Mori - 1966 - Sardegna

geonerd

Mori - 1966 - Sardegna

Il ’700 segna un improvviso risveglio della poesia dialettale. Questa continua la

tradizione religioso-morale, ma insieme tenta altri temi: il teatro con Giovanni

Delogu Ibba (1664-1738), autore di gocdus о gosos (laudi sacre popolari) e di un

dramma sacro; l’epica con Raimondo Congiu, che in occasione della sconfitta dei

Francesi nel 1792-93 compose II trionfo della Sardegna, ma assai modesti sono i risultati

di un genere letterario scarsamente congeniale ai Sardi; l’umorismo satirico con

Pietro Pisurzi (1724-99) e Gavino Pes (1724-95); la satira politica con Francesco

Ignazio Manno (1758-1840). La vera novità è però la poesia d’amore, che nasce e si

sviluppa all’ombra dell’Arcadia, rientrata la Sardegna definitivamente nel solco della

tradizione italiana, mai spenta invero neppure sotto la più oppressiva dominazione

spagnola. In parte, i limiti della poesia dialettale settecentesca sono da ascriversi,

oltre all’accademismo arcadico, all’essere tutti i poeti uomini di religione, esclusi solo

il Manno, magistrato, ed Efisio Pintòr Sirigu, avvocato: Matteo Madao (1723-1829),

il Pes, il Pisurzi, Luca Gubeddu noto come Padre Luca (1749-1829), Bonaventura

Licheri, Giuseppe Pani, Stefano Ricci. A ciò s’aggiunga l’influsso nefasto del

gesuita Matteo Madao che ripescava le spoglie araolliane di una « lingua » letteraria

sarda, questa volta sardo-latina. Saranno tutti i poeti, pur senza tener bordone al

Madao, ad adottare un modello linguistico convenzionale, il cosiddetto logudorese,

illustre non foss’altro perchè inesistente nella realtà, imposto alla coscienza

popolare che, chissà come, di buon grado ha fatto suo fino al ’900; fino a Pietro Casu

(1878-1954), il sacerdote romanziere che quella « limba salda » adottò per una sua

discutibile traduzione in terza rima della Divina Commedia. L ’impronta maggiore la

dava Padre Luca, scolopio di una spregiudicata vena lirica, esauritasi tuttavia nella

predica verseggiata per l’impedimento dei superiori di coltivare «sas Musas profanas»;

egli resta uno dei più popolari poeti sardi, di cui profondamente risentirono i poeti

estemporanei, che nelle sue Glori e Citerea e in altre figurazioni mitologiche hanno

trovato il mezzo più acconcio per travestire di allegoriche vuotaggini le donne proprie

e altrui: la poesia di popolo, sincera per la sua stessa origine, si faceva nel ’700 definitivamente

falsa come la lingua. Ma il Gubeddu è un poeta:

« Penitidu corno iscrio, / disafio // sas fontanas de su plantu, / pro chi a Glori mia dechida /

ch’est fingida // hapo nadu in tristo canto. / Istat nèndemi ogni musa, / pedi iscusa // a sa ninfa

giara e pura, / ecco ubbido, paghe ajò / ca si no // m’ammentas pius tristura... » ( d o r i bella) : « Pentito

ora scrivo, / provoco // le fontane del pianto, / poiché alla mia graziosa Glori / che è finta //

ho detto in un canto triste. / Mi va dicendo ogni musa, / chiedi scusa / alla ninfa chiara e pura,

/ ecco ubbidisco, su pace / chè se no // mi ricordi più tristezza... ».

Questo il Padre Luca. Pastorellerie ? Può darsi. Nessuno potrà comunque negargli

una vena armoniosa di canto, un suo dominio della materia, della forma e del linguaggio.

Anche lezioso nei suoi canti d’amore non convenzionali Gavino Pes, il

maggior poeta di Gallura, questo canonico che aspirava a « un Paradisu », non lassù,

ma « in terra » con l’amante :

316

More magazines by this user