Quaderni aquilani - Vario.it

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Quaderni aquilani


Riprendiamoci

Il terzo numero di Quaderni Aquilani è dedicato al dibattito sulla ricostruzione del capoluogo.

Ospiti d’eccezione alcuni docenti universitari (primo fra tutti il Rettore dell’ateneo aquilano, professor

Ferdinando Di Orio) che affrontano la questione da prospettive diverse fornendo elementi

di discussione e possibili strade da percorrere. Il corredo fotografico è invece il lavoro svolto

dalla Onlus Genitori si diventa, che ha realizzato Riprendiamoci, un documentario (presentato

all’ultima mostra del cinema di Venezia) e una mostra fotografica sui luoghi affettivamente rilevanti

della città per i ragazzi delle famiglie associate.

Il Progetto Riprendiamoci è stato pensato per i ragazzi e

le ragazze dell’Aquila durante i mesi che sono seguiti al

terremoto del 6 Aprile 2009. Vi hanno finora partecipato

una ventina di adolescenti. Il tutto è stato realizzato

grazie ai fondi raccolti dall’Associazione Genitori si diventa

Onlus, da anni attiva a L’Aquila come in tante altre

parti d’Italia. L’intero progetto è stato reso possibile

grazie alla collaborazione con il Circolo Arci “Querencia”

e il suo Bibliobus. Coordinatrice psicopedagogica è

la dottoressa Monica Nobile. Gli altri referenti responsabili

per Genitori si diventa sono Fabio Antonelli, Antonio

Fatigati, Anna Guerrieri e Maria Linda Odorisio. Per

Arci “Querencia” è responsabile Nicoletta Bardi.

Grazie a questa rete di volontari, nei mesi da maggio ad

agosto è nato il video omonimo, Riprendiamoci, proiettato

in anteprima a Venezia alla mostra del Cinema e poi

a L’Aquila al Movieplex. Le ragazze e i ragazzi coinvolti,

diretti da Francesco Paolucci, armati di telecamera

e macchina fotografica, hanno raccontato il loro punto

di vista, la loro storia, il loro vivere dopo il terremoto.

Nel documentario i ragazzi sono protagonisti e persone

autorevoli che offrono una rielaborazione creativa

dell’esperienza vissuta durante e dopo il terremoto.

L’idea di fondo di Riprendiamoci è quella di creare, per

i ragazzi coinvolti, uno spazio dove discutere le proprie

emozioni, sentimenti, difficoltà. È per questo che

nei laboratori realizzati si è fatto uso della telecamera,

della macchina fotografica e dello strumento grafico di

animazione (grazie all’Atelier del Cartone Animato di

Claudio Tedaldi). La telecamera e la macchina fotografica

sono strumenti apprezzati dai ragazzi, immediati,

legati ad un linguaggio multimediale con cui i giovani

hanno confidenza.

Il video Riprendiamoci è un viaggio da L’Aquila a Venezia

(città amica e controparte del progetto) e ritorno, ma è

soprattutto un viaggio attraverso i ricordi del terremoto,

le angosce, le speranze. Un viaggio che racconta il desiderio

di ricostruire, la speranza di ricominciare. Fisica-

mente si passa attraverso le strade vuote e silenziose del

centro storico dell’Aquila, attraverso le tendopoli sino

a Venezia e i suoi canali. A Venezia, città fluida, fatta

di acqua e di piazze, di luce e di storia, i ragazzi hanno

ritrovato la dimensione di vita che avevano sino al 5

aprile ed hanno potuto avviare una profonda riflessione

su quanto era accaduto loro, raggiungendo la consapevolezza

che la socializzazione e la solidarietà passa per

i luoghi del buon abitare, attraverso le scuole, attraverso

le piazze da ritrovare, ricostruire, rivivere. Tale video

può venire richiesto all’indirizzo e-mail: diventareaq@

genitorisidiventa.org

Nel mese di novembre Riprendiamoci ha realizzato un

cantiere fotografico. I ragazzi sono tornati in luoghi per

loro affettivamente rilevanti affiancati questa volta dai

fotografi Dario Orlandi, Claudio Palmisano, Maurizio

Berlincioni e Danilo Balducci. Chi in centro storico, chi

a Piazza d’Armi, chi a Scoppito, chi nei luoghi che sono

stati campi di accoglienza nell’estate. Ognuno di loro

aveva in mente un luogo importante, un luogo del “prima”.

Luoghi amati, significativi, luoghi ormai interdetti

o che si è visto rapidamente cambiare nell’arco di pochi

giorni. Luoghi in cui si è cresciuti in fretta o dove si è lasciata

una parte di infanzia. Tornandovi, fotografandoli

e talvolta fotografandocisi (con degli autoscatti) i ragazzi

hanno cercato di riappropriarsene, riempiendoli coi

loro gesti e con gli scatti prescelti. La mostra fotografica

è stata inaugurata in uno dei pochissimi locali riaperti

nel centro storico dell’Aquila, la Cantina de Ju Boss, nel

pomeriggio di giovedì 11 marzo.

Un ringraziamento particolare va ai fotografi che hanno

guidato i ragazzi, ai genitori che li hanno seguiti entrando

nella Zona Rossa con loro quando ancora veramente

pochi vi tornavano, e soprattutto al Corpo Nazionale dei

Vigili del Fuoco: senza il loro aiuto non avremmo potuto

realizzare tanto di quanto è stato fatto.

Anna Guerrieri

Vice Presidente Genitori si diventa Onlus


• Giulia torna a Piazza Palazzo e si fotografa nove mesi dopo il sisma, davanti un cumulo di macerie che nascondono quasi completamente “Il Farfarello”, il locale

da lei frequentato e la piazza antistante, luogo di ritrovo prima e dopo la scuola.

• Marta, davanti alle nicchie di San Bernardino, fa un salto liberatorio “intrappolata” dalla recinzione.


di Ferdinando Di Orio*

La sfida della legalità

Prima di ogni valutazione su questo primo anno trascorso dopo il

sisma del 6 aprile 2009, vorrei premettere una considerazione. Il terremoto

ha unito le comunità civile e accademica aquilane come mai

prima era successo. Quella che era una vocazione istituzionale per

l’università, che identificava solo una sintonia culturale, è divenuta

esperienza concreta di vita che oggi la unisce alla città dell’Aquila

in un unico e non più separabile destino. Destino che non rappresenta

–come giustamente stigmatizzerebbe il nostro grande scrittore

abruzzese, Ignazio Silone– “l’invenzione della gente fiacca e

rassegnata”, bensì l’orizzonte condiviso nel quale università e Cit

dell’Aquila dovranno individuare e costruire insieme il loro futuro

possibile.

Perché il futuro della Città dell’Aquila o sarà “universitario”, o non

sarà. Come d’altra parte non sarà possibile un futuro per l’università

dell’Aquila senza la sua Città.

L’università dell’Aquila è dunque chiamata, proprio dalle tragiche

conseguenze del sisma, a vivere ancor più fortemente il proprio rapporto

con la città. Ciò significa assumere responsabilmente su di sé

le categorie e i processi che animano la città –con i suoi i problemi,

le sue difficoltà, le sue aspirazioni, le sue attese, le sue speranze– e a

cercare concretamente risposte efficaci. In questo momento, declinare

il proprio ruolo di istituzione pubblica al servizio della cultura

e della scienza, significa per l’università presentarsi, con indipendenza

e autorevolezza, al rapporto e al confronto con le altre istituzioni,

con la società, con la cittadinanza, in modo strategico e con

spirito propositivo e propulsivo.

Non si può tuttavia non guardare con preoccupazione quanto sta

succedendo nel più ampio quadro dei processi di ricostruzione della

nostra città, laddove per alcuni la tragedia di un intero popolo ha

rappresentato e rappresenta solo un’opportunità per “fare affari”,

magari ridendoci sopra.

La ricostruzione della città deve avvenire sì nell’efficienza complessiva

ma mai a scapito della trasparenza. In nome dell’emergenza non

si può rinunciare alla legalità, che non può essere interpretata né

tanto meno presentata come un ostacolo, un impedimento all’efficacia

della ricostruzione.

Non vorremmo poi scoprire, nella meraviglia e nello stupore di alcuni,

che le tanto decantate risposte all’emergenza nascondano, invece,

imprecisioni, trascuratezze, errori, se non addirittura occasioni

di malaffare.

L’unica garanzia nei confronti di tutto ciò, sta nella legalità e nella

trasparenza, che solo chi è in malafede può interpretare come ostacoli

o impedimenti.

Le ragioni della ricostruzione della città dell’Aquila vanno, dunque,

cercate nel tempo presente, rifuggendo dall’affarismo più deteriore

ed effimero ed individuando, invece, le condizioni, i presupposti, gli

elementi, che possono aprire questo tempo presente alla prospettiva

concreta di un futuro possibile.

Ma questa ricerca sarebbe parziale e incapace di individuare la vera

identità della città, nella sua dimensione più generale e complessa,

se non guardasse anche al tempo passato, alla sua storia.

Non è mai scontato o superfluo ricordare, infatti, che l’identità di

una città affonda le sue radici nella storia, nella sua storia.

Una storia abitata ciclicamente dal terremoto, ospite terribile e non

sempre inatteso, come questa volta è colpevolmente successo, capace

di scompaginarne le pagine ma non di impedire la loro continua

ricomposizione in forme nuove e creative, al punto che il motto stesso

dell’Aquila “immota manet” solo a superficiali interpreti di questa

storia può apparire paradossale.

La coscienza di questa storia rappresenta l’unico antidoto per non

ricostruire invano: cioè senza un senso e una direzione.

Si ha, invece, la pericolosa sensazione che, mentre si dibatte ancora

sulla new town –con un anglicismo mai così inopportuno– in realtà

si stiano, freneticamente e confusamente, moltiplicando i nuclei

abitativi, in una serie infinita e indefinita di cloni replicanti uguali a

sé stessi e, in quanto tali, lontanissimi dall’idea di una città storicamente

definita.

Eppure, proprio dalla rilettura del passato, deriva una speranza ancora

più forte e consapevole, nella presa d’atto, storicamente definita,

delle mille resurrezioni di una città, caduta e riemersa dalle

sue macerie sempre più bella, perché capace di non smarrirne la

memoria e, quindi, l’identità.

Sono convinto che, anche questa volta, sarà così, a patto che tutti

insieme –istituzioni e cittadinanza– sapremo guardare al passato per

rintracciare un’identità che longitudinalmente si sviluppa nel tempo

e rifiuta, proprio per questo, esogeni schemi culturali, sociali, urbanistici,

architettonici, che da quella storia non emergono e quindi

non le appartengono.

Ogni processo di ricostruzione implica sempre un processo di rinnovamento

che richiede sì memoria del passato, ma anche lungimiranza

e, soprattutto, creatività. Perché, come ci ricorda Jorge

Luis Borges, ogni “lavoro creativo è un pò sospeso tra la memoria e

l’oblio: bisogna ricordarsi tante cose, ma non tutte”.

Ricordare “tante cose, ma non tutte” non vuol dire dimenticare, ma

comprendere fino in fondo che per la ricostruzione creativa della Città,

bisogna saper discernere e recuperare il bello presente nella sua

storia, ma saper anche pensare il suo futuro con spirito rinnovato

ed aperto in vista di una efficace e feconda sintesi tra antico e nuovo,

secondo le più attuali tendenze della post-modernità.

Perché rileggendo la storia della nostra Città, attraverso i suoi palazzi,

le sue chiese, le sue piazze, le sue strade, insieme ad un lieve e

dolcissimo sentimento di nostalgia per ciò che era e che forse non

sarà più, ci sorprende la scoperta delle mille resurrezioni di una città,

caduta e riemersa dalle sue macerie sempre più bella, perché

capace di non smarrirne la memoria e, quindi, l’identità.

Sono convinto che, anche questa volta, sarà così, a patto che tutti

insieme –istituzioni e cittadinanza– sapremo guardare al passato per

rintracciare un’identità che longitudinalmente si sviluppa nel tempo

e che, per questo, è capace di proiettarsi, ancora e sempre, verso

il suo futuro.

*Magnifico rettore dell’Università degli Studi di L’Aquila


• Alex nei campi da basket di Piazza d’Armi dopo il terremoto. “...Questa foto mi piace perché mette in risalto lo sguardo. Mi dà l’impressione di vedere qualcuno

che ha perso il suo gioco preferito mentre dietro il cielo si rasserena e crea una sensazione che le cose prima o poi si aggiusteranno, non saranno più come prima,

ma si aggiusteranno.”

• Aliosha a Piazza Chiarino dove si fermava prima e dopo la scuola per chiaccherare. “…Uno capisce che prima la cassetta della posta era chiusa con tantissima

posta dentro pronta ad essere spedita e ora, dopo il terremoto, si nota che lo sportello è scardinato e la cassetta è vuota con dei rifiuti dentro dove si va a capire

che quel posto è stato lasciato abbandonato…”


di Nicola Mattoscio*

Ripensare

il capoluogo

La ricostruzione non può prescindere dalla iniziale consapevolezza

che la città capoluogo abruzzese, prima del terremoto, non

era ancora riuscita a maturare l’opzione strategica di saper far

convivere le funzioni e le architetture di una città moderna con

quelle della città storica. Non aver concepito il proprio ruolo di

città capoluogo come piattaforma di attività al servizio dell’intera

regione e, perciò, come città aperta ad accogliere i flussi vitali

alimentati in modo diffuso e intercettati dalla robusta rete policentrica

della città-regione, elaborarli e riproiettarli in una permanente

circuitazione virtuosa, ha imposto all’Aquila l’evoluzione

infelice da “centro storico” a “centro urbano”.

Ciò è dipeso soprattutto dalla mancata costruzione di un “centro

moderno”, con l’insediamento armonioso delle attività tipiche

della città capoluogo, pensato con facilità di accesso e di fruizione

in primo luogo per tutti gli abruzzesi, oltre che per gli aquilani.

Purtroppo, a lungo, si è fatto vivere L’Aquila in un permanente

stato di armistizio, dove è necessario difendere in continuazione

il proprio ruolo o strapparne di nuovi, in una logica surreale di

città assediata. Per cui ogni giorno, ed ogni cosa, vengono interpretati

in un palcoscenico teatrale non di rado surrettiziamente

drammatizzato e reso laboratorio di ricerca costante della legittimazione

del rango rivendicato.

Per tutto questo finora L’Aquila non ha rappresentato una opportunità

aggiuntiva di significato strategico nelle dinamiche del

modello abruzzese di crescita e sviluppo, come lo è ogni capoluogo

che è tale per naturale vocazione e per istintiva ed efficace

autorevolezza con cui esercita i propri compiti. A partire dagli

esiti della tragedia, dunque, non si può sfuggire all’invito a riflettere

sull’idea di città ripensata nella sua interezza. Occorre però,

al tempo stesso, essere davvero coerenti con la constatazione che

l’alternativa tra new town e L’Aquila com’era e dov’era non solo è un

falso problema, come dimostra ormai il lungo anno passato dal

sisma, ma è perfino un pretesto fuorviante per malcelati interessi

o un alibi per la non scelta.

Aver realizzato per fronteggiare l’emergenza ben 19 little new

town, sia pure prevalentemente ai margini dei preesistenti insediamenti

abitativi, può comportare il rischio concreto di un’idea

di ricostruzione nella direzione di nuove espansioni di spazi occupati,

piuttosto che del restauro urbano finalizzato alla restituzione

della città storica, con tutti i conseguenti aggravi derivanti

dall’inevitabile amplificazione delle periferie.

Ma tutto questo, ormai, è già uno stato di fatto. È meglio assumerlo

e impegnarsi a dargli un senso qualificato verso l’idea forte

di restituzione della “città storica”. In questa direzione, l’appello

suggestivo di Cervellati (Quaderni Aquilani n.2, allegato a Vario

70/2009) a me sembra denso di indicazioni: “L’Aquila può ritornare

ad essere città, appunto, storica se e in quanto la periferia

trova, al suo interno, altre centralità, altre municipalità che insieme

alla città storica formano una città di città”.

Questa idea di città, da una parte farebbe riscoprire l’orgoglio di

appartenenza, dall’altra finalmente maturerebbe l’idea dell’apertura:

al contesto ambientale e paesaggistico, agli altri borghi e

municipalità, al sistema reticolare di tutto il territorio regionale,

affinchè il recuperato orgoglio identitario degli aquilani si possa

coniugare con quello di tutti gli abruzzesi per la loro città capoluogo.

Senza smarrire, comunque, che il contesto più ampio di

riferimento è quello di un Abruzzo città-regione, non solo in rete

con il sistema metropolitano romano o le direttrici Nord-Sud appenninica

ed adriatica, ma anche come un’unica piattaforma di

servizi, intersezione tra globale e locale nell’ambito delle dinamiche

dei mercati transnazionali.

Solo questa nuova prospettiva può far rifuggire dal rischio della

retorica che implica l’invocazione acritica della restituzione della

città storica. A ben vedere, nel nuovo contesto glocal, ovunque si

assiste alla formazione di sistemi urbani nei quali si confondono

e si dissolvono le stesse città storiche. Questo è diffusamente

verificabile anche in un paese ricco di tante città storiche come

l’Italia, e in un Abruzzo dove piccoli capoluoghi storici affondano

radici finanche nella civiltà dei popoli italici.

Pure nella regione, dunque, esiste una “questione urbana” alimentata

dalla dissociazione ormai esistente tra questa complessa

eredità, i sistemi urbani in nuce e le identità politico-amministrative

stagnanti. Non tenerne conto nel sogno di far tornare

a volare L’Aquila, oltre ad essere poco realistico, è decisamente

innaturale e stridente con l’avere gli abruzzesi per la prima volta

urlato coralmente nella silenziosa dignità di compartecipazione

al dolore: “siamo tutti aquilani”.

*Docente di economia, dipartimento di metodi quantitativi

e teoria economica, Università G. d’Annunzio - Chieti,

Presidente della Fondazione Pescarabruzzo


• Oliviero in questa foto si trova davanti alla libreria della nonna, a Piazza Palazzo, dove, dopo aver passato il pomeriggio con gli amici, si recava per incontrare i

suoi genitori per poi tornare a casa. “Questa foto mi piace perché mi ricorda tutti i momenti più belli passati con gli amici.”

• Jacopo a Piazza Fontana Luminosa. “Il mio ritorno in uno dei luoghi frequentati con i miei amici. Questo luogo è un semplice “sasso” con la strana forma di una

panchina intorno al castello, un semplice sasso che racchiude però una marea di ricordi!”


di Carlo De Matteis*

Oltre

il destino

L’evento del terremoto è inscritto nel destino storico dell’Aquila,

che a dispetto dei calcoli degli astrologhi di cui narra Buccio di

Ranallo nella sua Cronica, attenti a cogliere “l’ora e il punto” e la

congiunzione astrale propizie alla fondazione, sorse, ahimé a loro

insaputa, su un territorio percorso da faglie destinate a metterne

continuamente in forse l’equilibrio geologico, sprigionando quei

fenomeni sismici che ne hanno nel corso degli anni periodicamente

sconvolto la struttura urbana. Dopo un primo “assaggio”

non catastrofico nel 1315, la città è colpita nel 1349 dal primo

terribile terremoto della sua plurisecolare storia, che ne distrugge

gran parte dell’abitato, tanto da indurre i suoi abitanti a volerla

abbandonare. Tralasciando gli eventi sismici minori, un secondo

devastante sisma ha successivamente avuto luogo nel 1461-2 ed

un terzo, ancor più grave, nel 1703, cui ha fatto seguito, dopo ben

tre secoli, quello dell’aprile 2009, il quarto della sciagurata serie.

Questa schematica sequenza intende mettere in rilievo come la

città dell’Aquila ha nel corso della sua storia convissuto costantemente

con l’esperienza del terremoto, consustanziale, direi, alla

sua esistenza, e ne è ogni volta sopravvissuta, ricostruendo il suo

tessuto urbano, che reca nella stratificazione degli stili e dei modi

di costruzione dei suoi edifici più antichi, traccia dei diversi interventi.

Non siamo in grado di definire, se non per ipotesi, cosa sia stato

ripristinato della città dopo i terremoti più antichi; elementi più

certi abbiamo per quello del 1703, a seguito del quale, senza l’ausilio

di finanziamenti della Corona, ma con il solo, evidentemente

ancora cospicuo, capitale locale dei ceti nobiliari e proprietari,

la città acquisì un nuovo volto, dall’evidente impronta tardo barocca,

che si sovrappose o si sostituì, per buona parte del centro,

all’originaria facies medievale. È evidente che nessuno scrupolo

filologico nei confronti del passato –estraneo alla cultura artistica

della civiltà barocca, orgogliosa della propria modernità– ispirò il

lavoro degli architetti e dei costruttori impegnati, fedeli al gusto

del loro tempo o tutt’al più ad un generico classicismo liberamente

rielaborato.

Un siffatto metodo di ricostruzione è del tutto alieno dalla moderna

coscienza critica del passato, rispettosa della storicità del

prodotto artistico e, dunque, improntata ad una prassi restaurativa

mirante per quanto possibile alla restituzione dell’originale.

Si impongono perciò oggi scelte di tipo nuovo, in qualche modo

sperimentali, che debbono nel contempo evitare radicali rotture

con il passato ed escludere integrali riproduzioni alla lettera del

suo patrimonio edilizio, ricorrendo perciò ad accorte forme di

mediazione e di contaminazione tra antico e contemporaneo. È

perfino superfluo affermare che il restauro dei grandi manufatti

del passato –chiese, palazzi gentilizi– che contrassegnano il volto

storico della città debba avvenire col massimo rigore filologico

possibile, utilizzando le più avanzate tecniche già egregiamente

applicate in altre recenti situazioni (Friuli, Assisi), per quanto lo

stato di taluni edifici (come S. Maria in Paganica) sia al momento

disperante e di ardua soluzione.

Un diverso atteggiamento dovrebbe tenersi nei confronti di quei

complessi edilizi di recente costruzione e di nessun pregio estetico

e anche di specifiche situazioni urbanistiche coinvolgenti spazi

pubblici e funzioni della vita cittadina, che andrebbero intelligentemente

ripensate all’insegna di una progettazione creativa, implicante

una trasformazione anche radicale dell’assetto urbano.

Mi limito alla citazione di un caso di grande evidenza urbanistica

concernente l’area circostante la Fontana luminosa, dove, come

è noto, l’architetto Piano ha progettato la costruzione di un Auditorium

che occuperà uno spazio tra la Fontana e il Castello invadendo

anche una parte del parco e modificherà di conseguenza

il tessuto viario circostante. Entro un paio di anni l’ex Ospedale

S. Salvatore, parzialmente ristrutturato e riedificato, ospiterà l’intero

polo umanistico dell’Università, con le Facoltà di Lettere e

Filosofia e di Scienze dell’educazione, calamitando sull’area migliaia

di presenze ed un numero imprecisato di veicoli che richiederanno

una nuova articolazione del sistema urbano. Ecco: in

uno spazio circoscritto ma significativo si fronteggeranno l’antica

mole cinquecentesca del Castello, il quartiere di formazione fascista

con la Fontana al centro e il modello architettonico postmoderno

di Piano, mentre poco lontano si svilupperà un nuovo

vitale nucleo urbano da cui potrà irradiarsi un forte impulso alla

ripresa dell’economia e della socialità cittadina. Non serve sottolineare

che le riflessioni appena svolte non toccano altri fondamentali

aspetti del problema che richiederebbero un discorso a parte,

come il destino degli aggregati edilizi costruiti alla periferia della

città, la configurazione dei centri del contado, la ripresa economica

del territorio, per non citare che i principali.

Ma su questo come su ogni discorso concernente la ricostruzione

incombono una serie di interrogativi pregiudiziali, dalla cui

risposta dipende il futuro della città: chi pianificherà, chi elaborerà

e chi gestirà i progetti? Quali saranno i tempi d’intervento?

Quando e in che misura saranno erogate le somme necessarie

ai lavori? Lo stato delle cose, al momento, non induce all’ottimismo:

bisognerà lottare a lungo e duramente perché il processo di

ricostruzione inizi subito e prosegua senza interruzioni, salvaguardando

l’identità della città e soddisfacendo i bisogni irrinunciabili

dei suoi abitanti.

*Docente di Storia della letteratura italiana contemporanea,

Università dell’Aquila


• Federica a Scoppito. “Il luogo che compare nella foto era per me il posto di ritrovo e di svago dove ho trascorso molti pomeriggi insieme ai miei amici. Spero che

il tempo cancelli i brutti ricordi e si torni a sognare come prima.”

• Sabina si fotografa sulla ringhiera della Chiesa di Scoppito dove era solita arrampicarsi la sera. In secondo piano la chiesa e la scalinata dove giocava a rincorrersi

con gli amici. “Il ritorno in quel luogo rievoca in me una sensazione di felicità perché, dopo tempo trascorso a giocare e divertirmi, mi è stato impedito di continuare

normalmente il corso della mia giornata… ora mi sento di nuovo libera come una volta, mi sento me stessa nel luogo che amavo”.


di Costantino Felice*

Identità

sospese

Con il terremoto del 6 aprile 2009 L’Aquila diventa palcoscenico

e metafora della postmodernità: non per la forza drammaticamente

distruttiva del sisma ma per la trama narrativa, il discorso

pubblico, che il potere e l’informazione vi ordiscono sopra. Più

che in ogni altra catastrofe del nostro tempo, qui la cultura e la

politica possono manifestarsi nelle loro più recenti e allarmanti

mutazioni: un declino strutturale le cui derive etico-civili sono soltanto

la forma più appariscente. La cultura è ridotta a fenomeno

mediologico, senza profondità nel passato né proiezione verso il

futuro. Con la “dittatura del presente” tutto diventa cronaca giornalistica

e reality televisivo. Le macerie del terremoto fungono da

set per passerelle della politica show (o politica pop). Il G8 conferma

in dimensione planetaria il repertorio del teatro nazionale.

Oltre che per il generoso mondo dell’arte e dello sport, L’Aquila

assurge a “icona pop”, cioè spettacolo e teatralità, appunto. Le

montagne di macerie (quattro milioni di tonnellate!), nella loro

spettralità senza viventi, vengono ostentate quale backstage di star

e primi ministri, con il contorno di first ladies e istituzioni locali

dall’aria sofferente (se non lacrimosa).

Non si era mai assistito a un’esplosione così enfatica e insistita di

stereotipi identitari: l’“Abruzzo forte e gentile” quello più stucchevolmente

reiterato, ma anche il “pastore” dannunziano e il

“cafone” siloniano hanno tenuto banco. I misteriosi “Abruzzi” di

Calandrino e frate Cipolla del Decameron fanno il paio –passando

per l’atelier protoromantico dei viaggiatori sette-ottocenteschi e

la lettura d’ascendenza positivistica dei materiali etnografici– con

la regione barbarica di D’Annunzio e con quella desolata (il Fucino)

di Silone: proiezioni idealtipiche che rimandano a una realtà

chiusa e arretrata, schiacciata tra agrari e armentari assenteisti,

da una parte, e misero contadiname dall’altra; dai residui feudali

e dal peso del latifondo, come all’opposto dallo sminuzzamento

aziendale e proprietario. È la straordinaria metafora del “sonno di

Aligi” che dall’immaginario poetico de La figlia di Iorio si proietta

nelle determinatezze dello spazio geografico e del tempo storico,

avvolgendole, con forti dosi d’incongruenza, nel cono d’ombra

della uniformità e dell’immobilismo.

Ben altre dinamiche hanno caratterizzato in passato, e ancora

di più caratterizzano oggi, l’evoluzione dell’Abruzzo. Il tema

dell’identità è alquanto insidioso. Nasconde molte trappole. Le

identità, se esasperate, possono sfociare in devastanti logiche

di esclusione e conflitto (fino alle guerre di etnie o civiltà). Ma

spesso i “miti”, in quanto invenzioni a posteriori, sono anche mistificanti,

nel senso che stravolgono l’universo che vorrebbero

simbolicamente rappresentare, fino a nasconderlo del tutto. Il

terremoto aquilano erge l’Abruzzo, su scala globale, ad emblema

di questo scollamento tra clichés identitari e concretezza storica.

Si dice che le città sono tali, diventano polis, quando hanno

un’anima. È sicuramente il caso di L’Aquila. Difficile trovare, non

solo in Abruzzo, un altro capoluogo in cui la si respirasse –questa

“sua” anima– così a pieni polmoni e con tale senso di nutrimento.

Tutti sanno che L’Aquila è città d’arte e di cultura. Le ferite del

terremoto hanno reso ancora più visibile la straordinaria ricchezza

architettonica e monumentale del suo tessuto urbano. Occorre

tuttavia dedicare altrettanta cura agli sfregi subiti dall’immenso

capitale umano –la ricchezza “immateriale”– che nel corso dei

secoli la comunità ha saputo coltivare: un patrimonio anch’esso

straordinario, all’apparenza invisibile, ma indispensabile per ridare

alla città quell’anima di cui si diceva.

La cultura non va declinata solo in senso umanistico-letterario.

L’Aquila ha accumulato un sapere tecnocratico, una “cultura del

fare”, le cui ascendenze risalgono quanto meno all’illuminismo e

al Gran Sasso d’Italia, la rivista di Luigi Dragonetti e Ignazio Rozzi

(prima metà dell’Ottocento). Un tipo di sapere e di cultura che,

trasfondendosi nell’operosità di una borghesia dinamica e intraprendente,

cui ha fatto da virtuoso contrappunto un movimento

operaio non meno ricco di soggettività sociale, ha inciso profondamente

sullo sviluppo del capoluogo regionale e dell’Abruzzo.

Sono questi “attori endogeni” a doversi riappropriare, come in

altre analoghe tragedie affrontate con successo in passato, del

proprio destino, sconfiggendo la logica emergenziale delle soluzioni

e dei provvedimenti calati dall’alto. Insieme alla materialità

delle opere e dei manufatti visibili, occorre dunque recuperare

appieno l’inestimabile patrimonio umano di cui L’Aquila è storicamente

depositaria: una linfa forse invisibile, ma quanto mai

vitale per la rinascita della città.

*Docente di Storia economica all’Università G. d’Annunzio di Chieti


• Francesca. L’Aquila. La foto la ritrae seduta sul pianerottolo del palazzo in cui ha vissuto da bambina. Alle sue spalle la porta d’ingresso, le cassette postali degli

inquilini, calcinacci e piastrelle a terra. “…E avevo voglia di tornarci, di vedere cosa era cambiato; sono arrivata davanti casa e mi sono fermata lì, sul pianerottolo,

dove mi sedevo spesso con mia sorella. È stato un modo per riappropriarmi di quel luogo, per guardarmi attorno e pensare”.

• Francesco si trova sotto la propria casa dove abitava fin da bambino a Piazza San Biagio. “Questa foto mi piace perché mi fa tornare in mente tutti i ricordi di

prima del terremoto. Infatti fin da piccolo giocavo lì e anche adesso che sono cresciuto passavo dei lunghi e spensierati pomeriggi con gli amici tra un cornetto e

una giocata a pallone”.


di Franco Eugeni*

Città regione

Davanti ad un evento come quello che ha colpito il capoluogo

dell’Abruzzo in quel 6 Aprile 2009, non possiamo che indicare

molteplici interrogativi di natura storica, politica, filosofica e, non

ultima, etica. Il sisma, di magnitudo 6,7 Richter, si è verificato alle

3 e 30 di notte e la faglia prodottasi ha una lieve profondità, di

soli 10 Km. Ancora una volta la catena degli Appennini ha scaricato

tutta l’energia che si era accumulata nell’interno degli stati

rocciosi. Con un salto indietro nel tempo di circa 10 milioni di

anni, risaliamo al lento avvicinamento dell’Africa all’Europa, dal

quale si creò la frattura, che aprendosi formò il Tirreno, creò una

rotazione dello stivale, provocò il distacco della Sardegna e della

Corsica. Il momento liberatorio dell’energia accumulatasi avviene

per via di una frattura in movimento detta appunto faglia, che si

produce nei punti deboli della crosta.

L’Aquila e l’Abruzzo conoscono purtroppo i terremoti. Terremoti

si verificarono negli Abruzzi: ad Aquila nel 1461 (decimo grado

Mercalli), nel 1646, nel 1672, nel 1702, come racconta Antinori,

la città fu completamente distrutta (nono grado e 8mila morti).

Ricordiamo nel 1915 la distruzione di Avezzano (undicesimo grado

Mercalli, 7 gradi Richter e 30mila morti).

Il sisma, colpendo l’Aquila, ha decapitato il corpo dell’Abruzzo

della sua testa: il capoluogo! Ma cosa significa essere capoluogo

di Regione? È un ruolo giuridicamente riconosciuto, in senso metaforico

è la testa di un corpo; non è facile, come accade in un

corpo vero, fare a meno della testa! Un capoluogo è intanto luogo

storicamente consolidato, luogo di storia e tradizioni, luogo che,

sia politicamente, sia socialmente, va conquistato e riconquistato

giorno dopo giorno attraverso un’azione efficace, ma soprattutto

di credibilità. L’Aquila nei tempi si è accreditata come capoluogo

policentrico nel senso che tutti gli interessanti borghi che la

circondano e i luoghi delle altre province sono stati vissuti nel

pensiero collettivo, come posti sopra circonferenze sempre più

ampie, a volte concentriche sui “quattro cantoni”, a volte centri di

nuove circonferenze. Se la città è la testa e le circonferenze sono

le linee di influenza, il recente terremoto ha modificato il modello

e le aspettative sociali di convivenza e tende ad un modello

forse nuovo, certamente da progettare.

Il ruolo di capoluogo, se si vuole, è recente. Il rendere L’Aquila

capitale divenne possibile solo alla fine dell’Ottocento, e si realizzò

con l’Unità d’Italia. Ai primi dell’Ottocento Teramo e Chieti

non erano collegate con il mare e nemmeno con la montagna,

L’Aquila era isolata, Pescara non esisteva. Vi era una strada che

da Teramo per Chieti portava a Napoli, percorsa da cavalli, carri

e infine diligenze. Fu l’ingegnere teramano Carlo Forti (1776-

1845), uno dei sette ingegneri del Corpo di Ponti e Strade istituito

da Gioacchino Murat nel 1808, a progettare ed aprire molte

strade. Forti, con la sua delega per gli Abruzzi, costruisce la strada

Teramo-Giulianova per il mare, costruisce la strada per Montorio

al Vomano, progettando il proseguimento per L’Aquila. Nel

Teramano si ottiene una prima viabilità, ancora oggi in uso e pri-

ma mancante, verso il mare e verso la montagna. Forti realizza

la Sulmona-fiume Tronto (fino al confine del Regno), le strade

trasversali per Penne e Nereto, il collegamento di Lanciano con

Roccaraso fino all’innesto con la consolare per Napoli. La viabilità

si completa con la nascita della ferrovia adriatica, e i collegamenti

con quei tratti che furono poi detti i tratti morti.

Con l’Unità d’Italia (1861), nasce l’Abruzzo (allora con il Molise),

con capoluogo la città di Aquila, modificato in Aquila degli Abruzzi,

nome che nel 1939, diviene L’Aquila. Si legge che:

“[…]Nel quarantennio successivo all’unificazione nazionale quanto avviene

nelle “piccole patrie”, in particolare nelle capitali di provincia, è

qualcosa di straordinario: non è solo lo scatenamento di una gara emulativa

che spesso farà tracollare le modeste finanze comunali ma soprattutto

l’emergere e l’affermarsi nuove politiche amministrative capaci di creare

nelle specifiche realtà[…]”

Così nascono nuove classi sociali, si creano nuove identità differenziate

da quelle agrarie dominanti fino ad allora, la società

perde gran parte della tradizionale staticità, ci si occupa di migliorare

o creare efficienti servizi per la popolazione. Nel 1963 nasce

ufficialmente la Regione Abruzzo. La scelta iniziale di situare diverse

attività amministrative a Pescara provoca la reazione furibonda

degli aquilani, con disordini e scontri di piazza (moti dell’Aquila).

Alla fine viene riconosciuto alla città il ruolo di capoluogo unico

dell’Abruzzo, come sede quindi del Governo Regionale. La

decisione di compromesso finale consente comunque eventuali

riunioni a Pescara.

Oggi tutta la Regione e tutte le città dovrebbero forse fare corpo

unico per rilanciare un ruolo di capoluogo alla propria testa,

manifestando quella forza rigeneratrice che può nascere solo dalla

cooperazione e dall’amore dell’altro. Il senso del capoluogo

aquilano che era assodato ora è perso, occorre ristabilirlo legando

tra loro tutti i Comuni della Provincia e tutte le Province della

Regione.

Cito l’intervento del Prefetto Francesco Paolo Tronca, tenuto

a Celano il 26 febbraio 2010, nel quale, dopo aver illustrato la

grande capacità e professionalità dei Vigili del fuoco italiani,

non disgiunta da quella incredibile umanità che li distingue, ha

espresso una idea che io credo sia altamente condivisibile. Idea

che credo di interpretare, forse riassumere, come segue: da ogni

evento negativo, anche fortemente negativo, si può trarre motivo

per costruire positività, traendo ammaestramento dall’esperienza,

stimolo per una nuova progettazione, stimolo per la ricostruzione;

questo nella completa cooperazione regionale e nazionale

e usando tutte le sinergie che la buona volontà degli uomini mette

a disposizione. Così, concludendo, L’Aquila dovrebbe essere

o tornare ad essere il punto strategico atto a creare un ponte,

attraverso la Marsica, con il vicino Lazio, ancora di più un ponte

tra Tirreno e Adriatico, attraverso le due autostrade e il traforo.

*Docente di Filosofia della scienza all’Università di Teramo


• Nicoletta alla Villa Comunale. “Panchina dove mi sedevo tutti i giorni aspettando l’autobus. Squarcio di una felice e semplice quotidianità. Una quotidianità che rende il ricordo

ancora più dolce. Ed era tutto meraviglioso.”

• Elena nell’ex Campo d’accoglienza a Coppito. “Campo sportivo, dove con gli scout del C.N.G.E.I. ho fatto servizio durante l’emergenza. Dopo le tende ho visto questo

posto trasformarsi, dal nulla diventare tendopoli e da tendopoli tornare ad essere quello che era, un campo verde. Un po’ malinconica ricordo i momenti di servizio al campo,

ma sono felice per la mia città che le cose vadano avanti.”


di Tommaso Di Biase*

Una scuola

per la ricostruzione

Ennio Flaiano ha frequentato per due anni la Facoltà di Architettura

di Roma. I suoi scritti rivelano una notevole sensibilità per il

paesaggio e l’architettura. Nel suo Diario Notturno, Taccuino 1956,

scrive:

“I dolori della domenica: tornare in un paesetto che non vediamo da due

anni e trovare che l’amministrazione ha fatto degli abbellimenti. La vecchia

e nobile passeggiata è ornata di tubi al neon, c’è un’edicola per la

fermata della corriera, un enorme orinatoio circolare a quattro posti: il

tutto in quello stile ardito e confuso che è lo stile “moderno” tradotto dal geometra

locale. Nel vecchio palazzotto principesco c’è un garage e la facciata

è piena di cartelli pubblicitari. Ah, poter buttare tutto giù, vero sindaco? E

ricostruire daccapo sui nuovi modelli? Una volta i modelli erano la chiesa

e il palazzo, oggi sono il bar e il distributore di benzina. Appena fuori del

paese, le case Fanfani, già sporche. Le Corbusier non ha detto forse che

l’architettura moderna non invecchia, ma si sporca?”

Nel 1956 abitavo in campagna, frequentavo le elementari. Per

arrivare a scuola tutte le mattine percorrevo a piedi oltre un

chilometro di una stradina bianca che scendeva lungo il crinale

della collina. Intorno il paesaggio era quasi intatto e conteneva

ancora la realtà e la possibilità della bellezza. Non potevo certo

immaginare quali disgrazie stessero per abbattersi su quei luoghi

e sulle nostre città. All’epoca, infatti, stava per chiudersi la fase

della ricostruzione post-bellica e iniziava quella fatidica dello sviluppo.

Niente poteva fermarlo. Da adulto ho potuto studiare che

l’urbanistica, con i suoi piani colorati, ci proponeva uno sviluppo

programmato, città belle, con molto verde e servizi, sulla carta

tot metri quadri a persona. Oggi, guardandoci attorno, sappiamo

che purtroppo non era vero e possiamo constatare come è andata

a finire. Flaiano l’aveva capito e lo scriveva, ma non è servito. La

politica non l’ha ancora capito del tutto.

A un anno dal terribile terremoto del 6 Aprile 2009 la cit

dell’Aquila è uno spettro che inquieta le notti dei suoi abitanti,

sparsi e divisi nel territorio. Tutto è ancora da fare. Come?

Si può dire, per riprendere Flaiano, che i modelli per una ricostruzione

corretta sono già contenuti nella città stessa, sono quelli

di una volta. Basta saperli osservare e trarne la lezione che continuano

a darci da secoli. La lezione che sempre una città e i suoi

monumenti ci propongono.

Nella sua storia L’Aquila è stata distrutta e rasa al suolo almeno

sei volte, di cui quattro da terribili terremoti. È stata sempre rico-

struita tenendo conto di quello che c’era prima, con la sapienza e

la cultura del momento storico in cui questo avveniva. Per questo

è una città unica, caratterizzata, più di altre, dal contesto naturale

nel quale si è sviluppata e dalla storia. Per ricostruirla andrà in

primo luogo studiata a fondo e capita, confrontandosi con la sua

forma urbana, con le sue architetture, con gli stili che la contraddistinguono.

Soprattutto scavando la sua anima profonda e estraendo

dal suo interno i materiali per immaginarne il futuro.

Cosa accadrà dal punto di vista della qualità della ricostruzione

sarà decisivo per il futuro della città e assurgerà, per forza di cose,

al rango dell’esemplarità, nel bene o nel male. L’Aquila diventerà

infatti il più grande e importante cantiere di restauro architettonico

del mondo.

Sarà discusso, analizzato, criticato. Poiché sarebbe il caso di occuparsi

del bene, credo che vada colta l’opportunità di trasformare

la sciagura in una grande esperienza culturale e di civiltà. Per fare

questo è necessaria la costruzione di uno strumento forte: una

vera, operativa scuola di architettura del restauro. Una scuola-cantiere

di teorie e tecniche del restauro architettonico, nella quale possano

formarsi e fare esperienza studenti e architetti di tutto il mondo,

che sia inoltre capace di svolgere una funzione di indirizzo del

lavoro di ricostruzione. Una scuola che per sua natura privilegerà

il lavoro collettivo e lo scambio di esperienze, soprattutto la chiarezza

e la comprensibilità delle scelte, la loro effettiva trasparenza

(si fa questo perché…, si fa in questo modo per ottenere questo

risultato…, tra le alternative possibili si è scelto di…, ecc.). Una

scuola che necessariamente dovrà chiamare ad insegnare i migliori

maestri italiani e europei nel campo, sulla base dei titoli scientifici

e delle esperienze fatte, come avviene nelle più prestigiose

università americane e nord europee. Una scuola che servirà a

valorizzare al meglio i tanti studiosi e ricercatori già presenti nel

territorio. Le istituzioni locali, l’università aquilana, i cittadini,

dovranno proporre alla Regione e al governo una specifica legge,

dotata di un finanziamento straordinario, per istituire una tale

scuola, che costituirà, se realizzata, la prima vera pietra della ricostruzione.

Una pietra ben fondata che, in quanto immateriale,

difficilmente potrà cedere alle intemperanze della natura, ma che

al contrario servirà a rafforzare, con un nuovo impulso, l’identità

aquilana di città della ricerca e della cultura.

*Architetto


• Piergiorgio. Davanti ad un lucchetto dove ha scritto (per gioco) le sue iniziali e quelle della ragazza in Via Fortebraccio. “…È strano come quel lucchetto che stava li per

prendere in giro film romantici e strappalacrime sia diventato così importante… Ricorda i momenti allegri e spensierati della normalità… In una strada percorsa mille volte dopo

scuola…”

• Beatrice alla Villa Comunale. “Ed è da qui che partono le mie radici, guardando la mia città, le mie strade, le mie montagne, respirando questa nostra aria aquilana che

da qui ora ha un profumo diverso… pensando che questo posto non è mai cambiato nonostante stia nel cuore della città …”


• Cecilia si fotografa a Piazza Santa Maria in Paganica dove ha ricevuto il Battesimo

e la Prima Comunione e dove i suoi genitori si sono sposati. Sullo sfondo si vedono la

Chiesa, o meglio i suoi resti, dopo il terremoto del 6 Aprile, e la Piazza.

L’associazione Genitori si diventa Onlus è un’associazione

nazionale di volontariato che si occupa del mondo dell’adozione

ponendo al centro il bambino in stato di abbandono.

Per favorire un modo di pensare adulto che ponga al primo

posto i diritti dell’infanzia, Genitori si diventa, promuove la

creazione di reti familiari, realizza interventi di informazione,

preparazione e sensibilizzazione sui temi propri dell’infanzia e

dell’adolescenza, con particolare attenzione al benessere dei

bambini adottati e delle loro famiglie.

Per informazioni: www.genitorisidiventa.org

Sede dell’Aquila: diventareaq@genitorisidiventa.org

Sede di Teramo: diventarete@genitorisidiventa.org.

Il Circolo Arci Querencia ha svolto molte attività sui temi

della legalità, dell’immigrazione, dell’integrazione. Perduta la

sede nel sisma del 6 aprile, ha proseguito l’attività nel campo

di accoglienza di Centi Colella (AQ) contribuendo in modo determinante

alla nascita e alla gestione del Bibliobus. È capofila

del progetto “La Piazza”, un nuovo punto di aggregazione cittadina

dove avranno sede 18 realtà no-profit aquilane.

Info: querenciacircolo@gmail.com e abruzzo2009@arci.it.

Quaderni Aquilani 3

allegato a Vario 72

direttore responsabile Claudio Carella

Aut. Trib. di Pescara 12/87 del 25/11/87Sped. abb. post. GR.IV(70%) Tassa riscossa• Uff. P.T. Pescara Italia

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