Mori - 1966 - Sardegna

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Mori - 1966 - Sardegna

Lo stato sanitario e la malaria.

Condizioni naturali sfavorevoli, specie riguardo alla natura del terreno e alla

scarsezza e irregolarità delle risorse idriche, insieme al prevalere di un basso tenore

di vita, all’ignoranza e trascuratezza diffusa e a un’insufficiente attrezzatura assistenziale

e ospedaliera, si uniscono a determinare condizioni sanitarie preoccupanti

che vanno tenute nel debito conto per rendersi ragione sia dell’attuale stato

della popolazione, sia dell’arretratezza dell’isola. Le sfavorevoli condizioni sanitarie

sono responsabili, anzitutto dell’elevata mortalità persistita fino ad una decina di

anni fa e che, oltre a mietere numerose vittime tra i bambini in tenera età, incideva

largamente sugli adulti per prevalente effetto di due malattie sociali per cui la Sardegna

aveva un triste primato in Italia: la malaria e la tubercolosi, cui si unisce, a

degradare notevoli strati della popolazione, il tracoma.

Parliamo anzitutto della malaria perchè, se è vero che dal 1952 nessun caso primitivo

di questa malattia è stato più denunciato dopo la grande campagna antianofelica

iniziata nel 1946, è altrettanto vero che il « morbo palustre », ha gravato sull’isola

per quasi 30 secoli come una cappa di piombo, decimando о comunque debilitando

gravemente la popolazione, sia nei caratteri somatici che in quelli psichici,

influendo sul popolamento tanto nella distribuzione che nel modo di vita delle

genti, indirizzando e deprimendo le condizioni economiche e contribuendo come

fattore essenziale della geografia umana a fissare caratteristici e tristemente noti

paesaggi. D ’altra parte la malaria in Sardegna è da considerare « silente ma non

estinta » come si leggeva nella relazione fatta pochi anni or sono dal « Centro regionale

antimalarico e antinsetti », finché permarranno — sia pure in regioni ristrette —

condizioni idrotelluriche favorevoli allo sviluppo dell’Anopheles labranchiae, vettrice

della malaria, sicché si richiedono ancor oggi, a diciassette anni dall’inizio della campagna

antianofelica, sorveglianza continua e tempestivi interventi per impedire la

ripresa e la diffusione dell’endemia.

Trovata già dagli eserciti romani nel III secolo a. C., non solo nelle pianure, ma

anche nelle vallate interne, secondo un ben noto passo di Strabono, la malaria, frenata

in un primo tempo dallo sviluppo dell’agricoltura, tornò ad aggravarsi in epoca

imperiale e poi ancora nel travagliato Medio Evo, quando anche Dante ricordava

nella sua Commedia :

«di Valdichiana tra ’ i luglio e ’ i settembre

e di Maremma e di Sardigna i mali ».

Ma nel ’700 e più nell’800, col lento ma continuo sollevarsi delle condizioni dell’isola,

con l’intensificazione dell’agricoltura e col diffondersi dell’uso del chinino.

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