Immanuel Kant visto da vicino - Loescher Editore

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Immanuel Kant visto da vicino - Loescher Editore

I L F I L O S O F O

Immanuel Kant

visto da vicino

Julius Schnorr von Carolsfeld, Ritratto di Kant, 1789.

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Pietro Ratto, che ha

curato questo dossier,

della vita di Kant sa

tutto, anche particolari

che si potrebbero

giudicare insignificanti

se non fossero così

rivelatori. Di questo ci

racconta, con elegante

curiosità.

Reinhold Bernhard Jachmann, il

suo biografo, lo descrive come

un uomo piccolo, alto a malapena

un metro e mezzo, con la

testa che “in proporzione al resto

era grandissima”, magro e di struttura

fragile, ma con un viso molto bello i cui

occhi “parevano fatti di etere celeste

donde brillasse sensibilmente il profondo

sguardo spirituale”.

Quanto al gusto estetico con cui vestiva,

sappiamo che il filosofo “si conformava

sempre alla moda della società colta”.

Portava “un cappelluccio a tre punte, una

piccola parrucca bionda, bianca di

cipria, col codino; la cravatta nera e la

camicia col collo increspato e i polsini,

l’abito di panno fine, generalmente nero e

screziato di giallo e marrone, panciotto e

calzoni della medesima stoffa, calze di

seta grigia, scarpe con la fibbia d’argento

e la spada fintanto che fu di moda in

società; in seguito una canna comune”.

Il suo conformarsi alle mode, però, non

va considerato “una imitazione servile,

ma un uso del proprio gusto che talvolta

poteva arrivare ad una particolare originalità”.

Sappiamo anche che, a causa

della sua totale assenza di vanità, “né la

pittura né l’arte dell’incisione o della

scultura avrebbero dovuto mai scomodarsi

per lui”. Per un autoritratto fattogli

da un certo “ebreo L.”, un’incisione in

rame che il filosofo riteneva lo rendesse

irriconoscibile, Kant “andò sulle furie”.

DIOGENE

N. 12 Settembre 2008


Una vita per pensare

Pietro Ratto

DIOGENE

N. 12 Settembre 2008

Immanuel Kant nacque a Königsberg,

capitale della Prussia orientale, sabato

22 aprile 1724. La sua famiglia non

era ricca, il padre Johann Georg faceva

il sellaio, e Immanuel era il quarto

figlio. La sua educazione fu molto rigorosa

ed austera, legata ai principi pietistici

della madre, Anna Regina Reuter. Nonostante

le loro umili condizioni, i genitori

di Immanuel fecero molti sacrifici

per assicurare al loro figlio studi adatti

alle sue facoltà intellettuali, che ben presto

si rivelarono nettamente superiori a

quelle degli otto fratelli.

Quanto all’educazione specificamente

religiosa, ricevuta all’interno del Collegium

così come nell’ambito strettamente

familiare, Kant, in tarda età, avrà modo

di commentare: “Si dica del pietismo ciò

che si vuole, le persone che lo vivevano

veramente possedevano ciò che di più

alto può possedere l’uomo: quella quieta

serenità e pace interiore che nessuna passione

potrebbe turbare. Nessuna privazione,

nessuna persecuzione le addolorava,

nessun contrasto le induceva all’ira o

all’inimicizia”. E ancora: “I miei genitori,

modelli di onestà, di probità e di ordine,

senza lasciarmi un patrimonio (ma nemmeno

debiti), mi hanno dato un’educazione

che non potrebbe essere migliore

dal punto di vista morale e per la quale

nutro sentimenti di vivissima gratitudine

ogni volta che penso a loro”.

1740-1770 Scienza e biliardo

Nel 1740, contro ogni previsione, Kant

decise di iscriversi alla facoltà di filosofia

di Königsberg. Questa scelta coincise con

l’abbandono della casa paterna: Kant

andò a vivere con un suo compagno, studente

di giurisprudenza, tale Johann

Heinrich Wlömer, col quale sarebbe

restato in amicizia tutta la vita. Per pagar-

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Non parleremo del Kant teorico ma dell’ospite amante della conversazione,

dell’appassionato interprete della rivoluzione francese, dello scapolo

puntiglioso ma anche gentile, delle sue celebri passeggiate, scoprendone il

segreto motivo.

Insegna filosofia in un liceo di Torino.

Gestisce uno spazio web in cui sono

raccolti i suoi saggi (www.boscoceduo.it)

ma trova anche il tempo di fondare un

gruppo rock progressivo (www.atons.it). È

imminente l’uscita di un suo testo su Kant

per la casa editrice Giunti.

si gli studi e le spese il giovane Immanuel

si arrangiò dando lezioni di latino e di...

biliardo (!), gioco in cui, a detta dei suoi

compagni, si rivelava particolarmente

abile. Durante e dopo l’Università Kant

dovette guadagnarsi da vivere in una

situazione di assoluto precariato. Per

circa dieci anni, fino al 1755, fece il precettore

privato presso tre diverse famiglie

altolocate.

Ogni tanto veniva chiamato a tenere

qualche conferenza, soprattutto in materia

di fortificazioni militari, di cui pare

fosse grande esperto. Questi furono

anche gli anni cosiddetti precritici, definizione

che è stata data alla fase della produzione

kantiana precedente alla trilogia

delle grandiose Critiche (Critica della

ragion pura, Critica della ragion pratica,

Critica del giudizio). Un periodo che si

estende fino al 1781 denso di scritti di

interesse scientifico e, solo in un secondo

tempo, filosofico.

Furono anni difficili. Kant ottenne, sì, la

libera docenza all’Albertinum, l’Università

della sua città, ma a quel tempo questo

significava dipendere esclusivamente

dal contributo economico versato a titolo

volontario dai propri allievi. In pratica,

alla fine delle proprie lezioni, il neo professore

doveva umiliarsi girando per i

banchi a raccogliere le offerte che, bontà

loro, gli studenti presenti decidevano di

concedergli. Per giunta Kant insegna le

materie più disparate: Matematica,

Antropologia, Scienze naturali, Geografia,

Logica, Metafisica, Filosofia morale,

Teologia, Pedagogia. Non manca nemmeno

una disciplina che saremmo portati

a considerare inaspettata come Pirotecnica

e, naturalmente, Teoria delle fortificazioni.

Nel 1764 Kant rifiutò l’ordinariato di

poetica che si è appena liberato all’Uni-

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versità. Parrebbe una scelta assurda, ma il

nostro filosofo ha saputo che quella

nomina comportava d’ufficio anche l’incarico

di comporre poesie celebrative per

le ricorrenze accademiche e per le feste a

corte. Un impegno che si addiceva ben

poco allo schivo e riservato professore.

Accetta invece, dal 1765, l’incarico di

sottobibliotecario presso la biblioteca del

castello reale.

Lo stipendio è bassissimo, 62 talleri l’anno

quando un mastro artigiano ne guadagna

in media 400 e un impiegato

circa un centinaio, ma il tipo di lavoro

gli fornisce l’unica consolazione di

poter stare a contatto con libri di

grande valore. Si tratta comunque

di un modo per arrotondare,

dato che l’attività di insegnamento

non solo non si interruppe,

ma si intensificò giungendo

alla ragguardevole

soglia delle ventotto ore settimanali.

L’uditorio cresceva,

le aule normali non bastavano

più a contenere quanti

volevano seguire le sue lezioni.

In media ogni volta si raccoglievano

ad ascoltarlo circa

cento persone: studenti,

uomini di cultura, esponenti

dell’intellighenzia e del circolo

ufficiali di Königsberg.

1770-1780 La Critica

Il decennio che si apre nel 1770

vede Kant lavorare assiduamente al

nuovo progetto che sfocerà poi nella

prima edizione della Critica della

Ragion pura del 1781. Sono anni, questi,

in cui egli non pubblica quasi nulla, tutto

concentrato com’è nell’elaborare il proprio

criticismo.

Il 7 giugno 1771 scrive una lettera al suo

allievo Marcus Herz confessandogli: “Sto

lavorando a un’opera che deve contenere,

ed anche elaborare abbastanza dettagliatamente,

il rapporto dei concetti fondamentali

e delle leggi concernenti il

mondo sensibile insieme a un abbozzo

di ciò che costituisce la natura della dottrina

del gusto, della metafisica e della

morale”. Kant ha già dunque in mente di

trattare in una sola grandiosa opera, che

vorrebbe intitolare I limiti della sensibilità

e della ragione, quanto poi verrà invece

diluito nelle tre Critiche. Sin da subi-

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to egli dimostra di avere una visione

completa di tutto il lavoro che lo aspetta,

ed il titolo che ha in mente – e che

mai userà – rivela già l’attenzione con cui

il neoprofessore ordinario di Logica e

Metafisica si concentra su uno dei concetti

chiave di tutto il suo criticismo: la

nozione di limite.

Antoine Watteau, Festa campestre, vedi pag. 69.

Durante la stesura della Critica della

ragion pura, Kant vive una fase di serenità

e di equilibrio cui a nessun costo vuole

rinunciare. Il professore è molto stimato

a Königsberg, il ministro della cultura e

dell’educazione, Von Zedlitz, nel 1778

gli ha proposto una cattedra tanto prestigiosa

quanto economicamente vantaggiosa

all’Università di Halle, per giunta

abbinata al titolo di consigliere superiore

dell’ateneo, ma Kant ha rifiutato l’incarico

proprio in nome della propria tran-

quillità, confessando al suo fedele allievo

Herz: “Il guadagno e la rinomanza in

grande hanno, come sapete, assai poca

attrazione per me. Una situazione tranquilla

e perfettamente adatta alle mie

esigenze, alternante lavoro, speculazione

e conversazione, nella quale il mio animo

facilmente impressionabile ma libero da

affanni, e il mio corpo ancora più bizzoso

ma mai malato, possono essere mantenuti

in occupazione senza gran fatica, è

tutto ciò che ho sempre desiderato ed

ottenuto. Ogni mutamento mi fa paura”.

1781-1789 La sospirata casa

Gli anni ’80, però, rappresentano per

lui una svolta notevole. I suoi libri

cominciano a girare, ad essere letti e

discussi negli ambienti accademici

europei. Alla fine del 1783 riesce

a comprarsi finalmente una casa,

dopo aver vissuto per tanti anni

in affitto. Nel 1786 diventa

membro dell’Accademia delle

Scienze di Berlino e, nell’estate

dello stesso anno, viene nominato

Rettore dell’Albertinum, la

sua amata Università di Königsberg,

carica che ricoprirà anche

due anni dopo. Tocca proprio a

lui, in virtù di tale nomina, rendere

omaggio al re Federico Guglielmo

II, in visita all’ateneo. Questo

nuovo re, succeduto a Federico II il

Grande proprio il 17 agosto 1786,

creerà non pochi problemi al neo

Rettore. Membro della setta segreta dei

Rosacroce, appassionato di occultismo, il

nuovo sovrano imporrà forti limitazioni

alla libertà religiosa permessa dal suo predecessore

e nominerà una commissione

di censura che guarderà con molto

sospetto qualsiasi pubblicazione di ispirazione

illuministica. Lo stesso Kant

dovrà fare i conti con questa commissione,

ma per ora egli è tranquillo e stimato,

anche perché proprio in seguito a questo

incontro con il nuovo monarca gli viene

accordato un supplemento di stipendio

di ben 440 talleri.

Il 1789 è un anno importante, non solo

per la storia occidentale, ma anche per lo

stesso Kant. Anche lui segue con il fiato

sospeso le vicende della Rivoluzione

francese. Il suo biografo Jachmann ci racconta

che assiste con grandissimo piacere

a quello che considera l’“esperimento

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di attuare l’idea, proposta dalla ragione,

d’una costituzione politica perfetta”. Egli,

che del sovvertitore politico non aveva

avuto mai nulla, si rivela tanto convinto

della legittimità della ribellione nei confronti

di una monarchia dispotica quanto

persuaso che gli altri Stati europei non

debbano in alcun modo immischiarsi “in

quell’estranea faccenda di una nazione

straniera”.

1789 La Rivoluzione

Non fa che parlare di politica, in quei

giorni, durante i suoi pranzi conviviali:

“In certi momenti critici aspettava i giornali

con tanta impazienza che sarebbe

andato incontro alla posta per miglia e

miglia, e nulla gli giungeva più gradito di

una fresca e autentica notizia privata”,

racconta il biografo Wallace. All’annuncio

della presa della Bastiglia, Kant esulta

affermando: “Ora posso dire come

Simeone: “Signore, lascia in pace il tuo

servo, giacché i miei occhi hanno veduto

la tua salvezza”. Si narra anche che quello

stesso giorno Kant abbia saltato l’immancabile

passeggiata per soffermarsi a

brindare insieme ai convitati presenti

(ma un’altra leggenda vuole che sia corso

incontro al postino per ricevere al più

presto i giornali, rivoluzionando così l’itinerario

quotidiano).

D’altra parte non era stata l’unica volta:

già qualche tempo prima, intento a leggere

l’Emilio di Rousseau tutto d’un

fiato, il nostro professore si era dimenticato

la sua promenade per diversi giorni,

lasciando estremamente delusi gli abitanti

della città che, come sempre, attendevano

il suo passaggio. E a ben pensare

i due episodi non sono così scollegati tra

loro, dato che nella Rivoluzione francese

Kant vede la piena realizzazione delle

idee del filosofo ginevrino.

Il rapporto tra Kant e la Rivoluzione

francese è molto ambiguo, e per anni è

stato al centro di un dibattito non ancora

esauritosi tra gli studiosi. Da un lato

egli manifesta grande entusiasmo nei

confronti di quella che considera una

svolta epocale nella storia europea. D’altro

canto è nota la sua avversione rispetto

a qualsiasi forma di ribellione nei confronti

di un ordinamento liberamente

costituito. Come successivamente

sosterrà nel saggio intitolato Sul detto

comune: “Ciò che può essere giusto in

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Le immagini: la moda nel Settecento

Le immagini che corredano l’intero dossier su Kant sono disegni al tratto di Aldo

Beltrami e Laura Cappelletti tratti dalla monumentale Evoluzione storica e stilistica

della moda, due volumi pubblicati dalla casa editrice S.M.C. Stile Moda Costume,

Milano, 1977. Riproducendo i particolari di alcune celebri opere pittoriche

dell’epoca, documentano l’evoluzione della cultura materiale del Settecento.

Cercando di immaginare come Kant dovesse essere abbigliato nella vita quotidiana

possiamo rifarci al giovane dipinto nel 1742 da Frans Van der Myn (pag. 75):

questo infatti è l’abbigliamento maschile che dà carattere a gran parte del Settecento:

una veste bordata e un abito di velluto dai colori forti (a volte rosa), calzoni che

entrano nelle calze sopra i ginocchi e l’immancabile tricorno (pag. 82). Sono esattamente

gli stessi elementi di cui si abbiglia il giovane signore nella stampa di moda

a pag. 73. Se invece vogliamo immaginare il filosofo nell’intimità casalinga della lettura

possiamo immaginarlo con una veste da camera simile a quella del principe

Giovanni di Trubetzkoy ritratto nel 1760 da Roslin (pag. 74).

Per quanto una certa dose di “follia” sembri accompagnare la moda di ogni secolo,

come dimostra l’uso del sellino per sollevare la gonna (pag. 77), ritroviamo la stessa

ricerca di semplicità anche nella moda femminile, ad esempio nella ragazza che

partecipa alla festa campestre dipinta nel 1718 da Antoine Watteau (pag. 68): per

quanto elegante il suo abito è formato solo da una gonna lunga e drappeggiata, un

mantello e un busto irrigidito con stecche di balena, senza alcuna decorazione.

Queste non mancano invece nell’abito della granduchessa Maria Luisa di Toscana

ritratta da Mengs (pag. 71), ma i lunghi guanti che non coprono le dita e la cascata

di pizzi al gomito della ricca signora altro non fanno che impreziosire l’abito

senza cambiarne la forma essenziale.

Una nota merita anche l’abbigliamento infantile, o meglio la sua totale assenza. Si

osservino, infatti, i bambini ritratti da Chardin (pag. 72, 78 e 81): sono vestiti esattamente

come gli adulti della loro epoca, in un modo che certo non favoriva la

libertà di movimento tipica dei giochi dell’infanzia. Per quanto ovviamente più

modesti, anche gli abiti dei bambini della classe povera seguivano lo stesso principio,

come dimostrano i due ragazzi che giocano a carte dipinti da Cerutti (pag. 82).

Lo scoppio della rivoluzione francese influenzò enormemente anche la moda, producendo

un rapido susseguirsi di stili in connessione con i mutamenti politici. A

pag. 76 è ritratto uno degli incroyables, ovvero degli incredibili, come erano chiamati

i personaggi così vestiti durante il Direttorio. Il costume appare invero grottesco

e caricaturale: un frac a doppia abbottonatura con larghi risvolti, calzoni lunghi

e attillati, una lunga redingote impellicciata, un’enorme cravatta attorno al collo che

copre anche il mento.

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teoria ma non vale per la prassi”, scritto

nel 1793, Kant è convinto che “ogni resistenza

contro il supremo potere legislativo,

ogni istigazione a far passare alle vie

di fatto lo scontento dei sudditi, ogni sollevazione

che esploda in ribellione, è il

delitto supremo e più meritevole di pena

nell’entità comune, perché ne distrugge

le fondamenta”. Nonostante ciò è evidente

la simpatia che egli nutre nei confronti

dei rivoluzionari, impegnati nel

tentativo di dar vita ad una costituzione

repubblicana.

1793 Kant censurato

La tranquillità di Kant viene compromessa

dalle difficoltà che egli incontra

nei confronti della censura prussiana.

L’avvicendamento alla carica di ministro

della cultura da Christoph von Wöllner

(1732 – 1800) al barone Karl Abraham

von Zedlitz (1731 – 1793) - il quale in

più occasioni aveva manifestato la propria

approvazione nei confronti della

filosofia del professore - è all’origine di

un provvedimento emanato nel 1788 (il

cosiddetto Religionsedikt), che prevede

un severo controllo della censura nei

confronti di qualsiasi scritto di argomento

religioso. La commissione dell’Oberkuratorium,

nominata da Wöllner nel

1791 al fine di rendere operativo tale

provvedimento, nel 1793 è dunque in

piena attività.

L’implacabile Wöllner, che Federico il

Grande aveva a suo tempo definito “un

prete impostore e intrigante e null’altro”,

in occasione dell’uscita della seconda

edizione de La religione nei limiti della

ragione, il 12 ottobre 1794 indirizza a

Kant un minaccioso rimprovero contenuto

in un rescritto regio. In questo

comunicato lo si redarguisce per aver

screditato le Sacre Scritture e le verità

del Cristianesimo, e per aver mancato al

suo dovere di maestro della gioventù

(“Noi ci aspettavamo di meglio da Voi”

scrive malignamente, tra l’altro, l’autoritario

Wöllner all’inquieto professore).

Accuse molto pesanti, specialmente nel

caso della seconda, per un insegnante del

calibro del nostro filosofo, alle quali si

somma l’indisponente raccomandazione

di evitare, in futuro, di macchiarsi nuovamente

di tali colpe. Kant ci pensa su

qualche tempo, poi redige una lunga lettera

in cui, pur sostenendo che “il ritrat-

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Il pensiero critico

Il pensiero di Kant, senza dubbio uno dei più rivoluzionari di tutta la storia della

filosofia, scaturisce dall’antico dibattito tra empiristi e razionalisti, che nel Settecento

conosce un’importante svolta grazie alle riflessioni di David Hume, secondo il

quale una filosofia fondata sull’esperienza dei sensi non può che approdare a un

radicale scetticismo.

Fra razionalismo ed empirismo

Hume mette in luce i limiti dei ragionamenti tipici delle due scuole. Quello deduttivo

dei razionalisti analizza i concetti esplicitandone le inerenti proprietà essenziali

(deducendo ad esempio dal concetto di triangolo che sia un poligono con tre lati),

ma che non è in grado di scoprire novità, che in quanto tali potrebbero emergere

soltanto dall’osservazione empirica.

Quello induttivo degli empiristi, avvalendosi esclusivamente dell’uso dei sensi,

parte dall’osservazione di un certo numero di casi particolari con la pretesa di formulare

leggi valide universalmente. Una pretesa che Hume giudica infondata: il

fatto che una certa proprietà venga riscontrata in un numero di casi non autorizza

a esser sicuro che la suddetta possa valere in tutti i casi. L’empirismo, dunque, presenta

un limite diametralmente opposto a quello razionalista, è invece incapace di

pervenire a leggi universali e necessarie, pur essendo in grado di scoprire nuove proprietà

fisiche e naturali.

Il criticismo

Kant, intuendo la portata della crisi della scienza aperta da Hume, propone, in

alternativa alle due impostazioni metodologiche, il proprio criticismo. La sua intuizione

consiste nel considerare la conoscenza umana un procedimento che si avvale,

sì, dei sensi e dell’intelletto, ma anche di alcune forme a priori innate. Tramite

un meccanismo complesso, le forme a priori della sensibilità, identiche in ogni individuo,

plasmano i dati captati dai nostri sensi attribuendo loro caratteristiche spazio-temporali

che in sé la realtà esterna non possiede.

Spazio e tempo

Spazio e tempo sono forme che l’uomo attribuisce alle cose e nelle quali egli colloca

tutti gli oggetti di esperienza. Allo stesso modo le forme a priori dell’intelletto

(le dodici categorie mentali), plasmano il risultato dell’elaborazione spazio-temporale

dei sensi formulando concetti, giudizi e ragionamenti.

Lo scetticismo a cui Hume era con amarezza approdato può così lasciar spazio a

una nuova fiducia nella nostra scienza, le cui leggi e le cui scoperte, secondo Kant,

sono valide universalmente e necessariamente perché descrivono la realtà non per

come essa sia in sé, bensì per come viene plasmata in modo identico da ogni uomo,

attraverso le forme a priori di cui ognuno di noi dispone. La sua teoria della conoscenza

mette l’uomo al centro dell’universo: tutto ciò che apprendiamo deve essere

adattato alle nostre caratteristiche percettive ed intellettive, ed il soggetto di tale

trasformazione siamo noi, in quanto legislatori universali.

L’imperativo categorico

La centralità dell’uomo, fondata sui limiti stessi della propria natura, ritorna in Kant

anche nella sua Critica della ragion pratica, in cui si afferma che la legge morale, al

pari di quelle scientifiche, trova fondamento sulla stessa natura umana e non

dipende da alcuna realtà esterna. L’uomo è naturalmente libero e possiede dalla

nascita un imperativo categorico uguale per tutti che regola il suo comportamento

ed è forma a priori della moralità, alla luce della quale ogni azione umana può dirsi

buona o cattiva. La morale è universale, necessaria e autonoma (ossia non eteronoma,

non derivante dall’esterno ma scritta nell’animo umano fin dalla nascita).

DIOGENE

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tare sarebbe viltà, ma il tacere, in questo

caso, è dovere di suddito”, dichiara di

non aver mai osato giudicare né tanto

meno offendere il Cristianesimo, promettendo

per altro di astenersi, d’ora in

poi, da qualsiasi discorso pubblico concernente

la religione “in quanto suddito

di Sua Maestà”.

Anche dietro a questa precisazione finale

si cela, però, la scaltrezza del nostro

professore, dato che successivamente

egli spiegherà di aver voluto in tal modo

limitare la sua promessa al periodo di

regno di Federico Guglielmo II, soprannominato

“il re grasso”, l’anziano

monarca che da lì a tre anni, infatti,

sarebbe deceduto.

1795 La pace perpetua

Nel 1795 Kant comincia a

rallentare il ritmo delle sue

lezioni. Il nostro filosofo è

stanco, e per giunta quasi

tutte le sue energie sono

impiegate nel nuovo “progetto

filosofico” ispirato

alla Pace di Basilea firmata

tra Prussia e Francia il 5

aprile di quell’anno. Per la

pace perpetua nasce così, in

un momento di riflessione

sui grandi temi della politica

internazionale.

Si tratta di uno scritto molto

importante, in grado di avanzare

proposte che si rivelano lungimiranti

e tali da poter essere considerate

vere e proprie soluzioni anche in

relazione ai problemi di politica internazionale

dei nostri tempi. I segni della

vecchiaia, però, cominciano a farsi sentire

in modo massiccio. Il 21 settembre

1798 scrive a Christian Garve, ex allievo

e poi professore di Greco ed Ebraico:

“Vedersi innanzi ormai chiusa la partita

per tutto ciò che riguarda la filosofia, e

vedere tutto ancora incompleto, e avere

di tutto questo perfetta coscienza, ecco

un supplizio di Tantalo”.

Il nostro filosofo ci vede poco, soprattutto

dall’occhio sinistro; dimentica sempre

più spesso gli eventi recenti mentre si

ricorda in modo vivido, fenomeno tipico

nella vecchiaia, gli avvenimenti che

riguardano il suo passato. “Era in grado di

presentare cospicui passi dell’Eneide,

senza intoppo, mentre gli sfuggivano le

DIOGENE

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cose apprese un momento prima”, ricorda

con amarezza Wasianski, che annota

anche come nel 1799 il professore esclami

pubblicamente ed in sua presenza:

“Signori, sono vecchio e debole, dovete

considerarmi un bambino”. Nonostante

questo la morte non lo spaventa affatto,

né si ripropone, per il momento, di farsi

da parte.

Raphael Mengs, Maria Luisa di Toscana, vedi pag. 69.

Continua a scrivere, anzi a polemizzare

nei confronti di quei suoi seguaci che

adesso stanno cominciando a criticare il

suo sistema mostrando di non averlo

adeguatamente compreso.

Proprio il 28 agosto dello stesso anno,

dalle pagine della Allgemeine Literatur-

Zeitung, il nostro vecchio Kant si scaglia

contro le teorie contenute nella Dottrina

della scienza di quel J. Fichte che anni

prima aveva aiutato e sostenuto nei suoi

primi passi. Il nostro professore non ci

sta, non accetta quel nuovo modo di far

filosofia che tutto pretende di spiegare

I L F I L O S O F O

con toni mistici, procedendo, così, ben

oltre i limiti dell’esperienza umana su cui

tanto egli ha sempre insistito. Soprattutto

rifiuta quel tono da gran signori e da

saccenti che le nuove leve stanno assumendo

ultimamente nel loro disquisire

filosofico, quel tono che aveva già attaccato

in un articolo del 1796 e che proprio

non sopporta.

Nella prefazione ad un saggio di Jachmann

sulla filosofia kantiana della religione,

il nostro anziano insegnante torna

all’attacco del misticismo l’anno successivo,

nel 1800; ma le forze vanno indebolendosi

ed il suo caro Wasianski

viene chiamato ad assisterlo a casa.

1804 La fine

Un nuovo secolo si apre; un

secolo in cui i limiti dell’umana

natura verranno costantemente

rifiutati e rinnegati

da un romanticismo pronto

ad elevare l’uomo al

livello di un dio. Una

nuova aria si respira giù,

nelle strade di Königsberg,

tra la gente che passa, che

si ferma a parlare di chissà

quali progressi, di chissà

quali presagi di trionfi presenti

e futuri.

Ma il vecchio Immanuel

Kant poco ha da spartire con

tutto ciò; il vecchio Kant preferisce

indietreggiare di fronte a

cotanta illusione, preferisce ritirarsi

tra le sue carte, i suoi ricordi e i suoi

amici più fidati. Silenzioso, in piena

umiltà, il più grande filosofo della storia

si prepara con serenità ad attendere la

fine.

La morte lo coglie il 12 febbraio 1804,

dopo due settimane di progressivo indebolimento

durante le quali mangiava un

solo cucchiaio di zuppa al dì. Alle undici

in punto di quel 12 febbraio 1804, proprio

mentre i rintocchi dell’orologio

risuonavano in tutta la casa, puntuale

come sempre Kant esalò il suo ultimo

respiro, mormorando le parole “Es ist

gut”, che significano: “Sta bene”.

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I L F I L O S O F O

Diventare Kantius

Sogni e studi del

giovane Immanuel,

studente impegnato

ma distratto

e disordinato.

Siméon Chardin, Lezione di danza, vedi pag. 69.

72

Il Collegium Federicianum, l’istituto

in cui Kant cominciò gli studi, era

nato nel 1698 a casa di Theodor

Gehr, un semplice carpentiere rivelatosi

però particolarmente dotato nell’insegnare

le nozioni scolastiche elementari

al proprio figlio.

Molte famiglie, soprattutto di estrazione

umile, gli avevano così chiesto di occuparsi

anche dei propri fanciulli e Gehr

aveva dovuto organizzarsi assoldando

studenti universitari in qualità di collaboratori.

Le lezioni svolte in casa Gehr,

spesso impartite a titolo gratuito per i

bambini poveri, avevano attirato sospetti

nelle alte sfere della Chiesa locale, che

tradizionalmente amministrava l’istruzione.

Ma un’ispezione del Concistoro

di Königsberg, nel 1699, non aveva ravvisato

alcuna irregolarità, constatando,

anzi, la buona preparazione di docenti e

alunni. Gehr era però stato obbligato a

trasformare la sua scuola da privata a

pubblica e a sottomettersi alla supervisione

di un pastore, cambiando il nome

in Collegium Fridericianum.

7 ore di lezione

Il piccolo Kant aveva da poco compiuto

8 anni, quando iniziò i suoi studi al Collegium.

L’orario scolastico prevedeva 7

ore al giorno, dalle 7 di mattina. Si

cominciava con l’ora di religione (4 ore

settimanali di catechismo luterano e una

di studio della Bibbia); dalle 8 alle 10 si

imparava il latino, studio che si protraeva

fino alle 11 per i più giovani mentre

agli altri toccava un’ora di greco.

Seguivano l’ora di pausa per il pranzo e

quella di ricreazione. Dalle 13 i più giovani

si esercitavano a scrivere e nello

spelling, mentre i grandi studiavano geografia

e filosofia. Alle 14 era la volta dell’aritmetica

(lingua ebraica per le classi

più elevate). L’ultima ora era nuovamente

dedicata al latino. Grandi assenti

le scienze naturali, mentre il greco e l’ebraico

erano studiati solo in funzione

della traduzione dei testi sacri. Nessuno

spazio allo studio dei classici della lette-

ratura greca. Nei pomeriggi di mercoledì

e sabato chi voleva poteva prendere

ripetizioni private in materie aggiuntive.

Kant fu iscritto dai genitori ai corsi di

matematica e francese.

Tra i suoi professori al Collegium, quelli

che Immanuel maggiormente amò furono

il direttore della scuola, Franz Albert

Schultz, e il professore di latino Johann

Friedrich Heydenreich, filologo di grande

spessore. Tra i suoi compagni ricordiamo

David Ruhnken (successivamente

latinizzato in Ruhnkenius, secondo la

moda del tempo), che diventerà uno dei

massimi latinisti del Settecento. Kant gli

si sentirà legato da profonda amicizia per

tutta la vita. Ricorderà sempre gli anni

spensierati trascorsi con lui, ai tempi in

cui fantasticavano sul loro futuro, immaginando

di latinizzare il proprio nome in

Ruhnkenius e Kantius, una volta diventati

celebri.

Vita dura e corse sui tronchi

La vita al Collegium era dura, anche se

Immanuel, abitando in città, era uno dei

pochi fortunati che finite le lezioni potevano

tornarsene a casa. Jachmann lo

descrive come un ragazzino distratto e

smemorato, e racconta che una volta,

mentre andava a scuola, si fermò per

strada a giocare con gli amici, posò i libri

da qualche parte e se li dimenticò. Solo a

scuola, al momento di usarli, si rese

conto di averli smarriti e di conseguenza

“si buscò anche un castigo”.

Il profilo del giovane Immanuel, però,

delinea anche una personalità determinata

e accorta: “Da ragazzo era montato

su un tronco d’albero posato su un largo

fossato pieno d’acqua. Aveva fatto pochi

passi quando il tronco gli cominciò a

rotolare sotto i piedi. Preso dalle vertigini,

il ragazzo non poteva né fermarsi né

tornare indietro senza precipitare. Prese

quindi di mira, in direzione del tronco,

un punto sull’altra riva del fosso e, senza

guardare sotto, si mise a correre velocemente

sul tronco verso quel punto: e vi

giunse felicemente”.

DIOGENE

N. 12 Settembre 2008


Il professore

Formare prima l’uomo intelligente,

poi quello ragionevole, e solo alla fine quello dotto.

Che insegnante fu Kant? Ecco

come lo descrive il suo alunno

J.G. Herder: “Ho avuto la fortuna

di conoscere un filosofo

che fu mio maestro. Nei suoi

anni giovanili aveva la gaia vivacità di

un giovane e questa, credo, lo accompagnò

anche nella tarda vecchiaia. La sua

fronte ampia costruita per il pensiero era

sede imperturbabile di serenità e di gioia,

il discorso più ricco di pensiero fluiva

dalle sue labbra, sapeva sempre usare lo

scherzo, lo spirito e l’umorismo, e la sua

lezione più erudita sempre appariva un

trattenimento divertente”.

Lo sforzo di pensar da

Herder sottolinea l’inesausta curiosità

intellettuale. “Con lo stesso spirito con

cui esaminava Leibniz, Wolff, Baumgarten,

Crusius, Hume, e seguiva le leggi

naturali di Newton, Keplero e dei fisici,

considerava anche gli scritti allora appena

usciti di Rousseau, il suo ‘Emilio’, la

sua ‘Eloisa’, come ogni nuova scoperta

naturale di cui fosse venuto a conoscenza,

tutto apprezzava e tutto riportava ad

una spregiudicata conoscenza della

natura e al valore morale dell’uomo.

La storia degli uomini, dei popoli, della

natura, la fisica e l’esperienza, erano le

fonti che davano vita alle sue lezioni e

alla sua conversazione. Nulla che fosse

degno di essere conosciuto gli era indifferente:

nessuna cabala, nessun pregiudizio,

nessuna setta, nessun nome famoso

aveva per lui il minimo pregio nei confronti

dell’incremento e del rischiaramento

della verità. Egli incoraggiava e spingeva

dolcemente a pensare da sé: il

dispotismo era del tutto estraneo al suo

animo. Quest’uomo che io nomino con la

più grande gratitudine e considerazione è

Immanuel Kant: la sua immagine mi sta

DIOGENE

N. 12 Settembre 2008

costantemente dinnanzi”.

La grande sensibilità del Kant didatta,

d’altra parte, affiora con tutta evidenza

anche dalla Relazione introduttiva al

proprio insegnamento del 1765/66. In

essa Kant prende atto dell’epoca attuale,

in cui “si trasformano in bisogni cose che

per loro natura sarebbe assennato considerare

semplici ornamenti della vita e il

simbolo della sua superflua bellezza” e

avverte l’esigenza di una didattica che

“formi nel suo scolaro prima l’uomo

intelligente, poi l’uomo ragionevole, e solo

dopo l’uomo dotto”, badando soprattutto

alla personalità critica dell’individuo, che

grazie all’istruzione potrà così diventare

“più esperto ed assennato, se non per la

scuola, senz’altro per la vita”.

D’altra parte, ironizza Kant, “non è infrequente

imbattersi in dotti (propriamente

uomini di studio), che mostrano ben

poca intelligenza, e per cui le Accademie

sfornano più teste d’uovo di qualsiasi

altro stato sociale”. Bisogna invece elaborare

una strategia didattica che, prima di

insegnare la filosofia, insegni a filosofare:

“Il metodo peculiare dell’insegnamento

della filosofia è zetetico, come solevano

definirlo alcuni pensatori antichi (da

zetein), ossia indagativo, e diventa in

diversi casi dogmatico, ossia determinato,

solo per la ragione che ha già alle

spalle una lunga pratica. Anche l’autore

filosofico, su cui si è deciso di impostare

un ciclo di lezioni, non dev’essere trattato

come un criterio assoluto di giudizio,

ma solo come un’opportunità di giudicare

anche di lui, e persino contro di lui. Il

metodo di riflettere con la propria testa e

di trarne autonomamente le debite conclusioni

è ciò che lo studente propriamente

ricerca come qualcosa di immediatamente

disponibile, ed è anche il solo che

può essergli davvero utile”.

I L F I L O S O F O

Stampa di moda,1785, vedi pag. 69.

Un’epidemia di suicidi

Infine, Ludwig Ernst Borowski, biografo

del filosofo, descrive Kant come un insegnante

tanto competente quanto modesto

e umile. Mai ironico o pungente nei

confronti di colleghi e studenti, mai volgare.

A causa della difficoltà della disciplina,

bisognava sempre prestare la massima

attenzione, nonostante la sua spiegazione

fosse sempre chiara, interessante

e spesso divertente.

Premuroso, quasi apprensivo nei confronti

dei suoi studenti, cui consigliava

rimedi e strategie per non ammalarsi. Si

preoccupava non poco nei loro confronti,

ad esempio, a causa della proliferazione

dei casi di suicidio giovanile per

amore, verificatasi in quegli anni in seguito

al successo de I dolori del giovane

Werther di W. Goethe. Scrisse molto su

questo tema, cercando in tutti i modi di

combattere questa tragica moda che

aveva indotto l’Università di Lipsia ad

interdire la distribuzione del romanzo.

73


I L F I L O S O F O

L’università in salotto

Il fracasso del porto, un gallo insopportabile, i canti dei carcerati.

Cambiare casa cinque volte per fuggire dai rumori molesti.

Alexander Roslin, Il principe Giovanni di Trubetzkoy, vedi pag. 69.

74

Individuare su una cartina attuale le

zone di Königsberg in cui Kant ha

abitato non è cosa facile. La città è

andata distrutta durante i bombardamenti

russi della seconda guerra

mondiale e quasi nulla è rimasto degli

antichi edifici. Successivamente, in base

al trattato di Potsdam, la città è diventata

un’enclave russa in territorio tedesco; i

nomi delle strade sono stati cambiati per

celebrare gli eroi del bolscevismo, i pochi

cittadini tedeschi sopravvissuti sono stati

espulsi, molti edifici antichi demoliti e la

città stessa ha preso il nome di Kaliningrad,

in onore del “nonno” della Rivoluzione

d’ottobre e Presidente del Soviet

supremo fino al 1946, Mikhail Kalinin.

Disponiamo però di alcune notizie ripor-

tate dai biografi di Kant, sulla base delle

quali abbiamo tentato di localizzare,

spesso in modo approssimativo, i luoghi

kantiani.

Il filosofo trasloca nella sua nuova casa

non prima del 22 maggio 1784. Il cambiamento

è molto importante per la sua

vita: egli comunica a tutti la sua felicità

per avere finalmente una sua abitazione.

Il prezzo di acquisto viene fissato a

5500 gulden, i fiorini tedeschi; una

somma pari a circa 1833 talleri. Si tratta

di una casa su due piani più attico, al

numero 87–88 della Prinzessinestrasse,

la via della Principessa (che anticamente

si chiamava Schlossgraben), nella zona

che dal XVII secolo aveva preso il nome

di Alte Landhofmeisterei.

Professore senza aula

Per il professore si tratta del quinto trasloco

della sua vita. Bisogna infatti ricordare

che a quel tempo a Königsberg le

aule di lezione dei vari insegnanti dell’università

non erano individuate da alcun

regolamento ufficiale. Soltanto i professori

ordinari potevano disporre liberamente

dei locali dell’ateneo (agli insegnanti

di filosofia era stata assegnata l’area

denominata Communität), mentre i

liberi docenti esercitavano la loro professione

nel proprio appartamento. Questi

ultimi dovevano quindi cercarsi delle

abitazioni che fossero collocate vicino

all’Università e che disponessero di una

o più stanze per accogliere un numero

sufficiente di alunni. Data l’esiguità dello

stipendio percepito, spesso tali appartamenti

venivano affittati e persino subaffittati

ad altri docenti meno facoltosi o

residenti in zone troppo lontane dalla

Università e quindi scomode per gli studenti

che dovevano passare da una casa

ad un’altra nell’arco di un quarto d’ora.

DIOGENE

N. 12 Settembre 2008


A parte la sua casa natale, che aveva

lasciato nel 1755 e che era poi andata

distrutta nel 1769 a causa di un incendio,

Kant aveva abitato in “alcune stanze

nella così detta Neustadt” nella casa del

non meglio precisato “Professor Kypke”,

che potrebbe essere il collega Johann

David Kypke, ordinario di logica e metafisica

dal 1727, o anche il meno illustre

Georg David Kypke, nipote di Johann

David ed insegnante di lingue orientali.

La Neustadt era una zona che si trovava

nel quartiere di Kneiphof, precisamente

nell’angolo nordoccidentale dell’isola

ritagliata dal fiume Pregel.

Intorno al 1760 Kant si era trasferito

nella Magistergasse, che correva parallela

al Pregel a sud dell’isola, ad appena

un isolato dalle rive del fiume.

Non ci è dato di sapere l’indirizzo

esatto, sappiamo solo che dalla

sua casa sentiva e mal sopportava

il rumore delle navi che solcavano

il fiume ed il vociare

dei “natanti polacchi”. Viveva

vicino a molti altri colleghi; la

strada infatti prendeva il

nome proprio dai Magister, i

docenti che in essa andavano

ad abitare per essere vicini

all’ateneo.

In fuga dai rumori

Forse proprio a causa di quei

rumori il nostro filosofo

aveva deciso, nel 1766, di

traslocare ancora, andando a

vivere nella zona di Löbenicht,

ricostruita dopo il grave incendio

del 1764, a circa mezzo chilometro

a piedi dall’Albertinum, all’angolo

tra la Löbnichtsche Langgasse e

la Münchengasse, in una grande piazza.

Questa volta si trattava della casa di

Johann Jacob Kanter, libraio ed editore

di molte delle sue opere precritiche

compresa la famosa futura Dissertazione.

Al piano terra di quell’edificio Kanter

aveva realizzato una libreria universitaria

molto frequentata dagli studenti, un

luogo di incontro importante per i giovani

della città. Il nostro Kant aveva preso

in affitto una stanza al terzo piano di

questo edificio, e vi aveva abitato, impartendo

le sue sempre più apprezzate

lezioni, fino al 1777.

Era stato nuovamente a causa dei rumo-

DIOGENE

N. 12 Settembre 2008

ri molesti che nel 1777 Kant aveva cambiato

residenza l’ennesima volta. Borowski

spiega che questa volta la colpa era

stata di un insopportabile gallo che non

gli permetteva di concentrarsi adeguatamente

e per il quale erano nate molte liti

col vicino. Il filosofo “avrebbe acquistato

il rumoroso animale a qualsiasi prezzo,

pur di procurarsi la tranquillità, ma non

vi riuscì a causa della testardaggine del

vicino. Perciò Kant evase”.

Frans Van der Myn, Abito da uomo, vedi pag. 69.

Il nuovo domicilio era allora stato fissato

nell’Ochsenmarkte, la zona dell’antico

Mercato dei buoi, successivamente rinominata

Lindenstrasse. Si trattava di un

appartamento tranquillo, ma molto freddo,

situato appena a est dell’isola di

Kneiphof. Qui Kant aveva vissuto sette

anni, per poi spostarsi provvisoriamente

in una stanza vicina alla Holztor in atte-

I L F I L O S O F O

sa che venissero ultimati i lavori di

ristrutturazione della sua nuova e definitiva

abitazione, appena acquistata nella

Prinzessinestrasse.

Un unico ritratto, di Rousseau

Kant possedeva una casa propria che

sorgeva bensì nel centro della città presso

il Castello, ma in una viuzza secondaria,

dalla quale raramente passava un veicolo.

La casa, che conteneva otto stanze,

era comoda e adatta al suo tenore di

vita. Al pianterreno c’era da un lato la

sua aula, dall’altro l’abitazione della

vecchia cuoca; al piano di sopra, da un

lato la sala da pranzo, la biblioteca e la

camera da letto, dall’altro il salotto per

le visite e lo studio. In una stanzetta

sotto il tetto stava il domestico”. Questa,

così come descrittaci da Jachmann,

fu l’abitazione in cui visse

Kant dal 1784 fino alla morte. Si

trovava in un posto molto tranquillo,

vicino al Castello, con

un orticello che, date le sue

modestissime esigenze, gli era

sufficiente”. Nonostante questo

Kant passò gli anni a

lamentarsi dei canti che provenivano

dalla vicina prigione;

dopo molti sforzi riuscì solo

ad ottenere che i detenuti fossero

obbligati a chiudere le

finestre prima di iniziare ad

urlare! La casa era priva di ornamenti,

arredata con semplicità.

L’unico quadro alle pareti era un

ritratto del suo amato Rousseau,

appeso sopra il suo scrittoio. Non

possedette una cucina funzionante

fino al 1787, quindi fino a quella

data continuò a mangiare in una vicina

tavola calda. In seguito assunse una

cuoca dando vita al famoso rito del pranzo,

nella sala situata al piano superiore.

Quando Kant morì la sua casa divenne

una locanda, e ogni anno i suoi amici vi si

davano appuntamento per commemorare

l’anniversario della morte del maestro.

Nel 1836 il dentista Karl Gustav Döbbelin

la comprò e vi andò ad abitare

apponendo sulla facciata una lapide in

onore del filosofo. Successivamente fu

acquistata da un commerciante, che nel

1893 la demolì per ampliare i propri

magazzini.

75


I L F I L O S O F O

Respirare con il naso

Il vero motivo delle

celebri passeggiate

che scandirono la vita

quotidiana del filosofo.

Louis-Philibert Debucourt, Abiti da uomo, vedi pag. 69.

76

Alle cinque meno cinque in

punto, “d’inverno come d’estate,

Lampe, il valletto di

Kant, incedeva nella stanza

del suo padrone con l’aria di

una sentinella che monta di guardia e

scandiva ad alta voce, con tono militare,

le seguenti parole: ‘Signor professore, è

l’ora’. A questo punto Kant invariabilmente

obbediva senza alcun indugio,

come un soldato risponde alla parola

d’ordine”. Così T. de Quincey, lo scrittore

inglese autore del commovente Gli

ultimi giorni di vita di Kant (1827), ci

descrive la sveglia mattutina del nostro

professore, che alle cinque in punto era

già seduto davanti alla sua tazza di tè.

Il pranzo collettivo

“Immediatamente dopo fumava la sua

pipa (l’unica che si permetteva durante

tutto il giorno)”, riflettendo sulle disposizioni

da dare al fedele servitore; verso le

sette usciva per recarsi in Università.

Tornato nel suo studio aspettava il

pranzo, che alle dodici e un

quarto precise reclamava con

la solita frase “Mezzogiorno

e un quarto è suonato!”.

La cuoca, allora, si precipitava

a consegnargli

la caraffa (“vino

ungherese o del Reno,

o un cordiale, o, in

mancanza d’altro,

una mistura inglese

chiamata Bishop”),

che trionfalmente il

professore portava

in sala da pranzo, poi

“ne versava il suo

quantum” nel proprio

bicchiere e si disponeva

ad aspettare i suoi ospiti

del giorno.

“Ogni giorno invitava pochi

amici a pranzare con lui, in

modo che il gruppo (lui incluso)

andasse da un minimo di tre a un

massimo di nove persone, e per ogni piccola

celebrazione ne comprendesse da

cinque a otto. Il numero dei convitati non

doveva scendere al di sotto del numero

delle Grazie, né superare quello delle

Muse”.

Così de Quincey ci introduce ad una

delle abitudini più caratteristiche del

geniale professore: il rito collettivo del

pranzo. Kant, infatti, soleva invitare le

persone che reputava interessanti e intelligenti,

in grado di rendere vivace e saporita

la conversazione. Aveva cura di studiare

i propri inviti in modo da raggruppare

ogni volta persone di formazione ed

esperienza molto diverse tra loro; si raccoglieva

così, ogni giorno, una compagnia

“mista e disparata, il che serviva a dare

una sufficiente varietà alla conversazione”.

Inoltre era necessario che, in ogni

occasione, tra gli ospiti figurasse “una giusta

quota di persone giovani e giovanissime,

scelte tra gli studenti dell’università,

al fine di dare alla conversazione un

certo movimento di gaiezza e giocosità

giovanile”. In questo modo Kant poteva

intrattenersi in una vasta quantità di

argomenti. Filosofia naturale, chimica,

meteorologia, storia, politica.

Tutto veniva trattato con precisione e

rigore scientifico: “Riguardo a qualsiasi

narrazione ove mancassero dati di tempo

e luogo, per quanto plausibile potesse

altrimenti sembrare, egli si dimostrava

costantemente di un inesorabile scetticismo,

e riteneva che non fosse il caso di

ripeterla”. In qualunque argomento, in

qualunque disciplina, Kant risultava

estremamente ferrato e aggiornato. Per

non parlare di politica, argomento di cui

egli trattava “piuttosto con l’aria di un

diplomatico, il quale avesse accesso alle

informazioni più riservate, che non come

un semplice spettatore delle grandi scene

che si svolgevano in quei giorni per tutta

l’Europa”.

“Avanti, Signori!”: questo il segnale convenuto.

Quando Kant, dopo aver spiegato

il suo tovagliolo, pronunciava queste

DIOGENE

N. 12 Settembre 2008


due parole tutti gli invitati afferravano le

posate, e il pranzo aveva inizio: “Le parole

non sono nulla, ma il tono e l’aria con

cui egli le pronunciava proclamavano in

modo inconfondibile il rilassarsi dalle

fatiche del giorno ed il deliberato abbandonarsi

al piacere della società”. Tutto

era studiato al dettaglio: la disposizione

delle stoviglie e delle caraffe, il menu elaborato

in modo da venir incontro ai gusti

degli ospiti, la distribuzione dei posti a

sedere. De Quincey ci dipinge il professore

come brillante compagno di conversazione,

ma anche come ospite di grande

cortesia e generosità, felice “nel vedere i

suoi invitati allegri e gioviali, alzarsi con

spirito rasserenato dai suoi conviti platonici,

dopo aver goduto di quella loro

mescolanza di piaceri intellettuali e liberalmente

sensuali”.

Un Kant talmente affabile che “un qualsiasi

estraneo, che avesse una qualche

conoscenza delle sue opere ma non della

sua persona, avrebbe trovato difficile credere

che in questo amabile e cordiale

compagno si trovava di fronte il profondo

autore della Filosofia Trascendentale”.

La leggendaria passeggiata

Subito dopo il pranzo si apriva un altro

rito importantissimo e irrinunciabile

della giornata di Kant: la leggendaria passeggiata

pomeridiana. Kant la considerava

fondamentale, e la affrontava con la

sua solita precisione; a differenza di

quanto accadeva durante il pranzo, però,

la sua passeggiata il professore voleva

godersela in piena solitudine. Senza dubbio

il motivo principale di questa scelta

consisteva nel suo bisogno di proseguire

da solo le precedenti meditazioni conviviali.

Giocava però un importante ruolo

anche la sua esigenza di “respirare esclusivamente

dalle narici, cosa che non

avrebbe potuto fare se fosse stato obbligato

ad aprire continuamente la bocca conversando”.

Secondo il filosofo prussiano,

infatti, “l’aria atmosferica, essendo in tal

modo condotta per un percorso più lungo,

giungeva ai polmoni con minore crudezza

e ad una temperatura un po’ più

alta”, evitando pericolose infiammazioni

delle vie respiratorie. Ed a dimostrazione

della validità della propria convinzione,

Kant “si vantava di una lunga immunità

da raffreddori, malesseri, catarri e disturbi

polmonari”.

DIOGENE

N. 12 Settembre 2008

Anche a proposito della sua immancabile

passeggiata la precisione di Kant ha

fatto fiorire diverse leggende, non si sa

fino a quale punto vere. Secondo la più

famosa, gli abitanti di Königsberg regolavano

gli orologi di casa al passaggio del

loro illustre concittadino sotto le proprie

finestre. Lo si poteva vedere camminare

schivo, meditabondo, dispiaciuto di

dover incontrare qualcuno che lo obbligasse

a parlare.

D’estate era colto dal timore di sudare ed

emanare odori sgradevoli. Così, se intravedeva

qualcuno venirgli incontro, si ritirava

subito in un luogo ombroso “con l’aria

di una persona che stia in ascolto o

aspetti qualcosa, finché non avesse recuperato

quella sua usuale asciuttezza”.

Respirare col naso

Fu nel corso di quelle passeggiate così

ispirate che Kant concepì i principi fondamentali

della sua Critica della Ragion

pura, o che più volte rimuginò sul famoso

enigma dei ponti di Königsberg, che

consisteva nel chiedersi se fosse possibile

tracciare un percorso che attraversasse

una volta sola tutti i sette ponti sul fiume

Pregel, ritornando al punto di partenza

(il matematico Eulero dimostrò, nel

1736, come ciò fosse impossibile).

Tornato a casa si ritirava nel suo studio a

leggere o scrivere fino al crepuscolo, o

meditava rincantucciato vicino alla

stufa sia in inverno che in estate,

“guardando dalla finestra l’antica

torre di Löbenicht”, la cui

vista lo rassicurava al punto

da provare una forte sofferenza

quando “accadde

che alcuni pioppi di un

giardino confinante crebbero”

fino a nascondergliene

la vista. Quando il

vicino seppe del profondo

turbamento del professore,

che stimava profondamente,

subito diede

l’ordine di far tagliare gli

alberi, e “Kant ritrovò la

sua stabilità d’animo”.

Venivano accese le candele,

ma Kant continuava a lavorare

instancabilmente fino alle

dieci. “Un quarto d’ora prima di

mettersi a letto egli ritraeva la sua

mente, nella misura del possibile,

I L F I L O S O F O

da ogni genere di pensiero che richiedesse

qualche sforzo o energia d’attenzione”,

per cercare di evitare quello sgradevole

stato di nervosismo che, altrimenti, spesse

volte gli procurava insonnia. Anche

nel disporsi sotto le coperte T. de Quincey

ci descrive teneramente un Kant

tutto aggrappato alle proprie bizzarre

abitudini: “Prima di tutto si sedeva sul

bordo del letto, poi con movimento agile

si slanciava di sbieco nella sua tana”

costituita da una coperta e, nelle notti

più fredde, da un piumino guarnito con

fitti strati di lana, “poi tirava un angolo

della coperta sotto la sua spalla sinistra

e, facendola passare sotto la schiena, la

portava sotto la sua spalla destra; infine,

con un particolare tour d’adresse, operava

sull’altro angolo allo stesso modo”

riuscendo così ad avvolgersi completamente

“bendato come una mummia”, in

attesa dell’approssimarsi del sonno che,

grazie alle precauzioni di cui sopra, “generalmente

sopraggiungeva subito”.

Stampa di moda, 1785, vedi pag. 69.

77


I L F I L O S O F O

Fobie, massime e rituali

Kant sul lettino dello psicoanalista. Il profilo psicologico di un pensatore

ossessionato da regole morali, intellettuali e... sanitarie.

Siméon Chardin, La governante, vedi pag. 69.

78

Il padre esigeva lavoro e onestà,

soprattutto il ripudio di qualsiasi

menzogna; la madre, per giunta, la

santità. Così Borowski ci dà un’idea

dell’educazione che il piccolo Immanuel

ricevette nella sua infanzia. Questo

costante ripudio della menzogna si ripropone

ossessivamente in molti scritti in

materia di etica, nei quali non a caso il

professore spesso ricorre all’esempio

della bugia quando vuole descrivere un

comportamento contrario alla legge

morale.

Un Super-Io alquanto restrittivo

Lo psicologo e psichiatra Stefano Caracciolo,

elaborando un profilo psicologico

del grande filosofo, ha sottolineato molto

bene la rigidità dell’educazione impartita

al giovane Immanuel, cui venivano

richiesti comportamenti adulti già in

tenera età, come dimostrerebbe il nomignolo

Manelchen (buon ometto) con

cui la mamma l’avrebbe chiamato

spesso. Ricordando come un’educazione

troppo rigida e repressiva

ricevuta in tenera età comporti

nel soggetto l’introiezione di un

Super–Io eccessivamente restrittivo,

tendente al rimorso ed

ai sensi di colpa, Caracciolo ha

evidenziato come la personalità

di Kant si sia conseguentemente

formata su una struttura

ossessiva, ingabbiata in una

notevole serie di massime e di

regole quotidiane da rispettare

assolutamente (il rito del pranzo,

la passeggiata, il rispetto degli orari

ad ogni costo), al fine di dimostrare

a se stessa la propria costante capacità

di autocontrollo razionale e di

padronanza dell’emotività.

DIOGENE

N. 12 Settembre 2008


A questa estrema rigidità nei comportamenti

quotidiani, a queste dinamiche

ossessivo–compulsive tipiche di un processo

di sadicizzazione dell’ambiente,

avrebbe invece fatto riscontro l’ampio

margine di libertà e di apertura riservato

dal nostro filosofo alle proprie funzioni

intellettive più elevate, come dimostra il

suo disincantato e laico approccio all’idea

di Dio ed ai temi religiosi in generale.

Il rifiuto di una fede servile e feticista

contenuto nel censurato La religione

entro i limiti della semplice ragione

farebbe di quest’opera, secondo Caracciolo,

una reazione inconscia alle antiche

pretese di santità della madre.

I rimorsi di Immanuel

D’altronde già i due psicologi H. Böhme

e G. Böhme avevano parlato di aggressività

del giovane Immanuel nei confronti

della mamma, da lui incolpata di averlo

abbandonato troppo presto a causa di

un’eccessiva leggerezza: “Ella era infatti

deceduta in circostanze particolari, in

seguito ad aver usato lo stesso cucchiaio

di una carissima amica che assisteva sul

letto di morte, per convincere la riluttante

paziente ad assumere un farmaco. Tali

vissuti rivendicativi ed aggressivi avrebbero

poi innescato, nel giovane Kant,

intensi sensi di colpa e rimorsi”.

Caracciolo, però, non trova convincente

tale ipotesi, in quanto a tredici anni - l’età

di Kant quando perse la madre - lo sviluppo

psicosessuale sarebbe già troppo

avanzato per incidere in modo così

determinante sulla struttura del carattere.

Ad ogni modo, lo psicologo ipotizza

che tale evento possa aver condizionato

il filosofo relativamente al suo atteggiamento

di forte diffidenza nei confronti

dei farmaci.

A questo proposito Caracciolo analizza

anche l’ipocondria di Kant, così costantemente

preoccupato di ammalarsi,

prendendo in considerazione soprattutto

l’importanza che il professore attribuiva

alla salute del proprio stomaco. In

effetti al tempo di Kant si credeva ancora

alla convinzione di Ippocrate e dello

stesso Galeno secondo cui le malattie

mentali avrebbero avuto origine e sede

nell’apparato digerente. Uno stomaco

non perfettamente in grado di esercitare

le proprie funzioni poteva dunque, nei

timori di Kant, determinare un’infermità

DIOGENE

N. 12 Settembre 2008

mentale tale da pregiudicare il suo

imprescindibile autocontrollo.

L’ossessione dell’esercizio del proprio

dominio sulle passioni lo aveva infatti

indotto a stabilire per se stesso moltissime

regole di comportamento: “Siccome

le conseguenze della sua condiscendenza

verso se stesso e gli altri non gli garbavano,

ogni evento in cui si era lasciato trascinare

dal suo buon cuore gli forniva

l’occasione di stabilire una massima

relativa, alla quale poi si atteneva con

incrollabile fermezza. In questa maniera

tutta la sua vita era diventata, a mano

a mano, una catena di massime che finì

col costituire un solido sistema”. Proprio

l’esigenza di una perfetta funzionalità del

suo apparato digerente, secondo Caracciolo,

sarebbe tra l’altro all’origine della

rituale passeggiata dopo pranzo, fondamentale

per Kant.

Il terrore di sudare

A questo bisogno di controllare il proprio

corpo persino relativamente a funzioni

primarie come quella della respirazione,

andrebbero ascritti anche il timore,

caratteristico in Kant, di un’eccessiva

sudorazione e la sua massima del non

inspirare con la bocca durante la sua

insostituibile passeggiata.

Un sintomo evidente della rigidità fortemente

ritualizzata nella quale Kant

imbrigliò la sua vita quotidiana per sfuggire

a qualsiasi imprevisto e mantenersi il

più possibile in salute è costituita dal

complesso dispositivo che il filosofo

aveva inventato e adottato per non far

calare le proprie calze senza dover ricorrere

all’uso delle giarrettiere, da lui ritenute

dannose per la circolazione.

Queste eccessive preccupazioni sarebbero

dunque da imputare all’eccessiva rigidità

dell’educazione genitoriale, che lo

spinse a proteggersi da qualsiasi casualità

o “fantasticheria” attraverso regole e

massime di tutti i tipi.

Gli imprevisti, infatti, esercitarono sempre

un imbarazzo notevole nell’animo

del professore, come ad esempio nella

famosa circostanza verificatasi durante

una sua lezione, nel corso della quale egli

provò un fastidio tale da inibire la sua

stessa capacità di proseguire nel discorso,

solo per aver notato che a un alunno in

prima fila mancava un (solo) bottone sul

petto della giacca.

I L F I L O S O F O

I biografi di Kant

La principale biografia di Kant, l’unica

scritta dai contemporanei del professore,

è stata scritta a sei mani da

tre suoi estimatori. Da questa opera,

edita in Italia da Laterza, provengono

le notizie sulla vita privata del

filosofo.

Ludwig Ernst Borowski

Figlio di un artigiano polacco che

arrotondava facendo il campanaro,

divenne teologo e vescovo luterano.

Nato nel 1740, fu uno dei primi studenti

di Kant ed ebbe l’onore di assistere

alla sua prima lezione universitaria,

avvenuta nel 1755 a casa del

prof. Kripke. Egli ci descrive, in quell’occasione,

un Kant imbarazzato di

fronte a un’aula gremita: “Perdette

quasi la bussola, parlò più piano del

solito e si corresse spesso”. Nel 1792

Borowski chiese all’ormai anziano

professore il permesso di scrivere

una sua biografia. Kant rispose che

avrebbe preferito evitarlo, ma, per

non vanificare il lavoro già intrapreso

dall’ex studente, lo autorizzò chiedendogli

però di non pubblicarla

fino alla sua morte.

E.A. Christoph Wasianski

Figlio di un insegnante del ginnasio

di Königsberg, studiò medicina, teologia

e assistette alle lezioni di Kant

durante l’anno accademico fra il

1773 e il 1774. Lasciò l’Università

per dedicarsi al canto, divenne cantore

nella chiesa di Tregheim, poi

riallacciò i contatti col filosofo, che lo

volle vicino a sé, prima in qualità di

ospite fisso a pranzo, infine, dal

1798, in veste di proprio aiutante e

amministratore delle proprie finanze

ed esecutore testamentario. Visse,

quindi, costantemente a contatto

con Kant fino alla morte di quest’ultimo.

Morì all’età di 76 anni.

Reinhold Bernhard Jachmann

Nato nel 1767, figlio di un calzolaio

e fratello di un celebre chimico, fu

fedele studente di Kant, riscrisse

scrupolosamente il contenuto delle

sue lezioni e divenne direttore di

importanti istituzioni scolastiche,

compreso l’istituto pedagogico di

Jenkau. Mori all’età di 76 anni.

79


I L F I L O S O F O

Gli amici, i parenti,

le donne (nessuna)

Il domestico: “È un buon diavolo ma grida troppo”.

Gli amici: tutti i giorni invitati a pranzo per conversazioni colte e brillanti.

La rigidità e

l’ossessione

del

controllo

sulle

emozioni, che

caratterizzano

il pensiero

di Kant, furonoprobabilmenteall’origine

della diffidenza

nei

confronti di rapporti

troppo

coinvolgenti, come

quelli sentimentali

indirizzati alle figure

femminili, bandite decisamente

dalla sua vita, o di

forte amicizia. Spesso Kant

usava esclamare: “Miei cari amici,

non esistono amici!”.

In realtà, a parte le ciniche battute del

filosofo, i suoi biografi ci hanno tramandato

un’immagine piuttosto diversa.

Kant visse rapporti di amicizia molto

forti, come quello venutosi a creare, a

partire per altro da una situazione molto

particolare, nei confronti del mercante

inglese Joseph Green (1727-1786),

come ci ricorda Jachmann nella sua Lettera

VIII.

“Al tempo della guerra anglo–nordamericana

Kant stava passeggiando un

pomeriggio nel Giardino Dänhoff e si

80

Stampa di moda, 1733, vedi pag. 69.

fermò davanti a un chiosco nel quale

aveva scorto un suo conoscente in compagnia

di un gruppo di persone a lui sconosciute”.

Si innescò una conversazione

sugli eventi del giorno e il filosofo prese

la parte degli americani, “difese calorosamente

la loro giusta causa e si pronunciò

con una certa amarezza sul comportamento

degli inglesi”. Fu dunque attaccato

da un più che furibondo inglese di nome

Green che, dichiarandosi offeso a nome

di tutti i suoi compatrioti,

lo sfidò a

duello fino all’ultimo

sangue.

Kant mantenne

la calma, continuò

il suo

ragionamento

e, con molta

e l o q u e n z a ,

difese la propria

p o s i z i o n e

davanti al suo

collerico rivale,

che alla fine del

discorso gli strinse la

mano chiedendogli

scusa. Ne nacque una

profondissima e intima

amicizia tra i due, che Kant

considerò estremamente preziosa

coltivandola fino alla prematura

morte di Green, evento che “inferse al

nostro filosofo una tale ferita che la sua

grandezza d’animo riuscì, è vero, a lenire,

ma non a dimenticare”.

Jachmann ci racconta che i due si frequentavano

quotidianamente in un

modo tanto bizzarro quanto pieno di

tenerezza.

Kant, infatti, si recava a casa dell’inglese

tutti i pomeriggi, “trovava Green addormentato

in poltrona, gli si sedeva accanto

e, seguendo i propri pensieri, si addormentava;

poi arrivava il solito Ruffmann,

il direttore di banca, e faceva

DIOGENE

N. 12 Settembre 2008


altrettanto; finché a una data ora entrava

Motherby (un socio di Green), a svegliare

la compagnia, che fino alle sette

stava a conversare su interessantissimi

argomenti. La brigata si scioglieva alle

sette con tale puntualità che più volte

udii gli inquilini della via osservare che

non potevano essere le sette perché il professor

Kant non era ancora passato”.

Tatto e delicatezza

In generale Jachmann ci parla di un Kant

che trattava i propri amici con tatto e

delicatezza: “Non si immischiava mai

con invadenza nei fatti loro” ma seguiva

con molta partecipazione e apprensione

le loro vicende, soprattutto quando li

sapeva in difficoltà. Singolare il suo

atteggiamento nei confronti della sofferenza

fisica di un amico: stava in ansia e

soffriva enormemente finché la questione

non venisse in qualche modo risolta,

compreso nel malaugurato caso in cui

alla malattia seguisse il decesso. Una

volta superata la cosa poi, nel male o nel

bene, si riprendeva completamente.

Sappiamo che un’amicizia “particolarmente

rispettosa” lo legò anche al professor

Kraus, suo ex studente, che volle

quotidianamente a tavola con sé fino a

quando questi riuscì ad acquistare una

propria casa. Questo giovane, di cui Kant

parlò sempre con venerazione, non rappresentò

certo un caso isolato, dato che

molti allievi ebbero l’onore di diventare

amici del grande filosofo, come d’altra

parte i suoi stessi biografi Borowski, uno

dei suoi primissimi uditori, Jachmann e

Wasianski.

Un domestico irritante

Un discorso a parte merita il rapporto

con il proprio servitore, Martin Lampe

(1734 – 1806), ex militare di Würzburg

a servizio del professore dal 1762 al

1802, pur vivendo stabilmente con Kant

(nell’attico al secondo piano) solo da

quando questi riuscì a comprarsi una

casa tutta sua. Di Lampe sappiamo che,

nonostante il filosofo fosse molto legato

a lui, spesso approfittò della liberalità del

padrone facendosi dare continui supplementi

di stipendio, litigando spesso con

la cameriera, rientrando ubriaco e, a

volte, arrivando persino a imbrogliare il

professore sui conti della spesa. Kant

cominciò a pensare che fosse venuto il

DIOGENE

N. 12 Settembre 2008

momento di licenziarlo, ma il legame

con quell’uomo con cui era invecchiato

non gli permetteva di prendere una decisione

definitiva. Un giorno di gennaio

del 1802, però, annunciò all’amico

Wasianski di aver deciso definitivamente

per il licenziamento di Lampe a causa

“di una tale mancanza che mi vergogno

di nominarla”, e il posto dell’ex soldato

venne preso da un certo Johann Kaufmann,

molto più affabile, colto, persino

gentile con la cameriera.

Kant, però, trasaliva e imprecava tutte le

volte che avvertiva “la voce tenorile del

Siméon Chardin, Lezione di danza, vedi pag. 69.

nuovo domestico, tagliente e squillante

come una tromba”, che gli dava ai nervi e

lo faceva esclamare: “È un buon diavolo,

ma grida troppo!” Inoltre si preoccupava

molto di offendere qualche suo invitato

commerciante tutte le volte che doveva

chiamarlo in pubblico: Kaufmann, infatti,

in tedesco significa proprio “commerciante”

e il professore temeva, così, di

urtare la suscettibilità dei suoi commensali

impiegati nei commerci abbassandoli

al rango della propria servitù. Fu così

che si risolse di utilizzare per lui il finto

nome “Johannes”.

Nonostante la netta superiorità che però

Kaufmann vantava sul suo predecessore,

I L F I L O S O F O

l’irritante Lampe (cui Kant versò ogni

mese una pensione di quaranta talleri

fino alla fine della propria vita) non fu

mai seriamente dimenticato: Wasianski

racconta con una certa commozione che

il pensatore, da quel triste gennaio 1802,

si annotò su un foglietto, che per lungo

tempo tenne apposto in bella vista sul

proprio scrittoio, di ricordarsi di dimenticare

Lampe!

I parenti

E i parenti? Ne parla Jachmann nella sua

lettera IX in cui afferma che, tralasciando

la venerazione per la madre, “dei fratelli

parlava poco e ne aveva anche

poche occasioni”.

Regina Dorothea (1719/1746), la primogenita

se non si considera il fratellino

nato morto il 1 novembre del 1717, era

scomparsa a soli ventisei anni, quando

Immanuel ne aveva ancora ventidue.

Johann Friedrich, anagraficamente più

vecchio di lui di due anni, era però deceduto

a nove mesi di età.

Quanto ai suoi fratelli minori, Maria Elizabeth,

di tre anni più giovane, morì a

sessantanove anni, nel 1796; Anna

Catharina era morta a soli sei mesi, nel

1729; Anna Louise era scomparsa nel

1774, a quarantaquattro anni non ancora

compiuti, e soltanto Catharina Barbara

(rimasta vedova nel 1773, dopo un

solo anno di matrimonio), e Johann

Heinrich, rispettivamente di sette ed

undici anni più giovani di Immanuel,

sopravvissero al filosofo. Catharina Barbara

fu, tra i due, la più longeva: morì nel

1807, a settantacinque anni, e andò a

vivere con il fratello professore negli ultimi

anni della sua vita, per fornirgli sostegno

e aiuto.

Di Johann Heinrich sappiamo che “viveva

fin dagli anni universitari molto lontano

da lui”, faceva il predicatore ed era

“sempre in corrispondenza” con Immanuel;

ebbe cinque figli. Le sorelle “andarono

a servizio e in seguito si sposarono

con operai”, ma l’unica che ebbe figli fu

Maria Elizabeth (cinque bambini). “È

strano però che Kant, pur vivendo nello

stesso luogo, non abbia parlato con le

sorelle per venticinque anni di seguito”,

afferma Jachmann, affrettandosi ad

aggiungere che, probabilmente, il motivo

va ricercato nel fatto che il nostro filosofo

“viveva in così misere condizioni da

81


I L F I L O S O F O

non poter offrire aiuto alle sorelle, che

forse facevano assegnamento sull’uomo

illustre, e da temere di riuscire loro di

peso”. Sappiamo infatti che queste “fin

dagli anni del suo professorato avanzarono

pretese di aiuto assai maggiori di

quelle che egli poté appagare, e se ne

lamentarono”, ma risulta estremamente

curioso che “anche quando fu in grado di

fare per loro qualcosa di più, non intese

affatto di innalzare la famiglia oltre il

suo livello o addirittura di portarla con

ricchi doni all’inerzia”.

La generosità

Kant, insomma, non voleva che i suoi

familiari venissero etichettati come degli

arricchiti, ma non per questo si tirò

indietro di fronte alle loro necessità:

dallo zio Immanuel le quattro nipoti

ricevettero cento talleri a testa in occasione

delle loro nozze, “per il primo arredamento”.

In caso di malattia era poi

sempre lui a pagare direttamente il fra-

Giovanni Cerutti, Due ragazzi che giocano a carte, vedi pag. 69.

82

tello di Jachmann, medico di professione,

affinché prestasse loro ogni cura.

“D’altronde tutti i suoi averi e guadagni

appartenevano a loro, tant’è vero che il

suo patrimonio lo lasciò a loro in eredità”.

A questo proposito ci viene in aiuto

Wasianski, che, sottolineando come per

Kant il denaro avesse “il solo valore di

mezzo per fare del bene”, ricorda che “del

suo capitale di ventimila talleri e del

modesto ricavato dal suo insegnamento

accademico prelevava secondo il suo

bilancio un sussidio annuo per la famiglia

e una somma per la Cassa dei poveri

che i più ricchi di lui difficilmente

danno: erano 1123 fiorini che versavo in

rate trimestrali o mensili in sua presenza:

vi erano compresi i quaranta talleri

di pensione per Lampe…” . Quanto all’eredità

lasciata da Kant ai suoi parenti,

Wasianski parla di circa diciassettemila

talleri in contanti.

Bernard Picart, Disegni, vedi pag. 69.

A P P R O F O N D I R E

L.E. Borowski, R.B. Jachmann, E.A.

Wasianski, La vita di Immanuel

Kant narrata da tre contemporanei,

prefazione di E. Garin, Laterza,

Roma - Bari, 1969.

H.J. De Vleeschauwer, L’evoluzione

del pensiero di Kant, Laterza, Bari,

1976.

E. Cassirer, Vita e dottrina di Kant,

La Nuova Italia, Firenze, 1984

T. de Quincey, Gli ultimi giorni di

Immanuel Kant, Adelphi, Milano,

1983.

G. Riconda, Invito al pensiero di

Kant, Mursia, Milano, 1987.

S. Caracciolo, Con il cappello sotto il

braccio. Un profilo psicologico di

Immanuel Kant, Aracne Editrice,

Roma, 2005.

Sitografia:

Filosofico.net (www.filosofico.net), a

cura di Diego Fusaro.

Consulta Filosofica italiana

(www.consultafilosoficaitaliana.unip

r.it).

Il Giardino dei pensieri

(www.ilgiardinodeipensieri.eu), a

cura di Mario Trombino.

Immanuel Kant in Italia

(www.users.unimi.it/~it kant), a cura

del dipartimento di filosofia dell’niversità

di Milano.

Bosco Ceduo (www.boscoceduo.it),

riflessioni filosofiche di Pietro Ratto.

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N. 12 Settembre 2008

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