Come eravamo - Campo de'fiori

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Come eravamo - Campo de'fiori

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SOMMARIO

Editoriale:.................................... ........2

Intervista:

Pablo e Pedro ................................ .....5

Marco Claderini Nannerini e i ludi

borgiani..................................................41

Ludovica Cenci......................................61

Collezionismo:

Collezionare Cravatte.................... ...6-7

Roma che se n’è andata:

L’osteria romana......................... . .....8-9

Suonare Suonare:

Rondellus “Sabbatum”................10-11-12

Cinema News:

Persona................................................14

Monumenti: vita, vicende, restauri:

L’arco di Costantino..............................19

Vita Cittadina.......................................53

Attualità:

Info Pubblicità

P.za .za della Liberazione 2

01033 Civita Civita

Castellana

T. . 0761.513117

0761.513117

Campo de’ fiori

Roncio d’Oro..........................................21

11° Mini Festival di Viterbo....................56

Calcata, città di Halloween....................25

Tarquinia, innaugurazione parco...........39

Alla memoria di Ivan Rossi...................57

Nasce a Vignanello l’Istituto Midossi....57

Ecologia e ambiente:

Chi produce le polveri sottili.................50

Neuropsichiatria, Psicologia,

Logopedia, Psicopedagogia:

L’abuso sessuale..................................30

Le guide di Campo de’ fiori:

Canepina..........................................22-23

Come eravamo:

Peppe Rossi - una voce, poco fa..........28

Civitonici illustri:

Arcangelo Carabelli...............................33

Arte:

Maria Gabriella Coaccioli.......................18

Antonio Aballe........................................26

Francesca Giustini.................................27

Messaggi:....................... 34-35-36-37

Una “Fabrica” di ricordi:

Cinema Smeraldo..................................48

Il Fumetto:............................................42

L’angolo CIN CIN:................................45

Album dei ricordi.......................46-47-49

Le storie di Max:

Mina.......................................................40

Noel.......................................................52

Annunci Gratuiti.............................58-59

Selezione offerte immobiliari:............62

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di Sandro Anselmi

Un pensionato sorpreso a rubare pane e

formaggio in un supermercato, perdonato

dal proprietario!

Questa notizia è rimbalzata su tutti i giornali

e le televisioni, lasciando sgomenta

tutta quella gente che, ancora oggi, non

ha aperto gli occhi sulla situazione disastrosa

in cui versa la nostra economia.

La manipolazione delle notizie trasmesse

dai mass media, per un buon novanta per

cento, svia l’attenzione del cittadino dagli

enormi problemi che affliggono oggi il

nostro paese e lo prepara ad una fine

indolore, rendendolo ignaro, quasi irresponsabile.

Il tempo è scaduto e stiamo vivendo

un momento epocale!

Le insoddisfazioni si sono cupamente

addensate e stanno oramai esplodendo!

C’è disagio, malessere, rabbia, insofferen-

Campo de’ fiori 3

Caro pane pane

la casta degli onorevoli prìncipi

za verso una classe politica logora, corrotta

ed il popolo è sempre più fermamente

antipolitico.

La satira è consunta, non produce più

effetti, ora occorre fare di più.

Non c’è mai stato nella storia, relativamente

recente, un tale degrado, una così

evidente sperequazione sociale!

Si passa dai 242,00 Euro mensili della pensione

di invalidità di un disabile, unico reddito

con il quale dovrebbe vivere, agli

11.083 Euro al mese di un barbiere del

Senato, ai 19.833 Euro al mese di un

ragioniere della Camera, ai 35.000 Euro al

mese di un nostro deputato europeo, tra

stipendio, indennità aggiuntive e benefit

vari.Un dirigente prende circa 700 volte lo

stipendio di un operaio!!!

E’ l’indigenza per tanti, troppi, e la ricchezza

smodata per pochi altri.

Sofferenze, sacrifici, guerre, sono solo serviti

a consegnare il “bel

paese” a questi “signori”, a

questa “casta di principi”!

Sempre più persone non

arrivano alla quarta settimana.

I discount fanno affari

d’oro e qualche pensionato

si è già organizzato per la

raccolta dei cartoni, per

arrotondare. Le mense della

Caritas sono sempre più

affollate ed il Banco alimentare

sfama tanti altri poveretti.

Il problema è enorme e,

anche se sembra un paradosso,

non è auspicabile che

questa classe politica vada a

casa in questo momento,

perché il popolo, che deve

essere legittimo detentore

di una sana democrazia,

non è pronto ed il potere

ora, andrebbe in mano ai

soli ricchi.

Non basta un Grillo a canta-

re per risolvere, anche se bisogna riconoscere

che ha dimostrato, con inquietante

preoccupazione dei “prìncipi”, che si può

uscire dal circuito dell’informazione tradizionale,

scavalcarla e, usando la rete libera

di internet, arrivare rapidamente alle

masse.

Le sue accuse dirette, il suo linguaggio

colorito, piacciono molto, sono liberatori e

incontrano il favore incondizionato dei giovani

che accorrono sempre più numerosi

alle sue adunate.

D’altronde basta leggere semplicemente

La Casta per avere idea di cosa non possa

accadere nei palazzi del potere.

Nel teatrino politico, ospiti di tutte le trasmissioni

della TV serva di partito, gli onorevoli

partecipanti hanno abbassato i toni

e si dichiarano, ora, tutti d’accordo a diminuire

il numero di parlamentari, ridursi gli

stipendi, a rinunciare ai loro privilegi… ma

sarà vero?

Oppure sarà solo l’effetto Grillo?

Sta di fatto che nel 2006 la camera dei

Deputati costava 981.020.000 Euro, nel

2007 si è passati a 1.011.050.000 Euro e

sono previsti aumenti, nei prossimi tre

anni, del 9,2 %. Per il costo dei viaggi si è

passati dai 6.000.000 di Euro dello scorso

anno ai 7.500.000 di Euro di quest’anno.

Povera Italia sommessa e sottomessa,

poveri giovani, quale futuro?

Rimando il pensiero a quel povero vecchietto

che ha dovuto umiliarsi per

fame…lui, che magari ha consumato la

vita per dare un futuro migliore ai suoi figli

e che si sarà privato di tutto per arrivare a

prendere una pensione da fame… lui, che

non vuole chiedere niente a nessuno…

povero uomo come deve aver sofferto a

sentire il suo caso riportato su tutti i giornali

e telegiornali!

Non t’avvilire, chissà quanti si trovano

nelle tue stesse condizioni!

Si vergognino coloro che ci hanno

ridotto così!


Campo de’ fiori

5

Pablo e Pedro

di Sandro Alessi

La fantasia è una dote che non manca a

Nico Di Rienzo e Fabrizio Nardi,

meglio conosciuti come Pablo & Pedro,

veri dominatori dell’estate romana, che

abbiamo il piacere di incontrare proprio in

occasione della loro ultima serata, nella

suggestiva cornice della manifestazione

“All’Ombra del Colosseo”.

“Siamo molto soddisfatti perché, a partire

dal Luglio scorso, siamo stati tutti i martedì

ospiti di questa splendida manifestazione

riuscendo a realizzare quasi ogni sera il

tutto esaurito. La nostra comicità è stata

premiata dal pubblico che ci è stato sempre

vicino. E pensare che eravamo un po’

titubanti quando l’organizzazione ci offrì

questa occasione, perché comunque sapevamo

che poteva essere un rischio.

Rischiavamo di ripeterci e perciò abbiamo

improntato il nostro spettacolo, oltre che

su quello che è il nostro repertorio, anche

sull’improvvisazione, sul contatto col pubblico

e con lui interagivamo creando ulteriori

situazioni comiche.”

D: Ormai dal lontano 1994 il vostro repertorio

è molto cambiato. Dai piccoli locali,

alla notorietà grazie al programma televisivo

“Seven Show”, dove portavate in

scena numerosi personaggi e sketch, per

arrivare alle partecipazioni a “Scherzi a

parte”, “Beato fra le donne”,

“Maurizio Costanzo Show”…

R: “Siamo consapevoli che la strada è

lunga e bisogna lavorare molto per riconfermarsi

anche nella prossima stagione.

Cercheremo di cambiare, di trovare nuove

cose, nuovi stimoli… Vi

anticipiamo che quest’inverno

saremo a teatro

da gennaio a marzo… tre

mesi in una piccola sala,

il Teatro Testaccio, ma

molto carina ed accogliente

e questo ci darà

modo di essere ancor più

vicini al nostro pubblico”

D: Sono passati tanti

anni e siete ancora insieme…

le coppie scoppiano,

ma voi ancora non ci

siete riusciti… qual’è il

segreto che vi tiene

uniti?

R: “Facile a dirsi: litighiamo

tutti i giorni come

ogni coppia che si rispetti!

…e quindi dopo aver

litigano facciamo pace e

così via tutti i giorni…”

D: Tanti programmi televisivi, piccoli e

grandi spettacoli, insomma qualche soddisfazione

ve la siete tolta….

R: “Vorremmo ricordare una serata indimenticabile

all’Olimpico per Papa

Woitylia… per noi romani tutto quel pubblico…

stare insieme ad ospiti molto più

importanti di noi… un’emozione bellissima,

come quando, lo scorso anno siamo stati

ospiti a Osha’ di Claudio Baglioni, a

Lampedusa, un’altra esperienza meravigliosa…”

D: Uno dei vostri primi sketch era quello

in cui un contadino, tutte le volte, pensava

di entrare in un club privè, ma invece

capitava sempre

in un circolo

sportivo diverso:

tennis, golf,

nuoto, ippica….

Cosa è cambiato

da quei

tempi?

R: “A parte il

fatto che siamo

invecchiati….

Fabrizio ha

perso i capelli,

ha messo la

pancia ed ha

avuto una bambina!

Devo

ammettere –

dice Nico - che

siamo maturati,

è cambiata un

pochino anche

la comicità e ci

siamo adeguati a quelli che sono i tempi.”

D: Fabrizio, se ti dico Roma che mi rispondi?

R: “Forza Roma! Siamo molto legati alla

nostra città e crediamo che la comicità

romana debba avere più spazio e crescere

anche un pochino di mentalità, perchè

abbiamo le doti per stare al passo dei

grandi comici di tutti i tempi

Insomma, crediamo nel gioco, nello scherzo,

nel “rugantinaggio” romanesco… e poi

Roma rappresenta il tutto, è la famiglia, il

tifo calcistico, la mamma…”

Non sono uguali caratterialmente, Pedro

si definisce generoso, impulsivo, estroverso

e permaloso, mentre Pablo è solare e

lunatico, ma li unisce la grande comicità,

che solo insieme riescono ad esprimere

con energia e generosità.

Invitiamo i nostri lettori a seguirli quest’inverno

nei loro show e salutiamo i nostri

due amici con un forte abbraccio e l’augurio

di ritrovarli in scena più forti e più grandi

di prima.

103.900


6

Fra le collezioni

esclusive, bizzarre

o semplicementecuriose,

non poteva

mancare quella

relativa alle cravatte,consideratafondamentale

nella storia

del collezionismo

ed in quel-

di Alfonso Tozzi

la del costume.

Gli studiosi del

settore concordano

nel ritenere che fu Luigi XIV, il Re Sole,

ad “inventare” la cravatta. Il sovrano,

infatti, nella sua opera di riorganizzazione

dell’esercito, costituì, nel 1686, un reggimento

di cavalleria, formato esclusivamente

da mercenari croati: uomini di alta statura,

valorosi, molto resistenti alle fatiche.

Dotò questi soldati

di una divisa marziale,

ben curata e,

come contrassegno

innovativo, impose

una fascia di lino

bianca intorno al

collo fermata con un

nodo: emblema dell’unità

militare.

I soldati combatterono

con ardimento,

si coprirono di

gloria nella famosa

battaglia di Steinquerke

del 1692,

vinta dai Francesi

contro Guglielmo

III d’Orange ed il

re Luigi, per onorare

il successo bellico

dei suoi uomini,

si cinse il collo con

la fascia di lino

bianca. Questo

episodio avrebbe

decretato la nascita

ufficiale della

cravatta.

A proposito di

questa viene tramandato

che, tra i

numerosi nobili cavalieri

che frequentavano

Campo de’ fiori

COLLEZIONAR

Raccolta fascinosa, stravagante, moderna ed

prerogativa di r

la corte, figurava un certo monsieur di

Miramond “cravater” di Sua Maestà, il

quale aveva il compito di presentare quotidianamente

una cesta piena di cravatte,

onde permettere al Sovrano di scegliere

quella da indossare.

Secondo un’altra versione, sostenuta dalla

giornalista Renata Molho, la cravatta

avrebbe origini ancora più antiche: sarebbe

nata in Oriente e arrivata in Europa

grazie alle correnti migratorie che dalla

Mongolia, attraverso le steppe dell’Asia, la

fecero conoscere ai Daci, da cui i Romani

l’avrebbero presa a prestito, chiamandola

“focale”.

Qualunque sia l’origine, sta di fatto che la

cravatta fu considerata, nel corso dei secoli,

come indumento indispensabile dell’abbigliamento

maschile.

Inizialmente l’accessorio non subì modifiche

sostanziali, solo durante il

Romanticismo esplose in tutto il suo splendore

ed inizia ad essere considerato un

segno distintivo di eleganza,

di raffinatezza, strumento

di seduzione. Il

modo, poi, di annodare la

cravatta viene considerato,

ancora oggi, una vera

e propria arte, sembra

addirittura che ne esistano

oltre cento diversi per

poterlo fare. Eloquente,

a questo proposito, un

refrain degli anni “trenta”

che dice: “sapeva cavalcare

/ andare in bicicletta

/ ma il nodo alla cravatta

/ non lo sapeva

fare!”

In linea di massima, si

possono distinguere tre

tipi di cravatte: la

“lunga”, universalmente

conosciuta, quella “a

farfalla”(papillon),

bianca per il frac, nera

per lo smoking, a “plastron”,

senza nodo per

il tight.

Non è ben definita l’epoca

in cui la cravatta

diventa oggetto di

collezione; tuttavia le

prime raccolte di cui si

ha notizia risalgono alla

fine dell’Ottocento e

si riferiscono, essenzialmente,

alle cravatte

reggimentali a

strisce, di colori alternati

o a tinta

unica, con piccoli

fregi.

Questo tipo di collezionismo

è seguito

soprattutto in Gran

Bretagna, dove ogni

reggimento reale è

contraddistinto da

cravatte con colori

diversi e particolari,

così come costituiscono

anche un

segno distintivo ufficiale

all’interno dei

vari club. Il più grande

collezionista italiano

di questo settore

è Giuseppe

Sabini, il “conte” del

golf nazionale, con

oltre 200 simboli di

circoli diversi.

Con l’epoca moderna

la cravatta si trasforma

e domina,

spesso, in tutta la

sua stravaganza.

Agli inizi degli anni

Quaranta si notano cravatte con soggetti

western, floreali, surreali, con pennini,

biglie, animaletti o richiamatesi all’arte primitiva

africana, americana, indiana, con

pubblicità e via dicendo.

Anche il materiale con cui sono confezionate

si diversifica: non solo più seta, ma

pelle, rafia, materie plastiche, raso, cotone,

rayon, ecc.

Famose le cravatte americane del 1948-

1950, con le meravigliose pin-up firmate

da Vanheusen, oggi molto ricercate dai

collezionisti e molto quotate, così come lo

sono quelle firmate da Salvador Dalì,

Veronesi, Jacchetti, Marinella, Moschino,

Anselmo Dionisio, Paolo Da Ponte, Hubert,

MacMillan, tanto per citarne alcuni.

Richiestissime le cravatte d’autore:

Hermés, Byblos, Montana, Balmain,

Pancaldi e quelle esclusive di Stefano

Ricci, autore della cravatta più costosa del

mondo, un pezzo unico valutato intorno


Campo de’ fiori 7

E CRAVATTE

elegante, eccentrica, ma sempre originale,

affinati cultori

alle 500 mila delle vecchie

lire.

I maggiori “focalofilis” (dal

latino focale/focalis per

indicare i cultori di cravatte)

sono gli americani,

seguiti dagli inglesi, i

quali riescono a trovare

“pezzi” per le loro raccolte

non solo nelle numerose

aste, ma in speciali

negozi di Londra e di

New York. Anche il

nutrito stuolo di italiani

riesce ad approvvigionarsi

presso negozietti

particolari e tiene

testa al collezionismo

internazionale.

Fra i maggiori del

nostro Paese ricordiamo

Gianfranco Liverani

di Ravenna, Vittorino

Pia di Asti e Antonello

Grimaldi di Milano, il quale

ricerca cravatte molto lunghe.

E’ opportuno segnalare che Alberto

Moravia aveva oltre trecento cravatte e

sosteneva che “l’uomo moderno possiede

un solo accessorio che gli permette di rivelare

la sua visione del mondo: la “cravatta”,

mentre Luca Goldoni era convinto che

la cravatta “è la spia del nostro umore e

della nostra creatività. L’ultimo gesto di

follia che ci rimane”.

Per finire, qualche curiosità relativa alla

cravatta: quella più lunga del mondo

venne realizzata negli anni Novanta dagli

studenti dell’ Istituto Tecnico di Lilla

(Francia), misurava 195 metri e 74 cm e

venne annodata intorno al campanile del

comune.

Alla fine dell’Ottocento veniva pubblicato a

New York un particolarissimo quotidiano,

composto da un solo foglio stampato su

seta, “The World” che, al termine della lettura,

poteva essere annodato al collo.

Dulcis in fundo: le Poste Croate, nel 1995,

emisero un foglietto filatelico per celebrare

le grandi date della storia della cravatta.

1995 - Poste Croate

foglietto filatelico

celebrativo storia della cravatta


8

L’Osteria romana, un luogo che da sempre

è riuscito a sedurre artisti, poeti e scrittori

ma non solo, tant’è che una semplice e

modesta Osteria, che sorgeva in prossimità

del Teatro di Marcello, nel cuore del

Rione Campitelli, venne immortalata da

Wolfgang Goethe nelle sue “Romische

Elegien” e lo scrittore tedesco Hans Barth,

nell’ormai lontano 1910, dette alle stampe,

tradotta in italiano, una attenta “Guida

delle Osterie italiane da Verona a Capri”,

nella quale si soffermava, in particolare,

sulle Osterie romane, pubblicazione che,

come ricordato in altra occasione, ricevette

l’incondizionata approvazione e ammirazione

di Gabriele D’Annunzio.

L’Osteria romana è sempre stata il posto

d’incontro ideale per innumerevoli personalità

della cultura, molte delle quali, furono

costrette a separarsi a causa delle due

guerre mondiali del secolo scorso, ma,

subito dopo gli anni ‘50, puntualmente si

ritrovarono e nuovamente qui si riunirono,

sia pure nel contesto di una atmosfera

completamente sovvertita.

In quegli anni, correva il febbraio del

1958, per lodevole iniziativa di alcuni

redattori della rivista Fiera Letteraria, sorgeva

il “Premio Tor Morgana”, con riferimento

alla Piazza Morgana, nato con la

Campo de’ fiori

Roma che se n’è andata: luoghi

L’OSTERIA ROMANA: un monumen

finalità di premiare, naturalmente in

Trattoria (quale luogo sarebbe stato più

adatto?), rappresentanti della cultura e

dell’arte, tra cui: Jean-Paul-Sartre,

Giuseppe Ungaretti, Anna Magnani,

Giacomo Manzù, Raphael Alberti, Eduardo

De Filippo e ancora Giorgio Strehler,

Severino Gazzelloni, Giorgio De Chirico.

Ti sembra poco?

In un’altra nota Osteria romana di

Trastevere, come già ricordato altrove, fa

bella mostra un ormai storico pannello

fotografico, che ritrae i “Romani della

Cisterna”, ossia i progenitori più spassosi e

maggiormente dotati fra i cosiddetti

“Romanisti”; qui siedono Trilussa e

Petrolini e ai lati, in piedi o seduti, altri noti

personaggi tra i quali spiccano Augusto

Jandolo, Ettore Voe, Ceccarius - al secolo

Giuseppe Ceccarelli - Silvio D’Amico e, fra

il poeta e l’attore, per acquisito diritto politico,

Giuseppe Bottai, all’epoca Ministro,

Gerarca e Governatore di Roma.

Voglio ancora ricordare come nel 1949, in

un dopoguerra ancora ricco di fermenti e

speranze, in questa stessa Osteria si riuniva

la sezione romana del “Comitato permanente

per la pace”, a cui parteciparono,

tra gli altri, Pablo Picasso e Renato

Guttuso.

L’Osteria romana, a mio modesto e del

tutto trascurabile parere, è un luogo che,

riuscendo a trasmettere un messaggio di

cultura e buongusto, andrebbe tutelato

come fosse un monumento storico e, mentre

continuano senza soluzione i troppi

discorsi sulla cucina e sui vini, è forse questa

un’occasione per tentare un sia pur piccolo

bilancio dell’Osteria romana che, nel

passato e ancora nel presente, comprendendo

tutta una vasta gamma di locali che

vanno dalla semplice trattoria al ristorante,

costituisce uno straordinario punto di

osservazione dei costumi e delle abitudini

di questo popolo: è questa la fonte diretta

delle tradizioni più genuine.

Inizialmente in quelle Osterie, che potevano

vantare almeno mezzo secolo di vita, gli

avventori andavano a bere un buon bicchiere

di vino e giocare a carte.

Successivamente, bastò aggiungere un

fornello per autorizzare l’Oste ad esporre

un’insegna con la scritta Osteria con cucina.

Vero è che, per parecchio tempo ancora, in

quei mitici locali la principale attività continuò

ad essere quella originaria, ma, è pur

vero che, un po’ per volta, cominciarono

ad affermarsi le varie specializzazioni culinarie,

che avrebbero in seguito contraddistinto

e caratterizzato ogni singolo locale.

Nascono così le fettuccine al sugo, all’amatriciana

o alla carbonara; nasce la zuppa di

pesce preparata con maestria in alcune

Osterie di Trastevere; nasce quell’impareggiabile

piatto, ricompreso tra le minestre,

che è la stracciatella, da consumarsi rigorosamente

dopo gli antipasti e prima delle

paste asciutte, sul quale Elio Spasiano scriveva:

“ … a fa’ la stracciatella è come un gioco /


Campo de’ fiori 9

, figure, personaggi

to storico da salvaguardare di Riccardo Consoli

pija du’ litri e mezzo de brodino … / sbatti

quattr’ova assieme ar semolino / e ar parmiggiano

… un po de noce moscata … /

mò la pila arza er bollore / sverzece tutto,

mischia e falla coce / per tre minuti boni e

hai già finito. / La stracciatella è pronta e

un bòn odore / vedrai che te risveja l’appetito

… “

Nascono ancora i maccheroni alla chitarra,

l’abbacchio al forno, i saltimbocca e la trippa

alla romana, la coratella con i carciofi e,

volendo qui interrompere quella che

sarebbe una troppo lunga elencazione,

non posso non citare il pollo al tegame

che, pare fosse molto gradito a Trilussa:

“ … a la gallina, povera bestiola, / j’hanno

ammazzato er pollo. Un vecchio gatto, /

che s’è trovato ar fatto, / je porta la notizia

e la consola: / nun ha fiatato, nun ha

detto un’à! / Da si che monno è monno,

nessun pollo / s’è fatto tirà er collo / co’

tanta dignità … “

“ … La vedova sospira e se commove: /

Chi è stato! Er coco? Sempre quell’infame!

/ e dove me l’ha cotto? Ner tegame co’ le

patate nove … “

Ma ripercorriamo il centro storico per

ricordare come, in epoca antecedente, gli

storici sventramenti, in una Roma ancora

papalina, si nascondevano in un ammasso

di vicoli e di casupole, tra le quali si trovava

qualche piccola Osteria dalle caratteri-

stiche stanze affumicate

e le pareti

dipinte. Non è difficile

immaginare

questi tipici locali,

provvisti di tavoli

e sedie di legno,

che ospitavano

assidui frequentatori,

i quali, dopo

aver consumato il

loro pasto, si

impegnavano al

gioco delle carte o

della passatella.

E’ esistito un

tempo durante il

quale le strade

che collegavano la città ai Castelli, piuttosto

che alle località dell’alto Lazio e della

vicina Umbria, erano costellate da Casali -

Osterie, autentici caposaldi, luoghi dove si

potevano consumare ottimi pasti e che

assolvevano anche alla funzione di locanda.

Numerose le Stazioni di Posta, storici luoghi

d’incontro, passaggi obbligati, sempre

affollati da mercanti e viaggiatori, locali

che per un lunghissimo periodo hanno

mantenuto intatti l’originaria insegna, il

portone d’ingresso delle carrozze, gli anelli

fissati ai muri, le cosiddette cincinelle,

alle quali venivano attaccate le briglie dei

cavalli e, in alcuni di questi locali, potevi

anche trovare un’edificante insegna con la

scritta Albergo e Osteria per cavalli, vetture

e carretti, con annesso spaccio di fieno,

un distributore di quell’epoca in buona

sostanza.

Cosa rimane ai giorni nostri di questi mitici

locali? Molto poco per la verità!

Nella maggior parte dei casi quelle vecchie

Osterie, i Casali e le Stazioni di Posta

hanno subito radicali trasformazioni, divenendo

moderni ristoranti che, adeguatamente

attrezzati, riescono a sostenere gli

assalti domenicali di centinaia di persone.

Eppure, anche ai giorni nostri, sopravvive

qualcosa di quelle che furono le vecchie e

gloriose Osterie!

La figura dell’Oste, per esempio, che, quasi

sempre coadiuvato dalla propria moglie, è

riuscito a conservare quella tradizionale

riservatezza e simpatia, che gli consente di

mantenere una misura umana, pur in

un’epoca di notevoli cambiamenti. Alla sua

persona è affidata la gestione di questi

ancora mitici locali, al cui interno egli agisce

in maniera esclusiva, come una sorta

di moderno castellano, autentico e perfetto

amministratore di quello che costituisce

il suo piccolo regno.

La figura dell’Oste mi riporta alla memoria

la Sora Lella, ossia la Signora Elena

Trabalza, sorella di Aldo Fabrizi, che ha

tenuto la scena per più di mezzo secolo,

occupando, per più di venticinque anni, il

pianoterra della Torre dei Caetani,

sull’Isola Tiberina, quella stessa Torre

dove, nell’anno mille, soggiornò la

Contessa Matilde di Canossa, la quale, nell’adiacente

Convento di San Bartolomeo,

riuscì a proteggere i Papi Vittore III,

Dauferio di Benevento, 1086 - 1087 e

Urbano II, Ottone di Lagery, 1088 - 1089,

che non se la passavano molto bene

essendo quello un periodo ricco di antipapi.

La Sora Lella ha rappresentato un pezzo

della storia di Roma del secolo scorso,

essendo stata una delle poche persone

che, assieme al fratello Aldo, è riuscita a

farci ancora rivivere quelle atmosfere del

tutto particolari, che spero di essere riuscito

a descrivere, un’aria di dignitosa convivialità,

destinata ormai a scomparire.

Quale il possibile legame con la famosa

Osteria romana del passato?

Probabilmente soltanto qualche tipica

Fiaschetteria dove, ancora oggi, puoi consumare

alcuni piatti della trazione accompagnati

naturalmente dal vino dei Castelli.


10

Campo de’ fiori

rondelluS SaBBatum

Strumenti e voci antiche co

“Col sapor di cioccolato rende il latte

prelibato!” C’era scritto ancora così sulla

consumata etichetta di un barattolo giallo

di plastica, nascosto, insieme ad altri recipienti

di forme e grandezze varie, dietro

un “muro” di cd. Era stato il contenitore di

un famoso preparato in polvere al gusto di

cioccolato ed un coniglio “cartoon-style”,

suo testimonial per stampa e tv, mi faceva

“Ok” dalla sagoma impressa sul tappo.

Esaurita, molti anni fa la prioritaria missione

di contenitore alimentare, quella scatola

evitò la brutta fine nel bidone della

spazzatura, grazie al suo aspetto: la forma

di un mattoncino il minimo ingombrante,

dal colore sgargiante … un giallo senz’altro

“acchiappabimbi”, un odor residuo …

ancora invitante! Era fatta! All’epoca, parliamo

del 1984/5, senza troppa burocrazia,

lo riciclai come “soffitta pocket”! E mi spiego.

Ho da molti anni l’abitudine di conservare

piccoli oggetti, ricordi di qualche viaggio

o circostanze particolari, articoli interessanti

e notizie curiose … ma dove riporli?

Iniziai, per caso, forse spinto da un

momento di fretta, ad utilizzare barattoli

precedentemente usati … che so … per

contenere mozzarelle, salviette igieniche,

orzo, etc … e giù ad ammonticchiarli in un

nuovo, speciale “supermercato”: gli scaffa-

li della mia libreria! Riaperti a distanza di

anni (almeno 20!), quei contenitori hanno

il fascino che per un archeologo ha un terreno

sul quale condurre un’indagine stratigrafica.

Così, a partire dallo “strato” più

recente, quello più prossimo all’apertura

del barattolo per intenderci, andavo a

estrarre ritaglietti di giornali, una scheda

telefonica emessa dalla compagnia dei

telefoni Belga, un frammento di ammortizzatore

di un vecchio locomotore, trofeo

derivato dallo smantellamento di una stazione

ferroviaria, una vertebra umana … la

settima … ricordo di studi intrapresi e naufragati

in medicina, ed ancora, un glorioso

gettone telefonico dell’era del bronzo della

Sip, una moneta con foro centrale dall’estremo

Oriente … un biglietto di un concerto

a Roma dei Black Sabbath …

AAALT, fermate quelle mani!!! E chi

se lo ricordava di averli visti? Qui lo

“scavo” nelle profondità del barattolo si

arrestava e scattava la fase di recupero

dei ricordi, in verità lacunosi! Con qualche

contributo dal web e un “gira e rigira” fra

le mani del biglietto repertato … profumato

al cioccolato, potevo esser certo che

era stata la sera del 12 dicembre del 1987,

faceva freddo e pioveva a catinelle … ma

che dico a bidoni, quando ebbi la “visione”

dei mitici BLACK SABBATH, formazione

seminale dell’hard rock, attiva dalla fine

dei ’60 ed ispiratrice di tanti e tanti gruppi

nei decenni successivi. Per la verità del

glorioso quartetto di Birmingham era

rimasto solo il chitarrista Tony Iommi e i

grandi album, gli hits della band erano

stati già abbondantemente pubblicati nel

corso degli anni ’70, dalla formazione storica

che allineava oltre al già citato Iommi,

il bassista Geezer Butler, il batterista Bill

Ward e il carismatico “Mr Madman” Ozzy

Osbourne alla voce (quello per intenderci

reso arcinoto a tutti dal reality show di

MTV “The Osbournes” … ma questa è

un’altra storia, davvero trascurabile per il

nostro “benessere” intellettuale!).

Nonostante i “ranghi ridotti”, il sol marchio

“BLACK SABBATH” bastò per far convergere

duemila o poco più spettatori (così

riporta il ben fatto “fans sito” Italiano

www.blackbloodysabbath.it nella sezione

“curiosita”) in uno sperduto ed angusto

cinema–teatro di Casal Palocco (ndr: è

una zona residenziale tra Roma e Ostia),

scelto all’ultimo momento (davvero!), da

un improvvido promoter che scorrazzava

all’epoca sulla piazza romana, come alternativa

al PalaEur, in considerazione dei dati

di prevendita, economicamente insufficienti

per giustificare l’impiego della più

ampia struttura Romana! Ricordo uno spostamento

“biblico” effettuato con i mezzi

pubblici stazionanti nei pressi del laghetto

dell’Eur, letteralmente presi d’assalto da

una folla giustamente inferocita per l’improvviso

e poco assistito cambio di programma.

Una “fossa infernale” all’interno

del locale, un concerto disturbato dallo

scompiglio, all’interno e all’esterno, causato

dal malumore di tutti i convenuti che,

entrati o rimasti fuori per ovvi motivi di

capienza della nuova “location” (400/500

posti), facevano i conti con forze dell’ordine

allo sbaraglio, prese alla sprovvista

dalla mala piega assunta dall’evento. Nel

pesante parapiglia di quella sera, la possente

musica dei Black Sabbath costituì un

rumore di fondo al vero concerto inscenato

dalle sirene, dal fuggi fuggi di strada e

dal frastuono determinatosi in sala.

“Sfrega di qua, sfrega di là” il biglietto

avrebbe continuato a “parlare” e la mia

testa a rimuginare sull’appassionata “militanza

hard & heavy …. vabbè metallara” in

quegli anni ‘70 ed ‘80, quando due squillanti

scampanellate all’uscio di casa mi

riportarono alla realtà … era l’abituale

postino che, con fare svelto, mi sottopose

il suo blocchetto e sollecitò , dileguandosi

in un batter d’occhio! Ripresomi

da quella fugace apparizione del portalettere,

iniziai a scartare quei pacchetti


Campo de’ fiori

nvertono i Black SaBBath!

Uomini, donne e strumenti...

tipici del Rondellus

ancora a porta aperta, tanto era stata l’attesa

del loro arrivo e, il pensiero del loro

contenuto, cds “of course”, organizzò i

successivi momenti di ascolto a “porte

chiuse”! Diverse nuove “attese” per le mie

orecchie, ma su tutte aspettavo al varco

con grande curiosità mista a perplessità,

un cd particolare … moltoooo particolare:

“SABBATUM” dell’ensemble Estone

“RONDELLUS”, un’opera concepita come

un tributo del tutto … ANTICO ai grandi

Black Sabbath! 12 imprescindibili brani

dal repertorio “Sabbathiano” degli anni

’70, denudati delle loro dirompenti sonorità,

delle memorabili sequenze e ritmi,

sono stati scritti “a nuovo” immaginandoli

“antichi”, come fossero stati ispirati direttamente

in piena epoca medioevale e rinascimentale,

con i testi “Sabbathiani” tradotti

in Latino e le linee vocali quali fondamentali

ponti di relazione con gli originali!

“RONDELLUS” dalla Repubblica di

Estonia, creatura musicale dei “sister &

brother” pluristrumentisti Staak, Maria e

Robert, è una formazione sorta nel 1993 e

dedita alla divulgazione della musica

cosiddetta “antica”, quella prodotta nel

medioevo e nel rinascimento. Altri validi

musicisti collaborano, dal vivo e nelle registrazioni,

con gli Staak, ampliando così le

possibilità sonore e vocali, gli arrangiamenti

derivanti dagli utilizzi dei diversi

affascinanti strumenti d’epoca. In quasi 15

anni di attività professionale, “RONDEL-

LUS” vanta molti concerti, anche a livello

internazionale, e diverse produzioni discografiche,

talvolta edite in collaborazione

con la radio pubblica Estone: “CARMINA

SANCTORUM”, una raccolta di musica

medioevale di autori vari, di ispirazione

sacra dedicata al culto dei Santi; “SECU-

LAR MUSIC IN FRANCE FROM THE

XIVth-XVth CENTURY”; “SANCTUM

ROSARIUM” - canzoni sacre medioevali

ispirate alle “decine” del Santo Rosario …

e poi, nel 2003, arriva “SABBATUM”, il

tributo musicale più originale che (non) si

poteva immaginare verso i grandi rockers

BLACK SABBATH! AFFASCINANTE, tanto

che, “sic et simpliciter”, ho raggiunto

“messer” Robert Staak per comprendere

meglio la genesi del progetto “SABBA-

TUM”. ……..

e via con le “interrogatiunculas”.

Carlo: Ciao Robert, grazie per la tua

ampia disponibilità! Vorrei far conoscere ai

lettori di CAMPO DE’ FIORI come è scaturita

l’idea di realizzare un tributo alla

vostra maniera nei confronti dei grandi

Black Sabbath?

Robert: L’idea, in verità, è da attribuire al

37enne produttore e musicista Mihkel

Raud, anche lui come noi Estone … inizialmente

la sua proposta ci sembrò un po’

stramba e gli chiedemmo tempo per rifletterci;

in quel periodo, era il 2002, non avevamo

impegni particolari e insieme al resto

dei ragazzi dei “Rondellus” riflettemmo e

maturammo la decisione di accettare la

proposta di Mihkel, che avrebbe potuto

rappresentare un’interessante opportunità

a livello internazionale per il nostro

ensemble. Devo dire che, superato lo

shock iniziale, accettammo le “intenzioni”

di Mihkel con grande entusiasmo e il

nostro preventivo giudizio di un disegno

“folle”, si trasformò in una visione sicuramente

originale della musica dei Black

Sabbath! Ecco, “SABBATUM” è stato, sin

dall’inizio, concepito e perseguito come un

progetto che doveva suonare originale,

seppure sarebbe stato etichettato come

11

di Carlo Cattani

un tributo!

Carlo: Illustrami i criteri di scelta dall’ampio

repertorio dei Black Sabbath, che vi

hanno portato a “stringere” l’interesse sui

12 brani del vostro cd “SABBATUM”:

quali entusiasmi nelle scelte e quali difficoltà

nella loro “investitura medievale”?

Robert: Avendo tutti noi molti anni di attività

musicale professionistica alle spalle,

soprattutto nel settore della musica antica,

la scelta dei brani è stata orientata da due

motivi principali: la convinzione che alcune

composizioni dei Black Sabbath erano già

musicalmente predisposte ad una reinvenzione

in chiave medioevale; l’analisi

dei testi originali delle 12 canzoni selezionate;

poichè si prestavano al progetto di

un “back to the middleage” … mi spiego:

le melodie di diverse canzoni dei grandi

“Sabbath” si adattano a quelle tipiche nel

XIV secolo … nel lavoro di studio del repertorio

della band di Birmingham il nostro

approccio è stato come quello che normalmente

abbiamo con la “musica antica”: ci

siamo avvicinati ai brani immaginandoli

reperiti da antichi manoscritti dell’epoca

medioevale e, così operando, gli arrangiamenti

ci sono venuti “spontanei”…

come il lavoro normalmente effettuato nel

nostro settore musicale specifico.

continua a pag. 12.......

Maria Staak


12

Robert Staak

C’è da aggiungere che nelle partiture

medievali non ci sono schemi rigidi per

quanto attiene i valori delle note e il ritmo,

cosicché è lasciato ampio margine di interpretazione

quando si rappresentano queste

melodie … per questo motivo, inizialmente,

potrebbe esserci qualche attimo di

perplessità nel riconoscere il brano originale

dei “Sabbath”, cito ad esempio la versione

di “Symptom of the universe”, da noi

tradotta in Latino come “Symptoma

mundi” e di “After forever”, tradotta in

“Post aeternitatem” … ma per chi volesse

controllare, la linea melodica originale …

c’è tutta! Abbiamo scritto le

partiture definitive di queste

rielaborazioni “Sabbathiane”

senza definire il ritmo e

valori alle note, interpretando

i brani alla maniera

dei canti Gregoriani. Per

alcune composizioni, mi

riferisco a “WAR PIGS” - la

nostra “Verres militares”,

“AFTER FOREVER” / “Post

aeternitatem” e “WHEELS

OF CONFUSION/”Rotae

confusionis”, abbiamo aggiunto

dei controcanti, composti

nello stile della musica

medievale. Per altre, abbiamo

introdotto alcuni strumenti

d’epoca per creare la

base alla linea canora. Di

volta in volta, nell’affrontare

la progettazione dei brani,

abbiamo dibattuto sull’impiego

degli strumenti e sugli

specifici arrangiamenti, perché

tutto suonasse naturale

e cogliesse, comunque, l’atmosfera

emanata dai testi

originali dei Black Sabbath

… ma siamo stati attenti

Campo de’ fiori

anche a non standardizzare i “principi della

musica antica”, per conferire particolarità

ad ognuno dei brani presi in considerazione

… insomma un lavoro di fine cesello per

seguire i canoni di scrittura musicale in

voga nel XIV secolo. …. Unica eccezione al

metodo descritto è stata fatta per “SPIRAL

ARCHITECT” /”Architectus urbis caelestis”,

dove la linea canora che riprende il verso

originale è stata sostenuta da un suono

ed un arrangiamento di liuto, tipico del XVI

secolo.

Carlo: Robert , vi ha contattato qualcuno

dei Black Sabbath per darvi un giudizio sul

lavoro pubblicato?

Robert: Si, terminato il lavoro, quando

eravamo prossimi alla pubblicazione ufficiale

del cd “SABBATUM”, ne abbiamo

spedito una copia a ciascuno della formazione

storica della Band: Ozzy

Osbourne,Tony Iommi, Bill Ward, Geezer

Butler … tutti ci hanno espresso il loro

favore al progetto, in particolare Bill Ward

ha scritto al produttore Mihkel Raud e ti

riporto fedelmente quelle righe, per noi, di

grande orgoglio … dunque, Bill Ward ci

scrisse: “Hey Guys/Ladies”: I love your

translations of the Sabbath songs. Please

excuse my tardy response. I feel you’ve

taken the music to a whole new place. Full

of surprises. I find your renditions very

interesting and excellently played. You

have a great sound. I will air a couple of

tracks on a radio show I do here in

Southern California, it’s Rock 50, available

on the Internet. All the best in the future,

Very sincerely, Bill Ward

Carlo: Visto il successo di critica e di pubblico

suscitato da “SABBATUM”, è ipotizzabile

un vostro nuovo lavoro “osservando”

altre bands?

Robert: Sinceramente, ad oggi non abbia-

RONDELLUS in concerto

mo progetti in tal senso ma “Never say

….never”

Carlo: Mi racconti un aneddoto legato a

questa realizzazione …

Robert: Vediamo un po’ … si, eccolo … ad

Helsinki durante l’esecuzione di “PLANET

CARAVAN”/la nostra “Planetarum vagatio”,

nel bel mezzo del brano, abbiamo sentito

provenire dal pubblico un distinto fischiettio

della melodia del pezzo … senza ombra

di dubbio un “Sabbath fan” ... non ci era

mai accaduto un fatto del genere per brani

di musica antica … la forza del rock!!!

Carlo: Ritenete di aver ottenuto un incremento

di pubblico a seguito di “SABBA-

TUM”?

Robert: Senz’altro, abbiamo portato dalla

nostra parte più di un fan dei Black

Sabbath e il loro entusiasmo si sente ai

concerti!

Carlo: Avete mai suonato nel nostro

Paese?

Robert: Si, in due occasioni: un festival di

musica antica nella cittadina di Anagni e a

Roma per una manifestazione denominata

“European Day” dove rappresentavamo

l’Estonia quale uno dei paesi membri

dell’EU.

La “singolare” realizzazione dei “RON-

DELLUS” può offrirvi un varco per accedere

ad un periodo della storia della musica

relegato ad una ristretta cerchia di cultori

e scoprire strumenti dalle sonorità

affascinanti quanto distanti dai nostri

tempi … traghettati dai BLACK SABBATH,

perché no?

(Riferimenti per contatti e acquisto

del cd al prezzo di $ 16,95 tutto compreso:

www.rondellus.ee; e-mail:

robert@rondellus.ee)


14

di

M. Cristina Caponi

Per onorare la memoria

di un genio della

cinematografia

moderna come Ingmar

Bergman, morto

lo scorso 30 luglio,

desideriamo analizzare

una delle sue opere

più celebri e più controverse:

Persona.

Per la prima volta nel

1966, il pubblico non

svedese poté finalmente apprezzare un

film di Bergman in versione integrale. Era

Persona. Tale opera non subì il linciaggio

dei censori, come invece era avvenuto al

precedente Il silenzio, implacabilmente

sforbiciato nell’edizione italiana (vedasi a

tal senso la manipolazione dei dialoghi).

In latino, il vocabolo dramatis persona rinvia

ad un significato implicitamente collegato

al mondo teatrale. Infatti, tale termine

era in uso presso gli antichi per designare

la maschera dell’attore, che copriva

tutto il volto dell’interprete e cangiava

secondo i ruoli e i personaggi. Ma, in altra

accezione, denotava altresì l’individuo

umano, il suo carattere e la sua parte. Il

tema della maschera è sempre stato caro

all’autore de Il settimo sigillo, sin dalla sua

prima infanzia. In Persona, Bergman si

giova della polisemia di tale lemma (precedentemente

esaminata) per connotare il

suo film sin dal titolo, essendosi accorto

che il soggetto della sua opera è la

maschera che gli individui indossano quo-

tidianamente 1 . Non stupisca, quindi, che

fra le protagoniste del suo ventiseiesimo

lungometraggio figuri un’attrice dalla fama

internazionale, ovvero Elisabeth Vogler

(Liv Ullmann). È proprio lei a reagire al

mondo esterno, brandendo, come arma, il

suo impenetrabile silenzio. Il tacere è la

sua personale forma di protesta. Invero, la

sua presa di coscienza radicale si manifesta

in un’alienazione mostruosa, che

manda irrimediabilmente in frantumi qualsiasi

forma di speranza e illusione.

Elisabeth perviene alla soglia di un egoistico

nichilismo, esattamente nel momento

in cui calca le assi del palcoscenico nelle

vesti de l’Elettra di Sofocle; in quell’istante,

la commediante interrompe le sue battute

e si guarda intorno con aria spaesata.

Il giorno dopo non si recherà alle prove.

Ma un’altra recita, più intima e ostinata, la

giovane donna continuerà a portare avanti:

la messinscena di un mutismo ostinato

ed intransigente. A costei Bergman oppone,

accomunandone i destini, la disponibile

infermiera Alma (Bibi Andersson).

Quest’ultima, seppur irrimediabilmente

pigra, è sempre disponibile ad evolversi, a

cambiare.

Intorno al tema del silenzio, il desiderio di

Campo de’ fiori

comunicare d’Alma si evidenzia in varie

battute del film: in una scena chiave, l’infermiera

sollecita la sua paziente a bofonchiare

qualche parola (“Vorrei che tu parlassi,

non c’è bisogno che tu dica niente di

speciale. Non possiamo parlare alcuni

minuti, oppure solo un minuto?”) perché,

afferma, è snervante rapportarsi con chi è

chiuso nel proprio oblio. Alla fine con un

sussulto d’amarezza, lo spettatore potrà

udire Elisabeth pronunciare un solo, distinto

termine: “Nulla”, a cui fa seguito quel

“Così va bene, così deve essere” detto da

Alma, che chiude il monologo. L’assunto

nichilistico finale è del tutto spiazzante.

La lezione che Bergman impartisce al pubblico

europeo è quella liberazione del dialogo

a vantaggio della rivelazione illimitata

della vita psichica segreta, per cui Alma

parla in prima, seconda e terza persona: è

insieme il soggetto parlante e l’oggetto di

cui si parla. Tutto si riduce a monologo, su

cui giganteggia l’immagine visiva, un’immagine

studiata in maniera esemplare dal

cineasta svedese, che usa con gran maestria

il bianco e il nero come se si trattasse

di un film a colori. Dalla visione della

pellicola si arguisce come fra le due protagoniste

si sviluppi un larvale legame

umano, tanto che Alma giunge addirittura

a confidare all’attrice un orgiastico

amplesso in riva al mare, insieme ad uno

sconosciuto. Da tale peccaminosa passione

ne deriverà la minaccia di un’imprevista

maternità, presto dileguatasi grazie ad un

aborto spontaneo. In seguito a ciò,

entrambe proveranno una reciproca attrazione

l’una verso l’altra, a cui faranno

seguito attimi di violenta repulsione:

Elisabeth giungerà a schiaffeggiare Alma,

mentre costei si graffierà sul braccio e le

farà succhiare il proprio sangue.

Totalmente inutile l’istantaneo rimorso dell’infermiera.

Fra loro, quindi, non s’instau-

Persona

Persona

ra un clima basato sul rispetto reciproco,

piuttosto un latente istinto di sopraffazione,

scatenato dall’incidente della lettera

provocatoria. Nel corso del film, Alma

diverrà la proiezione soggettiva

d’Elisabeth: le loro personalità si sovrapporranno,

fino a fondersi in un unico eidos.

Con Persona, perciò, l’artista svedese

approda ad una cosiddetta drammaturgia

dell’Io, le cui radici risalgono ad autori teatrali

del calibro di Strindberg e Ibsen.

Quello che il regista imprime sulla pellicola

non è altro che lo scontro dialettico fra

due aspetti di una stessa personalità, concretizzatisi

in due differenti personaggi.

Per indicare il rapporto che si sviluppa tra

le due protagoniste del lungometraggio

datato 1966, la critica ha coniato l’espressione:

“Vampirismo intellettualizzato”.

Nella sua lunga carriera di cineasta,

Bergman ha dapprima confezionato prodotti

filmici in cui si alternano i destini di

numerosi soggetti, per poi passare ad

opere con pochissimi characters (l’esempio

più eclatante è Il silenzio), fino a giungere

con Persona ad un unico protagonista;

ad un unico grande volto che fagocita

in sé la parte destra del viso d’Elisabeth e

quella sinistra d’Alma. A tale astratta effigie,

tende invano la mano il bambino del

prologo. Egli è il figlio non amato della

grand’attrice Elisabeth Vogler.

Gli esterni di Persona, insieme ad uno sparuto

gruppo di film quali: Come in uno

specchio, L’ora del lupo, La vergogna e

Passione, sono stati tutti girati sull’isola di

Fårö. L’atmosfera selvaggia e solitaria che

questa landa emana si uniforma perfettamente

allo stato mentale e sentimentale

delle due donne; in tal guisa il merito di

Bergman è stato quello di ritagliare uno

spazio scenografico adatto ad amplificare

la loro condizione di profonda solitudine e

irrealtà.

Per concludere, le emozioni che il regista

svedese ci ha trasmesso attraverso i suoi

film rimarranno sempre vive nei nostri

cuori e di ciò lo ringraziamo.


Un marchio registrato anche presso l’ufficio brevetti della camera di commercio, proprio per tutelare la professionalità dell’unica vera scuola

di danza a Civita Castellana e nella provincia di Viterbo, e per la necessità di sottolineare la profonda differenza strutturale e didattica che fa

una vera scuola di danza. In una scuola di danza, per statuto, si insegna solo ed esclusivamente la danza. L’unico scopo di una scuola di danza

è quello di promuovere l’arte della danza, in maniera professionale, in tutte le sue varianti e discipline. Tutte le risorse, sia economiche che commerciali,

sono rivolte a questo unico e mirabile obiettivo.

L’ambiente deve essere riservato e silenzioso, perché la danza comporta disciplina. I pavimenti debbono essere tecnici, atti allo studio della

danza: IN LEGNO DI BETULLA, RIALZATI DA TERRA E MOLLEGGIATI PER ASSORBIRE LE VIBRAZIONI ED IMPEDIRE IL RIPERQUO-

TERSI DELLE STESSE SULLE OSSA, SULLA MUSCOLATURA E SULLA SPINA DORSALE. Devono essere, altresì, antiscivolo, con un particolare

trattamento che va, di norma, ripetuto ogni anno. Specialmente quando si parla di bambini piccoli, che non hanno ancora la muscolatura

completamente sviluppata, ogni mamma dovrebbe informarsi a riguardo del pavimento, perché potrebbero insorgere dei problemi molto

seri.

Inoltre in una vera scuola di danza insegnano Maestri Professionisti, in possesso di diplomi o lauree rilasciate da Accademie della Danza italiane

o straniere. Questo dimostra e attesta una profonda conoscenza, oltre che della disciplina della danza e della storia della danza, dell’anatomia

del corpo umano, importantissima quando si parla di bambini, i quali hanno una muscolatura diversa ad ogni fascia di età e ad ogni

tappa del personale sviluppo fisico. Dimostra, inoltre, una profonda conoscenza della grammatica musicale e del solfeggio, necessari nello studio

della danza perché insegna a capire il tempo ed il ritmo della musica, creando nell’allievo la capacità di muoversi ed esprimersi sulla musica,

diventando musica, senza il diseducativo bisogno di contare i passi…. Una scuola di danza deve avere un Direttore Artistico e Tecnico che

segua costantemente il percorso didattico degli allievi, decidendo e variando il percorso di studio nella lezione, e svolgendo il delicato compito

di controllare periodicamente l’impostazione della postura. Il Direttore Artistico deve avere un curriculum che ne dimostri il valore artistico

per poter presenziare questa importante carica. Oggi è molto facile controllare la veridicità dei curriculum proposti grazie ad internet e agli Enti

della danza preposti allo scopo della tutela dei meriti professionali. L’insegnante affidato al corso deve seguire il percorso dell’allievo per tutto

l’anno accademico, avvalendosi anche, se si ritiene necessario e formativo per l’esperienza dell’allievo, di stage di approfondimento delle tecniche

acquisite. Lo stage è importante (infatti esso stimola, appassiona e arricchisce la curiosità dell’allievo) ma non quanto la professionalità

del Maestro che ne segue l’insegnamento costantemente.

La formazione è un percorso di studio molto delicato. La danza classica ha tempi lunghi e lunghi anni di studio.

Oggi, nella società che ci contraddistingue, per facilitare le iscrizioni di inizio anno, si fanno calzare alle bambine le scarpe da punta in modo

prematuro. Le scarpe da punta sono il sogno di ogni bambina, ma le lesioni alle ossa del piede, se non ancora formate in ogni sua parte, possono

essere molto gravi e perenni. Dubitare delle offerte è sempre lecito, quindi basta informarsi da un ortopedico di fiducia per ovviare sgradevoli

sorprese. La Scuola Superiore Di Danza Honey, nell’interesse primo degli allievi, rispetta tutte le norme didattiche e professionali, sopra

elencate, nell’insegnamento vero dell’arte della danza. Il programma didattico segue parallelamente quello dell’Accademia Nazionale di Danza.

Per quanti desiderino fare della danza la propria professione, nella Scuola di Danza Honey è possibile frequentare corsi giornalieri e sostenere

l’esame di fine corso. Per la grande serietà della Scuola, la Commissione chiamata a valutare il lavoro dell’allievo a fine anno accademico è

sempre una Commissione Esterna, cioè composta da Maestri che non praticano l’insegnamento nella scuola. L’insegnante del corso viene chiamato

solamente a tenere la lezione durante l’esame. Questo garantisce enormemente l’allievo, in quanto la valutazione sarà obiettiva e non di

comodo o per conoscenza personale dell’individuo; Garantisce le famiglie che possono controllare personalmente, in base ai giudizi ricevuti, se

l’allievo è veramente portato per la danza. Garantisce, inoltre, la scuola che può attestare se il lavoro svolto dagli Insegnanti è stato buono e proficuo,

facilitando il compito di decidere, di conseguenza, la rinomina all’insegnamento all’anno successivo. Per gli allievi dei corsi più avanzati,

nella Scuola Superiore di Danza Honey, esiste, inoltre, la grande possibilità di fare esperienza formativa e lavorativa con la Compagnia di

Balletto “La Maschera D’avorio”, che debutterà, nel mese di Ottobre, nei teatri romani con lo Spettacolo “Nenius”, con le coreografie di Jvan

Bottaro e la regia di Sara Re. Per questo spettacolo sono state selezionate, con nostra grande soddisfazione, due giovani allieve Honey. Per gli

allievi Honey, questa tangibile possibilità, è di importanza estrema, perchè lavorare in una Compagnia, a stretto contatto con ballerini professionisti,

coreografi e scenografi, oltre che essere molto costruttivo a livello formativo, risulta essere gratificante per tutti gli anni di studio e di

sacrificio che comporta lo studio della danza . Tutto lo staff degli insegnanti è di elevatissimo livello artistico ed in possesso di laurea o diploma

di insegnamento, conseguiti in accademie nazionali o straniere.

La Direzione Artistica e Tecnica è affidata al Maestro Fabrizio Bartoli, considerato uno dei più grandi Maestri di danza che abbiamo in Italia.

Proprio per il suo valore e per la sua autorità artistica, è stato scelto dall’ANAD a scrivere e redigere un manuale sull’insegnamento della danza

rivolto, esclusivamente, agli insegnanti. Un libro che verrà pubblicato in questi giorni e che delinea e cataloga il metodo di insegnamento della

danza dal 1° all’ 8° corso. La Scuola Superiore di danza Honey è fiera di poter dare un servizio così prestigioso e completo ai propri allievi, con

un percorso di studio monitorato costantemente sia dai Docenti Honey, che dai Maestri Ospiti che vengono chiamati, periodicamente, a tenere

lezioni di perfezionamento e approfondimento delle varie tecniche della danza.

…. Per questo è importate affidare i propri figli ad una vera scuola di danza, dove nulla è lasciato al caso e all’improvvisazione….


È così difficile dire ad una giovane ballerina desiderosa, che non è pronta per andare sulle punte, ma a volte è necessario. Le

ossa del piede non sono pienamente sviluppate, rinforzate ed indurite fino all’adolescenza. Naturalmente c’è moltissima variazione

tra una bambina e l’altra. Se una giovane ballerina tenta il lavoro sulle punte senza la forza e la tecnica adeguata, è

possibile che danneggerà permanentemente quelle ossa non sviluppate. Il movimento e il peso corporeo generano moltissima

forza. Se l’allieva ha abbastanza resistenza e tecnica, e se l’introduzione al lavoro sulle punte è graduale, e fatto sotto il controllo

dell’insegnante, tutto andrà nel migliore dei modi. Per essere sufficientemente allenata per affrontare il lavoro, deve studiare

con disciplina e costanza. Deve sapere mantenere la corretta postura e avere forza nell’en dehors. Dovrebbe sapere usare

il plié, fare relevées in quinta in centro e mantenere l’equilibrio in relevé passé sulle mezze punte. L’anno prima che le allieve

andranno sulle punte, un insegnante attento, dedicherà un certo tempo all’interno della normale lezione di danza classica

agli esercizi specifici per i piedi e le punte. Servono per fortificare le caviglie e il metatarso. Una volta che le allieve hanno

imparato perfettamente gli esercizi, calzano le scarpe da punta ed effettuano alcuni brevi e lenti esercizi alla sbarra. Quando

hanno acquisito più sicurezza useranno le scarpe da punta per l’intera lezione. Quando s’inizia ad andare sulle punte, è molto

meglio lavorare nella sala di danza sotto la supervisione dell’insegnante. Altrimenti è facile prendere delle abitudini sbagliate

che sono difficili da correggere, oppure farsi male. La cosa più importante da ricordare è: al New York City Ballet non dicono

“punta il piede”, dicono “punta la caviglia”. Per fare la mezza punta si muove solo la caviglia, e quando passi in punta,

soltanto le dita del piede si muovono, se lo fai correttamente.


18

Campo de’ fiori

Associazione Artistica Ivna

Artisti di Vignanello, Vallerano, Corchiano, Civita Castellana

condividono l’arte

Quiete e bellezza interiore nell’arte di Maria Gabriella Coaccioli

della Prof.ssa

M.Cristina

Bigarelli

L’esperienza artistica di

Maria Gabriella Coaccioli

risale all’adolescenza.

Negli anni

assume la fisionomia di

pittrice figurativa, la cui

tecnica è olio su tela e

su tavola. La realtà che

la circonda la attrae ed

ella, con abilità, riproduce

paesaggi immersi

in uno spazio dalle variate armonie evanescenti,

che impallidiscono e combaciano

con gli attimi di vita echeggianti una malinconica

gioia di abbandonarsi alla calma

delle giornate estive, in un’ esplosione ben

marcata del colore.

Quando ella dipinge i fiori, gli alberi intuisce

l’intensa bellezza del creato, percependo

quasi il senso Divino, supremo principio di

unificazione con la natura, dando eloquente

voce interiore alle “membra” floreali, ai

filamenti, ai pistilli, ai petali, alle fronde, ai

rami, ai tronchi e alle cortecce, ad una intima

struttura esuberante e nel contempo

mite, vivacizzata da fremiti spirituali, in

una continua scoperta della varietà della

bellezza. Così ella, abilmente, assurge i

suoi fiori a gioiose meraviglie nello sbocciare

del verde e del colore, identificandole

con la purissima intimità della grazia, che

va al di là del tangibile, tentando di ergersi,

infatti, verso una poetica celestiale in una

sublimazione dei meritevoli sentimenti

umani.

Come ogni artista autentico, ciò che conduce

Maria Gabriella Coaccioli a dipingere è

l’esigenza di rappresentare i fiori, i paesaggi,

i vicoli ed i soggetti a lei familiari, spinta

da una intensa energia, sviluppatasi, adeguatamente,

nel tempo e nello spazio.

Guardando le sue tele e le sue tavole, sulle

quali stende i colori plasmando il suo

ambiente d’arte, si può rimanere contagiati

dall’entusiasmo della vivacità dei toni cromatici,

che la contraddistingue, dalle composizioni

gioiose e solari, che le appartengono

e che sono proprie di chi vuole trasmettere

la freschezza della natura e il piacere

di affidarla alla composizione artistica.

La sua pittura ci incoraggia a guardarci

dentro e intorno con benevolenza e mitezza,

afferrando l’aspetto umile e dolce della

realtà umana e naturale come fonte di conforto

e di rinascita, attraverso il folto verde

dei suoi viali alberati, dove la figura umana

non appare, perché rappresenta il simbolo

del mondo nascosto dentro ciascuno.

La necessità di comunicare il “bello delle

cose” è rivolto a sé stessa ed agli altri con

spontaneità, supremo momento di trasformazione

e rifiorimento interiori, con lo slancio

vitale che la identifica come rappresentante

di un’arte silenziosa, ma emotivamente

coinvolgente.

Maria

Gabriella

Coaccioli


di

Cristina

Collettini

L ARCO DI COSTANTINO:

gLI eLemeNTI DeCORATIvI

...continua dal n. 41

Ciò che più colpisce

dell’Arco di Costantino

è la genialità con cui

elementi architettonici

e scultorei, appartenenti

a periodi storici e

stilistici differenti e

distanti nel tempo,

vengono inglobati e

accostati ad altri, fatti

realizzare appositamente, secondo una

logica decorativa unitaria, basata sull’accostamento

di tematiche omogenee e su

voluti rimandi simmetrici e simbolici. Il lato

meridionale dell’arco rappresenta episodi

bellici, mentre quello orientale riporta

scene di pace e di vita pubblica.

E’ probabile che, per realizzare il suo arco

trionfale, Costantino abbia utilizzato un

monumento preesistente, ovvero un arco

ad un solo fornice di età presumibilmente

flavia, trasformato poi a tre fornici e decorato

con elementi scultorei provenienti da

monumenti di epoche precedenti, dell’età

di Traiano, di Adriano e di Marco Aurelio.

La parte centrale di ambo i lati dell’attico è

occupata dall’iscrizione dedicatoria, ai cui

lati sono inseriti 8 rilievi rettangolari, di

circa 3 metri di altezza, rappresentanti

scene delle battaglie di Marco Aurelio contro

i Quadi ed i Marcomanni, in cui le teste

dell’imperatore sono state riadattate con

quelle di Costatino e di Licinio, benché

quelle attualmente visibili, frutto di un

restauro del XVIII secolo, raffigurino l’imperatore

Traiano, alla cui epoca erano stati

attribuiti i rilievi in questione. Le scene

della facciata settentrionale, da sinistra a

destra, rappresentano l’arrivo in trionfo a

Roma dell’imperatore, la sua partenza da

Roma, la distribuzione di donativi (pane e

denaro) al popolo romano e la sottomissione

di un capo barbaro. Sulla facciata

meridionale: la presentazione all’imperatore

di un capo barbaro vinto, dei prigionieri

di fronte all’imperatore, un discorso ai

soldati ed un sacrificio nel campo. I rilievi

dell’età di Marco Aurelio probabilmente

facevano parte dell’Arcus Pani Aurei, un

arco posizionato sul Campidoglio, commemorativo

delle vittorie dell’imperatore

Marco Aurelio sulle popolazioni germaniche,

o forse appartenevano al complesso

fatto erigere dal figlio Commodo, nel

Campo Marzio, in onore del padre.

Incorniciano i rilievi dell’età di Marco

Aurelio 8 statue di Daci, in marmo pavonazzetto,

su basamenti di marmo cipollino,

le cui integrazioni in marmo bianco risalgono

al restauro settecentesco e si ritengono

provenire dalla Basilica Ulpia, nel

Campo de’ fiori 19

Foro di Traiano, così come i 4 pannelli, due

internamente al passaggio centrale e due

sui prospetti minori dell’arco, rappresentanti

scene di battaglia. Tali lastre di

marmo pentelico facevano parte di un

unico fregio, ben più grande, raffigurante

le imprese dell’imperatore Traiano nelle

campagne della Dacia. Anche qui le teste,

originariamente rappresentanti l’imperatore

Traiano, sono state adattate alle sembianze

di Costatino.

Gli 8 tondi nella zona mediana sopra i due

fornici minori, sui prospetti frontali, disposti

a due a due ed alti circa 2 metri, appartengono

all’epoca di Adriano e alternano

scene di caccia a scene di sacrificio in

onore di divinità pagane, ognuna collegata

ad una delle cacce. Nel lato settentrionale

si alternano la caccia al cinghiale ed il

sacrificio ad Apollo, la caccia al leone ed il

sacrificio ad Ercole; invece nel lato meridionale

la partenza per la caccia ed il sacrificio

al dio Silvano, la caccia all’orso ed il

sacrificio a Diana. Curioso è il fatto che,

nella facciata meridionale le teste dell’imperatore

Adriano sono state adattate alla

fisionomia di Costatino, nelle scene di

sacrificio, e di Licinio e Costanzo Cloro

nelle scene di caccia, mentre nella facciata

settentrionale i riadattamenti delle teste

sono invertiti nelle rispettive scene.

Incerta è la provenienza di questi tondi:

inizialmente si supponeva che provenissero

dall’arco di accesso di un santuario

dedicato al culto di Antinoo, il giovane prediletto

dall’imperatore Adriano morto in

tenera età, ma alcune indagini sui materiali

di reimpiego hanno dimostrato come i

tondi presenti sulle facciate sembrerebbero

appartenere al monumento stesso e

non inseriti in età costantiniana, ma forse

risalenti ad una seconda fase dell’arco originario,

presumibilmente di età adrianea.

I due tondi presenti sui lati corti dell’arco

sono stati, invece, scolpiti appositamente

per questo monumento commemorativo:

la scena sul lato orientale rappresenta il

dio Sole Apollo che sorge dal mare guidando

una quadriga; sul lato occidentale è

invece la dea Luna Diana che, guidando

una biga, si immerge nel mare. I due rilievi

sembrano dare alla figura dell’imperatore

Costantino una dimensione cosmica.

Ma l’elemento scultoreo più significativo

della decorazione di età costantiniana è,

indubbiamente, il bellissimo fregio continuo,

alto circa 1 metro e che corre sopra i

due fornici laterali, al di sotto dei tondi

adrianei, e che prosegue sui lati corti.

Scolpito direttamente sui blocchi della

muratura, il fregio racconta gli episodi più

significativi della vittoria di Costatino su

Massenzio. Partendo dal lato corto ad

ovest e girando in senso antiorario lungo

l’arco, le scene rappresentano: la partenza

dell’esercito da Milano; l’assedio di Verona

e la battaglia di Ponte Milvio; il ritorno in

trionfo a Roma; il discorso tenuto dall’imperatore

alla folla dai rostra del Foro

Romano e la distribuzione di denaro al

popolo. I monumenti rappresentati nelle

scene sono quelli esistenti all’epoca, ma

sono allineati sullo sfondo, senza rispettare

la loro effettiva collocazione spaziale.

Nella sua logica di narrazione continua, il

fregio si lega alla tradizione romana del

rilievo storico, ma, sostituendo al naturalismo

ellenistico un forte simbolismo, presenta

comunque dei caratteri marcatamente

innovativi, che saranno poi caratteristici

dell’arte tardo-antica. All’interesse

per la figura centrale, isolata, tipica dell’arte

greca, si sostituisce quello per le

scene di massa, con le figure più tozze dai

tratti leggermente sproporzionati, con una

gerarchizzazione delle figure rappresentate

non secondo la loro effettiva posizione

nella scena, ma in relazione alla loro

importanza ed al messaggio che si vuole

comunicare.

All’età costantiniana si fanno risalire anche

i rilievi sui piedistalli delle colonne; i busti

relativi a figure imperiali e di divinità, presenti

nelle pareti interne dei fornici laterali,

non molto ben conservati; le Vittorie

alate e le Stagioni sui pennacchi del fornice

centrale e le personificazioni di fiumi su

quelli dei fornici laterali; le figure di divinità

scolpite sulle chiavi degli archi, purtroppo

molto rovinate.

Nel XII secolo, proprio come il Colosseo,

anche l’Arco di Costantino fu inglobato

nella fortezza dei Frangipane, fino al 1804.

E’ con il Quattrocento che iniziano gli studi

su questo emblematico monumento dell’arte

tardo-antica e conseguentemente i

relativi restauri, particolarmente quello del

Settecento, che si sono susseguiti fino ai

giorni nostri.

Una piccola curiosità: sembra che nel 1530

Lorenzino de’ Medici sia stato cacciato da

Roma, per aver tagliato, per puro divertimento,

alcune teste dei rilievi dell’arco, in

parte reintegrate nel restauro del XVIII

secolo!!!


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Ronciglione

di Erminio

Quadraroli

Anche quest’anno le

rovine dell’ ex Chiesa

di Sant’Andrea sono

state impreziosite dal

più importante evento

culturale ronciglionese:

il Roncio D’Oro,

che, grazie all’impegno

del Centro

Ricerche e Studi di

Ronciglione, alle

istituzioni locali e all’insostituibile

dedizione della Signora Maria

Cangani è giunto oramai alla quattordicesima

edi-zione. Questo momento,

in cui la storia e la tradizione si mescolano

al presente, è seguito ogni anno da un

numero sempre crescente di persone, che,

tra fragorosi applausi e compiaciute risate,

fanno da colonna sonora alle opere lette

da artisti locali e non...

Davanti al Sindaco di Ronciglione Massimo

Sangiorgi, all’Ass. Trappolini ed altre autorità,

rappresentati delle diverse associazioni

paesane, Armando Cianchella ha dato

voce alle migliori opere in lingua italiana.

Tra queste ricordiamo: per la sezione giovani

Anastasia Rizzo, che ha vinto il Roncio

d’oro con “Che bontà” e il Roncio d’argento

assegnato a Elisa Verduchi per l’opera

“Lettera di una preadolescente”.

Nella sezione in italiano riservata agli adulti

si sono distinti Tommaso Torsello, che ha

vinto il Roncio D’oro per l’opera “Alla vita”

e Tania Piferi, che con “Risvegli” si è

aggiudicata quello d’argento.

Mario Palozzi e i Ragazzi del Collegio

hanno poi dato vita a dei veri e propri

momenti di puro divertimento, leggendo le

opere in dialetto. In questa categoria, che

riporta indietro con gli anni gli anziani presenti

e dà consapevolezza di qualche cosa

che oramai sta scomparendo ai giovani

intervenuti numerosi, sono emerse le

opere di Quinto Chiricozzi, che con il componimento

“’O patentino” ha vinto il

Roncio d’oro e Giuseppe Lorusso, che si è

aggiudicato quello d’argento con “Via

Monticavallo nummoro 24”.

Anch’io ho ricevuto una mensione speciale

per il testo in dialetto, “’O futuro che nun

avaria mmai da essa”, interpretato con

bravura dai Ragazzi del Collegio. In questa

opera tragicomica ho voluto far riflet-

Campo de’ fiori

Incontro tra storia e

presente: il Roncio D’Oro

tere il pubblico presente sui cambiamenti

radicali che la nostra società sta subendo,

portando così all’estinzione di molte piccole

attività commerciali.

Questo mescolarsi tra passato e presente

sembra essere la formula giusta per un

successo sempre crescente di una manifestazione

che sta assumendo la connotazione

di un evento portante della cultura e

della tradizione ronciglionese.

Info

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0761.513117

21


22

Canepina

di Ermelinda Benedetti

foto Mauro Topini

STORIA Il piccolo

paese di

Canepina, con i

suoi 2.096 ettari

di superficie e i

3.095 abitanti, nel

cuore dei Monti

Cimini, è incastonato

nei secolari

castagneti, sul

declivio di una

conca boscosa,

dove confluiscono

due dei numerosi corsi d’acqua che solcano

il territorio.

E’ a 501 m sul livello del mare.

Alcuni ritrovamenti archeologici, fanno

presumere che il territorio sia stato abitato

già in epoca etrusca, ma la vera storia

della Canepina che è giunta fino ai nostri

campanile comunale

giorni risale al Medioevo ed è, per lo più,

legata alle vicende dello Stato Pontificio, a

cui apparteneva già dall’VIII secolo.

Nell’XI secolo, passò alla famiglia Di Vico,

Prefetto di Roma, che dominava diversi

altri paesi della zona. Vi fecero costruire,

su di un dirupo inaccessibile, un castello,

per tenere sotto osservazione la piana del

Tevere, soggetta ad attacchi nemici. Ben

Campo de’ fiori

presto, intorno ad esso, si formò un nucleo

abitativo di pastori e contadini, che, per

evitare i soprusi di briganti e soldati che

passavano di lì, chiesero protezione ai

comandanti del castello. Nel 1154 divenne,

nuovamente, patrimonio di San Pietro,

acquistato, insieme ad altri territori locali,

da Adriano IV. Nel 1170 i viterbesi, che

avevano vinto su Ferento, Corneto e

Orvieto, si assicurarono la dedizione di

alcune rocche e castelli, tra cui la stessa

Canepina, che, nel 1332, cedono, come

garanzia di fedeltà, alla Santa Sede, senza,

tuttavia, rompere quel rapporto di imposizione

che avevano stabilito più di due

secoli e mezzo prima. Nel 1544 il paese

entrò a far parte del Ducato di Castro, il

nuovo stato costituito, per i suoi discendenti,

dal Cardinale Alessandro Farnese

nel 1537, dopo essere divenuto Papa, col

nome di Paolo III, nel 1534. Il figlio Pier

Luigi fece costruire un palazzo nobiliare

(oggi sede comunale), ma l’odio delle altre

famiglie locali, portò Ferrante Gonzaga,

appoggiato da Carlo V e da alcuni traditori,

ad assalire il palazzo nel 1547 e uccidere

Pier Luigi, gettandolo dalla finestra. Nel

1649, dopo poco più di un secolo di dominio

farnesiano, il Ducato di Castro venne

distrutto per ordine di Papa Innocenzo X,

con il conseguente ritorno di quei territori

sotto la diretta giurisdizione della Camera

Apostolica.

Canepina seguì, poi, le sorti del resto del

territorio viterbese.

ITINERARIO TURISTICO Passeggiando

per le vie del centro storico si può ammirare

ancora intonsa impronta medievale.

A testimonianza di ciò è possibile visitare il

Castello degli Anguillara, risalente al

XIV secolo, ai cui angoli furono poste delle

Le guide di C

belle e robuste torri cilindriche e il

Palazzo Farnese, del XVI secolo, che,

continuamente rimaneggiato, ospita

attualmente gli uffici comunali.

Per quanto riguarda gli edifici religiosi, se

ne annoverano diversi, spesso incastonati

tra una abitazione e l’altra. La chiesa di

Santa Maria Assunta risale, nella sua

forma attuale, divisa in tre navate da archi

e colonne, al 1517. Fu costruita su una

preesistente chiesa di dimensioni assai

inferiori e, in epoca barocca, fu profondamente

trasformata con l’aggiunta di pilastri,

di volte e del campanile.

L’armoniosa facciata è caratterizzata da


Campo de’ fiori 23

ampo de ’ fiori

San Michele Arcangelo

una finestra centrale affiancata da due fori

circolari.

I blocchi di pietra rosa, con i quali è

costruita, al calar del sole danno una

variazione cromatica di spettacolare bellezza.

La sua costruzione è da attribuire

alla scuola di Antonio Cordini da Sangallo,

detto il Giovane, nipote di Antonio il

Vecchio. La chiesa di San Pietro e

Paolo, in Via XX Settembre, di fronte al

Comune, dal quale è separato per mezzo

dell’antistante piazzetta, fu fatta erigere,

probabilmente, in ricordo di Pier Luigi

Farnese, morto defenestrato. La chiesa

della Madonna delle Grazie è una

caratteristica chiesetta di campagna,

addossata allo scosceso pendio, che si

trova di fronte all’abitato. Risale ai primi

anni del XVII secolo e fu edificata con il

materiale ricavato dall’ormai decadente

roccaforte dell’Arcella. Molto insolita risulta

essere la sua architettura a pianta quadrata,

sormontata da una cupola con sovrapposto

un cilindro. La chiesa del Carmine

è riccamente decorata con stucchi, dipinti

e affreschi del XV secolo.

La chiesa di San Michele Arcangelo fu

costruita, nella metà del XVII secolo, come

prolungamento della suggestiva chiesetta

di Santa Maria della Fossatella, che rispecchiava

le acque del Rio Grande, a cui fu

fatto demolire il muro di sinistra, lasciandola

come spazio dell’altare maggiore e

del coro, diviso da una ampia transenna,

in posizione più elevata e raggiungibile

grazie ai gradini.

Il Museo delle tradizioni popolari, allestito

nei locali del vecchio convento dei

Carmelitani, dal Gruppo Interdisciplinare

per la Cultura dell’Alto Lazio, attraverso l’esposizione

di oggetti del quotidiano,

attrezzi, manufatti e immagini, vuole recuperare

la storia e tutto il complesso modo

di vivere della comunità canepinese, da

più di un secolo a questa parte.

TRADIZIONI E FESTE Festa di

Sant’Antonio Festeggiamenti in onore

del Santo Protettore degli armenti, il 17

gennaio. Dopo la benedizione degli anima-

li, la statua del Santo viene trasportata

processionalmente per tre volte intorno al

paese e assegnata ad un tutore, che dovrà

occuparsene per un intero anno.

Carnevale Canepinese Sfilata di carri

allegorici e mascherate, al ritmo di musica

e lancio di coriandoli colorati.

Festa di Santa Corona Festeggiamenti

in onore della Santa Patrona del paese. La

parte religiosa, con la processione e il trasporto

della macchina di Santa Corona, è

affiancata da quella più folclorica, ricca di

giochi popolari, gastronomia e spettacoli

musicali che animano la serata, il 17 di

maggio.

Sagra della castagna Festa per il prodotto

più significativo dell’economia di

Canepina. Ogni fine settimana del mese di

ottobre vengono aperte cantine per la

degustazione della cucina locale e offerti

gratuitamente i marroni. Manifestazioni

musicali, culturali, sportive e folcloristiche

vengono organizzate per l’importante

occasione.

SAPORI TIPICI Le specialità culinarie

tipiche della zona sono il fieno, un particolare

tipo di pasta lunga e piuttosto sottile

e i ceciliani, pasta lunga e bucata all’interno.

CURIOSITA’: Ma lo sapevate che…

L’origine del nome è legato alla lavorazione

di canapa, che in passato rappresentava

una fonte di ricchezza per la comunità.

Dall’iniziale Canapina, probabilmente per

un errore di trascrizione su antichi documenti,

nel XVIII secolo si passò all’attuale

Canepina.


di

Debora Attanasio

Settembre 1997, una

sera qualsiasi in cui

un gruppo di soci

della “Grotta dei

Germogli” si chiedeva

come vivacizzare

la vita di Calcata.

Fummo io e Pancho

Garrison, il gestore

del circolo, a pensare

che Calcata sembrava

l’ambientazione adatta

a girare un film gothic: da lì, decidemmo di

lanciare la prima festa di Halloween. Oggi,

Halloween è una moda che tutti seguono,

ma allora in pochi conoscevano le origini di

questa festa che affonda le sue radici nei

miti pagani degli antichi romani, in particolare

il mito di Cerere e della figlia

Proserpina, rapita da Ade il dio degli inferi,

con la licenza di tornare dal mondo dei

morti una sola volta all’anno, alla fine di

Ottobre. Il mito, da allora, ha viaggiato per

tutta Europa e si è arricchito strada facendo,

soprratutto nel paesi celtici come

l’Irlanda, e poi ha preso la connotazione

attuale negli Stati Uniti, dove i pionieri

avevano zucche in abbondanza e le sfruttavano

per farne delle lampade festive

(originariamente venivano invece svuotate

delle grosse rape). Gira che ti rigira, la tradizione

è tornata a casa sua. Sbagliano

quelli che la snobbano pensando che si

tratti di un’ “americanata”, e Calcata, abitata

da un gran numero di stranieri, ha il

vanto di essere stata la prima città italiana

a celebrarla di nuovo. Quella prima festa,

nel ’97, superò ogni aspettativa degli organizzatori:

nel piccolo locale si avvicendarono

oltre trecento persone, perfettamente

truccate e mascherate da mostri di tutti i

generi e non fu possibile chiudere i battenti

del circolo se non all’alba, l’ora in cui

Campo de’ fiori 25

si ritirano anche i vampiri più tenaci.

L’anno dopo, l’affluenza era praticamente

raddoppiata, ma per fortuna anche altri

locali diedero la loro adesione all’iniziativa.

Nel ’99, le centinaia di ragazzi arrivati da

Roma e dintorni cominciavano ad avere

problemi di parcheggio, ma tutto andò,

come al solito,

per il verso giusto.

Nessun

disordine, tutti

semplicemente

felici di immergersi

in un’atmosfera

che sembrava

creata da

scenografi cinematografici,

ma

che è invece

quella che offre

spontaneamente

Calcata, suggestiva

ogni giorno

dell’anno. Nel 2000, grazie

ad un lungo ponte

festivo, la festa durò ben

tre notti e, grazie al passaparola,

iniziarano a fare

capolino le prime celebrità

in incognito. Ma è

stato nel 2001 che anche

i mass media hanno

cominciato ad accorgersi

di questo fenomeno

spontaneo: le troupe di

Raitre e di Rete 4 realiz-

zarono due ampi servizi sul paese, che si

trasformava in un tunnel degli orrori per

una notte e le mandarono in onda il giorno

dopo. Nel frattempo, all’apertura notturna

dei locali si era aggiunta quella di

molti negozi e l’organizzazione di mostre

d’arte a tema. Ma una delle edizioni più

belle è stata quella dello scorso anno, per

la prima volta con il patrocinio del

Comune. Molte iniziative: proiezioni di film

horror, cene a tema e il concorso per la

maschera più bella, vinto da una coppia di

residenti, che si sono presentati vestiti di

tutto punto come due demoni, uno nero e

uno rosso, con tanto di ali larghe tre metri.

Quest’anno la magia si ripete, ed è un peccato

non esserci. Un solo, vivissimo consiglio:

se volete anche cenare nel paese,

prima di godervi i festeggiamenti, prenotate

un ristorante altrimenti, in coda per un

tavolo, potreste patire una fame… da

paura!


26

Scopri l’Arte

Antonio Aballe nasce e vive a Civita

Castellana e anche lui, come altri in passato,

è stato per noi una grossa rivelazione

nel campo dell’arte.

Antonio, per gli amici Tonino, ha sempre

svolto il lavoro di ceramista ma, nel tempo

libero, si è dedicato, negli anni, a coltivare

una sua grande passione: il disegno.

Pur non avendo frequentato scuole specifiche,

Tonino scopre in sé questa magnifica

dote e, nel tempo, realizza disegni man

mano sempre più perfetti nel tratto e nel

chiaroscuro.

I suoi strumenti sono la matita e la china e

da questi nascono vere e proprie opere,

copie di cartoline o di disegni famosi.

Fra tutti i disegni mostratici da Tonino,

quello che più mi ha colpito è quello che

ritrae la bellissima Piazza Matteotti di Civita

Castellana. La minuziosa cura dei particolari,

la padronanza del chiaroscuro e la

delicatezza del tratto, rendono così vivo e

pulsante il disegno da poterlo paragonare

ad una foto d’epoca.

Oggi, la grande aspirazione di Tonino è

quella di poter colorare i suoi disegni e, per

il momento, ne sta realizzando alcuni con

le matite colorate. Noi gli auguriamo, in

futuro, di poter compiere il grande passo:

quello di impugnare un pennello.

Cristina Evangelisti

Cattedrale di Norimberga

Antonio Aballe

Campo de’ fiori

Antonio Aballe

Piazza Matteotti - Civita Castellana

Ponte Clementino - Civita Castellana


Campo de’ fiori

Francesca Giustini

Francesca Giustini

di Ermelinda Benedetti

Conosco la signora Francesca Giustini solo

telefonicamente, a causa della distanza

fisica che ci separa, io qui, a Corchiano, lei

a Milano.

E’ il padre, Edmondo, mio vicino di casa,

nonché appassionato lettore ed estimatore

di Campo de’ fiori, insieme alla moglie

Giusy, a parlarmi di lei e delle sue poesie.

Me la descrive immediatamente con una

parola: nuvola. “Francesca è una nuvola,

senza spigoli, leggera, con la testa per

aria, al contrario della sorella Federica, che

è sicuramente più quadrata. Ma entrambe

sono molto intelligenti”, mi dice sorridendo.

Il paragone con una nuvola fa pensare

a tante cose, ma, quando parlo al telefono

con lei, capisco cosa voleva intendere.

La nostra chiacchierata, infatti, è una

serena passeggiata.

Le chiedo, prima di tutto, come sia nata

questa sua passione e mi risponde dicendo

che, in realtà, è sempre stata orientata

verso la scrittura. Ama comporre in versi,

ma le riesce spontaneo scrivere anche

degli splendidi stralci di prosa poetica,

soprattutto in particolari stati d’animo.

Non se l’è mai prefissato e mai pensava di

raccogliere e far conoscere questi scritti

così personali, fino a quando non le capita

tra le mani un quotidiano milanese, sul

quale legge l’annuncio di un concorso per

nuovi poeti, bandito nel viterbese, la terra

della sua infanzia, ma dove è tanto che

non mette più piede. Una strana coincidenza,

quasi un segno! Nonostante le

pressioni dei familiari, infatti, che la spingevano

a fare di questa inclinazione una

professione, lei è rimasta con i piedi per

terra e si trova, oggi, ad essere una donna

in carriera.

Numerose sono le sue poesie, delle quali

però, lei predilige le ultime, perché più

autobiografiche, più vicine a sentimenti e

situazioni che ha appena vissuto o che sta

vivendo. Del resto, si sa, il tempo offusca i

ricordi passati e non lascia loro molto spa-

echi di poesia Greca

zio.

Crede profondamente in un’esistenza universale,

in una forza cosmica, e questo,

forse, spiega il fatto che molti dei suoi

componimenti traggono spunto o si rivolgono

ad entità astratte, immaginarie:

L’irripetibile, Il silenzio, Sguardo, Memorie,

L’impossibile, Il vuoto, Irrealtà,

Incantesimo, La voce del mare, Assenza,

Libertà, Carta di luce, Interiorità, Sogni e

realtà, Pensiero, Un istante e tante, tante

altre ancora. A tale proposito, le chiedo se

sente di potersi classificare in una precisa

corrente poetica e letteraria. “No, non

saprei proprio, anche perché non mi sono

mai troppo dedicata alla lettura di poesie”,

è la sua risposta. Così, io azzardo una mia

personale valutazione, definendola una

“Saffo del duemila”. Lei rimane meravigliata

e compiaciuta dalla mia osservazione,

che le fa ricordare che, effettivamente, l’unico

volume di poesie che abbia mai letto

è stata l’Antologia Palatina, la quale, involontariamente,

ma con tutta probabilità,

ha influito sul suo modo di scrivere, piuttosto

ricercato ed erudito, ma allo stesso

tempo molto intimo, tipico del mondo clas-

SIAMO UN RACCONTO

Siamo un racconto

ciò che si scrive

La copia di un pensiero ripetuto,

il destino che ci unisce.

Tutti quelli che hanno amato,

il riflesso dello specchio.

Il sogno dell’amore

il tempo che proviene dal futuro,

E materia del nostro passato,

siamo il presente!

Siamo quello che noi siamo,

realtà e illusione.

Desiderio e volontà!

Siamo quello che già ci appartiene

Siamo il bene ed il male,

siamo il sussurro lontano

che ci racconta!

FANTASIA

Sei qui signora aliena!

Io ti aspettavo…

Negli spazi di una lunga fantasia

emersa dai tuoi occhi rosa…

e cresci, ti formi

oltre l’attesa strana…

e appari, scompari

lenta e veloce come una fame…

eccoti, ed io ti chiamo casa,

e mentre bruci, brucio in un giorno

tutti i miei giorni, “somma”!

eccomi, sono in un flash

ma tu signora, dove?

SGUARDO

Sguardo che avvolge,

che imprigiona con accenti di luce!

Riflessi iridati giocano

Per divenire sensazioni sulla pelle;

27

Sguardo che diviene, a un tratto,

l’eco d’inaspettati, seducenti accordi!

Eco fatta di sogno e desiderio

Di silenzio e bellezza,

Quella che è lì

In attesa di essere rivelata,

quella che dona la passione

quando è condivisa,

Quella che genera un’intreccio

Ricco di sfumature ed inflessioni;

la tua bellezza semplice

che stupisce il mio sguardo e l’immaginario!

Posso arrendermi alle sue visioni

Fantasticando in questo stato di suggestione

Generato dai tuoi occhi!

Nel tuo sguardo intenso, si realizza la

luce

Che permane nel mio,

evocando immagini

cariche di fantastiche evoluzioni!


28

di

Alessandro Soli

Campo de’ fiori

Come eravamo

Peppe Rossi: una voce, poco fa

Sono passati pochi

giorni dalla sua

scomparsa, eppure

la sua voce, cupa e

profonda, riecheggia

nella mia mente, unitamente

alla sua

risata solare, aperta,

in mezzo ai suoi

“baffetti”, e a quel

“pizzetto” che ogni

tanto riproponeva.

Come faccio, caro

Peppe, a far capire ai lettori le sensazioni

che insieme abbiamo provato negli

ambienti i più disparati: dalla preistorica

RADIO PUNTO ZERO, alla floreale RADIO

ORCHIDEA STEREO, dal sito internet, che

tu hai fortemente voluto, alla tribuna dello

Stadio Madami, dove tifavi per il tuo

paese, pur avendo la Roma nel cuore.

Quante volte, molti anni fa, specialmente

nelle fredde serate invernali, precisamente

al Martedì sera, sono stato tuo ospite nella

trasmissione radiofonica “Sotto ar cielo de

Roma”.

Eravamo in diretta, tu ad accontentare le

dediche delle persone che telefonavano, io

con le mie poesie. Che bello il contatto con

la gente!

Si parlava, si dava voce a chi, in quei

momenti, aveva bisogno di comunicare, a

persone anziane, sole, malate.

Forse non ce ne rendevamo conto, ma

avevamo a disposizione un mezzo unico,

un mezzo irripetibile, che dispensava “briciole

di felicità”.

Ti rivedo con la cuffia e il microfono a dialogare

con Egidia, che proponeva in continuazione

le sue lunghe poesie, o a canticchiare,

fuori onda, gli stornelli del “divino”

Claudio Villa, quando mettevi sul piatto il

long play o i vinilici 45 giri (a quei tempi i

cd erano ancora fantascienza).

Poi, quando toccava il mio turno ed iniziavo

a declamare le mie poesie, riuscivi, ogni

volta, a mixare un sottofondo musicale

appropriato, che arricchiva la mia esecu-

Civita Castellana 1995

Presentazione IX torneo calcistico giovanile Romani Stradonico.

Da sx Fedele La Sorsa (redattore TG1 SPORT), Alessandro Soli e Peppe Rossi

zione. Che dire della Domenica mattina,

sempre con dediche e sempre in diretta.

Mi ospitavi saltuariamente, e quando venivo,

ti trovavo immerso nell’evidenziare le

notizie dei quotidiani locali, che tu, da

buon “giornalaio” e non giornalista (come

preferivi etichettarti), proponevi nel tuo

radiogiornale.

Ti rivedo seduto sulla tribuna dello Stadio

Madami, qui a Civita Castellana, armato di

tutto punto: taccuino, penna, agenda,

radiolina e auricolare. Quando arrivavi ti

salutavo scherzosamente, dicendo: “Ecco

la voce della Tuscia”, e allargavo così i confini

del tuo raggio di azione, ben sapendo,

però, che collaboravi con vari giornali di

Viterbo.

Eri il punto di riferimento, per i risultati

parziali che arrivavano dagli altri campi,

perché il tuo auricolare era sempre inserito

alla radiolina.

Poi, al pomeriggio, quando ti incontravo in

giro per Civita, tu indossavi sempre qualcosa

di “giallo-rosso”, allora giù battute e

sfottò tra la tua grande Roma e la mia, non

tanto piccola, Fiorentina.

Sei sempre stato in mezzo alla gente, sei

stato la voce della gente, amato e odiato,

perché il tuo mestiere di vigile urbano e di

uomo pubblico ti imponeva un certo comportamento.

Non ti dimenticheremo mai, anzi ci mancherai,

mancherai a tutta Civita Castellana,

ma mancherai soprattutto a me, caro

amico!

Ciao Pe’ ...

Info

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Ciao Peppe

Mi sento in dovere di aggiungere anch’io un

pensiero per Peppe, che è stato mio amico e

valido collaboratore di questa rivista, quando

essa era ancora agli inizi.

Ho apprezzato la sua passione, la sua puntualità

ed il suo modo semplice di calarsi in mezzo

alla gente, per catturare quelle impressioni

che traduceva nel suo linguaggio chiaro ed

immediato.

Ricordo quando fungeva da centralinista nelle

mie vecchie, gloriose trasmissioni quotidiane

in diretta sul canale televisivo di Tele Radio

Punto Zero.

Ma l’aspetto di Peppe che più ho apprezzato,

nonostante i suoi modi esuberanti e la sua fragorosa

ed inconfondibile risata, era l’attenzione

ai problemi dei più deboli. Insieme con altri

amici abbiamo organizzato e condotto serate

di beneficenza a favore di organizzazioni di

volontariato, come quella presso la parrocchia

di San Lorenzo e il teatrino della Chiesa di San

Giuseppe per l’A.N.F.F.A.S., o presso la Sala

Cicuti per la Croce Rossa Italiana, a Civita

Castellana o, ancora, a Vignanello in occasione

della festa del vino.

Mi commiato da Peppe con un saluto corale di

tutti i suoi amici di Campo de’ fiori.

Sandro Anselmi

Campo de’ fiori 29

In alto: Peppe Rossi (secondo da sx) in una

manifestazione al Campo Madami di Civita

Castellana, insieme al giocatore Bruno Conti.

Di lato: Sandro Anselmi, Peppe Rossi e Tonino

Menichelli in una serata di beneficienza per la

Croce Rossa Italiana

Ciao big Luciano

Non potevamo non ricordare una figura così imponente della “musica” e, credendo di interpretare

il volere dei nostri lettori, sottolineiamo solo alcuni dei tanti pregi del grande maestro.

Dopo l’ondata emotiva seguita alla sua morte, l’attenzione si è spostata sui problemi della vita personale

ed i rotocalchi hanno rovistato, senza rispetto, nella vita coniugale e negli interessi patrimoniali

dell’artista, unicamente per far crescere la tiratura delle copie dei giornali e l’odiens televisivo.

A noi poco importa che, anche lui, come gran parte degli uomini, possa avere avuto problemi nei

rapporti familiari, ma vogliamo mettere in evidenza la grandezza, l’unicità dell’artista, che ha dato

lustro, con la sua voce immensa, all’Italia nel mondo.

Non solo la sua voce imparagonabile, ma anche la sua forte personalità, la sua autoironia, il suo

sorriso sempre aperto, la sua giovialità ed il suo buon cuore, visto l’impegno profuso a favore dei

popoli disagiati, con i suoi Pavarotti and friends, hanno fatto di lui un grande uomo, un uomo indimenticabile,

che ha sempre guardato con ottimismo ad ogni situazione, ripetendosi, molto probabilmente,

proprio come quando cantava, vincerò.

La vita presa come un do di petto, sempre e comunque.

Arduo sarà trovare un erede, non del suo patrimonio materiale, ma di quello artistico, essendo stato

lui il tenore più grande di tutti i tempi.


30

a cura della

Dott.ssa

Nada Loffredi

Psicoterapeuta,

Esperta in

Sessuologia

Clinica

Ormai tutti, purtroppo

conosciamo cosa significa

il termine “pedofilia”.

Non passa settimana in

cui i giornali o la televisione

non riportino casi

di abuso sui minori. Un

aspetto che, però, fatica

ad entrare nella nostra

percezione sociale della

violenza sui bambini è il

fatto che la maggior

parte degli episodi violenti

avvengono entro le

mura domestiche.

Questo significa che il

pedofilo nella maggioranza

dei casi non è un

estraneo per il bambino.

Il pedofilo che assale il bambino sconosciuto

per la strada esiste, senza dubbio (in una

percentuale di 2 su 10), e in quel caso

abbiamo a che fare con comportamenti

molto frequentemente di tipo “psicotico”.

Quando ci troviamo di fronte a casi in cui il

bambino è stato seviziato, ferito o addirittura

ucciso abbiamo a che fare con una struttura

di personalità di tipo psicotico dove il

senso del suo agire può trovare spiegazioni

riferendosi ad altre categorie diagnostiche

psichiatriche specifiche. In una ricerca francese

degli anni Sessanta, su una trentina di

persone imprigionate per atti di pedofilia,

risultò che il 76% erano psicotiche e soffrivano

di un disturbo schizofrenico. Si trattava,

quindi, di un atto criminale, imprevedibile

e casuale, dato che l’agire psicotico poteva

prendere altre strade e l’oggetto della

violenza sessuale avrebbe potuto essere

anche un adulto. Esistono quindi diverse

tipologie e comportamenti pedofilici. In

linea di massima, il pedofilo sceglie accuratamente

le sue vittime tra i bambini più soli,

tra quelli che non dispongono di relazioni

con adulti basate sulla benevolenza, sulla

comunicazione e sulla fiducia. All’autore dell’abuso

è indispensabile il silenzio e per questo

deve conquistarsi la fiducia del bambino,

anche perché l’abuso non è quasi mai un

episodio isolato, ma continuo e ripetuto nel

tempo. Spesso è proprio la persona di cui il

bambino si fida di più ad abusare di lui; ecco

allora che, al di là della violenza subita, il

bambino si trova in quell’empasse emotivo

devastante che lo condizionerà tutta la vita,

in quell’associazione tra amore e violenza,

dato che, chi abusa di lui, è anche la stessa

persona che lo ama, che segnerà tutte le

relazioni future. Ecco perché è molto più

plausibile che gli abusi vengano compiuti da

persone conosciute dal bambino.

Campo de’ fiori

L’abuso sessuale

Ed ecco perché ci spostiamo sulle famiglie.

Ma c’è anche un altro elemento che ci orienta

di nuovo verso la famiglia. Un elemento

che ritorna spessissimo nel momento in cui

si ha la possibilità di conoscere la storia dei

pedofili, una storia difficile da ricostruire, in

quanto il pedofilo molto difficilmente cerca

un aiuto, essendo il suo comportamento

‘egosintonico’, ossia non gli crea nessun

senso di colpa e nessun conflitto interno.

Queste azioni vengono di solito giustificate

sostenendo che esse hanno valore educativo

per il bambino o che il bambino ne ricava

piacere. I pedofili che utilizzano “l’arma”

della seduzione hanno creato, come sappia-

mo, delle associazioni per difendere “il diritto

alla libertà sessuale” del bambino, a loro

dire, oppresso da una società sessuofobica

e moralista. In realtà, la convinzione di procurare

piacere all’altro consente di non

prendere coscienza delle componenti conflittuali

e distruttive del proprio comportamento

sessuale, attraverso un processo di

totale negazione della realtà. Leggendo gli

scritti dei pedofili si può constatare come

essi si considerino completamente dalla

parte dei bambini, in una visione aproblematica

del rapporto adulto-minore, riuscendo,

grazie al ricorso di meccanismi difensivi

della scissione, della proiezione e della

razionalizzazione, ad imputare alla società

qualsiasi possibile conseguenza negativa

per il minore coinvolto nel rapporto pedofilo.

Viene affermato che gli unici effetti dannosi

per il bambino, attirato in un’esperienza

sessuale con un adulto, sono esclusivamente

provocati dal dover mantenere il

segreto e dalla reazione di stigmatizzazione

sociale, che si verifica all’eventuale scoperta

della relazione pedofilica. Il male quindi è

tutto attribuito agli altri.

L’unico motivo per cui un pedofilo si può

rivolgere ad una terapia riguarda esclusivamente

le conseguenze sociali del suo atto:

la paura di essere lasciato dalla moglie, il

perdere prestigio, ecc., ma non per una

motivazione interna, che, invece, è alla base

per una buona riuscita terapeutica. Un ele-

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mento, quindi, che ritroviamo indagando la

storia personale del pedofilo, la sua infanzia,

è quello di aver subìto traumi o abusi

sessuali, di essere stato oggetto sessualizzato

da parte dei genitori e che, una volta

adulto, ripeta il trauma subito, diventando,

a sua volta, ‘abusatore’, con l’obiettivo di

trasformare la sua sconfitta in vittoria e di

attivare la fantasia di recupero di una vitalità

perduta o mai posseduta del mondo

infantile. E’ come si ci fosse una ciclicità,

una specie di trasmissione di questo trauma

che passa da una generazione all’altra.

Anche se nella pedofilia spesso non c’è violenza

fisica, l’oggetto sessuale viene comunque

deumanizzato, diventando attraente ed

eccitante, non tanto per quello che è, ma

per quello che rappresenta, cioè un oggetto

su cui prendersi la rivincita, rispetto al trauma

subìto nell’infanzia. Il bambino diviene

l’oggetto sessuale solo se mantiene le caratteristiche

proprie dell’infanzia: innocenza,

giovane età, corpo impubere. Il pedofilo

non ha nessun interesse che il bambino cresca

e cercherà di mantenerlo nella più completa

dipendenza emotiva; nel momento in

cui il bambino cresce viene abbandonato

per cercare partner sessuali che corrispondano

alle caratteristiche richieste per soddisfare

l’atto perverso. Nelle parole dei

pedofili traspare una tendenza a reificare il

bambino, cioè a trattarlo come se fosse una

cosa. Le uniche qualità apprezzabili sono la

bellezza fisica e la giovane età, qualità

appartenenti quindi ad un oggetto più che a

una persona. E’ lecito ipotizzare quindi che

la perversione pedofilica possa originare

nella prima infanzia in bambini abbandonati,

carenziati e isolati che hanno subito un

trauma. E’, a questo punto, che vittima e

carnefice si trovano spesso all’interno di una

stessa spirale, che è difficile spezzare.

Quindi capire come si struttura la relazione

violenta, o meglio la famiglia violenta,

diventa determinante per chi si occupa di

abuso sessuale, in quanto propone una

visione della violenza non più parcellizzata

in episodi specifici, ma molto più ampia e

articolata, che non si esprime come ‘acting

out’ isolato, ma piuttosto come modalità di

relazione. Crescendo in una famiglia violenta,

subendo abusi continui, è come se si

imparasse una modalità di relazione fortemente

asimmetrica, dove uno dei due ha un

potere e l’altro subisce, e si associ affettività

e violenza, come variabili indiscindibili di

una stessa modalità di relazione, e, appresa

tale modalità, si ripete nelle relazioni future,

riproponendo lo stesso schema relazionale

anche da adulti.


Civitonici Illustri

Campo de’ fiori

Arcangelo Carabelli

di Enea Cisbani

Operai della ceramica Sbordoni

Arcangelo CARABELLI, tecnico e ceramista

civitonico di chiara fama ed importanza,

nasce a Civita Castellana il 4 Aprile 1921,

nel palazzo di famiglia in Via della Tribuna.

Ripercorrere la vita e le vicende umane di

questo illustre concittadino, significa ripercorrere

un secolo di storia della ceramica

locale, dalle primordiali origini per arrivare

alle moderne industrie attuali.

Una famiglia di ceramisti di rara abilità: il

capostipite FRANCESCO CARABELLI

(1892-1981), i figli ARCANGELO e CORRA-

DO, e FRANCESCO, il figlio di Arcangelo,

attualmente tecnico in una importante

ceramica.

Il capostipite Francesco Carabelli, dal 1932

al 1960, è il direttore tecnico della

Ceramica Sbordoni, sita in via della

Repubblica, fondata nel 1906

dall’Ingegnere ALESSANDRO SBORDONI,

personaggio di spicco, insieme con

Casimiro MARCANTONI, dell’imprenditoria

locale e nazionale in genere.

La “Sbordoni” e la “Marcantoni” sono le

grandi industrie che hanno fortemente

condizionato la storia economica di Civita

Castellana.

Compiute le scuole elementari presso la

Regia Scuola Elementare “Tommaso

Tittoni” in via Antonio Gramsci, Arcangelo

Carabelli nel 1935 si iscrive presso il Regio

Istituto Tecnico Industriale di Viterbo, per

il conseguimento del diploma di perito

meccanico.

Nel Giugno del 1940, allo scoppio della

Seconda Guerra Mondiale, come tanti giovani

della sua generazione, viene chiamato

per il servizio militare, interrompendo,

purtroppo, gli studi superiori.

Italia, fronte orientale e russo, sono alcune

delle sue tragiche tappe che culminano

nel 1943, quando viene fatto prigioniero

dai tedeschi e condotto nel campo di prigionia

di Berlino-Spandau, dove nel

Maggio del 1945 viene liberato dagli americani,

per poi fare ritorno a Civita

Castellana.

I momenti più significativi della carriera

professionale di Arcangelo: 1945-1966,

tecnico presso la Ceramica Sbordoni;

1966-1977, direttore tecnico della

Ceramica Vincenti in via Roma; 1977-

1981, tecnico della manifattura Ilca-Globo.

Muore a Civita Castellana il 23 Dicembre

1993.

Oggi, il tecnico di una moderna manifattura

ceramica è, generalmente, un Ingegnere

Chimico o Industriale, coordinatore

di tutta l’attività produttiva, con particolare

riguardo alla formulazione degli impasti

e degli smalti, che si avvale dell’aiuto di

una equipè interna, fornita di un laboratorio

chimico, per mettere a punto ogni

aspetto o fase particolare del processo

produttivo. Fino agli anni ’60, prima dell’avvento

dei moderni manager, in ogni

ceramica civitonica operava il tecnico

interno, la cui formazione era stata conse-

33

guita sul campo, attraverso l’esperienza e

con un bagaglio formativo maturato dal

contatto continuo e diretto con i problemi

tecnici, che la lavorazione ceramica pone

continuamente.

E’ una figura tipica della ceramica locale:

un tecnico versato in ogni fase della lavorazione

ceramica, che risolve i “problemi”

attraverso la personale esperienza formativa

e la cultura tecnica conseguite sul

campo.

La figura di Arcangelo Carabelli si ricollega,

dunque, a quella fase “pioneristica” della

ceramica locale, che tanto ha contribuito

all’evoluzione industriale della zona.

L’archivio privato di Arcangelo e della famiglia

Carabelli è di fondamentale importanza,

in quanto costituito da una serie di

quaderni dove, con calligrafia attenta e

minuta, sono riportate e classificate ricette

di smalti e impasti ceramici, annotati sia

dal capostipite Francesco che dai figli

Arcangelo e Corrado, con estrema precisione.

Un bagaglio di formule e conoscenze ceramiche

di grande importanza e valore storico

e documentario.

Un’attività di famiglia che tuttora prosegue:

Viola Carabelli, figlia di Francesco, nel

Luglio del 2007 si è diplomata in Arte della

Ceramica presso il locale Istituto d’Arte di

via Gramsci e, subito dopo, è stata impiegata

presso una azienda locale che si

occupa di impasti e smalti ceramici.


34

Tanti auguri di Buon

Compleanno a Silvia e Sofia

Piacitelli di Corchiano che

compiono 4 anni il 16

Ottobre, da mamma, papà, gli

zii e i nonni.

SORPRESA !!! Un augurio speciale

a Piero, da parte di

Melissa, che il 21 Ottobre compie

gli anni e il 3 Ottobre

festeggiano 4 anni insieme. Ti

amo tanto.

Tanti auguri

di Buon

Compleanno a

Claudio Tullo che ha compiuto gli

anni il 21 Settembre, da Maria,

Assunta e tutti gli amici.

Campo de’ fiori

Tanti Auguri a Aurora

Antonelli che l’8

Settembre ha compiuto

1 anno, da: mamma

gabriela, papà Claudio,

sorella viola, i nonni, gli

zii e cugini.

Tanti auguri a

Giovanni Munzi e

Natalina Mosolo che

il 23 Ottobre compiono

60 anni di

matrimonio, dai figli,

i nipoti e la piccola

Giulia.

Tanti auguri a Marco e

Lorella di Caprarola che il 24

Ottobre festeggiano il loro

14esimo anniversario di

matrimonio, dai figli Serena,

Mirko e Luca.

Tanti auguri di Buon Compleanno

a Francesco Marchetti che il 28

Settembre ha compiuto 11 anni.

Tanti baci dalla sorella Ilaria.

Tanti auguri a Alessandro

Guglielmo che il

20 Ottobre compie 5 anni,

dai genitori,

i nonni e la zia Patrizia.

La redazione di Campo de’


Tantissimi auguri a Roberta Anselmi che ha compiuto

gli anni il 2 Ottobre, dai figli Cecilia e Federico, dal marito

Sandro, dai parenti e tutta la redazione di Campo de’ fiori.

25 anni!!! Di storia, d’amore, di

lotte, di liti, di letto, di presenze,

di assenze, di cose dette e

non dette, di gioia, di sorrisi, di

lacrime, di musi, di pace, di

carezze. E’ tutto qui?

Altri 25… di viaggi, grandi alberghi,

gioielli, macchine, pellicce, e

un letto di seta… in cui resti

intatta sempre la vostra giovinezza.

Con affetto sincero a Paola e

Franco Sciarrini, da Loredana,

Ferdy, Rita, Nicola.

Tanti auguri a Ilaria Lucentini

che il 20 Ottobre compie 6

anni, dalla mamma, il papà, il

fratellino Fabio,

i nonni e gli zii.

fiori si associa agli auguri

Campo de’ fiori 35

Tanti auguri a nonno Giovanni

e nonna Laura di Civita

Castellana che il 22

Settembre hanno festeggiato

il loro anniversario di matrimonio,

da Mirko e dalle famiglie

Valeriani e Mariangeli di

Caprarola.

Auguri a Laura Toni che il 2

Ottobre festeggia il

compleanno, da Mirko.

Auguri a Lia Brocchi che il

21 Ottobre compie 16 anni...

... il tempo passa troppo in

fretta ma tu sei e rimarrai

sempre la nostra

bambina. Buon Compleanno

piccola, mamma e papà !!

Auguri !!!

Il 25 Ottobre spegne 4

candeline Viola.

Tanti baci dai nonni Peppino

e Pina, zio Giorgio, papà

Adriano, mamma Simona e la

sorellina Flavia

Tanti auguroni per i suoi primi 10

anni a Eleonora Alberini, con tantissimo

amore dalla mamma

Tamara, il papà Andrea e i nonni

Maria, Adriana e Giovanni. “Smak”.


36

Tanti

auguri al

nostro

grande amore Massimo Zia

che il 2 Ottobre ha compiuto

9 anni, da papà Andrea,

mamma Vittoria, dai nonni, lo

zio, le zie e dai cugini

Stefano e Federico.

Tanti auguri a

Elena

Crescenzi che

riceverà

il battesimo il

6 Ottobre,

dalla

sorellina Elisa,

papà Candido

e mamma

Daniela.

Campo de’ fiori

19 Ottobre

1957 –

19.10.2007

Tanti auguri a

Vincenzo Nardi

e Pasqualina

Grossi per i

loro 50 anni di

matrimonio da

parte delle

figlie Loris e Cristina, dei generi Claudio e

Luciano e dei nipoti Raffaele e Marcello.

Tanti auguri a

Chiara Piacente

che il

30 Settembre

ha compiuto 5

anni, da mamma

Cinzia, papà

Marco, i nonni,

i cuginetti, gli

zii e da

Martina.

Tanti auguri

al piccolo

Federico

Berto che il

29

Settembre

ha compiuto

1 anno, da

papà Luca,

mamma

Simona,

nonno

Franco,

nonna

Iolanda, zio

Andrea, zia Vittoria,

zia Antonella e dai

cugini Stefano e

Massimo.

Tanti auguri a Chiara

Santini che ha

compiuto 6 anni il 2

Ottobre, da mamma,

papà e tutti coloro

che le vogliono bene.

Tanti Auguri a

Daniele

Bevilacqua che il

17 Ottobre

compie 18 anni.

Auguri da

mamma, papà,

Valentina,

Fabrizia,

Stefano, dagli

zii, i nonni e un bacione grande grande

da Manuel.

La redazione di Campo de’ fiori si associa agli auguri


I nonni Giuseppe e

Mirella, le zie

Valentina e Federica

festeggiano il 2°

anniversario del

nipotino Lorenzo

Stefanelli di

Corchiano.

Tantissimi auguri a

Maila Pistola

(Letta) che il 9

Ottobre compie 18

anni, da Ares e i

suoi genitori.

Tanti auguri di

Buon

Compleanno a

Giorgio Dei che

ha compiuto 3

anni il 14

Settembre,

dalla mamma, il

papà, i nonni, gli

zii e i cuginetti.

Campo de’ fiori

Civita Castellana

La classe 1947 festeggia i suoi “primi” 60 anni

37


38

Corchiano

di Ermelinda Benedetti

Spesso si dice che ad una gioia segue un

dolore, forse perché è proprio la vita ad

essere fatta di un continuo susseguirsi di

gioie e di dolori, e questa volta, credo, sia

proprio il caso di dire così. Il 6 settembre

scorso, infatti, la squadra di calcio dell’oratorio

San Luigi Gonzaga di Corchiano,

dopo aver brillantemente vinto il campionato

regionale A.N.S.P.I., parte per

Bellaria, cittadina in provincia di Rimini,

dove sfida le squadre vincitrici delle altre

regioni, diventando Campione d’Italia. I

tredici ragazzi, tutti tra i dieci e i dodici

anni, accompagnati dai loro genitori e

seguiti passo passo dall’allenatore

Maurizio Prosperi e dai suoi collaboratori

Alessandro e Enrico Cioccolini e Enrico

Menicacci, si sono impegnati molto e ci

hanno creduto fino in fondo. Emozione,

gioia, euforia, hanno caratterizzato il

momento della tanto desiderata vittoria.

Grida, salti, abbracci, queste sono le

immagini che, il 15 settembre, in occasione

dei festeggiamenti in onore della

Madonna delle Grazie, sono state proiettate

sul maxi schermo, prima che i ragazzi

ricevessero un attestato di riconoscimento

da parte del Comune di Corchiano, che

hanno ben rappresentato. Parte del merito

di questa vittoria, però, è da attribuire al

responsabile del settore giovanile della

U.S. Corchiano, di cui i ragazzi fanno

parte, che li allenava con grande passione:

Luigi Bernardini. C’era anche lui sul palco

quella sera, benché non li avesse accompagnati

in quell’ultima trasferta, e nessuno

poteva immaginare che, solo qualche giorno

dopo, li avrebbe lasciati, ci avrebbe

lasciati. Martedì 25 settembre, dopo aver

allenato i suoi ragazzi, come ogni settimana,

decide di andare a Vignanello per

seguirne altri, mai stanco di vedere i giovani

giocare a calcio, ma improvvisamente

si accascia, lasciando confusi e attoniti i

presenti. La notizia corre immediatamente

a Corchiano, dove tutti rimangono increduli,

senza parole. Un velo di tristezza e di

amarezza copre il paese. Tutti lo conoscevano,

chi per un motivo chi per un altro.

Campo de’ fiori

Grazie Mister, addio...

Centinaia di persone si sono radunate in

chiesa per l’estremo saluto, a testimonianza

dell’affetto, della stima e della riconoscenza

per Luigino. C’è stata grande commozione

quando la bara ha fatto il suo

ingresso. Tutti hanno versato almeno una

lacrima, perché tutti avevano un buon

ricordo di lui. Altrettanta commozione nel

momento finale della celebrazione, quando

sono state lette alcune testimonianze

che hanno fatto scoppiare dei lunghi, sentiti

applausi. Sull’altare, da un lato i suoi

ragazzi, in divisa, con una rosa bianca in

mano, ciascuna con un petalo su cui era

stato scritto in rosso “grazie mister”, dall’altro

i suoi compagni ex bersaglieri, con il

cappello di piume in testa, e lo stendardo

della Contrada Castiglione, alla quale

apparteneva con orgoglio. Il suo negozio

era diventato un punto di riferimento

importante per coloro che, ogni mese, cercavano

il nostro Campo de’ fiori. Proprio lo

scorso anno, pubblicammo l’articolo di una

conferenza sullo sport e la famiglia, da lui

stesso organizzata, tanto credeva nell’at-

Luigi Bernardini e i suoi piccoli campioni

tività sportiva e tanto si adoperava per i

suoi ragazzi. Quanti ne ha allenati in questi

anni!

Sarà difficile non vederlo più dietro il bancone

della sua macelleria, dove si dava

tanto da fare, insieme con la moglie, veloce

per gli anni di esperienza, dove si parlava

sempre del più e del meno, dove si

scherzava e lui sorrideva sotto quei folti,

immancabili baffi, che iniziavano, appena,

a tingersi di argento.

Tanto aveva fatto, in questi anni, in particolar

modo per la società sportiva di

Corchiano e tanto, ancora, nel pieno delle

sue forze, energico ed atletico, avrebbe

voluto fare. Una morte precoce e soprattutto

inaspettata.

Sono certa che da lassù continuerà ad

allenare i suoi ragazzi, incitandoli, come

sapeva fare lui. Mi auguro che anche loro

siano in grado di ascoltare la sua voce,

perché di certo non lo dimenticheranno

mai, non lo dimenticheremo mai.


Campo de’ fiori

Inaugurazione del nuovo parco giochi

Tarquinia arquinia

Il 12 Ottobre alle ore 15,30 presso la

“Cittadella dei Giovani” a Tarquinia, verrà

inaugurato il Parco Giochi Per Ragazzi

Diversamente Abili, realizzato grazie ai

proventi della “Partita del Sorriso” disputata

il 17 Marzo dalla Nazionale Italiana

Cantanti contro la Regione Lazio

Solidarietà.

Saranno presenti S.E. Mons. Carlo Chenis,

Vescovo di Tarquinia e Civitavecchia, il

Sindaco di Tarquinia, Mauro Mazzola,

assessori ed autorità politiche del comune

di Tarquinia, del comune di Tuscanica e

della provincia di Viterbo, rappresentanti

delle Forze dell’Ordine, nonché una delegazione

della Regione Lazio e Marco

Morandi in rappresentanza della Nazionale

Cantanti.

L’evento vorrà sottolineare l’importanza di

questa nuova struttura, all’interno della

Orari treni CO.TRA.L.

per ragazzi diversamente abili

Civita Castellana - Viterbo

6:33 - 7:00 - 8:30 - 14:53 - 15:50 - 17:40 - 18:58 - 20:28

Viterbo - Civita Castellana

5:00 - 6:00 - 11:20 - 13:45 - 14:20 - 16:30 - 19:20 - 20:25

Civita Castellana - Roma

4:50 - 5:15 - 5:40 - 6:07 - 6:40 - 7:07 - 7:35 - 12:28 - 14:53

- 16:20 - 17:40 - 20:28

Roma - Civita Castellana

12:25 - 12:55 - 13:25 - 13:50 - 14:18 - 16:10 - 17:30 - 18:12

- 19:00 - 19:55 - 20:30

Orari autobus VITERTUR

Linea 1 Borghetto - P.za Liberazione - P.za

Matteotti - Fabbrece - Via Masci - P.za

Liberazione - Borghetto

Borghetto 6:00 - 6:15 - 7:05 - 7:50 - 9:15 -

10:05 - 11:10 - 11:55 - 12:55 - 13:50 - 14:10 -

15:00 - 16:10 - 17:00 - 17:55 - 19:10 - 20:00

P.za Liberazione 6:05 - 6:25 - 7:15 - 8:00 - 9:25

- 10:15 . 11:20 - 12:05 - 13:05 - 14:00 - 14:20

- 15:10 - 16:20 - 17:10 - 18:05 - 19:20 - 20:05

P.za Matteotti 6:30 - 7:20 . 8:05 - 9:30 - 10:20

- 11:25 - 12:10 - 13:10 - 14:25 - 15:15 - 16:25

- 17:15 - 18:10 - 19:25

Fabbrece 6:35 - 7:25 - 8:20 - 9:40 - 10:30 -

11:30 - 12:25 - 13:25 - 14:35 - 15:25 - 16:35 -

17:30 - 18:20 - 19:35

Via Masci 6:40 - 7:30 - 8:25 - 9:45 - 10:35 -

11:35 - 12:30 - 13:30 - 14:40 - 15:30 - 16:45 -

17:35 - 18:45 - 19:40

Cittadella, unica sul territorio di Tarquinia,

non solo per i ragazzi diversamente abili,

ma per tutti i bambini.

La Cittadella si trasformerà, come del resto

già è, in un punto di incontro gioioso per

grandi e piccoli, dove non si baderà al

colore della pelle o alla diversità, ma sarà

un’armoniosa unione di pensieri.

Durante il corso della manifestazione i

bambini verranno intrattenuti da diverse

attività promosse dall’Associazione Ludica

“Dado da sei” di Civitavecchia, attraverso

giochi da tavolo, caccia al tesoro, uno spazio

dedicato all’illusionismo con la magia

del Mago Frank.

Sarà messo a dimora un albero, come

forma di ringraziamento per la Nazionale

Cantanti, che tanto si è adoperata per giocare

la Partita del Sorriso.

Orari autobus CO.TRA.L.

Civita Castellana - Viterbo

6:35 - 7:10 - 10:45 - 12:20 - 14:05

Viterbo - Civita Castellana

6:40 - 8:50 - 13:45 - 18:00

Civita Castellana - Roma Lepanto

4:10 - 4:40 - 4:55* - 5:20 - 5:35* - 5:50 - 6:00 - 6:05* - 6:25 - 7:40 -

9:05 - 10:30 - 14:45 - 16:10 - 17:40 - 18:45

Civita Castellana - Roma Saxa Rubra

4:55 - 5:10* - 5:45 - 6:20 - 6:30 - 8:00 - 9:25 - 10:35 - 13:30 - 13:45 -

14:20 - 14:25 - 16:35

Roma Lepanto - Civita Castellana

6:00 - 6:45* - 7:05 - 7:25 - 8:10 - 9:00 - 9:15* - 9:45 - 11:00 - 13:00 -

13:15 - 13:50 - 14:10* - 14:30* - 14:45 - 17:05* - 17:35 - 17:50* -

18:55 - 20:30 - 21:45

Roma Saxa Rubra - Civita Castellana

6:45 - 7:50 - 9:35 - 10:40 - 11:25 - 12:15 - 14:25 - 15:20 - 20:30 - 21:35

P.za Liberazione 6:05 - 6:45 - 7:35 - 8:30 - 9:50

- 10:40 - 11:40 - 12:35 - 13:35 - 14:45 - 15:35

- 16:50 - 17:40 - 18:50 - 19:45

Borghetto 6:15 - 7:05 - 7:45 - 8:45 - 10:05 -

10:55 - 11:55 - 12:55 - 13:50 - 15:00 - 15:45 -

17:00 - 17:55 - 19:10 - 20:00

Linea 2 Capati - P.za Liberazione - P.za

Matteotti - Fontana Quaiola - Via Masci -

P.za Liberazione - Capati

Capati 7:25 - 8:15 - 9:05 - 9:50 - 10:20 - 11:10

- 12:10 - 13:05 - 13:50 - 14:40 - 15:20 - 16:00

- 17:00 - 17:50 - 18:55 - 19:45

P.za Liberazione 7:30 - 8:20 - 9:10 - 9:55 -

10:25 - 11:15 - 12:15 - 13:10 - 14:10 - 14:45

- 15:25 - 16:10 - 17:05 - 17:55 - 19:00 - 19:50

P.za Matteotti 7:35 - 8:25 - 9:15 - 10:30 - 11:20

- 12:25 - 13:15 - 14:05 - 14:50 - 15:30 - 16:15

- 17:10 - 18:00 - 19:05 - 19:55

Fontana Quaiola 7:55 - 8:40 - 9:30 - 10:45 -

11:30 - 12:40 - 13:30 - 14:10 - 15:00 - 15:40 -

16:25 - 17:25 - 18:15 - 19:20 - 20:05

39

Via Masci 7:55 - 8:45 - 9:35 - 10:50 - 11:40 -

12:45 - 13:35 - 14:15 - 15:05 - 15:45 - 16:30 -

17:30 - 18:35 - 19:25 - 20:10

P.za Liberazione 8:00 - 8:50 - 9:40 - 10:15 -

10:55 - 11:45 - 12:50 - 13:45 - 14:20 - 15:10 -

10:50 - 16:35 - 17:35 - 18:40 - 19:30 - 20:15

Capati 8:15 - 9:05 - 9:50 - 10:20 - 11:10 -

12:00 - 13:05 - 13:50 - 14:40 - 15:20 - 16:00 -

16:50 - 17:50 - 18:55 - 19:45 - 20:30

Linea 3 Quartaccio - Via Mazzini -

Ospedale - Via Mazzini - Quartaccio

Quartaccio 8:05 - 8:55 - 9:40 - 12:25 -13:05 -

13:50 - 16:00 - 18:10 - 18:50

Via Mazzini 8:15 - 9:05 - 9:50 - 12:35 - 13.15 -

14:00 - 16:10 - 18:20 - 19:00

Ospedale 8:25 - 9:20 - 10:00 - 12:40 - 13:30 -

14:10 - 16:20 -18:30 -19:10

Via Mazzini 8:40 - 9:30 - 10:10 - 12:50 - 13:40

- 14:20 -16:30 - 18:40 - 19:20

Quartaccio 8:55 - 9:40 - 10:20 - 13:05 -13:50 -

14:30 - 16:45 - 18:50 - 19:30


40

Le storie di

Max

Campo de’ fiori

Mina

Origini artistiche dei nostri cantautori e cantanti più famosi

di

Sandro Anselmi

Subito dopo il

primo extendedplay

della Italdisc,

sempre nel 1959,

compare il 45 giri

che contiene La

febbre dell’Hula

hoop, da un lato, e

Ho scritto col fuoco,

dall’altro. Mina canta

strapazzando le note

e americanizzando i

testi, ma solo questi primi due dischi le

bastano per farsi amare dai giovani, che la

ascoltano spesso nei juke-box e ancora

poco alla radio, visto che a dare spazio ai

nuovi cantanti c’é solo il programma di

Vittorio Zivelli, Il Discobolo. Anche lei,

come altri “urlatori” del tempo, tra cui

Adriano Celentano e Giorgio Gaber, si

lascia contagiare dalla moda dell’Hula

hoop, dove il movimento del bacino, che

serve a tenere in equilibrio orizzontale il

cerchio di plastica, attorno ai fianchi, é

solitamente accompagnato dal ritmo di un

rock’n’roll. Ma questo e il successivo

Proteggimi, presentato alla manifestazione

milanese La Sei Giorni della Canzone, del

1959, non riscuotono così grande successo

e il suo discografico David Matalon le fa

incidere tre brani, scelti tra quelli del

Sanremo di quello stesso anno: Nessuno,

(seconda parte)

una canzone melodica, interpretata

da Betty Curtis e Wilma De Angelis

e trasformata da Mina in un rock’n’roll

all’italiana, Tua, a cui la giovane

cantante fa perdere la sensualità e

l’audacia del testo originario, che

avevano sollevato polemiche da

parte della censura e Io sono il

vento, resa famosa da Arturo Testa.

La buona riuscita del disco spinge

Mina a continuare su questa linea.

Sono, però, i programmi televisivi di

Walter Chiari, con Il Teatrino di

Walter Chiari, di Mario Riva, con Il

Musichiere, e di Mike Bongiorno,

con Lascia e raddoppia, a farla

conoscere a tutti gli italiani, che si

dividono tra favorevoli, soprattutto

giovani, e meno favorevoli, in particolare

genitori e critici, abituati ad

uno stile musicale più classico.

Queste apparizioni televisive non le

danno solo grande notorietà, ma le

permettono anche di dettare la

moda, diventando un modello per

molte ragazze: capelli cotonati,

scarpe con il cinturino all’altezza del

collo del piede e sopracciglia completamente

depilate.

Il 1960 è l’anno della sua vera consacrazione,

grazie, principalmente,

alla canzone Il cielo in una stanza, dell’ancora

sconosciuto Gino Paoli,

nonostante Mina avesse già

ottenuto soddisfacenti risultati

con Folle banderuola di Gianni

Meccia, E’ vero di Umberto

Bindi, Coriandoli, Pesci rossi e

Una zebra a pois di Lelio

Luttazzi. Tradotta anche in lingua

inglese, spagnola e tedesca,

Il cielo in una stanza le permette

di dimostrarsi interprete raffinata

di canzoni melodiche e di

rimanere per undici settimane in

cima alla classifica dei dischi più

venduti. Spopola anche in

Giappone, dove si reca per varie

tournèe, fino ad essere premiata

nel ’64 per aver venduto il

maggior numero di dischi, sca-

valcando addirittura i Beatles. Mina é

ormai un idolo in Italia e fuori.

Nel 1962 Mina lascia la Italdisc, sua prima

casa discografica, con la quale aveva inciso

ben cinquantanove 45 giri, sei 33 giri

ufficiali, dieci extended-play e flaxy realizzati

come gadget per varie iniziative commerciali

(Il Musichiere, la Nuova

Enigmistica Tascabile, la Cera Gray, la

Cera Fax), su etichetta Airone. Nelle

copertine fotografiche delle prime uscite

Italdisc, Mina è stranamente presente solo

nel retro copertina, insieme ad altri artisti

del catalogo (Colin Hickx e Franco Vicini),

mentre sul fronte vi erano le foto di cantanti

come Ray Scott, The Flairs e Benny

Joi. Fatto particolare e piuttosto singolare.

continua sul prossimo numero ...


Campo de’ fiori 41

Ludi Borgiani

Palio degli anelli XII edizione

Durante i festeggiamenti dei Santi

Patroni Giovanni e Marciano di Civita

Castellana, si è disputato il XII Palio

degli Anelli che ha visto vincitrice

per la quarta volta consecutiva la

Contrada Porta Lanciana capitanata

da Marco Calderini Nannerini, detto

il Marchese, contro le altre tre contrade:

Porta Borgiana, Porta Rupi,

Porta Posterula.

In verità la contrada ha vinto in

totale 6 pali, proprio quanti sono i

cavalieri che la rappresentano: Luigi

Peri, detto ‘o faggiano, Roberto

Amoroso detto Mazza, Fulvio Floridi

detto l’indiano, Paolo Gai detto ‘o

buono, Stefano Mancini, detto fifì.

Abbiamo intervistato Marco, il capitano,

per conoscere i segreti di questo

successo.

“A parte lo spirito che anima i componenti

del gruppo, il risultato è

dovuto anche all’allenamento specifico

che curiamo presso

l’Agriturismo Forre del Treja, dove

ha sede l’omonima associazione

sportiva”.

Quanto, secondo te, è sentita

questa manifestazione dalla

popolazione?

“Nonostante i notevoli sforzi del

Generale Pietro Pistola, vero inventore

dei Ludi Borgiani, in sinergia

con Anacleto Antonelli, presidente di

Civita Cavalli, che di fatto organizza

il palio, si potrebbe avere un maggior

riscontro, se solo nelle contrade

ci fossero più occasioni di incontro,

maggior vita sociale e si facesse

leva, principalmente, sulle nuove

generazioni”.

In quale altro modo pensi si

possa arricchire la manifestazione?

“Vorrei poter coinvolgere i bambini

delle scuole di equitazione per realizzare

figure e caroselli equestri.

Azzarderei anche l’ipotesi della realizzazione

di un duello simulato fra

diverse contrade… Insomma, tutte

quelle cose che attrarrebbero i “contradaioli”

e richiamerebbero, anche,

un pubblico extra cittadino”.

Ci auguriamo che i buoni propositi di

Marco possano realizzarsi, per dare

sempre più lustro ai Ludi Borgiani,

giunti già alla XII edizione.

Marco Calderini Nannerini

UN SALUTO A

FRANCO AZZARO

Gli arcieri civitonici dell’Associazione

Borgiana, vogliono ricordare

un amico sempre presente nei

cortei storici e nei tornei di tiro

con l’arco, di cui è stato vincitore

nella scorsa edizione.

Vogliamo ricordarlo, soprattutto,

come un amico socievole e

discreto e come una persona

sempre disponibile nel suo lavoro.

Scocchiamo una freccia in suo

onore… … un saluto nel vento…

… CIAO FRANCO, TI RICORDE-

REMO SEMPRE CON AFFETTO.

Alberto, Angelo, Ferdinando,

Ferruccio, Luciano, Piero, Ugo.

Cogliamo l’occasione per ricordare

affettuosamente Peppe

Rossi, sempre partecipe ai cortei

storici dell’Associazione.

foto M. Topini


42

di

Daniele Vessella

Campo de’ fiori

Il Fumetto

LETTERATURA PER IMMAGINI CHE EMOZIONA

VIDEO GIRL AI di Masakazu Katsura

Questo manga o si

ama o si odia, non ci

sono vie intermedie.

Io lo ritengo uno dei

più bei fumetti che

abbia mai letto per

gli intrecci amorosi

che si incastrano al

suo interno, per i

continui colpi di

scena che si susse-

guono con un ritmo frenetico e per la graziosa

veste grafica che si esalta nel dipingere

le fanciulle. Infatti, il tratto di Katsura

conquista per la sua morbidezza e delicatezza,

ma è la poesia della trama a far

innamorare tutti i lettori del mondo… una

poesia dal sapore dolceamaro che, pur

partendo da un presupposto fantastico,

installa tutto il fumetto sulla quotidianità;

questo ci fa sentire più vicino ai personaggi,

facendoci ridere e commuovere con le

loro vicende. A differenza di altre serie,

qui i personaggi crescono e maturano sia

psicologicamente che fisicamente; viviamo

o riviviamo, grazie a loro, il passaggio

più delicato di ogni essere umano: l’adolescenza.

Ma lo godiamo con intensità

sopraffina e in maniera estremamente

potente. Infatti, i personaggi soffrono,

sbagliano, imparano dai propri errori, si

fanno mille paranoie per amore, come

delle persone vere e questo ci regala emozioni

fortissime, grazie a una sceneggiatura

impeccabile capace di destreggiarsi tra

i pensieri degli adolescenti. Preparatevi,

quindi, a gustare una storia che trasuda

sentimenti da ogni tavola che saranno la

gioia per i vostri occhi. I primi numeri

danno l’idea di un fumetto incentrato sulla

spensieratezza e sulla comicità, ma con il

proseguimento della serie Katsura cambia

registro e impronta la sua opera sulla

drammaticità, facendo compiere un notevole

salto di qualità all’intero fumetto. Sin

dal primo numero, si entra subito nel vivo

della trama: Yota Moteuchi è un timido e

goffo ragazzo, segretamente innamorato

di Moemi, sua compagna di classe, che gli

confida di amare Takeshi, il suo migliore

amico. Un amore a senso unico che fa star

male, anche perché Takeshi non è interessato

alla ragazza. Nonostante ciò, Yota,

che ha un animo gentile e altruista, si propone

come confidente personale di Moemi

per consigliarla e aiutarla a conquistare il

cuore dell’amico. Ma un giorno accade

l’imprevedibile: Yota, tornando da scuola

con l’anima innamorata in frantumi, si

imbatte in uno stranissimo videonoleggio,

dove prende una VHS dal titolo “Ai Amano

– Io ti consolerò”. Appena inserisce la

cassetta nel suo VCR, Ai, la protagonista

del filmato, sembra parlare proprio a lui…

nel tentativo di consolarlo. Immancabile

stupore da parte del ragazzo, ma le sorprese

sono appena iniziate: la ragazza del

video esce dallo schermo e prende vita,

suscitando grande meraviglia in Yota. Ai

Amano è una “videogirl”, una sorta di

angelo con il compito di consolare i puri di

cuore (in questo caso, Yota) dalle delusioni

d’amore. Ma la piastra del videoregistratore

di Yota è rovinata e Ai ne esce

modificata fisicamente e, pur mantenendo

una dolcezza unica atta a consolare il

ragazzo, nel carattere da videogirl… Da

qui, le vicissitudini dei protagonisti porteranno

a un finale emozionante e toccante

che resterà nei cuori dei lettori e farà commuovere

i più sensibili...


44

Campo de’ fiori

La rubrica dei perchè

Perchè quando si starnutisce

si dice: Salute?

L’origine, secondo alcuni esperti, và ricercata al tempo dei Romani

secondo i quali uno starnuto eliminava dal corpo tutto ciò che era

impuro.

Secondo altre fonti, invece, l’origine risale al 1300 quando l’Europa fu

devastata dalla peste che, come primo sintomo, dava quello del raffreddamento.

In quel periodo si usava dire “salute” per esorcizzare la

paura del male.

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Campo de’ fiori

L’angolo ... cin cin di Letizia Chilelli

Lo stato di conservazione delle bottiglie

Buona abitudine è quella di effettuare, di

tanto in tanto, dei controlli sullo stato di

conservazione delle bottiglie.

Particolare attenzione va riservata alla

tenuta dei tappi e al livello del vino.

Se scende al di sotto del suo livello normale,

si dice che il vino si sta “spogliando”,

o per eccessivo invecchiamento, o per altri

difetti.

Se si dispone di una partita consistente di

una certa qualità di vino, consiglio di stapparne

una bottiglia ogni tanto, ed effettuare

una degustazione di controllo.

Queste prove vanno fatte con più frequenza

per i vini bianchi, che sono, come

abbiamo più volte detto, i più delicati:

salvo alcune eccezioni, infatti, ricordiamo

che vanno bevuti da giovani e il prima

possibile.

Già in base all’osservazione del colore, c’è

la possibilità di stabilire quanto tempo

rimane a disposizione per un ulteriore

invecchiamento.

A meno che non sia un Marsala, un Porto,

uno Sherry o un Moscato Passito, il vino

bianco deve mantenersi sempre su toni

chiari, o giallo brillante.

Se presenta riflessi ambrati o marrone che

prima non aveva, significa che sta maderizzando,

cioè sta invecchiando troppo

rapidamente rispetto alla sua tipologia e

alla sua predisposizione naturale: in questi

casi conviene, anzi è necessario berlo il più

presto possibile.

Chi ha una cantina modello, grande o piccola,

deve aver l’accortezza di “far girare”

il più rapidamente possibile le scorte di

vino.

E’ un grande errore (ma avviene più spesso

di quanto si possa pensare) comprare

una partita di Champagne o di Spumante

a Natale per trovarsela in casa per le feste

di fine anno successive: ricordate che

quando le case mettono in commercio

questi tipi di vino, significa che sono pronti

da bere subito.

I vini rossi di norma si conservano più a

lungo, ma ce ne sono ugualmente alcuni

da consumare rapidamente; Qualche

nome: il Bardolino, il Merlot del Piave, il

Dolcetto d’Asti, il Freisa, il Grignolino, il

Sangiovese di Aprilia….

Stesso discorso per i vini rosati.

Cosa importante, comunque, è sapere

quando un vino ha raggiunto l’optimum e

quando comincia a tramontare.

Va anche tenuto presente che i vini cambiano

da una vendemmia all’altra, anche

se provengono da una stessa zona: un

anno possono essere più resistenti, un

altro meno.

Perciò è meglio tenersi al corrente dell’andamento

stagionale delle vendemmie sui

luoghi di produzione e seguire le valutazioni

delle annate fatte dagli esperti.

I vini rossi possono anche invecchiare

presso chi li ha acquistati, ma il risultato,

cinquanta volte su cento, non è mai brillante.

Il vino adatto alla lunga conservazione va

fatto invecchiare presso il produttore.

In realtà, l’aria natia si addice di più al

vino, anche se già imbottigliato.

Inoltre bisogna dire che le cantine delle

grandi città, o dei centri intensamente abitati,

sono poco favorevoli alla lunga conservazione

dei vini.

Le ragioni le abbiamo già dette: troppo

smog, poca circolazione d’aria pura, troppo

riscaldamento delle case.

Anche le cantine ubicate lungo le coste

marine sono poco propizie alla conservazione

dei vini.

L’aria di mare è nemica del vino, a causa

della sua salinità; per non risentire di questi

effetti, occorre che la cantina, se ci troviamo

in un centro marino, sia scavata in

profondità nel sottosuolo.

Prima di acquistare una certa partita di vini

e di portarsela a casa per farla maturare,

occorre essere ben sicuri di disporre di un

ambiente idoneo, per non rischiare uno

spreco di denaro.

I grandi vini da invecchiamento, ad esempio

il Barolo e il Barbaresco, quando escono

di cantina hanno già superato i requisiti

minimi di invecchiamento, sono anche

quelli che presentano meno rischi e si possono

tenere in una buona cantina senza

particolari problemi, per qualche anno: ma

non per decenni!

LA POSIZIONE DELLE BOTTIGLIE

Le bottiglie con il tappo di sughero è

meglio siano tenute coricate, per essere

conservate nelle migliori condizioni possibili:

il tappo rimane in tal modo a contatto

col vino ed essendo inumidito continuamente

non si restringe, garantendo quindi

una perfetta tenuta.

Mito da sfatare è che in questo modo il

vino venga a “sapere di tappo”: sa di

tappo, anche se non è a contatto con il

sughero, il vino che è stato mal tappato o

che è stato sigillato con un sughero di cattiva

qualità.

Con le bottiglie coricate si ha anche il vantaggio

di poterne accatastare, in poco spazio,

una maggior quantità.

Non mi sento, comunque, di “rimprovera-

45

re” coloro che conservano le bottiglie in

piedi: in effetti questo sistema permette di

leggere subito (in caso di ambienti bui o

semi-bui) le etichette delle bottiglie.

Questo facile metodo, permette la suddivisione

“a vista” delle bottiglie e ne consente

una facile maneggiabilità dei recipienti,

anche se, come detto, è facile che il tappo

si asciughi, specie se la temperatura della

cantina tende a superare i limiti del “fresco,”cioè

più di 12-14°C.

Il tappo, seccandosi, si restringe e permette

all’aria di filtrare, prima in modo

impercettibile, poi sempre di più e questa

non voluta ossigenazione, mette in atto un

graduale processo di acetificazione: così

c’è il rischio di mettere a tavola un vino

“spunto”, cioè che sa di aceto.

A questo punto, anziché indagare su

cause remote (come ad esempio dare la

colpa al produttore) conviene esaminare la

dimensione del tappo e correre al riparo,

cioè provare a mettere quella partita di

bottiglie dalla posizione verticale a quella

coricata, sperando che il tappo, bagnandosi,

torni a rigonfiarsi di quel tanto che

basta, in modo da impedire all’aria di continuare

a filtrare.


46

Civita Castellana

1947 - famiglia

Mancini.

In piedi da sx:

Bruno, Armando,

Erminio, mamma

Marie, papà Angelo,

Erminia e Antonio.

Accasciati da sx:

Giovanni, Teresa,

Rodolfo.

Campo de’ fiori

Albu

Civita Castellana

1947 - foto del

Sig. Bergamasco

Varone Fiore

(Gustavino).

In piedi da sx:

Alfredo Ricci,

Enzo Caprioli,

Luigi Rita.

Seduti da sx:

Zermiro Costanzi

Varone Fiore

Bergamaschi

Se vi riconoscete in queste foto, venite in redazione e riceverete un simpatico omaggio. Se desiderate vedere


Campo de’ fiori

m dei ricordi

Carbognano 12 Maggio 1956 - processione in onore di San Luigi

foto del Sig. Luca Carosi

Civita Castellana anni ‘70 - foto del Sig. Giuseppe Brandi

pubblicate le vostre foto, portatele presso la redazione di Campo de’ fiori, esse vi verranno subito restituite.

47


48

Era il 1956 e, dopo il

disgelo tardivo della

famosa nevicata, finivano,

nell’estate, i

lavori del cinema Smeraldo.

A settembre

dello stesso anno apriva

al pubblico, con la

di Sandro Anselmi proiezione del colossal

I dieci comandamenti.

Alla inaugurazione venne invitata come

ospite d’onore Emma Danieli, presentatrice

della Rai, che aveva un’abitazione a

Faleri Novi. Quella sala cinematografica,

nuova, ampia, con addirittura il bar accanto

alla biglietteria, diventava un vanto per

un piccolo paese qual era allora Fabrica. Il

locale era su due livelli, c’era la platea e la

galleria, con prezzi d’ingresso diversi.

Tutte le poltrone erano di legno e il soffitto,

alto, era coibentato in faesite per

migliorare l’acustica. Appena aperto c’era,

alla biglietteria, Marna Puri, Paesani

Antonio strappava i biglietti e fungeva da

maschera, e alla cabina di proiezione c’era

Giovanni Costantini (Giovannino). Dopo un

anno e mezzo circa, Marna partì per

l’America e lasciò il posto alla sorella Tilde

che lo tenne fino alla chiusura del locale.

Nel frattempo ad Antonio si era avvicendato

il figlio Simone. Le proiezioni avvenivano

il martedì e giovedì sera, ed il sabato e

la domenica anche il pomeriggio. Nello

spettacolo pomeridiano della domenica,

che era sicuramente il più affollato, una

frotta di ragazzini, seduti sul muricciolo

che dava sulla strada della Variana, aspettava

già dal dopopranzo che arrivasse la

bigliettaia per aprire.

Altri, più vivaci, si stancavano a correre e

giocare nei pressi della fontana all’ombra

del grande pino. Alla domenica, poco

prima dell’inizio dello spettacolo, arrivavano

i proprietari a bordo della loro Citroen

grigia, i signori Eraldo e Lino Scarpetta e

l’avvocato Gastone Filippi, che, insieme al

Campo de’ fiori

Una “Fabrica” di ricordi

Personaggi, storie e immagini di Fabrica di Roma

Cinema Smeraldo

ragionier Licinio Valeri, sedevano abitualmente

ad un tavolo del bar della sora

Peppa, per giocare interminabili partite a

carte. Io incominciai ad andare al cinema,

bambino, con mio padre ed in seguito,

però, non divenni mai un assiduo frequentatore,

per non dover chiedere i soldi del

biglietto ai miei, ma ogni volta che avevo

occasione di farlo, restavo affascinato

dalle storie, dagli attori, dalle musiche, dai

colori, e quei film pian piano riempivano

buona parte dei sogni e delle fantasie che

affollano l’universo dell’infanzia e della gioventù.

Quante volte, usciti dal cinema con

i miei cugini Ivo e Roberto, andavamo su

alla Rocca per imitare le scene dei film,

come quando, dopo aver visto Kirk

Douglas nel film Spartacus, fingevamo di

combattere alla spada l’ultima tragica

scena del film, quando l’eroe muore.

I film che andavano per la maggiore, in

quegli anni, erano storici e mitologici: I

cavalieri della tavola rotonda, Ben Hur,

Sansone e Dalila… e ci offrivano tanti

modelli da imitare.

L’interprete insuperato

di tutti i film di

Ercole era Steve

Reeves (Le Fatiche

di Ercole, Il Figlio

di Spartacus, Gli

Kirk Douglas

ultimi giorni di

Pompei). Tutti

volevamo assomigliarli

e, per farlo,

incominciammo a

fare culturismo,

copiando gli esercizi

fisici dal libro di

Jhon Vigna.

Questo volumetto,

Giuseppa Crescenzi (sora Peppa)

con la copertina

nera e l’autore

in bella

mostra, in una

posa plastica,

ce lo prestavamo

e girava

a turno fra

tutti noi, convinti

che, con

tanto allenamento,avremmo,

poi,

assomigliato

ai protagonisti

dei film.

Steve Reeves


Campo de’ fiori

Album dei ricordi

Civita Castellana - squadra di calcio 1970 - foto del Sig. Vasco Menichelli

In piedi da sx: Roberto Fortuna, Mario Fantera, Franco Scarpetta, Sergio Gelanca, Domenico Tomei, Piero Capozucchi, Alfredo Marini,

Riccardo Gentili, Nunzio Gazzellone, Sante Baglioni, Claudio Bruzziches.

In basso da sx: Nando Mariani, Vincenzo Rossi, Claudio Fiori, Ugo Baldi, Vasco Menichelli, Ranucci, Mauro Giovannetti

Civita Castellana 1982 - pranzo per i cinquant’anni

49


50

di Giovanni Francola

Campo de’ fiori

Ecologia e Ambiente

Chi produce le polveri sottili?

Tutte le attività antropiche producono talmente

tante di quelle polveri sottili difficili

da quantificare, pur essendo vero che attività

vulcaniche, e altri fenomeni naturali,

contribuiscono all’emissione nell’atmosfera

di tali polveri.

Nonostante ciò l’uomo continua a bruciare

un quantitativo di petrolio pari a circa 3,5

miliardi di tonnellate l’anno, 4,8 miliardi di

tonnellate di carbone e altri 2,6 miliardi di

metri cubi di gas naturale.

La situazione si aggrava in prossimità di

centrali elettriche, raffinerie, inceneritori,

distretti industriali o dove c’è una intensa

presenza di traffico veicolare.

E’ ovvio che le attività dell’uomo devono

pur continuare, ma occorre che questo

avvenga nel pieno rispetto dell’ambiente.

Conferenze, incontri tra Paesi industrializzati,

servono a poco se non c’è una chiara

e unitaria voglia di fare meglio, anche per

la salvaguardia delle generazioni future.

Infatti con la conferenza di Stoccolma, nel

1972, si passa da un “ambientalismo emozionale”

ad un “ambientalismo razionale”,

orientato più verso aspetti globali e politici.

Anche in Italia inizia la fase del “CONSER-

VAZIONISMO-ECOLOGIA-POLITICA-

AMBIENTALISMO”.

Il primo si incentra sulla difesa delle risorse

umane, il secondo sulla salute nelle fabbriche

e in tutti i luoghi di lavoro e nei

quartieri, il terzo su campagne di informazione

mirate a specifici obiettivi. Negli anni

’80 si passa alla modernizzazione ecologica,

crescita economica e tutela ambientale;

infatti, i materiali più inquinanti vengono

rimpiazzati con quelli più ecologici e inizia

anche il riciclaggio dei rifiuti.

Purtroppo, in questi anni, incidenti industriali

hanno causato migliaia di morti, ad

esempio: a Seveso, nei pressi di Milano

(1976), ci fu una fuga di diossina; a Love

Canal (1979), gli abitanti furono allontanati

perché vivevano sopra una discarica di

pesticidi; a Bhopal (India 1984), da una

fabbrica di pesticidi una nube tossica provocò

circa 2.500 morti, per non parlare dei

disastri che hanno provocato reattori

nucleari come quello di Chernobyl (1986).

Inizia ad esserci una comunicazione del

“rischio”, ma ciò non basta per fermare i

più grandi emettitori di polveri sottili, perché,

il più delle volte, dietro a queste realtà

industriali ci sono poteri forti, duri da

sconfiggere e tanto meno sensibili ad un

radicale cambiamento imposto.

Sarà proprio l’opinione pubblica a far forza

su certi sistemi, ma occorre l’informazione

per sensibilizzare più persone possibile,

perché il fatto di tutelare e mantenere una

qualità dell’aria accettabile fa parte di un

diritto costituzionale, dal quale nessuno

può essere escluso.


Campo de’ fiori 51

Tommaso Gismondi e Civita Castellana

di Enea Cisbani

TOMMASO GISMONDI, importante scultore

italiano, nasce ad Anagni, in provincia di

Frosinone, nel 1906.

Nel 1921 si trasferisce con la propria famiglia

a Roma, dove entra in contatto con i

cenacoli artistici della Capitale e scopre il

meraviglioso mondo dell’arte e della scultura,

con una passione e fervore artistico,

che nel volgere di pochi anni, lo fanno

diventare uno dei più importanti scultori

della Capitale.

Una grande figura di scultore “classico”,

legata a Civita Castellana, in quanto nel

1978 realizza un monumentale portale

bronzeo, originariamente previsto per la

Cattedrale e non più collocatovi a causa di

una serie di ingiustificati veti dell’allora

Ministero per le Belle Arti, e posizionato

nella chiesa di San Franceso, in Piazza

Matteotti.

Il portale bronzeo, con episodi della vita di

San Francesco, è stato realizzato per volere

di due importanti concittadini:

Monsignor Goffredo Mariani e il Maestro

Domenico Mancini, a cui si deve il grande

merito artistico e culturale di aver portato,

nel nostro centro, un grande e celebrato

scultore come Tommaso Gismondi.

La produzione scultorea di Gismondi è

vasta e monumentale: portali per le chiese

di Alatri, Sora, Paola, Lanciano,

Sgurgola e Morolo, nel frusinate; una statua

della Madonna a Venado Tuerto in

Argentina; il grande Leone di San Marco a

Città del Messico (1982); una statua del

Papa Giovanni Paolo II (1985); una statua

della Madonna a Roma (1980); una statua

di Andrè Latrille in Costa d’Avorio (1986);

una statua del Beato Luis Ruiz nelle

Filippine (1981).

Santo Domingo

Cattedrale de nuestra Sinora

de la alta Gracia

Madre Teresa di Calcutta

Il nome di Gismondi è legato alla sua attività

per la sede del Vaticano per la cappella

“Europa” in San Pietro, del 1980, con la

monumentale Pala d’Altare bronzea con i

Santi Benedetto, Cirillo e Metodio Patroni

d’Europa; il Portale della Biblioteca e

Archivio Segreto Vaticano; la Cattedra di

Giovanni Paolo II; la Via Crucis e il cofanetto

bronzeo per le chiavi delle Porte

Sante di San Pietro, San Giovanni e Santa

Maria Maggiore; la grande statua di San

Giuseppe, posta nel Cortile della

Biblioteca Vaticana, e infine le

numerose monete, realizzate

per sette anni consecutivi,

per celebrare

il Pontificato di

Paolo VI.

Tommaso Gismondi

Le opere di Gismondi si trovano anche a

Parigi, nella chiesa di Montmartre, dove

nei tre Portali della più antica chiesa parigina

sono raffigurati episodi della vita di

Maria Madre di Gesù, la storia di San

Dionigi Patrono di Francia e la storia di San

Pietro.

Ad Assisi, nella Basilica Francescana inferiore,

realizza quattro formelle bronzee

dedicate alla Madonna e con episodi significativi

della sua vita.

Nel 1992, prima della sua morte, realizza

la statua in bronzo di Madre Teresa di

Calcutta, ritratto in dimensioni naturali

della Santa e omaggio alla sua opera di

umanità e amore universale.

Non soltanto il bronzo, ma anche il marmo

statuario: nel 1971 realizza l’Ultima Cena

per la Chiesa dei Servi a Marina di Massa.

Nel 1988 realizza, per la Cattedrale di

Nostra Signora Maria, il portale bronzeo di

circa 40 metri quadrati di superfice, senza

dubbio l’opera più monumentale realizzata

dal Maestro. Le sue opere si trovano, inoltre,

negli Stati Uniti, in Russia, conservate

nel Museo dell’Ermitage a San

Pietroburgo, in Polonia, in Romania, nel

Perù, in Olanda. Una produzione scultorea

sterminata, senza contare i ritratti in

argento e oro massiccio realizzati negli

anni ’80 per alcune importanti famiglie di

Anagni. Tommaso Gismondi è, dunque, il

grande artista e scultore che onora Civita

Castellana.

Porta

della

biblioteca

Vaticana


52

Campo de’ fiori

Noel

torner dal prossimo

numero con tante

nuove, affascinanti storie,

per portarci ancora una

volta nel suo

fantastico mondo.

Ciao da Cecilia e Federico


22 Settembre - Civita Castellana

intitolazione della Piazza, antistante l’Ufficio

Postale, ai martiri di Nassirya -

foto M. Topini

Campo de’ fiori 53

Vita Cittadina

16 Settembre - Civita Castellana - feste Patronali SS Martiri Marciano e Giovanni - Ludi Borgiani - foto M. Topini

21 Settembre - Fabrica di Roma - corsa dei

carrettini durante i festeggiamenti dei

SS Matteo e Giustino - Foto Eleven Focus

23 Settembre - Civita

Castellana

intitolazione dei

giardini pubblici

in Via Santi Marciano

e Giovanni a Sir

Robert Baden Powel,

fondatore degli Scout.

foto M.Topini

15 Settembre - Corchiano - sfilata della “Frustica” di Faleria e concerto di Mariella Nava

durante i festeggiamenti della Madonna delle Grazie - Foto Eleven Focus


54

Fabrica di Roma

di Giovanni Francola

Fabrica di Roma inizia ad essere un paese

in cui le cose, ogni giorno, vanno sempre

più veloci, la gente non ha più tempo, si

respira un malessere di quotidianità che è

diventato quasi “normalità”.

Nello stesso tempo rimane sempre un

paese dove le persone sanno un po’ tutto

di tutti.

Quando muore qualcuno, la cosa difficilmente

passa inosservata, soprattutto

quando viene a mancare una grande persona

come Romolo Malatesta.

Un personaggio dai mille contorni, è

indubbio. Chi ha avuto la fortuna di conoscere

Romolo sa di aver ricevuto un’

impronta indelebile del suo carisma.

Nei primi anni di scuola non era il mio

maestro, ma il maestro dell’aula accanto.

Il ricordo va a quando suonava la campanella

della ricreazione: il mio maestro

Silvano Polidori si incontrava sempre con

Romolo, inseparabili amici, e sui loro volti

trapelavano tutte le loro disavventure scolastiche.

La cosa che è rimasta sempre viva nella

mia memoria, è il fatto che quei due amici

amavano insegnare e, con grande intelli-

Campo de’ fiori

In punta di piedi

Romolo se n’è andato

genza, tramandavano

a tutti noi i più

grandi valori della

vita.

Lasciata quella realtà

adolescenziale, ci

si rende conto che

quei primi insegnamenti

sono sempre

vivi in noi.

Ti accorgi che un

uomo come Romolo,

in un paese che cresce

velocemente, è

sempre un punto

fermo, una risposta a tanti perché.

Ancorato saldamente ai puri valori della

vita, è riuscito a dare a dare alla comunità,

tutta la sua creatività, manifestandola

in vari campi artistici.

Davanti a tale entità non rimane altro che

ascoltare, osservare e apprendere.

Ci mancherà molto quel personaggio, con

il suo inseparabile cappellino, che soltanto

lui sapeva calzare in quel modo.

In tutti quei linguaggi d’arte, Romolo metteva

la vera passione, ed è per questo che

io, come tanti altri, gli dico grazie, grazie

per averci dato la capacità di guardare le

cose da un altro punto di vista.

Qualche tempo fa incontrai Romolo sulla

strada del cimitero, dove era solito recarsi

a far visita a sua moglie, e sotto l’ombra

di un grande cipresso parlammo a lungo e

mise in luce tutta la sua saggezza e conoscenza.

Peccato che te ne sei appena

andato in punta di piedi, ma non c’è dubbio

che hai lasciato un immenso patrimo-

Fabrica di Roma - La maestra Linda con i ragazzi della I elementare del 1961 davanti ai

lavori di Natale eseguiti dal maestro Romolo

nio artistico e umano, hai lasciato il ricordo

di chi ha vissuto la propria vita con lealtà e

umiltà, come fanno i grandi uomini.

Si è dato inizio alla raccolta di firme per

dedicare una via di Fabrica di Roma al caro

Romolo. Per informazioni rivolgersi al Sig.

Sandro Di Pietro presso la Coop di Fabrica

di Roma.


Campo de’ fiori

Info Pubb.

0761.513117

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56

Viterbo

Campo de’ fiori

11° Mini Festival “Città di Viterbo”

Tornano i piccoli grandi cantanti del Mini Festival “Città di Viterbo”!

La manifestazione, giunta alla sua undicesima edizione, avrà il suo epilogo

– a Viterbo – domenica 2 dicembre p.v., dopo aver svolto le semi finali

a Ronciglione (18 novembre p.v.) e Marta (25 novembre p.v.).

Come il solito, l’organizzazione è a cura dell’Associazione “Omniarts”, in

collaborazione con Corriere di Viterbo, Etrurialand, Il Messaggero,

Melting Pot, Nuovo Viterbo Oggi, Radio Verde, Tuscia in Jazz

Festival e www.viterbowebtv.info.

Quest’anno la manifestazione avrà il patrocinio ed il contributo della

Provincia di Viterbo e dei Comuni di Viterbo – Assessorato alle

Politiche Giovanili –, Marta e Ronciglione, nonché della Pro Loco di

Marta.

Anche nel 2007, inoltre, il Mini Festival diventerà un grande contenitore di

solidarietà, in quanto farà parte delle manifestazioni promosse da “Viterbo

con Amore”.

Circa 40 bambini/e e ragazzi/e, d’età compresa tra i 6 ed i 18 anni e prove-

I vincitori del Mini Festival 2006

nienti da Viterbo, da paesi della provincia ed oltre, hanno partecipato alla

passata edizione, i cui vincitori sono stati:

Cat. 6 – 10 anni: Gian Marco Piccini (Blera), con il brano “Vorrei avere il becco”; Cat. 11 – 14 anni: Chiara Anselmi (Villa San Giovanni

in Tuscia), con il brano “Lei ha la notte”; Cat. 15 – 18 anni: Francesca Romana Gabrielli (Monte Romano), con il brano “Fa che non sia

mai”

Fino al 20 ottobre p.v. è possibile iscriversi al Mini Festival; ogni partecipante sceglie il brano da cantare e, se non lo ha già, ne riceve

il testo e la base musicale.

Per le iscrizioni basta telefonare a Pierluigi Alberti (tel. 0761/305486 – 320/1435180) o Paolo Moricoli (tel. 0761/345610 –

328/7188646); a fine ottobre ed inizio novembre si svolgeranno le selezioni per le semifinali, presso il Porter Tavern di Viterbo.

I partecipanti saranno, ovviamente, giudicati da una giuria di assoluta qualità che, quest’anno, sarà presieduta dal giovane tenore viterbese

Antonio Poli – vincitore del Mini Festival 1998 – già apprezzatissimo cantante lirico in Italia e, soprattutto, all’estero.

È possibile prendere visione del regolamento sul sito www.omniarts.it.

Oltre ad un simpatico omaggio per tutti i partecipanti e ai premi per i primi tre classificati di ogni categoria (cat. 1 per i nati tra il 1997

e il 2001, cat. 2 per i nati tra il 1993 e il 1996, cat. 3 per i nati tra il 1989 e il 1992), il vincitore della sezione dedicata ai più grandi

avrà la possibilità di incidere un CD in una sala di registrazione professionale.

Inoltre, www.viterbowebtv.info offrirà, ai primi tre classificati di ogni categoria, un CD che darà la possibilità di effettuare un viaggio per

due persone al prezzo di una; Tuscia in Jazz Festival, invece, offrirà ai primi tre classificati della cat. 3 la possibilità di partecipare, gratuitamente,

ai suoi stage formativi estivi.

Il nostro concorso canoro sta crescendo edizione dopo edizione; in questi anni abbiamo lanciato talenti come le già famose Anna

Tatangelo (vincitrice della Sez. Giovani del Festival di San Remo nel 2002 e della categoria “donne” nel 2006: ormai è una star in ambito

internazionale!) e Alina (seconda classificata della Sez. Giovani del Festival di San Remo nel 2003), abbiamo fatto fare una proficua

esperienza internazionale ai migliori cantanti (nel 2004), inviato i partecipanti più giovani allo “Zecchino d’Oro” (terzo classificato) e,

quest’anno, Beatrice Burchiani al Festival di Saint Vincent, dove è stata tra i pochissimi premiati.

Altri giovani interpreti si stanno già mettendo in mostra (la qualità degli stessi cresce ogni anno di più) e, con un po’ di fortuna, contiamo

di poterne annoverare altri – tra non molto – nella lista dei “viterbesi bravi e famosi”.

p. Ass. OMNIARTS

Paolo Moricoli

Protegge i tuoi valori

Silvia Malatesta - Via S. Felicissima, 25

01033 Civita Castellana (VT)

Tel.0761.599444 Fax 0761.599369

silviamalatesta@libero.it


Campo de’ fiori

Etica nello sport - alla memoria di Ivan Rossi

Il 28 Settembre 2007 si è svolto presso l’Aula Magna

dell’ITIS, organizzata dalla sezione provinciale del

CONI la prima edizione di “Etica nello sport – alla

memoria di Ivan Rossi”.

Alla manifestazione erano presenti: il sindaco di Civita

Castellana Giampieri, il presidente della provincia

Mazzoli, l’assessore provinciale allo sport Trappolini,

l’assessore provinciale per la pubblica istruzione

Fabbrini, il consigliere provinciale Miccini, il dirigente

del CONI Treta, il dirigente della lega nazionale dilettanti

sezione di Viterbo Lucarini, il Vescovo della diocesi

di Civita Castellana Mons. Divo Zadi, la campionessa

di motociclismo Letizia Marchetti e naturalmente

i genitori e amici di Ivan Rossi.

Durante la manifestazione è stata consegnata, da

Letizia Marchetti, una targa ai genitori di Ivan Rossi e

sono state premiate, inoltre, le seguenti società sportive:

Basket ASD Ghost Tuscania, pallavolo femminile

di Civita Castellana, calcio Valentano, Civita Rugby

settore giovanile, Rugby Oriolo settore giovanile.

Alla fine della manifestazione sono state premiate le

prime quattro squadre del primo torneo Ivan Rossi.

Vignanello

La mamma di Ivan Rossi e Letizia Marchetti premiano la squadra vincitrice

del Torneo Ivan Rossi

Nasce la sede dell’Istituto Artistico Ulderico Midossi

L’11 Settembre è stata inaugurata, a Vignanello, la sede distaccata dell’Istituto Artistico Superiore

Ulderico Midossi, presso i locali dell’edificio scolastico di Viale Vignola.

Il Vicesindaco, Vincenzo Grasselli, e numerosi rappresentanti dell’amministrazione comunale hanno

fatto gli onori di casa ai rappresentanti istituzionali (il Povveditore Dr. Romolo Bozzo, gli Assessori

provinciali Angelo Cappelli e Aldo Fabbrini, il Preside Dr. Franco Chericoni), al personale docente e

non docente e agli studenti che formano due classi.

La sede di Vignanello è stata realizzata a seguito di un decreto emanato nel 2006 dal Ministero della

Pubblica Istruzione; il comune di Vignanello ha concesso alla provincia di Viterbo (che ha investito

circa 50.000,00 € per adattare i locali) il piano primo dell’edificio scolastico, dove sono allocate le

classi, gli uffici amministrativi ed i laboratori.

L’apertura della sede è importante per la zona perché lega una scuola di arti visive ed espressive

al territorio, inoltre, la costituzione di due classi determina un segnale forte per l’interesse dei giovani

verso il mondo artistico e della comunicazione.

da sx: Angelo Cappelli, Vincenzo Grasselli,

Romolo Bozzo e Aldo Fabbrini

Farmacie Civita Castellana aperte nei giorni festivi di Ottobre 2007

07 Ottobre - Farmacia Filizzola

14 Ottobre - Farmacia Municipale Via Ferretti

21 Ottobre - Farmacia Municipale Via Santa Felicissima

28 Ottobre - Farmacia Filizzola - Farmacia Versace Sassacci

Farmacie Corchiano e Fabrica aperte nei giorni festivi di Ottobre 2007

21 Ottobre - Farmacia Liberati di Fabrica di Roma

28 Ottobre - Farmacia Sangiorgi di Corchiano

Benzinai Civita Castellana aperti nei giorni festivi di Ottobre 2007

07 Ottobre - Shell Via Flaminia - Erg Via Nepesina - Q8 Via Terni

14 Ottobre - Esso Via Flaminia - Total Via Terni

21 Ottobre - Tamoil Via Flaminia - IP Circonvallazione - Api Via Belvedere Faleri

28 Ottobre - Api Via Flaminia Borghetto - Enerpetroli s.s. 311 Nepesina - Api Via Corchiano

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Campo de’ fiori

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INDOVINELLO

San Matteo cambia look

I cittadini di Fabrica di Roma, vedendo il programma dei

festeggiamenti in onore dei Patroni S.S. Matteo e Giustino,

sono rimasti basiti e si sono chiesti se, l’immagine pubblicata

in copertina, fosse quella del loro amato Patrono,

se non altro per l’aureola che somiglia ad un turbante.

Il San Matteo che loro conoscono è quello della vecchissima

statua lignea, posta al lato dell’altare maggiore del Duomo.

Chi ha scelto la foto, avrà pur fatto una ricerca inografica

approfondita, ma, per i fabrichesi, San Matteo resta

comunque l’altro

Se lo vedi è molto brutto, se lo senti puzza tutto, se

lo tocchi è un pò peloso, se lo assaggi è un pò

gustoso, che cos’è?

Avete risolto l’indovinello ??

Il primo che indovinerà e ne darà comunicazione

in redazione, riceverà un simpatico omaggio

offerto dalla GIOIELLERIA SPERANDIO


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Intervista a Ludovica Cenci

Ludovica,

quando è iniziata

la tua

passione per

la danza?

Fin da piccolissima,

come

quasi tutte le

bambine,

amavo danzare.

A

Sant’Oreste,

dove vivevo,

davanti allo specchio della mia cameretta,

ballavo per ore e per me era un gioco

meraviglioso. Poi mia madre mi iscrisse ad

un corso di danza classica a Civita

Castellana e fu allora che seppi, con chiarezza,

che quello sarebbe stato il mio lavoro.

Al Body Center, dove si teneva il corso,

il mio amore per la danza continuò a crescere

lezione dopo lezione.

Quindi hai frequentato Civita

Castellana a lungo?

Per oltre quattro anni, poi, consigliata

dalla mia insegnante, che riteneva avessi

conseguito una buona preparazione, tentai

l’esame per la scuola del Balletto di

Roma. Fu una selezione spietata, con un

esame che consisteva in valutazioni tecniche,

artistiche e fisiche, ma fui ammessa!

Sant’Oreste, Civita Castellana e quindi

Roma?

Si. A Roma la mia vita cambiò completamente:

scuola alla mattina e al pomeriggio

lezioni di danza per almeno quattro ore,

dal lunedì al sabato. A fine anno poi, gli

esami per accedere al corso successivo. La

NATI

Corchiano

10.06.2007 Yuri Marini

27.06.2007 Evelyn Karina Camachio

Gomez

27.07.2007 Giulia Carrer

19.07.2007 Ahmed Khan Usman

24.07.2007 Irene Montini

24.07.2007 Filho Alexan Rodrigues

Evangelista

24.07.2007 Christian Romano

03.08.207 Giorgia Cardinali

03.08.2007 Manuel Montini

23.08.2007 Sergio Anicito

07.09.2007 Francesco Moscioni

12.09.2007 Rosa Vessella

14.09.2007 Matteo Cidone

24.09.2007 Aurora Gentili

competizione era tremenda, ma i miei

sforzi furono premiati da una borsa di studio.

Dopo questo premio, conseguito con

tanta fatica,e con il progressivo maturarsi

delle mie aspirazioni, trovai il coraggio di

affrontare i provini per il Teatro dell’Opera

e per la Scala di Milano. Li vinsi entrambi!

Allora avevo solo quattordici anni e

mamma optò per il Teatro dell’Opera che

non mi avrebbe portato troppo lontano da

casa. Così iniziò la mia carriera professionale,

non solo al Teatro dell’Opera, ma

anche in tante tournèe e festival in Italia e

all’estero. La mia prima esperienza professionale,

che ricordo ancora con emozione,

fu con la compagnia di Balletto Classico di

due grandi ètoile : Liliana Cosi e Marinel

Stefanescu, nei balletti di repertorio classico

“Coppella” e “Don Chisciotte” .

E a Civita non sei più tornata fino ad

oggi ?

Il mio ritorno è stato veramente casuale.

Tre anni fa, davanti al Duomo di Civita

Castellana, in occasione del Civita Festival,

mi esibii, come prima ballerina, in “ Savor

Mediterraneo”, con la compagnia Danza

Prospettiva di Vittorio Biagi. A fine serata

riconosco tra il pubblico la signora Carla Di

Donato della mia prima scuola di danza e

corro a salutarla. Pochi mesi dopo lei mi

offre di collaborare come insegnante di

classico e contemporaneo nella nuova

scuola Blu Life di Civita Castellana.

Come vivi il tuo ruolo di insegnante?

E’ stato inizialmente un impatto traumatico.

Mi ero formata, con anni di studio, una

mentalità che male si coniugava con il

nuovo ambiente. Per carattere sono porta-

MATRIMONI

Corchiano

Claudio Ricci/Ilaria Francescangeli

Pierluigi De Angelis/Assunta De Carolis

Maurizio Vessella/Barbara Campana

Gaetano Piergentili/Loredana Ridolfi

Daniele Caracuta/Roberta Ubertini

Antonio Troncarelli/Emanuela Marini

Paul Leon Joseph Ploumhans/Maria

Grazia Ferri

Fabio Gentili/Alessia Magrini

Antonio Del Monaco/Antonina Valentini

Maurizio Ermini/Giuseppa Gentili

Alessio Romano/Anna Bracci

Marco Stefanelli/Daniela Orefice

Riccardo Petroni/Anna Lisa Frezza

Marcello Narcisi/Simona Tomei

Alessandro Siviglia/Sara Pedica

Daniele Cau/Debora Ciarnese

Fabio Ciani/Laura Febbraio

Gianni Testini/Laura Marcomeni

61

ta a parlare e cercare di capire i problemi

di allievi e genitori, ma sono intransigente

per quanto riguarda la “mia” danza. Oggi

però sono estremamente soddisfatta perchè

gli allievi, che mi seguono da tempo,

hanno raggiunto un buon livello tecnico e

mi apprezzano, indipendentemente dalla

mia severità. Ho avuto anche la soddisfazione

di vedere l’ammissione di una mia

allieva all’Accademia Nazionale di Danza.

Parallelamente continuo il mio lavoro di

ballerina, sempre all’avanguardia in quelle

che sono le nuove tendenze coreografiche

e i nuovi stili contemporanei. Questo per

me è un grande arricchimento personale e

uno stimolo continuo anche nell’insegnamento.

E invece le tue ultime esperienze

come ballerina?

Nella scorsa stagione ho potuto lavorare,

dopo una dura audizione, con uno degli

esponenti dei Momix, esibendomi con la

compagnia a Roma per Amnesty

International; uno stile unico ed entusiasmante,

lontanissimo dalle mie precedenti

esperienze. Poi ho partecipato al progetto

“ Fusion d’Arte” per il Ministero dei Beni

Culturali. Si tratta di una produzione in

video sull’opera dello scultore Manzù,

creata per il Museo di Arte Contemporanea.

Ora sono appena rientrata dal

Festival Nazionale Pucciniano, dove sono

stata scritturata come prima ballerina. Di

quest’opera sono già previste due turnèe a

Nizza e Tokio.

(Auguri per la tua doppia carriera professionale

e di insegnante).

DECEDUTI

Corchiano

26.06.2007 Alvo Monfeli

04.07.2007 Angela Raffaela Ciuffreda

13.07.2007 Leonino Forti

13.07.2007 Mario Santoro

27.07.2007 Giulia Tempestini

28.08.2007 Elena De Angelis

28.08.2007 Maria Pia Bufacchi

30.08.2007 Secondo Poli

02.09.2007 Tommaso Campanelli

05.09.2007 Margherita Lucchesi

25.09.2007 Luigi Bernardini

27.09.2007 Argentina De Santis

01.10.2007 Adio Piergentili


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Campo de’ fiori

Sandro Anselmi

P.zza della Liberazione, 2 - 01033 Civita Castellana (VT)

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