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Torquato Tasso Il Prologo dell'Aminta T75 ON LINE - Palumbo Editore

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Torquato Tasso Il Prologo dell'Aminta T75 ON LINE - Palumbo

PARTE SESTA L’età della Controriforma: il Manierismo e la letteratura tardo-rinascimentale (1545-1610) CAPITOLO III Tasso e l’esperienza della follia T75 ON LINE [Aminta, Prologo, 52-91] da T. Tasso, Aminta, ed. critica a cura di B.T. Sozzi, Liviana, Padova 1957. metrica Endecasillabi sciolti. Torquato Tasso Il Prologo dell’Aminta 52-67 Oggi io voglio con questa [freccia] fare una ferita profonda (cupa) e inguaribile (immedicabile) nel petto (sen) impietoso (duro) della ninfa più crudele che mai appartenesse al corteo (seguisse il coro) di Diana. Né la piaga di Silvia (dato che questo è il nome della ninfa selvaggia (alpestre) [di cui parlo]) sarà (fia) minore di quanto (che) fosse quella che feci pure io stesso nel tenero (molle) petto di Aminta, ora son [trascorsi] molti anni, quando egli (ei) [che era] giovanetto (tenerello) seguiva lei [che era] giovanetta nelle cacce e nei divertimenti (diporti). E, perché il mio colpo si affondi (s’in- Il *prologo della favola è recitato da Amore, che mette gli spettatori al corrente della situazione e offre le coordinate ideologiche generali dell’opera. Amore è sfuggito alla sorveglianza della madre Venere e si nasconde nelle selve (vv. 1-52). Qui intende, travestito da pastore, mostrare il proprio potere nei cuori umili; in particolare è sua intenzione far innamorare la ninfa Silvia, inutilmente amata dal pastore Aminta. La scelta del tema pastorale è dunque rivendicata da Tasso, attraverso le parole del prologo, come rifiuto delle gerarchie sociali (l’amore eguaglia il volgo agli eroi) e come rifiuto delle gerarchie dei *generi letterari (anche la poesia pastorale può rappresentare temi elevati, al pari dei generi più illustri). […] Io voglio oggi con questo far cupa e immedicabile ferita nel duro sen de la più cruda ninfa 55 che mai seguisse il coro di Diana. Né la piaga di Silvia fia minore (ché questo è ’l nome de l’alpestre ninfa) che fosse quella che pur feci io stesso nel molle sen d’Aminta, or son molt’anni, 60 quando lei tenerella ei tenerello seguiva ne le caccie e ne i diporti. E, perché il colpo mio più in lei s’interni, aspetterò che la pietà mollisca quel duro gelo che d’intorno al core 65 l’ha ristretto il rigor de l’onestate e del virginal fasto; ed in quel punto ch’ei fia più molle, lancerogli il dardo. E, per far sì bell’opra a mio grand’agio, io ne vo a mescolarmi infra la turba 70 de’ pastori festanti e coronati, che già qui s’è inviata, ove a diporto si sta ne’ dì solenni, esser fingendo uno di loro schiera; e in questo luogo, in questo luogo a punto io farò il colpo, 75 che veder non potrallo occhio mortale. Queste selve oggi ragionar d’Amore s’udranno in nuova guisa; e ben parrassi che la mia deità sia qui presente in se medesma, e non ne’ suoi ministri. 80 Spirerò nobil sensi a’ rozzi petti, raddolcirò de le lor lingue il suono: perché, ovunque i’ mi sia, io sono Amore, ne’ pastori non men che ne gli eroi, terni) di più in lei, aspetterò che la pietà ammorbidisca (mollisca) quel duro gelo che intorno al cuore le ha concentrato (ristretto) il rigore dell’onestà e dell’orgoglio (fasto) di vergine; e in quel punto in cui esso (ch’ei) [: il gelo] sarà più molle gli lancerò la freccia. Vengono qui presentati i protagonisti della vicenda, la ninfa Silvia e il pastore Aminta, introducendo in sintesi la loro storia e annunciandone la conclusione felice. Diana: dea della caccia; le ninfe sue seguaci non sono inclini all’amore. 68-79 E, per compiere (far) una così bella opera a mio completo comodo (grand’agio), io mi voglio mescolare alla turba dei pastori festanti e incoronati [di fiori], la quale si è già diretta (inviata) qui, dove si sta nei giorni fe- Luperini, Cataldi, Marchiani, Marchese LETTERATURA STORIA IMMAGINARIO [G. B. PALUMBO EDITORE] 1 stivi (ne’ dì solenni) per divertirsi (a diporto), fingendo di essere uno della loro schiera; e in questo luogo, appunto in questo luogo io lancerò (farò) il colpo, il quale (che) non potrà vedere (veder…lo; lo è pleon.) occhio umano (mortale) [: sogg.]. Oggi si udiranno queste selve ragionare d’amore in modo (guisa) nuovo; e si vedrà (parrassi) bene come la mia deità [: l’Amore] sia qui presente in se stessa, e non [rappresentata] dai suoi ministri. Tasso richiama qui l’attenzione, in modo implicito, sulla novità della propria opera (vv. 76-77). 80-91 Ispirerò sentimenti nobili ai rozzi petti [dei pastori], renderò più dolce il suono delle loro lingue: perché, dovunque io sia, io sono Amore, nei pastori non meno che negli eroi,

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