Mori - 1966 - Sardegna

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Mori - 1966 - Sardegna

colturali, mentre il sistema di allevamento è rimasto quello tradizionale ad alberello,

che meglio si adatta alle difficoltà climatiche come in tante altre regioni meridionali.

Anche il rendimento medio si è andato elevando, tanto che sarebbe addirittura raddoppiato

tra il 1913 e il 1929 ma rimane anche oggi piuttosto basso, superando di

poco i 40 q. di uva per ettaro, ed è soggetto ad oscillare grandemente da un anno

all’altro. Sicché la produzione totale, pur aggirandosi in media sui 2,2 milioni di

quintali, è variata tra 1,7 milioni di quintali nel i960 e i 3,4 del 1962. L ’uva viene

quasi tutta vinificata, tranne un centinaio di migliaia di quintali, per metà costituiti

di uva da tavola e per l’altra metà di uva da vino, consumato allo stato

fresco.

In definitiva si producono in media da 1,5 a 2 milioni di hi. di vino, ma la produzione

è in continuo aumento e nel 1962 ha raggiunto 2,3 milioni di hi., di cui

i 3/4 ricavati nella provincia di Cagliari.

Ma più della quantità è la qualità dei vini sardi che conta e che li rende particolarmente

rinomati e apprezzati. Numerose sono le qualità di vitigni che danno ottimi

vini fini e da pasto ad alta gradazione alcoolica. Tra i più diffusi ricordiamo il

Nuragus, di antichissima origine e coltivato nel Cagliaritano, come il Bovale; il Cannonali,

diffuso soprattutto in Ogliastra e nel Sassarese; il Vermentino di origine corsa

e coltivato in Gallura e nel Montacuto; la famosa Vernaccia dell’Oristanese (con

centro a Soiarussa) e la non meno celebre Malvasia della Planargia e dei dintorni

di Cagliari. Meno importanti, ma pure ben noti, sono il Nasco, la Monica, il Girò,

il Torbato, che danno vini liquorosi ricercati. Questi vini speciali rappresentano però

solo il 13% della produzione, la cui massa è costituita per 3/5 da vini da pasto e

per 1/3 da vini da taglio rossi e bianchi. E questi vini comuni appunto si esportano

sempre più largamente (fino a 434.000 q. nel 1960), mentre paradossalmente l’esportazione

dei vini tipici si è ridotta a quantità relativamente esigue. Ciò è forse cau

sato oltre che dalla forte concorrenza anche dall’insufficiente tipizzazione dei vini

sardi, dovuta al fatto che essi sono prodotti in piccole quantità ripartite tra numerose

cantine. Negli ultimi tempi però notevoli sforzi sono stati fatti in questo settore

con la razionalizzazione delle attrezzature e con lo sviluppo dello spirito associativo

mediante la creazione di numerose ed efficienti cantine sociali, che nel 1961

erano in grado di lavorare 684.000 q. di uve, quantità che salirà a 850.000 q. con

l’ultimazione degli impianti in costruzione. Per dare un’idea dell’importanza dei risultati

conseguiti, basterà dire che mentre ancora nel 1938 le cantine sociali erano ii,

con una capacità complessiva di 310.000 hi., oggi esse sono 34, con una capacità

di 1.224.000 ettolitri. Tra esse spiccano quelle del Campidano vitato (Monserrato,

Quartu, Dolianova), con una capacità di 330.000 hi., cui seguono alla lontana quelle

del Campidano centrale (Serramanna e Sanluri) e quelle del Campidano settentrionale

(Terralba e Mógoro) e di Oristano (con la ben nota cantina sociale della Vernaccia);

altrove stanno alla pari con queste ultime le cantine di Sant’Antioco e Calasetta

nelle isole sulcitane, quella di Jerzu nell’Ogliastra e quella di Santa Maria

La Palma, nella zona di riforma e trasformazione agraria della Nurra.

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