Mori - 1966 - Sardegna

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Mori - 1966 - Sardegna

vere oasi di agricoltura intensiva, indirizzata non solo alla cerealicoltura ma anche

alle colture legnose (olivi soprattutto, poi viti ed alberi da frutto) e corredata da un

certo allevamento bovino. Sull’alto ciglione basaltico, in posizione difensiva, sono

allineati Flussio, Tinnùra e Tresnuraghes (2000 ab.), il cui nome mette in evidenza

la frequenza delle costruzioni nuragiche nella zona; e più nell’interno è Suni

(1700 ab.), nodo stradale situato in posizione dominante (333 m.) rispetto alla regione

circostante, caratteristico per le nere case di basalto. Tuttavia quasi la metà

dei 17.000 abitanti della Planàrgia, che vivono tutti accentrati, abita nella pittoresca

cittadina di Bosa, situata sul Temo a breve distanza dalla sua foce, in territorio

di tufi trachitici piuttosto fertili. Si tratta di un centro di origine cartaginese,

porto sull’unica foce fluviale navigabile della Sardegna, municipio romano, ricordato

da Tolomeo e dagli Itinerari; ebbe strade che lo congiungevano a Tharros e Cornus

da un lato, a Turris dall’altro; i Malaspina vi costruirono nel Medio Evo il Castello

di Serravalle, che ancora domina la città dall’alto di un colle. Bosa è oggi rinomata

per la malvasia prodotta nel suo territorio e per Г artigianato dei merletti, al quale

si dedica buona parte della sua popolazione femminile, ma vanta altresì piccole

industrie agricole e conciarie, un modesto porto peschereccio e una spiaggia (Bosa

Marina) discretamente frequentata dai forestieri. Una certa importanza ha pure

Sindia (2800 ab.), villaggio situato ad oltre m. 500 s. m., ai piedi del Monte Rughe,

non lontano dall’abbazia cistercense di Santa Maria di Corte, fondata nel 1547 da

monaci di Citeaux inviati da San Bernardo su richiesta del giudice di Torres.

Il Montiferru.

A chi si avvicini al Monte Ferru, da qualunque parte provenga, apparirà lo stesso

spettacolo: un grande cono appiattito alto un migliaio di metri, dal diametro di una

diecina di chilometri, semplice e regolare nelle sue forme generali, inciso localmente

da valli fortemente incassate che discendono radialmente da ogni lato salvo che da

nordest, dove la montagna è saldata col Màrghine e la Campeda. Si tratta di un

vulcano di tipo etneo — e in questo senso è stato chiamato 1’« Etna sardo » — costituito

da un’ossatura centrale formata da lave trachitiche, allineate lungo un asse

diretto da nordest a sudovest, e da fianchi più acclivi formati da colate basaltiche

posteriori alle lave centrali, che esse rivestono con i loro pesanti drappeggi. Le forme

spianate della sommità del vulcano corrispondono a colate trachitiche, le asperità

che vi si trovano intorno a camini e guglie che l’erosione ha liberato dai tufi meno

resistenti. Quest’armatura centrale è stata sfrondata della copertura basaltica, che in

altri tempi dovette ricoprirla e che ha largamente contribuito all’edificazione di questo

cono dalle pendenze regolari: i basalti, estremamente fluidi, si espansero sui fianchi

del vulcano partendo da un gran numero di bocche e rimangono oggi a costituire

una larga corona di altopiani che circonda tutto il monte.

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