Mori - 1966 - Sardegna

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Mori - 1966 - Sardegna

cui mani erano sia le esportazioni, costituite come nell’epoca precedente dai prodotti

dell’agricoltura e della pastorizia, dal sale e dai minerali, sia le importazioni

consistenti soprattutto in generi di prima necessità e in tessuti. In definitiva circa

metà del reddito dei feudi andava a finire in Spagna e una buona parte andava a

beneficio della Chiesa.

Col XVII secolo la situazione generale migliora alquanto per alcune provvidenze

prese da Filippo III e Filippo IV (riordinamento dell’amministrazione, provvedimenti

per incoraggiare l’agricoltura, istituzione dei Monti granatici di credito, fondazione

delle due Università di Cagliari e Sassari). Tale relativo miglioramento determinò

una certa ripresa demografica, sicché alla fine del XVIII secolo la popolazione

dell’isola salì a quasi 300.000 anime.

Inoltre sul finire del ’600, la relativa, prolungata tranquillità della regione favorì

l’inizio di un moto di colonizzazione spontanea consistente sia nel ripopolamento

di vari centri abbandonati nei secoli precedenti, specialmente nei Campidani, nel

Capoterra e nel Sulcis, sia soprattutto nel trasferimento di pastori in corrispondenza

dei pascoli da loro frequentati e più raramente di agricoltori con un conseguente

sia pur rado popolamento di varie regioni periferiche: cominciarono così a sorgere

nella Nurra i cuili (covili), in Gallura gli stazzi che presero anche funzione agricola,

nel Sàrrabus i bacciles (vaccherie) e nel Sulcis i medaus (cui fanno riscontro i

metati del continente) questi per opera dei pastori barbaricini ivi transumanti.

Sempre nel Sulcis ebbero origine, a partire dalla seconda metà del ’700 casette rurali

sparse chiamate furriadroxius, nel significato di rifugi campestri.

Tuttavia ormai il dominio spagnolo volge al tramonto, ostacolato anche dal

progressivo risveglio della coscienza politica dei Sardi, sollecitata dall’opera di

nobili ingegni come quelli degli storici G. F. Fara (1543-1591) che scrisse anche la

prima Chorographia Sardiniae, Sigismondo Arquer e Giorgio Aleo; dei giuristi

Olives, Vico, Niccolò Pilo e Pietro Quesada e di alcuni scrittori e poeti.

Il periodo sabaudo fino alPUnità d’Italia.

Dopo la guerra di successione spagnola, la Sardegna, col trattato di Rastadt

(1714) passa agli Absburgo che poco dopo, per effetto del trattato di Londra del 1718,

la cedono ai Savoia in cambio della Sicilia. Così il giorno 8 agosto 1720 il primo Viceré

piemontese prese possesso dell’isola e i Duchi di Savoia assunsero il titolo di re di

Sardegna, che conservarono fino all’unificazione d’Italia.

Per quanto una clausola del trattato di cessione disponesse di lasciare pressoché

inalterate le istituzioni, l’apparato governativo (basato su una Reale udienza divisa

in tre Camere) nonché i privilegi aragonesi, Vittorio Amedeo II riordinò l’amministrazione

limitando le prerogative del Viceré, attese alla pacificazione interna e soprattutto

dispose lo studio delle condizioni locali e dei problemi isolani, indispen­

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