Mori - 1966 - Sardegna

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Mori - 1966 - Sardegna

Ben altra importanza ha la barite, la cui produzione ebbe un primo forte incremento

nel 1935, collegato col suo uso nell’industria del litopone e, dopo la stasi

bellica, una rapida ripresa determinata dall’esportazione verso l’Europa occidentale

della barite da riduzione. La quantità estratta dalle otto miniere poste quasi tutte

neU’Iglesiente e dove lavorano 300 о 400 operai ha raggiunto 77.000 tonn. nel i960,

ma si è ridotta nel 1963 a 59.000, pari a oltre metà della produzione italiana; ma

essendo le possibilità sarde tecnicamente notevoli, pur disperse in numerosi centri

produttivi, l’industria della barite si presenta sana, nonostante la variabilità della

produzione in conseguenza del basso valore del minerale e delle frequenti oscillazioni

cui è soggetto.

In pieno e costante sviluppo è la produzione della fluorite, assai richiesta sul mercato

internazionale per il suo alto tenore in fluoro. Dalle quattro miniere del Fluminese,

del Sàrrabus e di Sàrdara (ove lavorano 500 operai) si è giunti ad estrarre

nel 1963 oltre 48.000 tonn. di fluorite (quasi un terzo del totale nazionale), inviate

in gran parte all’estero attraverso il porto di Cagliari.

Infine merita un cenno la produzione del talco e della steatite, che si effettua principalmente

nella regione di Crani da parte di oltre 200 operai, i quali ricavano sulle

30.000 tonn. di minerale che rappresentano un terzo della produzione italiana e che

sono esportate in continente.

I combustibili fossili.

Il giacimento carbonifero del Sulcis, scoperto nel 1851, costituisce senza dubbio

risorsa importante, il cui sfruttamento, peraltro, è stato in rapporto con condizioni

non tanto economiche quanto politiche e sociali. Nella seconda metà del secolo

scorso e fino al primo conflitto mondiale, l’attività mineraria si esercitò sugli affioramenti

agli appoggi della formazione negli scavi a giorno di Bacu Abis e di Terras

Collu, ricavando quantità non superiori per lo più alle 25.000 tonn. annue, che non

subivano alcun arricchimento. In sèguito la produzione venne incrementata dalle

necessità belliche, raggiungendo un massimo di 83.000 tonn. nel 1918 e si flesse poi

fino alle quote iniziali data la concorrenza del carbone estero per la crisi economica.

Dopo il 1934, però, in clima di economia autarchica, l’intervento statale promosse

la realizzazione delle opere per la prospezione e la valorizzazione intensa del bacino

carbonifero, costituendo a questo scopo l’Azienda Carboni Italiani e la Società Carbonifera

Sarda о Carbosarda. Per effetto dei poderosi mezzi impiegati e dell’afflusso

dal continente di abbondante mano d’opera, salita a ben 15.000 unità, la produzione

crebbe rapidamente fino a toccare già nel 1940 il massimo assoluto di 1.296.000 tonn.,

ottenuto dalle nuove miniere di Cortoghiana, di Sirài e soprattutto di Serbariu, che

nei tempi più recenti ne ha fornito la maggior parte. Questa fervida attività ha avuto

vistosi riflessi antropici, tra cui l’insorgenza di nuovi villaggi e dei due grossi centri

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