Mori - 1966 - Sardegna

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Mori - 1966 - Sardegna

che nel 1961 esistevano 15.666 unità locali con 75.192 operai, ma per le industrie

manifatturiere solo 13.017 impianti con appena 36.369 operai; questo poneva la

Sardegna rispettivamente al 14° e al 16° posto tra le regioni italiane, terz’ultimo

questo dopo l’Umbria e la Basilicata. Ciò significa che il numero medio di addetti

per ogni unità locale era solo di 48 persone e solo di 27 per le manifatture contro

una media nazionale di 73. Ma ben più grave è la constatazione che Г87% degli

impianti industriali aveva, nel 1961, meno di 5 addetti e 3/4 di questi addirittura

meno di 2, mentre appena il 7,5% ne avevano più di io; vero è che questi

raccoglievano il 61% degli operai, ma si deve considerare che circa 1/4 di essi

era addetto non a industrie manifatturiere, ma ad attività estrattive cui appartengono

le uniche grosse aziende. Un’apposita indagine eseguita nel 1958 dalla stessa

Commissione di studio per il Piano di Rinascita ha stabilito che, tranne rare eccezioni,

vere industrie erano solo quelle con un numero di dipendenti non inferiore

ai 50 e che di queste se ne trovavano solo 26 con 2327 operai.

Se poi si prende in considerazione la forma giuridica delle imprese о ditte industriali,

secondo il loro numero sia nel 1951 che nel 1961, si vede che il 93% di

queste era costituito da ditte individuali, appena lo 0,6% da società per azioni,

cooperative e in accomandita, il 6% da altre forme societarie (in nome collettivo,

di fatto, ecc.) e infine lo 0,7% da enti. Predomina dunque largamente la forma

di impresa più rudimentale, che pure accoglie circa i 3/5 degli addetti e che testimonia

di una struttura industriale estremamente frazionata e di un mondo economico

attardato, poco adatto all’acquisizione di sistemazioni tecniche e mercantili

razionali e produttive.

Una riprova della scarsa importanza delle industrie manifatturiere è costituita

dalla modesta quantità di energia elettrica che vi è impiegata: appena 143 milioni

di kWh nel 1961, cioè neppure 1/4 del consumo totale, contro 163 milioni usati

per usi domestici e 175 milioni dalle industrie estrattive.

Occorre dire, per vero, che nell’ultimo decennio ha avuto inizio un’apprezzabile

evoluzione del quadro industriale sardo, sia per l’insorgenza di alcune nuove importanti

iniziative, sia soprattutto per una modificazione della struttura produttiva con

un passaggio di operai dalle industrie estrattive a quelle manifatturiere ed edilizie

ed anche con una certa concentrazione aziendale. Tutto ciò per effetto di cospicui

finanziamenti erogati a partire dal 1953 da un apposito istituto regionale di credito

industriale denominato « Credito Industriale Sardo » (C.I.S.) con la partecipazione

della Cassa del Mezzogiorno.

Questi finanziamenti, insieme a facilitazioni fiscali e tariffarie e a consistenti contributi,

hanno determinato condizioni assai favorevoli e incentivi che hanno attenuato

molto gli aspetti sfavorevoli, anche per l’avvenuta costituzione di un non trascurabile

mercato locale e per il miglioramento delle comunicazioni col continente.

Naturalmente esistono fortissime differenze nel grado di industrialità delle tre

province sarde, predominando largamente quella di Cagliari che possiede la metà

degli impianti industriali e quasi i 3/5 degli addetti; segue Sassari con poco meno

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