escolca, Gergei, Isili, Villanova Tulo e Seùlo; ed è facile accorgersi

che esso poggiava ben scarsamente su motivi naturali. Ma verso nordest il confine

acquistava maggior senso geografico in quanto del Giudicato di Cagliari faceva parte

rOgliastra e il limite poggiava così su alti rilievi fin oltre il Capo Monte Santo. Per i

Giudicati di Gallura e di Logudoro, pur mancando una documentazione precisa, si

può avere un’idea approssimativa dei confini considerando che i due Stati ricalcavano

rispettivamente la parte nord-orientale e nord-occidentale dell’isola, divise dal

basso Coghinas poggiando a sud il limite della Gallura al Gennargentu, con la Barbàgia

Ollolai, e quello del Logudoro al Montiferru e al Màrghine.

Ma per i nomi regionali e quindi per l’esame delle regioni storiche hanno avuto

importanza soprattutto le curatorie о parti, cioè le suddivisioni amministrative dei

Giudicati rispecchianti antiche circoscrizioni territoriali di origine anche anteriore

all’epoca bizantina. Il fatto stesso che il loro numero non è variato di molto

nel corso di parecchi secoli, come risulta confrontando gli elenchi ricostruiti per

epoche diverse da vari autori (Fara, Gasalis, Zirolia, Besta, Solmi) prova nettamente

che questa ripartizione amministrativa si basava su elementi quasi immutabili, quali

le condizioni naturali tendenti a formare ambienti ben differenziati sia dal punto di

vista fisico che da quello umano. Qui, peraltro, giova osservare che questa ripartizione

dovette determinarsi in condizioni alquanto diverse da quelle attuali e cioè

allorché la consistenza del patrimonio boschivo dell’isola era assai più estesa e massiccia

che non ai tempi nostri, contribuendo così a mantenere l’isolamento di nuclei

di popolazione insediatisi in paesi anche vicini. Giò è avvenuto senza dubbio in epoca

pre-romana, sicché si può pensare che sia servito di base alla divisione municipale

che si realizzò mediante il riconoscimento di un sistema politico-amministrativo

tradizionale che fu prodotto di una evoluzione spontanea provocata dall’allacciarsi

nel corso dei tempi di rapporti di comunanza e integrazione tra gruppi di paesi e

che venne in gran parte mantenuto dai Romani.

Questi riconobbero anche le associazioni indigene esistenti al di fuori dei municipia,

sicché esse poterono continuare a sussistere come avvenne verosimilmente per

quelle comunità pastorali о silvo-pastorali dell’interno che vivevano in una semiindipendenza

e si governavano sulle basi di norme tradizionali locali.

L ’anarchia medievale e la sopravvivenza e persistenza del feudalesimo rafforzarono

queste associazioni tradizionali, come è dimostrato dalla continuità e dalla

vitalità delle curatorie che erano sostanzialmente indipendenti le une dalle altre,

anche se, a lungo andare, alcune delle unità originarie si frazionarono dando origine a

ripartizioni minori. Ciò si verificò soprattutto là dove, per le favorevoli condizioni

naturali, la primitiva economia pastorale andò attenuandosi e si trasformò per

effetto dell’inserimento e dello sviluppo delle pratiche agricole che la completarono

210


prima e la sostituirono poi in varia misura. Questo è accaduto appunto nelle fertili

regioni marnose a contatto col largo corridoio naturale del Campidano, ed anche alle

spalle di Oristano e nel Meilogu, dove si sono costituite le curatorie più piccole —

Marmilla, Trexenta, Parte Olla, Parte Usellus, Parte Montis nel primo caso, Caputabbas,

Meilogu, Oppia nell’ultimo — e dove si trovano anche oggi i Comuni di

minore estensione. Viceversa, nelle regioni di scarsa produttività come quelle granitiche

e scistoso-calcaree, votate unicamente alla pastorizia per cui occorre molto

spazio, le ripartizioni tradizionali hanno avuto grande estensione e sono rimaste

tali come è avvenuto in Gallura, nel Nuorese, in Ogliastra.

Asprezza di territorio e isolamento spiegano anche il fatto che la compartimentazione

regionale sia rimasta più stabile, più solida e più radicata nella coscienza popolare

nella Sardegna orientale, più chiusa e compatta, più conservativa e più refrattaria

alle influenze esterne per la sua natura montuosa ed aspra che, oltre a presentare

una vocazione essenzialmente pastorale, ha reso difflcile la penetrazione di

elementi estranei.

Tutto ciò vale ad illuminare la carta delle regioni storiche in epoca giudicale,

costruita secondo l’elenco delle curatorie dato dal Besta con alcune correzioni fatte

dal Solmi e tenendo conto inoltre di altre unità amministrative posteriori (Baronie,

Signorie, Contee, Marchesati e Ducati). Occorre tener presente, tuttavia, che i limiti

regionali ivi segnati sono solo indicativi essendo stati tracciati per il loro decorso

particolare tenendo conto dei limiti comunali attuali, naturalmente spesso assai

diversi dai conflni delle epoche passate.

L ’interesse della carta sta nel fatto che non solo permette di cogliere i rapporti

di posizione e di spazio delle ripartizioni e le corrispondenze tra i loro limiti e le fattezze

oroidrograflche, ma anche e soprattutto per la possibilità che offre di constatare

con opportuni confronti che molte di queste unità territoriali sono rimaste pressoché

invariate nei secoli, sicché molti nomi regionali sono usati ancor oggi dalle genti

sarde per indicare parti aventi particolari caratteristiche fìsiche e antropiche. Data

la grande importanza geografica di tale questione, l’esistenza e l’estensione attuale

dei nomi regionali sardi é stata studiata da vari Autori ed é appunto considerando

e confrontando le indagini esistenti e soprattutto quelle dell’Almagià e del Baldacci

che con opportuni completamenti e ritocchi si é costruita una carta dei nomi regionali

odierni corrispondenti in ultima analisi alle regioni storico-geografiche secondo

l’uso popolare. Esse sono una trentina, quindi in numero veramente notevole, e

distribuite variamente nel territorio isolano.

Appare chiara la funzione unificatrice delle zone geologicamente e morfologicamente

uniformi su vasti spazi, come é accaduto per il Campidano, il Nuorese e

il Sassarese, e la tendenza alla stabilità e persistenza di quelle frazionate in diversi

individui geomorfologici ben definiti. Qualche considerazione meritano i nomi di

quelle regioni storico-geografiche, i quali sono derivati in gran parte da quelli di

precedenti curatorie, che dal canto loro furono generalmente ricavati da quelli del

capoluogo, come le singole Barbàgie, i diversi Campidani, le Baronie di Orosei e

2 II


REGIONI STORICHE

Gemini

Ampurias

Romangia

Fluminargia

Nurra

Osilo

Anglona

T erranova

Alghero

Coros

Florinas

Monte Acuto

Caputabbas

Meilogu

Oppia

Barbagia di Bitti

Posada

Bosa 0 Monteleone

Costavai

Goceano

Orosei о Galtelli

Planargia

Màrghine

Doris

Nuoro

Montiferro

Barbagia di Ollolai

Campidano di Milis

Gilciber

Austis

Ogiiastra Settentrionale

Campidano Maggiore

Parte Barigadu

Mandrolisai

Barbagia Beivi

Campidano Simaxis

Parte Usellus

Parte Valenza

Barbagia di Seulo

Ogiiastra Meridionale

Parte Montis

Marmilla

Siurgus

Monreale

Ouirra

Parte Ippis Susu

Nuramlnls

T rexenta

Gerrei

Cixerri

Parte Ippis Giossu

Parte Olla

Sarrabus

Isola di San Pietro

Decimo

Campidano di Cagliari

S. Antioco

Sulcis

Nora

10 20 30 km.

Le regioni storiche sulla base dei limiti comunali attuali.

Le ripartizioni hanno limiti indicativi e il loro nome rispecchia per lo più quello delle curatorie, tranne alcuni

casi in cui si riferisce a quello delle ripartizioni successive (baronia, marchesato, ducato, contea, ecc.).


Le Regioni d ’Italia - Sardegna,

Le regioni storico-geografiche о subregioni.

Tratteggiati i limiti incerti; punteggiati quelli delle ripartizioni minori;

a punti grossi i limiti provinciali attuali.


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1

Siniscola, il Sàrrabus e il Sulcis. Qualcuna però deriva il proprio nome da quello di antichi

popoli {Barbàgia, Gallura), qualche altro di essi esprime il carattere della posizione

geografica {Mejlogu о regione nel « mezzo del Giudicato », Màrghine о margine della

montana, Barigadu, cioè « varcato » «al di là», rispetto al corso del Tirso), altri ancora

alludono ad aspetti della vegetazione (Ogliastra, Partiolla) e altri infine al carattere

morfologico complessivo, come Nurfa ( = cumulo, mucchio cavo), Montacuto, Montiferru,

Planàrgia, Marmilla, Campidano e Sarcidano о come qualcuno scrive S ’Arcidano,

alludente al suo aspetto di roccaforte). Questi ultimi nomi a base morfologica

si sono conservati meglio degli altri per la loro aderenza a regioni naturali bene individuabili

e ciò si nota anche per quelli a base etnica nelle parti più chiuse della metà

orientale dell’isola. Tuttavia un rapido confronto tra la carta delle regioni storiche

e quella delle regioni storico-geografiche, permette di stabilire che di una quindicina

delle prime non v ’è più traccia oggi e non tanto perchè hanno cambiato о perduto il

loro antico nome come la curatoria di Gilciber, corrispondente all’incirca alla media

Valle del Tirso, e quella di Nora che si identifica con l’attuale Caputerra, ma soprattutto

per un sopravvenuto processo di conglobamento e integrazione di ambienti

morfologici unitari come è il caso delle tre curatorie di Romangia, Osilo e Fibrinas

riunitesi nel Turritano; delle tre curatorie di Caputabbas, Oppia e Costavài inglobate

nel Meilogu e delle quattro curatorie di Nuràminis, Monreale e Parte Ippis о Gippis

(Suso e Giossu cioè di Sopra e di Sotto), fusesi nell’ambiente uniforme del Campidano

centrale. Si è pure verificato l’inglobamento di piccole regioni da parte di regioni

maggiori, come quella di Ampurias nell’Anglona, di Terranova nella Gallura, di Aùstis

nella Barbàgia Ollolai, di Doris nel Nuorese, di Quirra nell’Ogliastra.

Più rara è stata la ripartizione di regioni antiche tra quelle ad esse circostanti,

come la curatoria di Siurgus, ripartita tra Gerréi, Trexenta e Sarcidano. La seriorità

di questa ultima regione, comprendente anche quasi tutta l’antica Parte Alenza

(o Parte Valenza), è dimostrata dal fatto che il nome di Sarcidano non appare nei

documenti e nelle carte anteriori al XIX secolo, pur potendosi ritenere che la sua

unità regionale si sia venuta a costituire nel ’500.

Le divisioni amministrative.

Divenuta stabilmente provincia romana nel 227 a. C., la Sardegna ebbe a capo

un pretore che risiedeva a Cagliari e ordinamento amministrativo basato sulla distinzione

di municipia, titolo questo che venne accordato ad alcuni dei centri più importanti;

di civitates, con centro urbano avente amministrazione autonoma (respublica),

e di populi che tale centro non avevano. Titolo di municipio aveva forse, al tempo

di Cesare, solo Cagliari; le civitates furono probabilmente 18, di cui Plinio ricorda

come più importanti, oltre a Cagliari: Sulci, Valentia, Neapolis, Bitia, Nora, cui

bisogna aggiungere Forum Traiani e le due colonie di Turris Libissonis e Cornus;

213


e infine i popoli dell’interno, una ventina in tutto, tra i quali sempre Plinio nomina

come più celebri Iliensi, Balari e Corsi.

Con l’ordinamento di Diocleziano, la Sardegna fu considerata uno dei 12 distretti

о province in cui fu divisa la Diocesi italica, mentre sotto Giustiniano, nel VI secolo,

costituì una delle 7 province della prefettura africana del Pretorio. In epoca bizantina

le più importanti circoscrizioni dell’isola erano quelle di Cagliari, dove si trovavano

il preside e l’arconte. Forum Traiani dove risiedè poi il duce delle milizie,

Tharros, Turris e Civita (Tempio).

Seguì, per almeno quattro secoli la quadripartizione già ricordata nei Giudicati

di Cagliari, Arboréa, Logudoro e Gallura, divisi a loro volta in « curatorie » e

« parti », che durò fino alla conquista aragonese, quando si formarono i feudi, perdurati,

pur con variazioni talvolta sensibili, sino al secolo XIX e precisamente sino

alle leggi eversive della feudalità. Soppressa nel 1848 la carica di viceré durata

parecchi secoli, l’isola venne ripartita in tre « divisioni » amministrative, Cagliari,

Sassari e Nùoro, ciascuna delle quali aveva a capo un Intendente generale e comprendeva

parecchie province — undici in tutto — con 367 Comuni. Alla « divisione

» di Cagliari appartenevano le province di Cagliari, Iglesias, Oristano, Isili;

alla divisione di Nùoro le province di Nùoro, Lanùsei e Cùglieri e alla divisione di

Sassari le province di Sassari, Alghero, Ozieri e Tempio. Con decreto del 23 ottobre

1859 le « divisioni » vennero soppresse e l’isola fu divisa in due sole province Cagliari

e Sassari, mentre le vecchie province presero il nome di circondari, suddivisi a loro

volta in mandamenti e questi in comuni.

Per ultimo, nel dicembre del 1926, il numero delle province sarde fu aumentalo

a tre, com’è anche attualmente, con l’istituzione della nuova provincia di Nùoro,

formata con gli ex circondari di Nùoro e Lanusei (l’uno nella provincia di Sassari,

l’altro in quella di Cagliari) più alcuni comuni dell’ex circondario di Oristano. La

provincia di Nùoro veniva così a comprendere le più elevate regioni montane orientali,

aventi invero aspetti e problemi particolari, e si stendeva dall’uno all’altro mare,

separando così le due province preesistenti.

Le tre province sarde avevano al 1961 le seguenti caratteristiche territoriali e

demografiche :

C agliari............................. kmq. 9297 abitanti 750.410 n” Comuni 170

Nùoro................................. » 7272 » 283.062 » 102

S a s s a r i............................. » 7519 » 379.817 » 79

S a r d e g n a .........................kmq. 24.088 abitanti 1.413.289 n“ Comuni 351

Pur con la notevole decurtazione territoriale in favore di Nùoro, Cagliari rimane

di gran lunga la più estesa delle province italiane, seguita da Sassari e poi da Bolzano

e da Nùoro. Questa grande estensione e la conseguente eccessiva distanza

della parte centro-occidentale dell’isola sia da Cagliari che da Nùoro, spiegano

l’aspirazione di quelle popolazioni alla creazione di una quarta provincia con

214


capoluogo Oristano, con vivace attività agricola e commerciale, intensificatesi con

le recenti opere di bonifica. Tale aspirazione si è estrinsecata nell’ultimo dopoguerra

nella proposta di istituzione della provincia di Oristano, costituita essenzialmente

dal suo antico circondario, il cui territorio avrebbe dovuto essere formato

da 325.000 ha., ceduti per la massima parte dalla provincia di Cagliari (242.000 ha.)

ed in parte minore da quella di Núoro (82.000 ha.); quest’ultima avrebbe avuto in

compenso da Sassari un decina di Comuni, mediante una correzione del limite amministrativo

tale da lasciare alla provincia di Núoro tutto il Màrghine e il Gocéano

effettivamente più legati alla vicina Núoro, piuttosto che a Sassari. Ma la relativa

proposta di legge, formulata prima dalla Regione fin dal 1950, presentata poi

Limiti delle province sarde e loro

variazioni con l’istituzione della provincia

di Núoro (1926) e con l’indicazione

della progettata provincia di

Oristano.


al Parlamento nel 1955, non venne approvata, insieme ad altre avanzate da alcune

città del Continente.

Il numero dei Comuni dell’isola è variato assai nell’ultimo secolo in rapporto con il

progressivo aumento della popolazione di molti centri abitati minori e con l’intensificarsi

delle attività agricole e commerciali dei loro territori. L ’aumento del numero

dei Comuni è stato particolarmente notevole negli ultimi venti anni in conseguenza

dell’avvenuta ripresa dell’incremento demografico, anche per la scomparsa della

malaria e con i considerevoli miglioramenti dell’agricoltura e dei traffici. Basti pensare

che, mentre nel 1940 si contavano 275 Comuni, nel 1951 essi erano 287 e nel

1961 ben 351. In particolare nel ventennio suddetto, i Comuni sono passati da 115

a 170 nella provincia di Cagliari, dove hanno avuto l’incremento massimo, da 89 a 102

nella provincia di Nuoro e da 71 a 78 in quella di Sassari, dove pertanto le modificazioni

sono state di scarso rilievo. La moltiplicazione dei territori comunali è avvenuta

soprattutto nei fertili terreni dei Campidani, della Trexenta, della Marmilla e dell’Arboréa

e in via subordinata in Gallura e ai suoi margini, per suddivisione dei grandi

о grandissimi Comuni prima esistenti, come per es. quello vastissimo di Tempio.

I territori comunali hanno estensione diversissima: mentre infatti la superficie

media del Comune sardo è di 7148 ha. (contro una media italiana di 3752), quella dei

Comuni singoli oscilla tra un massimo di 60.458 ha. di Sassari, e un minimo di 252

ha. di Mòdolo, in Planargia.

Uno sguardo al diagramma della ripartizione dei Comuni per classi di ampiezza,

mostra che più numerosi sono quelli tra 2000 e 4000 ha. (88), seguiti da quelli tra

4000 e 6000 (59) e poi tra 1000 e 2000 ha. (53); ma numerosi (40) sono pure i grossi

Comuni con superficie di oltre 10.000 ha., di cui ben 36 superano i 15.000 ha. e 7 addirittura

i 25.000.

Questa forte disparità è in rapporto, come avviene di solito, con le grandi differenze

già constatate nella configurazione e nella natura del terreno, che si riflettono

sui tipi di economia, nonché con la densità e i tipi di insediamento della popolazione.

La Sardegna offre da questo punto di vista degli esempi scolastici, presentando

Comuni assai vasti nelle regioni tipicamente pastorali della parte montana orientale,

della Gallura, dell’Iglesiente e degli altopiani basaltici e trachitici e Comuni di

piccola estensione nelle regioni essenzialmente agricole della fascia centro occidentale

a fertili terreni marnosi dal Campidano di Cagliari a quello di Oristano

attraverso Trexenta, Marmilla e Arboréa, nonché nel Meilogu.

Per quanto riguarda la distribuzione per classi di altitudine, vista la particolare

configurazione dell’isola, è netta la predominanza dei Comuni classificati di collina,

comprendenti oltre i 2/3 del numero totale (245), e più precisamente di quelli della

collina interna (196); seguono i Comuni di pianura (74) tra cui si trovano quasi tutti

quelli di dimensioni piccole e piccolissime e infine i Comuni di montagna (32), di

dimensioni medie e grandi.

Interessanti rilievi si possono fare sulla forma dei Comuni che per lo più é regolare

e di tipo poligonale sugli altopiani e nelle pianure, dove risulta solo dal libero

216


Ripartizione dei Comuni

per classi di ampiezza.

N? COMUNI

incontrarsi delle zone di influenza dei villaggi mentre raggiunge irregolarità massima

in molti tratti dei rilievi litoranei e delle sottostanti pianure costiere tra cui si stabiliscono

quei rapporti di complementarità necessari all’economia pastorale che vi

regna. Ognuno dei grossi Comuni che si trovano sui lunghi tratti dei colli e dei

monti retrostanti alla costa tende ad allungarsi con protuberanze e tentacoli irregolari

dal monte al mare per inglobare nel proprio territorio una о più porzioni di pianura

litoranea da servire come zone pascolive о saltus necessari per le pasture invernali

delle proprie greggi. Gli esempi più tipici si riscontrano per molti Comuni pastorali

deirOgliastra, dove il comune di Càiro si allunga per ben 30 km. dal monte, ove si

trova il paese, al mare che esso raggiunge su largo fronte per mezzo di un sottile

passaggio. Anche Ulàssai, Villanova Strisàili e Àrzana, offrono lo stesso caso, pur

limitandosi a raggiungere le sottostanti pianure, mentre il villaggio gallurese di Aggius

giunge ancora, contorcendosi, al mare.

Un fatto simile si verifica anche in Comuni posti su versanti montani marcati

e regolari sovrastanti ampie vallate fluviali come quella del medio Tirso, per la solidarietà

che lega qui il monte e il fondo valle sottostante: offrono per questo l’esempio

migliore i Comuni del Màrghine e del Gocéano, allungati perpendicolarmente al

pendio come Macomér, Bolòtana, librai, Bono ecc., ma assai caratteristico è per

questo aspetto il comune di Grani che ha forma di semiellisse, costituitasi proprio

allo scopo di raggiungere in due punti la sottostante vallata. Si verifica anche, ma

più raramente, il caso contrario, di Comuni litoranei о vallivi che hanno forma

allungata atta a inglobare i sovrastanti pascoli.

Altri Comuni pastorali, infine, possiedono per lo stesso scopo dei tratti staccati,

cioè delle « isole » amministrative, talvolta lontane, che si trovano in pianura о

comunque sul litorale. Esempi classici di ciò ci sono forniti sia dalla Gallura, dove

217


Le circoscrizioni religiose attuali

e i loro limiti. In corsivo

le vecchie sedi episcopali poi

decadute.

Buddusò e Tempio hanno vastissime isole amministrative nella collina litoranea,

sia sempre dall’Ogliastra, dove la piana costiera ed i colli circostanti del Salto di

Quirra sono ripartiti tra le isole amministrative dei lontani Comuni di Sedi, lerzu,

Lanusei, Osìni e Locéri. E questo, del significato pastorale, il principale motivo del

numero relativamente notevole di isole amministrative, che sono in Sardegna 54 su

un totale italiano di 451. Molte di esse, tuttavia, sono costituite da isole e isolotti

costieri, posti in gran parte di fronte al litorale gallurese. Si deve notare, peraltro, che

alcune di queste isole amministrative tendono oggi a sparire perchè, col loro popolamento

e il conseguente sviluppo agricolo, vengono a costituire nuovi Comuni, come è

accaduto di recente per le isole di Buddusò e di Tempio.

218


Notevole interesse hanno infine le suddivisioni religiose, dato che le diocesi sono

cambiate assai per numero ed estensione nelle varie epoche in relazione con le

vicende storiche e demografiche. Pare che esse in un primo tempo fossero quattro e

corrispondessero sostanzialmente ai Giudicati di Cagliari, Arboréa, Turris e Gallura

e che i rispettivi confini coincidessero quasi esattamente. Ma poi il loro numero

aumentò, specialmente nel periodo di passaggio tra l’epoca bizantina e quella giudicale,

sicché nel XV secolo esse erano in numero di 19. Senonchè lo spopolamento

gravissimo verificatosi dal XV al XVIII secolo, per cui circa la metà dei

centri abitati dell’isola vennero abbandonati, e le incursioni piratesche che fecero

Chiesa di S. Nicolò a Ottana, costruita verso la metà del XII secolo,

cattedrale dell’antica diocesi di Ottana.

219


disertare molte città costiere, provocarono la diminuzione del numero delle diocesi

a 8 soltanto, avendo queste inglobato quelle contigue meno vitali. Inoltre si verificò

lo spostamento di alcune sedi vescovili verso località più interne о più elevate,

meglio protette о più salubri. Successivamente, le modificate condizioni demografiche

e sociali resero necessaria la ricostituzione di alcune diocesi e quindi

la revisione dei relativi limiti e rettifiche territoriali che determinarono una nuova

fisionomia alle circoscrizioni ecclesiastiche: furono ricostituite nel 1803 l’antica diocesi

di Bisarcio, la cui sede vescovile fu spostata a Ozieri, e poi quella di Suelli che

prese il nome di diocesi di Ogliastra con sede vescovile a Tortoli spostata poi a Lanusei.

Così le diocesi sarde sono oggi ii, e precisamente quelle di Ampurias-Tempio,

Sassari, Ozieri, Alghero, Bosa, Nùoro, Oristano, Lanusei, Terralba-Ales, Iglésias e

Cagliari. Esse risultano ben distribuite e generalmente ispirate a un criterio di unità

geografica.

220


C apitolo O ttavo

IL POPOLAMENTO E L A SUA EVOLUZIONE

Le vicende del popolamento.

Gli storici, basandosi in verità su elementi assai tenui, ritengono che al principio

dell’èra volgare la popolazione dell’isola si aggirasse sui 300.000 abitanti cui corrisponde

una densità media di 12 ab. per kmq. Pur con questa popolazione di tanto

inferiore a quella attuale, la Sardegna appariva in età antica più popolata di quanto

non lo sia ora, nel confronto con le altre regioni italiane, in quanto si vàluta che

l’Italia continentale contasse allora non più di 6 milioni di abitanti e che la Sicilia

ne avesse soltanto 600.000. Si può ammettere che per tutta l’età romana non si sia

verificato in Sardegna un incremento demografico notevole e che la distribuzione

della popolazione e la densità dei centri abitati quale si presentavano nella tarda età

imperiale non abbiano subito delle modificazioni importanti anche dopo la caduta

dell’Impero romano, perchè come è stato già ricordato, le invasioni barbariche non

investirono la Sardegna con l’intensità che si verificò nei vicini continenti.

La breve occupazione dei Vandali, come quella dei Bizantini, non apportò modificazioni

importanti nella struttura demografica ed economica dell’isola.

Quando però sul principio del secolo V ili ebbero inizio le plurisecolari scorrerie

degli Arabi e poi dei Saraceni che per secoli si abbatterono sulle coste dell’isola,

ebbe inizio la graduale diminuzione del numero degli abitanti e soprattutto avvennero

delle modificazioni profonde nella distribuzione della popolazione, in seguito allo

spopolamento delle regioni costiere e delle pianure anche per il progressivo aggravarsi

della malaria e per l’addensarsi della popolazione nelle zone interne e più elevate.

Le lotte scoppiate tra Genova e Pisa per il predominio economico e politico in

Sardegna, se portarono ad un graduale impoverimento dell’isola, non ebbero gravi

221


conseguenze sull’entità e la distribuzione della popolazione dato che le due repubbliche

si combatterono soprattutto sul mare.

Le condizioni della Sardegna divennero più gravi quando su di essa si afferniò

all’inizio del XIV secolo il dominio degli Aragonesi che dopo aspre e lunghe guerre

istituì, come si è visto, un rigido sistema feudale a favore di stranieri. A questi sconvolgimenti

economici e politici si aggiunsero gravi epidemie di peste, da quella violenta

del 1348 a quella del 1376 e al tremendo morbo del 1403, nonché la forte ripresa

della malaria che causò l’ulteriore spopolamento di coste e pianure onde moltissime

ville e villaggi furono abbandonati dai loro abitanti e successivamente andarono

distrutti.

La diminuzione del numero degli abitanti non fu però continua, ma ebbe dei

momenti di particolare gravità in occasione di pestilenze, carestie о altri eventi, così

che al primo cómputo della popolazione indetto nell’isola dal governo aragonese

(1483) si contarono appena 150.000 abitanti con una densità di soli 6 abitanti per kmq.

È la cifra più bassa che si conosca per la popolazione sarda, ma si può ritenere che

sia anche la più bassa raggiunta, essendosi indetto quel censimento in uno dei periodi

più tristi della storia della Sardegna. Secondo uno studio del Loddo-Canepa, dei

673 centri abitati esistenti in Sardegna al principio del XIV secolo, ben 305 andarono

distrutti nei tre secoli successivi, cifra eccezionale, anche se la maggior parte di

questi centri scomparsi erano di piccola entità.

Intorno alla metà del XVII secolo, una certa tranquillità nelle vicende politiche

favorisce il graduale aumento della popolazione e il risorgere di molti centri abbandonati.

Nel 1603, in. occasione del secondo computo per «fuochi» eseguito dal

governo spagnolo, si contarono nell’isola 266.700 ab. ( ii per kmq.) e ad un terzo

computo fatto dopo 75 anni, nel 1678, il numero era salito a 301.680. Appena un

decennio dopo però, a causa di gravi carestie ed epidemie, i fuochi erano ridotti a

61.645 (247.780 ab.). Verso la fine del secolo si ebbe tuttavia una sicura ripresa confermata

da un’ultima numerazione spagnola che accertò la presenza di 66.768 fuochi

(270.000 ab. cioè II per kmq.), epoca dalla quale si ebbe successivamente un

aumento costante.

L ’incremento della popolazione si affermò e progredì già durante il XVIII secolo,

dopo il passaggio dell’isola al Piemonte per effetto dei provvedimenti presi dal

governo piemontese per risollevare l’economia della Sardegna. Particolari effetti

sulla distribuzione della popolazione ebbe la notevole opera di colonizzazione guidata

che ebbe inizio con la cessione delle terre spopolate a chi si fosse assunto l’obbligo

di coltivarle e con l’invito rivolto a coloni italiani e stranieri a trasferirsi in Sardegna.

A questa colonizzazione guidata si aggiunse quella spontanea da parte di pastori

e agricoltori sardi nella Nurra, nella Gallura e nel Sulcis.

Il primo censimento indetto dal governo piemontese (1728) rivelò che la popolazione

della Sardegna era già salita a 309.994 ab.; il che significa che solo al principio

del XVIII secolo l’isola riacquistò all’incirca il numero degli abitanti che aveva

in età romana. Alla metà del secolo, nel 1751, il secondo censimento piemontese

222


iscontrò 360.932 ab. e il terzo, effettuato nel 1782 ne trovò 436.759 cui corrispondeva

una densità di 18 ab. per kmq.

L ’aumento della popolazione continuò senza interruzione, se pur con ritmo

diseguale, durante tutto il secolo XIX; infatti se al censimento del 1824 si registrarono

nell’isola 461.976 ab., verso la metà del secolo, nel 1846, al 5° ed ultimo censimento

piemontese, il loro numero era salito a 543.207 e la densità a 22,5 ab.

per kmq. Questo aumento si spiega cogli ultimi notevoli miglioramenti apportati

nell’isola dal governo piemontese, con le opere di colonizzazione da questo intraprese

con tanto coraggio, coi maggiori contatti che esso aveva reso possibili tra le

popolazioni continentali e quelle isolane e col generale progresso dell’economia.

In complesso, nei 133 anni intercorrenti tra il primo censimento piemontese e

il primo italiano, cioè sostanzialmente durante l’unione al Piemonte, l’incremento

medio annuo era stato del 6,7 per mille nettamente superiore a quello verificatosi

nel periodo spagnolo, dal 1483 in poi, che fu solo del 4,3 per mille.

Il primo censimento dell’Italia unita, eseguito nel 1861, trovò nell’isola abitanti

588.068 con una densità di neppure 25 ab. per kmq., ma dieci anni più tardi

essi erano già 636.660, essendosi innalzato l’indice di incremento a 8,2 per mille.

Lo sviluppo demografico continuò negli ultimi decenni del secolo scorso, sebbene

si fosse sviluppata una certa emigrazione, dovuta a un diffuso disagio economico soprattutto

in rapporto con la depressione dell’economia vinicola per l’infestione fillosserica

e alla rottura dei rapporti commerciali con la Francia. Cosicché la popolazione,

raggiunti i 682.000 individui nel 1881, era salita all’inizio del 1900 a 791.754 (censimento

del IO febbraio 1901) e la densità era così passata da 28,4 a 33 ab. per kmq.

L ’aumento si mantenne ancora sensibile fin verso il 1914 tanto che al censimento del

L ’incremento della popolazione sarda.

223


ig ii si registrarono 852.407 ab., con un incremento medio annuo del 7,6 per mille.

Ma la prima guerra mondiale, con la forte mortalità per cause belliche e per il rincrudimento

della malaria e la diminuzione delle nascite, segnò una netta battuta

d’arresto, tanto che al 1° dicembre 1921 si contarono nell’isola appena 866.681 individui

con l’esiguo incremento medio annuo dell’i,6 per mille.

Nel dopoguerra si aprì una nuova fase per la demografia sarda: la vigorosa ripresa

della bonifica, il miglioramento delle condizioni economiche e il forte aumento della

natalità provocarono un ingente e rapido incremento demografico (12,2 per mille

tra il 1921 e il 1931 e un massimo del 12,6 per mille tra il ’31 e il ’36) che portò

la popolazione a 973.125 ab. nel 1931.

Il censimento del 1936 rivelò che la Sardegna nel quinquennio intercorso aveva

finalmente superato il milione di abitanti (1.034.686 ab. e densità 42,7).

Pertanto si deve constatare che in un secolo circa, tra il 1838 e il 1936, il numero

degli abitanti della Sardegna si raddoppiò; ma, mentre nella prima metà di questo

periodo l’accrescimento fu modesto, nella seconda metà divenne assai cospicuo

tanto che per 4/5 si è verificato dopo l’Unità d’Italia e per 1/3 tra il 1921 e il 1936.

Alla data del censimento del 1951 sono stati censiti 1.269.438 ab. residenti nell’isola,

con un incremento medio alquanto inferiore a quello del periodo precedente

(11,3 contro 12,6 per mille) per gli sconquassi provocati dall’ultimo conflitto. Successivamente,

infatti, si è avuta una certa ripresa che ha portato la popolazione

sarda a i.419.362 ab. riscontrati dall’ultimo censimento del 1961 cui corrisponde

l’accrescimento annuo dell’ 11,7 per mille.

Così la Sardegna contiene oggi appena 1/35 circa della popolazione italiana, classificandosi

per numero di abitanti al 13° posto tra le regioni d’Italia ed è, insieme

al Trentino-Alto Adige, trascurando la piccola Val d’Aosta, la regione meno popolata,

con appena 59 ab. per kmq.

Questa grave scarsezza di popolazione, dovuta essenzialmente alle sfortunate

vicende storiche, economiche e sanitarie, è stata a sua volta, secondo molti autori,

una delle principali cause del tardivo e inadeguato sviluppo dell’isola.

Si tratta, in effetti, di un circolo vizioso rotto solo di recente da massicci interventi

esterni che hanno agito con iniziative di ampio respiro volte da un lato a migliorare

le condizioni sanitarie e dall’altro a favorire le attività economiche mediante

apporto di ingenti capitali.

Il movimento naturale della popolazione e l’emigrazione.

Le vicende demografiche della Sardegna sono state sempre soprattutto in rapporto,

come s’è detto, col movimento naturale per il quale l’isola ha un comportamento

di spicco rispetto alle altre regioni italiane e profondamente diverso dalla

media nazionale. Attualmente infatti la nostra regione è quella che, pur avendo la più

224


assa nuzialità (7 per mille contro Г8 dell’Italia intera), ha conservato per la sua

alta fecondità un elevato indice di natalità (intorno al 23 per mille contro una media

italiana del 18,4 nel 1962) per cui è preceduta solo dalla Campania, Calabria e Puglia

e ha visto deprimere la mortalità a valori minimi (8 per mille di contro a io dell’Italia

intera), specie dopo la scomparsa della malaria e la riduzione della mortalità

infantile e della tubercolosi. Di modo che l’incremento naturale della popolazione

mantiene forte entità (15,7 per mille, contro appena 9 della media nazionale) ed è

solo di poco inferiore a quello della Calabria e della Campania.

Tradotti in cifre assolute tali coefficienti significano che l’aumento naturale

annuo della popolazione è di circa 21.000 individui, risultanti da un numero di nati

di 32-33.000 unità da cui sono da togliere oltre ii.ooo morti.

Non è stato, peraltro, sempre così. Infatti, una scorsa alla serie degli indici demografici

dell’ultimo secolo permette di constatare che, mentre fin verso il 1915 la

loro entità si aggirò sostanzialmente sulla media italiana (32-33 per mille per la

natalità, 21-22 per la mortalità e intorno all’ i i per l’eccedenza) accompagnandone

la ben nota, progressiva diminuzione, dal primo dopoguerra la Sardegna si comportò

in modo sempre più differente da quello dell’intera Italia e della maggior parte

delle altre regioni. Mentre queste ultime, cioè, videro diminuire progressivamente

il valore dei tre indici alle esigue cifre attuali — con la sola fallimentare parentesi

bellica e la successiva momentanea ripresa — la Sardegna ha mantenuto le sue posizioni

con alte natalità e mortalità più accentuata fino al secondo conflitto mondiale,

superato il quale i due indici si sono andati flettendo: sensibilmente quello della

natalità, passata dal 27 per mille del 1925 al 23,4 del 1961, ma più nettamente quello

della mortalità dimezzatosi in 15 anni (dal 14,5 al 7,7 per mille), sicché il tasso di

incremento raddoppiatosi rispetto alla fine dello scorso secolo, è rimasto su posizioni

elevate, pur accennando ad un lieve declino (da 16,2 a 15,7 per mille ab.).

E da notare per inciso che, se la natalità degli illegittimi si aggira sulla media

italiana (2,3 per mille), oltre il 90 per cento degli illegittimi stessi viene riconosciuto

dai genitori. E facilmente prevedibile che la constatata diminuzione dell’eccedenza

procederà perchè, mentre la mortalità ha raggiunto ormai il valore minimo non più

suscettibile di sensibile riduzione, la natalità dovrebbe continuare, sia pur lentamente, a

contrarsi. Si è verificato insomma, nell’ultimo dopoguerra, un cambiamento importante

del regime demografico isolano: mentre fin verso il 1945 la popolazione sarda aveva

un movimento naturale a regime antieconomico con forte natalità e forte mortalità,

proprio dei gruppi economicamente e socialmente poco progrediti, successivamente,

per il progresso economico e sanitario conseguito, il regime demografico ha preso

netta tendenza verso un tipo economico. Il ritardo con cui questo cambiamento è

avvenuto rispetto all’Italia centro-settentrionale, è in rapporto con l’attardamento

insulare e non solo sotto l’aspetto economico sociale, ma anche — e fortunatamente —

in senso psicologico e morale.

Tuttavia le caratteristiche demografiche presentano differenze sensibili nelle tre

province isolane e più che per la mortalità, che ha valori abbastanza livellati, per il

15 — Le Regioni d'Italia - Sardegna.

225


Distribuzione della densità della popolazione nel 1951 (da Pinna).


quoziente di natalità che, pur essendo ovunque in diminuzione, raggiunge i livelli

massimi nella provincia di Cagliari (col 24 per mille circa), cui seguono quelli della

provincia di Núoro (21,6) e infine quelli della provincia di Sassari, dove la natalità

è minore (21,4). Varia in conseguenza il quoziente di incremento naturale, che dal

16,7 per mille del Cagliaritano, scende a meno di 14 nel Sassarese.

Questa particolare distribuzione dell’incremento naturale è il fattore principale

dei differenti caratteri che hanno avuto ed hanno nell’isola le variazioni quantitative

della popolazione.

Infatti l’emigrazione, a differenza di quanto è avvenuto in altre regioni italiane,

è stata fino ad epoca recente assai scarsa, sicché non ha apportato modificazioni notevoli

al quadro della popolazione. Ciò perchè i Sardi, dato il loro attaccamento alla

terra natale e la bassa densità di popolazione, non hanno mai sentito il pressante

bisogno di emigrare. Basta considerare che nell’ottantennio 1871-1951, la perdita

complessiva per emigrazione è stata solo di 129.000 unità con una media di 1600

all’anno.

Iniziatasi nella prima metà del secolo scorso con correnti di qualche consistenza

verso l’Africa settentrionale (Algeria e Tunisia soprattutto) che portarono alla formazione

di colonie etniche a Tunisi, Algeri e Bona, l’emigrazione fu assai limitata

per mille

Andamento degli indici demografici dal 1871

al 1961 (medie quinquennali).

228


fino agli ultimi anni dello stesso secolo (con un massimo di 265 individui nel 1886),

allorché la grave crisi dell’agricoltura causata prima dalla chiusura del mercato francese

e poi soprattutto dall’infestione fillosserica sviluppatasi tra il 1883 e il 1910,

provocò un cospicuo aumento degli espatri, saliti bruscamente a 2500 e 2700 individui

nel 1896 e 1897. Ebbe inizio allora il periodo migratorio più notevole, intensificatosi

assai dal 1906, quando la fillossera raggiunse e distrusse i floridi vigneti del

Campidano, e che durò fino allo scoppio del primo conflitto mondiale: si verificarono

appunto in quell’epoca, come del resto si ebbe — ma con intensità ben maggiore —

nei resto d’Italia, le punte massime degli espatri, con 11.659 unità nel 1907, 10.663

nel 1910, 12.274 uel 1913. Tranne che in alcune annate, e soprattutto nel 1910 e nel

1913, quando prevalse l’emigrazione transoceanica, la maggior parte degli emigranti

si diresse verso gli altri paesi del Mediterraneo e in minor misura verso l’Europa

occidentale e verso le Americhe. Dopo la parentesi della guerra, l’emigrazione riprese

alquanto, ma dopo un massimo di 6621 individui nel 1920 scese alla modesta aliquota

di 2-3000 unità fino al 1927 (1041 persone) dopo il quale venne praticamente

a cessare riducendosi a poche decine di persone. Dal 1955 però si è avuta una netta

ripresa (5683 individui nel 1957), causata sempre da motivi economici, sicché le

partenze sono salite a quasi 10.000 individui all’anno, specialmente dalle province

di Cagliari e Sassari, indirizzate per i due terzi verso la Germania occidentale, la

Francia e la Svizzera.

Gli espatri sono avvenuti particolarmente nell’Iglesiente-Sulcis, nel Sarcidano,

nell’Oristanese, nel Logudoro, il che é motivo di preoccupazione essendosi così

verificata una decurtazione della disponibilità di mano d’opera necessaria per lo sviluppo

dell’agricoltura e dell’industria, già iniziato, ma attualmente il numero degli

emigrati sembra sceso a 4000 unità circa.

Si noti che la Sardegna si trova oggi al penultimo posto tra le regioni italiane per

numero di espatri verso paesi extraeuropei che sono stati appena 215 nel 1961 e

108 nel 1963. Ë da notare poi che, oltre ad essere assai limitata, l’emigrazione sarda

é stata anche povera, in quanto formata essenzialmente da braccianti e minatori,

sicché non ha portato all’isola i benefici dei quali godettero altre regioni meridionali.

Influenza maggiore ha avuto senza dubbio lo spostamento di molti Sardi verso le

altre regioni italiane. Si tratta però di trasferimenti malamente precisabili per la

scarsità e la lacunosità della rilevazione statistica. Tuttavia, osservando nei censimenti

la differenza tra il numero dei Sardi residenti in Sardegna, ma temporaneamente

assenti, e quello dei Sardi censiti in altre regioni. Assunto Mori poté ricavare

il numero di quelli che avevano lasciato definitivamente l’isola: essi erano 17.135

nel 1901, 24.812 nel 1921 e 39.147 nel 1936, in gran parte funzionari, militari e

domestici. Nel 1951 tale cifra era salita a 45.047, cioè più che raddoppiata in un cinquantennio,

ma occorre considerare che il loro numero é certamente superiore a quello

espresso nelle statistiche e che negli ultimi anni il flusso migratorio verso altre

regioni italiane é considerevolmente aumentato.

Le Regioni d’Italia - Sardegna.

229


Varie parti della Sardegna centro-meridionale e specialmente le zone minerarie,

quelle montane e quelle allora malariche, nonché alcune parti del Sassarese con agricoltura

povera, hanno dato il maggior numero di partenti uomini e donne (queste

come domestiche) direttisi per lo più verso la Liguria, la Toscana, il Lazio, dove

Romane accoglie buona parte; ma ultimamente l’attrazione maggiore è stata esercitata

dai grossi centri industriali dell’Italia settentrionale, dove si trovano oggi oltre

100.000 Sardi. Si calcola che in complesso, nel decennio 1951-1961 abbiano lasciato

l’isola 1 19.000 individui il che ha provocato in molti villaggi una grave diminuzione

della popolazione.

Alla scarsa emigrazione si è accompagnata fino ad oggi un’assai più modesta

immigrazione dalle altre regioni italiane, tanto che il censimento del 1931 trovò in

Sardegna ogni cento persone solo 3,4 nate in altro compartimento. Tale proporzione

è di poco inferiore a quella media dell’Italia meridionale (3,8% contro il 10,7% dell’Italia

settentrionale), ma si deve considerare che le altre regioni meridionali e insulari

non attirano immigrati per la loro forte densità demografica, il che non si ha

invece in Sardegna. Tuttavia, con l’andar del tempo si sono infiltrati nell’isola gruppi

di individui provenienti dalle altre regioni italiane circostanti, i quali, pur avendo in

genere modesta consistenza numerica, rivestono particolare interesse per aver contribuito

al ripopolamento delle coste, rinsanguando i paesi già esistenti e talvolta

formandone di nuovi, costituenti delle vere colonie etniche.

Il gruppo più importante è costituito indubbiamente da Siciliani, trasferitisi da

tempo nella parte meridionale dell’isola e che, secondo la Terroso Asole, conterebbe

oggi non meno di 20.000 persone. Iniziatasi in tono minore almeno fin dal secolo

XVII, epoca alla quale risale la costituzione di una colonia siciliana di commercianti

in un quartiere di Cagliari, l’immigrazione siciliana crebbe assai con lo sviluppo

dell’industria mineraria e in particolare di quella carbonifera. Alcune migliaia

di Siciliani, in gran parte minatori e artigiani, si sono trapiantati infatti dal 1936 in

poi anzitutto a Carbonia e nei centri vicini e in minor numero nell’Iglesiente, provenendo

sia direttamente dalla Sicilia sia nel dopoguerra dalla Tunisia e dalla Francia.

Meno numerosa, ma assai attiva, è la colonia di Siciliani che si è costituita nelle

campagne intorno a Cagliari e che è formata prevalentemente da agricoltori in proprio

dediti alla coltura degli ortaggi e degli agrumi. Pochissimi invece sono i Siciliani

dediti alla pesca, rappresentati da un piccolo nucleo che lavora nelle tonnare

del Sulcis e risiede a Carloforte e a Calasetta.

Soprattutto di pescatori sono formati altri gruppi con elementi pervenuti a cominciare

dal secolo XVII ma soprattutto nell’Ottocento, in una prima fase dalla Liguria

direttamente о di rimbalzo — come il gruppo di Carloforte — poi dalla Toscana e

successivamente dal Napoletano. Da qui hanno avuto origine appunto attivi pescatori

di corallo, aragoste a pesce azzurro pozzolani, torresi, e ponzesi ancor oggi ben

distinguibili. Si calcola che oltre un migliaio di famiglie di pescatori, per 4/5 napoletane

si sia in questo modo stanziata in diversi centri del litorale sardo e specialmente

ad Alghero, a Carloforte, a Cagliari, a Golfo Aranci, a Porto Torres e a La Mad-

230


dalena a costituire piccole ma interessanti colonie etniche cui si è aggiunto nell’ultimo

dopoguerra il gruppo di pescatori Giuliani stanziatosi a Fertilia. Ma molti altri Napoletani

esercitano attività commerciali nei principali centri dell’isola.

Per ultimo si sono aggiunti alquanti agricoltori veneti ed emiliani nelle due zone

di bonifica di Fertilia e di Arborea: in quest’ultima essi hanno formato un gruppo

consistente e omogeneo.

Infine si sviluppano nell’isola delle migrazioni interne che da una decina di anni

a questa parte hanno assunto una certa importanza. Si tratta di spostamenti di una

parte della popolazione verso le zone di bonifica, verso i litorali e soprattutto verso

le principali città. Sia pure con un certo ritardo, ha preso infatti consistenza un popolamento

di litorali, dove il numero degli abitanti è negli ultimi decenni più che raddoppiato,

e un urbanesimo che ha attratto e attrae un numero sempre maggiore di

rurali e paesani soprattutto verso Cagliari, Sassari, Nùoro, Oristano, Olbia, Porto

Torres, che hanno avuto perciò un forte e rapido aumento di popolazione, come

vedremo più oltre.

Le variazioni recenti della popolazione.

L ’incremento naturale della popolazione e in via del tutto subordinata l’emigrazione

e le migrazioni interne, disformemente distribuiti e verificatisi con fluttuazioni

sensibili specialmente negli ultimi sessant’anni, hanno provocato com’è naturale

delle variazioni importanti della popolazione con aumenti о diminuzioni di entità

localmente assai diversa. Confrontando i censimenti successivi e ricavando la

media annua degli aumenti e delle diminuzioni di popolazione nei singoli comuni,

si possono puntualizzare le situazioni verificatesi in vari periodi, che è importante

considerare per rendersi conto della situazione attuale come punto di arrivo di una

pluridecennale dinamica demografica. Così era stato possibile accertare che già alla

fine del secolo scorso si erano verificati decrementi sensibili in molti Comuni del

Sassarese pur con agricoltura redditizia, per il disagio causato dalla rottura delle

relazioni commerciali con la Francia e viceversa si era notato un incremento demografico

nelle regioni pastorali e in particolare in quelle votate all’allevamento ovino

о da esso conquistate. Altre parti con popolazione in aumento erano i Campidani e

la regione mineraria dell’Iglesiente.

Nel periodo 19 11-19 2 1, il numero dei Comuni con diminuzione di popolazione

crebbe sensibilmente fino a comprendere oltre i 2/5 del totale sia per effetto delle

perdite in rapporto col primo conflitto mondiale, sia a causa delle disagiate e in parte

conseguenti condizioni economiche. Si venne precisando allora il paradossale contrasto

che vede regioni fertili in via di spopolamento e regioni relativamente povere

con popolazione crescente. Il cartogramma costruito in proposito dall’Asole mostra

chiaramente che i decrementi si distribuivano lungo una fascia quasi continua che,

partendo dall’Anglona e dal Logudoro giungeva attraverso la Planargia, il Gocéano

231


e parte del Montiferru, al Campidano di Oristano da dove proseguiva per la Marmilla

e la Trexenta, fino al Gerréi con diramazioni da un lato all'Ogliastra marittima

e dall’altro all’Iglesiente settentrionale. Qui si ebbero le diminuzioni più gravi

che furono provocate dalla disoccupazione conseguente alla chiusura di numerose

miniere avvenuta nell’immediato dopoguerra; ma per le altre parti il depopolamento

e la stasi (che interessò oltre la metà dei Comuni) fu dovuta alle perdite causate dalla

guerra e dalla epidemia di spagnola, nonché a migrazioni interne e ad emigrazioni

232

Variazioni della

popolazione nel

periodo 1951-61.


causate dalla disoccupazione diffusa nelle principali zone agricole italiane. Circa un

terzo dei Comuni presentava un netto incremento demografico, particolarmente

irotevole nel Campidano di Cagliari, in quello di Oristano, nel Sulcis, nel Nuorese

e in minor misura in Gallura e nella Nurra.

Dopo questo momento di crisi demografica, la situazione andò via via migliorando,

come fu riscontrato dai censimenti del 1931 e del 1936, sicché il secondo conflitto

mondiale, malgrado abbia avuto per l’isola ripercussioni assai gravi non tanto

per le distruzioni belliche (eccetto Cagliari e Olbia) quanto per lo sconvolgimento e

l’interruzione delle linee di comunicazione interne ed esterne, non riuscì ad arrestare

l’aumento delle popolazioni nella grande maggioranza dei Comuni. Infatti solo 24 di essi

nelle zone più povere о di emigrazione tradizionale (Planargia, Montiferru, Comuni

isolati della Barbàgia centrale e Nuorese), manifestarono un decremento e generalmente

non grave. Scomparsa tra il 1936 e il 1947 la fascia di Comuni in decremento,

il quadro demografico ha mostrato un notevole equilibrio quantitativo, messo in evidenza

sempre dall’Asole : le ricche zone agrarie si ripopolarono con una intensità superiore

in media al 100 per mille e così pure le zone minerarie, tra le quali soprattutto

quella del Sulcis con formazione di nuovi centri abitati e del nuovo comune di Carbonia,

sorto nel 1938. Forti incrementi si verificarono pure nei Comuni con territori

in via di bonifica (Campidano di Oristano, Baronie), con centri industriali, con scali

marittimi e con le città principali per un incipiente urbanesimo. Anche le zone

pastorali continuarono ad accrescersi numericamente sia pure con minore intensità.

In complesso oltre la metà dei Comuni ebbero incrementi oscillanti tra il 100 e

il 300 per mille e quelli in precedenza statici si ridussero da 200 a 49, cioè a poco più

di un sesto del totale.

Il censimento del 1961 ha permesso di constatare una ulteriore sensibile modificazione

della situazione, in quanto il quadro delle variazioni di popolazione avvenute

nel decennio 1951-61 ha segnato un parziale ritorno alle condizioni di trenta

anni prima, dimostrando così che il generale miglioramento riscontrato nel quindicennio

precedente era da mettere in rapporto con le normali, effimere leggi della

demografia bellica e post-bellica. Il confronto dei relativi cartogrammi mette in evidenza

che sono nettamente ricomparse le aree contigue di spopolamento del Meilogu

e del Sassarese, dell’Anglona, dell’altopiano trachitico di Villanova, del Montiferru-Planargia,

del Màrghine e di una frazione della Parte Usellus cui si sono

aggiunti il Montacuto, povero e segregato, la media Valle del Tirso, l’alta Marmilla

e l’alta Trexenta e la parte mineraria del Sulcis, in crisi come altri Comuni minerari

del Gerréi e dell’Iglesiente (minimo a Fluminimaggiore con 303 per mille). I decrementi

sono per lo più inferiori al 100 per mille tranne che per il Meilogu e una parte

del Sassarese, dove sono compresi tra il 100 e il 200 per mille per la doppia influenza

della crisi dell’agricoltura tradizionale e dell’attrazione della città con una certa emigrazione.

Miglioramenti importanti, peraltro, si possono notare per la parte orientale

ove quasi tutti i Comuni barbaricini, nuoresi, ogliastrini presentano incremento

continuo e di accresciuta entità (per lo più superiore al 100 per mille).

233


Questo del resto si nota pure per i Campidani, quasi ovunque in forte incremento,

particolarmente notevole nel Campidano di Cagliari e in quello di Oristano ove si

supera assai anche il 300 per mille con massimi a Decimomannu (425 per mille), a

Cagliari (327) e a Pula (395).

Fatto importante è, dunque, la formazione di numerose aree periferiche di forte

incremento di cui le principali sono appunto quelle di Cagliari e di Oristano, alle quali

si aggiungono quelle del basso Sulcis, del basso Flumendosa, di Tortoli, di Orosei,

di Olbia e della Nurra, zone tutte di bonifica e di valorizzazione recente con popolamento

in pieno sviluppo, come avviene del resto in tutti i Comuni litoranei tranne

poche eccezioni, come quella di Arborea la cui bonifica è in via di ridimensionamento.

AU’interno spicca il forte incremento del comune di Núoro (399 per mille)

dovuto al notevole aumento della popolazione cittadina.

In complesso, prendendo per riferimento la situazione del 19 11-2 1, il numero

dei Comuni con popolazione in diminuzione si è ridotto nel periodo 1951-61 a poco

più di 1/3 del totale (ma per metà dei Comuni con decremento minimo), mentre il

numero di quelli in aumento è salito a 2/3 circa dell’insieme ed è salita anche l’entità

degli incrementi essendo triplicato il numero dei Comuni con incremento superiore

al 200 per mille. Così la precedente fascia longitudinale in via di spopolamento

si è ridotta a una vasta chiazza raccolta a comprendere quasi tutta la parte nordoccidentale

dell’isola, esclusi Sassari e la Nurra e la zona di Macomèr.

Ma il comportamento delle tre province è assai diverso sia per l’incremento

medio annuo della popolazione, massimo per quello di Cagliari (12,8 per mille)

medio per Núoro (10,3), minimo per Sassari (8,9) anche in rapporto con le constatate

differenze del movimento naturale e di quello migratorio, sia per numero dei

Comuni con popolazione in aumento e per l’entità dell’aumento stesso. Si pensi

infatti che, mentre per le province di Cagliari e Núoro press’a poco i 3/4 dei Comuni

vedono aumentare la loro popolazione, nella provincia di Sassari essi sono poco più

di 1/3 e per contro i 2/3 circa sono in via di spopolamento, che è generalmente

piuttosto accentuato. Ciò perchè l’ampia zona di decremento, già constatata in precedenza,

si trova per la maggior parte nella provincia di Sassari.

Tutto sommato, peraltro, il bilancio è largamente positivo, sicché la popolazione

dell’isola intera continua ad aumentare a ritmo ancora assai sostenuto. Le variazioni

di popolazione già avvenute e in atto, dipendono in realtà sia dalle migrazioni interne

sviluppatesi nell’ultimo decennio, sia da un processo di ridistribuzione della popolazione

nell’isola, analogo a quello che si nota in quasi tutte le altre regioni italiane con

varia intensità e articolato su tre direttrici fondamentali sviluppatesi in diversa proporzione:

urbanesimo, popolamento о ripopolamento dei litorali, discesa della popolazione

dai monti e dai colli alle sottostanti pianure bonificate e in via di profonda

trasformazione dopo la scomparsa della malaria.

235


La densità della popolazione e la sua distribuzione.

Al censimento del 1951, la Sardegna aveva una densità media di 52,9 abitanti

per kmq., la più bassa tra quella delle regioni italiane, insieme all’altra del Trentino,

situazione che è stata confermata dal censimento del 1961, per quanto la densità sia

salita a 59 ab. per kmq.

Naturalmente le tre province si comportano anche per questo aspetto in modo

assai diverso, essendo minima la densità nell’aspra provincia di Núoro (39 ab.

per kmq.), alquanto inferiore alla media nella provincia di Sassari (51) e massima in

quella di Cagliari (81). Ma, pur nell’ambito di ciascuna provincia, le differenze di

densità sono assai più forti.

Esaminando la carta della densità costruita dal Pinna sulla base dei dati del 1951,

colpisce subito il forte contrasto esistente per questo aspetto tra la parte occidentale

e quella orientale, che appaiono separate dalla linea corrispondente a 50 ab. per kmq.

e che va con percorso tortuoso dal Golfo dell’Asinara a quello di Cagliari.

Si osserva in particolare che su quasi tutta la parte orientale dell’isola si hanno non

solo dei valori sempre inferiori alla media, ma si ritrovano anche le zone in cui si

raggiungono i più bassi valori assoluti. Infatti tutta la parte centro-orientale della

Gallura (esclusa la zona litoranea), l’altopiano di Buddusò e la zona del Monte Albo

hanno densità compresa tra 15 e 25 ab. per kmq. appena, perchè si tratta di regioni

in gran parte montuose, povere, quasi esclusivamente a pascolo e in minor parte a

bosco. Un’altra estesa zona con densità inferiore a 25 ab. per kmq. occupa quasi

tutto il versante sud-orientale dell’isola, cioè la parte orientale del Gennargentu,

l’alto bacino del Flumendosa, l’Ogliastra (eccettuata la sua parte centrale) e il Sàrrabus.

Anche questa è una regione quasi ovunque montuosa che comprende le zolle

calcaree sovrastanti il Golfo di Orosei, dove i Comuni di Urzulei e Talàna hanno

le più basse densità di tutta l’isola ( ii e 12 ab. per kmq.) e più a sud un’estesa zona

scistoso-granitica nell’Ogliastra, nel Gerréi e nel Sàrrabus, regioni nelle quali l’ambiente

naturale è ostile per la mancanza quasi totale di terreni coltivabili e perfino

di buoni pascoli.

Al di fuori di queste zone tutta la metà orientale della Sardegna ha densità di

popolazione compresa tra 25 e 50 ab. per kmq.; due zone di maggiori densità si

trovano in corrispondenza di Nùoro (oltre 75 ab. per kmq.) e della piana di Tortoli

(90 ab. per kmq.). La zona di Nùoro si trova in una regione meno aspra di quella che la

circonda e la densità elevata è in relazione con le maggiori possibilità che vi ha l’agricoltura

(uliveti, vigneti) e in parte anche con lo sviluppo della città di Nùoro, dopo

che il centro venne elevato a capoluogo di provincia. L ’Ogliastra costiera ha un’altra

plaga ad agricoltura intensiva nei colli di Lanusei, il che ne spiega l’elevata densità

che però rapidamente si abbassa appena dai colli si sale sui monti circostanti.

236


Invece ad occidente della linea di 50 ab. per km q. le densità sono nettam ente più

elevate ed anzi si trovano da questo lato tutte le parti con oltre 75 ab. per km q.

m entre relativam ente ristrette vi sono le aree con basse densità. L a prim a di esse si

trova nella parte nord-occidentale e corrisponde a ll’altopiano di V illan ova dove, nonostante

l’altitudine m odesta, la sola utilizzazione possibile è il pascolo perm anente.

Segue nella parte m ediana il versante occidentale del M on tiferru con contigua la

penisola del Sinis. U n ’altra zona poco popolata si estende lungo la parte m eridionale

del litorale del G o lfo di O ristano col basaltico e nudo piano di Santadi e si continua

a sud a com prendere la parte nord-occidentale dei M on ti dell’Iglesiente aspri e

brulli. A ltra parte a densità m olto bassa (meno di 25 ab. per km q.) è quella centrom

eridionale del Sulcis e dei M on ti di Capoterra, dove l’utilizzazione del suolo è assai

estensiva e soprattutto a pascolo sicché la popolazione si è spostata di recente da un

lato verso la zona m ineraria d ell’Iglesiente-Sulcis e dall’altro verso il Cam pidano, le

due zone contigue di m aggiori possibilità e di forte attrazione.

Estesi e importanti sono invece i distretti ad elevata densità (oltre 100 ab.

per kmq.). C ’è anzitutto quello sassarese, con centro a Sassari che si stende fino a

Porto Torres, l’Anglona e parte del Logudoro: si tratta di una zona che, costituita

in gran parte dai fertili terreni calcarei marnosi, ha coltivazioni intensive di orti,

vigneti e oliveti e che conosce un’attività industriale e commerciale in continuo sviluppo.

L ’incremento recente della popolazione, che qui è maggiore di quello medio

dell’isola, prova che la vita economica vi attira una parte della popolazione delle

zone vicine. Verso occidente la Nurra, per quanto meno densamente popolata, ha

visto un notevole incremento in questi ultimi anni, soprattutto in seguito ai grandi

lavori di trasformazione fondiaria. In una piccola zona circostante alla città di Alghero,

attivo centro peschereccio e turistico, la densità supera ancora i 100 ab. per kmq.

Il Campidano di Cagliari è l’altra zona di forte addensamento della popolazione,

anzi la più estesa ed importante dell’isola: ricca di orti, vigneti, colture svariate, ha

avuto anche in passato un’elevata densità, nonostante la malaricità che l’ha tormentata

fino a pochi anni fa. Ma la forte densità è dovuta oltre che alla fertilità del terreno,

anche alla presenza della città capoluogo dell’isola, che con la sua economia

complessa ha costituito e costituisce un nucleo di forte attrazione per la popolazione

della Sardegna centro-meridionale. Fertilità di terreni, vicinanza al capoluogo, facili

comunicazioni hanno permesso anche la formazione di altri grossi centri assai vicini

tra loro tra cui più importanti Quartu, Monserrato e Pirri. La densità, che supera i

100 ab. nel Campidano di Cagliari, rimane elevata (tra 75 e 100) in tutta la rimanente

parte della pianura, soprattutto nel Campidano centrale con le contigue regioni della

Trexenta e della Marmilla, nelle quali la fertilità dei terreni e la posizione in pianura

о su morbide ondulazioni hanno portato da tempo ad una utilizzazione del

suolo più intensa che altrove e perciò anche a più denso popolamento. Nel Campidano

di Oristano, in una zona peraltro non molto ampia, i valori di densità superano

ancora i 100 ab. per kmq., perchè si tratta di una parte che, come il Sassarese, è

in via di rapido sviluppo economico e demografico.

237


Nella parte costiera dell’Iglesiente e del Sulcis il forte addensamento della popolazione

si deve quasi esclusivamente allo sviluppo dell’attività mineraria. Il territorio

deiriglesiente infatti, dal punto di vista agrario è assai povero e non si presta

a utilizzazioni proficue. Il Sulcis ha maggiori possibilità agricole, ma i suoi terreni

di pianura sono ancora in corso di bonifica e di trasformazione agraria.

Menzione particolare va fatta delle isole che circondano la Sardegna; di esse solo

le maggiori hanno dei centri abitati e sono più о meno densamente popolate; delle

rimanenti le più piccole sono del tutto disabitate e le altre, come Tavolara e Molara

presso il Golfo di Olbia, Santo Stefano, Spargi, Ràzzoli, dipendenti da La Maddalena,

ospitano stabilmente solo pochi abitanti.

Tra le maggiori. Sant’Antioco ha una densità di 115 ab. per kmq. perchè l’isola

ha visto la sua popolazione aumentare costantemente in quest’ultimo cinquantennio

per lo sviluppo dell’agricoltura, della pesca e dell’attività del porto di

Sant’Antìoco Ponti, creato dal 1938 per l’imbarco del carbone del Sulcis. La vicina

isola di San Pietro, interamente occupata dal comune di Carloforte, ha una densità

ancora maggiore (145 ab. per kmq.) per la sua vivace economia agricola e

peschereccia creata dall’attivo nucleo ligure.

La Maddalena è fra tutte la più densamente popolata (555 ab. per kmq.) nonostante

abbia un territorio quasi interamente roccioso; ma la cittadina si è sviluppata

per cause del tutto artificiali, essendo sorta con la creazione della importante

base navale. Nell’Asinara, la seconda per estensione fra le isole adiacenti alla Sardegna,

la popolazione complessiva è di appena 833 ab., e la densità perciò non supera

i 16 ab. per kmq. Ma a Caprera, dove risiedono solo 114 ab., la densità è di appena

7,1. In nessun’altra isola risiedono stabilmente più di 100 abitanti. In complesso

gli abitanti delle isole adiacenti alla Sardegna erano 33.000 nel 1961.

La distribuzione della popolazione sarda è in chiaro rapporto col rilievo. In

linea di massima, gli abitanti si addensano nelle parti più basse e in particolare si

constata che nella zona compresa tra о e 100 m., la cui superficie rappresenta

appena 1/5 di quella totale, si raccolgono i 2/5 della popolazione e che oltre metà

degli abitanti risiede a quota inferiore a 200 m. ; poco più di 1/5 vive ad altitudine

compresa tra 200 e 400 m. e meno di 1/4 a quote superiori a 400 metri.

Un esame più attento rivela però che il numero degli abitanti non diminuisce

gradualmente con l’altezza tanto è vero che, considerando la popolazione insediata

a quote superiori a 300 m., si vede che se fra 300 e 400 m. vivevano nel 1951

106.397 äb. (8,3% del totale) e fra 400 e 500 m. se ne trovavano 96.709 (7,6%),

nella fascia successiva, tra 500 e 600 m., si saliva nuovamente a 126.105 ab. (9,9%).

Più in alto poi i valori riprendono a diminuire rapidamente: il 5,5% risiedeva tra

600 e 800 m. e appena l’ i,5% a quota superiore agli 800 metri. L ’altitudine

media alla quale viveva la popolazione sarda era allora di 242 metri.

Naturalmente, varia in conseguenza la densità della popolazione per le varie zone

altimetriche, in quanto i valori più elevati (100,4 ab. per kmq.) spettano ovviamente

alla zona più bassa; ma passando alla zona soprastante (100-200 m.), la den-

238


sità si riduce a meno della metà. Nelle fasce altimetriche comprese tra 200 e 500 m.,

la densità si mantiene quasi invariata su valori che di poco superano i 40 ab. per kmq.,

cioè nettamente inferiori alla media, ma nella fascia successiva, tra 500 e 600 m., la

densità risale fino a 69,4 ab. per kmq. Oltre i 600 m. la densità scende subito a valori

piuttosto bassi, sempre al di sotto dei 25 ab. per kmq.

Nella distribuzione altimetrica della popolazione della Sardegna possiamo dunque

riconoscere due principali aree di addensamento: una prima rappresentata dalla

fascia litoranea, in cui più numerosa è la popolazione, più fitti i centri abitati e più

elevata la densità e una seconda, compresa tra i 400 e i 600 m. di altitudine, generalmente

ben abitata anche in conseguenza della ben nota morfologia a ripiani del

rilievo, che sono più sviluppati appunto in questa fascia altimetrica.

Però nelle diverse parti dell’isola si verificano condizioni molto diverse e talora

perfino opposte, sicché la curva che rappresenta la distribuzione altimetrica della

popolazione in Sardegna, deve considerarsi solo come una media dovuta alla compensazione

delle variazioni altimetriche che nelle diverse regioni dell’isola si presentano

con caratteri molto differenti, pur potendosene riconoscere alcuni ricorrenti

con notevole frequenza.

Si nota più in particolare quel che prima si è detto e cioè che la zona altimetrica

relativamente più bassa non è sempre la più popolata, come invece si constata

nella maggior parte delle regioni italiane. E presente, invece, con maggiore frequenza,

una zona di concentrazione della popolazione nelle fasce di media altitudine

oltre la quale si scende subito a valori molto bassi. E ciò non solo per la prevalenza

in Sardegna delle forme tabulari favorevoli all’insediamento umano e all’insorgenza

di centri abitati, ma anche per l’influenza delle vicende storiche che hanno

contribuito a determinare l’addensamento della popolazione in queste zone elevate

e l’abbandono delle parti più basse, per motivi di sicurezza e di salubrità.

1000

æo

600

400-

Distribuzione altimetrica

dei valori percentuali della

popolazione nei quattro

anni indicati (da Pinna).

200

Л.0

10 20 30 40 X

239


sità secondo la distanza dal mare (da Pinna).

Sull’addensamento della popolazione interviene anche in una certa misura

l’azione del mare data la natura insulare della regione, che si è fatta e si fa sentire,

sia pure in diverso grado ed in diverso senso, su tutte le parti del territorio.

Esaminando il modo con cui varia la densità della popolazione col progressivo

allontanarsi dalla costa, si può constatare una grande analogia tra lo schema della

distribuzione della popolazione secondo la distanza dal mare e quella secondo l’altitudine

del rilievo. Infatti le più popolate sono le zone litoranee, con valori di densità

superiori alla media, come già si è notato per le fasce altimetriche più basse ; si trova

poi una brusca diminuzione tra i 15 e i 25 km. di distanza dalla costa e successivamente

di nuovo un forte popolamento tra i 25 e i 30 km., che ha riscontro in quella

zona di addensamento della popolazione tra i 500 e i 600 m. di altezza già notata in

precedenza. A distanze maggiori la popolazione riprende a diminuire e quindi si

hanno valori di densità sempre bassi ed inferiori alla media.

In particolare la fascia litoranea entro i 5 km. dal mare, anche escludendo le

isole minori, accoglie da sola circa un terzo della popolazione sarda e in complesso,

entro una distanza non superiore a 15 km. dal mare risiedevano, nel 1951, 722.284’ab.

che rappresentavano quasi i tre quinti del totale. La parte rimanente della popolazione

si trova a distanza maggiore, distribuita in modo quasi uniforme tra le varie zone

fino a 40-45 km., fatta eccezione per la fascia di 25-30 km., che da sola accoglie quasi

un decimo della popolazione sarda. In complesso tra i 15 e 30 km. dal mare risiedevano,

nel 1951, 313.213 ab., poco meno di un quarto del numero complessivo,

mentre nelle parti più interne si scendeva a un quinto appena e cioè a 240.526 abitanti.

Lo stesso andamento ha rispetto alla distanza dal mare la densità della popolazione,

in quanto la zona litoranea aveva oltre 84 ab. per kmq. (quasi una volta e

mezzo quella media dell’isola nel 1951), mentre le fasce tra 5 e io e tra io e 15 presentavano

valori di poco superiori alla media; poi la densità si flette, ma torna oltre

la media in quella parte compresa tra 25 e 30 km. per poi scendere ai valori minimi

nelle zone successive e specialmente tra 45 e 50 km. di distanza dal mare.

L ’attrazione del mare non si è però esercitata in egual misura nei quattro versanti

principali in cui si può dividere il litorale della Sardegna: gli abitanti si adden-

240


sano lungo la costa solo nella parte meridionale e occidentale, mentre nella parte settentrionale

e orientale rimane piuttosto scarsa in confronto a quella che risiede nelle

zone interne. Spicca su tutti il versante meridionale dove circa metà della popolazione

risiede nella zona fino a 5 km. dal mare, e ciò non solo per la presenza della

città di Cagliari, ma anche perchè sbocca proprio qui su ampio fronte il Campidano,

su cui l’attrazione del mare si esercita intensamente per l’attività portuale ed industriale,

per la possibilità di esercitare la pesca in acque vicine e lontane prospicienti

questo litorale, e per la presenza di belle spiagge che hanno favorito lo sviluppo dell’attività

balneare e l’industria del forestiero.

Il versante orientale tirrenico, come si è già visto, è poco popolato e, pur vivendo

un quarto della sua popolazione a meno di 5 km. dalla costa, ha pochissimi centri

abitati a contatto col mare, tanto che fino ad un paio di chilometri dalla costa si

trovano vaste zone quasi spopolate, e addirittura disabitato è in gran parte il litorale

fra il Capo Carbonara e il Capo Bellavista. La presenza di coste alte e dritte difficilmente

accessibili, la mancanza di porti, la scarsa pescosità del mare su cui si affaccia

il litorale tirrenico della Sardegna sono le cause della debole attrazione che il mare

vi ha esercitato. Nel versante settentrionale solo un sesto circa della popolazione

vive nella zona più vicina al mare, e oltre a ciò nella fascia immediatamente successiva

(5-10 km.) il numero degli abitanti si riduce ancora a metà. Infatti le coste

del Golfo dell’Asinara e le zone sub-costiere della Nurra e della Gallura occidentale

sono ancor oggi poco popolate. Notevole invece il numero di abitanti della zona tra

10-15 km in cui è situata la città di Sassari, e di quella tra 15 e 20 km entro cui

sorgono numerosi piccoli centri.

Infine il versante occidentale ospita nella zona costiera circa un quarto della

popolazione totale, ma l’insediamento umano nella zona propriamente litoranea è

assai disforme, in quanto accanto a tratti di costa in cui la popolazione si affittisce

come allo sbocco del Temo e nell’ampia falcatura del Golfo di Oristano, se ne hanno

altri scarsamente popolati о del tutto disabitati, come lungo le scoscese fronti litoranee

del paese di Villanova, dell’Arburese e del Malfidano. Tuttavia è la costa occidentale

che offre le maggiori possibilità di popolamento perchè il mare antistante è

assai pescoso e le coste sono per estesi tratti facilmente accessibili. Numerosa è anche

la popolazione della contigua zona di 5-10 km. (quasi 90.000 ab.). Il graduale popolamento

del litorale, già, iniziatosi da qualche decennio con l’insorgenza di molti piccoli

centri nuovi, è la prova della forte attrazione esercitata dal mare in questa parte

dell’isola.

Però conta assai notare che la distribuzione della popolazione sarda in rapporto

alla distanza dal mare, ora descritta in base ai dati del censimento del 1951, è notevolmente

cambiata rispetto a quella ancora di mezzo secolo fa, quando si constatava

che la fascia litoranea non era la più popolata, com’è invece oggi. Ciò perchè nel frattempo,

si è verificato un graduale ripopolamento delle zone litoranee, dimostrato

dal fatto che mentre nel 1861 la popolazione della fascia entro 5 km. dalla costa rappresentava

solo un quinto di quella complessiva, nel 19 i i essa era già salita ad un

16 • L e R e g io n i d ’ It a lia - S a rd e g n a .

241


quarto e a tale data metà della popolazione viveva a meno di 15 km. dal mare, e i tre

quarti entro i 30 km. Venti anni più tardi, nel 1931, questo fenomeno si presentava

ancora più accentuato finché nel 1951 risultò insediato, sempre entro i 5 km. dal mare,

quasi un terzo della popolazione dell’isola. Complessivamente la distanza media

della popolazione dal mare è passata da 19,6 km. nel 1861 a 16,6 nel 1951, e

si è verificato dunque un notevole, progressivo avvicinamento al mare, non più

considerato un nemico, come in epoca medievale, poiché con la raggiunta sicurezza

e salubrità delle coste si é mostrato fonte di prosperità per lo sfruttamento

delle risorse che offre, sia con la pesca, sia con i traffici, sia soprattutto con Tatti-'

vità ricettiva.

Per ultimo tra le condizioni naturali che influiscono sulla distribuzione della

popolazione occorre tener conto della natura geo-litologica del terreno. L ’influenza

di questo fattore si esplica anzitutto per le qualità proprie delle rocce stesse e del

tipo di suoli che da esse hanno origine, e poi per il diverso comportamento delle

rocce nei riguardi della circolazione delle acque (numero delle sorgenti, fittezza del

reticolo idrografico) e della stabilità del terreno. Pur tenendo conto delle interferenze

esercitate dal fattore altimetrico e dalla presenza di città, colpisce subito

la bassa densità della popolazione sui terreni granitici e sugli scisti, di gran lunga

inferiore a quella che si ha su ogni altro terreno, per la loro ben nota sterilità e per

la mancanza per vaste estensioni granitiche di una coltre detrítica coltivabile. E interessante

osservare che la densità della popolazione ha valori pressoché uguali sopra

le due formazioni, cioè appena 28 ab. per kmq.

L a densità é bassa anche sui terreni calcarei m esozoici, peraltro poco estesi, tanto

che le parti dell’isola in cui essi sono diffusi (Sardegna centro-orientale, dintorni

del G o lfo di O rosei) sono le più spopolate, anche per i loro caratteri altim etrici e

m orfologici.

Alquanto inferiore alla media (42-43 ab. per kmq.) é anche la densità sui terreni

vulcanici, trachitici e basaltici, specie tra il Golfo di Oristano e quello dell’Asinara,

che accolgono in complesso una popolazione pari a poco più di un sesto di quella

complessiva dell’isola.

La densità presenta invece valori superiori alla media nelle formazioni cambriche

(arenarie, calcari, scisti) considerate nel loro insieme, sia perchè singolarmente

occupano una superficie molto piccola e sono tra loro variamente frammischiate,

sia perchè presentano la caratteristica comune della mineralizzazione. La

densità relativamente elevata (69,8) non si deve infatti a particolari vantaggi che

questi terreni possono offrire rispetto ad altri dal punto di vista dell’utilizzazione

del suolo, quanto piuttosto alla presenza di minerali di piombo e zinco che li accompagnano

e che hanno dato luogo ad intensa attività mineraria.

Anche l’elevata densità sui calcari e i conglomerati eocenici, estesi soprattutto nel

Sulcis, si deve all’attività mineraria connessa alla presenza dei giacimenti carboniferi

ivi esistenti. Sono quasi spopolati invece i terreni eocenici della Sardegna sudorientale.

242


Valori ancora più elevati della densità di popolazione (oltre 92 ab. per kmq.) si

riscontrano nelle alluvioni quaternarie, su cui risiede poco meno di un quarto della

popolazione sarda. Tale valore però, non si presenta uguale in tutte le zone alluvionali

e infatti si è già visto che il Campidano presenta densità maggiore di quella

delle altre zone litoranee, prese nel loro insieme, alcune delle quali, del resto, nonostante

presentino terreni di buona fertilità, rimangono ancora oggi scarsamente popolate.

Nella stessa pianura del Campidano la parte orientale, più fertile perchè il terreno

alluvionale vi è formato in gran parte dalla disgregazione di calcari miocenici,

è più densamente popolata di quella occidentale dove le alluvioni derivano in prevalenza

dalla disgregazione di rocce granitiche.

Ma i valori massimi della densità (140 ab. per kmq.) corrispondono ai calcari marnosi

miocenici, che danno terreni molto fertili e ben coltivati. È vero che su queste formazioni

rocciose si trovano le due più importanti città della Sardegna, Cagliari e Sassari,

che fanno aumentare assai il valore della densità, ma sta di fatto che anche escludendo

questi due centri maggiori, la densità sui terreni marnoso-arenacei miocenici

rimane pur sempre nettamente superiore alle altre.

La composizione e le condizioni della popolazione.

Mentre nel complesso della popolazione italiana e in quella delle singole regioni

— tranne forse la Val d’Aosta — il numero delle donne supera nettamente quello

degli uomini, in Sardegna avviene il contrario: si ha cioè un’eccedenza di uomini

pari a loio maschi circa per ogni 1000 femmine, contro 959 della media italiana.

A questo particolare comportamento contribuisce senza dubbio il carattere dell’emigrazione

che, mentre nelle altre regioni è rilevante e interessa soprattutto gli uomini,

in Sardegna, almeno fino a pochi anni fa, è stata limitata ed ha interessato in larga

misura la popolazione femminile. Anche per questo aspetto, peraltro, le tre province

sarde si comportano diversamente perchè, mentre Cagliari e soprattutto Nùoro hanno

il numero dei maschi superiore a quello delle femmine, a Sassari i due sessi sono

praticamente in equilibrio: più precisamente i maschi hanno prevalso fino a pochi

anni or sono tanto che il censimento del 1951 ne ha contati secondo la proporzione

così ricordata; ma nel 1961 la situazione è già risultata invertita sia pure di pochissimo,

proprio per influenza dell’emigrazione, più notevole nel Capo di Sopra.

Anche riguardo alla struttura per età, la popolazione sarda si distingue da quella

media italiana e da quella di molte altre regioni, demograficamente più evolute, perchè

ha avuto fino ad epoca recente variazioni relativamente piccole. Infatti le classi più

giovani, fino a 14 anni di età, hanno rappresentato per oltre un sessantennio, cioè

dal 1871 fino al 1936 circa 1/3 (33,6%) dell’intera popolazione (mentre per l’intera

Italia erano passate dal 32,5 al 30,6%) e dal canto loro le classi anziane di oltre 60


anni di età, si sono naantenute, per lo stesso periodo, sul 7,8% del totale tranne un

certo aumento verificatosi tra il 1921 e il 1931.

Ma dopo il 1951 la contrazione progressiva del numero dei nati e la rapida diminuzione

della mortalità hanno causato un relativo invecchiamento della popolazione,

mantenutosi però fino ad oggi inferiore a quello medio italiano e ancor più a quello

di molte altre regioni. In effetti il censimento del 1951 ha trovato la percentuale dei

ragazzi ridotta al 30,8%, ma nettamente superiore a quella media nazionale scesa a

24,4% e a quella del Piemonte e della Liguria contrattasi al 17,6% circa; e quella

degli anziani aumentata dal 7,2 all’ 11,2% e avvicinatasi così alla media nazionale,

pari al 12,2% . Anche la popolazione nelle età adulte — dai 15 ai 59 anni — ha flesso

la sua entità dal 59,2 al 58% del totale sardo, rendendo così più basso il rapporto

tra popolazione produttiva e popolazione improduttiva. Naturalmente le province

sarde partecipano in misura diversa al processo di invecchiamento in rapporto con

la loro differente dinamica demografica: Cagliari ha il maggior numero di giovani

e il minor numero di anziani, Nùoro sta sulla media e Sassari invece presenta una

proporzione di giovani assai minore (25,9%). Anche per questo aspetto il Capo di

Sopra somiglia di più alle regioni dell’Italia centrale e settentrionale con caratteri

demogeograflci più evoluti.

La scarsa proporzione di persone in età produttiva, influisce in parte sulla bassa

percentuale della popolazione attiva, che secondo il censimento del 1951 costituiva

solo il 34% della popolazione di oltre io anni di età: per poterne valutare l’esiguità,

si deve pensare che la media nazionale era del 41,2% , che nel Piemonte essa raggiungeva

il 48,3% e che perfino nella Basilicata era del 46% circa! Le cause di questo fatto,

tanto più notevole ove si consideri l’elevato grado di ruralità della popolazione sarda,

sono varie. Anzitutto la scarsissima partecipazione femminile all’attività economica svolta

fuori della casa, tanto che nel 1951 appena il 9% delle donne risultava dedita ad attività

produttive e facevano parte della popolazione attiva solo 15,4 donne ogni 100

uomini della stessa categoria, contro 33,5 dell’Italia intera. Per quanto queste cifre

esprimano in maniera inadeguata la partecipazione femminile al lavoro agricolo e

alle attività artigianali domestiche, sta di fatto che il lavoro femminile è scarsamente

utilizzato per effetto delle remore imposte ancor oggi da usi e costumi tradizionali,

per le limitate occasioni di lavoro connesse con la scarsa entità delle industrie manifatturiere

e per i caratteri stessi dell’attività agricola che viene svolta per lo più lontano

dalle dimore rurali, essendo queste raccolte nei paesi mentre le campagne sono

in gran parte spopolate. Bisogna aggiungere però che anche la parte attiva della

popolazione maschile è relativamente scarsa il che denota, secondo un’indagine del

« Centro di cultura e di documentazione », un notevole grado di sottoccupazione e una

crisi strutturale per cui non tanto è alto il numero degli individui in cerca di prima

occupazione, quanto piuttosto quello dei piccoli о piccolissimi proprietari che si

adagiano nella loro condizione accontentandosi di magre rendite, oppure di coloro

che gravano a lungo sulla famiglia cercando di conseguire un titolo di studio per assicurarsi

l’avvenire.

244


Un sommario esame della composizione professionale della popolazione attiva al

Censimento demografico del 1961, pur mostrando la considerevole evoluzione verificatasi

dal 1951, quando all’agricoltura e alla pastorizia era addetta oltre la metà

degli attivi, dichiara pur sempre la netta predominanza delle attività primarie

(agricoltura e pastorizia) praticate dal 37,7% del totale considerato attivo contro

il 31% delle industrie e il 31,4% delle altre attività.

Ma nelle tre province la situazione è assai diversa: quella di Núoro presenta

la più netta fisionomia agricolo-pastorale, col valore massimo del 45,8% e ad essa

seguono quella di Sassari, e molto alla lontana quella di Cagliari che raggiunge

solo il 32,8% di ruralità.

Quest’ultima ha quindi struttura economica più varia, col 33,6% degli abitanti

attivi dediti ad attività industriali (in gran parte estrattive) e il 33,6% ad

attività terziarie (commercio, amministrazione, servizi vari). Sebbene questi dati

del 1961 siano approssimativi e malamente paragonabili con quelli di dieci anni

prima, è indubbio che la struttura professionale della popolazione sarda, pur essendosi

sensibilmente evoluta, si distingue ancora nettamente da quella media

nazionale, che vede il 28,9% della popolazione in condizione professionale occupato

nel settore primario, il 40,4% nel settore secondario e il 30,7% in quello terziario.

Ciò significa che pur essendo, dunque, la situazione alquanto migliorata, nella maggior

parte dell’isola la popolazione vive essenzialmente di agricoltura e di pastorizia e,

eccettuate alcune zone della provincia di Cagliari, ancora nel 1961 non aveva occasioni

per svolgere attività industriali che andassero oltre l’artigianato о la piccola

industria. E di questo daremo precisazione e ragione più oltre, parlando della fisionomia

economica della regione.

Queste pur sommarie considerazioni permettono di rendersi conto del carattere

delle condizioni economiche generali della popolazione sarda quali risultano dalla

entità del reddito e dalla struttura dei consumi. Considerando il reddito medio, cioè

il valore dei beni e dei servizi prodotti secondo i calcoli fatti dal Tagliacarne, ancora

nel 1963 la Sardegna si classificava assai indietro nella graduatoria per regioni con

288.000 lire a persona, in quanto solo Sicilia, Abruzzo, Puglia, Basilicata e Calabria

presentavano redditi inferiori, assai distanti dalla media nazionale che era di 398.400 lire

e soprattutto da quella delle regioni settentrionali, che raggiungeva il massimo in

Lombardia con 568.000 lire. Ma la posizione della Sardegna era in realtà assai peggiore

perchè il calcolo è fatto rapportando i beni prodotti al numero degli abitanti residenti

il che può falsare in peggio i risultati per le regioni di forte emigrazione, quell’emigrazione

che invece in Sardegna è scarsa. Naturalmente le tre province sarde s’inscrivevano

con un reddito alquanto diverso: massimo nella provincia di Cagliari

(312.484 lire per ab.), medio in quella di Sassari (288.257 lire), minimo in quella di

Nùoro (che ha le minori risorse). Si tenga conto però che per quanto gli abitanti di

molte province avessero un reddito unitario assai superiore (Milano, 747.000 lire),

la situazione sarda era paragonabile a quella di varie province della stessa Italia settentrionale

(Belluno, 299.000 lire) e di quella centrale (Perugia, 292.000 lire) in cui

16* — L e R e g io n i d ’ Ita lia ~ S a r d e g n a .

245


l’attività agricola è preponderante rispetto a quella industriale. E d ’altra parte occorre

dire che si deve procedere con grande prudenza nel confronto tra valori per regioni

a struttura econom ica diversa e che risultano dalla considerazione di aspetti assai

eterogenei.

L ’entità e la struttura dei consum i fam iliari sono indici più sicuri di quelli m onetari

per accertare le diversità regionali del tenore di vita e le condizioni econom iche.

O rbene, da u n ’indagine del «C entro di cultura e docum entazione» è risultato che i

consum i pro capite di generi alim entari prim ari sono nettam ente inferiori alla media

italiana. C osì il consum o delle carni, che nel 1955 era di 22 kg. pro capite per tutta

l’Italia, giungeva in Sardegna a soli 17 kg., costituiti in gran parte da carni poco

pregiate, equine e soprattutto ovine in relazione con la prevalente econom ia agro-

pastorale d ell’isola. Inoltre è eccezionalm ente basso il consum o dei prodotti ittici

in rapporto con la tradizionale ritrosia dei Sardi per il m are e con la deficiente organizzazione

della conservazione e distribuzione del prodotto. A d appena m età della

m edia nazionale ascendono i consum i pro capite dei grassi anim ali e perfino dei latticini

e dei form aggi (2,23 contro 5,50 kg.) che però può dirsi non com prendere, per

difetti di rilevazione, una certa aliquota di auto-consum i dei piccoli produttori agricoli

e dei pastori. È noto infatti che per buona parte della popolazione l’alim entazione

si basa sul pane (che vi partecipa con una percentuale superiore alla m edia nazionale),

sui legum i e sui latticini: il ben noto gioddu, l’iogurth sardo, e i saporiti form aggi.

A n che per le bevande alcooliche e per i servizi dom estici (gas ed energia elettrica),

il sottoconsum o sardo rispetto alle m edie nazionali è assai netto. Si tenga conto,

però, che la situazione cam bia molto a seconda che si considerino i capoluoghi di

provincia e gli altri Com uni.

In com plesso si deve riconoscere che la popolazione sarda, m algrado dei progressi

sensibili che si sono verificati d all’anteguerra ad oggi nell’entità e nella struttura

dei consum i, con un continuo m iglioram ento della loro com posizione qualitativa

e della posizione delle due province di Sassari e di N ùoro, ha un livello di consum i ancora

basso sia in senso relativo che, soprattutto, in senso assoluto, in quanto la razione

alim entare m edia dei Sardi ha un tasso energetico che supera di poco le 2700 calorie

contro una razione norm ale di 3200. Q uesto dato risulta però dalla com binazione di

situazioni m olto diverse anche in fam iglie appartenenti alle stesse categorie m eno che

per gli assegnatari delle zone di bonifica la cui razione si aggira sulle 3000 calorie: tra

i contadini si passa dalle 3450 calorie giornaliere di A ggiu s alle 2600 di E lm a s; tra i

pastori dalle 3942 pure di A ggiu s alle 2207 di M eana m a valori m inim i im pressionanti

si raggiungono tra gli artigiani dove si scende a 2344 e perfino a 1670 calorie!

Ma la effettiva entità del livello di vita è data piuttosto dai consumi non alimentari

(consumo di energia elettrica, livello della motorizzazione, densità degli apparecchi radiotelevisivi,

spesa per tabacchi e spettacoli) per i quali la Sardegna ha posizioni assai

arretrate e in particolare la provincia di Nùoro occupa, insieme a Potenza, l’ultimo

posto con un indice di 34 (fatto uguale a 100 quello dell’Italia) contro 180 di Milano

e 166 di Roma. E da rilevare, però, che progressi sensibili sono stati fatti negli ultimi

246


tempi: basti pensare che il consumo di energia elettrica per illuminazione e applicazioni

domestiche è passato dal 14,3% del totale nel 1948 al 2 1,1% del 1958 e al

27,4% del 1961, che il numero dei motocicli in circolazione è salito da 1588 a

55.100 nel 1961 e quello delle autovetture da 3723 a 33.819.

La limitata gamma dei consumi che fino a pochi anni or sono si offriva e in parte

ancor oggi si offre alla popolazione e la tradizionale parsimonia, spiegano la relativamente

elevata entità del risparmio: infatti se in senso assoluto essa è modesta

(12.000 lire per ab. all’anno contro 25.000 lire della media nazionale), non è trascurabile

in senso relativo, in quanto su 1000 lire di reddito prodotto se ne risparmiano

56 contro 87 del Piemonte.

Espressione del basso livello di vita com plessivo è la cattiva condizione delle abitazioni,

com provata dal fatto che l’apposita indagine eseguita sulle case rurali prim a

della guerra passata ha trovato che circa un quarto di esse doveva essere dem olito о

aveva necessità di grandi riparazioni. M a anche nelle città una parte non trascurabile

delle abitazioni era nelle stesse condizioni e, a parte i quartieri nuovi ricostruiti,

num erose sono quelle costituite dai sóttani, posti al piano terreno о negli scantinati,

parzialm ente sotto il livello delle strade, in cui alla com prensibile grave insalubrità

si aggiunge la deficienza dei servizi igienici e un deleterio sovraffollam ento. A

proposito di quest’ultim o fenom eno, si tenga presente che su 258.698 abitazioni cen ­

site nel 1951 in Sardegna, un terzo è stato riconosciuto affollato e un quarto sovraf-

follato, cioè con stanze occupate in m edia da più di due persone ciascuna!

L a povertà diffusa, il prevalere d ell’agricoltura e della pastorizia col conseguente

prem aturo avvio al lavoro di m olti ragazzi al di sotto dei io anni (almeno

un quinto dei quali sfugge all’obbligo scolastico), la scarsezza delle scuole e delle vie di

com unicazione, l’incuria si riflettono inevitabilm ente su ll’istruzione pubblica e prim a

di tutto sull’analfabetismo. D ifatti, il censim ento del 1951 ha trovato 241.000 analfabeti

о sem ianalfabeti, corrispondenti al 22% della popolazione di oltre 6 anni di età,

contro una m edia italiana del 12,9% . Pertanto, m algrado il notevole m iglioram ento v e ­

rificatosi rispetto al 1931, quando la percentuale degli analfabeti era ancora del 35,9%,

la situazione era ancora poco buona, specialm ente nella provincia di C agliari che aveva

ed ha la posizione peggiore in confronto di N ù oro e soprattutto di Sassari. O ggi le

cose sono indubbiam ente m igliorate e si afferm a che la percentuale degli analfabeti

è scesa alla m edia italiana, m a si deve considerare che alla rilevazione sfugge il notevole

contributo d ell’analfabetism o cosiddetto « di ritorno » e che nelle scuole elem entari

la percentuale dei ripetenti è forte ed è forte anche quella della dispersione degli

scolari che per oltre la m età non riescono a portare a term ine la scuola elem entare.

N on ci si deve quindi m eravigliare se l’analfabetism o effettivo è m olto più elevato

di quello indicato dai dati ufficiali e dalla stessa Inchiesta parlam entare sulla m iseria:

basterà dire che u n ’indagine eseguita pochi anni or sono dal M arotta su 14.000 giovani

di leva delle classi 1930-31 e 1932 ha trovato il 41,4% di analfabeti tra quelli

della provincia di N ùoro, il 40,6% tra quelli della provincia di C agliari e 32,5% tra

quelli della provincia di Sassari! L ’analfabetism o nelle sue diverse form e è dunque

247


ancora notevole e ciò è grave anche perchè è nota la sua influenza sul livello mentale

medio.

Altra carenza si riscontra nell’istruzione tecnica, tecnico-professionale e scientifica,

mentre quella umanistica è la più seguita, segno forse di un’aspirazione da parte

delle masse rurali a evadere da un mondo tradizionale povero e angusto.

Sta di fatto che tra le scuole medie superiori predominano nettamente quelle

classiche, con 22 Licei ginnasi frequentati nel i960 da 5658 allievi mentre solo 5 sono

i Licei scientifici con 1333 allievi e 14 gli Istituti Magistrali con 4332 allievi. Per

contro solo 9 sono gli Istituti Tecnici commerciali e femminili con 4402 allievi e

per geometri con 2022 allievi, appena 2 gli Istituti Tecnici agrari con 792 allievi, 2

quelli industriali (tra cui l’Istituto minerario di Iglesias) con 1180 allievi, 3 i nautici,

con 543 allievi e 5 gli Istituti di istruzione artistica oltre al Conservatorio di musica

di Cagliari; infine solamente io sono le Scuole tecniche e professionali con 1954 allievi.

La netta prevalenza per gli indirizzi umanistici si rafforza negli studi superiori,

che si svolgono nelle due Università di Cagliari e di Sassari. La più antica è quella

di Sassari, istituita nel 1617 ma preceduta fino dal 1562 da uno «Studio generale»

dei Gesuiti, che ha 6 Facoltà ed è stata frequentata nel 1960-61 da 1368 studenti;

poco più recente (l’istituzione è del 1620), ma più importante, quella di Cagliari, articolata

su 9 Facoltà con 4380 studenti. Orbene, oltre i 4/5 degli studenti erano iscritti

alle Facoltà umanistiche e appena 327 a quella di Ingegneria e 466 a Medicina! Vero

è che numerosi sono i giovani sardi che preferiscono frequentare Università del Continente,

in particolare quelle di Roma, Pisa, Napoli e Torino ed è questo un gran

bene perchè permette loro di istruirsi e di formarsi in una società più vasta ed evoluta

di quella dell’angusto ambiente insulare che d’altra parte ha bisogno per il suo

progresso di un’osmosi continua con le correnti di pensiero e con i fermenti culturali

nazionali ed europei. Del resto, questa migrazione dei giovani studiosi verso i maggiori

centri culturali del Continente non è che la continuazione di un fenomeno

iniziatosi da gran tempo e cioè prima del secolo XVII, quando la Sardegna non aveva

ancora i suoi Istituti di alta cultura. In un primo tempo i giovani della classe agiata

vennero educati a Pisa e a Genova, poi, all’epoca del dominio spagnolo, a Salamanca,

Madrid e Valenza, pur continuando ancora ad affluire alle Università italiane, e

infine a Torino nel periodo dell’unione al Piemonte, sicché in complesso i contatti

con gli ambienti culturali italiani non sono mai venuti meno.

Quando poi si è detto che la Sardegna possiede due biblioteche pubbliche principali,

annesse alle due Università ed eroganti intorno a 4000 prestiti e che vi si pubblicano

due giornali quotidiani più diffusi insieme a due minori, alcuni settimanali

cattolici, due riviste letterarie mensili e tre meno importanti, senza contare alcune

pubblicazioni periodiche scientifiche a cura di Facoltà universitarie, avremo completato

il quadro culturale dell’isola che ha per fulcri le due maggiori città e che, senza

essere trascurabile, è certo suscettibile di ulteriore miglioramento.

248


Lo stato sanitario e la malaria.

Condizioni naturali sfavorevoli, specie riguardo alla natura del terreno e alla

scarsezza e irregolarità delle risorse idriche, insieme al prevalere di un basso tenore

di vita, all’ignoranza e trascuratezza diffusa e a un’insufficiente attrezzatura assistenziale

e ospedaliera, si uniscono a determinare condizioni sanitarie preoccupanti

che vanno tenute nel debito conto per rendersi ragione sia dell’attuale stato

della popolazione, sia dell’arretratezza dell’isola. Le sfavorevoli condizioni sanitarie

sono responsabili, anzitutto dell’elevata mortalità persistita fino ad una decina di

anni fa e che, oltre a mietere numerose vittime tra i bambini in tenera età, incideva

largamente sugli adulti per prevalente effetto di due malattie sociali per cui la Sardegna

aveva un triste primato in Italia: la malaria e la tubercolosi, cui si unisce, a

degradare notevoli strati della popolazione, il tracoma.

Parliamo anzitutto della malaria perchè, se è vero che dal 1952 nessun caso primitivo

di questa malattia è stato più denunciato dopo la grande campagna antianofelica

iniziata nel 1946, è altrettanto vero che il « morbo palustre », ha gravato sull’isola

per quasi 30 secoli come una cappa di piombo, decimando о comunque debilitando

gravemente la popolazione, sia nei caratteri somatici che in quelli psichici,

influendo sul popolamento tanto nella distribuzione che nel modo di vita delle

genti, indirizzando e deprimendo le condizioni economiche e contribuendo come

fattore essenziale della geografia umana a fissare caratteristici e tristemente noti

paesaggi. D ’altra parte la malaria in Sardegna è da considerare « silente ma non

estinta » come si leggeva nella relazione fatta pochi anni or sono dal « Centro regionale

antimalarico e antinsetti », finché permarranno — sia pure in regioni ristrette —

condizioni idrotelluriche favorevoli allo sviluppo dell’Anopheles labranchiae, vettrice

della malaria, sicché si richiedono ancor oggi, a diciassette anni dall’inizio della campagna

antianofelica, sorveglianza continua e tempestivi interventi per impedire la

ripresa e la diffusione dell’endemia.

Trovata già dagli eserciti romani nel III secolo a. C., non solo nelle pianure, ma

anche nelle vallate interne, secondo un ben noto passo di Strabono, la malaria, frenata

in un primo tempo dallo sviluppo dell’agricoltura, tornò ad aggravarsi in epoca

imperiale e poi ancora nel travagliato Medio Evo, quando anche Dante ricordava

nella sua Commedia :

«di Valdichiana tra ’ i luglio e ’ i settembre

e di Maremma e di Sardigna i mali ».

Ma nel ’700 e più nell’800, col lento ma continuo sollevarsi delle condizioni dell’isola,

con l’intensificazione dell’agricoltura e col diffondersi dell’uso del chinino.

249


la situazione migliorò alquanto, rimanendo peraltro ancor grave all’epoca dell’Unità

d’Italia, quando la Sardegna si presentava col triste primato della maggiore morbilità

e mortalità per malaria. A quell’epoca oltre un terzo dei decessi era appunto

causato dalla malaria, mentre essi erano in media per l’Italia appena 59 su 1000;

all’inizio del nostro secolo i decessi per malaria erano del 252 per mille, ma alla

vigilia del primo conflitto mondiale l’indice era sceso a 76,7 per efìFetto delle provvidenze

sanitarie adottate e per l’inizio delle opere di bonifica. La trascuratezza del

periodo bellico e post-bellico fece risalire la mortalità per malaria, tanto che nel

triennio 1920-22 essa fu del 97,5 per mille contro appena 12 dell’Italia intera. La vigorosa

opera di bonifica e la campagna antimalarica intrapresa nell’interguerra contrasse

l’indice a 15 per mille circa nel periodo 1938-39 con 13.862 casi di malaria primitiva

ogni 100.000 ab. nel 1940 contro ben 108.812 del 1925 (circa 2/5 di tutti i casi

verificatisi in Italia). Ma di nuovo le vicende belliche e post-belliche agirono in senso

negativo facendo raddoppiare la mortalità e aumentare nel 1942 a 21.862 i casi di

malaria primitiva che, per quanto successivamente ridottisi, furono ancora di oltre

10.000 nel 1946. Si deve avvertire, però, che i dati riguardanti la morbilità e specialmente

quelli degli anni di piena endemia, sono assai inferiori al vero, perchè le popolazioni

rurali erano largamente colpite, tanto che in molte località pressoché tutta la

popolazione infantile era affetta dal morbo ed era molto raro che si potesse raggiungere

l’età adulta senza averne sofferto.

La malaria in Sardegna era dunque pandemica, cioè colpiva quasi tutta la popolazione,

ed era questo uno dei suoi caratteri più preoccupanti perchè si traduceva

nella perdita di 20 о 30 giornate di lavoro per ogni individuo e quindi dai 2,5 ai 3,5

milioni di giornate lavorative per l’intera popolazione attiva. Inoltre la malaria infieriva

per quasi tutto l’anno, con una stasi di soli tre о quattro mesi, e con forme particolarmente

gravi con complicanze a carico del fegato, della milza e dei polmoni,

preparando così il terreno alla tubercolosi. Pensando che tale stato di cose è durato

per alcuni millenni, si comprende facilmente quanto la malaria cronica abbia inciso

sulla morfologia delle genti sarde, che ha subito un progressivo immiserimento, ed

anche sulla sua psicologia, in quanto provocava, come dice il Pais, una « decadenza

irrimediabile della volontà individuale, la diminuzione delle iniziative di gruppo ed

anche un’ostilità manifesta per tutto ciò che esce dal quadro stretto delle tradizioni,

della persona, della famiglia, per entrare nel dominio delle maggiori imprese e delle

organizzazioni collettive ».

Questa è stata dunque una delle principali cause dell’arretratezza e dello stato

di prostrazione dell’isola, sicché presupposto essenziale per l’evoluzione e lo sviluppo

del paese era l’eradicazione del secolare flagello mediante una vigorosa campagna

condotta con metodi più moderni. Questa campagna fu intrapresa appunto

nel 1946 da un apposito Ente, l’E.R.L.A.A .S. (Ente regionale lotta antianofelica Sardegna)

con l’assistenza tecnica e finanziaria della fondazione Rockefeller, ed è consistita

nella distruzione degli anofeli malarigeni mediante ampie e ben distribuite irrorazioni

di D D T, effettuate minutamente per oltre un triennio, fino al 1949, dopo di che il

250


Aspersione di disinfestanti

per la lotta antianofelica

da parte d ell’ apposito

« Centro Antinsetti ».

Fot. Shell

com pito di sorvegliare e com battere il residuo anofelism o per im pedirne il ritorno

offensivo, fu assunto dal « C entro Regionale A ntim alarico e A ntinsetti », che opera tu t­

tora. L ’attività di questo Centro, che si giova d ell’opera di ben 2000 dipendenti e

che ha esteso il controllo anche alle acque salm astre, è stata utilissim a in quanto ha

fatto ridurre i settori positivi, cioè con tracce di anofeli vettrici, da 151 quanti erano

ancora nel 1951, a poche unità localizzate in punti ben definiti della N u rra e della

G allura, sicché dal 1952 ad oggi non si è più registrato un solo caso di m alaria p rim

itiva in tutto il territorio della Sardegna, evento questo di incalcolabile portata per

la redenzione e per le fortune d ell’isola.

L a tubercolosi però continua a m ietere vittim e relativam ente num erose.

Raggiunto il suo culmine nel periodo 1910-1923 con oltre 150 morti per

100.000 ab., la mortalità per tubercolosi, in seguito alle numerose provvidenze adottate,

si è ridotta oggi ad un terzo circa, ma è pur sempre una delle principali cause

di decessi, dopo le malattie di cuore e quelle dovute a lesioni del sistema nervoso

centrale. Caratteri particolari che la tubercolosi presenta in Sardegna sono: l’incidenza

maggiore sul sesso femminile, mentre nel resto d’Italia avviene il contrario;

la diffusione precoce della malattia, che colpisce i bambini con la stessa rapidità e

frequenza proprie un tempo delle grandi città; e infine la diffusione nell’ambiente

rurale, colpito press’a poco come quello urbano. Ciò è conseguenza anzitutto del

gran numero di abitazioni malsane, non solo nelle parti vecchie e sovrapopolate delle

città, ma anche nell’ambiente rurale, dove gran parte della popolazione vive non in

case coloniche sparse nelle campagne, ma in gruppi di case mal costruite, con pochi

ambienti mal ventilati, umidi e male illuminati che offrono scarso riparo dalle intemperie.

A queste condizioni antigieniche degli alloggi, si aggiunge, come si è visto.

251


un’alimentazione insufficiente e inadeguata, specie nel settore artigiano e tra i contadini

e i pastori delle zone ad agricoltura più povera.

Altra malattia sociale che affligge la Sardegna è il tracoma che, ancora nel 1940,

secondo un’inchiesta eseguita dalla Direzione generale della Sanità, era diffuso in

tutti i Comuni, con un totale di 84.000 adulti e 7000 alunni tracomatosi, per la

maggior parte residenti nella provincia di Cagliari, mentre in quelle di Sassari e di

Nùoro, con territorio montuoso più esteso, la malattia è meno frequente. Oggi, per

effetto di una serie di provvidenze in atto già da alcuni anni, la situazione è alquanto

migliorata specialmente nella provincia di Cagliari, dove la malattia è in netto

regresso, ma i tracomatosi sono ancora molti e nettamente superiore alla media italiana

è, perciò, il numero dei ciechi.

Soprattutto nelle zone montuose è invece diffuso il gozzismo che presenta una

localizzazione caratteristica, essendone raccolti i principali focolai nel Montiferru

(Santu Lussurgiu, Cùglieri, Scano), in Barbàgia (Tonara, Aritzo, Désulo, Ulàssai,

Mamoiada ecc.) e nell’Ogliastra (Arzana, Lanusei) cui si aggiungono a nord i focolai

isolati di Òschiri e Buddusò. Osservando però che il noto rapporto tra gozzismo e

montagna soffre notevoli eccezioni e che invece ben 67 dei 73 Comuni ove si riscontra

la malattia sono situati in territori vulcanici о che del vulcanismo hanno subito gli

effetti, il Desogus ha ripreso la teoria geologica del gozzismo ed ha avanzato l’idea

che esso sia prodotto da un fattore di ordine fisico, legato alle acque per influenza

su questa delle rocce eruttive in cui scorrono e probabilmente per la loro radioattività.

Meritano infine di essere ricordate alcune forme morbose caratteristiche dei paesi

sub-tropicali e soprattutto il favismo, stranissima malattia così chiamata perchè colpisce

individui predisposti che abbiano ingerito о anche solo inalato sostanze provenienti

dalle fave che, com’è noto, sono largamente coltivate in quasi tutte le parti dell’isoia

e soprattutto nelle zone cerealicole di pianura e di collina, dove si riscontra infatti il

maggior numero di casi. Si tratta di una malattia a carattere allergico, di patogenesi

ancora sconosciuta, che causa gravi condizioni anemiche ed ha molti punti di contatto

con l’anemia mediterranea, altro fattore di debilitazione per le genti sarde.

In definitiva, scomparsa la malaria, incidono oggi sullo stato sanitario della popolazione,

oltre alle diffuse condizioni di pauperismo, le condizioni igieniche poco

buone a causa della scarsezza dell’acqua, pur essendo gli acquedotti numerosi, della

rarità delle fognature (esistenti forse solo in un terzo dei Comuni) e dell’insalubrità

delle dimore, tanto è vero che la mortalità per malattie infettive e parassitarie è in Sardegna

più elevata di quella media italiana (37,7 contro 33,6 per 100.000 decessi).

Conta anche, senza dubbio, la persistente insufficienza dell’assistenza sanitaria, per

lo scarso numero di ambulatori, preventori e ospedali, dato che nel 1950 c’era nell’isola

un posto letto per ogni 266 ab. contro una media nazionale di i a 177.

Da tutto quello che si è detto, appare chiaro che, se molto è stato fatto nell’ultimo

decennio, moltissimo resta ancora da fare, specialmente nel campo dell’istruzione,

dell’educazione e della assistenza, per elevare le condizioni sociali delle genti

sarde almeno al livello medio nazionale.

252


C apitolo N ono

L A POPOLAZIONE N ELLE C IT T À E N ELLE CAMPAGNE

La distribuzione della popolazione.

Percorrendo la Sardegna, anche al turista più distratto viene fatto di osservare

che le campagne sono in gran parte deserte e la popolazione è raccolta quasi tutta in

villaggi. Questo, infatti, è il carattere principale della distribuzione della popolazione

sarda: la sua forte agglomerazione e, per converso, l’esiguo grado di dispersione

degli abitanti. Infatti neppure il 5% della popolazione dell’isola vive sparso nelle

campagne, valore questo assai lontano dalla media nazionale (16,4%) e che risulta

il più basso tra quelli di tutte le altre regioni italiane.

Il valore della densità della popolazione sparsa, che in media è di 2,6 ab. per kmq.,

varia però notevolmente da parte a parte dell’isola. Vi sono infatti dei lembi di pianura

nei quali si raggiungono dei valori di 5 e anche io ab. sparsi per kmq., ma è

pur vero che su un’estensione pari ad un terzo della superficie questi valori scendono

a meno di i ab. per kmq. e che le zone nelle quali la popolazione sparsa manca

del tutto si estendono per circa 2500 kmq., pari ad oltre un decimo della superficie

totale.

Dalla carta rappresentante la distribuzione della densità della popolazione sparsa

in Sardegna, appare che le sue più alte percentuali si trovano in tre regioni ben

distinte, e cioè a nord la Gallura e il Sassarese con l’adiacente Nurra, a sud l’Iglesiente

col contiguo Sulcis occidentale.

In particolare in tutta la parte settentrionale del Sassarese si hanno oltre 5 ab.

sparsi per kmq., che salgono ad oltre io intorno a Sassari e in una parte della Nurra.

Questa densità relativamente elevata della popolazione sparsa si deve al fatto già accen-

253


nato che il popolamento della Nurra fu attuato da pastori i quali andarono a risiedervi

in prevalenza in dimore chiamate cuili ( = covili). Questa colonizzazione spontanea iniziatasi

verso la metà del XVI secolo, continuò, pur numericamente modesta, nelle

epoche successive, tanto che già un secolo fa si erano stanziate nella Nurra almeno

800 famiglie di pastori provenienti in gran parte da Sassari e dai grossi centri vicini

(Ossi, Tissi, Ósilo ed altri). In epoca recente l’insediamento sparso ha potuto estendersi

ulteriormente nella Nurra quando, in seguito ai grandi lavori di trasformazione

fondiaria, vi sono state insediate numerose famiglie di contadini sardi e continentali.

La densità della popolazione sparsa è relativamente elevata anche nella Gallura ed

in particular modo nella sua parte nord-orientale con 8-10 ab. sparsi per kmq. Anche

qui, come nella Nurra, il popolamento fu attuato da pastori provenienti in gran parte

dalla Corsica ed anche dall’interno dell’isola, che vi costruirono delle dimore isolate

chiamate stazzi. E poiché questi coloni da pastori divennero pian piano degli agricoltori,

la loro residenza stabile sui campi è stato il fattore più importante che ha permesso

l’estendersi dell’agricoltura in una regione che pure presenta un ambiente sfavorevole

per la montuosità e il terreno spesso ingrato del suo territorio. Nel complesso

in Gallura risiedono in case sparse oltre un quarto degli abitanti, soprattutto nei

comuni di Olbia, Tempio e Calangianus.

Nella Sardegna meridionale i valori maggiori della densità della popolazione

sparsa, come si è detto, si hanno nell’Iglesiente e nel Sulcis (Iglesias 14,6 ab.

sparsi per kmq.). Le origini dell’abitato disperso nel Sulcis sono poco dissimili da

quelle della Sardegna settentrionale. Anche qui furono dei coloni che, a partire

dal XVII secolo, si trasferirono spontaneamente e stabilmente nella pianura sulcitana,

vi praticarono la pastorizia e l’agricoltura e vi costruirono le loro dimore, i

medaus e i furriadroxius. Oggi in molte di queste dimore risiedono anche delle

famiglie di minatori del vicino bacino carbonifero. La densità della popolazione

sparsa nel Sulcis varia da 2 a 5 ab. per kmq. nella parte meridionale, da 5 a io nella

parte occidentale, e in una breve zona costiera supera i io ab. per kmq.; siamo qui

nella parte della pianura sulcitana prospiciente l’isola di Sant’Antioco e corrispondente

ad una zona di bonifica recente (bonifica del basso Sulcis) nella quale, dopo

la sistemazione dei terreni, risiedono isolate numerose famiglie di contadini. Nelriglesiente

si ha pure una zona con più di io ab. sparsi per kmq. in corrispondenza

del comune di Iglesias, dove però l’elevata densità della popolazione sparsa è in

relazione con l’attività mineraria poiché ovunque si trovi uno stabilimento, una

fornace, un opificio isolato, ivi risiedono dei piccoli gruppi di minatori о di operai.

Fuori di queste regioni, la densità della popolazione sparsa é superiore a 2 ab.

per kmq. solo in limitate zone, nelle quali la dispersione degli abitanti é un fatto

del tutto recente: nel Campidano di Oristano, entro le due zone di bonifica tra Oristano

e il mare ed Arboréa; nella Trexenta e nel Campidano meridionale (dove

intorno a Cagliari é di oltre io ab. per kmq.) e nella zona costiera del Sàrrabus e delrOgliastra,

nonché nelle isole minori esclusa l’Asinara.

254


Le zone interne dell’isola sono invece quelle che presentano i valori più bassi

della densità della popolazione sparsa e ne sono poi privi del tutto i vasti altopiani

di Bitti e Alà, gran parte del versante orientale del Gennargentu, i monti della Barbàgia

di Seùlo e quelli del Sàrrabus. Un’altra ampia zona priva della popolazione

sparsa si trova nella parte centro-occidentale dell’isola e comprende la Marmilla

e la media valle del Tirso, dove la popolazione vive esclusivamente nei centri abitati.

Concludendo, là dove prevalgono le zone montuose e si trovano ampie superfici

a pascolo, si trova anche la minor densità di popolazione sparsa, mentre nelle zone

di pianura, dove si pratica l’agricoltura con un’utilizzazione intensiva del suolo, e

nelle zone minerarie si ha il maggior numero di abitanti dispersi. Ma importanza

grande hanno avuto certo anche fattori sociali ed economici e cioè da un lato

la mancanza di sicurezza delle campagne, durata fino ad epoca molto recente e dall’altro

il carattere comunitario profondamente radicato dell’agricoltura che ha fatto

persistere fino ai giorni nostri un’organizzazione arcaica.

Anche per ciò che riguarda il numero degli abitanti residenti nei nuclei abitati,

cioè negli agglomerati elementari, la Sardegna presenta le cifre più basse d’Italia in

quanto la popolazione che vi si trovava nel 1951 era di soli 25.000 ab., appena il 2%

del totale, mentre la media dell’Italia intera era del y,6 % ] solo in Puglia la popolazione

annucleata si trova in misura alquanto inferiore.

La distribuzione pianimetrica della popolazione nei nuclei ha una notevole analogia

con quella della popolazione sparsa, in quanto i nuclei si trovano pure più numerosi

nel Sassarese, in Gallura, nell’Iglesiente e nel Sulcis. Si possono osservare tuttavia

alcune differenze interessanti.

Nel Sassarese i comuni di Castel Sardo, Pérfugas e Ósilo hanno la più elevata densità

di popolazione annucleata, mentre essa è piuttosto bassa nel comune di Sassari

ed in tutta la Murra, dove invece la popolazione sparsa, come si è visto, è particolarmente

numerosa. Per ciò che riguarda la Gallura si nota che le dimore isolate prevalgono

nella parte settentrionale e nord-orientale e l’insediamento per nuclei (agglomerazioni

di stazzi о cussorgie) domina nella parte occidentale, verso il Golfo dell’Asinara.

Nella parte orientale invece, i nuclei sono molto rari e nel territorio di

Olbia mancano del tutto.

La popolazione annucleata torna però numerosa nella Baronia di Posada, dove

i comuni di Torpè e di Posada hanno rispettivamente 2 e 6,7 ab. per kmq. viventi

nei nuclei. Ragioni di salubrità e di difesa hanno determinato Г aggruppamento di

dimore in queste zone vicine al mare, dove gli stazzi che formano questi nuclei sorti

per immigrazioni di Galluresi sono talvolta contigui, talvolta separati, ma sempre

molto vicini tra loro, in una stessa altura, e sono indicate con lo stesso nome, che

è spesso un nome patronimico. Alcuni di questi agglomerati si sono poi sviluppati

e sono divenuti dei centri abitati (Lòiri, San Teodoro d’Oviddè), altri invece sono

rimasti agglomerati elementari.

Le densità maggiori della popolazione annucleata si hanno però nel Sulcis, dove si

raggiungono i valori più elevati di tutta la Sardegna (San Giovanni Suergiu 19,1 e Car-

256


onia 17,7 per kmq.). Anche in questa regione i nuclei hanno in prevalenza carattere

agricolo, ma non mancano, in vicinanza del bacino carbonifero, quelli abitati in maggior

parte da minatori. L ’addensamento delle dimore si deve quindi al fatto che i primi

colonizzatori si trasferirono in questa regione a gruppi di famiglie, le quali, specie

nelle parti più vicine al litorale, si tennero aggruppate a miglior difesa dagli attacchi

dal mare; l’insediamento sparso, dapprima poco diffuso, si sviluppò solo quando

subentrò lungo le coste una maggior sicurezza.

Intorno ad Iglesias gli abitanti dei nuclei sono assai pochi, e ciò in quanto gli

addetti alle miniere risiedono in maggior parte nei centri di Iglesias, Monteponi e

negli altri, che sono vicinissimi ai luoghi di estrazione; solo piccoli gruppi vivono

in corrispondenza di stabilimenti, opifici, ecc., e sono considerati in questo caso come

abitanti sparsi, come già si è visto. I nuclei minerari sono invece più numerosi nei

comuni di Arbus e Gùspini, dove le miniere sono spesso distanti dai pochi centri

abitati sicché in vicinanza dei luoghi di lavoro sono sorti questi nuclei ciascuno dei

quali accoglie talvolta alcune centinaia di minatori.

Per il resto, si può dire che solo nel Campidano meridionale (comune di Cagliari

8,2), intorno a Oristano e in qualcuna delle isole minori la densità della

popolazione annucleata ha una certa importanza.

In tutta la rimanente parte della Sardegna, e si tratta almeno dei due terzi della

superficie, i nuclei mancano completamente, ove si eccettuino delle limitate zone del

tutto isolate.

Considerando la popolazione dei nuclei insieme con quella delle dimore sparse,

si ottiene per il 1951 la cifra di 88.260 ab., che rappresenta circa il 7% della popolazione

complessiva della Sardegna. E poiché nei censimenti precedenti la popolazione

residente nei nuclei era considerata come sparsa, la cifra sopra riportata

ci permette di fare un raffronto con la situazione degli ultimi decenni. Possiamo

rilevare che dal 1921 ad oggi la popolazione non accentrata ha avuto tendenza ad

aumentare con un ritmo più rapido di quello dell’intera popolazione dell’isola: così

nel periodo 1931-51 la popolazione residente fuori dei centri ha avuto un incremento

del 21% circa, fatto questo di notevole significato circa la possibilità che anche in

Sardegna possano vivere famiglie di contadini sparse per le campagne in dimore

isolate о in piccoli nuclei di carattere agricolo о minerario.

La grandissima maggioranza della popolazione sarda vive dunque in centri abitati

e soprattutto in villaggi: infatti gli abitanti dei centri erano 1.187.000 nel 1951, pari al

93% della popolazione complessiva, il che vuol dire che l’isola, fra tutte le regioni

italiane, presenta il più elevato grado di accentramento della popolazione poiché nella

Puglia e nella Sicilia esso é, sia pur di poco, inferiore, mentre in nessuna altra regione

la popolazione accentrata rappresenta oltre i nove decimi di quella complessiva.

La densità della popolazione accentrata varia relativamente poco nelle diverse

parti dell’isola e naturalmente nel senso che i valori meno alti si trovano nelle

regioni periferiche dove la popolazione sparsa e annucleata é più numerosa e che sono

state già indicate in precedenza. Le zone di maggior accentramento degli abitanti

17 — L e R e g io n i d ‘ I t a lia - S a rd e g n a .


sono com’è logico quelle dove i centri abitati sono più fitti e più popolati, sicché sono

in realtà questi ultimi che occorre prendere in considerazione.

Si deve intanto osservare che nel 1951 sono stati contati nell’isola 544 centri

abitati, ma di essi quasi la metà aveva la popolazione inferiore a 1000 ab.

e sono appunto questi, in buona parte, i piccoli centri sorti di recente, i quali

nel complesso accoglievano solo 104.071 individui. Altri 115 centri, cioè poco

più di un quinto, avevano la popolazione compresa tra 1000 e 2000 ab. e nell’insieme

accoglievano una popolazione pari al 13,1% di quella dell’intera isola. Quelli

che avevano da 2000 a 5000 ab. erano 118 e comprendevano circa un terzo della

popolazione sarda.

In complesso ben 498 centri avevano popolazione inferiore a 5000 ab., e ciò si

spiega col prevalente carattere agricolo-pastorale e minerario degli abitati della Sardegna,

nella quale è assai scarso il numero dei centri industriali e commerciali, generalmente

più popolati, che sono caratteristici di altre regioni.

I centri abitati con popolazione compresa tra 5000 e 10.000 ab. erano 33 ed in

essi risiedeva più di un sesto della popolazione sarda; appena 13 erano quelli con

più di 10.000 ab., ma vi si raccoglieva oltre un quarto della popolazione dell’isola.

Di questi centri poi soltanto 3 superavano i 20.000 ab. : Carbonia con 32.758 ab.,

Sassari con 57.351 e Cagliari con 102.992. Ad essi dal 1961 si sono aggiunti

Nùoro e Alghero.

Nonostante il numero non scarso dei centri, la loro densità è in media di uno su

443 kmq. (ossia 2,3 ogni 100 kmq.) cioè molto bassa se paragonata a quella di altre

regioni d’Italia.

Come appare dalla apposita carta, i centri abitati sono distribuiti in modo assai

disforme, in quanto a zone in cui essi sono estremamente radi, se ne contrappongono

altre nelle quali si affittiscono notevolmente.

II grado maggiore di rarefazione — meno di 2 centri ogni 100 kmq. — si trova

nella Sardegna settentrionale granitica e scistosa comprendente tutta la Gallura, l’altopiano

di Alà e le Baronie, tranne i territori di Posada e Torpè che hanno in

breve spazio piccoli, ma numerosi centri abitati. Bassa è la densità anche nel Nuorese,

nella regione intorno al Golfo di Orosei, nella Barbàgia, nell’Ogliastra (eccettuata

la piana di Tortoli), nel Gerréi e nel Sàrrabus.

I valori più elevati della densità dei centri abitati si hanno invece nella parte

occidentale dell’isola, ma le zone con meno di due centri per 100 kmq. sono anche

qui notevolmente estese e comprendono la parte costiera fra il Golfo dell’Asinara

e quello di Oristano, le zone minerarie dell’Iglesiente e del Sulcis e la parte occidentale

e meridionale del Campidano.

Ma il maggiore addensamento dei centri si trova in una zona interna, comprendente

il Campidano orientale, la Trexenta e la Marmilla, che hanno da 5 a io e

oltre IO centri su 100 kmq. Valori superiori a io si notano poi nel Sassarese dove un

gran numero di centri si addensa in breve spazio a sud di Sassari e nella Planàrgia,

tra il Montiferru e la Valle del Temo.

258


In complesso tutta la metà occidentale dell’isola ha un maggior numero di centri

abitati rispetto a quella orientale, il che ricalca quanto si è visto a proposito della

densità della popolazione ed è in rapporto con la differenza delle condizioni naturali

delle due parti dell’isola, per cui il lato orientale offre un ambiente più sfavorevole

all’insediamento ed anche con la diversità delle vicende del popolamento.

La carta della distribuzione della popolazione consente pure di notare che, mentre

nella Sardegna meridionale sono le stesse zone che hanno numerosi centri ad accogliere

il maggior numero di abitanti sparsi (Iglesiente, Sulcis, Campidano meridionale),

nella Sardegna settentrionale la popolazione sparsa è più fitta in quelle regioni

nelle quali i centri sono piuttosto radi (Nurra, Gallura).

Riguardo alla distribuzione altimetrica dei centri abitati, si osserva che il loro

numero diminuisce costantemente man mano che si procede dalle zone più basse a

quelle più elevate; si passa infatti da un totale di ben i86 centri nella fascia compresa

tra о e 100 m. a 3 appena in quella tra 900 e 1000. La diminuzione non avviene

però in modo regolare; è notevole nel passaggio dalla prima alla seconda fascia dove

si hanno, rispettivamente 186 e 95 centri, ma si attenua tra i 500 e i 600 m., nella

fascia di addensamento già notata, per riprendere poi fortemente più in alto.

In complesso, oltre la metà dei centri si trova a quota inferiore ai 200 m., circa

un terzo tra 200 e 500 m. e poco più di un sesto a quote superiori. Man mano

che ci si allontana dal mare, il numero dei centri diminuisce pure fino a 25 km,

ma nella zona successiva tra 25 e 30 km., aumentano sia il numero dei centri che la

loro popolazione. A distanza maggiore di 30 km., il numero dei centri diminuisce

gradatamente e così il numero degli abitanti in essi residenti.

Nella zona più interna si hanno due soli centri. Buitei e Anela, i quali pertanto

sono in Sardegna quelli che si trovano a maggior distanza dal mare (circa 53 km.).

Ciò conferma il fatto che, per quanto non si siano ancora realizzate nell’isola

le condizioni di altre regioni litoranee e insulari italiane, i Sardi, ormai liberati

dal timore dei pericoli esterni e della malaria, sono tornati a stabilirsi in numero

considerevole lungo le coste e nelle pianure litoranee in piccoli e grandi centri, abbandonando

le alture in cui si erano rifugiati un tempo.

Per quanto riguarda l’esposizione dei centri abitati, è stato notato che prevalgono

quelli rivolti verso le direzioni intermedie della rosa dei venti e soprattutto a sudovest

e a sudest: quest’ultima è la direzione che si riscontra con maggiore frequenza.

Questo fatto non si deve tanto ad una ricerca di parti soleggiate, dato che il clima

è caratterizzato ovunque da temperatura piuttosto mite e da sufficiente insolazione,

quanto alla necessità di trovare dei siti riparati dai venti dei quadranti settentrionali

e specialmente dal maestrale, così frequente e violento.

260


г

I tipi di insediamento.

I caratteri peculiari della distribuzione della popolazione sarda, si riflettono puntualmente

sui tipi di insediamento che, a parte i pochi centri abitati di tipo francamente

urbano, ha carattere essenzialmente rurale, come hanno messo del resto in

evidenza i dati riguardanti le attività professionali. A ll’alto grado di accentramento

della popolazione, corrisponde la diffusione nella maggior parte dell’isola di quelle che

il Biasutti ha chiamato forme accentrate, e prima di tutto dei grossi villaggi compatti,

cioè di quelli con oltre looo ab., tra i quali si stendono campagne spopolate о con

dimore sparse assai rade. Dal Logudoro al Sàrrabus, dai Campidani alle Barbàgie

e all’Ogliastra, su regioni quindi diversissime per rilievo, per morfologia e per condizioni

di clima e di agricoltura, questo tipo si estende continuo con poche varianti:

solo motivo di distinzione è costituito dalla diversa frequenza dei grossi centri che

sono più numerosi nelle pianure e più radi in montagna, dove ad essi si intercala

qualche centro minore. Solo in parti ristrette predominano i centri piccoli, con popolazione

inferiore ai looo ab., là dove la fertilità dei terreni consente un maggiore

frazionamento della proprietà e quindi una riduzione del numero dei braccianti,

come avviene infatti sui calcari marnosi miocenici della Trexenta, della Marmilla,

dell’Arboréa e della Planàrgia.

Gli altri tipi di insediamento sono limitati, frammentari e del tutto marginali,

trovandosi più che altro alle due estremità opposte dell’isola. Sono rappresentati

soprattutto da forme miste, una delle quali è costituita da grossi centri tra i quali

vive una certa aliquota di popolazione sparsa che giunge fino al 50% di quella totale

in rapporto con una dispersione recente di una parte degli abitanti negli immensi

saltus spopolati: questa forma acquista importanza solo nella regione mineraria sudoccidentale,

sia nelle zone metallifere dell’Arburese e dell’Iglesiente che in quella

carbonifera del Sulcis in posizione piuttosto marginale. Altrove questa forma mista

e sporadica è ristretta, come nelle campagne ben coltivate del Campidano meridionale

alle spalle di Cagliari, nella piana di Tortoli, intorno a Sassari e nel cuore dell’Anglona

e del Montacuto.

Più estesa è una forma di insediamento complesso a villaggi, nuclei e case sparse,

che si trova ben rappresentata in Gallura e nella parte della Baronia di Posada di

influenza gallurese, dove è caratterizzata dalla presenza degli stazzi agricolo-pastorali,

isolati e a gruppi. Si trova anche nel Sassarese e nella Nurra orientale e ancora

nel cuore del Sulcis, dove assume una fisionomia particolare essendo qui i nuclei

rappresentati dai furriadroxius, espressione anch’essi di un ripopolamento recente.

Le forme disperse, in cui la maggior parte della popolazione vive in case isolate

nelle campagne, sono quelle più recenti e costituiscono un tipo nuovo di insediamento

in rapporto prevalente con la bonifica e il popolamento attuale. Interessano infatti

17* — L e R eg io n i d ’ It a lia - S a rd e g n a .

2 6 1


Principali tipi di insediamento rurale (see. Biasutti, modif.).


parti per lo più limitate e frammentarie soprattutto in Gallura, nelle zone di bonifica

della Nurra, dell’Oristanese, di Arboréa, di Sanluri e del Sulcis, tutte come si vede

nella parte occidentale dell’isola che offre migliori possibilità, mentre dal lato orienntale

le troviamo solo nelle Baronie e nella bonifica di Castiadas, da poco intrapresa.

In conclusione, i tipi di insediamento dispersi e misti si possono considerare

ritocchi о alterazioni periferiche, verificatisi a partire dal XVII secolo e assumenti

considerevole importanza essenzialmente nella Gallura e nel Sulcis, di un quadro

tradizionale ben descritto dal Fara nella sua Corographia Sardiniae.

Fot. Com. aer. della Sardegna

Il tipo di insediamento a grossi villaggi compatti

che è il più diffuso in Sardegna.

Si osservino: la raggiera di strade che parte dall’abitato di Sanluri

la frammentazione della proprietà terriera intorno al paese

e i campi ampi e regolari nel territorio di bonifica.

263


Questo quadro è espressione deH’organizzazione dei singoli gruppi umani in villaggi

chiusi e autosufficienti, consolidatasi dopo lo spopolamento delle regioni periferiche

verificatosi dal XIV secolo in poi e rimasta a lungo per motivi di sicurezza e

per la particolare forma di economia collettiva.

Le dimore rurali.

Giustamente ha osservato il Baldacci, che ha studiato con grande accuratezza

le dimore rurali sarde, che forse in nessun’altra regione italiana come in Sardegna

la casa rurale è un elemento dinamico strettamente collegato con la vita dei suoi

abitanti. Infatti ogni famiglia che si forma va a vivere per conto proprio in una casa

appositamente costruita in modo semplice, elementare, secondo uno schema tradizionale

basato su una struttura monocellulare, cioè di un piccolo edificio, prima di

uno о due ambienti, che si andrà via via ampliando in rapporto con gli sviluppi e le

Dimore rurali di tipo elementare in basalto a Nughedu, nel Barigadu.

Fot. Mori

264


Fot. Sef

Paesaggio della Nurra occidentale con cuili sparsi.

necessità della famiglia, con modifiche e adattamenti svariati e con soluzioni pianimetriche

e architettoniche ingegnose.

Generalmente diffuse sono dunque le dimore elementari, caratterizzate da gran

semplicità in quanto derivanti direttamente dalla capanna rettangolare.

La forma più semplice è quella monocellulare, costituita da un solo ambiente rettangolare

che funge contemporaneamente da cucina, camera da letto e stanza da lavoro,

privo di finestre e con tetto per lo più a due pioventi, coperto di tegole; nell’in-

265


terno il pavimento è in terra battuta ed ha al centro il focolare (lufoghile о sufoghile) e

da un lato c’è l’apertura del forno che spesso ha la cupola esterna, oppure si trova

tutto all’interno e in tal caso serve anche da focolare. Questa dimora, più che semplice,

rudimentale, si trova ancora soprattutto come abitazione dei braccianti nelle

colline dell’Anglona e della Gallura. Essa si amplia facilmente mediante giustapposizione

di uno о due altri vani ; molto raramente per sovrapposizione e solo in determinati

ambienti, con terreno in pendio. Si forma così la dimora bicellulare, a due

vani giustapposti, che possono poi aumentare a tre о più, molto diffusa e tipica della

Sardegna settentrionale ma presente anche nel Sulcis, la quale è espressione delle

modeste condizioni del piccolo agricoltore e pastore ed è priva di annessi rustici.

La stanza di ingresso è la cucina, che ha il solito aspetto, mentre il vano contiguo,

chiamato appusentu, è adibito di solito a stanza da letto ed anche alla conservazione

del grano in grossi recipienti cilindrici di canne intrecciate chiamati lùscia о órriu

e di altre derrate in un solaio.

Gli stazzi galluresi, i cuili della Nurra e i baccili del Sàrrabus sono case di questo

tipo che, avendo anche funzione pastorale, sono circondate da un recinto formato

da un muro a secco denominato pastrucciàli о pasturicciàli, ove si trovano i rustici,

cui si appoggiano uno о due recinti minori (piazza о piazzali) destinati a raccogliere

Il vecchio Culle Rumanedda nella Nurra.

Fot. Mori

266


pecore, capre e buoi. Anche nel Sulcis la casa bicellulare è diffusa a costituire i

vecchi furriadróxius : qui i rustici, cui si possono aggiungere tettoie per riparo del

bestiame, sono spesso affiancati in modo da delimitare in parte uno spazio antistante

all’abitazione.

Altrove i due vani della casa bicellulare si sviluppano in profondità, sicché la

facciata è costituita da uno dei due lati più brevi. In tal caso, frequente nel Meilogu

e nella Planàrgia, sul retro della casa si trova spesso un piccolo cortile usato per ricovero

di qualche capo di bestiame e per disimpegno della dimora. La presenza di

questa corte retrostante è indubbiamente suggerita dalla preoccupazione di sottrarre

il più possibile la casa, e soprattutto la sua parte più intima, alla strada, ed è

elemento che si trova adeguatamente sviluppato nella casa a corte dei Campidani.

Infine, nell’ambito di ambienti con gli stessi caratteri economici, la casa bicellulare

si può sviluppare anche in altezza, presentando due vani sovrapposti; di essi,

nel caso più semplice, quello inferiore è la cucina e quello superiore la stanza da

letto {appusentu ’e supra о semplicemente « su ’e supra »), congiunti da una scala

interna di legno, oppure esterna ad unica rampa in pietra, come avviene nelle colline

deirOgliastra. Anche in questa varietà la presenza del cortile posteriore è quasi

costante.

Nell’Anglona, come adattamento della casa ad ambienti con spazio ristretto, si

osserva la trasformazione della dimora bicellulare in tricellulare con l’elevazione di

un vano sulla camera del piano terreno, in sostituzione della soffitta. La casa risulta

così costituita da due elementi giustapposti con tetto separato ed è per lo più fornita

di un cortile ove sono i rustici e talvolta l’orto.

Un adattamento particolare alle condizioni climatiche della casa a elementi giustapposti

è quello che si trova in Planàrgia dove questo, come altri tipi di case rurali

sviluppate in altezza, presenta un raddoppiamento del tetto determinato dalla necessità

di raccogliere il più possibile l’acqua piovana che viene convogliata nelle cisterne.

Tutto sommato, queste varietà di casa elementare sarda sono scarsamente dipendenti

dall’attività agricola e pastorale e sono soprattutto espressione da un lato dell’arcaicità

della vita familiare e sociale e dall’altro della semplicità dell’economia

rurale e zootecnica. Ma nelle parti ove l’agricoltura ha più lunghe tradizioni ed è

quindi più evoluta, la casa rurale assume struttura e aspetti più complessi con l’aumento

del numero e la differenziazione funzionale dei vani di abitazione nonché

con la maggiore importanza assunta dagli elementi rustici e dalla corte.

E proprio la corte, con i rustici che la limitano, a dare alle case sia isolate che

soprattutto nei paesi, un netto carattere di ruralità in quanto serve a soddisfare le

fondamentali esigenze della vita rurale con i magazzini per le derrate, con il loggiato

per il carro, col deposito della legna, con la stalla per qualche capo di bestiame. Ecco

perché la corte é elemento assai frequente nelle dimore di molte regioni dell’isola,

sia di pianura che di montagna, ma si sviluppa in modo particolare e predomina nettamente

nelle pianure e nelle medie colline della Sardegna centro-meridionale, con

fulcro nei Campidani e nel mondo collinare contiguo della Marmilla, della Tre-

267


Schemi dei principali tipi di dimore

rurali (da Baldacci).

I, c u ile della Nurra; 2, casa elementare;

3, s ta z z o della Gallura; 4, p a la t t u della Sardegna

settentrionale; 5, casa elementare in

profondità; 6, casa unitaria della Planàrgia;

7, casa unitaria barbaricina; 8 e 9, casa

unitaria dell’Ogliastra di montagna e di collina;

IO, casa unitaria del Sarcidano; ii.c a sa

campidanese a corte antistante con lo lla ;

1 2 , casa del Sàrrabus; 13, casa campidanese

a corte retrostante; 14, fu r r ia d r o x lu

del Sulcis; 15, casa elementare carlofortina.

xenta, del Sàrrabus e del Gerréi. La corte è chiamata generalmente « prazza » (piazza

о piazzale) e nel Turritano «pàttiu», dallo spagnolo patio: la parte destinata al bestiame

è detta corrali.

La dimora a corte è costituita, per lo più, da elementi dell’abitazione e del rustico

sviluppatisi per giustapposizione, ma lo schema pianimetrico dell’insieme varia

notevolmente a seconda che la corte è sul davanti о sul retro della casa. La dimora

a corte retrostante domina nei Campidani settentrionali con fulcro nel Campidano

di Oristano ed è costituita da vari edifici elementari giustapposti, costruiti per lo più

con mattoni crudi, chiamati làdiri о làdrini (dal latino later), che formano muri intonacati

poggianti su basi di pietra.

I vani di abitazione, tra cui spicca la « sala », cioè la stanza d’ingresso nella quale

immettono tutte le altre, si trovano sulla fronte del complesso e si affacciano su una

retrostante corte, « sa prazza », cui si accede da un lato della casa о dalla strada me-

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diante la porta carraia, « su portali ». Intorno al muro di cinta della corte si trovano il

pagliaio, le tettoie per il bestiame « stàuli » о « stabi », la stalla per il cavallo, la catasta

della legna «s’umbragu», il forno, altri annessi minori e in mezzo il pozzo «sa

funtana ».

Invece nel Campidano centrale e meridionale, dal Campo di Sant’Anna al Golfo

di Cagliari, domina la dimora a corte antistante, che dà una fisionomia caratteristica ai

villaggi avendo essi le strade fiancheggiate dagli alti muri delle corti in cui si aprono

solo i grandi portali. Da questi si entra nella vasta corte che ha di fronte la casa, costituita

da una serie di vani uguali giustapposti che si affacciano tutti su un lungo loggiato,

« sa lolla », addossato alla facciata e sorretto da robusti pilastri regolarmente

disposti. Il loggiato è qui elemento di grande importanza, in quanto costituisce un

F o t . S t e f a n i

Una via di Serramanna, nel Campidano,

su cui si affacciano le case di mattoni crudi

о col portale della loro corte.


Forme prevalenti delle dimore rurali (da Baldacci, modif.).

I, dimora monocellulare; 2, cu ili, s ta z z i, fu r r ia d r o x iu s ; 3, dimora element, pluricellulare; 4, tipo campidanese

a corte antistante e «lolla»; 5, tipo campidanese a corte retrostante e «sala»; 6 , tipo del Gennargentu occid.

7, tipo della bassa Planàrgia; 8, tipo barbaricino; 9, tipo del Gocèano e del Sarcidano; io, tipo di Samugheo;

II, tipo «palattu»; 12, corti collettive del Nuorese; 13, forme miste; 14, case di bonifica recente.


Piante di due dimore rurali tipiche

a corte del Campidano.

ambiente dove si svolge la vita della famiglia e

dove i prodotti agricoli vengono manipolati e

trovano una prima sistemazione. La corte ospita,

al solito, addossati al muro di cinta, gli usuali

elementi del rustico cui si aggiunge « su magasinu

», ripostiglio di attrezzi e contemporaneamente

tinello. Nella cucina, qui come in molte

altre case sarde, si trova la mola per macinare

il grano mossa da un paziente asinelio,

chiamato perciò anche molenti: le mole sono

oggi però per lo più in disuso e assai ridotte

di numero perchè dal 1948 è stata proibita la

macinazione casalinga del grano.

Una variante di questo tipo, costituente

forse la più caratteristica dimora rurale sarda,

si trova nel Campidano centrale dove, per influenza

dei contigui Campidani settentrionali,

esistono dimore provviste di una corte antistante

più grande, « sa prazza manna », e di

una retrostante più piccola, « sa prazzixedda »,

adibita più che altro ad orto e con ingresso

proprio.

Altre varietà sono dovute alla duplicazione

degli ambienti in profondità e alla sopraelevazione

di alcuni degli edifici di abitazione, eseguita

in genere dalle famiglie più abbienti.

Una forma mista con corte duplice, antistante

e retrostante, e con lolla ridotta si trova

pure nella Valle del Cixerri e anche in altre

regioni collinari circostanti al Campidano, come

la Marmilla dove la dimora a corte subisce progressivi

adattamenti e soluzioni rese possibili anche dalla presenza di materiali da

costruzione rocciosi più solidi del mattone crudo.

Nel resto della Sardegna si diffonde un tipo assai diverso di dimora rurale, quello

unitario in altezza, che in unico edificio sviluppato appunto in altezza, riunisce l’abitazione

al rustico. Esso è caratteristico delle Barbàgie, dove ha il suo fulcro, ma si

estende ad est fino all’Ogliastra e ad ovest fino al Montiferru attraverso il Màrghine

e il Gocéano. Tale tipo è proprio, dunque, dell’ambiente montano e dell’alta collina

che impongono condizioni di vita e modi di adattamento che la casa puntualmente

riflette. Nell’ambiente pastorale barbaricino è ancora diffusa la casa elementare,

costruita con blocchi granitici rozzamente intonacati che ripete gli elementi della

capanna del pastore, ma nei villaggi della parte centrale dominano dimore tradizio-

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Una via di Désulo

fiancheggiata

da case con

tetto di lastre di

pietra e balcone

ligneo coperto.

Fot. Ciganovic

nali a piani sovrapposti con in basso una stanza (su fundagu) che serve contemporaneamente

da ingresso, stalla e magazzino. Dal fundagu una scala a pioli conduce

al primo piano dove si trova la cucina la cui finestra immette in un balcone ligneo,

lungo quanto tutta la facciata della casa e protetto dal prolungamento del tetto о da

una tettoia apposita, sempre sorretta da pilastri pure di legno coperto con tavolette

chiamate scàndulas e con piastrelle scistose. Si tratta dunque di una casa legata all’ambiente

montano la quale può avere più piani, cui spesso si accede dal pendio retrostante.

Nella Barbàgia periferica questo tipo si modifica