Le Passeggiate - Comunità montana Valli di Lanzo, Ceronda e ...

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Le Passeggiate - Comunità montana Valli di Lanzo, Ceronda e ...

A un bivio, nei pressi di un pilone, si scende a sinistra, allontanandosi dalle case; al

successivo bivio si segue la traccia di destra (quella meno ampia) e dopo un breve

tratto pianeggiante si scorge la frazione Tese. Compiendo una curva verso sinistra si

scende, con tratti ripidi, a un ponte, che permette di attraversare il Rio Ordagna dove

si trova una piccola area attrezzata, la mulattiera volge a destra per salire

dolcemente verso Tese. Si raggiunge il piccolo abitato dove nei pressi della chiesetta

di S. Rocco e Santa Lucia (festa il 16 agosto) si scende tra le case, percorrendo un

viottolo dal fondo ciottolato, fino ad arrivare alla piazzetta della borgata, dove termina

anche la strada principale che proviene da Traves capoluogo (633 m – 50 minuti

circa dal ponte Barolo).

INFORMAZIONI GENERALI

Località di partenza: Ponte del Diavolo-Lanzo Torinese

Località d’arrivo: Tese fraz. Traves

Tempo di percorrenza: 1 h 20 min.

Periodo d’apertura: sempre accessibile.

SENTIERO NATURA

ANTICA

STRADA PER

VIÙ


PRIMO TRATTO - Dal Ponte del Diavolo all’area attrezzata di

Germagnano

Il sentiero natura unisce il Parco Ponte del Diavolo

del Comune di Lanzo con l’area attrezzata di

Germagnano e costituisce il primo tratto del

percorso escursionistico che risale la Valle di Viù,

per raggiungere il Parco della Resistenza del

Colle del Lys. Dalla bacheca il sentiero sale sulle

pendici del Monte Basso dolcemente con un

dislivello di un centinaio di metri dalla Stura.

Proseguendo a mezzacosta a fianco di

caratteristici muri a secco, dopo 15 minuti si

giunge a un punto panoramico posto sopra

all’uscita della galleria della strada provinciale che porta alle tre Valli, di qui si può

ammirare tutta la conca di Germagnano che in un tempo remoto era occupata da un

grande lago da cui prese il nome il paese. Oltrepassato il punto panoramico, il

sentiero sale leggermente per poi continuare a mezzacosta sino a raggiungere un

rudere per discendere su una strada sterrata che conduce alle baite di Monte Basso.

Attraverso lo sterrato in prossimità di due case ancora in buone condizioni si

imbocca nuovamente un sentiero che inizialmente si abbassa verso il livello del

fiume, per poi proseguire in piano tra boschi di castagno, querce e faggi, nel

sottostante greto del fiume si possono vedere gli aironi cenerini che stazionano tutto

l’anno nella Stura. Lungo il percorso si possono ammirare tutti quei fiori caratteristici

del sottobosco, nonché i funghi nei periodi stabiliti da madre natura, il sentiero

continua sempre a mezzacosta seguendo i valloncelli che, ricchi di vegetazione,

offrono riparo ai caprioli. Il percorso esce lentamente dal bosco permettendo a volte

delle belle visuali sull’abitato di Germagnano, in questa zona è possibile l’incontro

con la volpe. L’itinerario, dopo aver toccato dei ruderi, si alza leggermente verso

sinistra per raggiungere le prese di un acquedotto dove una strada sterrata discende

sino all’area attrezzata di Germagnano.

SECONDO TRATTO - Dall'area attrezzata di Germagnano a

Castagnole

Proseguendo lungo la strada sterrata che porta all’area attrezzata, raggiunta la

strada provinciale deviare a sinistra su un tratto in salita che si immette in una strada

asfaltata che porta in Località Murai. Raggiunto un

piccolo pianoro, dopo alcuni tornanti, svoltare a

destra (vedi indicazioni), il sentiero si fa

decisamente pianeggiante e lasciato il bosco che

attraversa dei bei pascoli, si attraversano alcuni

ruscelli, quindi si scende leggermente sino a

raggiungere le prime case della Frazione Pian

Castagna (562 m). Attraversato il caratteristico

borgo, si gira a sinistra seguendo le tracce

bianco/rosso sino a raggiungere la Chiesetta di S.

Antonio e S. Pancrazio (40 minuti circa) dove si

può vedere il “Torchio di Catone” che risale a fine ‘800. Si tratta di un torchio a leva,

di cui la forza di schiacciamento è naturalmente proporzionale alla lunghezza della

trave (leva) e al peso applicato alla vite. Questa macchina offriva il vantaggio di un

limitato impiego di mano d’opera e un notevole sfruttamento delle vinacce, tale

strumento di lavoro fu usato dagli abitanti del borgo sino agli anni ‘50. Procedere a

sinistra sino a superare l’ultima casa di Pian Castagna, entrare quindi nel bosco e

dopo una breve salita girare a destra per prendere l’antica mulattiera che conduce a

una caratteristica zona ricca di terrazzamenti dove un tempo veniva coltivata la vite.

Proseguire lungo la strada che si inoltra nelle vigne per poi deviare a destra sul

fianco della montagna (freccia in legno). L’itinerario si fa più ripido attraverso una

piccola pineta sino ad arrivare al Colle, dove si trova la Cappella di S. Giovanni

(675 m), in cui fa bella mostra una croce di legno eretta nel 1990 dagli alpini di

Germagnano (ore 1,10). Dal colle, seguendo il sentiero in discesa si raggiunge il

Borgo di Colbeltramo e in pochi minuti la frazione Castagnole (ore 1,30).

TERZO TRATTO - Da Castagnole (fraz. di Germagnano) a Tese

(fraz. di Traves)

Questo tratto di sentiero abbandona la Val di Viù con una variante per raggiungere il

comune di Traves. Si parte davanti alla chiesa di Castagnole fraz. di Germagnano

(670 m), volendo può anche essere raggiunta a piedi in circa 10 minuti, da

Colbeltramo seguendo la strada asfaltata. Si entra tra le case della borgata

percorrendo l’unico viottolo e quasi subito si va a sinistra, in leggera discesa,

passando tra le abitazioni. Si volge nuovamente a sinistra e si imbocca il sentiero

vero e proprio che costeggia le recinzioni di alcune case e i ripidi prati sottostanti

l’abitato. In breve si superano le case di Castagnole e si percorre una stradina

sterrata; la si segue per pochi metri e poi si scende a destra (indicazioni) per

immettersi sull’evidente tracciato di una condotta forzata per l’acqua. Il percorso si fa

pianeggiante, sino ad arrivare al ponte di Barolo ( 570 m), che prende il nome dagli

omonimi marchesi che contribuirono a finanziare la realizzazione dell’opera e

molteplici opere di beneficenza nella Valle. Subito dopo si arriva a un gruppo di baite,

si piega a destra, in discesa, entrando nel bosco sottostante fino a una costruzione

isolata, quindi si scende verso destra, uscendo dal bosco e costeggiando dall’alto il

corso della Stura per arrivare al ponte Barolo (570 m – circa 30 minuti da

Castagnole). Si attraversa il ponte e subito dopo si

gira a destra, immettendosi su una stradina sterrata.

Si segue la strada asfaltata fino al primo tornante per

poi abbandonarla e proseguire diritto, superato un rio

e un pilone votivo lo stretto sentiero passa alto sulla

Stura, seguendone il corso; con alcuni saliscendi si

esce dalla zona alberata transitando sotto l’Alpe

Coste d’Aprile (654 m – 15 minuti circa dal ponte). La

mulattiera, ora è più larga, supera un tratto più ripido

e raggiunge il caratteristico pilone del Routchàss

(700 m circa), buon punto panoramico. Il pilone, recentemente ristrutturato, ospita

una statuetta di Padre Pio. Il tracciato scende ed entra nel bosco, raggiungendo

l’abitato di Tisinelle (660 m – Circa 30 minuti da ponte Barolo).


QUARTO PERCORSO

Rivotti 1450 m–Gias Nuovo Fontane 1999 m–Sentiero dei Calabresi–

Forno Alpi Graie 1219 m-Tempo di percorrenza: 3.30 h

Passando tra la chiesa e il campanile dei Rivotti, un sentiero sulla destra

porta alla strada asfaltata poco sopra. Imboccare la strada di fronte,

segnalata da due cartelli di divieto di transito, e seguirla per un bel pezzo,

fiancheggiando un lariceto. Dopo un breve scorcio sul vallone di Vercellina,

la strada prosegue ancora a mezzacosta, superando un costone. Da qui

inizia la strada sterrata, che si protrarrà fino a Gias Nuovo Fontane. Il

percorso tocca vari alpeggi e oltrepassa molti altri sentieri. Continuare per la

carrareccia, fino ad aggirare una costa dapprima erbosa e poi costellata da

torrioni rocciosi, detta Costa di Prà Longis. Poco dopo si può ammirare, sulla

destra una bellissima roccia posta in un equilibrio a dir poco precario su di

un’altra (1.30 h). Proseguire toccando l’alpeggio Gias Crest (1.50 h) e poco

dopo quello del Gias dei Signori (1902 m 2 h). Proseguire sempre sulla

stessa strada, scavalcando un marcato costone che precede il Gias Nuovo

Fontane, sulla sinistra un piccolo bastone con un cartello indicante “Forno”

(2.20 h) introduce al sentiero dei Calabresi, così denominato poiché

risistemato nel 1970 da immigrati meridionali impegnati in un

rimboschimento. Scendere decisamente seguendo una traccia, seppur

labile, del sentiero, fino a raggiungere l’alpeggio, denominato Gias Travet

1829 m, seguendo un ripido costone prativo segnato da ometti e bollini

rossi. Si continua a scendere, incontrando un altro alpeggio (Gias Travet di

Sotto 1734 m). Ci si addentra in un bosco di larici e betulle, scendendo

rapidamente, senza tuttavia tralasciare lo splendido paesaggio sulle

montagne del fondovalle e sull’intera Val Grande. Tutto il sentiero è

segnalato da bollini rossi, che si fanno più marcati man mano che si scende.

Si raggiunge la bellissima Cascata del Gabi (3.10 h), per poi continuare la

discesa, costeggiando pareti rocciose e percorrendo ripidi tornanti che

immettono nel bosco sottostante. In breve si esce sulla mulattiera, che da lì

a poco condurrà alla piazza di Forno Alpi Graie.

CONSIGLI UTILI

Il percorso è stato suddiviso in quattro tronconi, in modo da permettere di percorrere

anche solo una o due parti. Alla fine di ogni tappa (e dunque all’inizio di quella

successiva) vi è sempre un accesso o una discesa alternativa, con una strada

asfaltata o sterrata o comunque un sentiero che, da lì a poco, riconduce alla strada

principale.

Periodo consigliato: da aprile a ottobre, anche se l’ultimo troncone può presentare

neve a fine giugno inoltrato. Munirsi dunque di attrezzatura adatta o di racchette da

neve per il tratto Rivotti-Gias Nuovo Fontane, percorribile anche con gli sci da

escursionismo durante l’inverno o con la mountain bike in estate.

IL SENTIERO

BALCONE DELLA

VAL GRANDE


Un bellissimo percorso, panoramico e naturalistico, che percorre, totalmente

illuminato dal sole, le pendici inferiori del Gran Bernard, del Monte Morion e

del Corno Bianco. Un itinerario che si snoda in una lunga mezza costa e che

permette di collegare, senza troppo dislivello, alcuni vecchi ma curati alpeggi

e le suggestive borgate della Val Grande esposte sullo stesso versante

orografico. Il sentiero, raggiungibile da vari punti dell’intera Valle, è molto

vario, quasi interamente segnalato e relativamente poco faticoso e ripido.

Percorrendo gran parte delle vallate, inoltre, tocca ben undici dei più bei

settori di scalata della zona, realizzando un’ideale integrazione tra ambiente

e arrampicata sportiva. La durata dell’intero percorso è di circa 8 – 9 ore,

con un dislivello totale di 1500 metri e con una varietà di ambienti e di

paesaggi difficilmente riscontrabili in altri sentieri della zona.

PRIMO PERCORSO

Chialamberto 851 m–Candiela 1130 m–Balmavenera (Ronco Bianco)

1171 m-Tempo di percorrenza: 1.30 h

Lasciare l’automobile nel piccolo parcheggio adiacente la Chiesa

Parrocchiale di Chialamberto e, subito dietro di essa, imboccare il sentiero

EPT 325 e percorrerlo per circa 7–8 minuti, passando accanto a piloni votivi

e raggiungendo poco dopo la strada asfaltata. Oltrepassarla e risalire la

scalinata, che conduce nuovamente alla strada. Percorrerla per circa 45

minuti, arrivando poi all’abitato di Candiela (raggiungibile con l’autovettura,

quindi questo primo tratto se non si desidera camminare sulla strada è

evitabile), una bellissima frazione completamente esposta al sole.

Addentrarsi all’interno dell’abitato per poi imboccare una bella mulattiera,

costeggiata a sinistra da un muretto. Una volta entrati nel boschetto,

mantenere la sinistra a un bivio; scendere ancora, raggiungendo il torrente

Vassola, per poi superarlo su un bellissimo ponte di pietra a schiena d’asino.

Risalire il costone opposto e raggiungere la strada, che conduce al piazzale

di Balmavenera. Da qui imboccare il sentiero e non la mulattiera, seguendo i

bollini gialli che conducono alle case sovrastanti, denominate Ronco Bianco.

SECONDO PERCORSO

Ronco Bianco 1171 m–Frassa 1601 m–Biollè 1595 m–Bec di Mea 1546

m-Tempo di percorrenza: 2.30 h

Dalle case di Ronco Bianco proseguire verso ovest, lasciandosi sulla destra

una piccola fontana. Imboccare una mulattiera che scende leggermente fino

a poco prima del primo tornante, dove sulla destra parte un piccolo sentiero,

segnato da un cartello “Frassa – Sentiero Balcone”. Imboccarlo e seguirlo

costantemente, costeggiando le propaggini rocciose della Torre Marina

prima e della Bastionata Grigia poi (1.10 h). Dopo aver superato il

torrentello, si risale per ripidi tornanti, giungendo in una zona altamente

panoramica, fino a incontrare il bivio con il sentiero che a sinistra conduce a

Mottera. Salire ancora, fino a giungere alla base della scalinata di 360

scalini che, contornata da bei piloni votivi, come un’ascesa religiosa,

conduce alla chiesetta della Frassa, che sorge solitaria su uno sperone

roccioso sopra gli abitati di Bussoni e Mottera. Addentrarsi nella frazione e

imboccare il sentiero segnalato da bollini rossi, che s’introduce in un bosco

di betulle e di pini. Raggiungere il torrente e, dopo averlo superato su una

passerella di legno, scendere ancora, fino a quando il sentiero s’immette in

un bosco d’abeti. Di lì a poco s’incontra un altro gruppo di case, denominate

Biollé (2 h). Subito dopo il sentiero scende decisamente, superare il Rio

Unghiasse sul bel ponte di legno e guadagnare le Grange della Mea, situate

proprio alla base del becco omonimo, termine della seconda tappa.

TERZO PERCORSO

Bec di Mea 1546 m–Alboni 1348 m–Rivotti 1450 m-Tempo di

percorrenza: 1.30 h

Dalla Grange di Mea, dove è possibile osservarne una rara pecceta (abeti

rossi), attraversare orizzontalmente il prato, fino a collegarsi, dove

ricomincia il bosco di larici alla mulattiera. Dopo il prato, giunti al cartello

Alboni–Rivotti, tenersi sulla sinistra, scendere leggermente, giungendo a

breve alle case delle Bennes. Alle spalle svetta il bellissimo Bec di Roci

Ruta, proseguire nel bosco di faggi, sul sentiero chiaro e segnato da bollini

rossi e bianco/rossi. Poco dopo si esce su una dorsale, dove sorge la

frazione San Grato, addentrarsi nella frazione e, lasciando a sinistra la

strada sterrata, raggiungere la frazione sottostante, gli Alboni (30 min).

Prima di proseguire per i Rivotti, si consiglia di addentrarsi all’interno della

franzioncina, dove si possono ammirare scorci notevoli, e dove è anche

possibile fermarsi per un pic-nic (all’interno della frazione vi è una fontana).

Scendere per la carrozzabile, che proviene da Pialpetta, fino a quando

attraversa un rio. Subito dopo la curva, a lato della strada, si erge un

sentiero, tenendosi sulla sinistra, da lì a poco si raggiungono le vicine case

Ghielmi. Da qui si prosegue sempre a mezza costa, superando una serie di

costoncini e di piccole vallette incise da ruscelli spesso in secca. Scendere

poi nella parte terminale del Vallone di Vercellina, attraversando il rio

omonimo su di un ponte in legno. Superatolo, tenersi sulla sinistra per

imboccare di nuovo il sentiero, risalendo il costone opposto, e raggiungere

la frazione posta al termine della seconda tappa, i Rivotti. Superare la strada

asfaltata e infilarsi tra le case. Dopo pochi minuti si giunge, grazie a una

mulattiera, alla bellissima chiesetta bianca della Visitazione e al suo

affascinante campanile.


INFORMAZIONI GENERALI

LOCALITÀ DI PARTENZA: Vonzo-Chialamberto

TEMPO DI PERCORRENZA: 0.35 h

PERIODO DI APERTURA: sempre accessibile

SENTIERO NATURA

CASTEJ

D’LE RIVE


CASTEJ D’LE RIVE

Sono particolari fenomeni di erosione che presentano “un corpo”

di terra sormontato da un “cappello” roccioso e questi massi

sono di varie dimensioni.

Vengono così chiamati dai valligiani perché sembrano erigersi

come castelli imponenti, alcuni sono alti dieci metri, vengono

nominati come pere a ciapel (pietre con il cappello) o come pilon

‘dl masc (torre della strega).

Nelle Valli di Lanzo si trovano solo in Val Grande, nel Vallone del

Rio Paglia, ma queste particolari

sculture naturali si trovano anche a

Villar vicino a Dronero, in provincia

di Cuneo, noti come ciciu ‘d pera

oppure in Francia “les dames

coiffées” (le signore con la cuffia)

nonché di particolare interesse in

Turchia, nella Cappadocia detti

“camini delle fate”.

Si tratta in verità di strutture

plasmate nel corso dei millenni e

sono il frutto del lento lavoro di

erosione del vento e dell’acqua.

Il processo di formazione è molto

lungo e può avvenire solo in

particolari condizioni, quando si ha

un particolare terreno.

Il masso superiore che forma il

cappello di questi originali “funghi di pietra” è di roccia compatta

che, resistendo agli agenti atmosferici, ripara il terreno

sottostante dal dilavamento.

Questo terreno è formato principalmente da sabbia e ghiaia

compattatesi nei millenni ma poco resistenti all’azione dell’acqua

e la notevole infiltrazione del terreno agevola la formazione, lenta

ma costante dei castej d’le rive.

ITINERARIO

Posteggiata la macchina nel piazzale della caratteristica borgata

Vonzo, si procede pressoché in piano per l’evidente strada

sterrata. Al primo bivio volgere verso destra, proseguire ancora

sullo sterrato per poi girare a

sinistra imboccando un sentiero

contraddistinto con cartelli di

legno e segni rossi, il tracciato

volge a valle spostandosi verso

il rio Paglia (sinistra) e prosegue

su una evidente cresta (15

minuti dal piazzale).

Al termine di questo spartiacque

si prosegue verso destra per

scendere in una particolare

zona ove sono visibili numerosi

terrazzamenti (10 minuti) con

caratteristici muri a secco;

proseguendo la discesa, dopo

un centinaio di metri, si

incontrano i primi Castej d’le

Rive (se ne possono contare

oltre 6, tutti numerati). Il sentiero

prosegue quindi per gli ultimi dieci minuti in piano verso nord

costeggiando altri monoliti sia in fase di formazione che completi,

per giungere ai piedi del più caratteristico, contrassegnato con

una tabella illustrativa.


Sempre in leggera discesa si attraversano ampie praterie

(l’Sàgness, che significa “gli acquitrini”) e poi, entrati in un fitto

bosco di faggi, si giunge all’estremità superiore di un pendio

erboso assai ripido che in passato serviva per far rotolare i

tronchi d’albero, il cui nome, Lou Rountch, ricorda l’opera di

disboscamento e dissodamento. Il panorama torna ad allargarsi

e si scorge la vetta della Ciamarella, massima vetta delle Valli

di Lanzo (3676 metri). Seguendo un sentiero tra salti di roccia

si scende fino alla Ghiacciaia formata da una galleria e da un

anfratto naturale della montagna che, riempito di neve

attraverso un pozzo, conservava il ghiaccio per il paese tutta

l’estate. Si risale quindi il torrente fino alla radura di Pian

Tchurìn, dove una caratteristica sorgente richiama spesso la

presenza di animali selvatici; a poca distanza si raggiunge un

bel ponte di legno detto Pount Bianc. Ritornati alla frazione

Cornetti, si risale la borgata, passando accanto alla fontana del

Corn (sormontata da un corno di stambecco) che ricorda nel

nome quello della famiglia di minatori, i Cornetto, che

fondarono l’insediamento nel XIII secolo. Di qui si ritorna al

capoluogo seguendo il percorso d’andata.

INFORMAZIONI GENERALI

Località di partenza: Piazzale Cornetti-Balme

Località di arrivo: Piazzale Cornetti-Balme

Tempo di percorrenza: 1 h e 40 minuti

Periodo d’apertura: sempre accessibile.

SENTIERO NATURA

VAL SERVIN


L’anello di Val Servin

Un percorso nella natura e nelle storia in un angolo

solitario e suggestivo dell’alta Val di Lanzo.

Lungo il percorso sono posizionate delle bacheche illustrative

ove vengono citati riferimenti storici e naturalistici. Il sentiero,

fattibile anche durante il periodo invernale, è provvisto di

adeguata segnaletica, con cartelli recanti il simbolo delle

racchette da neve e di lunghi pali per segnalare il percorso in

occasioni di grosse nevicate.

Itinerario

Lasciata alle spalle la frazione Cornetti si sale lentamente fino a

raggiungere un breve pianoro detto Pra Sec.

Il sentiero ora si fa piuttosto ripido, fino a raggiungere le case

Arbosëtta, capolinea della piccola sciovia del Pakinò, oltre il

quale si apre il vallone di Servin. Di qui la vista spazia sul

vecchio centro di Balme. Si prosegue ora in leggera discesa,

per poi attraversare un ripido canale dopo il quale si scende

alla borgata Li Frè (che significa “i fabbri”), 1495 m. È questo un

insediamento fondato nel

XV secolo da minatori

bergamaschi e valsesiani

venuti a sfruttare le miniere

di ferro del monte Servin.

Attraversata la frazione, si

prosegue in direzione delle

case Kiòss per raggiungere

l’imboccatura di una miniera

abbandonata, dalla quale

veniva estratto minerale di

talco. Prima di giungere alla

miniera, può essere

interessante soffermarsi

davanti ai resti della baita

del Casoùn, interamente

costruita sfruttando un

grande riparo sotto la

roccia come tetto.

Attraverso un fitto bosco, il

sentiero prosegue verso

l’alpe Tchavàna (ove è

possibile vedere la poiana),

per poi discendere sul

fondo del vallone in

prossimità di un’immane

roccia solcata da una

gigantesca fenditura a

ridosso della quale sorge la

baita Li Soùgn (gli

acquitrini), 1518 m. Di

fronte alla baita, alla

sommità di un masso

annerito dal fuoco, si possono scorgere coppelle incise nella

roccia, a testimonianza dell’antichissimo insediamento umano

nel luogo. Si prosegue ora costeggiando il torrente fino alle

cascate del Rio Pountàt, che d’inverno si tramutano in palestra

di ghiaccio. Altro incontro possibile è quello con gli aironi intenti

a pescare dal bordo delle pozze. Si attraversa quindi la testata

del vallone, superando il torrente su una rustica passerella di

legno. Raggiunte le baite di Piàn Salè, 1600 m, dove si incontra

il sentiero G.T.A. che porta al Col Paschièt, la pista scende

lungo il lato destro del vallone di Servin fino ad attraversare il

ripidissimo canalone della Riva Loundji, nella parte alta della

quale si possono spesso vedere i camosci.


Il sentiero pianeggiante tocca numerosi alpeggi un tempo rinomati, ma

ora in stato di abbandono.

La partenza del sentiero è nei pressi della famosa fontana Sistina, così

chiamata probabilmente in onore di un papa “Sisto…”, infatti più a

monte un’altra sorgente porta il nome di un altro papa: “Pio X”. Il

sentiero termina in Borgata Marsaglia (foto 3) ove troneggia un

imponente santuario del XVII secolo

per voto (si racconta) di una

pastorella guarita dalla Madonna,

edificato in stile barocco, ha una

facciata che ricalca quelle delle

chiese lariane; all’interno oltre a una

ricca decorazione pittorica sono

custoditi numerosi ex voto.

ITINERARIO: si consiglia di lasciare

Foto 3

l'auto nel piazzale della Fontana per

poi imboccare la carrareccia che sale

di fianco al pilone votivo del

“curdumpero” (1190 m). Si prosegue in un bel bosco di faggi per

raggiungere un secondo pilone “Dij Pusau” con caratteristiche “pose”

che partono dai suoi fianchi. Si giunge infine a un incrocio con cartello

in legno (di qui inizia il sentiero 3R, detto dei tre Rifugi che ripercorre

tutta la Val Tesso). Proseguire sulla carrareccia con itinerario

pianeggiante fino alle case di “Proima”, qui la carrareccia finisce e

inizia il sentiero che, tra betulle e pascoli, giunge a un punto

panoramico nei pressi del pilone di “Punta Penna” (1320 m). Si

prosegue poi in piano per raggiungere gli alpeggi di “Roc Biulai” e

”Coucuc” ormai abbandonati e ridotti a ruderi. Oltrepassato il ruscello

“Rian du Spine” si giunge a un caratteristico alpeggio incassato tra le

rocce “Ca dou magu”; ora il sentiero si porta già sul versante del Salvin

e, oltrepassate le baite “dou casas”, si giunge in vista del Santuario di

Marsaglia (1300 m - 1,15 h). Due le possibilità per il ritorno:

ripercorrere il percorso dell’andata, oppure risalire il sentiero che

collega la Borgata Marsaglia a quella del Salvin, in seguito prendere il

sentiero che dal Rifugio Agrituristico del Salvin porta ai prati di Menulla

per poi ridiscendere sul Sentiero 3R sino al pilone di “curdumpero” e

poi al piazzale Sistina.

VALLE TESSO

La Valle Tesso si interpone tra il Canavese e le Valli di Lanzo e deve il

suo nome al torrente che la percorre. Questo si divide in due rami, uno

originatosi dalle cime dell’Angiolino a Coassolo e l’altro dalla

Perascritta a Monastero, che si riuniscono prima di Lanzo per sfociare

nella Stura.

Vi si trovano montagne molto panoramiche e percorribili per buona

parte dell’anno, grazie alla costante esposizione al sole che fa sì che la

neve si fermi soltanto nel periodo di maggior innevamento stagionale.

La Valle Tesso comprende i comuni di Coassolo Torinese e Monastero

di Lanzo.

Monastero di Lanzo è posizionato sul versante occidentale della Valle

Tesso, ed è contornato da un’ampia catena di monti disposti ad

anfiteatro, che mitigano i venti di tramontana; Coassolo invece, si trova

alle pendici della Vaccarezza.

COME ARRIVARE:

Partendo da Lanzo seguire le indicazioni

per Monastero di Lanzo (S.P: n. 31) o

Coassolo; sempre da Lanzo si può salire

a Coassolo passando dalla frazione San

Pietro. Inoltre Coassolo è raggiungibile

anche da Ciriè, Nole e Grosso, seguendo

le indicazioni per Corio, e proseguendo

per San Pietro.

DISTANZA DA TORINO:

Monastero di Lanzo: 37 km

Coassolo Torinese: 35 km

ALTITUDINE:

Monastero di Lanzo: 850 m

Coassolo Torinese: 742 m


PROPOSTE DI ITINERARI

SENTIERO CATES - COASSOLO

Il percorso ad anello si snoda dalla frazione di Cates con breve tratto

su sterrato lungo circa 4 km, in gran

parte in piano, ottimo per il footing e

per passeggiate lungo il Tessuolo (foto

1).

ITINERARIO: la partenza può essere

ubicata presso il bivio antistante la

chiesetta di S. Anna per poi proseguire

Foto 1

sulla strada che attraversa tutta la

Frazione di Cates. Passare dinanzi alla

casa di riposo, per giungere poi nella Piazzetta di Case Togliatto, indi

percorrere il nuovo tratto ripulito dal CAI di Lanzo che fiancheggia il

Tessuolo. Passato il ponticello si arriva velocemente sulla curva della

provinciale che porta a Coassolo, si svolta a sinistra, si scende al

ponte di Coassolo per poi dirigersi in direzione Lanzo percorrendo Via

Loreto. Al primo incrocio deviare a destra per Via Monte Angiolino per

arrivare fino ai pressi dell'Ex Fabbricone. Girare quindi a sinistra su Via

Peroglio per immettersi in via S. Anna per giungere nuovamente

all'omonima chiesetta (punto di partenza).

SENTIERO PILONE DEL MERLO

Il sentiero era inizialmente una vecchia mulattiera che collegava le due

frazioni di Coassolo di Colle Olla inferiore e superiore. Il pilone, meta

finale dell’itinerario, presenta caratteristiche che si discostano da tutti i

piloni votivi presenti in valle. Non è indicato col nome di un santo o

della Madonna, ma è conosciuto come “Pilone del merlo” (foto 2) o

forse prima “Pilone delle frasche”. Anche le sue dimensioni sono

anomale: mentre normalmente il lato della base dei piloni a sezione

quadrata non supera in media i 0,70 metri e l’altezza i 2,50, questo

pilone ha una base di 2 metri per 2 metri e un’altezza di oltre 4 metri.

La struttura e la posizione geografica confermerebbero la sua natura

originaria di segnale trigonometrico. Su queste basi elevate e visibili tra

loro (allora la zona era tutto pascolo) venivano posti gli strumenti per

misurare l’altezza e la posizione geografica delle montagne per

l’elaborazione delle carte topografiche.

ITINERARIO: lasciare l'auto nel piazzale della Chiesetta di Borgata

Vietti dalla Bacheca, e risalire la mulattiera che raggiunge Case Olla

inferiore. Proseguire a sinistra costeggiando le case sino a

raggiungere la carrareccia che conduce a Olla superiore, risalire la

strada asfaltata e dopo pochi metri proseguire diritto su una strada

sterrata. Al primo bivio (cartelli indicatori) voltare a destra: ora il tragitto

si fa pianeggiante attraverso un bel bosco di faggi secolari. Dopo aver

superato il bivio che conduce alla miniera si giunge a una presa

dell’acquedotto comunale, per poi arrivare a un bivio che, voltando a

sinistra, sale verso un bosco di betulle e

faggi, sino a raggiungere il pilone del

Merlo (1046 m - 1,30 h). Si apre in questo

punto il panorama sulla pianura spaziando

sui paesi di fondovalle. Dal pianoro,

volendo, sotto le betulle vicino al Pilone, il

sentiero prosegue in direzione Nord-Ovest

per un rado bosco di sorbi, betulle,

maggio ciondoli, fino a raggiungere una

piccola pietraia. Si risale quest’ultima

seguendo i numerosi ometti di pietra fino

alla sua sommità, dove è posizionato un

evidente cartello indicatore; il sentiero

prosegue verso l’alto seguendo la cresta

su pascoli e radi boschi fino ad arrivare a

Foto 2

Pian di Rossa (1308 m) notevole punto panoramico. Il ritorno si

effettua seguendo a ritroso l’itinerario di salita, oppure all’ultimo bivio

voltare a sinistra e discendere alla chiesa di San Grato per poi

raggiungere Borgata Vietti su strada asfaltata, ma con tragitto di ritorno

più breve. Volendo dal pian di Rossa si può proseguire su un sentiero

poco visibile (sconsigliabile in caso di nebbia) per cresta in direzione

Nord-Ovest verso Rocca Rubat (1442 m) poi Bric Castello (1473 m) e

Punta Prarosso (1497 m) per poi scendere in direzione Sud-Ovest fino

alla strada sterrata che conduce a Olla Superiore.

SENTIERO SISTINA - MARSAGLIA

Il tragitto è il vecchio sentiero che collega la Frazione Sistina con la

Borgata Marsaglia, usato in passato dagli alpigiani per il trasporto a

valle del fieno.


Proseguire diritto lasciando a destra l'evidente cocuzzolo di erba

quotato 2057 m, piegare poi verso destra passando tra alcuni

affioramenti rocciosi e, rintracciata una traccia, scendere piegando

decisamente a sinistra, seguendo il sentiero a mezza costa si

raggiunge agevolmente il Rifugio Peretti Griva.

Dal rifugio andare a destra raggiungendo rapidamente le case del Pian

Frigerola (1800 m - 20 minuti) posto in posizione panoramica.

Oltrepassare le case e piegare a destra per imboccare una traccia che

con alcuni saliscendi percorre il valloncello che scende dall'Angiolino e

dalla Vaccarezza. Raggiunto un gruppo di alpeggi continuare per

alcune decine di metri per poi svoltare a destra per seguire un'evidente

traccia. Superati degli altri alpeggi raggiungere poi l'insellatura tra la

Vaccarezza e l'Angiolino. Svoltare a sinistra per raggiungere

Alpe Frigerola

rapidamente il grosso ometto del

Monte Vaccarezza (1 h 45 minuti dal

Frigerola). Da qui al Rifugio Salvin

seguire a ritroso il percorso dell'andata

(3 h 30 minuti da Pian Frigerola). Al

Rifugio Salvin seguire la stradina che

passa poco a monte della costruzione

e che aggira un costone. Si arriva a un

bivio, nei pressi di alcuni alpeggi;

seguire la traccia di destra che porta al centro del valloncello e che

piega verso sinistra. Vengono superate alcune incisioni in cui scorrono

piccoli rii fino ad arrivare dalla parte opposta del valloncello; si

prosegue con alcuni valloncelli entrando in una zona boschiva più fitta,

con una breve risalita si giunge poco a valle di un alpeggio dove si

trova un bivio poco evidente (bollo rosso), prendere la traccia di

sinistra, inizialmente poco evidente che poi si fa più ampia fino a

diventare una stradina sterrata. Superati degli alpeggi si arriva a una

carrareccia più ampia (è la strada che sale da Chiaves) dove si deve

prendere a destra, in salita, in breve si arriva al piazzale del Passo

della Forchetta (1666 m - 1 h dal Salvin). Da qui seguire a ritroso il

percorso dell'andata (25-30 minuti fino a S. Giacomo; 1 h 30 minuti

circa fino al Passo della Croce). Tempo complessivo da Pian Friserola

al Passo della Croce 5 h 30 minuti/6 h.

TREKKING DEI

TRE RIFUGI

Questa escursione permette di attraversare tutta la Valle Tesso, e di

raggiungere tre rifugi molto conosciuti: la Baita San Giacomo, il Rifugio

Agrituristico Salvin, e il Rifugio Peretti Griva (distrutto da un incendio

nel luglio del 2001 e ora pertanto inagibile).

LA BAITA SOCIALE ALPE SAN

GIACOMO, grosso alpeggio

ristrutturato posto in panoramica

posizione a circa 1400 metri di

quota, sullo spartiacque Valle del

Tesso-Val Grande di Lanzo, in

località San Giacomo di Moia. La

struttura, divisa in due alloggi,

dispone di 20 posti letto, servizi

autonomi con doccia, riscaldamento

con pannelli solari. La Baita Sociale viene affittata esclusivamente ai

soci CAI (anche di altre sezioni) per settimane autogestite (per

informazioni rivolgersi alla sezione di Lanzo Torinese).

IL RIFUGIO AGRITURISTICO DEL SALVIN è situato nell'Alta

Valle del Tesso a 1580 m. É raggiungibile con una strada sterrata che

parte dalla frazione Mecca di Monastero

di Lanzo, dista complessivamente 55

km da Torino. Offre cucina casalinga a

base di prodotti naturali. Sistemazione

in camerette da 2 a 4 persone.

Vengono organizzate molteplici attività

legate all'ambiente montano e alle

attività agricole.

Attrezzato per soggiorni estivi per


agazzi e per soggiorni didattici per

scolaresche. 8 stanze e 24 posti letto.

IL RIFUGIO PERETTI GRIVA si trova a

1810 m; è stato distrutto da un incendio

nel luglio del 2001 e attualmente è

inagibile.

ITINERARIO:

Salendo da Lanzo Torinese, si raggiunge la piazza di Chiaves, si

imbocca la strada sulla destra che porta a Fontana Sistina, e a un

successivo bivio si prende a sinistra (indicazione per Cresto). Segue

una strada in salita che diviene sterrata pochi metri prima del Colle

della Croce dove è possibile lasciare l'auto.

Sulla destra del piazzale imboccare una carrareccia (cartelli indicatori

in legno) che sale verso Case Colombero. Alla prima curva lasciare la

stradina e proseguire diritto infilandosi tra le case che velocemente si

superano (bolli bianco-rossi). Oltrepassate alcune isolate costruzioni si

perviene a un evidente bivio: da lì abbandonare la traccia pianeggiante

per prendere a destra, in salita. La marcia si sviluppa tra bei boschi di

betulle, oltrepassando un paio di pietraie, un vecchio alpeggio e un

piccolo ripetitore. Si avvista successivamente il pendio erboso di S.

Giacomo e in breve viene raggiunta la stradina sterrata che,

pianeggiante, passa tra alcuni alpeggi e va a morire nei pressi della

chiesetta di S. Giacomo (1 h 35 minuti - 1414 m). Seguendo invece lo

sterrato verso sinistra, in discesa, si raggiunge la Baita Sociale Alpe

San Giacomo. Risalendo la stradina si giunge in breve al Colle San

Giacomo (1450 m - 2 h) dove, piegando sinistra, si sale all'evidente

Alpe S. Barbara (1500 m). Superato l'alpeggio e un successivo pilone

votivo la marcia si fa praticamente pianeggiante e si raggiunge

un'isolata costruzione; proseguendo diritto si arriva velocemente al

piazzale che caratterizza il Passo della Forchetta (1666 m - 2 h 30

minuti). Si segue in salita lo sterrato che proviene da Menulla e che

costeggia alcuni alpeggi; la strada si fa poi per un buon tratto rettilinea

e pianeggiante procedendo a mezzacosta lungo le erbose pendici del

Punta Gias Vej: nel vallone sottostante si vede Vrù. La strada riprende

in seguito a salire e si affrontano alcuni tornanti che conducono all'Alpe

di Monastero (1970 m). Di lì, dopo aver superato una curva, si giunge

in vista del Lago di Monastero (3 h e 30 minuti - 1992 m). Tornare

all'Alpe di Monastero per costeggiare il fabbricato, dirigendosi poi per

un colletto erboso posto sulla cresta che scende da Punta Gias Vej.

Scendere seguendo frequenti bolli rossi costeggiando alcuni alpeggi

per arrivare infine al Rifugio Salvin.

Dal Rifugio Salvin scendere al sottostante piazzale e di lì andare a

destra discendendo un breve pendio di terra e arbusti. Rintracciata una

stradina che passa pochi metri a monte degli alpeggi del Salvin

seguirla verso sinistra. Superata una piccola cisterna si prosegue su

sentiero e a un successivo bivio andare a destra (bolli rossi); si affronta

un tratto a mezzacosta per compiere poi una curva verso sinistra

entrando in una zona dove la vegetazione si fa più fitta.

Si superano alcuni piccoli rii e con dei saliscendi si risale velocemente

un valloncello, fino a uscirne dopo aver aggirato un costone. Andando

a sinistra si arriva agli alpeggi di Pertus (1 h circa dal Salvin), ricoperti

ormai di rovi, la cui curiosità è la stalla ricavata da una "balma" (un

enorme masso che forma un riparo naturale).

Superate le vecchie costruzioni si prende a salire a sinistra, lungo un

ripido costoncino, fino a giungere nei pressi di alcuni torrioni rocciosi;

piegare poi a destra e con un tratto a

mezzacosta si arriva a un piccolo

alpeggio.

Poco prima della vecchia costruzione

salire a sinistra e dopo alcune risvolte

dirigersi ancora a sinistra, verso una

fenditura in cui scorre un rigagnolo.

Salire poi a destra, su terreno molto

ripido, rinvenendo una traccia di

sentiero che va seguita verso destra.

Chiesetta S. Giacomo

Superati agevolmente un paio di costoni si risale, appoggiando a

sinistra, verso un'ampia insellatura toccando la cresta spartiacque

Valle Tesso-Valle Orco (punto panoramico). Continuando verso destra

si incomincia a seguire la lunga e comoda cresta che con alcuni

saliscendi conduce in vetta al Monte Vaccarezza (2203 m - 2 h 30

minuti dal Salvin). Da qui il panorama, a 360 gradi, è veramente

indimenticabile.

Dalla vetta proseguire lungo la cresta per scendere a un'insellatura;

continuare nella stessa direzione e in circa 15 minuti, con una breve

risalita, si raggiunge la Cima dell'Angiolino (2168 m). Oltrepassata la

cima scendere dirigendosi leggermente verso destra e dopo aver

superato una piccola pietraia scendere a un pianoro dove si trova un

vecchio recinto in pietra.


notte del 14, da una suggestiva fiaccolata. Viene celebrata

annualmente l’8 settembre, la natività di Maria (scund mes

oust).

La frazione Salvin

La borgata si trova a 1150 m. Grazie a un’opera di recupero

degli antichi alpeggi e grazie al restauro dell’alpeggio più

grande, il “Rifugio Agrituristico del Salvin” è rinata.

Caratteristico un masso posizionato tra le baite che presenta

particolari incisioni (coppelle e cataletti) che nel lontano tempo

preistorico avrebbe avuto una funzione di “masso altare”, simile

a quello di Bogone (Balme), indice questo di un particolare

insediamento nelle Valli di Lanzo da parte di popolazioni

precristiane.

SENTIERO

MARSAGLIA

SALVIN


Una passeggiata

sull’antico sentiero

usato per portare a

Valle il fieno.

Itinerario

È una mulattiera che i

valligiani usavano fino a

metà del XX secolo per

trasportare il fieno

immagazzinato durante l’estate negli alpeggi, quando le loro

scorte nei fienili (sule) di fondo valle si esaurivano. Il trasporto

avveniva a spalle per mezzo di speciali manufatti di legno che

permettevano notevoli carichi; il sentiero, grazie alla sua

esposizione al sole, garantiva una percorrenza anche nei

periodi d’innevamento.

A destra sul retro del piazzale della Chiesa ci si dirige verso la

strada carrozzabile (dou cartun): dopo averla attraversata, a

circa 50 metri sulla sinistra inizia il sentiero che in breve

raggiunge le baite del Dou Casas. Prosegue inoltrandosi in una

faggeta e con un traverso verso sud raggiunge i Roc

d’Balmabianca (nei pressi sono ancora visibili tracce di

carbonaie usate nel XIX secolo). Il percorso continua attraverso

un terreno ricco di acque sorgive (mois) che giunge fino all’alpe

del Soglie. Si procede su larghi tornanti sino all’alpe della

Cialma che poi arriva alla Borgata Salvin.

L’antica borgata di Marsaglia

La frazione è posta in un ridente pianoro, dominata dalle

eleganti linee barocche della facciata, contornata da piccole e

caratteristiche case di pietra, tipiche dei borghi alpini. La

presenza di un edificio così grande e solenne in un borgo

scarsamente popolato anche nei secoli passati, è

comprensibile solo se lo si individua quale luogo di culto da

tempo immemorabile, al crocevia di sentieri che conducevano

ad alpeggi: l’ipotesi è avvalorata da ritrovamenti di manufatti in

pietra, incisioni rupestri e cavità scavate nelle roccia, segni di

antichissimi riti.

Il Santuario risale al 1771 (eretto per voto di una pastorella

guarita dalla Madonna) ma sicuramente preesisteva una

cappella. L’elegante facciata barocca è caratterizzata da

quattro lesene suddivise in tre ordini e da un frontone sul quale

insiste un piccolo campanile centrale; Gli affreschi che

arricchiscono l’interno sono dei primi dell’Ottocento e

raffigurano scene tratte dai Vangeli. Sulle vele della volta,

inoltre, sono rappresentati a grandezza naturale i quattro

Evangelisti. Le pareti sono tappezzate da quadri ex voto,

specchio di una religiosità profondamente legata alla vita di tutti

i giorni, realizzati con le più svariate tecniche (dipinti su metallo,

su tela o su tavolette di legno) o costituiti da cuori votivi, stampe

e oleografie che rappresentano una notevole testimonianza

storica e sociale della vallata. Spiccano fra gli altri, quelli relativi

al periodo bellico compreso fra le due Guerre d’Indipendenza e

l’ultimo conflitto mondiale. Curioso rilevare che all’interno non

esistono altari o

cappelle laterali ma

solo alcuni

confessionali e un

pulpito. Nel

santuario si venera

la Madonna

Assunta la cui festa

si svolge il 15

agosto (mes oust)

ed è preceduta, la


Dati e immagini tratti dal sito internet del CAI di Lanzo

SENTIERO

NATURA DEI

PARTIGIANI


Il tragitto tocca tre colli: il Colle della Portia (1328 m), il Colle Lunella

(1359 m) e, il Colle Grisoni (1405 m) snodandosi lungo un itinerario

ad anello che attraversa i luoghi in cui si sono svolti alcuni episodi

della lotta partigiana. Si tratta quindi di un percorso nella memoria

attraverso la lunga guerra di Liberazione; un’occasione unica per

ripensare a quei valori morali e ideali, che costituiscono una delle più

profonde e feconde radici della storia dell’Italia repubblicana.

Itinerario:

Lasciare l'auto nell'ampio piazzale del Col del Lys, sovrastato dalla

colonna commemorativa, eretta nell'immediato dopoguerra in ricordo

dei caduti partigiani di tutte le Valli del torinese durante la Resistenza.

Imboccare poi, lo sterrato che parte dalla bacheca con affissa la

cartina dell’itinerario. Dopo una breve discesa si prosegue in piano

sulla mulattiera e si entra in un bosco di radi larici; poco dopo si

supera la prima delle numerose pietraie che la mulattiera attraversa

con tratti lastricati. Si affrontano successivamente alcuni saliscendi

mentre si aprono bei panorami sul sottostante vallone e nel frattempo

si aggirano le pendici del Monte Arpone. Giunti a un bivio nei pressi

di una fonte (circa 45 minuti dal Col del Lys) lasciare la mulattiera e

procedere a destra in salita (altro cartello indicatore), in breve,

superato un tratto più ripido, si arriva al Colle della Portia dove sorge

l'omonimo bivacco (1328 m), qui la vista spazia su Val della Torre e

sulla pianura

torinese. Il bivacco

che è stato

ricavato da una

vecchia cappella,

per volontà

dell’Associazione

Nazionale Alpini,

offre un porticato

esterno, alcune

panche e un

caminetto ma

nessun posto letto,

quindi per poter

pernottare è

necessario avere con sé una tenda. Nella zona vicina al colle sono

stati individuati alcuni esemplari della rarissima "Euphorbia

Gibelliana",

Dopo una sosta imboccare il sentiero che parte dall'ingresso del

bivacco che sale girando leggermente a destra (versante di Val della

Torre), sino al bivio che porta al “Pilone” (1470 m). Da questo piccolo

colle si scende a sinistra per raggiungere un altro colle da dove

proseguendo a mezza costa e attraversando i pascoli sul versante

della Val di Viù, si arriva al Colle della Lunella (1359 m) posto

sull'evidente insellatura tra Il Pilone e il Monte Colombano (1658 m).

Questo passo era anticamente molto frequentato poiché metteva in

comunicazione la bassa Val di Viù con la Val della Torre.

Proseguire scendendo leggermente a destra seguendo gli “ometti” in

pietra e i pali bianco/rosso lasciandosi sulla destra il Monte

Colombano, per giungere alle case Giuglitera (1346 m), oltrepassate

le baite proseguire verso una pietraia con una caratteristica fonte al

suo interno per poi risalire verso destra seguendo ometti e segnavia

di vernice bianco/rosso in direzione del colle Grisoni (1405 m).

Discesa

Seguire la strada fatta in salita sino alle Case Giuglitera, di qui

scendere sulla strada sterrata e proseguire sino a incontrare la 4°

bacheca didattica posta sotto il Colle Lunella, scendere poi verso

destra, sempre seguendo lo sterrato, sino a giungere a un bivio per

poi girare a sinistra (cartelli indicatori), di qui proseguendo sullo

sterrato si giunge nuovamente alla fontana posta sotto il Colle della

Portia e si prosegue sino al piazzale del Col del Lys


Queste pietre da mola, una varietà di cloritoscisto, erano assai

apprezzate per affilare ogni sorta di arnesi da taglio e soprattutto le

falci da fieno (i falciatori tenevano queste pietre immerse in un pò

d’acqua dentro un corno di vacca agganciato alla cintura). Per questo

venivano raccolte e anche commercializzate fuori del paese.

Il monte Pénna 2200 m, che dalle case di Balme appare come una

vetta, è in realtà soltanto la parete che sostiene un grande pendio di

pietrame posto tra i due valloni del Rio Pissài e del Rio del Ru. Di qui,

salendo direttamente, si raggiunge il sentiero segnato del Lago

Mercurìn

Informazioni Generali

Partenza : Piazzale “Camussot”

Tempo di salita: Ore 3.00 – 3.30

Dislivello: 900 m per il solo labirinto verticale

1100 m proseguendo fino al lago Mercurin

Periodo consigliato: tarda primavera - inizio autunno

*Informazioni tratte dal sito www.lapiuta.it

LABIRINTO

VERTICALE

BALME – VAL D’ALA

Un aereo percorso per escursionisti esperti (difficoltà EE), sulle

cenge che solcano la grande parete che sovrasta Balme, tra incisioni

preistoriche, strapiombi e iscrizioni tracciate dai pastori

nell’incontrastato regno degli stambecchi.


Cautele: l’itinerario non presenta difficoltà particolari ma si sviluppa

su terreno molto ripido e su cenge talvolta aeree, con oggettivi

problemi di orientamento. Pertanto è consigliabile soltanto a persone

esperte, avvezze a escursioni in alta montagna e fuori dai sentieri

battuti. In ogni caso va affrontato in condizioni di buona visibilità, in

assenza di neve e di ghiaccio.

Descrizione: Il percorso inizia dalla piazzetta dell’Albergo Camussòt,

1480 m. Seguire il sentiero per il lago Mercurin, passando per la Péra

dìi Tchàmp, belvedere sul paese sottostante attraverso un rado

bosco di faggi. Trascurare sulla sinistra il sentiero segnato per il Lago

Mercurìn e proseguire a destra su un sentiero a mezzacosta che

passando tra pietraie, boschi e campi raggiunge direttamente la base

della grande parete in corrispondenza della cascata più bassa del Rio

Pissi, 1600 m.

Sui due lati della cascata, che alla fine dell’estate è spesso asciutta,

si possono osservare alcune bàrmess (ripari sotto roccia) dove si

trovano incisioni e iscrizioni (una di queste è in patois “OURÀ’ IÀ LOU

SOULÈI OURÀ’ PROÙ”, “un momento c’è il sole e un momento no”).

Alcuni di questi ripari sono chiusi da muretti (baricàiess) che

servivano per la caccia alla marmotta, riservata per tradizione ai

vecchi che non erano più in grado di cacciare il camoscio.

Sulla destra orografica della cascata, risalire un breve canale ripido in

direzione ovest, fino a un ripiano con un masso recante un’iscrizione

di difficile lettura. Risalire un altro piccolo canale nella direzione

opposta (est) con piccola croce con i bracci ad anello e alcune

iscrizioni: “SOPO DI PLERE 1880” e “C. B. DI CANÀN, A LI 10 MAI

1887”. Si giunge così alla seconda cascata del Rio Pissài, 1680 m,

dove inizia la cengia di Lansàtta, che sale in direzione ovest,

dapprima assai ampia e poi gradualmente più stretta.

Il nome significa “lancetta” e sta a indicare lo strumento, simile a una

affilata lancetta di un orologio a pendolo, che si usava per incidere le

vene durante il salasso. Questo termine, nel patois di Balme, indica la

vipera aspide tipica di questi luoghi, piccola e sottile con la testa

triangolare e ben evidenziata. Questi rettili erano in passato numerosi

su questa parete ben soleggiata. Oggi sono quasi scomparsi in

seguito alla presenza di numerosi uccelli che li predano (gracchie,

corvi imperiali, poiane e aquile), che si sono moltiplicati con il venir

meno della caccia.

Giunti alla quota 1720 m, la cengia si fa più ripida e stretta, fino a

ridursi a uno stretto passaggio sotto una roccia sporgente. Proprio nel

tratto in cui il passaggio è più angusto, vi sono alcune iscrizioni “1827

PANCRASIO C. 1803”. Superato questo punto, seguire ancora per

un tratto la cengia, fino a imboccare un altro breve e ripido canale

verso est. Si giunge così a un ampio ripiano erboso presso la terza

cascata del Rio Pissài.

Proseguendo si attraversa una grande spaccatura, con un riparo

sotto roccia (bàrma) che reca tracce di antichi bivacchi, riconoscibili

nei muretti di pietra e nelle ortiche (queste ultime testimoniano la

presenza nel terreno di deiezioni animali). Pochi metri a valle del

masso che forma la bàrma, sull’orlo del salto di rocce, si apre un altro

più ampio riparo sotto roccia, chiuso da un piccolo muro di pietra a

secco.

Questo luogo, detto “lou bou dìi Canàn” (la stalla dei Canàn), era

utilizzato dai pastori di capre della famiglia Castagneri Canàn per la

fabbricazione del formaggio caprino, senza dover trasportare a valle il

latte. È ancora possibile vedere il luogo dove veniva acceso il fuoco,

una piccola fascina di sterpi e una losa scanalata (pilòiri), che serviva

per mettere a colare i formaggi dentro le forme, permettendo di

recuperare il latticello (laità). Sul tetto della bàrma si leggono alcune

date tra cui “1661” e “P*S”, oltre ad alcuni enigmatici disegni a

graticcio. Nei pressi della bàrma, si trovano ancora altre iscrizioni di

varia epoca. Questi ripari furono anche usati, a più riprese, dai

giovani di Balme che fuggivano l’arruolamento forzato, come accadde

durante l’occupazione francese alla fine del secolo XVIII e durante

l’inverno 1944-45 in occasione dei rastrellamenti.

Ritornando sulla cengia, si prosegue in leggera salita (altre iscrizioni),

superando diversi valloncelli, fino alla quota 1900 m. La cengia

finisce contro uno spigolo roccioso per superare il quale è stato

costruito un rudimentale muretto con alcune lastre di pietra e oltre il

quale si apre il canalone del Rio del Ru. A questo punto, invertire il

senso di marcia e seguire una grande cengia che sale verso est, di

nuovo in direzione del canalone del Rio Pissài. Si giunge così

all’altezza del grande salto d’acqua (il Pissài vero e proprio 1882 m) e

si svolta di nuovo verso ovest, imboccando un canale ripidissimo che

permette di salire più o meno verticalmente, superando un’altra

bàrma, fino a raggiungere le rocce della Pénna dove si trova il

giacimento delle pietre da mola.


Da Gisola è possibile raggiungere, in 15 minuti circa percorrendo la strada

asfaltata, il. Santuario di Sant’Ignazio, uno fra i più rappresentativi monumenti

delle Valli di Lanzo.

Dati e immagini tratti dal sito internet del CAI di Lanzo

SENTIERO NATURA

PESSINETTO-

GISOLA


Sentiero Pessinetto – Gisola

Il tragitto è il vecchio sentiero che collegava la Frazione di

Pessinetto Fuori con quella di Gisola, come testimoniano i

numerosi piloni votivi e alpeggi che si incontrano lungo il tragitto.

La storia

Il percorso, attraversa la frazione Costa costruita nel ‘600, dopo

l’inondazione che colpì Pessinetto centro. La zona è attraversata

dal torrente Rivassa che in passato forniva lastre di pietra per

balconi, e dal torrente Rundlera dai cui venivano estratte lose per

i tetti.

Lungo il sentiero sono visibili numerosi piloni, in particolare il

“Pilun bel” eretto prima del

1900 con ancora visibile

sulla facciata il foro di un

proiettile sparato dai

fascisti contro i partigiani

nel 1944. Il “Pilun Brut”,

invece, posto all’incrocio

della Viassa fu eretto

intorno al 1650 in onore di

Sant’Ignazio per ricordare

il salvataggio ad opera del

Santo di un neonato rapito da lupi. Lungo il percorso è ancora

visibile una chiesetta, ormai sconsacrata, dedicata a San

Barnaba, costruita intorno al 1647 per volere di Don Remondetto

Martino, parroco di Gisola. Il cognome Remondetto è di origine

celtica e deriva da verna (zona ricca di ontani), la dicitura con “ai”

finale è tipica della lingua franco-provenzale.

Itinerario

Dalla Frazione Ramondetti si risale una scalinata per poi

proseguire su un ripido sentiero che attraversa degli orti, sino a

giungere sulla piazzetta della borgata Costa, a fondo piazza il

sentiero si inerpica su prati ancora coltivati toccando i resti di

un’antica fucina per giungere sino al bivio con la mulattiera della

“Viassa”, il sentiero prosegue a mezzacosta, toccando i

caratteristici piloni votivi per poi raggiungere i ruderi della

cappella di San Barnaba.

Grandi castagni con terrazzamenti ancora integri fanno da

cornice al sentiero che risale sino ad attraversare il Rio Rivassa

e su mulattiera si giunge alla fontana del Balluard, subito dopo

sulla destra si incontra il sentiero che arriva dal “Funtanas”,

proseguire verso monte sino ad attraversare due rii, qui la

mulattiera si fa lastricata fino a raggiungere le prime case della

Frazione Gisola.


ARRAMPICATA

Il Vallone di Sea, grazie alle sue pareti ricche di fessure e di spigoli

strapiombanti, offre diverse vie di arrampicata per gli appassionati

di questo sport. Il luogo severo e selvaggio implica a volte lunghi e

faticosi avvicinamenti e inoltre le scalate sono difficili e molto

tecniche, le vie sono scarsamente attrezzate, spesso con materiali

obsoleti, anche se ultimamente si è ripreso un lavoro di

richiodatura di vecchi itinerari. Le vie sono comunque adatte ad

arrampicatori esperti. Curiosi sono i nomi delle pareti, spesso

fantasiosi e mitologici, come, per esempio La parete dei Numi –

Bec Cerel, La Torre di Gandalf il Mago (le forme della roccia

assomigliano al volto del Mago del “Signore degli Anelli”), Il

Droide, La Sfinge e Lo Specchio di Iside. Il periodo migliore per

arrampicare in questa magnifica natura incontaminata va da fine

maggio a metà ottobre.

Testi di riferimento: M. Blatto, “Vallone di Sea – Un mondo di

pietra, Vivalda Editori - Aria; M. Blatto, A. Bosticcio, M. Rosa, Tra il

Classico ed il Moderno.

INFORMAZIONI GENERALI

Località di partenza: Forno Alpi Graie - Groscavallo (1219 m)

Tempo di salita: 3 h

Segnavia: EPT 308

Difficoltà: Escursionismo medio

Periodo consigliato: maggio – novembre

Itinerario tratto dal sito www.cailanzo.it

VALLONE DI SEA

Fino Gias Nuovo

al Piano di Sea

Il Vallone di Sea, lungo

circa 10 km con un

dislivello di quasi 2000 m,

è un luogo aspro e

selvaggio, adatto per chi

vuole immergersi in una

natura incontaminata e

ricca di sorprendenti

bellezze paesaggistiche.

Le sue scoscese pareti

Alpe di Sea (1785 m)

rocciose sono un

paradiso anche per gli

appassionati di arrampicata, e non mancano gli incontri con

stambecchi, camosci e marmotte. All’imbocco del vallone è

collocato il Santuario di Nostra Signora di Loreto con i suoi 444

scalini. A 2297 m si trova il Bivacco Fassero – Soardi. Alla testata

del vallone troviamo tre ghiacciai di notevole estensione, il

Ghiacciaio di Sea, il Ghiacciaio Albaron di Sea e il Ghiacciaio

Tonini, per poi terminare con il Col di Sea (3100 m), un tempo uno


dei valichi più frequentati per raggiungere la Valle dell’Arc in

Francia; tempo fa, grazie a migliori condizioni climatiche, i pastori

facevano passare dal colle i loro greggi di pecore.

LA STORIA

La Val di Sea era anticamente frequentata da montanari,

contrabbandieri e pellegrini e il vallone non presentava l’aspetto

aspro e brullo di oggi. Era infatti ricoperto da enormi foreste che

vennero distrutte a partire dal XIII secolo a causa dell’inizio di

un’intensa attività mineraria nella zona: la legna serviva infatti da

combustibile nelle fucine presenti a Forno. Nella seconda metà del

‘700 il vallone venne utilizzato dai pastori locali, che nei mesi estivi

portavano le proprie mandrie in alpeggio, garantendo così il buon

mantenimento del territorio. Oggi è un angolo delle nostre Valli di

particolare bellezza, circondato da alte pareti rocciose e sovrastato

da spettacolari ghiacciai.

ITINERARIO

Da Forno Alpi Graie seguire una strada che inizia a sinistra della

piazzetta in fondo al paese, attraversa la Stura su un ponte e

termina allo sbocco del Vallone di Sea. Continuare sulla sponda

sinistra orografica del vallone percorrendo una pista costruita dalla

Comunità Montana per accedere all'acquedotto generale delle

Valli di Lanzo. (Se si continua a sinistra si giunge al Santuario di

Nostra Signora di Loreto). Giunti all'altezza delle costruzioni

dell'acquedotto il sentiero

prosegue sulla destra del

senso di marcia, sotto le

estreme propaggini della

Costiera Malatret. Dopo una

breve salita percorrere

ancora il fondovalle sino ad

attraversare su di una

Gias Nuovo (1888 m)

passerella la Stura di Sea

nei pressi del Gias Balma Massiet (1500 m).

Salendo in mezzo a una bassa vegetazione si giunge, dopo aver

attraversato un'altra volta il torrente, all'Alpe di Sea (1785 m),

posta sotto un enorme masso.

Una volta superate le costruzioni, si aggira un cocuzzolo e con una

breve salita si guadagna un vasto pianoro a metà del quale, a

destra, vi è il Gias Nuovo (1888 m) con le sue baite in pietra.

Discesa

Per l'itinerario di salita

Ulteriori escursioni (di maggiore difficoltà)

Passo dell’Ometto (1616 m)

Bivacco Fassero – Soardi (2297 m)

Passo delle Lose (2866 m)

Col di Sea (3100 m)

Punta Tonini (3324 m)

Punta Bonneval (3325 m)


PIAN DEI SARACENI (escursione in salita, 30 minuti)

Lasciata l’auto sulla piazza di Balme, risalire la carrozzabile per

una cinquantina di metri per poi imboccare a sinistra il sentiero

che, dopo pochi passi, raggiunge il ponte della “Gorgia”, dal

quale si può ammirare lo spettacolo della cascata. Il sentiero

prosegue verso sinistra, e dopo una cinquantina di metri a

destra, lasciata la pista che porta alla frazione Cornetti, la salita

si fa più ripida e ci si addentra in un bosco di larici e abeti.

In prossimità di un piccolo acquedotto incontriamo il cartello

che indica la deviazione sulla destra verso il Pian dei Saraceni.

Dopo pochi passi il bosco di conifere lascia improvvisamente la

scena a una faggeta di rara bellezza che ci accompagna fino al

piccolo pianoro detto appunto Pian dei Saraceni.

Informazioni e segnalazioni presso: TONINO SPORT Via

Roma, 121, Balme.

CAMMINARE A BALME

ITINERARI

PAESAGGISTICI

IMMERSI NELLA

NATURA


LA GORGIA-CORNETTI (passeggiata di 40 minuti)

Dalla piazza di Balme risalire la strada per un centinaio di metri

fino a quando, sulla sinistra, troveremo il cartello che indica il

sentiero. Dopo pochi passi ci ritroviamo sopra il ponte della

Gorgia, spettacolare cascata formata dal torrente Stura.

Proseguendo lungo il sentiero quasi sempre pianeggiante che

piega verso Est, ci si immerge in un bosco molto fitto che si

apre solo a tratti per lasciarci ancora ammirare lo scenario della

cascata. Dopo una simpatica fontanella, una panca in legno e

una leggera discesa usciamo dal bosco per attraversare il prato

del Pakinò (sciovia) e raggiungere la frazione Cornetti,

caratteristica borgata fondata da minatori nel XIII secolo. Di qui

si ritorna in breve al capoluogo lungo la carrozzabile.

SAN PANCRAZIO-PIAN GIOÉ (escursione in salita, di un’ora e

30 minuti)

Dalla frazione Cornetti di Balme seguire le indicazioni del

Sentiero Natura Val Servin che si addentra nelle vie (dette

chintanes) dell’antica borgata per poi uscire dall’abitato e

risalire fino ai casolari dell’Arbosetta, capolinea della piccola

sciovia Pakinò, da dove lo sguardo spazia sul vecchio centro di

Balme. A questo punto lasciare il sentiero natura e continuare

la salita verso Ovest per raggiungere gli alpeggi della Comba

(1741 m): di qui in breve, risalendo alcuni prati sulla destra

(Nord), si raggiunge la cresta sulla quale è posto il pilone di

San Pancrazio. Dopo aver scattato alcune belle foto

panoramiche ritornare alla Comba e prendere il sentiero più a

sinistra (direzione Sud) che sale lungo una dorsale ricca di

vegetazione per poi raggiungere il Pian Gioé e i suoi alpeggi

(1955 m).

Discesa lungo lo stesso itinerario.

BALME-PIAN DELLA MUSSA (passeggiata in salita, 50

minuti)

Come per il primo itinerario, anche per questo, la partenza è dal

sentiero della Gorgia ma, subito dopo il ponte della cascata,

imboccare il sentiero sulla destra che da prima raggiunge la

Rocca SARI (grande masso erratico posto al centro di un

pianoro che è anche una storica palestra di roccia delle Valli) e

poi costeggia la Stura fino a raggiungere un caratteristico ponte

di pietra. Di qui il sentiero, dopo aver attraversato i caseggiati di

Bogone, sale a un alpeggio abbandonato e ad alcuni piloni

votivi per poi uscire dal lariceto e poter così ammirare il

fantastico panorama del Pian della Mussa.

GINEVRÉ: NEL REGNO DEGLI STAMBECCHI (escursione in

salita, 30 minuti)

Questa breve escursione è finalizzata alla possibilità di

addentrarsi nel mondo selvaggio delle rocce dove è molto

probabile imbattersi negli stambecchi, poterli fotografare e

ammirare le loro spettacolari evoluzioni. Dal piazzale

dell’albergo Camussot, situato nella parte alta di Balme,

imboccare il sentiero che porta al lago Mercurin (indicazioni

Ginevré – Mercurin). Questo sentiero è molto ripido ma in breve

porta alle pareti del Ginevré che è una palestra di roccia con

circa 60 vie attrezzate. Quando si è in vista delle prime rocce,

abbandonare il sentiero principale per obliquare verso destra in

direzione dell’evidente muro paravalanghe nei pressi del quale

è facile individuare gli stambecchi. Bella visuale anche

sull’abitato di Balme e sulla catena Ovarda–Servin.


INFORMAZIONI GENERALI

Località di partenza: Forno di Lemie (840 m)

Tempo di salita: 20 minuti.

Difficoltà: T (Turistica)

Dati e immagini tratti dal sito internet del CAI di Lanzo

CAPPELLA DEL TRUC O

DELLA CONSOLATA


Accesso:

Giunti a Viù proseguire

sulla strada provinciale che,

in discesa, scende alla

frazione Fucine. Ignorare la

deviazione sulla sinistra

che conduce al Col del Lys

e proseguire diritti sino a

raggiungere la frazione

Forno di Lemie.

Parcheggiare l'auto all'inizio della frazione, in prossimità del

caratteristico ponte.

Autentico oggetto architettonico, il ponte di Forno di Lemie, con

quello del Diavolo a Lanzo, può a ragione considerarsi uno dei

maggiori tesori delle Valli. Perfettamente inserito nel paesaggio

naturale (di cui pare quasi un decoro) ed in quello umano

dell'insediamento, il ponte è capace di fissarsi nella memoria

anche del più inesperto, ma sensibile, osservatore.

Cenni storici sulla frazione

Il nome della borgata di Forno di Lemie, come quello di altri

abitati delle Valli, deriva dall'estrazione e dalla lavorazione del

ferro e del rame, attività praticata fin dal Tardo Medioevo e

fiorente fino al XIX secolo.

In particolare la borgata di Forno di Lemie fu fondata con ogni

probabilità da due colonie, provenienti dalla Val Sesia e dal

Bergamasco, nel secolo XIV. Per lungo tempo la nuova

comunità mantenne la propria identità e rapporti con i luoghi di

origine. Solo nel 1426 e per alcuni anni, il duca Amedeo VIII, in

guerra con Milano, preoccupato di possibili tradimenti della

gente di Forno, impose un giuramento di fedeltà ai Savoia e di

non intrattenere corrispondenza con la madrepatria. Proprio la

lontana origine della comunità di Forno potrebbe spiegare

l'originalità del ponte: distrutto dalle alluvioni, il ponte fu

ricostruito a spese della famiglia Goffi, allora concessionaria

della licenza di sfruttamento delle miniere.

All'opera collaborarono i valligiani lombardi, che applicarono

nella nuova costruzione un modello strutturale e architettonico

conosciuto precedentemente grazie ai rapporti intrattenuti con i

territori del lombardo-veneto. Il ponte appare così un’elegante

sintesi di forme, allora straniere, che richiamano i ponti

veneziani, realizzato con un materiale, la pietra, tipicamente

alpino.

Salita:

Attraversare il bel ponte in pietra ed imboccare il ripido

sentierino che si trova dalla parte opposta. Il senso di marcia si

dirige poi verso sinistra ed inizia a salire con alcune risvolti nel

boschetto. Si arriva a ridosso di alcune torrette rocciose ed il

senso di marcia piega definitivamente verso oriente. Dopo un

tratto pianeggiante si vede tra la vegetazione la sagoma della

bianca chiesetta che con breve risalita si raggiunge (940 m, 20

minuti).

Buon punto panoramico e luogo decisamente tranquillo.

Discesa:

Per l'itinerario di salita.


marcia, senza usare le mani. Da entrambi i punti raggiunti si scende facilmente sul

vicinissimo margine del pianeggiante Glacier de Rochemelon: ci troviamo a nordnord-est

della vetta e finalmente possiamo vedere il secondo tratto della nostra

escursione che terminerà con la lineare cresta nord-ovest, quella che si profila più

distante. Avanzare sul ghiacciaio puntando a sud-ovest, verso la depressione alla

base della cresta; lunga passeggiata con leggeri saliscendi: non si ricordano

crepacci in questo settore del ghiacciaio, né ondulazioni brusche ma, con il forte

ritiro, possono prodursi irregolarità notevoli. Ė perciò richiesta una continua vigilanza

e forse l'uso dei ramponi. Oltrepassata la metà del ghiacciaio piegare alquanto a

destra e, scegliendo la via più agevole, salire alla dolce depressione (3330 m) del

cocuzzolo di confine che è piuttosto lontana dalla base della cresta finale:

Orientamento difficile in caso di nebbia. Seguire la pianeggiante cresta, di minuti

detriti, sfruttando la pista del suo fianco destro ed infine salire l'elegante cresta di

nord-ovest proprio lungo il filo. Sebbene esposta in alcuni punti, la salita è veramente

facile (se non c'è neve) e culmina alla spianata della vetta, ai piedi della grande

statua della Madonna. Avanzare sul ghiacciaio puntando a sud-ovest, verso la

depressione alla base della cresta; lunga passeggiata con leggeri saliscendi: non si

ricordano crepacci in questo settore del ghiacciaio, né ondulazioni brusche ma, con il

forte ritiro, possono prodursi irregolarità notevoli. Ė perciò richiesta una continua

vigilanza e forse l'uso dei ramponi.

Discesa:

Per l'itinerario di salita.

INFORMAZIONI GENERALI

Località di partenza: Lago di Malciaussia (1805 metri)

Tempo di salita: 5 h 30 min.

Difficoltà: EE (Escursionismo difficile)

Dati e immagini tratti dal sito internet del CAI di Lanzo

IL ROCCIAMELONE

(3538 m)


Accesso:

Risalire tutta la Valle di Viù. Giunti a Margone si

prosegue lungo la carrozzabile fino al suo termine,

nei pressi della diga del Lago di Malciaussia.

Salita:

Dal Lago di Malciaussia seguire il grosso sentiero

sterrato, puntando in direzione del Rocciamelone.

La stradina che costeggia il lago corre alla base di

vastissimi e alti pendii erbosi, oltrepassa le vicine grange di Pietramorta (1812 m)

poi, superato il lago, si accosta al torrente di fondo e lo attraversa a sinistra mediante

un ponticello.

Sulla scarpata dell'opposta sponda s'incontra subito un bivio: a sinistra sale il

sentiero per il Colle della Croce di Ferro, a destra prosegue il sentiero per il Rifugio

Tazzetti. Attraversati i dolci prati iniziali, la via prende a seguire dall'alto il torrente

principale sovrastato dai ripidi fianchi della Punta di Pietramorta (2577 m). Quasi

pianeggiante, con leggeri saliscendi e antiche diramazioni dei pastori, il sentiero

prosegue a lungo sulla sponda poi, piega a sinistra ed imbocca il valloncello del Rio

Medagliere; con salita più viva, lungo il nuovo fianco sinistro orografico, si giunge a

varcare questo rio pochi passi a valle di un'ottima sorgente (2100 m).

Si guadagna quota sul pendio opposto, solcato da cascatelle, dove il sentiero compie

lunghi tornanti fra i due rivoli più a destra (sono sconsigliabili le scorciatoie).

In alto si attraversa a destra l'ultimo canale poi si continua, quasi in piano, tagliando il

pendio assai ripido. Si comincia così ad abbandonare il vallone delle Medagliere per

penetrare in quello del Rio Rumour dove sorge il rifugio di mezzacosta, sulla tetra

fiancata della destra orografica, si attraversa una vasta pietraia con magre erbe dove

un breve passaggio scabroso, su roccia viva, è aggirabile con il sentiero più basso.

Si passa poi alla base di un cornetto di roccia caratteristico; il rifugio, abbastanza

visibile, è in alto ma non lontano, sulla verde fiancata opposta. Il sentiero si avvicina

al torrente facendosi pianeggiante e raggiunge, poco a monte di una cascata, la

conca del guado che è colma di neve fino a tarda estate (2530 m). Varcato il torrente

verso destra, si attaccano i tornanti del ripido pendio erboso rivolto a sud fino a

terminare, verso sinistra, sul ripiano solatio dov'è edificato il Rifugio Tazzetti. Dal

fianco sinistro del rifugio imboccare il sentiero ben marcato che si allontana sul retro

ed attacca il ripido pendio che sovrasta il rifugio. Con vivacissima pendenza e stretti

risvolti la traccia guadagna il filo di un crestone, subito a destra di un suo

caratteristico dente roccioso visibile dal rifugio (2750 m). Volgere a sinistra e seguire

il crestone che, proveniente dal Colle della Resta, divide il bacino dei Fons d'Rumour

da quello delle Cavalle a nord. Il sentiero tocca raramente il filo di cresta e si

mantiene, di preferenza, sotto a destra di esso avanzando di mezzacosta, con

pendenza moderata, fra erbe stentate e roccette. Davanti si profila il lunghissimo

tratto dello spartiacque, quasi orizzontale, che inizia a destra del Rocciamelone e si

prolunga fino alla Punta del Fort (3385 m). Accanto al Rocciamelone il vasto Glacier

de Rochemelon, quasi totalmente in territorio francese, travalica verso l'Italia con

alcune grosse lingue (attualmente in forte ritiro); subito a destra di quella più a nord

c'è il punto di passaggio del nostro itinerario: il rilievo roccioso a 3260 m dove è

fissata una croce metallica. Sotto e a destra

di questo rilievo, si estende la scarpata-parete

a strati orizzontali, larga e regolare, che

dovremo superare. Intanto, seguendo i segni

di vernice rossa che indicano il sentiero, si

arriva ad un "castello" di roccia chiara che

sbarra la cresta: aggirarlo brevemente sulla

sinistra, per rocce ripide ma ben gradinate ed

elementari. Continuare con la pista che tocca

il margine di un vicino ripiano di macerie e

nevai con alcune croci ricordo (3000 m); non

lasciarsi attirare verso sinistra, da un

valloncello invitante, bensì salire verso destra

seguendo la traccia che, rimontando una

piccola pietraia, conduca ad attraversare un

rivolo, sopra ad una cascatella nera ed

evidente (3060 m). Ultima acqua sicura. L'attraversamento del rio, verso destra, è

uno dei punti chiave dell'itinerario. Comincia la vasta, enigmatica ed erta scarpataparete

di "roccia marcia", tutta striata di cenge e terrazze invase di ghiaietta ed

intercalate a saltini rocciosi. Elevarsi seguendo le serpentine lungo la ripida sponda

sinistra orografica del rivolo; in breve si raggiunge il livello della sommità di un

caratteristico spigolo verticale di roccia gialla appartenente alla sponda opposta.

A questo punto sono possibili due vie; la prima, più breve e segnalata con vernice

rossa, consiste nel salire direttamente in direzione della croce seguendo all'incirca la

sponda del canale: non c'è uno sviluppo obbligato, tendere piuttosto un po' a destra,

mai verso sinistra. Nonostante sia apparentemente impraticabile, il pendio si vince

abbastanza facilmente, ma con grande cautela, passando da una terrazza all'altra. In

alto, sotto la balza sommitale, si compie un breve traverso a sinistra raggiungendo la

vicina crestina rocciosa che scende verso sud-est; per le facili roccette di

quest'ultima si superano gli ultimi 70 metri di dislivello e si raggiunge la croce

metallica posta sul Colle della Resta (3260 m).

Questa via deve essere percorsa con grande circospezione dalle comitive numerose

per il pericolo delle pietre smosse. La seconda via, più facile e meno ripida, è

leggermente più indiretta dell'altra. Non è segnalata con vernice e non ha una pista

evidente essendo poco conosciuta. Essa si sviluppa nel modo seguente: salire con

decisa tendenza verso destra, senza passaggi obbligati, in direzione di una nicchiaspaccatura

alta 3 metri e larga 1, ben visibile da distante e poi, nuovamente, da

vicino. Traversando canali poco marcati e scavalcando piccole costole si arriva a 60

metri dalla nicchia; innalzarsi lungo un costone e poi, appoggiando a destra,

imboccare un canalino posto quasi sulla verticale della nicchia.

Questo facile canalino obliquo verso destra, lungo 20 metri, raramente innevato,

sbuca sulla cresta di confine a quota 3290 m ed è distante circa 120 metri dal rilievo

con la croce. A parte la ripidezza del pendio attraversato, forte soltanto in pochi tratti

e che richiede comunque cautela, la progressione avviene soltanto con semplice


SANTUARIO DI SANTA CRISTINA (1340 m)

Comune di Ceres (704 m, km 40 da Torino)

e Cantoira (750 m, km 47 da Torino)

h 1,45

A piedi da Ceres e da Cantoira

RICORRENZE

La festività religiosa è il 24 luglio;

la sera del sabato più prossimo al 24

si svolgono i fuochi artificiali e un

suggestivo falò visibile da Cantoira.

SANTUARIO DI SANTA CRISTINA


Sentinella della Val d’Ala e della Val Grande, il Santuario di Santa

Cristina è abbarbicato su una selvaggia rupe che separa le due

valli: un punto panoramico unico da

cui si possono leggere, come in

un’immensa carta geografica in

rilievo, i borghi e le cime della zona.

Questa, accanto al significato

religioso, è la ricompensa per chi

affronta le lunghe mulattiere che,

attraverso boschi freschi e ombrosi

lasciano improvvisamente spazio

alle rocce della vetta e alla scalinata

che – non solo simbolicamente –

sembra davvero condurre al cielo.

Si capisce allora come anche questa

località, prima di prendere forma nei

secoli come luogo di culto cristiano, sia stata occupata da tempo

immemore dai primi abitatori delle valli, che vi eressero i propri idoli

pagani.

Per lungo tempo il santuario fu vivacemente conteso tra le

comunità di Ceres e Cantoira: oggi la secolare diatriba appare

sedata e la proprietà è stata riconosciuta ai Cantoiresi, che ne

assicurano la manutenzione e il culto.

SANTUARIO DI

SANTA

CRISTINA

La prima cappella fu

costruita nel Trecento

ma venne

successivamente ampliata grazie alle fatiche dei valligiani, che per

anni trasportarono a spalle il materiale da costruzione. Sino a pochi

anni fa, nel giorno della festa, era facile trovare alcuni sacchi di

sabbia all’imbocco del sentiero di Cantoira: ogni fedele contribuiva

in questo modo ai lavori di restauro della chiesa, elevata a

santuario nel XVII secolo in seguito al fervore cattolico suscitato

dalla Controriforma. Il complesso architettonico è a pianta

rettangolare ed esternamente non

presenta decorazione né intonaco e

la struttura appare rustica e

massiccia.

All’interno si possono ammirare

tracce di affreschi, alcuni dei quali

di buona fattura: uno in particolare,

di epoca cinquecentesca,

rappresenta la Madonna in trono

con il Bambino e Santa Cristina.

Sono conservati inoltre numerosi

ex-voto, i più antichi dei quali

risalgono al XIX secolo.


.

FOTO 4

Breve storia delle meridiane

Le meridiane hanno un’origine antichissima: nell’età neolitica erano già

presenti le prime tecniche, seppur rudimentali, per la misurazione del

tempo. Secondo Vitruvio e altre fonti dell’antichità questa scienza fu

inventata da Anassimandro tra il VII e il VI sec. a.C. Notevolmente

sviluppatasi durante l’età del bronzo, la costruzione delle meridiane subì

un arresto durante le invasioni barbariche. La loro rinascita ebbe inizio

nell’età del feudalesimo, in particolar modo nel 529 d.C., anno di

fondazione dell’Ordine Benedettino. Il secolo XIII fu molto importante

per l’evoluzione delle meridiane, poiché lo gnomone (bastone di ferro o

di ottone che proietta l’ombra sulla parete), posto fino allora

perpendicolarmente alla parete, venne orientato parallelamente

all’asse terrestre. Il termine “Meridiana”, riferito a tutti gli orologi solari,

non è totalmente corretto; infatti, il nome indica solo un’ora, quella del

mezzogiorno solare; cioè quando il sole si trova in “meridiano”. Il

mezzogiorno locale veniva solitamente indicato dalla lettera M o dal

disegno di una campanella.

Ala di Stura: il paese

delle meridiane

Ala di Stura, paese situato a circa 1000 metri s.l.m. nelle Valli di Lanzo,

presenta un elevatissimo numero di meridiane e quadranti solari sui muri

delle sue abitazioni, sparse tra le varie frazioni.

Alcune meridiane sono state restaurate recentemente, come quelle

sulla facciata della Chiesa Parrocchiale (foto 1 ), nel centro del paese,

mentre altre sono deteriorate a tal punto da renderne difficile il

riconoscimento.

Ala di Stura era nei secoli scorsi un paese di transito molto importante

per il commercio: proprio lì

facevano sosta i mercanti e i

viaggiatori diretti verso la Francia

(Chambery) oppure verso Torino.

Numerose abitazioni inoltre,

soprattutto nelle frazioni,

presentano facciate ancora

originali, sulle quali secoli fa erano

state affrescate le meridiane; è

dunque ancora oggi possibile

trovarne numerosi esempi.

L'elenco e la descrizione dei 77

quadranti solari individuati nel

comune di Ala, meritano

FOTO 1

particolare attenzione. Diversi orologi solari costruiti nella seconda metà

dell'Ottocento hanno un loro fascino antico e particolare, insieme agli

affreschi, alcuni dei quali risalenti all’epoca del Perini (pittore, monaco e

viaggiatore), che ha datato le sue religiose opere nel periodo che va

dal 1575 al 1588 nelle Valli di Lanzo.

Nel percorso alese è facile incontrare diversi tipi di quadranti solari e

meridiane a ore locali, francesi (basandosi sull’ora vera e non su quella

convenzionale, istituita solo nel 1866, l’ora francese risulta differente da

quella alese) e babiloniche (segnanti le ore trascorse dal sorgere del

sole); è possibile incontrare inoltre planetari e meridiane universali molto

interessanti anche dal punto di vista prettamente artistico.


Proposta di un itinerario

Pochi metri prima di giungere sulla piazza centrale di Ala di Stura,

voltare a destra verso la frazione Pian del Tetto; dopo tre curve lasciare

l’auto e imboccare il sentiero indicante “Pian del Tetto”, che conduce

alla chiesetta intitolata a Santa Maria Maddalena. Sulla facciata del

campanile è visibile la prima meridiana, dove non è più presente lo stilo,

bensì un buco più altri due fori nei quali era inserita la forcella a V,

formata da due supporti per reggere il lungo stilo. Tale meridiana segna

sia le ore locali sia quelle francesi e la scritta in basso, elemento tipico

molto spesso riportato sulle meridiane, non è più leggibile. Di fianco, sulle

pareti di una casa privata, è visibile un’altra meridiana, risalente al 1851:

questa è rivolta a ovest, quindi

raggiungibile dal sole solamente nelle ore

pomeridiane. Il piccolo stilo (detto anche

gnomone) segna le ore locali e quelle

francesi. Addentrandosi nell’affascinante

frazioncina si possono trovare numerose

meridiane e affreschi, anche di particolare

valore storico. Alcune meridiane, molto

FOTO 2

ben conservate, riportano motti piuttosto

curiosi, come: «Il tempo passa, la morte

viene, beati quegli che avrà fatto bene»,

oppure «Io veggio andar ansi volar il tempo». Ritornare sulla strada

asfaltata, percorrendo l’ultimo tratto di sentiero ancora all’interno della

frazione. Scendendo, sul primo tornante, parte un altro sentiero che

conduce a una frazione denominata “La Croce”. Percorrere la stradina

ben segnalata quasi interamente e, prima di incontrare la strada

asfaltata, dinnanzi alla trattoria “La Courbassera”, addentrarsi in un

cortile sulla destra: sui muri adiacenti sono affrescate ben quattro

meridiane. La più originale è, senza dubbio, quella interrotta da un

balcone che presenta una moltitudine di linee: queste indicano ore

francesi, babiloniche e italiche (segnano le ore trascorse dal tramonto

del sole del giorno precedente). La composizione è di difficilissima

lettura e fu probabilmente eseguita da un esperto non originario delle

valli, poiché questo è l’unico esempio in tutta la zona. Raggiungendo la

strada asfaltata e tornando verso il centro del paese si può ammirare,

sulla destra, un magnifico planetario con colori originali datato 1870.

Percorrendo tutta via Masone, la strada più signorile di Ala, si trova sulla

destra una fontana dalla quale diparte un sentiero: imboccarlo e,

fiancheggiando il Grand Hotel, giungere alla Cappella di San Giuseppe

(foto 2), interamente affrescata ma purtroppo molto rovinata da

numerosi graffiti recenti. Proseguire ancora per il sentiero che ricondurrà

al luogo nel quale si era lasciata l’automobile. Tutte le frazioni di Ala di

Stura presentano numerose e particolarissime meridiane: vale quindi la

pena spendere qualche ora nella visita di questi splendidi orologi

antichi. Da notare, fra le altre, le meridiane di Pertusetto; gli antichi

affreschi e i quadranti solari della frazione Villar (foto 3); quelle del

Cresto e del Pian della Pietra.

È da segnalare inoltre la bellissima meridiana universale a Martassina

(località Tomà): è a forma circolare, indicante il mezzogiorno nelle

principali città del mondo; segna inoltre le ore locali e quelle francesi.

Ne esistono di similari anche all’interno degli abitati di Martassina e

Mondrone.

Nell’area sottostante il Municipio di Ala di Stura

è stata recentemente (dicembre 2005)

installata una “Meridiana Orizzontale” (foto 4),

un’opera quasi unica nel suo genere. La

meridiana è stata progettata da LORENZO

DESTEFANIS, studioso di gnomonica e

archeologia sperimentale che, insieme alla

collaborazione dell’Azienda Meccanica

COSTALLA di Rivoli che ne ha sponsorizzato e

curato la realizzazione, ne ha fatto dono al

Comune di Ala. La meridiana, di forma

ottagonale, è incisa su metallo formato da una

lega di alluminio e materiali per aeronautica. Il

diametro del cerchio circoscritto misura m 1,50.

Il progetto è stato trasferito su CAD e poi su

FOTO 3

CAM per permettere a una macchina operatrice di incidere la piastra.

La lastra riporta le linee orarie, quelle dello zodiaco e dei mesi dell'anno;

la retta delle ore 10 porta la curva dell'analemma, per facilitare la

lettura dell'ora senza la correzione dell'equazione del tempo. Un'altra

incisione indica la curva sinusoidale della declinazione del sole per

mostrare il fenomeno dei solstizi. È stato scelto il latino per ricordare la

comune lingua europea usata fino agli inizi dell'era moderna, da tutti gli

eminenti studiosi del nostro continente. La meridiana può ruotare

“azimutalmente” per ottenere l'orientamento con bussole o con

l’equazione del tempo. Il corredo di due gnomoni, intercambiabili,

permette di fare diversi esperimenti.


PONTE DELLA GORGIA – PONTE DEI TOMÀ – PONTE DEL CRESTO – CASA

DEL FONDO – PONTE DELLA FABBRICA - 1 H E 30 MINUTI

Dal ponte della Gorgia rifacciamo il percorso a ritroso fino a giungere al

ponte dei Tomà; a questo punto non lo oltrepassiamo ma prendiamo la

strada sulla sinistra subito prima del ponte. Proseguiamo in discesa e

raggiungiamo un pilone votivo

dedicato a Maria; sul pilone si leggono

ancora le parole: “O pellegrino che

passi per questa via ferma il piede e

saluta Maria”.

Alla nostra sinistra si vede molto bene

la frazione di Martassina con la chiesa

sulla rocca dedicata a San Michele.

Proseguiamo la discesa seguendo Ponte del Cresto

sempre la strada fino a raggiungere

delle baite, oggi disabitate ma non

molto tempo fa ancora abitate nel periodo estivo. Superate le baite, in

prossimità di una grossa roccia, possiamo distinguere, alla nostra sinistra, le

case della Frazione Maronera e in particolare, arroccata su una roccia, “La

Crestolina”, una delle ville più belle di Ala di Stura.

A questo punto abbiamo nuovamente raggiunto il ponte del Cresto, lo

superiamo per l’ultima volta e procediamo a destra, seguendo la strada fino

a giungere alla Casa del Fondo. Da qui prendiamo la strada asfaltata (località

Villar) e dopo circa 150 metri giriamo a destra nella mulattiera in pietra. La

percorriamo tutta e giriamo a sinistra, superiamo la Vecchia Centrale, che in

passato produceva l’energia elettrica per tutto il paese e infine sbuchiamo

nei pressi della birreria “Il Sacripante”. Procediamo sulla destra, superiamo

un grosso piazzale alla nostra destra che in inverno serve da parcheggio agli

impianti di risalita, svoltiamo a sinistra e in breve ritorniamo alla localita “La

Fabbrica” da dove siamo partiti.

PONTE DELLA GORGIA: per iniziativa della Sezione Torinese del C.A.I., nel 1878 venne

costruito un ponte di legno sulla Gorgia di Mondrone, in modo da facilitarne la vista. Nel

1928 il ponte di legno fu sostituito da un altro in cemento armato.

LOCALITÀ DI PARTENZA: ALA DI STURA, LOCALITÀ “LA FABBRICA”

TOTALE PERCORSO ANELLO: 11 KM

TOTALE TEMPO A PIEDI: 2 H E 35 MINUTI

DISLIVELLO: 200 METRI

Val d’Ala

Escursione adatta a tutti e usufruibile tutto l’anno (tranne periodi di forte

innevamento), è anche possibile percorrerla in mountainbike.

PONTE DELLA FABBRICA (1066 M) – PONTE DEL CRESTO (1080 M) - 25

MINUTI

Giunti ad Ala di Stura giriamo a

sinistra seguendo le indicazioni per gli

impianti di risalita, lasciamo la

macchina nel parcheggio e

cominciamo l’escursione. Superiamo

la seggiovia e attraversiamo il ponte

della Fabbrica, proseguiamo sulla

sinistra, facciamo un primo tornante e

Ponte della Fabbrica

continuiamo diritti. Superiamo la

strada sulla destra che porta a Karfen e procediamo seguendo il sentiero che

costeggia la Stura. Dopo aver attraversato un suggestivo bosco, alla nostra


destra si si apre un un vasto prato e e si si possono ancora vedere i resti i resti del del ponte del del

Villar crollato dopo l’alluvione. A A sinistra incrociamo una una stradina che che

porta nuovamente al al Karfen e e al al Vivet, località dell’inverso del del fiume, un un

tempo abitata, dove si si possono ancora visitare delle baite recentemente

ristrutturate.

Continuiamo diritti, ora ora il il sentiero sale sale leggermente, superiamo alla alla nostra

sinistra una una cascata e e procediamo ancora fino a a raggiungere delle altre baite

in in località Ghiai. Durante il il periodo estivo qui qui pascolano le le “reines”,

mucche da da combattimento riconoscibili per per il il loro colore scuro, la la grande

dimensione e e per per le le corna più più grosse.

Superiamo la la seconda baita e e giungiamo in in vista del del ponte del del Cresto.

PONTE DELLA FABBRICA: ha ha subito dei dei danneggiamenti a a causa dell’alluvione

dell’autunno 2000. A A seguito dei dei contributi di di ricostruzione inerenti agli agli eventi alluvionali è è

stato sistemato. Oggi, a a lavori ultimati, presenta le le seguenti caratteristiche: n. n. 4 campate; 4 campate;

n. n. 3 3 pilastri; solaio in in calcestruzzo armato e e parapetti protettivi formati da da piantoni in in

acciaio con con traverse costituite da da elementi lignei.

PONTE DEL DEL CRESTO (1080 M) M) – – PONTE DEI DEI TOMÀ (1164 M) M) - - 20 20 MINUTI

Attraversiamo il il ponte del del Cresto

e e saliamo a a sinistra costeggiando la la

Stura (se (se siamo stanchi, in in estate si si

può approfittare delle panchine

che che ci ci aspettano subito dopo il il

ponte), ci ci inoltriamo così in in uno

stupendo sottobosco che che sbuca in in

un un immenso pianoro. Procediamo

Ponte dei dei Tomà

sempre diritto seguendo il il sentiero

che che continua a a salire; alla alla nostra

destra possiamo scorgere le le abitazioni delle frazioni del del Cresto e e di di

Martassina (dove è è possibile visitare il il santuario dedicato a a Nostra

Signora di di Lourdes). Procediamo ancora e e finalmente scorgiamo il il

ponte dei dei Tomà e e alla alla nostra sinistra il il suggestivo borgo dei dei Tomà

con le le caratteristiche case in in pietra e e legno.

PONTE PONTE DEL DEL CRESTO: era era costituito da da una una passerella pedonale che che è crollata è crollata a seguito a seguito

dell’alluvione dell’ottobre 2000. 2000. La La nuova nuova opera opera realizzata presenta le le seguenti

caratteristiche: nuove nuove arginature di contenimento di contenimento in pietra; in pietra; unica unica campata; struttura struttura

costituita da da una una trave trave reticolare in in acciaio acciaio avente avente profilo profilo superiore curvilineo;

pavimentazione formata formata da da elementi lignei lignei ancorati sul sul profilo profilo superiore; parapetti

protettivi costituiti costituiti da da fili di fili acciaio di acciaio inossidabile.

PONTE PONTE DEI DEI TOMÀ TOMÀ (1164 (1164 M) M) – PONTE – PONTE DELLA DELLA GORGIA (1257 (1257 M) M) - 20 - 20

MINUTI

Superato il ponte il ponte dei dei Tomà Tomà si prosegue si prosegue oltrepassando il cartello il cartello in legno, in legno, si si

segue segue la la strada strada e al e al secondo tornante si si procede diritto diritto in in direzione

Mondrone.

Proseguendo sempre diritto diritto a fianco a fianco del del fiume fiume e parallelamente e parallelamente alla alla nuova nuova

strada strada costruita dopo dopo l’alluvione, ci ci

si si addentra nel nel sottobosco e si e si

perviene, quindi, quindi, a una a una pietraia,

dove dove a monte a monte si può si può vedere vedere una una

frana. frana. Terminata la la pietraia, sulla sulla

sinistra sinistra si intravede si intravede un un ometto che che

ci ci indica indica la la strada. strada. Proseguiamo

nuovamente nel nel bosco bosco fino fino a a

raggiungere una una grossa grossa formazione

Ponte Ponte della della Gorgia rocciosa; se se prendiamo a destra a destra

raggiungiamo una una spiaggetta dalla dalla

quale quale è possibile è possibile ammirare la Gorgia, la Gorgia, se se procediamo diritto, diritto, seguendo il il

sentiero che che aggira aggira la roccia, la roccia, si giunge si giunge a un a un bivio: bivio: scendendo a destra a destra si si

arriva arriva al ponte al ponte della della Gorgia, salendo a sinistra a sinistra si prosegue si prosegue in in un un piacevole

sottobosco e si e incrocia si incrocia il sentiero il sentiero (segnalato da da un un cartello in legno) in legno) che che

porta porta al Lago al Lago Casias. Casias.

Oltrepassato il ponte il ponte della della Gorgia Gorgia si giunge si giunge nell’abitato di Mondrone di Mondrone che che si si

consiglia di visitare di visitare essendo noto noto anche anche per per le numerose le numerose meridiane presenti.

PONTE DEI TOMÀ: era costituito da una passerella pedonale che è crollata a seguito

dell’alluvione dell’anno 1993. Oggi presenta le seguenti caratteristiche: nuove arginature

di contenimento; campate che si estendono a partire dalle nuove arginature sino alla

pilastratura centrale; struttura portante in acciaio; parapetti protettivi fondati da piantoni

in acciaio con traverse in elementi lignei.


PONTE DELLE SCALE: è l'unica testimonianza dell'esistenza del borgo di

Pertusio, fondato dai fratelli Barizeli di Gerola, originari di Lemie, che

ottennero dal marchese di Monferrato la possibilità di sfruttare tutte le

miniere della Val d'Ala. Nel 1665 una piena della Stura distrusse il paese;

solamente il ponte venne ricostruito nel 1668, poiché vi transitava la

mulattiera.

La costruzione a schiena d'asino presentava un'unica arcata di circa 15

m di luce e si innalzava 10 m sul livello dell'acqua.

Il ponte è stato nuovamente cancellato da una piena della Stura d’Ala il

15 ottobre 2000.

Si oltrepassa poi un bosco e si sbuca in un punto in cui vi sono alcune

baite denominate “Le Quaie”. A monte del lavatoio si intercetta

nuovamente il sentiero che permette di superare le costruzioni (che

lasciamo sulla destra) e poco dopo si oltrepassa una casetta isolata. La

mulattiera passa ora alta sulla Stura affrontando tratti un po’ esposti

anche se mai pericolosi; si arriva così al punto in cui sorgeva il Ponte

delle Scale (938 m - 2 h 15 minuti), dove sono visibili delle

caratteristiche rocce, modellate dallo scorrimento millenario

dell’acqua.

Informazioni Generali

Località di partenza: Pessinetto

Tempo di salita: 2 h 15

Tempo di discesa: 1 h 45

Dislivello: 350 m

Periodo consigliato: tutto l’anno tranne

periodi di forte innevamento

Discesa: per la via di salita

Buona parte dell’itinerario proposto si svolge sull’antica via che risaliva

la Val d’Ala con un tracciato completamente diverso dall’attuale strada

provinciale.

La mulattiera che immetteva nelle nostre valli, uscendo dal lato ovest

di Lanzo, si dirigeva verso Germagnano percorrendo le falde brulle e

rocciose del Monte Bastia su cui troneggia il Santuario di Sant’Ignazio.

Superate le poche case che formavano allora l’abitato di Germagnano,

la mulattiera si divideva in due tronchi: il primo discendeva al torrente

Stura e dopo averlo attraversato, si dirigeva verso la Valle di Viù,

mentre l’altro si inoltrava nella valle verso Ceres.

A Pessinetto, mentre la mulattiera proseguiva verso la Val Grande,

dalla medesima si staccava un secondo tronco, che valicata la Stura

sopra un ponticello in legno detto “Pedanca”, si portava sulla destra del

torrente, saliva alla frazione Villa Inferiore di Mezzenile e tenendosi a

metà costa del monte, si inoltrava sempre più nella Valle, toccando le

borgatelle di Salette e Vana.


Superata questa frazione si biforcava nuovamente per scendere a destra

verso la Stura, che attraversava sul ponte detto della Vana, e salire poi a

Ceres.

Il secondo ramo, dalla frazione Vana, proseguiva verso Ala passando

per Almesio e Pertus (o Pertusio), l’antico borgo asportato nel 1665 da

una piena della Stura e mai più riedificato.

Attraversata la Stura sul Ponte delle Scale, serpeggiando in continua

salita, la mulattiera raggiungeva la Cappella di Pian Soulè o Soletti, da

qui si staccavano alcuni sentieri, che salendo dolcemente sui fianchi dei

monti, toccavano le grange Pertuset, Maison, Croce, per poi

raggiungere Pian del Tetto e le altre frazioni di Ala di Stura.

ITINERARIO

PONTE CAUDANO: il ponte sul Rio Caudano a Mezzenile, costruito nel 1740, è

uno dei più antichi delle Valli di Lanzo; si compone di una campata

unica, costituita da un arco a sesto ribassato in pietra lungo circa 11 m.

Da Pessinetto dopo la panetteria svoltare a sinistra, passare sotto il

ponte della ferrovia e girare a destra subito dopo il ponte. Tralasciare la

deviazione per il Colle della Cialmetta e proseguire diritto lungo

l’antica via delle valli in

direzione Mezzenile. In

breve si raggiunge il

ponte sul Rio Caudano.

Proseguire lungo la

mulattiera e dopo la

cappella di S. Giuseppe

percorrere la salita che

Ponte della Vana conduce in località

Belvedere di Mezzenile

(10 min); imboccare la strada asfaltata e raggiungere il centro di

Mezzenile. Poco prima del castello dei Conti Francesetti prendere il

PONTE DELLA VANA: costruzione di ispirazione medievale, in pietra e a

schiena d'asino, costruito nel 1740, in sostituzione del ponte di legno

crollato dopo una piena della Stura nel 1739.

sentiero (freccia indicatrice in legno) che conduce a Ceres sulla destra

orografica della Stura, passando per le località Salette e Vana.

Dopo le case della frazione Vana scendere verso la stazione di Ceres e

prima del ponte, imboccare sulla sinistra la strada sterrata che porta al

Ponte della Vana (45 min).

Da qui, poco prima del ponte, girare a sinistra e proseguire lungo lo

sterrato alla destra orografica della Stura fino ad Almesio. Superato

l’abitato di Almesio, abbandonare l’asfalto e imboccare lo sterrato sulla

destra, all’altezza di un tornante.

Il percorso è inizialmente pianeggiante, poi segue un tratto in discesa

con il fondo alquanto

sconnesso dove vanno

evitate le deviazioni

secondarie. Si prosegue

superando alcuni

saliscendi e passando

vicino a una casa che va

lasciata sulla sinistra.

Ponte delle Scale

Poche decine di metri

dopo si raggiunge un

bivio; procedere diritto

Ponte delle Scale

evitando la stradina che

sale a sinistra e imboccare invece una stretta mulattiera delimitata da

due muretti di pietra.


Come arrivare:

Strade e Autostrade

Tangenziale Nord di Torino

Raccordo autostradale per Caselle Aeroporto quindi

SP 2 per Lanzo, a Ceres deviazione per Cantoira

Tangenziale Nord di Torino

Uscita Venaria quindi SP 1 per Lanzo, a Ceres

deviazione per Cantoira

Da qui seguire per Forno Alpi Graie

fino a Pialpetta (fraz. di Groscavallo), prendere la

strada per Rivotti e giunti al bivio andare a destra

per S. Grato, dove si lascia l’auto, da qui seguire

indicazioni del sentiero AA

Aeroporti

Aeroporto Internazionale di Torino - Caselle

Aeroporto Internazionale di Torino - Caselle Torinese

Per informazioni:

-Sezione CAI Lanzo Torinese Via Don Bosco 33, Lanzo Tel. 0123320117

-Sottosezione CAI Val Grande presso Osteria degli Amici Via Roma 179,

Cantoira Tel. 0123585897

-Ufficio Informazione e Accoglienza Turistica di Cantoira Tel. 0123585407

Chiesa di San Grato (Alboni)


La storia

L’altopiano degli Alboni (1378 m) ospita tre

agglomerati di case: quello del Grand Albone ,

dell’Albone di Mezzo, dove si trova la Chiesa di San

Grato e l’Albone Primo o Campo della Losa.

Fino ai primi decenni del 1900 il paese era ancora

abitato tutto l’anno, grazie al clima mite e soleggiato

rispetto a Bonzo (che dal 17 novembre al 25 gennaio

non vede il sole).

Il piano era coltivato a segale, orzo, patate e canapa.

Per il pane vi erano un forno ed un mulino a pietra

posto verso il Bec di Mea, che utilizzava l’acqua del Rio

Unghiasse.

La segala veniva battuta sul posto dopo il raccolto,

mentre la canapa, filata in loco, serviva per lenzuola,

camicie e telerie.

Il fieno per il bestiame era coltivato su terrazzamenti

posti sul pendio che sovrasta il piano, mentre l’erba

fresca veniva raccolta ancora più in alto, e portata più

in basso da ragazzi e ragazze che partivano al mattino

presto con in testa il loro “garbin” (un cesto di vimini

utilizzato per trasportare materiale).

La lavorazione della segale in una foto d’epoca.

L’itinerario

Tempo di percorrenza: 1 ora

Dislivello: 200 m

Seguire i segnavia di colore rosso/bianco/rosso con

la scritta AA (Anello Alboni).

Dalla Borgata “Grandi Alboni” seguire la strada

verso valle (per circa 200 metri), il sentiero sale a

destra e dopo aver incontrato il bivio per i Rivotti

si prosegue sulla destra in piano.

Dopo 10 minuti il sentiero sale in un bosco di

noccioli per arrivare dopo 30 minuti nella radura

di “Pian Ginot”, una volta ricco di pascoli.

Di qui si scende sino a raggiungere gli alpeggi “La

Costasa” per poi inoltrarsi in un fitto lariceto

che prosegue sino a superare il torrente.

Si inizia la discesa oltrepassando il bivio che porta

al Bec di Mea per poi raggiungere in 10 minuti la

Borgata degli Alboni.


Curiosità: anche la Viassi ‘d Vrù, è una mulattiera parzialmente

pavimentata a “ris” o “sterni”. In un tratto del sentiero si può ancora

trovare la stazione di smistamento del talco: un manufatto in pietra

costruito nel punto in cui ripartiva l’ultimo tratto di teleferica che

trasportava verso il capoluogo il talco estratto dalla vecchia miniera in

località “Pian ‘d la Rusa”, a monte della frazione Vrù (oggi trasformata

dal Cai di Lanzo in museo e visitabile da Aprile a Novembre. Per ulteriori

informazioni rivolgersi alla sezione di Lanzo del CAI).

QUARTO TRATTO

Percorso: Cantoira, frazione Villa (780 m)

Cantoira, frazione Rù (785 m)

Tempo di percorrenza: 20’

Dislivello complessivo: 5 m

Descrizione del percorso: quest’ultimo tratto si

snoda lungo la Strada Provinciale asfaltata.

Veduta panoramica della frazione di Lities


La storia:

Quest’anello escursionistico, ripristinato solo di recente, collega

Cantoira alle sue due frazioni più antiche: Lities e Vrù. Per lunghi

tratti il sentiero ricalca quella che, fino al 1966 (data d’ultimazione

della strada asfaltata), rappresentava l’unica via di comunicazione

del comune con le sue due frazioni e delle due frazioni stesse fra di

loro. Poiché sia Lities che Vrù sono attualmente raggiungibili in

macchina, l’anello può essere percorso nella sua interezza (il suo

snodo totale è di 7,2 km, mentre il tempo di percorrenza

approssimativo è intorno alle 3 ore, 3 ore e mezza), in uno solo dei

suoi tratti o in più tratti variamente combinati fra loro.

Il percorso:

PRIMO TRATTO: Viassi ‘d Lities

Percorso: Cantoira, frazione Rù (785 m)

Cantoira, frazione Lities, Martinin (1140 m)

Tempo di percorrenza: 1 h 30’ (andata); 45’ (ritorno)

Dislivello complessivo in salita: 355 m

Descrizione del percorso: la mulattiera, che si imbocca dalla Strada

Comunale a monte della frazione Rù, si sviluppa per il primo tratto in

un bosco di castagni; attraversa il Rivo di Rù in località “La Rocci”

(notare il ponte in pietra ad arco a tutto sesto), per poi risalire il

versante e proseguire lungo lo spartiacque in un punto panoramico

(località “Turaiet”) dal quale si gode la vista del fondovalle e delle

vette circostanti. Dopo un tratto a mezza costa il tracciato volge verso

il fondo del vallone costeggiando il Rivo di Rù, dove sono presenti

antichi lavatoi e maceratoi per la canapa (“neiveu”). Si risale poi

gradatamente verso l’abitato di Lities fino al secondo

attraversamento del Rivo, nel tratto denominato “Vi ‘d la Ruva”. Il

punto d’arrivo è rappresentato da un’area attrezzata posta in un sito

panoramico accanto alla Cappella di San Grato a Lities.

Curiosità: questo tratto della mulattiera, disseminato di piloni votivi,

è pavimentato a “ris” o “sterni”: materiale litoideo reperito in loco e

posato a ciottolato sul piano calpestabile.

SECONDO TRATTO: Vi ‘d Miculà

Percorso: Frazione Lities (1125 m)

Frazione Vrù (1035 m)

Tempo di percorrenza: 45’

Dislivello complessivo: 15 m in salita e 105 m in

discesa

Descrizione del percorso: si tratta di un sentiero

forestale di sezione ridotta. L’imbocco attuale è

all’altezza dell’ultima curva che la strada

asfaltata proveniente da Cantoira affronta

prima della Frazione Lities. Il tracciato, dopo aver oltrepassato il

“Rivo Migliana”, raggiunge un’antica carbonaia in località Piazzale

della Troai e prosegue per alcune centinaia di metri nella faggeta.

Dopo aver superato alcuni facili passaggi su stratificazioni di roccia si

arriva al “Col ‘d la Seitiva”, spartiacque fra il territorio di Lities e

quello di Vrù. Da qui il sentiero digrada lentamente fino a

raggiungere un punto panoramico sul colle opposto in località “Cresta

della Piccola Seitiva”. Percorse alcune centinaia di metri si giunge a

una sorgente detta “Funtana du Petè”. Sul crinale successivo, in

località “Petè”, ci si trova nei pressi di una sorta di miniera dalla

quale si estraevano minerali di ferro. Da questo punto il sentiero

scende fino alla località “Pera Crespa”, verso la Frazione di Vrù.

Curiosità: fino alla realizzazione della strada carrozzabile (1966),

che nell’ultimo tratto ripercorre il sito dell’antico sentiero, era l’unico

collegamento fra i due abitati e fino agli anni ’50 era percorsa

giornalmente dagli scolari che da Lities dovevano raggiungere la

scuola elementare di Vrù. A seguito dell’apertura della strada l’uso si

è drasticamente ridotto, tanto che in numerosi tratti il tracciato è

stato traslato per l’impercorribilità della sede originaria.

TERZO TRATTO: Viassi ‘d Vrù

Percorso: Frazione Vrù (985 m)

Cantoira, frazione Villa

(780 m)

Tempo di percorrenza: 30’ (andata); 1

h (ritorno)

Dislivello complessivo in discesa: 205 m

Descrizione del percorso: la

mulattiera prende il suo avvio dalla Strada Comunale a valle della

Frazione Vrù, in località ”La Senghia”; si sviluppa in un bosco di

castagni e riprende il sedime della Strada Comunale, la cui

costruzione ha assorbito una parte del tracciato. Prosegue poi verso il

crinale attraverso un castagneto in località “Cà dij Andrè” fino alla

località “Crepumè” nei pressi di una “balma”, in un punto

panoramico dal quale si gode la vista del Santuario di Santa

Cristina, del fondo valle e delle vette circostanti. Dopo un tratto di

mulattiera, il tracciato volge verso il fondovalle, a breve distanza dal

Rivo di Villa Boaria, dove sono presenti antichi mulini in pietra a

oggi mimetizzati dalla vegetazione. A poca distanza, in località

“Funtanassi”, esiste un masso erratico detto “Balma delle Mule” che si

trova a pochi metri dalla Strada Comunale che collega la mulattiera

al centro abitato e al vicino laghetto naturale denominato “Goi du

Giat” nei pressi del quale un tempo si ricercava l’oro.


Dati e immagini tratti dal sito internet del CAI di Lanzo

SENTIERO

NATURA

ROC D’LE MASCHE


Passeggiando nei prati di Vonzo verso la

strada che scende in direzione del Soglio

e dei Castej d’le Rive, è istintivo posare lo

sguardo verso nord, in direzione del

Vallone della Paglia. Si nota assai

facilmente, sulla destra idrografica del

vallone, un grosso masso squadrato alto

al massimo una ventina di metri, posto

proprio sul confine tra il bosco e i più alti

pascoli. Si tratta del masso noto in zona

come il Roc d’le Masche, detto anche Balma d’Vuns (Balma di Vonzo). In

italiano è stata preferita la traduzione Balma delle Fate. È curioso come si sia

scelto di evitare il più consono termine Masca (ovvero strega), forse per

un’impressione più rassicurante. In realtà di masche si è sempre trattato, fin

dalla più antica tradizione locale. Anche il termine balma deriva dal locale patuà,

e indica un naturale riparo offerto dalla roccia. Ecco così individuati i due

elementi caratteristici del nostro masso: il primo è l’alone di fiabe e leggende che

lo circondano, il secondo è il curioso ricovero che offre nella sua naturale e

generosa cavità. Vediamo meglio queste due caratteristiche, che hanno

conferito nei secoli passati una nomea del tutto singolare a questo naturale

monumento di roccia. Salendo ai piedi del grande masso è facile intuire i motivi

che lo hanno associato alle masche. Si tratta di una roccia dalla presenza

imponente, a forma di parallelepipedo, lungo una trentina di metri e alto una

quindicina. Sul lato settentrionale, verso monte, una stretta e singolare fessura

rocciosa lo separa con uno strapiombo dal pendio discendente, sugli altri lati il

masso termina a picco nei prati sottostanti. Sul lato orientale un comodo prato

ospita l’accesso al sentiero. Il ripiano superiore del masso, non raggiungibile

facilmente, è coperto di bassa vegetazione ed erba. L’elemento più pittoresco

del macigno riguarda le pareti che sviluppa su tutti e quattro i lati e sul soffitto

della balma. Si possono notare tortuose e pronunciate anse, giochi di erosione

che si spingono nell’interno della roccia offrendone un aspetto molto particolare

e suggestivo. La tradizione vuole che queste naturali opere di erosione siano in

realtà il segno lasciato dalle masche, che si riunivano abitualmente attorno alla

pietra. Una leggenda narra che un tempo la roccia avesse le pareti lisce. Le

masche, per far dispetto al Diavolo, avrebbero con un sortilegio staccato dal

pendio la grossa pietra (forse un tempo formava un unico promontorio attaccato

al versante settentrionale e la fessura rocciosa sarebbe l’evidente segno del

distacco forzato dal pendio) portandola a valle fino allo stretto che la Stura forma

nella zona in cui sorge il ponte del Diavolo a Lanzo, dove avrebbero voluto

depositarla. Qui però il Diavolo, accortosi dell’affronto, avrebbe costretto le

masche a riportare sulla schiena la pietra fin nel luogo di origine. Ma non con la

magia, con la quale avvenne il confortevole viaggio di andata, bensì con il

prezzo di un duro lavoro, divenendo la pietra pesantissima. I segni che ancora

oggi si notano sulle pareti sarebbero le impronte lasciate dalle schiene

Dati tratti dal sito internet del CAI

PareteEst

Si sviluppa sopra il muro che individua l’ingresso alla balma.

Presenti vecchie protezioni artigianali.

Parete Sud

Forse la via più facile, è però protetta molto male, con alcuni

vecchi chiodi limitati ai metri finali. Risale l’evidente fessura.

Spigolo Nord Est

È senz’altro la via più elegante, lunga e difficile del masso.

Risale il verticale spigolo nord-orientale, che a pochi metri dalla

sommità del masso piega a nord individuando il contorno di un

enorme tetto. È la via protetta meglio, con spit.


prendevano il volo e le masche si intermediavano con esse, rafforzando il

proprio potere. Si usava, prima di andare a dormire, lasciare sul tavolo un piatto

colmo di castagne bollite e già pelate, in modo che le anime dei defunti

potessero saziarsi compiaciute senza importunare i vivi. Trovarsi da soli la notte

del primo novembre nei sentieri tra i boschi, che univano i solitari villaggi alpestri

poteva davvero essere pericoloso: non erano sufficienti i numerosi piloni votivi e

la più ferrea delle fedi per tener lontani spettri e masche. Una fiaba racconta, di

una persona che si trovava la notte del primo novembre a dover percorrere da

sola il sentiero che collegava Vonzo a Chialamberto. Solamente la difesa di

un’anima della propria famiglia, che passava di lì per caso, e qualche preghiera

presso i numerosi piloni votivi sui lati del sentiero gli consentiva infine il ritorno a

casa, tra innumerevoli sentori di oscure presenze, masche e visioni che si

animavano nel bosco durante il viaggio. C’è da dire che non tutti gli spiriti erano

cattivi. Ad esempio, lo spirit-fulét si divertiva a combinare innocui scherzi, come

muovere i tetti di lose per non lasciar dormire, imbrattare le maniglie delle porte

o i muri di pece. Non era cattivo, se nessuno osava interferire con il suo lavoro,

altrimenti…

Le masche invece ogni tanto erano davvero cattive. Si dice che una volta

rapirono un bambino di Candiela, e lo portarono in cima ad una acuminata

roccia nei ripidi pendii sotto il Soglio (un piccolo insieme di case ad est di

Vonzo). Si riunì un gruppo di coraggiosi che tutta la notte seguì le urla del

bimbo, senza trovarlo. Solo la mattina dopo, quando la masca svanì, fu possibile

individuare la roccia prima occultata da un tenebroso sortilegio. Il bimbo

raccontò che tutta la notte una donna vestita di nero, muta, restò con lui

regalandogli di tanto in tanto alcune caramelle, per poi sparire sul fare del

giorno. Ma tra le fiabe, la più famosa fu quella che ebbe come oggetto proprio il

Roc d’le Masche e il suo magico trasporto fino a Lanzo per soddisfare una

bravata ai danni del Diavolo. Oggi le masche non ci sono più. Gli alpeggi sono

stati quasi tutti abbandonati e Vonzo è diventato un villaggio turistico. Nessuno

si riunisce più nelle stalle la sera per raccontare fiabe, confortevoli carrozzabili

uniscono tutti i paesi e gli antichi sentieri non sono più praticati, meno che mai di

notte. Il Roc d’le Masche è solo più una grossa pietra dai curiosi incavi e dalla

mole imponente. Eppure, ancora oggi, qualcuno giura, il venerdì notte, di aver

visto…

Le vie di arrampicata

Il Roc d'le Masche è un masso alto circa quindici metri, con salde pareti verticali

che offrono buoni spunti di arrampicata. Decenni or sono erano stati attrezzati

su due versanti con chiodi e spit, ormai arrugginiti. La pratica del bouldering su

questo masso è stata presto abbandonata con la perdita progressiva del

sentiero. Questo capitolo è tutto da riscrivere: non si trova traccia dei pionieri

iniziali e non ci sono notizie di arrampicatori che abbiano salito il masso in tempi

recenti.

delle masche durante il faticoso viaggio di ritorno. Ma non è finita qui, le masche

tornando a monte, esauste di fatica, si resero presto conto di non riuscire a

riportare l’enorme masso al suo posto. Così, curandosi di non farsi sorprendere

dal diavolo, ruppero una parte della roccia, sul lato meridionale e solo nella parte

inferiore della pietra, quella che appoggia a terra. Lasciarono così una cavità,

che agevolò il trasporto verso il luogo originario. Con questo veniamo alla

seconda peculiarità del masso, la balma. La balma è una roccia che individua su

più lati una cavità adibita a bivacco d’emergenza o, sovente, anche a cantina.

Nel nostro caso la balma è ricavata sul lato sud-orientale della roccia, nei metri

finali del suo sviluppo, dove non poggia del tutto a terra. Il riparo è così grande

che è stato trasformato in una stalla, chiudendo due lati esterni con un muro di

pietra a secco. Una porta di legno, oggi divelta, consente l’ingresso nell’anfratto

roccioso dal lato orientale. Anche dentro la balma, sul soffitto roccioso, è

possibile osservare i corrugamenti naturali della roccia, simili a quelli che si

notano sulle pareti e che tanto hanno suggestionato la fantasia delle persone.

Su questo pittoresco masso sono state aperte anche alcune vie di arrampicata.

È difficile reperire documentazione al riguardo, le vie sono abbandonate da

decine d’anni e le protezioni (chiodi e spit) ormai deficitarie.

Itinerario:

Da Vonzo, presso la piazza superiore del paese, lasciare l’auto e prendere il

sentiero che dai prati sale verso il Santuario del Ciavanis e l’Uja di Bellavarda

(nota nel paese col nome di Uia). Dopo circa 20 minuti di cammino si giunge

presso un alpeggio di nome Praïas. Da qui, sul lato occidentale del Vallone della

Paglia è possibile vedere il profilo squadrato del Roc d’le Masche. Esisteva un

tempo un sentiero che dai casolari superiori dell’alpeggio saliva direttamente al

masso. Non troppe decine d’anni fa era ancora saltuariamente praticato, ma

oggi è arduo trovarne traccia. Il sentiero qui descritto prende invece a salire

inizialmente parallelo al vallone. Si individua molto facilmente in quanto, subito

oltre il ripiano dell’alpeggio, si stacca una larga mulattiera delimitata da muri di

pietra, invasa di arbusti, bassa vegetazione e anche alberi. Dopo una

cinquantina di metri il sentiero comincia a salire sulla sinistra, percorrendo alcuni

ampi tornanti. Poi riprende parallelo al vallone fino a toccare un sistema di

ometti. Questi indicano un bivio. Se si prosegue diritto è possibile ritornare sul

sentiero del Ciavanis, nei dintorni dell’acquedotto. Occorre invece portarsi verso

sinistra, risalendo il pendio in direzione di un muretto di pietra che indica la

partenza di un nuovo sentiero. Questa parte è un po’ delicata in quanto il punto

del bivio non è affatto evidente. Individuato il nuovo sentiero percorrere le sue

svolte che salgono sempre più verso l’alto, portandosi a ovest (sinistra). Si arriva

sopra una balza rocciosa, una svolta verso destra, poi un’altra balza e infine di

nuovo verso sinistra ecco aprirsi i prati che precedono il nostro traguardo. Si

passa vicino ad una pietra, in vista del rettilineo finale in direzione dell’ingresso

della Balma, ormai evidente (15-20’ dal Praïas, 35-40’ da Vonzo). Da notare,


durante tutto l’itinerario, numerosi alpeggi diroccati, terrazzamenti e piccole

balme, oggi invasi da alberi e bassa vegetazione. Testimoni muti della presenza

umana nella montagna dei secoli passati.

Le masche tra leggenda e realtà

Le masche sono presenti in diverse culture delle valli piemontesi. La loro origine

è da ricondursi a quella relativa alle streghe. Nelle millenarie culture precristiane

di origine celtica e longobarda esistevano radicati elementi magici che

condizionavano la gravosa vita della popolazione montanara. Le masche

potevano essere donne particolarmente emancipate, che tentavano di elevarsi

dal contesto sociale che le privava di molte opportunità, applicando le loro

conoscenze nella primitiva medicina e nella vita spirituale. Erano insomma delle

druide, sciamane del villaggio. Oppure, più semplicemente, erano donne che si

specializzavano nella pratica degli elementi magici e superstiziosi. Come ancora

oggi omeopatia e medicina si mescolano creando spesso confusione e

ignoranza nella gente, anche un tempo una masca poteva essere una donna

che conosceva le erbe e sapeva preparare infusioni dal sicuro effetto, oppure

praticare riti magici e oscure maledizioni. Con la differenza che la scienza era

ancora in divenire e il suo confine con la magia molto aleatorio. Le masche da

un lato venivano interpellate dalla gente perché, credendole dotate di poteri

magici, avrebbero potuto guarire malanni, allontanare oscuri presagi, difendere

da malocchi e dannazioni, propiziare una stagione favorevole. D’altra parte, per

via delle loro pratiche, potevano anche venire guardate con sospetto o timore,

ed essere accusate di danni e sventure. Con l’avvento del Cristianesimo questi

elementi magici, propri di millenarie culture di origine celtica e longobarda,

vennero sfruttati dalla nuova religione per radicarsi con maggiore effetto tra la

popolazione, epurandoli dai componenti blasfemi. Fu proprio allora che la paura

e la persecuzione delle masche si acuì. Le masche vennero individuate in tutte

le donne un po’ diverse, esperte in erbe e pratiche magiche, a volte malate o

semplicemente ostili all’omologazione sociale. Le masche, accusate di fare la

fisica (una sorta di fattura maligna e pericolosa, una stregoneria) si dovettero

sovente nascondere o ritrovare in luoghi di cui la gente portò sempre timore,

luoghi già magici o spettrali, di cui si tramandarono fiabe e leggende. Luoghi

come il Roc d’le Masche, appunto. Durante l’Inquisizione la persecuzione delle

masche e la paura indotta dalle Istituzioni nei loro confronti raggiunse l’apice. Ci

furono esecuzioni e torture, molte donne furono impiccate, decapitate, o arse

vive. Per numerose persone fu sufficiente qualche affermazione che potesse

destare il sospetto di comportamenti non ortodossi per decretarne la condanna o

comunque l’etichettamento di masca. Sostenuta anche da paure e superstizioni,

la religiosità divenne un’ancora solida nella vita della gente. Eccone ad esempio

traccia nei numerosi santuari e piloni votivi disseminati un po’ ovunque in

montagna. Oltre alla funzione strettamente religiosa servirono per proteggere i

viaggiatori dalle minacce incombenti delle masche. È in questa mescola di

credenze, fede e superstizione che si tramandano fiabe e leggende, di

tradizione orale, mutevoli negli anni. Vonzo è un ottimo

esempio di questa cultura, ma pochi vecchi rimasti

ancora ricordano. Il paese di Vonzo è molto antico. Chi

ha occasione di visitare il Museo della Montagna può

notare come questo nome compaia in cartine del XIV

secolo, quando spesso non è citato nemmeno

Chialamberto, che è oggi il centro principale e Comune.

Vonzo infatti giace in una conca molto assolata, a circa

1200 m di quota e invisibile dalla valle. Sarà per questo,

si dice, che qui hanno trovato ospitalità da sempre le

genti più perseguitate, in cerca di rifugio. Tra le quali,

ovviamente, le vere o presunte masche, protagoniste di

numerosi aneddoti e racconti. Le masche avevano una

notte della settimana preferita per uscire e incontrarsi, praticare i loro riti magici

e sabbatici. Era quella del venerdì: in questa notte era bene evitare con cura di

uscire dai sentieri segnalati, lontano da santuari e luoghi non benedetti. Stesso

discorso per la notte fatata del primo novembre, notte in cui le anime dei morti

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