Mori - 1966 - Sardegna

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Mori - 1966 - Sardegna

la olivicoltura si stende su 52.000 ha. ma, al contrario di quanto avviene per la

vite, è localizzata in poche plaghe, tra le quali spicca l’Agro di Sassari che possiede

1/3 degli olivi in coltura specializzata dell’isola, costituenti un bosco di 7000 ha.

che si stende compatto intorno alla città, fino a Sorso e a Tissi. Altri oliveti importanti

si trovano intorno ad Alghero, nella bassa Planàrgia in quel di Bosa, alle falde

del Montiferru verso Cùglieri e Santu Lussurgiu, intorno a Cabras, nei dintorni di

Lanusei, presso Dolianova e tra Pula e Sarròch. Invece in provincia di Cagliari domina

la coltura promiscua, che occupa i 3/5 dell’intera superficie così coltivata.

Ma le pratiche colturali sono ancora per molte parti sommarie sicché, malgrado

la presenza di buone qualità di olivi (l’Olieddu Terzu cagliaritano, la Bosana, l’Oliva

tonda e l’Oliva Palma sassaresi), il rendimento è inferiore a quello medio nazionale

e soprattutto varia assai da un anno all’altro, tanto che rispetto ad una media di

761.000 q. di olive e 93.000 q. di olio del triennio 1959-61, si è avuto, nel 1962,

un raccolto ridotto ad 1/3! Si aggiunga che la raccolta delle olive e la loro manipolazione

lasciano ancora spesso a desiderare, il che influisce negativamente sulla qualità

del prodotto.

C ’è dunque molto da fare ancora per estendere e migliorare l’olivicoltura per il

cui incremento è in atto un vasto piano di trasformazione degli olivastri (3 milioni

di piante) redatto dalla Regione e che dovrebbe far aumentare di 33.000 ha. la superficie

ad olivi.

Le altre colture legnose sono costituite da alberi fruttiferi svariatissimi, ricoprenti

una superficie di circa 52.000 ha., soprattutto a coltura promiscua e per 4/5 nella

provincia di Cagliari, che producono modeste quantità di frutta secche e polpose

(specialmente fichi d’india, fichi, pere e pesche) generalmente non sufficienti per il

consumo, per quanto di recente i pescheti si siano assai estesi (oltre 3000 ha.) e

forniscano tra i 100 e i 150.000 q. di frutti.

Meritano peraltro particolare menzione il mandorlo e gli agrumi, per il loro significato

sia economico che agrario.

Il mandorlo è di diffusione abbastanza recente, visto che ne parla per primo il

La Marmora, come di pianta coltivata in frutteti e giardini e soprattutto nelle vigne

e il cui prodotto alimentava già una certa esportazione. Si è esteso poi facilmente

perchè prospera bene nell’ambiente sardo e perchè, come pianta colonizzatrice di

modeste esigenze può valorizzare terreni poveri: perciò viene piantato anche dai

pastori qua e là nei pascoli cespugliati ed anche negli oliveti costituiti mediante innesto

degli olivastri, in cui il mandorlo, insieme al pero innestato sul perastro

(pirastru), ha la funzione di riempire i vuoti. Perciò prevale largamente la coltura promiscua

(circa 20.000 ha.) su quella specializzata (solo 6000 ha.) che si trova nelle

parti più asciutte dell’isola e soprattutto sulle colline intorno al Campidano di Cagliari,

nel Campidano centrale intorno a Sanluri e San Gavino, sicché nel Cagliaritano

sono concentrati i 4/5 della coltura e si raccoglie una egual parte del prodotto. Si

tratta di 130-140.000 q. che pongono la Sardegna al 4° posto tra le regioni italiane

e che sono quasi tutti esportati.

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