Mori - 1966 - Sardegna

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Mori - 1966 - Sardegna

dell’energia erogata, si manifestò subito la necessità di costruire degli impianti termoelettrici

integratori, sicché la S.E.S. mise in opera successivamente, oltre alla

prima centrale termica di Cagliari, già ricordata, l’altra di Porto Vesme, in funzione

delle vicine miniere e alimentata con carbone sardo, e soprattutto quella ben più

importante di Santa Gilla, sorta nel 1924 alla periferia di Cagliari allo scopo di fornire

energia alla città e provvista di una turbina della potenza di 8800 kW. Comunque,

durante quasi tutto il periodo tra le due guerre mondiali, la produzione

di energia idroelettrica ha sempre superato largamente quella di energia termoelettrica.

Ma proprio alla vigilia dell’ultimo conflitto mondiale, lo sfruttamento intensivo

del bacino carbonifero ha alterato profondamente i dati del problema in quanto rese

necessario completarne l’attrezzatura con una centrale annessa alle miniere, allo scopo

di utilizzare il minuto e in genere il combustibile scadente. Fu costruita per questo

nel 1939, in vicinanza del Porto di Sant’Antioco, la grande centrale di Santa Caterina,

provvista di quattro gruppi di turboalternatori della potenza complessiva di

40.320 kW. Ciò ha provocato in pochi anni il rovesciamento della situazione: mentre

ancora nel 1939 su una produzione totale di 206 milioni di kWh, 89 milioni (pari

al 43,2%) erano di energia termoelettrica, nel 1942 su un totale di 273 milioni

di kWh, essi erano saliti a 150 milioni (55% del totale). Questo predominio degli

impianti termici è durato praticamente fino al 1949, perchè è rimasto ed anzi si è

accentuato con la ripresa postbellica tanto che in quello stesso anno su 300 milioni

di kWh prodotti, ben 202 milioni furono termici.

Successivamente la crisi del bacino carbonifero e la necessità di aumentare la

produzione dell’energia elettrica per il fabbisogno sempre crescente delle miniere e

dell’elettrificazione e come base per lo sviluppo industriale, posero nuovi problemi,

sicché si accelerò la costruzione di un terzo grande impianto idroelettrico, quello

dell’alto Flumendosa, già iniziato nel 1928 e sospeso nel 1931 per la crisi economica

e per il prevalere dell’indirizzo termico. Fra già ben chiara, peraltro, la sua importanza

non solo ai fini dell’aumento della produzione di energia, ma anche per il

sostanziale miglioramento dell’intero sistema elettrico sardo. Fsso, infatti, è un impianto

a carattere montano ad alta caduta e quindi, al contrario degli altri, scarsamente

soggetto alle oscillazioni di origine climatica, sicché vale a integrare la produzione

degli impianti del Tirso e del Coghinas e ad attenuarne le variazioni, che

fra un anno e l’altro possono essere perfino del 40%.

Il complesso dell’alto Flumendosa, entrato in funzione nel 1949, costituisce

un’opera di grande valore tecnico che utilizza razionalmente le acque del lago-serbatoio

(58 milioni di metri cubi), ottenuto sbarrando il fiume con la diga a gravità

di Bau Muggeris, lunga 235 m. ed alta 58. Poiché il lago si trova a 800 m. di altitudine,

si rende utilizzabile un dislivello complessivo di 718 m. che è stato diviso

in tre salti. Il primo, di m. 129,4 è ricavato completamente in caverna e fa capo ad

una centrale pure sotterranea. A questa segue una lunga galleria (km. 7,3) che

sbocca in una vasca di carico da cui ha inizio la condotta forzata all’aperto per il

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