Mori - 1966 - Sardegna

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Mori - 1966 - Sardegna

La città, pur avendo un certo risveglio col governo piemontese, concretatosi anche

in limitati ampliamenti topografici (cattura del borgo di Sant’Avendrace, estensione

di Villanova e La Vega) conservò il suo carattere medievale sin alla seconda metà

dell’800 persistendo la divisione in varie parti non amalgamate e, fino al 1848, con

amministrazione propria. E stato solo dopo il 1862, quando la città ha cessato di venir

considerata piazzaforte che, una volta svincolata dalle costrizioni imposte al suo sviluppo

dalla presenza delle fortificazioni, si potè effettuare un vero rinnovamento

urbanistico. Infatti lo smantellamento della cinta muraria della Marina, oltre a determinare

un opportuno snellimento della struttura topografica della città bassa, fervida

di attività, e ad agevolare il collegamento tra le sue varie parti, ha permesso

di tracciare le principali vie del centro: da un lato il Largo Carlo Felice che, simile

ad una rambla spagnola, è oggi l’arteria più vitale del traffico cittadino, dal lato

opposto Viale Regina Margherita e lungo il mare la Via Roma, divenuta l’arteria

elegante della città e collegamento principale, assieme alla Via Manno, tra i quartieri

orientali e quelli occidentali. Inoltre il livellamento della controscarpa delle

fortificazioni del Castello ha permesso lungo il fianco orientale del colle la creazione

dei viali panoramici Regina Elena e Buon Cammino e, dal lato meridionale,

della Piazza Jenne e della Piazza Martiri. Tra esse si è costituito il centro principale

della città, alla saldatura dei quattro quartieri storici e intorno al Bastione

San Remy, magnifica balconata sul grandioso panorama tra i Sette Fratelli ed i

monti del Capoterra. Contemporaneamente si sono verificate trasformazioni via via

più notevoli nella linea di costa lungo la città in rapporto con la costruzione di

opere portuali sempre più importanti, ben visibili nella pianta.

Nel frattempo l’aumento della popolazione, prima modesto (da 25.000 a 31.000 abitanti

tra il 1816 e il 1861), poi d’intensità crescente fino a portare ad un primo raddoppiamento

nel 1921 (61.400 ab.) e ad un secondo raddoppiamento nel 1958

(127.000 ab.), ha provocato lo sviluppo via via crescente delle costruzioni con variazioni

cospicue della topografia cittadina, in relazione anche con l’evolversi dei criteri

urbanistici, i quali dettero alla nuova edilizia carattere sempre più estensivo. Ciò

è dimostrato dal fatto, rilevato dalla Terroso Asole, che mentre tra il 1861 e il 1958

la popolazione si è quadruplicata, la superficie della città è aumentata di 12 volte,

sicché la densità media è scesa da 264 a 84 abitanti per ettaro. È anche avvenuto

un certo sfollamento del centro cittadino con riflusso verso le parti nuove, ma i

vecchi quartieri coi sòttani e le abitazioni antigieniche sono rimasti sovrapopolati

(400 ab. per ha.) sebbene accolgano solo 1/3 della popolazione, mentre i nuovi rioni

hanno affollamento assai minore (50-60 ab. per ha.).

Il processo di espansione accelerata si è verificato soprattutto nell’ultimo dopoguerra,

con una ripresa spettacolosa dopo le gravissime distruzioni belliche, in

quanto sostenuto sia dalla nuova funzione amministrativa come sede del Governo

regionale sardo, sia da un considerevole sviluppo commerciale e industriale, sia da

cospicue immigrazioni provenienti per 3/4 dalla Sardegna stessa e per 1/4 dal continente

(Toscana, Campania, ecc.). Si tenga conto che nel 1961 la popolazione del

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