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EDITORIALE

di Lodovico Ellena ......................................3

RIVOLUZIONE E TRADIZIONE

RIPOPOLAMENTO

di Alessandro Murtas ..................................6

STORIA E CONTROSTORIA

NAZIONALSOCIALISMO

di Matteo Pastori ......................................12

CURIOSITÀ GIUDEO MASSONICHE

di Marco Linguardo ..................................14

GLI UFO ESISTONO DAVVERO?

di Massimo Buzzurro ................................18

DIFESA DELLA TRADIZIONE

I MISTERI DI MITHRA

di Alessandro Riccardi ..............................24

LA MODERNA RELIGIONE DELLA SCIENZA

di Michele Russo ......................................34

PLATONE - SECONDA PARTE

di Matteo Pastori ......................................38

THULE SOCI

ISLANDA

di Lodovico Ellena ....................................48

PELLEGRINAGGIO A NEMI

di Antonella Tucci ....................................56

PERCORSI AL FEMMINILE

LE DANZE SACRE FEMMINILI

di Antonella Tucci ....................................60

RECENSIONI

UNO SCRITTORE BENITENZIONATO

di Valerio Raimondi ..................................68

SOCIETÀ

DISOCCUPAZIONE IN PILLOLE

di Enrico Gavassino ..................................74


Editoriale

di Lodovico Ellena

Di quando in quando si levano voci sempre più numerose relative ai costi della

macchina politica nazionale, costi che al di là delle percentuali e dei confronti con

analoghe strutture di altri Stati hanno un che di mortificante. E tutto nella - quasi

- assoluta indifferenza della popolazione, troppo distratta e preoccupata invece

dell’ultimo flirt di qualche ballerina o degli sviluppi di qualche truculenta inchiesta

di cronaca. E dei privilegi parlamentari - esponenziali ed in buona parte del tutto

ingiustificati, delle legioni di auto blu, delle campagne elettorali milionarie (carine

quelle di sedicenti ambientalisti che sterminano foreste per far circolare le loro facce

su tonnellate di manifesti giganti), del costo di certi detenuti che meriterebbero

invece di spaccare pietre per tre vite e della decadenza culturale chissenefrega. Si dice

che ognuno ha il governo che si merita, vero, ma altrettanto vero il fatto che esistano

minoranze in lentissima crescita a cui tutto ciò comincia a stare sempre più stretto,

al punto di avvertire con sempre maggiore chiarezza un prurito ogni giorno più

insopportabile ed irritante. Mai come nelle ultime tornate elettorali infatti la

convinzione, anche da bar, che alla fine tutta questa classe politica sia roba scaduta

e puzzolente si và facendo strada, ma in conclusione manca alla fine il modo per

manifestare quell’urlo feroce che sempre più “elettori” sentono crescere dal loro

profondo. Un ruggito di rivolta, di protesta, un rigurgito di nausea, di disgusto

contro tutta questa classe politica nella sua interezza senza più l’ombra di una

qualsiasi dignità. E che si tratti di una colossale truffa, rossa, bianca o nera la si

voglia vedere lo dimostra il fatto che la prima delle riforme da farsi non è mai stata

né mai sarà fatta, ossia la riduzione dei costi di questa intera classe politica.

Rileggere Fidel Castro potrebbe diventare a questo punto un interessante stimolo

che al di là della collocazione ideologica del personaggio, sulla quale si potrebbe

comunque a lungo dibattere, sarebbe invece utile ginnastica intellettuale per

trascendere categorie e idee preconfezionate. Perché non è più questione di simboli,

bandiere o gadget, piuttosto è qui in gioco il futuro economico, politico, religioso,

ludico e sociale di tutto: e o si trova la forza di dare un poderoso calcio a questo

complesso sistema di privilegi, sperperi, assurdità, intrallazzi e meschine parrocchie

fagocitanti tonnellate di briciole, o quel calcio continueremo a prenderlo invece tutti

noi giorno dopo giorno: consenzienti e genuflessi. Questa politica, questa destra

questa sinistra questo centro sono un cancro sociale, e o si è parte del problema o si

è parte della soluzione. Si cominci quindi a riflettere e a far riflettere ovunque su di

una elementare evidenza: cosa giustifica che milioni di euro vengano divorati da

questa politica e dai suoi effetti collaterali? Cosa giustifica che deputati, senatori,

ministri o sottosegretari debbano avere stipendi, pensioni e premi per migliaia e

migliaia di euro mensili? Cosa giustifica che parlamenti nazionali e regionali

consumino una quantità tale di ricchezza che potrebbe invece essere distribuita in

ben altro modo al popolo? Da questi elementari ma rivoluzionarie fatti deve muovere

il primo passo per la rinascita di questo malridotto paese e chi non li persegue oggi

più che mai è un truffatore del popolo: rosso, verde o nero si dica. Siamo governati

da truffatori che producono leggi per legittimare la propria truffa: aiuto.


RIPOPOLAMENTO

L’Uomo di Thule apprende ogni giorno, nello

scontrarsi con la realtà quotidiana, i diversi aspetti del

mondo moderno a cui si è votato combattere, per

Istinto sovrasensibile, che come tutti gli aspetti sottili

è legato al Sangue, anche nel suo aspetto biologico.

Tra questi vi è lo sradicamento dal Suolo che l’uomo

bianco, Europeo nel nostro caso, ha subito e portato

avanti dal tardo IX secolo in poi. Nel frangente di anni

che ci separano da quando il “mito della città” si

affacciò preponderante, inteso come modello di

“modernismo” e “progresso”, inteso come “fumo e

cemento” e non più come Polis, Capitale, centro

propulsore di Politica, Arte e Cultura miranti verso

l’Alto, ci sono state delle rivolte, sul Suolo Patrio, che

traevano origine da quella misteriosa forza insita nel

Sangue e nel Suolo. E’ a questa forza che dobbiamo

richiamarci e riallacciarci, in una graduale

purificazione dalle scorie moderniste che nel migliore

dei casi si sono tenute sotto controllo nell’ambito del

nostro vivere.

Sia chiaro che non si vuole rigettare ciò che costituisce

un arricchimento della vita e nemmeno ciò che i nostri

Avi hanno creato non per porci al servizio di un

sistema tecnocratico ma per avanzare in una maggiore

conoscenza delle leggi naturali, e mai comunque con

la presunzione di “dominio” delle stesse, vero sacrilegio

dell’era moderna.

Come ogni mezzo anche la tecnologia deve essere

messa al servizio di un Ordine superiore che s’incarni

nell’identificare ogni aspetto della Vita con la

comunione del sangue e quindi del suolo.

Oggi che la stessa agricoltura, quella che fu arte

definibile come alchimia della terra, quella Scienza che

aveva nei suoi maestri i Contadini la cui vita era

scandita dalla sua semina e dal suo raccolto, dalla luce

del Sole che riscaldava sé, il suo lavoro e dava vita alla

sua opera, viene sottoposta uno schema meramente

economico e globalista a detrimento degli ultimi resti

di un contadinato europeo che si trova alla triste scelta

del “adattarsi o scomparire”. Questo ha come riflesso

lo spopolamento dei piccoli centri e l’annichilimento

della Fedeltà all’Ethnos abbagliati dalle luci di quel

grande centro commerciale di multirazzialità militante

che sono ormai diventate le capitali e i capoluoghi

europei. Anche in questo triste scenario la Thule non si

deve lasciar travolgere dagli eventi ma pianificare una

6

Rivoluzione e Tradizione

di Alessandro Murtas

(Avatar)

Resistenza Attiva, che alla fine, con gli adeguati mezzi,

non potrà che costituirne un argomento di lotta centrale.

Fin dai primordi della Thule Italia vi è stata

un’aspirazione a lungo termine alla creazione di un

attivo centro agro-urbano, che costituisse la cellula di

un nuovo quanto Ancestrale modello di società.

Un progetto ambizioso, un sogno ancor prima di

un’idea, ma come tutto ciò che nasce dalle menti degli

Uomini Contro il Tempo, che ancora muovono la loro

Guerra Santa, e si riuniscono sotto il Nero Stendardo

della Thule Italia, non irrealizzabile.

Vi è da pianificare un metodo per giungere all’obiettivo

datosi:

- Con le escursioni i Fratelli devono imparare a

conoscere il proprio territorio, la propria storia e a

sentire scorrere in se la voce degli Avi oltre che a

costituire un lavoro di documentazione comune

all’Associazione.

- Individuano punti di forte riferimento Storico,

Mitico e Archetipico del proprio Territorio, a cui ogni

Sezione Regionale deve richiamarsi. E’ importante

trovare in ogni regione un luogo geografico in cui siano

presenti al massimo questi aspetti, che faccia da centro

di riferimento spirituale, in cui ritrovarsi nelle

ricorrenze o nelle festività solstiziali: un Castello, una

Foresta, una Necropoli, un luogo in cui si svolse una

rilevante battaglia significativa nella difesa del Suolo

Europeo contro i suoi nemici ecc..

- Si rendono così conto di come questi stessi luoghi,

siano spesso non abbastanza curati, non abbastanza

ricordati, a volte abbandonati. Di come vicino ad essi

possano esserci centri abitati che vanno vieppiù

spopolandosi; e qui si ritrova una certa logica: dove un

tempo abitavano gli Eroi oggi non c’è commercio, non

c’è traffico, non c’è caos, automaticamente quel luogo

sta fuori dal Grande Circolo mercantile. Ecco che gli

spiriti deboli sono attratti verso il basso e vanno

incontro a questo circolo.

E’ qui che la Thule può pensare di intervenire.

Ripopolare e ampliare con Uomini e Donne Europei

quei centri che hanno “perso” il carattere Tradizionale

(in realtà questo carattere in sé non può mai essere perso

bensì solo momentaneamente scordato), e renderli di

nuovo centri della Tradizione. E’ indubbio che un simile

progetto comporta mezzi e capacità, questi mezzi e

queste capacità sono portati da menti umane, le menti


umane sono attratte o respinte da ciò che è in sintonia

con il loro spirito, con la propria vocazione. Ecco allora

che il primo passo, nel momento in cui si ritiene di essere

pronti, per attrarre a questo progetto chi effettivamente

ha non solo volontà di “popolare” ma ancor prima chi

metta a disposizione le proprie capacità in termini

tecnici, intellettivi, organizzativi e anche finanziari

(quest’ultimo aspetto da non sottovalutare) starebbe nel

farlo conoscere. La limatura verrà attratta dalla

calamita. A quel punto si potrà porre in atto un vero e

proprio progetto realizzativo.

Fin da ora siamo però chiamati ad esporre alcuni punti

fondamentali:

Il tipo umano che deve essere parte attiva in questo

progetto deve sentire sinceramente la spinta a riallacciarsi

alle forze ancestrali rigettando categoricamente

qualunque ambientalismo modaiolo o multietnico.

Avere chiaro in mente che un simile centro deve essere

la trasformazione in

realtà dell’Idea

totalizzante a cui Thule

si richiama: Essere

l’Ordine che riunisce

quelli che saranno i

progenitori di una vera e

propria generazione che sarà chiamata a sbaragliare

non solo un vecchio sistema di idee ma lo stesso

vecchio modello di uomo. Ecco la nostra aspirazione:

L’Uomo Nuovo (vedi Essere e Divenire vol. I ).

E’ un progetto Aristocratico, nel senso primordiale del

termine, è la volontà eterna della

nascita-rinascita dei primordiali elementi etnici del

nostro Popolo, il Popolo Bianco, identificati

spiritualmente come uomini totali, in cui ogni aspetto

della vita sia legato indissolubilmente allo scopo della

loro esistenza: restare fedeli al Sangue e al Suolo.

Appare chiaro che si tratta quindi di un qualcosa che

non può rivolgersi a qualunque nostro connazionale,

tanto meno a qualunque essere umano. Non è quindi

un progetto razzista, è qualcosa di più, è un progetto

ur-neoantropico.

Questo è ciò che possiamo definire come “Colonia”, da

altri chiamata “isola rifugio”, bastione elitario di una

nuova alba, che nasca prima localmente e che poi si

diffonda come massima espressione di lotta al sistema

antietnico ovunque esistano ancora Uomini Bianchi

E’ un progetto Aristocratico, nel senso primordiale del

termine, è la volontà eterna della

nascita-rinascita dei primordiali elementi etnici del

nostro Popolo

degni di essere così definiti.

Da un punto di vista economico esso dovrebbe nascere

facendo leva su progetti di “moneta locale”, che già sia

in Italia che in altre parti d’Europa si sono visti

realizzati e alcuni perdurano tutt’ora. Innestarsi nel

luogo geografico individuato con questo punto di

partenza potrebbe anche servire a creare prima il

terreno adatto, su cui operare in seguito su più larga

scala con i futuri Coloni. Inoltre per poter avere

elementi su cui basare il progetto è d’obbligo lo studio

della nascita, dell’organizzazione e delle eventuali

cause del fallimento, di progetti simili creati in passato,

o attuali (es. visitare centri come Monte Verità, anche

se non completamente consoni a ciò che noi abbiamo

in vista, è utile per quanto riguarda questi aspetti oltre

quello importante della strutturazione).

Non solo quindi instaurare un sistema economico e

sociale in linea con i nostri principi, ma dare anche dei

chiari riferimenti

educativi e spirituali,

poiché i primi aspetti e i

secondi non sono

assolutamente slegati

tra loro ma fanno

riferimento a un’unica

visione del mondo, a un’unica visione dell’uomo che a

cui noi aspiriamo.

Sarebbe la formazione di un’Elite nel vero senso del

termine, microsocietà composte di famiglie che si

differenzino in tutto, dagli aspetti esterni a quelli più

intimi, in un mondo che si fa sempre più subumanizzato,

che darebbero domani il colpo di grazia

alla vecchia società anti-etnica per la creazione del loro

nuovo Ordine. E’ un progetto che ha la sua logica

eterna, la logica della selezione naturale. Al suo

interno sarebbe data la Formazione, in ogni aspetto, a

chi all’esterno troverà un mondo da cui avrà la

sensazione di essere stato salvato, e per questo non ne

perderà mai il contatto, proprio per rendersi conto di

cosa non dovrà mai diventare, a cosa ci è chiamati ad

abbattere, per quali motivi egli dovrà essere orgoglioso

e sprezzante di quella massa amorfa che

indirettamente, o direttamente, minaccerà il nuovo

mondo, mondo che già nel suo nascita dichiara guerra

al vecchio a cui vuol fare da contro altare. Con il

passare dei decenni questi uomini raccoglieranno non

Alessandro Murtas / Ripopolamento 7


RIPOPOLAMENTO

solo gli ultimi europei degni di chiamarsi tali, ma

(purtroppo) gli ultimi europei che non discendano da

una “felice unione multirazziale”, ecco perché si tratta

di una missione per salvare tutto ciò che possiamo

chiamare con il termine di “Umano”.

E’ indubbio che se una simile idea vede prendere i

primi passi nella realtà, raccoglierà l’entusiasmo dei

nostri simili, e non solo entro i confini dell’Italia, il

primo carattere che assumerà sarà proprio quello

d’Esempio. Nel mezzo di una società dei consumi,

livellatrice nella stessa biologia del sangue, in cui si

uniformeranno anche i gruppi sanguigni dalla nascita,

staranno immacolate nella loro purezza, nel loro

esempio, nella loro spinta verso l’Alto questi centri

basati su modelli opposti, a partire da quelli legati

all’Agricoltura e sul consumo degli alimenti

localmente prodotti, su un lavoro e artigiano che sarà

inteso come atto sacro e inviolabile, sarà l’Arte, e a

guidare l’apprendimento e il perfezionamento delle

tecniche saranno Maestri. In cui in ogni componente

sarà impartita una formazione Gerarchica,Guerriera,

Etnica nel senso più ampio, conforme all’anima

Indoeuropea e che si richiami ai Valori dello Spirito

propri ai nostri Avi il cui Sangue, le cui ceneri o il cui

corpo è stato riassorbito nel Suolo da cui ci si nutre.

Sarà educazione della propria salute fisica e mentale,

dagli aspetti dell’alimentazione, a quelli sportivi, a

quelli familiari: si dovrà intervenire su tutto quello che

riguarda la nascita, la crescita e la morte degli Uomini

e delle Donne che avranno lasciato alle loro spalle un

mondo a cui non appartengono, delle generazione che

da essi si dovranno susseguire ed aver ragione proprio

su quel mondo che vedranno crollare intorno a loro,

restando sicuri della propria Superiorità che

dimostreranno in una lotta attiva fuori dai confini

Patri, della Patria di Thule.

Un mondo in cui il figlio tornerà ad assomigliare al

padre.

8

Rivoluzione e Tradizione

di Alessandro Murtas

(Avatar)


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NAZIONALSOCIALISMO

Diverse opinioni

Premessa

Assistiamo ormai da tempo ad un opera di falsificazione

del “fenomeno nazionalsocialista” riconducibile a ciò che

viene comunemente ed ipocritamente riconosciuto come

studio storico oggettivo.

L’utilizzo di libri quali “Behemoth struttura e pratica del

nazionalsocialismo” di F. Neumann e “La politica

sociale del Terzo Reich” di T. Mason” come testi di studio

nelle Università Italiane a discapito di testi con

concezioni di differente taglio sul tipo dell’ottimo

“Comunismo Gerarchico” di S. Michelacci oppure de

“L’ordinamento economico Nazionalsocialista” di R.

Dubail ci fanno intuire cosa la cultura imperante intenda

per “oggettività”.

Viene da pensare che oggi, a oltre sessanta anni dalla

disfatta dei “regimi fascisti”, si moltiplichino le

attenzioni a evidenze storiche non appunto oggettive

ma più che altro riconducibili a feticci o totem che

devono conseguentemente essere la personificazione

del male e dell’oppressione.

Ciò a beneficio non solo della sinistra tradizionale e

radicale ma della stessa socialdemocrazia più o meno

liberale che in tal modo assegna l’opportuna etichetta

esorcizzante di quelle vicende che furono “la negazione

della libertà soggettiva e personale”.

Oggigiorno, inoltre, completano l’operazione di tabula

rasa quella serie di articoli raffazzonati e scandalistici

che riportano il sentito dire, oppure qui programmi

televisivi che ripropongono il sensazionalismo a sfondo

torbido di History Channel, o peggio ancora la storia

parlata in pillole di Radio24.

Tutti echi mediatici che vanno a rivestire il substrato

pseudoculturale dell’odierna concezione modernista ed

egualitarista senza sé e senza ma di fenomeni storici e

spirituali quali il Nazionalsocialismo o il Fascismo.

La tesi che noi riporteremo di seguito sarà invece in

antitesi con le attuali “vere” culture della sinistra o

della destra borghese liberaldemocratica, che

utilizzano da tempo e a spada tratta tutte le

argomentazioni disponibili attingendole a piene mani

dagli svariati testi che in molti casi sembrerebbero

addirittura creati a tavolino!

Affermeremo come il Nazionalsocialismo sia stato

effettivamente “Rivoluzionario”, come lo sia stato

oggettivamente, e come sia stato nel senso radicale

12

Storia e Controstoria

di Matteo Pastori

(Angriff)

veicolo rivolto al capovolgimento dei valori

egualitaristi e borghesi. Come l'esperienza tedesca, già

a pochissimi mesi dalla presa del potere, fosse riuscita

a dare immediata operatività al proprio disegno

politico e a innestare senza traumi sul tessuto

nazionale la propria visione del mondo.

In particolare cercheremo di analizzare il fenomeno

Nazionalsocialista nelle sue organizzazioni e di come,

strumentalmente, si sia voluto porre gli accenti

sottolineando esclusivamente le forme

“compromesse” al fine di far passare sotto silenzio il

fermento che contraddistingueva tutti i campi, dal

filosofico all’artistico, dal legislativo al sociale.

Allo scopo di capire quale sia la base del nuovo

ordinamento Nazionalsocialista è necessario avere una

chiara comprensione di cosa significhi il termine

“Comunità del Popolo” ovvero la Volksgemeinschaft.

LA VOLKSGEMEINSCHAFT

«C'è un simpatico aneddoto di un uomo che, giunto in

un cantiere, domandò a tre persone dello stesso gruppo

di lavoro che cosa stessero facendo. Il primo rispose:

"trasporto pietre", il secondo: "guadagno i miei soldi",

il terzo: "costruisco una cattedrale" (1). Queste risposte

rispecchiano tre concezioni dell'essenza del lavoro che si

possono trovare in tutte le classi sociali: la proletaria, la

borghese e la nazionalsocialista». Mentre i primi due

lavoratori hanno in mente esclusivamente la propria

condizione personale, il terzo «si considera parte del

tutto»(2), partecipa attraverso il suo lavoro alla

realizzazione di qualcosa di grande, e ne è artefice

quanto i suoi diretti superiori, il capocantiere o

l'architetto; il terzo operaio incarna invece il perfetto

Volksgenosse del nazionalsocialismo, un uomo che ha

abbandonato il particolarismo classista per fondersi

nella comunità nazionale.

Il nazionalsocialismo intese perseguire con tutti gli

strumenti necessari un obiettivo primario e

fondamentale: cancellare la divisione per classi della

società tedesca e creare in sua vece una compatta

comunità popolare stretta attorno ai valori della stirpe.

Al centro di questo sistema il riferimento non è più

l’individuo borghese o lo Stato contrattualistico,

pertanto non la società comunemente intesa

(Gesellschaft) “… bensì il Volk e lo spirito del Volk, il

quale realizzandosi come continuità dell’idea in atto,


può assumere forma giuridica o politica.

Il Nazionalsocialismo afferma che il diritto è

immanente nel principio unitario del Volk come

naturale ordine di vita e secondo sua natura organizza

e regola forme ed ordinamenti di attività sociale.

Anzi, non la forma giuridica è l’elemento costitutivo e

decisivo della realtà sociale, ma questa sta nel

contenuto politico; onde quelle forme possono essere

applicate anche quando il contenuto politico muti.”(3)

tramite quindi la Volksgemeinschaft o comunità di

popolo, cioè, giuridicamente, quella comunità

composta di elementi che abbiano un carattere

nazionale omogeneo, conscia nella totalità della

propria unità storica e del proprio destino comune in

un definito complesso territoriale.

In base a tale concezione la comunità rappresenta

anche un complesso politico unitario non frazionato in

quanto l’agire del singolo è l’agire per il bene comune,

e il Volk diviene in tal modo entità politica, tutti i cui

membri formano una entità che viene definita

appunto Volksgemeinschaft.

“Dunque le leggi che governano la Comunità Popolare

emergono dalle intime necessità spirituali, politiche e

materiali che si sono sviluppate attraverso una comune

esperienza storica. Quindi in senso Nazionalsocialista

la legge non è l’espressione dell’autorità dello Stato, al

quale il Popolo deve sottomettersi come una massa

passiva ed inerte. In armonia col concetto della

Comunità Popolare la legge è parte della vita del

Popolo. Il legislatore delinea (4) e dà una espressione

organica alla percezione (5) di ciò che è giusto o

ingiusto, al sentimento (6) di ciò che è bene e ciò che è

male, che è inerente all’animo (7) del Popolo. Quindi il

punto di partenza della concezione Nazionalsocialista

del diritto è il Popolo, non lo Stato. Compito dello Stato

è assicurarsi che la legge sia messa in atto”.

In merito ai concetti sopra riportati sembra evidente

che per quanto riguarda la sfera privata, ovvero il sacro

ed inviolabile diritto privato, il Volk diventa entità

politica e creatrice del diritto tramite i valori ispirati

dallo spirito immanente del Volk stesso: la forma

giuridica nonché il diritto risultano quindi contigue alla

stessa Volksgemeinschaft, in un ottica di INTERESSE

COMUNE e non più PERSONALE. Il diritto privato

diventa così la norma che interessa la tutela del singolo,

ove non si vadano a ledere gli interessi della comunità

che risultano comunque preponderanti.

“La sfera privata dell’uomo è nella sua essenza apolitica,

egli diventa entità politica in quanto è considerato in

funzione di membro della comunità, quindi l’essenza

della politicità può essere trovata soltanto nella

Volksgemeinschaft!”(7), in quanto nell’ottica

dell’interesse comunitario “Un Volk non è una somma

meccanica od aggregato di singoli in sé autonomi e

finiti, ma è piuttosto una personalità unitaria superiore,

realtà superindividuale realizzata attraverso le

condizioni comuni di vita: la comunità delle origini,

delle vicende, degli ordinamenti, della lingua, del

contenuto spirituale, dei valori, dei fini della coscienza,

della volontà. In altri termini il Volk è il fondamento

della vita e del destino dei suoi membri, ognuno dei

quali perfeziona in esso le proprie determinazioni

personali e la ragione della propria vita.”(8)

Se pertanto nella Volksgemeinschaft si afferma il

sistema giuridico come fusione fra politica e diritto si

deve anche ritenere che in essa sia immanente uno

spirito obbiettivo, il quale si manifesta in termini

giuridici come VOLONTA’ COMUNE, intesa non come

somma o risultante di singoli voleri particolari, ma

come principio di forza propria della comunità

operante in maniera organizzata ed unitaria.

Lo Stato diviene quindi nella sua territorialità il

contenuto e la forma della Gefolschaft (seguito) con a

capo la Führung (Governo o guida) attuata dalle

strutture del Partei (partito) e secondo una logica

gerarchica avente a capo un Führer in una struttura di

comando piramidale (Führerprinzip).

La Volksgeimenschaft diventa quindi espressione del

Volk e dello Stato come forma giuridica e organizzativa.

Note bibliografiche:

(1) Geadelte Arbeit - Gedanken zum 1. Mai,

«Deutsche Adria Zeitung» n°108, 1° maggio 1944.

(2) Ibidem.

(3) Sonia Michelacci, Comunismo Gerarchico,

Edizioni di AR. pp. 138-139.

(4) Tratto da “Diritto e legislazione Tedeschi”

www.thule-Italia.org biblioteca digitale “Liberamente”

(5) Ibidem.

(6) Ibidem.

(7) Ibidem.

(8) Ibidem.

(9) Sonia Michelacci, Comunismo Gerarchico, cit., p. 140.

(10) Ibidem, pag. 141.

Matteo Pastori / Nazionalsocialismo - Diverse opinioni 13


CURIOSITA’ GIUDAICO

MASSONICHE

Trovo piacevole sottoporre ai lettori brani estratti da libri

che pur nella loro complessità e sobrietà spesso

nascondono curiosità a pochi note. In questo caso trattasi

di tre brani estratti da “Misteri e Segreti del B’nai

B’rith” di Emmanuel Ratier che ho voluto includere sotto

il titolo di Curiosità giudaico massoniche.

L’Olocausto nella foto sbagliata

L'Anti Defamation League of B'nai B'rith ha

pubblicato diversi opuscoli e svariati voluminosi

rapporti sul tema dell'Olocausto e della sua rimessa in

discussione, in modo da combattere efficacemente i

progressi del revisionismo. Le due principali opere

diffuse sono: Reinventare la grande menzogna e Gli

apologeti di Hitler. La propaganda antisemita e il

"revisionismo" storico. Si noterà che il secondo

rapporto, ritenuto il rappresentante della "verità vera"

sull'Olocausto, presenta in copertina una "foto

ingannevole". Si tratta della famosa foto di un

bambino ebreo con un berretto, le braccia alzate, con

un gruppo di soldati tedeschi dietro di lui. Una foto

universalmente nota, che si crede essere stata scattata

durante l'insurrezione nel ghetto di Varsavia e che

simbolizza ammirabilmente l'Olocausto dei bimbi

ebrei durante la seconda guerra mondiale. Tuttavia è

assai meno noto che questa foto non è stata presa nel

ghetto di Varsavia ma al suo esterno, in prossimità

della stazione e che il ragazzino della foto, che si

chiamava Tsvi Nussbaum, non è stato gasato ma è

vivo dal momento che abita a New York dove esercita

la professione di medico.

Il boicottaggio del regime nazional-socialista

Molto stranamente, i Fratelli del B'nai B'rith, quegli

stessi che avrebbero dovuto essere sciolti dal momento

che erano sistematicamente denunciati, prima

dell'arrivo alla Cancelleria di Adolf Hitler, come "gli

ufficiali dello stato maggiore della dominazione

mondiale giudaica", furono esentati da questa

procedura a differenza di tutte le altre obbedienze

massoniche che furono praticamente sciolte subito o

dovettero autosciogliersi, comprese le Logge

tradizionali, come la Gran Loggia simbolica o le Logge

di perfezionamento del Rito scozzese, molti dirigenti

14

Storia e Controstoria

di Marco Linguardo

(MThule)

delle quali erano simpatizzanti del programma

hitleriano. Dimenticanza ancor più sorprendente se si

pensa che, dopo l'avvento del cancelliere Adolf Hitler,

molte organizzazioni ebraiche avevano fatto appello al

boicottaggio economico e militare della Germania.

Il 5 gennaio 1935, appoggiato dal Fratello del B'nai

B'rith Samuel Untermyer (Presidente della Lega antinazista),

Alfred M. Cohen, Presidente dell'Ordine

internazionale del B'nai B'rith, aveva decretato "a

nome di tutti gli ebrei, frammassoni e cristiani" il

boicottaggio totale del Reich. Questo appello era stato

preceduto da altri due, proclamati al Madison Square

Garden il 7 marzo 1934 e il 6 settembre 1933 sotto

forma di un Cherem. In tale occasione furono

ritualmente accesi due ceri neri e si soffiò tre volte nello

schofar (il corno di ariete), mentre il rabbino B. A.

Mendelson pronunciava la formula di scomunica: "A

nome dell'assemblea dei rabbini ebrei ortodossi degli

Stati Uniti e del Canada e di altre associazioni di

rabbini che ci sostengono nella nostra azione,

profittiamo della nostra riunione annuale, in quanto

guide d'Israele, per istituire un cherem su tutto quanto

è fabbricato in Germania. A partire da oggi, ci

asterremo da qualunque commercio di materie prime

provenienti dalla Germania. Saremo vigilanti per

quanto riguarda l'uso di merci tedesche, che siano

destinate a uso personale o commerciale [...] La

validità di tale decisione durerà fino alla fine del regime

di Hitler, allora il cherem avrà la nostra benedizione".

Volendo evitare fastidi ai suoi Fratelli d'oltre

Atlantico, il B'nai B'rith rifiutò a lungo di aderire

ufficialmente a questa azione, anche se essa fu

praticata da numerosi suoi membri. Solo all'inizio del

1939, col Consiglio generale ebraico, che guidava la

campagna per il boicottaggio delle merci tedesche, il

Comitato esecutivo del B'nai B'rith adottò una

risoluzione per il "boicottaggio organizzato generale" e

creò anche un Comitato di boicottaggio del B'nai

B'rith nazionale. Bisogna dire che i dirigenti

internazionali del B'nai B'rith non avevano brillato per

la finezza della loro analisi dal momento che, il 29

gennaio 1933, vigilia dell'entrata di Hitler alla

Cancelleria, il presidente americano del B'nai B'rith,

Alfred M. Cohen, dichiarava: "Per fortuna sembra che

l'hitlerismo sia in declino"! Si basava sul rapporto del

Dr. Leo Baeck, presidente del distretto VIII: "La


grande ondata d'antisemitismo comincia già a calare;

non si può più parlare di un pericolo nazionalsocialista

imminente negli stessi termini con cui se ne

parlava sei mesi fa". Allo stesso modo, il B'nai B'rith

Magazine (marzo 1933) indicava: "[Hitler] è

circondato da uomini imparziali [...] Hindenburg e Von

Papen. Il peso delle responsabilità può fare evolvere il

più irresponsabile dei demagoghi, anche se pazzi e

perversi". Si ignorano ancora oggi le ragioni per le

quali Hitler si oppose direttamente allo scioglimento

del B'nai B'rith, reiterando la sua decisione nel 1935,

quando Heinrich Himmler gli chiese di farlo, non

comprendendo tale clemenza: "Dopo lo scioglimento

volontario di tutte le Logge massoniche in Germania,

sussiste solo più l'U.O.B.B. Contro questa

organizzazione non è stata fatta nessuna reale azione,

secondo le istruzioni date dal Fuhrer nell'estate del

1935 nel quadro dei suoi programmi di politica estera".

Alcune logge del B'nai B'rith decisero poco a poco di

autosciogliersi a partire dalla primavera del 1933, altre

non le seguirono, rispettando le consegne del Gran

Presidente dell'Ordine in Germania, il Dr. Leo Baeck.

Ripiegandosi la comunità ebraica sempre più su se

stessa, essa ricominciò a funzionare in base ai principi

di solidarietà, e di conseguenza il ruolo benefico delle

Logge si accrebbe. A quell'epoca, il 60% del bilancio

delle Logge fu consacrato all'aiuto fraterno, a profitto

delle vedove e degli orfani. Ciò fece sì che le

associazioni filantropiche dipendenti dal B'nai B'rith e

sovvenzionate dall'Ordine poterono continuare la loro

attività.

Si spiega così, senza dubbio, il fatto che le Logge

lottassero per mantenere il loro statuto legale senza

esitare, come è raramente detto, a intentare processi,

con qualche successo, alle istituzioni locali e

governative nazional-socialiste. In Baviera, l'esecutivo

del Comitato dei deputati israeliti domandò

l'annullamento della confisca di documenti fatta

illegalmente dalla polizia di Monaco (sotto la diretta

direzione di Himmler) il 12 maggio 1933 nella sede di

54 organizzazioni ebraiche, tra cui due Logge del B'nai

B'rith (Munchen Loge, Jasaia Loge). Esso doveva

ricevere soddisfazione, dal momento che i locali e la

maggioranza dei documenti sequestrati furono resi il

13 luglio 1933. Tuttavia, il 20 luglio dello stesso anno

la polizia bavarese interveniva allo stesso modo a

Norimberga, in particolare nelle sedi della

Maimonidas-Loge e della Jakob-Here-Loge. Di nuovo

i responsabili del B'nai B'rith si rivolsero al Ministro

dell'Interno di Monaco e ottennero, dopo molte

difficoltà, che i loro locali e le loro biblioteche fossero

resi nell'aprile del 1934.

Allo stesso modo, la giustizia fece annullare la

decisione della polizia di chiudere la Walther-

Rathenau-Loge di Mönchen-Gladbach, presa nel

febbraio 1934, dopo che il B'nai B'rith si era appellato

contro questa decisione. Per capire il mantenimento di

questo stato di diritto, bisogna sapere che le decisioni

relative al B'nai B'rith in Prussia e a Berlino erano

soggette all'autorità del capo della Gestapo Rudolf

Diels. Quest'ultimo, un tempo membro di un partito

costituzionale (non nazional-socialista), doveva

adoperarsi, nel limite delle sue competenze, per

proteggere le Logge del B'nai B'rith, come pure quelle

di altra obbedienza, opponendosi così direttamente

alle direttive di Himmler.

Nelle sue memorie, Diels riporta: "Proibii in seguito

nuove 'operazioni' condotte dalle SD, le quali erano in

pratica dirette contro le Logge, in particolare quelle

ebraiche, e contro l'Azione Cattolica". Questa

protezione è stata confermata dall'ex segretario della

Gran Loggia dell'Ordine, Alfred Goldschmidt, che ha

riportato come Diels si fosse recato di persona,

accompagnato dai suoi subordinati, alla sede del B'nai

B'rith a Berlino per proteggerne i locali da un'"azione

violenta" delle S.A.

È solamente il 19 aprile 1937 che l' R.S.H.A. della

Gestapo, in virtù di un'ordinanza del 10 aprile, decretò

lo scioglimento di tutte le logge ed associazioni

femminili, giovanili o di qualunque finalità associate

al B'nai B'rith, come l'Accademia per le scienze del

giudaismo o l'Associazione per le statistiche degli ebrei.

I beni dell'Ordine (logge, alberghi, ristoranti, case di

riposo ecc.) furono requisiti in 79 città; i presidenti,

segretari e tesorieri furono provvisoriamente

interrogati. A quell'epoca funzionavano ancora

settanta logge così come 25 capitoli femminili. Il

rabbino Leo Baeck, Gran Presidente del distretto della

Germania, che avrebbe potuto emigrare in Inghilterra

o negli Stati Uniti, rifiutò coraggiosamente questa

possibilità e rimase a Berlino. Alla fine, nel 1943, fu

deportato nel ghetto di Theresienstadt dove attese,

Marco Linguardo / Curiosità giudaico massoniche 15


CURIOSITA’ GIUDAICO

MASSONICHE

senza conoscere i rigori della deportazione, la fine della

guerra.

Nel 1943 i Fratelli tedeschi rifugiati a Londra

ricevettero l'autorizzazione a creare una sezione

indipendente, la sezione 1943 della Prima Loggia (la

più importante di Londra) con una propria

amministrazione, sue elezioni ecc. Il 30 maggio 1943,

i Grandi Ufficiali e il Consigliere furono insediati dal

Gran Presidente Julius Schwab, lui stesso discendente

da una vecchia famiglia di Francoforte, con il consenso

del distretto britannico e della Suprema Loggia di

Washington. Divenne quindi una Loggia indipendente

e da allora ha conservato un proprio statuto, essendo,

al di fuori degli U.S.A., la Loggia più numerosa.

II Fratello Albert Pike

Come rileva Yann Moncomble, seguendo altri storici

specialisti di cose massoniche, esisterebbe almeno una

relazione diretta tra Frammassoneria regolare e B'nai

B'rith. Nel 1874 (pare il 12 settembre) sarebbe stato

firmato a Charleston un accordo di "mutuo

riconoscimento" tra Armand Levy per il B'nai B'rith e

Albert Pike, capo supremo del Direttorio dogmatico

del Rito scozzese antico ed accettato, per la massoneria

universale. Quando Albert G. Mackey, considerato "il

più informato massone d'America", 33° e Gran

maestro dei Royal and Select Masters della Carolina

del Sud, Gran Priore dell'Arca Reale di Chicago e

Segretario generale del Consiglio Supremo della

giurisdizione meridionale degli Stati Uniti, divenne

Segretario generale del Consiglio supremo Materno del

Rito scozzese antico ed accettato "egli persuase Pike

ad affiliarsi all'Ordine; questi divenne ben presto Gran

Ispettore sovrano e decise di consacrarsi al Rito, riuscì

a ricostruire da capo a fondo l'organizzazione, rivide o

riscrisse i suoi gradi, intrattenne una vasta

corrispondenza; inoltre scrisse la Bibbia del Rito

scozzese, Morals and Dogma, vera montagna di

materiale che non portò mai a termine né forse mai

avrebbe potuto terminare".

Secondo la stessa fonte, Pike, che era membro d'onore

della maggior parte dei Consigli del mondo, fu ricevuto

al Supremo Consiglio di Francia nel 1889 e, "sebbene

americano, Pike è universalmente riconosciuto come

una delle più alte, se non la più alta, autorità

16

Storia e Controstoria

di Marco Linguardo

(MThule)

massonica". L'accordo firmato tra Pike, che per

l'occasione usò il suo nome massonico - Limoude

Ainchoff - ed Armand Levy indica: «Noi, il Grande

Maestro, il Conservatore del Santo Palladio, il

Patriarca Supremo della massoneria di tutto

l'Universo, con l'approvazione del grande e Serenissimo

Collegio dei massoni Emeriti, come l'esecuzione

dell'atto del Concordato concluso tra Noi ed i tre

Concistori federali supremi del B'nai B'rith d'America,

Inghilterra e Germania, che è da Noi firmato oggi,

abbiamo preso questa risoluzione: una sola clausola:

"La Confederazione Generale delle Logge Israelite

Segrete è fondata a partire da oggi sulle basi che sono

esposte nell'Atto del Concordato" Giurato sotto la

santa Volta nel Grande Oriente di Charleston, nella

valle cara al Maestro Divino, nel primo giorno della

Luna Ticshru il 12 Giugno del 7° mese dell'anno 00874

della Vera luce». Ciò spiega forse perché il Ku Klux

Klan fu a lungo risparmiato dal B'nai B'rith. Fondato

da Albert Pike, generale dell'armata confederata, e dai

dirigenti massoni di alto grado del Sud, il KKK, che

negli anni venti contava tra i tre e i cinque milioni di

affiliati, non era oggetto di critiche virulente da parte

dell'A.D.L. e del B'nai B'rith. In occasione di un

dialogo stabilito tra il presidente dell'Ordine Adolf

Kraus e il Mago imperiale H. W. Evans, quest'ultimo

scrisse una lettera aperta sbalorditiva: "Ogni uomo -

che sia americano di nascita o per naturalizzazione,

cristiano o giudeo di religione, bianco o nero di razza -

ogni uomo che contrae un dovere di fedeltà con questo

paese, senza riserve e remore, che è interamente devoto

alla sua bandiera, non è il nemico ma l'amico del

Cavaliere KKK [...]. Se fosse permesso applicare a un

ebreo uno dei titoli qualificanti dell'Ordine dei

Cavalieri del Ku Klux Klan, si potrebbe dire che è egli

stesso un 'Klansman' e che è stato lui a mantenere e a

mostrare il 'Klanismo' pratico". Ciò permette di leggere

a sua volta, nelle pubblicazioni del B'nai B'rith,

dichiarazioni ugualmente sorprendenti: "Il Klu KIux

Klan può diventare uno strumento di progresso e di

beneficenza, utile sia al Paese che ai suoi cittadini, se

comincerà a eliminare dal suo seno qualche migliaia di

fanatici che lo gettano nell'intolleranza, nella viltà e

nel crimine".


La Fortezza di Heinrich Himmler

La Fortezza di Heinrich Himmler

prima traduzione italiana di

"Heinrich Himmlers Burg" Das

weltanschauliche Zentrum der SS

Bildchronik der SS-Schule Haus

Wewelsburg 1934-1945 e di

Heinrich Himmler's Camelot

entrambi di Stuart Russell.

La traduzione e l'edizione italiana è

stata da noi curata e ampliata con

due appendici assenti nelle edizioni

originali.

264 pag,

272 immagini,

copertina cartonata.

ISBN 978-88-902781-0-5

Dalla quarta di copertina:

"Su una lingua di roccia calcarea che spicca alta sulla tranquilla valle dell’Almetal, ca. 14 km a Sud di

Paderborn, si erge la mitica Fortezza di Wewelsburg, immersa nella trama delle leggende di cui fu

protagonista. Quando l’allora Comandante delle SS del Reich, il Reichsführer Heinrich Himmler, visitò

per la prima volta la Fortezza - il 3 novembre 1933 - rimase subito affascinato sia dall’imponente

costruzione a tre torri che dalla singolare sezione a pianta triangolare dichiarando già la stessa sera ad

una ristretta cerchia di persone il suo desiderio di voler acquisire la Fortezza per le SS. L’opinione

pubblica seppe ben poco sui progetti e sulle intenzioni di Himmler, e poco seppe anche delle riunioni fra

i più alti Führer delle SS nella Fortezza di Wewelsburg il cui fulcro era la possente torre Nord con la

sottostante sala centrale delle iniziazioni delle SS, che ancor oggi il popolo chiama “Walhalla”. Questo

sepolcro, sul cui significato nei culti e riti delle SS non si è mai smesso di fare congetture, è rimasto illeso

esattamente come si è salvata la sovrastante sala dei “Comandanti Superiori di Divisione delle SS”,

chiamata “Obergruppenführersaal” – costruita per essere la sala di rappresentanza più importante

destinata ai massimi livelli dirigenziali delle SS – nonostante la Fortezza, in quel momento ancora in

fase di ristrutturazione, fosse stata fatta saltare il 31 marzo 1945 per ordine di Himmler stesso. Oggi il

sepolcro e la sala dei Gruppenführer, con tutti i loro ornamenti ben conservati (“il sole nero”) e gli

originali fregi, costituiscono un notevole richiamo per molte migliaia di visitatori. Nella sua prefazione,

il Dr. Bernhard Frank, che dal 1935 al 1939 lavorò nella Wewelsburg in qualità di scienziato (dal 1943

fu Comandante delle SS nell’Obersalzberg), fornisce piena conferma di quanto descritto nel libro: “Il

libro ‘La Fortezza di Heinrich Himmler’ strappa finalmente gli avvenimenti storici della Wewelsburg

dall’oblio ed dalle false interpretazioni"


GLI UFO ESISTONO

DAVVERO? di Massimo Buzzurro

Nonostante il relativamente breve periodo di tempo in

cui il nazionalsocialismo è stato al governo in

Germania, è sempre più sorprendente scoprire come

l’evoluzione tecnologica sia riuscita ad avanzare in

modo così clamoroso. Altrettanto clamorosi sono stati

i tentativi di nascondere alcune scoperte, salvo poi

farle proprie , da parte dei vincitori della Seconda

Guerra Mondiale, soprattutto angloamericani. Si vuol

fare riferimento all’apparato tecnologico aerospaziale

sviluppato dal Reich.

A partire dal 1945 un sodalizio scientifico-militare

anglo-americano-canadese chiamato TG (Gruppo

Tripartito) iniziò a progettare velivoli non convenzionali

dalle forme più stravaganti. Gli anni successivi la fine

del conflitto hanno visto una vera e propria gara, nella

più assoluta segretezza, tra potenze nello studio e nella

sperimentazione di ufo per scopi militari.

Ben presto, però, l’arroganza statunitense finì per

indispettire gli altri due partner. Fu così che verso la fine

degli anni ’40 Gran Bretagna e Canada abbandonarono

il progetto con il fine di creare un sodalizio a due, con

base presso il Chalk River nella Columbia Britannica

(Canada) . Il risultato fu clamoroso da un lato,

sfortunato dall’altro: nel 1947 un velivolo anglocanadese

sorvolò indisturbato il territorio degli Stati Uniti, salvo

poi schiantarsi nei pressi di Roswell, nel Nuovo Messico.

Le autorità USA, evidentemente imbarazzate,

insabbiarono la vicenda, inventando la leggenda degli

extraterrestri, sequestrando il velivolo e cominciando a

studiarlo. Tra le altre cose, il velivolo era arrivato

indisturbato nei pressi della base aerea di White Sands,

sede del 509° stormo bombardieri USAF, l’unico allora

abilitato a trasportare ordigni nucleari. Senz’altro un

bello smacco.

Com’è stato possibile un risultato del genere? Alcuni

studiosi sono convinti che tali conoscenze derivino

dalle ricerche dei massimi esperti del settore del Terzo

Reich.

La Germania aveva iniziato a lavorare su tali progetti

dalla fine degli anni ’30, dapprima nella base di

Peenemunde, poi, dopo il bombardamento di questa,

nella base sotterranea di Niedersachswerfen, nei pressi

di Nordhausen. I pionieri di questa ricerca furono

Richard Miethe ed Hans Kammler.

Il dottor Miethe, grande amico di Von Braun, aveva

originariamente fatto parte della squadra che si

18

Storia e Controstoria

occupava delle V1 e V2, ma parimenti aveva

cominciato a lavorare su un progetto relativo ai dischi

volanti. Dopo il bombardamento di Peenemunde, il suo

progetto fu trasferito, per motivi di sicurezza, nei pressi

di Breslavia. La storia è piuttosto confusa sul nome che

Miethe scelse per il suo velivolo. Talvolta si è parlato di

Kugelblitz (“fulmine globulare”) insieme a nomi come

Vril e Diskus. In realtà, si suppone che il velivolo si

chiamasse Haunebu, un termine occulto collegato

all’albero del karma germanico ed alla dottrina

ariosofica sulle origini polari della razza ariana.

Miethe, assieme ai suoi assistenti, sviluppò il progetto

di tre dischi Haunebu: Mark I, Mark II e Mark IV. Essi

non dovevano sfruttare solo la potenza dei motori (di

tipo convenzionale a pistoni nel Mark I, di tipo

turboreattore negli altri), ma soprattutto il cosiddetto

effetto Coanda, ovvero un fenomeno che garantiva che

ogni corrente di spinta dei motori, invece di dissiparsi,

desse luogo ad un complesso energetico compatto verso

il bordo di fuga del disco, ove le correnti si sarebbero

combinate aumentando la spinta in avanti. Il disco

caduto a Roswell nel 1947 era un’evoluzione del Mark

IV di Miethe.

Ci sono diverse testimonianze a supporto del fatto che

i Mark II e IV volarono effettivamente in veste di

prototipi. Tuttavia, non ci fu mai per loro un impiego

bellico, a differenza della “cretura” di Hans Kammler:

il Feuerball, ribattezzato dai piloti alleati Foo Fighter.

Simili ad un elicottero senza coda, propulso da reattori

montati sulle estremità delle pale del rotore, i Foo

Fighters erano dotati di paracadute di recupero e

potevano essere lanciati in aria come un razzo, anche

da rampe mobili.

Il primo avvistamento sarebbe avvenuto il 22

novembre 1944. Il tenente della RAF, Edward

Schluter, stava pilotando un caccia Bristol Fighter sul

Reno, nella zona di Strasburgo, quando notò dieci sfere

di colore rosso fiamma che sembravano tenersi al passo

con l’aereo; a questo punto il radar di bordo smise di

funzionare e Schluter fece ritorno alla propria base,

frastornato da quanto aveva visto.

Quattro giorni dopo il ten. Giblin stava volando sulla

zona di Mannheim quando una solitaria ma enorme

palla di luce arancione si avvicinò all’aereo. Gli

avvistamenti continuarono per i due mesi a seguire,

tanto che la notizia di misteriose nuove armi tedesche


fu riportata dal “New York Herald & Tribune” il 2

gennaio 1945.

Stranamente i Foo Fighters non vennero dotati di un

armamento di bordo e si limitarono ad essere solo

un’arma psicologica; ben presto le aviazioni alleate

compresero che non rappresentavano una seria

minaccia. Si suppone, però, che i ricercatori tedeschi

avessero voluto far dotare, come arma di bordo, il

cosiddetto Paplitz.

Il Paplitz fu prodotto dall’Elektro Akoustic Institute

di Namslau, installato su un aereo convenzionale nel

marzo del ’45 e collaudato. Il Paplitz era il prototipo di

un disturbatore elettromagnetico localizzato che

serviva ad interrompere il sistema d’iniezione dei

motori convenzionali; un apparecchio per disturbare

le comunicazioni radio ed un congegno d’inseguimento

a raggi infrarossi che poteva agganciarsi agli scarichi

dei motori.

Visti i tempi, ormai vicini alla fine del conflitto, e dal

momento che non si sarebbero mai registrate perdite di

aerei imputabili ai Foo Fighters, tale avanzato sistema

d’arma non venne mai montato ed il progetto di

Kammler non venne prodotto in serie. Una domanda,

però, nasce spontanea: che cosa aveva mandato in tilt

il radar dell’aereo di Schluter?.

(per maggiori informazioni, Gary Hiland,“I segreti

perduti della tecnologia nazista”, Newton Compton).

Massimo Buzzurro / Gli UFO esistono davvero? 19


GLI UFO ESISTONO

DAVVERO? di Massimo Buzzurro

Storia e Controstoria


Massimo Buzzurro / Gli UFO esistono davvero? 21


I MISTERI DI MITHRA

Il territorio italico è stato oggetto nel corso dei

millenni a stratificazioni di ogni tipo: non solo la storia

ha lasciato pagine di testimonianze che dall’ottocento

in poi l’archeologia sta sfogliando, ma anche la

spiritualità ha lasciato evidenti tracce di una continua

presenza e di una continua ricerca, attraverso forme

diverse, spesso solo nel nome, del Principio.

Sicuramente la civiltà che più di tutte ha lasciato la

propria traccia è quella romana, con documenti, edifici

e monumenti. L’approccio verso il sacro ha subito

diversi mutamenti nella storia romana, per via

soprattutto delle influenze di numerose popolazioni

con le quali è venuta in contatto.

Dalle divinità Italiche al Cristianesimo si è passati

anche attraverso un pantheon ereditato dai greci e da

una religione misterica che perdurò dal I secolo a.C.

fono al V secolo d.C.: il Mitraismo.

Il mitraismo romano è un prodotto sincretico di

provenienza indo-iranica; il nome del dio Mitra appare

per la prima volta in un documento, datato intorno al

1400 a.C. , stipulato tra il Regno di Mitanni hurrita e

gli Ittiti. Questo trattato è stato garantito e validato

dalla presenza di cinque divinità indo-iraniche: Indra,

Mitra, Varuna e i due cavalieri Ashvin.

Mitra dunque fa parte delle divinità induiste, ed appare

nei Veda come una delle divinità solari, gli Aditya 1 , dio

dei contratti, dell’onestà e dell’amicizia, nonchè

governatore delle ore diurne. Negli inni vedici Mitra è

sempre nominato assieme al fratello (gemello) Varuna

tanto che spesso si ricorre all’appellativo “Mitravaruna”:

Mitra genera la luce dell’alba mentre Varuna è il signore

delle sfere celesti e del ritmo cosmico e nei rituali tardovedici

si prescrive una vittima sacrificale bianca per

Mitra, nera per Varuna. Rappresentano anche

rispettivamente il sacerdozio e il potere regale e nel

Shatapatha Brahmana 2 vengono descritti, come due-inuno,

come “il Consiglio ed il Potere”.

24

Difesa della Tradizione

Dall’India alla Persia: Zurvanismo e Mazdeismo.

Nel periodo predinastico persiano era sviluppata la

religione Zurvanista, che ruotava attorno a Zurvan,

“il tempo assoluto”. Questi aveva offerto per mille anni

un sacrificio con lo scopo di avere un figlio, ma non

appena gli pervenne il dubbio dell’utilità del sacrificio,

concepì 3 due figli: grazie al sacrificio offerto concepì

Ohrmazd (Ahura Mazda), mentre a causa del dubbio

sul sacrificio concepì Ahriman. Zurvan decise di

nominare re il primogenito: Ohrmazd conobbe il

pensiero del padre e lo condivise col fratello Ahriman

il quale ruppe la matrice e ne uscì. Quando dichiarò a

Zurvan di essere suo figlio, questi dubitò in quanto era

tenebroso e puzzolente, mentre avrebbe dovuto essere

profumato e lucente. Nacque dunque Ohrmazd con tali

caratteristiche, e Zurvan volle consacrarlo re: ma

Ahriman ricordò al padre il voto di nominare re il

primogenito, e per non violare il voto Zurvan accordò

il regno ad Ahriman per 9000 anni.

Una statua del dio Zurvan

di Alessandro Riccardi

(Gargoyle)

1 Figli di Aditi e Kashyapa, nel Rig-Veda erano sette (Mitra, Varuna, Aryaman, Bhaga, Daksha,

Anśa, Sūrya - il sole - e Ravi): diventano otto negli Yajur Veda (Taittirīya Samhita), e nei

Brahmana furono portati fino a dodici per rappresentare i mesi dell’anno. Gli Aditya, suddivisi

a loro volta in Marut, Rbhus e Viśve-devā, fanno parte della categoria dei Deva (le 33 divinità

ordinate che si contrappongono agli Asura, i 33 demoni caotici) e proteggono dalle sciagure.

2 Uno dei commentari in prosa che spiegano le formule e i riti. Vi è uno o più Brahmana per ogni Veda.

3 Eznik, Contro le Sette. Questi era consapevole dell’ermafroditismo di Zurvan anche se altri

autori più tardi parlano di una “madre” o di una “sposa” di Zurvan.


Secondo alcune fonti siriache Zurvan (zaman i

akanarak “tempo illimitato” quindi rappresentazione

del tempo stesso) è circondato da tre dèi, sue ipostasi:

Ašōqar, Frašōqar e Zārōqar che sono richiami agli

avestici aršōkara (che rende virili), frašōkara (che

rende splendidi) e maršōkara (che rende vecchi): un

richiamo alle tre età dell’uomo ma anche alla

suddivisione del tempo zurvanico di 9000 anni in cicli

di 3000. Questa tripartizione temporale si ritrova nelle

Upanishad e in Omero, oltre che essere presente come

formula appellativa nei testi phelevi in cui Zurvan è

colui che “era, è e sempre sarà”.

Dopo la nascita do Ohrmazd ed Ahriman, Zurvan

tramite le ipostasi Ašōqar, Frašōqar e Zārōqar offre ai

gemelli i simboli della sovranità: al primo il barsom,

strumento ricavato da un ramo sacro, al secondo

zatspram, un arnese fatto della stessa sostanza

dell’ombra.

I gemelli iniziano dunque la creazione: tutto ciò che

Ohrmazd creava era buono e retto, mentre ciò che

veniva creato da Ahriman era cattivo e tortuoso.

Entrambe le divinità sono creatrici, elemento

essenziale ripreso in futuro da numorosi miti e

leggende in cui è presente Dio e l’Avversario di Dio.

Vengono creati mēnōk (il mondo celeste) e gētik (il

mondo materiale). Viene creata Spandarmat, la Terra,

la quale, dall’accoppiamento con Ohrmazd nasce

Gayomart; durante la sua morte (che dura trent’anni),

dal suo corpo nascono i sette metalli (i pianeti). Il suo

seme è purificato alla luce del sole, e un terzo di esso

cade sulla terra facendo nascere il rabarbaro, da cui

nasce la prima coppia umana: Mǎsye e Mǎsyane.

Ohrmazd chiede alle fravashi, spiriti preesistenti che

risiedono in Cielo, di accettare un’esistenza fisica sulla

Terra per combattere le forze del Male.

Ahriman e le sue schiere demoniache entrano in gētik,

il mondo materiale, contaminandolo con le loro

creazioni nocive e stabilendo la loro dimora nel corpo

dell’uomo. E’ importante una fase dell’aggressione di

Ahriman verso il mondo materiale: questi uccide,

avvelenandolo, il Toro primordiale Abudad dal cui

midollo nascono le piante alimentari e medicinali, e dal

cui sperma vengono prodotti gli animali utili all’uomo;

anche Gayomart viene ucciso da Ahriman, ma non

prima di aver trasmesso la rivelazione alla prima

coppia Mǎsye e Mǎsyane che l’hanno comunicata ai

loro discendenti.

Dall’impostazione Zurvanista nasce la religione

Mazdeista che pone come centrale il dualismo Ahura

Mazda (Ohrmazd) – Ahriman (Angra Mainyu). La

divinità principale è Ahura Mazda, a cui sono

subordinati gli Amesha Spenta 4 , gli spiriti immortali.

E’ anche il protettore di tutte le creature e secondo la

tradizione mazdeista costruì il palazzo Vara di Yima

per proteggerle dal diluvio.

Il Mazdeismo è fortemente influenzato dalle tradizioni

indo-iraniche, ma assistiamo ad una modificazione di

“classi” fra la corrente indiana e quella iranica.

Nell’India vedica i deva (vedi dèi) sono contrapposti agli

asura (figure demoniache), mentre in Persia alcuni asura

vengono divinizzati come deva: è così che nasce il termine

Ahura Mazda (ahura è il corrispettivo del sanscrito

asura, mazda deriva dal greco mègistos, “il più grande”).

Un’immagine del dio Ahura Mazda

4 Questi sono Vohu Manah (buon pensiero, preposto agli esseri animati), Asha Vahishta ( l’ottima legge, preposto al fuoco), Khshathra

vairya (il dominio desiderabile, preposto ai metalli) , Armatay (pietà, preposto alla terra), Haurvatat (integrità, preposto alle acque), Ameretat

(immortalità, preposto alle piante).

Alessandro Riccardi / I Misteri di Mithra 25


I MISTERI DI MITHRA

Il mazdeismo è la religione principale durante l’Impero

persiano della I dinastia Achemenide (648 – 330 a.C.).

L’Avesta è il testo sacro ed è diviso in gāthā; le yasna

sono liturgie sacramentali mente gli yasht sono inni

rivolti alle singole divinità. Ahura Mazda è

accompagnato da altre divinità quali Mitra (sole), Mah

(luna), Zam (terra), Atar (fuoco), Apam Napat

(acqua), Vayu (vento). Sotto Antaserse II troviamo la

presenza di una trinità: Ahura Mazda, Mitra come dio

del Sole, dei contratti e della redenzione, e Anahita,

dea delle acque, della fecondità e della procreazione.

Il mazdeismo subì diverse modificazioni sotto diversi

imperatori: nello Yasna dai sette capitoli inizia un

processo complesso di adattamento ed integrazione di

diversi contenuti del mazdeismo. Nel Mihr Yasht

assistiamo alla biforcazione che porterà allo sviluppo

del Mitraismo: l’esaltazione del dio Mithra. Nel tempo

la sua figura aveva subito un ruolo sempre minore, ma

nell’inno citato Ahura Mazda proclama che «Quando

ho creato Mithra dai larghi pascoli, l’ho reso degno di

venerazione e di rispetto come me stesso». Alla fine

dell’inno, per riunire i due dei, viene citata la formula

“Mithra-Ahura”, replica del binomio vedico

“Mitravaruna”.

Mithra subisce comunque delle modificazioni: non è

solo il dio dei contratti, ma anche il violento e crudele

dio della guerra: con la sua mazza, vazra, massacra

furiosamente i deva e gli empi. E’ un dio solare

associato alla luce, ha mille occhi e mille orecchi,

provvede a tutto il creato e garantisce fertilità ai campi

e al bestiame. Ahura Mazda e gli Amesha Spenta gli

costruiscono un palazzo al di sopra del monte Harā.

Dopo essersi lamentato di non essere adorato dalle

creature, nonostante sia loro protettore, attraverso

delle preghiere, viene accontentato e viene nominato

come sacerdote di Mithra, Haoma; in seguito Ahura

Mazda prescrive il rito proprio del culto di Mithra, e

lo compie in prima persona nella Casa del Canto in

Paradiso. Mithra è adorato come la luce che illumina

il mondo intero. L’inno termina con queste parole:

«nella pianta barsom noi adoriamo Mithra e Ahura, i

26

Difesa della Tradizione

gloriosi [Signori] della Verità, liberi per sempre dalla

corruzione: [adoriamo] le stelle, la Luna e il Sole.

Adoriamo Mithra, signore di tutte le genti.»

Il Mitraismo in occidente.

di Alessandro Riccardi

(Gargoyle)

Il culto di Mitra fu introdotto in occidente da pirati

della Cilicia che, vinti e catturati da Pompeo nel 67

a.C., diffusero il culto 5 . Viene però descritto un culto

misterico, e probabilmente il processo attraverso cui il

dio iranico esaltato nel Mihr Yasht si sia trasformato

nel Mitra dei Misteri è opera di uno sviluppo cultuale

nell’ambiente dei magoi che si stabilirono in

Mesopotamia e in Asia minore. La mitologia e la

teologia dei Misteri mitriaci sono accessibili attraverso

monumenti istoriatim netre i poco numerosi

documenti letterari si riferiscono al culto e alla

gerarchia dei gradi iniziatici.

La religione mitriaca si propaga soprattutto attraverso

i militari, probabilmente a seguito dell’associazione del

Mithra iranico come dio della guerra. Passando

attraverso la Grecia intorno al II secolo a.C. Mithra fu

identificato con il dio solare Apollo – Helios. Qui il

sincretismo tra Helios e Mitra diviene mitraismo a

tutti gli effetti. Tuttavia il culto non si sviluppò se non

quando arrivò, nel I secolo a.C., a Roma.

L’origine del dio differisce dalla versione mazdeica ed

hindu: uno dei miti narra che Mitra nacque da una

roccia 6 (de petra natus), con un pugnale in una mano,

una fiaccola nell’altra, indossando un berretto frigio.

Un altro mito narra che il dio decide di venire al

mondo incarnandosi nel ventre della divinità vergine

Anahita 7 , e nasce in una grotta. Nel culto mitriaco i

festeggiamenti per la nascita del dio erano celebrati il

25 dicembre, durante il solstizio d’inverno (in persiano

chiamato Shab-e Yalda), come si conviene ad dio della

luce. Nella sua vita compie diverse gesta: prima fra

tutte soggioga il sole e lo introduce ai suoi misteri: le

due divinità stipulano un patto nel quale Mitra riceve

in dono una corona luminosa, e banchettano assieme.

In seguito colpisce con una freccia la roccia, facendone

5 Plutarco, Pomp., 24, 5

6 Così come l’antropomorfo Ullikummi hurrito-hittita e il mostro ermafrodita Agditis ellenico,

che diviene, dopo la castrazione, Cibele.

7 Il più grande tempio mitriaco è quello Seleucide situato a Kangavar del 200 a.C. Questo è

dedicato ad “Anahita, la immacolata vergine madre del signore Mithras”


scaturire acqua. Cattura un toro e, portatolo nella sua

caverna dopo aver superato delle difficoltà causate da

uno scorpione e da un serpente mandati dal dio

malvagio Ahriman per ostacolarlo, e lo sgozza. Dal

corpo del toro, come abbiamo visto precedentemente

nella mitologia zurvanica nell’episodio

dell’avvelenamento del toro primordiale Abudad,

nascono tutte le erbe e le piante salutari, dal midollo il

grano che dà il pane, dal suo sangue la vite, e dallo

sperma gli animali utili all’uomo. Al termine del suo

mandato, dopo 33 anni, il Dio sarebbe salito in cielo

con l’aiuto del sole.

Il culto assunse sempre più importanza senza tuttavia

divenire mai religione ufficiale: dapprima tramite

militari e schiavi per poi arrivare sino agli imperatori.

Nel II-III secolo d.C. giunse al massimo splendore,

tuttavia nasceva il forte contrasto con l’altra religione

monoteista del tempo, il Cristianesimo. Nel 313 d.C.

l’editto di Costantino segna una prima vittoria cristiana,

mentre la restaurazione pagana di Giuliano Imperatore

(361 – 363 d.C.) permise una ripresa del culto mitriaco

che fermò almeno la distruzione dei templi. Con la

sconfitta di Eugenio per mano di Teodosio nel 394 d.C.

la religione cristiana prevalse su quella mitriaca. Sui

templi vennero erette chiese e basiliche.

Il tempio e il rito

Un’immagine della tauroctonia completa di tutti gli elementi

Il tempio mitriaco riproduce fedelmente gli aspetti

chiave del mitraismo: questo si trova in luoghi

sotterranei che rappresentano una grotta la spelunca,

la cui volta è dipinta con astri e costellazioni per

Alessandro Riccardi / I Misteri di Mithra 27


I MISTERI DI MITHRA

rappresentare il macrocosmo nel microcosmo. In fondo

alla spelunca è situata l’immagine del dio dipinta, in

bassorilievo e in forma statuaria. Questi posizionato al

centro, con il sole alla sua sinistra e la luna alla sua

destra, nell’atto di sgozzare il toro8: con una mano

tiene le froge dell’animale, mentre con la destra gli

affonda il pugnale nella gola. Dalla ferita cola del

sangue che viene leccato in prossimità del petto da un

cane, e da un serpente in basso. Uno scorpione attacca

i testicoli del toro con le chele tentando di avvelenarne

il seme. Il serpente e lo scorpione sono mandati da

Ahriman affinché il sacrificio sia vanificato,

impedendo al sangue e allo sperma di fecondare la

terra. La coda del toro, che rappresenta la fine della

colonna vertebrale contenente il midollo, termina con

delle spighe di grano. Il Volto di Mitra è rivolto verso

il sole, come per chiedere il permesso del sacrificio

permesso accordato per mezzo di un messaggio

portato da un corvo in volo, e il suo mantello, come

gonfiato dal vento, racchiude la volta celeste. Ai lati

sono presenti due dadofori gemelli, Cautes e

Cautopates: il primo con una fiaccola alzata, il secondo

con la fiaccola abbassata. Assieme a Mitra

rappresentano i tre momenti del giorno: l’alba, il

mezzogiorno, il tramonto.

Ai lati della spelunca erano presenti delle strutture

murarie rialzare sulle quali i fedeli seguivano il rituale

e assistevano al banchetto e le pareti laterali erano

affrescate con scene inerenti i gradi iniziatici. Oltre la

spelunca erano presenti altre stanze adibite alla

cerimonia del battesimo dell’iniziato, alla preparazione

del cibo per il banchetto, e alla vestizione del Pater.

Mentre grazie ai reperti archeologici ci è possibile

conoscere la struttura del tempio e la scala gerarchica

dei gradi iniziatici, i cui simboli sono presenti in

affreschi e mosaici in mitrei sparsi in tutta Europa,

non ci è possibile conoscere il rituale vero e proprio in

quanto questo non produceva atti scritti ma veniva

tramandato solo oralmente.

28

Difesa della Tradizione

di Alessandro Riccardi

(Gargoyle)

L’interno del Mitreo del Circo Massimo a Roma

I gradi iniziatici del mitraismo erano sette, accessibili

solo agli uomini: Corax (corvo), Nymphus (ninfo o

sposo) , Miles (soldato), Leo (leone), Perses (persiano),

Heliodromos (corriere del sole) , Pater Patrum (padre).

Quest’ultimo, massimo grado del mitraicismo, era

abbreviato in Pa.Pa.

Ogni grado iniziatico era associato ad un pianeta e a

particolari simboli identificativi e la struttura

iniziatica è rispondente ad altre strutture tradizionali.

8 La tauroctonia mitriaca rappresenta anche il quadro astrale del passaggio dall’età del Toro a

quella dell’Ariete, fedele dunque a quella dottrina dei cicli temporali cardine della dottrina

zurvanista. Il tempo dunque indicato dall’iconografia, ossia il Sole che muore al tramonto in

Toro e risorge all’alba nell’età dell’Ariete, è databile, secondo la precessione degli equinozi, a

circa 3.742 anni fa, nel 1.796 a.C. Ciò rende ipoteticamente valide le ipotesi secondo cui le origini

mitriache risalirebbero intorno al 1.500 a.C.


Il grado più basso è quello di Corax e rappresenta la

morte iniziatica del neofita; in Persia si usava esporre

i cadaveri su torri fuunerarie affinché venissero mangiati

dai corvi. Il neofita muore e rinasce in un corso

spirituale: i suoi peccati sono lavati con l’acqua con il

battesimo per immersione 9 nell’apposita stanza del

tempio. Il neofita si desta dal buio del sonno e si dona al

nuovo cammino nella luce di Mitra. Il grado di Corax è

sotto la protezione di Mercurio, ed alcuni simboli ad esso

associati sono il corvo, il cadduceo, l’ariete.

Il secondo grado è quello di Nymphus, o crisalide: così

come dalla crisalide nasce la farfalla, dal Nymphus

nasce l’iniziato a Mitra: era il suo sposo, o il suo amante.

L’iniziato offriva alla statua di Mitra una coppa

d’acqua: la coppa era il suo cuore, l’acqua il suo amore.

Il Nymphus è sotto la protezione di Venere, ed alcuni

simboli ad esso associati sono il serpente e la lucerna.

Il terzo grado era occupato dalla figura del Miles;

questo grado rappresenta la duplice battaglia.

Dapprima il nofita doveva combattere con la spada

contro un uomo per conquistare la corona: in seguito

veniva spogliato e veniva fatto inginocchiare nudo, con

le mani legate e bendato, a rappresentare la

sottomissione all’autorità religiosa e l’abbandono della

materialità della vecchia vita. Gli veniva offerta una

corona sulla punta della lancia, e dopo l’incoronazione

veniva tolta la benda e tagliate le corde con un colpo

secco di lancia, per rappresentare la liberazione dalla

materialità del mondo. Il Miles, come segno di rinuncia

all’intelletto ed accettazione di Mitra come unica

guida, toglieva la corona e la poggiava sulla spalla

pronunciando la frase “Mitra è la mia unica corona.” 10

Passata tale fase, il Miles iniziava la vera battaglia, quella

contro la parte più bassa di se stesso. Il terzo grado è

sotto la protezione di Marte e alcuni simboli associati

sono lo scorpione, l’elmo, la lancia.

L’iniziazione del Miles in un affresco di un mitreo

Con questo grado termina il gruppo dei “servitori” del

rito ed inizia il gruppo dei “partecipanti” al rito.

Al quarto grado, l’iniziato accede ad un livello di

comprensione superiore inerente il mondo fenomenico,

passaggio che si può compiere esclusivamente con un

vero atto di forza interiore. E’ il grado di Leo,

rappresentativo dell’elemento del fuoco, gradino per

entrare nella porta del non commensurabile. I Leones

non toccavano acqua durante i rituali ma veniva

offerto loro del miele per lavarsi le mani e con lo stesso

veniva unta loro la lingua 11 : erano i custodi del fuoco

9 A volte il battesimo avveniva con il sangue della vittima sacrificale la quale, nonostante la tauroctonia risulti iconograficamente logica,

non era realizzabile in virtù della ristretta dimensione del tempio. La vittima sacrificale era spesso un agnello.

10 Tertulliano, De corona

11 Il miele era il cibo dei beati e dei neonati. Cfr. Porfirio, De antro nimph

Alessandro Riccardi / I Misteri di Mithra 29


I MISTERI DI MITHRA

sacro e servivano durante il banchetto rituale i cibi

preparati dai gradi inferiori. Il banchetto rituale, a

base di pane e vino simbolo del frutto del sacrificio del

toro (grano dal midollo e vite dal sangue),

rappresentava l’ultima cena di Mitra con i suoi

compagni sulla terra prima di salire in cielo con il Sole.

Il grado di Leo è sotto la protezione di Giove e alcuni

simboli ad esso riferiti sono il cane, la folgore, l’aquila.

Il quinto grado, quello di Perses, è rappresentato dal

dadoforo Cautopates ed è il Custos delle grotte

mitriache. Simbolo tipico dell’iniziato è l’arma con cui

Perseo decapitò la Gorgone, che rappresenta la vittoria

dell’aspetto più basso dell’iniziato. Attraverso questa

vittoria l’iniziato aveva diritto ad essere affiliato alla

razza persiana, l’unica razza degna di ricevere la

Rivelazione della saggezza del Magio (magoi). Essendo

sotto la protezione della Luna, l’iniziato veniva

purificato con il miele in quanto, nell’antico Iran, si

riteneva che la Luna ne fosse la fonte 12 . Altri simboli

rappresentativi del grado di Perses sono la civetta, la

falce di luna, la brocca.

Heliodromos è il sesto grado, rappresentato da Cautes,

con la torcia alzata a rappresentare il levar del sole.

Heliodromos rappresenta l’alba e il viaggio del sole nel

cielo nelle ore diurne.

In questo grado l’iniziato rappresentava il sole durante

il banchetto rituale, vestito interamente di rosso,

colore della vita, del sole e del fuoco. E’ sotto la

protezione del Sole ed è simbolicamente raffigurato da

una corona a sette raggi, la torcia, il gallo, il globo.

Il settimo e massimo grado della gerarchia iniziatica

mitriaca è il Pater Patrum (Pa.Pa.). Egli rappresenta

l’Età dell’Oro attraverso Saturno 13 , è il rappresentante

30

Difesa della Tradizione

di Alessandro Riccardi

(Gargoyle)

di Mitra sulla terra, la personificazione della luce

paradisiaca. Era la guida dei gradi inferiori, vestiva

pantaloni persiani rossi, cappello frigio rosso e un

bastone, simbolo del carico spirituale. Il suo grado è

sotto la protezione di Saturno.

Tale struttura gerarchica ci è stata tramandata da

documenti e con l’aiuto di iscrizioni, affreschi e

decorazioni presenti nei mitrei: circa il rituale si fa

riferimento a “vociferazioni” presenti in documenti

successivi il bando della religione mitriaca, pertanto

appare difficile separare la realtà dalla fantastica

necessità di demonizzare il mitraicismo da parte della

chiesa romana. Gli apologeti cristiani polemizzano

spesso contro i sacramenti mitriaci definendolo

“ispirati da Satana”. Tertulliano e Luciano parlano

della conclusione dell’iniziazione al grado di Miles con

la marchiatura a fuoco sulla fronte dell’iniziato 14 , o

purificato con una torcia ardente 15 . Il combattimento

con la spada iniziale del Miles probabilmente avveniva

contro un fantoccio (a rappresentare la facilità della

battaglia materiale, della piccola guerra santa, a

confronto con la battaglia spirituale, la Grande Guerra

Santa), il che potrebbe confermare lo sdegno in un

testo dello storico Lamprida quando parla

dell’Imperatore Commodo che macchia di sangue i

Misteri di Mitra 16 (che avrebbe ucciso, nel ruolo di

Pater, un Miles invece di simularne l’esecuzione).

Anche se in Grecia il mitraicismo non ha

lasciato tracce archeologiche rilevanti, una traccia

documentaristica riguardo il rituale proviene proprio

dal territorio ellenico; il rituale 17 è inserito in una

raccolta di manoscritti ermetici su trentasei fogli di

papiro, acquistati in Egitto dal console generale di

. 12 L’espressione “Luna di miele” denota la continuità della fertilità e dell’amore nella vita

matrimoniale, che oggi giorno è associato al mese dopo il matrimonio.

13 Virgilio, BUCOLICHE, ECLOGA IV: “Ultima Cumaei venit iam carminis aetas; magnus ab

integro saeclorum nascitur ordo. Iam redit et virgo, redeunt Saturnia regna, iam nova progenies

caelo dimittitur alto. Tu modo nascenti puero, quo ferrea primum desinet fave Lucina: tuus iam

regnat Apollo.” (Già arrivò l’ultima età della predizione dei cumani, nasce per intero una grande

serie di secoli; e già ritorna anche la Vergine, tornano i regni di Saturno, già una nuova progenie

è mandata giù dall’alto cielo. Tu, casta Lucina, proteggi il bambino che nasce ora dove per la

prima volta cesserà l’era delle armi: già regna il tuo Apollo.)

14 Tertulliano, De praescr. haret.

15 Luciano, Mennipus

16 Lamprida, Commodus

17 Armando Cepollaro (a cura di), Il rituale di Mithra, grande papiro magico di Parigi, Atanòr


Il Pater Patrum

Svezia M. d’Anastasi e dallo stesso ceduti alla

Biblioteca Nazionale di Parigi nel 1857 18 : scritto in

forma greca, è databile tra il la fine del III e l’inizio

del IV secolo d.C 19 .

L’elemento cardine del rituale è la volontà dell’iniziato

ad imitare il dio che muore e risorge per divenire

partecipe della sua energia ultraterrena 20 , attraverso

un’azione mistico-magica. Il mistero mitriaco ha una

posizione trascendente nei confronti dell’uomo il quale

non giunge mai, anche se scala gerarchicamente i gradi

da corax a pater, ad assimilarsi al dio 21 , ma va solo alla

ricerca della sua protezione chiedendo ed invocando la

sua amicizia al fine della propria salute spirituale. Il

testo del rituale è pervaso di riferimenti simbolici

planetari ed astrali attraverso i quali il teurga compie

l’ascensione all’empireo attraverso le sette sfere di

fuoco. Tali porte si schiudono solo in virtù di formule

sacramentali, lasciando proseguire l’iniziato attraverso

il suo viaggio alla fine del quale è dvo-ja, due volte

nato. Il frasario magico non può essere interpretato

letteralmente: è composto da frasi e sillabe evocatorie

ed invocatorie dotate di potenza e forza visualizzante

nel regno vedico e in quello delle forme: simili ad un

mantra, a parole di potere. Il rituale è composto da

un’iniziale formula propiziatoria, da una preghiera

invocatoria cui seguono nove Logos. Il rituale termina

con l’istruzione per l’impiego del rituale magico e

l’istruzione per l’azione rituale.

Mitraicismo e Cristianesimo.

Leggendo quanto esposto finora sono evidenti diversi

elementi comuni fra la religione Cristiana e lo

Zurvanesimo/Mazdeismo/Mitraicismo: il cristianesimo è

l’ultima grande religione in ordine temporale ed ha risentito

delle influenze della spiritualità preesistente. Anche il

giudaismo e l’islamismo contengono elementi comuni 22 .

L’aspetto trinitario divino (nell’aspetto, non nella

definizione), elementi della genesi del mondo e

dell’uomo (la coppia primordiale Mǎsye-Mǎsyane), il

libero arbitrio tra bene e male (Ohrmazd-Ahriman), il

diluvio (da cui per salvare le creature viene costruito il

palazzo Vara di Yima). Nello Zoroastrismo (riforma

del Mazdeismo da parte di Zarathustra) c’è la figura

18 Papyrus Anastasii, n° 574 del Supplement grec du Recueil magique, Departement des manuscrits, Biblioteca Nazionale di Parigi. Il

rituale mitriaco si estende dalla riga 42 del fogl. 7 recto alla riga 16 del fogl. 10 verso.

19 APATHANATISMOS: Rituale mithriaco del Gran Papiro di Parigi – prima traduzione dal greco con una introduzione, un commento ed

un’appendice; in “UR”, Roma, anno I, Aprile 1927, n. IV.

20 Bousset, Kyrios Kristos; Göttingen, 1921

21 Accade il contrario in altri misteri come quello di Attis, di Sabi, di Osiris.

22 Elementi comuni si riscontrano non solo per quanto concerne la cultualità solare/patristica: vi sono profondissime comunanze anche

con la cultualità lunare/matristica di cui non ci occuperemo in questo articolo.

Alessandro Riccardi / I Misteri di Mithra 31


I MISTERI DI MITHRA

di Saoshyant, futuro Salvatore degli uomini, nato da

una vergine: questi assieme ad Ohrmazd, sacrificando

il toro Hatayos dà via al Rinnovamento finale

(frašo-kereti) durante il quale verranno resuscitati tutti

gli uomini per prendere parte alla battaglia finale tra

bene e male.

La nascita di Mitra da una vergine in una grotta il 25

dicembre (la Chiesa stabilirà la nascita di Cristo lo

stesso giorno nel IV secolo d.C.) con la visita del

nascituro da parte dei Re Magi, magoi persiani,

l’episodio della roccia colpita da cui scaturisce acqua

(ritrovato in Mosè e Pietro), il periodo di permanenza

sulla terra di 33 anni, l’ultima cena con il pane e il vino

(frutti del sacrificio del corpo e del sangue del toro) e

successiva ascesa in cielo, corrispondenza del nome del

massimo grado (Papa, dall’abbreviazione di Pater

Patrum, Pa.Pa.). Mitra è anche ritenuto essere il

Salvatore degli uomini e nel giorno del Giudizio

giudicherà le anime che verranno destinate nel

paradiso 23 o nell’inferno. Nel rituale si nota l’analogia

nei tre momenti iniziatici dei gradi inferiori del

mitraicismo e i sacramenti: battesimo (corax),

comunione (nymphus), Cresima (Miles). Anche in altri

elementi del Cristianesimo si nota la sovrapposizione

con il culto di Mitra. Oltre alla figura del Cristo anche

quella dell’Arcangelo Michele offre immediate analogie

con Mitra: l’Arcangelo Michele è un angelo guerriero,

protettore degli spadaccini, il cui colto si trova in

presenza di grotte e cavità naturali. Tale culto nasce

dalla leggenda del cacciatore che, ferito un toro bianco,

lo insegue dentro una grotta dove appare l’Arcangelo.

Michele, nell’iconografia in cui uccide il drago (o il

demonio), rappresenta la vittoria sugli stati più bassi

dell’essere nella costante Grande Guerra Santa, mentre

nell’iconografia in cui appare con la bilancia

rappresenta la psicostasia, la pesatura delle anime

durante il Giudizio Universale; tutti elementi ben

presenti nella storia di Mitra e del suo rituale.

Il culto iranico di Mithra era stato in grado di unire

32

Difesa della Tradizione

di Alessandro Riccardi

(Gargoyle)

l’eredità iranica al sincretismo greco-romano: i misteri

di Mitra avevano integrato ed assimilato correnti

specifiche dell’età imperiale romana, come l’astrologia,

speculazioni escatologiche, culto solare. Ma nonostante

leredità orientale la lingua liturgica era il latino e i capi

dei Misteri provenivano dalle popolazioni italiche e da

quelle delle province romane: erano inoltre assenti

pratiche mostruose ed orgiastiche. Queste qualità

stabilirono il successo del mitraicismo tanto da spingere

Ernest Renan a citare la frase “se il cristianesimo fosse

stato fermato nella sua espansione per via di qualche

malattia mortale, il mondo sarebbe stato mitriaco” 24 .

Ma la Grande ruota gira, i cicli si compiono: a nulla

potè la spiritualità mitriaca contro il naturale

decadimento che avanza con le età cosmiche. Nel III

secolo d.C. i culti solari popolari di Mitra ed Apollo

iniziarono a fondersi nel sincretismo del Sol Invictus:

Aureliano, figlio di una sacerdotessa del Sole, rende

ufficiale il culto nel 274 d.C. Costituisce un nuovo

corpo di sacerdoti (pontifex solis invicti) ed attribuisce

al Sol invictus le vittorie in Oriente. La perdita della

Dacia e le invasioni dei popoli del Nord, che distrussero

molti templi, contribuirono al declino del culto. La

crescita del cristianesimo favoreggiata da Costantino e

la vittoria di questo a Ponte Milvio (l’onirico episodio

del “in hoc signo vinces”) segna la fine del mitraicismo.

In seguito l’Imperatore Giuliano cercò di restaurare il

culto e di limitare l’avanzata della religione cristiana,

ma il decreto di Teodosio del 391, nel quale venivano

vietati culti non cristiani, ne sancì definitivamente la

fine. I templi vennero distrutti, o nel migliore dei casi

sopra di essi vennero erette chiese e basiliche.

Tuttavia, grazie alla sopravvivenza archeologica dei

templi e al sincretismo religioso del culto mitriacocristiano,

abbiamo la possibilità di percorrere a ritroso

le origini della spiritualità 25 , in un cammino che ci

riporti all’unione con l’unico Principio generatore

rappresentato nei millenni con tanti volti, tante forme,

tanti nomi.

23 Dal sanscrito paradesha, “paese supremo”, altopiano del primo popolo di lingua sanscrita,

culla dei primi uomini pensanti divini. Successivamente pairidaeza in iranico da pairi-

“attorno” diz- “creare”.

24 Ernest Renan, Marc Aurèle, p. 579

25 Vedi escursioni dell’Associazione Culturale Thule Italia - Gruppo Escursionismo

Archeologico - Sezione regionale LATIVM, presso il monte Soratte, (Rivista Thule Italia n° 19

e 20 del 2007) e presso il Mitreo di S.Prisca.


Alessandro Riccardi / I Misteri di Mithra 33


LA MODERNA

“RELIGIONE DELLA SCIENZA”

Alcuni retroscena di un

equivoco plurisecolare

La scienza è fondamentalmente democratica e

antioligarchica

F. W. Nietzsche

Non è certo impresa facile affrontare una questione

come quella dello sviluppo scientifico e delle sue

conseguenze tecnologiche nella modernità, ma

l’importanza del fenomeno motiva il nostro tentativo

di inquadrarlo e di delinearne anche solo brevemente

tratti distintivi e ombre.

È cosa piuttosto nota che a partire dal XVI secolo,

soprattutto in Europa, una serie di eventi, di scoperte, di

riflessioni abbiano dato una forte spinta accelerativa alla

conoscenza dei meccanismi e delle leggi naturali,

conoscenza alla quale hanno fatto seguito applicazioni

pratiche sotto forma di apparecchiature, di macchine e

in generale di applicazioni finalizzate ai più disparati

scopi, diffuse in una quantità mai vista sino ad allora.

La cosiddetta scienza e soprattutto la sua versione

applicativa che è la tecnologia sono in effetti i caratteri

distintivi della civiltà moderna in rapporto alle civiltà

precedenti: uno sguardo critico sulla modernità deve

pertanto passare attraverso un’analisi attenta del

fenomeno scienza-tecnologia. Noi, però, se da un lato

siamo sospettosi verso l’autocelebrazione della

modernità e dei suoi fasti, non intendiamo per contro

assumere quelle posizioni bigotte e retrive diffuse in certi

ambienti sedicenti tradizionalisti o conservatori di rifiuto

della novità per partito preso, che vedono nel personal

computer un instrumentum diaboli o contrappongono

al darwinismo i miti dell’Antico Testamento.

Ora, nessuno potrebbe seriamente pretendere di

negare gli innumerevoli vantaggi che sono derivati da

questo immenso fenomeno: la scienza moderna è

finalizzata soprattutto ad applicare in forme pratiche

le leggi e i principi enucleati in sede teorica, a rendere

cioè semplicemente più comoda e più agiata la vita

dell’uomo, e in ciò sembra decisamente essere riuscita

nel suo intento. Un confronto tra la medicina antica o

medioevale e quella moderna è sufficiente ad avere la

34

Difesa della Tradizione

di Michele Russo

(Aries)

misura del cambiamento. Lo scopo del nostro discorso

non sarà quindi un’impossibile requisitoria contro

evidenti successi, quanto piuttosto indagare se dietro

tutto questa gloria e questo fasto vi siano dei lati

oscuri o delle mancanze. E a nostro parere, a ben

guardare, ve ne sono abbastanza per poter affermare

che i costi superano i guadagni.

A cominciare dai termini vi è oggi molta confusione:

quando si parla di scienza viene spesso implicitamente

sottointeso l’aggettivo “moderna”, quasi che prima del

1500 l’umanità vivesse nell’ignoranza. Questa prima

distorsione si basa sull’idea, arbitraria e infondata, che

sia scientifica soltanto quella conoscenza di natura

sperimentale, mentre il sapere non misurabile in

termini matematici sia soltanto favola e opinione. A

partire da questo equivoco, i cui principali responsabili

furono Francis Bacon e René Descartes, gli uomini

hanno iniziato a prestare un’attenzione smisurata allo

studio della natura nei suoi aspetti esclusivamente

materiali - peraltro per la brama di un suo

sfruttamento economico, non certo di una sua pura

conoscenza - tralasciando in misura progressiva quelle

branche del sapere come la metafisica, la psicologia o

l’etica che fino ad allora componevano un tutto

organico. È pur vero che nell’ultimo secolo alcune

discipline come la psicologia sono tornate in voga, ma

appunto scisse e sconnesse da una vera metafisica - che

dopo la fine dell’idealismo tedesco del XIX secolo non

esiste più -, e impostate sul modello epistemologico

proprio delle scienze positive, vale a dire in una

prospettiva strettamente materialista ed empirista.

Peraltro forse è opportuno ricordare che moltissime

teorie e spiegazioni oggi correntemente accettate non

hanno alcunché di sperimentale: basti pensare alla

teoria della gravitazione universale di Isaac Newton, a

quella dell’evoluzione di Charles Darwin o a quella

della relatività generale di Albert Einstein. Con ciò non

intendiamo entrare nel merito sostenendo che simili

teorie non siano valide, ma soltanto che la

sperimentabilità è un criterio per nulla scientifico, e

pertanto che ritenere la scienza - in quanto

sperimentale - più oggettiva e più veritiera del sapere

speculativo è assolutamente infondato.

Di pari passo ai progressi della scienza positiva si è


assistito nell’era moderna al tramonto del sapere

metafisico e di ogni scienza sacra: tradizioni millenarie

che diedero luogo a miti, religioni, riflessioni filosofiche

sono state espunte dall’orizzonte del sapere occidentale

come inutili e infondate chiacchiere, oppure si sono

trasformate in sterili elucubrazioni, prive di ogni

dignità e autorevolezza e ridotte a un giuoco di finezza

logica. Il riflesso e la conseguenza di questa

desertificazione metafisica e spirituale, di questa

perdita di un significato forte dell’esistenza è il caos

morale che oggi possiamo facilmente osservare.

L’uomo moderno, tutto contento per essersi “liberato

dall’oppressione religiosa”, illusosi con facilità di essere

un homo faber “artefice del proprio destino”, si è

ridotto in realtà nella più infamante condizione di

servilismo: l’agire degli uomini nella attuale

prospettiva materialista si configura infatti come un

agire asservito agli aspetti più bestiali e vili

dell’esistere, alle sue brame più cieche e insaziabili, ai

suoi orizzonti più meschini e spregevoli.

Eliminare ogni riferimento a piani della realtà diversi

da quello materiale come hanno fatto le scienze e le

filosofie della modernità ha reso l’uomo un essere i cui

soli scopi sono soddisfare bisogni e perseguire piaceri.

Guardando a un siffatto degrado in ogni uomo normale

nascerebbe spontaneo l’interrogativo “ma è questa una

esistenza degna di essere vissuta?”, domanda che

probabilmente sfiora molti, ma che dimentichiamo con

facilità grazie a tutte quelle distrazioni che proprio la

tecnologia si premura di darci.

Occorre poi notare come l’uomo moderno, ben lungi

da quella serietà e da quel sobrio razionalismo con cui

si raffigura, è in realtà in ogni ambito vittima

inconsapevole di superstizioni e credenze irrazionali,

sul piano morale come su quello politico e culturale, e

non per ultimo su quello scientifico. Il materialismo e

il progressismo sono due buoni esempi di queste

credenze assurde.

Il concetto di materia, elemento centrale in quasi tutte

le filosofie moderne comprese quelle di tendenza più

idealistica, è uno dei concetti più sfuggenti e oscuri di

tutta la storia del pensiero umano. Secondo Aristotele

- che a questo proposito si rifaceva a Platone, il quale

a sua volta interpretava un assioma autoevidente che

il pensiero tradizionale greco aveva fatto suo sin dalle

origini - della materia in senso stretto non può esservi

scienza, ma solo opinione: la materia infatti è “essere

in divenire”, vale a dire in costante mutamento, e

perciò inafferrabile dal pensiero, che invece può

studiare solamente l’essere immobile. Di fronte a una

tesi scientificamente rigorosa come questa ogni

materialismo trova delle serie difficoltà a

controbattere, e così la taccia di arretratezza ed evita

di confrontarvisi seriamente: peraltro, anche

studiando le varie filosofie materialiste che pure si

legittimano appellandosi alla scienza, difficilmente si

troverà una definizione “scientifica” della materia,

entità che sembra piuttosto svolgere il ruolo di mito

fondativo, se non addirittura di rozza superstizione. In

questo senso il noto principio di indeterminazione di

Heisenberg non fa che confermare l’aspetto sfuggente

e scientificamente poco conoscibile della “materia”,

confermando tra le altre cose il concetto Aristotelico.

Un altro dei più profondi equivoci della modernità è il

progressismo, quella confusa convinzione per cui il

presente è meglio del passato e il futuro sarà meglio

del presente. Progresso, evoluzione, positivismo,

ottimismo - teorizzati in sede filosofica, tra gli altri, da

Herbert Spencer nel secolo XIX - sono stati il motore

degli immensi cambiamenti occorsi nei tempi ultimi e

stanno alla base della rivoluzione industriale nonché

del sorgere di quelle prospettive politiche quali il

socialismo o il liberalismo.

Che il progressismo o l’evoluzionismo non siano dati

di fatto, ma miti insensati e vaghe aspirazioni,

sintomatici più di stolto ottimismo che non di

scientificità, sarebbe evidente anche a un bambino: la

loro diffusione nell’età moderna rende però l’idea di

come gli uomini oggi non si siano affatto “liberati dalla

superstizione religiosa” come vanno vantandosi, e

abbiano semplicemente sostituito un ordine di illusioni

provvidenziali con un altro equivalente, incentrato su

simili promesse escatologiche riguardanti il destino

terreno.

D’altro canto da quando ha cominciato a prendere

piede una visione progressista sono anche state

avanzate in risposta delle prospettive decadentiste.

Bisogna però notare che il progresso come la

decadenza non sono fatti ma punti di vista: la storia

mostra come le civiltà e gli uomini cambiano

Michele Russo / La moderna “religione della scienza” 35


LA MODERNA

“RELIGIONE DELLA SCIENZA”

semplicemente, migliorando sotto certi aspetti e

peggiorando sotto altri. Su di un piano metastorico è

sì lecito speculare se le sorti dell’universo consistano

nel suo ripetersi ciclico, nel suo riassorbimento nel

creatore, nella sua redenzione o che altro, ma quando

tali discorsi vengono affrontati da chi non ne ha le

competenze finiscono per essere banalizzati e condurre

a esiti fuorvianti. Ciò basti a dire che progressismo o

decadentismo sono legittime opinioni ma non certo

verità scientifiche, e come sia quindi opportuno

prendere le distanze non solo dal progressismo ottuso

di matrice illuminista, ma pure da quel pessimismo

tanto in voga tra molti tradizionalisti, sempre pronti a

lamentare le nequizie del kaliyuga e attendere la

redenzione da una nuova età dell’oro.

Tornando al progressismo vale la pena ricordare come

esso serva tutt’oggi a giustificare e coprire il fallimento

evidente delle ideologie della modernità e delle

istituzioni che di esse sono manifestazione: infatti,

illusi che il futuro riservi ancora innumerevoli

maraviglie per le quali vale la pena di sacrificare il

presente, gli uomini d’oggi non si accorgono della

situazione disastrosa i cui li ha condotti quella stessa

civiltà che promette loro un roseo futuro. Questo vale,

per esempio, in riferimento alla devastazione

dell’ambiente naturale provocata dalla odierna

diffusione anomala della tecnologia: gli uomini hanno

sempre consumato risorse e inquinato il proprio

habitat, ma quando il fenomeno raggiunge proporzioni

tali da mettere a repentaglio la sopravvivenza degli

uomini stessi, allora è opportuno interrogarsi se questo

progresso sia davvero un miglioramento.

Un ultimo aspetto oscuro della moderna tecnologia è

la profondissima distanza che si è venuta a creare tra

i costruttori e i fruitori della stessa: in epoche passate

gli strumenti erano più rozzi, ma chi li utilizzava ne

conosceva, in linea di massima, anche il processo

produttivo: ciò permetteva di padroneggiarli e non

subirli passivamente, di ripararli o ricostruirli nel caso

si guastassero. Io che scrivo queste righe sul mio

portatile non ho la minima idea di come avvenga

l’elaborazioni dei dati che darà luogo alle parole sullo

schermo o sul foglio stampato: inoltre, nel caso il

computer si guastasse, non sarei in grado di fare molto

più di una scimmia, e il mio lavoro dipenderebbe

36

Difesa della Tradizione

di Michele Russo

(Aries)

dall’intervento di un tecnico riparatore.

Questo che apparentemente sembra un dettaglio

insulso ha in realtà conseguenze enormi sulla

psicologia dell’uomo moderno: è uno degli elementi che

contribuiscono a fare di esso un essere passivo, un

servo, che però, inconsapevole del suo stato, si bea

della comodità e dei lussi che gli vengono forniti.

È impossibile in questa sede trattare analiticamente

tutti gli aspetti del problema in questione, ma i pochi

cenni fati possono bastare per rendere l’idea

dell’importanza dell’argomento e delle sue

implicazioni etiche ed esistenziali.

Occorre precisare, peraltro, che le nostre critiche non

sono rivolte più di tanto agli scienziati e alla scienza,

quanto piuttosto ai divulgatori che banalizzano e

strumentalizzano il sapere e la ricerca per scopi politici

e sociali quando non commerciali, che fanno di Galilei

ed Einstein i profeti della loro religione, che

festeggiano il compleanno di Darwin come il “Natale

dei laici”(1). Quando si divulga l’ipotesi che l’uomo sia

imparentato con le scimmie non si afferma una verità

scientifica, ma si propaganda un’etica, una visione del

mondo e un modello comportamentale: basti pensare

che Karl Marx, quando pubblicò il Capitale, intendeva

dedicarlo a Darwin: e Marx non era certo uno

scienziato naturalista.

A questo cicalare disordinato e plebeo noi opponiamo

ferma la certezza antica che il valore di una teoria

scientifica non si misura dal numero di persone che vi

credono. Che la credibilità di una scienza non si misura

dalla sua utilità applicativa. Che la grandezza di una

civiltà non dipenda dalla speranza media di vita.

Noi non siamo antiscientisti od oscurantisti. Noi

crediamo che le scienze e le tecniche non siano qualcosa

da giudicare, frenare o liberalizzare, ma debbano essere

considerate quali saperi strumentali, quindi sempre al

servizio di qualcosa e mai a dominio di alcunché.

Quello che noi critichiamo è il ruolo di dominio che la

scienza moderna ha invece acquisito nell’orizzonte dei

saperi: infatti se da un lato essa risponde molto bene

alle domande circa il “come” avvengono i fenomeni,

d’altro canto non è minimamente in grado – né

potrebbe esserlo – di spiegare il “perché” di quei

fenomeni, di motivarne l’esistenza. Il problema è che la


scienza attuale - o per meglio dire la sua vulgata -

elude quella domanda, quel “perché”, pretendendo di

rispondere con la più dogmatica delle asserzioni:

l’essere è un “dato di fatto”.

Quando un simile atteggiamento intellettuale diventa

– come è diventato – modello generale di

comportamento, il risultato non può che essere il

riduzionismo etico, la banalizzazione dell’esistenza,

l’annichilimento del senso dell’esistere a mero dato di

fatto, l’autolimitazione della ricerca umana.

Noi – lo ripetiamo – non siamo antiscientisti.

Crediamo che la ricerca scientifica debba sempre essere

promossa, ma non nei termini specialistici, tecnicistici

e settorializzati nei quali opera oggi, ma integrata con

gli altri ambiti del sapere, e la nostra ambizione è verso

quella “chimica delle idee e dei sentimenti morali,

religiosi ed estetici” auspicata da Friedrich

Nietzsche(2).

Noi ci opponiamo alla divulgazione della scienza, alla

sua banalizzazione, al suo diventare una fede laica e

una superstizione. Noi ci opponiamo alla diffusione

abnorme della tecnologia che trasforma gli uomini in

servi inetti e che mette a rischio il nostro ecosistema.

(1) E’ tutto vero: il 12 febbraio, col patrocinio di diversi enti culturali

tra cui le Università, si è celebrato il “Darwin Day” (sic!), giornata

di rievocazione della “nascita del messia” (1809), dedicata a convegni

ed eventi su evoluzionismo e scienza. Anche così nascono le nuove

religioni!

(2) Cfr. Friedrich Nietzsche, Umano, troppo umano, I 1.

Michele Russo / La moderna “religione della scienza” 37


“PLATONE”

Parte Seconda

Dobbiamo innanzitutto dichiarare, per onestà

intellettuale, che la nostra “esegesi tecnica” del pensiero

platonico attinge completamente dallo studio dell’ottimo

ricercatore Franco Trabattoni, sebbene la sua

interpretazione verrà da noi reinserita in una visione del

mondo originale che egli riterrebbe da sé lontana. In

particolar modo, i testi del Trabattoni cui abbiamo attinto

sono: “Platone” e “La filosofia antica”, editi da Carocci.

Nella prima parte del presente articolo abbiamo

esaminato la dottrina platonica delle idee,

sottolineandone l’aspetto di necessità etica, funzionale

alla condizione politica ed alla debolezza del sentire

comune nell’antica Atene.

Dunque, il carattere ontologico delle idee platoniche, in

tale ottica viene ad essere sminuito.

Tempo fa, discutendo con alcuni Associati, concordammo

nell’individuare il carattere funzionale della metafisica:

fui piacevolmente sorpreso da tale accordo d’opinioni.

Difatti, negando la possibilità della conoscenza perfetta

del cosmo da parte dell’uomo, la metafisica può però

continuare a sussistere come veicolo funzionale

all’affermazione di principi adatti ad agire sulla

condizione umana del proprio tempo. Tutte le metafisiche

in sé possono reggersi in piedi. Condizione perché una

metafisica non si riduca ad elucubrazione mentale, sta

nella sua applicabilità nei diversi rami del reale.

Non oseremo mai affermare con una certezza

infondata che Platone davvero fosse convinto, come

noi, della relatività e della funzionalità della

metafisica, perché sarebbe un puro fantasticare, un

insulto alla storiografia filosofica. Eppure la nostra

sensazione rimane questa: Platone pose il suo sistema

filosofico intero, pose la sua metafisica, concentrandosi

sull’unico e vero obiettivo importante: la rifondazione

etica e soprattutto politica della sua Atene, tentando

però contemporaneamente, come è ovvio che fosse, di

presentare un pensiero il meno confutabile possibile.

Se la dottrina delle idee, con la sua affermazione

dell’esistenza di principi etici stabili che esistono

realmente, non avrebbe convinto Platone sulla sua

utilità ad incidere sul pensiero e sulla tenuta

esistenziale di chi ne venisse a contatto e soprattutto di

chi ne venisse convinto, molto semplicemente

crediamo intimamente che Platone l’avrebbe

abbandonata per proporre qualcos’altro, senza troppe

38

Difesa della Tradizione

preoccupazioni relative a ciò che è vero e ciò che non lo

è, perché Platone, come vedremo, nel fatto che l’uomo,

in questo mondo, possa raggiungere la verità assoluta,

non credette affatto.

La reminiscenza.

di Matteo Mazzoni

(Chrysokarenos)

La dottrina delle idee viene posta da Platone

conciliando due visioni contrapposte: quella di

Eraclito e quella di Parmenide.

Eraclito è il filosofo del “tutto scorre”, della realtà in

continuo mutamento. Parmenide è colui che pose

l’”essere” come stabile, immutabile, incorruttibile.

Non è utile qui approfondire ulteriormente questi due

autori. Basta notare che Platone credette nella natura

mobile e transuente del mondo materiale. Ma la sua

necessità di affermare l’esistenza e la stabilità di

principi etico – estetici (le idee) lo ha indotto a

ricondurre tali principi ad un mondo celeste, dove le

regole che dominano il mondo materiale vengono a

decadere, e dove alla dimensione del divenire vengono

sostituiti gli attributi dell’essere di Parmenide.

Parallelamente a tale suddivisione dei “mondi”

Platone divise anche la conoscenza umana in due

generi: al mondo sensibile corrisponde l’opinione

(doxa), una conoscenza che s’appoggia sui sensi e che

risulta incerta ed instabile come il mondo materiale

che conosce; al mondo “celeste” corrisponde invece la

scienza (episteme), conoscenza di carattere intellettivo,

stabile e certa.

Ma come l’uomo conosce le idee? La sua è una

conoscenza che può essere davvero intellettiva, stabile

e certa? Si tratta di una visione intuitiva delle idee,

oppure si tratta di una conoscenza dialettica?

Qui entra in gioco la dottrina della reminiscenza.

In cosa consiste?

In breve, presupponendo una esistenza umana

prenatale, una sorta di soggiorno nel mondo celeste

ove sono le idee, ove dimorano gli dei, Platone,

attraverso il personaggio di Socrate (nel “Menone”, nel

“Fedone”, nel “Fedro” e nel “Timeo”), mette in luce

una fase dell’esistenza dell’anima umana ove questa si

trova in un diretto contatto con le idee (idea,

ricordiamolo, significa “visione”), potendone avere

dunque conoscenza piena, diretta.

Solo con il trauma della nascita, tale conoscenza viene


persa. Con la venuta dell’uomo nel mondo sensibile,

l’anima “dimentica” ciò che aveva conosciuto nel

mondo delle idee.

In questa esistenza materiale, dunque, la sfida che

l’uomo deve affrontare sta nel “ricordare” quanto

dimenticato con la nascita in un corpo fisico.

Nella prima parte del presente scritto, avevamo fatto

notare come l’aspetto “maieutico” del personaggio

platonico di Socrate, sembrerebbe non trovare

riscontro nel Socrate storico. In effetti, il “far nascere

le idee” è un elemento inserito da Platone come

funzionale alla dottrina della reminiscenza. Socrate,

convinto il proprio interlocutore della sua ignoranza,

tenta, in senso vero e proprio, di far “nascere” in chi gli

sta di fronte il “ricordo” di quella conoscenza che

l’uomo ha posseduto nello stato prenatale, e che

tornerà a possedere pienamente dopo la morte.

Questo aspetto del pensiero Platonico per noi è molto

importante perché, lo si ricordi, sottolinea una teoria della

conoscenza che si caratterizza in maniera non razionale:

l’uomo non impara nulla, ma semplicemente ricorda.

Inoltre Platone, introducendo tale forma di

conoscenza, che si configura come un portare alla luce

un sapere innato e preesistente, apre le porte alla

coscienza del fatto che è solo in una dimensione

spirituale che l’uomo può fondare la propria

conoscenza, poiché nel mondo degli dei e delle idee

sono le sue radici.

Alla dottrina della reminiscenza Platone accompagna

la credenza nella metempsicosi, che da più parti, forse

non a torto, è stata vista come la prova maggiore

dell’influenza dell’orfismo e dei suoi culti nel pensiero

platonico. L’anima, secondo il nostro ateniese,

attraversa in alternanza fasi di esistenza celeste a fasi

di incarnazione terrena. In verità, non sapremo mai se

Platone introdusse tale aspetto perché realmente

influenzato dall’orfismo o se per ragioni filosofiche di

offrire una dottrina il meno confutabile possibile e di

rafforzare l’idea dell’immortalità dell’anima. In fondo,

poco ci interessa in questo scritto: se davvero il nostro

scopo è quello di interpretare Platone come esempio di

reazione di fronte alla “zivilizazion” ateniese, non

saremo costretti, dunque, a svolgere un lavoro più

propriamente dossografico o di storiografia filosofica.

La seconda navigazione.

L’aspetto scettico del pensiero platonico è messo ben in

evidenza dalla cosiddetta “seconda navigazione”,

sebbene molto spesso questo aspetto venga

volutamente ignorato o snaturato.

Partiamo da lontano.

Nel “Fedone” si narra di come Socrate, non trovando

nulla di soddisfacente nelle opere dei naturalisti,

decida di modificare il suo metodo d’indagine

rifugiandosi nei logoi (cioè i discorsi), che egli descrive

come “seconda navigazione”. Questo celebre concetto

è stato interpretato a piacimento dagli studiosi per

rafforzare la loro visione del pensiero platonico. Ed in

effetti si tratta di un concetto che si presta a numerose

interpretazioni.

Ad esempio scrive Giovanni Reale:

“Seconda navigazione” è una metafora desunta dal

linguaggio marinaresco, ed il suo significato più ovvio

sembra essere quello fornitoci da Eustazio, il quale,

riferendosi a Pausania, ci spiega: “si chiama seconda

navigazione quella che uno intraprende quando, rimasto

senza venti, naviga con i remi”. La “prima navigazione”

fatta con le vele al vento corrisponderebbe, quindi, a quella

compiuta seguendo i Naturalisti ed il loro metodo; la

“seconda navigazione” fatta con i remi, e quindi assai

più faticosa, corrisponde al nuovo tipo di metodo, il quale

porta alla conquista della sfera del soprasensibile. Le vele

al vento dei fisici erano i sensi e le sensazioni, i remi della

“seconda navigazione” sono i ragionamenti e i postulati:

e appunto su questi si fonda il nuovo metodo.

(G. Reale “Platone e l’Accademia antica” da “Storia

delle filosofia greca e romana”)

Come sempre, noi preferiamo seguire Franco Trabattoni

(“La filosofia antica”), che ci apre la via alla riscoperta

di un Platone differente. La “seconda navigazione” deve

dunque essere interpretata in maniera radicalmente

differente rispetto a quanto fatto da Giovanni Reale: se

la “seconda navigazione” è più faticosa della prima, ciò

significa che la prima è preferibile, ma non disponibile,

poiché il vento manca. “La prima navigazione” sarà da

considerarsi quindi il procedimento che pretende di

giungere al proprio obbiettivo mediante una conoscenza

Matteo Mazzoni / Platone - seconda parte 39


“PLATONE”

Parte Seconda

diretta, simile a quella attuata dai sensi. Mentre la

“seconda navigazione” (i logoi) viene introdotta da

Platone poiché, impossibile la conoscenza diretta delle

idee (che l’uomo potrà avere solo nel mondo postmortem),

è necessario un metodo di ripiego: quel logos,

appunto, che stimola il ricordo delle idee dimenticate

con la nascita. Un metodo conoscitivo più debole

dunque, una sorta di ripiego obbligato.

Un’altra metafora nel “Fedone”, confermerebbe tale

interpretazione: quella degli specchi bruniti, di cui ci si

serve per vedere il sole durante l’eclissi senza rimanere

accecati.

“Perciò i logoi fanno da schermo e da filtro: permettono

sì di conoscere, ma solo attraverso un diaframma che

istituisce una distanza e una differenza. Si tratta

appunto della differenza che separa la conoscenza

intuitiva dell’idea, accessibile solo nell’oltremondo, dalla

conoscenza mondana, che emerge faticosamente

dall’anamnesi e si deve perciò appoggiare ai discorsi“.

(Franco Trabattoni, “La filosofia antica”)

Attraverso il quadro generale fornitoci dalla “seconda

navigazione” possiamo dunque approcciarci al

concetto dell’amore platonico.

Eros. L’amore platonico.

Il motivo dell’eros è affrontato da Platone in più d’un

dialogo (“Simposio”, “Carmide”, “Liside”, ma anche

“Fedro”), ma la trattazione più significativa, e

certamente più famosa, è quella esposta nel

“Simposio”. Per ovvie ragioni di spazio e di

opportunità, solo di questa ci occuperemo.

Lo scenario che Platone ci presenta è quello di un

banchetto organizzato per festeggiare il poeta

Agatone, fresco vincitore di un agone tragico. I

convitati s’accordano per recitare ciascuno, a turno,

un discorso in onore del dio Eros. Quando è il turno di

Socrate, ecco che egli, come di consueto, stravolge

completamente la logica degli elogi e dei discorsi sino

a quel momento pronunciati. Egli sostiene infatti che

se amore è desiderio di bellezza e di bontà,

necessariamente egli non è né buono né bello, poiché si

desidera solo ciò che non si possiede.

40

Difesa della Tradizione

di Matteo Mazzoni

(Chrysokarenos)

Spianando in tal modo il terreno davanti a sé, Socrate

racconta dunque del suo incontro con la sacerdotessa

Diotima e di quanto ella gli disse, ossia che Eros

nacque da Poros (Espediente) e Penìa (Povertà). Dal

padre, Eros ereditò l’amore per ciò che è bello e buono,

dalla madre, quella mancanza tipica di colui che

desidera qualcosa.

E proprio per questa sua natura di desiderante, Eros

viene paragonato da Diotima al filosofo.

Per quale motivo? La parola “filosofo” è composta dal

prefisso philo- (“amico”) e da –sophos (“sapiente”).

Dunque il filosofo è colui che tende alla sapienza, e vi

tende perché non la possiede, così come Eros tende a

ciò che è bello e buono, senza essere bello e buono.

Difatti, solo gli dèi sono “sophoi” in senso pieno: al

massimo, ci dice Platone, gli uomini possono essere

filosofi, cioè coloro che si pongono in una medietà tra

la sapienza e la semplice opinione, ove sta la cosiddetta

“retta opinione”, in tensione verso l’alto, ma

consapevolmente imperfetta.

Come dice la stessa Diotima, Socrate è l’uomo più

saggio, poiché sa ciò che è fondamentale sapere: cioè

sa di non sapere.

Questo è quanto ci è utile sottolineare di quest’aspetto

del pensiero Platonico, poiché mostra ulteriormente

come il nostro ateniese volle insistere sulla debolezza

della conoscenza mondana in relazione alla conoscenza

piena ultraterrena.

Molti, e molto affascinanti, sono gli altri elementi che

si possono trovare nei dialoghi d’amore platonici.

Lasciamo al lettore la magica esperienza della loro

scoperta. Per quanto ci riguarda, qui ci è stato

possibile trattare solo ciò che è risultato utile al

discorso che intendiamo portare avanti.

Teorie della conoscenza nella Repubblica. La metafora

della linea.

Nella “Repubblica”, nota soprattutto per le

considerazioni politiche in essa contenute, sono

presenti pregevoli passaggi, che mettono più da vicino

in luce le facoltà conoscitive umane e gli oggetti cui si

riferiscono. Questo è il caso della cosiddetta “metafora

della linea”.

Allo scopo di spiegare la differenza tra sensibile ed

intelligibile, il personaggio di Socrate immagina di


disegnare un segmento e di dividerlo in due parti: una

relativa al sensibile, l’altra all’intelligibile, e

successivamente di dividere ciascuna delle due parti in

altre due.

Nella parte inferiore, propria al mondo sensibile, al

quale corrisponde il livello conoscitivo umano

dell’opinione (doxa), si collocano la facoltà inferiore

dell’immaginazione (Eikasia) cui corrispondono le

immagini degli oggetti sensibili, i quali a loro volta

sono oggetto di credenza (Pistis).

La parte superiore della linea, quella propria alla

conoscenza (Episteme), che coglie il mondo

soprasensibile, è suddivisa da Socrate in due facoltà

intellettuali: Dianoia e Noesis (entrambi i termini

significano “pensiero”).

Franco Trabattoni ha già da tempo smentito l’opinione

più diffusa, che vedrebbe la Dianoia come un pensiero

discorsivo avente per oggetto enti matematico –

geometrici, e la Noesis come un pensiero intuitivo che

avrebbe per oggetto le idee vere e proprie. Trabattoni

argomenta le sue opinioni approfonditamente seguendo

il testo della Repubblica. Sarebbe cosa troppo “tecnica”

riportare qui le sue opinioni, che il lettore potrà

approfondire autonomamente.

A noi basti ricordare che l’uomo, nella sua esistenza

terrena, non può avere conoscenza piena delle idee; dato

ciò, non è possibile che la più alta facoltà intellettiva

umana sia considerata la conoscenza intuitiva delle idee

stesse. Se nell’intera opera platonica, il più elevato

metodo di conoscenza è la dialettica, il ricorso ai logoi,

non si capisce come la noesis dovrebbe esser considerata

come conoscenza intuitiva.

Dunque, come Trabattoni evince dal testo: Dianoia è

una conoscenza che fa uso di immagini, ad esempio

enti geometrici. Non è una conoscenza discorsiva

(perché un geometra dovrebbe far ricorso alla

dialettica? Per fare cosa?). La Noesis è invece

introdotta da Socrate per indicare un “pensiero che

risale verso un principio non ipotetico e che non fa uso

di immagini” (Trabattoni, “La filosofia antica”).

La Noiesis è un pensiero dialettico che ci indica come

l’intelletto debba accostarsi alle idee:

“…non deve assumerle come ipotesi (deve mostrare piuttosto

che esistono necessariamente) e deve servirsi solo del logos,

senza fare uso di immagini, né sensibili né mentali.”

(F.Trabattoni, “La filosofia antica”)

Eppure, per Platone, lo vogliamo ripetere, la dialettica

non ci porta ad una piena conoscenza delle idee. Se è

vero che per Platone il pensare è innanzitutto un

dialogare, con sé stessi e con gli altri, è anche vero che

mai l’ateniese trasformò la dialettica in una scienza.

“Essa lavora, in altre parole, mediante la cura dell’anima

e l’esame delle opinioni. Per venire in qualche modo in

contatto con la verità l’uomo non può rivolgersi

direttamente al mondo fuori di sé, per descriverlo e

comprenderlo. Deve piuttosto ripiegare dentro di sé e

rintracciare nella propria anima le impronte di una realtà

trascendente che solo in quel luogo, sia pure in modo

faticoso ed approssimativo, può manifestarsi”

(F.Trabattoni, “La filosofia antica”).

Le dottrine non scritte.

Giovanni Reale ha avuto l’immenso merito d’aver

sottolineato ciò che molti, troppo spesso, tendono ad

ignorare: le opere di Platone che ci sono pervenute

sono solo parte del suo insegnamento. Vi furono

insegnamenti orali, esoterici, riservati ai soli membri

dell’Accademia fondata dall’ateniese.

Ma non ci si deve fermare qui. Nel “Fedro” e nella

Matteo Mazzoni / Platone - seconda parte 41


“PLATONE”

Parte Seconda

“VII Lettera” Platone confessa apertamente di non

aver mai voluto mettere per iscritto gli elementi più

alti del suo pensiero, sia, diciamo così, per non gettar

le perle ai porci, sia perché esistono concetti che un

testo scritto non potrebbe mai spiegare. Che significa?

Significa che il dialogo platonico è una forma di

diffusione filosofica che il nostro ateniese ha ritenuto

utile per una diffusione “esterna” e parziale, ma che

quindi non è il miglior metodo di insegnamento

filosofico! Questo molti lo hanno ignorato. Platone

utilizza il dialogo come mezzo di diffusione ed incisione

esterna, ma contemporaneamente anche come mezzo

“propagandistico” in senso ampio per avvicinare a sé

o alla sua Accademia coloro che sarebbero rimasti

colpiti dal suo messaggio. Solo nell’Accademia gli

insegnamenti Platonici più elevati avrebbero potuto

esser studiati, ma solo dopo un lungo periodo di

tirocinio e disciplina, atto a selezionare coloro che

sarebbero stati degni di sapere.

Certamente nei dialoghi platonici il pensiero più

“interno” traspare, ma in modo molto velato, e sono

ancora troppo pochi gli studiosi che hanno voluto

tenere conto di ciò:

“…possiamo comprendere i dialoghi platonici nella loro

totalità solo se ci rendiamo conto che essi rimandano nei

particolari ed in generale a una giustificazione di vasta

portata che non è esplicita nell’opera scritta, ma che è

presupposta in ogni sua parte.”

(Kaiser, “Platone come scrittore filosofico. Saggi

sull’ermeneutica dei dialoghi platonici”)

Ovviamente, non sapremo mai quali furono tali

insegnamenti esoterici. Certamente sarebbe ridicolo

formulare ipotesi complesse, nonostante il fatto che

Reale indichi l’esistenza di testimonianze – chiave,

presso opere di allievi dell’Accademia, che potrebbero

tornare utili nel tentativo di chiarire il mistero.

Eppure noi, nella nostra azzardata operazione di voler

comprendere le ragioni che mossero il pensiero di

Platone, ossia, in senso ampio e un poco moderno, la

sua psicologia, vorremmo quanto meno provare ad

immaginare un qualche cosa di più.

42

Difesa della Tradizione

Platone cavalca la tigre.

di Matteo Mazzoni

(Chrysokarenos)

Nella prima parte del presente articolo introducemmo

alcuni cenni sulla situazione storico – politica

dell’Atene in cui visse Platone. Lo abbiamo fatto non

per un semplice gusto storiografico, ma per far

comprendere quale fosse la contingenza storica che il

pensiero platonico dovette affrontare.

Abbiamo evidenziato come gli antichi valori

indoeuropei – “omerici”, nel caso della Grecia classica

– in quel tempo avevano iniziato a perdere vitalità, a

svuotarsi del loro senso più alto trasformandosi in un

qualcosa di puramente normativo e formalistico. Di

contro a coloro che, con atteggiamento moralistico ed

ipocrita, tentarono di assumere un atteggiamento

conservatore, sorsero nuove figure intellettuali,

decadenti e relativiste, sostanzialmente ostili alla

cultura tradizionale (con la “t” minuscola) del tempo,

sino ad arrivare, ad esempio, all’estremo rappresentato

da taluni sofisti che, incuranti non solo della verità,

ma anche soltanto dell’opinione comune (al contrario

di quanto fece, va detto, una prima generazione di

sofisti), si concentrarono tecnicamente e tatticamente

alla sola vittoria nei discorsi, a puro scopo arrivistico

o “professionale”.

A tale degenerazione della classe acculturata ateniese

(ossia la classe dirigenziale, a conti fatti), corrispose

quel disordine politico che sconvolse il giovane

Platone, tanto da convincerlo della necessità d’una

rifondazione etica dell’Atene del tempo, nonché di una

nuova integrazione tra etica e politica.

Insomma Atene, detto con Spengler, stava

attraversando una fase di zivilization.

Gli antichi valori non costituivano più un qualcosa di

unificante perché condiviso, e di vitale perché

spontaneamente seguito.

Platone incentrò la sua ricerca sulla necessità di

dimostrare l’esistenza vera di principi etico – estetici

stabili, ma anche socialmente unificanti, condizione di

possibilità perché la società ateniese potesse tentare

una inversione del proprio decadere e disgregare. Così

Platone giunse alla sua dottrina delle idee.

Il fatto che Platone dovette tentare di affermare

l’esistenza di principi etici mediante dimostrazione

dialettica è riprova del fatto che tali principi non erano

ormai più “sentiti” e vissuti. Non erano più parte di


ciò che è l’evidenza, dunque andavano dimostrati.

Platone non avrebbe potuto sperare di incidere sulla

realtà del suo tempo semplicemente affermando :

“esistono dei principi etici, dunque vanno seguiti”.

Non serve a nulla proporre apertamente a qualcuno

concetti che quel qualcuno non sente come vitali in sé

stesso.

Per questo, comprendendo lo spirito del suo tempo,

Platone optò per la dimostrazione dialogica, tanto più

che oramai da tempo la sofistica, nella sua

metodologia, aveva inciso sul modo di pensare

ateniese, al punto che non v’era più alcun filosofo che

non incentrasse il suo metodo su di una razionalità di

tipo discorsivo, a prescindere poi dal metodo letterario

di esposizione del proprio pensiero.

Con ciò il nostro ateniese operò in maniera realmente

rivoluzionaria: tentare di compiere una rifondazione

etica d’un popolo utilizzando, in modo consono, quei

mezzi (i logoi ed il metodo sofista dei discorsi) che

presso quel popolo avevano preso piede, e che

rappresentavano però, con la loro razionalità

ipercritica e distruttiva, la causa stessa della

scomparsa di un’etica condivisa.

Non è questo un cavalcare la tigre? Uno sfruttare per

scopi ordinatori le stesse forze del disordine?

Il fatto che Platone propose Socrate come principale

personaggio dei suoi dialoghi è significativo.

Come abbiamo visto nella prima parte dell’articolo, il

metodo socratico è, a tutti gli effetti, un metodo di tipo

sofistico, con la sostanziale differenza però che Socrate,

al contrario dei sofisti, aveva come obbiettivo del

discorrere l’accordo delle opinioni circa la verità.

Una verità però che, nei dialoghi platonici, non si

configura più soltanto come concordanza tra i

dialoganti, bensì, attraverso l’arte maieutica, come un

riportare alla luce il “ricordo” di ciò che le anime

hanno visto prima della nascita. Si tratta del condurre

al manifestarsi nel mondo umano di un

qualcosa di celeste.

L’interpretazione dataci dal Trabattoni circa lo

scetticismo di Platone riguardo alla possibilità terrena

di conoscere pienamente le idee, qui ci viene incontro

in maniera entusiasmante.

Se il ricordo delle idee può essere riportato ad emergere

in questa esistenza, significa che, in maniera seppure

imperfetta, le idee possono essere ancora vissute,

nonostante tutto. Soltanto non possono essere

conosciute razionalmente. I logoi risvegliano in noi il

ricordo delle idee, ma non ci danno la possibilità di

definirle con certezza o di conoscerle attraverso

l’intelletto. L’intelletto, che come sua funzione più alta

ha il logos (vedi metafora della linea), riporta a

manifestazione quel qualcosa che in noi portiamo dalla

nascita, un qualcosa che ha dell’innato.

Tentiamo un parallelismo? La metafora della seconda

navigazione ci mostra come, dato che non conosciamo

pienamente le idee, che possono essere vedute solo

nell’al di là, siamo costretti ad ammainare le vele ed

iniziare la seconda navigazione, che consiste nell’uso

del logos, dell’opinare rettamente. Tale metodo ci

conduce a risvegliare in noi il ricordo delle idee. Ma si

tratta di un metodo, di un mezzo, non del risultato!

Platone, riguardo alla teoria della conoscenza ed alla

conoscenza stessa delle idee, non giunge mai, nelle

opere scritte, a definizioni certe e dogmatiche: vengono

dati certo degli indirizzi riguardo alla soluzione

conoscitiva dell’argomento trattato, ma tutto rimane

comunque magnificamente aperto e plausibile di

sviluppi e correzioni ulteriori. Questo non soltanto nei

dialoghi aporetici.

La nostra sensazione è che Platone, attraverso la

maieutica, abbia voluto agire, per usare un

parallelismo certamente improprio quanto

esemplificativo, come colui che, basandosi sulle teorie

di C.G. Jung, volesse risvegliare un archetipo

dormiente per tornare a farlo agire. Certamente si

tratta di dottrine ben differenti. L’esempio mi pare

però efficace. Si potrebbe dire che mentre nella

dottrina di Jung possono essere utilizzati simboli, per

risvegliare archetipi, Platone, come si evince dalla

metafora della linea, utilizza il logos e la maieutica per

far ricordare le idee (tralasceremo volutamente

considerazioni riguardanti l’utilizzo di metodi diversi

dal logos, perché non siamo del tutto convinti di dire

cosa sensata, anche se ci pare esistano).

In breve, se le idee possono esser riportate alla luce

nell’uomo, seppur “filtrate” dall’esperienza terrena, se

vengono insomma “ricordate”, ci si deve introdurre ad

esaminare un livello superiore, ove esse si manifestano

nell’individuo - e dall’individuo - in maniera istintuale,

secondo quella modalità che in un nostro precedente

articolo abbiamo definito “spontaneità creativa”.

Matteo Mazzoni / Platone - seconda parte 43


“PLATONE”

Parte Seconda

Ci si deve porre questa domanda: se le idee vengono

ricordate, in Platone, ciò si limita alla configurazione

nella quale da parte del ricordante vi è una semplice

presa di coscienza del ricordo di esse (o semplicemente

della seppur parziale conoscenza di esse data

dall’accordo di opinioni), oppure può darsi una

situazione nella quale, tali principi celesti, quando

“ricordati” (ma non conosciuti pienamente nella loro

verità), possono iniziare ad agire nell’uomo come un

istinto liberato, come una priorità prorompente?

Noi crediamo in questa seconda ipotesi. Anzi,

“sentiamo” questa seconda ipotesi, che qualunque

buon professore potrebbe facilmente abbattere. Non

ce ne importa.

Giustizia, bellezza, bontà. Le idee. Non crediamo noi,

che Platone, se ebbe veramente di mira il risollevarsi

dell’uomo, di una civiltà, avrebbe potuto contentarsi

di dimostrare che, preso atto della propria ignoranza,

sarebbe stato possibile render sé stessi consci

dell’esistenza delle idee. L’uomo è un essere troppo

debole. O meglio, troppo poco amante della propria

forza. Platone lo sapeva benissimo. Rendersi consci

della realtà dell’esistenza di un’unica giustizia non

significa divenire giusti.

Crediamo piuttosto, forse influenzati dalla nostra

esperienza, che Platone concepisse le idee sì come

principi etici, ma anche come marchi spirituali, come

fuochi che, dividendosi in tante scintille restano in noi

anche dopo la nascita e prima della morte. Le idee

come principi agenti. Le idee come energie che, una

volta liberate nell’individuo, non possono far altro che

condizionarlo.

Se “ricordiamo” parte di una verità celeste conosciuta

in un vissuto ultramondano, tale “ricordo” non può

che condizionare tutto il nostro essere, renderci dei

“risvegliati”. Ridurre tutta la dialettica platonica ad

un puro accordo d’opinioni circa il più verosimile è, se

forse non proprio errato, quantomeno brutto.

Ad uomini in cui la zivilization della propria

comunità ha spento quelle energie – d’origine

metafisica – che definiscono una civiltà come kultur

ed incatenato quei superiori istinti creativi che

rendono degna la vita terrestre, Platone ha tentato

di dare la possibilità di ridestarsi.

Lo ha fatto sfruttando quelle stesse forze che erano

state la causa della degenerazione.

44

Difesa della Tradizione

di Matteo Mazzoni

(Chrysokarenos)

Per questo, crediamo, ha scritto i suoi dialoghi: in un

vero e proprio atto di propaganda e di diffusione

parziale del suo pensiero, tentando di raggiungere il

maggior numero di uomini, nello spazio e nel tempo,

ed attendendo coloro che, “uomini di rango”,

avrebbero avvertito in loro quell’istinto proprio a chi

sente le idee agire in sé, irresistibilmente.

Soltanto costoro, nell’Accademia (la quale,

ricordiamolo, fu tempio alle muse, e non una semplice

e comune scuola, come troppi vorrebbero credere),

durante una vita comunitaria dura e disciplinata,

avrebbero appreso i più profondi insegnamenti del

maestro, che in gran parte per noi, resteranno un

mistero, nonostante la ricerca sugli scritti dei suoi

discepoli, e nonostante le nostre azzardate sensazioni

sulle motivazioni psicologiche del suo pensiero.


Matteo Mazzoni / Platone - seconda parte

45


ISLANDA di Lodovico Ellena

"L'Islanda non è la meta, l'Islanda è il viaggio".

(slogan di una nota ditta di auto a nolo)

"Tutto in Islanda fa paura".

(Luciano Corona)

"Dopo un viaggio in Islanda nulla sarà più come prima".

Prima del viaggio.

L'ultima Thule, il sole a mezzanotte, il paese che fuma,

il freddo che punge, l'acqua che ribolle, mari di lava,

vulcani, iceberg, cavalli, pecore, foche, oceano, balene,

cascate: questo e molto altro ancora è l'Islanda. Meta

di infiniti itinerari possibili questo paese sta

diventando sempre più luogo di interesse da parte di

viaggiatori intenzionati a ripercorrere un intenso

viaggio nel tempo e nello spazio più che compiere una

semplice vacanza, il cui unico scopo sembra invece oggi

essere un dovere obbligatorio delle masse, ossia

divertimento a tutti i costi. In breve l'Islanda è ben

altro che spiagge affollate, discoteche, tintarelle, sballi,

localini e "pupe da lumare", è piuttosto l'esatto

contrario di tutto ciò. Si giunge a Keflavík - di fatto

unico aeroporto internazionale islandese ad una

quarantina di chilometri da Reykjavík - e il primo

impatto rivela immediatamente alcuni imprevisti:

nonostante la temperatura decisamente fresca si

notano infatti alcune grosse mosche ronzare mentre la

luce del sole è decisamente intensa ed è altresì evidente

che l'estetica del paese è decisamente carente e

piuttosto insignificante, fatto che rimarrà una

costante per quasi tutti i centri abitati islandesi. In

effetti molti avvertono di non aspettarsi né cattedrali

né grandi opere sui percorsi dell'isola e forse meglio di

tutti lo studioso Régis Boyer nel suo libro sui vichinghi

(1) ha spiegato che ciò lo si imputa al fatto che il rigore

del clima e la popolazione limitata, nonché l'utilizzo

per millenni di legno e torba, hanno necessariamente

impedito la conservazione di testimonianze urbane,

artistiche o religiose antiche. Basti dire che al presente

l'intera popolazione islandese consta di meno di

trecentomila abitanti e quando si pensa che la sola

Torino ne conta invece circa un milione, il discorso si fa

immediatamente più chiaro. Interessante comunque,

sempre prima di intraprendere un qualsiasi percorso,

48

Thule Soci

definire il tipo etnico dell'islandese; Vichingo senz'altro

- il cosiddetto "fenomeno vichingo" si data tra l'800 ed

il 1050 - si distingue però da altri tipi simili. Tanto i

vichinghi danesi erano infatti noti per la loro innata

abilità nel commercio così quelli norvegesi erano invece

più portati per scelte avventurose, mentre infine i

vichinghi svedesi considerati tra i popoli scandinavi

come quelli più pacifici. Altrettanto differenti gli

orientamenti religiosi: i danesi preferivano Odino,

mentre i norvegesi Thor, mentre ancora gli svedesi

adoravano Freyr. E un mito da sfatare, ossia quello

dell'elmo con le corna divenuto simbolo vichingo tanto

nella cinematografia quanto in certa letteratura:

nessun archeologo ne ha mai trovato uno, sottolinea

ancora Boyer in un passaggio dal sapore revisionista.

Peraltro non sono poche le sorprese addentrando la

materia vichinga: tutti gli dei furono anch'essi

sostituiti dal Cristo, dalla Vergine e da mille altri santi

esattamente come accadde un po’ ovunque, ma assai

più interessante è invece stabilire il confine di ciò che

è possibile definire vichingo. E' qui decisamente arduo

stabilire con assoluta precisione filologica ciò che può

dirsi celtico o germanico o scandinavo o vichingo,

tanto per i costumi quanto per la religione tanto per gli

abiti fino alla mentalità quotidiana, questo campo

rimane tuttora aperto al dibattito tra specialisti della

materia. Per ciò che concerne le rune và infine

aggiunto che questi simboli rimangono testimonianza

fondamentale per lo studio dei vichinghi anche

islandesi; quelle del cosiddetto alfabeto "futhark"

composto da sedici caratteri, sono quelle proprie dei

vichinghi dell'800: il cosiddetto periodo d'oro. Il

dibattito sul presunto valore magico delle rune da

sempre in corso viene assolutamente respinto da taluni

studiosi ma fu Tacito nel 98 d.C. nella "Germania" il

primo che in qualche modo ne diede documento.

Scrisse infatti: "(I Germani) dopo aver tagliato un

ramo da un albero che produce frutti, lo riducono in

schegge e queste, distinte da alcuni segni, spargono

assolutamente a caso sopra una candida veste" (2):

sarebbe infatti stata tale pratica secondo alcuni il

prototipo delle rune utilizzate per presagi e

divinazioni, apparse poi però di fatto soltanto un paio

di secoli più tardi in Germania. Un'ultima

considerazione sulle saghe islandesi; per secoli ritenute

documenti fedeli e per ciò utili alla ricostruzione della


vita e della società vichinga, tendono oggi ad essere -

e solo in questo senso - ridimensionate nella loro

importanza: furono infatti scritte alcuni secoli dopo

l'epoca vichinga, facendo per questa ragione

riferimento a fatti idealizzati e non di quel presente in

fieri, perciò rendendolo meno storico e quindi meno

attinente a quella quotidiana realtà.

Il viaggio.

La principale strada islandese la statale numero 1

congiunge l'isola in un anello ideale consentendo in

questo modo di percorrere il territorio - un nastro di

duemila chilometri circa -, così toccando i quattro

punti cardinali. Vari tratti di questo percorso non sono

asfaltati e un'altra costante accompagnerà il

viaggiatore per tutto l'itinerario: migliaia di pecore del

tutto libere potrebbero in qualsiasi momento pararsi

improvvise di fronte all'auto, per questa ed altre ragioni

il limite di velocità in tutta l'Islanda è rigorosamente

di 90 chilometri orari. Prima tappa del nostro viaggio

la penisola di Snæfellsnes dove ci attende un

pernottamento in una fattoria, o almeno ciò che

dovrebbe esserlo già che questi luoghi immersi nel

silenzio e nella natura più profonda sono in realtà

strutture con decine di camere a disposizioni dei

viaggiatori con tanto di possibilità di ristoro

alimentare. Gli islandesi mostrano immediatamente il

loro carattere: riservati ma gentili in caso di necessità

nonché disponibili a raccontare ciò che le guide non

raccontano: è così che veniamo a sapere di una colonia

di foche visibile nel proprio habitat a pochi chilometri

da noi. Ci avventuriamo sul posto nei pressi del faro di

Garðar e qui tra sterpaglie, dislivelli, sabbia, alghe e

sassi dopo un percorso di mezz'ora si giunge sulla cima

di un'insenatura che sfocia nell'oceano tra evidenti

segni di maree in movimento. Il cielo ed il sole

combinano giochi di luce surreali ed il silenzio viene

rotto soltanto dal respiro dell'acqua: così và per decine

di minuti. Ad un tratto improvviso le foche; adagiate su

alcuni massi si confondevano con il grigio delle pietre,

mentre altre fanno capolino dall'acqua osservando

quegli intrusi. Sembrano interrogarsi sul perché di

questa indiscreta presenza e sembrano spiare ogni

movimento: è una sensazione eccitante e vigile insieme,

già che ci si accorge di essere invasori in un luogo in cui

saremmo senz'altro in difficoltà per un'eventuale

ritirata: cose simili si vanno anche a pensare di fronte

ad un infinito oceano senza certezze civili se non la

propria agilità per battersela alla bisogna. Sono solo

pacifiche foche ma la prima lezione è già arrivata:

quante incertezze recano le moderne certezze.

All'indomani si riparte quindi alla volta di una nuova

meta mentre il viaggio porta su di una vetta

particolare, molto particolare: si tratta di Helgafell,

ossia il monte un tempo venerato dai fedeli del dio

Thor. Nonostante la modesta altezza (73 metri) da lì si

gode una vista inebriante sul territorio circostante e

non si può fare a meno di notare sulla cima dozzine di

piccoli tumuli eretti da qualche visitatore: di questi

tumuli, il cui fine sembra essere propiziatorio, è piena

l'Islanda intera tanto che se ne notano infatti ovunque.

Si tratta di piccoli mucchi di pietre, evidentemente

presente segno di un sentire lontano e ancestrale. La

zona che attornia questo monte è di rara bellezza, e

numerosi vulcani inattivi contribuiscono a rendere il

paesaggio ancora più imponente e selvaggio. Non

distante il vulcano Grabròk che eruttò circa 3000 anni

fa e che numerosi viaggiatori di passaggio vanno ad

ammirare da vicino scalando il sentiero che conduce al

centro del cratere: sensazioni inquietanti, come quella

di percorrere i bordi del medesimo osservando l'interno

e immaginando devastazione e lava. L'Islanda è un

paese che fuma e quel posto è soltanto uno degli

innumerevoli luoghi in cui si è scatenato l'inferno,

quell'inferno che in dozzine di posti è possibile vedere

fisicamente grazie ad eccezionali documentari filmati

di eruzioni, alluvioni, terremoti, esplosioni e

devastazioni. In qualche caso una speciale pedana

rende ancora più realistico il tutto, simulando durante

le proiezioni il movimento del terreno durante una di

queste eruzioni. Ma più di tutto, forse il paesaggio nei

pressi del lago Mývatn rende merito a queste

inquietanti riflessioni; quella zona è infatti cosparsa di

crateri e le acque sono nere di lava, tanto che il "lago

del moscerino" (questa la traduzione letterale di

"Mývatn", dovuta ad orde di piccoli moscerini innocui

ma assai fastidiosi) viene indicato come perfetto

esempio dell'attività geotermica islandese, soprattutto

in considerazione del fatto che un'ennesima grande

eruzione è ritenuta imminente. La zona alterna prati

verdissimi e acque azzurre ad aree di desolato spettrale

Lodovico Ellena / Islanda 49


ISLANDA di Lodovico Ellena

ma altrettanto suggestivo nero lavico: è una visione

irreale, soprattutto verso sera quando la luce del sole

degrada lievemente di intensità pur restando

comunque viva e luminosa. I dintorni di questo lago

sono popolati da innumerevoli specie di uccelli e una

chiesetta risparmiata da un'eruzione che sommerse

tutto il circondario nei pressi di Reykjahlídh che però

miracolosamente si salvò, è meta di curiosi. Peraltro

non è l'unico episodio legato a luoghi sacri, tanto che

questi fatti lasciano realmente senza parole.

Qualche decina di chilometri da quei pressi si trovano

altri luoghi suggestivi ed altrettanto impressionanti:

Námafjall, Krafla e Dimmuborgir: nomi per noi

piuttosto improbabili ma ne esistono di peggiori. Se

l'Islanda è un paese che fuma, Námafjall ne è concreta

dimostrazione; si tratta di una vasta area il cui terreno

è bruciato dal calore sotterraneo visibile in alcune

pozze ribollenti dai cui fori fuoriesce un intenso fumo.

La temperatura è elevatissima e l'odore di zolfo -

sovente presente nelle abitazioni che sfruttano

l'energia geotermica portando così acqua calda in casa

- onnipresente; il paesaggio è lunare, tanto che a

perdita d'occhio è possibile scrutare un panorama

giallo ocra, mentre tutto intorno scene da inferno

dantesco restituiscono alla vista un ambiente

assolutamente surreale. E a pochissimi chilometri da

quel luogo il vulcano Krafla maestoso e fumante, caldo

e inquietante dall'alto dei suoi 818 metri. L'ultima

eruzione avvenne nel 1984 e - come scrivono alcuni

autori - in certi punti la lava è calda e fumante

rendendo così ben viva l'impressione di un'imminente

ennesima eruzione: un'esperienza intensa, soprattutto

perché le enormi crepe sul terreno lavico indicano ai

geologi una possibile ripresa dell'attività nel prossimo

futuro. Da quella cima si gode una vista indescrivibile;

tra i possibili percorsi nella lava si giunge al cratere e

da lì è possibile vedere in lontananza un vero e proprio

mare nero. Una colata lavica dalle dimensioni

impressionanti di cui non è dato vedere la fine, come

fosse un immenso fiume nero che stempera

all'orizzonte; da chiedersi come può essere una simile

visione nel momento dell'eruzione, guai però sedersi a

meditare queste elucubrazioni: il terreno scotta.

Ancora una volta non distante - l'intera Islanda è

costellata da simili luoghi tanto che ci si trova

50

Thule Soci

obbligatoriamente a doverne escludere alcuni - il sito di

Dimmuborgir, ossia "gli oscuri castelli". Si tratta di un

percorso della durata di circa un'ora tra sentieri e

forme laviche altissime che tempo ed erosione eolica

hanno modellato, così creando una vasta area nella

quale si ha l'impressione di aggirarsi tra castelli

maledetti, ruderi e carcasse di mostri e draghi. Uno dei

punti più visitati del luogo nonché famosi è quello di

Kirkjan, ossia della "chiesa", laddove la natura ha

forgiato una cattedrale gotica dal soffitto a volta e

laddove in estate si tengono addirittura concerti: una

visione assolutamente sconcertante. Il luogo, forse

data la conformazione del terreno riparato da queste

notevoli pareti di lava, è particolarmente caldo specie

in condizioni di bel tempo: fatto raro ma gradito a noi

latini abituati a temperature ben più miti.

Islandesi e dintorni.

Alcune osservazioni sugli islandesi; mentre noi

circoliamo intabarrati a vari strati impermeabili, fa

contrasto osservare invece gli indigeni in abiti estivi

leggerissimi: peraltro ognuno è re a casa propria.

Anche le loro abitudini alimentari potrebbero lasciare

a volte sconcertati, ma l'occasione di assaggiare la

"carne" di balena - quando mai ci si sarebbe ancora

presentata un'occasione simile? - non ce la siamo fatta

sfuggire, così come quella di gustare lo "squalo

putrefatto" (golosità locale, ossia l'hákarl) e di bere la

grappa locale: la Brennivin, 40 gradi ottenuti dalle

patate e aromatizzati con cumino. Naturalmente non

sono soltanto questi gli alimenti - ad esempio la

pulcinella di mare (lundi) và fortissimo da quelle parti

-, ma questo è stato il tangibile frutto della nostra

esperienza. La balena; ha una consistenza notevole

come si trattasse di carne di vitello ma il retrogusto è

quello di un pesce: una strana sensazione peraltro

ottimo piatto e non ce ne vogliano gli estremisti

dell'animalismo ecologico, ma qui si tratta nient'altro

che di voler conoscere questa tradizione millenaria

islandese. Il Brennivin; ce ne siamo fatti un bel po’ nel

corso del nostro viaggio ed è possibile affermare che

ha superato senza ombra di dubbio il rigoroso esame a

cui lo abbiamo sottoposto: promosso senz'altro, parola

di alcolisti a tenuta stagna. Lo squalo putrefatto, roba

che le stesse guide consigliano esclusivamente a "chi


ha lo stomaco robusto": qualcosa di non lontano dal

gorgonzola a ben vedere, così stagionato dopo sei mesi

di macerazione sotterranea a causa del gusto acido di

quel pesce appena pescato. Sembra che nemmeno gli

uccelli che si nutrono di carogne osino toccarlo, non

potevamo perciò non cogliere una simile provocazione

ma alla fine siamo sopravvissuti all'odore pungente di

ammoniaca ed al gusto di carne dal sapore

disorientante: servita in piccoli dadi infilati da uno

stuzzicadenti nonché accompagnata da un bicchierino

di Brennivin, considerato dalle malelingue come

"antidoto" a quel sapore. Peraltro anche il pesce

essiccato è cosa ordinaria da quelle parti;

naturalmente decisamente più potabile per

mediterranei in vena di esperienze, lo si trova in ogni

dove: dagli aeroporti ai mercati, dagli scaffali da

colazione negli alberghi ai banchetti dei bar. E non è

niente male, basta soltanto superare l'imbarazzo

dell'impatto; chi lo consuma come fosse trattarsi di

croccanti patatine, chi invece con fette di pane

imburrato. Artigianato; e qui il discorso si fa invece

più breve soprattutto perché se si escludono capi

d'abbigliamento in lana e gadget vari (assai curioso il

simbolo del martello di Thor, il Mjöllnir, onnipresente

soprattutto su portachiavi), rimane ben poco da dire.

Due oggetti però vanno menzionati; portacandele

ottenuti da pietre laviche levigate e bucate al centro

nonché venduti a prezzi non del tutto economici e -

audite audite!- scatole ermetiche assolutamente vuote

contenente "pura aria di montagna islandese": e ne

devono ben vendere a giudicare da quante ne hanno in

mostra sugli scaffali, oltre a tutto ad un prezzo non del

tutto popolare. Stavamo per cascarci anche noi, non

fosse che un improvviso lampo di saggezza contadina

ci ha fatto riporre quella scatola vuota al proprio

posto: beati gli islandesi e sia fatta lode ai gonzi,

motori dell'economia.

Strade e cascate.

Le strade - o meglio la strada - d'Islanda vanno

affrontate con cautela e giudizio, soprattutto perché

ampi tratti sono del tutto privi di asfalto e a ciò si

aggiunga il rischio - altissimo - di trovarsi

improvvisamente una o più pecore stranite e immobili

sul percorso. Nei 2600 chilometri da noi sviluppati ci

siamo altresì trovati in varie occasioni ad imboccare

un bivio tirando dritto per quella che ritenevamo

essere la strada maestra (la già citata statale numero

1), per accorgerci chilometri oltre che quella che

appariva secondaria in quanto più piccola e

malridotta, era in realtà quella principale. I tratti non

asfaltati sono polverosi e zeppi di buche con sassi e

scossoni oltre alle inevitabili pecore lì ancora più

imprevedibili, mentre ripide discese evolvono verso il

nulla civile, tanto che se viene in quei casi alla mente

l'idea di una possibile foratura o di un incidente, è

meglio accantonare subito simili elucubrazioni: ciò

accadesse sarebbero grane grosse. Vagando comunque

per tali sentieri si giunge a stupende cascate: tre quelle

da noi incontrate sul percorso e lo spettacolo della

natura ha ampiamente ripagato quella fatica:

Goðafoss, Skógafoss e Gullfoss.

Goðafoss oltre ad essere straordinariamente

affascinante ha una sua particolare storia. Secondo la

leggenda sarebbe infatti il luogo in cui, assunto dagli

islandesi nell'anno mille il cristianesimo come religione

ufficiale, le statue delle antiche divinità nordiche

furono lì gettate: da qui il nome "cascata degli dei".

L'acqua scorre direttamente su di una colata lavica che

nel corso dei secoli si è modellata e levigata e il salto è

di circa una decina di metri ma la notevole ampiezza

del fiume rende realmente suggestivo quell'imponente

insieme. Skógafoss è invece alta ben 60 metri e anche

qui una leggenda la riguarda: sarebbe infatti custode

del ricco tesoro di un colono peraltro mai trovato da

alcuno. Infine Gullfoss, 32 metri di acque che si

tuffano all'interno di un canyon provocando arcobaleni

che è possibile osservare sul ciglio stesso dell'orrido

accessibile fino all'ultimo millimetro, senza protezioni

di sorta. Anche qui una storia ma assai meno

leggendaria e ben più cruda; si tratta della vicenda

legata alla persona di Sigrídur Tómasdóttir, energica

donna che sul finire del 1800 combatté con tutte le sue

forze il progetto di alcuni imprenditori che avrebbero

voluto sfruttare la forza della cascata

compromettendone così definitivamente la bellezza.

La donna, dopo una lunga questione, la spuntò per

una serie di circostanze che le furono favorevoli: aveva

comunque minacciato di gettarsi tra i flutti qualora le

cascate fossero state violentate. Non a caso gli islandesi

riconoscenti hanno dedicato a Sigrídur un piccolo

Lodovico Ellena / Islanda 51


ISLANDA di Lodovico Ellena

museo ed una lapide commemorativa: esemplare

antesignana dell'ambientalismo più puro e

disinteressato, altro che certa politicaglia nostrana. Ma

il viaggio continua e di cascata in cascata nonché di

vulcano in vulcano, si alternano altri paesaggi irreali

come ad esempio quello offerto dal villaggio di

Glaumbær, completamente costruito in torba e

visitabile al fine di far meglio comprendere come

fossero le abitazioni islandesi di un tempo. In quelle

case si svolgeva la vita domestica nell'antichità e,

soprattutto nei mesi invernali, in quei pochi metri

quadrati si trascorrevano gomito a gomito intere

stagioni. Tutto si svolgeva tra quelle pareti tanto che

rigide regole comportamentali per sopportare quella

coabitazione ravvicinata garantivano la quiete:

immaginato al presente per noi individualisti europei

continentali, un simile tipo di vita desterebbe qualche

ragionevole perplessità. Non distante, a Vidhim

Rarkirkja, ancora la torba protagonista: questa volta

però si và a trattare di una chiesetta, sito tra i più

antichi del paese, piccola ma assai graziosa e molto

visitata anche per via del fatto che in tutta l'Islanda

testimonianze architettoniche o artistiche del genere

restano piuttosto rare.

Iceberg e mostri.

Ma una delle visioni senz'altro più impressionanti

dell'intera Islanda resta quella relativa agli iceberg. Li

abbiamo incontrati a Jökulsárlón, un posto fuori dal

mondo giusto ai piedi dell'immenso ghiacciaio di

Vatnajökull raggiunto al punto in cui scioglie in

impetuoso fiume: una visione realmente immensa e

insieme annichilente. Blocchi di ghiaccio galleggianti

che lentamente degradano verso l'oceano in un punto

dove nuovamente le foche la fanno da padrone e

laddove l'orizzonte perso nel grigio cielo di una

normale estate nordica, stordisce ed invita a ripensare

la propria vita ed al suo relativo senso nonché a

comprendere in un attimo come fu che gli islandesi

videro gli dei. Così come nei fiordi, infiniti come tutto

quel paese, che si incuneano in ogni dove disegnando

contorni sui contorni lavici: un'opera d'arte in

continuo mutamento, questo è l'Islanda. E tale

scenario forse più che altrove lo si vive a Vík ("baia")

il paese delle pulcinella di mare, singolare simpatico

52

Thule Soci

uccello incoronato simbolo dell'isola dai contrasti

cromatici e dall'aspetto unico; gli islandesi lo mangiano

fin dai tempi vichinghi ma la specie è protetta e

rispettata così come lo sono cavalli e pecore, evidente

omaggio all'importanza che questi animali hanno

avuto - ed hanno - per la stessa sopravvivenza umana

in quegli estremi posti. A Vík comunque, oltre alle

ripide e meravigliose scogliere sferzate dal vento

oceanico, è possibile osservare un complesso lavico

tuffato nell'oceano a qualche centinaia di metri dalla

costa che non può fare a meno di ricordare

l'inquietante quadro di Arnold Böcklin "L'isola dei

morti", anche se dai cipressi e dalle irreali rocce dipinti

dal pittore a quelle colonne laviche resta comunque

una certa differenza. Vi è ad ogni modo una sorta di

atmosfera simile, grigia e sospesa allo stesso tempo,

inquietante e misteriosa insieme. E a proposito di

luoghi inquietanti il viaggio ci conduce di lì a poco a

Lagarfljót, ameno lago dai colori suggestivi e

dall'infinita pace di quelle acque non fosse che qui -

proprio come in Scozia a Loch Ness - una tradizione

locale vuole dimori un mostro, addirittura dipinto su

alcuni quadretti appesi alle pareti del locale ristorante.

Si tratterebbe di un enorme serpente acquatico, ma ciò

che più fa specie è la conformazione del lago - lungo e

stretto - quasi identica a quello scozzese: una

somiglianza veramente sconcertante e straordinaria,

anche se qui non se ne è fatto il commercio che invece

domina ingombrante a Loch Ness dove invece si

trovano dozzine di pupazzi di "Nessie", portachiavi,

gadget, nonché un museo su quella vicenda mentre

alcune agenzie organizzano tour sul lago con tanto di

telecamere subacquee che scrutano i fondali del

medesimo, fino all'acqua in bottiglia rigorosamente

targata "Nessie". Come fare palate di soldi su di una

suggestione, tanto meglio la quieta e discreta pace

contemplative di Lagarfljót. E' a questo punto che ci

mettiamo alla ricerca di un angolo - per quanto

possibile - ancora più isolato ed estremo: stiamo infatti

andando a caccia di un posto dal nome per noi

improbabile, Grenjadarstadur, perché è ferma

intenzione di cercare ciò che resta di una lapide con

incisioni runiche: e la nostra ostinazione sarà

premiata. Il posto è bellissimo tra i bellissimi, ospita

un piccolo cimitero (nostra meta) ed un museo del

locale folclore ricavato all'interno di alcune case


antiche costruite in legno e torba. Conterà si e no

cinquanta anime, tanto che esiste un piccolo bar per i

visitatori del museo. E' un luogo immerso in una pace

infinita dove dozzine di mucche pascolano mentre

alcuni bimbi corrono all'orizzonte: difficile dir loro di

non sdraiarsi sulla nuda terra per contemplare la

bellezza di quel cielo, difficile impedir loro di

accarezzare quei pacifici ruminanti, difficile anche

immaginare il paradiso tanto diverso da quel luogo.

Un vento sferzante accompagna quel girovagare tra

lapidi e azzurro e alla fine la ricerca è premiata: eccola,

siamo di fronte a vere rune quelle per il cui semplice

possesso intorno al 1200 la chiesa in Islanda puniva

con la morte. Simboli magici, strumenti del demonio,

paganesimo da estirpare: eppure, sia consentito dirlo,

su di noi un fascino irresistibile: forse il tempo da cui

giungono, forse la palpabile magia che trasmettono,

forse qualcosa di profondo e ancestrale per cui il nostro

essere vibra di fronte al mistero che le penetra. Per noi

le rune significano molto al punto di compiere migliaia

di chilometri per poterle vedere e toccare e ora sono

qui, incise da qualche mano vissuta secoli fa. Le

sfioriamo con timoroso rispetto, le fotografiamo e

cerchiamo di impossessarci di quell'immagine mentre

il vento sibila: rune vere, tra le più antiche esistenti al

mondo: è a questo punto che una birra marca Thule

diventa un dovere più che un piacere. Una nota: oltre

alla "Thule" l'altra birra più bevuta è la "Viking" ma

occorre fare attenzione: in bottiglia hanno gradazione

e gusto intenso, alla spina per noi iscritti all'Ordine

degli Alcolisti, divengono poco più che acqua.

Ultimi passi e Reykjavík.

Stiamo comunque ormai ripiegando verso la capitale,

meta conclusiva di questo peregrinare. Rechiamo

quindi a Thingvellir luogo prescelto dai vichinghi

islandesi che lì tennero nel X° secolo il loro primo

parlamento all'aperto, di fatto così assumendo la

paternità della democrazia in Europa. Il posto è tra i

più belli dell'intero paese; escludendo il panorama di

specchi d'acqua frastagliati misti al verde impossibile

di quella pianura, Thingvellir và famoso soprattutto

perché dal punto di vista geografico si trova

esattamente a cavallo tra nuovo e vecchio mondo, in

quanto situato proprio nel bel mezzo di una

spaccatura provocata dalla deriva dei continenti. Non

a caso qui nel 1944 l'Islanda proclamò la propria

indipendenza dal dominio norvegese e danese. Fu

questo uno dei luoghi che ispirarono Wagner quando

compose l'opera sui Nibelunghi, il che più di tante altre

parole spiega molte cose. Ma il tempo volge al termine

e resta sulla strada un luogo che ha dato a tutti i posti

simili del mondo il proprio nome: Geyser. In realtà si

scrive Geysir (chi ha inventato il correttore automatico

andrebbe appeso per le vergogne) ed altrettanto in

realtà sul posto si può osservare soltanto il fratello

minore, ossia lo "Strokkur", che spara acqua bollente

fino a 40 metri mentre Geysir raggiungeva i 60. Motivo

di quella definitiva quiete quanto di più scemo si possa

immaginare: la gente a forza di lanciare pietre al suo

interno per ragioni analoghe ai fessi che lanciano

monetine nei pozzi o negli specchi d'acqua, lo ha

intasato rendendolo di fatto morto. Uno degli

spettacoli più incredibili della terra svanito nel nulla a

causa di un abisso d'incoscienza nel quale, per quanta

luce si faccia, nessuno è ancora riuscito a vedere il fondo.

E alla fine Reykjavík. Due giorni da dedicare a questa

straordinaria città il cui termine "città" và sempre

inteso in senso islandese già che le loro città nulla

hanno a che spartire con le nostre, vuoi per gli ampi

spazi tra le case, vuoi per il verde onnipresente.

Bohemién, fresca, giovane e frizzante, lo spettacolo

vero è la gente più che l'architettura o i musei. Ne

abbiamo incontrati di tipi umani; dalla ragazza in tuta

subacquea con tanto di maschera e pinne che

girovagava per il mercatino delle pulci a quella vestita

da superman ai giardini, dal gruppo rock che ci dava

dentro secco in pieno centro sotto gli occhi attenti di

dozzine di fan etilici fino ad un gruppo di bevitori in

mutande colorate come cocorite, per giungere ad una

bella coppia di vichinghi con elmo cornuto sul capo

recanti seco un'intera cassetta di lattine di birra

sottobraccio. Bevono questi vichinghi e - continua a

sorprendere questa cosa per quanto noi si sia un

popolo piuttosto ballerino - quando scoprono la nostra

italianità accolgono la notizia con sincera gioia. Tra i

popoli, sembrerà quanto meno curioso, la nostra

esperienza ha rivelato che in giro per i quattro cantoni

del mondo siamo tra quelli che generalmente si

tollerano di più: naturalmente abbiamo anche noi i

nostri buoni nemici qua e là ma ci guarderemo bene

Lodovico Ellena / Islanda 53


ISLANDA di Lodovico Ellena

dal dire che tra loro compaiono gli inglesi: non

faremmo mai un'affermazione simile per albionico

rispetto, va da sé. E' comunque tempo di valige;

quattro ore di volo attendono e l'aereo parte di buon

mattino tanto che la sveglia alle quattro è implacabile.

Attraversiamo quindi per l'ultima volta quella verde

città nell'irreale luce delle cinque mattutine per recarci

all'aeroporto; siamo però ancora in tempo per

rispondere alla reiterante domanda questa volta posta

da un forzuto vichingo: "Vi piace l'Islanda?". "Certo

che ci piace, dopo un viaggio in un paese come il tuo,

tutto sarà diverso amico". L'uomo si illumina, sorride

e ci dona un biscotto: anche questo è l'Islanda, il paese

dove vivono gli dei. E noi li abbiamo visti e sia fatta

lode a Odino e resa gloria a Thor che vegliarono su di

noi concedendoci di percorrere quasi tremila

chilometri in condizioni a tratti estreme, senza aver

avuto il benché minimo problema. L'Islanda fuma,

l'Islanda respira, l'Islanda non è una vacanza: l'Islanda

è l'ultima Thule.

(1) Régis Boyer, La vita quotidiana dei vichinghi (800

- 1050), ed. Fabbri, Milano, 1998.

(2) Tacito, La Germania, ed. Fabbri, Milano, 2001,

54

Thule Soci


EMOZIONI:

THULE ITALIA IN WESTFALIA

7-12 settembre 2007


LO SPECCHIO DI

DIANA

a cura della Sezione Femminile

dell’Associazione Thule-Italia

Dianae

Dianae sumus in fide

puellae et pueri integri:

Dianam pueri integri

puellaeque canamus.

o Latonia, maximi

magna progenies Iovis,

quam mater prope Deliam

deposivit olivam,

montium domina ut fores

silvarumque virentium

saltuumque reconditorum

amniumque sonantum:

tu Lucina dolentibus

Iuno dicta puerperis,

tu potens Trivia et notho es

dicta lumine Luna.

tu cursu, dea, menstruo

metiens iter annuum,

rustica agricolae bonis

tecta frugibus exples.

sis quocumque tibi placet

sancta nomine, Romulique,

antique ut solita es, bona

sospites ope gentem.


Non poteva che cominciare con le meravigliose parole

di Catullo questo articolo dedicato a Diana, frutto di

un’escursione sul lago di Nemi che ha visto come

protagoniste le donne della Sezione Femminile

dell’Associazione Thule Italia.

“Panoramica del Lago di Nemi”

L’analisi del mito di Diana rischia di farsi in ogni

momento troppo lunga e non solo per una predilezione

culturale e religiosa delle autrici.

Sono stati in molti a scrivere della Potnia per

eccellenza, l’incarnazione della regalità femminile, la

Signora delle selve e delle fiere, cercheremo quindi, per

non divagare troppo, di toccare i punti salienti del mito

di Diana cominciando dall’iconografia classica che la

vede con l’arco e il cane, evidentemente cacciatrice. Si

tratta però di una rappresentazione in realtà molto

tarda come tarda è l’associazione della Dea alla luna.

Il nome “Diana” deriva dalla radice sanscrita Div

dalla quale l’aggettivo dius, luminoso, splendente, ma

non di luce lunare, questo è certo; Lucina, “la dea del

luogo chiaro”, splende della luce che filtra attraverso le

fronde degli alberi nei boschi che sono il suo tempio.

L’appellativo di “Luminosa” e anche “Lucifera”, la

sua raffigurazione vicino a fuochi o torce accese e il

fatto che nella selva Ariccia, antica sede del culto di

Diana Nemorense, venisse mantenuto un fuoco

perennemente acceso, fanno pensare a un culto

sovrapponibile a quello di Vesta ma molto più vecchio.

Nelle rappresentazioni più antiche, come spesso accade

per le divinità del Principio, la Dea non aveva forma

umana, veniva invece raffigurata come una torcia o

una fiamma, accompagnata dai cervi o cerva lei stessa.

Il cervo è, nella tradizione indoeuropea, simbolo di

rinnovo e regalità, per fare un esempio a noi vicino e

sicuramente molto più famoso di altri, lo ritroviamo,

in Europa, nelle saghe irlandesi (ricordiamo, fra le

tante, la leggenda della Dea Cerva Sadb, signora dei

Sidhe e legata a Finn mac Cumaill, l’eroe guerriero del

ciclo del Leinster e capo delle Fianna, le bande di

guerrieri a servizio del re d’Irlanda ma, soprattutto,

incarnazione del Dio detto anche “lo Splendente”).

Ancora una volta il Mito, che sia per diffusione o

ancestrale, ci ricorda che un filo conduttore lega la

storia non scritta di numerose popolazioni

tramandandone l’origine senza bisogno di ricorrere

all’archeologia, la storiografia e le scienze “moderne”

in genere.

“Statua che raffigura Diana Cacciatrice

(Piazza principale di Nemi)

Antonella Tucci / Pellegrinaggio a Nemi 57


LO SPECCHIO DI

DIANA

Possiamo in effetti affermare con assoluta convinzione

che la vera essenza e funzione del Mito è insegnare e

raccontare la storia dell’uomo dal principio ad oggi

senza alcun bisogno di prove empiriche.

Prima di addentrarci nel Mito della Potnia italica è

bene però soffermarsi ancora un momento su uno degli

attributi classici della Dea: la verginità, e sul senso che

realmente è doveroso dargli.

E’ curioso come i significati di molti vocaboli, storpiati

nelle moderne accezioni, siano il faro e la prova

lampante della decadenza in mezzo alla quale viviamo

senza neanche accorgercene.

Sull’aggettivo “vergine” già il vecchio vocabolario

degli accademici della Crusca, datato 1612, riportava:

“si dice, sì di femmina, sì di maschio, che non sien venuti

ad atti carnali. Latin. virgo.”; lo stesso Garzanti mette

come prima definizione: “si dice di donna che non ha

mai avuto rapporti sessuali (rar. riferito anche a uomo)”

e solo come quarta: “integro moralmente; intatto, puro:

animo vergine”.

Sull’etimologia dell’aggettivo “vergine” gli studiosi sono

concordi su due possibilità: l’affinità della parola latina

“virgo” con la radice “vir”, ossia la medesima di “vira”

(uomo robusto e forte) o con “vireo” (verdeggiante); Vi

è anche chi fa risalire la parola alla radice “varg” dal

sanscrito “urg” (spingere, gonfiare, essere turgido,

rigoglioso, pieno di succo, forza ed energia).

In ognuno dei tre casi è evidente come l’antica

accezione non si preoccupi tanto dell’integrità di una

membrana quanto di una integrità spirituale della

quale determinati atteggiamenti o, più precisamente,

modi di essere, non sono che il riflesso.

La vergine è l’incarnazione della Madre nel suo aspetto

fertile, sempre giovane e simbolo di rinnovamento, la

cui linfa vitale non si esaurisce mai; E’ la donna che

incarna con dignità e devozione l’archetipo che

rappresenta, colei che è libera da vincoli coniugali

perché non si lega a un uomo indegno così come Diana

non ha solo un compagno ma un paredro: “colui che le

sta accanto come suo pari”, opposto e complementare.

Ma veniamo adesso al mito che lega la Signora delle

Selve allo Speculum Dianae, il Lago di Nemi e ai

boschi che lo circondano.

Si narra che il culto di Diana fu introdotto a Nemi da

58

Thule Soci

a cura della Sezione Femminile

dell’Associazione Thule-Italia

Oreste, figlio di Agamennone e Clitennestra che, dopo

l’uccisione della madre e di Egisto, venne incaricato da

Apollo di trafugare un simulacro di Diana in Tauride

(la Crimea) per sfuggire alla furia delle Erinni

(equivalenti delle Furie, tormentavano chi si

macchiava dei delitti più turpi portandolo alla follia).

Qui, dopo varie vicissitudini e l’uccisione del Re

despota Toante, Oreste si ricongiunse con la sorella

Ifigenia, sacerdotessa della Dea, e con lei fuggì

portando con sé la statua della sanguinaria Diana

Taurica nascosta in una fascina di legno e arrivò,

infine, sulle sponde del lago laziale di Nemi.

Così come la Diana Taurica pretendeva la morte di

ogni straniero che mettesse piede sulla sua terra, anche

la “nostra” Diana era legata a un sacrificio di sangue

benché di diversa natura.

Sotto le pendici di quello che adesso è il paese di Nemi

c’era un bosco ai tempi chiamato il bosco di Aricia e, al

suo interno, un albero sacro alla Dea sotto il quale si

aggirava, come dice Frazer nel suo indimenticabile “Il

Ramo d’Oro”, una truce figura, la spada sguainata,

senza mai abbassare la guardia, perché un solo attimo

di distrazione avrebbe potuto costargli la vita; Era il

Rex Nemorensis, il Re del Bosco, un titolo che solo chi

lo avesse ucciso avrebbe potuto sottrargli per morire

poi a sua volta, appena la vecchiaia lo avesse indebolito

perché uno più giovane e forte potesse prendere il suo

posto. Un titolo legato quindi al vigore dell’uomo

(Vira), al rinnovo e alla ciclicità degli eventi naturali.

Solo uno schiavo fuggitivo poteva però di diritto sfidare

il Rex Nemorensis e unicamente dopo aver colto una delle

fronde dell’albero sacro, probabilmente una quercia.

E se il Rex Nemorensis non si allontanava da

quell’albero non era certo solamente per il timore di

un pretendente al trono, egli gli era devoto e legato

come era devoto e legato alla Signora delle Selve, tanto

da far credere a ragione che l’albero e la Dea fossero

una cosa sola; Il famoso Ramo d’Oro, invece, la fronda

che dava al pretendente al trono il diritto di sfidare a

duello il Re, è facilmente riconducibile all’Aureus

Ramus che Enea dovette raccogliere su ordine della

Sibilla per scendere nel regno degli Inferi, da

Proserpina.


Questo perché non vi è regalità né ascesa senza la

discesa nelle tenebre nigredee, la morte intesa come

rito iniziatico di passaggio e il tramite e il fine in questa

Via è il medesimo, che si tratti dei Misteri di Eleusi o

di Nemi: la Potnia.

Il paredro di Diana e primo, mitico Rex Nemorensis è

stato Virbio, associato in seguito a Ippolito che, nella

tradizione ellenica, per sfuggire a Teseo viene travolto

da un cocchio trainato da cavalli e ucciso per essere poi

riportato in vita da Asclepio, nascosto nei boschi di

Aricia e camuffato, infine, dalla sua Signora, Diana,

che gli dà l’aspetto di un vecchio.

L’associazione di Virbio a Ippolito è senz’altro tarda

ma le motivazioni del divieto di introdurre cavalli nel

Nemus sono da ricercarsi, a livello ben più profondo,

nel significato che poteva assumere la figura del cavallo,

simbolo maschile di forza ed eroismo, in relazione a

quella della Signora delle Selve, indubbiamente Regina

oltre che dispensatrice di regalità.

V’è forse un ultimo collegamento da fare fra la figura di

Virbio/Ippolito e il martire cristiano Sant’Ippolito che

“legato per i piedi al collo di indomiti cavalli, fu crudelmente

trascinato per luoghi aspri e spinosi, e con il corpo tutto

lacerato rese lo spirito.”(tratto dall’opera «Reliquie Insigni

e “Corpi Santi” a Roma» di Giovanni Sicari) la cui

ricorrenza cade guarda caso proprio il 13 Agosto, giorno

in cui, secondo la tradizione romana, si festeggiava la

purezza primigenia e, naturalmente, Diana.

“Numen Inest”

E aleggiava realmente un Nume in quel Tempio

sprofondato in un silenzio innaturale, fuori posto come

solo i resti di un sapere antico possono esserlo in questo

mondo torturato.

Ci siamo raccolte intorno all’altare colme di timore

reverenziale, gli occhi lucidi di fronte alle offerte dei

pellegrini e delle pellegrine.

Ricordo una sensazione simile provata tanto tempo fa,

sulla tomba di una Regina mitica del Connacht, sposa

dei nove più grandi Re d’Irlanda e incarnazione stessa

della Sovranità; Sì, la sensazione era la medesima in

quei momenti di raccoglimento e silenzio nel Tempio di

Diana ma con una differenza sostanziale: eravamo in

molte stavolta a provare lo stesso sentimento, unite in un

sodalizio e sorelle in nome di un principio non del tutto

comprensibile ma certamente buono e giusto come poche

cose arrivano ad esserlo nella vita di una persona.

Sotto: Altare e offerte sull’altare

Antonella Tucci / Pellegrinaggio a Nemi 59


LE DANZE SACRE

FEMMINILI

Prima tappa di un percorso attraverso le Tradizioni

Sapienziali Femminili

Zeus sposa Era e genera Ebe, Ilizia e Ares, ma si unisce

anche a molte donne, mortali e immortali… …da

Mnemosine [gli nascono] le Muse, Calliope per prima,

poi Clio, Melpomene, Euterpe, Erato, Tersicore…

Ed era Tersicore, appunto, la musa della danza e della

lirica, nata da Zeus e Mnemosine, dall’unione

dell’Autorità con la Memoria, l’incarnazione di una

delle Arti più soavi. Raffigurata come una giovane col

capo cinto di fiori e uno strumento a corde fra le mani,

nelle rappresentazioni classiche raramente la sua

figura dà un’idea di staticità.

Saltando letteralmente di palo in frasca (o forse non

poi così tanto) mentre scrivo vedo, con gli occhi del

pensiero, l’opera di un artista giapponese, Hokusai, il

“vecchio pazzo per la pittura”: il monte Fuji, sulla

destra, svetta verso il cielo, imponente e granitico e

sembra che niente possa toccarlo, modificarne la

posizione, offuscarne la potenza; a sinistra un’onda,

60

Thule Soci

di Antonella Tucci

(Argentea)

colta al massimo dell’impennata, esattamente una

frazione di secondo prima che i flutti spumosi si

abbattano nuovamente e con violenza sulla massa

d’acqua sottostante e al centro, infine, in balia delle

forze antitetiche per eccellenza, l’Essere e il Divenire,

sfida la sorte una piccola e fragile barca di pescatori.

La mia attenzione, anche se con gli occhi della mente,

viene catturata come sempre dalla gigantesca onda e

non a caso perché è naturale per una donna

riconoscersi in tutto ciò che diviene e fluisce.

“Divenire” è una parola che spesso gli ignoranti hanno

adoperato, riferendosi alle donne, come sinonimo di

incoerenza e instabilità. Niente di più falso.

L’acqua del mare resta sempre acqua, per quanto

torbida o agitata possa essere, sensibile com’è ai venti

e alle correnti e la terra resta sempre terra

indipendentemente dalle nascite e dalle morti, dal

susseguirsi delle stagioni e dei cicli vitali.

La donna è naturalmente più vicina dell’uomo a questi

cicli, ne sente interiormente il ritmo, la sua esistenza ne

è scandita a livello più o meno consapevole, una

vicinanza che in passato era parte integrante del


misticismo femminile e che veniva (e in certi casi viene

ancora) spesso comunicata attraverso la più ovvia delle

esternazioni in questo senso: la danza.

Parlare di “danze sacre” in età moderna è alquanto

difficile, le prove scritte diventano sempre più scarse

tanto più si viaggia a ritroso nel tempo e alla fine,

qualunque affermazione fatta in base allo studio delle

tradizioni, dei miti e dei documenti non scritti, viene

relegata nel limbo delle congetture. Poco male in

realtà, visto che è in questo limbo che a noi piace

muoverci, libere dalle catene della storiografia ma

consce della memoria di ciò che è stato e che, ne siamo

convinte, non muore mai: deve solo essere risvegliata.

Irina Naceo nel suo “Delle antiche danze femminili”

(edizioni della Terra di Mezzo) pone inizialmente

l’attenzione sulla moderna danza classica

paragonandola alla maggior parte delle danze

tradizionali femminili sopravvissute nelle popolazioni

che, ai giorni nostri, hanno mantenuto a tratti integre

le usanze del passato.

Nella danza classica, miracolo di postura ed eleganza,

il bacino deve restare assolutamente immobile, lo studio

della tecnica delle punte, se praticato precocemente, può

provocare gravi danni, anche irreversibili, quali scoliosi,

problemi alle ginocchia e alle anche ed infine, per

raggiungere quella grazia artificiosa e artificiale nei

movimenti, le ballerine pagano uno scotto non

trascurabile: l’estrema magrezza e rigidità dei muscoli,

nel complesso l’impressione è di trovarsi davanti una

figura eterea e androgina, essenzialmente priva dei tratti

distintivi femminili.

Non a caso la danza classica è un’arte moderna, nel

passato i movimenti tipici delle danze femminili erano

sicuramente meno artificiosi perché, anche quando

necessariamente costruiti, sottolineavano ed

esaltavano la figura della donna celebrando il mistero

della creazione e dei ritmi della natura.

Le tracce in Europa delle antiche danze sacre

femminili si trovano senza fatica: Snorri ci racconta di

una pratica sciamanica riservata solo alle donne, il

seidhr, magia femminile volta alla divinazione dove il

raggiungimento della trance si otteneva grazie alla

musica, abbiamo poi le descrizioni dei baccanali, delle

danze a Demetra e Persefone nei Misteri Eleusini, si sa

delle attività coreutiche delle fanciulle istruite da Saffo

e non è un mistero la presenza femminile nelle danze

dei Salii a Roma (Le Virgo Saliari); se diamo al

Simbolo la validità storiografica che gli è dovuta non

possiamo tralasciare inoltre le infinite pitture,

statuette e graffiti raffiguranti donne nell’atto di

danzare, la spirale neolitica stessa, così diffusa in

Europa, è probabilmente la rappresentazione grafica

della più antica danza primordiale di cui si ha notizia,

e poi poesie e miti e fiabe. Un panorama immenso del

quale ad oggi non è rimasto assolutamente niente.

E qui il paragone, in uno dei soliti voli pindarici che,

oramai l’avrete capito, sono parte di me, viene

spontaneo: la Danza Sacra e la Via della Spada in

occidente e il loro corrispettivo in oriente.

Ad oggi, chiunque voglia in Europa intraprendere la

Via della Spada sa di non potersi rivolgere ai sedicenti

maestri d’occidente.

La Scrimia, (così viene chiamata adoprando un termine

relativamente giovane) l’arte marziale italica, è

sopravvissuta, è vero, ma come privilegio di pochi, dove

a fare la selezione non è l’Arte stessa ma l’appunto

sedicente maestro, modus agendi di stampo squisitamente

massonico sicuramente corretto in certi campi ma che

poco ha a che vedere con la Via della Spada.

Ecco perché, come l’uomo che intenda intraprendere

realmente l’Arte che per diritto naturale dovrebbe

poter imparare deve necessariamente volgere lo

sguardo a oriente, così è costretta a fare la donna che

intenda riscoprire la Danza nella sua accezione sacra

tesa al ricongiungimento con l’Archetipo.

Con questo, sia chiaro, non intendo “promuovere” o

“preferire” le altrui tradizioni, al contrario il fine è di

risvegliare nella nostra Terra e fra la nostra Gente quelle

che sono tradizioni ancestrali e immutabili perché, come

il Guerriero è senza tempo e senza luogo, così lo è la

Danzatrice quale che sia l’iconografia e la collocazione

geografica che l’essere umano le ha attribuito nel corso

della sua storia e delle sue peregrinazioni.

Del perché presso alcune popolazioni, spesso e non a

caso definite “primitive” o “barbare” dall’occidentale

moderno, molte Tradizioni Sapienziali siano

sopravvissute non è il caso di discutere in questa sede

poiché il discorso porterebbe lontano allontanandosi

troppo dall’argomento in oggetto.

Antonella Tucci / Le danze sacre femminili 61


LE DANZE SACRE

FEMMINILI

La Danza del Ventre

Brevi cenni storici

È pensiero comune che la danza volgarmente detta

“del ventre” sia nata negli Harem dove le concubine

la praticavano per ingannare il tempo in attesa che la

scelta del Califfo cadesse su di loro.

Solo due cose sono vere in questo luogo comune

occidentale, entrambe identificabili fra le righe: la

danza del ventre non era una danza nata “per gli

uomini” ed effettivamente le concubine dei califfi

venivano istruite nelle attività coreutiche, nelle arti e

nelle scienze.

Non ci dilungheremo troppo su un aspetto che

riguarda strettamente la cultura islamica e in un

periodo relativamente moderno perché a noi piace, per

quanto possibile in quanto limitatamente legate a un

corpo umano e inevitabilmente figlie della decadenza,

viaggiare a ritroso verso l’origine e non fermarci alle

degenerazioni della stessa.

In realtà “Danza del Ventre” è il nome che i viaggiatori

occidentali orientalisti del diciottesimo secolo diedero

a questo ballo dalle movenze morbide e sensuali,

principalmente concentrate nel bacino, percependone

erroneamente un erotismo volto alla seduzione del

maschio.

Il diciottesimo secolo era però piena decadenza anche

per il medioriente ed è vero che le ballerine, già da

tempo, danzavano per “professione” alle feste e ai

matrimoni al fine di mostrarsi e intrattenere e non

certo in un contesto sacro o rituale.

Putroppo l’assenza di documenti scritti antecedenti il

1700 rende difficile ricostruire la storia della danza del

ventre, ma vi sono, ad esempio, statuette

antropomorfe e decorazioni su ceramiche

predinastiche (3800- 3500 a.C) egiziane che fanno

pensare a danze a carattere magico-rituale; le origini

sono però molto probabilmente ancora più antiche e

si riallacciano ai culti mesopotamici di fertilità relativi

alla dea Inanna o Ishtar nella versione akkadica.

Ma i movimenti che compongono questa danza si

slegano da qualunque appartenenza geografica,

riproducendo, non solo con il ventre ma anche con la

parte superiore del corpo, le braccia e le mani, i

simboli archetipici che sono da sempre parte

62

Thule Soci

integrante del misticismo femminile, i medesimi che

qualunque donna riprodurrebbe, seppure ignara della

tecnica e della postura e scevra da qualunque

insegnamento in merito e, ovviamente, in uno stato

non dico d’estasi ma sicuramente consapevole,

ballando istintivamente al ritmo di strumenti

“primitivi”, percussioni o fiati.

Simboli archetipici nei movimenti della Danza del

Ventre

La posizione di base prevede i piedi ben piantati per

terra, le gambe leggermente flesse e le articolazioni il

più possibile morbide e rilassate.

A differenza della danza classica dove si cerca in ogni

modo di vincere la forza di gravità, la Danza del Ventre

permette alla donna di abbandonarsi al richiamo

ctonio della Madre.

L’Infinito

di Antonella Tucci

(Argentea)

Il primo movimento in cui ci si imbatte muovendo i

primi passi in questa danza e che raramente risulta

“nuovo” agli occhi di qualunque donna, è una

oscillazione e torsione del bacino alternativamente a

destra e a sinistra che, se ininterrotta, riproduce quello

che viene chiamato “otto orizzontale”, due cerchi

gemelli uniti su un lato: il simbolo dell’infinito,

rappresentazione grafica di tutto ciò che, ciclico,

eternamente ritorna.


Questo simbolo viene riprodotto molto spesso nella

Danza del Ventre, orizzontalmente, verticalmente o

lateralmente interessando sostanzialmente la zona

addominale e il bacino dove risiede uno dei centri di

forza più importanti, quello che gli indiani chiamano

Svadhisthana, raffigurato come una falce di luna

inscritta in un cerchio e circondato da sei petali nei

toni dell’arancione e del rosso; Anche lo Shimmy, la

rapida vibrazione del corpo prodotta dal rilassamento

e l’irrigidimento alternato dei muscoli delle gambe,

stimola questo Chakra, simbolo affine all’acqua

intesa come brodo primordiale in cui si sviluppa la

vita, risvegliando e distribuendo uniformemente

le energie legate alla sessualità e alla forza vitale.

Il Sole

La lenta rotazione del busto effettuata

mantenendo la schiena dritta, tramite il solo

spostamento del peso del corpo prima a destra,

poi indietro, ancora a sinistra e infine in avanti,

viene chiamata “Il Sole” e riproduce in effetti un

cerchio perfetto assimilabile, come tutto ciò che è

curvo e flessibile nella Geometria Sacra, alla

polarità femminile.

Viene così naturale pensare a Ouroboros, il

serpente che si morde la coda, che racchiude in sé

non solo la simbologia del cerchio ma anche quella

di uno degli animali sacri alla Madre.

Quello della Donna e il Serpente fu infatti un

connubio millenario, spezzato da chi volle

trasformare il sangue che rigenera in una

maledizione.

Il Serpente

Il movimento sinuoso del corpo e delle braccia che

ricorda l’incedere del serpente si rifà al periodo in

cui i cristiani non avevano ancora imposto a Maria

di schiacciare il rettile col piede demonizzando in

quel modo il principio femminile e decidendo che

il Divino non poteva avere volto di donna.

Il serpente è sempre stata una delle principali

ierofanie zoomorfe della Dea e animale a Lei sacro

ma fu trasformato in un demone tentatore

quando era invece simbolo di cambiamento,

rinascita e soprattutto di fecondità (basti pensare

alla dea Tiamat, a Visnù addormentato fra le spire

del serpente o alla leggenda dell’unione di Fauno

con Bona Dea), profeta e custode di segreti e

misteriosi tesori spesso ipogei (ricordiamo

l’italianissima Dea Serpente, la Sibilla

Appenninica e Medusa, custode degli Inferi).

Nel suo “Il corpo delle Dea”, Selene Ballerini cita

la psichiatra junghiana Esther Harding che

segnala un’associazione fra il serpente e la prima

mestruazione causata, secondo alcune antiche

credenze, dal suo morso; Anche in questo caso il

serpente vine inteso, quindi, come colui dal quale

ha origine il sangue inteso come principio creativo

e non come punizione per il più grande dei peccati.

Antonella Tucci / Le danze sacre femminili 63


LE DANZE SACRE

FEMMINILI

Reali effetti benefici sul corpo della donna

La cosa più complicata per una donna che muove i suoi

primi ed è il caso di dire, timidi, approcci alla danza del

ventre è sicuramente “liberare” il bacino e le anche,

muoverli cioè sinuosamente e in modo naturale,

indipendentemente dal resto del corpo.

La motivazione risiede probabilmente nel fatto che la

maggior parte delle donne si “mantiene in forma” in

sala pesi o facendo spinning o just pump, attività che

non prevedono certo l’utilizzo del bacino o la capacità

di muovere diverse parti del corpo indipendentemente

l’una dall’altra e che “legano” anzi le giunture, se non

accompagnate da allungamenti e respirazioni profonde.

Giusto chi ama i balli latino americani spesso si trova

più avvantaggiata rispetto alle altre anche se i

movimenti risultano sempre più volgari di quelli di una

danzatrice orientale che pure muova il bacino nello

stesso modo.

Ad ogni modo, limiti fisici a parte, la mia idea è che siano

stati secoli di de-femminilizzazione della donna a farci

trovare innaturali dei movimenti che, non solo sono

naturalissimi per il corpo femminile, ma lo rendono più

forte dove è giusto che lo sia, in previsione per esempio

della gravidanza, del parto o dei dolori mestruali.

La posizione base della Danza del Ventre prevede il

bacino chiuso senza per questo contrarre innaturalmente

i glutei, questo porta ad un graduale allungamento e

raddrizzamento della colonna vertebrale.

Grazie a questa posizione è possibile riabituarsi alla

respirazione profonda, quella “addominale”, cosa che

soltanto chi pratica una disciplina, quale che sia la danza,

lo Yoga o un’arte marziale, oramai è in grado di fare.

Donne e uomini del ventunesimo secolo respirano

freneticamente come frenetici sono i loro ritmi, la

paura di arrivare in ritardo o la documentazione da

consegnare al capoufficio, le bollette da pagare e le

relazioni interpersonali condotte in modo sbagliato,

tutti questi stimoli negativi, se presi come fossero la

parte realmente importante della vita, portano alla

respirazione ansiosa che, anche quando non sfocia in

patologia (molti di voi si stupirebbero di scoprire di

non saper respirare), è la causa principale di una serie

di problemi fisici quali emicranie, mal di stomaco,

difficoltà a ricordare le cose, fatica a svegliarsi la

mattina, insonnia.

64

Thule Soci

La respirazione profonda aiuta inoltre a riscoprire il

proprio ventre e l’atto di contrarre e decontrarre i

muscoli senza sforzarli troppo ma per periodi

prolungati, li rende tonici e al contempo elastici, senza

l’irrigidimento innaturale che le sedute di ore in

palestra provocano e, soprattutto, senza l’aberrante

effetto “tartaruga” dell’addominale scolpito, primo

sintomo della de-femminilizzazione di cui sopra.

Inoltre la capacità di rilassare il ventre aiuta nei dolori

mestruali e, di conseguenza, durante il parto dove la

donna diviene parte attiva rendendo più sopportabili

le contrazioni e più efficaci le spinte.

Possiamo tranquillamente affermare che i corsi preparto,

gratuiti o a pagamento che siano, le moderne

ginnastiche “dolci”, gli “innovativi” metodi americani

et similia, cerchino di insegnare quello che per secoli le

fanciulle di tutto il mondo hanno imparato dalle madri

e dalle sacerdotesse in modo sicuramente più

divertente ed efficace: danzando il mistero della vita.

Naturalmente anche le spalle risentono positivamente

di una postura corretta e della respirazione profonda e

soprattutto la schiena, sulla quale siamo solite

scaricare inconsapevolmente le tensioni della giornata,

si rilassa finalmente, allungandosi.

Conclusioni

di Antonella Tucci

(Argentea)

E’ giunto il momento di tirare le somme di quanto

scritto e non v’è niente di più complicato.

Forse l’unica cosa, la sola che vale veramente la pena

di sottolineare è che non si deve essere ballerine per

danzare. Il mondo moderno ci ha insegnato che o si

impara a ballare fin da bambine o ci si accontenta delle

discoteche o dei balli di coppia. Tutto ciò è falso. Siamo

danzatrici per natura, danziamo la vita e la gioia

d’essere donne, danziamo perché rifiutiamo le catene

imposte da coloro che decidono cosa è bello e cosa è

giusto: gli stilisti, i media, le aberrazioni moderne che

oramai conosciamo bene, danziamo perché amiamo

abitare il nostro corpo finché la nostra anima dovrà

restarvi legata in questo mondo e in questo tempo,

perché l’unico canone di bellezza al quale rispondiamo

è quello dell’archetipo femminile al quale tendiamo,

danziamo perché danzando facciamo sì che la memoria

di ciò che è stato non si perda. Mai.


Ringraziamenti

Sono forse strani i ringraziamenti alla fine di un

articolo tanto breve ma ho preferito ringraziare coloro

che hanno scritto i testi che mi hanno aiutata nella

stesura dello stesso piuttosto che stilare una sterile

bibliografia.

Ringrazio dunque Irina Naceo autrice di “Delle

antiche danze femminili” (Edizioni della Terra di

Mezzo); Maria Strova autrice de “Il Linguaggio

segreto della Danza del Ventre, I Simboli, la

Sessualità, la Maternità, le Radici dimenticate”

(Macroedizioni) e Selene Ballerini, autrice de “Il corpo

della Dea” (Edizioni Atanòr).

Ringrazio inoltre la mia Maestra di danza perché la

teoria non è niente se non si applica alla pratica con

costanza e sacrificio.

Ringrazio mia Madre e le mie Sorelle e Beatrice, i cui

disegni parlano della gioia d’essere donne meglio di

cento bei discorsi.

Ringrazio inoltre gli Uomini che fanno parte della mia

vita e grazie ai quali divenire quello che sono acquista

un senso.

E ringrazio anche Me Stessa per tutte le volte che avrei

potuto mollare ma non l’ho fatto.

Il tutto, ovviamente, non in ordine d’importanza.

“Tutto nella danza del ventre è segretamente intenzionale,

in essa si racchiude un linguaggio eterno”

Maria Strova

Antonella Tucci / Le danze sacre femminili 65


UNO SCRITTORE

BENINTENZIONATO di Valerio Raimondi

Se il libro che andremo tra poco ad esaminare (“Con le

peggiori intenzioni”, Mondadori 2005) non avesse

vendute frotte di copie in giro per l’Italia, sarebbe ridicolo

solo il prendere in esame la possibilità di occuparsene; se

in ogni biblioteca pubblica romana (l’autore dell’articolo

ha preso in esame la sola città di Roma ma non dispera

che le cose stiano così anche altrove) non campeggiasse

fiera almeno una copia di tale romanzo, giù a ridere

all’idea di occuparsene; se ancora oggi, a due anni dalla

pubblicazione, l’autore non venisse invitato a pispolare

allegramente del suo remunerativo scritto a destra e a

manca in televisione, ancora risate.

Ma le cose stanno proprio così. E non c’è scappata

neanche una risata.

Ai suoi tempi, Federico Nietzsche, postumo in vita,

asseriva che “chi conosce in profondità, si sforza

d’essese chiaro; chi vorrebbe sembrare profondo alla

moltitudine, si sforza d’essere oscuro”; oggi, il postero

Alessandro Piperno, autore de “Con le peggiori

intenzioni”, ha d’un colpo riguadagnato alla chiarezza

e alla profondità la moltitudine: non si rammenta,

infatti, una profluvie di unanimi giudizi su un singolo

testo letterario – che non sia già stato sanzionato come

immortale – pari a quella che ha investito l’opera

prima del Piperno.

Come ha fatto il romanziere romano, già professore a

contratto all’università di Tor Vergata, a salvare capra

e cavoli? È sobillati da tale rovello che si è deciso di

sondare più a fondo.

Come romanzo, Con le peggiori intenzioni, a onor del

vero, non vale una cicca. È letteratura fiacca e

maldestramente accozzata. E vi è una teoria di motivi

oggettivi (che l’autore sembra aver disseminato

dall’inizio alla fine per venirci incontro

nell’operazione) a corroborare tale apparente assioma.

Anzitutto formali, lessicali e stilistici. I due più

evidenti: la verbosità e il turpiloquio. Piperno è uno di

quegli incontinenti che sublima i guasti della propria

debole vescica con inchiostro e carta bianca. Non c’è

requie per il lettore che s’avventuri senza macete nella

selva parolaia: serpentine sinonimiche prive di alcun

significato a parte quello di stancare l’occhio,

proliferazioni aggettivali che ammorbano, con

l’accelerazione riproduttiva di cellule impazzite, il più

dei sostantivi, come scialbe infiorescenze; un fottìo di

68

Recensioni

iperboli e un uso smodato di maiuscole (quanto alle

prime, per Piperno tutto è superlativo, tutto è

“issimo”; per le seconde, l’autore si spassa a creare

nuove categorie dello Spirito: l’Impoderabile, la Storia

– quale? – il Padre, l’Oblio, per non omettere la coppia

di contrari, d’ascendenza illustre, “salvati/sommersi”

– evidentemente in maiuscolo – tanto per limitarsi alle

primissime pagine); uno spreco di cultismi e un salasso

di forme auliche, fastidiose e puntuali come una goccia

cinese; un periodare non “a lunga gittata”, ché in tal

caso avrebbe avuto la parvenza di una classica

complessità, ma fitto di frasette veloci, voraci

accumulazioni, esasperanti cumuli verbaioli.

Insomma, in breve: un linguaggio barocco. Ma nulla

condivide tale sperpero da grafomane compulsivo col

nobile e alto uso che riusciva a farne un Gadda (tanto

per dire del migliore), inappuntabile uomo d’ordine

oltre che grande scrittore. Questi cristallizzava

l’ipertrofia in stile, Piperno ne fa scarico di sciacquone;

l’uno torceva lo stile col gesto drammatico d’una

scultura michelangiolesca, l’altro lo stile lo inamida

delle proprie polluzioni.

Il turpiloquio, poi. Vi si rompe, il Piperno, con gaio

sollazzo e rapace calcolo assieme. Quale traccia ha

lasciato nella pagina pipernesca Celine, colui che

magistralmente più di ogni altro seppe dosare nei suoi

romanzi, con altissima capacità mimetica, il rude e

aspro gergo soldatesco o l’argot parigino? Nulla. Il

“pipernismo” (come è stata non senza brillantezza

definita la “maniera” del nostro) sembra assediato

dalla smania di un non meglio precisato modernismo

letterario. Tutto tramato di volgarità becere ma

laccate e come tirate a lucido dal cultismo che in

genere segue, a controbilanciare facili concessioni alla

gratuità volgare di matrice televisiva. (Ma, del resto,

quello dello “specchio riflettente”, meccanismo

principe innescato dal tubo catodico, è il grimaldello

di molta produzione letteraria – e non solo – attuale, e

il nostro dimostra di conoscerne i meccanismi e di

saperli oliare con perizia)

Un tale pastrocchio stilistico produce invero un malloppo

duro a digerirsi se non da tripli stomaci, una prosa

insulsa, macchinosa, un testo farraginoso che fa acqua

dovunque. Solo noia (del lettore) e boria (dello scrittore).

Ecco allora la domanda cruciale: perché la Mondadori,

nel 2005, decise di fare, del romanzo in questione, il


prodotto editoriale dell’anno? Un libro che, come

informano gli amanti dei numeri, vendette 90.000

copie solo nelle prime due settimane e 200.000 in

appena due mesi, dalle numerevoli ristampe (anche in

formato economico) e dalla meritata consacrazione

(l’anno successivo) come allegato al Corriere delle sera?

Il dato incontrovertibile è che il mercato editoriale

nostrano è comandato con fermezza da un grappolo di

case editrici. Fare di un libro il best-seller dell’anno è

un problema solo all’inizio, lo scegliere l’uno o l’altro

titolo. Poi entra in scena la macchina collaudata,

quella della pubblicità già uno o due mesi prima che il

titolo venga stampato, l’allerta dei maggiori critici dei

quotidiani che si prendano la briga d’una lettura in

anteprima per saggiarne il valore, il tonante megafono

una volta stampato e distribuito in libreria dei mezzi

di informazione sollecitati senza esclusione, i salotti

televisivi e via discorrendo.

E su Piperno ecco scatenarsi un ecumenico consenso

(paradossale per uno scrittore di origini ebree – anche

non conoscendole, lo proverebbe il nome e il profilo

adunco). Ancora più paradossale perché su tutti i libri

italioti che nell’ultimo decennio hanno monopolizzato

il mercato, sono piovuti, con un manicheismo sospetto,

tanti elogi quante, se non stroncature (quest’ultima è

una tradizione che non ha mai attecchito nel Bel

Paese), almeno remore all’incenso e critici dubbi. E

invece, nel 2005, finalmente un romanzo “sontuoso,

comico, tragico, miracolosamente e mirabilmente

incerto tra sciagura e parodia” (Sette); “uno dei più

brillanti esordi della nostra letteratura recente”

(Corriere della sera), che “rinverdisce la gloriosa

tradizione del romanzo borghese moderno” (Il Foglio);

“magico è il talento di Piperno” (Diario), “Piperno, un

ebraico re Mida che fa meraviglie” (Tuttolibri),

“stilisticamente molto elegante; divertente e

corrosivo” (Il Giornale), “la narrazione scorre

inesorabilmente esilarante, senza peli sulla lingua”

(Famiglia Cristiana) e, come non bastasse, il premio

Viareggio e il premio Campiello in sequenza. Un coro

di plauso e di allori le cui vesti di corifeo l’ha

degnamente indossate Antonio d’Orrico (“un romanzo

prodigioso, un libro che fa paura per la sua bellezza”),

critico capo del Corriere.

Il libro di Mellissa P, mi dico, ignobile mostro editoriale

degli ultimi tempi, era almeno tarato sul latente

bigottismo borghese, pronto a vellicarne le bassissime

prurigini, e in questo stava la sua giustificazione a

posteriori. Ma con Piperno come la si mette? Dacché la

eventuale – e folle – giustificazione di un libro

commerciale, oggi, non la si può certo ricavare per

deduzione, ma solo per induzione – come s’è detto

sopra è la grossa casa editrice che sceglie prima quale

sarà il libro che immancabilmente venderà trequattrocentomila

copie, forse un milione, al di là del

bene e del male. Piperno è il vuoto pneumatico

agghindato a festa con spillette e lustrini, e ogni

giustificazione formale, come quelle che hanno fatto a

gara a tirar fuori dal cilindro i critici di cui sopra, è ora

sordida mistificazione, ora appecoronamento all’incenso

già bruciato e al subisso di copie già vendute.

Ma c’è di più. Una seconda questione, cruciale in

questo scritto: perché mai nessuno – dico nessuno – fra

gli illustri critici (come fra gli improvvisati che a

centinaia si sono accapigliati su blog e su siti internet

dedicati), perché mai, dicevo, nessuno fra costoro ha

neanche solo accennato, se non, e nel migliore dei casi,

con brevissime e innocue sinossi, alla vera sostanza

pulsante del romanzo piperniano?

Vediamo allora di cosa parla, questo capolavoro.

Quanto alla sinossi, per insulsaggine e vietume della

medesima, basta riportare pedissequamente le poche

righe vergate in seconda di copertina:

“L’epopea dei Sonnino, ricca famiglia di ebrei romani,

dai tempi eroici dello sfrenato nonno Bepy e del suo socio

Nanni Cittadini – la cui irriducibile competizione peserà

in modo fatale sui rispettivi eredi – ai giorni assai meno

grandiosi dello sgangherato nipote Daniel. Le avventure,

gli amori, le ossessioni e i tradimenti degli eroi vitalisti

degli anni Sessanta e dei loro rampolli dorati e imbelli,

dei giovani e dei vecchi, delle famiglie antiche e dei

parvenu, dei fortunati e dei falliti, si succedono di festa

in festa, di scandalo in scandalo, in un romanzo

spettacolare”. Tutto chiaro? Perché è questo il nocciolo

oltre il quale nessuno ha avuto l’ardire di spingersi.

Invece a me, per esempio, è venuto l’uzzolo di capire di

più sull’endoscheletro, di vedere come è stato

accozzato il modellino in plastica.

Il dispositivo narrativo si fonda su di un bipolarismo

essenziale dall’inizio alla fine: da un canto la famiglia

Valerio Raimondi / Uno scrittore benintenzionato 69


UNO SCRITTORE

BENINTENZIONATO di Valerio Raimondi

Sonnino, il cui “Padre” è Bepy; dall’altro, Sonnino

Daniel, l’ultimo di detta famiglia in quanto il di lui

nipote minore. Tale bipolarismo di fondo viene

letteralmente innervato dal tipo di narratore che tiene

banco per tutto il testo: un narratore in prima

persona. In realtà, che il narratore sia in prima

persona e chi sia effettivamente lo si scopre solo verso

pagina 50, quando attacca il pieno di spirito capitolo

terzo “L’eroico trafugatore di collant”; prima di allora

la netta impressione è che si tratti di una terza persona

onnisciente, dalla feroce ironia e dal tagliente

sarcasmo, a parte due o tre flebili tracce che mettono

sull’attenti il lettore esperto. Proprio per questo la

bipolarità strisciante famiglia Sonnino/ Daniel si regge

su un originario e incongruo rapporto di forze: poiché

il narratore – prima persona – è lo stesso Daniel

Sonnino, il quale, nel doppio ruolo di narratorepersonaggio,

è il vero centro focale della narrazione. Si

dà il caso, dunque, che le vicende dei Sonnino siano

tutte filtrate dalla lente deformante di chi narra, e

plasmate sulla scorta del suo giudizio corrosivo e

moraleggiante. “Un ebreo che attacca gli ebrei” è lo

stesso autore a suggerire a un certo punto (e con quale

buona fede!), una sorta di moralizzatore severo e

intellettuale che mette all’indice la propria famiglia in

quanto sentina del vizio, che condanna senza appello

il vitalismo, incarnato in nonno Bepy, di formidabile

donnaiolo, di scialacquatore senza fondo, di

materialista della prima ora, e infine, bancarottiere, di

truffatore e ladro, ma sempre ben contento di esserlo.

La sferza del narratore-personaggio, però, si fa

incalzante, implacabile: la condanna è verso la

rimozione dei tempi che furono, poiché “questi giudei

della Roma bene avevano sostituito […] al terrore per

Mussolini e Hitler, la mimetica venerazione per Clark

Gable e per Liz Taylor”.

L’autore, che sulle prime avvezza lo sprovveduto

lettore a pensare che il narratore sia terzo alla storia e

purtuttavia onnisciente, dà fulmineo una scossa,

introducendo ufficialmente come legittimo proprietario

di quei giudizi salaci, scoccati senza remore, Daniel

Sonnino: così facendo imprime pesantemente, nella

mente sferzata di chi legge, come sigillo nella cera, la

costante presenza di questi come censore e moralista.

Ma proprio quando tale personaggio nodale fa la sua

comparsa, questo Minosse giusto rivendicante la

70

Recensioni

memoria dei cari estinti, è proprio lui a presentarsi (chi

scrive scrive appunto di se stesso!) come un depravato

della prima ora, onanista incallito, un’anima di fango

che s’eccita sessualmente alla vista – e all’odore – della

calze usate della zia israeliana, trafugandone una scorta

per i clandestini e furiosi smaneggiamenti; ragazzozerbino

rispetto alle ragazze della classe scolastica,

smidollato e erotomane fino al parossismo.

E cos’è peggio di un giudice corrotto? La credibilità

del giudice giusto e salace viene annientata

miseramente nel giro di poche righe, quella stessa

credibilità che l’autore, al giudice-personaggio, aveva

cercato di conferire (si capisce ora con quale sforzo

farisaico) sin dall’attacco del romanzo.

Le rivendicazioni post-olocausto di Bepy e dei suoi, a

bruciare una vita di sfrenatezze e sregolatezze

iperboliche, appaiono tanto più legittime in quanto chi

sembrava avere i galloni per condannare con piglio

tranciante se ne dimostra fragorosamente indegno.

Così Bepy, per chi legge, può essere non più “il

dissolutore, il vitalista accecato da donne e denaro”, ma

più bonariamente una vecchia canaglia; la nonna Ada

non più quella “megalomane, vedova nera”, ma una

simpatica arteriosclerotica, e così di questo passo nel

catalogo famigliare, un rovesciamento parodico dopo

l’altro: la trasformazione è riuscita, e con successo.

Non mancano, peraltro, disseminate nel testo,

puntuali allusioni per far intendere che Daniel Sonnino

è niente di meno che alter-ego di Alessandro Piperno:

il narratore-personaggio sarebbe una chiara proiezione

dell’autore, la vicenda nient’altro che biografica,

individuale, isolata.

E no!, caro (e furbo) Piperno. Vuoi forse dare a bere

che la vicenda di cui straparli abbia quasi

un’ascendenza dantesca, di auctor (dunque narratore)

e personaggio assieme? (poiché Dante il suo viaggio

ascensionale l’aveva compiuto veramente, ma in altri

termini da quelli esplicitati dalla lettera – e i

contemporanei, loro sì baluardi di una popolare e

ingenua faciloneria, arrivarono a credere che un ciuffo

canuto della propria chioma il fiorentino se lo fosse

procurato realmente tra i gironi infernali!). Altro che

individualità (che certo in Piperno non potrebbe mai

eternarsi in universalità come l’esperienza dantesca –

ci mancherebbe), il professore a contratto non fa altro

che inserirsi, molto maldestramente, in un usato filone


letterario cui ha dato linfa Philip Roth, scrittore

americano noto ai più (pure lui ebreo d’origine): il

topos dell’ebreo intellettuale e moralista che disprezza

fino al dileggio la propria famiglia, pia delle formali

consuetudini religiose, per poi rivelarsi un fervente

maniaco sessuale, un corrotto, un’anima bassa: la

famiglia vituperata per tutto il libro risulta giocoforza

simpatica a chi legge, in quanto vittima del ribelle; ma

il ribelle idem, poiché, dall’inaccettabile ruolo

autoassegnatosi di giudice inflessibile, dunque

antipatico come può esserlo un qualsiasi pedante, si

dimostra “sfigato”, pieno di problemi esistenziali (ci

passi, il lettore, tali espressioni di stampo giovanilistico

che pure ben s’attagliano alla materia): pari e patta!

Si prenda la pagina di un libro, e la si avvicini

lentamente al viso fino a farla cozzare contro il proprio

naso: le paroline, intelligibili con efficacia in un primo

tempo, si faranno indistinguibili segni grafici,

ghirigori, e il risultato finale dell’esperimento sarà

quello di poter dire, al massimo, che il materiale sul

quale sono impresse è carta. Questa medesima cosa

sembrano aver fatto Piperno e i suoi critici: il primo

inzuppando a tal grado la storia dentro alla questione

ebraica (non mancano, infatti, amplissimi riferimenti

alla questione dello stato d’Israele, poiché uno zio di

Daniel ne è un fervido abitante) da renderla

praticamente invisibile; i secondi, ingoiandosi il

beverone preparato a bella posta con la placidità

bovina tipica del filisteo d’oggi, hanno dato forza a tale

paradossale invisibilità.

“Con le peggiori intenzioni” non è un libro politico,

come direbbe invece un Vermijon qualunque, né

tantomeno un libro sottilmente e subliminalmente

politico; prova ne sia, attesterebbe, nonostante le

nostre resistenze, un Vermijon dei nostri giorni, che

non solo gli ardimentosi critici italioti (che sono pagati

per farlo, ma cosa poi… i critici?), ma tutti coloro che

ne hanno parlato e scritto (e non sono stati pochi date

le copie vendute) persino sul Web (vedere per credere),

hanno omesso, come l’avessero freudianamente

rimossa, anche un minimo accenno alla questione

ebraica sottesa a questo insulso testo, così come del

resto è sottesa a ogni testo che si inscriva in tale filone

aureo (dati gli incassi) più che letterario, e che

disponga dei medesimi topoi oramai facilmente

decodificabili, da quando almeno per Roth, ogni anno,

si reclama da più angoli del globo, e a squarciagola, il

meritato Nobel. Ma non per questo ci faremmo

prendere la mano dalla mania cospiratoria; e certo non

ce la faremo prendere neanche quando, potrebbe

obiettare il nostro Vermijon, è palese, suvvia, che ogni

testo che metta in mezzo gli ebrei, oggi, rimanda

irrimediabilmente alla questione israeliana. E chissà

che colui che – calcherebbe la mano Vermijon – dopo

essersi inspiegabilmente sorbito il pappone sciapo di

300 pagine che colora tutti i personaggi di una scialba

luce di simpatia, sempre meno nebbiosa invero man

mano che ci si avvicina verso la fine delle medesime

300 pagine, non si identifichi alla fine in questo o in

quel campione di furfanteria, di perversione, di

sciatteria morale e compagnia cantante (ecco lo

specchio riflettente per il borghese piccino! –

gongolerebbe Vermijon), e chissà che tale avido lettore

piperniano non diventi, dopo tutto, molto più

indulgente nei confronti delle brutture che ci vengono

riferite, come acqua calda, provenire da certa parte del

mondo; chissà che certe questioni non vengano

liquidate con un bel sospiro di sollievo, pensando che in

fondo gli ebrei son simpatici, di natura, e hanno

ragione da vendere a fare quel che fanno.

Noi, che non siamo Vermijon, ci si accontenta d’aver

messo il dito goloso nel vasetto di marmellata rimasto

finora inviolabile e inviolato, pur essendo invitante e

gratuitamente disponibile.

1) Un capitolo de “Il lamento di Portnoy” (uno dei numerosi romanzi

di Roth che ha sostanziato questo filone letterario, guarda caso

anch’esso fornito di un noioso impianto monologante) si intitola,

senza possibilità di equivoci, “Seghe”; è incentrato sul protagonistanarratore

Alex e sulle sue convulsioni masturbatorie sollecitate

dall’odore delle mutande della zia. Il Piperno ne esce, dopo non troppo

attenta lettura, quasi come plagiatore.

Valerio Raimondi / Uno scrittore benintenzionato 71


LA DISOCCUPAZIONE

IN PILLOLE

Un uomo che desidera lavorare, ma non riesce a trovare

un’occupazione, è forse la visione più triste che la sorte

esibisce sotto il sole.

(Thomas Carlyle)

Per analizzare il fenomeno “disoccupazione” è

necessario partire dalla triste, ma non tanto,

constatazione che un certo tasso di disoccupazione è

non solo ineliminabile ma anche necessario al

benessere di una economia nazionale.

La questione è lapalissiana: nell’economia in cui

viviamo vi sono settori in continua espansione ed altri

che, di contro, si contraggono. Un certo tasso di

lavoratori che definiamo disoccupati, ma sarebbe più

corretto definirli in attesa di occupazione, permettono

proprio a tali settori in espansione di avere una vera e

propria riserva di manodopera senza la quale la loro

espansione non sarebbe possibile. Tale tasso di

lavoratori viene detto “disoccupazione naturale” a cui,

peraltro, l’economia tende nel lungo periodo.

Partendo da tale principio analizziamo ora la

disoccupazione come la somma di due tipologie. Il

primo tipo di disoccupazione con cui è necessario fare

i conti è quella di tipo frizionale. Essa è dovuta a delle

frizioni nel mercato del lavoro e proprio a quei settori

di cui parlavamo prima che si contraggono ed

espandono come polmoni dell’economia. Quando un

settore si espande ed uno si contrae non è per niente

certo che esso avvenga nella stessa misura; questo

purtroppo causa disoccupazione.

La disoccupazione di tipo frizionale è aggravata dai,

purtroppo amati, “sussidi di disoccupazione” che, nel

nostro Paese, sono particolarmente generosi.

I lavoratori disoccupati sono meno invogliati a cercare

lavoro finché parte delle loro necessità è garantita dal

sussidio e da qualche lavoro occasionale o “in nero” ed

in secondo luogo il salario a cui le imprese saranno

costrette a retribuire i lavoratori diverrà più alto di

quanto dovrebbe essere in un regime di sussidi

normale.

Un lavoratore pretende dall’impresa una notevole

quantità di denaro in più rispetto a quello garantitogli

dal sussidio e l’impresa è, dal canto suo, costretta ad

aumentargli il salario altrimenti il lavoratore potrebbe

ritenere molto più conveniente licenziarsi in modo da

74

Società

di Enrico Gavassino

(Celto)

poter godere del sussidio. Il risultato è che molte

imprese sono costrette, per pagare stipendi più alti, a

licenziare lavoratori.

La seconda tipologia di disoccupazione, non certo

meno insidiosa, è quella strutturale. Essa è causata

dalla rigidità dei salari che, a sua volta, vede la propria

origine innanzitutto nell’eccesso di sindacato ossia

nell’eccessivo potere dei sindacati all’interno della

nostra economia.

I sindacati contrattano con le imprese per ottenere,

come sappiamo, salari più alti possibile e

normalmente, anche se meno delle loro pretese, il

salario aumenta.

Come notato nel caso dei sussidi, aumentando il salario

le imprese sono costrette a licenziare. Vi è poi un vero

e proprio trucco machiavellico a cui ricorrono i

sindacati in modo da ottenere salari più alti. In

preparazione alla concertazione nazionale, il sindacato

normalmente calcola il salario che ha intenzione di

chiedere tenendo conto unicamente del tasso di

disoccupazione del nord, notevolmente più basso di

quello del sud, giungendo quindi a chiedere salari

particolarmente alti che non tutte le imprese, sia del

nord che, soprattutto, del sud sono in grado di

garantire. Il risultato, di nuovo, è il licenziamento di

molti lavoratori in modo da garantire alti salari a

pochi; licenziamento che si sarebbe potuto evitare

esprimendo una politica sindacale più razionale.

Vi è poi un altro sistema di tutela sociale eccessivo per

una economia in crescita: il salario minimo. Esiste un

salario detto “di equilibrio” in cui vi è una perfetta

identità tra la domanda e l’offerta di lavoro: con tale

salario tutti coloro che vogliono lavoro lo hanno e chi

vuole assumere trova immediatamente i propri

lavoratori.

Il salario minimo imposto per legge, tuttavia, è più

alto del salario di equilibrio, il che crea uno squilibrio

tra domanda ed offerta.

Tra gli altri indiziati vi è poi il cosiddetto sistema dei

salari incentivanti: al fine di evitare che i lavoratori

lavorino male e, magari, cerchino un altro lavoro

meglio retribuito (labour turnover), le imprese pagano

salari il più generosi possibile in modo da inserire un

costo virtuale che i lavoratori subirebbero se

lavorassero male (difatti verrebbero licenziati e

perderebbero l’alto salario!) o al fine di evitare che il


lavoratore cerchi una paga migliore; in tempi di lavoro

qualificato ed altamente qualificato è bene per le

imprese tenersi stretti i propri lavoratori.

Come detto in precedenza i salari alti portano le

imprese a dover licenziare in modo da avere il denaro

per pagare le persone a cui hanno aumentato il salario.

Normalmente, e in maniera anche sciocca a mio

avviso, il licenziamento avviene sulla base del criterio

dell’esperienza: normalmente i giovani, quindi “meno

esperti”, vengono licenziati. Non ho usato il termine

sciocco a caso: è evidente che, malgrado la sua

esperienza lavorativa sia minore rispetto ad altri

lavoratori anziani, sarebbe molto più intelligente

confrontare il curriculum; normalmente il giovane ha

effettuato studi specifici e possiede capacità che il

lavoratore anziano non possiede.

Non si deve pensare poi che la disoccupazione abbia

dei riflessi solo sulle nostre tasche e sui nostri

frigoriferi. In periodo di forte disoccupazione

normalmente i tassi di interesse aumentano

fortemente per cui gli investimenti diminuiscono

(questo invero causa stagnazione poiché meno

investimenti normalmente significa anche meno

assunzioni che aggravano la situazione di

disoccupazione già creata).

Ultima, ma non ultima vittima, è il PIL: il paese è più

povero e, stando così le cose e dovendo essere il nostro

rapporto deficit/PIL al massimo al 3%, l’Unione

Europea ce la farà pagare e anche cara!

Se i nostri governanti volessero renderci davvero felici

dovrebbero fare i conti con questi problemi contando

che siamo “una Repubblica fondata sul lavoro”.

Basta poco per essere felici! Lo ammette anche la

Euro-Baromoter Survey Series: una famosa ricerca

statistica effettuata tra il 1975 e il 1990 in numerosi

paesi d’Europa che ha fatto emergere il dato per cui

nei paesi con minore disoccupazione ed inflazione i

cittadini, interrogati sulla propria soddisfazione

personale, si dichiaravano particolarmente felici. Ma

capisco benissimo che salari minimi più bassi e cedere

di meno alle pretese sindacali siano provvedimenti

poco popolari e per il meccanismo del voto è meglio

lasciare la gente a spasso piuttosto che avere il

coraggio di mettere in atto certi provvedimenti.

Enrico Gavassino / La disoccupazione in pillole 75


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