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i gialli maremmani

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Vittorio Di Stefano

I Ricordi della Terra

www.creambolo.com

© Copyright and copy by Vittorio Di Stefano


L’Autore

Laureato presso l’Università degli Studi di Firenze in Chimica, indirizzo

Inorganico Chimico Fisico.

Dal 1967 al 1990 ha operato come ricercatore presso istituti di ricerca

dell’industria siderurgica. È stato per 10 anni membro di una commissione

europea per le ricerche sulla determinazione di microcostituenti

negli acciai. Per due sessioni ha fatto parte della commissione

di esame dei progetti di ricerca europei nell’ambito del finaziamento

denominato Progetto BRITE.

È inventore e coinventore in numerosi brevetti industriali.

In qualità di esperto di elettrochimica ha partecipato a ricerche

sull’immagazzinamento dell’Idrogeno e del Deuterio nei metalli

come pure alla realizzazione della fusione nucleare nella materia

condensata.

Una volta in pensione ha cominciato a realizzare un sogno che aveva

fin da ragazzo: scrivere dei racconti gialli, di spionaggio, di avventura.

In questo si sta divertendo come quando faceva ricerca

scientifica e tecnologica.


Indice

Cap. pag.

Capitolo I ................................................................................... 1

Capitolo II ................................................................................... 3

Capitolo III ................................................................................... 6

Capitolo IV ................................................................................... 17

Capitolo V ................................................................................... 20

Capitolo VI ................................................................................... 30

Capitolo VII ................................................................................... 34

Capitolo VIII ................................................................................... 42

Capitolo IX ................................................................................... 60

Capitolo X ................................................................................... 73

Capitolo XI ................................................................................... 87

Capitolo XII ................................................................................... 97

Capitolo XIII ................................................................................... 110

Capitolo XIV ................................................................................... 127

Capitolo XV ................................................................................... 143

Capitolo XVI ................................................................................... 147


Capitolo I

Tiziana

Era il primo giovedì di giugno, una giornata cristallina. Ai piedi

dell’Amiata era in atto il gran giallo, nel senso che il tenero, tiepido

profumo delle ginestre era ovunque e quel giallo delicato e pungente

che il sole rendeva luminoso, formava per tutta la vasta campagna

come delle onde che parevano frangersi a ridosso del solenne

verde dei boschi.

Poco sopra la provinciale, a metà di quella manciata di chilometri

che separa Piancastagnaio da Abbadia San Salvatore, c’è un casale

adagiato su un leggero declivio e circondato da tanti orti e campicelli

separati da siepi.

Tiziana, una bambina, 8 anni, nascosta fra tuie e cipressi nani, osservava

un uomo, un tipo massiccio, vestito alla contadina appoggiato

ad una pala con la quale pareva avesse scavato una grossa buca. Ai

suoi piedi c’era una cassetta.

Un’idea balzana attraversò la mente della piccola: - “Sembra proprio

una cassa da morto, come quella del nonno... però di così piccole

non ne avevo mai viste. Forse neppure io ci entrerei. Vuoi vedere

che ora la seppellisce?”

In quel momento a pochi metri da lei, un uomo, tutto in nero, con

colletto bianco, scostò delle frasche ed entrò nel campicello.

“Un prete.” - pensò Tiziana, mentre cercava di nascondersi meglio

alla sua vista - “Mi pare sia quello che dice messa a Montigliano”

L’uomo con la pala lo avvistò. Subito si mise di spalle fra il nuovo

venuto e la cassetta. La sollevò, non senza sforzo, e la depose nella

buca. Vi gettò frettolosamente alcune palate di terra, poi si volse

verso il sacerdote ed ostentando calma finì di coprire l’apertura. Vi

si mise sopra pestando. Il prete si fermò a pochi metri da lui. I due si

squadrarono. Poi il prete disse qualcosa che la bimba non riuscì a

capire perché le dava le spalle. L’altro replicò.

«E lei è venuto fin qua per dirmi questo? Io sono tranquillo.» - calcò

su quel “sono” - «Lei, piuttosto...»

«Che vorrebbe dire?»

«Niente.» - la voce dell’omone era salita di tono - «Io sono a posto.

Non ho paura della polizia.»

- 1 -


In realtà aveva espresso un concetto più complesso, ma Tiziana se lo

era semplificato con quelle parole. Poi il discorso si fece davvero

troppo complicato. L’uomo con la pala si alterò ed alzò la voce. Non

voleva essere annoiato dal sacerdote. Più o meno le sembrò questa

l’idea. Da parte sua l’uomo in nero aveva toni concilianti. Alla fine

parvero mettersi d’accordo. L’uomo della buca ricoperta lasciò cadere

la pala e le sue braccia parvero rilassarsi.

Il prete girò sui tacchi, ripercorse la via del ritorno, ed in breve

scomparve dietro la siepe dalla quale era emerso.

Tiziana avvertì un forte pizzicore ad una gamba. Con raccapriccio

constatò che un grosso ragno vi si arrampicava. Schizzò in piedi e

non poté trattenere un grido. Subito si accorse di essere stata individuata.

L’omaccione della piccola bara le piantò due occhiacci addosso

e cominciò a dirigersi verso di lei. Il prete, chissà dov’era ormai?

La bimba si districò in gran fretta dai rami che ostinatamente le si

aggrovigliavano addosso e corse via fino a raggiungere l’aia di un

casolare dove la madre e l’amica stavano ciacolando a più non posso.

Solo quando poté afferrare le gonne materne trovò il coraggio di

guardarsi alle spalle. L’ultimo filare di alberelli era scosso.

«Che fai? Che vuoi Tiziana?» - gracchiò la madre - «Guarda come tu

ti sei graffiata, accident’a te!». Si beccò due robusti scapaccioni rimanendo

in assoluto silenzio. Si volse. La faccia dell’uomo, come

una zucca di Halloween, spuntava dal verde. Due occhi di rospo la

fissavano. Si sentì come ustionata da quello sguardo.

In parte nascosta fra le due donne, provò a sbirciare più volte. Gli

occhi cattivi rimanevano puntati nella sua direzione. Ci rimasero per

un tempo che le parve infinito. Finalmente come per incanto la faccia

larga dell’uomo sparì, ma la paura le rimase addosso.

Durante il viaggio di ritorno a Montigliano, Tiziana provò a distrarsi

guardando col naso appiccicato al finestrino del pullman.

Niente, un’angoscia sorda la perseguitava, e più volte l’immagine di

quegli occhi cattivi si sovrappose al paesaggio che le scorreva davanti.

Quando giunsero a destinazion, sperò che quell’inquietudine rimanesse

sul pullmann. Ma non fu così.

- 2 -


Capitolo II

La gita al Talamonaccio

Il tempo rimase splendido anche per tutta la giornata del venerdì,

cosa che facilitò moltissimo il compito di Guendalina Corelli e di un

insegnante, che accompagnavano un paio di classi del Liceo Socio-

Linguistico di Arcidosso in gita panoramico-archeologica ad Orbetello

e poi al colle del Talamonaccio. Ad Orbetello visitarono

l’acquario ed il museo che ospita il frontone triangolare appartenente

al tempio etrusco-romano emerso con gli scavi del 1889 prima e

del 1962-69 poi, effettuati sulla cima del colle detto del Talamonaccio.

Fra gli studenti c’era un certo Severino, un 15enne con spessi occhiali

da miope, considerato un secchione perché studioso e molto appassionato

di archeologia, di scavi, anzi di scavare, per trovare oggetti

che chiamava reperti con i quali si abbandonava a fantasticare

senza limiti. Al museo, la vista del frontone che raffigura il mito dei

Sette contro Tebe, lo fece entrare in uno stato prossimo alla trance.

Incurante della spiegazione monotona fornita dalla guida, vagolava

per tempi e luoghi lontani. Evocava in tutta la loro epicità le lotte

furibonde e truculente avvenute alle sette porte di Tebe quando Polinice,

un figlio di quei due strani: Edipo e Giocasta, cacciato dal fratello

Eteocle, si ripresentò con sei eroi, lui era il settimo, a riprendere

il trono.

Parlottava, Severino, ed i compagni lo prendevano in giro. Fu Guendalina

a scuoterlo da quella specie di estasi; il tempo correva e dovevano

andare al Talamonaccio per il pic-nic.

«Andiamo vicino al tempio etrusco, vero?» - domandò il ragazzo

senza staccare gli occhi dal fregio.

Giunti sulla cima della collina s’incamminarono subito per la strada

panoramica. L’Isola del Giglio quel giorno sembrava a portata di

una robusta nuotata. In capo a qualche minuto si fermarono. Qualcuno

cominciò a tirar fuori dai sacchi panini, aranciate e Coca-Cola.

- 3 -


Guendalina, cercò di scuotere il collega, il professore di storia, Ruggero

Tamanti. Il Prof, come lo chiamavano tutti, era grande e grosso,

ma ripiegato su se stesso, le spalle abbassate, sembrava addirittura

malaticcio. Era apparso avvolto da uno strano torpore fin dal primo

mattino.

«Se vogliamo portarli ai resti del tempio etrusco è meglio ora, perché

mi sa che dopo mangiato non ne avranno tanta voglia... con

questo sole!»

Il Prof parve emergere dagl’inferi. La guardò a lungo in silenzio.

Infine rispose di non preoccuparsi: - «I resti, come dici tu, sono davvero

scarsi, abbandonati... quasi quasi sarebbe meglio i ragazzi non

li vedessero.» - Si sedette su una pietra, la schiena ripiegata.

«Allora diciamo che la visita è facoltativa.» - concluse Guendalina.

A nessuno venne voglia di salire su per il piccolo sentiero che in pochi

metri porta al basamento del tempio, tranne ovviamente a Severino.

Provò a chiedere a Sabina, una sua compagna 15enne, di accompagnarlo,

senza ottenere da lei soddisfazione.

Lui non lo sapeva, ma se ne era innamorato, mentre Sabina non lo

vedeva neppure se lo guardava, perché ahimè, aveva un debole

nientepopodimeno che per il fidanzato di Guendalina, il 27enne ingegner

Dagoberto de Carolis. Guen un po’ se ne era accorta anche

per i sottili dispettucci che la ragazza, di 10 anni più giovane di lei,

le faceva, tutte le volte che le pigliava il ghiribizzo.

Severino, dunque, salì fino ai resti archeologici del tempio e parlava

sottovoce a Sabina, che non c’era. Indicò il pietraio soffocato dalle

erbacce con un ampio gesto.

«Ecco Sabina, stiamo facendo un viaggio a ritroso nel tempo. Ora

fermo lo scorrere degli anni... zaff! III secolo avanti Cristo! Adesso

siamo di fronte ad un tempio tra i maggiori dell’Etruria. Sul suo

frontone, ora disadorno, fra un centinaio d’anni sarà scolpito il fregio

triangolare che abbiamo visto stamattina ad Orbetello! Questo

tempio è dedicato a Tinia, il dio supremo degli etruschi, e ad una

dea della quale non si sa gra che.»

Cominciò ad avventurarsi fra le pietre saltellando. Ad un certo punto

si fermò di scatto. Si chinò a guardare con occhi sfavillanti una

pietra annerita - «Adesso...» - raccolse quello che ad un occhio meno

entusiasta sarebbe sembrato un pezzetto di terra. Era pesante per

le sue dimensioni. Estrasse il fazzoletto e cominciò a ripulirlo -

- 4 -


«Mhmm... metallo fuso, Sabina... piombo! Ultima fusione: almeno

2200 anni fa!»

Lo avvolse nel fazzoletto e se lo mise in tasca. Vagò ancora fra le

pietre.

«Vediamo se con un po’ di fortuna riusciamo a portarci alla fine

dell’estate del 225. Perché? Perché proprio allora, pochi anni prima

che che Annibale muovesse contro Roma, qui intorno è avvenuta

una grande battaglia, tu non lo crederai, fra i Romani ed i Galli. Sissignora,

i Galli! Erano scesi a sud per razziare e stavano cercando di

portare un grosso bottino su a nord nelle loro terre... perciò doveva

essere agli inizi dell’autunno.»

Mentre borbottava non cessava mai di guardare per terra a destra ed

a manca.

«Ecco, ecco, guarda qui. Perché? Mi chiederai. Ecco, perchè io non

ho attrezzatura da scavo e qui c’è stata una piccola frana naturale.

Del terreno sottostante è venuto alla luce... vediamo, vediamo… la

terra ha una grande memoria, Sabina!»

Scavò con le mani e con un rametto per un po’, ma non trovò niente.

Riprese a gironzolare ed a raspare con ostinazione il terreno ovunque

sembrava vi fosse stato anche un piccolo cedimento. Vagò a

lungo fino a che ad una cinquantina di metri dal perimetro degli

scavi archeologici, gli parve di notare della terra smossa e ricomposta.

Raschia e gratta, qualcosa di inusuale comparve: la punta di un

oggetto di metallo.

Con estrema cura cominciò a rimuovere la terra intorno. L’aveva

visto in televisione, come si doveva fare. Pian piano l’oggetto fu estratto

dalla terra che lo aveva trattenuto presumibilmente per migliaia

di anni. Era la punta di un’arma. Se fosse stata d’oro tempestata

di diamanti non avrebbe suscitato in lui altrettante emozioni.

Doveva essere di ferro dolce, con del rame in lega, a giudicare dalle

placche color malachite sulla superficie. Era in buono stato di conservazione.

Improvvisa balzò alla mente l’immagine vista su un enciclopedia.

Si trattava della parte in ferro di un pilum romano, cioè

del giavellotto usato dai soldati Romani in epoca consolare. Aveva

la forma di una punta di freccia, ma era lunga almeno 7 centimetri,

larga 3. Per quanto scavasse non riuscì a trovare altro. Ripose accuratamente

la terra come l’aveva trovata. Si rigirò fra le mani il prezioso

reperto.

- 5 -


La punta che doveva essere innestata nella parte lignea del giavellotto

era in parte mancante. Si era spezzata contro uno scudo Gallo?

Ma certo!

«Severino! Severinooo! Che diavolo fai lì impalato?» - era il professor

Tamanti - «Ci hai fatto stare in pensiero. Vieni, svelto! Dobbiamo

andarcene!»

Il ragazzo si volta per non farsi vedere mentre ripone accuratamente

il pilum nel fazzoletto e se lo mette in tasca. Adesso possiede un tesoro.

Due, tre balzi, che immagina fatti attraverso i secoli, poi una

breve corsa attraverso il pietraio e zaff! è di nuovo nel tempo presente,

in vista dei compagni che lo indicano e ridacchiano.

Capitolo III

Il torneo di scopone scientifico

Giungendo al paese di Santa Fiora, il palazzo Cesarini-Sforza, ora

sede del Municipio, si para dinanzi come un muraglione, e passando

sotto un enorme androne, all’interno dello stesso palazzo, si sbuca

in piazza Garibaldi, salotto, in tutti i sensi, del paese, dove si erge

una torre merlata con orologio, la Torre dell’Orologio, appunto. Di

fronte troneggia la Chiesa di San Giuseppe, del XIX secolo.

Da qualche settimana, nella serata di venerdì, alcuni appassionati di

scopone scientifico si ritrovavano nei locali di un bar di quella piazza

per quello che chiamavano un torneo. Vi partecipavano 6 coppie

che giocavano a 3 tavoli. Un complicato sistema di rotazione finiva

per assegnare il premio alla coppia che aveva vinto più partite. Di

solito si trattava di bottiglie di vino: Nobile di Montepulciano, Rosso

di Montalcino, Morellino di Scansano, Nobile di Montecucco. Quella

sera c’era molta eccitazione perché gli organizzatori, erano riusciti a

mettere insieme come premio due bottiglie di Brunello.

A questi ritrovi partecipava anche Dagoberto, da qualche settimana

tornato a Montigliano con la sua ragazza, nella casa della di lei zia

Clarissa, per sovrintendere ai lavori di ristrutturazione delle proprietà

immobiliari del conte Petrucci.

Inizialmente aveva trovato curioso che fra i partecipanti ci fosse un

prete, nella fattispecie: don Tassiano Ciompi, curato della parrocchia

di San Giuseppe in Santa Fiora. In certi ambienti, il gioco si accom-

- 6 -


pagna a chiacchiericci, alle ciacole, ai pettegolezzi. Aveva pensato

che quello fosse un modo per raccogliere dati necessari alla cura

delle anime. Presto però si trovò a concludere che il cinquantenne

gagliardo, rubicondo e ben piazzato sacerdote, giocava a carte perché

gli piaceva e basta.

Quanto ai pettegolezzi, sebbene tutti sappiano che lo scopone scientifico

esiga silenzio, bisogna dire che quel torneo era il culmine di un

processo evolutivo iniziato tempo addietro con spontanei giochi a

scopa, quali piacevole accompagnamento alle chiacchiere di paese.

In altre parole si giocava per spettegolare, O.K.?

Gli abbinamenti per formare le coppie venivano sorteggiati all’inizio

della serata. Il caso volle che Dagoberto e don Tassiano giocassero

assieme. La prima tornata era contro la coppia Ivano Meri di Piancastagnaio

- Edio Ghiondi di Castell’Azzara.

«Anche se non in chiesa, finalmente possiamo conoscerci meglio!» -

esordì il curato, rivolto a Dagoberto.

«Finalmente.» - acconsentì il giovane, asciutto, mentre si accomodava

in bocca la pipa spenta.

Furono serviti i bicchieri col vino.

«Ho sentito dire molto bene di lei, ingegnere. È stato di aiuto alle

autorità.»

«Mi è piaciuto farlo.»

«Bella risposta!» - esclamò Ivano, un tipo ben vestito, robusto, di

carnagione scura, con un faccione largo, ma ben curato, seduto alla

sinistra di Dagoberto - «Vede, don Ciompi, mi par di capire che lui

e’ sia come me, se posso...» - si rivolse a Dagoberto in una parodia di

deferenza - «E’ siamo omini! Ci piacciono le signore e in chiesa e’ ci

viene il mal di pancia. Finché vu v’ostinate a far le finte della castità...»

«Caro Ivano Meri,» - gli rispose il sacerdote - «so bene quali siano i

tuoi passatempi. Un t’un fai in tempo a uscì’ da i’ Comune lì a Piancastagnaio,

che tu ti metti a corre’ dietro alle gonne... già oggi le portan

tutte i pantaloni... ma te le donne un t’un sai nemmeno cosa le

siano, le donne persone, intendo... Ah, e la caccia! Ecco le gheghe che

t’hai pe’ i’ capo, perdindero!» - bevve un sorso di vino - «E poi un

credo che l’ingegnere sia un ateo come te, vero?» - guardò Dagoberto.

«Mbeh, in effetti io mi considero un agnostico.»

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«Vuol dire che lui non è sicuro che Dio esista» - spiegò affettatamente

il curato guardando Ivano dritto negli occhi - «Vuol dire che ancora

non sa, vero ingegnere? E la non vuol sapere?» - si dette a

distribuire le carte.

«Oh, sì! Ma a modo mio.» - masticò un po’ il cannuccio della pipa.

Quest’affermazione portò un po’ di silenzio, durante il quale Ivano e

don Tassiano si bevvero il vino e rivolti al barista, gl’indici puntati

sui bicchieri vuoti: - «Ziteo!»

Seguirono alcune calate ed alcune prese, poi il partner di Ivano, alla

destra di Dagoberto, Edio, un tipo sulla quarantina, calvo e per di

più rasato a zero, vestito elegantemente, parve assestarsi un po’ meglio

sulla sedia e guardò ad uno ad uno i compagni di tavolo. Dagoberto

evitò di ricambiare lo sguardo. Non gli era simpatico, anzi, lo

trovava decisamente sgradevole. Era perché aveva le labbra sempre

umide? Eppure i suoi modi erano cortesi, affabili... imburrati. Appunto!

“Ora smiela qualcosa di velenoso.” - pensò, mentre cercava di non

sentire il profumo, probabilmente di marca, che emanava.

«Certo, non è per dire, vero, don Tassiano...» - parlava a bassa voce,

il Ghiondi, con sulle labbra un sorriso lezioso - «ma per lei è meglio

trattare con tipi come lui» - ammiccò verso Ivano - «piuttosto che...»

- accennò a volgere la testa indietro per indicare un tipo di grossa

corporatura che gli stava di spalle.

«Eh?» - il curato si mise sulla difensiva.

«Mbeh...» - continuò l’altro - «Ivano non fa mistero del suo ateismo e

gli atei non sono mai stati un problema per la Chiesa; cani sciolti che

abbaiano in privato… a differenza degli eretici.»

«Parole grosse e fuori luogo.» - commentò recisamente il curato; poi

abbassò la voce e si chinò verso il centro del tavolo - «E poi non mi

va di parlare dietro le spalle di qualcuno.”

«Una pecorella smarrita?» - insinil Ghiondi mentre calava un

asso.

«Uffa!... Oh! Grazie Edio... chi la busca la guadagna! Scopa!» - il curato

tirò giù un mezzo bicchiere.

Il Ghiondi bevve appena un sorso e si premé più volte sulla bocca

con un tovagliolino.

«Mi fa piacere per lei, don Tassiano... per la scopa, dico, comunque

lo so bene, non si tratta di eresia. Devo dire però la sincera verità. Io

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son cattolico e lei lo sa; ecco, quel sostituire con dei marchingegni la

misericordia divina, non mi piace.»

«Perché? Che fa quel badengo?» - intervenne Ivano mentre fissava

Edio con i suoi occhi azzurri.

«Badengo?» - domandò Dagoberto.

«Vuol dire di Abbadia San Salvatore, ingegnere.» - rispose Edio zuccheroso.

«Grazie. Ma, Oderio Bongi non è quello venuto dall’Argentina che

vende dei braccialetti con dei disegni...» - bevve il suo vino e calò un

3.

«Sì.» - disse il sacerdote - «Dice siano in risonanza con le strutture

base dell’universo e della vita. In tal modo, lui sostiene siano d’aiuto

alle persone che hanno qualche malessere o malattia... c’è un 4 e 3, 7

eh? Ma io un ci casco!... beccatevi questo Jack!»

«Perdio!... uhm, scusi padre... e’ mi tocca a calare! Porca...!» - Ivano

cercò di evitare lo sguardo di don Tassiano e cambiò discorso: -

«Ghiondi, ce l’ha sempre quella casa su da Bagnolo, verso Vetta Amiata?»

L’interpellato si limitò ad annuire senza staccare gli occhi dalle carte.

«La ce l’affitterebbe per quando si va a i’ cignale? Ci sono amici che

vengon su da Grosseto e’ la ci sarebbe d’appoggio.»

«Non è mia. Non si può fare.» - rispose l’uomo profumato.

Era la prima volta che Dagoberto lo sentiva parlare senza perifrasi.

Per un po’ si dedicarono seriamente al gioco. Agli altri tavoli invece

si chiacchierava allegramente. Ogni tanto don Tassiano aggrottava

la fronte o faceva un gesto di esasperazione, perché da qualche parte

era scoccata una bestemmia. Il barista era chiamato ora qua, ora là

per il vino. Alla fine anche lui mandò una madonna e da sotto il bancone

agguantò tre bottiglie e le sbatté sui tavoli. Al che uno lo chiamò:

- «Ziteo, 3 caffè!»

Il ciclo per ogni coppia di coppie finiva quando una aveva vinto almeno

2 di 3 partite. Dagoberto e don Tassiano vinsero in due partite

e dovettero attendere un po’ per la rotazione delle coppie.

Alla seconda tornata si trovarono di fronte un certo Nanni Gori,

giornalista freelance, ed il maresciallo dei carabinieri di Abbadia, Doruccio

Bandini, in borghese, uomo non molto alto, ma piuttosto

massiccio e ben portante. Aveva baffi cinerini e lo sguardo fermo,

sereno.

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Appena seduti, il Gori riaccese un discorso che il maresciallo non

sembrava molto disposto a continuare. Ma quello insisteva.

«Insomma il capitano non gliel’ha perdonata!»

«Sì, è così...» - concesse il maresciallo Bandini - «ma lasciamo perdere,

Nanni...» - gli fece un cenno che indicava il curato.

«Ah, sì, ho capito. Certo, per lei, don Tassiano, dev’essere stato un

bel colpo!» - insisté.

Il maresciallo scosse la testa rassegnato. Don Tassiano invece volle

rispondere alla punzecchiatura.

«Parlate di Felio, naturalmente. Eh, ti pareva! Comunque sì, giovanotto,

davvero un bel colpo! Però c’è poco da ridere. Comunque non

fu un’offesa a me, ma alla casa di Dio.» - poi, visto che Dagoberto lo

guardava interrogativamente: - «Un so se glielo ha mai raccontato

nessuno, ingegnere, ma Nanni non riesce a mollare il suo lavoro. Va

in giro a provocare chiacchiere e indiscrezioni per vedere se riesce a

far succedere qualcosa sulla quale buttarsi per una notizia, anche

piccola piccola, da offrire ad un giornale. Ora, per esempio, smania

di parlare di quella volta che un certo Felio, di Tre Case, venne in

chiesa, proprio mentre dicevo messa nella parrocchia di Santa Croce

ad Abbadia. Quel benedetto figliolo, che ormai gli è un omo di 32

anni, un bistullone più alto e grosso di me, tirò un petardo a metà

funzione.» - schioccò un Re sul tavolo - «Lui lo sapeva che c’era anche

il capitano Zanzi. E’ si mise a urlare: - “I’ carabiniere! Ha sparato

lui! Attenti!”»

«Lo sanno tutti che Felio è un povero mentecatto.» - intervenne il

Gori con malizia.

«Sì e no,» - disse il maresciallo mentre prendeva quel Re con uno di

danari - «potrebbe fingere eccome! Per esempio per fare i comodi

suoi senza essere giudicato o punito dalla gente di paese... o dalle

autorità. Ne ho visti io di furbi matricolati!»

«Secondo me non finge e non è un mentecatto.» - affermò il sacerdote.

«Lei è sempre troppo ben disposto verso la gente.» - ribatté il maresciallo

- «Bisogna essere prudenti. Ad aiutare i ciuchi c’è il verso di

prendere pedate!»

«Il ragazzo ha dei problemi psicologici.» - sentenziò don Tassiano -

«Diciamo che ha un animo infantile... bestemmia perché sente bestemmiare

e gli sembra di far l’omo. Lo stesso vale per la mancanza

di rispetto per noi preti, ma non è cattivo.»

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«Sarà,» - s’intromise il giornalista - «ma sbaglio o una volta gli ha

tirato un cazzottone?»

«Scommetto che ci ha provato a farne un articolo!» - replicò il sacerdote.

Al silenzio assenso del giovane:

«Ma glielo hanno cestinato.» - concluse.

Dagoberto apprezzò il fatto che quest’ultima frase era stata pronunciata

senza enfasi, né accompagnata da un sorriso di soddisfazione.

«Tornando al petardo,» - volle precisare il maresciallo con pacatezza

- «non è stato quel grido accusatorio che ha indispettito il capitano...

è stato piuttosto l’intervento di quella donna che fa da governante al

Felio, Spirita. La si precipitò come una forsennata al comando, chiamò

lo psicologo della ASL, strillava come un’aquila che la sentirono

di fuori e la gente uscì di casa per andare a vedere cosa fosse successo.

La cosa finì sui giornali, vero Gori?» - guardò il compagno di

gioco a muso duro.

L’interessato rimase muto anche questa volta. Il maresciallo continuò:

«Il capitano Zanzi fu dipinto come un rozzo carabiniere di provincia...

cosa che non è.» - fece una presa e Dagoberto fece scopa.

Così don Tassiano e Dagoberto vinsero ancora, ed ancora. Prima

della finale, che per una specie di tradizione doveva cominciare a

mezzanotte in punto, ci fu una lunga pausa. Fioccarono bicchierini

di grappa, gelati e caffè. Nell’ultima giocata, la bella, si dovevano

incontrare con Ruggero Tamanti, il Prof, in coppia con Oderio Bongi,

un uomo robusto, sulla cinquantina, aspetto distinto, giacca in

Tweed, camicia con gemelli ai polsini, cravatta con spilla d’oro. Dagoberto

ebbe la sensazione che più che distinguersi egli volesse contrapporsi

alla gente del luogo, forse per attrarre l’attenzione sulla

propria attività o per ergersi al di sopra del volgo, o magari per

tutt’e due le ragioni. Si era stabilito da poco ad Abbadia. Nel volgere

di qualche mese si era conquistato una buona notorietà in tutta

l’area amiatina. Ciò era sicuramente dovuto a curiosità, ma anche ad

una sorta di riverenza per il mistero che lo contornava. Egli si diceva

portatore di una novità tecnologica rivoluzionaria, di sua creazione,

risultato di lunghi studi, capace di risolvere situazioni inestricabili,

dare forza, riportare serenità ed all’occorrenza guarire dalle più diverse

malattie. Nessuno capiva come funzionasse malgrado i suoi

sforzi di spiegarlo mediante conferenze, opuscoli e presentazioni. I

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medici per lo più lasciavano correre, in primo luogo perché ritenevano

i suoi garbugli del tutto inoffensivi e poi i loro clienti erano

pressoché tutti assistiti dalla mutua e meno si facevano vedere, meglio

era.

Era la prima volta che partecipava a quei tornei. Era stato presentato

al comitato organizzatore dal proprietario del locale e fu questi a

fare le presentazioni ai futuri compagni della finale.

Quando il Bongi seppe che Dagoberto era ingegnere non nascose la

propria soddisfazione.

«Lei non può immaginare quanto sia contento di fare la sua conoscenza,

De Carolis.»

Dagoberto lo guardò interrogativamente.

«Sì» - continuò l’uomo - «Con lei potrò parlare della mia tecnologia

in tutti i suoi aspetti, sapendo di essere compreso a pieno. Vede, anche

io sono ingegnere. Ci intenderemo, ci intenderemo!»

Di fronte a siffatte affermazioni Dagoberto si limitò a fargli un sorriso

di cortesia. Si sentì tirare per una manica. Era Nanni Gori. Sembrava

avesse urgenza di parlargli.

«Venga» - gli sussurrò - «andiamo a prendere una boccata d’aria...

sono un giornalista io, e non vorrei mi scambiassero per un pettegolo,

sa, come certe donnette...»

«Ci mancherebbe!» - lo assecondò Dagoberto.

Uscirono nella piazza. L’aria notturna scendeva fresca giù dalla

montagna, recando profumi di resine, ginestre, gelsomino, tiglio.

Nanni Gori trasse da una tasca un pacchetto di sigarette. Fece l’atto

di offrire a Dagoberto. Questi, prima gli mostrò la pipa spenta, poi

allargò le braccia ed inspirò ostentatamente quell’aria balsamica.

L’altro esitò, poi ripose il pacchetto.

«Ho scritto un paio di articoli su quello là. Ho fatto una ricerca approfondita.

Ho un dossier.»

«O.K.» - consentì Dagoberto - «E allora?»

«Mbeh, lei è ingegnere, forse mi può aiutare a capire un po’ meglio

cosa intruglia. Vende braccialetti e cinte con dentro dei marchigengni

elettronici che, dice lui, procurano benessere. E poi io la conosco,

so che lei è un vero genio dell’indagine...»

«Non esageriamo!» - “Attento agli adulatori!” - si disse, represse un

moto di autocompiacimento ed aggiunse:

- 12 -


«Non so nulla di lui.» - veramente qualche volta di questo Oderio

Bongi gli aveva parlato la zia Clarissa, ma fece finta di niente - «Ma

la gente che dice, funzionano?»

«Oh, la gente! C’è chi dice di sì, che si sentono meglio a mettersi

quei braccialetti.»

«Talismani.»

«Una specie. Però pare emettano dei segnali, tipo segnali radio... io

non me ne intendo... Ah, e poi mi ha confidato che tiene nel cassetto

robe per pochi eletti...»

«Perché nel cassetto?»

«Ah ah!» - ridacchiò - «È una furbizia, secondo me! Mi ha detto di

non scrivere niente al riguardo, ma ho capito subito che voleva ne

parlassi in maniera da suscitare curiosità. Sta per tirarli fuori, per

venderli.»

«Così, magari lei, per questo, si è portato a casa un extra, dico bene?»

«Mbeh... la pubblicità costa. Io so scrivere.»

«O.K. Ma che fanno quelle... ehm, robe?»

«Lui dice che captano le vibrazioni degli oggetti, poi sentono quelle

della persona che li cerca e l’aiuta a localizzarli a distanza... una spece

di radar, credo.»

«Non ci credo neppure se lo vedo.»

«Neppure io. Intanto dice che quei suoi aggeggi stimolano le capacità

delle persone...» - sorrise furbescamente - «Così se non funzionano

vuol dire che le persone quelle capacità non le hanno per niente e

dunque non è colpa sua, no?»

Dagoberto rimase neutro. Nanni Gori però aveva una voglia irrefrenabile

di parlare.

«È venuto dall’Argentina.»

«Però parla con un accento toscano, mi è sembrato.»

«È nato ad Arezzo dove ha anche frequentato i primi anni del liceo.

Il punto è: come mai è venuto via dall’Argentina, eh?»

Dagoberto allargò le braccia.

«Là ha raccolto dei successi. Ha avuto dei riconoscimenti. Ha lavorato

nella clinica diretta dalla sua compagna, una dottoressa. Poi ad

un certo punto i due hanno fatto fagotto e son venuti a stabilirsi

qua.»

«E allora?»

- 13 -


«Eh eh! E uno che ha successo in Argentina, a Buenos Aires, non in

un paesino, cosa ci viene a fare in Maremma?»

«Già, cosa ci viene a fare? Lei lo sa?»

Non rispose. Tirò fuori il pacchetto di sigarette. Guardò Dagoberto,

abbozzò un gesto di scusa e si accese una sigaretta.

«Dell’altro avversario che stiamo per incontrare, che mi dice?» -

chiese Dagoberto.

«Uh? Il Prof?» - un certo qual sorrisetto gli scavò delle rughe sulle

guance - «Ruggero Tamanti abita a La Faggia, sopra Bagnolo, sa

dov’è?»

Dagobertò annuì. Il desiderio di accendere la pipa era forte, ma si

trattenne. Il giovane giornalista continuò con trasporto.

«... però è di origini badenghe.» - continuava a sorridere - «È sposato

con una certa Edalia, una senese tutta pepe. Non sono io a dire, vero?

Anche in considerazione della mia professione...» - guardò Dagoberto

per ottenere un cenno d’approvazione. Come l’ebbe proseguì:

«Sono ben i suoi studenti. Sa a quell’età sono maligni, specie con in

professori... Insomma dicono che è uno smanioso. Si sono accorti

che muore dalla gelosia. Così, dagli giù con i sottintesi, gli scherzi, le

fole... Per esempio, è stato detto che... Insomma, pare sia stata vista

mettere un ombrellino rosa davanti ad un casolare abbandonato che

si affaccia sulla provinciale...»

«O.K., Ruggero Tamanti ha un problema.»

«Oh, più d’uno. È rimasto orfano che non aveva ancora 12 anni...

una storiaccia.» - inspirò con forza - «Una storiaccia, dicevo. Suo

padre lavorava nelle miniere di Mercurio di Abbadia, come del resto

suo nonno. La storia dei badenghi è la storia delle miniere... e viceversa.»

«So che vi furono dei guai quando le chiusero. Fu negli anni ’70 o

sbaglio?»

«Proprio allora... Ma bisogna rifarsi ai fatti del luglio del ’48. Se ne

parla così spesso che non importa essere professori di storia per sapere

quello che successe.»

«L’attentato a Togliatti?»

«Già. Quando ad Abbadia si seppe del fattaccio la gente si scatenò.

Subito scioperi ad oltranza. C’era esasperazione per le condizioni di

lavoro dei minatori, vecchi rancori addirittura risalenti all’eccidio

del 1920 quando un corteo di lavoratori si incrociò con una proces-

- 14 -


sione. La polizia sparò ad altezza d’uomo. Altri tempi. Comunque

nell’estate del ’48 ci furono scontri fra gli operai e gente in vista nei

partiti a loro contrapposti: quella che allora era la Democrazia Cristiana

ed il Movimento Sociale Italiano. Furono assaltate abitazioni

private. Uno dei più facinorosi pare fosse proprio il futuro padre di

Ruggero, Statteo, mentre una delle case prese d’assalto era di un

tizio che poi divenne un pezzo grosso della DC alla provincia.»

Dal bar cominciavano a chiamare per la finale.

«Bisogna rientrare... » - disse, aspirò forte dalla sigaretta e proseguì

parlando in fretta - «A farla breve, quando furon chiuse le miniere il

Tamanti fu escluso dal ricollocamento per intervento di quel politico.

La famiglia finì sul lastrico. Quello s’incazzò al punto da aggredire

il presunto responsabile per dargli un fracco di botte, ma sfortuna

volle che fosse individuato da testimoni e condannato alla galera.

Allora agguantò la pistola del carabiniere di scorta e

s’ammazzò... La moglie, la madre di Ruggero s’ammalò di crepacuore

e di lì a poco dovettero portarla accanto al marito. Il ricordo di

quel dramma c’è ancora, lì vicino alle vecchie miniere... è la casa

ormai diroccata dove viveva la famiglia Tamanti. Nessuno ci vuol

costruire sopra.»

«E Ruggero andò in collegio.»

«La cosa che più odiava. Fu sistemato presso i Padri Scolopi, ad

Empoli.»

«È perché fa il giornalista che sa tutte queste cose?»

«Fa parte del mio mestiere costruire dossier sulle persone. In questo

caso Ruggero Tamanti non ha un dossier proprio, ma è dentro il

dossier di un’altra persona di cui mi sono occupato, per il giornale,

s’intende! Comunque, il nostro uomo, pur ospite di uno dei migliori

collegi, era molto, come dire, irrequieto. Si dice tentasse più volte di

scappare. Così ora sembra abbia in odio i preti e c’è chi sussurra di

una particolare ostilità per il suo compagno di gioco.»

«Don Tassiano? Addirittura!»

Il giovanotto annuì col suo solito sorriso canzonatorio, gettò la sigaretta

per terra e la spense col tacco.

I finalisti si apprestarono a sedersi al tavolo centrale con tutti intorno.

Dagoberto scrutò il professore per qualche attimo. Guen gli aveva

detto che aveva 38 anni, ma le rughe messe in evidenza da una

barba trascurata, gli occhi rossi e gonfi, l’aria assonnata, lo facevano

sembrare assai più vecchio.

- 15 -


Si era appena seduto e don Tassiano si accomodò la sedia per sistemarsi

accanto a lui. Per un istante i loro sguardi si incontrarono,

quello del sacerdote accennò un vago saluto, ma quello del Prof non

era facilmente intelligibile. Fu come se uno scorpione si affacciasse

dal suo nascondiglio per poi ritirarsi rapidamente. Sul momento

così lo lesse Dagoberto, con molte riserve.

“Dev’essere un genio delle carte,” - pensò - “se è giunto alla finale in

quelle condizioni.”

Ma poi si capì presto che il genio era proprio Oderio Bongi. Il tipo

stava dritto sulla schiena, Ogni tanto cavava da una tasca interna

della giacca un orologio d’oro, legato ad una catenella e lo consultava

per un attimo. Poi con mossa ampia lo riponeva al suo posto e

guardava ad uno ad uno chi gli stava vicino. Al che Dagoberto ripeteva

dentro di sé: - “Abbiamo visto, abbiamo visto”.

Il Bongi giocava le sue carte senza indugio, con mosse decise. Quando

toccava al Prof , gli lanciava rapide occhiate, accompagnate da

impercettibili cenni del capo. Dagoberto capì che in qualche modo

gli indicava la condotta di gioco. Un osso duro. Infatti la prima partita

fu persa disastrosamente. Bisognava correre ai ripari.

«Ho sentito dire che ha vissuto per del tempo in Argentina, ingegnere.»

- attaccò.

«Sì, certo.» - rispose asciutto l’interpellato senza distrarre lo sguardo

dal gioco.

«Si dice anche che da là abbia portato con sé strani oggetti...»

Stavolta l’uomo si mosse e si risistemò sulla sedia. Alzò uno sguardo

scrutatore su Dagoberto.

Questi insisté: - «Mi perdoni, ma certi discorsi mi hanno reso curioso.

Vede, la magia non è il mio forte.»

Oderio Bongi si irrigidì visibilmente. Don Tassiano scoccò a Dagoberto

uno sguardo a metà fra l’interrogativo e l’accusatorio.

Dagoberto invece non staccò gli occhi dal volto del suo interlocutore.

Questi rivolse uno sguardo interrogativo al sacerdote che rispose

con uno strano gesto che a Dagoberto parve significare “No, io proprio

no.”

Era riuscito a distrarlo, ma anch’egli si era distratto dal gioco. Tutto

dipendeva dalla piega che avrebbe preso la reazione dell’avversario.

Sulle prime sembrò voler far cadere la provocazione. Giocò male

una carta e questo lo irritò visibilmente.

- 16 -


«Ma quale mago e mago, ingegnere?» - era stizzito e quel che più

contava, non lo voleva dare a vedere.

«Oh, la prego di non prendersela. Sono voci che si sentono in giro ed

alle quali suppongo non si debba dar retta.»

«Proprio così! Lei vedrà...»

Dago non lo ascoltava più. Dopo aver dato la stura alla parlantina

dell’avversario s’impose di concentrarsi sul gioco. Perse tutto il significato

di quello che il Bongi andava fabulando, ma lui e don Tassiano

vinsero.

Ciò indispettì il Bongi che nel prosieguo dimenticò perfino di trar

fuori l’orologio d’oro. Il nervosismo gli fece sballare un paio di giocate.

Ciò peggiorò ulteriormente il suo umore. Il gioco del Tamanti,

lasciato a sé stesso, cominciò a vacillare.

Il Brunello finì nelle mani di Dagoberto e don Tassiano.

Capitolo IV

Qualcuno manca all’appello

Domenica mattina, neri, pesanti nuvoloni, spinti da un libeccio nervoso

cavalcavano il cielo della Maremma. A Montigliano pioveva a

rovesci. Ad un quarto alle 8, una vecchietta zoppicante, mezza raggricciata

per l’artrosi, lottò con il vento, la pioggia, l’ombrello ed un

mazzo di chiavi e solo dopo vari tentativi riuscì ad aprire la disadorna

chiesuola ai margini del paese. Vi entrò, fece più volte il segno

della croce e vari inchini, poi si recò nella piccola torre e con

eroico sforzo si mise a suonare la campana per annunciare la messa

delle 8. Di lì a poco per le stradine del paese, cominciarono a sfilare

ombrelli e ombrellini lucidi e gocciolanti, una ventina in tutto. Ad

una ad una, le donne, vestite di scuro, il capo coperto, entrarono in

chiesa e si misero in attesa di don Tassiano, nel silenzio e nella preghiera.

Passò un’intera mezz’ora, poi cominciarono ad allarmarsi.

Non era mai successo che tardasse. Una delle più giovani, avvezza

al cellulare, provò a chiamare direttamente il curato. Il telefono risultò

non raggiungibile. Chiamò la parrocchia di Santa Fiora. Rispose

il ragazzo del Bangladesh, Mohammad Abdul Zafar - che tutti

chiamavano Mazaffe - facente funzioni di sagrestano in cambio di

vitto ed alloggio. Si era svegliato da poco. Credeva don Tassiano

fosse a Montigliano, come al solito.

- 17 -


«Che gli sia successo un incidente?» - disse qualcuna.

«Sentiamo i carabinieri. Chiama i’ 113 e poi si vede.» - disse un’altra.

Alla protezione civile non risultava alcun incidente nel tratto Santa

Fiora - Cinigiano - Montigliano, nè in quello fra la provinciale Roccalbegna

- Montigliano.

«Allora voglio denunciare la scomparsa del curato di Santa Fiora.»

Il carabiniere di servizio le domandò se non le sembrava troppo presto.

Quella fulminò il telefonino con uno sguardo e riagganciò.

In 8, con due macchine, arrivarono sgommando in piazza Garibaldi,

sotto la Torre dell’Orologio, dove risiede il comando dei carabinieri

di Santa Fiora. L’addetto era un giovane appuntato ed era solo. Ebbe

un bel daffare a fronteggiarle. Qualcuna si recò in parrocchia. Il

priore era dir messa e non poteva esser disturbato. Quanto a Mazaffe

apparve tanto intimidito da suscitare pietà materna e si astennero

dal sottoporlo a tortura. Raccolsero soltanto la sua spontanea deposizione:

non l’aveva sentito né rientrare né ripartire. Comunque affermò

che la sera prima, verso le 18.30, con il suo vecchio Kangoo si

era recato a far servizio d’anime da qualche parte, ma come sempre

non aveva lasciato detto alcunché.

L’inquietudine cresceva di momento in momento. Nella piazza affluivano

le donne del paese avvertite tramite il passaparola. Poi arrivarono

altre donne e qualche anziano da Saragiolo, paese nel

comune di Piancastagnaio. Alle 10 don Tassiano avrebbe dovuto

dirvi messa presso la parrocchia di Santa Maria delle Grazie. Niente.

La gente era sconcertata. Si venne a sapere che il Vescovo aveva

telefonato al Questore di Grosseto e che questi aveva chiamato il

comando dei carabinieri a Santa Fiora. L’appuntato si era dato da

fare nel reperire il maresciallo ed il capitano. Questi accorsero e

quando videro tutta la piazza piena di gente che li puntava come

selvaggina, schizzarono dentro e si misero al lavoro. Furono

allertate le protezioni civili di Siena e Grosseto. Pattuglie della

stradale cominciarono a perlustrare la zona da Paganico fino a tutta

la val d’Orcia, la valle dell’Albegna, fino ad Orbetello. Si levarono in

volo anche un paio di elicotteri per esaminare i percorsi pericolosi in

caso il curato fosse uscito di strada e finito in qualche dirupo.

L’operatore telefonico del cellulare del curato comunicò che non era

assolutamente reperibile, come se la batteria fosse scarica, o fosse

stata rimossa prima di spegnerlo. Era noto che don Tassiano non

- 18 -


amasse il cellulare, infatti risultò che l’ultima telefonata risaliva al

giovedì ed era stata fatta al parroco della sua chiesa.

I connotati del sacerdote furono trasmessi dalle stazioni radio e televisive

locali.

Verso l’una qualcuno lasciò la piazza per andare a pranzo, ma la

piccola folla non diradò nonostante di quando in quando fosse bersaglio

di rovesci di pioggia. I due bar si riempirono di gente e presto

tramezzini, panini, brioche, merendine e via dicendo furono spolverati

via. Furono rintracciati il salumiere e la fornaia. Questa aprì il

negozio e dette fondo a quanto era rimasto del giorno prima.

Intorno alle 14 giunse una testimonianza. Al fabbro di Bagnolo era

parso di aver visto un Kangoo bianco, parcheggiato la sera prima in

Via Piana dove c’è una piazzetta. Una pattuglia con a capo il maresciallo

Bandini, si fiondò a sirene spiegate sul luogo. In breve tempo,

fra un ammiccamento e delle ammissioni accuratamente premeditate,

emerse che il curato, verso le 18.30 era andato a trovare una certa

Florena Moralli, una ricamatrice 40enne, abitante poco più avanti

nella stessa via Piana. Sposata? Sì. Il marito, un certo Vestiano, gestiva

un alimentari in paese. Era noto per essere un omino sì, ma

arrogante, di parecchi anni più anziano di lei, fegatoso e pieno di

acciacchi. Lei era ritenuta una bella donna, ma gnegnosa, cioè una

che si piange sempre addosso; comprensibile, dato il marito che si

ritrovava. Interrogata, aveva ammesso che il curato era andato a

trovarla. Del resto lo sapevano tutti che era il suo padre spirituale.

No, il marito in quel momento non c’era; si sapeva che non poteva

vedere i preti; secondo Florena era in negozio. Don Tassiano se n’era

andato poco dopo le 19. Il marito, interrogato, era al corrente del

padre spirituale di sua moglie, ma lo sapeva per così dire a denti

stretti. Comunque lui, don Tassiano era un bel po’ di tempo che non

l’aveva visto ed era perciò che si sentiva stranamente in forma. Interrogate

le persone del luogo, era risultato che in negozio lui c’era

davvero, almeno fino alle 7 e mezzo. Il negozio era stato chiuso dal

commesso alle 8.

Verso le 16.30 il maresciallo Bandini, normalmente di stanza ad Abbadia

San Salvatore, tornò al comando di Santa Fiora. Fu letteralmente

assalito dalle donne rimaste di piantone sotto gli acquazzoni.

O si faceva largo con la forza o lasciava trapelare qualcosa... e poi

tutto. Provò la prima soluzione poi ripiegò sulla seconda. Comun-

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que però la si rigirasse la situazione era questa: don Tassiano era

sparito.

Verso sera una donna si presentò al comando di Abbadia San Salvatore.

Dichiarò di essersi ricordata che Sabato, poco prima delle 20,

aveva visto il curato nella sua vecchia auto bianca, in via Gorizia, un

200 metri prima del bivio delle due strade provinciali, una del Monte

Amiata e l’altra detta dei Combattenti, verso Piancastagnaio. Era

diretto verso l’uscita dal paese. Aveva qualcuno a bordo. Sebbene la

testa del passeggero arrivasse più in alto di quella del sacerdote, non

era riuscita a capire chi fosse.

Il capitano del comando di Abbadia, Fermo Zanzi, ordinò subito che

il maresciallo Bandini con un paio di agenti si recasse a tartassare di

domande quanti più badenghi gli fosse riuscito.

Capitolo V

Lunedì, primo giorno dalla scomparsa del sacerdote.

Tutte quelle cose furono riferite appassionatamente a Dagoberto e a

Guendalina dalla Fenalma, moglie del macellaro di Montigliano, il

lunedì mattina, quando si recarono a far spesa. Naturalmente la Fenalma

non riferiva soltanto informazioni sui fatti, anzi queste sarebbero

state marginali se non fossero state alla base di impalpabili allusioni,

eteree insinuazioni, malignità evanescenti, probabili indicazioni,

congetture emozionanti, fuggevoli imbeccate, casuali rivelazioni,

nonché di un numero imprecisabile di stuzzicanti sottintesi.

A Dagoberto sarebbe dispiaciuto se al sacerdote fosse accaduto

qualcosa di brutto. Con lui era stato per un’intera serata a tuppertù e

gli era piaciuto. Gli era piaciuta la sua schiettezza, la convinzione

con cui espletava la sua missione, senza fronzoli, libero di gustarsi

un sano rapporto con la gente nonché del buon vino, in nome del

Creatore.

Rimase sorpreso dalla quantità di mitologia sorta attorno alla sua

persona. Da un lato era dipinto come un sant’uomo, dedito alla missione

di salvare quante più anime possibile, ispirato da Dio, tenero

con la povera gente ed intransigente con chi la sfruttava. Dall’altro si

sussurrava, si insinuava, si voleva insomma dare ad intendere che la

sua bonomia non fosse sincera, e che, dato il carattere sanguigno ed

esuberante, avesse senz’altro problemi di castità, ovvero che i rap-

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porti con alcune fedeli non fossero del tutto limpidi. Alcune vecchie

paesane, colme di esperienza, si contrapponevano a tali ipotesi insinuando

che sì, era un bell’uomo, ma proprio per questo le pettegole,

avrebbero desiderato di avere una qualche storia con lui, al punto di

malignare a torto nei suoi confronti per essere rimaste a bocca asciutta.

Chi era dalla sua parte diceva fosse assai bravo nel cogliere la psicologia

della gente, anche perché gli aveva studiato parecchio in qui’ campo.

Di contro si giudicava assai poco pastorale ricorrere ad una

scienza che con la scusa dell’inconscio e, Dio ci scampi! della libido,

finisce per fare un gran guazzabuglio del libero arbitrio.

«Insomma, o fa il prete o lo psicologo!» - dicevano alcune. D’altra

parte in Maremma i mezzi termini son più rari delle patate tonde.

Tutto quanto detto era mitologia di origine femminile. Di maschile

ce n’era ben poca anche perché si sa che di preti ne parlano le donne

e poi, non per superstizione, sia chiaro, ma meglio non esporsi troppo,

perché non si sa mai. Se ne son visti di mangiapreti far la figuraccia

di chiamare il parroco per l’olio santo!

Al bar di Fioraldo comprarono “Il Giornale della Maremma”, dove

però vi trovarono assai meno notizie sul caso, di quante ne avevano

appena ricevute in macelleria. Tornati a casa ragguagliarono la zia

Clarissa sui fatti. Si dava il caso che questa conoscesse quella tale

Florena di Bagnolo, perché faceva parte di una rete di dame di beneficienza

che abbracciava gran parte della Maremma montana. Secondo

lei, le dichiarazioni di Florena dovevano essere prese come

assolutamente sincere.

Per tutta la giornata i ragazzi lavorarono in casa, Guendalina ad una

prova di sceneggiatura per conto di Diana Tonecini, la regista presentatale

dal conte di Montigliano, Dagoberto al progetto di ristrutturazione

delle proprietà dello stesso. Di tanto in tanto accendevano

la radio o la televisione per ascoltare eventuali comunicati sul caso

don Tassiano.

Le ricerche continuarono per tutta la giornata, ma il risultato fu un

niente di fatto. Ogni tanto si sentiva un elicottero vagare in lontananza

e per due o tre volte ronzare nelle vicinanze del paese. Passate

le 5 del pomeriggio a quell’elicottero se ne aggiunse un altro e si

sentirono le sirene di un paio di volanti provenirere dalla parte di

Postiglioncello e da quella di Roccalbegna, e poi ancora le trombe

dei pompieri. Accesero la radio. Il notiziario delle 17.30 di una sta-

- 21 -


zione locale comunicò che a circa 3 chilometri da Montigliano, sul

versante nord del monte Aquilaia, lungo la vicinale che da Montigliano

porta ad Arcidosso, un elicottero della protezione civile aveva

individuato un’auto quasi del tutto nascosta dagli alberi, in fondo

ad una profonda forra. Per ora si sapeva soltanto trattarsi di una

vettura bianca. Pompieri e forze dell’ordine stavano accorrendo sul

posto.

«È qui a due passi. Mi piacerebbe andare a vedere, ma avranno

senz’altro chiuso la strada per l’Aquilaia.» - si rammaricò Dagoberto

«Meglio così.» - disse Guen - «Così non avrai scuse per non mandare

avanti il lavoro per il conte.»

«O.K., ma a me piace fare il detective.» - nel dir così, senza farci caso

prese la pipa e si mise a caricarla.

«Un tempo, quando ancora rispettavi la tua bocca ed i tuoi polmoni,

volevi fare l’ingegnere.»

«... e scrivere gialli nel tempo libero. Il fumo non lo mando giù per i

polmoni... se non una boccatina ogni tanto. Ed ora i gialli li voglio

risolvere. È proibito cambiare?»

«Certo che no. Ma posso io star dietro a uno che non aspetta altro

che cadaveri per cacciarsi nei guai?»

«Certo che puoi! Anzi, non vedi l’ora. Nega!»

Guen stava per ribattere quando il cellulare di Dagoberto si mise a

suonare.

«Sì, chi parla?... ah, maresciallo!... Mi dica.» - coprì il microfono e

rivolto a Guen: - «È il maresciallo Bandini di Abbadia San Salvatore!»

- attivò l’altoparlante, gli occhi erano scintillanti.

«Per caso, l’altra sera, venerdì, prima o dopo aver giocato a carte con

me e quel giornalista di Cinigiano, Nanni Gori, don Tassiano le ha

detto qualcosa che potrebbe aiutarci a trovarlo?»

«Oh! Ma non è nella macchina che hanno trovato su all’Aquilaia?»

«Risponda alla mia domanda, per favore.»

«Sì, mi scusi, cioè no, non mi ha detto niente, né ho sentito qualcosa

che possa essere d’aiuto.»

«Così deve rispondere. Grazie... comunque so di lei e della sua ragazza,

e quello che avete fatto per recuperare le opere d’arte rubate

nei nostri musei, ma se non la chiama in causa il giudice la devo

considerare un cittadino qualsiasi... O.K. ingegnere?»

«Ricevuto.»

Click.

- 22 -


«Hai sentito?» - chiese rivolto alla ragazza.

«Sì.»

«Sanno quanto siamo in gamba.»

«Sì, sono contenta. Così ci terranno alla larga da tutte le indagini.»

«O perché?» - Dagoberto era stupito.

«Sei ingenuo, eh! Questo dovresti cambiare di te, ma non c’è speranza.»

«Insomma...»

«Non ti sei accorto che sei riuscito a suscitare le gelosie perfino di

Amulio che è il nostro miglior amico? Ti devi cacciare in testa che se

per caso sei bravo nello stesso mestiere di un altro, quello ti teme e ti

invidia e se ti può mettere i bastoni fra le ruote... ebbene, lo fa.»

«Allora io sono un’eccezione.» - replicò il giovanotto - «Io ammiro

chi è in grado di insegnarmi qualcosa.»

«Oh, ma che bravo! E con Franco?... dai!»

«Franco chi?... Ah, l’ispettore Liverani, il leccapiedi di Amulio!»

«Lo vedi?»

«No che non vedo. Lui fa il cascamorto con te... ed è questo che non

sopporto, accidenti!»

La discussione finì lì. Guendalina si voltò da un’altra parte per non

mostrare il sorrisetto che le si era dipinto in faccia.

Era ben strano non si trovasse don Tassiano né nell’auto ritrovata,

né nelle vicinanze. Ne discussero a cena. La zia Clarissa formulò

perfino l’ipotesi che una volta uscito di strada il sacerdote, fuori di

sé per il trauma avesse preso a vagare senza meta per i boschi

dell’Aquilaia. Dagoberto borbottò che magari era ferito mortalmente

ed ora giaceva senza vita in qualche fosso o in mezzo alla sterpaglia

sotto gli alberi, nascosto alla vista degli elicotteri. Presto i predatori

del bosco, non esclusi topi, volpi e cinghiali avrebbero potuto fare

scempio del povero corpo.

«E se fosse ancora vivo, ferito ed esausto e qualche animale...?» - si

domandò Guen a voce alta.

«Ora basta!» - si risentì Clarissa in preda all’agitazione - «Non voglio

pensarci. Quando ti ci metti sei... sei sadica, ecco!»

Tale era il suo disagio che Margherita, la piccola bastardina che le

teneva compagnia da ormai più di 6 mesi, si mise a mugolare.

«Senti? Hai messo in ansia anche lei!»

Quella notte Dagoberto si svegliò. Non riuscendo ad addormentarsi

accese il computer ed entrò in Internet. Mentre udiva in lontananza

- 23 -


il battito delle pale degli elicotteri seguì l’arrivo delle notizie sulle

stazioni radio del web. Rimase colpito dal fatto che malgrado il maltempo

si erano formate ben 6 squadre di volontari, per lo più cacciatori,

ex vigili del fuoco, ex carabinieri e poliziotti, provenienti da

varie parti della maremma montana. Ascoltò le notizie fin quando,

al sorgere del sole, cadde in un sonno profondo appoggiato alla

scrivania. Era martedì, e fino ad allora don Tassiano non era stato

trovato, né vivo né morto.

Capitolo V

Martedì, terzo giorno dalla scomparsa del sacerdote.

Verso le 10, Margherita gli agguantò il pantalone ed insisté in rabbiosi

quanto comici tentativi di strapparglielo fino a che lo svegliò.

Guendalina era già uscita. L’aria era tersa. Nuvole bianche passavano

alte spinte da una vivace tramontana. Quando si aprivano degli

squarci di cielo azzurro, i colori diventavano vividi, forti come i profumi

trasportati dall’aria fresca.

A quell’ora Guen era giunta al Museo Minerario di Abbadia, ad una

quarantina di chilometri da Montigliano, con la solita scolaresca ed

il professor Ruggero Tamanti. La visita era guidata da un personaggio

notevole. Si trattava di un ex-minatore, un tipo asciutto, ancora

prestante, in tuta blù, con sottobraccio un casco da minatore, di

quelli con la torcia elettrica in fronte.

Quella mattina gli studenti sembrava avessero l’argento vivo addosso,

ma quando il Colonni, tale era il cognome della guida, cominciò

a parlare, si acquietarono. Disse subito che aveva passato più di metà

della sua vita nelle miniere a cominciare da quando aveva 14 anni.

Suo nonno era stato minatore, suo padre lo stesso. Ciò che appassionava,

non solo i ragazzi, era il modo in cui parlava della sua vita

nelle gallerie.

«Tutte queste cose, minerali, oggetti, strumenti, i pezzi di Cinabro,

che vedete raccolti intorno a voi, poi vedremo anche il Mercurio,

sono veri e propri ricordi della terra, ritrovati e conservati, ma diciamo

la verità: strappati da alcuni di noi ex-minatori alla dimenti-

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canza e all’abbandono. Abbiamo voluto salvare la memoria di

un’epoca, parlo di oltre 100 anni di storia di queste terre.»

Parlò a lungo della vita nella miniera come di una grande avventura.

I ragazzi lo ascoltarono fino in fondo a bocca aperta. Si guardarono

l’un l’altro perché alle ultime frasi avevano sentito la voce del Colonni

tremare e visto i suoi occhi luccicare.

Guendalina disse al professor Tamanti: - «Di tutto mi sarei aspettata,

fuorché parlasse con nostalgia di quella vita la sotto.»

Il professore, gli occhi rossi, la barba lunga, sembrò non averla udita.

Profonde rughe solcavano i suoi lineamenti come se la faccia fosse

raggrinzita. Non era la prima volta che Guendalina lo vedeva

così, ma quella mattina era davvero un cencio!

Quando giunsero nella saletta dove c’erano dei bottiglioni di mercurio,

la curisità dei ragazzi si scatenò e fu come la rottura di un incantesimo.

Per riportarli alla quiete ci volle l’annuncio che ora sarebbero

entrati in una galleria della miniera. Impazienti si misero tutti in

fila per la consegna dei caschi da minatore, con le lampade incorporate.

Furono emanati i soliti avvertimenti di non allontanarsi dal

gruppo per nessuna ragione - il rischio di perdersi nei cunicoli sotterranei

non era da prendersi sottogamba.

Accese le lampade, si inoltrarono nelle tenebre lungo i binari sui

quali a suo tempo viaggiavano i vagoncini pieni di minerale.

Severino naturalmente fece le sue scappatelle. Provò a rimanere un

po’ indietro in cerca di anomalie nel terreno: buche, piccole frane

ecc. Fu preso non poche volte per un orecchio da Guendalina e riportato

fra i compagni suscitando risatine e sghignazzi.

Dopo poco meno di mezz’ora guadagnarono l’uscita che si trovava

accanto all’entrata.

Appena fuori dall’edificio, a destra c’è una grande piazza con ancora

un traliccio che a suo tempo sosteneva un ascensore per scendere

in profondità; a sinistra inizia la zona abbandonata dove si trovano i

grandi edifici diroccati che formarono l’area metallurgica, dove cioè

il minerale veniva trattato per estrarre il Mercurio. Mentre tutti si

dirigevano sul piazzale per godersi l’aria aperta e la luce dopo il

buio della miniera, Severino girò l’angolo a sinistra, calpestò

l’avviso di pericolo seminascosto dall’erba e raggiunse in piena eccitazione

un grosso cumulo di terra, mattoni e sassi, una frana in piena

regola, risalente a chissà quando.

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Si volse indietro per controllare di essere solo e cominciò a sterrare,

prima con le mani per togliere i mattoni e le pietre più grossi, poi

con l’aiuto di un vecchio paletto di legno.

Emerse la suola di una scarpa!

“Ci siamo!” - gridò dentro di sé - “Un nuovo reperto! Lo donerò al

museo... con su il mio nome!”

Rimosse ancora un po’ di terra intorno, afferrò la calzatura nerastra

per il tallone e la suola con due mani, e tirò. Niente, era incastrata

dura. Cosa la tratteneva? Scavò ancora un poco. Accidenti!

Mollò la presa, il volto divenne terreo. Cominciò ad indietreggiare,

inciampò e cadde all’indietro, per fortuna senza conseguenze. Inghiottì

alcune volte, poi si rialzò e corse via a raggiungere i compagni.

Erano raggruppati attorno al Colonni che rispondeva alle domande.

«Come facevate per pisciare?» - aveva appena domandato un ragazzino.

Severino prese Sabina per un braccio.

«Che vuoi?» - protestò la fanciulla biascicando del chewingum -

«Fammi sentire cosa risponde.»

Le si avvicinò all’orecchio e sussurrò con forza: - «Ho scoperto il

corpo di un minatore!»

«Ma cosa dici?»

«Ssst... vieni, vieni a vedere! È un minatore morto sotto una frana!»

Cominciò a tirarla via. La curiosità vinse e Sabina lo seguì.

Per un attimo temé di aver avuto le traveggole. Forse non era vero

niente. Ma no! Il piede spuntava ancora dal mucchio di terra!

Sabina si fermò ad un paio di metri ed intimò al compagno di fare

altrettanto.

«Non è un minatore, grullo! Vuoi scommettere che quello è don Tassiano?

Quella è una scarpa da prete e quella calza, la vedi? È nera, è

da prete.»

«Allora, che si fa?»

«Lo so io!»

Prese il cellulare e compose un numero.

Era ormai la mezza. Dagoberto si trovava ad Arcidosso. Vi si era

recato ad attendere il rientro di Guendalina previsto per l’una circa.

Il cellulare squillò.

«Sì, dimmi.» - rispose.

«Ho scoperto il cadavere di don Tassiano.»

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«Ma... dove sei Guen? Che diavolo stai dicendo?»

«Oh, tesoro, sono qui alle miniere...»

«Come diavolo...?»

«Sì, amore, un ragazzino ha scavato in un mucchio di terra...»

«Un momento! Tu non sei Guendalina! Chi parla? Che scherzo è

questo?»

«Ma sono io, Sabina, ricordi? E stai tranquillo, caro, ti sto offrendo

una chance coi fiocchi su un piatto d’argento.»

«...»

«Come potrei mentirti, tesoro?»

«Lascia perdere il tesoro, per favore! Non ti aspetterai ti creda!»

«Appena usciti dal nuovo museo, a sinistra, un pezzo di vecchio

edificio di mattoni è franato da poco e dalla terra spunta una gamba,

scarpa nera, calza nera... tu chi dici sia?»

Lungo silenzio, mentre si udiva il sussurro di Severino che implorava

di scappar via.

«Senti, amore,» - continuò la ragazza spazientita - «Cerca di afferrare

alla svelta! Sei il primo a saperlo! Sei un investigatore, no? Muoviti

e approfitta del vantaggio! Life is... life is?... now! E dai!»

«Va bene, va bene! Non toccare niente per nessuna ragione. Sarò lì

fra meno di mezzora, ma se è uno scherzo, giuro che ripeterai

l’anno.» - riagganciò.

Avvertì Guendalina, mentre usciva da Arcidosso a tutta velocità.

Trovò Guen e Sabina sole in mezzo al piazzale che si davano le spalle.

Dagoberto non badò a storie. A gran passi si diresse verso il luogo

del ritrovamento. L’arto sporgente dalla terra fin quasi al ginocchio

c’era davvero. Impedì alle ragazze di avvicinarsi e con la fotocamera

incorporata nel cellulare cominciò a scattare delle foto. Ad

un certo punto si fermò. Sul pavimento di cemento dell’edificio, vicino

al bordo esterno, dalla parte del piazzale, v’erano alcuni sassi e

pietre. Una di queste, un grosso selce, a ridosso del muro, sembrava

macchiato di sangue, ormai scurito. Era al coperto, riparato dalle

ultime intemperie. Erano già trascorsi 5 minuti. Non poteva più

traccheggiare. Chiamò il comando dei carabinieri di Abbadia.

Mentre attendeva il loro arrivo fotografò la pietra da più angolazioni

ed esplorò accuratamente il terreno intorno, per lo più coperto da

erba alta. Sotto gli occhi attenti delle ragazze fece un’altra importante

scoperta: fra i cespugli, a pochi metri dal cadavere, in mezzo a

dell’erba corta, c’era un fazzolettino da donna, gualcito e sporco di

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terra con dei ricami gialli e viola. Mentre lo fotografava, la pantera

dei carabinieri slittò rumorosamente sulla ghiaia del piazzale.

Con sullo sfondo la macabra scoperta, il maresciallo Bandini presentò

Dagoberto e Guendalina al capitano Zanzi e subito dette ordine

ad uno dei carabinieri che li seguivano di chiamare la scientifica.

Mentre veniva delimitata la scena del ritrovamento col solito nastro

bianco e rosso, cominciò da parte del capitano e pure del maresciallo,

una sequela di domande sul quando come e perché era avvenuto

il ritrovamento. Il capitano fu molto seccato del ritardo con cui era

stato informato e lanciava occhiate aggressive a Dagoberto. Sabina

dichiarò che la scoperta l’aveva fatta un suo compagno di classe,

Severino Cotecchi, che l’aveva comunicato solo a lei perché era innamorato

e poi, atterrito se l’era data a gambe. Il maresciallo fece

cenno ad uno dei carabinieri. Il giovane milite cominciò a tormentare

il cellulare.

Fu domandato a Sabina perché non aveva avvertito subito i carabinieri.

«Non avevo il numero, così ho avvertito l’ingengere.»

«Di cui avevi il numero.» - completò Guendalina.

Il maresciallo cercò di nascondere un sorrisetto, ma il capitano rimase

serioso.

«Ah, l’ingegnere! Ma come non avevi il numero! E il 113 cosa c’è a

fare, eh?»

«Non m’è venuto in mente... ero... ero confusa, ecco!»

Guendalina la guardò con un misto di rimprovero e di congratulazione.

«Bene, bene! E ora voglio sentire perché lei non ha subito chiamato il

113.»

«Mi trovavo ad Arcidosso. Sabina è una ragazzina...»

La ragazza lo fulminò con lo sguardo.

«... così volevo essere sicuro non mi avesse preso per i fondelli.»

«Mhmm... non mi piace. Ora aspettate qui che abbiamo finito e poi

verrete al comando per una deposizione ufficiale. Troveremo dei

reperti e se vi sarà anche una sola impronta di uno solo di voi... Sappiate

comunque che riferirò al giudice di questo vostro comportamento.»

Il maresciallo Bandini ricordò al capitano a bassa voce, che Dagoberto

e Guendalina erano ormai noti per alcune importanti collaborazioni,

soprattutto col comando di Arcidosso e che Dagoberto era

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stato iscritto nell’elenco dei consulenti tecnici dei tribunali di Grosseto

e di Siena. A Dagoberto non piacque affatto il lampo negli occhi

del capitano, seguito dall’abbassamento dello sguardo, come temesse

di rivelare un pensiero sgradevole.

Giunsero gli uomini della scientifica. Vestirono le tute bianche ed

indossarono le mascherine. Piazzarono le loro apparecchiature e

cominciarono l’etichettatura di potenziali reperti che man mano individuavano

sul terreno.

Nel frattempo il maresciallo esplorava attentamente la zona circostante,

fino al limite del piazzale ed oltre. Ad un certo punto chiamò

il capitano ed indicò una zona per terra. In prossimità del piazzale,

sulla strada di accesso, vicino ad un muretto, furono trovati pezzi di

un cellulare. Erano sparsi nel raggio di un buon metro, come fossero

stati più volti calpestati e trascinati con le suole delle scarpe. Il capitano

indicò anche dei frammenti di plastica rossa - probabilmente

compatibili con un fanalino posteriore di un auto.

Anche Dago, Guen e Sabina si erano portati sul posto. Fu Guendalina

ad indicare, poco oltre, un pezzo di rosario, incassando

un’occhiataccia da parte dello Zanzi che intimò ai ragazzi di allontanarsi

immediatamente. Due della scientifica giunsero di lì a poco a

stendere i loro nastri bianchi e rossi.

Nel frattempo, vicino all’ingresso al museo, man mano che il corpo

emergeva dalla terra, si affermava sempre più la triste conclusione

cui era subito giunta Sabina: si trattava inequivocabilmente di don

Tassiano. Dagoberto si soffiò il naso.

La voce del ritrovamento si sparse rapidamente. Cominciarono a

giungere prima gruppi di badenghi, poi gente dai paesi limitrofi.

Arrivavano a piedi, in motorino, in automobile e qualcuno anche col

calesse. I carabinieri, raggiunti da altri commilitoni, ebbero un bel

daffare a tenere a bada quella che ormai a tutti gli effetti era una

folla curiosa e premente.

Una volta sottrattosi all’attenzione del capitano Zanzi, Dagoberto,

pipa in bocca, ricominciò a fare fotografie, badando bene a non farsi

notare. Guendalina ogni tanto lo tirava per la manica e gli indicava

alcuni obiettivi degni di considerazione. Anche Sabina voleva darsi

daffare, intrigata dalla smania investigativa dei due fidanzati. Non

trovava però il coraggio di rivolgersi direttamente alla sua fiamma.

Mostrò così a Guen una donna ancor giovane, molto bella, che si

era portata a fatica in prima fila e faceva domande a destra e a sini-

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stra. Guen la segnalò al suo ragazzo. Questi la riprese più volte

mentre quella si teneva la testa fra le mani, apparentemente sconvolta.

Improvvisamente la vide sparire fra la gente.

Dagoberto fotografò anche l’arrivo di una Mercedes Coupè scura,

dalla quale scese un tizio che guardava insistentemente fra la folla.

Sorpresa! Il suo sguardo si fissò insistentemente proprio sulla donna

di prima che si allontanava in tutta fretta. Questa lo vide. Si guardarono

per alcuni istanti, poi la donna si dileguò fra le stradette del

circondario. Il giovane d’un balzo rientrò nell’auto e sgommò via.

Capitolo VI

Martedì, giorno della scoperta del cadavere di don Tassiano.

Verso l’una e mezzo il maresciallo Bandini si avvicinò e disse ai ragazzi

che potevano andare a mangiare un boccone ma dovevano

essere al comando per le 4.

Appena liberi, Dagoberto prese Guen per un braccio.

«Presto, non c’è tempo da perdere. Andiamo!»

«Ehi!» - gridò Sabina - «E io?»

Con lungimiranza Dagoberto aveva parcheggiato al margine estremo

del piazzale ora riempito di gente. Erano liberi di accedere alla

macchina. Vi saltarono sopra e partirono che gli sportelli erano ancora

semiaperti.

«Dove andiamo?» - domandò Sabina eccitata dal piglio dell’azione.

«Io lo so.» - dichiarò Guen - «Vediamo se indovini, bambina.»

«Uhmf! La signorina tummistufi! Io invece scommetto che credi di

saperlo ma sbagli. Vuoi vedere?»

«Va bene. Se però dico giusto tu scendi subito.»

«La volete piantare? Si va a Santa Fiora e speriamo non sia tardi.»

«Io ho fame!» - esclamò Sabina.

«Dopo!» - ribatté Guen soddisfatta di aver previsto la mossa.

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Suonarono alla canonica. Aprì Mazaffe. Amici di don Tassiano. Alzò

le spalle e li lasciò entrare.

Le pareti della stanza da letto del sacerdote erano rivestite di stoffa

scurita, disadorne, salvo per un quadro posto a capo del letto, una

pregevole riproduzione di una Madonna con Bambino di Ugolino di

Nerio, di cui sia Dagoberto che Guendalina erano a conoscenza per

la passata vicenda dei trafugatori di opere d’arte. Il letto, addossato

alla parete, era accuratamente rifatto.

«L’hai rifatto tu il letto, Mazaffe, Domenica mattina?» - domandò

Dagoberto.

Il ragazzo negò.

«Sicuro?»

«Padre sempre lui fa letto. Sempre lui dice io non sono servo suo.»

«Dunque sabato notte non è rientrato.»

«Io non visto.»

La stanza conteneva un comodino all’apparenza antico, con su una

abatjour ed una sveglia meccanica di cui si udiva chiaramente il ticchettio.

C’era inoltre un tavolo quadrato, di legno scuro, con su uno

scrittoio in pelle, una tazza di coccio piena di penne biro ed una

lampada verde alla Churchill, un paio di sedie, nonché una scaffalatura

in noce, senza ante, carica di raccoglitori, libri, alcuni dei quali

rilegati in pelle, incupiti dal tempo e dalla polvere. Il pavimento di

mattoni ormai bruni ed irregolarmente consunti finiva per dare

all’ambiente un taglio di antica semplicità monastica. Dagoberto

rimase colpito dall’assenza di santini, rosari, crocefissi ed altri ingenui

oggetti di culto.

Passarono nel salotto attiguo, anch’esso segnato dalla stessa concezione

dell’avere e dell’essere. Oltre a delle poltrone e ad una libreria,

ove non mancavano raccoglitori e libri vecchi e polverosi, c’era una

vetrina rustica nella quale si intravedevano bottiglie di vino e di liquori

vari, bicchierini e piattini. Dagoberto adocchiò la bottiglia di

Brunello vinta al torneo di scopone. Una fitta al cuore. Don Tassiano

non aveva fatto in tempo a godersela.

Una serie di teche vetrate disposte orizzontalmente accosto alle pareti

attrasse l’attenzione dei ragazzi. Contenevano reperti archeologici,

piccole cose, piccole trasgressioni alla legge, dettate senza dubbio

da una passione: suppellettili, quali pettini d’osso, spatole,

frammenti di coppe, monili, tratti di catenine, medagliette, presumibilmente

di origine etrusca.

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Dagoberto aveva appena iniziato ad esaminare le piccole etichette,

scritte in caratteri minuscoli, in bella calligrafia, quando Guen gli

indicò una posizione vuota. Sull’etichetta si leggeva: “Punta di pilum

romano, in buone condizioni, parzialmente spuntata - periodo consolare

- dagli scavi attorno al tempio etrusco-romano del Talamonaccio

- dono di Gianluigi Cotta - 1968”. Si accorse che sia Guen che

Sabina erano assorte come lui di fronte a quel fatto che appariva di

scarsa rilevanza.

«Manca.» - articolò il giovane investigatore distrattamente.

«Già.» - echeggiò Guendalina.

Sabina li guardò ambedue prima interrogativamente, poi assorta.

«Mazaffe!» - chiamò Dagoberto - «Ma dov’è andato?»

Lo chiamò ancora. Alla fine ricomparve.

«Per favore, guarda qui... sai perché manca questo reperto?»

Senza guardare rispose di non saperne niente. La sua semplicità era

disarmante.

Il campanello della canonica prese a suonare senza sosta, impertinente,

prepotente.

Si udì lo scalpiccio di Mazaffe che si precipitava ad aprire. Il capitano

Zanzi, seguito dal maresciallo e da un paio di carabinieri fece

irruzione con la grazia dei Panzer tedeschi nella battaglia delle Ardenne.

«Sigillate tutto, sequestrate tutto!... uh? E voi, qui cosa ci fate?» -

guardò i ragazzi. La sua sorpresa era così candidamente sincera che

indusse Dago e Guen ad un sorriso dietro al quale, per rispetto e

timore, si nascondeva un altrettanto innocente risata.

Ma già il sorriso era compromettente. Lo sguardo del capitano divenne

duro. Fu assalito dall’ira.

«Via!» - urlò - «Via di qua! Prima che vi faccia arrestare per intralcio

alle indagini, inquinamento delle prove, oltraggio a pubblico ufficiale,

favoreggiamento, comportamento contrario a... a...» - incontrò gli

occhi del maresciallo - «Insomma... sì, ma non capite la situazione?»

- si voltò verso il collaboratore - «Maresciallo Bandini!»

«Comandi!»

«Perché non ci ha pensato subito? Questo luogo è... porco Giuda!

Non è la scena del crimine, ma poco ci manca. Loro, certo... però...

lei de Carolis o come diavolo si chiama, non m’importa un fico secco

se è consulente del tribunale o che altro, insomma! Perché è qui? Me

lo vuole dire, o no?»

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«Sono mortificato, capitano... sono io il responsabile... e mi creda, la

consulenza e storie del genere non c’entrano niente...»

«Allora?» - era preoccupato.

«È uno scrittore di libri gialli.» - s’intromise Sabina maliziosetta, e

lanciò un’occhiata di sfida a Guen.

«Ah! Pure!» - sbraitò il capitano. Il maresciallo alzò gli occhi al cielo.

«Non le dia retta.» - s’impose Dagoberto - «La questione è un’altra.

Ero da poco in amicizia col povero don Tassiano e...»

«Basta così! Ho capito tutto. Adesso però, ingegnere, le dispiace, lei

e queste signorine, di uscire di qui? Dobbiamo sigillare

quest’abitazione... grazie.» - era la caricatura della gentilezza.

Rilasciate le deposizioni al commissariato ed accompagnata Sabina

alla sua casa di Arcidosso, rientrarono a Montigliano.

Dopo cena Dagoberto si accese la pipa e con Guen si mise ad esaminare

le foto, cosa cui volle partecipare anche la zia Clarissa.

Le cose più interessanti erano naturalmente la grossa pietra del diametro

di 10 centimetri e forse più, che sembrava macchiata di qualcosa

di brunastro, ed il fazzolettino i cui ricami colorati, malgrado i

depositi di terra, si dimostrarono essere tre lettere “A G B”.

Purtroppo non era riuscito a fotografare il luogo dove avevano trovato

i pezzi del cellulare, il rosario ed i frammenti del fanale.

Quanto alle persone, le foto ed i brevi videoclip confermarono come

davvero enigmatico il comportamento di quella donna comparsa

sulla scena. Stesso giudizio riguardo alla condotta di quel giovane

grande e grosso giunto dietro alla folla con la Mercedes decappottabile

e che prima di allontanarsi di gran carriera aveva insistito non

poco nel posare gli occhi sulla donna di prima.

Clarissa individuò altre persone, donne per la precisione, facenti

parte di quel programma di beneficenza citato proprio da don Tassiano,

Le Dame della Madonna del Castagno, una rete che faceva

capo proprio ad Abbadia San Salvatore. Una naturalmente era Florena

Moralli. Mostrava un volto strano, i lineamenti contorti in una

smorfia carica di tensione.

«Questa donna sembra inorridita.» - buttò là Guen.

«Difficile dirlo, l’immagine è troppo piccola.» - disse Clarissa con

tono protettivo.

Come c’era da aspettarsi l’ingrandimento non aiutò.

Era presente tra la gente una signora di Abbadia, Rosaria Cordera

ed un’altra di cui Clarissa ricordava solo il soprannome: Lizzy, per-

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ché al primo colpo d’occhio ricordava il volto di Elizabeth Taylor.

Ambedue parevano mostrare soltanto una normale curiosità.

«C’è chi dice che Lizzy abbia un amante segreto.» - commentò Clarissa,

poi vedendoli cadere dal sonno - «Ehi! Non vorrete addormentarvi

qui!»

Capitolo VII

Mercoledì, primo giorno dalla scoperta del cadavere.

Di prima mattina comprarono il giornale da Fioraldo.

“Il Corriere della Maremma” dedicava gran parte della prima pagina

al delitto ed al ritrovamento del corpo di don Tassiano Ciompi.

Da come era scritto, l’articolo sembrava proprio uscito da una penna

pettegola, forse quella di Nanni Gori. Del sacerdote non si diceva

che bene. Rampollo di una famiglia elitaria di Abbadia, il giovane

Tassiano veniva a suo tempo incensato addirittura come emulo di

San Francesco; prima di giungere alla maggiore età, spogliatosi dei

beni terreni a portata di mano era entrato in seminario e da allora

era vissuto in umiltà e povertà. Adesso gli unici familiari in vita erano

la madre 90enne, Osina Ciarini in Ciompi, affetta da Alzeimer

ed un fratello, Arico, di qualche anno più giovane. Quanto alle fortune

dei Ciompi, alla morte del capofamiglia, Arrigo, erano emersi i

debiti da lui contratti a furia di scommettere sui cavalli. La madre a

malapena riuscì a conservare una casetta per sé ed una per il figlio

Arico che andò a vivere a Selvena, un paesino circondato da verdi

colline, non distante da Castell’Azzara di cui è frazione.

La morte, istantanea, del pio uomo era avvenuta sabato sera, probabilmente

fra le 20.30 e le 23.30, ad una quarantina di metri dal luogo

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del ritrovamento delle tracce della colluttazione, per sfondamento

dell’occipite e devastazione del cervello. Il colpo, l’unico, era stato

vibrato da dietro. Il corpo era stato trasportato dal centro del piazzale

antistante gli edifici museali, fino alla zona abbandonata. Le tracce

del trasferimento erano state in gran parte malamente cancellate.

La frana che aveva seppellito il cadavere era stata provocata mediante

l’uso di un grosso paletto di legno ritrovato poco più in là.

Quanto all’auto ritrovata nel dirupo sull’Aquilaia, i tecnici avevano

stabilito che era stata spinta da dietro con un’altra auto. Sul ciglio

del dirupo erano stati trovati frammenti di fanali posteriori dello

stesso tipo di quelli reperiti ad Abbadia.

«Un bel rompicapo, eh?» - commentò Guendalina.

«Vero. Non riesco ad immaginare don Tassiano che prima si difende,

poi scappa, viene raggiunto e senza tentare ancora di reagire, si

becca una pietrata sulla testa. Qualcosa non quadra.» - Dagoberto si

lisciava il mento.

«Del fazzolettino non ne parlano. L’avranno taciuto a bella posta?»

«Forse.»

«Dago, perché non pensi alla macchina, ritrovata a 40 chilometri di

distanza dal corpo? E poi, perché l’assassino non ci ha messo dentro

il cadavere? Con un po’ d’immaginazione, poteva almeno tentare di

far credere ad un incidente, ad un malore o che so io! Non sarà un

po’ imbecille, il nostro uomo?».

«Non so. Forse l’assassinio non era premeditato. Poi... il panico... o

una grande lucidità... O forse era premeditato... accuratamente...»

«Comunque sia non può essere tornato a piedi dall’Aquilaia. Dunque

era con qualcuno. Quella donna!» - esclamò Guen.

«Dici quella del fazzoletto?»

«Non lo so. Stavo pensando a quella impaurita, là fra la gente. Potrebbe

anche essere la stessa del fazzoletto.» - affermò la ragazza,

assorta.

«Ce n’erano due molto preoccupate, ricordi? C’era anche quella di

Bagnolo... Floriana.»

«Florena, l’amica della zia... sì, sono stata io a dirti che mi pareva

tesa... inorridita, ho detto.»

«Adesso non esagerare! Dopotutto abbiamo meno di un centimetro

quadrato d’immagine!... La zia Clarissa potrebbe indagare...»

La persona in questione stava per caso passando loro vicino.

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«Io, per vostra norma e regola non voglio neppure più sentir parlare

né di indagini né di investigatori, va bene?»

«Gli è perché non l’hai incoraggiato abbastanza, Amulio; te ne vuoi

rendere conto?» - mise giù Guendalina.

Clarissa si allontanò senza rispondere.

Dagoberto si accostò all’orecchio di Guen: - «E lasciala in pace! Forse

è meglio così, Amulio ora è a Roma ed è troppo preso dal suo lavoro,

non lo ammetterà mai, ma ci tiene alla carriera. Ora, io so che è

entrato nelle grazie del Questore...»

«Senti un po’ una cosa...» - Guen divenne assorta - «C’era un’altra

persona ieri...»

«Sulla scena del crimine?»

«In un certo senso... fammi pensare... come potrei descrivere il suo

stato?»

«Chi è?» - Dagoberto era impaziente.

«Oh, è il Prof, voglio dire Ruggero Tamanti. Era con noi, poi è andato

via con gli studenti.»

«Perché, in che stato era?»

«Stravolto, ecco, non saprei come altro definirlo; sai quando uno ci

ha la faccia che gli casca... eppure è ancora giovane... ma è qualche

giorno... anche, quand’è stato? Ah, venerdì scorso, quando siamo

stati al Talamonaccio; non era molto presente, sembrava in preda a

preoccupazioni più grandi di lui, come ieri: occhi gonfi, barba lunga.»

«Anche venerdì sera al torneo di scopone era piuttosto sullo svigorito.

Comunque so io perché è così preoccupato. Ho saputo che la

moglie...»

«Sì, ti pare non lo sappia?» - lo interruppe Guen - «Ho provato a

parlargli. Mi ha confidato che gli dà più fastidio il mobbing da parte

degli studenti.»

«Non è poco.» - disse Dagoberto

«Comunque nega di essere geloso di Edalia.»

«Sai, ci sarebbero altre cose che fanno pensare.»

«Sì?»

«Un certo Nanni Gori, giornalista libero battitore, incontrato venerdì

a Santa Fiora, afferma che Ruggero, essendo stato messo per forza in

un collegio retto dai Padri Scolopi, odia i preti.»

«Luoghi comuni, privi di significato; e poi da queste parti...»

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«Però quel Nanni ha aggiunto che ce l’aveva particolarmente con

don Tassiano.»

«Mi sembra un’affermazione avventata, addirittura irresponsabile.»

«Considera però che è stata fatta prima del delitto.»

«Ti stai baloccando con indizi e moventi, come dire... assolutamente

deficienti. Invece a me piacerebbe tanto sapere a chi appartiene quel

fazzolettino con le cifre “A G B”. Non dunque a Florena, l’inorridita,

ma forse a quell’altra, la preoccupata. Quella scappata via mentre anche

quello della mercedes è scappato via.»

«Scappata via, scappato via... Si sono semplicemente allontanati.

Invece, sai cosa? La famiglia d’origine del Prof è di Abbadia, come la

famiglia di don Tassiano Ciompi, una famiglia bene, stando a quanto

riporta il giornale. Non so perché, ma sento quel pizzicorino che

mi spinge ad indagare. Intanto vado a comprare una bistecca.»

Da un po’ di tempo all’ingresso di Dagoberto in macelleria, la Fenalma

entrava in uno stato di trepida attesa, tanto che si sentiva il

banco della cassa gemere e scricchiolare per l’agitazione di tanta

mole femminile. Gli era per la smania di collaborare con Dagoberto,

un personaggio che aveva smascherato delinquenti, fatto recuperare

opere d’arte, entrato nelle grazie del conte di Montigliano ed iscritto

nel libro dei consulenti dei tribunali di Siena e di Grosseto.

Riguardo al professore del liceo di Arcidosso però, non seppe aggiungere

alcunché di importante a quanto Dagoberto aveva saputo

dal loquace giornalista. Questo fatto impensierì la Fenalma al punto

che non poté trattenersi dal domandare da chi avesse saputo tutte

quelle cose, perché doveva trattarsi di una temibile concorrente, appartenente

ad un cerchio di ciacole fuori dal suo controllo. Era visibilmente

rattristata e Dagoberto la calmò sfoderando il pretesto del

segreto professionale mentre con gli occhi ammiccava come per dire:

ad intenditor poche parole. Ne fu visibilmente sollevata.

Qualcosa venne a sapere del fratello di don Tassiano, Arico. Si era

fatta quasi l’una ed in negozio era rimasto solo Dagoberto. A sentir

nominare Arico, Gaspare, il marito della Fenalma, si toccò più volte

un orecchio mentre sorrideva malignamente. Al che la moglie si irritò.

«Non è vero. Non può essere! Voi omini vu’ siete soltanto maligni.

Appena uno e’ ci ha qualche problema per voi diventa subito un

finocchio... mi scusi ingegnere, vero! Prima di tutto l’Arico era noto

per la sua... come dire?... esuberanza, ecco, in fatto di donne! E’ lo so

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io, perché una mia amica di Abbadia conosce la su’ moglie, poverina,

che con lei la si confidava di tutte le su’ scappate. Poi, si vede che

gli è successo qualcosa. Morto i’ su’ babbo, l’Arico gli è andato a

stare giù a Selvena. E lì, piano piano le cose son cambiate. Prima era

sempre di qua e di là, sagre, tornei di tiro a i’piattello... noto cacciatore

di cignali... bestemmiatore... insomma un omo in tutto e per tutto.

O di’ di no, Gaspare!» - il macellaio continuava a sorridere furbescamente

dall’alto del bancone.

«Non gli dia retta ingegnere.» - continuò seria la Fenalma - «L’è una

conversione come dire… non proprio religiosa, ma… l’è cambiato…

da quando s’è messo co’ i’ su’ orto… ormai e passa tutti i santi giorni

a zappare, a concimare, a cicettare le su’piante… come un eremita.

Quello che si dice e l’è che l’è ingrassato un po’ troppo.»

«Insomma si potrebbe parlare di una conversione filosofica.» - sentenziò

Dago.

La Fenalma rimase a bocca aperta e completamente solluccherata.

«Oh, come l’ha detto bene, ingegnere!»

«E gli è effeminato, ovvia!» - sbraitò Gaspare dall’alto e cominciò a

battere ritmicamente di piatto un coltellaccio sulla battilonta, provocando

un fracasso minaccioso.

A quel punto Dagoberto dette un’occhiata all’orologio. Finse di essersi

improvvisamente ricordato di qualche faccenda da sbrigare,

chiese scusa, salutò e se la svignò.

Dopo pranzo Guendalina lavorò ad una sceneggiatura per non più

di un paio d’ore. Sapeva che Dagoberto altro non aveva per la testa

che il caso di don Tassiano, così interruppe il lavoro e si mise a mostrare

le foto della misteriosa “A G B” alla zia Clarissa. Questa dichiarò

di non conoscerla e di non volersi immischiare per nessuna

ragione al mondo. Ne seguì un battibecco riguardo a cosa avrebbe

dovuto e non dovuto fare la zia nei confronti del commissario Amulio

Pesce quando era in missione a Grosseto e spesso si trovavano

insieme. Secondo Guen non v’erano dubbi che le avesse fatto la corte.

«Fesserie! Se ne è tornato a Roma senza dire né ai né bai!»

«Dici di quella sera a cena?»

«Sì, la cena delle beffe!»

«Calmati! Non dire stupidaggini! Erano più di 36 ore che non aveva

chiuso occhio.» - le ricordò Guendalina - «e poi ho saputo che è stato

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letteralmente risucchiato a Roma per essere poi sommerso dal lavoro...»

«Neppure il tempo per una telefonata? Non mi far dire parolacce!

Basta! L’argomento è chiuso.»

«Perché, secondo te, Florena ha questa faccia?» - Guen le mise la

foto sotto il naso.

«Ma che ne so? Dovrei saperlo?...» - poi fu intrigata - «Non l’avevo

mai vista così...»

«Allora?»

«Oddio... certamente Florena non è una persona serena. Così coinvolta

con la religione...»

«Vuoi dire bigotta?» - domandò Guen.

«Ma no! Cioè... è presa, questo sì.»

«Lo sapevi che don Tassiano era il suo padre spirituale?»

«Chi te lo ha detto?»

«Lo sapevi o no?»

«So che ha... insomma, aveva, molta simpatia per quel prete...»

«Per quel prete o per quell’uomo?»

Clarissa la guardò esterrefatta.

«Non mi sono mai posta questa domanda... ciò però vuol dire che lei

non mi ha mai dato segnali tali da.»

«E tutte quelle baciapile? Un paio di volte le hai riunite pure qui.

Come fai ad andarci d’accordo, tu, che sei una miscredente?»

«E ora, cosa ti piglia? Quel che io credo o non credo non è affar tuo.

Noi aiutiamo chi ha bisogno ed ognuno lo fa secondo il proprio Dio,

va bene? E adesso basta!»

«Il marito di Florena, per quel che ne è rimasto, è possessivo e geloso.

Lei, un’anima candida, ricama biancheria alla luce della finestrella

all’ultimo piano della casetta antica, si comunica tutti i giorni, si

confida con un prete sanguigno e fustaccio che si prende cura del

suo spirito sofferente e che tanto si preoccupa per lei da andarla a

trovare in assenza del marito...»

«Sei fuori strada, Guen! Sono malignità da comare! Bassi pettegolezzi!

E te stai diventando cattiva, come cattivo è l’animo di qualunque

investigatore!»

«Jole! La lingua batte dove il dente duole!» - cantilenò la ragazza.

«Uffa! E ti sia chiaro una volta per tutte: conosco Florena, è cattolica,

non solo praticante, ma addirittura fervente. Mi ha confidato che

malgrado non possa avere figli, ama suo marito e non metterebbe in

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pericolo il matrimonio per nessuna ragione al mondo. Per lei sarebbe

peccato mortale, letteralmente: come “conficcare un altro chiodo

nelle membra del Cristo”. L’ha detto lei. È chiaro il concetto?»

«Va bene, vi lascio in pace.»

«Come sarebbe “vi”?»

«Te, Amulio, Florena e tutte le dame di beneficenza.»

«Deo gratias!»

Nel frattempo Dagoberto gironzolando in Internet nei pressi di Abbadia

San Salvatore e della sua storia relativamente recente, aveva

scoperto un fatto che lo aveva fatto sobbalzare: il padre di don Tassiano,

Arrigo Ciompi, prima di impelagarsi con i debiti di gioco, era

stato un uomo politico influente ed aveva fatto parte delle commissioni

per la conversione dell’economia della zona alla chiusura delle

miniere e per il ricollocamento della forza lavoro. Era dunque possibile

avesse avuto a che fare con quello Statteo Tamanti, padre del

Prof, il quale poi lo aveva aggredito ed una volta arrestato per

l’aggressione, si era suicidato, pregiudicando per sempre il destino

della famiglia ed in particolar modo dello stesso Ruggero. Se così

fosse stato, l’omicidio del sacerdote poteva avere un movente antico

quanto l’uomo: vendetta, faida, castigo, riparazione di un antico

torto. Aggiungetevi la gelosia con un sospetto sul sacerdote ed avrete

un movente infiocchettato! Supponiamo si scoprisse che Ruggero

era nei pressi delle vecchie miniere Sabato sera fra le 20.30 e le

23.30?

Più ci pensava e più gli sembrava di aver fatto una scoperta che levati!

Ah, ci fosse stato Amulio!

“Questa volta non è passato che un giorno dalla scoperta del cadavere

ed io so già dove mettere le mani. E scusate se è poco!” - mormorò

ad una platea immaginaria.

Chiamò il comando di Abbadia San Salvatore e chiese al maresciallo

Bandini se poteva andarlo a trovare... in via confidenziale... sì, magari

in un bar, a prendere un aperitivo... al Bar Centrale, O.K.

Quando Dagoberto ebbe finito di illustrare al maresciallo ciò che

aveva in mente questi rimase perplesso per un paio di sorsi del bitter

che teneva in mano. Infine si decise.

«Si tratta di roba molto vecchia... però, qualcosa mi pare di ricordare...

Ciompi - Tamanti... Arrigo Ciompi... come no! Era un pezzo

grosso. È stato assessore per parecchi anni, qui ad Abbadia, un per-

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sonaggio ingombrante, che però poi si è rovinato con le scommesse.»

«Fin qui tutto quadra.»

«Una volta fu aggredito...»

«Ne è sicuro?»

«In paese non si parlò d’altro per un bel po’. Non ero ancora

nell’arma, ma ora ricordo bene che quando vi entrai, un paio d’anni

dopo, fui io ad occuparmi dell’archiviazione del caso Ciompi - Tamanti...

Lei m’ha riportato a quasi una trentina d’anni fa, ingegnere.»

Dagoberto era raggiante.

«Adesso che abbiamo un possibile movente, resta da provare il simul

imbidemque.» - incalzò.

«Il cosa cosa?»

«Uh? Ma il simul ibidemque...»

Il maresciallo cominciò a guardarlo come colto da improvviso dubbio

sulla sua salute mentale.

«Mbeh, confesso che è un modo di dire che ho inventato io... lei non

poteva saperlo. Allora, l’alibi vuol dire altrove. Se uno ha un alibi,

vuol dire che non era nel luogo del delitto nel momento giusto per

compierlo. È vero che se uno non ha un alibi è sospettabile, ma è

certamente molto più sospettabile se si prova che era nel luogo del

delitto nello stesso tempo in cui il delitto veniva compiuto. Ibidem

vuol dire appunto nello stesso posto e simul, simultaneamente o

contemporaneamente. Ibidem et simul è brutto, peggio ancora ibidem

simulque! Così ho scelto: simul et ibidem, oppure simul ibidemque, faccia

lei, tanto per me è lo stesso.»

«Ah! Lei dice che fa lo stesso?»

«Oh, sì! Ora se si riesce a provare che Ruggero Tamanti si trovava

nei pressi delle vecchie miniere fra le 20.30 e le 23.30, cioè il suo simul

ibidemque, sarebbe piuttosto sospettabile, anche se ciò, si badi

bene, non sarà sufficiente per incriminarlo. Non è d’accordo?»

«Per la miseria, ingegnere!»

Il cellulare del maresciallo squillò. Dalla faccia che fece, Dagoberto

capì che lo stavano chiamando con urgenza per servizio.

«Devo andare. Lasci che offra io.»

«Sembra non ne abbia il tempo, maresciallo; penso io.»

«Dobbiamo recarci a Tre Case.»

«Chi?»

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L’espressione di mutismo del maresciallo era fra il dispiaciuto ed il

determinato.

«O.K. scusi, maresciallo, ma un certo Felio non è di Tre Case?»

Ottenne solo un’alzata di spalle. Il funzionario si calcò il berretto di

ordinanza, accennò un saluto militaresco ed uscì a gran passi.

Per tutto il resto della giornata Dagoberto non pensò ad altro che a

quanto peso potessero avere i suoi sospetti sul Prof e come fosse possibile

scoprire dov’era in quel fatidico sabato sera.

Capitolo VIII

Giovedì, quinto giorno dalla sparizione del sacerdote e secondo

dalla scoperta del cadavere.

I ragazzi si svegliarono tardi. Erano quasi le 10. La zia Clarissa era

già uscita. Aveva lasciato Margherita ed un biglietto sul tavolo, nel

quale chiedeva che la portassero fuori a far pipì perché lei non ne

aveva avuto il tempo. Nessuno dei due aveva voglia di prepararsi la

colazione, inoltre erano curiosi di apprendere le notizie dal giornale.

Così decisero di unire l’utile al dilettevole, cioè portarsi Margherita

da Fioraldo.

Vi trovarono alcuni montiglianesi, abituali frequentatori del bar a

tutte le ore. Col bicchiere in mano, bianco o rosso non faceva differenza,

erano tutti intorno ad un uomo alto e robusto, dall’aspetto

autorevole. Li guardava come se ormai li avesse in pugno.

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Dagoberto lo riconobbe subito. Si scambiarono un’occhiata e l’uomo

lo invitò ad avvicinarsi. Il cerchio degli ascoltatori si aprì. L’uomo al

centro, sorridente, porse la mano.

«Lei fa parte dei torneadores ingegnere!»

«Ingegner Oderio Bongi, vero?»

«Eh, fra ingegneri c’è subito una bella intesa! Cosa posso offrirle?

Oh, ma vedo che è accompagnato!»

Dagoberto con gli occhi chiamò Guendalina.

«Questa è la mia compagna. Guendalina Corelli... l’ingegner Bongi.»

- calcò a bella posta su “ingegner”. L’occhiata flash vergatagli

dall’interessato era di compiacimento o di rimprovero?

«Non mi dica che è parente di Clarissa!»

«Mia zia.» - disse asciutta Guen mentre lo osservava insistentemente.

«Benissimo!» - si sperticò - «Allora le avrà certamente parlato di me.

Qualche mese fa ho curato la sua Margherita.» - si chinò ad accarezzare

la bestiola che gli leccò la mano, poi si rialzò e guardò intorno

per riagganciare l’attenzione dei presenti, semmai ce ne fosse stato

bisogno - «Cosa posso offrirvi?»

«Non è assolutamente il caso.» - affermò risoluto Dagoberto, poi

onde evitare il contrattacco - «Qui a Montigliano è nostro ospite e

sarò io, a nome di tutti i montiglianesi ad offrire... insisto.» - si guardò

intorno e raccolse un’unanime approvazione.

Il Bongi sembrò rimanerci un po’ male, ma reagì subito.

«Inutile dire che mi sento davvero lusingato. Così approfitto per

annunciare l’invito a tutti i presenti e naturalmente ai loro compaesani

a partecipare alla mia conferenza. Sarà per Sabato sera alle

21.30 a Castel del Piano, nel locale del cinema.»

Nel dir così produsse un paio di locandine e le porse a Fioraldo con

preghiera di affiggerle in modo che si vedessero bene.

«Allora?» - chiese Dagoberto.

«Ah, sì, caro torneador, accetterò un bitter analcolico, grazie di cuore.»

Dagoberto ordinò anche la colazione per sé e per Guenda nonché un

giro di bevute per tutti i presenti.

«Che ci ha che vedere coi tori, l’ingegnere?» - domandò un vecchietto

asciutto ed arzillo col suo bravo bicchiere di bianco in mano.

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«Oh, ma no!» - rispose il Bongi - «Ho detto tor-ne-ador, perché ha

partecipato al torneo di scopone scientifico di Santa Fiora... sapete

mi viene di dire così perché sono stato tanti anni in Argentina...»

Curiosità!

«È là che con la mia compagna e collaboratrice, Rosaria, ho ideato e

sviluppato il SAU.»

Dagoberto lo guardò insistentemente.

«È il mio Sinto-Armonizzazione Universale. Ho capito che lei è digiuno

di queste cose, ingegnere, ma se viene Sabato sera, dopo non

lo sarà più. Anzi le posso dire fin d’ora che data la sua preparazione

scientifica lei sarà fra coloro che mi faranno più domande. Conto

addirittura che in seguito si faccia carico di aiutarmi, mentre io, se

lei me lo consentirà, potrò essere di qualche aiuto nelle sue indagini.

So parecchie cose di lei, che le fanno onore, ingegnere!»

«Universale?» - chiese Dagoberto.

«Sta per “con l’Universo”. “Sinto-Armonizzazione con l’Universo”,

ed intendo dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande, tutta

la materia, quella visibile e quella oscura, e soprattutto comunione,

termine che il povero don Tassiano» - alzò gli occhi al cielo - «non

avrebbe forse approvato, ma di comunione si tratta, col pianeta sul

quale abitiamo, la Terra. Comunichiamo con tutto il cosmo, ma con

la Terra che sta sotto i nostri piedi» - pesticciò per rendere l’idea -

«abbiamo un rapporto privilegiato, particolare... Pensi che la Terra

accoglie tutti i ricordi degli esseri che ha generato. Oh, però non voglio

ora anticipare la conferenza.»

Una motocicletta accostò al marciapiede, proprio davanti al bar. Ne

scese un carabiniere. Si tolse il casco ed entrò.

«Qualcuno di voi mi sa dire dove posso trovare l’ingegner de Carolis.»

Tutti gli occhi si volsero verso Dagoberto.

«Sono io.» - disse l’interessato alzando la mano.

«Ah. Meglio così, sono stato al suo indirizzo e non c’era nessuno. Le

dispiace mostrarmi un documento per favore?»

Il giovanotto glielo mostrò.

Il carabiniere controllò e ricontrollò. Infine dalla borsa a tracolla

trasse una penna ed un libercolo. Lo aprì, porse la penna a Dagoberto.

«Firmi qui, prego.»

«Che devo firmare?»

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«Per questo; viene dal Tribunale di Siena.» - tirò fuori una grossa

busta per documenti. La teneva come se qualcuno gliela volesse

sgraffignare.

Il completamento del rito della firma e della consegna fu segnato da

uno scattoso battito di tacchi ed un saluto militare in piena regola.

Uscito il milite gli astanti erano tutti per Dagoberto, guardavano ora

lui ora la busta che teneva in mano. Lui le dette un occhiata e cercò

prima di infilarla nel taschino del blusotto, poi in quella dei pantaloni,

ma quella diventava sempre più cospicua e non voleva entrare

da nessuna parte.

«Ma cos’è?» - sbottò il vecchietto magro di prima.

«Mah, niente.» - si schermì Dagoberto - «Una lettera della Procura.»

«E dai, Veno, mica la può aprire qui davanti a noi!» - esclamò un

tipo alto dalla fronte spaziosa - «E’ c’è i’ segreto istruttorio su queste

cose!»

Dagoberto prese una copia de “Il Corriere della Maremma”, fece un

cenno di saluto al Bongi ed a Fioraldo ed assieme a Guendalina si

defilò in silenzio seguito dagli sguardi ardenti e frustrati dei paesani.

Mentre rientravano si mise a leggere il giornale in modo da farsi

sentire anche dalla compagna.

Era stato fermato un certo Felio Graziali, di Tre Case, ed interrogato

per più di due ore presso il comando di Abbadia. Al termine

dell’interrogatorio il Graziali non era stato rilasciato. Verso le 19 di

mercoledì, il capitano Fermo Zanzi in un’intervista ai cronisti aveva

dichiarato che erano emersi indizi compromettenti a carico del giovane.

L’articolo, firmato proprio da Nanni Gori, continuava citando

indiscrezioni raccolte non si sa come, ma presumibilmente tramite

qualche amicizia nell’ambito del comando.

“La sera del Sabato precedente il giorno della sparizione di don

Ciompi, Felio Graziali pare abbia parcheggiato la sua Mini nella

piazza vicino all’ingresso del centro storico di Abbadia. Intorno alle

20 qualcuno lo ha poi visto salire sull’auto del curato. Sono stati visti

al Bar dello Sport a prendere un aperitivo. Il Graziali appariva alterato

ed ogni tanto alzava la voce. Il sacerdote stesso lo avrebbe riaccompagnato

alla sua auto. Dopodiché il Graziali se n’è andato in

giro non si sa dove, fin verso le 23 quando è stato coinvolto in una

rissa in un bar di Piancastagnaio. Ricordiamo che il referto

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dell’autopsia sul cadavere di don Ciompi ha stabilito che la morte è

avvenuta fra le 20.30 e le 23.30 di Sabato.

Abbiamo chiesto al capitano Fermo Zanzi come spiega che la macchina

della vittima sia stata ritrovata sull’Aquilaia.

’Stiamo indagando sulla possibiltà che avesse un complice.’ - è stata

la sua risposta - ’Il presunto omicida, o il suo complice, ha guidato il

Kangoo della vittima fin sul monte. L’ha spinta giù. Poi sono tornati

al punto di partenza.’

’Perché, secondo lei, l’assassino non ha trasportato il corpo di don

Tassiano dentro la sua macchina per farlo sparire nel dirupo?’

La risposta del capitano: - ’Stiamo valutando l’ipotesi di un piano di

depistaggio. Non dobbiamo pensare di avere a che fare con un mentecatto!’

- Dagoberto e Guendalina immaginarono che quelle parole

fossero state pronunciate con un sorriso di autocompiacimento -

’Riteniamo il presunto omicida lucido ed astuto.’

Gli abbiamo chiesto se si riferiva a Felio Graziali.

’Sto parlando di un presunto omicida. L’auto poteva essere localizzata

in breve tempo e le ricerche sarebbero state svolte in una zona

intorno al ritrovamento, com’è ovvio.’ ”

Dagoberto raccontò a Guen quello che aveva saputo durante quel

memorabile torneo di scopone. Le parlò del petardo in chiesa e di

Spirita, la donna che si prendeva cura di Felio come di un figlio, in

memoria della vera mamma deceduta molto tempo prima.

«Quel capitano ha preso un abbaglio.» - dichiarò infine Dagoberto.

«Sai cosa sembra?» - acconsentì la ragazza - «Li hai presenti i telefilm

polizieschi?»

«Ho capito. L’incaricato delle indagini arresta sempre per primo la

persona sbagliata. D’altra parte vi sono dati oggettivi che accusano

questo Felio. Ci sarebbe anche un complice a portata di mano...»

Guen lo guardò meravigliata.

«Conosci amici di Felio e non me ne hai parlato?»

«No, no. Spirita...»

«Non ti ci provare nemmeno! Quella povera donna lo cura come

una mamma e farebbe qualsiasi cosa...» - si fermò.

«Appunto. Ma stai tranquilla, i sospetti su quel giovanotto sono soltanto

di carattere tecnico. Questo caso presenta aspetti sottili.» - assunse

quell’aria assorta che Guen conosceva bene e che le piaceva.

«Non me ne volere» - continuò Dagoberto - «ma a detta dello stesso

don Tassiano, Felio è uno di quei ragazzi poco cresciuti... un bam-

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occione. Può arrivare a tirare un petardo in chiesa, ma di premeditare

un’azione così... così spietata, così...»

«Premeditata? Perché dici questo?»

«Non lo so ancora di preciso. Vi sono due fatti degni di nota. Uno è

eclatante: trasportare l’auto della vittima a 40 km di distanza dal

luogo del delitto - un buon depistaggio. Potrebbe essere stato improvvisato,

ma la necessità di un complice immediatamente disponibile

fa pensare ad un accordo pregresso, ad una premeditazione,

appunto.» - prese su la busta di tabacco e la pipa , ma non la portò

neppure alle labbra - «L’altro fatto è che sembra che la colluttazione,

sempre che non sia stata simulata, sia avvenuta a parecchi metri da

dove la vittima è stata colpita, alle spalle, con precisione chirurgica.

Con odio? Con disperazione? Senz’altro con terribile determinazione!

Ho fatto un po’ di conti, approssimativi s’intende, ma data la

devastazione subita, il cranio di don Tassiano è stato colpito con una

potenza di poco inferiore a quella sprigionata da un atleta nel lancio

del peso. Quella pietra pesa quasi 2 chili! Ora, cosa ha scatenato una

tale violenza? Cosa ha suscitato don Tassiano nella mente,

nell’animo e nei muscoli dell’assassino? Qualunque cosa sia, quando

e come l’ha provocata?»

«Basta, ti prego! Mi piace quello che hai detto, ma è troppo, tutto

insieme. Vado a trovare Spirita.»

La vide dirigersi verso l’auto, poi fermarsi all’improvviso e tornare

verso di lui. Sapeva senz’altro perché: la missiva della Procura! E

Dio ci scampi avesse avuto la temerarietà di invocare il segreto istruttorio!

L’aprirono. Conteneva una lettera ed un allegato.

Si dava il caso che una decina di giorni prima Dagoberto fosse stato

convocato dal Giudice Moranghi del Tribunale di Siena per il conferimento

di un incarico per una perizia sulla stabilità di una struttura

muraria all’ingresso di una galleria di una miniera abbandonata.

Nell’allegato c’erano le risposte a delle richieste di chiarimento che

Dagoberto aveva inoltrato all’assistente del giudice. C’era infatti una

precisazione riguardo l’ubicazione ed alcuni dati tecnici riguardanti

la miniera e la muratura che ne impediva l’accesso.

«Mi ricordo» - disse Guen - «Ma non ha niente a che vedere con

l’omicidio di don Tassiano.»

«Che c’entra? Qualcuno ha sporto denuncia perché si è sentito parte

lesa di qualcosa che ha a che vedere con l’accesso a quella miniera. Il

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giudice... fammi vedere... ah, ecco, il giudice Moranghi è incaricato

di accertare responsabilità di qualche genere.»

«Un bell’incarico da ingegnere! Non sei contento?»

«No, assolutamente. Bastava un maestro muratore. Anzi, dovrò cercarmene

uno che mi dia una mano.»

«Ma... allora? Tutto quel po’ po’ di Laurea? Te la straccio io o fai

tutto da solo?»

«Serve per la responsabilità; non ti rendi conto di quel che dici.» -

affermò serio Dagoberto.

«Senso umoristico saltami addosso...» - salmodiò allegramente

Guen.

«Okey okey. C’è però qualcosa di strano.» - disse Dago mentre esaminava

le carte - «Le risposte non sono quelle che mi aspettavo. Si

sono mantenuti sul generico. In pratica dovrò recarmi sul posto e

cercare di capire cosa c’è da fare... insomma, mi sembra un invito ad

indagare...»

«Ahi ahi ahi! Ci risiamo! comincio a preoccuparmi... e lo dico sul

serio.»

«Adesso basta! Non dovevi neppure vederle queste carte. Anzi, tu

non le hai mai viste, chiaro?»

«Bum!»

«Uffa! Lasciami in pace. Ho da fare per il progetto del conte e poi

voglio sapere di più sul Prof.»

«Non ti accanirai contro di lui, eh? È soltanto un po’ incasinato, anzi,

ti dirò che grande e grosso e frescone com’è, mi fa tenerezza.»

«A te basta un volto triste per farti sdelinquire. Fai come quella nostra

amica che al sentir dire di Hitler che da piccolo era maltrattato

dalla madre, se ne uscì con un “povera creatura!”. Il Prof, come lo

chiami te, è sospettabile e come!»

Fremeva dalla voglia di impicciarsi degli affari di Ruggero Tamanti,

ma decise di farlo più tardi.

La sua ragazza invece uscì e filò via.

Verso mezzogiorno però non ce la fece più neppure lui. Guardò

Margherita.

«Ora io vado, ma tu resti sola soltanto per poco.» - le disse - «Clarissa

sarà qui a momenti.»

Così, in preda al demone che oramai ben conosceva, piantò il lavoro

sul preventivo e schizzò via in direzione de La Faggia, dove appunto

abitava il professor Tamanti.

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Nel frattempo, ad Abbadia, l’incontro fra Guendalina e la tutrice di

Felio Graziali, Spirita, era cominciato da un pezzo.

C’erano stati i soliti segni di ospitalià maremmana, quali l’offerta del

caffè, di biscotti, di un dolcetto fatto in casa, o forse Guen preferiva

uno spuntino a base di salsiccia di cinghiale e di un bicchiere di vino?

Spirita ingaggiò volentieri conversazione soltanto dopo aver

piegato l’apparente resistenza dell’ospite con un caffè, una fetta di

crostata e dei cioccolatini.

«E’ ci ha 34 anni, i’ mi’ Felio» - esordì - «ma mi fa disperare! E’ vole

vivere da solo e un sa nemmeno cocere un ovo o rifare il letto! Cara

Gu... Gue...»

«Guen, va bene.»

«Un nome un po’ strano...»

«Sì, è vero, Spirita, è un po’ strano.»

«Un po’ forastiero, vero?»

Guen annuì. Era intrigata da una distonia: la donna che aveva di

fronte era piacente, non priva di una certa grazia innata, il viso ben

curato, indossava degli orecchini semplici, piuttosto carini, ma la

sua parlata era grezza, anche se schietta.

«In tutti i modi e’ dicevo, ma quante volte e’ gli ho detto: “Vuoi che

venga a vivere da te o, se tu preferisci, tu pói rimanere da me

quant’e’ tu vói! Non stare da solo; poi tu bevi, tu ti metti a guardare

que’ giornalacci azzardosi”... sa Gu... Gue... la mi capisce.» - gettò

un’occhiata all’orologio appeso sopra la porta della cucina.

«Pornografici, dice?»

«Ecco, sì. Però gli è un bon ragazzo. Propio dabbene. E’ mi vole bene

come alla su’ mamma... povera donna, che la morì che gli era un

bambino... unn’aveva ancora 17 anni! Uhm, i’ babbo, che l’ha mai

visto lei? Ecco nemmeno lui! O’, ma io gli fo da mamma e da babbo,

eh! L’è la seconda volta che lo levo da sotto le manacce di qui’ carabiniere.

Perché quando l’è i’ momento e’ divento peggio d’un omo

io, sa!»

Guen osservò le braccia nude di Spirita. Gli avambracci le parvero

diventare più muscolosi di quanto aveva notato all’inizio.

«Allora l’hanno rilasciato.» - disse.

«Lo dovrebbero rilasciare stamani!» - alzò l’indice - «E gli ha spiegato

che non voleva dire cosa aveva fatto dalle otto e mezzo a mezzanotte,

perché non voleva che io sapessi che gli è andato in giro per

boschetti a fare i’ guardone. E sembra anche che qualcuno che l’ha

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iconosciuto l’abbia cacciato via. Figuriamoci! E’ lo so da un pezzo,

io, icché fa! La m’ha telefonato e’ sarà un quarto d’ora fa la psichiatra

dell’ASLe, pe’ dirmelo.» - guardò di nuovo l’orologio e parve

confrontare l’ora con quello che aveva al polso.

«La psichiatra?»

«Ah, no no. No no no! Lei la mi piace, però la non faccia come fanno

tanti! I’ mi’ Felio gli è a posto. Altro che matto! È intelligente, buono,

gentile con tutti. Ma la sa icché gli ha? Gli è brusco; e’ lo riconosce

anche lui. Un vole mosche su i’ naso. E’ letica spesso con chi lo tratta

male... o lo piglia in giro. E io gli do ragione! Ma, sa, nei paesi se

avviano a stare addosso a uno...»

Guen assentì.

«Ecco, brava! La m’ha capito! Ma io... e’ son furba eh! Da principio e’

me la pigliavo con quelli dell’ASLe, ma poi mi son persuasa che la

cosa l’aveva i su’ lati boni. Siccome di marachelle i’ mi Felio ne fa,

vero, allora io, quando l’è il momento e’ fo intervenire la psichiatra,

ha capito?»

«E con don Tassiano, come si trovava?»

Spirita si fece due volte il segno della croce e dette un’occhiata al

soffitto.

«Sa, Iddio mi perdoni, davvero mi perdoni, ma don Tassiano» - altro

segno di croce - «gli era troppo preso.»

«Preso?»

«Lui, io l’avrei mandato in Africa, a convertire e’ negheri, perché gli

era missionario, di natura, lui.»

«Mi sembra di capire che stava parecchio dietro a Felio.»

«Parecchio dietro, la dice? Gli era sempre addosso, altro che storie!

Presempio, ora gliè un pezzetto che i’ mi’ Felio gli aveva trovato qui’

lavoro dalla Gegia...» - all’espressione interrogativa di Guen precisò:

- «L’è quella che l’ha un podere poco qui fori da Abbadia, verso

Piancastagnaio... e’ l’è una furba di tre cotte! Non avendo omini per

lavorar la terra, l’ha diviso i’ podere in tanti campi che poi la li affitta

a questa gente smaniosa di durar fatica... sa, quelli che stanno a

sedere tutt’i’giorno, che secondo me un fanno nulla dalla mattina

alla sera... e così, dicevo, i’ mi’ Felio e’ va lì a pulire dalle foglie secche,

a riaccomodare e’ tubi dell’acqua, a portare i’ concime su i’ posto...»

- al cenno di assenso di Guen continuò - «Il lavoro gli fa bene

e poi e’ mi porta spesso verdura e d’estate anche frutta, sedani carote...

In tutti i modi don Tassiano, Iddio l’abbia in gloria» - altro se-

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gno della croce - «un giorno sì e l’altro anche e gli andava lì a trovarlo.

Diceva che gli è un grandiglione e che e’ doveva crescere e diventare

un omo; ha capito? Iddio ci scampi! L’ha visto com’e’ vengono

su gli omini, da queste parti? E’ saranno anche cresciuti, ma secondo

me, i più son cresciuti male! I’ mi’ Felio invece l’è un ragazzo d’oro e

sarebbe meglio rimanesse così! Non per dire, vero, ma è davvero un

bel figliolo eh! E io gli voglio bene. Ora, presempio, qui’ prete» - occhi

al celo ma senza segno della croce - «la lasci che glielo dica:

unn’aveva mica sempre dei pensieri boni, eh! Gli era capace di far

fantasie su me e su Felio. Certo, gli è vero, e’ gli avrebbe bisogno di

una donna....»

Rimase in silenzio a riflettere. Poi mormorò quasi parlasse a sé stessa:

«C’è da capire che non gli posso bastare, per quanto io...» - di nuovo

un silenzio.

«Per quanto lei?»

«Per quanto io, niente.» - serrò la bocca e la guardò con l’aria di chi

ha detto fin troppo.

Guendalina cambiò discorso.

«Lo conosce quel signore qui di Abbadia? Un certo Bongi.»

«Chi, l’Oderio? Quello che vende que’ bracciali... che e’ dice che son

d’accordo con le stelle o cose del genere?»

«Cose del genere.»

«E’ s’è provato. E’ c’è andato due o tre volte. Brava persona! Felio

diceva che e’ poteva anche fargli bene. Sa, i’ rilassamento, tutte quelle

storie sull’universo... oddio, e’ mi pare un po’ tocco, con tutti que’

discorsi di fare amicizia co’ i’ corpo, co’ i’ cielo e con la terra, che si

ricordano di tutto...»

«Pratica l’esoterismo, dunque.»

«Cosa? Ah, ho capito, ma se la lo vole fare imbestialire la gli dica in

qui’ modo. Gli salta subito la mosca a i’ naso! E’ dice che l’è una

questione elettrica o littronica. Mah! D’altra parte lui l’è ingegnere. È

uno che dicono n’abbia fatte più di Carlo in Francia. È stato anche

all’estero, tutto quello che la vole, ma e’ c’è un ma: e’ gli è caro assaettato,

e noi...»

In quel momento si udirono le sirene dei carabinieri in rapido avvicinamento.

Spirita guardò l’orologio.

«Che sian venuti a riportare i’ mi’ Felio?»

- 51 -


Si fermarono proprio sotto casa col classico stridio di gomme

sull’asfalto. Di lì a poco il campanello suonò rabbiosamente. La donna

si affrettò ad aprire. Il capitano Zanzi entrò come stesse eseguendo

una marcia militare, seguito dal maresciallo Bandini che al vedere

Guendalina si volse da un’altra parte alzando gli occhi verso il

soffitto, come per dire: “Ci mancava anche questa!”. La marcia del

capitano si arrestò di colpo ad un palmo dalla ragazza.

«Cosa ci fa lei qui?» - gli domandò Guen con candore provocatorio.

Lo Zanzi accennò delle convulsioni. Poi, dopo un paio di respiri di

quelli che insegnano ai corsi di Yoga:

«Ci trovavamo da queste parti... sa com’è, fra un’indagine e

l’altra...» - inspirò ancora profondamente - «noi dell’arma pensavamo

di fare un saluto a quella signora là,» - indicò Spirita - «Anzi, era

nostra intenzione invitarla da noi... vero maresciallo? Comunque ora

mi si sta formando la convinzione che sia... bello, sì, bello, che anche

lei ci segua al comando, per un interrogatorio di quelli riservati ai

ficcanaso. A proposito, lo sapeva lei che le statistiche parlano chiaro?»

Guen deglutì, ma non cambiò di una virgola la postura.

«Parlano chiaro.» - insisté il capitano - «Più del 30 per cento dei ficcanaso

si rivelano poi essere i colpevoli e vengono sbattuti in galera.

Che ne dice Gu... Gua...»

«Non vedo il problema. Sembra che gli inquirenti prendano granchi

nel 70 per cento dei casi... 100 meno 30 fa giusto 70, l’ha appena detto

lei, con tutto il rispetto.»

Il capitano accusò il colpo. Decise di buttarla sullo sportivo.

«Brava. Davvero brava. Questa volta ha sputato più lontano. Le partite

però a volte sono lunghe...»

Di nuovo le sirene di una pantera che si arrestò sotto casa col solito

stridore di gomme.

«Ha già chiamato i rinforzi, capitano?»

«Mi sento davvero lusingato.» - le rispose, e allo sguardo interrogativo

di Guen: - «Sono sicuro che è il suo modo per tentare di sedurre

un uomo.» - un sorriso ferino gli animò il volto.

Il maresciallo era andato ad aprire. Si ripresentò seguito da due militi

con la faccia di quelli che hanno recato cose importanti e si aspettano

attenzione. Il capitano aveva ancora le penne dritte e fece in

modo di non distogliere subito lo sguardo da Guendalina. Quando

lo fece però si trovò davanti agli occhi una bustina di plastica trasparente.

Conteneva un piccolo monile. Guen giudicò subito si trat-

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ente. Conteneva un piccolo monile. Guen giudicò subito si trattasse

di un orecchino. Guardando meglio vide che era d’oro e madreperla,

raffigurante una piccola margherita.

Uno dei militi porse una grande busta giallastra al capo. Questi

l’aprì, ne trasse un foglio e lesse fra i denti:

«Reperto numero... ecc. ecc. acquisito alle ore 7 e 45 del... Ehi, ma è

oggi!»

«Sì, signor capitano, ce l’ha trasmesso la scientifica. È stato catalogato

e subito portato da lei.»

«Mmhm, bravi, non sono ancora le 11. “Dunque, durante

un’ulteriore perlustrazione nell’area relativa al caso numero ecc. ecc.

trovato sul terreno a 5 metri e 50 dal luogo di ... parapà parapà...

cadavere di ecc. ecc.... parapà parapà... orecchino da donna!”» - si

fermò ed alzò gli occhi al soffitto - «Da donna... ma perché non è

stato trovato ieri? Così vicino al cadavere! Sono stati lì per più di 4

ore! Erano in 5, santoddio!»

Continin silenzio. Infine lanciò un’occhiata di traverso alla ragazza

e con aria trionfante:

«O. K. ragazzi! Guardate ben bene quest’orecchino.» - sventolò loro

la bustina davanti agli occhi - «visto?»

«Signor sì»

«Ora perquisite la casa come sapete fare voi... intesi? Dovete semplicemente

trovare il suo compagno.»

«Fermi!» - intervenne Guen - «Capitano, le dispiace mostrare alla

signora qui presente il mandato di perquisizione?»

Al brillare degli occhi dell’ufficiale capì che le era andata male. Il

mandato ce lo aveva eccome! E le fu agitato sotto al naso. Come ultima

mossa Guendalina si piccò di esaminarlo meticolosamente.

«O.K. capitano, questa volta è lei ad aver sputato più lontano.»

«Come le pare, ora però si tolga di tra i... insomma, se ne vuole andare

o no?»

Non c’era che da battere in ritirata.

«Non le buttate tutta la casa all’aria... per favore!» - ebbe ancora la

presenza di dire.

Il maresciallo la prese gentilmente per un braccio, la rassicurò con

un “Si fidi di me.” e l’accompagnò verso la porta.

«Mi scusi, maresciallo, ma non dovevate rilasciare il Graziali?»

«È già in viaggio verso casa sua.»

«Spirita è stata avvertita?»

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«Glielo diremo, stia tranquilla.»

«Ma davvero la volete arrestare?»

«Ma no... Il capitano non è un irresponsabile. Certo, se si trova il

compagno di quell’orecchino...»

«Su, maresciallo, l’ha visto bene? È una cosina fine, di un certo valore.

Si sarà accorto che non è il genere di monile che porterebbe una

Spirita!»

«È nostro dovere controllare.» - sorrise e con garbo indusse la ragazza

ad uscire.

Quando ormai la porta stava per chiudersi, a Guen balenò un’idea.

Richiamò il maresciallo e gli mostrò un paio di foto.

«Le abbiamo scattate poco dopo il ritrovamento della salma... vede

quest’auto? Ecco, ora guardi questa, è un ingrandimento di quella di

prima. Si vede anche la targa.»

Il maresciallo si mise gli occhiali ed esaminò la foto a lungo. Infine

scosse la testa e la restituì.

«Vuol dire che non le dice niente?» - domandò la ragazza.

«No... cioè sì. Tanto ho capito come siete fatti voi due. Avete la targa...»

- guardò Guendalina. Questa gli fece un sorrisetto piuttosto

eloquente.

«Ecco, ho ragione.» - proseguì il maresciallo - «Allora stia ben attenta

a quello che le dico. Non c’è ragione di importunare il proprietario

di quella macchina, né ovviamente i suoi familiari, chiaro?»

Guen lo guardò.

«Chi è?»

Il maresciallo serrò le mascelle.

«Per essere sicuri di non infastidirlo bisogna sapere chi è, non le pare?»

- maliziò la ragazza.

«Già. Oppure il contrario.»

Si udì il capitano chiamare a gran voce.

«C’è sempre il PRA. Che stupida perdita di tempo! Potrei pensare

che lei voglia intralciare le indagini.»

«Oh! Ma davvero? Invece io potrei...»

«Non sarebbe onorevole, da parte sua.» - fece una pausa e quando

giudicò che l’interlocutore fosse sufficientemente confuso, aggiunse:

- «Mi dica chi è e non ci pensiamo più.» - lo sguardo, ma in fondo

tutto il modo di comportarsi del maresciallo suggerivano la sua bonomia,

così a Guen dispiacque un po’ averlo così frastornato.

Il capitano chiamò ancora urlando.

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Forse, fu proprio per quello, alla fine, che Guen la spuntò.

L’auto apparteneva ad un certo Erino Francelli, un imprenditore nel

campo dei trasporti di materiale edilizio, persona molto influente.

Tuttavia l’immagine nella foto mostrava un giovane sui vent’anni e

non poteva essere di Erino, perché costui, a detta del maresciallo,

viaggiava sulla cinquantina. Guen, con un soffio sulla mano inviò

un bacetto di ringraziamento al maresciallo che la guardò attonito.

Mentre la porta si chiudeva alle sue spalle il pensiero di Guendalina

volò alla donna guardata insistentemente dal giovane Francelli. Era

per caso la donna dell’orecchino? E magari del fazzolettino? O ce

n’era una di quello ed una di quell’altro? In che rapporti stava costei

col Francelli? Doveva sapere. Erano da poco passate le 11. Si diresse

a piedi verso il centro di Abbadia ed entrò in un bar per fare uno

spuntino.

Dietro al bancone vide una ragazza più o meno della propria età ed

un ragazzo più giovane, sulla ventina con piercing alle orecchie e

sul labbro inferiore. A giudicare dai lineamenti poteva benissimo

essere fratello di costei. Mentre assaporava un tramezzino, lo chiamò

e provò a rivogergli qualche domanda riguardante i Francelli.

Quello la esplorò con gli occhi, soffermandosi per qualche attimo sui

suoi seni. Guen si domandò se il suo attaccar discorso con un giovane

del luogo non avesse da quelle parti qualche significato imbarazzante.

Decise di prenderla con disinvoltura. Il ragazzo, al sentir nominare

una famiglia tanto in vista, dapprima manifestò un certo

disagio, poi i suoi occhi ripercorsero il corpo di Guen finché ebbero

un guizzo. Disse alla collega di badare lei al bar che lui doveva parlare

con quella signorina in privato. Guen colse anche un vago ammiccamento,

cui la ragazza rispose con un impercettibile segno di

intesa. Fu invitata a spostarsi in una saletta interna con 5 o 6 tavolini.

Si sedettero ad uno di questi. Non c’era nessuno. Il giovane assunse

subito un aria confidenziale, accattivante, tutto proteso verso

di lei. Per un momento sembrò volesse prenderle le mani fra le sue.

Lo sguardo di Guen, fra il divertito ed il reprensivo lo indusse quanto

meno a rimandare.

In breve scoprì che il figlio di Erino, Dimitrio era pressappoco

20enne, che era un capetto, ammirato e temuto dai coetanei. Ammirato

perché donnaiolo, sfrontato con tutte le donne, ragazze, adulte,

sposate o no, cacciatore di cinghiali, temuto perché robusto, irascibi-

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le e manesco. La sola persona che temeva era suo padre. Come faceva

il giovane a saperlo?

«Basta pensare che l’unica cosa che un fa perché gliela detto il su’

babbo, l’è bestemmiare, come invece dovrebb’essere ni’ personaggio.»

- le rispose subito.

«Che peccato! Niente bestemmie. Ma perché? Son così cattolici, in

casa?» - chiese Guendalina.

«Mah! Questo un lo so. E’ un pezzo che vanno in chiesa tutte le domeniche...

sai, lui, i’ babbo, l’è dimolto ammanicato con gente importante.

Dicono che tiene all’immagine, al buon nome della famiglia

e cose così. Certo, se non ci fosse lui ogni tanto a tirarlo fori dai

guai...!»

«Per esempio?»

La guardò di traverso.

«Mah, un lo so mica se fo bene a parlarne.»

«Non devi mica rivelami dei segreti.»

Quello si tirò su, abbassò lo sguardo e si mise a giocherellare con le

dita. Aspirò più volte col naso. Guen continuò a guardarlo placidamente

mentre, finito il tramezzino, sorseggiava dell’acqua minerale.

Non dovette attendere a lungo.

«Lo sai i’ proverbio della gatta che la seguita ad andare a i’ lardo?» -

sbottò infine il ragazzo.

«Forse.»

«Il lardo, l’hai capito icché voglio dire?» - ammiccò in cerca di

un’intesa.

«Credo.»

«Ora te l’immagini te se il lardo l’è di qualcuno bello grosso!»

«Più di suo padre?»

Il ragazzo roteò una mano per dire: - “Hai voglia te! Sali, sali!”

«Devo indovinare?»

«Provaci.» - si protese di nuovo verso di lei ormai a suo agio.

«Un ministro?»

«Potrebb’essere; focarello focarello, ma d’un’altra brusta.»

«Ah, di un’altra brace. Un capo mafia, allora!» - azzardò, tanto per

sgombrare il campo, perché una mezza idea l’aveva già.

«Guarda che qui da noi la mafia la unn’alligna. Coraggio provaci

ancora... come ti chiami?»

«Guendalina.»

«Bello! Provaci ancora, Guen!»

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Lei voleva fosse lui a dirlo.

«Non riesco ad immaginare di chi potesse essere moglie...»

«Dev’essere moglie per forza?»

«Un’amante, allora.»

«Una parola un po’ irriverente. Diciamo una protetta...»

Guen scosse la testa.

«Non ti ci facevo così fino.» - lo blandì - «Ora però non so proprio

cosa pensare.»

Il ragazzo guardò in alto alle sue spalle. Guen si voltò. Sulla parete

c’era un poster con l’immagine dell’abbazia benedettina, delle fotografie

appiccicate sia ai margini dello stesso sia al muro... più in alto

c’era anche una stampa raffigurante il crocefisso ligneo del XII secolo,

uno dei gioielli dell’abbazia stessa. L’idea avuta era dunque giusta!

«Insomma» - gli disse con un sorrisetto d’intesa - «la favorita di un...

diciamo illustre personaggio del quale è un peccato sospettare che

faccia peccato.»

Il giovanottino assentì.

«Di quale diocesi?» - insisté la ragazza.

«Insomma, se unn’è lecito, unn’è lecito! I’ cche centra la diocesi? E

poi un me ne intendo.» - sorrise e di nuovo fu sul punto di prenderle

le mani.

Guen continuò fingendo di ignorare quell’evidente intenzione:

«E quando sua Eccellenza se n’è ammoscato, come dite voi, ha convocato

il padre e...»

«Propio così. E lui gli ha fatto una rinfonfea da levargli i’pelo, a i’ Dimitrio!»

«Così ora per punizione non può più bestemmiare.»

«Brava.»

«E da quel giorno, in virtù del generoso amore di una timorata di

Dio, i Francelli vanno in chiesa tutte le domeniche.»

«Oh, però io unn’ho mai detto niente, eh?» - quasi implorò, la fronte

improvvisamente solcata da rughe.

«Assolutamente!» - lo rassicurò, un po’ ridendo, un po’ seriamente -

«Sei davvero un caro ragazzo.»

«Tu sei bella, cara Guendalina.» - nel dir così le prese le mani fra le

sue.

Lo lasciò fare senza però trasmettergli al contatto alcuna disponibilità

reale.

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«Ma dimmi un po’... scusa, come ti chiami?»

«Quisilio, ma puoi chiamarmi Silio. È solo per gli amici.» - gli occhi

gli brillarono.

«Grazie. Sei davvero un tesoro.»

«Che volevi sapere?» - chiese premurosamente.

«Ah, niente. Mi hai incuriosito con le storie di questo Dimitrio. Vedi

in fondo in fondo, mi sembra che lui le donne le subisca.

«Ma che dici?» - si scostò.

«C’è qualcosa di ossessivo nelle sue conquiste.»

«Dici?» - era sinceramente meravigliato.

«Ma certo, Silio, certo! Per esempio, adesso qual è la donna che lo ha

per le mani?»

«Santoddio!»

«Avanti, dimmelo e son sicura di dimostrarti qual è il tallone di questo

Achille.»

Quisilio esitò. Guen lo guardò con uno dei suoi sorrisi più smaglianti.

Ne fu catturato. Si avvicinò ancora. Lei fece altrettanto e gli porse

l’orecchio.

«La non si dovrebbe nemmeno nominare.» - sussurrò - «L’è una sposa

di Piancastagnaio, Albanora la si chiama, 36 anni e i’ marito è

omo importante... e co’ Francelli gli ha della ruggine... dicono.»

«Uomo importante, dici? Quanto?» - chiese Guen a voce alta.

«Sss!... Gli è un Borghesi, una casata antica... Cosimo gli è una specie

di nobile insomma. Comunque lei la unn’è mica da tanto meno...

una Gioisi, dico, vero?» - improvvisamente si drizzò e si scostò un

poco e lasciò la presa sulle sue mani - «Ma cosa tu mi fa’ dire. Che

m’ha preso pe’ un segone?»

«Cioè?»

«Ah, già, un t’un sei di qui. Io... un son mica un boccalone, io!»

«Calmati! Non hai capito qual è il punto debole di Dimitrio?»

La guardò sorpreso ma anche un tantino diffidente.

«Ma è chiaro come la luce del sole!»

A Guen venne da sorridere al vedere la curiosità disegnarsi sulla

faccia del ragazzo. Si trattenne.

«Scommetto che sua madre è una bella donna.»

La meraviglia suscitata ne fu la conferma.

«Ma è chiaro, Silio! È roba da manuale! Dimitrio è geloso marcio di

suo padre Erino. Devi però tenere presente che per lui il padre è soprattutto

e forse soltanto un uomo influente. Uno che ha potere e

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per questo è ammirato da sua moglie. Non potendo portargliela via

perché è anche la sua mamma, è spinto convulsamente a prendersi

le mogli o le donne di uomini importanti come o più del padre.» - il

giovane non le staccava gli occhi di dosso - «Complesso di Edipo.

Ne sai qualcosa?»

«Ne ho sentito parlare qualche volta... ma non immaginavo fosse

qualcosa di... di reale, capisci?»

«Invece lo è eccome! E Dimitrio ne è un esempio lampante. Però,

vedi, poiché non ne è minimamente consapevole, non sarà mai appagato

dalle sue conquiste non importa quali e quante, e continuerà

a cacciarsi in un ginepraio dietro l’altro. Interessante, no? Dimitrio è

un ragazzo insoddisfatto. Non ne sei contento?»

Sul volto del giovanottino si susseguirono incredulità, lampi di comprensione,

voglia di crederci, sufficienza, rispetto ed anche un malcelato

disappunto che lo indussero a prendere un po’ le distanze da

una ragazza così saputella, e soprattutto tanto impertinente da minare

l’icona di un Dimitrio, talmente affascinante da sfiorare il mito.

Anzi, come spesso succede, fu proprio questo che lo infastidì e cancellò

tutto il resto.

«Sarà...» - sbottò - «Ma Dimitrio gli è ganzo e se la gode da matti!»

«Così sembra...» - incalzò Guen che percepiva il dissolversi di un

incantesimo - «dove lo posso trovare, ’sto Dimitrio?»

Silio sgranò tanto d’occhi. La scrutò per cercare d’indovinare la motivazione

che poteva spingere la ragazza ad entrare in contatto addirittura

col bullo massimo di Abbadia.

«Davvero tu vuoi incontrare Dimitrio?»

«Perché, mozzica?»

«Sì, cioè no. Comunque la cosa non mi deve riguardare.» - appariva

decisamente frustrato.

«Bravo. Allora? »

Il ragazzò consultò l’orologio.

«Mah, a quest’ora prova a i’ biliardo, dall’altra parte della strada, un

po’ più avanti.»

«Va bene, ci proverò.» - poi presa da una certa tenerezza - «Comunque

stai tranquillo, Silio, Dimitrio non corre alcun pericolo. Io non

sono la donna di un uomo importante.» - ricevé il cenno di un sorriso

- «Bene, quanto devo?» - domandò mentre si alzava per congedarsi.

«Lascia stare, offro io.»

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«Ti ringrazio, ma non posso accettare.»

«3 e 50, allora. Alla cassa» - era ormai sconsolato, abbandonato

scompostamente sulla sedia.

«O.K.» - Guen si chinò e gli dette un tenero bacetto sulla guancia -

«Ciao, Silio. Sei stato davvero gentile. Mi ricorderò di te.»

Il ragazzo si ricompose ed ancora un sorriso, in verità un po’ amarognolo,

gli increspò le labbra. Poi, come ridestato dal torpore:

«Ehi!» - la richiamò - «Mi raccomando! Acqua in bocca!»

Mentre usciva per strada, il pensiero di Guendalina volò alla donna

guardata insistentemente dal giovane Francelli. Albanora Gioisi

Borghesi - "A G B": il ricamo sul fazzolettino! Dunque Dimitrio ed

Albanora erano stati sul luogo del delitto. Quando? Se erano preoccupati

ci sarà stata una ragione. Sorpresi in flagrante adulterio da

don Tassiano che minaccia di avvertire il Borghesi? Un movente

DOC!

Ciònonostante l’animo di Guen era agitato da altri venti tempestosi.

Capitolo IX

Sempre Giovedì, quinto giorno dalla sparizione del sacerdote e

secondo dalla scoperta del cadavere - una giornata davvero intensa.

Intanto Dagoberto giungeva a La Faggia. Era circa la mezza. Parcheggiò

vicino al bar ristorante aperto sulla provinciale. Vi entrò ed

ordinò un caffè. Nel bar non c’erano altri clienti.

«Questa è finalmente La Faggia, vero?» - domandò al barista, un

giovanotto poco più che ragazzo, dall’aria mortalmente annoiata.

Ricevé appena un cenno di assenso.

«Senta, vengo da Roma e devo consegnare un documento al professor

Tamanti. Come lo trovo?»

«Mbeh, non è facile spiegarlo.» - le braccia rilassate, le spalle ciondoloni,

il tipo non aveva voglia di reagire all’uggia.

«A lui o a sua moglie.» - continuò Dagoberto.

Una scintilla balenò negli occhi del ragazzo. Cominciò a guardare

Dagoberto con aria inquisitoria.

- 60 -


«Sua moglie?» - finì per domandare.

«Sì, anche a sua moglie va bene.»

Fece la smorfia di chi avrebbe da obiettare, ma che di fronte

all’incognita di uno che viene apposta da Roma, trova necessario

valutare bene ciò che si dice, per non far figuracce, naturalmente,

non certo per soggezione, essendo maremmano.

«Allora?» - premé Dagoberto.

«Mah, vede, la dovrebbe andare dentro il paese. Là, vede? Attraverso

la strada e poi domandare...» - lanciò una rapidissima occhiata in

direzione del ristorante annesso al bar, poi si lisciò i capelli e guardò

ostentatamente dalla parte opposta.

“Perché?” - si domandò Dagoberto - “Immaginazione, figliolo! Immaginazione!

Pensa!”

«Un bitter analcolico, per favore.» - chiese.

“La moglie di Ruggero è qui! Ecco spiegata l’occhiata!” - era un grido

da dentro, poi più sommessamente: - “Forse fa la cameriera. Devo

vederla, questa Edalia.”

Per farlo parlare avrebbe potuto offrirgli da bere ma... “far bere

qualcuno perché si sbottoni... no, detective Dagoberto de Carolis!

Non è, e soprattutto non deve essere nel tuo stile! Inteso? L’azione,

ecco cosa ci vuole, l’azione, rapida, improvvisa, napoleonica...”

Si avventurò oltre la porta a vetri che divideva il bar dal ristorante.

Nella sala non c’era che una coppia che discuteva animatamente. Si

sedette ad un tavolo. Il barista lo sbirciò attraverso il vetro della porta.

I loro sguardi si incontrarono. Dagoberto agitò la mano a ruota,

come dire “dopo passo a pagare”.

Un giovanottino col grembiule gli si avvicinò.

«Frutta.» - dichiarò Dagoberto - «Una bella portata di frutta.»

«Pesche, banane... kiwi?»

Dagoberto assentì.

Il giovanotto scomparve dietro una porta che dava nelle cucine. Si

sentì parlare a voce alta e qualche risatina. Di lì a poco dalla stessa

porta comparve una cameriera, adornata di un grembiulino trinato,

sui 30 anni, avvenente, capigliatura fulva, tenuta con dei pettinini

civettuoli. E gli occhi: luminosi, scintillanti, viola? Bisognava vedere

bene, possibile fossero viola? Certo però che erano belli! E la gonna,

che fluiva di qua e di là con la souplesse del volo delle farfalle. La

osservò dirigersi verso l’altro tavolo.

«Gradite qualcos’altro?» - domandò.

- 61 -


“È lei. Edalia. La pensavo più giovane. È una donna matura, forse

sulla trentina. Quel che volete...” - pensò immaginando di parlare ad

amici - “Ma sentite la sua voce... è femminile, melodiosa. Un canto.

Che diavolo stai dicendo detective dei miei stivali! È questo il modo

di... Ecco perché il Tamanti è in quelle condizioni! Ma è splendida!

Insomma, non è perché sia bellissima... è il fascino. E se quel Nanni

giornalista avesse ragione?”

Quelli all’altro tavolo chiesero il conto.

«Sono subito da voi.» - gorgheggiò la creatura.

Il modo in cui girò su sé stessa, il lieve alzarsi della gonna... insomma

non v’era certo da soffermarsi su quelle cose... è normale, è donna.

«Signora?»

Ancora quel volgersi leggiadro.

«Sì?»

«Ecco, io... ho ordinato della frutta e mi sono dimenticato di chiedere

qualcosa da bere...»

Gli era giunta vicino. Non la guardò. La sentiva. Ne percepì

l’essenza e dovette cercare di ritrovare la propria.

«Mi dica.»

«Mah... non saprei.» - alzò gli occhi ed incontrò i suoi: limpidi, chiari.

«Un’aranciata...» - gli venne di dire, tanto per guadagnar tempo -

«no, ho già ordinato della frutta.»

«Le porto un quartino del vino della casa. Con la frutta va giù bene,

glielo dico io.» - col sorriso le brillarono gli occhi.

Non aspettò il suo assenso. La gonna le si avvolse ancora per mezzo

giro.

«Il vino, diceva?» - s’impuntò Dagoberto. La donna si bloccò. Non

sembrava turbata, si volse a metà - «Il vino a quest’ora... ma sì, vada

per il vino... e, senta, io vengo da Roma...» - catturò di nuovo il suo

sguardo, e c’era della curiosità; così evidente!.

«Cercavo il professor Tamanti, forse mi può aiutare.»

«Mhmm, e per quale motivo?» - il tono era deciso, anche se rispettoso,

gentile.

«Mbeh, è una questione riservata, lei capisce.»

«Oh, certo, certo...»

Dagoberto si sentiva impacciato, non sapeva più cosa dire. Lei attendeva

paziente.

«Mi sa dire come posso trovarlo? Abita qui a La Faggia, no?»

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Lei non rispose, né si mosse.

“È lei, dunque, la moglie, non ci sono più dubbi. Ed è anche una tipa

volitiva e decisa, capace di far la complice, per esempio.” - pensò.

Poi accennò un sorriso e le disse: - «Sembra che qui a La Faggia proteggete

bene la privacy l’uno dell’altro. Però, se io le dico che dovrei

parlare col professore perché martedì mattina si trovava con la scolaresca

proprio dove è stato trovato il corpo di don Tassiano...?»

«Chi la manda?»

«È riservato.»

«Io non so dove abita il professor Tamanti.»

«Non mi sta dicendo una bugia, vero?»

«Lo vuole il quartino, o no?»

«Dovrò cercarlo da solo.»

Ci fu un lungo silenzio. Lo guardava intensamente e lui sentiva la

seduzione del suo sguardo anche se sapeva non essere a lui diretta.

Nascondeva qualcosa, Edalia.

«Le farò portare il vino. Mi scusi.» - finì col dire; si defilò e varcò la

porta della cucina.

Fu servito dal ragazzo col grembiule. Subito dopo, attraverso la finestra

la vide attraversare di fretta la strada per entrare nel borgo.

Stava per alzarsi di scatto, ma non lo fece. Immaginò quanto sarebbe

stata ridicola la scena di lui che le correva dietro. Rifletté. “Calma,

detective de Carolis! Tutto ciò che avviene è informazione, osserva,

osserva e pensa!”

Pochi minuti dopo una Fiat Tipo, grigia, sporca di terra, sbucò dal

paese, prese a destra e si allontanò verso Santa Fiora. Al volante

c’era un uomo e accanto a lui la cameriera. Il paraurti anteriore era

ammaccato ed anche il muso era deformato.

“Come se avesse spinto un auto.” - si scoprì a pensare Dagoberto.

Pagò il conto e si avventurò nel paesetto. V’erano delle donne sulla

porta di casa; cucivano e chiacchieravano. Si rivolse al primo gruppetto.

Gli fu indicata l’abitazione del professore.

«Ma ora la un lo trova, né lui né la su’ moglie.»

«Non sono in casa?»

«E’ c’erano fino a un minuto fa. Ma ora e’ son iti via.»

«Ah, forse erano quelli con quella macchina grigia tutta sporca di

fango!»

- 63 -


«Se l’è per quello... Oh Fredina!» - si volse verso una collega che

cuciva - «Te l’hai mai visto lava’ la macchina, i’ professore?»

L’interpellata guardò Dagoberto e scosse la testa.

Tutto è informazione. Quella macchina era stata di recente

sull’Aquilaia? Però gli dispiacque notare che se così fosse stato avrebbero

dovuto lavarla per sottrarre indizi. D’altra parte, considerò,

lavar la macchina quando di norma non lo si fa mai, può destar

sospetti! E allora? Allora niente, non significava niente.

Ora la sua visita a La Faggia sarebbe stata riferita agli interessati.

Era come se li avesse avvertiti. “Hanno preso tempo” - pensò.

Più o meno alla stessa ora, dalla scuola elementare di Arcidosso usciva

con gran chiasso la scolaresca. Fra gli alunni della terza elementare

c’era Tiziana. Sbirciò fra la piccola folla delle mamme in

attesa. Non vide la propria ed un sorriso amarognolo le increspò le

labbra, contenta di aver previsto la sua ennesima assenza, ma accorata

per quella mancanza. Si avviò tranquillamente verso la solita

amica della genitrice, antipatica perché svenevole e melensa, ma che

almeno la trattava con gentilezza.

Fra quelle donne in attesa ce n’era una di età non facilmente definibile,

forse fra i 50 ed i 60, che non era venuta a prendere alcun bambino,

bensì per osservare, anzi a spiare le mosse di Tiziana. Indossava

un vestito nero, contadinesco, e portava una pezzuola grigia attorno

alla testa. Fra gli schiamazzi dei ragazzi e l’andirivieni di genitori,

nessuno ebbe motivo di accorgersi del fatto che la donna seguisse

a lungo i movimenti di Tiziana e della sua accompagnatrice.

Raggiunti i parcheggi, la piccola fu fatta salire su un auto che subito

partì. La pedinatrice, raggiunta rapidamente la propria, la seguì.

Poté in breve individuare l’abitazione della bimba, un piccolo casale

riattato, circondato da un po’ di terra, un tempo forse isolato, ma ora

praticamente non disgiunto da Montigliano. A casa l’accolse

un’altra donna, piuttosto anziana, che Tiziana salutò come “zia”.

Col puntiglio di un agente si mise in attesa. Poco dopo pranzo, verso

le 2, vide Tiziana uscir di casa con lo zainetto scolastico. Era un

momento in cui la strada era deserta e risuonava dell’eco di vari

programmi televisivi che accompagnano i pasti ed escono dalle finestre

per infastidire i passanti. La donna vestita da contadina uscì

dalla propria auto e con circospezione seguì la scolaretta.

Vide con sorpresa che si recava da Clarissa, che lei conosceva. Poiché

la cosa era reciproca ebbe qualche esitazione. Per nessuna ragio-

- 64 -


ne al mondo doveva essere individuata. La posta in gioco però era

alta. Probabilmente la piccola andava a lezione; c’era dunque tempo

per decidere sul da farsi. Constatò con un certo sollievo che mancavano

le auto della nipote di Clarissa e del suo ragazzo, due impiccioni,

a sentir la gente, fissati di fare gl’investigatori. Per contro c’era

Margherita. La cagnetta abbaiò un paio di volte all’arrivo della piccola.

Si acquietò subito.

La lezione sarebbe durata un’oretta. Non poteva farsi vedere nelle

vicinanze così a lungo.

Tornò sul posto poco meno di tre quarti d’ora dopo. Parcheggiò

all’uscita del paese in direzione Roccalbegna. Non vista, scese a piedi

giù per una stradetta sterrata dove vi sono numerose gabbie con

dentro i cani che i cacciatori tengono carcerati nei pressi delle abitazioni

altrui, vale a dire distanti dalle proprie di quel tanto da non

essere infastiditi dai loro lamenti. Da dietro una siepe poteva vedere

e spiare non vista la casa di Clarissa.

Una tale lugubre solerzia fu tristemente premiata, perché accadde

che la madre di Tiziana, la burbera Ardelia, andò a riprendere la

bimba per portare qualche prodotto dei suoi orti e del pollaio. Mentre

le due donne erano in cucina, Tiziana, rimasta nel salottino si

mise a scrivere su un foglio alcune frasi che da tempo sentiva il desiderio

di comunicare a qualcuno.

“Giovedi va affar visita alla Gegia la mamma. E allora io ho visto un prete,

che era don Tassiano perche e lui che dice messa a Montigliano. Questo

prete, vestito di nero, era con un brutto omo che ha nascosto sotto tera una

barina dove dentro non ci potevo stare neppure io, ma non cio certo voglia

di provare. Hanno leticato perun po. L’omo brutto a detto che non a paura

della polizia. Un ragno mè venuto sulla gamba e quello correva che mi avebe

presa. Ho corso forte forte per scappare. Finalmente sono arrivata dalla

mamma e lui si e fermato con la testa nella siepe, che sembrava il sole di

Paolino che lo fa in mezzo alle nuvole verdi e poi ci mette gli occhi il naso e

la bocca con i denti e sembra cattivo davvero. Mi ha fatto paura e la mamma

lostesso mi ha picch...” - non finì la frase perché erano sopraggiunte

Clarissa e la madre. Di fretta nascose il foglio sotto un giornale.

Le donne si salutarono. Ardelia prese per mano Tiziana e si avviò

verso casa. A metà della salita Tiziana si divincolò dalla presa, stril

che si era dimenticata la penna e corse giù verso la casa di Clarissa.

Perfino colei che spiava istintivamente si preoccupò che inciampasse

e si rompesse il collo. La bimba chiamò Clarissa a gran voce e

come questa si affacciò sulla terrazza le gridò di guardare la cosa

- 65 -


segreta su don Tassiano che aveva scritto su un foglio messo sotto al

giornale sul tavolo in salotto. Con una piroetta fece dietro front e si

mise a correre su per l’erta ben sapendo che più la mamma aspettava

più botte avrebbe rimediato.

Clarissa rimase a guardarla sorpresa ed incuriosita. Rientrò e frugò

dove indicato. Lesse e sorrise. “Uno strano scrittino” - si disse -

“Fantasie di una piccola intrigante?”. Considerò questa evenienza

piuttosto probabile. Si ripromise però di parlarne con i ragazzi, anche

se controvoglia perché avrebbe significato alimentare le loro

manie investigative. Un fuggevole pensiero corse pure al commissario

Amulio Pesce che accidenti a tutto le piaceva, ma del quale non

voleva più sentir parlare neppure per allusioni. Salì in camera per

prepararsi alla riunione quindicinale de Le Dame della Madonna

del Castagno che si sarebbe tenuta a Santa Fiora.

Cantava, Clarissa, mentre si imbellettava. La donna vestita da contadina

entrò nella casa che ben conosceva. Margherita abbaiò un

paio di volte. La donna l’accarezzò e si recò nel salottino, localizzò il

foglio, lo agguantò, lo nascose nel reggiseno, uscì, e risalì fino dove

aveva parcheggiato. I cani prigionieri abbaiarono ed ulularono insistentemente,

ma lo facevano anche quando si avvicinava chicchessia,

o passava qualche gatto o altro animale. La donna si dileguò in

direzione di Roccalbegna.

Clarissa uscì un quarto d’ora dopo.

Guendalina intanto si era cacciata nei pasticci.

Seguendo le indicazioni di Quisilio, il ragazzo del bar di Abbadia, si

era recata alla sala biliardi. Non ebbe bisogno di chiedere chi fosse

Dimitrio Francelli perché lo individuò subito: un giovanottone di 1

metro e 80, non proprio alto come Dagoberto, dunque, ma di struttura

robusta e possente. Vestiva una maglia sportiva senza maniche

con su lo scudetto del Siena. Dalle spalle, giù fin poco sopra ai gomiti,

le braccia erano coperte di tatuaggi scuri con alcune macchie di

colore. Lo trovò a dare il gesso sulla punta della stecca ed anche in

quel gesto sprizzava orgoglio e sicumera, con quel suo vergare occhiate

ai compagni di gioco per comunicar loro di star bene attenti

alle prodezze cui avrebbero assistito a breve. Non appena vide

Guendalina, la mano con la quale teneva il gessetto si bloccò. La

squadrò da capo a piedi. Si volse un paio di volte verso i compagni

con un sorriso ironico sulle labbra.

«Abbiamo visite.» - dichiarò.

- 66 -


Poi, rivolto alla ragazza: - «Benvenuta. Sei qui per vedere come si

gioca a bazzica o per qualche altro motivo?»

«Il secondo.»

«Che significa?»

«Come, non capisci? Dicevo che è per la seconda cosa che hai detto,

facile, no?»

Se qualcuno gli avesse dato uno schiaffo non avrebbe sortito effetto

peggiore. Le mani gli tremarono nello sforzo di dominarsi. I giovanotti

intorno guardavano ora lui ora lei, alcuni sorrisero maliziosamente,

altri rimasero interdetti. Passarono alcuni attimi di tensione.

Infine, come se niente fosse accaduto si mise a studiare da più punti

di vista la disposizione delle palle sul tavolo verde.

«Non cominciamo bene noi due, eh, bambina?» - disse ad un certo

punto - «Posso sapere come ti chiami?»

«Tu sei Dimitrio Francelli, vero?»

«Brava!» - vergò un colpo e le palle si misero ad urtare fra loro e

contro le sponde. Rimirò il risultato conseguito, chiese una sigaretta

e se la fece accendere da un compagno. Ne aspirò alcune boccate.

«Come fai a conoscermi?» - con un’occhiata sollecitò l’avversario a

fare il suo tiro.

«Ho tirato ad indovinare.»

Posò la sigaretta e fece un altro tiro. Risultato mediocre. La delusione

dei presenti fu evidente. C’era il sospetto che quella femmina lo

innervosisse; cosa mai vista. Perfino il suo antagonista lo guardò con

preoccupazione e quando tirò il risultato fu altrettanto magro.

«Non è venuto bene.» - affermò Guendalina.

«Sei un esperta?» - le domandò Dimitrio nel riprendersi la sigaretta.

«No, ma è così evidente. Nessun pirolino buttato giù.»

Dimitrio emise un fischio prolungato.

«Sei davvero un bel tipo, sai!» - finì col dire - «Ti dirò che mi piaci

un fottìo. Vuoi giocare?»

«Ti ho già detto che non sono un’esperta.»

«Cosa bevi?»

«Un tè al limone, grazie.»

Il tè le fu portato e posato su un tavolino vicino alla stecchiera. Rimase

in piedi e mentre se lo beveva non staccava gli occhi di dosso a

Dimitrio.

«Ora finisco questa partita e sono subito da te.» - le disse.

«Pensi che aspetterò?»

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«Sì.» - disse asciutto senza guardarla, mentre prendeva posizione

per il tiro.

Vi fu un impercettibile senso di sollievo in giro. La risposta era finalmente

O. K.

La partita finì e sembrò finisse anche il torneo. Il giovanottone aveva

vinto e riscosse il danaro dovuto. Si salutarono tutti. Qualcuno indugiò

ad andarsene, forse voleva assistere agli sviluppi della

situazione. Dimitrio fece a tutti espliciti segni di dileguarsi alla

svelta. Come tutti furono usciti si avvicinò a Guen. In assenza di

qualsiasi cenno di ritrosia, si mise al suo fianco e le cinse

amichevolmente «Ti va di uscire insieme?» le spalle.

Guen suo malgrado si irrigidì.

«Tu hai uno scopo, figliola.» - affermò il giovane - «Giochiamo agli

indovinelli o me lo dici subito?»

Non era poi così rozzo e sprovveduto il ragazzo.

«Ho sentito parlare di te. Hai una fama eccitante, Dimitrio.»

«Non divagare... ma cazzo! Mi vuoi dire come ti chiami?»

«Senti, bambino, stai cominciando a disgustarmi! O ti controlli o

finisce tutto qui. Chiaro?»

«Non credo tu sia venuta a fare tutta ’sta scenata perché finisca tutto

qui... o sbaglio?» - la strinse con forza a sé.

Di nuovo Guendalina si trovò a ridimensionare l’idea che si era fatta

del bullo massimo di Abbadia San Salvatore. Doveva stare più in

guardia. Intanto con un’agile mossa si divincolò e prese le distanze.

«È vero.» - ammise - «Ma non mi va di parlarne in questo posto.»

«Sono d’accordo. Usciamo, ho la macchina qui vicino.»

Nell’attraversare il locale bar Dimitrio fece un segno d’intesa ed indicò

con gli occhi Guendalina. L’altro spudoratamente alzò il pollice.

Guen avrebbe voluto dargli il fatto suo, ma si trattenne, dopotutto

era in missione.

Uscirono per la via centrale, la più gettonata in Abbadia. Era pomeriggio

inoltrato e la gente cominciava a frequentare il corso.

«Senti figliola, come ti chiami ti chiami, prima o poi me lo dirai. M’è

venuta una certa fame e si potrebbe...»

«No. Prima ho da domandarti delle cose.»

«Avanti, spara.»

«Ecco, ieri l’altro, martedì, verso l’una e mezzo sei arrivato al piazzale

delle miniere con la tua Mercedes, è vero?»

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«E allora?»

«C’era anche una donna fra la gente accorsa al ritrovamento della

salma di don Tassiano...»

«E con questo? Ce n’erano a decine, di donne.»

«Sì, ma con una in particolare hai incrociato lo sguardo a lungo. Lei

poi se n’è andata e subito dopo sei saltato in macchina e te ne sei

andato anche tu, e sembrava anche di fretta.»

Il ragazzo la scrutò perplesso. La sua aria da gradasso venne meno e

si mostrò preoccupato.

«Ma tu chi sei?» - continuava a non staccarle gli occhi di dosso -

«Tu... tu non sei... non puoi essere un poliziotto... ti saresti dichiarata.

Allora chi diavolo sei?»

«Sono un’amica di quella donna.»

«Ah, sì?» - era visibilmente sollevato, ma ancora non del tutto - «Cosa

vuoi? Avanti, dillo!»

«Ti manda a dire che sabato sera, là dove sai, ha perso un fazzolettino.»

Il giovanotto si mise a ridere.

«E manda te a dirmi di aver perso un fazzolettino! Ma cosa vuoi che

me... ne...» - si bloccò mentre Guendalina lo guardava e faceva di sì

con la testa.

Per qualche attimo parve smarrito. D’un tratto i suoi occhi balenarono.

«E se tu non fossi la sua amica? E se tu fossi una ficcanaso di merda?

Ne ho sentito parlare, sai, di due romani che circolano da queste

parti e si piccano di fare gl’investigatori... e te tu devi essere quella...

Gu... Gue...»

«Guendalina Corelli, mentre tu, Dimitrio Francelli potresti essere

implicato nell’omicidio di don Tassiano.»

Avevano alzato la voce e qualcuno dei passanti si voltò a guardarli.

Dimitrio prese la ragazza per un braccio e si voltò da un’altra parte.

«Ssst... parliamo piano.»

«Piano quanto vuoi» - disse Guendalina senza abbassare la voce -

«ma devi dirmi dov’eri sabato notte e che facevi con Albanora Borghesi,

caro il mio Don Giovanni, perché è allora che è stato perduto

il fazzolettino ed è allora che don Tassiano è stato assassinato.» -

affermò con la massima sfrontatezza.

Nonostante la scarsa probabilità di riuscita ci azzeccò in pieno. Il

suo volto scurì e fu attraversato da forti emozioni.

- 69 -


“Teme perché implicato nell’omicidio o soltanto che la sua tresca

venga scoperta?” - si domandò Guen.

«Provati a pronunciare ancora quel nome e ti faccio nera. Chiaro?» -

sbottò il giovane mentre le si piantò davanti minaccioso in tutta la

sua statura.

«Non ti ci provare nemmeno ragazzino.» - gli disse in faccia mentre

indietreggiava per prendersi un po’ di spazio.

«Non chiamarmi ragazzino!»

«Perché, sei già un uomo? Non me n’ero accorta! Non ti vergogni a

farti sedurre da donne che potrebbero essere tua madre?»

L’aveva detta grossa. Alcuni si erano fermati a guardarli. Il giovane

se ne accorse e non ci vide più.

«Mi hai insultato, brutta svergognata!» - gridò ed allungato un braccio

provò a mollarle uno schiaffone.

Guen aveva presentito la mossa. Mise a profitto le sue capacità di

judoista. Fulminea, con una mano gli agguantò il polso, con l’altra

gli prese la mano e gliela piegò di scatto sul polso. Dimitrio rimase

paralizzato. A quel punto con agile abilità lo fece piroettare fino a

che, sotto la spinta del dolore, il giovanottone dovette girarsi malamente

e finì per terra. Cadde senza controllo e sbatté violentemente

il bacino contro il marciapiede. La fitta dovette essere acuta perché

rimase immobile con una smorfia di dolore sul volto, gli occhi spalancati

e la voce soffocata.

«Il conquistatore!» - affermò ad alta voce la ragazza mentre alta su

di lui lo indicava a chi aveva assistito alla scena. Girò sui tacchi e se

ne andò cercando di mimetizzarsi fra qualche gruppetto prima di

imboccare un vicolo e correre a più non posso verso il luogo dove

aveva parcheggiato.

Una volta in macchina si accorse di avere quel fiatone che non è tanto

dovuto allo sforzo fisico quanto ad un violento contorcimento

interiore. Altro che soddisfatta! Era assalita da una canizza di giudici

accusatori e terrorizzanti. Aveva sfogato la sua rabbia contro un

fantasma della sua mente, un stereotipo, ma aveva colpito un ragazzo

che tutto sommato aveva bisogno di essere aiutato a capire sé

stesso, piuttosto che essere umiliato; poco prima l’aveva detto lei

stessa. Si sentì orribilmente stupida. Avrebbe voluto tornare indietro

nel tempo e non fare ciò che aveva fatto e che sarebbe stato difficile

nascondere... e quando Dagoberto ne fosse venuto a conoscenza...

Meglio non pensarci!

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Quel Giovedì era destinato ad rimanere memorabile. Infatti, mentre

tornava verso Montigliano fu chiamata da Dagoberto. Lo sentì preoccupato.

Le diceva di essere stati ambedue convocati dal capitano

Zanzi in persona. Secondo Dagoberto questi aveva parlato in modo

subdolo e non c’era dunque da aspettarsi niente di buono. Quando

stava per riattaccare Guen confessò il suo incontro con Dimitrio

Francelli. Si aspettava una solenne strapazzata, invece Dagoberto le

chiese, qualora fosse giunta al comando prima di lui, di aspettarlo

per potersi mettere d’accordo su una linea che fosse il meno compromettente

possibile, nient’altro. Mentre effettuava una conversione

ad U si sentì rincuorata e fiera di avere un compagno come lui.

La cosa comunque andò peggio del previsto. Il capitano Zanzi si

dimostrò addirittura feroce, mentre il maresciallo Bandini se ne stava

in disparte con la testa fra le mani, come se non volesse essere lì.

«... e visto come sono andate le cose» - quasi urlò il capitano, con

malcelata soddisfazione, rivolto a Guendalina - «mi vedo costretto a

trattenerla in stato di fermo.» - batté violentemente una mano di

piatto sulla scrivania.

«Allora io sporgo denuncia contro Dimitrio Francelli per aggressione

nei confronti della mia compagna ed invoco per lei la legittima

difesa. Dopotutto ha agito per difendersi da uno schiaffo. Ci sono

testimoni.» - replicò placidamente Dagoberto - «Vedremo il giudice

a chi darà ragione.»

«Ah, bene!» - gridò lo Zanzi, ma dal suo sguardo si vedeva che aveva

accusato il colpo - «Così il signorino invoca il giudice!»

«Capitano, parliamoci chiaro. Io non voglio invocare nessuno. Però,

proviamo a considerare le cose con un po’ di ragionevole distacco.»

- continuò mentre l’interlocutore dall’altro lato della scrivania alzava

ostentatamente gli occhi al cielo - «Lei ha giustamente il dovere

di far rispettare la legge, ma pensi anche al possibile disagio per

Dimitrio.»

«Ma che bravo! Adesso vuoi far finta di preoccuparti per quel giovanotto!

E poi tu non devi dirmi quel che devo fare o non fare, chiaro?»

«Certamente. Mi consenta però di proseguire, con tutto il rispetto.»

Il capitano lanciò un’occhiata verso il maresciallo e si mise una mano

alla bocca per coprire uno sbadiglio che però non veniva. Accennò

distrattamente di continuare.

- 71 -


«Il giovane Francelli, a quanto ho potuto capire, è conosciuto dai

suoi amici e compagni per essere virile e conquistatore...»

«Stai attento a quel che dici!»

«Ora, immagino che la cosa che più piacerebbe a costui sia che

l’episodio venga al più presto dimenticato. Penso anche sia stato suo

padre, in un impeto d’ira a farsi vivo. Però, il fermo della mia ragazza

non farebbe che dare fiato alle trombe. Ne parlerebbero i giornali,

nomi e cognomi, testimonianze... e come lei mi insegna, queste finiscono

per essere discordi; si formano gli schieramenti... I Francelli

sono persone di una certa levatura sociale e sicuramente amano la

privacy... il loro nome sulla bocca di tutti... Se invece noi qui davanti

a lei ci impegnamo a non entrare assolutamente in contatto con alcuno

della famiglia...»

«Basta così.» - lo interruppe. Prese ad accarezzarsi il mento. Dopo

un abbondante minuto che sembrava non finire mai intimò loro di

uscire e di attenderlo nella sala d’aspetto.

Dopo circa un quarto d’ora comparve un giovane appuntato che li

riaccompagnò dal capitano. Questi li attendeva con un vago quanto

preoccupante sorrisetto sulle labbra. Non li invitò a sedersi. Uno

sguardo al maresciallo Bandini e Dagoberto, dalla sua espressione

del tutto impenetrabile, capì che girava male.

«O.k. o.k.» - esordì il capitano - «Per ora va liscia così, vale a dire che

ve ne andate liberamente... senza alcun vincolo...»

Dagoberto si alzò immediatamente.

«Ma?» - insinuò Guendalina.

«E brava! È ovvio che la faccenda non può finire qui. Certe persone

saranno lasciate fuori da... dalle maldicenze, ma per voi due ci saranno

delle sorprese.» - non proseguì e si mise a tamburellare la

scrivania con le dita.

«Capitano» - intervenne Dagoberto, guardandolo dall’alto - «Da un

funzionario del suo grado...»

«Giovanotto! Lei ha la sgradevole abitudine di insistere sul dirmi...»

- ci ripensò - «Va bene. volete sapere della sorpresa? Bene bene. Discretamente,

per le ragioni suddette, discretamente dico, ma sarete

indagati.

«Da chi? E per cosa?» - domandò duro Dagoberto.

«Oh, non certo per la scaramuccia fra la signorina ed il rispettabile

Dimitrio Francelli. Oh, no! No, ma per la vostra mania di ficcanasare,

disturbare, rompere i coglioni... E quanto a chi sarà a lisciarvi il

- 72 -


pelo, ecco, sappiate che verrà su dalla questura di Roma un funzionario

per interrogarvi. Avete stuzzicato una famiglia importante ed

eccovi serviti. Vi sia di monito!»

Il telefono squillò.

«Capitano Fermo Zanzi.» - rispose l’interessato con sussiego. Poi

sembrò mettersi sull’attenti. Drizzò la schiena - «Sì, commissario

capo, la sto ascoltando... domani... domani all’una... certo, certo... del

Ministero dell’Interno... agli ordini...» - si accinse a scrivere lottando

con la penna che si ostinava a non lasciare traccia sul foglio; mise

giù e rivolto ai ragazzi dichiarò con la massima serietà: - «È lui. Ho

appena parlato con chi vi metterà sugli attenti.»

Capitolo X

Decisamente un Giovdì molto intenso.

La ramanzina era durata quasi un’ora. Ne uscirono piuttosto provati.

Erano anche piuttosto stanchi, dopo una giornata così densa di

avvenimenti. Tuttavia non era ancora finita. Giunti a casa trovarono

la zia Clarissa in preda a quel nervosismo che non sai se fai bene a

chiedere di cosa si tratti.

Si sedettero a tavola e Dagoberto pensò di deviare l’attenzione su

una questione che gli stava a cuore, o per meglio dire, lo tormentava.

«A proposito!» - sbottò rivolto a Guen - «Vorrei proprio sapere come

hai fatto a scovare quel Dimitrio.»

«Ho fatto vedere le foto della Mercedes al maresciallo Bandini e l’ho

indotto a dirmi di chi fosse...» - disse Guendalina con la massima

tranquillità - «naturalmente di nascosto allo Zanzi. Ora ti spiego:

sono stata a trovare Spirita, quella che...»

«La conosco,» - intervenne Clarissa - «anche lei fa parte delle Dame

della Madonna del Castagno. Ci siamo riunite proprio oggi a Santa

Fiora.»

- 73 -


«E c’era anche lei?» - chiese Guendalina.

«Sì.»

«Allora non l’hanno portata al comando.»

Clarissa chiese cosa ciò significasse e Guendalina raccontò

dell’irruzione del capitano in casa di Spirita e come poco dopo giungessero

due agenti con un orecchino d’oro e madreperla a forma di

una piccola margherita ritrovato a pochi passi dal luogo dove giaceva

il povero don Tassiano e come il capitano avesse fatto perquisire

la casa col preciso scopo di rinvenire il gemello di quell’orecchino.

«Si vede che non hanno trovato niente.» - terminò Guen.

«D’oro e madreperla, hai detto?» - chiese Clarissa - «raffigurante

una piccola margherita?»

«Sì»

«Grande quanto?»

«Così... come l’unghia del mio dito indice, all’incirca. Perché?»

«Oh, niente, niente.»

A Guen sembrò cercasse di dissimulare qualcosa.

«Scusa, zia, ma come sarebbe “niente niente”.»

«Ho detto “niente” e basta!»

«Tu sai qualcosa di quell’orecchino, nega e giura!» - insisté Guen.

«Uffa! Stanno accadendo troppe cose seccanti. Io... io...»

«Tranquilla, zia Clarissa,» - intervenne Dagoberto - «se non te la

senti di parlarne, parliamo d’altro... Ehi! Lo sai che questo spezzatino

è davvero sfizioso?»

Clarissa lo guardò riconoscente.

Dagoberto accusò goffamente il piccolo calcio che Guen gli mollo

sotto il tavolo, per il fatto che per caso gli aveva centrato lo stinco.

Al che Clarissa sorrise. Le fece eco Guen mettendo le mani sulla bocca

per trattenere una risata. A sua volta Clarissa si mise a ridacchiare.

In breve i tre naufragarono in una libera risata che si portò via

stanchezza e nervosismo.

Così Clarissa decise di aprirsi.

«Ho il sospetto...» - dichiarò - «Guardate che è solo un vago sospetto,

di essere scampata ad un incidente provocato apposta.» - si prese

la testa fra le mani. I ragazzi rimasero in silenzio. Il battito

dell’orologio a pendolo appeso al muro pareva prolungare quello

iato all’infinito. Due rintocchi segnarono le 20.30.

- 74 -


«Passato Monticello Amiata,» - continuò finalmente Clarisssa - «poco

prima del bivio per Montigliano c’è una curva che da su una

scarpata, l’avete presente?»

I ragazzi annuirono.

«Ecco è stato proprio lì. Una macchina grossa, scura, che forse mi

aveva seguito fin da Santa Fiora, mi è comparsa improvvisamente

dietro, ad una velocità incredibile. Mi si è affiancata, ha improvvisamente

accostato fino a rompermi lo specchietto sinistro. Istintivamente

mi sono spostata e mi sono trovata ad andare dritta fuori

strada. Non so neppure come abbia fatto a non finire nel vuoto!»

Dagoberto emise un lungo sibilo, mentre Guen rimase impietrita.

Ancora il silenzio.

«Naturalmente,» - proseguì Clarissa - «vi domanderete se vi può

essere al mondo una ragione per quello che sembrerebbe un attentato

alla mia persona; ebbene qualcosa potrebbe essere. Oggi ho fatto

lezione a Tiziana. Ecco, la ragazzina mi ha lasciato un foglietto dove

vi ha scritto di aver visto giovedì scorso don Tassiano parlare con un

uomo grosso che sotterrava una piccola bara, là in uno dei campi

della Gegia.»

Dagoberto stava per chiedere chiarimenti, ma Guen gli posò una

mano su un braccio e gli fece cenno che dopo gli avrebbe spiegato

chi fosse la Gegia.

«Possiamo vederlo questo foglio?»

«Appunto! È sparito! Capite cosa vuol dire? Non c’è più. L’avevo

lasciato qui in salotto su questo tavolo e non c’è più.»

«Ne sei sicura?»

«Assolutamente.»

«Hai chiuso bene la porta, prima di uscire per andare alla riunione?»

- domandò Dago.

«Certo che sì! Tutte le mandate. E quando sono tornata c’erano tutte.»

«Ti sei assentata, dopo la lezione e prima di recarti a Santa Fiora?»

«No.»

«Forse sei salita di sopra per un po’»

«Mbeh, sì, per prepararmi.»

«Margherita è rimasta giù?»

«Sì.»

«E non ha abbaiato.» - affermò Dagoberto certo di una risposta negativa.

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«Un paio di guaiti, poi l’ho sentita appena mugolare ma non per

inquietudine. A volte lo fa quando si mette improvvismaente a giocare

con la sua pallina. Non ho dato importanza al fatto.»

«Dunque qualcuno si è introdotto in casa, qualcuno che conosce la

casa ed è ben conosciuto da Margherita. Un dato importante... Una

delle tue amiche? Però mi domando come avrà fatto a sapere di quel

foglio?»

«Già!» - Clarissa rimase perplessa, poi ricordò: - «Questo si può

spiegare: chiunque fosse era appostato fuori e deve aver sentito la

bambina gridarmi di aver scritto delle robe su un foglio, poi nascosto

sotto al giornale sul tavolo di salotto.»

A tutti e tre fu chiaro che da quel pomeriggio Clarissa e la piccola

Tiziana erano in grave pericolo perché Tiziana aveva visto il futuro

assassino di don Tassiano ed aveva in qualche modo fatto sapere

che aveva degli indizi per identificarlo.

«Bisogna subito avvertire Amulio...» - dichiarò Dagoberto.

«Mai!» - quasi urlò la zia Clarissa.

«... ma può almeno consigliarci.»

«Guai a voi se ci provate!»

«Okey, okey. Adesso però calmiamoci. Sono di uno stanco...» - concluse

Dagoberto.

«Anch’io, zia, non ne posso proprio più.»

«Va bene, va bene.» - parve addolcirsi - «penso io a sparecchiare.»

Si alzarono e Dagoberto si avviò verso la scala per salire alle camere.

Guen si avvicinò alla zia e la baciò sulla guancia.

«Buonanotte zia...» - stava per avviarsi anche lei verso la scala quando

fu colta da un ripensamento.

«Zia, non stavi per dirci qualcosa di quell’orecchino?»

«Dai, per favore, Guen, preferirei lasciar perdere.»

Si vedeva però che non era più convinta come prima. Dagoberto si

era fermato ai primi scalini ed attendeva.

«Coraggio, zia!» - esclamò Guendalina - «Che significa

quell’orecchino?»

«Mbeh, si tratta di una persona a me cara.»

«E cioè?» - insisté la ragazza.

«Oggi, alla riunione era presente anche Florena.»

«La tua amica di Bagnolo?»

«Sì, purtroppo. Oggi Florena indossava un solo orecchino, un gingillo

d’oro e madreperla, proprio della forma che hai detto. Spirita, l’ho

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sentita mentre raccontava di un orecchino che però non sapeva descrivere,

che hanno portato i carabinieri in casa sua. Il racconto era

talmente confuso...» - terminò Clarissa rivolta alla nipote.

«Quel che mi sorprende,» - intervenne Dagoberto, tornato sui suoi

passi - «è che Florena, pur avendo smarrito l’altro praticamente sul

luogo del delitto, si sia messa un solo orecchino... qualunque signora

presente non avrà certo mancato di notarlo. Perché l’ha fatto?»

La scala sembrò più faticosa col peso di quell’ultimo interrogativo.

Venerdì, sesto giorno dalla sparizione del sacerdote e terzo dalla

scoperta del cadavere.

Il venerdì mattina ambedue i ragazzi si svegliarono con delle idee

piuttosto precise in testa. Dagoberto avrebbe voluto fronteggiare

Ruggero Tamanti se non altro per indurlo a dichiarare dove fosse il

sabato sera precendente, ma temeva reazioni ostili. Anche sua moglie

Edalia doveva fornire spiegazioni su dove fosse quel sabato sera.

Durante la colazione chiese a Guendalina di aiutarlo a chiarire la

posizione di quest’ultima. Ma Guen aveva in testa altre idee. Dagoberto

le fece presente che in qualità di consulente dei tribunali di

Siena e Grosseto sentiva il dovere morale di segnalare i veri sospetti.

Ma Guen fu irremovibile, mangiava in fretta e si vedeva che non

aveva tempo da perdere. Per di più gli ricordò che lui era soltanto

un consulente tecnico, non un detective vero e proprio e che avrebbe

fatto meglio a rispondere alla svelta alle domande del giudice.

Il giovane si sentì ferito nell’amor proprio ed il risultato fu una bella

litigata su chi avesse mai il diritto di dire all’altro chi era o chi non

era. La zia Clarissa, destata dai loro strepiti scese le scale e con occhi

ancora assonnati promise a Dagoberto di occuparsi della questione

di Edalia, purché la smettessero di rovinarle il risveglio. Dalla parrucchiera

di Bagnolo, dove si sarebbe presto recata, sicuramente ci

sarebbe stata qualcuna a conoscenza delle mosse di Edalia, abitante

lì vicino, a La Faggia.

«Non ti scoprire troppo.» - le raccomandò preoccupato Dagoberto.

«Lascia fare a me.» - lo tranquillizzò - «So io come fare. Basta prenderla

molto alla larga e di traverso. Quelle sentono subito l’odore

del gioco dei giochi e comincia il divertimento...»

Dagoberto uscì e si trovò al volante della sua macchina senza avere

ancora deciso con quali argomenti affrontare Ruggero. Accese la

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pipa e dopo alcune boccate si calmò. Ricordò di aver letto sul giornale

del fratello minore di don Tassiano, Arico, stabilitosi da qualche

anno a Selvena, un paesino a pochi chilometri da Castell’Azzara,

circondato da boschi, dominato da una rupe con su una fortificazione

medievale, chiamata Rocca Silvana. Arico era di qualche anno

più giovane del sacerdote, avrà avuto dunque su per giù 45 anni.

Quindi quando a suo tempo la malasorte si era abbattuta su Ruggero

Tamanti, ragazzino dodicenne, Arico doveva avere almeno 18 -

19 anni. A quell’età certi fatti come il suicidio di Statteo, le voci del

coinvolgimento del proprio padre, i commenti della gente e le reazioni

in seno alla propria famiglia dovevano essersi ben impresse

nella sua mente.

Inoltre, fatto importante, l’ingresso alla miniera che avrebbe dovuto

ispezionare per conto del tribunale di Siena si trovava poco sopra

Selvena. Sebbene avesse più di un mese per la presentazione della

relazione tecnica pensò di farvi una visitina preliminare.

Al momento di accendere il motore Guendalina lo raggiunse e senza

una parola, aprì lo sportello posteriore e fece entrare Margherita.

Richiuse e tornò in fretta in casa. Dagoberto, per non dare soddisfazione

se la tenne senza proferir parola.

Giunto a Selvena, lasciò Margherita in macchina, si recò ad un bartabacchi

per un caffè, acquistare del tabacco da pipa e per domandare

dove poteva trovare Arico Ciompi.

C’era un altro paio d’avventori al banco, davanti ad altrettanti bicchieri

di vin bianco. Come ebbe nominato il soggetto, quelli si volsero

immediatamente verso di lui e cominciarono a scrutarlo.

“Ho capito,” - pensò Dagoberto - “mi stanno esaminando. Devono

accertare se per caso sto cercando Arico perché sono anch’io omosex”

- si sentì a disagio ed avvertì uno strano conflitto interiore. Da

un lato era infastidito contro quell’Arico, causa di quella situazione

imbarazzante, dall’altra sentì, forse per la prima volta, di solidarizzare

con gli omosex proprio a motivo di quegli sguardi inquisitori.

Avrebbe potuto dire che doveva incontrarlo in quanto fratello del

prete assassinato, che lui stava indagando, che lui qui e lui là... Poi

gli saltò in testa di apparire omosex e provocarli, per sfizio, ma rifletté

che era meglio tenerseli buoni; aveva bisogno di sapere con

precisione come trovarlo ed in seguito avrebbe avuto necessità di

essere indirizzato alla miniera abbandonata, della quale gli avevano

comunicato soltanto le coordinate geografiche.

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Guardò tranquillamente i due avventori negli occhi, finché abbassarono

lo sguardo. Subito chiese loro direttamente se potevano essere

d’aiuto.

«Gli è sempre lì, lui, ai su’ orti.» - intervenne uno dei due - «Però gli

è difficile spiegare dove si trovano... la dovrebbe tornare indietro

fino a trovare una strada sulla destra... ma la un sa icché? E’ ce

l’accompagno io. E’ ci ho la macchina qui fori... la mi lasci finire questo

bianco e poi si va.»

Arico Ciompi era grande e grosso come il fratello, un po’ ingobbito e

come aveva detto la Fenalma era obeso. Il volto era gonfio e triste. I

tratti, indefiniti, incerti, denunciavano un contrasto lancinante, che

sembrava corrodere il fisico e l’animo. Il colorito non si addiceva

alla corporatura, era infatti pallidiccio. Vestiva una tuta da lavoro, in

più portava un gran grembiule a fiori che a prima vista sembrava

una gonna e gli conferiva un aspetto disarmonico. Appariva affaticato,

ma non sapeva di sudore, come ci si poteva aspettare, al contrario

profumava lievemente di sapone e di lavanda. Nello sguardo

ora appannato, ma che un tempo doveva essere stato intenso e brado,

Dagoberto credette di leggervi l’eco di una disperazione che

sfumava nel patetico.

Si era portato dietro Margherita perché doveva essere l’ora di una

passeggiatina liberatoria. Alla vista dell’animaletto l’omone si piegò

per accarezzarlo, poi guardò Dagoberto e cercò di assumere un aria

rude, senza riuscirvi. Alle condoglianze per la scomparsa del fratello

si girò e si diresse verso una specie di catapecchia, situata in alto, al

culmine della proprietà. Invitò Dagoberto a seguirlo con un breve

cenno.

Mentre saliva su per l’erta Dagoberto osservò che le piante intorno

erano tutte ben curate ed organizzate in aiuole. Ve n’erano di specie

che non aveva mai visto, altre che aveva visto in TV o al cinema.

Alcune esibivano fioriture dai colori forti e la brezza che aleggiava

su per la collina recava folate di fragranze inebrianti. Per lo più si

trattava di germogli o arbusti di piccolo taglio, c’erano però anche

agavi gigantesche, bouganvillee lussureggianti. Altri appezzamenti

di terreno a monte non erano così rigogliosi. Giunto in cima capì

perché. Accanto alla bicocca c’era una polla d’acqua assai generosa

che scaturiva da sottoterra, formava una pozza profonda e scura,

quasi rotonda, del diametro di qualche metro. Si accorse poi che

questa alimentava una roggia la quale a sua volta irrorava una rete

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di canaletti che si perdevano fra la vegetazione. La cagnetta volle

subito approfittare di quella freschezza. Zampettò allegramente fino

ai bordi della polla si produsse in tre o quattro leccatine e poi trotterellò

via per porsi a fianco di Dagoberto.

Tanto l’aspetto esteriore della casupola era scoraggiante, tanto

l’interno era accogliente e ben curato. Ricordava le baite d’alta montagna.

Travature, soffitto, pareti, mobili, tutto era in abete rosso che

col tempo aveva preso un colore carico, molto gradevole. E poi perfino

gli odori mediati dal legno ricordavano i rifugi. Tutto, oggetti e

suppellettili, era parte di un ordine meticoloso. Anche un certo numero

di minerali, fra i quali spiccavano ovviamente alcuni pezzi di

cinabro, erano disposti con cura su un tavolo, con tanto di etichette.

Arico aprì un armadietto a vetri, ne cavò una bottiglia ed un bichierino

da liquore.

«Grappa?» - domandò Dagoberto.

«La faccio io, dal Rosso di Montalcino, solo per gli ospiti.»

«Ne prendo volentieri un sorso. Non beve?»

«Di rado. Solo acqua di sorgente.»

«È una bella sorgente, ho visto.»

Mescé la grappa al giovane, prese una brocca colma d’acqua, un

bicchiere e si sedette.

«Lei, sarebbe?»

«Dagoberto de Carolis. Ho conosciuto suo fratello. Abbiamo giocato

a scopone insieme, nell’ultimo torneo di Santa Fiora. Spesso aiuto gli

investigatori a venire a capo delle indagini. Posso fumare?»

Arico si limitò ad annuire.

Dagoberto avvertì uno strano disagio. Si mise a caricare la pipa.

Mentre se l’accendeva continuò:

«Sono consulente dei tribunali di Siena e Grosseto ed un giorno spero

di ottenere la licenza di investigatore privato. Diciamo che adesso

come adesso, sto facendo pratica.»

«Un mezzo poliziotto, insomma.» - alzò le spalle - «Io che c’entro?»

«Quello che sa su suo fratello potrebbe tornare utile per scoprire

l’assassino. Se non vuole non è obbligato a parlarne.» - tirò un paio

di boccate ed il fumo azzurrognolo prese ad espandersi

nell’ambiente. L’aroma che si diffuse si alleò col lieve sentore di

grappa per creare un’atmosfera d’intimità, alla quale però il grosso

floricoltore sembrava tenersi del tutto estraneo.

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«Era un pezzo che non vedevo mio fratello... è un pezzo che vedo

davvero poca gente.» - abbassò la testa, s’incurvò e parve concentrarsi

in chissà quali pensieri.

«Conosce Ruggero Tamanti?»

L’omone alzò gli occhi. Nel suo sguardo si leggeva stanchezza ed

una punta di esasperazione.

«Ancora quella storia!» - disse gravemente.

«Sono spiacente. Mi domandavo però se la persona in questione ha

mai manifestato astio o rancore nei confronti suoi o di suo fratello.»

«Stupidaggini.»

«Vale a dire scaramucce?»

«Ho detto stupidaggini.»

«Non le viene in mente nessuno che poteva avercela con suo fratello

tanto da essere spinto a fargli del male?»

«No, ma immagino possa aver dato fastidio a non pochi per la sua

insistenza missionaria.»

«Vale a dire?»

«Vale a dire, vale a dire! Se prendeva di mira qualcuno, una pecorella

smarrita... ah ah... come me... sono sempre stato una pecorella

smarrita...»

«Aveva preso di mira anche lei?» - Dagoberto provò ad aggiungere

un sorriso. Ma l’uomo andava incupendosi come fa il cielo

all’avvicinarsi di una tempesta.

Dopo un buon minuto e due sorsate d’acqua:

«Il Tamanti... ah, il povero Tamanti! Se lo vuol sapere, a vendicare i

torti subiti ci ha pensato Tassiano. L’ha perseguitato lui, nostro padre...

e perché beveva, e perché scommetteva, e perché gli aveva le

donne, e perché gli aveva smesso d’andare in chiesa... e’ lo credo io!

Nemmeno io ci andavo... per non vederlo! E per non vedere omini

vestiti da prete come lui!»

Dago abbassò la testa, si mise a spipacchiare e parlò a mezza voce

come a sé stesso:

«Certo, lo spirito missionario è encomiabile, ma può essere anche

pesante... ed io ne so qualcosa... quand’ero ragazzino... il catechismo...

lo sa che un’amica di mia cugina, 9 anni più di me, io ne avevo

7, mi ha costretto a servire messa? Era tutta chiesa e crocefissi, lei,

ma in quel caso esercitò su di me una vera violenza.»

Arico si lasciò sfuggire un sorriso. Poi, di nuovo rannuvolato:

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«Tassiano era uno che in nome di Dio giudicava. Insomma: umiliava.

Si poneva al di sopra degli altri con la scusa di essere un umile

servitore dell’Altissimo. Lei capisce... Non l’ho mai sopportato! Le

sta bene? Ma ora o si cambia argomento...»

«Lei coltiva solo piante ornamentali?»

«Rendono bene.» - si riaggiustò sulla sedia e bevve un sorso

d’acqua.

«Vedo una bella collezione di minerali...»

«Qui tutti o quasi ne hanno una. Le miniere.»

«Ma ora sono tutte chiuse, sbarrate... anzi, murate, mi dicono.» -

chissà se veniva fuori qualcosa sulla galleria che doveva ispezionare

- «Non è pericoloso avventurarsi in una miniera abbandonata?»

«Come l’ha detto, son tutte murate e non ci si può entrare.»

Il discorso doveva finir lì.

«Potrei portare via un po’ d’acqua? Ce l’ha una bottiglia? Anche di

plastica va bene.»

«Ha voglia lei! Gli do tutta l’acqua che la vole, ma se è per analizzarla,

Guardi che neppure un mese fa l’ho già fatto fare io dall’ASL di

Castell’Azzara. M’hanno detto che è una grand’acqua.»

Nel frattempo si era alzato ed aveva frugato sotto il lavello.

«Tenga.» - gli porse una bottiglia di plastica da un litro e mezzo -

«Se la ne vole di più...»

«Va bene così, grazie.»

Uscirono. Pipa in bocca, Dago riempì la bottiglia.

Si salutarono. L’ultimo sguardo che colse di Arico era decisamente

femminile. Si prese mentalmente a calci per le maliziosità che gli

passavano per la testa, un retaggio di certa beffarda, grottesca goliardia.

Voleva beccare il Prof all’uscita dalla scuola, ma c’era il tempo per

localizzare la vecchia miniera sopra Selvena, quella detta delle Solforate.

Inserì le coordinate fornitegli dalla cancelleria del tribunale

nel navigatore e partì.

Le coordinate saranno anche state giuste, ma non riusciva a trovare

la strada per raggiungerle. Tornò al bar di prima. V’erano 4 o 5 persone.

Quandò entrò alcuni smisero di parlare e si volsero verso di

lui. Ne approfittò per chiedere dove poteva trovare la strada che

conduce alle Solforate. Il silenzio calò immediatamente. Si guardarono

l’un l’altro per un po’.

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«Non c’è strada.» - si fece avanti uno con la barba corta e nera, la

pelle olivastra e due occhi ardenti - «Le solforate son chiuse da decenni.

O perché la vole andare a vedere?» - la sua voce era tagliente.

«Curiosità.» - intuì che c’era l’intenzione di scoraggiarlo, di intimorirlo

- «Sono geologo e volevo vederle.»

«Mah, faccia come vuole, ma la strada non la troverà.» - tirò giù un

mezzo bicchiere di grappa, pagò, accennò un saluto verso i compagni

e con flemma si avviò verso l’uscita. Nel silenzio che seguì, Dagoberto

si fece servire un caffè. I rimasti si girarono di spalle e confabularono

a mezza voce. Il barista sorrideva e pareva invitarlo a

non far caso, che tutto era perfettamente normale. Nel dargli il resto

disse anche: - «Grazie, dottore.»

Dagoberto alzò appena la mano per salutarlo ed uscì a sua volta

senza dir parola.

Gli ci volle una buona mezz’ora per giungere sul luogo. Il navigatore

non possedeva mappe di strade di campagna. Ma la strada per

arrivarvi c’era, sterrata, ma c’era ed era anche decentemente mantenuta.

I resti della miniera e l’imbocco alle gallerie abbandonate si

trovavano a quota 700 metri poco fuori i confini del parco naturale

del Pigelleto, circa 3 chilometri in linea d’aria a nord di Selvena in

mezzo alla boscaglia. Si affacciavano almeno tre gallerie. Nonostante

l’abbandono del posto non poté fare a meno di notare che il terreno

davanti agli ingressi era sgombro e doveva essere stato frequentato

di recente. Recava tracce di grossi pneumatici, conseguenza di

numerose manovre.

Con circospezione si avvicinò all’imbocco della galleria di mezzo. La

vegetazione attorno all’imboccatura era in parte lacera. Si fece strada

scostando rami e frasche. Accese una torcia elettrica e s’inoltrò per

alcuni metri fino a trovare un muro di cemento armato. L’ingresso

alla galleria era dunque sbarrato. Esaminò la struttura. Gli apparve

integra ed in ottimo stato. Guardò con più attenzione. Una piccola

crepa, quasi invisibile, c’era. Cominciò a battere con i pugni a destra

ed a sinistra della fessura. A sinistra era come battere contro una

roccia, non così a destra. Ad un pugno più forte si aprì un pertugio;

un pezzo di muratura era caduto nel buio all’interno.

Si fermò. Improvvisamente gli balenò nella mente il possibile significato

di tutto quanto aveva osservato fino a quel momento. L’istinto

lo stava mettendo in guardia. Corse fuori, si portò all’ingresso di

un’altra galleria. Dopo pochi metri all’interno trovò una situazione

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identica. Da un lato, lo sbarramento di cemento armato cedeva il

posto ad un tramezzo di circa un paio di metri di ampiezza. Nelle

vicinanze scoprì anche delle tracce di calcina.

Cosa nascondevano le gallerie al loro interno?

Gli parve di udire il rumore di un motore in lontananza. Schizzò in

macchina e, invece di tornare indietro proseguì per quella che, percorsi

circa 100 metri divenne una mulattiera. Dopo un altro cinquantina

di metri dovette fermarsi. La strada era solcata da una crepa

insormontabile e poco oltre era invasa dalla vegetazione. Uscì

dall’auto e tese l’orecchio. Dopo un paio di minuti, un grosso SUV

giunse davanti alle gallerie. Ne uscirono due uomini che si misero a

camminare in su ed in giù. Parlavano, ed ora guardavano per terra,

ora guardavano intorno. Notò che di tanto in tanto uno di loro sembrava

accarezzare il dietro della cinta dei pantaloni. Certo, data la

distanza, non poté esserne assolutamente certo, ma gli parve di riconoscere

l’oggetto di quelle premure: una pistola.

Rabbrividì; anche lui aveva lasciato tracce di pneumatici. Sperò ardentemente

si fossero confuse con le altre. I due entrarono nella galleria

dove aveva creato quel foro. Ne uscirono gesticolando. Uno di

loro guardò l’orologio e lo mostrò all’altro. Saltarono in macchina e

sgommarono via sollevando un gran polverone.

Evidentemente avevano pensato di essere giunti troppo tardi per

beccarlo. Qualcuno aveva riferito di lui a chi di dovere. Ora erano

corsi via o per vedere di rintracciarlo sulla strada per Santa Fiora o

per avvertire chissà chi. Fortunatamente nelle loro menti la strada

finiva lì, alla miniera. Ed infondo avevano ragione.

A marcia indietro riguadagnò lo spiazzo e poté uscire da

quell’incubo.

Guardò l’orologio. Forse faceva in tempo a beccare il professor Tamanti

all’uscita da scuola ad Arcidosso.

Vi giunse che i ragazzi erano usciti da poco. Del Prof nessuna traccia.

In capo a qualche giorno le lezioni presso il liceo linguistico sarebbero

terminate e chi non aveva da dare esami poteva andarsene in villeggiatura.

Severino temeva che Sabina se ne sarebbe andata subito

al mare. Così decise di rompere ogni indugio e farle un regalo affinché

si ricordasse di lui per tutta l’estate. E secondo lui, qual era il

regalo più bello, il gioiello che per lei si sarebbe strappato dal cuore?

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L’avvicinò, le picchiettò discretamente su una spalla e quando si

volse, le porse una scatolina confezionata come un dono natalizio,

guardandola fisso attraverso i suoi occhiali da miope. La fanciulla,

presa dalla curiosità, l’aprì subito. Al vedere il pilum ben accomodato

su velluto rosso, dapprima rimase perplessa - che diavolo era

quell’oggetto che pareva una vecchia punta di lancia mezza arrugginita

e per di più spuntata? Poi una luce le si accese negli occhi.

«Oh! Ma che bel regalo, Severino! Un reperto archeologico!»

«È la punta di un pilum romano!» - affermò fieramente il ragazzo.

«Dove l’hai trovata?»

«Mbeh... io...»

«Dai, dimmelo, alla svelta!»

«Al Talamonaccio. Ho scavato un po’ qua un po’ là...»

«Scavato, dici?»

«Non molto, 20, 30 centimetri...»

«Dove?»

«Ricordi, il tempio etrusco...»

«Sì, all’incirca... è stato quando sei sparito ed hai fatto inquietare il

Tamanti e la Corelli?»

«Sì, sì. L’ho trovato poco oltre il margine del tempio, da dove si comincia

a vedere l’altra collina.»

«Ho capito.»

«Sai là era in corso una battaglia fra Romani e Galli... insomma, c’è

stata... nel 225 avanti Cristo. Doveva essere verso la fine dell’estate,

l’ho dedotto da...»

«Va bene così.» - gli si avvicinò, gli stampò un sonoro bacio in fronte,

mise in fretta la scatola nello zainetto, girò i tacchi e se ne andò.

Severino rimase interdetto; non riusciva a decidere se cantar vittoria

o piangere sconfitta.

Sabina invece sapeva bene cosa voleva fare. Appena uscita dalla

confusione che regnava davanti alla scuola, prese su il cellulare e

chiamò quello che un po’ sul serio, un po’ per gioco, era il suo amore:

il fidanzato di Guendalina.

«Dagoberto?»

«Sì, chi è?»

«Amore, ho una cosa per te.»

«Ah, Sabina! Sei Sabina, vero?»

«Certo. Dove sei, caro?»

«Che t’importa?»

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«Guarda che la cosa che posso darti è deliziosa, una chicca.»

Ormai era giunto nei pressi della scuola e la vide. Si girò subito in

modo da darle le spalle per non farsi riconoscere.

«Senti figliola, non credo di aver bisogno di niente e poi non so di

cosa parli.»

«Dobbiamo vederci. Ho la sensazione che la cosa ti piacerà da matti.»

«Insomma...»

«Sorpresa!» - la ragazza gli si parò dinanzi. Sorrideva, splendidamente.

«Diavolo!»

«Caso mai sono una diavoletta.»

«Non volevo... non mi riferivo a te, ma...»

«Lo so, lo so, sei un ragazzo davvero per bene. Forse un po’ troppo!»

«Per favore...»

«Non tormentarti. L’amore è libero, no?... Senti, riguardo a don Tassiano,»

- si era fatta improvvisamente seria - «ho messo le mani su

un oggetto interessante.»

«Cioè?»

«Ciù ciù ciù» - gli si accostò, maliziosa e seducente. Dagoberto ne

sentì il profumo, percepì i riflessi della sua pelle di madreperla. Provò

ad arretrare, inutilmente, era a ridosso di un auto parcheggiata.

«Allora?» - deglutì.

«Stasera. Alle nove a Castel del Piano al centro dei giardini, sai dove

ci sono tutti quegli alberi. È scuro lì e non ci vedrà nessuno.»

«Tu sei matta! Hai appena 15 anni! Non ti lasceranno uscire dopo

cena da sola, voglio sperare!... E poi...»

«Ne ho quasi 16, oramai. Sei davvero un tesoro! Sei rimasto ai tempi

di mio nonno. Però mi piaci così, sai? Devi sapere che io esco tutte le

sere, come stasera. Esco con gli amici per andare in pizzeria o in disco

o a gelati... e, certo! anche qualche spinello...» - fece il gesto di

fumare - «Non ti scandalizzare, tesoro, se no ti bacio subito, qui, in

mezzo a tutti!»

«Uff!»

«Stasera ci troviamo per il cinema, proprio a Castel del Piano. Ci

vediamo là.» - portò un dito alle labbra per dire “sssh” - «… E guarda

di venire da solo... voglio dire senza poliziotta alle calcagna, intesi?

Da solo, altrimenti non te la do!» - detto questo si allontanò con

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passi decisi e raggiunse un gruppetto di compagni di scuola. Dagoberto

era diventato un baccalà.

Capitolo XI

Una donna interessante

Mentre Dagoberto era a Selvena, a tu per tu col fratello della vittima,

Guendalina metteva in atto il suo piccolo piano.

Si era recata a Pian Castagnaio ed in breve aveva rintracciato

l’indirizzo della villa dei Borghesi. Giunta ad un cancello con adiacente

cancelletto di servizio aveva suonato il campanello. Alla villa

si accedeva tramite un vialetto che attraversava un giardino assai

ben tenuto.

Il latrare dei cani fu placato da una cameriera affacciatasi poco dopo

sul portoncino d’ingresso. Sembrava uscita da un romanzo dei primi

del novecento: vestitino nero con gonna, goletta bianca ed un grembiulino

bianco attillato.

«Sì?» - gridò.

«Vorrei parlare con la signora Borghesi.»

«La signora non è in casa.»

«Forse mi può essere di aiuto anche lei. Se non mi può aprire, si avvicini,

che le mostro delle cose.»

«Non compro niente!»

«Oh, ma io non vendo niente! Ho qualcosa che potrebbe aver perduto

la signora Borghesi.»

«Torni quando c’è lei.»

«Mi dispiace, devo partire. Ma se questo oggetto appartiene alla signora

lei la può avvertire... può essere importante... non mi deve

aprire... basta che guardi.» - al silenzio della ragazza aggiunse: - «È

importante per la signora... E se poi venisse a sapere che non l’ha

aiutata?»

Questo fece pendere la bilancia a suo favore. La ragazza si avvicinò.

Si fermò a quasi 2 metri, rossa in volto. Guen le mostrò le foto del

fazzolettino. Vinta dalla curiosità la fanciulla si avvicinò fin quasi a

sfiorare il cancello.

«Non so niente.» - disse infine.

«D’accordo. Il fazzolettino è della signora... Lo vede? “A G B”, Albanora

Gioisi Borghesi.»

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«Ma non so niente.»

«Senti, cara, come ti chiami?»

«Io? Leda.»

«Ascolta, Leda, lo sai dov’era questo fazzolettino?»

«Come faccio a saperlo?» - lo disse con quella gentilezza che nasce

dal candore.

«Era a pochi metri dal posto dove hanno ritrovato il povero don

Tassiano.»

La ragazza si portò una mano alla bocca.

«Oddio! E... e ora, dov’è?» - balbettò.

«È al sicuro.»

«Ma allora lei...»

«Credo sia meglio avvertire la signora che quel fazzoletto l’ha perduto

proprio là. È un reperto d’indagine... sai cos’è?

«Ma... sì, credo di sì.» - si volse verso la casa.

«Te ne eri accorta che mancava?»

«Certo. Fa parte di un corredino di 6.»

«Quando l’hai scoperto?»

«Io? Subito. Me l’ha chiesto... mi faccia pensare... sabato.»

«E non l’ha riportato?»

«Dapprincipio pensavo lo tenesse con sé. Ma domenica prima

d’uscire me ne ha chiesto un altro.» - - «Ora però, unno so mica se

fo bene a dire tutte queste cose.»

«Tranquilla, Leda, se la signora è a posto, non ha nulla da temere.»

La serratura elettrica del cancelletto scattò. Una donna comparve

sulla porta della villa.

«Venga, venga avanti!» - la forte voce di contralto era perfettamente

udibile malgrado la distanza e l’assenza di sforzo.

Guendalina spinse il cancelletto e si incamminò, senza fretta.

Fu introdotta in un ampio salotto con divano e poltrone in pelle scura,

poste davanti ad un caminetto antico. Alle pareti erano appesi

numerosi ritratti di uomini e donne dall’aria austera su sfondi per lo

più scuri.

Albanora Gioisi, in Borghesi, alta come Guendalina, portava tacchi

alti, capelli neri, occhi neri, mobilissimi, ardenti, si muoveva come

un felino. Il suo seno, pieno, vivace, premeva contro la scollatura di

un leggerissimo pret-a-porter a fiori su fondo nero. Guen immaginò

poi quale effetto potevano avere sugli uomini quei suoi fianchi, rotondi,

imperiosi, visto che intrigavano pure lei. Quando Albanora si

- 88 -


sedette affondando in una delle poltrone non lo fece con grazia, ma

piuttosto col piglio della donna d’affari per ingiungere di venire

subito al punto.

Guen si sedette a sua volta pur non essendo invitata a farlo.

«Allora? Chi è?» - così da vicino, la voce della signora Borghesi sembrò

ancor più profonda, con qualche armonica maschile.

«Mi chiami Guen. Dunque, sabato scorso, di sera, all’ingresso del

museo minerario, lei ha perduto un fazzzolettino.» - si accorse di

essere impettita, così si lasciò sprofondare a sua volta nella poltrona.

«Guen, cosa?»

«Corelli.»

«Leda... immagino le avrà certamente detto tutto quel che poteva

dirle.»

Guen annuì.

«Non so chi possa aver portato là il mio fazzoletto.» - asserì seccamente.

«È un reperto troppo importante per annullarlo così, gratuitamente.»

«Ah! Non mi dire! Con quel faccino non t’avrei fatta ricattatrice.»

«“Gratuitamente” sta per “così alla leggera”.»

«Ce l’hai te?»

«So chi ce l’ha.»

«Se sei della polizia ti devi dichiarare, lo sai bene.»

«Certo che lo so. Scrivo gialli.»

Gli occhi di Albanora si illuminarono. La sua risata fu allegra e genuina.

«Non farai come “La Signora in Giallo”?»

«Focherello, fochino... Scrivo, indago e risolvo... e un certo commissario

mi ascolta... molto attentamente.»

«Sai, non dovresti essere così minacciosa. Potrebbe essere un bel

gioco.»

«Allora giochiamo.»

«Così va meglio.»

Poi parve riflettere mentre Guen attendeva la prossima mossa. Ma

quella alla fine chiamò Leda.

«Cosa prendi?»

«Un bitter analcolico, grazie.»

Ne ordinò anche per sé.

- 89 -


«Ricominciamo da capo.» - la voce sembrò ancor più profonda - «Allora?»

«Se ti ho trovata io, prima o poi ti trovano anche loro. Così, ti posso

garantire che tu e Dimitrio sarete interrogati di brutto.» - al nome

dell’amante si aspettava almento un sussulto, magari piccolo piccolo,

ma non ci fu.

«Lo posso immaginare. Quando poi verranno a sapere di quel pieda-terre

di famiglia, proprio lì, a due passi...» - si aggiustò una ciocca

di quei capelli nerissimi che le era calata sugli occhi.

«Sarà ancor peggio, ci puoi scommettere.» - neppure Guen batté ciglio

a quella ammissione. Forse Albanora l’aveva un tantino sopravvalutata.

Tanto meglio. Ora sapeva che i Francelli avevano un

appartamentino nei pressi delle miniere; una carta in più nelle sue

mani.

Sorseggiarono ambedue il bitter.

«Quella sera,» - riprese Albanora - «sabato sera, stavamo facendo

una passeggiatina romantica, io e Dimitrio. Il fazzoletto mi deve

esser caduto quando ad un certo punto ci siamo sfiziati di far

l’amore sull’erba. Pensa, proprio lì, accidenti! Proprio lì dove è stato

trovato il prete! Che sfiga!»

«A che ora la scopata?»

«Poco dopo cena, non so, aveva fatto appena scuro, tanto che stavo

un pochino in pensiero che qualcuno ci vedesse. Il cielo poi si è fatto

nero e minacciava di piovere.»

Un alibi non male, all’apparenza.

«Senti un po’, hai perso il fazzoletto sabato sera; perché non sei tornata

a riprendertelo domenica o lunedì, o anche martedì mattina?

Fino all’una il corpo di don Tassiano non è stato scoperto.»

«Perché non ti rispondi da sola, signora Fletcher?»

Forse era il momento di cambiar tattica.

«Mhmm. Senti, Albanora, adesso, detto fra noi, posso capire che far

sesso con un giovane torello con tutta la reputazione che si ritrova,

abbia i suoi lati soddisfacenti, ma tu sei una gran bella donna, non

credi di poter mirare più in alto?»

Stavolta Albanora, forse a disagio, cambiò posizione e guardò sorpresa

Guen. Non rispose subito. Poi decise di riassumere la sua più

bell’aria spavalda:

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«Sei per caso invidiosa? Ti ho forse chiesto quali sono i tuoi gusti

sessuali? Io ho i miei e basta. E poi che c’entra questo con la storia

del fazzolettino.»

«Niente, in effetti. Era solo un’offerta di intesa, fra donne»

«È perché mai dovremmo intenderci, noi due? Io faccio i cazzi miei e

tu fatti i tuoi.» - guardava Guendalina negli occhi, senza abbassare

mai lo sguardo.

«Okey. Diciamo allora che non ti sei accorta subito del fazzoletto e

poi non sapevi più dove l’avevi perduto.»

«Leda ti deve aver riferito che poi domenica gliene ho chiesto un

altro... però è proprio come hai detto te. Fino a che non sei venuta

qui non immaginavo di averlo perso proprio là.»

«Torniamo al punto. Mi dirai che sono curiosa, ma come pensate di

cavarvela?»

«Non abbiamo movente. Non c’è possibile movente. Io e don Tassiano

andavamo d’accordo, chiunque può testimoniare che era il

mio confessore.»

«Ah!»

«Ti pare strano che io tradisca mio marito e poi vada a confessarmi...

una donna come me, voglio dire col mio carattere?» - voleva una

risposta sincera?

«Sì, mi pare strano. E, dimmi, tuo marito non sospetta di nulla?

Guarda caso, Tu proprio con i Francelli!»

«Insomma sai proprio tutto eh, signora Fletcher! Quindi sai anche di

me e di Erino, immagino.»

«Mbeh... sì.» - sorpresa! Un’altra informazione gratuita.

«Non t’è venuto in mente che lo faccia apposta, scopare con uno o

l’altro dei Francelli?»

«Ce l’hai con tuo marito, direi.»

«Cosimo! Ah! Diciamo che ce l’ho con quel suo carattere piatto,

noioso, pignolo, puntiglioso... l’hai presente il grigio?»

«Ed i Francelli sono in tecnicolor?»

«La trasgressione è colore.»

«Sembra più una vendetta.»

«Una ripicca. Colori sgargianti.»

«E poi anche Erino è diventato grigio.»

«Quel porco è diventato viola!»

«Cioè?»

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«Ci ha solo il nerbo degli affari, lui. Come un giocatore incallito,

drogato. Per il resto è un debole, sottoposto alle donne. Lui non mi

scopava, ero io che scopavo lui... così si è fatto scopare da un’altra...

ma non perché gli piacesse: una secca, allampanata, un trampoliere!

L’opposto di me. Vedi?» - si dette una pacca su un fianco - «Non se

la faceva nessuno al mondo, quella! Ma lui si è fatto scopare da lei

per un affare! E losco per giunta, capisci? Oleana Strambelli! Una

figlia di puttana ammanicata con un senatore. Una troia che gli ha

fatto avere un appalto da milioni di Euro. Capisci il viola?»

«Ed è successo ultimamente?»

«Da poco più di un anno... Però l’ho detto in confessione a don Tassiano

solo qualche mese fa.»

«Attenta, io non sono tenuta al segreto sacramentale.»

«Lui lo era...» - i suoi occhi brillarono, si risistemò nella poltrona e

s’impettì. Sorseggiò il bitter, poi, con un certo sussiego: - «Ma ad

Erino ho fatto capire diversamente... che non gliel’ho detto in confessione...

per fargli tremare il culo... e tu che fai la Signora in Giallo,

sai sicuramente com’era fatto il povero don Tassiano. Lo sa anche

Erino. Lui preferisce avere a che fare con poliziotti, carabinieri, perfino

giudici, piuttosto che con un missionario.»

«Ti sei decisa tardi a vendicarti di quella Oleana.»

«No. Fin dall’inizio lo minacciavo di rivelare i motivi della sua relazione

con quella cagna. E più lui cercava di nascondermeli e più io

ero sicura di spaventarlo.»

«Capisco.» - dichiarò Guen, nella cui mente cominciavano ad accendersi

varie lucette - «Com’è che poi hai deciso di farti Dimitrio?»

«Erino era incasinato... infondo io lo ricattavo, non per denaro, naturalmente,

ma per vederlo in difficoltà, tremebondo, insicuro, un topo...

Mi piace vedere Erino che arranca, che cerca di sgusciare via. Ti

sembrerò cattiva eh? Ma è stato lui ad essere cattivo con me. Mi ha

umiliata!» - pur nella foga non aveva alzato la voce - «Così il pavido

mi ha dato in pasto il figlio, che non vedeva l’ora di saltarmi addosso

e di farlo sapere ai suoi compagnucci. Però è stato bello,

all’inizio... tutta quella foga virile... m’è piaciuto... e tanto.»

«E ultimamente?»

Albanora sorrise.

«Sono tornata alla carica. Mi faccio il giovanotto solo quando mi gira

e spavento il vecchio... Ah ah! Pensa che è così malridotto che mi

minaccia tutte le volte di avvertire Cosimo. È patetico. E io godo!»

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«E se lo facesse?»

«Non lo farà. Gli rispondo che da quando sa che lui è ricattabile,

anche Cosimo Borghesi è felicissimo di come stanno le cose! Gli ho

detto che mio marito non lo ricatterebbe; nooo! Lo denuncerebbe,

così» - schioccò le dita.

«E ci ha creduto?»

«Ci puoi scommettere la passera!»

«Un bel colpo! Insomma, tuo marito lo sa o no?»

«Lo sa, lo sa. Non è stupido. Anzi è molto intelligente. Quando mi

ha sposata sapeva bene di che pasta son fatta. Ma gli piacevo e m’ha

goduta. Ha avuto il suo.»

«E tu?»

«Se ho avuto il mio?» - vi fu una lunga pausa - «Ancora non lo so,

Guen.»

«Quali sono i loschi affari di Erino Francelli?»

«Di preciso non ne sono al corrente.» - fece un gesto vago - «Fai conto

che prima della Strambelli la sua azienda di trasporti di materiali

edili conto non fatturava più di 200 mila Euro l’anno. Dopo le scopate

il fatturato ha cominciato col raddoppiare nel giro di pochi mesi.

Gli affari si sono estesi al nord. Ha acquistato una decina di camion.

Le banche gli hanno fatto crediti prima impensabili.»

«Ma tu come fai a sapere queste cose?»

«Ho amministrato un paio d’aziende, ai tempi d’oro di Cosimo Borghesi,

così Erino mi teneva a parte dei problemi di gestione e gli ho

fatto da consulente.»

«Ha continuato a crescere, la sua azienda?»

«Credo adesso viaggi sui 200 mila, non all’anno, ma al mese.»

«Sempre per il trasporto di materiali edili?»

«Qui sta il punto. Quando ho cominciato ad indagare su questo mi

ha per così dire licenziata. È da allora che mi si è scatenata la rabbia,

quella rossa fuoco.»

«Credevo fosse soltanto per gelosia.» - affermò Guendalina, ma non

le dette il tempo di replicare - «Dati i fatti, i due Francelli sono sospettabili

di omicidio e tu di complicità, che io parli o no. Ti è chiaro

questo?»

«Cazzate! Su Dimitrio metto la mano sul fuoco. Forse neppure la

signora Fletcher sa che è incapace di far del male ad una mosca!

Sembra un duro, ma è un tenero. Per esempio: è svelto come un fulmine.

Acchiappa le mosche al volo, poi si bea nel vederle di nuovo

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volare... “E’ son creature anche loro!” dice... e tu dovresti vedere i

suoi occhi in quel momento... trasgrediresti anche te, sempre che tu

abbia un omo!»

Guen si domandò perché mai mentiva così spudoratamente sul carattere

di Dimitrio. A lei risultava che andasse a caccia di cinghiali.

Decise di rifletterci dopo e le chiese:

«E rischieresti di scottarti la mano per Erino?»

«La conversazione è finita.» - lo disse con un sorrisetto malandrino

sulle labbra.

Si alzò e con uno sguardo lanciò un invito perentorio all’ospite perché

facesse altrettanto. Tale era la forza e la risolutezza dei suoi modi

che Guendalina non se la sentì di opporre resistenza. Aveva raccolto

una messe di indizi, da fare invidia ad un Poirot. Poteva accontentarsi.

Ora, mentre Guendalina era in viaggio verso Montigliano e rigirava

nella mente il colloquio appena avuto con quella strana donna,

un’altra donna, dal comportamento assai più strano, la stessa che il

giorno prima attendeva Tiziana all’uscita dalla scuola di Arcidosso,

era di nuovo là alla stessa ora. Anche sta volta Ardelia non era presente

perché lavorava come badante presso una famiglia di Seggiano,

cosa che la donna misteriosa sapeva. Ad attendere la piccola

c’era la solita amica della madre. Tiziana salì in macchina con lei per

essere accompagnata a casa, dove fua accolta dalla zia. In questa

occasione la signora vestita di nero non seguì le mosse della fanciulla,

ma seguì l’auto dell’amica di Ardelia. Scoprì così che abitava a

Monticello Amiata, paese fra Montigliano ed Arcidosso. Vide dove

parcheggiò la macchina, poi proseguì per la sua strada.

Dagoberto e Guendalina, giunti alla base scoprirono con piacere che

la zia Clarissa aveva preparato un pranzetto coi fiocchi: ravioli alla

maremmana. Si avvertiva inoltre l’odorino stuzzicante di un arrosto.

Aveva apparecchiato in terrazza, dove il sole, pur vicino al solstizio

d’estate, lasciava bonariamente che l’aria ancor primaverile rinfrescasse

le serate dei Montiglianesi.

Guen trovò Dagoberto piuttosto taciturno, ma non senza appetito.

Quando la cuoca finalmente si sedette, pareva pimpante. Cominciarono

ad aggredire i tortelli e mentre Dagoberto si concentrava nel

compito, Guendalina lanciava ogni tanto delle occhiate alla zia. A

metà piatto capì che si aspettava la domanda che fa felici gli investigatori

che hanno scoperto cose.

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«Ti ha fatto una bella pettinatura la Gianna, vedo!» - esordì.

«Sì, non c’è male.»

«E la mèche ti dona proprio»

«Hu hu.»

«Insomma, che hai saputo dalla Gianna, dai!»

«Eh! Ho saputo delle cose.»

«Allora?»

«L’Edalia è ammirata ed odiata, ma sarebbe meglio dire invidiata e

basta.»

«Allora le corna gliele mette davvero al Tamanti!» - sbottò Dagoberto

sollevando gli occhi dal piatto ormai quasi vuoto.

«Qui en sabe?» - profferì enigmatica Clarissa.

«Come sarebbe? Se è invidiata o ammirata, non sarà certo per la sua

fedeltà al marito, no?» - insistè il nipote acquisito.

«Edalia è un tantino misteriosa. Sembra che tutte la vorrebbero con

un codazzo di amanti, ma nessuna ha prove concrete alla mano.»

«È vero o non è vero che è stata vista mettere un ombrellino rosa

sullo spiazzo di un casolare abbandonato?» - domandò Dago.

«Mi sembri Perry Mason! “È vero o non è vero...?”» - Guen provò ad

imitare una voce maschile.

«Allora?» - insisté Dago.

«È uscita fuori anche questa faccenda.» - rispose Clarissa - «Ma almeno

quelle signore che erano stamani dalla Gianna, ne hanno parlato

per sentito dire e, per la verità sia le fan che le astiose dubitavano

di tale eventualità, anzi, la rifiutavano con sdegno.»

«È una questione di mito.» - sentenziò Dagoberto - «Preferiscono

un’Edalia desiderata da una muta di amanti ad un’Edalia che si prostituisce.

Semplice, no?»

«E bravo il mio antropologo!» - esclamò Guen - «Vuoi lasciar parlare

la zia o ti basta quel che ha detto?»

Il giovane fece gesti di disimpegno. Guen lanciò uno sguardo

d’incoraggiamento a Clarisssa.

«Avete sempre il modo di rovinarmi la suspence, voi due. Mi verrebbe

voglia... Ma no! È troppo intrigante!... Dunque, la signora Tamanti,

sabato sera, fino a tardi, era ad Abbadia a casa di una sua amica

d’infanzia vedova da anni e per niente religiosa.» - tacque come fosse

per sempre.

I due aspiranti investigatori risistemarono più volte i fondoschiena

sulle sedie, ma ritennero giocoforza tacere. Il silenzio durò fino a

- 95 -


quando odori d’arrosto sulla via della carbonizzazione provennero

minacciosi dalla cucina. Clarissa si alzò di scatto e quando tornò con

la teglia fumante, o perché non ce la faceva più a trattenersi o perché

era passato il momento della suspence riaprì il discorso.

«Pare che questa amica dell’Edalia, aprisse la porta ai di lei amanti...

sempre per sentito dire, naturalmente.»

Silenzio.

«Si è sentito dire di qualcuno in particolare?» - domandò Guen con

l’aria più neutra possibile.

«Vi dirò che una che se ne era stata zitta fino a quel momento, da

sotto il casco ne ha sparata una da Guiness.» - dopo un piccolo silenzio:

- «Ha detto che una donna di Santa Fiora, nota per la sua

cattiveria ha avuto il coraggio di insinuare che don Tassiano...»

«Sì?» - Dagberto ormai aveva smesso di mangiare.

«Io non ci credo neppure se lo avessi visto.» - dichiarò Clarissa con

slancio - «Non tanto per chi può essere o non essere Edalia, ma certo

per quell’anima pia.»

«Sono daccordo» - convenne Dagoberto - «Ma vediamo di andare

avanti senza farci fuorviare dalla passione dell’Anthropos per la mitologia.

»

«Giusto,» - continuò Clarissa - «stiamo attenti, perché ora viene il

bello, o il brutto, visto che alimenterà le vostre turpi smanie investigative.

Ecco, pare... e sottolineo “pare”, che qualcuno sia disposto a

giurare di aver visto l’auto di Ruggero Tamanti parcheggiata nei

pressi della casa degli appuntamenti...»

«Che si trova...?» - fu subitaneo del chiedere Dagoberto.

«Eh... eh eh!... Voglio 10... anzi no! Vada per i 50 Euro!»

I ragazzi si guardarono sorridendo.

«Guarda che mi metto a parlare di Amulio.» - minacciò Guendalina.

«Mi arrendo! Sei cattiva! Dunque quella casa... si trova proprio nei

pressi del museo minerario, insomma, a qualche centinaio di metri.»

«In via...?»

A Clarissa brillarono gli occhi per la soddisfazione.

«In via Martelli, cari i miei investigatori, mentre l’amica di Edalia si

trova in via della Pace... che incrocia via Martelli!»

«Quando lo saprà Amulio...» - serpeggiò Guen

Clarissa la fulminò con uno sguardo.

«Infame è chi non rispetta i patti!» - si alzò, si recò in cucina e cominciò

a spostare oggetti rumorosamente.

- 96 -


Dagoberto la seguì.

«Tua nipote è impertinente.»

«E pettegola.» - aggiunse Clarissa.

«Senti, ti hanno detto che macchina era parcheggiata in via Martelli?»

«Una Tipo, grigia e ora basta! Non vi dirò mai più niente, mai!»

Il cellulare di Dago squillò.

Si trattava del maresciallo Bandini. Lui e Guen erano convocati per

le 17 al comando di Abbadia. Gli domandò se voleva una convocazione

ufficiale o se bastava così. Dagoberto chiese il motivo. Al che il

maresciallo a voce alta dichiarò che non era autorizzato a rivelarlo,

poi a voce bassa, quasi un sussurro:

«È arrivato quel commissario capo da Roma.»

«Che tipo è?»

«Allora intesi.» - affermò di nuovo a voce alta e riattaccò.

Capitolo XII

Venerdì pomeriggio. L’incontro col commissario capo

Durante il viaggio ad Abbadia, Dagoberto e Guendalina parlarono

soprattutto di come avrebbero dovuto comportarsi di fronte a questo

funzionario venuto su apposta per rimetterli in riga. Guendalina

espresse più volte perplessità sul significato di questo evento. Le

sembrava addirittura assurdo che per una scaramuccia cui non era

seguita alcuna denucia ufficiale si scomodasse un funzionario di

alto grado da far venire dalla capitale. Dagoberto non obiettava, ma

neppure l’appoggiava; era convinto che con le loro indagini avessero

toccato punti sensibili tanto da mettere in allarme persone potenti.

«Diciamo che io ho messo il dito in una piaga di persone importanti.»

- rivendicò Guendalina - «E ti dirò che credo di essere sulle tracce

giuste.»

«Le tracce saranno anche giuste, ma non certo per l’omicidio di don

Tassiano.»

«Cosa vorresti insinuare?»

«Il mio istinto dice che don Tassiano non è stato assassinato da o per

conto di persone potenti.»

«Ma?»

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«Per motivi psicologici... è un caso individuale, anche se per ora non

saprei esattamente dirti perché.»

«Dopo quello che ci ha detto la zia Clarissa sulla presenza di Edalia

e Ruggero vicino a...»

Dagoberto scosse la testa.

«Non lo so. Ti sembrerà strano, ma proprio dopo quel che ha detto

tua zia...»

«Mbeh, credevo, anzi temevo, che dopo quelle notizie ti saresti ancor

più incaponito col povero Prof.»

«Siamo al confine fra fantasia e realtà. Ammetto però che se si provasse

senza alcun dubbio che Ruggero Tamanti si trovava davvero

da quelle parti sabato sera e che, magari anche a causa di informazioni

fasulle, voci, pettegolezzi, avesse maturato la convinzione che

la bella Edalia se la facesse col curato di Santa Fiora, allora allora...

Ehi! Non è qui vicino che ci sono gli orti della Gegia?»

«Credo di sì.» - gli rispose la ragazza - «Ma abbiamo tempo per una

capatina?»

Dagoberto consultò l’orologio e fece un’azzardosa sterzata. Imboccò

una stradina in salita ed in breve giunsero al cancello d’ingresso alla

proprietà della Gegia.

Davanti al casolare vi erano un paio di auto parcheggiate. Alla padrona

chiesero se poteva dir loro a chi erano affittati i vari appezzamenti.

La Gegia era riluttante, ma quando le dissero che li aveva

mandati in avanscoperta un importante giornalista per un servizio

sugli hobby dei maremmani, consegnò loro addirittura il registro

della clientela.

Appresero così che al momento vi erano solo 6 persone iscritte. Dagoberto

riconobbe tre nomi che conosceva per averci giocato assieme

a scopone: Ivano Meri, l’impiegato comunale di Piancastagnaio,

Oderio Bongi, di Abbadia San Salvatore e, guarda caso: Ruggero

Tamanti. Al nominare quest’ultimo la Gegia fece un gesto come per

dire: “lasciamo perdere”. Perché? Ultimamente non ricordava di

averlo più visto. Paga regolarmente l’affitto? Ci mancherebbe!

Quanto “ultimamente”, domandò Guen. Forse da quasi un mese, fu

la risposta. Degli altri due sconosciuti Dagoberto prese mentalmente

nota.

Poi volle domandare alla Gegia chi fosse presente il giovedì della

settimana prima, ma quella disse che lì andavano e venivano senza

avvisare. Bastava pagassero l’affitto... Tutte persone fidatissime. E

- 98 -


poi lei era assieme all’Ardelia di Montigliano e non ci aveva fatto

caso. Guen domandò anche se conoscesse un certo Felio di Tre Case.

Ma certo! In quel momento non c’era, ma veniva sempre a fare dei

servizi ai suoi clienti, a portare semi e concime, a riparare delle recinzioni,

qualche lavoro di fatica...

Non c’era più tempo per indagare. Dovettero schizzar via.

Giunsero puntuali al comando di Abbadia. Ciononostante furono

introdotti nella squallida e soffocante saletta d’aspetto. Passò un

quarto d’ora, poi mezz’ora, poi un’ora.

«Questo funzionario è uno stronzo.» - dichiarò ad un certo punto

Guen esasperata.

«È una tattica usata dalla polizia per sfiancare le difese dei sospetti.»

«Ma sospetti di che?» - gridò la ragazza.

«Abbassa la voce!» - gridò con un sussurro Dago - «Faceva così anche

Maigret... è un comportamento classico!»

«D’accordo, però non so te, ma io ho i miei diritti e questo padreterno

mi sentirà! Chiaro?»

Era in piena agitazione quando un giovane carabiniere li venne a

prelevare per introdurli nell’ufficio del capitano Zanzi. Questi era in

piedi dietro la scrivania, mentre seduto alla stessa v’era il commissario

capo giunto il giorno stesso da Roma: niente meno che il commissario

Amulio Pesce.

Ambedue i ragazzi rimasero a bocca aperta. Bisogna però dar loro

atto che notarono subito le strane smorfie che il loro amico indirizzava

loro. Non solo, ma capirono anche il loro significato. Così

Guen, che già stava per lasciarsi andare sulla sedia, si trattenne e si

ricompose sull’attenti.

Dopo quasi un minuto di silenzio, in piena vista del vago sorriso

sulle labbra dello Zanzi, la voce perentoria di Amulio intimò loro di

sedersi.

«Tu sei il Dagoberto de Carolis, giusto?»

«Sì»

Il commissario scarabocchiò qualcosa su un quaderno.

«E tu sei Guendalina Corelli, di lui convivente.»

«Fidanzata, anzi, compagna.»

Il capitano Zanzi ebbe un moto di impazienza.

«... signor commissario!» - le ingiunse di dire, guardandola severamente.

«Signor commissario capo.» - si affrettò a dire Guendalina.

- 99 -


Il capitano deglutì e sbirciò verso il funzionario.

«Va bene, va bene.» - affermò serioso Amulio - «Veniamo al sodo.» -

nel dir così prese da una tasca un toscanello e se lo accese - «Mi è

stato riferito che voi due, ma specialmente tu, Corelli, andate in giro

ad importunare i cittadini di Abbadia San Salvatore e non solo, con

domande indiscrete e riferendo di altre persone in aperta violazione

della legge sulla privacy.» - tirò un paio di boccate. Il capitano Zanzi

aveva di nuovo messo su quel sorrisetto ironico.

I ragazzi rimasero in silenzio.

«Allora!» - tuonò Amulio Pesce - «Che avete da dire in proposito?»

«Io ho molte cose da dire.» - dichiarò Guendalina - «Riguardano

l’assassinio di don Tassiano Ciompi, sempre che le voglia sentire.»

Di nuovo quelle smorfie strane sul volto del commissario. Ma stavolta

non attaccò.

«Se è per quello, anch’io ho da informare lei e questo comando, riguardo

a possibili sospetti per quell’omicidio.» - si piccò Dagoberto,

mentre lanciava un’occhiata di sfida alla compagna.

Un’espressione di disappunto comparve sul volto di Amulio.

«Bene!» - sbottò - «Dunque confessate di aver commesso più volte il

reato di cui siete accusati... vi siete tirati la zappa sui piedi... ed io

che ero preoccupato perché non vi erano denunce! Vedo con piacere

che non ce n’è bisogno!» - aspirò voluttuosamente dal toscanello.

Ormai l’odore acre si era sparso per tutta la stanza ed un refolo di

fumo raggiunse Guendalina. Questa fece il gesto di scacciarlo.

«Le dispiacerebbe spegnere quel sigaro? Non vorrà attentare alla

nostra salute, spero!»

«Come ti permetti!» - intervenne con veemenza lo Zanzi.

Il commissario si volse un po’ all’indietro e gli fece decisi segni di

abbassare il tono e di lasciar perdere. Con gesti esagerati spense il

mozzicone in un portacenere.

«È nel tuo diritto Corelli. Ma torniamo ai diritti delle persone che

avete molestato.»

«Ho raccolto pesanti indizi su una persona che potrebbe avere un

grave movente per l’omicidio del sacerdote, un movente passionale

aggravato da antichi rancori di famiglia.» - buttò là Dagoberto con

voce neutra come se fino ad allora non fosse accaduto alcunché.

«Insisti, de Carolis?» - domandò Pesce, ma il tono non era più lo

stesso di prima.

- 100 -


«Naturalmente non rivelerò il nome della persona in questione, per

motivi di privacy.»

«Vuoi fare il furbo eh?» - il commissario cercò di dar forza a questo

rimprovero.

«Sono serissimo, signor commissario capo. Non rivelerò nomi né

circostanze, né fatti, se non come persona informata e dietro formale

richiesta da parte di un funzionario di polizia o di un giudice.»

«Ed io lo stesso...» - aggiunse Guen - «Sennonché gli indizi e le informazioni

da me raccolte su ben altre persone, sono sicuramente

più affidabili di quelle... di quelle prima dette.»

«Ah! E come fai ad esserne così sicura?» - chiese Amulio.

«Semplice. Le ho raccolte in prima persona da una persona direttamente

implicata, mentre le sue...» - indicò Dagoberto.

«Sì?» - incoraggiò il commissario.

«Mbeh, le sue sono dei per sentito dire... supposizioni...»

«Fantasie?» - insinuò Amulio Pesce.

Dagoberto sorrise e scosse la testa all’indirizzo dell’amico che da

sempre lo stuzzicava riguardo alla distinzione che il giovane faceva

fra fantasia, prodotto incontrollato della mente, ed immaginazione,

una creazione ragionata della stessa.

«Però voglio prima sentire il de Carolis.»

«Perché?» - chiese Guen, mentre osservava che il volto del capitano

Zanzi passava da espressioni di sorpresa a quelle di incredulità fino

ad essere preoccupato della piega che prendeva quello che doveva

essere un interrogatorio da levare il pelo.

«È semplice Corelli, perché questo interrogatorio lo conduco io.»

«Commissario... ehm...» - tossicchiò lo Zanzi - «Il caso don Tassiano

è... è...»

«Appartiene a questo comando ed è suo. Mi consenta di collaborare

ed andremo perfettamente d’accordo. Obiezioni?» - poi, senza attendere

risposta, rivolto a Dagoberto: - «Bene, signora persona informata,

da questo momento lei può parlare dell’omicidio di don

Tassiano Ciompi... anzi, capitano, le dispiace far venire uno stenografo?»

«Uno stenografo?»

«Uno stenografo. Dobbiamo registrare quel che dice il nostro de Carolis,

no?»

«Ehm...» - stavolta la tosse era perché qualcosa gli era andata di traverso

- «Il nostro... mmhm... ma le faccio gentilmente notare che qui

- 101 -


non siamo a Roma, noi abbiamo un appuntato che sa scrivere direttamente

sul computer... è anche abbastanza veloce sa!»

«Va benissimo. Anzi, mi congratulo con lei!»

In risposta vi fu un vago brontolio.

Quando l’appuntato si dichiarò pronto a scrivere, il commissario

Pesce con in mano il toscanello spento dette il via a Dagoberto a mo’

di direttore d’orchestra.

Così il giovane aspirante investigatore riferì tutti i suoi sospetti riguardo

al Prof, a cominciare dalla storia della famiglia Tamanti, del

sopruso fatto dal padre di don Tassiano, fino a giungere alla probabile

infedeltà della moglie Edalia, donna molto attraente, affascinante

ed allo stesso tempo ambigua al punto di essere sospettabile di

avere incontri galanti presso una sua amica di Abbadia, la cui abitazione

è pericolosamente vicina al luogo del delitto. Non mancò naturalmente

di aggiungere che vi potrebbero essere testimoni che

hanno visto una Tipo grigia parcheggiata il fatidico sabato sera nei

pressi della suddetta casa di appuntamenti e precisamente in via

Martelli. Controvoglia affermò che qualcuno era pronto ad insinuare

che quella sera l’appuntamento era con la vittima. Non mancò di

informare che l’auto del Tamanti aveva il muso ammaccato, come se

avesse spinto un’altra auto.

«Ti rendi conto della gravità di queste affermazioni?» - chiese Amulio

Pesce.

«Senta commissario, in queste affermazioni vi sono dei fatti, ma vi

sono anche voci che devono essere accuratamente controllate ed io

ho detto chiaramente quali sono gli uni e quali le altre. Sono sicuro

che tutto questo farà parte di un segreto istruttorio e che sarà vagliato

con la massima serietà»

«Mmhm... d’accordo.» - si mise il sigaro in bocca e guardò Guendalina

con l’aria di dirle che riguardo alla questione del fumo ci sentiamo

dopo. Poi, rivolto all’appuntato: - «Scritto tutto?»

Guen intanto si agitava impaziente sulla sedia. Finalmente Pesce

rivolse la sua bacchetta di direttore verso di lei che immediatamente

si mise a parlare fitto fitto.

«Abbiamo la foto del fazzolettino perduto da Albanora Borghesi

vicino a dove è stata ritrovata la salma di don Tassiano, così, dalle

cifre ricamate sono risalita alla proprietaria e sono riuscita a sapere

che lei e Dimitrio Francelli erano sul luogo del delitto sabato sera e

che i Francelli hanno un pied-a-terre proprio lì, ma Albanora è stata

- 102 -


anche amante di Erino Francelli che la teneva anche come consulente

per l’amministrazione della sua azienda di trasporti, ma poi lui

l’ha tradita con una certa Oleana Strambelli che gli ha fatto avere

degli appalti d’oro, sebbene di dubbia legalità, allora Albanora ha

cominciato a minacciare di denunciarlo, fino a giungere a dirgli di

averne parlato con don Tassiano che, come si sa, era paladino della

morale fino all’intransigenza.» - aspirò profondamente onde evitare

di diventare cianotica. Perle di sudore ornavano la fronte del povero

appuntato al computer.

Guen aprì la bocca per ricominciare, ma Amulio la bloccò.

«Un momento. Ti devo fare delle domande. Innanzi tutto come hai

saputo che questo Dimitrio e questa Albanora erano sabato sera sul

luogo del delitto?»

«Certo,» - intervenne Dagoberto - «Il loro simul-ibidemque è una cosa

troppo seria per essere liquidata così, alla leggera.»

Amulio agitò la mano verso di lui come per scacciare una mosca.

Conosceva abbastanza il giovanotto per non stupirsi di espressioni

del genere.

Gli occhi di Guen brillarono.

«Pensi, signor commissario capo, è stata la stessa Albanora a dirmelo,

anche se nega il simul, naturalmente. I due amanti sono stati lì

prima del delitto, forse un paio d’ore prima e vi hanno fatto l’amore,

sull’erba... suppongo, a due passi da dove è stata ritrovata la salma

del sacerdote!»

Nessuno si era accorto che la faccia del capitano Zanzi era diventata

livida.

«Ma lei commissario,» - proruppe - «come può accettare testimonianze

di questo genere... sono delazioni, sono... sono indirette...

offensive, sono da querela!»

«Si tranquillizzi, capitano,» - precisò Pesce - «le consideri secretate

fin da questo momento. Non vi sarà che una copia dei verbali di

queste testimanianze ed è superfluo, immagino, che le dica che lei,

in quanto titolare di questo comando è fin d’ora responsabile di eventuali

fughe di notizie.» - poi appuntò gli occhi sui due giovani e

minaccioso aggiunse: - «Devono essere considerate come segreto

d’ufficio, devono! Se ne parlate con altri commetterete reato. Anzi,

fino ora, con chi ne avete parlato?»

Dagoberto rispose che era la prima volta che sentiva queste cose,

mentre Guen affermò essere la prima volta che ne parlava ad altri.

- 103 -


«Però, devo far notare» - disse Dagoberto pignolo - «che la signora

Borghesi ha subito un tradimento da parte di Erino Francelli. Immagino

che un’amante tradita si senta ancora più ferita nell’orgoglio di

una moglie... o sbaglio?»

«Vieni al punto de Carolis!» - lo esortò il commissario.

«In tutta questa bella apertura verso un’estranea...» - indicò Guendalina

che gli fece una rapida, stizzita linguaccia - «io vi trovo lo

spirito della vendetta. Quindi logica vuole che le sue confessioni

debbano essere prese cum grano salis.»

Pesce accennò un sorriso e subito si ricompose.

Il capitano Zanzi, ormai terreo in volto, intervenne:

«Comunque Corelli, stai attenta. Se confermi queste dichiarazioni ci

troveremo costretti ad interrogare Erino e Dimitrio Francelli e questa

vivace signora, l’Albanora Borghesi. Vi possono essere conseguenze

gravi, come giustamente faceva rilevare il commissario capo.»

- attese qualche attimo - «Confermi?»

«Certamente.» - disse seria Guendalina.

Il capitano si volse verso il commissario:

«Allora dobbiamo procedere... che dice?»

«No.» - dichiarò seccamente Pesce - «Come mi ha già riferito, quelle

persone sono state già abbastanza molestate da questa Corelli, per

metterle di fronte a quelle che... tutto sommato... ha ragione lei, capitano:

sono chiacchiere. Aspettiamo... forse potremmo sentire questa

Albanora Borghesi... Per ora no. Vedremo.»

Sul volto del capitano le nuvole passarono e tornò a splendere il sole.

«Ma allora...?» - Guendalina era lo sconcerto in persona.

«Ho detto basta, Corelli!» - tuonò Amulio Pesce.

«Allora convocherai il Prof e sua moglie!» - esclamò giulivo Dagoberto.

Gli aveva dato inavvertitamente del “tu”.

«Vedremo, vedremo, dopo.» - di nuovo quelle strane smorfie sul

volto.

Al capitano non era sfuggito il lapsus.

«Giovanotto!» - a stento si tratteneva dallo strillare - «Come ti permetti

di mancare di rispetto al commissario capo? Vuoi che ti insegni

le buone maniere? A modo mio?» - appariva assai rinvigorito.

«Il capitano ha ragione.» - affermò Amulio - «Che non si ripeta, chiaro!»

- batté violentemente il pugno sulla scrivania.

- 104 -


«Chiedi scusa al commissario! Avanti!» - Fermo Zanzi si avvicinò

minaccioso a Dagoberto.

Questi naturalmente acconsentì compunto.

L’appuntato stampò quanto era riuscito a scrivere. Dopo aver firmato

le testimonianze Dagoberto e Guendalina furono dimessi. Ma al

momento di uscire dall’ufficio il capitano Zanzi si fece avanti e disse:

«Col suo permesso, commissario capo... Ehi, voi due!» - si bloccarono

- «Da questo momento, guardatevi dall’andare in giro a molestare

le persone, qui ad Abbadia ed ovunque nella mia giurisdizione!

La dovete piantare con la vostra mania, stampatevelo nella testa!» -

guardò il commissario e questi gli fece un plateale segno di approvazione.

Nell’uscire dal comando videro il maresciallo Bandini e l’ispettore

Liverani che tenevano ciascuno per un braccio una donna dall’aria

contrita. Seguivano altri due carabinieri che accompagnavano nello

stesso modo un ometto dall’aria torva e piuttosto malandata.

Al vedere Guendalina, Liverani non riuscì a trattenere un cenno di

saluto, accompagnato come al solito da un improvviso rossore sulle

guance.

«Ti pareva non si portasse dietro lo scagnozzo!» - mormorò a denti

stretti Dagoberto.

Giunti a casa volevano dare la notizia dell’arrivo di Amulio alla zia

Clarissa, ma la trovarono in lacrime. Era accaduto un fatto assai

spiacevole. Era andata a trovare Florena nella sua casa di Bagnolo e

l’aveva trovata in uno stato depressivo da far pietà.

«Farfugliava. Non riusciva a parlare in modo comprensibile.» - spiegò

- «Allora ho chiamato a telefono suo marito, ma questi m’ha risposto

che non poteva lasciare il negozio, che Florena era in quello

stato da quando era tornata da quelle stupide riunioni femminili, così le

ha chiamate le nostre riunioni di beneficenza, quello sciagurato.»

«Non sei riuscita a capire qualcosa?» - domandò Guen.

«Purtroppo ho capito quando era troppo tardi.»

«Che significa?»

«Saranno state le 6 che hanno suonato maleducatamente alla porta...»

«Nooo!» - Guendalina, ricordò il modo di suonare dei carabinieri

quando si trovava da Spirita - «Erano i carabinieri!»

Clarissa annuì.

- 105 -


«Allora... non ci posso credere... erano dunque Florena e suo marito

che sono stati portati al comando di Abbadia! Noi ne stavamo uscendo...»

- aggiunse Guen.

«L’orecchino mancante!» - quasi gridò Dagoberto.

«Non è niente! Dio mio, Dio mio!» - Clarissa si prese la testa fra le

mani - «Sono andata io ad aprire. Appena ha visto il maresciallo

Bandini le si è sciolta la lingua. “Finalmente!” - ha detto. Allora ho

capito che si stava cacciando nei guai più neri. Mi sono frapposta fra

lei ed il maresciallo. Ma lei sembrava un’altra: dritta sulle gambe lo

sguardo fermo, mi ha detto: - “È tutto inutile, Clarissa. È arrivato il

mio momento. Maresciallo, faccia il suo dovere, la prego.” - Capite?

Faccia il suo dovere! Mi arresti! Si è consegnata ai carabinieri. Poi

quando ha visto che avevano fermato anche suo marito ha detto: -

“Lasciatelo in pace, lui non c’entra niente.” - Quello ha bestemmiato

come un satanasso che i carabinieri l’hanno minacciato di mettergli

le manette davanti a tutti per vilipendio alla religione. Io ero più di

là che di qua. Ho preso per un braccio quel brav’uomo del maresciallo

e gli ho chiesto guardandolo negli occhi: “Perché? Com’è

possibile? È la donna più santa ch’io conosca! Mi dica qualcosa se no

impazzisco!” - prorpio così gli ho detto.» - si asciugò gli occhi.

«E lui?» - domandò guen.

«A bassa voce mi ha confidato che non avrebbe dovuto dir niente,

ma c’erano due gravi indizi a carico di Florena: l’orecchino trovato

sul luogo del delitto e delle tracce di vernice della sua auto rinvenute

sul tronco di un albero su all’Aquilaia, proprio vicino a dove

l’auto di don Tassiano è precipitata nel dirupo.»

«Ma dell’orecchino, come avranno fatto a risalire a Florena? Qualcuno

ha parlato. Spirita?» - chiese ancora Guendalina.

«Non credo, non è il tipo.»

«Allora chi?»

«È difficile saperlo, ma mi fa male ammettere che la delatrice sia da

cercare fra le Dame della Madonna del Castagno, perché Spirita,

della visita dei carabinieri a casa sua, quando c’eri anche te, ne ha

parlato, a modo suo, ma ne ha parlato, durante l’ultima riunione...

ed è stato quando io ho notato che Florena portava un solo orecchino.

Quante altre avranno notato la stessa cosa?»

«È chiaro che il marito è stato fermato perché chiunque fosse

l’assassino, doveva avere un complice che lo riportasse a casa sua.» -

affermò Dagoberto - «Quel povero Cristo, non ce lo vedo complice

- 106 -


di un omicidio compiuto da sua moglie. Trasportare un cadavere...

don Tassiano era un omone... quell’omino sembra tenere l’anima coi

denti.»

«Allora chi potrebbe essere un complice di Florena?» - chiese Guen.

«Ehi! Ti sei ammattita? Ma quale complice e omicidio!» - gridò Clarissa

- «Florena è innocente! Ci metterei la mano sul fuoco. E domani

mi sentiranno là ad Abbadia! Farò un casino, io e tutte le Dame, e

chiamerò anche il Vescovo, se occorre.»

«Tu? Una miscredente come te!» - azzardò Guendalina.

«Non ti provare più a parlare di questo argomento, sai!» - i ragazzi

non l’avevano mai vista così minacciosa.

«Preparo io la cena.» - cercò di rimediare Guen.

Poi tentò di tranquillizzare la zia col dirle che adesso ad Abbadia era

giunto un funzionario da Roma e che se Florena era innocente egli

l’avrebbe immediatamente rimandata a casa. Intanto Dagoberto si

appartò per confabulare a telefono.

Mentre a cena discutevano di quanto peso potevano avere gli indizi

a carico dell’amica di Clarissa, il cellulare di Dagoberto suonò. Per

risponedere si recò in cucina. Al ritorno rispose agli sguardi interrogativi

delle due donne.

«Era Amulio. Mi ha chiesto di recarmi immediatamente da lui, al

comando di Arcidosso per una comunicazione urgente.»

Guen lo guardò come si guarda un poveraccio senza speranza. Alla

qual cosa ed a vedere la sorpresa dipinta sul volto della zia Clarissa,

si portò una mano alla bocca.

«Va bene.» - disse Guendalina - «È così, zia! Amulio è quel commissario

venuto da Roma per farci la ramanzina e molto probabilmente

domani verrà qua.»

«Ah, bene!» - quasi urlò - «Questa sarà la volta che io me ne vado!

Sì, me ne andrò subito... E domani mattina non contate di trovarmi

qua!»

«Che stai dicendo, zia? Dove diavolo vuoi andare?»

«Oh, in un posto che non dirò a nessuno...»

«Ma...»

«Ah, il cellulare? Butto via la SIM e ne piglio una nuova. Il mio nuovo

numero lo sapranno ben poche persone.» - fece una piccola pausa

- «Voi non sarete fra quelle.» - si alzò e, come suo solito quando era

presa dal nervoso, si recò in cucina e cominciò a cambiar di posto a

stoviglie ed altri oggetti provocando un gran rumore.

- 107 -


Guen lanciò un’occhiata di rimprovero al suo uomo, poi aggiunse:-

«Dobbiamo andare adesso ad Arcidosso? Ma è diventato matto

quello là? Son quasi le 8 e mezzo!»

«Non dobbiamo, io devo... si tratta di quell’incarico del tribunale di

Siena.» - ma lo disse un po’ male.

«E perché io non posso venire?» - insisté maliziosa.

«Tesoro, mi spiace, in proposito Amulio è stato esplicito.»

«Okey, vai vai, nessuno ti trattiene, ciao!»

«Mi dispiace...»

«Sei ancora qui?»

Giunse alla piazza del giardino di Castel del Piano che erano giusto

le 9. S’inoltrò verso il punto centrale dove effettivamente per una

combinazione di luci ed ombre v’era una zona piuttosto scura. Sabina

non c’era.

“Vuoi vedere che si tratta di uno scherzo? Mi vuole ridicolizzare

davanti ai suoi amichetti. Meglio non stare qui fermo... giriamo un

po’.”

Passò un buon quarto d’ora. Il timore di essere stato preso per i fondelli

cresceva esponenzialmente. Stava per andarsene, quando nel

punto stabilito comparve come per incanto la silhouette di Sabina.

L’avvicinò con circospezione. Si aspettava che da un momento

all’altro comparissero i suoi compagni in circolo per mettersi a sghignazzare

mentre Sabina gli faceva dei gesti per dirgli: “Ci sei cascato,

ci sei tascato!”

Ma non fu così. Come le giunse vicino, la ragazza gli mise le braccia

attorno al collo e lo baciò con dolcezza e slancio. Dagoberto fu percorso

da un brivido e si trovò a fronteggiare una sensazione così

piacevole da temere di esserne travolto. Con grande sforzo la prese

dolcemente per le spalle e con fermezza si staccò da quella delizia.

«Scusa, Sabina.» - ebbe a dire. La guardò negli occhi e si accorse che

anche lei stava cercando di scendere da chissà dove per toccare di

nuovo terra.

«Scusami, Dagoberto, ma era da tempo che desideravo farlo.»

«Okey, okey, tutto bene... è successo tutto e niente...»

La ragazza gli porse una scatolina confezionata come un regalo.

«Ecco.» - disse semplicemente e si girò per allontanarsi, ma andò a

sbattere contro Guendalina.

Vi furono attimi di tensione. Gli occhi di Guen fiammeggiavano, ma

gli occhi di Sabina non si abbassarono. Guen era tesa come un arco

- 108 -


prima dello scoccare della freccia. Sabina era rilassata, tranquilla.

Nessuna delle due voleva rischiare la prima mossa, o la prima parola.

Figuriamoci Dagoberto, che a parte il rischio, non sapeva neppure

se avesse più la lingua. Quando il silenzio e l’immobilità imboccarono

la via del ridicolo, Sabina si spostò di lato e si allontanò di un

paio di passi. Si girò verso Guendalina e le chiese da quanto tempo

fosse là.

«Da abbastanza.» - fu la risposta.

«Non credo tu continueresti a stare con lui se mi avesse allontanata

da villano.»

Guen rimase silenziosa.

«Non poteva agire con più gentilezza... e poi, non è fatto di legno...

dovresti saperlo.»

Videro la figurina di Sabina allontanarsi e sparire dietro gli alberi

del parco.

«Perché mi hai mentito?» - c’era rabbia nella voce di Guen, ma anche

amarezza.

Dagoberto le mostrò la scatola ricevuta dalla fanciulla.

«Ha detto che è importante per le indagini.»

«Ah, davvero?»

«Non me l’avrebbe data se venivi anche te.»

«Mmhm.»

«Adesso però, possiamo vedere insieme cos’è.»

«Adesso possiamo?»

«Se hai visto davvero come sono andate le cose...»

Guen prese il cellulare.

«Ciao, Amulio, stronzo... sai bene perché! Ti sei prestato ad uno

squallido trucco per ingannarmi... Ah, pari e patta, dici? Così ti sei

voluto rifare per quella faccenda del sigaro? Ciao, Amulio, stronzo.

Ah, e meschino!» - riattaccò.

«Adesso andiamo a vedere cosa c’è là dentro.» - indicò la scatola.

Il pilum romano!

Di nuovo Guen prese il cellulare.

«Sabina? Sono Guendalina. Come l’hai avuto?... Severino?... Sul Talamonaccio...

vicino ai resti del tempio... Sì, sì vedo... pare proprio

quello mancante dalla collezione di don Tassiano... la punta scheggiata...

vedo. È quello al 99%. Okey.» - interruppe la comunicazione

e rivolta a Dagoberto:

- 109 -


«Tienilo te, per ora. Andiamo. La zia Clarissa è doppiamente in tilt:

per Florena e perché Amulio è tornato.»

Capitolo XIII

Sabato, una settimana dall'omicidio e quarto giorno dal

ritrovamento del cadavere.

Nella notte fra Venerdì e Sabato, la zia Clarissa riuscì a dormire poco

e male a causa della pena che provava per la sua amica Florena.

Non solo, nel dormiveglia si ritrovava spesso a tu per tu con Amulio

nell’atto di volerla abbracciare. Ma lei con grande forza lo respingeva

e lo insultava, ora perché si era dimenticato di lei, ora perché non

le voleva far vedere Florena in prigione. Fatto sta che quando i ragazzi

si svegliarono non avvertirono il solito affaccendarsi della zia

giù in cucina.

Ora, la pigrizia era sempre stata il loro forte:

«Aspettiamo un po’» - propose Dagoberto.

«Possiamo sempre andare a far colazione da Fioraldo.»

«Hai tanta fretta?» - nel dir così le si avvicinò e le carezzò il volto.

Lei rispose di non avere alcuna fretta.

Tutto in breve si dissolse nella passione. Il telefono di Guen squil

inutilmente un paio di volte, o forse tre. Fu difficile saperlo fino a

che acquietati i sensi ed elevati gli animi, si decisero ad andare a

vedere chi aveva osato.

Guen era stata chiamata dalla regista Tonecini per un appuntamento

in mattinata.

- 110 -


Il telefono di casa squillò. Guen si precipitò a rispondere per evitare

che la zia si svegliasse. Era Amulio e voleva parlare con Dagoberto.

Senza neppure salutarlo Guen porse il telefono.

La telefonata era per informarlo che il funerale di don Tassiano, fissato

per quella mattina, era stato rimandato da parte della procura a

data da destinarsi, causa ritardi e disguidi burocratici riguardanti il

referto autoptico. Poi, inaspettatamente gli chiese che voleva conferire

con lui in via del tutto confidenziale in un luogo un po’ fuori

mano. Si dovevano incontrare presso il piazzale nel bosco antistante

Il Gatto d’Oro, un albergo sulla via della Vetta Amiata.

Dagoberto ottenne di posporlo in tarda mattinata. Poi gli domandò

se avesse o no l’intenzione di interrogare il Prof e sua moglie Edalia,

anzi, perché non lo aveva fatto subito, dopo quel po’ po’

d’informazioni che gli aveva servito su un piatto d’argento. La risposta

fu che il capitano Zanzi aveva provveduto con un blitz di sua

iniziativa a convocare i due, ma, sorpresa! Edalia era sparita ed il

Prof sembrava non avere la più pallida idea di dove fosse. Adesso

Ruggero Tamanti era anche lui in stato di fermo e ad Amulio non

importava un fico secco.

«Non mi importa niente se a te non importa niente. Io ragiono sulle

informazioni che riesco ad avere. Ora rispondimi seriamente:

sull’arma del delitto non è stato trovato niente che possa essere usato

come prova contro qualcuno?»

«Sei insopportabile... comunque ti dirò che è stata usata a mani nude

e c’è del materiale per un’analisi del DNA, contento?»

«Di chi sarà?»

«E cia cia cia! Se trovi il colpevole dopo si sa!»

«Però, io non ho ancora capito in che rapporto stai con lo Zanzi» -

azzardò Dagoberto - «anzi, per quale ragione sei venuto di nuovo

da queste parti.»

«Ho l’impressione che lo scoprirai presto. Intanto, solo in privato

possiamo darci del tu.»

«Eh no! O mi spieghi le cose o non se ne fa di niente.»

«Le cose non te le posso spiegare. Il mio incarico è stavolta fra i più

delicati...»

«Un incarico segreto!»

L’amico commissario colse perfettamente nella voce del giovane,

l’eco di un’emotività che ben conosceva e se ne avvalse, invece di

minacciarlo.

- 111 -


«Bada bene» - gli disse - «in via del tutto eccezionale ammetto si

tratti di ciò che hai appena detto. Ci stai a collaborare o no?»

«È ovvio che ci sto.» - a malapena riuscì a trattenere quel friccico di

entusiasmo che provava.

«Allora io sono il commissario capo Amulio Pesce e tu sei uno scapestrato

giovanotto irresponsabilmente maniaco di indagare per

proprio conto.»

«Accidenti! E... senti, perché non mi hai chiamato al cellulare?»

«Per precauzione. Siccome sei un irresponsabile impiccione, qualcuno

potrebbe spiarti attraverso il cellulare ed io non voglio correre

rischi.»

Dagoberto fece un fischio.

Guen gli chiese scusa e prese il telefono dalle sue mani.

Parlò a voce bassa.

«Amulio, sono Guen. Mi senti? Non posso parlare a voce alta. Non

voglio che Clarissa mi senta.»

«Okey.»

«Florena Moralli è trattenuta presso il comando di Abbadia?»

«Sì.»

«Allora Clarissa vorrà vederla là. Ma la sua auto è guasta. Fra... diciamo

un tre quarti d’ora, chiamala. E ora ciao.»

«Un momento! Fatti dire da Dagoberto come dovete relazionare con

me.»

«Va bene, ho fretta ciao ciao!»

Con un cenno domandò al compagno se voleva proseguire la telefonata,

ma questi scosse il capo.

«Non sapevo che la macchina della zia fosse in panne.» - obiettò

Dagoberto.

«Infatti, non lo è.»

«Allora...»

«Ma fra qualche minuto lo sarà.»

«Ah!»

Guen ingurgitò in fretta e furia una mezza colazione e poi, raccolti i

documenti necessari, schizzò via per l’appuntamento con la Tonecini.

Prima di salire sulla sua macchina aprì il cofano di quella di Clarissa

e staccò un filo.

Appena rimasto solo, Dago evocò l’immagine del pilum romano. Per

la verità, questa immagine era stata preceduta in un flash da quella

di Sabina mentre lo guardava dopo averlo baciato. Prima di trovarsi

- 112 -


a Il Gatto d’Oro con Amulio si era preso il tempo di tornare alla parrocchia

di San Giuseppe in Santa Fiora per incontrare Mazaffe.

Quello sarebbe stato il colpo alla botte, purtroppo doveva dare un

colpo anche al cerchio, vale a dire il lavoro per il conte di Montigliano,

già a lungo strascicato.

Il colpo al cerchio non riuscì a farlo durare a lungo. Forse era davvero

maniaco delle indagini, ma non scapestrato e soprattutto non irresponsabile,

s’impuntò con un immaginario Amulio.

Si portò dietro il pilum. Voleva farlo vedere a Mazaffe per un riconoscimento.

Ma quando il ragazzo gli aprì la porta della canonica,

qualcosa lo trattenne da esibire il reperto. Chiese solo se poteva fargli

qualche domanda. Si recarono di nuovo nella stanza delle teche.

Si portarono davanti a quella contenente la posizione vacante con

un talloncino con su scritto: “Punta di pilum romano, in buone condizioni,

parzialmente spuntata - periodo consolare - dagli scavi attorno

al tempio etrusco-romano del Talamonaccio - dono di Gianluigi

Cotta - 1968”

«Ascolta Mazaffe,» - gli disse - «cerca di seguirmi. Don Tassiano si

era accorto che quest’oggetto mancava?»

«... Mhmm... s... sì.»

«Bene. Da quanto tempo manca?»

«Oh, due, tre settimane, non so io. Io non so.»

«Quando ha scoperto che mancava?»

«Sc... sco-perto?»

«Sì, visto, visto.»

«Ah, visto. Dopo mostra.»

«Una mostra di cose come queste?» - indicò le teche con un ampio

gesto.

«Sì, mostra archeologici a Fonteblanda.»

«Quando?»

«Mostra archeologici reperti di Fonteblanda 12 maggio.»

«Ah, bene, tu ora ricordi.»

Il ragazzo sorrise contento e più rilassato.

«Sì, sì, ora io ricordo. Sì. 12 maggio.»

«C’eri anche te?»

«...?»

«Alla mostra, c’eri anche te?»

«Oh... io... non ricordo.»

«Come non ricordi? C’eri o non c’eri?»

- 113 -


«Ah, io dovevo andare... ecco, io dovevo andare... ma poi non c’ero.

Io non c’ero.»

«Finalmente! C’erano tante persone a Fonteblanda quel giorno?»

«Tanta gente, sì...» - si portò la mano alla bocca - «detto don Tassiano.

Detto lui. Sì.»

«Che ha detto don Tassiano?»

«Tanta gente. Forse qualcuno rubato... messo in tasca. Persona come

lui... passione per archeologici reperti. Tanti. Tanti passione come

don Tassiano. Sì, io so.»

Dagoberto si scoprì deluso. Guendalina gli aveva parlato di Severino,

un ragazzo che si distingueva perché studioso e isolato dai compagni,

ma sempre sereno perché praticamente posseduto dalla passione

per la storia antica e l’archeologia. Chiaro come la luce del sole:

il ragazzetto era stato alla mostra, era riuscito a mettersi in tasca

quel reperto e poi l’aveva regalato al suo amore dicendo che l’aveva

trovato sul Talamonaccio, proprio come aveva visto scritto sulla targhetta

prima di trafugarlo. Una spiegazione semplice, chiara, inequivocabile.

Santoddio! Perché non ci aveva pensato prima?

Ringraziò Mazaffe e si diressa verso Il Gatto d’Oro, a pochi chilometri

da Santa Fiora.

Clarissa si svegliò che erano appena passate le 10.

Si vestì in fretta e furia. Era decisa ad andare a trovare Florena al

comando di Abbadia. Là avrebbe certamente incontrato Amulio.

“Non importa” - si disse mentre era allo specchio - “Florena innanzi

tutto! E tu...” - rivolta alla propria immagine - “non lo degnerai neppure

del tuo prezioso sguardo. Ah, e se sarai costretta a parlarci, lo

chiamerai ’commissario’, anzi ’signor commissario Pesce’, oh! Cacciatelo

bene in testa. Ah, e poi niente invito a cena, a pranzo, neppure

a merenda. Ah ah!” - rise e salutò l’immagine allo specchio. Poi,

mentre si avviava ad uscire: - “In questa casa lui non poggerà mai

più il suo piedino. Mai! Mai? Mbeh, per un bel po’ di giorni! Almeno

10, 5... non meno di 3... perché se poi se ne va... e poi e poi non

accetterò inviti, sì perché ci proverà il farabutto! Che sia chiaro, signor

commissario Pesce dei miei stivali!’ ” - fece un inchino allo

specchio.

Uscì e trovò che la macchina non partiva. Chiamò Guendalina, ma il

suo cellulare risultò inaccessibile. Stava per chiamare Dagoberto

quando fu chiamata dal signor commissario Pesce.

«Oh! Ciao Amulio!» - si prese mentalmente a calci.

- 114 -


«Ciao. Come stai?»

«Mah, io... io non lo so, ecco!»

«Credo di avere qualcosa da farmi perdonare, ma credimi...»

«Cos’hai da farti perdonare? Di che diavolo stai parlando?»

«Ah! Allora la questione è più seria di quel che pensavo.»

«Continuo a non capire. Senti, se hai qualcosa da dirmi, fai presto

perché devo recarmi dal parrucchiere e mi si è bloccata la macchina...»

- “Accidenti a me!” - si disse - “Questa maledetta bocca che

non sa stare zitta!”

«Non c’è problema, ti mando il Liverani. Ti accompagnerà lui.»

«Se si presenta lo caccio in malo modo! E non se lo merita, lui! »

«Suvvia! Verrei io, ma ho un impegno inderogabile e poi sai, qui ad

Abbadia c’è un capitano che bu bu bu... urca, sta arrivando!... Clarissa?

Ehi Clarissa!» - ma ormai Clarissa aveva riattaccato.

L’ispettore Franco Liverani prese una delle macchine di servizio con

l’incarico di raggiungere al più presto Montigliano. Ma appena passato

Pian Castagnaio la macchina si impuntò come fanno a volte gli

asini, in mezzo alla strada, tanto che altri automobilisti, dopo qualche

strombettata, scesero ad aiutarlo a sistemarla a lato. Così destino

volle che fosse proprio Amulio a recarsi da Clarissa.

«Ad Abbadia» - gli disse asciutta - «Al comando dei carabinieri.»

«Non sapevo avessero un salone per signore.» - provò a sorridere.

Per più di 5 chilometri il silenzio di Clarissa fu eroico. Al sesto chilometro,

alla curva dove aveva rischiato di cadere nel precipizio le

scappò un: «Uh!» - represso da una mano portata alla bocca.

«Sì?» - chiese Amulio.

«Niente. Assolutamente niente.»

«È stato a quella curva?»

«Come puoi sap... Accidenti! Ti ha avvertito Guen... o Dagoberto.

Mai una volta che si facessero gli affari loro!»

«È stata tua nipote. Ci tiene a te.»

«Meno male, almeno lei...»

«Raccontami bene di quel che ha scritto quella bambina sul foglio

smarrito. Ricordati che la questione è seria. Potrebbero farle del male.»

«Potrebbero?»

«Sì. Se poi ti riferisci al plurale che ho usato, ebbene, sono d’accordo

con lo Zanzi: si tratta di almeno due persone ed aggiungo che una

deve essere una donna che ti conosce bene e conosce la tua casa.»

- 115 -


«A meno che non si tratti di un uomo, che mi conosce bene e conosce

la mia casa... non trovi?»

«Touché.»

Qualche chilometro di silenzio.

«Sai, Clarissa... se ci pensi bene, tu sei una testimone.»

«E di che?»

«Per esempio di quello che c’era scritto sul foglietto e di come è sparito.

Voglio tu sappia che non ho intenzione di interrogarti ufficialmente.»

«Ah, la generosità!»

«Però tu capisci che devo sentirti per acquisire agli atti tutto ciò che

sai... In ogni caso stasera sei convocata a cena da me, diciamo... c’è

un bel ristorante vicino a Casa del Corto...»

«Non posso.»

«Va a finire che ti convoca lo Zanzi.»

«Sei feroce.»

«Parliamone stasera a cena e ti prometto che non sarai neppure interpellata

dal capitano.»

«Non vengo a cena stasera. Fammi pure convocare da quello Zanzi.

La cosa non mi tange.»

Ancora dei chilometri di reciproco mutismo.

«Guarda Clarissa che se i ragazzi ti hanno detto che li ho trattati un

po’ male è perché di fronte al capitano Zanzi ho dovuto farlo.»

«Per far piacere a quello Zanzi o a chi altro?»

«Ho un incarico molto spinoso. Li tratterò male davanti al capitano

il quale poi riferirà a chi sa lui, ma io ho ben altre cose da fare... a

seguito di tutto questo. Di più non posso dirti... Ah, ecco, siamo arrivati.

Ora vedo che ti lascino parlare con la Moralli.»

«I diritti di Florena ed i miei li faccio valere da me.»

«Come non detto. Poi ti faccio riaccompagnare dal Liverani, ormai

avranno risolto il problema. Chiamami al cellulare.»

«Ci sono i pullman.»

«Non esageriamo! E per stasera ci conto... Ci penso da quando...»

«Non mentire.»

«... da tanto. Ti prego...»

«Accidenti!... Uffa, ti saprò dire.» - ciò detto scese di macchina ed

entrò nel comando.

Amulio fece una conversione ad “U” e sgommò via a tutta birra. Era

in ritardo con l’appuntamento a Il Gatto d’Oro.

- 116 -


Appena si presentò, Dagoberto guardò ostentatamente l’orologio.

Amulio fece finta di nulla. L’albergo a quella data era ancora chiuso.

Il luogo era deserto ed immerso nel silenzio dell’immenso faggeto.

Di tanto in tanto in lontananza si udivano le motoseghe dei taglialegna.

Presero giù per una strada sterrata che si inoltrava nella boscaglia.

«Non parliamo dei dettagli del tuo incarico di consulente,

d’accordo?» - esordì Amulio.

«Avanti, veniamo al punto.»

«Sei per caso già stato alle Solforate?»

«Sì.»

«Hai notato qualcosa di rilievo?»

«Sì.»

«Adesso non fare il cretino!»

«Hai detto che non ne avremmo parlato... Okey, ci sono delle aperture

camuffate nelle mura di sbarramento. Il luogo è stato frequentato

di fresco da mezzi pesanti. Qualcuno ha fatto la spia che io andavo

a perlustrare la zona. Ho fatto appena in tempo a nascondermi

che sono arrivati due individui su un SUV. Hanno rilevato che io

avevo scoperto i passaggi. Non posso giurarlo, ma uno di loro aveva

una pistola infilata nei pantaloni. Si sono fiondati via forse con la

speranza di rintracciarmi.»

«Così va meglio.»

«Un corno! Quelli torneranno alla carica.»

«L’avrebbero già fatto.»

«Sai chi sono? Cosa hai combinato?»

«Non so ancora di preciso chi sono, ma... ancora non posso dirti

niente. Però stai tranquillo.»

«Perché tutti questi segreti? Mi danno un nervoso...!»

«Datti una calmata. Ci sono di mezzo personaggi della casta, a Roma,

perciò tieni la bocca chiusa e rispetta i patti, se no sarò costretto

a farti arrestare pubblicamente e trasferire in luogo dove la tua bocca

aperta non sarà ascoltata da nessuno.»

«Minaccioso, eh?»

«Un giorno, forse, mi scuserò per questo, ma non voglio intralci,

neanche piccoli piccoli... insomma lo vuoi capire che se qualcosa va

storto io ho chiuso?»

Dagoberto rimase a bocca aperta. Fecero una buona cinquantina di

metri in silenzio, poi il giovanotto ritrovò la parola.

- 117 -


«Sono con te Amulio... al 100 per 100 okey?»

Amulio accolse la dichiarazione con un borbottio.

«Però mi devi far capire una cosa...» - tornò alla carica Dagoberto -

«Segui anche il caso “don Tassiano” o no?»

«Ci risiamo!»

«E dai!»

«E va bene! Lo Zanzi deve credere di sì. E ora basta davvero!»

Mentre avveniva questo colloquio, Clarissa cercava di averne uno

con l’amica Florena seduta di fronte a lei. Sembrava non volesse

spiccicar parola. Non staccava lo sguardo da Clarissa. Nei suoi occhi

ora si affacciava una ferrea determinazione, ora una profonda disperazione,

ora una richiesta di aiuto. Dopo qualche minuto e non poche

esortazioni, Clarissa fece l’atto di alzarsi per andarsene. Florena

le prese la mano e fermamente la trattenne.

«Ti prego.» - la sua voce era dolce, ma non supplichevole - «Ancora

un po’»

Clarissa attese pazientemente.

«Vedi, Clarissa, sto veramente male, perché mi vergogno da morire.»

«Con me non hai motivo di vergognarti di niente.»

«Tutte voi mi avete sempre creduto una cristiana senza macchia...»

«Qui ci sono solo io.»

«Questo mi facilita le cose. Tu non parlerai, vero?»

Clarissa con la mano fra le sue mani scosse la testa in diniego.

«Grazie.» - parve sollevata.

Vi fu ancora un lungo minuto di silenzio.

«Don Tassiano era un sant’uomo... ma anche i santi sono tentati dal

Demonio.» - ancora silenzio - «Io penso sia stata una lotta impari. È

stato sopraffatto... Siamo stati sopraffatti. Capisci cosa voglio dire?»

Clarissa annuì.

«Ho pregato tanto. Tanto tanto tanto! Ma non ce l’abbiamo fatta...

Sai non è da tanto tempo... però anche una sola volta basterebbe...

quella in casa da me. Poi ha continuato a venire a Bagnolo, ma solo

per non destar sospetti. Ci siamo visti... due, tre... insomma non

molte volte... lo sai che non mi ricordo più dove? Un posto tranquillo...

senza problemi. L’aveva scelto lui.»

Clarissa ebbe la netta sensazione che fare anche una sola domanda

avrebbe rotto quella spece di incantesimo. Passò un tempo che parve

lunghissimo, mentre sul volto di Florena passavano emozioni

- 118 -


come nuvole in una giornata ventosa. In certi momenti sembrava in

un estasi mistica, in altri i suoi occhi fiammeggiavano e le sue mani

erano scosse da tremiti.

«Il Demonio è terribile, Clarissa, terribile, credimi. Ti fa apparire

celestiali cose in realtà infernali. Però poi alla fine si mostra per

quello che è: colui che ti priva del diritto di esistere, anzi, di essere

esistita. Ad un certo punto mi è stato tutto chiaro.»

Silenzio. E Clarissa che voleva sapere, ma non osava chiedere.

«Don Tassiano si trovò ad essere così sovrastato da Satana che lo ha

impersonato. Clarissa?»

«Sì?»

«Mi sono trovata nel letto con Satana in persona... allora ho dovuto

porre fine a tutto ciò.»

«Fermati qui, ti prego.»

«Sì sì, mi posso fermare qui o proseguire, ma voglio che almeno tu

sappia che mi prendo da sola tutta la responsabilità. Ho fatto tutto

da sola. Ti è chiaro questo?»

«Certo, ma per l’amor di Dio, non dire a nessuno ciò che hai fatto o

non fatto. Lasciati almeno difendere come si deve. Nega! Nega, Florena.

Fallo per me!»

«Non posso, Clarissa, cara! Il ciclo si deve chiudere. Io devo essere

punita. Di questo soffrirà il Demonio. Lo capisci? Supponi io la faccia

franca. Quale ingiustizia! E Satana che ride, ride, ride, perché

gode delle ingiustizie. Semplice no?»

Clarissa si prese la testa fra le mani. Una pena la opprimeva. Non

sapeva più come fare né se fare qualcosa fosse un bene od un male

per l’amica, né un bene od un male in sé. Cos’era giusto e cosa sbagliato?

«Ma come hai fatto, come hai fatto?» - ormai tratteneva a stento le

lacrime.

«Non ricordo.»

«Non intendevo in che modo ci sei riuscita...»

«Sembra incredibile, cara, ma non riesco a ricordarlo.» - non ascoltava

più - «Mi pare gli psicologi la chiamino “rimozione”.» - era

serena adesso - «Scusami, Clarissa, ma mi sento stanca, molto

stanca.» «Ora me ne vado. Ma tornerò a trovarti.» - le accarezzò il volto, esitò

ancora qualche attimo, poi si alzò. Andò a bussare alla porta e subito

un carabiniere donna entrò e si avvicinò alla Moralli.

- 119 -


Quando stava per uscire dal comando l’ispettore Liverani si offrì

insistentemente di accompagnarla a casa. Invocò pure il dovere di

eseguire un ordine, ma non attaccò. Ferma nei suoi propositi Clarissa

decise di rientrare a Montigliano con un autobus.

Vi giunse che erano già passate le 1.30. I ragazzi stavano per telefonarle

perché il pranzo era pronto ed erano sul punto di sedersi a

tavola.

Sulle prime Clarissa tentò di tenersi tutto per sé, ma come spesso

succedeva, i buoni modi di Dagoberto la indussero ad aprirsi.

Alla fine del racconto Dago e Guen ammisero di non riuscire a credere

alle dichiarazioni di Florena. Ciò non servì a sollevare Clarissa.

Guendalina per confortarla cominciò a demolirle pezzo per pezzo.

Ad un certo punto però Dagoberto che rumigava in silenzio chiese

loro di fermarsi.

«Ho scoperto come potrebbe aver fatto tutto da sola...» - lo guardarono

con cattiveria - «almeno in linea di principio... È possibile. Che

vi prende?»

«Guarda, che se è appena criticabile non ti parlo per un mese.» - lo

minacciò Guen.

«Tanto non ce la faresti.» - e prima che aprisse bocca - «Non dimentichiamo

che si tratta di una donna: Florena, nel caso specifico.»

«E allora?» - stavolta era Clarissa, la battagliera.

«E allora, don Tassiano... ma manteniamoci sul teorico... I nomi non

contano, Okey? Dunque, la futura vittima ha un appuntamento con

la futura assassina su all’Aquilaia. I due giungono sul posto ciascuno

con la propria auto. La futura vittima entra nell’auto

dell’assassina. Questa prende una bella pietra e, col furore che contraddistingue

il fanatismo, sfascia il cranio della vittima. Fine del

primo atto. L’assassina spinge la vettura vuota del morto giù per il

burrone. Fine secondo atto. In piena lucidità rientra nella propria

macchina, fa manovra e struscia la fiancata contro un albero. Infine

giunge ad Abbadia, laddove nasconde il cadavere e dove perde un

orecchino. Fine.»

Ci fu un bel silenzio.

«Ammetto che sei il primo ad aver fatto questa pensata; notevole

anche.» - concesse Guendalina, ammansita e piuttosto ammirata del

suo compagno - «Ma l’assassina dovrebbe essere molto più robusta

di quanto appaia Florena. Io non l’ho conosciuto, don Tassiano, ma

- 120 -


tutti dicono che era un omone, forse di 90 o di 100 e più chili. Faresti

fatica anche tu a trascinarne il corpo. Come la metti?»

«Capisco. Ci vorrebbe un complice uomo... e saremmo da capo a

12.»

«E il fanalino posteriore rotto trovato nei pressi della miniera?» -

incalzò Guen.

«Potrebbe non essere un problema. L’assassina ha spaccato il fanalino

con un martello o un sasso prima di spingere giù la macchina, ha

raccolto alcuni pezzi e li ha portati con sé. Quanto agli spezzoni di

rosario trovati accanto a quelli del fanalino, non mi dire che ci sono

problemi!»

«L’auto di don Tassiano era una Kangoo... piuttosto pesante, mi

sembra...»

Il telefono di casa squillò. Clarissa andò a rispondere.

«... No, qui da me non c’è, non è ancora arrivata...» - la udirono dire

- «Come sarebbe “non è rientrata a casa”?... Ma non doveva andarla

a prendere quell’amica di Ardelia... Ah! Una gomma bucata le ha

detto?... Allora chi ci è andato a prendere la piccola?... Ardelia, lei

crede... Doveva partire addirittura da Seggiano! Sarà arrivata tardi,

ma non l’avrà portata poi con sé dove lavora?... Neppure Ardelia sa

più dove si trova... Bisogna avvertire la polizia... bisogna farlo al più

presto possibile. Se non lo fa lei lo faccio io... e subito!... Lo so io perché.

La saluto!»

Si volse verso i ragazzi, il volto scuro e furente.

«Amulio.» - disse Guendalina - «Chiama subito Amulio.»

Dimentica di tutte le impuntature nei confronti del commissario,

Clarissa non esitò un istante.

Il commissario venuto da Roma, al corrente dello scrittino lasciato da

Tiziana in casa di Clarissa e del pericolo da lei corso al ritorno dalla

riunione delle Dame di beneficenza, capì che la cosa era seria e, senza

dare spiegazioni al capitano, forte del mandato di plenipotenziario

rilasciatogli dal Ministero degli Interni, gli ingiunse di scatenare

senza indugi la caccia per ritrovare la piccola. Inutile dire che la notizia

della scomparsa si sparse per tutta la Maremma ad una velocità

prossima a quella del suono.

Clarissa dopo neppure un quarto d’ora dalla prima telefonata lo

chiamò di nuovo ed a sua volta e gli ingiunse di tenerla al corrente di

ogni minimo sviluppo delle ricerche. Amulio promise solennemente.

Così rimediò un invito a cena per quella sera stessa.

- 121 -


La cena sarebbe stata anticipata alle 19.30 in punto, perché Dagoberto

e Guendalina volevano andare alla conferenza che Oderio Bongi

avrebbe tenuto in quel di Castel del Piano alle 21.30.

Prima di quella cena però, esattamente alle 16, si verificò un altro

fatto inquietante: Dagoberto ricevé sul cellulare una brutta telefonata.

La voce aveva strani accenti femminili, si sentiva che era fortemente

contraffatta. Le parole però furono chiare: se voleva che alla

piccola Tiziana non accadesse niente di male doveva farsi trovare

quello stesso giorno, alle 17.30 in punto ad Arcidosso, alla gelateria

nel giardino di piazza Indipendenza e precisamente al tavolino più

vicino alla fontana. Come avviene in casi come quello, gli fu intimato

di venire solo e disarmato, di non avvertire chicchessia, e di non

farsi seguire da nessuno. La voce aggiunse che sarebbe stato sorvegliato

fin dalla sua uscita di casa. Questo gli parve improbabile, ma

si disse che non aveva scelta. Se avevano Tiziana per le mani non

c’era che da seguire puntualmente le istruzioni. Si sentì investito di

una grande responsabilità e s’impose di agire in modo da rendere

massime le possibilità di aiutare a recuperare Tiziana sana e salva.

Di questa telefonata si guardò bene di far parola con chicchessia.

Mentre si recava all’appuntamento si domandò perché mai si fossero

rivolti a lui.

Dovette attendere ben 20 minuti prima che accadesse qualcosa. Proprio

davanti a lui era parcheggiato un furgone bianco con su

l’immagine di un cono di gelato così ben effigiato che gli fece venire

l’acquolina in bocca. Due persone si avvicinarono al tavolino, proprio

quando stava per assaporare la leccornia appena portata dal

cameriere.

Gli fecero un saluto come se lo conoscessero e si sedettero nelle poltroncine

di plastica bianca di fronte a lui. Si trattava di una donna

magrissima, una bruttona, dagli occhi verdi, vivacissimi, e di un

uomo alto e grosso, con una barba nera incolta, dall’aria rozza e lo

sguardo cinico, dietro al quale si intravedevano barbagli di una violenza

a stento repressa. La mente ed il braccio, si disse il giovane.

La donna chiamò il cameriere ed ordinò due caffè. Poi con tono spiccio,

che non ammetteva repliche gli chiese di consegnarle il cellulare.

Dagoberto glielo dette. Lei lo spense e lo mise sul tavolo. Poi gli

ingiunse di togliersi la giacca e consegnargliela. Gli chiese pure di

sbottonarsi la camicia e di mostrare il petto nudo. Quella era la zona

del corpo dove normalmente vengono appiccicati i radiomicrofoni.

- 122 -


Gli fu restituita la giacca. L’uomo non gli staccava gli occhi di dosso.

La donna voleva apparire calma, ma la frequenza con cui batteva le

palpebre e la rapidità dei gesti, segnalavano che era minata

dall’ansia.

«Dunque,» - attaccò - «Tu sei stato alle Solforate a spiare.»

Dagoberto non batté ciglio. Succhiò un po’ di gelato.

«Nella relazione tecnica che farai al più presto, diciamo entro 15

giorni, per il giudice Moranghi devi affermare, e bada, in modo circostanziato

e convincente, che gli sbarramenti originali sono intatti,

in buono stato e che non necessitano di alcun intervento manutentivo.»

- dalla borsetta prese un foglio ed una penna. Glieli porse.

«Scrivi.» - la sua voce era calda, ma il tono forzatamente pacato.

Visto che il giovane era colto da qualche esitazione, ingiunse con

forza: - «Avanti! Scrivi quel che ho appena detto: “gli sbarramenti

originali sono intatti, in buono stato e non necessitano di alcun intervento

manutentivo.”»

Dagoberto prese il cono di gelato con la sinistra e si mise a scrivere

«Bene, questo sarà il tuo promemoria. È tutto registrato qui.» - gli

mostrò un miniregistratore digitale - «Così non potrai negare di non

aver recepito quel che ti ho detto.»

Attivò per alcuni secondi il registratore per fargli udire parte della

conversazione.

Il cameriere portò i caffé. La donna pagò. Il cerbero al suo fianco

continuava a fissarlo negli occhi. Evidentemente non lo conosceva.

Infatti, sottoposto a simili minacce, l’aspirante investigatore reagiva

animato da una forza impassibile, un’eccezionale lucidità ed un perfetto

autocontrollo. Si accorse che l’immagine di quel bravo che lo

fissava gli si stava stampando indelebilmente nella mente fin nei

minimi dettagli. In seguito l’avrebbe riconosciuto in mezzo ad una

folla al primo colpo d’occhio. Immaginò anche che la donna altri

non fosse che Oleana Strambelli, l’amante di Erino Francelli che,

secondo quanto aveva riferito Guendalina, aveva mandato in bestia

Albanora Borghesi. L’ipotesi era così vivida nella sua mente che gli

venne la tentazione di dirglielo, ma pensò a Tiziana e giudicò che

tale mossa sarebbe stata sconsiderata. Tacque.

«Ora ascoltami bene giovanotto.» - disse la donna riprendendosi la

penna - «Ci sono 50 mila Euro per te se porti a buon fine la tua brava

relazione tecnica. Capisci cosa intendo?»

Dagoberto si limitò ad un: - «Certo.»

- 123 -


«Cinquemila subito, il resto alla consegna della relazione al giudice.

E noi abbiamo la possibilità di leggerla prima di lui, credimi.»

«E Tiziana?»

«Tiziana è al sicuro e lo sarà fino a quel momento.»

«Come posso esserne certo?»

«Che t’importa? Avrai il tuo cinquantone.»

«Già,» - obiettò - «Così mi ritroverei coinvolto nel rapimento.»

«Vedo che hai capito il gioco.»

«Non voglio niente.»

«Eh, no, mio caro. Devi volere.»

«Farò quel che volete ma non accetterò denaro.»

«Allora guarda queste.» - nel dir così estrasse una busta, l’aprì e lasciò

che ne fuoriuscissero una decina di fotografie. Ritraevano

Guendalina in varie situazioni: con i ragazzi del liceo di Arcidosso,

sulla porta di una casa mentre parlava col maresciallo Bandini, per il

corso di Abbadia San Salvatore, davanti ad un cancello mentre parlava

con una ragazza vestita come una cameriera d’altri tempi e via

dicendo.

«Bravi.» - affermò asciutto.

«Allora?»

«100, 20 sull’unghia.»

Era stata tesa fino ad allora, la presunta Oleana Strambelli, ma a

quella frase si distese sulla poltroncina. Evidentemente la sua uscita

le dava sicurezza. Perché? La situazione era anomala. Non aveva

mai sentito parlare di una trattativa di quel genere.

«Allora accetti!»

«Sì»

La donna si rivolse al bruto e gli disse: «Ha detto che accetta.» - Poi

si mise a fissare Dagoberto mentre quello, senza scomporsi, gli prese

il braccio destro fra il polso ed il gomito. Da quanto la stretta era

potente gli sembrò fosse stato serrato fra due ganasce d’acciaio. Fu

dura, ma non lasciò trapelare niente, come fosse stata una carezza.

Gli occhi della donna mostrarono sorpresa.

«Ora sono solo 5000, per le 100 ci devo pensare.» - dichiarò burbera -

«Metti le mani sotto al tavolo.»

Dagoberto eseguì. Gli fu porta una busta. Esitò qualche attimo, poi,

in piena lucidità decise di non prenderla.

«Avanti prendila, svelto!» - mormorò stizzita.

- 124 -


«Ho detto che accetto, ma ne voglio 20 per cominciare. Quando li

avrete chiamatemi.»

Il Gorilla accennò ad una qualche azione, ma la donna gli fece imperiosamente

segno di non muoversi. Rimase ancora qualche secondo

con le mani ed il danaro sotto al tavolo, poi con una mossa da prestigiatore

ripose il malloppo nella borsetta.

«Bravo il mio ingegnerino. Ci vediamo presto. 20 mila hai detto...

Vedremo. Però stai molto molto attento a quel che farai!» - il tono

era cupo e minaccioso.

Fece un cenno al suo scagnozzo. Si alzarono ed in breve si dileguarono

in mezzo ad una folla di ragazzini e di persone di cui era piena

la piazza.

Dagoberto stava succhiando l’ultimo frammento del suo gelato

quando lo sportello posteriore del furgone si aprì. Con sua grande

meraviglia ne vide uscire l’ispettore Liverani, il maresciallo Bandini

ed un altro che non conosceva, tutti in borghese. Liverani venne verso

di lui, mentre gli altri due si misero sulle traccce dei malviventi.

L’ispettore gli porse un cellulare.

«Salve.» - gli disse - «Per comunicare con noi usi questo cellulare.»

«E l’altro lo butto?»

«Assolutamente no, anzi, lo deve usare correntemente.»

«Insomma questo sarà un cellulare di servizio.»

«Lo chiami come vuole.»

«Ma voi, come avete fatto a sapere...»

«Intercettiamo le comunicazioni del suo cellulare.»

«E da quando?»

«Da stamani, dopo il suo colloquio col capo. Sfortunatamente anche

altri intercettano le sue comunicazioni tramite questo.» - prese il cellulare

di Dagoberto, lo accese e glielo porse.

«Chi?»

«Ancora di preciso non sappiamo. Sono legati al Francelli.»

«È dunque implicato nell’omicidio?»

«Molto probabilmente no.»

«Secondo me quella donna che era qui prima è Oleana Strambelli.»

«Sì, potrebbe... a proposito, ha fatto bene a chiedere di più.»

«Come fate a...» - guardò sotto il tavolino e vi scoprì un microfono.

In quel momento giunse il cameriere, accennò un saluto militare

all’ispettore, chiese permesso e recuperò il ragnetto. Lo porse a Liverani

e tornò nel chiosco bar da dove era emerso.

- 125 -


«Ho chiesto di più per far finta di accettare e farli star buoni... per

Tiziana.»

«Ha fatto bene.»

«Dunque la questione delle Solforate è terribilmente importante.

Rifiuti tossici, immagino.»

«Non sappiamo ancora quali.»

«Mandateci una squadra a scoprirlo.»

«Le miniere sono sorvegliate dalla banda, come ci ha raccontato lei.

Per ora non vogliamo metterli in allarme.»

In quel momento tornarono il maresciallo Bandini ed il suo aiutante.

Avevano l’aria afflitta. Avevano perso il contatto con la donna ed il

gorilla.

«Dobbiamo andare, ingegnere.» - nell’accomiatarsi si strinsero la

mano.

- 126 -


Capitolo XIV

Ancora quel sabato, ad una settimana dall’omicidio ed a 4 giorni

dalla scoperta del cadavere. Un’interessante conferenza.

Quella sera, alle 7 e mezzo in punto Amulio si presentò per la cena.

Trovò Clarissa ed i ragazzi non proprio di buon umore. Dagoberto

era seduto a tavola solo apparentemente. Muto come un pesce, chissà

dove girovagava con la mente. Guendalina aveva appena recuperato

dalla sorpresa di quel che era accaduto a Dagoberto e per il fatto

che a sua insaputa qualcuno la sorvegliava e la fotografava. Ora

seguiva preoccupata con lo sguardo una Clarissa mesta e allo stesso

tempo stizzita. Questa, non appena Amulio si affacciò sulla porta lo

apostrofò con un «Eppure ve l’avevo detto, dello scrittino di Tiziana,

scomparso da casa! E ora è scomparsa!»

Amulio ci rimase un po’ male. Si fermò e a tutti sembrò volesse fare

dietrofront. Al che Clarissa si coprì bocca, sorpresa e pentita. Guendalina

si alzò ed andò a prendere il commissario per la mano. Lo

accompagnò alla tavola e lo invitò a sedersi.

In seguito, con meraviglia della nipote, la zia colmò l’ospite d’ogni

premura.

Fu inevitabile si parlasse della scomparsa della piccola. Nelle prime

ore del pomeriggio, soltanto i carabinieri di Arcidosso e Santa Fiora

si occupavano del caso, ma, a seguito della telefonata anonima ricevuta

da Dagoberto, anche quelli di Abbadia ed Amulio stesso erano

entrati in funzione. Adesso presso la madre, una squadra speciale

della polizia stava installando le apparecchiature per la registrazione

delle comunicazioni telefoniche nel caso i rapitori si fossero fatti

vivi per chiedere un riscatto. Era la prassi. Fin dai primi contatti con

possibili testimoni era emerso che la bambina, uscita da scuola, si

era allontanata per mano ad una donna. Poiché avveniva sempre

così, nessuno ci aveva fatto caso. Adesso si sospettava che la donna

fosse proprio Oleana Strambelli, risultata irreperibile fin da venerdì.

Ad Arcidosso avevano tentato di seguirla per localizzare la sua base

operativa, ma purtroppo se l’erano persa, lei ed il suo tirapiedi.

Amulio dovette ammettere che le informazioni fornite da Guendalina

in seguito al suo colloquio con Albanora erano rilevanti.

«Adesso metterete sotto torchio quell’Erino Francelli, spero!» - intervenne

Clarissa - «Lui sa di Tiziana!»

- 127 -


«Non lo sa.» - affermò cupo Dagoberto - «Non credo la scomparsa

della bambina sia connessa col giro delle discariche abusive alle Solforate.»

- continuò accigliato - «Sono convinto abbiano fatto atto di

sciacallaggio, semplicemente per indurmi ad andare ad Arcidosso.

Non si è mai visto un rapimento in cui oltre a chiedere una contropartita

si offre una mazzetta. Il Francelli non c’entra con l’omicidio

di don Tassiano, e Tiziana non è nelle loro mani.»

«Però» - insisté Clarissa quasi implorante - «Se quello che mi ha raccontato

Guen di Albanora è vero, dovete sospettare dei Francelli,

santoddio! Altro che star dietro a Florena!»

«In un certo senso hai perfettamente ragione, Clarissa.» - intervenne

Amulio - «Il capitano Zanzi, se prima faceva ogni sforzo per evitare

noie ai Francelli, da stamani mi sta mettendo in croce perché metta a

confronto Albanora con Erino. Ma per ora vi sono serie ragioni per

non stuzzicarli. Quanto alla tua amica, in termini tecnici è “rea confessa”.

Il GIP ci accuserebbe di omissione di atti d’ufficio, se la lasciassimo

libera. Cerca di capire.»

«Zia, se è innocente verrà fuori presto, cerca di tranquillizzarti. Solo

questo qua...» - prese per un braccio il compagno - «nella sua fantasia

crede possa essere colpevole.»

«Non è vero.» - replicò Dagoberto - «Non lo credo, anche se restano

valide in teoria, bada bene, solo in teoria, le ipotesi che già sai.»

Amulio volle sapere di cosa stava parlando. Gli piacque, perché originale,

la tesi di Dagoberto, secondo la quale era possibile l’incontro

di Florena con la vittima sull’Aquilaia, il successivo omicidio e

l’occultazione del cadavere, quasi sicuramente con l’aiuto di un

complice, probabilmente maschile. Il che rannuvolò di nuovo Clarissa

sollecitando l’intervento di Guendalina che le accarezzò un

braccio e le ripeté che si trattava di fantasie di investigatori inesperti.

Dagoberto lasciò correre.

Si discusse per un po’ della sparizione di Edalia, sparizione sospetta.

Il Prof, pur torchiato dal capitano con i suoi modini da educanda

non aveva ceduto. In particolare dichiarava di non sapere dove si

fosse cacciata sua moglie, né aveva ammesso di aver parcheggiato in

via Martelli quel sabato sera. D’altra parte non avendo un alibi rimaneva

in stato di fermo con la prospettiva di essere formalmente

accusato dell’omicidio.

Clarissa fece notare che non conosceva Edalia e che quindi non poteva

essere stata lei ad entrare in casa per sottrarre lo scrittino lascia-

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to da Tiziana. A meno che non avesse una o un complice che conoscesse

bene la casa e Margherita, Edalia non sembrava un sospetto

plausibile.

«Non sappiamo.» - concluse Dagoberto - «Però la pista Ruggero-

Edalia è tuttora viva.»

Si era fatta l’ora di partire per Castel del Piano. La zia Clarissa disse

che lei aveva già assistito alle conferenze del Bongi e che ne aveva

abbastanza. Quando Amulio si alzò per accomiatarsi, Guendalina

intervenne.

«Senti, io vado con Dagoberto perché ultimamente non mi fido tanto

a mandarlo da solo,» - lanciò uno sguardo di traverso al compagno,

lo stupore in persona - «ma non mi va neppure di lasciare la zia da

sola... ti spiacerebbe?»

Clarissa, sorpresa, non seppe spiccicar parola.

«Andate tranquilli, faremo due chiacchiere... sempre che Clarissa...»

Guen guardò la zia come per dirle “Oseresti cacciarlo?”

Non vi fu risposta... e siccome chi tace acconsente...

Giunsero al cinema di Castel del Piano alle 9 ed un quarto. Dagoberto

salutò Nanni Gori, presente con un collaboratore munito di telecamera.

Quando le luci si spensero per dare inizio all’evento, in sala

vi saranno state non più di una trentina di persone.

«Il nostro uomo ha qualche problema.» - sussurrò Guen all’orecchio

del compagno.

Però si vide subito che Oderio Bongi aveva il senso dello spettacolo.

Comparve dal buio sul proscenio, improvvisamente illuminato da

un riflettore. Aveva in mano un microfono. Salutò e si presentò. Poi

aggiunse:

«Prima di iniziare voglio presentarvi la mia compagna e preziosa

collaboratrice Rosaria Cordera, dottoressa in medicina, psicologia e

parapsicologia, laureata presso l’Università di Buenos Aires.»

Qualcuno cominciò a battere le mani, seguito poi dagli altri.

«Quello con cui state per venire in contatto è il risultato di anni ed

anni di studi e sperimentazioni, condotti inizialmente da me ed in

seguito in stretta collaborazione con la dottoressa Cordera.»

Dalla cabina di proiezione vennero dei brevi sfarfallii, poi sullo

schermo comparvero stupende immagini di stelle e galassie che sfilavano

lentamente come viste da un’immaginaria astronave in viaggio

nell’universo. Nel sottofondo si udiva una musica discreta, evo-

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catrice di grandi scenari. La voce del Bongi in chiave di speaker professionista

commentava.

«Questo è l’Universo nel quale viviamo, ricostruito da immagini

assolutamente reali. Notate che non è caotico, ma presenta un certo

ordine... Osservate come le galassie si aggreghino a migliaia in ammassi.

Là... e là.» - nel dir così, con un raggio laser indicava le zone

di interesse - «Anche alle distanze intergalattiche dei milioni di anni

luce, c’è un ordine ed una struttura, approssimativamente a celle

icosaedriche... Per organizzarsi in una struttura esse devono comunicare

fra loro e lo fanno con onde elettromagnetiche, come quelle

delle radiocomunicazioni, ed onde gravitazionali... Ma avviciniamoci...

ora potete vedere l’affascinante struttura a spirale singola e doppia

di singole galassie. Avviciniamoci ancora...» - sembrava di essere

a bordo di un’astronave che penetrasse all’interno di una galassia

in mezzo a sciami di stelle - «Ecco... ancora qualche anno luce... rallentiamo...

Ora vediamo i sistemi planetari attorno alle stelle... Bene...

questo è il nostro sistema, quello che chiamiamo il Sistema Solare.

Qui le immagini sono ricostruite mediante sofisticati algoritmi...

Ora vedete alla vostra sinistra i pianeti ruotare attorno al sole,

mentre sulla destra osservate la ricostruzione dell’interno di un atomo...

Attorno al nucleo ruotano gli elettroni. È un modello sorpassato,

diranno alcuni esperti, ma un modello pressoché funzionante...

nel senso che ha spiegato per decenni le proprietà degli atomi in

accordo con le osservazioni dell’epoca. Questo modello nella sua

semplicità esprime leggi straordinariamente simili a quelle valide in

scala miliardi di volte più grande. Oggi si preferisce rappresentare

l’atomo mediante un modello assai più intrigante, vale a dire un

sistema vibrante e risonante come le corde di una chitarra o di

un’arpa.»

L’exploit continuò mostrando altre meraviglie della natura come i

cristalli naturali, l’organizzazione dei virus, delle cellule, degli esseri

viventi, dai più semplici fino all’essere umano. Illustrò varie concezioni

della forza vitale fino a giungere alla struttura e la disposizione

dei Chakra secondo gl’insegnamenti dei Guru indiani. Passò con

disivoltura da Democrito a Platone, alle grandi religioni, al Tao, allo

Zen, affermando che stringi stringi dicevano tutte le stesse cose, cioè

quelle che in quel momento diceva anche lui con in più la consapevolezza

che solo la scienza può conferire ad un suo adepto, com’egli

era. Ad ogni passo non mancava di associare vibrazioni ed onde

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elettromagnetiche alle strutture insistendo sul fatto che queste comunicano

e si modificano perché scambiano fra di loro onde ed oscillazioni,

da quelle più lente come il respiro umano, fino a quelle

rapidissime delle onde radio ed ancora più rapide come quelle usate

dei cellulari, le cui pulsazioni durano ciascuna meno di un miliardesimo

di secondo.

Mentre sullo schermo le immagini più belle dei fenomeni naturali e

degli esseri viventi si susseguivano senza posa, parlò dell’armonia,

prima dell’Universo, poi della vita sul pianeta Terra, fino

all’armonia che dovrebbe caratterizzare l’essere umano al suo interno

e della sua armonizzazione con gli altri esseri umani e

l’ambiente. Illustrò abbondantemente le equazioni: armonia = benessere,

disarmonia = malessere. Ed a quel punto cominciò a parlare

dei suoi ritrovati.

Fin dal liceo egli era andato studiando l’influenza delle onde e delle

vibrazioni sul corpo e sull’animo umano. Dopo anni ed anni di studio

era riuscito a creare dei circuiti sensibilissimi alle vibrazioni che

le cose e gli esseri viventi si trasmettono l’un l’altro senza sosta.

La terra che calpestiamo, gli oggetti che ci circondano scambiano

con noi ciò che hanno sperimentato nel corso della loro esistenza,

vale a dire i ricordi che hanno accumulato, proclamava. Noi assorbiamo

i loro e loro assorbono i nostri. Prendiamo per esempio

un’abitazione. Questa finisce per entrare in risonanza con chi vi abita.

Ricorda tutto dei suoi abitanti, come loro ricordano di lei. Lo si

vede da come le pareti, i mobili, le suppellettili, acquistano un colore,

un odore, un atmosfera particolare. Ma ora, in seguito alle scoperte

di Oderio Bongi, si può affermare che l’ambiente di cui si parlava,

finisca per risuonare anche di spcifiche vibrazioni che somigliano

ad una musica caratteristica, un sound particolare, rilevabile

tramite i SAU (Sinto-Armonizzatori Universali), da lui inventati e

realizzati.

Supponiamo che entrando in casa una persona avverta del disagio.

Questo vuol dire inequivocabilmente che non è in armonia con il

luogo dove abita. La soluzione scientifica del problema è oggi offerta

dal SAU, un dispositivo dall’apparenza di braccialetti e cinte,

quest’ultime assai più poteenti da indossare. Ciascun dispositivo

SAU è dotato di un circuito risonante, questo, a poco a poco, risintonizza

i due elementi: abitazione - abitante, armonizza le loro

vibrazioni reciproche e la persona si sentirà sempre meglio fino al

punto di entrare nella propria casa e sentirsi perfettamente serena

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di entrare nella propria casa e sentirsi perfettamente serena ed in

pace con sé stessa. Armonizza la persona con l’ambiente ovunque si

trovi. Alla lunga finisce per armonizzarla con l’intero pianeta ed

infine con l’intero Universo. È solo questione di tempo dal momento

in cui uno comincia ad indossare un SAU. Date tempo al vostro

SAU e sarete felici!

Lo stesso successo si consegue nel caso di disarmonia fra due persone,

due fidanzati, due coniugi, fra genitori e figli e via dicendo. Per

una buona decina di minuti si profuse in esempi di situazioni similari.

E poi c’erano gli attestati. Ve n’erano di ufficiali, rilasciati da un Ateneo

di Buenos Aires, altri rilasciati da associazioni ed istituti privati

di Psicologia, di Psicopatologia, di Neurologia ed altre

testimonianze positive di singoli medici nonché di privati cittadini

entusiasti. Poi chiese che si accendessero le luci ed invitò i presenti a porre do-

mande.

Una signora voleva sapere se il SAU poteva influire anche sul rapporto

col proprio cagnolino che da un pezzo a ’sta parte era diventato

aggressivo. Un tizio domandò se anche il partner doveva indossare

il braccialetto. Uno poi domandò:

«Ma insomma, quanto costano questi braccialetti?»

La risposta fu che nella saletta d’ingresso al cinema erano adesso

esposti i vari dispositivi SAU con indicato il prezzo. C’erano ovviamente

sconti per chi ne acquistava 2 o più pezzi. Poi aggiunse di

tener presente che la sua politica era: “soddisfatti o rimborsati”.

Dagoberto vinse la sua riluttanza ad esporsi in pubblico e gli domandò

se i circuiti di cui parlava erano alimentati, cioè attivi, oppure

passivi.

«Grazie ingegner de Carolis per la domanda.» - rispose con slancio il

Bongi - «Sono attivi. Ricevono ed emettono onde. In ogni SAU c’è

una microbatteria a bottone che dura dai due ai tre anni. È di quelle

che si trovano facilmente presso orefici e ottici.»

Vi fu poi una domanda la cui risposta colpì Dagoberto. Una persona

dichiarò di essere ossessionata da oggetti per lo più personali e

d’uso quotidiano che faticava molto a trovare.

L’inventore del SAU parve invitato a nozze.

«Lei ha toccato un problema molto interessante e le sono grato per

questo! Le dico subito però che in questo caso siamo ancora sulla

frontiera della ricerca. Mi occupo di questo fenomeno da diversi

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anni. Mi riferisco al fatto che improvvisamente degli oggetti non si

trovano, poi accade che vengano altrettanto improvvisamente ritrovati.

Spesso si tratta di sviste, ma vi sono casi conclamati e scientificamente

provati, di oggetti che spariscono e ricompaiono.

Come dicevo poc’anzi, come le persone hanno ricordi consci ed inconsci

dei luoghi dove sono stati, anche gli oggetti conservano tali

ricordi sottoforma di vibrazioni di cui sono permeati.

Sicuramente vi è accaduto di sentirvi spinti a tornare anche per poco

tempo al luogo natio. Una volta giunti là, si provano emozioni forti,

si entra in uno stato d’animo magico. Ecco, le vibrazioni generate

dai nostri ricordi sono entrate in sintonia con le vibrazioni dei ricordi

che quella terra conserva di noi.

Allo stesso modo, seppur raramente, degli oggetti fanno altrettanto:

tornano, magari temporaneamente in un luogo che risuona delle

loro vibrazioni. Ora Rosaria ed io stiamo mettendo a punto un dispositivo

mediante il quale è già possibile provare a risolvere il suo

problema. Dovrà pazientare ancora qualche mese perché il ritrovato

diventi un prodotto commerciale, con tutte le garanzie del caso. È

sufficiente per ora?»

Dopo quella non vi furono altre domande. Oderio Bongi ringraziò

quel “meraviglioso pubblico” e assieme alla sua compagna scese dal

palcoscenico. Si diresse immediatamente verso Dagoberto e Guendalina,

volle strigere calorosamente le mani ad ambedue, presentò

Rosaria Cordera, donna piacente, sebbene apparisse chiaro che doveva

avere qualche anno più di lui.

Mentre le persone abbandonavano la sala parlottando fra loro, Dagoberto

approfittò per domandargli se sapeva della scomparsa di

Tiziana.

«Ne ho sentito parlare appena giunto qui a Castel del Piano, di ritorno

da Castiglion della Pescaia dove siamo stati a pranzo... sì, a “Il

Totano”, bel ristorante... Ah, dicevamo: un fatto veramente grave

perdio! Non è l’unico, che io sappia. Un anno fa era scomparsa

un’altra ragazzina... che purtroppo non si è mai più trovata.» - scosse

la testa come per dire: “che tempi!”

«Può fare qualcosa con i suoi dispositivi o no?» - domandò spicciativamente

Dagoberto.

«Certo che si può tentare di fare qualcosa... lei me lo concederà.»

«Allora, che si deve fare?»

«Piano, piano. Le ho detto che siamo ancora in fase sperimentale.»

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«Lei ha detto che deve solo commercializzare un prodotto, o cosa?»

«Sì e no. Le spiego: se a quella persona dicevo che sto ancora facendo

delle prove... lei capisce.»

«Okey, cosa serve? Tentiamo. Qualsiasi cosa per ritrovare quella

bambina. Lo sa che ancora nessuno ha chiesto un riscatto? E poi,

quale riscatto chiedere a quella povera donna di sua madre che per

tirare avanti va tutti i giorni a fare la badante a Seggiano?»

«Ascolti. Se la ragazzina se ne fosse scappata di casa per andare in

un luogo dove è già stata...»

«Ho capito.» - concluse Dagoberto - «Se però è stata rapita e si trova

in un luogo in cui né lei ne i suoi vestiti, oggetti, bambole e compagnia

bella hanno un ricordo, non si può fare niente.»

«Mi congratulo per la sua perspicacia, ingegnere.»

«In ogni caso le confesso di essere rimasto colpito dei suoi ritrovati...

in particolare sono davvero curioso riguardo a questa possibilità del

ritrovamento di oggetti. Ci si potrebbe trovare in privato per parlarne...

sa, sono tante le domande... la potenza dell’emissioni, la sensibilità

dei dispositivi riceventi... in pratica il raggio d’azione per una

localizzazione... mi sono spiegato?»

«Perfettamente, ingegnere. Se ha perso qualcosa...»

«Oh, ma non è per questioni personali... Curiosità scientifica.»

«Apprezzo molto. Quando vuole.»

«Se non ha niente in contrario... lunedì?»

Il Bongi e la sua collaboratrice si consultarono con degli sguardi.

«Per me va bene... magari in tarda mattinata e magari facciamo pure

uno spuntino insieme. Le sta bene? Dove, semmai?»

«Sta bene. Per lei Arcidosso è Okey? Al chiosco bar in piazza Indipendenza?»

Nel salutarsi si scambiarono i biglietti da visita per il caso dovessero

comunicare prima dell’appuntamento.

Nell’ingresso al cinema era stato allestito un piccolo stand dove erano

esposti vari bracciali e braccialetti formati da sottili intrecci di fili

iridescenti facenti capo o ad un orologio o ad una medaglia, recante

una bella immagine olografica. Questa poteva raffigurare cristalli

minerali, fiori, oppure una madonna, un crocifisso, un santo, riproduzioni

di opere d’arte famose. Ve n’erano poi alcuni con su l’effige

di Padre Pio. Erano tutti di buon gusto. Il costo andava dai 349 ai

799 Euro a seconda dell’immagine e della decorazione, che poteva

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anche essere in oro. C’erano anche alcune cinture in tessuto ed in

cuoio con fibbie di buona fattura. Ve n’erano dai 600 ai 2500 Euro.

«Crispoli che prezzi!» - commentò a bassa voce Guendalina.

«Ci vuole fede, figliola, ci vuole fede!» - la canzonò Dagoberto -

«Andiamo, ti prego, comincio ad avvertire una certa stanchezza e ci

vogliono ancora una quarantina di minuti per tornare.»

A Montigliano li attendeva una sorpresa: la zia Clarissa ed Amulio

erano entrambi assenti.

La domenica mattina il rientro della zia Clarissa li svegliò che erano

le 9.30. Li svegliò perché se ne andava in giro per la casa cantando e

smuovendo cose.

Guen scese in cucina ancora in camicia da notte, curiosa di tutta

quell’attività. Mentre ancora si stropicciava gli occhi le domandò a

che ora era rientrata quella notte. Clarissa guardò l’orologio al polso:

«Da non più di 10 minuti.»

Guen interruppe lo sbadiglio appena cominciato. La guardò con

tanto d’occhi.

«Andiamo bene! Ti ho forse dato il permesso di star fuori tutta la

notte?»

«Oh, ma ero ben sorvegliata, sai?»

«Immagino. Hai dormito bene, almeno?»

«Certo che no!»

«Esamineremo poi le varie opzioni. Dov’è la crostata che hai fatto

ieri?»

Quando Dagoberto si sedette al tavolo, della crostata non rimaneva

che un triangolo isoscele ad angolo molto acuto.

Ma aveva altro cui pensare.

Si era svegliato con un paio d’idee che gli suonavano in testa come

campane.

L’esibizione del Bongi, così ben congegnata, gli appariva vacua, un

fuoco d’artificio per la celebrazione di un successo che non si concretava.

E poi “Il Totano”... Era stato a “Il Totano” a pranzare. Non

gli piaceva affatto che glielo avesse detto.

L’altra campana riguardava un nesso sfuggente come se avesse in

mano due capi, due estremità che potevano appartenere allo stesso

filo, ma di una matassa ingarbugliata. Un capo erano le aperture

abusive nelle Solforate, l’altro era l’effeminatezza di Arico.

Alle sollecitazioni di Guendalina che voleva prendesse coscienza di

quanto era accaduto alla zia Clarissa, rispose bofonchiando, fino a

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farla stizzire. Ma non se ne curò. Tornò su in camera e si mise al

computer per entrare in Internet.

Per prima cosa s’impose di guardare le notizie sulla ricerca della

piccola scomparsa.

Su “Il Giornale della Maremma” in bella evidenza e in un trafiletto

su “Il Tirreno” era pubblicato un annuncio del sindaco di Arcidosso

di aver messo a disposizione di chi avesse contribuito fattivamente

al ritrovamento di Tiziana, la somma di 5000 Euro. Apprese inoltre

che vi erano 3 squadre sotto il controllo della polizia che battevano

la zona, ma che si erano formate altre squadre di volontari in numero

imprecisato che si stavano dando un gran daffare.

Era fuori discussione che la bambina fosse stata rapita perché in

grado di riconoscere l’assassino o il complice dell’assassino di don

Tassiano. Doveva agire in fretta e seguire quel che l’istinto in quel

momento lo incalzava a fare.

Riguardo alla conferenza della sera prima a Castel del Piano c’era

un resoconto assai ampio su “Il Giornale della Maremma”, firmato:

Nanni Gori.

“Deve essere stato davvero generoso, il Bongi” - pensò Dagoberto.

Si mise di lena a cercare notizie di quel personaggio.

Qua e là sui social network e su qualche forum trovò diverse pagine

che parlavano del SAU, ma erano quasi tutte pubblicate dal Bongi e

dalla sua compagna. A parte un certo numero di testimonianze e

commenti favorevoli, trovò alcune manifestazioni di incredulità ed

un paio di espressioni di condanna per ciarlataneria. Niente di importante.

Sul passato dei due personaggi non c’era niente che non fosse appunto

reso noto da loro o da qualche commentatore quasi sicuramente

compiacente. Questo vuoto aumentò la sua inquietudine.

Non se la sentì di chiedere ad Amulio di indagare in proposito. Gli

avrebbe certo detto che non poteva dedicare tempo e risorse alle sue

fantasie.

Pensò al firmatario dell’articolo, Nanni Gori. La sera del torneo di

scopone gli aveva detto di possedere un dossier su Oderio Bongi. Lo

chiamò al telefono. Gli disse che lo stesso Bongi gli aveva chiesto di

diventare un suo collaboratore così era importante tutto sul suo possibile

datore di lavoro prima di abbandonare altri incarichi. Gli ci

volle un po’ per convincerlo. Alla fine acconsentì ad inviarglielo via

e-mail dietro solenne promessa di tenerlo costantemente informato

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sull’attività di costui e sulle novità che si accingeva a mettere sul

mercato. Così una delle campane che gli suonavano in testa si acquietò.

I rintocchi dell’altra però li sentiva ancora.

Anche Guendalina si era sentita spinta ad agire. Non sapeva se era

per la zia, o meglio a favore della sua amica Florena, o se era per

un’ideuzza tutta femminile che faceva capolino nella sua mente, ma

seguì l’impulso di andare a trovare la Fenalma. “Edalia” sarebbe

stato il tema di una sana ciacolata. Era domenica e la Fenalma non

era nella sua postazione ufficiale in macelleria. Una telefonatina fu

sufficiente per ingaggiarla felicemente. Guen passò a prenderla con

la sua auto ed insieme si avviarono per una specie di gita confabulatoria.

Edalia era sparita e con lei anche la sua amica di Abbadia, dove lei si

recava per i supposti appuntamenti galanti. Da sola, per così dire

fuori dal suo ufficio, la Fenalma confessò che dopo aver preso in considerazione

la totalità delle chiacchiere circolanti sulla questione, era

giunta alla conclusione di non credere che l’Edalia avesse dei veri

amanti.

«Come sarebbe “veri amanti”? Ne ha di falsi?» - chiese Guendalina

impegnata a manovrare fra una curva e l’altra della provinciale.

«Ho detto così per dire.» - rispose il donnone al suo fianco - «Per

quanto si dica, l’Edalia mi piace, nel senso che non la credo capace

di fare quello che alcune vorrebbero facesse. Men che meno con...

Oddio, mi vergogno perfino a pensarlo.»

Guen le dette una rapida occhiata. Era arrossita davvero!

«D’accordo. Possiamo fare tutte le supposizioni più benigne o più

maligne che ci vengono in mente. Quello che mi domando: dove si è

cacciata?»

Il silenzio durò quasi un intero chilometro, poi la Fenalma se ne uscì

trionfante:

«Ora ci sono!»

«Sì?»

«C’è una persona che potrebbe se non sapere, almeno averne

un’idea: la sua balia! L’Edalia, mi hanno detto, le è così affezionata

che non moverebbe paglia senza prima chiedere consiglio alla... un

mi viene il nome... accidenti, sto invecchiando.»

«Poi le verrà, non perdiamo il filo. Scommetto però che sa dove trovarla,

questa balia... quanti anni avrà ora?»

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«Chi, la Mercede? Uh, hai visto che m’è venuto!... Io dico non arriva

alla settantina. Però non so dove la stia, ma conosco una che lo sa.»

Fu una specie di caccia al tesoro, da una persona ad un’altra. Anche

il caso giocò le sue carte, quelle cattive e quelle buone. Quelle cattive

furono che Mercede al momento risultò essere presso dei parenti in

Umbria; quelle buone furono che sarebbe rientrata in serata a Quaranta,

un paesino sopra Piancastagnaio. Lunedì mattina Guen avrebbe

avuto la possibilità di interpellarla. Si era fatto mezzogiorno

quando Guen depositò la ragguardevole Fenalma sull’uscio di casa

sua.

Gli eventi incalzavano. Misteriosamente anche le idee proliferavano

nella mente degli attori del dramma ruotante attorno all’assassinio

del buon don Tassiano.

Dal momento in cui aveva lasciato la villa dei Borghesi, Guen aveva

rimuginato più o meno consciamente sul fatto che Albanora l’aveva

inzeppata di informazioni. Ma di quali informazioni si trattava?

C’erano informazioni tout-court, vere e false, poi vi erano informazioni

riguardo a come interpretare quelle false alla luce di quelle

vere e viceversa. “Potrebbe essere un bel gioco!”, aveva suggerito

Albanora. Una cosa le divenne chiara nella mente: credeva di essere

stata furba ed invece Albanora l’aveva manipolata.

D’impulso chiamò Amulio.

«Ho capito una cosa importante di Albanora.» - lo aggredì.

«Ci risiamo!» - commentò e Guen immaginò i suoi occhi rivolti al

cielo.

«Albanora ha messo di proposito il fazzolettino dov’è stato trovato.»

«Come fai a dirlo?»

«Perché tutto quadra.»

«Tutto cosa?»

«Se stai buono te lo dico. Albanora Borghesi mi ha detto che i Francelli

possiedono un pied-à-terre a tre passi dal piazzale della miniera

e di essere stata a passeggiare da quelle parti ed infine di aver

fatto l’amore sull’erba a pochi metri dal luogo del ritrovamento del

cadavere. Lì ha perso o addirittura messo apposta il fazzolettino con

le sue cifre A G B. Che il fazzolettino fosse lì da sabato sera lo dimostra

il fatto che sabato notte ha piovuto parecchio. Il fazzolettino era

tutto gualcito e pieno di schizzi di terra. Inoltre Leda, la cameriera di

Albanora mi ha detto che era stato preso sabato e domenica mattina

gliene ha chiesto un altro senza restituire quello per farglielo lavare,

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come sembra sua abitudine. Visto che mancava da sabato sera non è

andata a recuperarlo mentre poteva benissimo farlo. Conclusione:

ha deliberatamente lasciato una traccia di sé.»

«Potrebbe anche non essere così.»

«Aspetta, non ho finito. Sono sicura vi siate strologati sul perché

l’arma del delitto sia stata trovata all’asciutto. Se vi fosse piovuto

sopra con la forza del temporale, qualunque traccia di sangue o altro

sarebbe sparita. Non ti viene in mente che la stessa Albanora l’abbia

spostata al sicuro già sabato notte, visto che stava per piovere?»

«Non andare troppo oltre, potresti far fiasco. Per quale ragione

l’avrebbe fatto?»

«Oh bella! Perchè già pensava di essersi esposta col lasciare una

traccia di sé, così si è premunita preservando l’arma del delitto dal

deterioramento, in modo da essere poi scagionata nel caso la situazione

si fosse fatta difficile. Su quella pietra ci possono essere tracce

riconducibili all’assassino.»

«Non male. Stiamo per avere risultati in tal senso.»

«La Borghesi potrebbe sapere chi è l’assassino, o dare delle descrizioni.

Lei e Dimitrio che fossero stati insieme proprio là è indubbio.

Che non siano stati loro a far fuori don Tassiano è ovvio, a meno che

quella sia scema, cosa che non è. Ti farò vedere le foto prese da Dagoberto

dell’arrivo di Dimitrio vicino al piazzale dopo che si era

sparsa la notizia del ritrovamento del cadavere. C’era anche Albanora.

Si sono guardati con preoccupazione. Poi lui è schizzato via sulla

sua Mercedes. Anche Albanora si è allontanata a testa bassa, mentre

tutti restavano lì per la curiosità.»

«Allora?»

«Niente. Ha lasciato quelle tracce nella speranza si risalisse a lei e

così ai Francelli ed in particolare ad Erino. Lo odia e, quale miglior

vendetta di vederlo inquisito per omicidio... e poi da indagine nasce

indagine... Speranza vana, a quanto sembra, visto in quale considerazione

tenete la scena del delitto. Se non ci fossi stata io Albanora

starebbe ancora aspettando per la sua rivalsa. Ehi!» - aggiunse per

finire - «E se il capitano Zanzi fosse in combutta con Erino Francelli?

Da quel che mi hai detto della sua fretta di convocarlo, vale a dire

metterlo sull’avviso...»

«Sei arguta. In effetti quando sarà il momento la Borghesi e Dimitrio

dovranno raccontarci molto in dettaglio ciò che hanno visto quel

sabato sera. Quanto allo Zanzi, lo sto tenendo d’occhio, ma fatti u-

- 139 -


scire dall’altro orecchio quel che ti ho appena detto. Il gioco può essere

pericoloso.»

«Allora, farai qualcosa voglio sperare!»

«Certamente. Ora però stai calma.»

«Va bene... Ehi! Dove siete stati stanotte, tu e Clarissa?»

«Uh... ecco sta arrivando il capitano. Ciao ciao.» - click.

Sorriso di Guendalina.

Quanto alla zia Clarissa, quella domenica sembrava si muovesse ad

un palmo da terra. Vi ricadeva pesticciando quando si ricordava di

non volerlo dare a vedere. In effetti non l’avevano mai vista così euforica.

Dagoberto però non ne era consapevole, immerso com’era nei propri

pensieri. Doveva fermare i rintocchi della seconda campana che

echeggiavano nella sua mente. Perciò con l’opportuno cellulare chiamò

l’amico commissario senza sospettare che la telefonata di Guen

era terminata solo da qualche momento. Fu accolto da un: «Nooo!

Basta! Ma non avete un minimo di pudore voi due!»

«Come sarebbe?»

«Lo fate apposta a darvi il cambio?»

«Ho capito. Ti ha appena chiamato Guen. Non so perché, ma ora

senti questa...»

«Fai presto però!» - c’era dell’esasperazione nelle sua voce, cui però

Dagoberto non credette. Sapeva bene che era tutta scena. Il suo amico

commissario non era soltanto stuzzicato, ma addirittura smanioso

di conoscere i risultati che sia lui che la sua ragazza spesso gli

porgevano su un piatto d’argento.

«Ho fatto un’approfondita ricerca su Internet. Sono in grado di anticiparti

quello che si troverà nelle gallerie della miniera delle Solforate.

Non ti azzardare a parlare di fantasie, altrimenti faccio un esposto

alla procura riguardo alla tua inerzia nelle indagini, chiaro?»

«Bum!»

Ci fu qualche attimo di silenzio.

«Senti, amico!» - proseguì il commissario - «Fai meno il cretino e

dimmi cos’hai trovato. E svelto perché qui si lavora sul serio, sai?»

Dagoberto borbottò qualcosa, ma infine gli disse che là dentro avrebbero

trovato notevoli quantità di PCB e di materiali ad alta concentrazione

di diossina... “come minimo”, aggiunse.

Gli ricordò che i PCB o policlorobisfenili erano a suo tempo usati nei

grandi trasformatori di tensione come liquidi di raffreddamento e

- 140 -


che erano poi stati proibiti perché altamente tossici ed accumulabili

nella catena alimentare con conseguenze potenzialmente catastrofiche.

La dismissione di tali prodotti, ormai presenti a migliaia di

tonnellate, aveva un costo elevato, così molte aziende avevano trovato

allettante la proposta di disfarsene a basso costo affidandole a

ditte apparentemente autorizzate. Problema analogo per la diossina,

anche se di genesi diversa.

«Credi non conosca il problema?» - gli chiese ironicamente Amulio

«Non ne dubito, ma io ti dico anche che le falde acquifere a valle di

quelle miniere sono già da tempo fortemente inquinate.»

«Hai fatto delle prospezioni?» - l’ironia si tagliava col coltello.

«No. Non ho bisogno di tanti mezzi. Io uso l’immaginazione.»

«Aridaje!»

«C’è una persona che vive a 3 chilometri in linea d’aria dalle Solforate,

approssimativamente ad una quota 250 metri sotto, che è intossicata

dai PCB e dalla diossina. Ora toccati le palle, perché uno degli

effetti più deleteri di quei composti è di agire sulla sfera sessuale e

di farti diventare una mezza femmina. Ti è chiaro il come può lavorare

la mia immaginazione? Si chiama Arico ed il caso vuole sia proprio

il fratello di don Tassiano, ma, ripeto è un puro caso.»

Stavolta Amulio Pesce rimase in silenzio.

«Ho già con me un campione d’acqua prelevato alla sorgente sita

nel terreno di quell’uomo.» - continuò implacabile Dagoberto - «Capisco

che per avere i risultati dell’analisi ci vorrà del tempo, però mi

è venuto in mente che a suo tempo lo stesso Arico ha fatto analizzare

quell’acqua presso l’ASL di Castell’Azzara. Qualcuno là dentro

ha ciurlato nel manico.»

«Dici che ha falsificato i risultati?»

«Sì. T’interessa?»

«Certo, potrebbe essere complice del Francelli.»

«Ecco, ora si vede se il commissario capo ha davvero tutti quei poteri

di cui va cianciando.»

«Che cazzo stai dicendo?»

«Dico che se fossi in te andrei subito a sigillare il laboratorio dove

sono state fatte le analisi e lo perquisirei a mo’ di GESTAPO. Scommetto

che si troveranno i veri risultati e, vedi, oggi sono particolarmente

azzardoso, ma si scoprirà anche che chi ha fatto la falsa comunicazione

ad Arico è complice di Erino Francelli, così ti dico che

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quello non ha distrutto gli originali perché quando si è soci di certi

figuri è sempre meglio avere in riserva la possibilità di ricattarli.»

«Mhmm...»

«Devi farlo subito! Quella sorgente d’acqua potrebbe non essere la

sola ad essere inquinata, né Arico, essere il solo a covare

un’intossicazione. Dovresti vederlo! Non è né carne né pesce, è obeso

ed ha la pelle malaticcia. Bisogna correre!»

«Capisco... ma sono molto preso... anche se sullo stesso fronte.»

«Manda Liverani, scatena i NAS, fai qualcosa! Forse quello del laboratorio

ancora non sospetta che tu sospetti del Francelli, ma appena

ne sente l’odore brucia i documenti e non lo becchi più.»

«Okey, signor procuratore, do subito disposizione.»

In quel momento si sentì il rumore di un auto che parcheggiava vicino

casa. Dagoberto, ancora al telfono, sbirciò dalla finestra.

«Ehi! Che ci fa qui il Liverani?»

«L’ispettore Liverani.»

«Non mi far perder tempo. Che vuole?»

«È venuto a prelevare Clarissa.»

«Ah! Adesso disponi delle auto di servizio per motivi personali!

Bravo!» - intanto Mefistofele lo faceva sorridere.

«Florena Moralli non ha un avvocato di sua fiducia. Il GIP gliene ha

assegnato uno d’ufficio... una strana figura...»

«Donna?»

«Sì, ma ovviamente non è quello il punto.»

«E qual è?»

«Niente... forse il modo in cui si sono guardate... comunque Florena

ha chiesto fosse presente all’interrogatorio anche Clarissa. Adesso ti

lascio e vedi di lasciarmi in pace per un po’.» - click.

- 142 -


Capitolo XV

Gli eventi si susseguono e si accavallano anche di domenica.

La telefonata con Amulio era terminata soltanto da qualche minuto

che la reimmersione in Internet di Dagoberto fu interrotta da una

chiamata. Non era il cellulare datogli dal Liverani. Infatti a chiamarlo

era quella donna ritenuta essere Oleana Strambelli. Stavolta la

voce non era contraffatta.

«Allora, giovanotto! Ascolta bene: 10 mila subito e 65 mila alla consegna

della relazione. Prendere o lasciare.»

«Per curiosità... e se io lasciassi?»

«Saresti responsabile per Tiziana.»

«Balle! Non l’avete voi la bambina.»

«Ah no? Sei disposto a rischiare?»

«Non rischio niente... comunque, cara signora, i soldi li voglio e li

prendo. Già ve l’ho detto. E certo non rischio di compromettere la

mia reputazione presso il tribunale per un miserevole diecione!»

Udì un parlottio prolungato, probabilmente soffocato da una mano

sul microfono.

«Allora?» - urlò Dagoberto.

«Stai calmo ragazzo. Domani a mezzogiorno a Monticello, al bar sul

bivio fra la cinigianense e il vicolo Amiata che porta a via Stazione.

Siediti fuori dal locale, al tavolino più vicino all’uscita» - click.

“Ha detto “all’uscita”, non “all’entrata”. Temono di dover smammare

in fretta. Infondo hanno scelto un bel posto, con almeno 3 vie

di fuga. Stavolta sarà bene non se li perdano. E speriamo non adoprino

lo stesso furgone per le intercettazioni.” - rimuginò Dagoberto.

Poi fu colto da un pensiero che lo mise di buon umore: - “Finora

quello che ha fatto meno errori sono io!”

Il cellulare alternativo squillò. Amulio lo rimproverò per non aver

simulato di credere al rapimento di Tiziana da parte loro. Non gli

rispose nemmeno e riattaccò.

Chiamò Oderio Bongi per spostare l’appuntamento di almeno

un’oretta. Quello insistè per iniziare col fare uno spuntino insieme.

Dagoberto accettò per le 1.30 nel punto prefissato ad Arcidosso.

Problemi vi furono quando a sera Clarissa rientrò. Dire che fosse

sconvolta è eufemismo. Si rinchiuse in camera e per più di un’ora

non dette segni di vita. Non voleva neppure scendere a cena. Agli

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inviti di Guendalina neppure rispose. Solo quando Dagoberto, attraverso

la porta, le disse che ormai doveva sapere che lui e forse

solo lui era in grado di aiutare Florena, colpevole o non colpevole, si

dette per vinta ed uscì. Scese giù in salotto, ma non volle toccar cibo.

Quando cominciò a parlare si capì subito quanto si fosse aggravata

la situazione della sua amica.

«I particolari!» - si sfogò - «Sono rimasta agghiacciata!» - non piangeva,

Clarissa, tutt’altro, pareva inferocita - «E quell’avvocatessa che

non interveniva per tapparle la bocca. Quella sguattera sembrava

ansiosa di godersi le avventure della sua assistita!»

«Parli dei particolari del delitto o cosa?» - domandò Guen.

«Quelli, dopo. Ma se Florena non è fuori di testa, quel prete ne esce

infamato!»

«Parlami dei particolari del delitto.» - chiese Dagoberto.

«Papale papale quello che avevi detto te. L’appuntamento su

all’Aquilaia, la botta in testa con la pietra, quella che poi lei ha messo

là alla miniera.»

«Non può aver fatto tutto da sola.»

«E qui viene il bello! Anzi la cosa terribile! Da principio diceva di

non ricordare e sembrava più di là che di qua. E io che guardavo

l’avvocatessa che secondo me doveva esigere l’interruzione

dell’interrogatorio o quanto meno farle dichiarare di avvalersi della

facoltà di non rispondere. Certo non poteva essere né lo Zanzi, né

Amulio, né tanto meno il giudice a suggerire una cosa del genere!

Sono dovuta intervenire io. Ed eccoti lo Zanzi, quello stronzo, che ci

godeva perché così i sui protetti, i Francelli, man mano che si andava

avanti diventavano sempre più insospettabili, ha minacciato di

allontanarmi se mi azzardavo ancora ad intromettermi!»

«Quindi non ricordava.» - affermò Dagoberto.

«No, ma poi, quando Amulio ha suggerito quello che tu avevi detto

ieri sera a cena, si è come svegliata. Nel modo in cui lo ha guardato

vi ho letto una sorta di riconoscenza. E sapete cosa è venuto fuori?»

«Con i particolari?»

«Con tanto di particolari da battere la testa nel muro! Allora, Florena,

visto che non gliela faceva a smuovere il morto, ha telefonato a

Spirita.»

«Impossibile!» - sbottò Guendalina.

«Aspetta. A sentire Florena, la povera donna si è rifiutata, ma...»

«Ma?»

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«Ha mandato Felio!»

«Ma l’avrà letto sul giornale che era stato fermato!» - esclamò Dagoberto.

«Eh, ma poi si è messa a descrivere per filo e per segno come hanno

trascinato il corpo, come lo hanno adagiato accosto al muro pericolante

e poi come il Felio con la sua forza fisica abbia preso un paletto

e fatto crollare il muro con tutta la terra che c’era dietro in modo da

seppellire il povero Tassiano. Ecco!»

«E l’avvocatessa?»

«Lascia perdere se no la vo a scovare a casa e la corco di botte.»

«Le hanno chiesto della bambina?»

«Certo! Si è infuriata. Ha giurato di non saperne niente che Dio la

fulminasse. In ogni modo quel che non mi quadra è il comportamento

di Amulio.» - sembrò poi riflettere Clarissa - «Non sono riuscita

a capire da che parte stava.»

«Da nessuna.» - affermò Dagoberto - «Credo di capire.»

«Allora dimmi!» - c’era un accento implorante nella voce di Clarissa.

«Non voglio darti false speranze... Purtroppo per ora la situazione

di Florena è grave. Suppongo abbia firmato il verbale...»

Clarissa annuì. Poi aggiunse: - «Sapete, da un lato non ci posso credere,

dall’altro... Perché voi non avete visto i suoi sguardi...»

«Colpevoli?» - tentò Guen.

«No. Non direi, anzi, sembrava avesse perso ogni pudore... parlava

del sesso di don Tassiano con, come dire come una femmina ormai

abbandonata alla lussuria... roba, roba che mi ha fatto ribrezzo... da

una che tutte credevamo una santa... sempre riservata, pudica... arrossiva

per un nonnulla... ma oggi, oggi rideva... sciagurata... Ci ha

infinocchiate! Ci ha tradite!» - a quel punto scoppiò a piangere.

Guen con garbo le ascugò qualche lacrima. Finalmente la zia parve

calmarsi.

«Clarissa, sembri così sicura...» - intervenne Dagoberto - «Ma non

c’è un qualcosa che non è del tutto chiaro... qualcosa...»

«Certo... La questione di Tiziana; lei che giura di non saperne niente.

Soprattutto penso allo scrittino che mi ha lasciato in salotto, dove ha

riferito che accanto a don Tassiano c’era un omaccione, non una

donna. E Tiziana è stata fatta sparire.»

«Non lo dire nemmeno, zia!» - implorò Guen.

«È vero.» - considerò Dagoberto sforzandosi di rimanere sul razionale

- «Difficile da far quadrare con la confessione di Florena. Non si

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può neppure pensare che il fatto descritto dalla piccola sia estraneo

al delitto... a meno che...»

Il giovane aspirante investigatore parve immergersi in lontani pensieri.

«A meno che?» - lo richiamò Guendalina.

«C’è una vaga possibilità: che il personaggio presente nell’orto della

Gegia assieme alla futura vittima, pur estraneo al delitto, abbia avuto

una tal paura di esserne coinvolto a causa di quello scrittino...

così, diciamo per eccesso di precauzione...»

«Mmhm... Molto, molto vago.» - commentò convinta Guendalina.

«D’accordo.» - ammise il giovanotto - «Ma lasciatemi pensare... Ho

bisogno di riflettere... la possibilità, per quanto remota, esiste.»

«Se così fosse, Florena sarebbe irrimediabilmente colpevole.» - concluse

Clarissa con amarezza, ma anche con una venatura di sollievo.

«Ora cercate di star buone tutt’e due. Ci sono 2 personaggi che la

bambina può aver visto quel giovedì dalla Gegia...»

«Uno è Felio!» - gridò Guendalina.

«Guarda caso.» - le fece eco Dagoberto - «Ma io, mi direte che sono

immaginifico, penso anche ad un altro, fin’ora insospettabile.»

«E chi?» - dissero insieme Clarissa e la nipote.

«Ivano Meri.»

«Cu’ fu?» - chiese Guen.

«Un bell’imbusto proprio di Pian Castagnaio, un ateo, donnaiolo...»

«Uno degli amanti di Albanora?» - azzardò Guen.

«Boh? Forse sì e forse no. Lo ricordo in aperto conflitto con don Tassiano...

ma no... no... è così difficile costruire un’ipotesi di sospetto

su quello lì... Non ho elementi...» - vi furono momenti di silenzio

assoluto.

«Allora?» - si spazientì Clarissa.

«Allora niente... lasciamo perdere per il momento... scusate... sono

molto stanco.» - si alzò.

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Capitolo XVI

Un lunedì di fuoco a 6 giorni dalla scoperta del cadavere.

Dell’appuntamento a Monticello Amiata con i malviventi Dagoberto

non aveva fatto parola, così, subito dopo una sommaria colazione,

Clarissa e sua nipote partirono tranquillamente per andare a trovare

la balia di Edalia con la speranza di ricevere qualche dritta sul nascondiglio

di quest’ultima. Durante il viaggio Guen cercò in ogni

modo di far parlare la zia su quali fossero al momento i suoi rapporti

col commissario capo, ma non riuscì a cavare un ragno dal buco.

Nel frattempo Dagoberto continuava a frugare Internet alla ricerca

di informazioni su Oderio Bongi, ed ogni 5 minuti al massimo, consultava

la sua e-mail in attesa del dossier che gli aveva promesso

Nanni Gori. Il tempo passava e doveva prepararsi mentalmente

all’incontro con i corruttori. Sul cellulare riservato ricevé una chiamata

da Amulio. Gli disse di non portare addosso il cellulare col

quale stavano comunicando, nel caso lo perquisissero. Gli raccomandò

di non fare alzate d’ingegno, di mostrarsi calmo, di accettare

il denaro e comportarsi come un corrotto avido ed avvezzo a simili

transazioni. Qualunque cosa accadesse di inaspettato doveva restare

assolutamente immobile dov’era.

«Va bene, va bene, basta così. Questa tua telefonata è registrata, voglio

sperare.»

«Non mi dire che non ti fidi.»

«Mi fido di te, ma se qualcosa va storto...»

«È registrata. E piantala di fare l’uccello del malaugurio!»

Un bip gli segnalò l’arrivo di una e-mail. Proveniva da Nanni Gori.

Si trattava di un documento di decine di pagine. Si erano fatte le 11.

Aveva meno di 3 quarti d’ora per esaminarlo. Vi si dedicò

d’impegno. Il giornalista aveva fatto un lavoro da vero professionista.

Un quarto a mezzogiorno dovette interrompere. Tirò un gran sospirone

e si avviò all’appuntamento.

Come la volta precedente, sedutosi al tavolino, dové attendere oltre

un quarto d’ora che qualcuno si facesse vivo. Stavolta, se i delinquenti

volevano la copertura della gente, avevano fatto male i loro

conti. Dagoberto era il solo avventore.

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Non riuscì ad individuare alcun furgone o altro segno della presenza

della polizia. Quanto al cameriere gli parve fosse quello solito che

lui aveva già visto in altre occasioni. Malgrado tutto provò una lieve

inquietudine.

Si presentarono in tre: la bruttona, il guardaspalle della volta precedente

ed un giovane biondiccio, magro, occhialuto, vestito giacca e

cravatta, come il cassiere di una banca. Si sedettero e gli sembrò di

essere circondato.

«Allora, ingegner de Carolis, vogliamo concludere?» - esordì la donna

con voce forzatamente decisa mentre lo guardava con i suoi occhi

verdi.

Dagobertò si limitò ad annuire serio.

Il cassiere tirò fuori un foglio, lo stese sul tavolino sotto i suoi occhi,

poi con gesto plateale da una tasca interna alla giacca trasse una

penna biro e la mise a lato del foglio.

«Legga e firmi.» - aveva una voce stridula, decisamente fastidiosa.

Si trattava in tutta semplicità di una ricevuta di 10 mila Euro per

consulenze effettuate per conto della Trasporti Nazionali S.r.l., con

tanto di ritenuta fiscale.

«Mmhm... Nessun problema.» - dichiarò Dagoberto glaciale - «A

parte ovviamente la ritenuta, vale a dire che li voglio netti, dovete

aggiungere anche a mano, io non mi formalizzo, che si tratta di un

acconto e che a saldo mi saranno versati altri 65 mila Euro, come

d’accordo. E poi mi fate una copia del risultato e me la controfirmate.»

La donna ed il giovane occhialuto si guardarono.

«Ci sono problemi?» - domandò Dagoberto senza degnare di uno

sguardo il gorilla che lo fissava con occhi trucidi.

«No.» - gli disse asciutta la donna, poi rivolta al biondo: - «Aggiungi

che si tratta di un acconto e che la differenza a 75 mila gli verrà girata

a fine lavoro. Poi copia tutto su un altro foglio.»

«Chi di voi è autorizzato a controfirmare?»

«Adesso non esageriamo!» - lottava per mantenersi calma - «Firma

lui...» - indicò l’occhialuto - «in qualità di contabile dell’azienda. E

non fare altre richieste, siamo intesi?»

Si vede che avevano previsto la pretesa di Dagoberto perché il cassiere

aveva con sé un foglio bianco sul quale trascrisse in brutta calligrafia

l’altro documento dopo averlo completato.

Dagoberto lesse con calma i due fogli. Poi si mise in attesa.

- 148 -


«Prometti bene, giovanotto.» - c’era del compiacimento nella voce

della donna - «Ecco...»

Trasse dalla borsetta una busta e la porse sotto il tavolo. Dagoberto

la prese l’aprì e sbirciò dentro. Erano tutti fogli da 500 Euro. Li scorse

rapidamente con un dito e giudicò che fossero giusto una ventina.

Li mise in tasca, firmò uno dei fogli ed attese che il cassiere, sebbene

con evidente riluttanza, firmasse l’altro. Glielo prese di mano ed

intascò anche quello.

Come per incanto da dentro il bar emersero 3, poi 4, poi 5 uomini in

borghese. Quel che sorprese Dagoberto fu la rapidità della reazione

del trio. Il gorilla gli sferrò un pugno che però, in virtù dei suoi riflessi

riuscì a scansare parzialmente prendendolo su una spalla. Ciononostante

cadde di lato. Il tavolino fu rovesciato e con un calcio

spinto violentemente fra i piedi dei nuovi venuti. Tre sedie volarono

scagliate verso lo stesso bersaglio. La donna ed il suo giannizzero

corsero in una direzione, l’occhialuto in quella opposta. Poi, mentre

i poliziotti si riorganizzavano anche la donna ed il suo gorilla si divisero.

Ognuno saltò in un’auto diversa, parcheggiata a pochi metri

dal bar.

L’operazione di polizia non era stata ben congegnata, perché incontro

ai 5 emersi dal bar avrebbero dovuto venire Amulio, lo Zanzi,

Liverani ed il maresciallo Bandini, ma giunsero in ritardo. Amulio

vergò ordini dentro un radiotelefono e mentre i malviventi fuggivano

in 3 direzioni diverse, altrettante auto entravano in moto ed in

pochi secondi cominciavano la caccia.

Amulio era del diavolo e smadonnava come dare in terra. Fu difficile

per Dagoberto ravvisare in lui il professore di filosofia che aveva

conosciuto quando era al liceo. Lo avvicinò e gli porse la busta col

malloppo.

«Li prenderanno.» - cercò di rassicurarlo.

«Tutta l’operazione, partita 8 mesi fa, rischia di fallire.»

«Quelli alla caccia della Strambelli, sono bravi?»

«I migliori.»

«Senza ferirla in modo grave, la devono terrorizzare.»

Amulio lo guardò interrogativamente.

«Non è una donna forte. Si sente come l’apprendista stregone. È instabile.»

- spiegò Dago.

Il commissario capo attivò il radiotelefono e parlò con la pattuglia

che inseguiva la Strambelli.

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«Come sta andando?»

«Stiamo per raggiungere il bivio di Casalino. Di qua o di là avrà presto

una strada larga e veloce davanti.»

«Mandatela fuori strada alla prima curva. Non esagerate però. Capito?»

«Perfettamente commissario.»

Poi, rivolto a Dagoberto:

«Forse ce la facciamo. L’importante è che non avvertano i capi.»

«Lo scimmione non è un problema. Penserà soltanto a portare a casa

la ghirba. Quanto al biondino, è un topo da ufficio e non ce la farà a

guidare e telefonare... secondo me sarà il primo ad arrendersi.»

«Speriamo ti ascolti.»

«Okey, ora è tutto in mano tua. Ti saluto, devo fare una cosa.»

Si strinsero la mano.

Chiamò Guen. Lei e Clarissa stavano per giungere in un paesino

dell’alto Lazio dove speravano di trovarvi Edalia. Si sarebbero visti

a sera. Entrò in macchina e si diresse verso Arcidosso per lo spuntino

con Oderio Bongi. In macchina riprese il cellulare di servizio.

Al luogo stabilito giunsero quasi contemporaneamente. L’inventore

era assieme alla sua compagna Rosaria. A tu per tu la trovò assai più

spontanea e cordiale di quando le era stata presentata. Le sembrò

una donna sobria e quieta, piuttosto in contrasto con il carattere mostrato

dal suo compagno: euforico, infervorato. Quel giorno, o almeno

in quel momento però, gli apparve alquanto incupito. Si sentì

scrutato, esaminato.

«Cominciamo col mettere qualcosa sotto i denti.» - invitò Dagoberto

e chiamò il ragazzo che girava fra i tavoli, a quell’ora quasi tutti occupati.

Approvarono. Rosaria, una donna ancora piacente, dal volto volitivo,

vissuto, intrigante, volle subito sapere che tipo di informazioni

andava cercando.

«In teoria sono interessato a tutto ciò di cui avete parlato nella conferenza

di sabato, ma per prima cosa sono curioso di sapere a che

punto sono le vostre ricerche sul ritrovamento degli oggetti inspiegabilmente

scomparsi.»

«È interessato a qualche sviluppo commerciale?» - domandò Rosaria.

«Oh no! Mi spiace, se pensavate che io potessi...»

- 150 -


«Non si preoccupi, è solo per capire il tipo di interesse che l’ha spinta

qui.» - precisò tranquillamente.

Dal tono di voce e dalla sua postura Dagoberto intuì una grande

forza interiore. Oderio Bongi continuava a guardarlo muto e talvolta

anche se per pochi attimi abbassava lo sguardo.

«È molto semplice,» - chiarì Dagoberto - «sono uno che si sforza di

applicare il pensiero scientifico ad ogni fenomeno e vorrei mi illuminaste

su ciò che state sperimentando.» - poi, colta un’esitazione

sul volto della donna: - «Non voglio assolutamente conoscere né i

principi fisici ai quali vi ispirate né i meccanismi che avete sviluppa-

to.» «Mbeh...»

«Non sono qui per carpirvi tecnologia. Vorrei fosse chiaro che... ecco,

sicuramente conoscete il pensiero di Popper...»

«Certo, ingegnere.» - si fece vivo Oderio.

«Allora, a me interessa soltanto sapere se si può provare o disprovare,

attraverso un esperimento di carattere definitivo, se i vostri metodi

funzionano... aggiungo che ciò è solo una curiosità personale»

«Lei dubita di me.» - affermò scuro in volto il Bongi.

Dagoberto si domandò per quale ragione costui stava girando la

questione sulla fiducia personale. C’era qualcosa che non quadrava.

«Ingegnere, la prego.» - disse Dagoberto - «Ribadisco che la mia curiosità

si rivolge alla validità del metodo e non mi permetterei

mai...»

«Va bene! Siamo d’accordo... infondo sono stato io a stuzzicarla!» -

d’un colpo aveva riassunto quell’aria entusiastica - «Allora, mi dica,

come posso aiutarla? Scommetto che c’è un oggetto che le è sparito

da sotto al naso e vorrebbe ritrovarlo!» - ora il tono era furbesco.

«In effetti...» - tergiversò Dagoberto - «Ci sarebbe, ma non è roba

mia.»

«Dica dica!»

«Forse non lo sa ma all’inizio mi ero occupato del caso don Tassiano...»

«Mbeh, ingegnere...» - lo incoraggiò il Bongi - «Lei qua è noto per i

suoi successi investigativi.»

«D’accordo, ma stavolta si tratta di un puro caso. Lei sa che don Tassiano

era appassionato di archeologia?»

«Si, certamente.»

«Ecco, in una sua teca c’è un reperto mancante.»

- 151 -


«Ah, sì, sì.» - intervenne Rosaria - «Gli è venuto improvvisamente a

mancare un reperto. Ce ne ha parlato.» - poi, rivolta verso Oderio -

«Ricordi? Sei perfino andato a trovarlo...»

«Vero.» - acconsentì l’uomo - «Anche lui era interessato al suo ritrovamento...

Gli dissi che...» - si rivolse alla compagna, forse per vedere

se stava procedendo nel verso giusto - «... che probabilmente, trattandosi

di un reperto così antico, carico di ricordi della terra nella

quale era rimasto incorporato per più di 2000 anni, ecco, poteva darsi

fosse tornato dov’era stato sradicato.»

«Cioè sul Talamonaccio.» - asserì Dagoberto.

«Ah, certo,» - ancora la donna - «c’è scritto sulla targhetta... un pilum

romano, se ben ricordo.»

«Esattamente.» - confermò Dagoberto.

«Ho capito!» - esclamò Rosaria - «Lei vorrebbe vedere se si riesce a

ritrovare là da dove è stato asportato... come avrebbe voluto il povero

don Tassiano, non è così?»

«Sì, ma ripeto, a me interessa solo la verifica di un fatto tecnico. Vogliamo

provarci?»

I due si guardarono. Oderio pareva riluttante. La decisione la prese

la sua compagna.

«E dai, Oderio! Abbiamo tutta la strumentazione... L’hai detto pure

tu che ti sarebbe piaciuto convincere l’ingegner de Carolis...»

«Ma certamente!» - di nuovo quell’aria esuberante - «Quando?»

«C’è qualche problema se lo facciamo adesso? È complicato?»

Ancora un incrociarsi di sguardi.

«Sì può fare...» - si decise Oderio - «Complicato? Certo un po’ lo è,

ma... È una fortuna che noi... mbeh, noi portiamo spesso i nostri dispositivi

in macchina. È la ricerca... la decima musa!»

«Bellissima espressione! Allora procediamo!» - sollecitò Dagoberto -

«Mi sento ansioso di assistere ad un esperimento così... così innovativo!»

- ci mise davvero dell’entusiasmo in quella dichiarazione.

Sorrisi di compiacimento e di distensione comparvero sulla bocca di

tutti.

Rosaria però doveva tornare ad Abbadia per una conferenza in una

casa privata. Così trasportarono gli strumenti dalla loro auto a quella

di Dagoberto.

Per prima cosa si recarono a Santa Fiora. Fortunatamente il priore

non c’era e Mazaffe li fece passare mostrando gran deferenza per il

Bongi. Lo strumento per rilevare i ricordi dell’impronta del pilum fu

- 152 -


tenuto a qualche centimetro da quello che era stato il suo alloggiamento.

Il dispositivo assomigliava ad un comune tester usato dai

radiotecnici, ma emetteva dei leggeri sibili modulati che sfumavano

nel campo del non udibile. Dopo circa 5 minuti emise un breve nastro

di carta sul quale vi erano tracce colorate che ricordavano gli

elettroencefalogrammi.

«Queste sono le condifiche dei ricordi del pilum.» - disse seriamente

il Bongi - «Se acconsentirà a divenire un mio collaboratore, un giorno

glieli illustrerò nei dettagli.»

Ringraziò Mazaffe e proclamò: - «Ora la parte più difficile. Al Talamonaccio!»

Dagoberto stava per chiamare Guen quando il cellulare, quello normale,

squillò. Era proprio la sua ragazza che lo informava di avere

trovato Edalia e la sua amica di Abbadia.

Coprì il microfono e rivolto al Bongi:

«Hanno trovato la moglie di Ruggero Tamanti... si era resa irreperibile.»

- poi al telefono: - «Dunque è disposta a confessare... ma a me

non interessa più tutta la questione... te l’ho già detto che sto ritrovando

i miei interessi, quelli veri... mbeh... sto andando al Talamonaccio...

sì hai capito bene... Non sai dov’è? Provaci!... Nei pressi di

Talamone, dici? Che bella pensata!... No, non ti dico niente. È una

questione scientifica ti ho detto, punto e basta! Ci vediamo stasera...

ciao ciao!»

Durante il viaggio parlarono ovviamente di onde elettromagnetiche,

di frequenze, di risonanze, di circuiti oscillanti ed altre amenità fino

a giungere ad un’intesa tipica di chi possiede affinità elettive.

Parcheggiarono vicino ai resti del tempio dedicato a Tinia, più o

meno dove si erano fermati i ragazzi della gita scolastica per fare

pic-nic.

«Fin qui le indicazioni della targhetta.» - disse il Bongi - «Adesso

entriamo in azione noi. Mi aiuti ingengnere, dobbiamo montare i

vibrogoniometri.»

«I cosa?»

«Li chiamo così, anche se sono in realtà dei radiogoniometri modificati

per la rilevazione di vibrazioni dalle frequenze lente come grosso

modo quelle del respiro umano, su su fino a quelle nella scala dei

gigahertz.»

«Non facili da realizzare, suppongo.» - commentò Dagoberto mentre

il Bongi lo caricava di treppiedi e di altri ammennicoli.

- 153 -


«No. Non facile... per via dei condensatori... per le bobine ho trovato

un’escamotage con dei circuiti elettronici FIFO.»

Il giovane ingegnere non ricordava cosa fossero.

«Molto, molto interessante. È davvero un esperto, lei!»

«Dovrebbe ben sapere che fin dalle medie mi divertivo a costruire

radio e TV.»

Dagoberto rimase sorpreso. Perché mai avrebbe dovuto saperlo?

C’era un’unica spiegazione: quel mariuolo di Nanni Gori aveva informato

Oderio Bongi del dossier su di lui, consegnato a Dagoberto.

Quanto si sarà fatto pagare l’informazione? E soprattutto non avrà

per caso tolto qualche informazione chiave, sempre dietro compenso?

«Ho capito.» - disse infine - «Mi deve perdonare, ma se poi un domani

accettassi di collaborare con lei e la dottoressa Cordera...»

«Mbeh, da principio la cosa non mi andava giù... ma poi ho capito

che lei cercava delle garanzie... Fine del discorso. Diamoci da fare!»

Sistemarono i vibrogoniometri in due punti distanti una trentina di

metri l’uno dall’altro. Li collegarono con una specie di centralina

munita di oscilloscopio.

«Devo stare accanto ad uno di questi per orientarlo?» - domandò

Dagoberto.

«Non mi sottovaluti ingegnere. Comando tutto dal coordinatore!» -

gli rispose Oderio. Trasudava entusiasmo e buon umore.

«Sembra che lei abbia molta fiducia non sia stato trafugato da qualcuno,

quel pilum, magari durante una mostra di reperti.»

Vi fu dell’esitazione prima della risposta.

«Forse è opportuno ricordarci che si tratta di una fase ancora sperimentale,

ma se è stato, come dice lei, trafugato e non si trova nel suo

luogo d’origine, sono in grado di capirlo perfettamente.»

Cominciò a premere pulsanti ed a digitare sulla tastiera di

quell’apparecchio che chiamava coordinatore. Effettivamente delle

antenne poste sui goniometri si misero a ruotare e si cominciò ad

udire dei suoni che variavano continuamente di intensità e di tonalità.

«Ehilà!» - gridò il Bongi - «Un indizio positivo! Venga a vedere!»

Dagoberto si avvicinò e vide sullo schermo dell’oscilloscopio delle

figure che alla lontana somigliavano a delle onde in uno stagno se

uno vi avesse gettato un paio di sassi.

- 154 -


«Bisogna spostare i vibrogoniometri.» - asserì il Bongi. Poi gli dette le

nuove indicazioni.

«Siamo vicini, ingegnere, siamo vicini! Altro che trafugato! Ah ah

ah!» - gli gridò al colmo dell’euforia, mentre Dagoberto eseguiva.

Infine anche Oderio spostò il coordinatore per porsi fra i due rilevatori.

Più che muoversi pareva saltellare, mentre scavalcava pietre e

radici, aggirava ostacoli. Poi il silenzio e la concentrazione. Di nuovo

quella produzione di strani suoni monocordi.

«Eccoci! Guardi, guardi!» - esultò.

Dagoberto si avvicinò e vide che sullo schermo apparivano cerchi

concentrici come quelli di un bersaglio, che però si muovevano verso

l’interno per sparire come ingoiati nel centro. I suoni assomigliavano

a quelli dell’acqua che da un rubinetto cadesse in un secchio

pieno.

«Lo vede? Li sente?... Ecco, è là,» - indicò un punto ad una ventina

di metri - «all’incrocio dei puntamenti dei vibrogoniometri!»

«Come può essere sicuro che non sia ehm... il solo ricordo della giacenza

lì del pilum?»

«Eh, questo ingegnere me lo deve concedere... quel che vede

sull’oscilloscopio sono i ricordi che ha l’oggetto, non quelli che il terreno

ha dell’oggetto, non vi possono essere dubbi. Un giorno le spiegherò.

Andiamo!» - corse via. Dagoberto lo seguì. Giunsero al luogo

indicato, dove c’era della terra smossa. Oderio Bongi si chinò, guardò

Dagoberto da sotto in su.

«Ora osservi bene.» - disse.

Si mise a scavare con le mani, da prima lentamente con sicumera,

poi più velocemente. Ansimava. Cercò un sasso o un pezzo di legno.

Dagoberto gliene porse uno. Lo sguardo che gli lanciò il Bongi non

lo avrebbe dimenticato. Era lo sguardo di un uomo folgorato da un

dubbio atroce, inconfessabile. Ciononostante riprese freneticamente

a scavare.

Quando di nuovo si volse verso il giovane vide quello che non avrebbe

mai voluto vedere: il pilum nelle sue mani.

Cadde a sedere e la schiena sbatté contro il tronco dell’albero ai cui

piedi aveva inutilmente scavato.

«Questo glielo ha procurato Mazaffe» - profferì Dagoberto - «dietro

compenso e con la minaccia di denunciarlo all’ufficio immigrazione

se lo avesse rivelato. Non è vero?»

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«Ma...» - era scosso da tremito - «Nessuno! Nessuno sapeva che

l’avevo nascosto proprio qui! Non è possibile... nessuno, neppure

Rosaria!»

«Voleva impressionare don Tassiano con l’ennesima truffa come

adesso ha fatto con me. Già, ma stavolta il caso le ha giocato un

brutto tiro. Un ragazzino, appassionato di archeologia, con una fortuna

sfacciata, ha trovato il pilum proprio lì dove ce l’aveva messo

lei. È davvero un frugolo quel ragazzo. È poi lo stesso che ha scoperto

il cadavere di don Tassiano... una jattura!» - fece una breve pausa

- «Non so quali informazioni sulla sua vita abbia chiesto al nostro

comune amico Nanni Gori, di cancellare dal dossier che mi ha inviato

su di lei, signor Bongi, ma temo assai poche. O forse il Gori si è

fatto pagare per toglierle e poi non le ha tolte, da quel figlio di buona

donna che è.»

L’interlocutore fissava il terreno con occhi apparentemente vacui.

Dagoberto continuò implacabile.

«Ce ne sono comunque abbastanza da permettermi di intepolare,

come si dice tecnicamente, vale a dire sostituire i vuoti con un minimo

di immaginazione. Il problema è stato di tipo classico. Mi

riferisco a suo padre. Suppongo non la stimasse o, forse per eccesso

di zelo paterno, addirittura la denigrasse sistematicamente per

vedere se in lei sorgeva una reazione positiva... un modo primitivo,

pur non insolito, per educare un figlio. I suoi tentativi di ribellione

facevano piangere sua madre. Una sofferenza insopportabile, così,

forse per caso, ha cominciato a far finta di essere in gamba. Forniva

informazioni false sul suo comportamento e sul suo profitto a

scuola. Questo le dava oltretutto l’intima soddisfazione di

turlupinare il suo aguzzino.

In base alle prime gratificazioni ha continuato sulla strada del sotterfugio,

poi del raggiro, della frode, fino ad arrivare al dolo, alla

truffa. All’inizio solo in famiglia, poi a scuola con gli stessi insegnanti

ed i compagni. Espulso da diversi licei è sempre riuscito a

convincere suo padre della cattiveria del corpo docente. È intelligente

lei, molto intelligente, perciò si è affinato, è diventato uno specialista...

sofisticato e devo dire anche creativo. Forse però alle sue scelte

non ha contribuito tanto il disprezzo, diciamo così, didattico, da

parte di suo padre, quanto il fatto che sua madre era tutta dalla sua

parte ed odiava quell’uomo che lo faceva soffrire.» - fece una pausa.

A quelle ultime parole si aspettava una reazione se non violenta,

- 156 -


almeno rabbiosa. Invece niente. Oderio Bongi rimase immobile, il

suo volto illeggibile.

«Vado avanti. Mi corregga se sbaglio. Così da una frode all’altra è

giunto perfino ad una laurea falsa. Non c’è traccia della sua laurea

presso l’università di Perugia dove ha fatto finta di studiare per ben

8 anni... Suo padre lo manteneva ed avrebbe sospeso il mantenimento

se non si laureava. Laurea falsa, tuttavia accompagnata da una

certa genialità nell’elettronica. Ha cominciato col sentirsi gratificato

nel vedere i compagni di corso sbalorditi dai suoi congegni. Poi ha

tentato seriamente di utilizzare questa sua facoltà per mettersi in

contatto con l’aldilà registrando gli elettroencefalogrammi di medium

in trance. Ha fatto pure una pubblicazione su una rivista del

settore. Anche lì alla fine ha dovuto inventarsi qualche dato. Non la

biasimo per questo, anzi, io non la biasimo per nessuna ragione, eccetto

che per l’omicidio di don Tassiano.»

Si udirono rumori di fronde smosse. Dagoberto si volse per scrutare

nella boscaglia. Si ricompose subito. Avvertiva una sorda minaccia.

Era totalmente disarmato ed aveva appena accusato un uomo grande

e grosso di essere un assassino. Quello però continuava nel suo

immobilismo.

Dopo una breve pausa continuò.

«Con l’aldilà non riuscì a comunicare davvero. Fu un esperimento

fallito anche se piuttosto onesto almeno per l’impegno che ci mise.

Forse lei lo lesse come una conferma che la strada della truffa, intrapresa

fin da ragazzo, era la migliore. Commise però un errore grave:

la presunta invenzione e la vendita di un dispositivo che doveva

rendere superflua l’assunzione delle medicine. Bastava metterle

dentro al suo marchingegno, applicato ad una medaglia o ad un

bracciale, che la loro azione terapeutica si sarebbe manifestata. Qualcuno

non guariva e magari a qualche azienda farmaceutica non andava

giù quell’idea che poteva diminuire il consumo delle medicine.

Questo le fruttò una condanna per ciarlataneria. La sua compagna

di allora l’abbandonò. Suo padre sospese ogni finanziamento delle

sue imprese. Ma quello che non è detto nel dossier, posso provare

ad immaginarlo. Suo padre lo ha disastrosamente screditato di fronte

a sua madre, lo ha annullato, ha minato l’amore materno di cui

aveva goduto fino ad allora. Ha visto sua madre prima incredula,

poi distrutta dal dolore. Ciò le ha spezzato il cuore. Per questo io

azzardo un’altra ipotesi che sarà vagliata dalla magistratura. Dopo

- 157 -


solo alcuni giorni dalla sentenza suo padre morì in circostanze non

ben chiarite. Pare fosse caduto sbattendo la testa contro una grossa

pietra nel corso di una tentata rapina in piena campagna. Nessuno

fu mai arrestato per questo. Potrebbe averlo ucciso lei.»

Si fermò pronto a fronteggiare una reazione violenta, ma tutto ciò

che ottenne fu uno sguardo carico di struggente tristezza. Si domandò

se avesse il diritto di infierire su quello che sembrava essere

ormai un uomo finito. Ma doveva continuare.

«Non mi diverte dirle tutte queste cose e non le direi, se non ci fossero

di mezzo due fatti gravissimi... l’omicidio di don Tassiano ed il

rapimento della piccola Tiziana.» - l’omaccione fece cenno di sì col

capo: un invito a procedere - «Sua madre finì in una casa di cura e di

lì ad una settimana lei abbandonò l’Italia per recarsi in Argentina. A

Buenos Aires, Rosaria Cordera, di 5 - 6 anni più anziana di lei, possedeva

una clinica benessere: “Fuente del Ciel”. A Rosaria piacque

la sua nuova idea del SAU. Infondo anche lei, pur essendo laureata

per davvero, conosceva e sfruttava più o meno legalmente le debolezza

e le fisime dell’essere umano, il bisogno di credere, l’anelito

alla trascendenza. È quella che io chiamo una costante antropologica.

Non è bello sfruttarla, anche se è comune pratica a tutti i livelli. Però

bisogna saperlo fare... Ambedue eravate sicuramente ben consapevoli

che si può contare sull’effetto placebo, quello dei talismani,

degli amuleti, dei simboli magici e via dicendo. Così, statisticamente,

avevate assicurata una certa percentuale di successi indipendentemente

dall’efficacia del SAU. Ma sembra foste un tantino imprudenti

nel garantire effetti straordinari e pare che qualcuno non si sia

curato abbastanza, sperando nei vostri aggeggi, e sia poi morto.»

Mentre riprendeva fiato qualcuno alle sue spalle continil discorso.

«Così vi furono molte denunce e la Fuente del Ciel dovette chiudere.»

- era una voce decisamente femminile. Dagoberto si volse e vide

che Rosaria Cordera teneva in mano una pistola puntata contro di

lui.

Quando si voltò di nuovo, Oderio si era alzato in tutta la sua statura

e brandiva una grossa pietra.

«Fermo!» - urlò Rosaria - «Non fare un’altra delle tue cazzate! Bisogna

sapere prima come stanno le cose!»

Il Bongi ripiombò a sedere e lasciò rotolare via la pietra.

- 158 -


«Decisamente non riesce a superare l’età della pietra.» - commentò

Dagoberto.

«Spirito di patate! Dammi subito il cellulare.»

Dagoberto glielo porse. Lei lo gettò a terra e lo calpestò con forza.

«Chi altri sa che sei qui?» - chiese - «Non muoverti, continua a guardare

Oderio.»

Dagoberto non rispose.

Con voce rauca, spezzata, il Bongi le disse che ne era a conoscenza

la sua ragazza.

«Da quanto?»

«Un paio d’ore.» - non alzò lo sguardo.

«Mmhm, se sospettava qualcosa a quest’ora sarebbe già stata qui.

Vediamo un po’,» - continuò la donna con voce glaciale - «Sentiamo

bene come fai ad accusarlo dell’assassinio di don Tassiano.»

«Abitate ad un passo da dove è stato trovato il cadavere. Don Tassiano

era in urto con voi due per le ciarlatanerie che vendete a caro

prezzo alla povera gente. Si è sicuramente informato su di voi. Forse

non è importante e forse lo è: avete messo immagini sacre sui vostri

braccialetti. Don Tassiano avrebbe anche chiuso un occhio perché

tratte da opere d’arte note, ma poi avete usato l’immagine di Padre

Pio e questa deve essere stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Tiziana ha visto Oderio litigare con don Tassiano presso l’orto

che avete in affitto là. In quell’occasione don Tassiano deve avervi di

nuovo minacciato di denunce. Ora le domando: perché si è messo a

correre dietro alla bambina?» - guardò con insistenza Oderio - «Aveva

già premeditato l’omicidio e non voleva essere visto litigare

con la futura vittima? O ha creduto che la piccola abbia visto quello

che ha nascosto sotto terra?»

Dopo alcuni secondi di silenzio:

«Non credo si tratti di una piccola bara come è detto nello scrittino.»

- insisté Dagoberto - «Però dev’essere roba compromettente… altri

aggeggi… che sarebbe bene la polizia non trovasse nella vostra casa…

intrugli elettronici e documenti… fatemi pensare…» - si grattò

la testa - «Scommetto cento contro uno che si tratta del materiale che

le hanno fruttato la condanna prima della fuga in Argentina. Negatelo!...

Tanto poi si scoprirà.»

«Per ora sono soltanto stupidi indizi e fantasie di un esaltato che si

picca di fare l’investigatore. Vai avanti fringuello.» - la voce di Rosaria

era tagliente.

- 159 -


«Intanto abbiamo il movente: l’avete invitato nella vostra casa di

Abbadia per trattare, ma don Tassiano non era il tipo che scende a

compromessi, ha finito per screditare Oderio di fronte a lei, cara signora.

Oderio ha rivissuto le scenate di suo padre di fronte alla cara

mamma. Lei non è certo il tipo di soffrire per certe cose, vero? Ma

lui si è immaginato di vedere la nuova compagna e nuova madre in

preda ad una sofferenza struggente. Per la terza volta ha visto crollargli

addosso il castello di frodi pazientemente costruito. Allora con

una scusa ha portato il sacerdote a fare una passeggiata sul piazzale

della vecchia miniera e gli ha spaccato la testa.»

«Prove, prove...» - cantilenò la donna.

«Prove? Probabilmente Oderio» - puntò ancora il dito sull’uomo

disfatto - «non le ha detto quel che stava per fare, altrimenti lei, che

è saggia ed accorta, glielo avrebbe impedito. Si sentiva colpito a

morte e decise di lasciare libero corso al proprio furore omicida. Là,

sul piazzale delle miniere, a mani nude ha raccolto una grossa pietra

e, giunto dietro le spalle di don Tassiano, ha sprigionato in un istante

tutta la sua rabbia, la sua frustrazione, la sua disperazione, esplicando

la forza di un atleta. Penso avrà gettato la pietra lontano. Ma

noi sappiamo che qualcuno lo ha visto e per motivi suoi è tornato

sul luogo del delitto ed ha provveduto a sistemare l’arma sotto il

tetto dell’ingresso al museo. È così rimasta protetta dal temporale

che di lì a poco ha imperversato su Abbadia. Su quella pietra hanno

trovato abbastanza materiale organico per un’analisi del DNA: quello

delle impronte digitali di Oderio. Scommettiamo? Dopo averlo

assassinato ha chiamato lei ed insieme avete provveduto a seppellirlo

lì e portare la sua macchina su all’Aquilaia. Inoltre, e qui viene il

bello: Tiziana lo riconoscerà!»

«Chi ne sa niente di Tiziana?» - ironizzò Rosaria.

«Supponiamo non sia morta, eh?...» - lo disse con un sorriso ed un

brillar d’occhi come avesse in mano una scala reale.

Rosaria accusò il colpo. Sul suo volto si dipinse il terrore. Si spostò

verso Oderio, si chinò per incontrare i suoi occhi che continuavano a

guardare in terra.

«Allora?» - gli urlò.

«Stai tranquilla... tranquilla.» - le disse con voce roca.

«Tranquilla che è morta o che non lo è?» - gli gridò Rosaria.

«Non io. Non l’ho ammazzata perché… !» - tirò un sospiro e gridò -

«Non ne ho avuto il coraggio, ecco!»

- 160 -


Rosaria gli mollò un manrovescio.

«Allora è stata lei, Rosaria Cordera.» - affermò Dagoberto.

Lo guardò esterrefatta. Capì che si era fatta infinocchiare. Nei suoi

occhi si accese una rabbia feroce.

«Maledetto scarafaggio!» - gli gridò. Gli si avvicinò e gli accostò la

pistola alla fronte fra gli occhi. Accarezzò il grilletto.

Dagobertò fremé, perché le mani che reggevano l’arma tremavano.

Passarono attimi incandescenti. Finalmente vide la donna dominarsi

e ritrovare il suo sangue freddo.

Rivolta al suo uomo gridò: - «Andiamo via di qua. Subito!» - cercò

di sollevarlo per un braccio mentre agitava la pistola per imporre a

Dagoberto di muoversi verso l’auto. Accanto alla propria c’era la

loro: una Volvo blu scuro. Il paraurti anteriore era visibilmente ammaccato.

«Con questa avete spinto l’auto di don Tassiano nel dirupo. Dalla

vernice sull’ammaccatura risulterà un’altra prova. In seguito, sempre

con questa, una volta che lei, Rosaria, si è impossessata dello

scrittino di Tiziana, uno di voi due ha cercato di mandare fuori strada

la zia di Guen. Ma non c’è riuscito. Anche lei riconoscerà

quest’auto.»

La donna aprì il portabagagli della Volvo, vi prese una corda di

nylon da scalatori.

«Smettila di fare il babbeo Oderio! Muoviti! Legalo mentre io sistemo

i pedali.»

«Sparagli.» - disse cupo l’omaccione.

«Cretino! Dovrà sembrare un incidente... questa volta col morto dentro...

e non come mi hai fatto fare l’altra volta!»

«Il piano è stato tuo. Un piano sicuro... dicesti!»

«Ma la bambina, la bambina! Che ne hai fatto? Te l’ho data già narcotizzata!

Che ti ci voleva? Non avrebbe neppure strillato!»

«L’ho sistemata… da uno…» - la voce di Oderio sembrava venire da

lontano.

«A chi l’hai consegnata?» - chiese Dagoberto - «Forse si può ancora

salvare! E parla!»

Oderio non rispose e con una rapida mossa calò un laccio intorno

alla vita e le braccia di Dagoberto immobilizzandolo.

«Chi!» - urlò Dagoberto - «A chi l’avete data?»

«Zitto, bamboccio!» - gli gridò Rosaria puntandogli la pistola alla

nuca fino a che non fu completamente legato - «Intanto è stato lui a

- 161 -


darla e non io! Chiaro?» - lanciò ad Oderio un’occhiata di sfida. Aprì

lo sportello della macchina di Dagoberto e si dette da fare col pedale

del freno. Vi ci mise sotto due sassi piatti che impedivano la frenata.

Lì vicino c’è una scarpata e quel che sarebbe stato ritrovato non avrebbe

certo permesso di scoprire l’inghippo.

«Facciamo presto, non mi sento tranquilla. Ecco, dai! È adesso, che

gli devi sfasciare la testa. Non vorrai che lo trovino legato come un

salame!... E muoviti! Ora, ora! Idiota!»

Oderio si guardò in giro, adocchiò un grosso sasso bitorzoluto. Lo

raccolse ed a braccio alzato si diresse verso Dagoberto, ma all’ultimo

istante si bloccò. Si volse verso Rosaria.

«Sei una misera figlia di puttana!» - calò la pietra mirando alla sua

testa. La donna, istintivamente riuscì a scansarsi.

Il frastuono di un elicottero, improvviso, lacerante lì aggredì e dopo

pochi istanti un bestione di 12 metri emerse dal dirupo ad oscurare

il cielo.

«Polizia! Fermi dove siete!»

Rosaria si sforzò di gettare la pistola nel burrone, ma quella cadde

solo per qualche metro. Oderio andò a rannicchiarsi nella Volvo in

posizione fetale.

Su delle camionette sopraggiuse Amulio seguito dal capitano Zanzi

ed altri 4 collaboratori. Presero in mano la situazione. L’elicottero si

allontanò.

Ammanettata, la donna si divincolava come una furia. Lei non aveva

ucciso nessuno! Minacciava di far finire tutti in galera per abuso

di potere.

Appena Dagoberto fu liberato dai lacci chiese che per un attimo tenessero

ferma Rosaria. Cavò fuori il cellulare di servizio e lo azionò

vicino alle sue orecchie. Si udirono le ultime frasi pronunciate nel

corso dell’alterco fra lei ed il suo compagno.

«Si chiama confessione.» - le disse infine.

Rosaria si prese il viso fra le mani.

Dagoberto indicò Oderio ad Amulio.

«Lui sa. È un debole. Fatti dire subito che ne è stato di Tiziana. Presto!»

Bastò minacciarlo di schiaffi.

«Edio Ghiondi.» - mormorò, terreo in volto - «Ma non ho preso il

danaro.»

«Dove abita?»

- 162 -


«Non so niente di lui. È pedofilo... solo questo... Gli ho fatto trovare

la bambina addormentata ad un paio di chilometri sopra Abbadia,

nel bosco... ad una ventina di metri dal ciglio della strada. Non voglio

saperne niente. Io non c’entro.»

Fu immediatamente diramato un ordine di cattura per Edio Ghiondi.

In capo ad una decina di minuti giunse la comunicazione che stavano

perquisendo la sua abitazione a Castell’Azzara, dove era conosciuto

per persona irreprensibile e devota. Da 3 o 4 giorni nessuno lo

aveva notato in paese. Quando lo Zanzi, parlando ad Amulio, disse

che non risultava avesse altre abitazioni, Dagoberto intervenne:

«Invece ce l’ha un’altra abitazione, in affitto, probabilmente in nero...

aspettate, fatemi ricordare... su da Bagnolo per Vetta Amiata...

una villetta...»

«Le abbiamo esplorate tutte quelle là.» - disse il capitano.

«Può avercela portata dopo, o l’ha nascosta ben bene... Ivano... Ivano

Meri, di Piancastagnaio... lui sa esattamente di quale si tratta...

l’ha chiesta al Ghiondi come appoggio per la caccia al cinghiale.»

Lo Zanzi non pose tempo in mezzo. Ordinò subito al maresciallo

Bandini di trovare Ivano Meri e di portarlo sopra Bagnolo, che lui

sarebbe giunto là prima possibile.

Fu una corsa affannosa a sirene spiegate e con molta gomma lasciata

sull’asfalto. Ciononostante ci volle quasi un’ora per giungere sul

posto.

Il Meri non c’era ancora, ma stava per arrivare.

Mentre erano in vista di un gruppo di villette il capitano con un

ampio gesto indicò che tutte quelle abitazioni, per lo più non in uso

in quella stagione, erano state rovistate e che ciò gli faceva presagire

il peggio.

«Il malvivente potrebbe aver seppellito il corpo nel bosco... e cancellate

le tracce nella casa... »

Per la prima volta Dagoberto dovette ammettere che anche il capitano

mostrava tratti di umanità. Non ce lo vedeva d’accordo col Francelli

ad avvelenare falde acquifere. Era tutto sommato un buon diavolaccio,

un po’ malato di deferenza, uno che, come era accaduto a lui

anni addietro, ancora pensava che chi è ricco ed ha il potere sia persona

rispettabile per definizione.

Giunsero anche Guen e Clarissa. Corse loro incontro. Guen lo abbracciò

stretto stretto.

- 163 -


«Non rispondevi più al telefono...»

«Anche se non me lo avessero distrutto, non sarebbe stato il caso di

rispondere... poi ti racconterò.»

Si baciarono con trasporto. Anche Clarissa lo volle abbracciare e lo

carezzò sulla schiena.

«Dopo che Guen mi ha raccontato della tua telefonata ed ha messo

al corrente Amulio,» - gli mormorò - «siamo state parecchio in ansia

per te.»

Si erano portate con sé Edalia e la sua amica. L'ansietà fra i presenti

si tagliava ormai col coltello. Finalmente si cominciò ad udire in lontananza

il belare delle sirene. Giunta che fu la pantera con a bordo il

Meri, questi fece segni per indicare che bisognava proseguire. Ordini

perentori e tutti gli operatori saltarono in macchina. In mancanza

di divieti anche Dagoberto, Guen e Clarissa seguirono.

Si inoltrarono nel bosco per più di 800 metri fino a giungere ad una

villetta in legno e pietra, piuttosto isolata dalle altre. I militi balzarono

a terra mitra alla mano e si sparpagliarono per circondare la casa.

Appariva disabitata, le finestre serrate, il giardino incolto, la stradina

di accesso al portoncino, come non fosse stata ripulita da mesi.

Dago e Guen si guardarono con angoscia.

Completato l’accerchiamento il capitano prese un megafono e cominciò

ad intimare al Ghiondi di uscire disarmato e con le mani sopra

la testa.

Niente.

Dopo un altro paio di tentativi, lo Zanzi ordinò l’irruzione. La porta

d’ingresso fu sfondata, mentre ad ogni finestra era appostato un

agente. Almeno tre di loro erano saliti su un muro per controllare il

tetto.

Niente. La casa era deserta. Trascorsero una decina di minuti e la

perquisizione proseguì con più calma. Un richiamo e capitano e

commissario si precipitarono dentro.

Per terra, seminascosto dal sudiciume, un piercing, forse un orecchino,

dall’aspetto infantile.

Dagoberto e Guendalina erano entrati approfittando di quel momento

di concentrazione sul ritrovamento. Clarissa volle guardare il

monile. Lo riconobbe e gli occhi le si inumidirono. I capi cominciarono

a considerare l’opportunità di dare ordine di scavare intorno

alla costruzione e rientrare.

I ragazzi però si guardarono.

- 164 -


«Deve essere qui!» - affermò Dagoberto - «Ci deve essere!»

Cominciò a battere contro le pareti, imitato subito da Guendalina.

Gli agenti presenti guardarono il capitano e questi assentì. In breve

un’intera squadra di persone batteva insistentemente ogni parete in

ogni angolo della casa. Qualcuno scese nel sottosuolo, altri salirono

nella mansarda e s’infilarono nel sottotetto, sempre battendo ogni

palmo di parete.

Altro grido, dalla cantina. Stavolta la gerarchia fallì. Per prima giunse

Guen, poi due o tre agenti, Dagoberto, il maresciallo, lo Zanzi e

infine il commissario capo.

Era stato individuato un doppio fondo, un locale accuratamente nascosto.

Il muro presentava un’area murata a secco. Con cautela i

mattoni furono rimossi. Dall’altra parte il buio. La luce di una torcia

elettrica rivelò un corpicino disteso per terra, immobile.

Freneticamente l’apertura fu ampliata fino a che il maresciallo Bandini

si fece avanti ed andò a raccogliere la creatura.

Pareva morta, da come era abbandonata fra le braccia del maresciallo.

Un orecchio era lacerato, laddove il piercing le era stato strappato.

Portata alla luce risultò immersa in un profondo torpore. Reagiva

debolmente ed era piena di lividi ed ecchimosi. Non attesero

l’ambulanza. La sirena della pantera avviata verso Abbadia non aveva

mai suonato così forte ed imperiosa.

Guen e Clarissa si abbracciarono con le lacrime agli occhi. Edalia si

avvicinò a loro e condivise l’emozione.

Altre sirene ruppero la pace di quell’abetaia. Erano quelle che portavano

in prigione Oderio Bongi e Rosaria Cordera.

Con la sua Tipo grigia, abbondantemente infangata giunse pure

Ruggero Tamanti. Edalia gli corse incontro. Dagoberto guardò

Guendalina e Clarissa al colmo della sorpresa.

«La mia intuizione si è rivelata giusta.» - gli disse Guen - «Edalia

aveva molti amanti. Lo faceva per ingelosire Ruggero, per stimolarlo,

perché si desse daffare, capisci? Che donna fantastica!»

«Tu sei matta!» - strillò Dagoberto - «Come puoi dar ragione ad una

che... che si prostituisce... che... che...»

Guen mise un dito davanti alla bocca.

«Shss!»

«Un corno! È meglio che mi senta; diavolo!»

«Quando si ama una persona, trovo non ci sia alcun male se una si

fa molti amanti...»

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«Ma come puoi?»

«E lasciami finire! Molti amanti, sì, ma tutti falsi. Capito?»

Amulio fu invitato a cena, che si sarebbe svolta sulla terrazza inondata

da un magnifico sole al tramonto.

Erano tutti seduti in attesa, con Guen che smaniava di inchiodare la

zia ed Amulio su ciò che stava loro accadendo, quando una telefonata

li avvertiva che il commissario capo non poteva venire. Parlò

con Clarissa a telefono che man mano riferiva le notizie salienti.

Tiziana era in prognosi riservata. La piccola era stata pesantemente

drogata e molto maltrattata, ma non violentata. Si era difesa fino

all’estremo. A tu per tu con Amulio, il medico responsabile aveva

dichiarato che si poteva considerare fuori pericolo.

Il Ghiondi era al momento colpito da mandato di cattura internazionale,

sospettato di almeno altre due sparizioni di bimbe, purtroppo

più sfortunate di Tiziana. Si stava già scavando nel giardino

della villetta e nel bosco intorno. Solo, come un cane randagio, questione

di qualche giorno e sarebbe stato acciuffato.

Ma perché Amulio non veniva a cena? Non poteva perché era un

momento cruciale. Infatti dietro le assidue cure dell’ispettore Liverani,

lasciato presso il comando fin dalla sua cattura, Oleana Strambelli

stava andando alla grande. Cantava. Si trattava di una canzone

con molti nomi, di cui alcuni eccellenti. Il suo guardaspalle? Ha spaparacchiato

subito tutto sul Francelli e sui suoi complici diretti. E il

cassiere? Ha espresso la sua riconoscenza per avergli interrotto un

incubo dal quale non sapeva più come uscire ed anch’egli aveva un

taccuino con molti nomi. Quanto al direttore del laboratorio chimico

che aveva firmato le analisi dell’acqua di Arico Ciompi, è stato arrestato

per falso in atto pubblico. L’intuizione di Dagoberto riguardo

ai veri risultati analitici si era dimostrata corretta. L’acqua conteneva

PCB 10 - 15 volte oltre la soglia permessa, oltre naturalmente ad altra

robaccia.

Una squadra speciale della Guardia di Finanza, era già presso le

Solforate a svolgere il suo lavoro.

Tramite Clarissa, i ragazzi vollero sapere di Albanora e Dimitrio. La

risposta fu che negavano tutto, ma che, d’accordo col capitano Zanzi,

aveva provveduto a rinviarli a giudizio per omissione di soccorso

e favoritismo. Infatti appariva ovvio che avevano assistito

all’aggressione del sacerdote e che seppure in un primo momento

siano scappati per paura, almeno Albanora era tornata sulla scena

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del delitto, se non altro per spostare la pietra che aveva spaccato la

testa a don Tassiano.

Cosa ne sarebbe stato di Florena? Amulio le rispose che una volta

posta di fronte ai veri colpevoli aveva ritrovato una sorta di equilibrio.

Ha pianto a lungo, poi, assistita da una specialista dell’ASL,

non ha obiettato a lasciarsi indirizzare presso una clinica psichiatrica.

Di meglio non si poteva fare.

Clarissa obiettò che avrebbe dovuto capirlo prima, che si trattava di

problemi psicologici e basta, di fantasie erotiche di una povera donna

ossessionata dal peccato. Amulio le rispose che aveva avuto bisogno

di trascinare la cosa ancora per un giorno e che dopotutto Florena

appariva addirittura felice di andare incontro ad una condanna.

Per cui...

Clarissa gli disse che su quello avrebbero ben litigato dopo. Si salutarono.

«Amulio non viene più a cena e non ho sentito alcuna rimostranza.»

- insinuò Guendalina al termine della telefonata.

«Una cena più, una meno...» - rispose Clarissa con nonchalance -

«tanto lo so che sarà difficile e dura aspettarlo ogni sera...»

«Ah!»

«Per un bel po’ lo terranno sotto copertura in qualità di commissario

alla Garbatella... e dovete sapere che una delle condizioni sulla quale

non ho... non ho... come cavolo si dice...?»

«Transatto.» - affermò Dagoberto

«Mmhm... brutto... insomma, l’ho fatto giurare sul questore che abiteremo

alla Garbatella... a non più di 100 metri dal commissariato.»

«Sul questore... O.K. ma come fai ad essere così sicura?»

«C’è un’altra condizione alla quale si è sottoposto e che è di assoluta

garanzia.»

«Niente altre donne?»

«Non ne avrà il tempo. No, semplicemente che non metterà mai più

in bocca uno di quei sigaracci puzzolenti, accesi o spenti che siano.»

«Rimaniamo basiti!» - dichiararono all’unisono i ragazzi.

La risata che seguì era più che liberatoria.

FINE

Questo volume è stato impaginato per dispositivi portatili.

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i gialli maremmani

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I Ricordi della Terra

Sintesi

“I Gialli Maremmani” sono racconti ambientati nella Maremma toscana

e dunque conditi con una buona dose dei motteggi e del folklore

di quelle parti. I protagonisti di questa serie sono due giovani,

un ragazzo ed una ragazza: Dagoberto e Guendalina, che compaiono

anche in altri racconti di cui il capostipite è “L'Orologiaio Russo”.

Accanto a loro vi sono un commissario di polizia, Amulio Pesce,

normalmente di stanza a Roma, e la zia della ragazza, trasferitasi in

un paese della Maremma, sospeso fra il reale e l'immaginario: Montigliano,

nel comune di Arcidosso.

Ne “I Ricordi della Terra”, Dagoberto e Guendalina vengono implicati

nella misteriosa sparizione di un sacerdote di cui si dice un gran

bene e di cui alcune male lingue amano bisbigliare non essere uno

stinco di santo. La sua auto abbandonata viene trovata a 40 km dal

cadavere. Nel racconto è coinvolta una bambina di 8 anni, per aver

visto il prete, prima della sua scomparsa, parlare con uno strano

personaggio. C’è anche un ragazzino, appassionato di archeologia

che incide in più modi su tutta la vicenda. Le miniere di Mercurio di

Abbadia San Salvatore, ed altre miniere abbandonate nell’area

dell’Amiata, sono teatro di questo racconto, per i ricordi della terra

che trattengono, alcuni storici e legittimi, altri più recenti e sospetti.

Guendalina, animata dal sacro fuoco dell’indagine, sempre in competizione

col suo amato Dagoberto, compie un passo falso: offende

un giovane leone, figlio di un personaggio importante e suscettibile.

Per bloccare le sue azioni e quelle del suo zelante ragazzo viene

chiamato da Roma un funzionario importante; troppo importante

per intervenire su una scaramuccia fra giovani.

Dopo giorni di indagini, la piccola in grado di indicare l’assassino

viene rapita. Dagoberto viene ricattato da una strana donna. Il funzionario

romano fallisce clamorosamente un’operazione. Alla fine

saranno l’acume ed il coraggio dei due giovani investigatori con

l’aiuto di un’imprevedibile mossa del caso, ad inchiodare l’assassino

ed il suo complice ed ad assicurare alla giustizia altri malfattori.

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