Mori - 1966 - Sardegna

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Mori - 1966 - Sardegna

C apitolo D odicesimo

L ’A T T IV IT À INDUSTRIALE E COMMERCIALE

I giacimenti minerari.

Se l’attività artigianale è stata in tutte le epoche largamente praticata, le industrie

hanno avuto in Sardegna scarso e tardivo sviluppo per la mancanza di capitali, per

la scarsezza di mano d’opera e per la deficienza di energia e di iniziativa. Ancora

nel 1961, infatti, solo il 31% della popolazione attiva era occupato nelle industrie

(contro oltre il 40% della media nazionale) e neppure una metà di questa aliquota

era addetta alle industrie manifatturiere, con un numero di operai tra i più bassi

d’Italia. Eppure nell’isola esistono risorse svariate e importanti, e prima di tutto

cospicue ricchezze minerarie per cui essa è famosa fin dall’antichità.

Infatti i massicci cristallini e metamorfici della Sardegna meridionale — Iglesiente,

Sulcis e Sàrrabus — e della Nurra contengono numerosi depositi metalliferi, tra cui

predominano largamente quelli complessi di piombo argentifero e zinco, con galena,

blenda e calamina, che sono i più ricchi d’Italia. Si trovano pure giacimenti di antimonio,

arsenico, rame, manganese ed anche di ferro. Inoltre abbondano minerali

non metalliferi e soprattutto il caolino, barite, fluorite, talco, steatite, nonché combustibili

fossili, di cui il più noto e il più abbondante è il carbone del Sulcis. La Sardegna

è perciò la regione italiana che ha la maggior varietà di risorse del sottosuolo

ed è superata solo dalla Toscana per valore complessivo della produzione, che si

aggira in media su una trentina di miliardi di lire (tra produzione mineraria, metallurgica

e delle cave); poco inferiore, quindi, a quello delle colture erbacee. Tuttavia

l’attività mineraria sarda è stata rivolta sino alla metà del secolo scorso essenzialmente

allo sfruttamento dei giacimenti di piombo argentifero.

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