Mori - 1966 - Sardegna

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Mori - 1966 - Sardegna

anza e astrusità: «una gente ch’alcuno non l’intende, / nè essi sanno quel ch’altri

bisbiglia ».

G l’Italiani d’oggi non hanno mutato troppo codesto grossolano errore, parallelo

d’altronde ai molti altri errori sulle cose sarde. Doloroso, ma bisogna stigmatizzarli.

Vero è invece che tanti dialetti della Penisola sono più barbarici del sardo: se questo

è, nel fondo, latino (talora schietto), sarà ben motivo sufficiente per essere defininito

forse il più nostrano. Come pure è vero che i Sardi, anche di cultura elementare,

parlano con maggiore padronanza di molti altri Italiani la lingua nazionale.

La letteratura dialettale.

Alla Sardegna spetta il merito d’aver usato per iscritto il proprio volgare negli

atti pubblici, prima di tutte le altre regioni italiane e, se si escluda la Francia, della

Romània. Primogenitura, purtroppo, letterariamente sterile. Tutti i testi sardi medievali

in logudorese e in campidanese non sono che aridi esercizi protocollari: privilegi,

atti notarili, condaghi о registri, sono soltanto scarna cronaca, о elencazione

di cose, di contese, di terre con meticolose delimitazioni confinarie. Per secoli

(XI-XIV) non un brivido di poesia, non il più lontano tentativo di affidar alla pagina

uno sfogo, un impulso, un attimo di commozione, di ripiegamento interiore. Probabilmente

a questo fu dovuta la più colossale impostura letteraria costituita dalle

famigerate Carte d’Arborèa dell’800. Nel secolo XIV ecco la fioritura degli statuti: i

citati di Sassari e Castel Sardo, e la Carta de Logu della grande Giudicessa Eleonora

d’Arborèa. Ma, francamente, non si capisce come il Carta Raspi abbia potuto rinvenire

nel codice di Eleonora « l’intento, sufficientemente conseguito, di fare anche

opera d’arte ». L ’arte è sentimento. E il giure, come la storia, è pura razionalità.

Per quattro secoli, dunque, non un verso, non una novella о un racconto. Fenomeno

che ha quasi dell’assurdo, quando si pensi che negli ultimi tre secoli la Sardegna

si sarebbe popolata di poeti estemporanei, di aèdi dalla facile vena, tanto facile da precludere

ad essi il mondo della poesia, come ai poeti dotti lo precludeva la cultura.

Quanto alla prosa, quella narrativa intendiamo, assolutamente assente in tutta la

letteratura dialettale: unico genere, l’eloquenza sacra dei tempi moderni, annegata

in un oceano di retorica.

La Sardegna non ha mai avuto una letteratura degna di questo nome, in nessuna

delle sue varietà linguistiche. Indubbiamente nell’atteggiamento del poeta cinquecentesco

Pietro Delitàla, incapace di giustificare a se medesimo l’uso dell’« idioma

toscano » nelle sue Rime diverse (ed è, fra i minori, uno dei più originali poeti lirici

italiani del secolo XVI), noi riscontriamo l’inconsapevole senso del limite di una

lingua come il sardo, che al Delitàla sarebbe dovuta essere più naturale; e lo stesso

Gerolamo Araolla non seppe mai decidersi a usare nei propri versi il suo sardo tanto

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