Mori - 1966 - Sardegna

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Mori - 1966 - Sardegna

l’Ossario del Cimitero e ne trae uno о più teschi (sempre in numero dispari), dopo

di che la brigata si reca al più prossimo corso d’acqua per l’immersione, nella quale

è facile identificare l’equivalente del sacrificio umano. Della particolare diffusione

che questa pratica dovette avere è riprova eloquente la sua trasformazione nell’usanza

cristiana e cattolica dell’immersione di Crocefissi nell’acqua per ottenere la pioggia.

Altre testimonianze sono il culto per le anime dei decollati, ormai scomparso, ma del

quale ci è rimasta la documentazione ancora per il secolo XVIII, l’uccisione di animali

nelle giostre e l’eliminazione del fantoccio carnevalesco.

Tutte le forme di magia sono largamente rappresentate in Sardegna: quella

omeopatica e quella contagiosa, quella positiva e quella negativa, la nera e la bianca

ed ogni altra forma possibile. Il tipo di stregoneria di area pressoché pansarda è

quello della mazzina (una pupattola di stracci, generalmente), basato sul principio

più elementare della magia omeopatica, secondo il quale il simile produce il simile:

si tratta di trafitture di spilli e di operazioni che si svolgono con un rituale e con gesti

e simboli ben determinati che hanno il loro effetto finché il simulacro ne mantiene

i segni; se invece esso viene ritrovato о liberato, la fattura cessa. Anche la iettatura

ha un suo vastissimo dominio e si presenta sotto le denominazioni di: okru malu,

ogru malu, ogu malu (malocchio) con le note credenze di area pressoché europea, come

comuni a tutto il mondo sono gli antidoti contro il malocchio: sputi, unzioni con

saliva, toccamenti ed amuleti e, nei casi più gravi, pratiche magiche.

Larghe tracce di antico animismo sono tuttora riscontrabili: fantasmi, cosas

malas, duendas, demoni, spiriti benigni e maligni, gianas e orkus affollano, secondo

la fantasia popolare, le notti isolane. Si tratta, probabilmente, di miti legati all’antica

mitologia sarda, nonostante le denominazioni ricollegabili a strati più recenti.

Ai confini della magia nera, ci porta tutta quella serie di pratiche di cui ci hanno

lasciato testimonianza i Sinodi sardi dei secoli scorsi, quali i digiuni degli Angeli

Bianchi, del Serafino, della piccola Cena del trapasso, del Calice di piombo e la novena

delle anime decollate, cui si é accennato a proposito del sacrificio umano.

Assai caratteristiche e significative sono le credenze su determinati animali, tra cui

ricordiamo: il pipistrello (pilloni de su tialu о ratapignatta) che é considerato epifania

diabolica, la tipica foca monaca dei mari sardi, alla quale si fa risalire l’origine dei

lampi estivi, la rondine che è ritenuto uccello sacro, il geco, che é simbolo di frigidità

e che é ritenuto velenoso, il vitello, sul quale, anziché sul lupo, sconosciuto in

Sardegna, sono imperniate le leggende sulla licantropia, il barbagianni, i cui escrementi

sono giudicati portatori di itterizia, la forbicina, che attraverso l’orecchio

potrebbe giungere fino al cervello ed infine, per concludere la serie che sarebbe assai

lunga, il gatto, al quale si attribuiscono sette anime ed un punto sensibilissimo, il

naso, un colpo al quale può subito generare la morte. Ma guai a chi ucciderà un gatto!

Passerà sette anni di guai. Degna di menzione, inoltre, una leggenda che sopravvive

su area regionale e riguarda un insetto mortifero (argia) radicato ai luoghi in rovina

ed abbandonati. Le prime menzioni su di esso risalgono addirittura al VI secolo, ed

a parlarcene é Solino, che lo chiama solifùga e dice che « reptat et per imprudentiam

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