Mori - 1966 - Sardegna

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Mori - 1966 - Sardegna

Càlvia è il cantore di Sassari, l’unico poeta sardo che pensasse di ritrarre un

ambiente (ora emulato da Salvator Ruju); egli va daU’urnorismo tipicamente sassarese

alla rappresentazione dei più caldi affetti, e la città natale ne balza viva di tipi

umani e di passioni, come nel vivace dialogo fra Brotu e Zuniari che ascoltano il fonografo

al suo primo apparire:

« B. — A v’intremmu, cumpà? Z. — E chi si vedi? / B. — Dizini / (dicono) chi v’è un filu

chi rasgiona. / ... Z. — ... e chi è tandu (allora)? B. — Tu ti poni / un corra (corno) e intendi

trumbetti e trumboni. / Z. — Tandu v’è dentru calchi cristianu. / B. — A me ni diddi (ne dite)?

Z. — E cantu vi s’ispendi? / B. — Un francu. Z. — Non v’è mali, cun d’un francu / mi fozzu

che la làddara (mi prendo una sbronza solenne istasera) ».

Cesare Sàragat è il meno popolare dei tre, ma non per questo da porsi al di sotto

degli altri due. E il miglior cantore campidanese, di una vena umoristico-satirica

senza respiro, senza soste, che suscita irrefrenabile l’ilarità, in un dialetto insperatamente

fonico e secco nello stesso tempo, soprattutto nella caricatura dei villici nella

lingua venefica dei cagliaritani:

« Scusa, nara, giovuneddu, / un prexeri m’has a fai, / candu torras a Casteddu, / de Seddori a

mi portai, / po sa paga, zertamenti, / si però no t’è de pesu, / po campioni unu molenti, / ma

un molenti seddoresu! //Si s’istentad’unu pagu, / già chi è compara sigura, / donimi una sogh’e

spagu / ca ddi pigu sa misura, / e a statura de fostei / dd’itt’uguali a sa merzei! »: «Scusa, di’,

giovanotto, / un piacere m’hai da fare, / quando torni a Cagliari, / di portarmi da Sanluri, / per la

paga, certamente, / se però non t’è di peso, / per campione un somaro, / ma un somaro sanlurese!

Il Se aspetta un po’, / giacché è acquisto sicuro, / mi dia un pezzo di spago / che le prendo la

misura, / e secondo la sua statura, / lo porto uguale a vostra grazia ».

Abbiamo detto poesia di spiriti borghesi, fin de siècle, specialmente quella del

Càlvia e del Sàragat. Accanto a questa dobbiamo segnalare il gruppo a sè di alcuni

poeti nuoresi, rivoluzionario, socialista, che si servì del verso per combattere una sua

battaglia in nome del laicismo e della democrazia: G. A. Murru, P. Dessanai e

S. Rubeddu, coi quali simpatizzava il giovanissimo Sebastiano Satta, nella cui poesia

indelebili dovevano restare i segni di quella nociva polemica umanitaristica. Satta,

qui, deve entrare in veste di poeta dialettale. Ha lasciato solo qualche sonetto, eppure

ce n’è a sufficienza per un giudizio critico: se Satta avesse preferito il dialetto all'italiano,

sarebbe stato forse sconosciuto fuori dell’isola, ma poeta più autentico e

genuino. Egli e quelli del suo gruppo usarono il dialetto nuorese, vivo, senza orpelli

letterari logudoresizzanti : un moto rivoluzionario destinato, purtroppo, a esaurirsi

in se stesso. Leggiamo del Satta una quartina del sonetto Su battizzu :

« Iffora, i’ sa cortitta, ziu Cambosu / li pesât una boche : i’ sa cuchina / zaiu cuntentu in mesu

’e sa chisina / s’est tottu isterriu che cane runzosu»: «Fuori, nel cortiletto, zio Cambosu / innalza

un canto: in cucina / nonno contento in mezzo alla cenere / s’è allungato per terra come cane

rognoso ».

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