Mori - 1966 - Sardegna

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Mori - 1966 - Sardegna

anni di età, si sono naantenute, per lo stesso periodo, sul 7,8% del totale tranne un

certo aumento verificatosi tra il 1921 e il 1931.

Ma dopo il 1951 la contrazione progressiva del numero dei nati e la rapida diminuzione

della mortalità hanno causato un relativo invecchiamento della popolazione,

mantenutosi però fino ad oggi inferiore a quello medio italiano e ancor più a quello

di molte altre regioni. In effetti il censimento del 1951 ha trovato la percentuale dei

ragazzi ridotta al 30,8%, ma nettamente superiore a quella media nazionale scesa a

24,4% e a quella del Piemonte e della Liguria contrattasi al 17,6% circa; e quella

degli anziani aumentata dal 7,2 all’ 11,2% e avvicinatasi così alla media nazionale,

pari al 12,2% . Anche la popolazione nelle età adulte — dai 15 ai 59 anni — ha flesso

la sua entità dal 59,2 al 58% del totale sardo, rendendo così più basso il rapporto

tra popolazione produttiva e popolazione improduttiva. Naturalmente le province

sarde partecipano in misura diversa al processo di invecchiamento in rapporto con

la loro differente dinamica demografica: Cagliari ha il maggior numero di giovani

e il minor numero di anziani, Nùoro sta sulla media e Sassari invece presenta una

proporzione di giovani assai minore (25,9%). Anche per questo aspetto il Capo di

Sopra somiglia di più alle regioni dell’Italia centrale e settentrionale con caratteri

demogeograflci più evoluti.

La scarsa proporzione di persone in età produttiva, influisce in parte sulla bassa

percentuale della popolazione attiva, che secondo il censimento del 1951 costituiva

solo il 34% della popolazione di oltre io anni di età: per poterne valutare l’esiguità,

si deve pensare che la media nazionale era del 41,2% , che nel Piemonte essa raggiungeva

il 48,3% e che perfino nella Basilicata era del 46% circa! Le cause di questo fatto,

tanto più notevole ove si consideri l’elevato grado di ruralità della popolazione sarda,

sono varie. Anzitutto la scarsissima partecipazione femminile all’attività economica svolta

fuori della casa, tanto che nel 1951 appena il 9% delle donne risultava dedita ad attività

produttive e facevano parte della popolazione attiva solo 15,4 donne ogni 100

uomini della stessa categoria, contro 33,5 dell’Italia intera. Per quanto queste cifre

esprimano in maniera inadeguata la partecipazione femminile al lavoro agricolo e

alle attività artigianali domestiche, sta di fatto che il lavoro femminile è scarsamente

utilizzato per effetto delle remore imposte ancor oggi da usi e costumi tradizionali,

per le limitate occasioni di lavoro connesse con la scarsa entità delle industrie manifatturiere

e per i caratteri stessi dell’attività agricola che viene svolta per lo più lontano

dalle dimore rurali, essendo queste raccolte nei paesi mentre le campagne sono

in gran parte spopolate. Bisogna aggiungere però che anche la parte attiva della

popolazione maschile è relativamente scarsa il che denota, secondo un’indagine del

« Centro di cultura e di documentazione », un notevole grado di sottoccupazione e una

crisi strutturale per cui non tanto è alto il numero degli individui in cerca di prima

occupazione, quanto piuttosto quello dei piccoli о piccolissimi proprietari che si

adagiano nella loro condizione accontentandosi di magre rendite, oppure di coloro

che gravano a lungo sulla famiglia cercando di conseguire un titolo di studio per assicurarsi

l’avvenire.

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