Mori - 1966 - Sardegna

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Mori - 1966 - Sardegna

« L ’occhi toi a lu me’ cori / so penetranti pugnali; / senz’iddu stocu (sto) a tutt’ori / cu una pena

multali (mortale). / Ca (Quale) di chisti dui mali / aggiu a vulè eleggi? ».

Una voce a sè è quella del Manno col suo inno rivoluzionario Su patriottu sardu

a SOS feudatarios, che fu — scrive il Carta Raspi — « la Marsigliese sarda e qualcosa

anche di più, cantato dai ribelli, suscitatore di rivolta, convincente, violento, animatore

» :

« Procurad’ ’e moderare, / barones, sa tirannia, / chi si no, pro vida mia, / torrades a pe’ in terra...

Il ... Gusta, pobulos, è s’ora / d’estirpare sos abusos! / A terra sos malos usos, / a terra su dispotismu!

/ Gherra, gherra a s’egoismu! / E gherra a sos oppressores... ».

Chiaro nel suo dettato, tumultuoso, affascinante, ma certe parole il popolo di

allora le avrà cantate senza afferrarne il significato: lingua aulica anche questa. (Si

consideri il valore di voci come estirpare e dispotismu, inesistenti nel sardo). Una

menzione particolare merita il Pintor Sirigu, la cui produzione sacra, amorosa e satirica

ha pregi di spontaneità, capace il poeta di insinuarsi nelle più riposte pieghe di

un dialetto come il campidanese, ritenuto refrattario alla poesia:

« Tengu unu caboni — de sa vera casta: / bista sa puddasta — sindi fai’ meri; / mi fai’ prexeri —

su dd’essi acchistau ». (Canzoni de su caboniscu) : « Ho un pollastro — di vera razza (per la riproduzione):

/ veduta la pollastra — se ne fa padrone; / mi fa piacere — l’averlo acquistato »;

un’apertura, ch’è un programma di spassose sorprese.

Ricco di poeti dialettali è Г800. La poesia, già coltivata quasi esclusivamente da

religiosi, si secolarizza (pur con la presenza degli ecclesiastici), assumendo toni e

atteggiamenti borghesi, come in un Càlvia e in un Sàragat, ma non mancando di farsi

anche popolare, nel senso che autentici figli del popolo compongono e stampano

versi. Il fatto più singolare della poesia dell’Soo è costituito da due poeti ciechi e

analfabeti: Pietro Cherchi di Tissi (1799-1855) e Melchiorre Murenu di Macomèr

(1803-54), cantori d’amore ma sul piano di una satira velenosa e crudele, specie il

Murenu che pagò con la vita l’ispirazione spesso triviale e oscena. Tre dialetti si

contendono la palma nel secolo XIX: il logudorese con Paolo Mossa (1821-92),

riconosciuto il principe dei poeti sardi dialettali; il campidanese con Cesare Sàragat

(1867-1929); il sassarese con Pompeo Càlvia (1857-1919). Il Mossa è lirico di una

finezza singolare e insieme di una delicata robustezza, che del dialetto logudorese ha

fatto l’esemplare di un linguaggio duttile e armoniosissimo, sia pure sotto l’impulso

di una cultura. Poeta d’amore, poeta di sentimento, romantico ma virile anche sotto

i colpi del dolore:

« Frite da’ ora in ora, о trista luna, / velas sa bella faccia da’ una nue ? / Chircas forsi a su

solitu cudd’una, / chi candida, chi pura fit che tue ? » (Baddemala) : « Perchè d’ora in ora, о triste

luna, / veli la bella faccia d’una nube? / Cerchi forse al solito quell’una, / ch’era candida, pura

come te ? ».

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