Mori - 1966 - Sardegna

geonerd

Mori - 1966 - Sardegna

granitico nuorese e piega poi con ampio arco verso oriente seguendo una dislocazione

trasversale tra i graniti e i calcari e cambiando ancora nome con quello di Rio

d’Oliena. Arricchitosi con quest’ultimo delle abbondanti risorgive carsiche sgorganti

alla base degli imponenti rilievi calcarei, tra cui quella ricchissima del Cologone, diviene

infine il Rio Mannu delle Baronie, chiamato di recente Cedrino e, ricevuto a sinistra

il Rio d’Isalle, incide con una gola i basalti nella sua parte terminale e sbocca

infine nelle piane di Galtelli e di Orosei, costruite con le sue alluvioni. Pur essendo

piuttosto corto (appena una settantina di chilometri) il Cedrino come si è detto è

ricco di acque, tanto che ne porta ancora durante l’estate ed ha piene di oltre

2400 me., sicché provoca frequenti inondazioni nella sua pianura litoranea, diversioni

frequenti dell’ultima parte del suo corso, espandimenti di acque in un lungo

stagno litoraneo (lo Stagno Petroso), e modificazioni notevoli della foce atteggiata

a delta in cui si divide in due rami.

Il Rio di Posada, poco più a nord, è formato dall’unione del Rio di Alà, sgorgante

dai monti granitici omonimi, col Rio Mannu di Bitti proveniente da sud ed inciso

profondamente negli scisti con meandri tortuosi ereditati dall’antico corso scavato

nei calcari che ricoprivano un tempo la formazione scistosa. Coi detriti abbondanti

che trasporta, il Posada ha formato depositi di notevole spessore ed ha costruito

una pianura litoranea che, prima della costruzione degli argini, era periodicamente

allagata. In questa pianura il fiume divaga e si biforca sboccando così al mare con

due foci distinte, comunicanti col lungo e tortuoso canale litoraneo. La piana era

periodicamente inondata e desolata dalle piene abbondanti ed improvvise del fiume

fino a quando poco tempo fa non è stato costruito un lago-serbatoio alla confluenza

del Rio Mannu, al doppio scopo di regolare il regime del corso d’acqua e di raccogliere

le acque per irrigare gran parte dei terreni a valle.

Intenso interrimento provocano pure alle loro foci sia il torrente Padrogiano,

che col suo affluente Castangia sta ricolmando con un cospicuo delta il fondo del

Golfo d’Olbia, sia il fiume Liscia che scorre tra i graniti della Gallura, dai Monti

Limbara al mare, e sbocca nell’insenatura di Porto Liscia, protetta da due isole —

Culuccia e Insuledda — saldate all’isola maggiore dai depositi del fiume. Anche per

il Liscia è stato provveduto alla regolazione delle rovinose piene mediante la recente

costruzione di un lago-serbatoio in località Monte Calamaio.

Tutto considerato, i fiumi sardi hanno rappresentato fino ad epoca recentissima

e in parte rappresentano ancora, un elemento ostile sia per l’insediamento umano

che per l’economia. Grossi torrenti più che fiumi, che per l’insieme delle condizioni

di suolo e di clima passano dall’inerzia dell’asciuttore alla violenza delle piene esasperate

e distruggitrici, dagli alvei incassati e rocciosi della montagna agli ampi letti

ghiaiosi delle pianure ove alimentano acquitrini e stagni litoranei che, se danno qualche

reddito con la pesca, hanno rappresentato peraltro fino a pochi anni or sono fomiti

disastrosi di malaria. Non cè quindi da meravigliarsi se fino da epoca antica gli

uomini li abbiano evitati, tanto è vero che sono pochissimi i centri abitati che sorgono

su corsi d’acqua e costituiscono l’eccezione che conferma la regola e che di

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