Mori - 1966 - Sardegna

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Mori - 1966 - Sardegna

secondo Gino Bottiglioni, una unità linguistica fra le due isole sorelle (ma anche con

la Sicilia), c’è l’odierna affinità dei dialetti meridionali della Corsica e quelli settentrionali

della Sardegna, il gallurese e il sassarese, che molti linguisti escludono, per

questo, dai gruppi sardi per assegnarli al còrso e all’italiano.

Che lingua parlavano i Protosardi? Purtroppo, nonostante i tenaci sforzi degli

studiosi, il sardo preromano è destinato a rimanere un mistero, poiché di esso non

abbiamo una parola scritta. I numerosi toponimi e qualche antroponimo hanno sollecitato

accostamenti coi linguaggi di altri popoli mediterranei, singolarmente della

Libia e deiriberia: il suffisso -one, i nomi sardi in -ai e -an, in -ir e -il, in -arr, -err,

-urr, il camp, mògoro, « collinetta », il log. camp, тага, « palude », i toponimi formati

da Gonnos che significa pure « altura ». E nota la « feniciomania » di Giovanni

Spano nel secolo scorso, secondo l’accusa del Wagner, il quale ora riduce a sole tre

le voci sarde sicuramente puniche, nonostante che lingua e istituzioni puniche siano

attestate in Sardegna da numerose iscrizioni che arrivano, come quella dell’antica

Bithia, fin circa il III secolo d. C. : tsikkiria (ts = z aspra, come in zappa) о tsirikkia,

«aneto», tsippiri, «rosmarino», mittsa (tts = zz aspra, come in pozzo), «sorgente»;

presumibilmente puniche : tsingòrra, « piccola anguilla », e kému, kèmos, « cinque »,

« quante sono le dita della mano ».

Raimondo Carta Raspi, invece, sposta adesso l’indagine dal Mediterraneo occidentale

a quello orientale, perchè « sbagliata » quella direzione. E parte dalla radice

Gonnos, che in Sardegna forma diversi villaggi e fu una città preellenica ai piedi

deirOlimpo. Riscontra quindi le radici M A R (A, I) e BA R (A, I), N U R (A) e UR,

radice di nuraghe, il cui suffisso -fee nuor., -ge ( = ghe) log., -si ( = sci) camp. « significava

terra e dimora» nella Mesopotamia, e ORO, AL/A, BIT, SAR. Tesi suggestiva,

questa del Carta Raspi, ma il protosardo perdura un mistero, alla cui districazione

poco aggiunge l’aver egli dedotto fosse una lingua agglutinante a suffissazione,

affine alla sumera. Nemmeno le più recenti ricerche archeologiche hanno portato

a risultati di qualche interesse.

Ciò chiarito, un’indagine glottologica in Sardegna deve limitarsi all’essenza delle

varietà linguistiche costituitesi sulle rovine del latino come elaborazione autonoma

e sotto l’influsso di Bizantini prima, di Pisani e Genovesi poi, chè i Vandali

non hanno lasciato tracce visibili nel sardo (gli scarsi elementi germanici sono

mutuati attraverso il latino о i dialetti peninsulari del Mezzogiorno). Gli elementi

bizantini si esaurivano nella lingua cancelleresca medievale, rimanendo vivi solo

alcuni nomi di battesimo (Basili, Gos(t)antine, Istefane, Gomita о Comida di dantesca

memoria e oggi divenuto cognome). Di veri e propri grecismi non si può parlare,

in quanto i relitti greci sono costituiti da voci comuni ai dialetti meridionali:

nulla è dato affermare sull’antica colonia fócese di Olbia. Impronte notevoli hanno

lasciato, nella fase di sviluppo del sardo, il pisano e il genovese; ma radici ben più

salde hanno affondato in esso il catalano e lo spagnolo in circa quattro secoli, ciascuno

imposto successivamente come lingua ufficiale, mentre un decreto di Filippo II

del 1565 bandiva l’uso della lingua italiana in modo da cancellarne la «memoria».

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