Mori - 1966 - Sardegna

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Mori - 1966 - Sardegna

tizie. Quivi successivamente la coltura si estese per l’aumento della richiesta locale

di agrumi e si sono formate così due magnifiche oasi suddivise in centinaia di fiorenti

« giardini » della superficie media di mezzo ettaro che si allungano ai lati dei due

Riu Mannu da cui prendono acqua sapientemente distribuita. Nel secolo scorso la

coltura si diffuse a Villacidro, lungo il Rio Leni nel Campidano e dinanzi a M u­

ravera nella bassa valle del Flumendosa: sono queste anche oggi le località agrumicole

più significative dove le colture specializzate hanno l’aspetto di un vero bosco. Ad

esse se ne sono aggiunte poi altre minori a Tortoli, Bosa e altrove e in epoca recente

quelle in coltura promiscua nelle zone di bonifica (Arborea, Oristanese, Sulcis), rafforzando

così il predominio della Sardegna meridionale e occidentale, climaticamente

più favorevoli.

L ’agrumicoltura è dunque in via di forte incremento ed occupava nel 1962 una

superficie di 6000 ha. di cui 1800 in coltura specializzata costituita quasi esclusivamente

da aranceti, con fulcro a Milis (milesu è infatti, e più era sinonimo di venditore

d’aranci); invece la coltura promiscua è suddivisa in parti poco diverse tra

colture di aranci, mandarini e limoni. La produzione dall’anteguerra ad oggi è pressoché

quadruplicata e si aggira sui 260.000 q., per 4/5 costituiti da aranci, poi da

mandarini e da limoni, assorbiti tutti dal mercato locale, di cui però non soddisfano

ancora il fabbisogno. L ’agrumicoltura ha dunque un buon avvenire.

I prodotti dei boschi e la silvicoltura.

Come si è detto, l’inconsulto diboscamento verificatosi nel secolo scorso distrusse

i 3/4 del patrimonio forestale dell’isola, sicché essa oggi, con i suoi 321.000 ha.

di boschi tra pure e miste (pari al 13,8% della superficie agro-forestale), é tra le

regioni italiane meno boscose, anche se possiede in più vaste estensioni di macchia.

Si tratta poi quasi interamente di boschi di latifoglie, in parte degradati, sicché la

loro importanza economica, da un punto di vista generale, é ben scarsa. La produzione

legnosa non é soddisfacente sia per qualità, in quanto non si produce legname

da opera vero e proprio (tavolame, refilati, ecc.), ma quasi esclusivamente traverse

ferroviarie e puntoni da miniera, sia per quantità, poiché si ricavano solo 20.000 me.

di legno da lavoro (per metà costituito da paleria e 1/4 da traverse). Ciò pone la

Sardegna al terz’ultimo posto tra le regioni italiane, superata solo dalle Marche e

dalla Puglia. Da notare solo una discreta estensione degli eucalipti che va accrescendosi

perché il loro legno trova impiego nella fabbricazione della cellulosa.

Maggiore importanza ha la produzione di combustibili vegetali: circa 100.000 tonn.

di legna da ardere, fasciname abbondante e soprattutto carbone, il quale però é ridotto

oggi a quantità assai modeste. Le massime sono state raggiunte intorno al 1930-33

quando il carbone veniva inviato in copia alle regioni italiane continentali ed era altresì

esportato in Spagna ed in Francia attraverso il porto di Cagliari ed alcuni portic-

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