Mori - 1966 - Sardegna

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Mori - 1966 - Sardegna

economicamente differenziate e quindi ad aspetto assai diverso — campi aperti,

campi cintati, macchie e boschi — si è impressa profondamente nelle campagne,

che ancor oggi ne conservano tracce spesso cospicue risultanti chiare sia sulle carte

topografiche che sulle fotografie aeree. Si tenga presente che oltre ai vidazzoni, alle

proprietà della Corona e della Chiesa e all’esigua proprietà privata, tutti gli altri terreni

col dominio aragonese-spagnolo costituirono patrimonio feudale, su cui però le popolazioni

continuarono ad esercitare diritti di godimento ad esse necessari derivanti

da antiche consuetudini e del tutto analoghi ai nostri usi civici, chiamati ademprivi.

Col tempo, naturalmente, la proprietà collettiva andò riducendosi sia perchè la

ripartizione del vidazzone avvenne ad intervalli via via più lunghi finché dal Seicento

in poi si diffuse l’uso delle concessioni a vita, sia perchè con la diminuzione

della popolazione e il conseguente regresso delle colture nelle terre feudali, i feudatari

furono costretti ad accordare concessioni di vario genere (cussorgie se per pascolo,

orzaline se per colture, ecc.) che costituirono il germe di proprietà private. Queste

tuttavia rimasero di entità relativamente limitata, sicché si può dire che per tutta la

dominazione spagnola e per il primo secolo di quella sabauda, cioè fino al 1820, non

esiste in Sardegna una diffusa proprietà privata. Ma già nel Settecento si era costituita

una corrente nettamente contraria all’uso comune delle terre, di cui si fece autorevole

portavoce il Gemelli il quale vide in questo fatto il motivo principale dell’arretratezza

dell’agricoltura sarda: «Imperciocché — egli dice — nell’ottima coltura

di terreni così accomunati о quasi accomunati, nè possono, nè vogliono a dovere

interessarsi nè i proprietari, nè i coltivatori » in quanto « come i contadini nelle

vidazzoni si interessano per una cosa, che non considerano come propria, e del cui

miglioramento non possono però godere? ». E in una relazione del 1818 la Delegazione

reale di Sardegna precisava; «Il vassallo, non coltivando il suo terreno che

per due о tre anni, si preoccupa solo del raccolto in corso; ecco la ragione per cui

non vi sono nè alberi, nè prati naturali, nè praterie artificiali, nè concimazioni, nè

irrigazioni, insomma nessuna buona pratica colturale. Il contadino si contenta di

seminare e di raccogliere; fatto questo, non appartenendogli più il suolo, è senza

lavoro per tutto il resto dell’anno, con l’unica risorsa del grano raccolto, già quasi

interamente ipotecato dalle spese della coltivazione e da ogni sorta di gravami ».

Considerazioni giustissime e che, per incidenza, spiegano uno dei più notevoli caratteri

del paesaggio agrario sardo e cioè la mancanza о straordinaria scarsezza degli

alberi che in molte parti si nota tuttora.

Come rimedio a questo stato di cose e in ultima analisi per cercare di conciliare

l’agricoltura e l’allevamento, rimasti estranei l’uno all’altro e contrastanti, si venne

prospettando sempre più la necessità di sostituire le proprietà collettive con la proprietà

privata. A tale scopo fu proposta dalla Società reale di Agricoltura e di Economia

di Cagliari, al principio dell’Ottocento, una riforma fondiaria cui fu dato inizio

con la legge delle chiudende emanata con editto del 6 ottobre 1820 da Vittorio Emanuele

I. Essa autorizzava i proprietari e i Comuni a chiudere i terreni in loro possesso,

sempre che non vi fossero servitù di pascolo, abbeverata о passaggio e dava

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