Mori - 1966 - Sardegna

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Mori - 1966 - Sardegna

Dai documenti medievali si ricava anzitutto che esisteva indubbiamente la

proprietà privata sia in appezzamenti di grande estensione, derivanti dal sistema

latifondistico romano, chiamati saltus e cortes appartenenti a grandi famiglie, a

chiese e monasteri, sia come piccole proprietà situate generalmente intorno agli

abitati. Ma accanto alla proprietà privata vi erano grandi estensioni di proprietà

collettive, costituite da terre boscose — saltus populares о cussorgie — usate soprattutto

per pascolo del bestiame rude о brado ed anche da campi coltivati, posti intorno

ai villaggi e chiamati prima terras de fune (lotti) о terras populares e più tardi

habitatione dessa villa e poi semplicemente habitacione, alteratosi infine in vidazzone.

Il godimento collettivo delle terre, esercitato a vari titoli, predominava nettamente

e costituiva l'aspetto più caratteristico deH’ordinamento fondiario sardo, basato su

comunità rurali, costituite dal villaggio e dalle terre circostanti di sua pertinenza.

Tali comunità avevano organizzazione autonoma imposta dalle condizioni naturali

e soprattutto dall’isolamento che rendeva necessaria l’autosufficienza.

L ’origine di questo sistema comunitario è controversa: alcuni e prima di tutti

il Gemelli, l’hanno considerato come introdotto dall’esterno e precisamente da popolazioni

germaniche presso cui il godimento collettivo delle terre era norma antica,

descritta già da Tacito. Ma ciò non è ammissibile, essendo stata la Sardegna soggetta

a genti germaniche, i Vandali, per troppo breve tempo e non avendosi prove

che essi praticassero un’agricoltura comunitaria. Questa dunque, deve essere sorta

nell’isola spontaneamente, nel primo Medio Evo, ma per motivi che sono difficili da

chiarire data la mancanza di documenti che non consentono di risalire più in là della

fine dell’XI secolo. Il Le Lannou ritiene che le severe pratiche comunitarie siano

state determinate dalla necessità di difendere le colture dalle greggi migranti in cerca

di pascoli e quindi dalla lotta aspra e incessante tra agricoltori e pastori. Ma si

deve osservare che se questo contrasto secolare ha senza dubbio contribuito a determinare

l’accorpamento dei campi coltivati in un insieme compatto, più facile da

proteggere, non vale però a spiegare l’insorgenza e lo sviluppo delle pratiche comunitarie,

le quali d’altra parte si riscontrano in molti altri paesi europei ed extra-europei,

anche là dove non esistono contrasti tra pastori e agricoltori. E da notare poi che sullo

stesso accorpamento dei coltivi hanno, agito altri fattori e cioè da un lato la distribuzione

naturale dei terreni adatti alle colture, nettamente distinti per i loro caratteri

da quelli votati alla pastorizia, e dall’altro la distanza dal villaggio, la mancanza di

sicurezza e la difficoltà dei trasporti. Comunque sia, l’ordinamento fondiario sardo

ancora nella seconda metà del XVIII secolo era così descritto dal Gemelli : « Le terre

coltivate dividonsi in tanche о serrati e in vidazzoni. Le tanche, così appellate dal sardo

tancare, cioè chiudere, sono terreni serrati di siepe, о di muro; laonde anche serrati

diconsi semplicemente. Questi serrati, andando esenti dal común pascolo, si coltivano

a grado del padrone... e sono gli unici terreni a’ quali rigorosamente competa il nome

di particolari (cioè in proprietà di persone particolari). Ma i serrati costituiscono la

minor parte delle coltivate terre, anzi delle seminali parlando, una menimissima, se

a confronto vengono colle vidazzoni. Intendo per vidazzoni i gran corpi delle terre

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