Mori - 1966 - Sardegna

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Mori - 1966 - Sardegna

trattosi per effetto del contingentamento disposto su piano nazionale (664.000 q.

su 2400 ha. nel 1963) ma rimasto pur sempre considerevole. Esso viene lavorato in

due zuccherifici, uno a Oristano e l’altro a Villasor, sicché non solo può essere coperto

il fabbisogno dell’isola ma, occorrendo, ne potrebbe essere destinata una buona

quantità all’esportazione.

Un certo interesse ha anche la coltura dei fiori, sorta pochi anni or sono e che,

se pure limitata a una trentina di ettari — quasi tutti intorno a Cagliari — è già

esportatrice, il che dimostra le sue buone possibilità.

Rimane da parlare della coltura e produzione di foraggere che riveste importanza

particolare per il significato che ha in Sardegna l’allevamento del bestiame. Senonchè

proprio la grande disponibilità di pascoli nudi о cespugliati о arborati e la grande

predominanza dell’allevamento ovino hanno costituito, oltre alle sfavorevoli condizioni

ambientali, un grave ostacolo al diffondersi della coltura foraggera. Ecco perchè di

fronte alla grande estensione dei pascoli e dei terreni a riposo che costituiscono anche

oggi la base fondamentale della produzione foraggera sarda, la superficie coltivata a

foraggi è veramente esigua per quanto sia considerevolmente aumentata negli ultimi

tempi in rapporto con la trasformazione agraria e con l’estendersi dell’irrigazione.

Da circa 9000 ha. nel 1938 tra colture avvicendate e permanenti, si è passati

a 13.000 nel 1946 e a 65.000 nel 1961; di questi la metà è costituita da erbai

annuali misti, poco più di 1/5 da prati artificiali avvicendati (quasi tutti medicai

irrigui) e neppure 1/6 da prati-pascoli. Complessivamente la produzione di foraggi

coltivati è di soli 2 milioni e mezzo di quintali, pari ad 1/6 della produzione totale

che si aggira in media sui 15-17 milioni di quintali. La grandissima parte di questa

massa di prodotto è fornita dai pascoli naturali, che ne dànno circa la metà, e dalla

produzione accessoria (in terreni a riposo, incolti produttivi, boschi, ecc.) che ne

dà un buon terzo. L ’alimentazione del bestiame si basa dunque essenzialmente sulla

produttività dei pascoli la quale è piuttosto scarsa (10-15 qV^a.) e soprattutto soggetta

a forti variazioni da un anno all’altro e da una stagione all’altra con conseguente

grave scarsezza di risorse alimentari di cui il bestiame soffre assai. S’impone dunque

la diffusione dei prati e degli erbai e la conservazione dei foraggi mediante insilamento,

insieme al miglioramento dei pascoli, e queste sono appunto le tendenze attuali

che presuppongono però una profonda trasformazione dell’organizzazione dell’impresa

agraria tradizionale.

Le colture legnose.

Se le colture legnose occupano una superficie limitata e si trovano raccolte per

lo più in zone ristrette e ben delimitate esse, oltre a completare il classico trinomio

agricolo mediterraneo — grano, vite, olivo — forniscono un insieme di prodotti il

cui valore non è molto inferiore a quello ricavato dalle colture erbacee.

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