Molière. Traduzioni per la scena di Luca Micheletti

falsopiano

FALSOPIANO

MOLIÈRE

La scuola delle mogli

Tartufo, o L’impostore

Il medico controvoglia

Le furberie di Scapino

Traduzioni per la scena di

Luca Micheletti


FALSOPIANO

LA FENICE

una collana diretta da Roberto Morpurgo


EDIZIONI

FALSOPIANO

MOLIÈRE

La scuola delle mogli

Tartufo, o L’impostore

Il medico controvoglia

Le furberie di Scapino

Traduzioni per la scena di

Luca Micheletti


INDICE

Nota del traduttore p. 9

La scuola delle mogli p. 11

Tartufo, o L’impostore p. 95

Il medico controvoglia p. 187

Le furberie di Scapino p. 243

Note p. 317

Postfazione

di Roberto Morpurgo p. 322


Nota del traduttore

Raccolgo in volume quattro versioni da Molière ognuna delle quali è nata per

una messinscena a mia cura. Si tratta di due grandi commedie in cinque atti in versi,

tra le più celebri e perseguitate del grande drammaturgo (La scuola delle mogli e Tartufo,

o L’impostore), cui affianco due fortunate farse in tre atti in prosa (Il medico controvoglia

e Le furberie di Scapino).

Se ciascuna conversione linguistica è sempre e comunque orientata dal contesto

e da chi la tenta, queste, mi sembra, cercano – ciascuna a suo modo – un’identità

particolare. In sostanza, sono sì delle traduzioni filologicamente avvertite del testo

francese di partenza, ma sono anche dei copioni in qualche modo pronti all’uso e, di

più, già sperimentati. Se questo limiterà il loro utilizzo, asseconderà almeno la vocazione

dei testi originali, tutti creati – come ben si sa – sempre a ridosso della loro

andata in scena e, anzi, in funzione di essa.

Solo poche precisazioni stilistiche: le prime due commedie sono in versi alessandrini

per ragioni ovviamente canoniche; eppure, mi pare, al di là della regola formale,

il loro peculiare andamento metrico e rimico conferisce alla vicenda vis satirica e

speciale pregnanza. Sono entrambe, infatti, pièce che trattano degli inconvenienti del

linguaggio, che elevano la parola a pericoloso dispositivo mistificatorio e demistificatorio.

Nella Scuola delle mogli tutte le azioni hanno luogo fuori scena e vengono narrate,

a posteriori, sul palcoscenico: i personaggi (specialmente il protagonista) si abbandonano

a preziosi monologhi – detti in una lingua semplice e raffinatissima, tersa e

umoristica – che ricostruiscono e commentano le avventure celate agli occhi del pubblico,

imprigionandosi da soli in una ragnatela di parole. E tutto questo, per un meraviglioso

argutissimo paradosso, avviene proprio nella commedia dei non detti e delle

confessioni, in cui i dialoghi sono tutti costruiti sul parlar troppo dell’uno e sul tacere

dell’altro, oppure sullo spifferare inconsultamente i propri casi ad orecchie sbagliate.

Ho scelto l’endecasillabo sciolto (con rare effrazioni metriche), forma classica

per eccellenza della nostra tradizione, utile a rimbastire la parodia d’una vera e propria

tragedia (grottesca) delle cieche passioni e degli atti inconsulti.

In Tartufo opto invece per una restituzione metrica più conservativa dell’originale

e traduco in doppi settenari a rima baciata, a calco del francese. Attraverso una

lingua “impossibile”, assolutamente altra dal quotidiano – eppure, anche in questo

caso, assai vitale e a suo modo “realistica” – cerco di ridare al testo quell’andamento

malioso, quella musicalità sghemba e allarmante con cui Molière lo pensò: il plagio

e la seduzione di Tartufo passano soprattutto dalle parole, quasi formule magiche,

sofisticate tiritere di cui egli si serve per travestire la realtà mutandone i connotati.

I personaggi cavalcano un’onda verbale poderosa, ipnotica; le soluzioni rimiche

sono facili e grandi, la struttura metrica è in questo caso una prigione invalicabile.

Come rinunciarvi?

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Le due farse in prosa sono un esercizio di rapidità e di concretezza: tutto il contrario

delle commedie in versi – costruite su tempi di moderato e di adagio –; sia nel

Medico controvoglia sia nelle Furberie di Scapino è tutto un susseguirsi di allegro con brio e

di prestissimo. In esse, come il genere esige, molta gaiezza e qualche momento brutale,

la cui crudezza è solo apparentemente diminuita dalla convenzione. Ho cercato

una lingua stretta, secca, con qualche impronta dialettale e qualche idiomatismo, a

volte forzando un po’ l’originale e anche l’italiano, a tutto vantaggio di una restituzione

dinamica e distintiva: il codice della farsa non è che di rado, infatti, quello realistico;

bensì, quasi sempre, quello della stilizzazione virtuosistica, dell’impressionismo,

dell’arguzia inattesa. Ciò mi ha spinto a inventare soluzioni speciali, rischiando

la foggia di idiomi domestici, ma dotati d’un che di immaginario.

Infine, in tutti e quattro i casi, mi sono sforzato di limitare impertinenze e

ammodernamenti pretestuosi, aggiornamenti analogici e traslati semantici. Ma non

sempre ho lasciato che il mio sforzo superasse la tentazione (degli scarti più larghi

rendo conto in nota): la materia mi pare lo imponga, il riso – come Molière ben

sapeva – è un feroce meccanismo che divora il cibo di cui si nutre, e il teatro per

essere vivo è condannato al qui ed ora, malgré lui.

Le didascalie interne al testo sono tutte molieriane, salvo rare eccezioni in cui

sono intervenuto per chiarire il contesto o l’interlocutore, quando mi è sembrato

che qualcosa si potesse fraintendere. Le note a piè di pagina – che ho cercato di limitare

solo a pochi chiarimenti di resa – sono tutte del traduttore.

Una specifica generale sulla restituzione delle forme di cortesia: per ragioni diverse,

per tradurre il “voi” francese ho scelto di preferenza il “tu”, quando un contesto

di confidenza, di parentela, di vicinanza spirituale o situazionale me lo consentiva;

oppure, differenziando in “voi/lei”, secondo valutazioni pertinenti il singolo caso.

Nella Scuola delle mogli, il “lei” prende il posto del “voi”. L’esito è così un vivido e umoristico

cortocircuito tra la commedia antica e i nostri modi presenti, in cui, salvo usi

regionali specifici, il “lei” prevale. Lo stesso dicasi per Il medico controvoglia. In Tartufo e

nelle Furberie di Scapino, invece, quando il “tu” non prende il sopravvento, i personaggi

si relazionano con il “voi”: la scelta si deve qui esclusivamente a ragioni d’ambientazione.

Nella prima commedia, che si svolge a Parigi, mi sembra che il “voi” restituisca

un andamento francesizzante particolarmente congruo e sapidamente affettato

(per questo conservo quasi sempre anche le forme “monsieur/madame” non traducendole

qui in “signore/signora”); nella seconda, è invece il calco di un costume campano

che mi fa preferire il “voi”, visto che la scena è a Napoli.

Per i testi francesi di riferimento ho seguito le edizioni stabilite da Gabriel

Conesa (www.toutmolière.net) a partire dalla loro prima pubblicazione con Molière

ancora in vita, conservate alla Bibliothèque Nationale de France, solo occasionalmente

emendate grazie al confronto con l’edizione postuma di Vivot e La Grange

del 1682.

L.M.

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LA SCUOLA DELLE MOGLI

(1662)

Personaggi:

CORNELIO 1 , o anche Signor Del Ceppo

AGNESE, innocentina cresciuta da Cornelio

ORAZIO, innamorato di Agnese

ALANO, contadino, al servizio di Cornelio

GIORGETTA, contadina, al servizio di Cornelio

CRISALDO, amico di Cornelio

ENRICO, cognato di Crisaldo

ORONTE, padre di Orazio e grande amico di Cornelio

Un notaio

In una piazza cittadina.

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ATTO I

Scena prima (Crisaldo, Cornelio)

CRISALDO

Vuoi sposarla davvero, hai detto questo?

CORNELIO

Sì, voglio che sia fatto entro domani.

CRISALDO

Siamo da soli qui, credo si possa

parlare senza il rischio che ci sentano.

Posso, per amicizia, aprirti il cuore?

Il tuo progetto mi fa assai paura.

Mettila come vuoi: per te, sposarti

è una risoluzione azzardosissima.

CORNELIO

È vero amico. So che a casa tua

trovi motivi per mettermi in guardia;

e forse, la tua testa ti ricorda

che non c’è matrimonio senza corna.

CRISALDO

Non c’è tutela, sei in balia del caso;

mi sembra sciocco stare a scervellarsi.

Temo per te, ma parlo di un fastidio

che cento altri mariti hanno sofferto:

tu stesso critichi piccoli e grandi,

nessuno è mai sfuggito dal piacere

che provi, sempre e ovunque, a dire male

dei panni sporchi di questo o di quello…

CORNELIO

Be’ certo, ma c’è un posto a questo mondo

con mariti più becchi che da noi?

Non se ne vedono per tutti i gusti?

gente che in casa propria si rovina!

L’uno mette da parte i suoi risparmi

e sua moglie li dà a chi lo cornifica.

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L’altro, più fortunato, ma non meno

infame, vede ogni giorno sua moglie

ricolma di regali e non si adombra:

sono soltanto omaggi alla virtù!

Il primo si scalmana, ma non serve;

quell’altro, buonino, lascia che sia,

e quando ci ha l’amante dentro casa,

con cortesia, gli fa da attaccapanni;

l’una, femmina accorta, fa al marito

confidenze fasulle sul suo amico,

e quello, che ci crede, ne sta pago;

ha fin pietà per chi se lo cornifica.

L’altra, come giustifica dei soldi

che si guadagna, dice a suo marito

che vince al gioco, ma si guarda bene

dallo specificare a quale gioco.

Ovunque, insomma, c’è qualche motivo

di satira. Io sono spettatore:

non devo ridere d’un fesso…?

CRISALDO

Sì,

ma chi ride degli altri, tema il riso.

Tutti parlano! Non si vede l’ora

di chiacchierare sopra i fatti altrui:

per quanto si spettegoli dovunque,

non mi piace godere delle chiacchiere.

Sto ritirato; forse, all’occorrenza,

anch’io sarei per condannare certe

libertà: perché non voglio portare

ciò che a certi mariti non dà noia.

Però, fuori dai denti, non lo dico;

la satira che fai può ritornarti

indietro, non giurare mai su niente,

non puoi sapere quello che ti aspetta.

Così, se mai la sorte – e non lo spero –

dovesse incoronarmi con qualcosa,

dopo la mia disgrazia sono certo

che, sì, si riderà, ma a bassa voce.

E, forse, pensa, ci sarà qualcuno

che, solidale, esclamerà: «peccato!».

Ma il tuo caso, compare, è ben diverso;

lo ripeto, corri un rischio del diavolo.

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Se da sempre i mariti messi peggio

sono il bersaglio della tua linguaccia

– biforcuta davvero certe volte –,

devi stare in campana, ora, se no…

Appena trovano un appiglio contro

di te, tappezzeranno i muri, e allora

tu…

CORNELIO

Insomma! Amico, non ti tormentare.

È furbo chi ci riesce, ad incastrarmi.

Ne so di furberie, sottili trame

che usano le donne per fregarci;

e siccome ci riescono, talvolta,

ho preso accorgimenti cautelari;

e quella che mi sposo è tanto ingenua

che non avrò magagne sulla fronte.

CRISALDO

Ah! Perché è scema, tu credi davvero…

CORNELIO

Sposo una scema: non mi farà scemo.

Da buon cristiano, io credo tua moglie

saggia. Ma: «moglie saggia, temi il peggio».

So bene cosa costa a certi tali

averne scelta una intelligente.

E dovrei prendermi una femminista,

che ha in testa solamente quote rosa? 2

che magari vuol fare la scrittrice,

che si circondi d’uomini importanti,

così che io, marito di mia moglie,

finisca come un santo appeso al muro?

No, non voglio una donna con la testa;

Se sa scrivere, ne sa già in eccesso.

Io voglio che la mia, limpidamente,

non sappia neanche cos’è una poesia;

E se le chiedono com’è l’Ariosto,

risponda: ottimo con le patate 3 .

Insomma, che sia scema oltremisura!

Per dirla tutta, credo sia abbastanza

che preghi, m’ami e sappia ricamare.

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CRISALDO

La donna dei tuoi sogni è una cretina?

CORNELIO

E preferisco una bruttina scema

ad una molto bella ma sagace.

CRISALDO

Bellezza e ingegno…

CORNELIO

Basta l’onestà.

CRISALDO

Va bene, ma com’è che una bestiola

dovrebbe riconoscer l’onestà?

E poi sarà seccante, dico io,

convivere con una deficiente;

pensaci bene, sei così sicuro

che la tua fronte potrà uscirne sana?

Una donna di senno può tradire,

però sarà lei stessa che lo sceglie;

la stupida, di suo, neanche ci arriva,

tradisce ma nemmeno lo capisce.

CORNELIO

Bell’argomento. Ti rispondo come

Pantagruele rispose a Panurgo:

spingimi a sposarne una non scema,

predica pur di qui alla Pentecoste;

e rimarrai stupito di vedere

che rimarrò fedele al mio parere.

CRISALDO

Non ti dirò più un’acca.

CORNELIO

Ognun per sé.

Con le donne, e con tutto, voglio fare

a modo mio: son ricco a sufficienza

perché la mia metà non porti dote.

Che dipenda da me, sia sottomessa,

non mi rinfacci beni né natali.

Dolce e composta, più degli altri bimbi,

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già mi piaceva allora, a quattro anni.

La madre, povera, fu ben contenta

quando la chiesi per promessa sposa.

Alla bracciante non sembrava vero

di sbarazzarsi di quel peso in più.

In un convento, fuori dal sistema,

l’ho cresciuta secondo il mio sistema,

cioè ordinando che fosse educata

per diventare una perfetta idiota.

Ringraziando il Signore, ce l’ho fatta.

Adulta, l’ho trovata tanto ingenua

che ho benedetto il Cielo che m’ha dato

la donna dei miei sogni, fatta in casa.

Me la sono portata e, dato che

dove sto io bazzica troppa gente,

me la conservo in caldo in questa casa,

a cui non c’è nessuno che abbia accesso;

tranne, per non guastar la sua demenza,

qualche servo cretino come lei.

Mi chiederai perché te lo racconto.

Perché tu sappia le mie precauzioni.

Il risultato sia che, amico mio,

vorrei cenassi insieme a noi stasera;

vorrei che tu potessi esaminarla

e dirmi se condanni la mia scelta.

CRISALDO

D’accordo.

CORNELIO

Dall’incontro, tu potrai

vedere quanto pura e ingenua sia.

CRISALDO

In quanto a questo, quello che mi hai detto…

CORNELIO

I fatti dicon più delle parole.

È semplice a tal punto che talvolta

mi fa piegare in due dalle risate.

L’altro giorno – ma chi ci crederebbe? –

era imbarazzatissima e mi chiese,

ma con un’innocenza disarmante,

se i bambini si fanno dalle orecchie.

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CRISALDO

Me ne rallegro, Cornelio.

CORNELIO

Ma, ma…

perché ti ostini a chiamarmi così?

CRISALDO

Eh, mi viene spontaneo, scusa tanto,

non mi ricordo mai: Signor del Ceppo.

Chi diavolo t’avrà poi messo in testa

di farti sbattezzare a quarant’anni

scegliendoti un tronchetto per blasone,

con la scusa che suona aristocratico?

CORNELIO

Il ceppo è nobile: non porta rami.

E suona molto meglio di Cornelio.

CRISALDO

Ma che abuso lasciare il nome vero,

quello del padre, per prenderne uno

di fantasia! Ormai lo fanno tutti;

pur senza istituire paragoni,

conosco un contadino, tal Pierotto,

che possiede soltanto un orticello:

ci ha fatto intorno un fosso tutto melma

e ha preso il nome di Signor Dell’Isola.

CORNELIO

Potresti risparmiarti certi esempi.

Insomma, io mi chiamo Sor Del Ceppo.

Trovo il nome calzante ed anche bello;

e quello vecchio, poi, m’infastidisce.

CRISALDO

Ma si fatica a farci l’abitudine;

anche sul campanello, il portalettere…

CORNELIO

Dagli ignoranti passi, ma da te…

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CRISALDO

Va bene, non litigheremo certo

per queste cose: educherò la lingua

a chiamarti soltanto Sor Del Ceppo.

CORNELIO

Addio. Busso un momento, che saluto

e dico solo che son di ritorno.

CRISALDO

(A parte, andandosene)

Tutto conferma che sta giù di testa.

CORNELIO

(Solo)

Mi sembra stranamente permaloso.

Certe passioni accecano, che buffo:

nessuno dubita d’aver ragione!

(Bussa alla sua porta)

Olà!

Scena seconda (Alano, Giorgetta, Cornelio)

ALANO

Chi bussa?

CORNELIO

Apri. Che piacere

che avranno nel vedermi, dopo dieci

giorni…

ALANO

Chi è?

CORNELIO

Io.

ALANO

Apri tu, Giorgetta.

GIORGETTA

Vacci tu.

19


ALANO

Vacci tu.

GIORGETTA

Io non ci vado.

ALANO

Neanch’io ci vado.

CORNELIO

Tante cerimonie

e mi lasciano fuori. Insomma, prego!

GIORGETTA

Chi bussa?

CORNELIO

Il padrone.

GIORGETTA

Alano! Apri!

C’è il padrone,

ALANO

Apri tu!

GIORGETTA

Cucino…

ALANO

Senza il gatto di guardia scappa il passero…

CORNELIO

Chi non m’aprirà subito la porta

non avrà da mangiare per tre giorni!

Ah.

GIORGETTA

Cosa vieni a fare, vado io!

ALANO

È un sotterfungo! Perché tu e non io?

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GIORGETTA

Levati, via di qua!

ALANO

Levati tu!

GIORGETTA

Voglio aprire la porta!

ALANO

L’apro io!

GIORGETTA

Non l’aprirai!

ALANO

Nemmeno tu!

GIORGETTA

Tu no!

CORNELIO

Ah! Devo proprio avere una pazienza…

ALANO

Eccomi qua, signore!

GIORGETTA

son qua!

Serva vostra,

ALANO

io ti…

Se non ci fosse qui il padrone,

CORNELIO

(che prende una sberla da Alano)

Porca…!

ALANO

CORNELIO

Mi scusi!

Brutto scemo!

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ALANO

Ma è lei, signore, che…

CORNELIO

Tacete entrambi!

Rispondetemi e bando alle idiozie.

Allora, Alano, come va quaggiù?

ALANO

Signore, noi noi… Ecco… Grazie a Dio…

Noi noi…

(Cornelio leva il cappello di testa ad Alano per tre volte)

CORNELIO

Chi ti ha insegnato, brutta bestia,

a parlare con me con su il cappello?

ALANO

Lei ha ragione, sbaglio…

CORNELIO

(Ad Alano)

Agnese giù.

(a Giorgetta)

Fa’ venire

Soffriva la mia assenza?

GIORGETTA

Ma va’!

CORNELIO

Come?

GIORGETTA

Per niente.

CORNELIO

Perché no?

GIORGETTA

Ch’io schiatti! Ogni momento si credeva

di vederla tornare: ad ogni ciuccio,

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cavallo o mulo che passasse qui,

lei subito gridava: «è qui il padrone!»

Scena terza (Agnese, Alano, Giorgetta, Cornelio)

CORNELIO

Che bel vedere, ci ha il lavoro in mano…

Ebbene, Agnese, sono di ritorno,

sei contenta?

AGNESE

Sì, certo, grazie a Dio.

CORNELIO

Anch’io sono felice di vederti:

sei stata sempre bene, come adesso?

AGNESE

Sì, pulci a parte, che alla notte mi…

CORNELIO

Ma presto avrai chi te le schiaccerà.

AGNESE

Che bella cosa.

CORNELIO

Ricami?

Già, lo credo bene.

AGNESE

Due bei rami di corniolo 4 .

E ho già cucito tutti gli scuffiotti.

CORNELIO

Molto bene, va’ su, non preoccuparti,

farò ritorno in men che non si dica,

ti devo riferire grandi cose.

(Tutti rientrano)

Donne in carriera e voi, filosofesse,

tutte sensibili, super-impegnate,

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io sfido tutti i vostri comitati,

romanzi rosa e letterine dolci,

a stare al pari di quest’ignoranza!

Scena quarta (Orazio, Cornelio)

CORNELIO

Non c’è guadagno che valga la pena,

se poi l’onore non… Ma quello è…

Ma sì! Mi sbaglio… No, è lui, è Ora-…

ORAZIO

Signor Cornelio!

CORNELIO

…-zio!

ORAZIO

Cornelio!

CORNELIO

Che gioia, da quand’è…?

ORAZIO

Orazio!

Da nove giorni.

CORNELIO

Davvero?

ORAZIO

Son passato ma non c’era.

CORNELIO

Ero in campagna.

ORAZIO

Sì, già da due giorni.

CORNELIO

Oh, come i bimbi crescono veloci!

Guarda guarda come sei diventato,

24


dopo che t’ho veduto alto così!

ORAZIO

Lo vede.

CORNELIO

Ma tuo padre Oronte, dimmi,

il mio amico più caro e più stimato,

che fa? che dice? è sempre sulla breccia?

Se serve a lui, io sono pronto sempre.

Son quattro anni che non ci vediamo.

ORAZIO

E non vi siete scritti, mi risulta.

Signor Cornelio, sta meglio di noi,

ho per voi una sua lettera; però

un’altra m’ha informato che verrà

lui di persona, ma non so perché.

Non ne sa nulla? un vostro conterraneo

ritorna molto ricco dall’America,

dopo quattordici anni. Chi sarà?

CORNELIO

E chi sa, non t’ha detto il nome?

ORAZIO

Enrico.

CORNELIO

Bah.

ORAZIO

Mio padre me ne parla,

dice ch’è ritornato come se

io dovessi conoscerlo, mi scrive

che insieme stringeranno un buon affare.

CORNELIO

Sarà una grande gioia rivederlo,

farò quello che posso per servirlo.

(Dopo aver letto)

Ma per gli amici sono sufficienti

anche lettere senza complimenti!

25


Non serve che me lo scriva lui, potrai

disporre dei miei beni in libertà.

ORAZIO

Io prendo tutti in parola, lo sa?

al momento mi servono contanti.

Mezzo milione.

CORNELIO

Ma che bello. Bene!

Mi fa piacere! Son contento che

l’ho qui, ecco la borsa.

ORAZIO

Serve…?

CORNELIO

Allora, che ti sembra la città?

Lascia.

ORAZIO

Ben popolata, costruita meglio,

credo si possa fare un bel bordello.

CORNELIO

Ognuno ha i propri gusti nei piaceri;

ma se ti garba fare il cascamorto

questa città sarà il tuo paradiso:

le donne qui civettano, è l’usanza!

L’umore sempre dolce, brune o bionde,

hanno mariti assai condiscendenti.

È un piacere da principi: sovente

mi godo la commedia con le burle

che vedo farsi. Forse hai già cacciato

qualcheduna? Hai già avuto fortuna?

A quelli come te i soldi non servono,

sembri creato per crear cornuti.

ORAZIO

Per non nasconderle la verità,

ho già trovato un’avventuretta

e l’amicizia m’obbliga a parlargliene.

26


CORNELIO

Bene! Di nuovo una storiella sconcia…

La inserirò nel mio cataloghetto!

ORAZIO

Ma, per favore, rimanga segreta.

CORNELIO

Oh!

ORAZIO

Lei non ignora che in certi casi

rivelare un segreto manda all’aria

ogni cosa. Per dirgliela in franchezza,

mi sento accendere per una bella

ragazza: le mie premure finora

hanno successo, già mi sono aperto

un dolce varco e, senza ch’io mi vanti,

le cose mi si mettono benone.

CORNELIO

(Ridendo)

Chi è?

ORAZIO

(Indicandogli gli alloggi di Agnese)

Una cosetta che sta qui

di casa, vede? con i muri rossi;

sempliciotta per colpa d’un tutore

che imperdonabilmente la nasconde;

malgrado l’ignoranza cui è costretta,

risplende d’un suo fascino abbagliante,

ha un’aria conquistevole, non so

che tenerezza che ti prende il cuore.

Ma credo che anche voi l’abbiate visto

questo amoroso, affascinante astro:

si chiama Agnese.

CORNELIO

(A parte)

Crepo.

27


ORAZIO

Mentre l’uomo

che la imprigiona ha nome Ceppa o Ceppo,

non l’ho tenuto a mente; m’hanno detto

ch’è ricco, ma non c’è tanto di testa,

ha fama di ridicolo e grottesco.

Lo conosce, magari?

CORNELIO

(A parte)

Amaro calice!

ORAZIO

Non mi risponde?

CORNELIO

Sì che lo conosco.

ORAZIO

È vero ch’è un balordo?

CORNELIO

Be’…

ORAZIO

Be’, che?

«Be’» vuol dire sì… Geloso? da ridere,

Scemo? Me l’hanno detto in molti. Infine,

l’amabile Agnese mi ha fatto suo,

quel bel tesoro, e per non dir bugie

sarebbe un bel peccato che una bella

ragazza come lei sia data in pasto

allo svitato. Io mi sforzerò

di assoggettarla a me, contro il geloso.

E quel denaro che le ho chiesto prima

serve proprio per questo bel progetto.

Lei sa meglio di me che, sforzi a parte,

è il denaro la chiave del successo,

questo caro metallo che stordisce

e che in amore, come in guerra, vince.

La vedo un po’ angosciato… Disapprova

il piano che mi sono messo a punto?

28


CORNELIO

No, stavo elaborando…

ORAZIO

L’ho stancata;

addio, verrò a trovarla e a dirle grazie.

CORNELIO

Ah! Devo…

ORAZIO

(Tornando)

Discrezione, le ripeto,

non deve sbandierare il mio segreto.

CORNELIO

Sento dentro…

ORAZIO

(Tornando ancora)

Mio padre, soprattutto,

è meglio che non sappia, andrebbe in collera.

CORNELIO

(Credendo sia di nuovo di ritorno)

Oh!… Che fatica mi costò l’incontro!

Son sottosopra come mai nessuno…

Che imprudenza, che maledetta fretta

di raccontarmi tutto. Proprio a me!

Fortuna che il mio nome alternativo

lo inganna… Stupido idiota arrapato!

Ma dovevo soffrire ancora un po’

per scoprire che cosa ho da temere,

spingerlo a raccontarmi il suo maneggio,

per saper tutto dei loro intrallazzi.

Provo a raggiungerlo, non è lontano,

devo tirargli fuori tutto quanto;

già tremo per il danno che m’aspetta:

chi troppo cerca, trova quel che teme!

29


ATTO II

Scena prima (Cornelio, solo)

CORNELIO

Adesso che ci penso, forse è meglio

l’aver sprecato il fiato e non averlo

raggiunto: ho tanto sottosopra il cuore

che certo avrebbe visto il mio tormento,

sarebbe esplosa l’ansia che mi rode,

ma non voglio che scopra ciò che ignora.

A me, non mi fa fesso, non gli lascio

il campo libero per le sue fregole;

gli sbarrerò la strada, senza indugi,

saprò quant’è avanzata questa tresca.

Il mio onore mi preme mica male,

la ritengo mia moglie ormai, se fa

qualcosa di sbagliato, la vergogna

è mia: e tutto cadrà in testa a me!

Non dovevo partire! Viaggio infame!

(Bussa alla porta)

Scena seconda (Alano, Giorgetta, Cornelio)

ALANO

Signore, questa volta…

CORNELIO

Zitto, qui:

forza, forza, venite tutt’e due.

GIORGETTA

Che paura mi fa, mi gela il sangue.

CORNELIO

È così che in mia assenza m’obbedite,

tutti e due, di concerto, mi tradite!

30


GIORGETTA

Ah, no, no, non mi mangi, la scongiuro!

ALANO

(A parte)

Ahia, l’ha morso un cane con la rabbia.

CORNELIO

Ah, non riesco a parlar… soffoco, sudo,

l’ira è troppa, vorrei spogliarmi nudo!

Così avete accettato, sporchi cani,

che un uomo penetrasse… Dove vai?

Su due piedi, ti… Fermo! Voglio che

mi diciate… Eh? Sì, entrambi voi…

Chi si muove l’accoppo, per la morte!

Come ci è entrato un uomo in casa mia?

Parlate, forza, presto, fuori l’osso,

senza pensarci! Be’?

ALANO e GIORGETTA

Ah!

CORNELIO

Ci ho un infarto.

ALANO

Io crepo.

CORNELIO

Sto grondando, dell’ossigeno!

Fatemi aria, bastano due passi.

Quand’era piccolina non credevo

che crescesse così! Mi manca il cuore!

Meglio cavare a lei, dalla sua bocca,

con dolcezza, quello che mi ossessiona:

provo a nascondere il risentimento.

Pazienta, cuore, buono, buono, buono…

Levatevi, rientrate, voglio Agnese!

Fermatevi! Questi l’avvertirebbero,

voglio che si sorprenda del mio stato:

io stesso voglio farla uscire fuori.

Aspettatemi qui.

31


Scena terza (Alano, Giorgetta)

GIORGETTA

Gesù, che bestia!

Occhi paurosi, ma paurosi forte,

da cristiano s’è fatto belzebù!

ALANO

Quel tizio gli sta qua, te lo dicevo.

GIORGETTA

Ma perché càzzica ci obbliga a fare

la guardia alla padrona chiusa in casa?

Perché vuole nasconderla alla gente,

e senza che nessuno s’avvicini?

ALANO

Perché la cosa gli fa gelosia.

GIORGETTA

Ma perché poi ci ha questa fantasia?

ALANO

Questo viene… dal fatto che è geloso.

GIORGETTA

Sì: ma perché lo è? perché gli girano?

ALANO

È che la gelosia… Giorgetta, sai,

è una cosa che… manda per traverso.

E porta a scacciar tutti via da casa.

Ora ti faccio un paragone, in modo

che tu capisci bene cosa dico.

Dimmi che non è vero, quando tu

sei lì con la tua zuppa e un altro viene

e te la mangia lui, se non ti girano?

GIORGETTA

Certo, capisco.

32


ALANO

Ecco, vale uguale.

Per l’uomo sappi che la donna è zuppa.

E quando l’uomo vede un altro uomo

che dentro la sua zuppa ficca il mestolo,

si capisce che gli giran parecchio.

GIORGETTA

Sì, ma perché non è così per tutti?

Alcuni sembrano perfin contenti

che la moglie stia insieme a Mister Mestolo…

ALANO

C’è qualcuno che è un po’ meno goloso

e aggiunge un posto a tavola.

GIORGETTA

se non ci ho le traveggole.

ALANO

È lui.

Ritorna,

GIORGETTA

Guarda che angoscia!

ALANO

Ci ha dei grattacapi…

Scena quarta (Cornelio, Agnese, Alano, Giorgetta)

CORNELIO

Un giorno un certo greco diede a Cesare

un utile rimedio: quando capita

che un’avventura ci riduca in collera,

prima di tutto: dire l’alfabeto,

così che nel frattempo si sbollisca

e non si faccia ciò che non è giusto.

Ho seguito il consiglio con Agnese;

le ho detto di venire di volata

col pretesto di una passeggiata:

33


così che, coi sospetti del mio animo,

la possa indirizzare sul discorso:

esplorerò il suo cuore, piano piano.

Vieni, Agnese. Via, voi.

Scena quinta (Cornelio, Agnese)

CORNELIO

passeggiare?…

AGNESE

CORNELIO

Parecchio.

È bello, no…,

Bello il cielo…

AGNESE

Bellissimo.

CORNELIO

Che nuove?

AGNESE

È morto il gatto.

CORNELIO

Peccato. Ma che vuoi? Capita a tutti…

Siamo mortali. In questi giorni, quando

non c’ero, ha piovuto?

AGNESE

No.

CORNELIO

Ti annoiavi?

AGNESE

Io non mi annoio mai.

34


CORNELIO

Che cosa hai fatto

in questi dieci giorni?

AGNESE

e sei scuffiotti, credo.

Sei camicie

CORNELIO

(Dopo aver riflettuto)

Agnese, il mondo

è strano. Tutti fanno maldicenze!

Dei vicini m’han detto che un ragazzo

ignoto – io non c’ero – s’è introdotto

in casa; che tu l’hai veduto e ci hai

confabulato. Io non ci ho creduto;

anzi ho scommesso ch’eran tutte…

AGNESE

No!

Non scommetta, che poi perderà tutto!

CORNELIO

Cosa? È vero che un uomo…?

AGNESE

Certamente.

E non si è mosso mai da casa nostra.

CORNELIO

(A parte)

Be’, questa confessione così schietta

denuncia quant’è ingenua la bambina.

Ma, se ho buona memoria, Agnese, credo

d’aver vietato che vedessi alcuno.

AGNESE

Sì, però lei non sa perché l’ho fatto,

ma, appena lo saprà, l’approverà.

CORNELIO

Può darsi; però, insomma, dimmi tutto.

35


AGNESE

È una storia stupenda ma incredibile.

Io lavoravo sul balcone al fresco,

quando vidi passare sotto gli alberi

un ragazzo belloccio, che m’ha vista,

e m’ha fatto una bella riverenza.

Per non mancar d’educazione, io

ho fatto anch’io una brava riverenza.

E subito, poi, lui ne ha fatta un’altra.

E, diligentemente, anch’io l’ho fatta;

lui parte con la terza, allora io

riparto con la terza su due piedi.

Passa che ti ripassa, avanti e indietro,

ogni volta, fa nuove riverenze.

E io che lo guardavo in questi giri

facevo riverenze a più non posso.

Così facendo, poi, s’è fatta notte,

ma io mica volevo ritirarmi:

mi sembrava mal fatto, come se

poi risultassi la maleducata.

CORNELIO

Benone.

AGNESE

L’indomani ero sull’uscio.

M’avvicina una vecchia che mi parla

in questo modo: «Bimba mia, il buon Dio

ti benedica e ti mantenga bella.

Però tu non sei bella per te sola,

dovresti usare la tua dotazione.

Devi sapere che hai ferito un cuore

che adesso ci sta male e si dispera.»

CORNELIO

(A parte)

Ah, satana! Dannata, maledetta!

AGNESE

«Ho ferito qualcuno?», chiedo io

sorpresa e «Sì,» fa lei, «ferito duro;

l’hai visto dal balcone giusto ieri.»

«Ahimè!» dissi, «e chi mai n’è stato causa?

36


forse senza avvedermene gli ho fatto

cascare in testa un vaso?» «No, con gli occhi,»

ha detto, «l’hai ferito: da lì il male.»

«Madonnina!», mi sorprendo davvero,

«ho negli occhi del male contagioso?».

«Eh sì,» mi dice quella, «tu con gli occhi

puoi dar la morte, figlia, c’è un veleno!

Insomma, il povero sta disperandosi.

Se tu» m’ha detto la vecchina, «subito

non lo soccorri senza crudeltà,

tra due giorni possiamo seppellirlo.»

«Madonnina!» io dico, «che dolore

ne avrei, ma per soccorso cosa mai

gli serve?» «Ma bambina», ha detto lei,

«vuole solo vederti e star con te.

Con gli occhi puoi impedirgli la rovina,

da male, trasformarti in medicina.»

«Ma volentieri!» ho detto, «se è così,

può venire a trovarmi quando vuole.»

CORNELIO

(A parte)

Malefica ruffiana velenosa,

l’inferno ti darà ciò che ti spetta.

AGNESE

Infatti non appena m’ha veduta

è subito guarito. Ora le chiedo:

ho fatto bene, no? Dico, in coscienza,

potevo mai lasciarlo moribondo?

Io che sto tanto in pena per chi soffre,

e piango sempre quando muore un pollo.

CORNELIO

(Piano)

Tutto è nato perché ha l’anima candida:

è tutta colpa della mia imprudenza,

sono partito e i suoi buoni costumi,

senza una guida, sono corruttibili.

Ho paura che il mostro, poi, però,

si sia spinto più in là nel suo giochetto.

37


AGNESE

Che cosa c’è? Perché se la rimugina?

Ho fatto male a fare quel che ho fatto?

CORNELIO

No. Però, dimmi il resto: il giovanotto

in che senso voleva visitarti?

AGNESE

Oh, se sapesse come s’affannava,

si sentì in forma appena lo guardai;

m’ha regalato un bello scatolino

e ad Alano e Giorgetta un gruzzoletto.

Sono sicura, le starà simpatico…

CORNELIO

Sì; ma che faceva, solo con te?

AGNESE

Giurava che mi amava senza posa,

diceva paroline gentiline:

cose così che non saprei che cosa.

Apriva la sua bocca e mi parlava,

io m’inondavo di dolcezza e dentro

me lo sentivo tutto; e ci godevo.

CORNELIO

(A parte)

Che esame fastidioso, che mistero,

e chi sta peggio è l’esaminatore!

(Ad Agnese)

A parte discorsetti e gentilezze,

non è che poi passava alle carezze?

AGNESE

Oh, sì! Tantissime! Con tanti baci,

mi prendeva le mani e poi le braccia…

CORNELIO

Ma non t’ha preso altro, Agnese, vero?

(Vedendola interdetta)

Ah…

38


AGNESE

Veramente…

CORNELIO

Cosa?

AGNESE

M’ha…

CORNELIO

No!

AGNESE

… preso…

CORNELIO

Dillo…

AGNESE

Non oso, forse poi s’arrabbia.

CORNELIO

Ma no.

AGNESE

Sì.

CORNELIO

Madonnina, no.

AGNESE

Lo giuri.

CORNELIO

Giuro.

AGNESE

M’ha preso… Lei s’arrabbierà!

CORNELIO

No.

39


AGNESE

Sì.

CORNELIO

t’ha preso?

No, no, no, no! Porcaccia…! Cosa

AGNESE

Lui…

CORNELIO

(A parte)

Che sofferenza, muoio!

AGNESE

M’ha preso la molletta 5 , il suo regalo,

e io non son riuscita ad impedirglielo.

CORNELIO

(Rifiatando)

La molletta!… Pazienza… Ma ti chiedo,

t’ha baciato le braccia, e poi che ha fatto?

AGNESE

Perché, cos’altro si può fare?

CORNELIO

Niente,

nient’altro. Ma, dicevo, per guarire,

non t’ha cercato addosso qualche balsamo?

AGNESE

No. Ma se me l’avesse domandato,

lei capisce che gli avrei dato tutto.

CORNELIO

Signore, grazie, l’ho scampata bella.

Se ci ricasco ho da pagarla cara.

Basta. La tua innocenza, Agnese t’ha

portata a questo e non te lo rinfaccio.

Il bellimbusto vuole, lusingandoti,

approfittar di te e riderti dietro.

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AGNESE

Oh, per niente! Me l’ha ridetto un sacco…

CORNELIO

Silenzio! Quel che dice non è valido.

Insomma: sappi che se accetterai

parole gentiline e scatolini,

se ti fai friggere per i bacetti

di qualche principino azzurro cacca,

sei in peccato mortale, nel peggiore!

AGNESE

Un peccato, perché, se posso chiedere?

CORNELIO

Perché? Perché il Signore Iddio si schifa

di fronte a tali azioni e le proibisce.

AGNESE

Si schifa? E perché mai deve schifarsi?

Sono cose così dolci e piacevoli.

Mi piace assai godere queste gioie.

E pensare che non le conoscevo!

CORNELIO

Sì, certo, fan piacere le dolcezze,

le paroline e le carezzine;

ma bisogna goderne onestamente:

se ci si sposa, il crimine svanisce.

AGNESE

Se ci si sposa, non è più peccato?

CORNELIO

No.

AGNESE

Faccia ch’io mi sposi presto allora!

CORNELIO

Tu lo desideri, anch’io lo desidero:

proprio per maritarti son tornato.

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MOLIÈRE

La scuola delle mogli

Tartufo, o L’impostore

Il medico controvoglia

Le furberie di Scapino

Traduzioni per la scena di

Luca Micheletti

© Edizioni Falsopiano - 2018

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15121 - ALESSANDRIA

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Collana “La Fenice”. Comitato di lettura:

Renato Giordano, Luca Micheletti, Roberto Morpurgo.

Per le immagini, copyright dei relativi detentori

Progetto grafico e impaginazione: Daniele Allegri

Prima edizione - Novembre 2018

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