Mori - 1966 - Sardegna

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Mori - 1966 - Sardegna

seminali del regno in ciascun territorio, i quali sebbene composti di terreni comuni

e di particolari, pure per universale invariabil costume coltivansi nel modo seguente.

Divisi ab antico con una linea ideale in due о più regioni, a misura dell’ampiezza

rispettiva dei territori, una d’esse ogni anno destinasi alla seminagione, restando

l’altra all’uso del pascolare. Le terre della region deputata al seminamento vengono

ripartite ogni anno tra coloro che si offeriscono a coltivarle, e ciò о per sortizione,

о per preventiva occupazione о d’altra guisa giusta il costume del luogo, se le terre

sono comuni, о per libera elezione fattane dal proprietario, se sono particolari. Nel

seguente anno coltivasi l’altra regione, e così successivamente, se in più regioni è il

terreno ripartito, dovendo però sempre rimanere aperte al común pascolo le terre

che riposano, eziandio se partengano a’ proprietari particolari ».

Mezzo secolo dopo, cioè nel 1826, il La Marmora precisava: « Si chiama vidazzone

una parte di terreno coltivata a cereali per un anno. A questo scopo si divide il territorio

di un villaggio in due о tre parti e tutti gli anni una di queste è destinata alla

coltura, mentre le altre restano scrupolosamente al pascolo comune. Questa sistemazione

fa sì che i particolari che possiedono terre comprese nel raggio dei vidazzoni

devono, per conformarsi all’obbligo generale imposto a tutto il distretto, sottometterle

alla ripartizione fissata. Questi vidazzoni si compongono in parte di terreni

accordati ai particolari che si presentano per seminarli e che dopo il raccolto non

hanno alcun interesse acchè i campi che hanno coltivato siano in buono stato, dato

che non hanno più su di essi alcun diritto e che è raro che lo stesso pezzo di terra

possa loro toccare ancora in sorte all’epoca della nuova ripartizione periodica per la

coltivazione del distretto; questa ripartizione avviene generalmente per sorteggio.

Il nome di vidazzoni si dà particolarmente a quella parte del terreno che è seminata

e in piena vegetazione; l’altra, о piuttosto le altre, che sono a riposo, si chiamano

vaberili ».

Da queste citazioni risulta chiaramente che il centro dell’economia rurale sarda

era tradizionalmente la villa, la quale era circondata dai terreni coltivati e cioè

tanche con vigne, orti e olivi e vidazzoni in senso lato, in quanto formati dall’insieme

dei seminativi. Questi ultimi erano divisi in due о più parti di cui una con

rotazione forzata e destinata alle semine per un anno ed è il vidazzone propriamente

detto -e l’altra о le altre erano lasciate a riposo e a pascolo e formavano il controvidazzone

о paberile (da pauperile: terra dei poveri) ove pascolava il bestiame domato

e soprattutto i buoi da lavoro. Accanto al vidazzone si stendevano i beni del demanio

feudale, delle comunità, delle chiese e dei privati dove viveva una rada popolazione

di pastori che attendeva al bestiame brado nei salti montuosi e boscosi о

stepposi, posto tutto intorno a costituire un’ampia fascia di pascoli permanenti più

о meno distanti ed estesi. E importante constatare che in questo complesso gravitante

intorno ad ogni villaggio costituente il suo territorio, la distribuzione delle colture e,

in genere, l’utilizzazione delle risorse ambientali avveniva per zone irregolarmente

concentriche in rapporto col progressivo aumentare delle distanze, che rendeva via

via più difficile la sorveglianza e i trasporti. Questa zonazione del territorio in fasce

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