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Adistanza di due mesi dalla sconfitta elettorale

siamo ancora impegnati a svolgerne un’analisi

organica e minuziosa: a cercare di individuare, in

profondità, le cause di quello che si presenta come il più

pesante arretramento elettorale della storia della sinistra

italiana. Due milioni e 400.000 voti perduti in due anni,

oltre il 60% di consensi in meno di quanti ne disponessero

nel 2006 le tre forze (Prc, Pdci e Verdi) che, insieme

a Sd, hanno dato vita alla Sinistra l’Arcobaleno.

Un arretramento omogeneo, simile per entità e segno in

tutto il territorio nazionale. E che avviene parallelamente

a una affermazione delle destre altrettanto inedita e

speculare sul piano delle sue ragioni scatenanti.

Qual è, appunto, il segno e il significato politico di questo

nostro tracollo e del contestuale avanzamento della destra?

La sconfitta elettorale

A nostro avviso i due fenomeni si innestano al culmine

del ciclo lungo della rivoluzione passiva neo-liberista che

– come abbiamo più volte sostenuto – ha agito da sfondo

strutturale rispetto alla crisi di egemonia culturale e

ideale della sinistra che, negli ultimi venticinque anni,

ha progressivamente condotto al nostro sradicamento

dai luoghi della subalternità sociale.

Se da un lato, quindi, la sinistra si è dimostrata incapace

di reagire alla frantumazione dei vincoli di solidarietà

della classe (prodotto della frammentazione lavorativa

della classe medesima), proponendo di sé un profilo

programmatico non percepibile come utile e aderente alle

istanze dei lavoratori e dei ceti più deboli, la destra – proprio

a questo livello – ha sfondato. Ha utilizzato le armi

* COORDINATORE NAZIONALE ESSERE COMUNISTI

** COORDINATORE NAZIONALE GIOVANI E COMUNISTI

EDITORIALE

dopo la tempesta

CLAUDIO GRASSI* E SIMONE OGGIONNI**

più incisive della propaganda e della costruzione del consenso

al fine di cementare – intorno al proprio programma

e alla figura dei suoi leaders – un blocco sociale ampio

e trasversale. Facendo leva – con solo apparente paradosso

– sulle ansie e sulle paure di insicurezza sociale prodotte

dal medesimo ciclo lungo e, nella fattispecie, da

politiche economiche e sociali che da un lato hanno impoverito

e redistribuito verso l’alto e, dall’altro lato,

hanno moltiplicato i bisogni indotti e diversificato le

priorità rivendicate (meno conflittualità, più sicurezza).

E così, in questa traslazione dei bisogni, alcuni degli attori

sociali del nuovo proletariato sono diventati, nel corso

degli anni, il bersaglio di un razzismo di massa la cui intensità

ha un solo precedente nella storia contemporanea

del nostro Paese: la fine degli anni Trenta, il diffondersi

epidemico – e il farsi legge – di pratiche di violenza razzista.

Al punto che oggi la gravità di questo processo ci

impone di moltiplicare gli sforzi – con ogni strumento e

a ogni livello – affinché la coscienza civile del Paese freni

una deriva che, con la complicità delle istituzioni, rischia

di farsi ingovernabile e irreversibile.

Detto ciò, e cioè che esistono ragioni strutturali all’origine

della crisi, non ci possiamo esimere dall’affrontare le

due motivazioni contingenti – ma non per questo meno

decisive – da cui è scaturito il risultato del 13 e 14 aprile

scorso. È essenziale ricordare, infatti, che il tracollo di

consensi che rileviamo è di tale consistenza in relazione

all’ultimo biennio, a far data cioè dal principio della nostra

esperienza di governo.

Il governo Prodi

La prima delle due ragioni allude precisamente al tema

del governo, alla scelta di farne parte nei termini decisi al

VI congresso nazionale del Prc, alla nostra incidenza al-

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l’interno di esso. Un’incidenza ampiamente insufficiente,

al punto che oggi la nostra partecipazione al governo

viene unanimemente ritenuta fallimentare. Consapevoli

di tale rischio, al congresso nazionale di Venezia avevamo

proposto che si provasse a dare vita a un accordo programmatico

con l’Ulivo fondato sull’individuazione di un

asse della mediazione che contenesse alcuni punti discriminanti

e per noi essenziali.

Non era in questione la necessità di cercare una convergenza

tale da sbarrare il passo alle destre: questo ci chiedeva

la nostra gente e, se non ci fossimo posti con decisione

sulla strada della ricerca di un accordo con il centrosinistra,

ci saremmo posti fuori dalla politica. Erano

in questione i contenuti e le modalità di una convergenza

che si presentava segnata da un’attitudine immotivatamente

ottimistica. Tuttavia a Venezia, come si ricorderà,

prevalse una posizione affatto diversa: si sostenne che

avremmo potuto tentare la «sfida» del governo grazie al

ruolo che i movimenti avrebbero giocato nello scenario

politico del Paese; che il governo sarebbe divenuto permeabile

alle loro istanze; che le forze moderate del centro-sinistra

avrebbero maturato scelte di sostanziale discontinuità

con le esperienze degli anni Novanta; che si

sarebbe aperta una grande stagione riformatrice, ponendo

con l’alternanza (il passaggio del governo) le basi dell’alternativa

(di società).

Il fatto che alla puntuale smentita delle ipotesi di partenza

e, con esse, dell’impianto politico del documento che

prevalse a Venezia, il gruppo dirigente del partito abbia

risposto nei primi mesi di governo minimizzando le difficoltà,

non ha fatto altro che aumentare la delusione, la

frustrazione e il senso di impotenza del nostro elettorato

che, mentre non percepiva alcun miglioramento nella

propria condizione di vita, prendeva atto dell’incapacità

della sinistra e in primo luogo del nostro partito di riconoscere,

per come si presentavano, i problemi di convivenza

e compatibilità con le forze moderate dell’Unione.

Anzi, un tale atteggiamento è stato esso stesso concausa

della sconfitta, nella misura in cui si è rivelato – nel momento

della disillusione – un elemento decisivo di rottura

con i nostri referenti sociali.

I punti più avanzati contenuti nel programma dell’Unione

(già in sé insufficienti rispetto alle esigenze reali dei

lavoratori) sono divenuti con il tempo sempre più marginali

rispetto a un indirizzo nettamente prevalente, segnato

dalla priorità del «risanamento» dei conti pubblici,

dall’assenza di politiche redistributive, da scelte a

esclusivo beneficio di imprese e banche.

Nel frattempo i segnali arrivavano forti e chiari, ma senza

che il partito li volesse registrare: la spaccatura del movi-


mento contro la guerra del 9 giugno (con il partito in una

Piazza del Popolo deserta), l’arretramento alle elezioni

amministrative del 2007, la difficoltà di relazionarsi con

i ceti operai, come dimostra la fredda accoglienza riservataci

davanti ai cancelli di Mirafiori. Molto più che spie

di un malessere e di un disamoramento che, esacerbati

sino all’apice del nostro voto favorevole al protocollo sul

welfare, sono stati la prima delle due ragioni che chiamiamo

in causa.

La Sinistra l’Arcobaleno

La seconda concerne il metodo e la sostanza del processo

di costituzione della Sinistra l’Arcobaleno. Se infatti un

tale percorso ha preso avvio non all’interno degli organismi

del partito ma dall’iniziativa congiunta di alcuni dirigenti

del Prc e di Sd, al di fuori quindi di qualsiasi intento

di definizione di una linea politica condivisa, è perché

esso è stato ed è strutturalmente eversivo rispetto al

Partito della Rifondazione Comunista. Benintesi, non ci

si riferisce alla Sinistra l’Arcobaleno come lista elettorale

unitaria resa necessaria dalle alte soglie di sbarramento

elettorale: è evidente che, una volta confermato l’attuale

dispositivo elettorale, non restava che unire in coalizione

le forze della sinistra di alternativa. Ci riferiamo,

invece, al progetto di fare di tale proposta elettorale il

battesimo inaugurale del nuovo soggetto politico della sinistra

unita. In ciò sta l’eversione, la negazione alla radice

– nell’ipotesi del suo superamento – dell’autonomia

del nostro partito, che noi riteniamo viceversa essenziale

non in quanto convenienza tattica ma per una ragione

di ordine strategico.

È a ridosso delle elezioni politiche che viene definito «irreversibile

[…] il processo di costruzione del nuovo soggetto

politico della sinistra» e si ipotizza che all’interno di

esso il «comunismo, al pari di altre esperienze, potrà sopravvivere

come tendenza culturale». Facendo accettare

al partito che altrove si decidessero i suoi destini; e na-

EDITORIALE

scondendo, ancora una volta, i fattori di controindicazione

esistenti all’interno del raggruppamento elettorale

(come le grandi differenze di cultura politica, nei riferimenti

internazionali e nel rapporto con il Pd) che pure

emergevano da un’analisi obiettiva della proposta.

L’aver puntato, nel vivo della campagna elettorale, sulla

prospettiva di un superamento delle forze che componevano

la coalizione ha incrementato l’indeterminatezza

della proposta politica e del suo profilo identitario e programmatico.

Ciò ha contribuito in misura rilevante a fare

apparire la Sinistra l’Arcobaleno come un aggregato di

ceto politico non credibile che, tra l’altro, aveva dato pessima

prova di sé nel corso dei due anni di governo. Se a

ciò aggiungiamo le modalità con cui si sono formate le

liste e il fatto che l’argomentazione principale a favore

del voto agitata in campagna elettorale fosse quella secondo

cui «così non sarebbe scomparsa la sinistra», non

è difficile capire perché tre elettori su quattro non l’abbiano

votata.

Ricordiamo questi eventi, e li riproponiamo nella veste

di cause della nostra sconfitta, perché pensiamo che soltanto

così sia verosimile definire – e proporre al partito

in questo suo difficile confronto congressuale – un progetto

politico credibile. Ciò è possibile, perché i milioni

di voti perduti, così come le centinaia di migliaia di militanti

che hanno riempito le strade di Roma lo scorso 20

ottobre e che il governo Prodi ha così clamorosamente

deluso, non sono definitivamente e improvvisamente

scomparsi. Molti di loro hanno punito questa sinistra e le

scelte compiute in questi anni. Se sapremo trarre insegnamento

dagli errori e cambiare rotta, già in questi mesi

di opposizione sociale alle destre e in occasione delle

prossime elezioni europee, presentandoci con il nostro

programma, il nostro nome e il nostro simbolo, saremo

di nuovo nelle condizioni di intercettare il loro consenso

e la loro richiesta di rappresentanza.

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Il cuore del congresso

Questo congresso ha un cuore ed, essenzialmente, un

tema di dibattito su cui si dividono le opzioni al nostro

interno: il futuro di Rifondazione Comunista.

Coerentemente con le aspettative riposte in campagna

elettorale sulla lista della Sinistra l’Arcobaleno, una parte

di compagni avanza oggi la prospettiva del «superamento»

di Rifondazione Comunista in un nuovo soggetto politico.

Per stare alla lettera della mozione il cui primo firmatario

è Nichi Vendola, il Prc dovrebbe mettere le proprie

risorse e la propria sovranità al servizio di un

progetto di «costituente della sinistra».

Adoperando le parole che Alfonso Gianni ha pronunciato

all’indomani del voto del 14 aprile, dovremmo pensare

a «un percorso da iniziarsi subito, di rifondazione

della sinistra, nel quale le forze partitiche superino le

loro specifiche forme organizzate». Per usare, invece,

quelle più recenti di Peppe De Cristofaro, segretario regionale

della Campania, se la Sinistra l’Arcobaleno avesse

ottenuto l’8% dei voti (si badi, meno della somma dei

consensi raccolti due anni prima da tre dei quattro partiti

della SA), sarebbe stato «inevitabile proporre lo scioglimento

di Rc».

A nostro parere questo «superamento» assumerebbe –

anche perché la forza politica disponibile a una tale impresa

è principalmente Sinistra democratica – la forma di

un soggettività politica non in grado di mantenere un profilo

di autonomia nei confronti del Partito democratico.

Verrebbe a mancare, con ciò, un partito strategicamente

alternativo all’area riformista e liberale, un partito di

classe e conflittuale, come è sempre stata, e come noi vogliamo

che continui a essere, Rifondazione Comunista.

Ragioni per certi versi specularmente analoghe a quelle

che abbiamo addotto a proposito della «costituente della

sinistra» ci inducono altresì a non condividere la posizione

di quanti propongono per l’immediato un processo

costituente di unificazione dei comunisti. Posta all’inter-

no di un dibattito congressuale straordinario nel quale è

in gioco niente meno che la sopravvivenza e il rilancio del

nostro partito, una tale proposta mina la possibilità di

conseguire il suddetto obiettivo, alludendo anch’essa alla

costituzione di una nuova forza politica e risultando così

contrapposta ma complementare all’ipotesi della costituente

della sinistra. Ciò che rileviamo è, in buona sostanza,

che entrambe le proposte considerano conclusa

l’esperienza di Rifondazione Comunista.

Viceversa noi riteniamo che il Prc, dentro un processo di

unità a sinistra che parta dalle lotte e dai conflitti e in un

processo di auto-riforma così come proposto a Carrara,

possa essere il perno attorno a cui costruire una sinistra

di alternativa nel nostro Paese. La realizzazione delle

altre due proposte in campo – «costituente della sinistra»

e «costituente comunista» – sancirebbe la fine

dell’esperienza di Rifondazione Comunista e la costruzione

di due soggettività, a nostro parere, marginali e minoritarie:

una subalterna al Pd e l’altra rinchiusa in un

recinto residuale e identitario.

Quale Prc?

È per le ragioni di natura politica sopra descritte, e non

perché saremmo interessati a chiuderci nel «fortino arroccato»

della nostra identità, che osteggiamo uno scenario

che vedesse disciolto in una sinistra generica il patrimonio

di Rc. Nel farlo, avanziamo una proposta chiara:

rafforzare e rilanciare Rifondazione Comunista e, al contempo,

ricostruire la sinistra dal basso, nei territori, nel

vivo delle vertenze e delle mobilitazioni, e – a livello centrale

– con un coordinamento permanente di tutte le

forze politiche, sociali e di movimento che si riconoscono

nella sinistra alternativa.

Ciò non è però sufficiente. Di fronte alla profondità della

nostra sconfitta, è necessario chiarire da quale Rifondazione

comunista (e per quale sinistra) è urgente ripartire.

Intendiamo ripartire da una Rifondazione Comunista


che sappia affrontare il tema del «governo» tenendo ben

dritta la barra dell’alternativa di società e dunque evitando

la velleitaria pretesa di invertire i rapporti di forza tra

le classi attraverso un’alleanza di governo con forze indisponibili

alla discontinuità. Non quindi al fine di proporre

lo sterile assioma secondo il quale – sul piano

astratto dei principi – non è possibile costruire rapporti

con la sinistra moderata, ma per affermare la convinzione

che oggi, nei confronti di questo Pd, non è possibile

aprire un dialogo teso alla costruzione di una nuova alleanza

di governo. In controluce, ciò significa mirare alla

costruzione di un partito – e di una sinistra più ampia –

che viva nella società e, in primo luogo, nei luoghi del

conflitto e della produzione, e che per questo sappia evitare

il rischio di essere percepito come un corpo estraneo

dai suoi stessi riferimenti sociali.

Da un partito che, mentre pone le sue radici nella società

e nel territorio, consolida e cura il suo profilo teorico e

culturale e dunque la sua alternatività al modo di produzione

capitalistico.

Da un partito che, in questo senso, lavora alla costruzione

dell’intellettuale collettivo, in perenne ricerca, in cui

i corpi intermedi e i territori siano parte attiva nella costruzione

della linea politica e non i terminali esecutivi di

quanto viene stabilito al centro o, estemporaneamente,

sui grandi mezzi di informazione.

Da un partito che riconquista, nei comportamenti individuali

dei suoi dirigenti e in quelli collettivi, un costume

di sobrietà e di austerità, contraddicendo alla radice le

ragioni di quanti – percependoci come parte della

«casta» – ci hanno voluto punire con il voto di aprile.

Come è evidente, questi non sono intendimenti improvvisati:

emergono, in filigrana, dalle critiche che abbiamo

mosso al partito negli ultimi anni e, con ancora maggiore

intransigenza, negli ultimi mesi. E che tornano, puntualmente,

nella mozione congressuale che stiamo presentando

in ogni circolo e in ogni federazione insieme a

quelle compagne e a quei compagni che, pur provenendo

EDITORIALE

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da una diversa collocazione all’interno del partito, oggi

riconoscono i limiti profondi della proposta di Venezia e

ricollocano quella loro scelta di innovazione dentro la

prospettiva di rilancio di Rifondazione Comunista.

Da Carrara al VII congresso

Non era scontato unire in un’unica mozione congressuale

esperienze e, anche, culture politiche differenti. Sarebbe

divenuto impossibile se alla Conferenza di Carrara avessimo

seguito chi ci proponeva una scelta differente e cioè di

contrastare – non comprendendo le contraddizioni latenti

che vi erano nella maggioranza di Venezia – l’investimento

unitario che allora si fece sul rilancio del partito e

sul suo rafforzamento territoriale. E invece possiamo dire

che è stata proprio quella scelta a permetterci di consolidare

quella convergenza con settori del partito diversi (e

con tanta parte del partito vivo nei territori) che oggi ci

consente di disporre di una mozione unica in grado di

porre realisticamente l’obiettivo di rilanciare il Prc.

Un’esperienza in cui, nel merito dei testi discussi così

come nella pratica, si sono poste le basi di una modalità

unitaria e collegiale di gestire e intendere il partito. Che ha

portato alla proposta, sostenuta sino all’ultimo momento

utile, di svolgere un congresso a tesi emendabili, in cui

fosse possibile fare prevalere gli elementi di consenso e

circoscrivere, nell’ambito di una proposta largamente

condivisa, i fattori di dissenso. E che ci conduce oggi, infine,

ad avanzare a chi gli insegnamenti di Carrara li ha

progressivamente smentiti e abbandonati una proposta di

gestione unitaria del partito, sulla base vincolante della

linea politica che emergesse prevalente al congresso.

Il partito e i Giovani comunisti

Tutto ciò ha molto a che vedere anche con il dibattito interno

ai Giovani Comunisti che, in tutti questi anni, sono

stati obiettivamente parte essenziale del progetto di defi-


nizione della linea politica di Rifondazione comunista. In

particolare, sono stati decisivi nella costruzione di quella

«innovazione» di cui oggi rileviamo tutta l’ambivalenza

e che, inevitabilmente, si trova a essere oggetto polemico

del congresso.

Abbiamo, al riguardo, una idea molto chiara. E cioè che

l’innovazione delle pratiche e della cultura politica del

partito (e dei Giovani Comunisti) sia un valore prezioso,

e sia quindi da difendere, nella misura in cui essa non

scinde da sé il tema della rifondazione comunista, e cioè

della sua auto-collocazione all’interno di un orizzonte

strategico di ricerca di forme di «comunismo» adeguate

alla fase storica che stiamo attraversando. Rientrano in

questo novero scelte che riteniamo ormai patrimonio

imprescindibile di tutto il partito: l’internità ai movimenti

di massa anti-liberisti; l’affermazione della centralità

decisiva del pensiero della differenza e dell’autodeterminazione;

la pratica di un’attenzione e una disponibilità

scevre da settarismi e diffidenze nei confronti

della società e dei mille «focolai di resistenza» esterni

alle nostre strutture e disseminati nel Paese.

Ma vi è anche una presunta innovazione – di cui una parte

importante del gruppo dirigente dei Giovani Comunisti è

stata altrettanto protagonista – che ha coinciso con una

sostanziale involuzione: l’idea secondo cui un contesto

produttivo in rapida trasformazione (e una società sempre

più complessa, con nuovi bisogni e nuovi soggetti) inducesse

meccanicamente la necessità di liberarsi delle

forme consolidate della politica e dunque anche della nostra

organizzazione giovanile. In quest’ottica abbiamo registrato

la proposta – organica all’ipotesi della «costituente

della sinistra» – di dare vita, oltre i Gc, a uno spazio

pubblico generazionale della sinistra diffusa, a cui

ciascuno di noi dovrebbe singolarmente partecipare.

Vi è, in questo, un elemento di differenza culturale che

chiama in causa niente meno che la concezione del partito

e della politica, da noi intesa come luogo pubblico

del confronto e del conflitto di soggetti collettivi orga-

EDITORIALE

nizzati e non come arena aperta in cui agiscono, senza

armonia né organicità, individui soli. Ed è evidente che,

in questo orizzonte, anche il tema della «egemonia», e

cioè della capacità politica di acquisire e produrre consenso,

viene archiviato. Con le conseguenze negative che

è facile intuire.

La sfida dell’opposizione sociale

Noi invece vogliamo raccogliere la sfida per l’egemonia

che la destra ci ha lanciato nella società.

Si è aperta una legislatura – a detta di tutti i suoi protagonisti

– «costituente», che potrebbe trasformare il nostro

Paese in una Repubblica presidenziale e federalista,

anche sul piano economico, in un sistema politico compiutamente

bipartitico e con un sistema elettorale maggioritario.

E, sul piano sociale, in una vera e propria democrazia

padronale in cui verrebbe istituzionalizzata la

precarietà e la ricattabilità dei lavoratori e approfondito il

disequilibrio tra sacche di povertà e nicchie di privilegio.

Non ci resta che aprire una stagione di conflitto e di opposizione

al governo Berlusconi e alle sue politiche, a

quelle già praticate (il pacchetto sicurezza, la gestione

militare dell’emergenza rifiuti in Campania) e a quelle

messe in cantiere (la detassazione degli straordinari e dei

premi di risultato, lo snaturamento del ruolo del contratto

nazionale, la trasformazione della pubblica amministrazione

in Società per azioni, il ritorno al nucleare, il

federalismo fiscale).

Senza Rifondazione Comunista e – insistiamo – il suo rilancio,

abbiamo l’impressione che ciò risulti impossibile.

Non possiamo permettercelo.

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insostituibilità dei migranti

e ipocrisia dei mercanti della paura

In tempi di caccia all’uomo e di sicurezza percepita,

di leggi speciali e ronde xenofobe, proviamo a

1. ragionare sugli stranieri presenti in Italia. Certo, il

ragionamento di questi tempi è merce rara, si deve stare

al passo della cronaca che incalza. Ma se non ragioniamo

noi chi lo fa? Proviamoci già domandandoci: quanti sono

gli stranieri oggi nel nostro Paese? Che lavoro fanno?

Con che contratto? Che problemi presentano? Ci aiuta in

questo l’ultimo rapporto Istat che, al V Capitolo dedicato

proprio all’immigrazione «tra nuovi flussi e stabilizzazioni»,

ci racconta di 3,8 milioni di stranieri regolari

presenti oggi in Italia, pari al 5,8% di tutti i residenti. Ma

in Lombardia gli stranieri sono ben 850.000, si è così al

9% dei residenti con punte del 12% a Brescia. In questa

Regione si affaccia la seconda generazione dei migranti,

aumentano i ricongiungimenti familiari, ancora complicati

dalla burocrazia ma pur sempre il passo decisivo per

l’integrazione, e poi le nascite. Ad esempio, alla storica

clinica Mangiagalli di Milano, su quattro bambini che

nascono uno è figlio di coppie straniere o miste, il che

semplicemente vuol dire che fra venti anni gli stranieri

di seconda e terza generazione saranno almeno il 25% dei

cittadini milanesi. Inoltre, dei quasi quattro milioni di

stranieri presenti oggi in Italia, i romeni sono diventati

640.000 con un aumento di 300.000 dopo essere diventati

cittadini europei. La prevalenza degli stranieri relativamente

al genere, è ancora l’Istat che parla, è assolutamente

maschile, ma l’immigrazione da Ecuador e Perù,

come da Moldova e Ucraina, invece, è a fortissima prevalenza

femminile.

Avanza il popolo delle badanti, con una novità: da un

mese si registra uno storico sorpasso secondo cui oggi le

badanti straniere presenti in Italia, ben 700.000, sono

* ASSESSORE PRC-SE ALLAVORO DELLA PROVINCIA DI MILANO

BRUNO CASATI*

diventate più dei 675.000 dipendenti del Servizio

Sanitario Nazionale. Eppure c’è qualche parlamentare

europeo, italiano e imbecille, che invita i carabinieri ad

andare casa per casa a scovare e denunciare le famiglie

che ospitano queste persone che, magari clandestine,

accudiscono, di giorno come di notte, anziani non autosufficienti

e sopperiscono così alle gravissime carenze

del servizio pubblico. Assistere un anziano in una casa di

riposo costa alla famiglia circa 20.000 euro l’anno (se

trova il posto letto). Con una badante te la cavi con la

metà. E parliamo pure dei clandestini, che secondo una

stima recentissima de «Il Sole 24 Ore» dovrebbero

essere in 650.000 presenti sul territorio. Ebbene la gran

parte di quei quasi quattro milioni di persone straniere

oggi regolari è stata per un certo periodo clandestina e

oggi è diventata indispensabile. Anzi, è diventata il

motore dell’economia, visto che compone, sempre per

«Il Sole 24 Ore», per il 10% il prodotto interno lordo del

Paese. Inoltre, almeno 90.000 di quei clandestini provengono

dalle terre della ex Jugoslavia dove vivevano in

case che gli italiani (governo D’Alema) hanno bombardato

e oggi, fuggiti, vengono trattati come «inesistenti»

e rispediti nei campi profughi di quello che era il loro

Paese. C’è da vergognarsi: la clandestinità non può essere

reato. L’Italia non deve punire, deve risarcire.

2. Proviamo ora a metterci nella condizione di proseguire

quel ragionamento, capire di più scegliendo un osservatorio,

la Provincia di Milano, del quale, sull’immigrazione

in tutte le sue sfaccettature, disponiamo di tutti, ma

proprio tutti, i dati aggiornati o in aggiornamento. Si

sappia allora che, nel primo semestre del 2007, sono

entrati al lavoro in questo territorio 41.160 extracomunitari,

12.676 romeni, 1.102 bulgari. I dati del secondo


semestre sono tuttora in consolidamento ma si può dire

con una certa approssimazione, avendoli analizzati, che

in Provincia di Milano, nel solo 2007, sono stati avviati al

lavoro 117.000 lavoratori stranieri. Chi sono? Se scomponiamo

i dati per sesso vediamo che il 76% delle assunzioni,

in assoluta assonanza con il dato nazionale, riguarda

i maschi, per il 24% le donne. Se guardiamo all’età si

rileva come il 65% degli avviati si collochi nella fascia, si

ritiene la più produttiva, che va dai 25 ai 39 anni. Se si

analizza infine la loro destinazione nel lavoro, si scoprirà

che il 54% degli ingressi si dirige verso i servizi, magazzinaggio

e trasporti in particolare, e il 43% verso l’industria

con prevalenza verso il settore delle costruzioni,

tanto che oggi nei cantieri della provincia il 60% dei

lavoratori è straniero (solo dieci anni fa era il 10%). È in

questo settore che vengono utilizzati i clandestini,

soprattutto nei piccoli cantieri e nei lavori a giornata per

meno di 20 euro al giorno. Ci sono luoghi a Milano,

Piazzale Lotto e Piazzale Loreto, dove ogni mattina alle

cinque si apre il mercato delle braccia, con tanto di caporale

che imbarca i selezionati sui pulmini per mandarli in

Brianza o nella «Bassa» ove spesso ci lasciano la pelle e

vengono abbandonati per strada. Ma il dato più interessante

da analizzare riguarda le tipologie contrattuali

applicate per gli stranieri all’assunzione. Non so se il

dato milanese sia estendibile all’Italia, ma in questa provincia

la forma contrattuale prevalente oggi adottata per

gli immigrati non è il tempo parziale, come si potrebbe

pensare, ma è il tempo indeterminato. Gli immigrati

vengono assunti per il 60% stabilmente mentre, per gli

italiani, il tempo indeterminato è stato praticato, sempre

nel 2007, per il solo 30% degli assunti. In Italia, ci spiega

Confindustria, il tempo indeterminato per gli stranieri

scala al 44%, resta però al 30% per gli italiani. Come

mai? Per un insieme di ragioni. La prima è che chi arriva

in Italia da Paesi dove c’è la fame e la guerra e deve mantenere

i propri cari rimasti laggiù, manifesta grande

disponibilità a essere impegnato in mansioni semplici

EDITORIALE

ma usuranti, spesso sottopagato rispetto al minimo contrattuale.

Il padrone che ti stabilizza perché gli sei utile,

poi spesso non rispetta il contratto e sa che non puoi protestare

in quanto sei ricattato dal permesso di soggiorno,

che lui impugna. Ma c’è una seconda ragione che chiama

in causa il nostro sistema formativo spesso, troppo spesso,

non correlato all’offerta reale: chi arriva in Italia il più

delle volte è portatore di una formazione professionale

adeguata. Si sappia che dall’Est (sono convinto che nessuno

lo sa, ma questi sono i nostri riscontri reali) il 30%

di chi arriva dispone di una laurea tecnica, il 34% di un

diploma, il 12% di un attestato professionale, anche se

poi questi titoli trovano enormi difficoltà a essere riconosciuti

per ragioni burocratiche, ma anche per insormontabili

oneri economici. Ed è proprio in ragione di

questa griglia di ragioni – disponibilità a fare tutto e a

non protestare mai, accompagnata da competenze professionali

che vanno oltre la richiesta – che l’imprenditore

si accaparra subito l’immigrato. Anzi ne chiede altri.

«Perché dovrei delocalizzare in Romania laddove il lavoro

costa meno e non ci sono diritti – questo il suo ragionamento

– se la Romania arriva qui?» Ricordo solo che

in Romania operano 24.477 società italiane o a capitale

misto e ci sono 150.000 italiani. Ricordo anche che a

Timisoara ci sono più Ferrari che non in tutta la

Lombardia. Certo, il salario è sui 120 Euro al mese. Se

quello è il modello, l’immigrato è lo strumento per trasferirlo

anche in Italia. L’immigrato abbassa la testa e

subisce, ma con tenacia cerca di risalire piano piano la

scala sociale e gli riesce quando acquisisce nozioni,

quando diventa padrone della lingua. È in quel momento

che esce dalla morsa di un lavoro a tempo indeterminato

che lo fissa nella fascia bassa dello sfruttamento. Si può

dire così: l’immigrato viene assunto e stabilizzato nei

settori ad alta intensità di lavoro e a bassa remunerazione.

Poi, come tutte le brave persone, cerca l’integrazione

attraverso l’emancipazione nel lavoro.

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3. Che sintesi si può fare a questo punto? Si può dire che

l’inserimento dei lavoratori stranieri nella nostra economia

è diventato elemento strutturale: settori interi (dell’edilizia

abbiamo detto, ma non solo, ci sono il servizio

sanitario e la ristorazione) fondano infatti gran parte

della loro attività proprio sulla manodopera straniera. Si

deve però aggiungere che gli imprenditori che chiedono

sempre di più questa manodopera, dalle mie parti in particolare

i padroncini leghisti così numerosi, la vorrebbero

al lavoro ma in silenzio per le 10/12 ore in fabbrica o in

cantiere. Ma poi, fuori dal cantiere e dalla fabbrica, questa

umanità deve semplicemente sparire. Gli immigrati

diventano insostituibili, questo è vero, ma lo sono solo

per il tempo in cui vengono sfruttati, poi vengono abbandonati

a se stessi dalle imprese così come spesso, troppo

spesso, anche dalle istituzioni. Alla luce di questi rilievi e

della massa di dati che li sostengono e che in questa sede

sono stati richiamati solo in minima parte, si può tranquillamente

sfatare la leggenda secondo cui l’immigrato

toglie il lavoro ai nostri figli. Non toglie proprio nulla, ma

entra solo laddove il lavoratore italiano esce (o rifiuta)

per l’alto rischio, la nocività, il basso salario e il nullo

riconoscimento sociale. Non toglie niente a nessuno, ad

esempio, chi lavora sulle impalcature o sui ponteggi di un

cantiere. Non toglie nulla a nessuno chi si spacca la

schiena nei cantieri stradali o in una fonderia. Non toglie

nulla a nessuno chi raccoglie il pomodoro e fa la vendemmia.

Non toglie nulla a nessuno chi oggi cura le bestie in

una stalla. Gli stranieri non tolgono nulla, questo è vero,

ai lavoratori italiani ma vengono utilizzati dagli imprenditori

italiani per abbattere rivendicazioni di salario e

diritti proprio dei lavoratori italiani, come a dire agli italiani:

«State quieti, abbassate la testa, altrimenti vi sostituiamo

con quelli». E minacciano di farlo con chi, incalzato

dal bisogno, ricattato dal permesso di soggiorno, è

portato ad accettare tutto. Il nuovo esercito di riserva è

schierato in campo.

Resta il problema dell’integrazione oltre il lavoro. Questo

problema si chiama «casa» ed è un nodo irrisolto. Il

lavoro si trova, seppur a quelle condizioni, la casa no. È

sulla casa che si presenta il contrasto stranieri-locali e, se

sul lavoro si può sostenere che l’immigrato nulla toglie

agli italiani, sulla casa la questione è aperta. Soprattutto

nelle grandi metropoli.

4. Leggo il fenomeno – conflitto tra immigrati e locali

sulla casa – ancora su Milano metropoli. A Milano ci sono

15.000 domande di case popolari, con un’offerta di soli

500 alloggi. 15.000 domande significano 50.000 persone

in attesa. A Milano ci sono però 4-5000 appartamenti

sfitti. Guai però ad avvicinarvisi. La sacra proprietà è

intoccabile. Milano è la realtà di «città nella città» blindate,

con vigilantes e pit-bull a protezione. E ne sorgono

altre. Ad esempio a Rogoredo, dove prima c’erano delle

fabbriche, oggi è aperto il più grande cantiere edile

d’Europa, quello cosiddetto di Santa Giulia dove l’immobiliarista

Zunino costruisce case che verranno vendute a

8000 euro al metro quadro. Nel cantiere, in questi giorni,

4000 persone, 2500 gli immigrati, sono all’opera.

Ognuna di queste persone, italiana o romena, dovrebbe,

in ipotesi, lavorare un anno per poter acquistare un metro

quadro della casa che sta costruendo. Non sono certo case

per quei 50.000 in attesa, ma per un ceto di possidenti

che vengono attratti a Milano e sul quale si sta cambiando

la composizione sociale della città. Una città in cui 10.000

famiglie, 60.000 in Lombardia, non sono in grado di

pagare l’affitto. Da questa città evidentemente i giovani

scappano; chi di loro resta, diviene prigioniero di mutui

capestro. È la città dei superflessibili dove hanno avuto un

picco le malattie psichiche, città fragile, esposta ai quattro

venti. Restano gli anziani, spesso soli, che non possono

andarsene: li si vede in fila alle mense dei frati o a rovistare

nelle cassette della frutta o del pesce dopo i mercati. E

si trovano fianco a fianco con l’immigrato. L’anziano ha

paura e sente l’immigrato, che in questa città è arrivato da

poco, come il nemico, il competitore con cui spartire la


miseria. Con le istituzioni che, invece di attivare ad esempio

una campagna «casa per tutti» (a Milano le istituzioni

sono in pugno a redditieri e palazzinari senza scrupoli)

alimentano il conflitto e, soprattutto, il fascista Vice

Sindaco con la sua squadretta di vigili urbani picchiatori,

montano l’altra campagna: quella della falsa sicurezza

contro il rischio criminalità degli stranieri. E giù legnate

al competitore. Il guaio è che ricevono applausi da quel

popolo di anziani poveri e terrorizzati e, insieme, dai benpensanti

che non vogliono essere disturbati nelle loro

città blindate. Un’alleanza spuria quella tra poveri e riccastri.

Mezzo secolo fa, quando a Milano come a Torino salivano

decine e decine di migliaia di meridionali, che da

braccianti si proponevano di diventare operai metalmeccanici,

degli amministratori avveduti ma anche degli

industriali che guardavano alla qualità della vita dei loro

operai costruirono quartieri interi di case popolari, le

famose «coree», ma anche un’Umanitaria e le scuole

professionali. Non fu semplicissima nemmeno quell’integrazione

ma, almeno, fu ricercata. Oggi invece i sindaci

si sentono sceriffi e, pur di non affrontare i veri problemi,

alimentano lo scontro tra i disgraziati in cui l’immigrato

diventa capro espiatorio del non fatto. E gli industriali?

Non ci sono più, hanno cambiato pelle. Con un altro linguaggio

oggi in superamento si direbbe che lo scontro

viene calato dentro la classe, ultimi contro penultimi, e

non si individua più la necessità di organizzare l’altro

conflitto, quello tra le classi, il conflitto con chi sta sopra

che vive indisturbato.

EDITORIALE

5. Ma oggi a Milano arriva l’Expo e risolverà tutti i problemi,

così almeno si dice. E, si dice anche, ma poi

vedremo, che dovrebbero rendersi necessari c’è chi

sostiene 70.000 chi addirittura 100.000 nuovi lavoratori.

Fosse così, e vista la planimetria delle grandi opere

annunciate, la mia stima sommaria mi porta a dire che si

apriranno cantieri edili – per strade, vie d’acqua, linee

metropolitane, alberghi, interventi di ristrutturazione –

per almeno 50-60.000 operai dei quali 30-40.000

saranno sicuramente immigrati, comunitari e no. In

questa stima, con queste prospettive, c’è la regolarizzazione

di tutti i clandestini della Lombardia. Ma ci sono

altre domande che chiedono risposta all’algida Sindaca e

al truce Vice Sindaco, distraendoli un po’ dallo sgombero

dei campi Rom che tanto li sta appassionando: come verranno

formati questi lavoratori tanto necessari? Dove

andranno ad abitare? E se arrivano con le famiglie, come

è giusto, che succede? E, infine, dopo la kermesse

dell’Expo, dove andranno? Non sfugga al quesito né la

Sindaca né il suo terribile vice né noi (se usciamo indenni

dal settimo Congresso). In una delle sue commedie

Bertolt Brecht colloca il suo personaggio sulla Grande

Muraglia cinese ai tempi della sua costruzione e, guardando

i milioni di persone all’opera, gli fa dire, più o

meno così: «ma dove andranno mai questi uomini la sera

in cui la Grande Muraglia sarà finita?». Il quesito può

essere spostato sull’Expo che già è, sarà, la chiave di volta

della soluzione dei problemi dell’immigrazione, almeno

a Milano. Ma quale soluzione? Bella domanda. La rispo-

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sta è consegnata a noi. Quella di «lor signori» la sappiamo

già. Azzarderei una linea di condotta sulla quale

Rifondazione e non solo provi a riscrivere la propria

identità perduta e tornare così a essere utile non nel

salotto insopportabile di «Porta a Porta» ma nel campo

dei bisogni reali. Noi dovremmo, questo è il punto, chiedere,

ad esempio, che dei 23 miliardi di euro calati a

Milano per l’Expo, soldi pubblici si ricordi, almeno 2 o 3

vadano verso un piano casa di 50-60.000 alloggi popolari

da costruirsi da qui al famoso 2015. E, su questo obiettivo,

costruire alleanze politiche e sociali, allestire esempi,

iniziative, lotte. Sia il nostro Expo: meno grattacieli

più case popolari! Meno chiacchiere più lavoro!

6. Ma oggi l’Expo viene annunciata con lo sgombero violento

dei campi Rom. I Rom danno fastidio a tutti e, pertanto,

fuori a calci. Dove non si sa, non li vuole nessuno.

Poi verrà la volta delle realtà industriali che resistono

alla carica dei palazzinari: «fuori a calci anche gli operai»

come si prova a fare con i metalmeccanici della

Innse Presse di Lambrate, e avanti ad alimentare la

«bolla della paura» e trarre consenso reclutando l’odio.

Ma sulla cosidetta questione Rom, prima cosa: non esiste

una questione Rom. La questione Rom esisteva nel 1938,

a fianco di quella ebraica: sostenerla oggi dichiara un

cedimento culturale alle politiche della razza. Così come

descrivere la Romania come un Paese della povertà e

degli zingari – oltretutto è proprio uno zingaro il grande

attaccante della squadra del cognato della Sindaca – fa il

paio con le descrizioni che all’estero si fanno dell’Italia:

come Paese della pizza e della mafia, cui si possono

aggiungere i rifiuti, tanto per stare in cronaca. Bisogna

invece prestare più attenzione ai 1.200 imprenditori

romeni che danno lavoro a Milano e meno ai 2.500

romeni in carcere in tutta Italia.

Oggi i Rom in Italia sono 150.000, per il 90% sono stanziali,

per il 50% (nessuno lo sa) sono cittadini italiani, e

nessuno li può riportare al loro Paese d’origine, per un

altro 40% sono diventati cittadini comunitari. Il delitto

Reggiani, questo è vero, ha portato sull’onda emotiva a

un decreto d’urgenza che consegna ai Prefetti la facoltà

di espulsione. Il decreto, accompagnato da una martellante

campagna allarmistica e da un vasto consenso emotivo,

ha alimentato episodi violenti, annunci di

«pogrom», sgomberi all’ora del Tg, manganellate spettacolo

a donne e bambini. Così non siamo all’emergenza

sicurezza ma all’emergenza diritti dell’uomo e delle

minoranze. Con un potere, quello consegnato ai Prefetti,

sottratto al controllo giurisdizionale. Siamo, ancora e va

detto, alla criminalizzazione della miseria, con la cultura

e la politica che si arrendono all’onda emotiva e subiscono

incursioni antilegali secondo cui la responsabilità

penale non è dell’individuo che delinque ma del ceppo

etnico, la nazione Rom, cui l’individuo appartiene. Un

tale, mi pare fosse un imbianchino, cominciò proprio

così la propria carriera in Germania, poi sappiamo come

andò a finire. A un altro, in Italia, sta andando meglio,

visto che gli dedicano una via. Onu e Vaticano protestano,

gli eredi di don Sturzo e di Filippo Turati invece no, i loro

sindaci sono le avanguardie attive delle politiche delle

destre. Vergogna. Ma c’è un altro elemento che non deve

sfuggire, perché la paura da sentimento si è fatta mercato.

Tutto torna lì, nulla si fa per caso. Basta infatti

sovrapporre la mappa degli sgomberi a quella dei progetti

immobiliari per dire (a Milano mi viene facile):

«via gli zingari avanti Cabassi, Paolo Berlusconi,

Caltagirone e Tronchetti Provera. C’è l’Expo perbacco,

non possiamo consentire che ci siano zingari in circolazione».

E così gli zingari vengono cacciati in comuni

dell’hinterland. E quei sindaci si ribellano. Il vuoto è

della politica, la politica sfugge: ora riparando nel silenzio,

ora rifugiandosi nel coro di chi trova nello sgombero

dei campi, e nel trattare i Rom come animali, la soluzione

di tutti i mali. Resta in campo il solo volontariato a

fare da tappabuchi delle inadempienze della politica e da

contrasto alle politiche securitarie delle destre e dei loro

ostaggi di un Partito Democratico tremebondo, avanguardia,

lo ripeto, delle politiche degli immobiliaristi e

dei redditieri che, indisturbati, restano sempre sullo

sfondo e mai dismettono di fare la lotta di classe, quella

dura. All’utopia novecentesca dell’abolizione della

povertà così si sostituisce – Milano è il teatro principale

in cui va in scena la «prima» dello scambio – quella più

sbrigativa dell’abolizione dei poveri. Dovremmo essere

noi nella condizione di alzare la voce e dire: tolleranza

zero per chi delinque e non certo per un’etnia, ma investimento

mille per tutti in formazione e inclusione. Il

che vuol ancora dire, in un’ottica di realistica «riduzione

del danno»: sperimentare sulla casa pratiche di autocostruzione,

intervento e riutilizzo del patrimonio

dismesso; sul lavoro, percorsi di formazione e autoimprenditorialità;

progetti di alfabetizzazione e convivenza

con il contesto cittadino; promozione della partecipazione

politica e della rappresentanza. Siano insomma i

diretti interessati a parlarci delle discriminazioni cui

sono sottoposti e non chi, dopo averli cacciati a calci, va

a «bullarsi» al telegiornale.


FABIO AMATO*

Lo scorso 28 aprile si è

concluso il viaggio della

prima delegazione ufficiale

del Partito della Sinistra

Europea in Palestina e

Israele, cui ho partecipato

in qualità di Responsabile

Esteri di Rifondazione

Comunista e membro

dell’esecutivo della

Sinistra Europea

* RESPONSABILE ESTERI DEL PRC-SE

ESTERI

Palestina-Israele

la sinistra c’è

Lo scorso 28 aprile si è concluso il viaggio della prima delegazione ufficiale

del Partito della Sinistra Europea in Palestina e Israele, cui ho

partecipato in qualità di Responsabile Esteri di Rifondazione Comunista

e membro dell’esecutivo della Sinistra Europea, assieme a Hassan Charfo

(Responsabile del Dipartimento Esteri del Partito Comunista della Moldava e

Bohemia e Membro dell’Esecutivo della Sinistra Europea – Repubblica

Ceca), Martin Herberg (Ufficio di Bruxelles della Sinistra Europea), Nora

Schuttpelz (Delegazione GUE/NGL del Parlamento Europeo – Die Linke,

Germania), Nikos Tsoukalis (Membro del Parlamento Greco, Synaspismos –

Grecia), Inger V. Johansen (Membro dell’esecutivo dell’Alleanza

Rosso/Verde e una delle coordinatrici del Nelf – Danimarca), Teresa Maisano

(del Dipartimento Esteri del Prc – Italia).

La delegazione segna un ulteriore passo avanti nel percorso congiunto cominciato

dalle forze della sinistra palestinese, israeliana ed europee. Un percorso

che è iniziato alcuni mesi fa e che ha visto la sua tappa più significativa

proprio in questa delegazione.

Da una parte, si è avuto l’incontro con il Partito Comunista d’Israele, con il

suo segretario generale Mohamed Naffa e la responsabile del dipartimento

esteri Aida Touma. Con loro si è parlato a lungo delle sfide da affrontare e

del rilancio del ruolo della sinistra non solo internamente al Paese ma anche

nello scenario internazionale. Per far sì che la sinistra costituisca un percorso

concreto di alternativa alla militarizzazione della regione mediorientale ed

europea, al piano Nato del «Grande Medio Oriente» di Bush, alla guerra

preventiva e alle politiche neoliberiste che uccidono la giustizia sociale e criminalizzano

i movimenti di dissenso alla guerra. La delegazione ha poi incontrato

gli esponenti della società civile israeliana che hanno descritto le

strategie e il dettaglio dell’occupazione militare dei territori palestinesi: l’allargamento

degli insediamenti a Gerusalemme Est e in Cisgiordania; l’irreversibilità

della geografia dell’occupazione sul territorio e l’urgenza di porre

a essa fine prima che lo Stato palestinese divenga un insieme di cantoni-prigioni

non comunicanti e senza via d’uscita.

Si è anche approfondita la natura di un’altra occupazione, che non è fatta di

cemento, calce e filo spinato, ma che lavora lenta sulla coesione di una società

che fa fatica a riconoscersi e definirsi in base a una identità nazionale:

perché il vero muro non è solo quello tra palestinesi e israeliani, ma tra palestinesi

e palestinesi che sono sempre più isolati tra di loro, dall’educazione,

dal lavoro, dagli affetti, dal resto del mondo.

La delegazione ha incontrato esponenti dei movimenti delle donne ed ha

evidenziato la centralità del loro ruolo contro l’occupazione, determinato e

forte.

Infine l’incontro con un giovane economista dell’Aic, che ha spiegato chia-

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ramente la non sostenibilità economica dell’occupazione

per la società israeliana. Ma ha anche fatto un appello

chiaro all’Europa: non lasciate che Israele rimanga impunita.

Rendetela «accountable» per le violazioni che

attua. Se la Commissione Europea finanzia le ong europee

per progetti di sviluppo o emergenza nei territori palestinesi

e il governo israeliano bombarda il frutto di tali

progetti, sia esso un pozzo, una scuola, una clinica: se

questa è la situazione fate pressioni sui vostri governi e

su Bruxelles affinché Israele, invece di stanziare nuovi

soldi per la ricostruzione, paghi per quanto distrutto.

La delegazione ha poi incontrato congiuntamente le cinque

forze della Sinistra palestinese. Anche con loro il

confronto è stato approfondito e ricco di spunti, occasione

per rinforzare legami e una rinnovata solidarietà. Un

passo importante per la Sinistra Europea e per le forze

della Sinistra palestinese, che da tempo sono impegnate

in un tentativo di coordinamento dei loro sforzi e di

unità, per costruire un’alternativa allo stallo interno e al

conflitto. L’idea condivisa è quella di dar vita a strumenti

concreti in grado di rafforzare il legame tra le forze della

sinistra palestinese ed europea. Strumenti permanenti

per la battaglia delle idee, per un’agenda e un programma

di azione condiviso. Vi è stato infine l’incontro con

gli esponenti della società civile palestinese che non si

arrendono e che continuano con la loro pratica, giorno

dopo giorno, di resistenza popolare e non violenta all’occupazione.

Dalla manifestazione settimanale contro il

muro di Bil’in alle associazioni che lavorano nei campi

profughi. Hanno ricordato alla Sinistra Europea quanta

importanza abbia la solidarietà internazionale nelle lotta

contro l’occupazione. Quanto sia importante questa solidarietà

soprattutto per le nuove generazioni, per quei

bambini e per quelle bambine che non possono visitare

Gerusalemme, che devono scavalcare il muro per andare

a scuola, che vedono i propri fratelli, padri, cugini nelle

carceri israeliani (10.000 il numero dei prigionieri politici

palestinesi), e che ancora sono in grado di conservare

un sorriso che ci dice: l’occupazione finirà.

Riporto qui di seguito i comunicati stampa congiunti che

spiegano chiaramente e nel dettaglio quanto concordato:

La delegazione ufficiale del Partito della Sinistra Europea

durante la sua missione in Palestina ha tenuto una serie

di incontri con una delegazione composta da rappresentanti

delle 5 forze della sinistra palestinese (Fronte Popolare,

Fronte Democratico, Partito del Popolo, Al Mubadara

e Fida). Le due delegazioni hanno concordato sui

seguenti punti:

la delegazione della Sinistra Europea ha sottolineato la

sua solidarietà con la lotta del popolo palestinese per i

propri legittimi diritti nazionali, in particolare il diritto

all’autodeterminazione. La delegazione ha condannato

fortemente la politica aggressiva dell’occupazione israeliana

dei territori palestinesi, che si manifesta nella veloce

espansione degli insediamenti, nel saccheggio della

terra, nella costruzione del muro dell’apartheid, nell’imposizione

di un assedio ingiusto e continuato sulla Striscia

di Gaza, nella costruzione di centinaia di barriere

che restringono i movimenti dei palestinesi aumentandone

la sofferenza, nell’isolamento della città di Gerusalemme

dalla sua sfera palestinese, così come con gli arresti

di migliaia di palestinesi, gli attacchi e le incursioni

militari, il bombardamento delle aree residenziali e gli

omicidi mirati. La delegazione palestinese esprime la sua

gratitudine e il suo apprezzamento per il sostegno e la

solidarietà delle forze della Sinistra Europea alla lotta dei

palestinesi per la loro liberazione nazionale.

Le due delegazioni hanno enfatizzato come la sicurezza

e la stabilità della regione e più in generale la pace nel

mondo richiedano la fine dell’occupazione israeliana e

l’adempimento di una soluzione definitiva ed esaustiva

del conflitto, basata sulle risoluzioni delle Nazioni Unite,

che garantiscono il ritiro di Israele entro i confini del 4

giugno del 1967, lo smantellamento degli insediamenti,

l’istituzione dello Stato della Palestina, pienamente indipendente

e sovrano con Gerusalemme Est come capitale,

la soluzione al problema dei rifugiati in accordo con la


isoluzione 194 che garantisce il diritto

al ritorno. I palestinesi stanno

commemorando il 60° anniversario

della Nakba (Catastrofe del 1948), la

delegazione della Sinistra Europea

ha espresso il proprio rispetto per la

determinazione di milioni di rifugiati

palestinesi sradicati dalle proprie

case e il loro desiderio di farvi rientro.

La delegazione ha inoltre

espresso sostegno alla legittimità di

questo diritto umano, e al bisogno

di riconoscerlo come elemento indispensabile

per qualsiasi soluzione

dei conflitti della regione.

Le due parti ritengono che il processo

di negoziato, lanciato dalla Conferenza

di Annapolis lo scorso autunno,

si sia risolto in realtà in un

circolo vizioso che sta portando a un

vicolo cieco. La principale ragione di

questa situazione è che il governo

israeliano non adempie ai propri obblighi,

accelerando l’attività di

espansione degli insediamenti e attaccando

la popolazione palestinese.

La collusione e la continua difesa

delle azioni del governo israeliano

che violano sistematicamente la legalità

internazionale, da parte dell’amministrazione

Usa, e il ruolo

statico del Quartetto che è incapace

di garantire l’adempimento da parte

di Israele dei requisiti stabiliti per il

raggiungimento della pace costituiscono

un ulteriore ostacolo. Le due

parti concordano che quanto sopra

espresso sottolinea l’esigenza di realizzare

una conferenza internazionale

con pieno mandato, sotto la supervisione

delle Nazioni Unite, nella

quale tutti gli attori internazionali

possano partecipare collettivamente,

con lo scopo di implementare le risoluzioni

delle Nazioni Unite. Noi

crediamo che questa conferenza internazionale

costituisca la migliore

formula in grado di raggiungere una

soluzione del conflitto nella regione.

Le due parti hanno inoltre richiesto

che vi sia una forza internazionale

temporanea di protezione della popolazione

palestinese, sotto la supervisione

delle Nazioni Unite, propedeutica

alla fine dell’occupazione.

Le due parti credono che la situazione

richiede all’Unione Europea di

assumere una posizione più efficace

e determinata contro le violazioni

del governo israeliano, di affermare

la propria indipendenza dalle posizioni

dell’amministrazione statunitense,

per porre fine al monopolio

di Washington sui processi di pace, e

di agire affinché venga garantita

una più larga ed effettiva partecipazione

internazionale per porre fine

all’arroganza e all’intransigenza del

governo israeliano. La delegazione

europea ha ribadito che il Partito

della Sinistra Europea e tutti i suoi

componenti rafforzeranno i propri

sforzi su vari livelli per rettificare la

politica dell’Ue, affinché sia equilibrata

e conforme alla legalità internazionale,

in sostegno della lotta

della popolazione palestinese contro

l’aggressione del governo israeliano

e l’indifferenza della comunità internazionale,

per il rispetto del diritto

internazionale. Le due parti hanno

deciso di promuovere un appello affinché

ci sia «una Europa senza

Nato», così come hanno ribadito la

ESTERI

Le due parti ritengono che il processo di negoziato,

lanciato dalla Conferenza di Annapolis lo scorso

autunno, si sia risolto in realtà in un circolo vizioso che

sta portando a un vicolo cieco. La principale ragione di

questa situazione è che il governo israeliano non adempie

ai propri obblighi, accelerando l’attività di espansione

degli insediamenti e attaccando la popolazione

palestinese

loro ferma opposizione alla strategia

del «Grande Medio Oriente».

Le due parti credono che la divisione

interna palestinese stia infliggendo

seri danni alla causa palestinese e

al suo status a livello internazionale.

Agire per superare queste divisioni è

oggi una priorità per ristabilire e

promuovere l’unità dei palestinesi

contro l’occupazione. La delegazione

della Sinistra Europea ha espresso

il proprio apprezzamento e sostegno

agli sforzi compiuti dalle forze

della sinistra palestinese, volti a

creare le condizioni per il rilancio di

un dialogo nazionale inclusivo per

porre fine alla divisione, ristabilendo

l’unità sulla base della democrazia e

del rispetto dei diritti umani, per

raggiungere una soluzione pacifica e

democratica alla crisi interna palestinese.

La delegazione europea ha

inoltre espresso la sua soddisfazione

per il successo della sinistra palestinese,

insieme a quella di altre forze,

ong e importanti personalità indipendenti,

nel formulare una iniziativa

congiunta in grado di definire i

lineamenti della soluzione alla divisione

interna che dovrebbe cominciare

con il ristabilire a Gaza la situazione

esistente prima del 14 Giugno

2007, la formazione di un

governo ad interim in grado di preparare

nuove elezioni presidenziali e

legislative sulla base di un sistema

rappresentativo interamente proporzionale,

e attivando meccanismi accordati

durante il dialogo del Cairo

(marzo 2005) per lo sviluppo e l’attivazione

delle istituzioni dell’Olp,

con la partecipazione di tutte le

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forze politiche palestinesi, attraverso elezioni democratiche per il Consiglio

Nazionale Palestinese basate su una rappresentanza proporzionale.

La delegazione europea ha espresso la sua solidarietà ai prigionieri politici

palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. La delegazione ha inoltre sottolineato

con forza il bisogno di applicare la Convenzione di Ginevra ai detenuti

e il bisogno di rilasciarli incondizionatamente senza discriminazione alcuna.

In particolare si chiede il rilascio dei leader della sinistra quali: Ahmad Sa-

’adat, Segretario Generale del Fronte Popolare, Sa’eed Al-Utbah della leadership

del FIDA, in prigione da 31 anni, Ibrahim Abu Hejleh, membro dell’Esecutivo

del Fronte Democratico, Basel Khandaqji, membro del Comitato

Centrale del Partito del Popolo, e altri leader nazionali, i deputati del Consiglio

Legislativo Palestinese, incluso il portavoce Abdel Aziz Dowake e il leader

nazionale Marwan Barghouti.

La delegazione palestinese ha ascoltato con interesse il briefing con i rappresentanti

del Partito della Sinistra Europea sulla loro ricca esperienza nell’unità

delle forze di sinistra nell’Ue. La delegazione palestinese ha sottolineato

l’intenzione di beneficiare di questa ricca esperienza per unire le forze

della sinistra palestinese e tutte le forze progressiste, cosi come per promuovere

delle azioni congiunte.

Le due delegazioni hanno ribadito l’importanza di incontri periodici, lo sviluppo

di ulteriori strumenti di dialogo tra le forze che rappresentano, con lo

scopo di promuovere una visione congiunta e di compiere sforzi comuni

nella lotta per il diritto all’autodeterminazione di tutti i popoli, la liberazione

da tutte le forme di oppressione e tirannia, il rispetto dei diritti umani fondamentali,

proteggendo la pace e la sicurezza delle persone, così come la

loro indipendenza dall’egemonia praticata dagli Usa, e quella operata dalle

politiche neoliberiste e del capitalismo.

Una delegazione ufficiale del Partito della Sinistra Europea ha incontrato

Mohammed Naffa, Segretario Generale del Partito Comunista d’Israele (Pci)

e Aida Touma, Responsabile del Dipartimento Esteri del Cpi. Entrambe le

delegazioni hanno discusso e concordato che:

1. Condannano con forza l’escalation di attacchi in Cisgiordania e Striscia di

Gaza condotti dall’esercito israeliano. Entrambi richiedono la fine dell’assedio

di Gaza a opera del governo israeliano, che sta punendo collettivamente

la popolazione civile della Striscia di Gaza in violazione di quanto enunciato

dalla 4° Convenzione di Ginevra e dal Diritto Internazionale.

2. Entrambe le delegazioni hanno dichiarato che non vi può essere un negoziato

di pace sostenibile se il governo israeliano non procede a congelare la

sua attività di espansione e allargamento delle colonie volte a consolidare

l’irreversibilità dei fatti sul terreno. Dopo la Conferenza di Annapolis, elogiata

dall’amministrazione Usa quale passo concreto verso la pace, l’allargamento

degli insediamenti non ha cessato, tra gli altri quelli a Gerusalemme

Est, sempre più isolata dalla sua sfera palestinese.

3. Entrambe le delegazioni hanno deciso di rafforzare i propri legami attraverso

diversi canali di comunicazione e solidarietà. Dall’incontro congiunto

è scaturita l’esigenza di rafforzare la cooperazione tra le forze della sinistra

in Europa e Israele per poter offrire una concreta alternativa al processo di

riarmo della regione, alla guerra preventiva, al piano Nato di un «Grande

Medio Oriente», alle politiche neoliberiste, alla mancanza di coesione sociale

e all’attuale crisi economica. Entrambe le delegazioni hanno concordato che

per raggiungere questi obiettivi è necessario stimolare i rapporti con i movi-

menti sociali e pacifisti, con la società

civile, e lottare per la giustizia sociale,

per una soluzione pacifica del

conflitto israelo-palestinese, in grado

di dar vita a uno Stato palestinese

sostenibile così come definito dalle

Risoluzioni delle Nazioni Unite, sui

confini del ’67 con Gerusalemme Est

come capitale a fianco dello Stato di

Israele.

4. La delegazione della Sinistra Europea

ha espresso la sua solidarietà

per la lotta portata avanti da molti

israelo-palestinesi per l’ottenimento

di eguali diritti all’interno della società

israeliana, e apprezza il fatto

che le azioni israelo-palestinesi inizino

a incidere con più efficacia all’interno

della società israeliana. Una

menzione speciale è stata fatta in

merito al Diritto al Ritorno (regolato

dalla risoluzione delle Nazioni Unite

194) dei rifugiati palestinesi.

5. In conclusione entrambe le delegazioni

hanno concordato sull’esigenza

di organizzare, il prima possibile,

per porre fine al conflitto una

conferenza internazionale sotto gli

auspici delle Nazioni Unite che veda

la partecipazione di tutti gli attori

coinvolti per poter così raggiungere

uno soluzione definitiva basata sulla

Risoluzione delle Nazioni Unite.


MASSIMO DE SANTI*

La strategia israelostatunitense

nell’area

mediorientale è quella di

annientare la resistenza

palestinese e libanese per

avere un corridoio libero

in vista di un possibile

attacco militare alla Siria

e all’Iran. Intanto in

Italia è stato accertato

che sono depositate nelle

basi militari Usa di Aviano

e Ghedi 90 bombe nucleari,

mentre il nostro Paese

vuole raddoppiare la base

Usa di Vicenza e

partecipare alla

costruzione dello scudo

antimissile in chiave antiiraniana

* FISICO NUCLEARE, PRC LIVORNO

Il Tribunale Internazionale dei cittadini per il Libano svoltosi a Bruxelles

dal 22 al 24 febbraio scorso ha formalmente denunciato e condannato

l’aggressione militare che Israele ha compiuto contro uno Stato sovrano,

occupando territori, distruggendo e uccidendo civili inermi tra cui molti

bambini.

È stato anche segnalato l’uso da parte di Israele di armi di distruzione di

massa come le bombe termobariche, non contemplate nelle norme internazionali,

che sono assimilabili per il loro effetto devastante a piccole bombe

nucleari, senza ovviamente radiazioni nucleari.

Tutto ciò, aggiunto ai diffusi crimini commessi da Israele che è persino arrivata

a impedire corridoi umanitari da parte della Croce rossa internazionale,

evidenzia la logica che ha guidato la guerra di aggressione: annientare completamente

la legittima resistenza del popolo libanese.

Come comunisti dobbiamo operare per portare alla luce e denunciare questi

crimini che da troppo tempo vengono compiuti in Libano con l’appoggio

Usa, soprattutto contro il popolo palestinese.

Di fatto, la strategia israelo-statunitense nell’area mediorientale è quella di annientare

la resistenza palestinese e libanese per avere un corridoio libero in

vista di un possibile attacco militare alla Siria e all’Iran. Intanto in Italia è stato

accertato che sono depositate nelle basi militari Usa di Aviano e Ghedi 90

bombe nucleari, mentre il nostro Paese vuole raddoppiare la base Usa di Vicenza

e partecipare alla costruzione dello scudo antimissile in chiave anti-iraniana.

Anche alla luce degli ultimi sviluppi della crisi politica in Libano (che per

fortuna si è risolta per ora senza una guerra civile) e dell’aggravarsi della situazione

umanitaria nei territori di Gaza in Palestina, ritengo che Rifondazione

Comunista e le altre forze della sinistra di alternativa debbano porsi

l’obiettivo di promuovere un’azione più forte contro la guerra imperialista,

per sostenere nell’area mediorientale una politica estera diversa del nostro

Paese, iniziando dal ritiro dei nostri militari dall’Afghanistan.

PROCEDIMENTO (2008)

promosso dalla Società civile libanese contro Israele per gli atti da esso compiuti

durante la guerra del luglio-agosto 2006 e per i danni per essa subiti

dalla nazione libanese, Bruxelles 22-23-24 febbraio 2008, Maison des Associations

Internationales.

VERDETTO FINALE

ESTERI

il verdetto del tribunale

internazionale dei cittadini

per il Libano

PREMESSO

che la Società civile libanese, attraverso le sue organizzazioni e rappresentanti,

ha nominato una giuria internazionale per giudicare gli atti compiuti

da Israele durante la guerra del luglio-agosto 2006 secondo diritto interna-

17


18 procedura gli ultimi testimoni, concludendo

il dibattimento, con una

dichiarazione della Presidenta Lilia

Solano;

zionale e in particolare ai sensi della

Carta delle Nazioni Unite, delle

quattro Convenzioni di Ginevra del

1949, e dello Statuto della Corte Penale

Internazionale del 1998;

che la Società civile libanese ha altresì

nominato i propri avvocati difensori

nelle persone di Issam Naaman,

Albert Fahrat, Hassan Jouny,

Mohamed Tay contestualmente

avanzando formale richiesta di nomina

di avvocato difensore a Israele,

parte accusata;

che nei giorni 22-23-24 febbraio

2008 la giuria si è riunita, stabilendo

preliminarmente le sue competenze

ratione materiae, loci e temporis: materiae,

gli atti compiuti dall’esercito

israeliano durante la guerra contro

il Libano; loci, il territorio libanese

occupato o bombardato dall’esercito

israeliano; temporis, con riferimento

agli atti e non alle loro conseguenze,

il periodo che va dal 12 luglio 2006,

data di inizio della guerra, al 24

agosto del 2006, data della cessazione

del fuoco;

che subito dopo la Giuria ha nominato

al suo interno come Presidente

la prof.ssa Lilia Solano;

che venerdì 22 febbraio alle ore 21

la Giuria ha aperto il procedimento,

comunicando alle parti la propria

competenza giurisdizionale e le finalità

etiche dell’ormai costituitosi Tribunale

internazionale dei Cittadini

per il Libano;

che sabato 23 febbraio la Giuria:

– ha preliminarmente preso atto

dell’assenza sia di esponenti di

Israele sia dei loro difensori;

– ha ascoltato l’Atto d’Accusa pronunciato

dagli avvocati delle vittime

della guerra e della Società civile libanese,

contenente le accuse di crimini

di guerra e crimini contro

l’umanità contro Israele, acquisendone

il testo agli atti;

– ha escusso la prima serie di testimoni

secondo lista qui allegata, permettendo

alla parte civile di porre a

essi domande, ponendo essa stessa

domande e acquisendo agli atti

l’eventuale documentazione e le

eventuali prove proposte durante le

deposizioni, come da allegati;

che domenica 24 febbraio alle ore la

Giuria ha escusso secondo identica

CONSIDERATO

1.IN FATTO

Il 12 luglio 2006 le forze armate

israeliane invadevano il Libano, oltrepassando

la linea blu stabilita nel

1982 dall’UNIFIL per demarcare i

territori sotto regolare giurisdizione

del governo di Beirut, e i territori

occupati da Israele durante l’invasione

di quell’anno.

Le autorità israeliane giustificavano

l’avvio dell’aggressione come una

«rappresaglia» per il rapimento di

due suoi soldati compiuto nel territorio

sotto il suo controllo da forze

libanesi irregolari da tempo operanti

nel sud del Paese col fine di ripristinare,

oltre la linea blu, la piena sovranità

del Libano sui territori ancora

sotto occupazione straniera.

La «rappresaglia» assunse in realtà

fin da subito la forma prima di

un’invasione terrestre da parte dell’esercito

israeliano, poi, dopo la

vincente resistenza delle forze armate

volontarie libanesi operanti in

prossimità del confine, di un’aggressione

compiuta con sistematici bombardamenti

aerei, non solo sulle regioni

frontaliere o del sud, ma

anche sulla valle del Bekaa e sui più

popolosi quartieri di Beirut.

Le testimonianze e la documentazione

acquisite durante il dibattimento,

confermando quanto già ri-


levato dalla Commissione di inchiesta

dell’Onu del novembre 2006,

hanno potuto accertare che durante

gli eventi bellici occorsi dal 12 luglio

2006 all’ 24 agosto 2006 le forze

d’invasione israeliane:

hanno compiuto 7000 attacchi aerei

su un territorio sostanzialmente

privo – tranne qualche aereo e una

piccola flotta di elicotteri – di difesa

aerea;

hanno ucciso più di 1100 persone,

fra cui molti bambini, donne, vecchi;

hanno bombardato, con una sistematicità

che non lascia dubbi sull’intenzionalità

degli attacchi, una

gran parte delle infrastrutture del

Paese, quali strade, ponti, aeroporti,

bacini di approvvigionamento dell’acqua,

centrali elettriche, depositi

di carburante, nonché campi agricoli

e di allevamento;

hanno bombardato abitazioni civili,

ospedali, colonne di automobili civili

in fuga col chiaro intento di uccidere

quanti più civili possibile;

hanno bombardato musei, luoghi

religiosi e momenti di raccoglimento

religioso, come nel caso di un corteo

funebre per una vittima dei bombardamenti;

hanno bombardato piccoli supermercati

di piccoli villaggi;

hanno attaccato villaggi e quartieri

senza difesa militare e operato punizioni

collettive e rappresaglie contro

i civili delle zone occupate;

hanno attaccato il personale medico

e sanitario libanese impegnato in

operazioni di soccorso alla popolazione

civile;

hanno utilizzato, nell’operare questi

bombardamenti, armi proibite e

volte a causare danni permanenti o

differiti alla popolazione civile, ivi

compresi i bambini: bombe giocattolo,

bombe a

frammentazione, bombe all’elio e

secondo la testimonianza resa da

uno dei testimoni, bombe all’uranio

impoverito: su quest’ultimo tipo di

bombe il parere degli esperti non è

unanime, perché le verifiche con

contatore geiger operate dal teste

stesso e dalla sua squadra di tecnici,

non sono state confermate né dalla

Commissione di inchiesta delle Nazioni

Unite del settembre-ottobre

2006 – che ha invece accertato l’uso

degli altri tipi di bombe – né dall’inchiesta

svolta nello stesso periodo

dall’Associazione dei Giuristi Americani;

tutti gli atti sopra riferiti evidenziano

per la loro sistematicità, costanza

e continuità, che la popolazione civile

ha costituito l’obbiettivo principale

se non esclusivo degli attacchi

israeliani;

le testimonianze e la documentazione

acquisite durante il dibattimento

hanno potuto altresì accertare l’entità,

approssimativa ma comunque ingente,

dei danni sia immediati sia differiti

nel tempo di natura economica,

ambientale e psicologica subiti dal

popolo libanese a causa delle azioni

di guerra israeliane:

A) Danni alle persone:

– i massicci bombardamenti hanno

causato più di 1100 morti, fra i quali

centinaia di bambini, donne, vecchi;

circa 4350 feriti e decine di portatori

di handicap permanenti, con danni

ESTERI

per il loro lavoro o professione;

– distruzione di migliaia di abitazioni,

come accertato dalla Finul nei

seguenti villaggi: Taïbeh, 80% delle

abitazioni civili distrutte; Markaba,

50%; Qantara 50%; Maïs-el-Jabal

30%; Houla 20%; Talloussa 15%;

Ghandourieh 80%; Zibqin 60%;

Jibal-el-botm 50%; el-Bayadah

50%; Bayt-Lif 30%; Kafra 20%;

– nuvole di idrocarburi polimeritici

di diossina e di particelle cancerogene

che possono provocare distrubi

respiratori e ormonali, a causa del

bombardamento della centrale di

Jiyyeh;

– diffusione di prodotti chimici così

come di cloro nell’atmosfera, il che

è suscettibile di minare la salute di

circa 2 milioni di persone, a causa

dei bombardamenti contro le fabbriche

del vetro, alimentari e di materie

plastiche;

– a parte cifre e dati precisi, quel

che colpisce della documentazione

addotta e delle testimonianze rese è

la sistematicità, la costanza e la continuità

con cui le forze armate israeliane

hanno preso a obbiettivo dei

loro attacchi e bombardamenti la

popolazione civile in quanto tale e

le infrastrutture civili, sia per gli episodi

specifici riferiti dai testimoni,

sia con gli attacchi ai convogli di

auto civili descritti durante il dibattimento,

fra cui i due qui di seguito

riportati:

1. «Il 16 luglio un convoglio della

Finul – composto da 4 autobus, 7 camion,

di cui due blindati e due veicoli

militari della polizia – è stato autorizzato

a lasciare Naqoura alle 7.15

19


20

ed è giunto a Marwaheen alle 9.00. Alle 11.00 la popolazione

locale che voleva partire era pronta e la Finul di

Naqoura aveva approvato l’ulteriore evacuazione degli

abitanti del villaggio di Um al Tut, vicino a Marwaheen.

Verso le 11.15, una volta raggiunto la postazione di osservazione

militare della Finul, il convoglio è stato informato

che l’autorizzazione a evacuare i civili era annullata. Gli è

stato consigliato di rientrare a Marwaheen. Intorno alle

14.00, la Finul ha ottenuto un’altra autorizzazione da

parte dei responsabili militari israeliani. Quando il primo

veicolo ha raggiunto una casa situata nella strada che

porta alla moschea, un razzo è caduto sul tetto della casa

rimbalzando e finendo proprio davanti al veicolo. I civili

hanno abbandonato i mezzi e si sono raggruppati sulla

piazza centrale del villaggio. È stato mandato un emissario

per chiedere il blocco immediato dell’attacco. Ma c’è

stato un altro attacco, altri sei razzi sono finiti sulla stessa

casa. Intorno alle 17.30, il convoglio è riuscito a ripartire

verso Tiro. L’attacco era destinato a seminare il panico e il

terrore tra la popolazione civile»;

2. «L’11 agosto 2006, circa 600 veicoli lasciavano il villaggio

di Marjayoun, occupato dal 10 agosto, dirigendosi

verso la valle della Bekaa. Intorno alle 15.30 il convoglio

– che includeva i pazienti e il personale medico dell’ospedale

– aveva lasciato il villaggio per raggiungere la parte

orientale della valle della Bekaa intorno alle 21.30. Il convoglio

è stato scortato e circondato da due blindati della

Finul fino a Hasbaya. Intorno alle 22.00, quindici veicoli

sono stato colpiti dai bombardamenti dell’esercito israeliano,

causando la morte di otto persone tra le quali un ingegnere

dell’ospedale e un volontario della Croce rossa libanese

che tentavano di soccorrere dei feriti. Nel frattempo

su Marwaheen era in corso un altro attacco. Eppure

fin dal 15 luglio la Finul aveva avuto l’autorizzazione da

parte dei responsabili militari israeliani a procedere all’evacuazione

della popolazione civile. Le forze armate

israeliane hanno attaccato intenzionalmente il convoglio,

sapendo che non si trattava di un obiettivo militare. È

stato un attacco che ha volutamente ignorato la distinzione

tra obiettivi militari e obiettivi civili».

B) Danni economici:

– all’industria alimentare, a seguito della distruzione totale

della Liban Lait a Balbek, la fabbrica di latte e derivati

più importante del Paese, che produceva circa il

90% della produzione libanese di latte pastorizzato;

– all’industria in generale, a causa della distruzione totale

e parziale di almeno altre 29 fabbriche per un totale

di circa il 5% del settore industriale libanese, e di altri

importanti danni a più di 700 stabilimenti industriali

(fra i quali la vetreria Maliban nella Bekaa; quello farmaceutico

Safieddin di Bazouriye nel sud del Libano; lo

stabilimento di fazzoletti di carta di Kafr Jara, vicino

Saïda; la fabbrica di materiale edile di Moussaoui, presso

Baalbek; lo stabilimento per la costruzione di case

prefabbricate di Dalal);

– al turismo e alla pesca, per un valore di diversi milioni

di dollari, a seguito del bombardamento della centrale di

Jiyyeh;

– ai trasporti civili, come nel caso di 450 camions attaccati

sulle strade del Libano;

– all’infrastruttura civile: porto (distruzione dei radar per

la navigazione civile) e aeroporto (piste di atterraggio e

depositi di carburante) di Beirut; 137 strade; 109 ponti

fra cui il ponte Quasmieh, asse vitale di collegamento fra

Tyr e Saïda; ponte di Zahrani, che congiunge il Libano

meridionale con il Monte-Libano e Beirut; ponte di

Mdeirej; ponte di Madfoun che congiunge il Libano settentrionale

al Monte-Libano e a Beirut; ponte di Mouamaltaïn

che congiunge Jbeil e il Libano settentrionale

con Beirut; tutti i ponti della Bekaa e soprattutto il

ponte di El-Assi (l’Oronte) di collegamento tra il Caza

d’el-Hermel e il resto del Libano.

Si deve sottolineare che spesso, come nel caso del ponte

di Qana, che serviva unicamente al passaggio degli allevatori

di pecore e non aveva alcuna importanza militare,

la distruzione dei ponti ha impedito la fuga della popolazione

dalla zona di guerra;

C) Danni sociali:

I danni economici hanno a loro volta provocato una crisi

sociale, caratterizzata da una accresciuta vulnerabilità

della classe media e dall’impoverimento ulteriore di strati

sociali già disagiati; la disoccupazione è aumentata fino al

15%, contro l’8% del 2004, l’inflazione si è quadruplicata.

D) Danni ambientali:

– a seguito dei bombardamenti della centrale di Jiyyeh

(25 chilometri a sud di Beirut) e dei suoi depositi di carburante

un incendio durato 3 giorni ha ricoperto la regione

circostante con una nuvola bianca di calcestruzzo polverizzato

e un’altra di fuliggine nera, e inoltre 15.000 tonnellate

di carburante si sono riversate in mare generando

una macchia di 150 per 220 chilometri che ha inquinato

il litorale libanese e danneggiato la fauna marina;

il bombardamento dei trasformatori elettrici di Saida

ha provocato una nuvola di policlorobifenili (PCB) che,

secondo Greenpeace, sono prodotti chimici biocumulabili

e persistenti che inalati possono provocare il cancro.

E) Danni psicologici e culturali:

il bombardamento della centrale di Jiyyeh ha danneggiato

il sito archeologico di Byblos, classificato dall’Une-


sco come componente il Patrimonio mondiale dell’umanità.

I blocchi di pietra costituenti la base di due torri medievali

– nord e sud – all’ingresso del porto, sono stati ricoperti

da uno spesso strato di idrocarburi. Le vestigia di

epoca antica (fenicia, ellenistica e romana) situate più in

basso sono state anch’esse ricoperte della stessa sostanza;

– distruzione totale e diretta – secondo la Commissione

di inchiesta del Consiglio dei Diritti dell’Uomo dell’Onu

– di 16 scuole, e parziale di altre 157;

– distruzione della stazione televisiva Al-Manar TV. A proposito

di questo tipo di attacchi il Consiglio di Sicurezza,

Protezione dei civili nei conflitti armati, S/RES/1738, 23

dicembre 2006, § 3.10 ha scritto: «il materiale e le installazioni

dei media sono beni di natura civile e non devono

essere oggetto né di attacco né di rappresaglia, poiché non

costituiscono obbiettivi militari».

2. IN DIRITTO

A) Sull’avvio dell’attacco israeliano e la giustificazione

per esso addotta dal governo di Tel Aviv, la giuria ritiene

corrette e dunque assumibili ai fini della definizione dell’attacco

medesimo come aggressione ingiustificata e illegale,

le seguenti tre considerazioni:

1) «innanzitutto questa linea blu non costituisce una

frontiera internazionale fra Libano e Israele, ma semplicemente

una linea di demarcazione tracciata dall’UNI-

FIL, contestata in diversi punti dalle autorità libanesi»:

occorre ricordare al riguarda che l’esercito israeliano occupava

al momento dell’invasione la zona delle cosiddette

«fattorie […]»;

2) «la Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri

di Guerra pone, all’art. 4, i movimenti di liberazione

nazionale (e dunque, nel caso specifico, la resistenza

libanese) sotto la protezione internazionale. Questa

protezione resta valida sia quando queste formazioni

operano all’interno del proprio territorio nazionale sia

quando agiscono nel territorio della potenza occupante:

il loro raggio di azione si estende a tutto lo spazio territoriale

sotto controllo di quest’ultima;

3) inoltre, queste convenzioni permettono a ogni movimento

di resistenza di effettuare le proprie operazioni

anche su territori di terze parti che siano sotto controllo

della potenza occupante.

ESTERI

Questo vuol dire che, a parte la sproporzione evidente

fra l’azione di rapimento di due soldati e la «reazione»

concretizzatasi nell’elenco catastrofico delle azioni di

«rappresaglia» israeliana prima riferite, l’invasione del

12 luglio 2006 non aveva alcuna giustificazione e legittimità

ai sensi della Carta delle Nazioni Unite. Essa ha costituito

un atto di guerra non dichiarato e come tale

contrario al diritto internazionale, secondo la reiterata

recidività dello Stato di Israele dal 1948 a oggi.

B) Gli atti compiuti dalle forze armate israeliane durante

gli eventi bellici occorsi dal 12 luglio 2006 al 24 agosto

2006, quali accertati durante il dibattimento e sopra riferiti,

costituiscono chiaramente, secondo quanto proposto

dall’Atto di accusa, dei crimini contro l’umanità e crimini

di guerra in violazione delle Convenzioni di Ginevra

del 1949, dello Statuto della Corte Penale internazionale

del 1998, e del Protocollo A del 1977.

In particolare, è evidente che tali atti hanno costituito

un «esteso» e «sistematico attacco contro popolazioni civil

quale vietato dall’art. 7 dello Statuto della Corte penale

internazionale («crimini contro l’umanità»), con

particolare riferimento al comma 1, punti a, b, d e e

(questi ultimi due ravvisabili prima nella costrizione alla

fuga sotto bombardamento della popolazione civile e poi

negli attacchi ai convogli di auto civili attraverso cui tale

fuga si stava realizzando).

È altresì evidente che i medesimi atti costituiscono una

violazione dell’art. 8 dello stesso Statuto («crimini di

guerra») e delle Convenzioni di Ginevra cui esso si richiama,

per aver essi

– «cagionato volontariamente grandi sofferenze o gravi

lesioni all’integrità fisica o alla salute» della popolazione

civile (comma 2, a, III)

– per aver operato la «distruzione di beni non giustificata

da necessità militari e compiute su larga scala illegalmente

e arbitrariamente» (2, a, IV);

– per aver diretto «deliberatamente attacchi contro popolazioni

civili in quanto tali o contro civili che non

prendano direttamente parte alle ostilità» (2, b, I);

– per aver diretto «deliberatamente attacchi contro proprietà

civili e cioè proprietà che non siano obiettivi militari»

(2, b, II);

– per aver diretto «deliberatamente attacchi contro personale,

installazione materiale, unità o veicoli utilizzati

nell’ambito di una missione di soccorso umanitario» (2,

b, III);

– per aver lanciato «deliberatamente attacchi nella consapevolezza

che gli stessi avrebbero avuto come conseguenza

la perdita di vite umane tra la popolazione civile

e lesioni a civili o danni a proprietà civili ovvero danni

diffusi, duraturi e gravi all’ambiente naturale che siano

manifestamente eccessivi rispetto all’insieme dei concreti

e diretti vantaggi militari previsti» (2, b, IV);

– per avere bombardato «città, abitazioni o costruzioni

che non siano difese e che non costituiscano obbiettivo

militare» (2, b, V);

21


22

– per aver diretto «intenzionalmente attacchi contro edifici

dedicati al culto, all’educazione, all’arte, alla scienza

[…] a monumenti storici, a ospedali […]» (2, b, IX);

– per aver utilizzato «proiettili che si espandono o si appiattiscono

facilmente all’interno del corpo umano» (2,

b, XIX), ovvero «armi, proiettili, materiali […] con caratteristiche

tali da cagionare […] sofferenze non necessarie,

o che colpiscano per loro natura in modo indiscriminato

in violazione del diritto internazionale» (2, b, XX).

C) Gli atti compiuti dalle forze armate israeliane durante

gli eventi bellici occorsi dal 12 luglio 2006 al 24 agosto

2006, quali accertati durante il dibattimento e sopra riferiti,

costituiscono altresì una violazione evidente dell’art.

6 dello Statuto della Corte Penale internazionale («crimine

di genocidio») e dell’art. 2 della Convenzione internazionale

del 1948 per la prevenzione del genocidio.

Non è corretto infatti lasciarsi intimidire dalla gravità

dell’accusa, ove di essa ricorrano gli elementi fondanti

nei fatti accertati.

Invero, le considerazioni che spingono a giudicare Israele

colpevole non solo di crimini di guerra e contro

l’umanità con riferimento alla guerra d’aggressione contro

il Libano del 2006, ma anche del crimine di genocidio

sono le seguenti:

1) la codificazione di tale reato nello Statuto della Corte

Penale Internazionale, direttamente mutuata dalla Convenzione

di Ginevra e dunque dal Tribunale di Norimberga,

finisce per permetterne l’attribuzione a molti se

non tutti i conflitti della nostra epoca, caratterizzati da

un altissimo livello di tecnologizzazione degli armamenti

bellici, tale da coinvolgere giocoforza ormai più le popolazioni

civili che le forze armate: infatti, l’art. 6 del citato

Statuto recita che una serie di atti tipici dell’attività bellica,

quali «uccidere membri del gruppo» o «cagionare

gravi lesioni all’integrità fisica o psichica di persone appartenenti

al gruppo», diventano crimini di genocidio, se

compiuti «nell’intento di distruggere in tutto o in parte,

un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso»: definizione

quest’ultima, nella quale l’«intento» diventa comunque

facilmente sempre dimostrabile nel caso di distruzione

di una «parte» del gruppo nazionale (e non di

tutto, come richiederebbe il termine assolutizzante utilizzato

di genocidio, inteso come sterminio di un popolo

fino alla sua scomparsa).

2) Nel caso de quo, la guerra di aggressione di Israele al Libano

del 2006. L’«intento» di Israele di distruggere «in

parte» il «gruppo nazionale» libanese è stato ampiamente

dimostrato nel corso del dibattimento da tutti i testimoni

e da tutte le documentazioni e prove fornite: onde per

cui, in un’epoca in cui il genocidio è una facile accusa

non solo mediatica ma anche potenzialmente fondata

sulla sopra ricordata codificazione di tale reato ex art. 6

dello Statuto della CPI, al fine di demonizzare secondo i

rapporti di forza internazionali del momento, quale che

sia il Paese non «politically correct» e non conforme al

nuovo ordine internazionale postbipolare israelo-america-

no: nella appena citata congiuntura e per l’appena citata

codificazione, questo caso, il Libano, e questa guerra, l’aggressione

israeliana del luglio-agosto 2006, ricadono senza

ombra di dubbio nella fattispecie penale del «crimine di

genocidio»: cosicché esso crimine è invero assumibile da

questa giuria come da attribuirsi a Israele, in ragione proprio

della sistematicità con cui le forze armate israeliane

hanno rivolto i loro attacchi essenzialmente contro i civili,

uccidendoli, cagionando loro «gravi lesioni all’integrità fisica

o psichica» e sottoponendoli «deliberatamente […] a

condizioni di vita tali da comportare la distruzione fisica,

totale o parziale, del gruppo stesso»: le bombe proibite, in

special modo quelle a frammentazione, e le bombe-giocattolo,

sono la prova evidente anche se non la sola del

genocidio perpetrato da Israele contro la nazione libanese.

L’impressionante documentazione fotografica mostrata

durante il dibattimento è ictu oculi la prova più schiacciante

di questo crimini.

PER TUTTI QUESTI MOTIVI

la Giuria del Tribunale dei Cittadini per il Libano, secondo

il Diritto internazionale convenzionale e secondo le

norme imperative contenute nelle Convenzioni di Ginevra

del 1948 e del 1949, nel Protocollo A del 1977 e nello

Statuto della Corte Penale Internazionale del 1998; preso

atto degli enormi crimini compiuti da Israele nella guerra

2006 (bombardamenti e distruzioni indiscriminati, uccisione

di più di 1100 persone fra le quali centinaia di bambini,

donne, vecchi; attacchi contro convogli civili in fuga;

enormi danni all’economia del Libano; danni ambientali;

utilizzazione di armi proibite etc.) dichiara le autorità

israeliane responsabili per la guerra contro il Libano del

2006 e colpevoli dei seguenti crimini internazionali:

Crimini di guerra;

Crimini contro l’umanità;

Crimine di genocidio.

Bruxelles, 24 febbraio 2008


MARK KENNES**

Milioni di abitanti

sono minacciati dalla

fame. Ma questa crisi

alimentare scaturisce da

scelte politiche

consapevoli

* INTERNATIONAL ACTION FOR LIBERATION

** GIORNALISTA

alimenti: perché

aumentano i prezzi?

intervista a Wim de Ceukelaire *

ESTERI

FINO A CHE PUNTO DOBBIAMO ALLARMARCI PER LA CRISI ALIMENTARE MONDIALE?

Sicuramente il prezzo delle derrate alimentari ha sempre conosciuto andamenti

altalenanti. Ma due fattori dimostrano bene l’eccezionale gravità della

crisi attuale. In primo luogo, questa crisi alimentare è mondiale e inedita. In

secondo luogo, riguarda tutta la produzione alimentare. I prezzi di tutti i

prodotti di base aumentano enormemente. Anche questo è unico. Il fatto è

già cominciato nel 2006 ma, in questi ultimi mesi, il fenomeno ha fortemente

accelerato.

DA DOVE VIENE QUESTO AUMENTO DEI PREZZI? SI PARLA DI RISCALDAMENTO CLI-

MATICO E DEL FORTE CONSUMO DI CINA E INDIA.

Quando si parla di riscaldamento climatico, si parla della raccolta del grano

in Australia che ha sofferto del riscaldamento. La maggior parte degli esperti

stima tuttavia che l’influenza attuale di quest’ultimo è ancora molto limitata.

L’Australia è l’unico Paese dove questo riscaldamento ha causato una

cattiva raccolta. Il cambiamento climatico non può dunque spiegare interamente

la crisi attuale. Allo stesso modo, la crescita della classe media in

India e in Cina non può spiegare la crisi attuale. È vero che il consumo di

carne aumenta di anno in anno e che, come dappertutto, la carne è una

fonte di alimentazione poco redditizia. Questa trasformazione ha tuttavia

avuto inizio negli anni Ottanta e si è sviluppata in modo progressivo. È da

due anni che i prezzi crescono fortemente. Allo stesso tempo, la produzione

agricola di questi Paesi si è sensibilmente sviluppata. Questa evoluzione in

Cina e in India non può dunque da sola spiegare l’attuale crisi alimentare.

DOVE DOBBIAMO RICERCARE ALLORA LA SPIEGAZIONE?

Fino ai nostri giorni, quasi tutte le grandi civildella Storia hanno sempre

scelto di crearsi delle riserve alimentari strategiche. Così quando, bruscamente,

c’era stata penuria o quando i prezzi aumentavano, queste riserve

potevano essere immesse sul mercato per sostenerlo. Il problema è che queste

riserve hanno raggiunto il più basso livello di tutti i tempi e questa è la

conseguenza diretta della politica neoliberale condotta nel mondo dagli anni

Novanta.

IN COSA CONSISTE QUESTA POLITICA?

Neoliberale vuol dire che il mercato deve avere massima libertà d’azione e

che lo Stato deve tenersi il più allineato possibile all’economia. Chiaramente,

questo vuol dire che il controllo della nostra alimentazione da parte dei

23


24

poteri pubblici democraticamente eletti è affidato a qualche

multinazionale.

La stessa cosa succede dovunque nel mondo con l’energia,

i servizi postali e le ferrovie, per esempio. È passato

molto tempo prima che si osasse liberalizzare il commercio

dei prodotti agricoli. C’erano delle resistenze: solo nel

1994, data di creazione dell’Organizzazione mondiale del

commercio (Wto), la scelta è stata imposta.

Liquidando il loro controllo sulla produzione e sulle loro

riserve, le autorità di molti Paesi hanno perso tutti gli

strumenti che permettevano di proteggere la popolazione

contro una crisi alimentare. Oggi si constata che sono

proprio i Paesi che non sono saltati sul treno della liberalizzazione

a subire di meno, talvolta per nulla, il dramma

dell’aumento dei prezzi alimentari. Il Vietnam ne è

un esempio.

IL TUO RAGIONAMENTO SULLA LIBERALIZZAZIONE SPIEGA

PERCHÉ GLI AUMENTI DEI PREZZI NON SI ARRESTANO, MA

NON SPIEGA PERCHÉ QUESTI SIANO AVVENUTI.

Ci sono secondo me due cause principali, a monte di

questa esplosione dei prezzi. In primo luogo, l’aumento

dei biocarburanti (o piuttosto degli agrocarburanti).

L’Unione europea comincia soltanto ora a interessarsene,

ma in America li si produce già da un po’ di tempo. Il

30% di tutto il mais americano è oggi usato per gli agrocarburanti.

A livello mondiale, questo rappresenta il

12% del totale. Si tratta di cifre significative. Non solo

ciò fa salire i prezzi del mais quando c’è meno mais, ma

contemporaneamente si assiste a una domanda crescente

di piante in sostituzione, i cui prezzi aumentano inevitabilmente.

Altri fattori hanno la loro influenza, come

l’elevato prezzo del petrolio. In più, ci sono anche altri

fattori come gli elevati prezzi dell’energia che hanno la

loro influenza.

QUAL È SECONDO TE LA SECONDA CAUSA PRINCIPALE?

La speculazione. Un fenomeno molto cinico e scandaloso.

Quando i prezzi schizzano in un certo settore, questo si

trasforma spesso in «investimento» attraendo gli speculatori.

Il prezzo del riso, per esempio, è aumentato dell’80%

da gennaio. Ciò significa che se avete comprato per un

milione di euro una partita di riso a gennaio, oggi avete

già realizzato 800.000 euro di profitto netto. Senza muovere

un dito. In pratica, è più complicato di così, ma il

principio della speculazione resta tuttavia sempre lo stesso:

si compra del cibo per venderlo in seguito a un prezzo

nettamente superiore. Per questo i prezzi aumentano

sempre di più e sempre più velocemente. Così milioni di

esseri umani sono minacciati dalla fame, mentre altri si

arricchiscono praticamente dormendo.

FORSE, SEMPLICEMENTE, NON C’È ABBASTANZA CIBO PER SEI

MILIARDI DI PERSONE?

Nient’affatto. Si calcola che c’è sufficiente capacità agricola

per 12 miliardi di persone. Oggi, si produce abbastanza

per nutrire tutta la popolazione mondiale. Nel

2007, la produzione alimentare è aumentata e, nonostante

questo, c’è stata la crisi. Il punto è cosa si fa di

questi alimenti. Come ho già detto, con 240 kg di mais,

si può scegliere di riempire due volte il serbatoio della

propria macchina o di nutrire una persona per un anno.

Il problema è che oggi queste decisioni sono prese in

funzione del massimo profitto e non in funzione dello

sradicamento della fame.

Il prezzo del riso è aumentato dell’80%

da gennaio. Ciò significa che se avete

comprato per un milione di euro una partita

di riso a gennaio, oggi avete già realizzato

800.000 euro di profitto netto


FRANÇOIS FERRARA*

In seguito alla crisi

finanziaria, i giganti della

finanza consigliano ai loro

clienti di investire sulle

derrate alimentari. Con il

rischio di ridurre i popoli

alla fame

* ECONOMISTA

i giganti della finanza

speculano sulla fame

ESTERI

Speculazione significa comprare e poi rivendere in borsa titoli rappresentativi

di una certa quantità di merce (nel campo immobiliare, delle derrate

alimentari, delle materie prime e anche dei prodotti finanziari), sperando

che nel frattempo il valore monetario della merce stessa aumenti, allo

scopo di rivenderla con un sostanziale profitto.

La speculazione può concretizzarsi in diversi settori economici. Nel caso dei generi

alimentari, essa passa per le borse del commercio. La principale per i cereali

è quella di Chicago. È un vero casinò dove il «trader» scommette sul

costo futuro dei generi alimentari: facendo ciò, gli speculatori aumentano artificialmente

la domanda rispetto all’offerta, facendo lievitare enormemente i

prezzi.

Come si è potuta sviluppare questa situazione? I fondi d’investimento e i fondi

pensione, non trovando più profitti sul mercato delle azioni in seguito alla crisi

della borsa, si sono rivolti al mercato detto dei valori rifugio: le materie prime

e i prodotti agricoli. Dopo la crisi della borsa nel mese di agosto, per salvare i

loro capitali, gli avvoltoi della finanza si sono trasformati in affamatori. Due giganti

finanziari, Goldman-Sachs e Marc Faber, scrivevano in una lettera datata

16 agosto 2007 che i prezzi agricoli erano «attraenti» e consigliavano a tutti i

loro clienti di investire in derrate alimentari.

Con ciò, la speculazione è fatta. Nella televisione commerciale e finanziaria

Bloomberg, uno di loro ha dichiarato con cinismo e senza mezzi termini che «se

noi vivessimo dentro una recessione mondiale, l’alimentazione non sarebbe

colpita dato che i popoli mangiano comunque».

Ad esempio, dalla scorsa estate il belga Geert Naels della Petercam Equities Agrivalue

(una delle grandi aziende che operano nel campo alimentare) consigliava

ai grossi portafogli di rivolgersi verso il settore alimentare. Dalla produzione

alimentare fino alla vendita al consumatore: quindi incluse le imprese che

esercitano attività utili nella catena alimentare come il deposito, il trasporto,

l’imballaggio e il finanziamento.

Questo tipo di investimento controlla quindi tutta la catena alimentare e può

appunto fissare i prezzi per i più grandi profitti, a costo di ridurre alla fame i

lavoratori.

Il sistema capitalista è chiamato in causa. Karl Marx aveva già osservato questi

fenomeni nel diciannovesimo secolo, all’epoca delle grandi crisi agricole che

uccidevano per fame un gran numero di lavoratori europei. Si tratta di un fenomeno

fondante del modo di produzione capitalistico. Queste pratiche sono

dette giustamente esser proprie degli «accaparratori», poiché sono vere e proprie

manipolazioni che contribuiscono a creare una penuria artificiale.

25


26

fermare la guerra tra poveri:

rilanciare il conflitto sociale

intervista a Paolo Ferrero *

Ripartire dai territori, dai luoghi di lavoro, per ricostruire aggregazione

e conflitto sociale. Sfidare l’egemonia della destra nel campo in cui

essa è risultata vincente: «l’utilizzo del disagio sociale per proporre la

guerra tra i poveri e la ricerca sistematica del capro espiatorio». Questo, secondo

Paolo Ferrero, è il compito più urgente di Rifondazione Comunista: la

costruzione dell’opposizione al governo Berlusconi e, a partire dal conflitto

sociale, la rimessa in campo di un processo di aggregazione della Sinistra. I

temi di più stringente attualità politica, a partire dai primi provvedimenti del

governo Berlusconi, si intrecciano col dibattito interno di Rifondazione, attraversata

da un delicato e importante congresso, che affronta il tema del

che fare per la sinistra uscita sconfitta dalle ultime elezioni politiche.

SONO BASTATE POCHE SETTIMANE E GIÀ PARE CHIARO L’ORIZZONTE STRATEGICO

DEL NUOVO GOVERNO.

L’esecutivo ha agito su due piani, strettamente legati: da un lato, porta a

compimento un processo di sottomissione dei bisogni sociali alle ragioni dell’impresa

tramite la destrutturazione del contratto collettivo nazionale di lavoro

e una politica economica che coniuga tagli alla spesa sociale, al rilancio

delle grandi opere e del nucleare, voluti dal partito degli affari. Dall’altro

lato, la destra è impegnata nella sistematica costruzione del capro espiatorio

per alimentare una guerra tra poveri, tra gli ultimi e i penultimi, tesa a impedire

il conflitto sociale dal basso contro l’alto. Il reato di clandestinità ha

proprio questo obiettivo: è una norma inapplicabile, ma non per questo

meno pericolosa.

IN CHE SENSO?

In Italia ci sono mezzo milione di immigrati senza permesso di soggiorno,

entrati illegalmente nel Paese, anche perché non esiste altra maniera di entrare

in Italia: la «clandestinità» è uno status obbligato dalla legge Bossi-Fini

che impedisce l’incontro legale tra domanda e offerta di lavoro. È impensabile

immaginare di mettere in galera 500.000 persone, né è possibile espellerle.

Ma poiché si crea una platea amplissima di persone punibili, di conseguenza

l’applicazione della norma diventa discrezionale, atto arbitrario delle

forze dell’ordine. Mi spiego: se io metto un limite di velocità di 10 km orari,

pur sapendo che tutti lo supereranno, rendo la pena discrezionale e non effettiva,

perché sarà la polizia a decidere chi dev’essere punito. L’obiettivo,

quindi, è creare uno Stato di polizia, aumentare il grado di ricattabilità dei

lavoratori clandestini e al nero da parte dei loro datori di lavoro. Inutile ricordare,

infatti, che la clandestinità è una condizione connaturata alle caratteristiche

della produzione nel Paese. Cioè la presenza di un’amplissima eco-

MANUELE BONACCORSI**

Non basta

un’opposizione tutta

giocata sui valori

dell’antirazzismo, della

democrazia ecc. Questo è

necessario ma non

sufficiente: dobbiamo

sfidare la destra sul

terreno degli interessi

materiali. Rilanciare la

conflittualità sui diritti

sociali, contendendo alla

destra populista l’egemonia

sul disagio sociale,

contrastando la guerra tra

poveri

* EX MINISTRO DELLA SOLIDARIETÀ SOCIALE

** GIORNALISTA DI «LEFT»


nomia illegale, che si serve dell’immigrazione clandestina.

Il clandestino serve al sistema economico perché manodopera

iper sfruttabile e nello stesso tempo è il perfetto

capro espiatorio da utilizzare sul piano politico per costruire

il consenso elettorale basato sulla paura.

COME OPPORSI A QUESTA OFFENSIVA DELLA DESTRA?

Non basta un’opposizione tutta giocata sui valori dell’antirazzismo,

della democrazia ecc. Questo è necessario ma

non sufficiente: dobbiamo sfidare la destra sul terreno

degli interessi materiali. Rilanciare la conflittualità sui diritti

sociali, contendendo alla destra populista l’egemonia

sul disagio sociale, contrastando la guerra tra poveri. Rimettere

al centro della nostra azione la vertenzialità diffusa

sui territori, la lotta per il welfare, la casa, il lavoro

e gli spazi sociali. Dopo il tracollo elettorale non c’è altro

modo per uscire dall’angolo se non quello di ricostruire

le basi materiali e la ragione sociale della sinistra.

È IL TEMA DELL’OPPOSIZIONE SOCIALE AL GOVERNO BERLU-

SCONI. CHI LA DEVE COSTRUIRE, E DA QUALI BATTAGLIE?

Una molteplicità di soggetti, una rete di relazioni ampia

che comprenda partiti, movimenti, associazioni, comitati

territoriali, sindacati. Senza pretendere di ridurla a una

sintesi organizzativa o identitaria, senza mortificare le diversità

di cultura politica e di pratiche che la contraddistinguono.

L’obiettivo è di «fare società» laddove vige

l’isolamento e la legge della paura, costruire pratiche di

POLITICA INTERNA

socialità e mutualismo nei territori. Rimettere in campo

una vertenzialità diffusa sui diritti sociali è l’unica maniera

per battere la costruzione del capro espiatorio. In

una parola si tratta di ricostruire l’efficacia del conflitto

di classe, del conflitto tra «basso» e «alto», alla lotta tra

poveri. Nel nostro documento congressuale proponiamo

di costruire le «case della sinistra», luoghi dove la sinistra

possa nascere dal basso, e i «forum dell’opposizione

sociale»: non basta convocare per l’autunno una manifestazione

per contrastare l’offensiva delle destre, serve

un lavoro lungo e radicato. Solo a partire da ciò può rinascere

un processo aggregativo di tutta la sinistra. A

partire dalle sue ragioni nella società, non dai suoi gruppi

dirigenti. Non dimentichiamo che nella cosiddetta «sinistra

diffusa» ormai coloro che hanno una tessera di

partito sono una minoranza. Per questo non serve una

costituente, ma un percorso di riscoperta e innovazione

delle ragioni sociali della sinistra.

NON SARÀ FACILE, DOPO I FALLIMENTI DELL’ESPERIENZA DI

GOVERNO.

È questa la causa principale della nostra sconfitta. Non

siamo riusciti a dare risposte a chi ci aveva votato chiedendo

e aspettandosi una radicale discontinuità. E quindi

siamo stati percepiti come inutili socialmente e politicamente.

Siamo caduti nel gorgo della crisi della politica,

divenendo «casta». I nostri circoli si sono svuotati, si è

aggravata la crisi di radicamento del partito, i movimenti

coi quali avevamo condiviso un percorso durante gli

anni del governo Berlusconi hanno cominciato a non fidarsi

più di noi.

DI CHIÈLACOLPA?

Di tutti, a partire da me stesso. Dell’intero gruppo dirigente

del partito uscito dal congresso di Venezia. La

sconfitta affonda lì le sue radici. A Venezia abbiamo

completamente sbagliato l’analisi dei rapporti di forza.

Abbiamo creduto che la sinistra moderata fosse permeabile

alle nostre istanze, che la pressione della società

avrebbe permesso il rispetto del programma. Abbiamo

27


28

pensato che era possibile agire dal livello politico per modificare quei rapporti

di forza sfavorevoli che avevamo nel corpo sociale. Abbiamo sbagliato

e chi propone oggi la Costituente di sinistra compie lo stesso errore politicista.

I poteri forti si sono dimostrati più capaci di noi nell’indirizzare l’azione

di governo.

NEI DUE ANNI DI GOVERNO È STATO MOLTO DIFFICILE ANCHE IL RAPPORTO CON

LA CGIL.

La Cgil aveva avuto un ruolo fondamentale nell’opposizione al governo Berlusconi,

mentre negli anni del governo Prodi si è contraddistinta per aver ricoperto

un ruolo di «stabilizzatore» dell’azione dell’esecutivo. Ha rinunciato

a portare avanti le proposte che l’avevano contraddistinta negli anni precedenti,

a partire dalla richiesta di abrogare la legge 30, su cui erano state raccolti

tre milioni di firme. Ha difeso il protocollo sul welfare anche dinanzi alle

modifiche migliorative per i diritti dei lavoratori avanzate dal Parlamento. E

oggi si trova costretta all’unità sindacale con un governo Berlusconi-Confindustria

che ha il chiaro obiettivo di superare il contratto nazionale di lavoro:

la detassazione di straordinari e premi variabili, ad esempio, va chiaramente

nella direzione della individualizzazione del rapporto di lavoro, perché si tratta

di una decontribuzione slegata dal fatto che orari e premi siano contrattati.

Mentre il tesoretto che noi chiedevamo di destinare alla detassazione di tutti

i salari, secondo il governo è scomparso. D’altronde basta ascoltare la relazione

di Emma Marcegaglia, che gioisce per l’uscita della Sinistra dal Parlamento

e per l’affermazione dei valori dell’impresa tanto nella maggioranza che

nell’opposizione, per capire che i poteri forti sono oggi ancora più forti.

LA SINISTRA L’ARCOBALENO NON È STATA IN GRADO DI INVERTIRE LA TENDENZA?

No. Abbiamo pagato la collocazione governativa, il suo incerto profilo e le

modalità totalmente verticistiche della sua costruzione. La Sinistra l’Arcobaleno

è stata vista come un progetto politicista, una sommatoria di candidati.

Mentre oggi la sinistra o è sociale, vive nei conflitti e si pone l’obiettivo di

ricostruire i legami spezzati dal neoliberismo o, dopo essere scomparsa dal

Parlamento, rischia di sparire anche dalla società.

IL NO ALLA COSTITUENTE È IL PUNTO CHE PIÙ CHIARAMENTE DISTINGUE IL DOCU-

MENTO CHE HAI FIRMATO DA QUELLO DEL COMPAGNO VENDOLA. PER QUALE MO-

TIVO CRITICHI QUELLA PROPOSTA?

Perché si muove su un terreno politicista che non affronta il vero problema,

cioè la crisi di rappresentanza sociale della sinistra. Questa centralità del pro-


Basta ascoltare la relazione di Emma Marcegaglia,

che gioisce per l’uscita della Sinistra dal Parlamento e

per l’affermazione dei valori dell’impresa tanto nella

maggioranza che nell’opposizione, per capire che i poteri

forti sono oggi ancora più forti

cesso politico divide nei fatti la sinistra

e dà spazio a un’altra proposta,

egualmente sbagliata, che è quella

della costituente comunista, tutta

centrata su una distinzione ideologica

e simbolica. Com’è evidente, da

questa distinzione ideologica ne

nasce una politica: da un lato una

sinistra ideologica e arroccata; dall’altro

una sinistra capace di porsi il

problema del governo (per dirla con

D’Alema). Cioè, concretamente legata

a doppio filo al Pd. Infine perché

la costituente vuol dire, nei

fatti, la fine dell’esperienza di Rifondazione

Comunista sia sul piano politico

che organizzativo.

PARLIAMO DEL PRC. NEL DOCUMENTO

CONGRESSUALE VOI AFFERMATE: SERVE

PER L’OGGI E PER IL DOMANI.

Serve perché non è venuto meno il

progetto politico di Rifondazione

Comunista, cioè la necessità di un

progetto di radicale trasformazione

della realtà. Perché senza il Prc non

si costruisce la sinistra. Perché le

contraddizioni che ci spinsero, 17

anni fa, a dar vita a questo partito

sono rimaste tutte valide: il capitalismo

non è certo migliorato e le socialdemocrazie

hanno fatto bancarotta

completa. Rimane valida

anche la categoria della rivoluzione,

oggi straordinariamente utile dinanzi

alle dimostrazioni della crisi della

globalizzazione capitalistica e del carattere

distruttivo delle vite delle

persone e dell’ambiente in cui viviamo

che oggi ha il capitalismo. Dirsi

comunisti significa porsi il problema

della costruzione del soggetto della

trasformazione, della sua autoconsapevolezza,

della rottura dei rapporti

di potere, del legame tra questo e la

difesa delle condizioni di vita concrete.

Non una semplice tendenza

culturale, quindi. Non una rifondazione

senza aggettivo.

DA COSA RIPARTE RIFONDAZIONE?

In primo luogo dal suo progetto politico:

l’unione della rifondazione e

del comunismo, nella consapevolezza

che il Prc è necessario ma non

sufficiente. Parallelamente riparte

dal suo patrimonio di energie e speranze,

dai suoi circoli, dal suo radicamento

territoriale. Dall’idea di

partito uscita dalla conferenza di

Carrara: una rigenerazione democratica,

la critica al leaderismo e alle

logiche maggioritarie che hanno infettato

anche il Prc, combattendo la

separazione tra gruppi dirigenti del

centro e della periferia, ristabilendo

le ragioni di un dialogo basato sul

consenso. Rigettando le troppo diffuse

pratiche burocratiche ed escludenti,

contrastando la formazione di

gruppi di potere separati. Con

l’obiettivo di costruire un partito sociale,

che rifletta sulla crisi dell’agire

politico, che faccia inchiesta per riscoprire

le ragioni sociali e trasformare

le sue pratiche, che curi la

propria comunità ma rigetti il culto

dell’autosufficienza. Un partito che

faccia i conti fino in fondo con il politicismo

ricostruendo una relazione

coerente tra le parole e i fatti. Al

contrario di quanto accade, ad

POLITICA INTERNA

esempio, in Calabria, dove i nostri

consiglieri regionali hanno votato il

bilancio della giunta Loriero, dalla

quale siamo usciti pochi mesi fa

dandone un giudizio assai negativo.

UN’ALTRA DIFFERENZA RISPETTO AL

CONGRESSO DI VENEZIA. IN QUEL

CASO ALLE MINORANZE FU INDICATA

LA PORTA. OGGI INVECE PROPONETE

UNA GESTIONE UNITARIA DEL PARTITO.

Nella fase dell’elaborazione delle

mozioni congressuali abbiamo proposto

di costruire un unico documento,

a tesi emendabili. In modo

da poterci dividere sulle cose che

oggettivamente ci separano, spiegando

chiaramente e non confusamente

cosa ognuno propone, senza

produrre lacerazioni irrimediabili. Ci

è stato risposto di no e si è scelto di

trasformare il congresso in un referendum

sul leader. Così rischiamo di

distruggere invece che rilanciare il

Prc. Per questo ci siamo impegnati

nella proposta di una gestione unitaria

dopo il congresso. Perché i

congressi definiscono una linea politica

e su quella devono lavorare

tutti quelli che scelgono di farlo.

Perché il partito è di tutti, non solo

di una maggioranza.

29


30

fame e migrazioni:

saccheggi, elemosine e repressione

del «mondo arricchito»

Occorre partire dall’elementare. Il cibo, come l’aria e l’acqua, elemento

fondamentale e indispensabile per la vita. La diffusa e sempre più

estesa presenza della fame nel mondo. L’emigrazione come ricerca

di sopravvivenza e riequilibrio. Banalmente, questo è il principio.

Nel discorso di apertura del recente vertice mondiale sull’alimentazione a

Roma, il direttore generale della Fao, Jacques Diouf, ha dichiarato che

l’obiettivo di dimezzare il numero di affamati entro il 2015 (il principale dei

cosiddetti «obiettivi del millennio» dell’Onu), con l’attuale andamento delle

politiche economiche mondiali, potrebbe essere raggiunto soltanto nel 2150.

Questo obiettivo era già stato ribadito durante il vertice mondiale sull’alimentazione

nel novembre 1996. In quell’occasione, Fidel Castro aveva dichiarato:

«La fame è l’inseparabile compagna dei poveri, la figlia della distribuzione

ineguale delle ricchezze e delle ingiustizie di questo mondo […].

Quale tipo di soluzione cosmetica andremo ad applicare per avere tra venti

anni 400 milioni di affamati invece di 800? Questi obiettivi sono, per la loro

modestia, una vergogna». Dalle parole del direttore generale risulta evidente

che gli strumenti per combattere la fame, elaborati in sede di organismi internazionali,

non sono stati soltanto modesti, ma totalmente inadeguati per

il raggiungimento dell’obiettivo, che anzi appare sempre più lontano. Ancora,

Diouf pone l’accento sul vergognoso divario tra le diverse spese nel

mondo: di fronte a un bisogno annuo di 30 miliardi di dollari necessari a

sfamare 860 milioni di persone, nel 2006 sono stati spesi per le armi ben

1.200 miliardi di dollari, la metà dei quali da parte degli Usa, e ancora 100

miliardi di dollari di cibo sono andati sprecati nei Paesi arricchiti, mentre a

livello mondiale è salito di altri 20 miliardi di dollari l’eccesso di consumo

alimentare da parte degli obesi.

Di fronte a questo quadro socialmente tragico ed eticamente inaccettabile,

sia il segretario generale dell’Onu, sia il direttore della Fao, sia i rappresentanti

del mondo arricchito presenti al vertice, si sono comportati come la regina

Maria Antonietta di fronte alle folle degli affamati di Parigi del 1789:

«Hanno fame, poverini? Diamogli delle brioches!». Hanno infatti invocato la

strada delle donazioni, l’aumento degli aiuti, quegli aiuti mille volte promessi

e mai dati, quello 0,7% del Pil dei Paesi arricchiti da destinare ai Paesi impoveriti

solennemente ribadito da più di 30 anni, e ancora lontanissimo da

raggiungere. Bene ha fatto il presidente del Senegal Wade ad alzare la voce:

«non siamo mendicanti», ha dichiarato. Risolvere il problema della fame nel

mondo facendo ricorso alle solite elemosine, come se si trattasse di una calamità

naturale, di un’emergenza, è quanto di più alienante si possa prospettare;

significa perpetuare e marcare ulteriormente l’attuale ineguale e ingiusto

equilibrio fra esseri umani che si trovano sulle due sponde della geopoli-

MERCEDES FRIAS*

Risolvere il problema

della fame nel mondo

facendo ricorso alle solite

elemosine, come se si

trattasse di una calamità

naturale, di un’emergenza,

è quanto di più alienante si

possa prospettare; significa

perpetuare e marcare

ulteriormente l’attuale

ineguale e ingiusto

equilibrio fra esseri umani

che si trovano sulle due

sponde della geopolitica

globale

* EX PARLAMENTARE PRC-SE


tica globale. Naturalmente, riconoscere

nella ferocia della globalizzazione

neoliberista, nella rapacità del

neocolonialismo, nella protezionistica

politica agricola degli Usa e della

Unione Europea, nella distruzione

della produzione agricola dei Paesi

del Sud attraverso il meccanismo

degli aiuti, le cause su cui si fonda

l’impoverimento reale crescente di

milioni di donne, uomini, bambine

e bambini, equivarrebbe a dover individuare

risposte radicali che metterebbero

in discussione il consolidato

assetto economico attuale.

Come se i soggetti di cui si dibatteva,

gli affamati, fossero entità astratte,

degli spettri, nulla è stato detto

sulle strategie di resistenza di questi

milioni di esseri umani, con una visione

profondamente colonialista

delle persone del Sud del mondo,

naturalmente inferiori per intelligenza

e capacità, condannate all’attesa

passiva della morte o all’attesa

fiduciosa delle sagge decisioni del

vertice. Niente si è detto insomma

della fuga, degli spostamenti, degli

esodi, dell’emigrazione, come risposta

e conseguenza della mancanza di

condizioni di sopravvivenza dignitosa.

Le migrazioni sono gli unici strumenti

naturali di contrapposizione

allo squilibrio economico fra popolazioni.

Le migrazioni non sono la soluzione

all’equilibrio ineguale, ma

rappresentano la strada obbligata

per milioni di persone. Non rientrano

nei programmi degli Stati o degli

organismi internazionali, sono il

prodotto di spinte primordiali, con-

POLITICA INTERNA

naturate all’intera storia umana. Le migrazioni fanno la differenza fra provarci

o rimanere in attesa; tentare di spostarsi verso l’altro lato del piano, allontanandosi

dalla «parte che si incrina per il peso».

Questo movimento, questo spostamento, con maggior o minore incidenza

degli intermediari della disperazione, quando si consuma, se non si finisce in

mare o congelati nel frigorifero di un furgone, crea cambiamento nelle condizioni

di vita dell’individuo che lo compie e della sua famiglia. Oggi le rimesse

dei migranti fanno la differenza anche nella macroeconomia di molti

Paesi espulsivi. Nei primi anni Novanta del Novecento le rimesse dei migranti

del Sud rappresentavano un terzo degli aiuti che i Paesi arricchiti inviavano,

con grande profitto, in Africa o in America latina. Oggi, le rimesse

dei migranti, e soltanto quelle che passano attraverso canali legali, rappresentano

oltre quattro volte il volume complessivo dei sempre poco generosi

aiuti del Nord.

La parte obesa del mondo come risponde? Fortificando i propri territori, difendendo

con le unghie e con i denti i propri privilegi, la propria sovrabbondanza,

quale eredità «naturale» della propria fortunata stirpe. Gli Stati Uniti

difendono con un muro, con truppe militari (i border control) e con ronde di

cittadini autorganizzati (i minutes men), la loro frontiera sud dalle orde di invasori

affamati che minacciano il loro benessere. L’Europa rafforza e sposta

sempre più a sud la propria fortezza, dando addirittura in appalto la repressione

della cosiddetta immigrazione clandestina, diventata il fulcro delle politiche

europee in materia di immigrazione. Così la direttiva sulla libera circolazione,

concepita per garantire un diritto, diventa decreto di espulsione,

strumento per punire gli abusi e per individuare i meccanismi per espellere

anche i cittadini comunitari poveri. La recente direttiva sui rimpatri prevede

la detenzione nei cpt fino a 18 mesi, ignora le condizioni personali che fino

a oggi limitavano il ricorso all’espulsione, come la gravidanza, l’età molto

avanzata, la condizione di minore non accompagnato, e soprattutto non

considera il rischio di tortura e di ogni violazione dei diritti umani fondamentali

in alcuni Paesi di destinazione degli espulsi. Questa direttiva, che ha

avuto l’approvazione degli ambasciatori dei 27 Paesi dell’Unione, insieme al

«patto europeo per l’immigrazione e l’asilo» proposto dalla Francia, rappresenta

un ulteriore passo nel disconoscimento dei diritti umani elementari,

quale l’habeas corpus, dei migranti provenienti dal mondo impoverito. Questa

è la deriva della civile e democratica Europa.

In Italia siamo a un punto di arrivo cruciale dopo tre lustri di leggi-manifesto

e di costruzione politica sistematica del nemico che viene da fuori. Ha

vinto la destra, con un margine che le consentirà di governare a lungo.

Quella destra che ha fatto del razzismo, della xenofobia e dell’anti-tzigani-

31


32

smo il nucleo del proprio progetto politico e l’oggetto

della campagna elettorale. Il voto di aprile ha consegnato

il compito di persecutori dei migranti, e con particolare

crudeltà verso gli «ultimi» di loro, Rom e Sinti, a chi

si era posto come paladino della difesa della sicurezza e

del primato dei cittadini italiani, contro la minaccia del

«clandestino». Insisto, è un punto di arrivo dopo anni di

politica di etnicizzazione dei reati, di criminalizzazione

generalizzata dei migranti. Lavoro sistematico – di natura

trasversale ai principali schieramenti politici di destra

e centro-sinistra – che ha goduto di un alleato efficacissimo:

i media e il loro effetto amplificazione. La destra governerà

in coerenza con la propria ideologia, i propri impegni,

nel segno della repressione feroce e determinata

nei confronti degli ultimi. Ed ha già iniziato. La velocità

con la quale il nuovo governo ha approvato il decreto sicurezza

e presentato al Senato il disegno di legge, indica

in modo eloquente le sue priorità. Punire i poveri, ottimo

strumento di distrazione, in mancanza della benché

minima prospettiva di soluzione dei problemi quotidiani

delle fasce più vulnerabili della popolazione.

Questa recrudescenza delle politiche repressive è in continuità

con le azioni e le non-azioni del governo di centrosinistra.

Le politiche dei governi di centro sinistra soprattutto

in questo campo hanno precorso le leggi della destra.

Come il pacchetto Treu è stato l’apripista della Legge

30, la riforma Berlinguer ha spianato la strada alla legge

Moratti e la Turco-Napolitano è stata propedeutica alla

Bossi-Fini, il pacchetto sicurezza di Maroni è lo sviluppo e

la definizione del pacchetto sicurezza del governo Prodi,

imposto dal segretario del Pd Walter Veltroni nel novembre

2007. Dopo due anni di governo di centro-sinistra, le

condizioni materiali di vita dei migranti in Italia sono notevolmente

peggiorate. Non soltanto non si è realizzato

nemmeno un punto del programma dell’Unione in materia

di immigrazione, ma addirittura è entrato in vigore

l’accordo che il precedente governo aveva firmato con le

Poste per la richiesta di rinnovo di permesso di soggiorno:

una vera e propria rapina a danno dei migranti. Tale oneroso

accordo ha fatto allungare ulteriormente i tempi di

rilascio dei permessi di soggiorno creando una situazione

di sospensione dei diritti per migliaia di persone.

Non sono state approvate la legge sull’asilo, la modifica

della legge sulla cittadinanza, l’iter della legge di modifica

della Bossi-Fini, l’Amato-Ferrero è rimasta agli inizi.

Non si sono utilizzati gli spazi di allargamento dei diritti,

offerti dal recepimento delle direttive europee. Direttive

mirate ad armonizzare le legislazione degli Stati membri,

garantendo norme minime in materie come riconoscimento

di status di rifugiati o ricongiungimento familiare.

Il governo, la maggioranza, con la nostra isolata opposizione,

ha preferito attestarsi, in ogni situazione, alla soglia

inferiore di diritto. Non si è posto freno alle iniziative

repressive e violatrici dei principi di uguaglianza intrapresa

da sindaci di destra e di centro-sinistra. I cpt

sono rimasti quello che erano. E adesso non si può che

peggiorare. Già nella prima riunione del Consiglio dei

ministri del nuovo governo si annunciava la priorità: garantire

la sicurezza ai cittadini. Sicurezza intesa esclusivamente

come ordine pubblico, e sistematicamente minacciata

dai «clandestini» primo problema della nazione.

Il pacchetto sicurezza risponde alla richiesta insistente di

sicurezza indotta dalle continue emergenze prodotte a

partire da singoli casi di cronaca e amplificate durante

questi mesi; ed è l’epilogo di un copione che va avanti

da troppi anni.

Entrambi gli strumenti che compongono il pacchetto sicurezza

sono mirati a colpire fondamentalmente i cosiddetti


Come il pacchetto Treu è stato l’apripista della Legge

30, la riforma Berlinguer ha spianato la strada alla legge

Moratti e la Turco-Napolitano è stata propedeutica alla

Bossi-Fini, il pacchetto sicurezza di Maroni è lo sviluppo

e la definizione del pacchetto sicurezza del governo

Prodi, imposto dal segretario del Pd Walter Veltroni nel

novembre 2007

clandestini. Il decreto legge prevede

un aumento fino a un terzo della

pena quando un reato sia commesso

da un cittadino non in regola con il

titolo di soggiorno. Clandestinità

dunque come aggravante. Questo significa

che se due persone commettono

un reato, magari insieme, e uno

dei due è irregolare, questo avrà una

pena superiore a un terzo rispetto a

quella del suo compagno. Essere puniti

non per ciò che si fa, ma per ciò

che si è. L’aggravante di clandestinità

è incostituzionale perché fa riferimento

alla condizione soggettiva invece

che alla condizione oggettiva e

questo crea disparità di fronte alla

legge. In nome dell’ambigua formula

«motivi imperativi di pubblica sicurezza»

del decreto Amato, anche i

cittadini comunitari possono finire

nei cpt per la non iscrizione anagrafica

o per «comportamenti contrari

alla moralità pubblica e al decoro urbano».

Il decreto prevede inoltre di

prolungare fino a 18 mesi la detenzione

amministrativa. Detenzione etnica

in assenza di reato. Se i cpt sono

nati per identificare le persone sprovviste

di titolo di soggiorno, come è

possibile pensare che se in due mesi

tale identificazione non avviene,

potrà avvenire aumentando il tempo

di prigionia amministrativa? Si tratta

di un ulteriore e inutile accanimento.

Il disegno di legge introduce il reato

di immigrazione clandestina. Anche

in questo caso i profili di incostituzionalità

sono evidenti.

Tanta energia, tante risorse, tanta

scienza messa al servizio della sicurezza

come bene individuale, facen-

do completa astrazione dalla realtà,

contro gli ultimi, nel Paese della criminalità

organizzata. Se, come ci dicono

i dati della polizia, l’incidenza

percentuale degli immigrati regolari

in fatti di criminalità è esattamente

uguale a quella degli italiani, occorre

domandarsi: da dove viene tutto

questo fervore? Dai clandestini, ci

dicono, creando di fatto un automatismo

fra condizione di irregolarità e

criminalità. Ma, in un Paese in cui le

possibilità di ingresso regolare sono

scarsissime, più del 70% dei migranti

regolari, cioè quelli la cui delinquenzialità

è pari a quella degli italiani,

sono stati irregolari e poi regolarizzati

in una delle cinque grandi

sanatorie. La differenza dunque fra

regolari e clandestini risiede in un

atto amministrativo. Non sarà forse

che l’incidenza dei clandestini nelle

carceri si debba spiegare in modo più

articolato che la semplice generale

criminalizzazione? Oltre una soglia

fisiologica di criminalità, presente

negli immigrati come negli altri cittadini,

è la condizione stessa di irregolarità

che porta migliaia di persone

nelle carceri: gli stereotipi delinquenziali

delle forze dell’ordine nel

realizzare i fermi, le difficoltà a usufruire

delle misure alternative al carcere

o a farsi difendere (il 65% dei

migranti irregolari in carcere è in attesa

di giudizio). Oltre il carattere incostituzionale

e di ingiustizia delle

azioni dell’attuale governo contro i

migranti, sorgono seri problemi di

applicabilità; ma non importa, servono

proclami, muscoli, repressione,

umiliazione e sofferenza. E poi, se i

POLITICA INTERNA

meno attrezzati, i penultimi, si convincono

che gli ultimi sono il nemico

da distruggere e fanno da sé,

tanto meglio, Ponticelli insegna.

Come dice il professore Palombarini,

si tratta di «illusione repressiva […]

l’illusione che, individuando nuovi

reati, aumentando le pene, mettendo

aggravanti, allungando i tempi di

detenzione nei centri di permanenza

temporanea, cambiando il loro

nome, si risolva il problema». E ancora,

«nel corso di questi ultimi 10

anni, è cresciuto e si è sviluppato un

diritto penale speciale, un diritto penale

dello straniero». Le misure del

governo si basano su un concentrato

di falsi ideologici, per quello saranno

inefficaci, aumenterà soltanto la sofferenza

e l’umiliazione. Le misure

repressive non fanno da deterrente

per fermare la fuga per la sopravvivenza

e la dignità.

Falliranno le crociate europee e italiana

per ripulire il giardino del benessere

da migranti, rom e poveri in

generale. Loro continueranno a cercare

di sfondare le mura e riprendersi

quello che è stato a loro sottratto; ma

avrebbero bisogno di alleati che colpiscano

da dentro, le mura.

33


34

salario, diritti,

democrazia: Confindustria

avanza, i lavoratori arretrano

Negli ultimi anni i media più influenti sono riusciti nell’operazione di

mitizzare un secondo livello di contrattazione, antitetico al contratto

nazionale, quale via maestra per risolvere addirittura l’emergenza

salariale in Italia. Il mito poi è stato svelato nella sua cruda realtà dalle

prese di posizione di Confindustria e dalle prime decisioni del nuovo governo

(detassazione di straordinari e premi variabili) e il messaggio rivolto ai lavoratori

è stato chiarito secondo il classico adagio: se sarete disponibili a un

più intenso sfruttamento – sempre che l’azienda migliori i propri risultati –

potrete aspirare a qualche euro in più. Ciò non ha impedito l’avvio di una

trattativa preoccupante con la principale associazione padronale. E preoccupante,

insieme al contesto, è anche la cosiddetta piattaforma delle segreterie

nazionali Cgil, Cisl e Uil che ne è alla base. Per esaminare il merito di questo

complesso confronto, il cui esito potrebbe pregiudicare la natura stessa del

sindacato confederale, e certamente della Cgil, non si può prescindere da

due iniziali considerazioni.

La prima. Com’è noto tutti i dati registrano una consistente riduzione della

capacità di acquisto dei salari italiani e una altrettanto consistente riduzione

della percentuale del reddito da lavoro dipendente rispetto ai profitti e alle

rendite, dentro una tendenza che con alti e bassi si trascina così dagli anni

Novanta a oggi. Una recente ricerca Ires-Cgil individua alcuni fattori che,

ostacolando la piena applicazione dell’accordo del luglio ‘93, contro ogni

evidenza tuttora giudicato positivo, hanno causato la clamorosa débacle salariale:

lo scarto tra inflazione programmata e inflazione effettiva, il ritardo

nel rinnovo dei contratti, la insufficiente redistribuzione della produttività,

la mancata restituzione del fiscal drag.

L’andamento delle retribuzioni lorde del settore manifatturiero in Italia tra il

‘98 e il 2006 è, rispetto a Francia, Germania, Regno Unito, Spagna e Usa, di

gran lunga il più basso. Un dato lampante persino rispetto alla media della

zona Euro dove, fatto 100 il ‘98, si arriva a 110,1 nel 2006, mentre in Italia

si raggiunge soltanto il 102,6. Questo scarto sarebbe in gran parte attribuibile

alla differenza di inflazione italiana rispetto ad altri Paesi che, in alcuni

periodi, e particolarmente a seguito del cambio lira-euro, da noi è stata il

doppio.

Un’altra causa dei bassi salari sta nel nanismo delle imprese. Mentre in Italia

almeno un quarto dell’occupazione manifatturiera è collocata in piccole imprese,

con conseguenti difficoltà di sindacalizzazione, in Germania, ad esempio,

questo avviene in misura nettamente inferiore (solo intorno al 7% dell’occupazione

totale).

L’arretramento salariale ha colpito tutti, ma in modo diverso. I più giovani,

particolarmente i collaboratori e gli apprendisti, sono stati e sono più che

mai nel mirino. Tra i lavoratori sotto i 30 anni è ormai la normalità percepire

un salario inferiore ai 700-800 euro. Altre diseguaglianze si diffondono.

FAUSTO BELTRAMI*

Si spiega così, con la

scarsa estensione e gli

scarsi risultati per i

lavoratori della

contrattazione aziendale e

decentrata, l’insistenza dei

datori di lavoro per

spostare il baricentro

contrattuale al livello

aziendale

* SEGRETERIA DELLA CAMERA DEL LAVORO

DI BRESCIA


La ricerca Ires fissa in 1.171 euro il

salario netto mensile di un dipendente

definito «standard» e lo confronta

con alcune tipologie (immigrati,

lavoratrici, lavoratori del Mezzogiorno,

lavoratori di piccole

imprese) riscontrando sensibili differenze

in negativo.

Di fronte a questo quadro desolante

la Confindustria innalza la bandiera

della lotta contro la bassa produttività

italiana, deresponsabilizzandosi

completamente in materia e finendo,

con scarsa perspicacia, per proporre

il solito rimedio di una maggiore

produttività dei lavoratori.

Sarà bene non scordare comunque

che dal ‘93 al 2006, mentre gli investimenti

produttivi non hanno

certo brillato, si sono registrati 16,7

punti di incremento della produttività:

di questi una parte irrisoria,

solo 2,2 punti, è andata ai lavoratori,

mentre gli altri 14,5 punti sono

andati alle imprese.

Seconda considerazione. Tutti stimano

– e dico «stimano» perché nessuno

possiede dati precisi – che la contrattazione

di secondo livello, oggi

tanto invocata, coinvolga soltanto

una minoranza di lavoratori, più o

meno corposa a seconda delle diverse

aree del Paese.

Dunque, i contratti nazionali non

hanno difeso i salari dall’inflazione,

la contrattazione di secondo livello,

laddove esercitata, è stata messa

nelle condizioni di dover recuperare

almeno il differenziale di inflazione,

mentre normalmente non riesce a

sfiorare la redistribuzione della produttività.

Si spiega così, con la scarsa estensione

e gli scarsi risultati per i lavoratori

della contrattazione aziendale e

decentrata, l’insistenza dei datori di

lavoro per spostare il baricentro

contrattuale al livello aziendale. In

altre fasi la Confindustria aveva insistito

per centralizzare la contrattazione.

Questo tema era stato uno

dei motivi di scontro politico del

grande contratto dei metalmeccanici

del ‘69; e nel ‘92 c’era stata la moratoria

della contrattazione decentrata,

poi superata dall’accordo del ‘93,

che comunque la vincolava pesantemente.

Se nei principali territori industriali

del Paese avessimo avuto

una contrattazione diffusa e acquisitiva,

certamente non avremmo visto

tutti questi grandi entusiasmi della

Confindustria per il secondo livello.

La questione quindi sta nei rapporti

di forza. E rapporti di forza sfavorevoli

ai lavoratori hanno determinato

una crisi nella capacità sindacale di

contrattazione collettiva, sia nazionale

sia decentrata. È un processo di

indebolimento sindacale che è avvenuto

dentro cambiamenti dei processi

industriali e arretramenti nel

diritto del lavoro.

Il sistema della fabbrica diffusa e dispersa

che lavora in just in time produce

unità produttive con scarsissima

autonomia e questo si riflette immediatamente

sulle condizioni,

sull’orario e sul costo del lavoro. Il

decentramento produttivo, fino al

nanismo, è infatti accompagnato da

una verticalizzazione delle decisioni

delle imprese (i cui destini, tra l’altro,

sono sempre più legati alla finanza)

ECONOMIA E LAVORO

Ancora una volta è stata scelta invece la strada di

un’intesa verticistica tra le tre confederazioni, che per

la Cgil oltretutto rappresenta uno strappo rispetto alle

conclusioni dell’ultimo congresso sul ruolo solidale del

contratto nazionale

che dirigono e debbono riunificare

dall’alto questa organizzazione industriale

spezzettata. Da un lato, quindi,

c’è la frammentazione dei cicli

produttivi, dall’altro c’è un processo

di concentrazione del potere economico

e dei centri di decisione.

L’organizzazione del lavoro interna

alle imprese tende inoltre alla individualizzazione

del rapporto di lavoro.

Fatto che viene grandemente

favorito anche dalla legislazione del

lavoro degli ultimi dieci anni. In

una stessa unità produttiva convivono

diverse tipologie contrattuali e

anche società giuridicamente diverse.

La solidarietà collettiva viene

colpita a fondo, viene sollecitata,

appunto, la competizione tra i singoli,

i gruppi e le diverse aziende.

Se questo è il quadro, era lecito

aspettarsi una seria riflessione, che

per essere tale richiedeva la partecipazione

democratica dei lavoratori.

Ancora una volta è stata scelta invece

la strada di un’intesa verticistica

tra le tre confederazioni, che per la

Cgil oltretutto rappresenta uno strappo

rispetto alle conclusioni dell’ultimo

congresso sul ruolo solidale del

contratto nazionale. Gli aspetti negativi

già ben presenti nell’accordo del

luglio ‘93, invece che superati, vengono

accentuati. Il contratto nazionale

verrebbe ad assumere il ruolo limitato

e limitante della sola difesa

del potere d’acquisto. Ciò significa

che non ci sarebbe distribuzione ai

lavoratori della ricchezza da essi prodotta.

E lo stesso tema della produttività

viene affrontato solo dal lato del

35


36

lavoro. In questo senso c’è uno scarto persino con l’impianto

del ‘93, dimostratosi senz’altro velleitario, ma che

concettualmente se non altro aveva il merito di collocare

la produttività anche dal lato delle responsabilità imprenditoriali.

Quale risultato conseguirebbe un contratto nazionale

che dall’attuale sistema dei due bienni passasse a vigenza

salariale e normativa triennale, con un sistema previsionale

dell’inflazione chiamato in altro modo, ma destinato

a funzionare né più né meno come il sistema dell’inflazione

programmata e senza recuperi automatici e

ravvicinati nel tempo delle perdite del potere di acquisto?

Nella migliore delle ipotesi, quello di fossilizzare il

salario dei contratti nazionali al livello a cui sono finora

giunti. Il sindacato rinuncerebbe a uno strumento fondamentale

per migliorare collettivamente la condizione

dei lavoratori italiani e la stessa autonomia contrattuale

dei sindacati nazionali di categoria verrebbe fortemente

pregiudicata.

Talvolta pare proprio che ci sia del genio nel perseguire

l’autolesionismo sindacale. Come è possibile prendere

atto dei processi nella produzione, nei servizi e nel diritto

del lavoro, che producono sempre più divisioni tra i

lavoratori e proporre il sostanziale svuotamento dell’unico

strumento oggi a disposizione per tentare di riunificarli,

che è appunto il contratto nazionale? Pensiamo ad

esempio ai lavoratori dell’artigianato: il continuo arretramento

delle loro condizioni salariali e normative non

dovrebbe forse consigliarci di allargare l’area dei contratti

nazionali dell’industria fino a comprenderli? Si prospetta

invece un sindacato di mercato che ha il compito

di aderire alle già molto marcate differenze di trattamento

dei lavoratori e, anzi, di aumentarle ben oltre l’esperienza

delle gabbie salariali, invece che perseguire

l’obiettivo di superarle.

È stato anche prospettato il toccasana della detassazione

per rendere effettiva l’agibilità del secondo livello. Più

realisticamente, in mano alle imprese questo strumento,

legato alla assoluta variabilità degli obiettivi e dei risultati

aziendali, renderebbe inevitabilmente più difficile la rivendicazione

e l’ottenimento di salario certo e creerebbe

ingiustizie tra lavoratori di aziende che possono attingere

alla fiscalità generale e lavoratori di altre aziende che

non possono farlo e anche tra lavoratori di una medesima

azienda, poiché l’effetto sul salario di risultato eventualmente

contrattato non è progressivo.

Il dibattito politico e sindacale sulla questione fiscale,

che dovrebbe essere tale solo per i lavoratori dipendenti,

ha assunto un rilievo inusitato. Ciò sottintende una ulteriore

ritirata del pubblico, dello Stato nelle sue diverse

articolazioni, dalla gestione dei servizi; e ci dice una

volta di più che tutto dev’essere mercato. Tutto meno il

lavoro. Salari e stipendi, in perfetta sintonia con le richieste

delle associazioni padronali e con la politica dei

governi e della Banca centrale dell’Unione Europea, de-

vono essere invece attentamente controllati e moderati.

Dovremmo prendere finalmente coscienza allora che non

esistono fughe possibili nelle ingegnerie contrattuali. Il

contratto nazionale è decisivo persino ai fini del peso e del

ruolo politico del sindacato in Italia, la contrattazione di

secondo livello è importante: occorre agire su entrambi i

livelli per riconquistare potere contrattuale. Nuove sedi di

contrattazione, pure menzionate nell’intesa Cgil, Cisl, Uil,

come ad esempio quelle di filiera o di sito, sono necessarie

per unire i lavoratori, ma bisogna sapere che non ci verranno

regalate. Come per tutto il resto in materia di contrattazione

dovranno essere conquistate con il conflitto e

con la partecipazione dei lavoratori.

Cruciale perciò è il tema della democrazia sindacale. La

mediazione tra le tre confederazioni, mentre porta al superamento

della posizione Cgil sull’esigenza di una regolamentazione

legislativa, consente la consultazione generale

dei lavoratori – e non solo degli iscritti – ma presenta

un grave limite. Quello che il rapporto con i lavoratori

debba sempre e comunque partire dal preliminare accordo

di merito di Cgil, Cisl e Uil. È un’idea plebiscitaria della

democrazia quella che si afferma quando si ritiene che i

lavoratori non possano partecipare in prima persona alla

definizione delle politiche sindacali, pronunciandosi se necessario

su scelte diverse e anche alternative.


PAOLO SABATINI*

Quello proposto è un

accordo di sistema che

completa la metamorfosi

sindacale avvenuta nel

corso di questi 15 anni di

transizione, il cui approdo

è appunto un modello

sindacale autoritario,

centrato sul potere

centrale e mirato a

escludere il dissenso

* VICECOORDINATORE NAZIONALE SDL

INTERCATEGORIALE

ECONOMIA E LAVORO

il sindacato extraconfederale:

il nuovo modello contrattuale

è una controriforma

Il documento unitario di Cgil, Cisl e Uil delinea una impostazione che va

ben al di là delle materie trattate, ovvero tratteggia un sistema non più

inclusivo ma mirato a escludere, a marginalizzare il dissenso dentro e

fuori le tre confederazioni.

Prima ancora di esaminare il contenuto del documento di «riforma» del modello

contrattuale e della rappresentanza sindacale è utile ragionare sul motivo

per cui si interviene contemporaneamente su due questioni di fondamentale

importanza per i lavoratori.

Il combinato disposto dei due temi in discussione ci dice che la seconda, la

rappresentanza sindacale, è assolutamente funzionale al controllo del monopolio

sindacale detenuto da Cgil, Cisl e Uil, indipendentemente dal loro indice

di gradimento tra i lavoratori.

Nella sostanza Cgil, Cisl e Uil cercano di superare lo scollamento che si registra

tra gli apparati sindacali e il mondo del lavoro imprimendo una svolta

autoritaria tesa a contenere il dissenso nei confronti delle politiche sindacali

di carattere economico che si accentuerà con il nuovo modello contrattuale.

A questo riguardo la prima domanda da porsi è se questa riforma viene incontro

alle aspettative delle decine di milioni di lavoratori dipendenti, impoveriti

da anni di bassi salari e da una vertiginosa caduta del potere d’acquisto.

Dovendo ragionare di salari e di costo della vita dovremmo sottolineare

alcuni fattori, peraltro noti e ormai condivisi anche da poteri finanziari, politici

e imprenditoriali, quali ad esempio l’incremento vorticoso delle tariffe,

dei beni di prima necessità, dei mutui, degli affitti ecc. Questi incrementi determinatisi

nel corso degli ultimi 15 anni, a fronte di un regime di bassi salari,

hanno determinato la crisi della cosiddetta «terza settimana», ossia della

soglia di copertura economica delle attuali retribuzioni dei lavoratori dipendenti

o almeno della maggioranza di essi. La risultante di questi elementi,

prendendo a riferimento una retribuzione media nell’industria manifatturiera

di 1200 euro mensili, che sono a malapena sufficienti a coprire le prime

tre settimane del mese, è che per coprire il differenziale tra retribuzione e

costo della vita occorrerebbero almeno altri 400 euro mensili, ossia lo stretto

indispensabile per coprire la «quarta settimana». Questa era ed è l’aspettativa

indubbia dei lavoratori, a fronte di un assetto contrattuale che non contiene

alcuna possibilità di effettuare questo incremento retributivo. La causa

è nota e discende direttamente dagli accordi interconfederali del ’92 – ’93,

ossia da quella cosiddetta politica dei redditi che ne era il fondamento, con

la quale si era sancito che il costo della crisi economica dovesse essere pagata

dai lavoratori attraverso la compressione delle retribuzioni.

Il passaggio da un sistema retributivo basato su 3 gambe (scala mobile che

recuperava parte dell’inflazione, Ccnl che consentiva incrementi reali delle

retribuzioni e contratti aziendali che non erano legati agli indicatori economici

aziendali) a uno basato su due sole gambe (Ccnl che doveva recuperare

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l’inflazione e ridistribuire la produttività del comparto e

contratti aziendali legati agli indicatori economici aziendali)

non è stato, alle luce di quanto realmente successo,

un errore politico ma l’avvio di una successione di accordi

che hanno modificato profondamente i rapporti di

classe nel nostro Paese.

Il passaggio dal sindacato conflittuale al sindacato concertativo,

vera scelta strategica realizzata in questi 15

anni, è stato del resto accompagnato da alcuni accordi e,

per il comparto pubblico da norme di legge, mirati a rafforzare

il potere centrale delle confederazioni sindacali

Cgil, Cisl e Uil e a inibire la possibilità di autorganizzazione

dei lavoratori o anche a impedire che settori sindacali

sfuggissero al controllo riproponendo, in singole vertenze,

il modello sindacale conflittuale che si era affermato

nel ventennio precedente.

In questa chiave di lettura possono essere inquadrati la

legge 146, che limita il diritto di sciopero, l’accordo del

’93 sulle rappresentanze sindacali unitarie, gli ulteriori

vincoli alle stesse inseriti nei rinnovi dei Ccnl successivi,

la legge Bassanini, che regola la rappresentanza sindacale

nel comparto del pubblico impiego ecc.

Questi provvedimenti, così radicati sulla forma della rappresentanza

sindacale, hanno proceduto di pari passo

con la ristrutturazione del sistema contrattuale e del rapporto

di lavoro oltre che delle relazioni sindacali con le

controparti datoriali. Siamo giunti al paradosso che sono

i padroni che possono decidere con quale organizzazione

sindacale stipulare accordi collettivi (aziendali o nazionali),

requisito fondamentale per avere i diritti sindacali

previsti dalla legge 300/70. È evidente che questo meccanismo

perverso colpisce con forza le organizzazioni

sindacali non disponibili a svendere i diritti dei lavoratori

e ne induce altre a sottoscrivere accordi al solo fine di

mantenere od ottenere i diritti sindacali.

È in questo contesto di progressiva perdita dei diritti sindacali

che si è profondamente modificato anche l’assetto

contrattuale e del mercato del lavoro. L’innalzamento

dell’età pensionabile, la precarietà, l’incremento dei cari-

chi e ritmi di lavoro, gli orari di lavoro flessibili e subordinati

alle esigenze aziendali, i bassi salari, fanno da contraltare

a un vorticoso aumento degli infortuni sul lavoro

e delle morti sul lavoro. L’idea di liberare le aziende

dai vincoli e rigidità che i lavoratori ponevano nel corso

degli anni Settanta e Ottanta, e, quindi, il nuovo corso

concertativo dei confederali, hanno fatto saltare ogni

forma di controllo operaio sulle organizzazioni del lavoro,

su carichi e ritmi, sui tempi di lavoro, condizioni oggi

demandate a livelli di contrattazione esterne al luogo di

lavoro, in classi di compensazione innocue come quei

comitati paritetici previsti nei Ccnl o gli stessi Ccnl che

determinano ad esempio le quote di lavoratori precari

che possono essere presenti in azienda, la flessibilità

degli orari di lavoro, le materie su cui è possibile rivendicare

il salario di secondo livello ecc.

L’altro aspetto che occorre rilevare è come il sistema di

rappresentanza sindacale nei luoghi di lavoro, le Rsu,

inaugurato con gli accordi del ’93, rappresenti quanto di

più distante possa esistere dal movimento dei consigli di

fabbrica e azienda. Come si ricorderà i consigli di fabbrica

e azienda erano costituiti da delegati di reparto, eletti

su scheda bianca dai gruppi omogenei di lavoratori, e

avevano come elemento fondante l’autonomia, politica e

sindacale, dalle organizzazioni sindacali; non erano corpi

separati dalle organizzazioni sindacali ma rispondevano

direttamente ai lavoratori che li avevano eletti e che potevano

revocare il mandato conferito. Le Rsu, viceversa,

rispondevano direttamente alle organizzazioni sindacali,

a cui è demandato il diritto di inserire i candidati nelle

liste elettorali o, nel privato, di nominare la quota di Rsu

nella vergognosa quota del 33% riservata alle organizzazioni

sindacali stipulanti il Ccnl. Con questo meccanismo

si è selezionato, nel corso degli anni, un corpo sindacale

nei luoghi di lavoro composto in grande maggioranza da

delegati «affidabili», stante che devono la loro possibilità

di essere candidati agli umori delle segreterie sindacali.

Fortunatamente anche dentro Cgil, Cisl, Uil esistono

quelle che le stesse segreterie confederali considerano

delle vere e proprie anomalie, delegati, dirigenti, settori

sindacali che ancora non sono stati normalizzati e che si

ostinano a fare battaglie dentro queste organizzazioni, in


Il passaggio

dall’inflazione

programmata a quella

attesa non costituisce

certamente la modifica

reale di uno schema che

non ha consentito la difesa

dei salari dalla reale

perdita di potere d’acquisto

ECONOMIA E LAVORO

particolare nella Cgil. Nonostante questo impegno sono pur sempre minoranze

che nulla hanno potuto produrre di incisivo sul piano del modello

sindacale e dell’assetto contrattuale. È in questo contesto di graduale mutazione

del modello sindacale che occorre inserire le linee di politica economica

proposte nel corso degli anni e di cui l’accordo per lo scippo del TFR o il

protocollo sul welfare sono solo le ultime maglie di una lunga catena che sta

imprigionando il mondo del lavoro.

Era utile questa lunga premessa per capire la portata del nuovo accordo che

Cgil, Cisl e Uil hanno raggiunto sul sistema contrattuale e sulla rappresentanza

sindacale. Quello proposto è un accordo di sistema che completa la

metamorfosi sindacale avvenuta nel corso di questi quindici anni di transizione,

il cui approdo è appunto un modello sindacale autoritario, fondato

sul potere centrale e mirato a escludere il dissenso, in cui le politiche economiche

(di cui l’assetto contrattuale è la struttura portante) sono organiche al

modello economico dominante.

In effetti gli accordi degli ultimi anni, e quello proposto, intercettano le richieste

delle imprese e degli organismi economici sopranazionali nella costruzione

di un nuovo mercato del lavoro, flessibile, deregolamentato, a

basso costo del lavoro e con una minore incidenza della previdenza e dello

Stato sociale. Esattamente quello che chiedeva da tempo la borghesia e il sistema

capitalistico nell’area della globalizzazione. In particolare l’accordo di

Cgil, Cisl, Uil sul modello contrattuale e rappresentanza sindacale avrà ricadute

particolarmente pesanti per i lavoratori, accordo che peraltro deve ancora

essere discusso con le controparti padronali e con l’attuale governo,

con un possibile ulteriore appesantimento del testo in discussione. Nel merito

delle questioni è utile rilevare come la seconda sia funzionale alla prima,

alla modifica della struttura del Ccnl. Sotto questo profilo occorre sottolineare

che il nuovo assetto che viene proposto modifica radicalmente il pur pessimo

accordo sulla politica dei redditi di quindici anni fa.

In quell’accordo, a fronte dell’abbandono della scala mobile e dell’inserimento

della rivendicazione dell’inflazione programmata in un assetto composto

dalla durata quadriennale del Ccnl articolato su due bienni, si manteneva

tuttavia una possibilità, teorica, di miglioramento economico basato

sulla redistribuzione della redditività di settore. Una possibilità teorica, mai

concretizzatasi, che lasciava aperta una porta al rilancio di rinnovi di Ccnl

più incisivi sul versante salariale. Questa porta viene definitivamente chiusa,

rinunciando così a qualsiasi ipotesi di reali aumenti salariali che vadano

oltre il mero recupero dell’inflazione.

Il passaggio dall’inflazione programmata a quella attesa non costituisce certamente

la modifica reale di uno schema che non ha consentito la difesa dei

salari dalla reale perdita di potere d’acquisto, ma è un trucco parolaio per

mantenere in piedi il meccanismo che ha determinato l’avvicinamento delle

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40

posizioni sindacali a quelle padronali, ossia il contenimento

del costo del lavoro, vero architrave della concertazione.

Il terzo elemento è l’apertura alla ulteriore valorizzazione

della contrattazione di secondo livello con rafforzamento

del legame salario variabile/redditività

aziendale, favorita dalla detassazione già annunciata dal

governo, che nella pratica sarà concretizzata in una minoranza

di imprese per lo più medio-grandi, ma anche

che avrà pesi diversi a seconda della collocazione geografica

dell’impresa. In ultimo, il periodo di vigenza del

Ccnl si riduce a soli 3 anni, riducendo nei fatti la capacità

di copertura economica, data la scomparsa del II biennio

che serviva proprio a recuperare il differenziale tra

inflazione programmata (o come si dice adesso «attesa»)

all’atto della stipula del Ccnl e quella reale determinatasi

nel periodo di vigenza del Ccnl. Con questo meccanismo

non si capisce neanche perché debbano esistere così

tanti Ccnl. Basterebbe rinnovarne uno per tutti.

In definitiva, a fronte delle attese dei lavoratori, il nuovo

sistema impoverisce economicamente la portata del

Ccnl, che abdica al suo ruolo di difesa delle retribuzioni,

dirottando parte importante del suo peso economico a livello

aziendale (dove possibile) ma, ancor più importante,

al suo ruolo politico di garante della difesa universale

dei diritti e dei salari di tutti i lavoratori. A questa riscrittura

delle regole contrattuali si accompagna l’ulteriore

restringimento degli spazi di democrazia sindacale, dei

diritti dei lavoratori, e viene definitivamente seppellito il

sindacato partecipativo. La scelta di un mutamento delle

regole, definite nel ’93, per via pattizia e non per quella

legislativa, è emblematico del persistere e del rafforzarsi

della spinta all’autoconservazione e della difesa di interessi

monopolistici.

Analizzando la proposta superficialmente sembrerebbe la

riproposizione della legge sulla rappresentanza sindacale

unitaria già applicata nel pubblico impiego ma, con una

lettura più attenta, si colgono differenze sostanziose. La

«Bassanini» impone ad esempio l’obbligo per i datori di

lavoro pubblici di effettuare le trattenute sindacali a fa-

vore di tutti i sindacati, essendo il numero degli iscritti

uno dei criteri di valutazione della rappresentatività

mentre, in mancanza di una legge, anche questo viene

demandato agli accordi tra le parti. Notazione importante

attiene alla quota del 33% riservata ai sindacati stipulanti

il Ccnl che non solo non scompare ma non viene

neanche citata.

Viene reintrodotto il criterio di sindacato maggiormente

rappresentativo, in un contesto in cui vi è una spinta dei

lavoratori ad ampliare gli spazi di democrazia, come è

accaduto a Mirafiori, in modo clamoroso, intendendo

con esso la media di iscritti e voti, con una media del

5%, nel comparto. Peccato che sono loro, insieme al padronato,

a decidere quali settori merceologici costituiscano

un comparto, che il padronato continua a non fare le

trattenute ai sindacati scomodi, come nel caso dei sindacati

di base, che mette in atto politiche repressive verso

ogni forma di opposizione alle politiche concertative e liberiste,

che il 33% riservato ai firmatari del Ccnl regala

la maggioranza delle Rsu a costoro anche nelle aziende

in cui sono infime minoranze ecc.

Insomma il documento sulla rappresentanza se da un

lato condiziona ancor più le Rsu, che nella sostanza devono

giurare fedeltà a Cgil, Cisl e Uil, con regole definite

dai soliti noti comparto per comparto, dall’altro rafforza

queste confederazioni sganciandole anche da quei simulacri

di democrazia che ancora resistevano (l’assemblea

di mandato o di referendum di validazione dei contratti)

sostituendoli con il potere decisionale delle segreterie e

delle consultazioni certificate (da loro naturalmente). Insomma:

una partita truccata per consentire a Cgil, Cisl e

Uil di mantenere il monopolio della rappresentanza e far

fuori il dissenso.

Per completare l’opera mancano ancora due tasselli, le

gabbie salariali e la limitazione del diritto di sciopero

anche nel settore privato, ma questi, forse, saranno i

temi del prossimo accordo sindacale.

Questa impostazione può e deve essere battuta con una

formidabile mobilitazione che attraversi le assemblee che

verranno convocate nei prossimi giorni e prosegua poi

con significative iniziative.

Se questa è la situazione, credo che il tema di una vera e

nuova rappresentanza dei lavoratori sia realmente all’ordine

del giorno.


ALBERTO BURGIO*

è a un livello più

profondo che, a guardar

bene, si pone il vero

discrimine, l’elemento

ordinatore, che decide

delle varie opzioni e

collocazioni. Qual è questa

falda profonda? il terreno

delle culture politiche

* PRC-DIREZIONE NAZIONALE

I nodi al pettine

OPINIONI A CONFRONTO

essere comunisti, perché?

perché non possiamo

non dirci comunisti

La discussione che si è sviluppata sulle pagine di questa rivista intorno

al perché e a che cosa significhi essere (continuare a dirsi) comunisti

assume un valore particolare (potremmo dire che rivela il proprio valore)

alla luce di quanto è successo nel corso degli ultimi due-tre mesi. La

guida del Paese e della Capitale è tornata saldamente nelle mani della destra,

grazie a un micidiale mix di avventurismo politico della leadership del

Pd, responsabilità del governo Prodi e debolezza delle forze del centrosinistra.

Per la prima volta dalla sua costituzione, il Parlamento della Repubblica

non annovera tra i propri membri nessuno che osi definirsi comunista o socialista.

Infine, per quanto riguarda Rifondazione Comunista, il gruppo dirigente

che l’aveva guidata sin dalla scissione del ’98 è stato sostituito da una

nuova maggioranza affermatasi nel nome dell’esigenza prioritaria di salvare

e rilanciare il Partito, contro il progetto del suo «superamento» e della fondazione

di un nuovo «soggetto politico». A chi scrive, questi tre avvenimenti

(che nel loro insieme hanno provocato una sorta di terremoto politico)

paiono strettamente connessi tra loro.

La scomparsa – ci auguriamo temporanea – della sinistra dal Parlamento dà

la misura di una sconfitta catastrofica, dalla quale non sarà facile risollevarsi.

Tra le ragioni principali di questa disfatta, per quel che riguarda in particolare

Rifondazione Comunista, figurano il modo in cui si è entrati nell’Unione

(senza porre condizioni, favoleggiando di un Ulivo «permeabile» alle ragioni

dei movimenti) e lo zelo acritico con cui si è sostenuto il governo nel corso

della passata legislatura, allontanandosi dal conflitto sociale e dalle battaglie

dei movimenti contro la guerra e contro il capitalismo mondializzato. Ma ha

pesato di certo anche come si è voluto presentare al Paese il tema dell’unità

della sinistra, sovraccaricandolo di significati impropri (la pretesa «irreversibilità»

di un determinato percorso unitario) e imponendo forzature controproducenti

(sui simboli, sulla leadership, sulle culture politiche). La crisi del

vecchio gruppo dirigente del Prc ha sancito dunque il fallimento di tutta una

linea politica e testimonia, insieme, che il Partito dispone ancora di energie

vitali, in grado di reagire a propositi di scioglimento che ai più richiamano

alla mente le infauste vicende della Bolognina.

Qui la nostra discussione sulle ragioni del comunismo mostra tutta la propria

rilevanza. Naturalmente il confronto politico in seno a Rifondazione

Comunista può essere rappresentato in vario modo. Può dispiacere ma certo

non sorprende che taluno lo descriva come un semplice scontro di potere.

Può stupire, ma è solo un segno dei tempi, che un cronista esperto come

Riccardo Barenghi lo rappresenti come un combattimento tra morti ignari

della propria stessa estinzione 1 . Può urtare, ma è a ben guardare la prova

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42

dell’importanza della partita in corso, che, nel commentare

la reazione di gran parte del Partito contro i progetti

del suo scioglimento, un osservatore attento come Massimo

L. Salvadori non trovi di meglio che concludere

che la storia è una maestra priva di allievi 2 . Si può dire

di tutto (per buona fortuna). Si può anche considerare

irrisorio un confronto politico che dalla fine degli anni

Ottanta non si limita a travagliare la sinistra italiana, ma

– e questo lo si dovrebbe pur spiegare – catalizza l’attenzione

dell’intero schieramento moderato, motivandone

la pulsione ossessiva alla «semplificazione» del sistema

rappresentativo, al fine di sopprimere per via istituzionale

(quando non attraverso misure francamente repressive,

come avviene in tanta parte d’Europa) ciò che non si

riesce a battere attraverso la lotta politica. Sta di fatto

che, data la crucialità della fase politica, la discussione

apertasi nel Partito all’indomani del disastro elettorale e

in vista dell’imminente Congresso nazionale di Rifondazione

Comunista è una discussione importante e seria,

nella quale si confrontano a viso aperto – benché non

sempre in modo esplicito o del tutto consapevole – strategie

e culture politiche diverse, chiamate a interrogarsi sui

nodi fondamentali dell’analisi e della critica dell’attuale

realtà sociale e politica.

In questa discussione vengono al pettine alcune questioni

di fondo che svolsero un ruolo decisivo anche nell’ultima

fase di vita del Pci e che pesarono sulla scelta di

porre termine all’esperienza di quel partito. In questo

senso il confronto in corso nel Congresso del Prc si svolge

oggettivamente sullo stesso canovaccio che ha animato

il dibattito della nostra rivista sul perché dirsi ancora (o

non più) comunisti. E ci sembra di poter sostenere che

raramente sono emerse con altrettanta nettezza le fondamentali

opzioni politico-culturali che si confrontano e

scontrano nella sinistra italiana.

La «cassetta degli attrezzi»

Qual è il tema del Congresso? In prima battuta, non c’è

dubbio: la questione è se mantenere aperta la sfida di Rifondazione

Comunista o rinunciarvi per procedere al

«superamento» del Partito in un percorso «costituente»


che dia vita a un nuovo «soggetto politico» di sinistra.

Non c’è dubbio che il cuore del Congresso sia questo, e

appare quindi molto discutibile (benché possa forse risultare

tatticamente vantaggioso) cercare di nascondere

questo tema da parte di chi, prima del disastro del 14

aprile, si è mosso con decisione verso l’obiettivo del «superamento»,

salvo poi vedersi costretto a frenare dalla

imprevista disfatta elettorale.

Questa del rilancio o del «superamento» del Prc è indiscutibilmente

una questione cruciale, che chiama in causa rilevanti

problemi organizzativi (che si legano al tema della

crisi della forma-partito) e «tecnici», connessi ai requisiti

richiesti dalle leggi elettorali (a cominciare dalla capacità

di superare le soglie di sbarramento); e che, soprattutto,

coinvolge temi politici di prima grandezza, a partire dalla

struttura del percorso unitario meglio in grado di coinvolgere

le diverse soggettività (partiti, associazioni, movimenti,

sindacati, comitati di lotta, singoli individui) che popolano

il campo della sinistra (una problematica, questa, che

costringe a fare i conti anche con la pesante questione

degli interessi del ceto politico e amministrativo e del suo

formidabile istinto di conservazione).

Tale questione occupa dunque il centro della scena congressuale.

Ciò induce non soltanto molti osservatori

esterni, ma anche tanti attori di questa scena, a considerarla

la sola questione rilevante in campo. Su questo noi

abbiamo invece un’idea diversa. Crediamo che sbaglieremmo

a pensarla anche noi in questo modo. Sbaglieremmo

se ci fermassimo qui. Del resto: se questo fosse il

solo terreno di confronto, tutto il dibattito congressuale,

a cominciare dalla scelta tra difesa del Partito e suo «superamento»,

si ridurrebbe a pura tattica (se non a considerazioni

di mera opportunità, dettate dalla contingente

configurazione dei «rapporti di forza»).

In realtà tale rilevantissima questione e i problemi che

essa coinvolge si radicano in una falda sottostante. È a

un livello più profondo che, a guardar bene, si pone il

vero discrimine, l’elemento ordinatore, che decide delle

varie opzioni e collocazioni (e poco importa – per quanto

la dica lunga sulla crisi della sinistra – che pochi,

anche tra i diretti interessati, se ne avvedano). Qual è

questa falda profonda? È il terreno delle culture politiche.

E precisamente la questione delle questioni: quale

«cassetta degli attrezzi»? quale strumentazione teorica

fondamentale, per leggere operosamente i processi? quindi:

quale teoria-prassi all’altezza del conflitto sociale-politico?

Perciò pensiamo che in questa discussione congressuale

vengano al pettine i nodi strutturali già coinvolti nella vicenda

della Bolognina. Anche in quel frangente si trattò

in definitiva di tali questioni, e ciò ne spiega la portata dirompente,

non solo sul piano della configurazione delle soggettività

(e, a seguire, della geografia politica), ma anche,

prima ancora, sul terreno sociale e dell’egemonia, con lo

smantellamento di un senso comune critico rispetto all’esistente

e al pensiero dominante. Se questo è vero, allora la

OPINIONI A CONFRONTO

polemica dei sedicenti «innovatori» contro i cosiddetti

«identitari» (cioè tra chi attribuisce a se stesso il monopolio

dell’innovazione per affibbiare agli altri la patente di

conservatori intenti alla difesa di «simboli e bandiere») –

questa polemica, già sperimentata in occasione della Bolognina

e oggi riproposta da taluno, non è soltanto futile:

è anche autolesionista, poiché impedisce di vedere come

l’aspetto nobile di questa nostra discussione consista precisamente

nel suo coinvolgere problematiche cruciali nel

travaglio di una sinistra sconfitta anche perché fragile e

incerta sul terreno della propria cultura politica.

Totalità e modi di produzione

Ma proviamo a fare un passo avanti in direzione di una

maggiore chiarezza. Che cosa intendiamo in concreto per

«cultura politica»? In sintesi, riteniamo che la questione

di fondo che oggettivamente decide delle diverse posizioni

in campo nel Congresso di Rifondazione Comunista

possa essere così formulata: resta ancora vero – sempre

che lo fosse in passato – che le forme sociali sono totalità

(insiemi complessi dotati di immanente coerenza) e che i

loro meccanismi vitali sono sovraordinati «in ultima

istanza» (attraverso una catena di mediazioni oggettive e

soggettive) dal modo di produzione dominante? In altri

termini: resta vero – almeno per quanto concerne società

come la nostra – che viviamo in un sistema capitalistico

per come Marx lo definì e analizzò? Oppure le cose non

stanno in questi termini? E se non stanno in questi termini

è perché, a un certo punto, la realtà è cambiata

(non viviamo più in una società capitalistica nel senso di

Marx), o lo si deve al fatto che la teoria di Marx è radicalmente

sbagliata, le formazioni sociali non sono totalità

e/o la loro logica strutturale non è determinata (sia pure

«in ultima istanza») dal modo di produzione? Per bizzarro

che ciò possa apparire, è di questo che – in realtà –

stiamo discutendo in questo Congresso nazionale. Il nucleo

razionale delle diverse posizioni che vi si confrontano

coinvolge oggettivamente questo insieme di domande e

si struttura diversamente a seconda delle diverse risposte.

E ciò non è affatto casuale, poiché, a guardar bene, proprio

intorno a queste domande si è sviluppato per anni (o

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44

meglio da decenni: il tutto risale infatti

alla rottura del paradigma classico

verificatasi nella seconda metà

degli anni Sessanta, generatrice di

saperi critici e di una nuova crisi del

marxismo teorico) il confronto nella

sinistra anticapitalista e, quindi, in

seno a Rifondazione Comunista.

Dimostrarlo è meno difficile di

quanto possa sembrare. Ovviamente

a sinistra si suole concedere a Marx

qualche ragione, se non altro per il

passato. Si tende a pensare che, sino

a un certo momento, le nostre società

abbiano effettivamente funzionato

secondo quanto sostenuto nel

Capitale. Ma da tempo è diffusa la

convinzione che oggi le cose non

funzionino più in quel modo.

Chi ha abbracciato la tesi postmoderna

della fine del lavoro, chi ha

parlato di new economy e chi ha teorizzato

la funzione produttiva di

qualsiasi attività umana (cioè la non

distinguibilità tra tempo di lavoro e

tempo di vita) ha in buona sostanza

affermato l’idea (antitetica alla teoria

marxiana del valore) secondo cui

oggi il capitale sarebbe capace di valorizzarsi

senza sfruttare il lavoro

vivo (in virtù dei progressi tecnologici

o grazie alla mediazione «produttiva»

dei mercati finanziari). La

tesi in base alla quale lo sfruttamento

del lavoro vivo non sarebbe più il

motore della riproduzione allargata

sottende anche – con ben poca coerenza

– la posizione di chi considera

invecchiata la nozione marxiana di

capitalismo alla luce dei profondi

mutamenti verificatisi nella composizione

di classe (per via della terziarizzazione)

e nella struttura dei sistemi

produttivi (per l’effetto combinato

di delocalizzazioni,

esternalizzazioni e just in time).

Anche la discussione su classe e

moltitudine deriva dall’assunto che

il terreno della produzione non sia

più centrale nella dinamica riproduttiva,

e lo stesso può dirsi – per

fare solo un ultimo esempio (ma il

catalogo è assai più ricco) – per la riflessione

sul potere (e sul «biopotere»)

come funzione autonoma: fine

a se stessa, ricondotta alla presunta

vocazione totalitaria della razionalità

moderna e quindi disancorata dal

terreno del conflitto sociale inerente

al processo di produzione.

C’è poi la grande questione delle relazioni

tra i diversi ambiti del conflitto

sociale e politico. Il femminismo,

l’ambientalismo, il pacifismo e

lo stesso altermondialismo hanno

focalizzato contraddizioni cruciali,

riferibili a diversi terreni di conflitto.

Queste scoperte (alle quali andrebbe

affiancata la riflessione sul potere e

sulla specifica operatività della sfera

istituzionale che ha tematizzato la

cosiddetta «autonomia del politico»)

hanno prodotto una catena di questioni.

Qual è – se c’è – il legame che

tiene insieme questi molteplici terreni?

Ammesso che un legame vi sia

(per cui si può concepire la formazione

sociale nei termini di una totalità),

qual è – se c’è – la «contraddizione

fondamentale»? E quest’ultima

– concesso che esista – risiede

sempre nella sfera della produzione

(come riteneva Marx sin dagli anni

giovanili dell’Ideologia tedesca), o

cambia nei diversi tempi storici e

nelle diverse latitudini?

Molta parte delle diffidenze sviluppatesi

tra femministe e marxisti nascono

proprio dal diverso modo di

affrontare questi problemi. Il pensiero

femminista tende a imputare al

marxismo teorico un’ottica riduzionistica

e ad attribuirgli atteggiamenti

«imperialisti», in base ai quali tutto

è più o meno meccanicamente ricondotto

alle dinamiche strutturali,

comandate dal modo di produzione.

Con la conseguenza di azzerare l’autonomia

delle soggettività e di ridurre

a variabili dipendenti questioni

rilevantissime come la relazione con

il corpo proprio e altrui, la costruzione

dei sistemi simbolici, i conflitti

interpersonali e sociali legati alla

dialettica di genere. Considerazioni

analoghe valgono per il pensiero

ambientalista, incline ad accusare il

marxismo di economicismo e, in realtà,

di subalternità all’industrialismo.

E per il pacifismo, ansioso di

Andrebbe

accuratamente focalizzato

il rischio dell’eclettismo e

della indeterminatezza

delle basi culturali, che

non è certo la migliore

premessa per una

costruzione unitaria.

L’«apertura» di per sé non

garantisce nulla: può anche

condurre al

disorientamento e

all’improvvisazione


affermare, in sede analitica, la possibile

autonomia del conflitto bellico

rispetto alle dinamiche economiche.

Si tratta di problemi di prima grandezza,

per nulla campati per aria. È

innegabile che parte della «tradizione»

ha banalizzato il modello marxiano,

assumendolo in modo fideistico

e trasformandolo in un meccanismo

chiuso alle sollecitazioni di

altri paradigmi analitici. Ragion per

cui non sarebbe possibile liquidare

questa discussione semplicemente

ricordando come lo stesso Marx non

concepisca il modo di produzione

alla stregua di un calco meccanico,

bensì nei termini di un dispositivo

sovraordinatore (lo paragona a una

determinata «luminosità» che diffonde

una tonalità cromatica sull’intero

paesaggio sociale) 3 , aperto alle

irruzioni della soggettività (e perciò

immerso nella dinamica storica).

Non fosse così, egli non si sarebbe

interessato di politica in senso stretto:

dell’organizzazione delle forze

dominanti sul terreno istituzionale

(nel 18 brumaio) e dell’organizzazione

del movimento di classe nel conflitto

politico (nelle Lotte di classe in

Francia e nella Guerra civile, ma a

guardar bene già nel Manifesto, dove

un tema essenziale è precisamente

la trasformazione del proletariato in

classe, cioè in un soggetto politico,

consapevole del proprio coinvolgimento

in un conflitto per la trasformazione

sociale e quindi per la conquista

e la riforma del potere).

Si potrebbe agevolmente mostrare

che buona parte delle battaglie teoriche

condotte, dopo Marx ed En-

OPINIONI A CONFRONTO

gels, da Labriola, Luxemburg, Gramsci, Lukács e dallo stesso Lenin mirano a

contrastare la declinazione «volgare» (meccanicistica, riduzionistica, deterministica)

del modello storico-materialistico, e a chiarire come la prevalenza

del momento «strutturale» non cancelli la relativa autonomia delle varie articolazioni

oggettive e soggettive della formazione sociale e del conflitto sociale-politico

né la loro concreta operatività in un quadro dialettico di «azione

reciproca». Sta di fatto che questa enorme massa di questioni – certo,

non sempre esplicitate – ha suscitato serrate e anche feconde discussioni a

sinistra. Che hanno condotto molti a negare, nel nome della complessità

della formazione sociale contemporanea, l’esistenza di una stabile relazione

tra le contraddizioni e persino di una contraddizione fondamentale. Su questa

base si è teorizzata la simmetria tra le contraddizioni e la loro reciproca autonomia.

Con ciò destrutturando l’impianto analitico di Marx (comunque

fondato sulla centralità delle funzioni produttive) e risolvendo in negativo la

questione della totalità e della coerenza complessiva dei processi di riproduzione.

Compatibilità o trasformazione?

Nel mezzo secolo che abbiamo alle spalle si è sviluppata insomma una lunga

discussione, che ha lavorato ai fianchi le coordinate fondamentali della teoria

di Marx e le stesse strategie delle forze politiche e sociali che a essa si

sono richiamate. Non intendiamo qui trarre bilanci, che sarebbero d’altronde

del tutto opinabili. Vogliamo limitarci ai fatti.

Un primo fatto assodato sembra il ruolo svolto in questa vicenda dal passaggio

della Bolognina e dallo smantellamento del Pci. Al di là delle intenzioni di

alcuni suoi artefici, non si è verificata alcuna uscita «da sinistra» dalla storia

del partito e del movimento comunista. Al contrario. La presa di distanza –

del tutto legittima – dall’esperienza del «socialismo reale» si è risolta nello

sradicamento di una cultura politica incentrata sul conflitto di classe e sulla contraddizione

capitale-lavoro. Di qui, con un classico effetto-domino, si è prodotto

lo spiazzamento (e in molti casi la cancellazione) di una lunga filiera di

soggetti, legati, anche criticamente, al Pci e alle lotte del movimento operaio.

Senza con ciò pretendere di risolvere un problema storico complesso com’è

quello delle cause del repentino dissolversi di gran parte delle soggettività

operanti nel campo della sinistra di classe in Italia, appare sempre più evidente

la rilevanza di quel passaggio, che catalizzò una crisi compromettendo

le capacità di recupero di vasti settori di movimento. Il punto è – ci pare –

che quel passaggio non si è ancora concluso, né ha esaurito i propri effetti

perversi. Ancora oggi siamo alle prese con la lunga partita cominciata quando

la liquidazione del Pci venne iscritta all’ordine del giorno al fine di chiudere

la questione comunista nel nostro Paese. E ancora oggi, proprio come

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vent’anni fa, un ruolo cruciale lo

giocano le culture politiche e i loro

conflitti.

Qui veniamo al secondo dato che ci

pare incontrovertibile. Il lungo dibattito

teorico che ha visto confrontarsi

la tesi marxiana della centralità

del conflitto capitale-lavoro con la

posizione di chi ne nega la preminenza

ha avuto una ricaduta di portata

strategica sul piano delle concrete

pratiche politiche. A testimonianza

del fatto che il terreno delle

idee, della riflessione e della elaborazione

teorica non è scisso da quello

dell’azione politica: ne è invece

parte integrante e decisiva.

Negare l’esistenza di una contraddizione

fondamentale comporta alcune

conseguenze teoriche e pratiche.

Determina l’impossibilità di costruire

un’ipotesi complessiva sul funzionamento

della formazione sociale. E

determina, a maggior ragione, l’accantonamento

di un modello analitico

centrato sulla struttura conflittuale

del processo produttivo e

quindi sul conflitto di classe (la nozione

di «classe» rinviando precisamente

alla divisione sociale e internazionale

del lavoro). Soprattutto,

chi sostiene la teoria della simmetria

o equivalenza delle contraddizioni

riduce giocoforza la rilevanza dei

conflitti legati ai processi riproduttivi.

Questo passaggio – indipendente-

mente dalle intenzioni – conduce a

derubricare il tema della trasformazione

(della rivoluzione) e ad assumere

una prospettiva compatibilista.

Ancora una volta la vicenda della

Bolognina appare ricca di insegnamenti

e attende ancora un bilancio

critico non estemporaneo.

Avere «chiuso i conti» con il comunismo

anche sul piano teorico ha

costretto chi, pure, cercava di mantenere

posizioni avanzate a riformularle

in termini di critica immanente

(interna) del capitalismo, rinunciando

all’orizzonte trasformativo o (ma

in fondo è lo stesso) depotenziandolo

nei termini del «miglioramento»

di questa formazione sociale. Laddove

le componenti più arretrate – che

non per caso hanno egemonizzato il

processo, sino alla nascita del Partito

democratico – hanno esplicitamente

teorizzato la svalorizzazione del conflitto,

il superamento della struttura

classista e l’avvenuta «fine della storia»

(cioè la definitiva interruzione

della catena storica delle formazioni

sociali).

Ai nostri occhi tale esito non è affatto

accidentale ed è la prova più convincente

della solidità dell’ipotesi

teorica di Marx. Il congedo dalla

prospettiva rivoluzionaria consegue

precisamente alla messa in discussione

della centralità del conflitto

capitale-lavoro. E poco importa che

si tratti di un approdo forzato o pro-

Negare l’esistenza di

una contraddizione

fondamentale determina

l’accantonamento di un

modello analitico centrato

sulla struttura

conflittuale del processo

produttivo e quindi sul

conflitto di classe


grammato, perseguito o inconsapevole. Anzi: esso è

tanto più significativo e merita tanta maggiore attenzione

critica quanto meno consapevole è stato il tragitto

che, in taluni casi, lo ha preceduto. Poiché proprio questi

casi dimostrano la potenza delle opzioni teoriche, la

cui logica immanente decide dello sviluppo e del punto

di arrivo di una determinata posizione, in modo del

tutto indipendente dalle intenzioni soggettive.

A proposito del Congresso

Queste considerazioni ci inducono a un breve cenno al

merito delle principali linee politiche che si confrontano

nel Congresso nazionale di Rifondazione Comunista, entrato

ormai nel vivo.

Come abbiamo sostenuto all’inizio, siamo convinti che il

cuore del confronto congressuale – ciò che lo qualifica e

arricchisce – sia costituito precisamente dai temi che

stiamo qui considerando. In effetti abbiamo motivo di ritenere

che – al pari della discussione sviluppatasi in tutti

questi anni dentro il Partito – il dibattito che anima il

Congresso sia motivato in realtà dalle domande e dalle

inquietudini che da tempo attraversano il dibattito nella

sinistra critica. Per convincersene crediamo basti un rapido

sguardo alle mozioni che si contendono la maggioranza

del Congresso e quindi la legittimazione a svolgere

un ruolo preminente nella direzione del Partito. Limitiamoci

a quelle che in questa nostra riflessione sono apparse

le questioni essenziali: il lavoro, il conflitto di classe,

la contraddizione capitale-lavoro e il suo rapporto

con gli altri terreni di conflitto.

Non sembra affatto casuale (e vale quindi la pena di sottolinearlo)

che – da una parte 4 – si insista sulla rilevanza

cruciale del conflitto di classe, ribadendo la centralità

della contraddizione capitale-lavoro («il progetto della

rifondazione comunista» si rifà a «un filone politico qualificato

dal tema della rivoluzione, intesa come superamento

del modo di produzione capitalistico»); mentre –

dall’altra 5 – si tematizza la questione della pluralità delle

contraddizioni avversando esplicitamente la tesi della

centralità di un determinato terreno di conflitto («di

fronte alla crisi di civiltà che attanaglia l’Occidente […]

non è più possibile […] dotarsi di “centralità” strategiche,

[…] puntare sulla “contraddizione principale” contro

quella secondaria»).

Non c’è di che scandalizzarsi. Come abbiamo appena ricordato,

intere culture critiche si sono sviluppate sulla

base del rifiuto dell’idea della centralità di un determinato

terreno di conflitto, alla quale è ancor oggi sovente

imputato di strutturare prospettive teoriche riduttive o

dogmatiche. Ma il fatto resta in tutta la sua portata, e dimostra

come il nostro Congresso rifletta il generale travaglio

culturale della sinistra. E ciò – sia detto tra parentesi

– dovrebbe tranquillizzare chi nutre il timore che il

Congresso possa esaurirsi «nel chiuso di un partito» 6 e

risolversi in una sterile contesa. Noi non lo crediamo.

OPINIONI A CONFRONTO

Ma proprio per questo vorremmo che tutti – compresi

gli osservatori più partecipi – evitassero di prestar fede

alle rappresentazioni propagandistiche e si sforzassero di

sottoporre a un vaglio spregiudicato le diverse posizioni

politico-culturali in campo.

Solo in base a una seria verifica su questo terreno ciascuno

dovrebbe formarsi un’opinione, e anche optare

per l’una o l’altra impostazione del percorso unitario a

sinistra, che costituisce indubbiamente uno dei nodi centrali

del Congresso.

L’unità della sinistra sociale e politica appare a tutti –

nessuno escluso – una necessità non derogabile. Non è

su questo giudizio che ci si distingue, bensì su concezioni

dell’unità che differiscono sul piano organizzativo perché

divergono prima di tutto sul terreno politico e, appunto, culturale.

Anche a questo riguardo, infatti, esercitano grande

influenza le diverse posizioni riguardo al tema della esistenza

o meno di una contraddizione fondamentale.

A prima vista la posizione di chi nega la possibilità di

«puntare sulla “contraddizione principale”» si correla a

un atteggiamento di massima apertura, più di altri favorevole

alla costruzione dell’unità a sinistra. Ma andrebbe

accuratamente focalizzato il rischio dell’eclettismo e

della indeterminatezza delle basi culturali, che non è

certo la migliore premessa per una costruzione unitaria.

L’«apertura» di per sé non garantisce nulla: può anche

condurre al disorientamento e all’improvvisazione. E,

per questa via, anche al massimo di disunione e di litigiosità,

oltre che alla subalternità alle «idee dominanti».

Per contro, non è detto che disporre di quadri teorici

coerenti ostacoli il dialogo unitario. Avere le idee chiare

non costringe a essere dogmatici o settari: non è incompatibile

con un’etica dell’ascolto e con una ricerca di

convergenze nel rispetto delle diverse prospettive.

Insomma, è solo un bene che le diverse posizioni culturali

emergano e si offrano a un confronto franco e sereno,

che consenta a tutte e a tutti di valutarne appieno le implicazioni

pratiche. È necessario che su questo terreno vi

sia la massima chiarezza, tanto più che la nostra discussione

congressuale investe direttamente l’intero campo

della sinistra e quanti hanno a cuore la sua rinascita dopo

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48

il tracollo di aprile. Ma chiarezza significa, per l’appunto, prendere atto anche

delle differenze e del fatto che evocare una «visione comune» non basta a generare

quadri condivisi.

Ancora comunisti?

Ma ora, avviandoci alla conclusione, torniamo al nostro principale argomento:

la discussione sul comunismo ospitata su queste pagine. Anch’essa ci pare

dimostri come le questioni di cultura politica che hanno segnato il confronto

a sinistra negli ultimi decenni e in particolare a cavallo della Bolognina siano

ancor oggi aperte e avvertite come dirimenti.

Si pensi all’intervento che ha inaugurato la discussione, quello di Piero Di

Siena 7 . Che – mosso dall’urgenza di un «bilancio critico delle culture politiche

e delle identità ereditate dal Novecento» – si interroga precisamente sui

mutamenti verificatisi nel rapporto tra capitale e lavoro e sulle loro conseguenze

teoriche e pratiche ai fini di una riformulazione della teoria della trasformazione.

Di Siena registra in particolare una novità, che gli sembra porre

«inediti problemi costitutivi del modo di produzione capitalistico»: oggi il

rapporto è, scrive, «tra lavoratore-individuo e capitale impersonale». Ne

segue, a suo giudizio, un «enorme rovesciamento teorico e pratico»: il problema

della liberazione del lavoro non coinvolge più un processo di emancipazione

collettiva della classe informato dal tema dell’uguaglianza, bensì un

processo centrato sull’«individuo che lavora» e ispirato dal valore della libertà.

Tutto ciò a sua volta comporta l’inutilità (oggi, per la teoria della trasformazione)

del «bagaglio culturale» e dell’«esperienza politica» del comunismo,

che Di Siena considera un «movimento per forza di cose figlio della società

di massa del Novecento» e in definitiva identifica con la vicenda del

«socialismo reale».

Per parte nostra condividiamo senz’altro l’assunto-base del ragionamento: la

centralità del rapporto di produzione. Riteniamo invece (come ha puntualmente

osservato Bruno Steri) 8 che il mutamento posto in evidenza da Di

Siena – l’individualizzazione del rapporto capitale-lavoro – coinvolga la feno-

menologia del processo di produzione

e non ne modifichi la struttura

(che ruota ancora intorno alla

valorizzazione del capitale via estrazione

di plusvalore dal lavoro vivo).

Si tratta, beninteso, di un mutamento

molto rilevante ai fini della

produzione di soggettività (poiché

ostacola l’autocomprensione del lavoro

come soggetto, cioè il processo

di formazione della coscienza di

classe); in questa misura (come dimostra

lo sfondamento neoliberista

sul terreno egemonico) è un tema

cruciale per ciò che concerne le

forme di organizzazione del conflitto.

Ma tutto ciò non autorizza a ipotizzare

mutamenti nella logica e nella

struttura dinamica della contraddizione

capitale-lavoro.

Se questo è vero, allora il problema

resta – diversamente da quanto

tende a ritenere Di Siena – la costituzione

della classe come soggetto collettivo.

È questo ancora oggi – ci

pare – il tema-chiave della teoriaprassi

della trasformazione, esattamente

come la frantumazione del

processo di produzione immediato

e quindi del corpo vivente della classe

è stata il primo passo della «rivoluzione

conservatrice» neoliberista e


della gigantesca operazione egemonica

che essa ha prodotto.

Ma è soprattutto a proposito delle

conseguenze che Di Siena trae dal

proprio argomento che formuliamo

un punto di vista diverso. Non condividiamo

l’equivalenza tra il comunismo

e l’esperienza storica del «socialismo

reale», che si sviluppò in

un determinato contesto sociale,

economico, politico, culturale e internazionale;

che fu pesantemente

condizionata dalle risoluzioni di determinati

gruppi dirigenti e dai conflitti

che li divisero, decidendo la

prevalenza di determinate posizioni

a scapito di altre; che, insomma, costituì

uno dei molti possibili tentativi di

tradurre in pratica la teoria rivoluzionaria

comunista. Al contrario, riteniamo

vi sia – nella vicenda complessiva

del movimento comunista –

una decisiva eccedenza, che non

coinvolge solo un astratto teorizzare

né è riducibile al campo delle teorie

normative. Come osservano nel loro

intervento Luigi Cavallaro e Giovanni

Mazzetti 9 , nell’Occidente capitalistico

il comunismo è stato, concretamente,

un movimento reale che,

nella seconda metà del Novecento,

ha «contribuito alla profonda trasformazione

della società». Alla base

di questo movimento operava precisamente,

a nostro giudizio, quella

cultura politica (cioè quella teoriapratica)

che altri interventi di questa

nostra discussione hanno cercato di

definire.

Qui raggiungiamo il primo vero

nodo della riflessione: come indivi-

duare la cultura politica dei comunisti?

Meglio: in che cosa consiste il

nucleo portante di questa cultura politica?

Steri e Vladimiro Giacché 10 rispondono

– se cogliamo il senso dei

loro interventi – che essere comunisti

significa considerare il modo di

produzione come il cuore pulsante

della riproduzione (cioè del rapporto

sociale; cioè della vita storica della

formazione sociale), quindi come il

termine di riferimento ultimo e decisivo

di tutto il campo delle lotte

sociali, ideologiche e politiche su

base nazionale e globale: come il

punto di convergenza «in ultima

istanza» (cioè senza immediatismo,

senza riduzionismi, senza comprimere

la molteplicità delle forme soggettive

e dei terreni di conflitto) di

tutte le pratiche conflittuali.

Questo, per così dire, «sempre»: in

relazione a tutte le formazioni sociali

storicamente esistite. Ma a maggior

ragione oggi (cioè nella società

capitalistica; cioè, per quel che concerne

l’Occidente, da circa tre secoli),

poiché nel mondo moderno alle

attività economiche sono affidate

funzioni sistemiche che nelle formazioni

sociali precedenti erano assolte

dalla politica, intesa come sfera della

sovranità e dell’esercizio del potere

stricto sensu (dominio, coercizione,

guerra). È quanto Marx ha ben

chiaro quando tematizza l’effetto

emancipatorio del capitalismo, che

spezza (tendenzialmente) le catene

della subordinazione giuridica del

lavoro proprio perché fonda il rapporto

sociale prevalentemente su attività

e istituzioni economiche

OPINIONI A CONFRONTO

Non riteniamo affatto tramontato l’obiettivo – e il

compito – di elaborare un discorso teorico-pratico che

funga effettivamente da quadro di riferimento condiviso,

da rinnovata koiné dei soggetti della trasformazione

(scambio mercantile, merce, denaro).

Di qui la centralità (il ruolo

«fondamentale») del conflitto capitale-lavoro

nel quadro complessivo

dei «conflitti vecchi e nuovi che attraversano

la totalità sociale»

(Steri), e quindi ai fini di una pratica

trasformativa. Di qui, anche, sia

pur implicitamente, una precisa impostazione

del problema del potere,

per ciò che attiene alla sfera istituzionale

e al conflitto politico in

senso stretto. Caratterizzata da due

acquisizioni dirimenti: la consapevolezza

che non si darà mai efficace

lotta politica (istituzionale) se non

in stretta connessione con il conflitto

di classe (sul terreno economicosociale

e dei processi produttivi); e

la coscienza del fatto che non si perverrà

a una nuova forma sociale

coerente con la critica del dominio

capitalistico se non si riuscirà a configurare

un sistema di relazioni politiche

(cioè una struttura e una logica

del potere) funzionale all’autonomia

dei corpi sociali e in primis

all’autonomia sociale e politica del

lavoro.

Muovendo da queste stesse premesse

teoriche (cioè dalla centralità del

modo di produzione e del conflitto

capitale-lavoro), Luigi Vinci 11 mette a

sua volta in chiaro lo scarto tra la

posizione socialista e quella comunista,

entrambe «antisistemiche», ma

in modi e con prospettive strategiche

essenzialmente diverse. La posizione

socialista mira a ridurre iniquità e

violenza del capitalismo in un’ottica

di miglioramento della formazione sociale

esistente. A tal fine si batte per

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l’introduzione di misure redistributive

e per la sottrazione al mercato di

una parte di risorse e di mezzi di

produzione. La posizione comunista

– la sola anticapitalistica – privilegia la

sfera della produzione, agendo «sul

dato qualitativo dello sfruttamento

del lavoro e su quello della struttura

del potere politico» che lo garantisce

e preserva. Come abbiamo avuto

modo di chiarire in precedenza, solo

questa prospettiva include l’apertura

alla trasformazione sistemica, al superamento

del modo di produzione

capitalistico, alla transizione a una

nuova formazione sociale.

Pluralità e coerenza

Evidentemente questa impostazione

teorica (che non discende da un atto

di fede, ma dal ritenere che sinora

non sia stata elaborata una teoria

più potente di quella formulata da

Marx e da chi ne ha sviluppato le intuizioni);

questa impostazione teori-

ca (che non accetta l’assioma, oggi

invalso, dell’«esaurimento» della

«tradizione comunista») 12 chiama in

causa l’altro grande nodo teorico focalizzato

da questa nostra discussione

sul comunismo: la questione

della relazione tra i diversi terreni di

contraddizione e di conflitto.

Di Siena vi allude parlando di «rapporto

organico» tra la problematica

relativa al conflitto capitale-lavoro e

i temi del rapporto uomo-natura,

della differenza di genere e dei

nuovi diritti. Un rapporto dialettico,

che non deve ridursi alla «sovrapposizione»

del primo terreno sugli

altri. Ma, certo non per caso, questo

tema assume la massima rilevanza

nei contributi di Maria Luisa Boccia

e Imma Barbarossa. Barbarossa 13 interpreta

la complessità teorica e pratica

della discussione sul comunismo

traducendola nella questione del

rapporto tra (del «come stanno insieme»)

l’essere comunista e l’essere

femminista. E in questa prospettiva

sviluppa una riflessione importante

che incrocia i problemi del pluralismo

e della democrazia interna,

centrali in relazione al tema dell’autoriforma

del Partito. Da parte sua,

Boccia affronta in modo articolato la

questione delle relazioni tra comunismo

e femminismo 14 .

Per un verso, la relazione tra rivoluzione

operaia e rivoluzione femminile

– che pure si pongono, a suo

giudizio, su piani diversi e intrattengono

un rapporto asimmetrico – allude

all’«interesse comune» di affrontare

le questioni che il mondo in cui viviamo

pone contestualmente a tutte

e tutti; per l’altro, tuttavia, tale convergenza

«non potrà mai risolvere

la divergenza»: sicché permarrà

sempre un irriducibile iato tra prospettive,

sensibilità, linguaggi e interessi.

L’esigenza di una rappresentazione

di insieme della realtà non

potrà dunque mai tradursi in una

immagine unitaria e sintetica. Di qui

la «divergenza netta» di Boccia ri-


spetto alla «tesi del conflitto fondamentale» («non più

sostenibile, concettualmente e polticamente») argomentata

da Steri; di qui anche la dura accusa (di riduzionismo)

rivolta al comunismo e alla stessa «scienza» marxiana,

«teoria rivoluzionaria» segnata dalla «matrice di

una cultura patriarcale» e quindi propensa a «ridurre la

complessa trama delle “condizioni materiali”, delle esistenze,

delle relazioni». Ragion per cui nei confronti

dello stesso Marx Boccia ritiene indispensabile un gesto

rivoluzionario analogo a quello compiuto da Marx nei

confronti del pensiero e della prassi politica borghese.

Se non fraintendiamo, per Boccia il bisogno di quadri di

riferimento condivisi può essere soddisfatto solo parzialmente;

ed è destinato a riproporsi di continuo, segnando

lacune, distanze, alterità, talvolta arresti nella comunicazione.

Diversa appare in proposito la posizione di Vinci.

Il quale – avvertito del rischio di derive «totalitarie» di

un’impostazione «olistica» e della necessità di «operare

in termini effettivamente “pluralistici”» – ritiene tuttavia

possibile che un processo «virtuoso di confronto tra le

diverse culture antisistemiche» metta capo («attraverso

un’etica e relazioni discorsive e forti pratiche democratiche»)

a «un paradigma comune duttile e aperto».

Anche noi propendiamo per questa impostazione del

problema, imperniata sulla ricerca di un punto di equilibrio

tra pluralità delle prospettive e unità del quadro

analitico. Un connotato dinamico – una «tensione» – è

naturalmente inerente all’impresa teorica, che non per

caso chiamiamo ricerca. In questo senso non vi sono acquisizioni

definitive, se non in una prospettiva dogmatica,

che abbia dismesso l’abito critico. Ma non sembra affatto

inevitabile che il «tendere» abbia alle spalle quadri

privi di ordine e consistenza. Pensiamo, al contrario, che

non vi sia possibile tensione euristica se non a partire da

ipotesi definite, caratterizzate da una struttura determinata

e coerente. E che la disorganicità dei quadri teorici

– in apparenza garanzia di duttilità e di «apertura» – rischi

di autorizzare gesti arbitrari e, paradossalmente, approdi

dogmatici. Oppure incoraggi attitudini eclettiche:

«pensieri deboli», non finalizzati al conflitto e inclini a

esiti moderati.

OPINIONI A CONFRONTO

Come abbiamo avuto modo di argomentare, riteniamo

che la tensione relativa alla determinazione dei rapporti

tra i diversi terreni di conflitto possa svilupparsi costruttivamente

(cioè in termini utili alla elaborazione di un

piano di lavoro all’altezza del conflitto per la trasformazione)

dentro un contesto teorico organico, nel quale i processi

produttivi («in ultima istanza», il modo di produzione

dominante) assolvono funzioni strutturanti e sovraordinate.

Le quali, beninteso, non consistono nel

plasmare o nel determinare le molteplici contraddizioni

connesse ai diversi terreni di conflitto, bensì – proprio

come la «luminosità» di cui parla Marx – nel connotarle e

nel conferire loro senso, misura e potenza sovversiva.

Di questo si tratta: di costruire un quadro analitico in

grado di restituire un’immagine pertinente – e per ciò stesso

unitaria – della dinamica storica; non già di «riconoscere»

o meno «dignità» ai diversi ambiti del conflitto 15 ,

come se una teoria politica avesse a che fare con opzioni

personali di gusto o di interesse e non con l’oggettività

dei processi reali. Per tale ragione non riteniamo affatto

tramontato l’obiettivo – e il compito – di elaborare un

discorso teorico-pratico che – ricco della varietà dei linguaggi,

delle prospettive e delle esperienze delle molteplici

soggettività critiche – funga effettivamente da quadro

di riferimento condiviso, da rinnovata koiné dei soggetti

della trasformazione. Quella koiné – lo ricorda

Sergio Cararo 16 – parve alla nostra portata all’inizio della

vicenda di Rifondazione Comunista, quando si verificò

l’incontro tra soggetti (compagne e compagni provenienti

dalle file del Pci e dalle esperienze di movimento degli

anni Settanta) «che si erano duramente affrontati nei

decenni precedenti» e che in quella fase «si ritrovarono

a condividere l’esigenza di tenere aperta una ipotesi politica,

teorica, pratica fondata sulla difesa della propria

storia e sulla prospettiva del comunismo» che era, in

quel frangente, oggetto di un esplicito tentativo di liquidazione

politica e culturale. Oggi, a distanza di vent’anni,

possiamo dire di essere al tempo stesso più poveri e

più ricchi di allora, poiché alla perdita di qualsiasi illusione

(quell’incontro non diede, come ben sappiamo, i

frutti sperati) si accompagnano – e lo diciamo nel momento

più difficile di questa nostra impresa politica – gli

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insegnamenti impartiti dall’esperienza e la consapevolezza

della ineludibilità del cimento.

«Cerchiamo ancora»

È giunto il momento di fermarci. Un fatto ci sembra evidente:

il dibattito sul comunismo che la nostra rivista ha

promosso e del quale abbiamo inteso qui porre in risalto

alcuni passaggi caratterizzanti ha dato vita a una discussione

ricca, che ha saputo sin qui affrontare produttivamente

nodi nevralgici della ricerca teorica. Crediamo di

poter dire senza tema di smentite che si tratta di un contributo

importante a quella rifondazione comunista che

– obiettivo dell’impresa politica voluta da chi rifiutò la

Bolognina – in questi anni è rimasta in larga misura

confinata al campo delle buone intenzioni. Ma naturalmente

anche noi pensiamo che – come scrive Piero Di

Siena ricordando Claudio Napoleoni – si debba andare

avanti, «cercare ancora». Nella consapevolezza che la

sconfitta storica della sinistra e del movimento operaio

sia, almeno in parte, conseguenza del ritardo nell’analisi

della realtà e nella costruzione di una teoria del conflitto

e della trasformazione.

D’altra parte riteniamo che cercare produttivamente implichi

contrastare quella «sconvolgente foga di cancellazione

della memoria» dalla quale – lo ricorda Bruno

Steri – ci ha messo in guardia Luciano Barca. È una furia

distruttiva che si presenta sovente sotto le sembianze di

una spregiudicata volontà di sapere e di «innovare», ma

che si risolve nella pura e semplice dispersione di tutto

un patrimonio di esperienze, e nella messa in mora di

un discorso teorico sul conflitto e sulle contraddizioni

che è parte integrante, struttura portante, della pratica politica

trasformativa. La crisi attuale è a un tempo, come

accade, conseguenza e causa di debolezza culturale. Abbiamo

dunque bisogno di tutt’altro. Non di chiamarci

fuori dalla nostra storia, bensì di interrogarci seriamente

sul presente e sui germi di futuro che esso ha in grembo,

sapendo di essere comunque – volenti o nolenti – carichi

di passato. Di memoria, appunto: cioè non solo di errori,

ma anche di esperienze importanti, che sta a noi saper

trasformare in conoscenza.

1. Vendette arcobaleno, «La Stampa», 20 aprile 2008.

2. La questione della sinistra, «la Repubblica», 27 aprile 2008.

3. Cfr. Einleitung [zur Kritik der Politischen Ökonomie] (Introduzione del

’57), Mew, vol. XIII, p. 637.

4. Cfr. Rifondazione Comunista in movimento. Rilanciare il Partito, costruire

l’unità a sinistra (primo firmatario Maurizio Acerbo), in VII

Congresso del Partito della Rifondazione Comunista – Documenti Congressuali,

supplemento a «Liberazione», 25 maggio 2008, p. 7.

5. Cfr. Manifesto per la Rifondazione. Il nostro Partito e le sfide della sinistra

(primo firmatario Nichi Vendola), ivi, p. 20.

6. Rossana Rossanda, Lettera a Rifondazione, «il manifesto», 17 maggio

2008.

7. Essere comunisti, perché?, «esserecomunisti», anno I, n. 3 (settembre-ottobre

2007).

8. Perché essere comunisti, «esserecomunisti», anno I, n. 3 (settembre-ottobre

2007).

9. Che cosa vuol dire «essere comunisti», «esserecomunisti», anno I, n.

4 (novembre-dicembre 2007).

10. «Comunisti», premesse per una definizione, «esserecomunisti»,

anno II, n. 6 (marzo-aprile 2008).

11. Quali comunisti possono essere socialmente utili oggi in Italia?, «esserecomunisti»,

anno II, n. 5 (gennaio-febbraio 2008).

12. Ci riferiamo qui in particolare a quanto sostenuto, da ultimo,

nell’importante documento prodotto dal Crs (11 tesi dopo lo

tsunami, www.centroriformastato.it), nel quale il ragionamento

analitico e propositivo riposa sull’assunto dell’«esaurimento» di

«tutte e due le tradizioni, quella comunista e quella socialdemocratica»,

della sinistra.

13. Comunismo: utopia, appartenenza, dissenso, «esserecomunisti»,

anno II, n. 6 (marzo-aprile 2008).

14. Essere comunisti, perché?, «esserecomunisti», anno I, n. 4 (novembre-dicembre

2007).

15. Cfr. Piero Sansonetti, Rossanda, Liberazione, il congresso, «Liberazione»,

8-9 giugno 2008.

16. C’è lo spazio per un’opzione comunista nel XXI secolo?, «esserecomunisti»,

anno II, n. 5 (gennaio-febbraio 2008).


un comunista

tra cinema e politica

intervista a Citto Maselli **

QUESTA INTERVISTA VUOLE ESSERE «A TUTTO CAMPO» E TENERE INSIEME IL MA-

SELLI UOMO DI CINEMA E IL MASELLI COMUNISTA. A COMINCIARE DAI TUOI INIZI.

IN UNA TUA BIOGRAFIA HO LETTO CHE HAI PARTECIPATO ALLA RESISTENZA E HAI

ADERITO AL COMUNISMO: COME È AVVENUTO TUTTO CIÒ? CHE SUCCESSE?

In modo molto divertente, il mio amico Curzi ricorda che nel 1942, a 11 anni

e mezzo, io gli parlavo di Marx. In effetti io ero un ragazzino molto precoce,

ma c’è da dire che mi trovavo in una situazione privilegiata. Pirandello era il

mio padrino di battesimo, era molto legato alla mia famiglia ed era un grande

amico di mio padre. Che era una persona coltissima e aperta: critico letterario

e critico d’arte, nonché filosofo di formazione crociana, scriveva per il «Messaggero»

negli anni Venti e Trenta. In quel periodo, casa mia era diventata una

sorta di salotto intellettuale: Emilio Cecchi, Bontempelli, Corrado Alvaro e Alberto

Savinio erano persone di famiglia. Mi sono trovato quindi ad avere un

rapporto privilegiato con la cultura di allora e anche con un clima antifascista,

benché un po’ da salotto. In quell’ambiente trovai il libro di Labriola sul materialismo

storico che aveva il permesso di circolare e che conteneva un inserto

assolutamente prezioso: l’unica versione allora disponibile del Manifesto dei comunisti

di Marx. Ricordo che ne ero rimasto folgorato. Così mi avvicinai al comunismo

ma c’era anche l’effetto che ci faceva la grande letteratura russa dell’Ottocento

con la forza di una critica etica che non investiva solo la società zarista

ma tutto il portato della grande rivoluzione borghese dell’89. Né va

dimenticato quello che è stato, per la mia generazione, Eugenio Montale, una

poesia che era un immenso «no» al fascismo. Anche se nei primi anni di guerra

era uscito il primo Vittorini e le edizioni Guanda ci avevano fatto conoscere

Eliot e Garcia Lorca, Le occasioni di Montale erano per tutti noi un riferimento

culturale essenziale. Alla Resistenza romana partecipai come responsabile degli

studenti medi dentro l’Unione Studenti Italiani e come collegamento con alcuni

gappisti tra i più attivi come Silvio Serra e Luigi Pintor.

DUNQUE INCROCI IL COMUNISMO A PARTIRE DALL’INFLUENZA DI TUTTO UN AMBIEN-

TE INTELLETTUALE E DELLE TUE PRIME LETTURE…

Sì. Devi pensare però che quell’ambiente di comunista aveva molto poco.

C’era solo Renato Guttuso, che veniva a cena ogni tanto e si sapeva che era comunista.

Ripensandoci, forse è proprio da lui che ho avuto l’indicazione dell’inserto

di quel libro di Labriola che – come poi scoprii – tutti i militanti avevano

attentamente strappato e poi fotocopiato con i mezzi difficili di allora.

In quel periodo cominciò l’amore per il cinema: avevo 11-12 anni e avevo un

gusto divorante per la lettura, ma proprio in quel periodo venne aperto a via

Borgognona un cinema – si chiamava Cine Attualità – dove Carlo Lizzani, che

era il segretario del Cine Guf romano, organizzava le proiezioni soprattutto

BRUNO STERI*

IDEE

Oggi il ruolo degli

intellettuali comunisti –

ma direi di qualunque

intellettuale degno di

questo nome – è quello

della costruzione assidua,

accanita di una cultura

critica, di un’intelligenza

critica della realtà.

Questo è uno dei luoghi

fondamentali in cui oggi i

comunisti devono

organizzarsi in modo

serio, facendo anche qui

piazza pulita di tutta una

serie di vecchie e

nuovissime retoriche

* DIRETTORE RIVISTA «ESSERE COMUNISTI»

** REGISTA CINEMATOGRAFICO

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54

dell’avanguardia francese. Tu parlavi prima di Man Ray: L’étoile de mer di Man

Ray era uno dei nostri punti di riferimento intellettuali; ma anche Buñuel,

Dalì, Leger, il primissimo Clair. Carlo Lizzani ce li mostrava in questo piccolo

cinema da neanche 100 posti. Quello fu per me una vera rivelazione: il cinema

come arte, come meravigliosa possibilità espressiva. Insieme c’era in Italia

in quel periodo la presenza del cinema francese degli anni Trenta, il famoso

«verismo» che aveva grandi opere come Alba tragica di Marcel Carné, La bête

humaine di Jean Renoir. Registi che per noi, durante il fascismo, sono stati

esempi straordinari. Anche nel senso che a noi borghesi cittadini rivelava il

mondo del proletariato: in molti di questi film compariva questo personaggio,

grandissimo attore, che era Jean Gabin il quale – come Volontè in Italia negli

anni Settanta – svolse una funzione simbolica molto forte.

LEGGO CHE DAL ’49 IN POI, A PARTIRE DA BAGNAIA PAESE ITALIANO, TU COSTRUISCI

UNA SERIE DI DOCUMENTARI CHE SONO STATI MOLTO APPREZZATI ALLORA, SU

ASPETTI MINORI DELLA REALTÀ ITALIANA: SPORT MINORE, OMBRELLAI, FIORAIE. A

SENTIRE QUESTI TITOLI, POTREBBE VENIRE IN MENTE MARIO SOLDATI CON LE SUE

INCHIESTE. SI POTREBBE PENSARE CHE QUESTO GUSTO DEL DETTAGLIO, DELLO

SCAVO NELLA REALTÀ RINVII A UN’IMPRONTA NEOREALISTA. È COSÌ?

No. C’è una diversa ispirazione. Questi documentari sono lirici. Ad esempio

Ombrellai, forse il migliore che ho fatto (tra l’altro segnò l’inizio del rapporto

con Luchino Visconti che ne era rimasto fortemente colpito), è un vero e proprio

racconto per immagini. Per certi versi è proprio il contrario dell’inchiesta.

Anche perché allora, fino al ‘54/’55, non esisteva la registrazione sonora

magnetica con la famosa «frequenza pilota» che garantiva il sincrono: esisteva

solo quella su pellicola negativa che costava pazzie, aveva bisogno di

un’apparecchiatura enorme con più persone addette. È solo nel ‘55 che arriva

un apparecchio norvegese che ha la frequenza pilota e il nastro magnetico.

C’era quindi anche una motivazione tecnica per cui allora l’inchiesta ci era

esclusa. Ma nella sostanza era proprio una scelta, non è un caso che anche

ora, in Civico Zero, un lungo documentario uscito tre mesi fa, rivendico la

mancanza di commento parlato e la mancanza di interviste. In una dichiarazione

abbinata al film mi richiamo alla mia storia, ai documentari di sessanta

anni fa e alla tendenza artistica di cui fui tra i promotori. Del resto, oggi che

c’è la televisione che nel campo dell’inchiesta svolge – quando lo svolge – un

suo preciso ruolo, va ribadito secondo me che il cinema è un’altra cosa, straordinaria,

che parla fondamentalmente per immagini, silenzi, musica. E

quando raggiunge un risultato espressivo c’è certamente un dato poetico che

incide nel profondo dello spettatore.

È CHIARISSIMA LA DIFFERENZA CHE STABILISCI RISPETTO AL FILONE NEOREALISTA.

VENIAMO ORA AL TUO IMPEGNO POLITICO. TRA L’ALTRO, GLI STESSI TUOI FILM SI

OCCUPANO SPESSO DI POLITICA, BASTA SCORRERE I TUOI TITOLI: IL SOSPETTO (UN

OPERAIO CHE NEL ‘34 VIENE MANDATO IN ITALIA PER STANARE UN INFILTRATO), IL

COMPAGNO (DEL ’99, TRATTO DA UN ROMANZO DI CESARE PAVESE).

Partendo dai miei vent’anni e dalla fase dei documentari, ci sono tre rapporti

per me fondamentali. Quello con Michelangelo Antonioni, di cui sono stato

sceneggiatore e aiutoregista da quando avevo diciotto anni. Il rapporto con Visconti,

del quale divento grande amico e interlocutore (direi in senso «politico-culturale»,

come collaboratore fui tecnicamente suo aiuto solo nell’episodio

di Anna Magnani nel film Siamo donne). E poi ci fu Cesare Zavattini, col quale

ci fu un rapporto piuttosto complicato. Perché mentre lui era un leader del

neorealismo, io come autore e regista non ero su quella lunghezza d’onda. Eppure

con lui – più che con Antonioni, più che con Visconti – si sviluppò un so-


dalizio direi morale e politico che durò 50 anni. Io ero segretario generale dell’Anac,

l’associazione degli autori: nel ’68 arrivammo a organizzare con Zavattini

e anche con Pasolini (dio ci guardi dalla difficoltà del rapporto con Pasolini,

che aveva una voluttà imperativa di sorprendere comunque e chiunque)

l’occupazione del Palazzo del Cinema di Venezia. E poi la creazione di un

«fronte culturale» di trentuno realtà di movimento attraverso cui ottenemmo

tre grandi riforme che segnarono tutti gli anni Settanta: la riforma della Biennale

di Venezia, la riforma della Rai, la riforma del gruppo cinematografico

pubblico. Tutte cose fatte fondamentalmente con Zavattini: il rapporto con lui

è durato fino alla sua morte. Ma a proposito del fronte culturale cui demmo

vita nel ’72 c’è da dire della sua ampia latitudine che andava da Magistratura

democratica all’Arci fino a Psichiatria democratica e a tutti i circoli del cinema,

anche quelli cattolici. Addirittura si riesce a coinvolgere, cosa mai vista fino ad

allora, la Cgil e a imporre di conseguenza la presenza delle tre confederazioni

nella dirigenza delle grandi istituzioni. Ricordo che arrivammo a sancire nella

legge di riforma della Biennale che tre rappresentanti delle tre confederazioni

sindacali dovevano far parte del consiglio direttivo della Biennale medesima in

rappresentanza del pubblico. Una vera rivoluzione, tutta inventata e costruita

con un lavoro assiduo e accanito, gomito a gomito con Rinaldo Scheda. E pensare

che io ero ingraiano, mentre Scheda contrastava Ingrao ed era un oppositore

di Trentin cui ero legatissimo. Ciò a riprova della complessità ma anche

della particolare civiltà dei rapporti interni al Pci e al mondo comunista contro

le semplificazioni odiose che oggi vengono fatte di quella realtà. Sul fronte più

strettamente sindacale feci con Scheda anche un lavoro enorme per la costituzione

di un grande dipartimento cultura nella Cgil, che non andò in porto malgrado

avessimo finalmente individuato un suo possibile dirigente. Ma lo racconto

per dire di un Pci dove era possibile trovarsi in contrasto con Giorgio Napolitano

come indirizzo, scelte di fondo di carattere ideologico, ma al tempo

stesso svolgere con lo stesso Napolitano un lavoro intensissimo e comune nella

costruzione di un’attività culturale nello schema del famoso «intreccio» ingraiano

fra un movimento protagonista e innovatore e un partito che ne è partecipe

e rappresenta il suo sbocco politico. Era parte di tutto quello che Ingrao ci

aveva indicato all’undicesimo congresso e nei suoi articoli sulla «Rinascita» del

1970, e in qualche modo viene riflesso in alcune delle indicazioni fondamentali

del documento Acerbo per il nostro prossimo congresso.

IDEE

NON RIESCI PROPRIO A DIGERIRE CERTI

STEREOTIPI

DEL PCI…

APPICCICATI ALLA STORIA

Togliatti aveva paragonato il Pci a una

giraffa, per una sua congenita anomalia.

Io, per dirti, ho mille ricordi che

ne testimoniano certe ineffabili stranezze

fin dal 1944, molto prima del

quinto congresso. Ma per dire di cose

più recenti ricordo le reazioni a un

mio vecchio film sulla storia del partito

– Il sospetto – film molto polemico

che trovò Ingrao completamente contro

mentre Longo, Napolitano e

Amendola decisamente a favore. Ci fu

un dibattito sull’Espresso, anche con

Giorgio Bocca, e ricordo che all’esterno,

cioè fuori dal partito, ci si stupiva

di tutto ciò, mentre si trattava di una

forma profonda di lealtà e libertà.

SAPPIAMO CHE SUL RAPPORTO DEL PCI

COL ’68 VI SONO INTERPRETAZIONI CHE

SOTTOLINEANO UNA MANCANZA

D’ASCOLTO DEL PARTITO. ANCHE QUE-

STO È UN APPROCCIO SEMPLIFICANTE?

Questo è vero in generale, per il fenomeno

complessivo, con tutte le sue

contraddizioni. E tuttavia non va dimenticata

l’intelligenza di Luigi

Longo, che fa piazza pulita di ogni polemica

interna al partito. Ma la cosa

cambia completamente quando ci si

riferisce alla dimensione culturale.

C’era stata la Rossanda responsabile

cultura negli anni Sessanta; poi c’era

stato Luciano Gruppi, bravissimo, per

un breve periodo. Poi arriva Napolitano,

all’inizio osteggiato da noi ingraiani

di ferro, il quale invece, come ti ho

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56

già raccontato, ribalta tutto: comprende l’importanza del movimento che conduce

alle grandi battaglie di riforma democratica, sposa tutte le nostre posizioni

e fa convocare l’unico Comitato Centrale nella storia del Pci dedicato esclusivamente

alla cultura. Credo fosse nel 1974 e lo imposta contro Antonello Trombadori

e Renato Guttuso che erano diventati i nostri antagonisti interni. Tutto

questo, comunque, sempre nell’ambito di un’accettazione della dialettica interna,

con una lealtà che veniva da anni di rispetto e passioni comuni, che nulla

ha a che vedere con il cosiddetto partito-chiesa. Napolitano, in esplicita polemica

con Trombadori e Guttuso, dice: certo nel nostro partito il nuovo fatica ad affermarsi

sul vecchio (dove «nuovo» eravamo noi con i movimenti, noi con le

battaglie di riforma; e il «vecchio» era un’idea elitaria della cultura, secondo cui

sarebbe stata una follia aprire la Biennale ai sindacati). Certo, anche allora, nelle

battaglie congressuali ci sono state delle esasperazioni e delle tensioni. Non ci si

può scandalizzare di questo.

VENIAMO ALLA QUESTIONE DEGLI INTELLETTUALI, MAGARI PARTENDO PROPRIO DA

LETTERA APERTA A UN GIORNALE DELLA SERA. RICORDO CHE QUANDO VIDI A SUO TEMPO

QUESTO FILM LO TROVAI AMARO, NEL SENSO CHE LÌ C’È LA DESCRIZIONE DI UNA

CONTRADDIZIONE TRA CIÒ CHE SI DICE DI VOLER FARE E CIÒ CHE CONCRETAMENTE

SI FA. TU DIPINGI UN RAPPORTO DIFFICILE DEGLI INTELLETTUALI CON LA POLITICA.

Un rapporto quale era. Lì c’è proprio la storia di un gruppo di intellettuali che

lanciano l’idea un po’ balorda ma anche coinvolgente di creare una brigata della

cultura e andare direttamente nel Vietnam: loro la lanciano con una lettera

aperta a un giornale, pensando che tanto nessuno la pubblicherà; e invece l’iniziativa

ha una presa immediata e inaspettata. Da Sartre a tutto il mondo europeo,

arrivano delegati dalla Norvegia, intellettuali da tutto il mondo, appresso a

questa idea della cultura che andava a combattere. Questa cosa viene in un

primo momento guardata dal partito con annoiato scetticismo e in un secondo

momento osteggiata. Poi, quando prende piede davvero, con il movimento culturale

che si determina, il partito la promuove con classico e pragmatico cinismo:

ciò faceva parte della natura di un partito, ovviamente tutt’altro che esente

da difetti. Dunque, visto che la cosa prende piede, il partito aderisce e anzi si

fa promotore di comizi. Lasciando un po’ tutti sbalorditi. Sono cose assolutamente

credibili, sentimenti e contraddizioni che avevo io stesso vissuto sulla

mia pelle: non era una storia vera, ma vero era il meccanismo del rapporto tra

intellettuali e partito. Intellettuali come forza di pressione, che cercano di premere

su una parte del partito, di opporsi ad altre tendenze culturali all’interno

del partito, per intenderci, le tendenze più economicistiche, che proponevano

una maggiore accettazione dell’esistente rispetto a chi voleva invece un cambiamento

più radicale. Erano battaglie dure, dove gli intellettuali giocavano un

ruolo importante, una loro presenza complicata.

MA ANCHE CON UNA CERTA QUOTA DI

FALSA COSCIENZA. EPPURE OGGI CAPITA

DI FARE UNA RIFLESSIONE SUL PRESENTE:

ALLORA TU POTEVI LEGGERE UN FONDO

DI PASOLINI O DI MORAVIA, MENTRE

OGGI MI SEMBRA SI SIA IN CONDIZIONI

BEN PIÙ MISERE. CHE VI SIA STATO UN

IMPOVERIMENTO DELLA CULTURA E

DELLA POLITICA SEMBRA ORMAI QUASI

UNA CONSTATAZIONE DI SENSO COMUNE.

Sì, capisco. Si può benissimo parlare

di falsa coscienza, figurati se non è in

parte vero. Ma io preferisco parlare di

contraddizioni. Cioè la cosa vera è che

chiunque sia comunista, in una società

capitalistica, vive una serie di

contraddizioni. Mi vengono in mente

dei volantini dell’Flm – che inserii

perfino in un mio film che poi non si

riuscì a completare – i quali avevano

da una parte l’invito pressante a uno

sciopero e dall’altra il disegno di una

villetta con tanto di tendine e posto

macchina che una cooperativa di

compagni proponeva di acquistare.

La contraddizione fa parte del nostro

vivere in una società capitalistica.

Certo, poi gli intellettuali godono di

un oggettivo privilegio, di potere, di

status, a volte di soldi. Su tutto questo

fa testo uno straordinario editoriale

degli ultimi anni di Luigi Pintor sul

«manifesto» che, dopo aver parlato

della globalizzazione, dei suoi effetti

devastanti, del dominio del fatto economico

e del profitto ai danni di tutti

con le immense migrazioni intercontinentali

cui andiamo incontro, così

concludeva: tutto questo continuerà

«finché la terra tremerà di nuovo

sotto i nostri ben calzati piedi». Una


frase lapidaria, dove i ben calzati piedi non hanno niente a che vedere con nessuna

falsa coscienza. Si tratta di una realtà che viviamo tutti perché siamo persone

che vogliono cambiare un mondo osceno, un mondo che rifiutiamo; e

tuttavia in questo mondo siamo oggettivamente immersi. Gli intellettuali in

particolare, che hanno canali privilegiati di esposizione mediatica, spesso guadagnano,

godono delle possibilità offerte da questa società. Poi ci sono le degenerazioni,

le cadute. E si arriva ai mille cedimenti che, per esempio, il nostro

partito a Carrara aveva straordinariamente individuato come punto centrale

del rinnovamento del partito.

PRIMA SI DICEVA: IL CONTESTO SI È IMPOVERITO. IL RUOLO DELL’IMMAGINE, IL

PESO FRANCAMENTE ECCESSIVO DEL SUPERFLUO, DELL’INESSENZIALE – BASTA APRI-

RE LA TV – RISPETTO A QUELLO DELLE COSE CHE CONTANO, DESCRIVONO UNA SO-

CIETÀ CHE PRODUCE MENO RICCHEZZA DI VALORI, DI CULTURA. NEL 1957 TU GIRI

LA DONNA DEL GIORNO: È UNA CRITICA DEL MONDO DELLA PUBBLICITÀ E DELLA

STAMPA ROSA. CON LA COLLABORAZIONE DI ZAVATTINI. QUESTO TUO SGUARDO

CRITICO FORSE OGGI SAREBBE MOLTIPLICATO PER MILLE…

Sono d’accordo sullo sguardo critico. Pur non avendo una formazione neorealista,

io feci il mio primo film sulla Resistenza, Gli sbandati (con la polizia di

Scelba che ci impediva addirittura le riprese e con Scelba che, quando noi giravamo

nella villa di Arturo Toscanini a Crema, inviava telegrammi al prefetto

di Milano in cui si diceva: indagare su una cellula di comunisti aristocratici…).

Ma volli raccontare la nascita della Resistenza in Italia attraverso la storia

di un ragazzo borghese che vive la tragedia di quell’autunno del ’43 nei

termini personali e confusi di un’esistenza contraddittoria. Poi feci La donna

del giorno, il primo film che propone la descrizione di una società legata al consumismo

e alle grandi logiche del consenso: con Virna Lisi alla sua prima esperienza

e Serge Reggiani. E ancora, I delfini e Gli indifferenti: anche qui, si tratta

di film imperniati sulla denuncia della borghesia di provincia, il primo, e

della grande borghesia romana, il secondo. E, dopo qualche anno, torno con

Lettera aperta, che è il tentativo di raccontare proprio il disagio profondo di essere

persone che vogliono cambiare il mondo dentro un ambiente tutto organizzato

per la costruzione del consenso. Qual è oggi la battaglia culturale più

difficile da combattere? È quella nei confronti di un’immensa massa di proposte

culturali ininterrotte, soprattutto attraverso le televisioni – tutte uguali,

nessuna esclusa – che lavorano intensamente anche se spesso indirettamente

all’adeguamento all’esistente, all’opacizzazione delle intelligenze, alla passivizzazione.

Questo è il vero punto. Oggi il ruolo degli intellettuali comunisti

– ma direi di qualunque intellettuale degno di questo nome – è quello della

costruzione assidua, accanita di una cultura critica, di un’intelligenza critica

della realtà. Questo è uno dei luoghi fondamentali in cui oggi i comunisti de-

IDEE

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vono organizzarsi in modo serio, facendo anche qui piazza pulita di tutta una

serie di vecchie e nuovissime retoriche.

BENE, QUEL CHE DICI MI OFFRE IL DESTRO PER ARRIVARE A TOCCARE UN ULTIMO

TEMA: MASELLI E RIFONDAZIONE COMUNISTA. PRIMA HAI DESCRITTO IN POCHE

MA VIVIDE BATTUTE IL CONTESTO DEL PARTITO COMUNISTA ITALIANO. PROVA A

FARE ALTRETTANTO IN RIFERIMENTO AL NOSTRO PARTITO.

Quando si profilò la Bolognina e il discorso di Occhetto, non avevo dubbi che

Ingrao sarebbe stato con noi nel tentativo di bloccare questo suicidio stupido e

inutile, questo meccanismo terribile, questa sorta di cupio dissolvi. Subito ci riunimmo

ad Arco per ribadire la necessità di andare avanti rifiutando quel percorso

di autodissoluzione. Ci fu il congresso di Rimini di scioglimento del Pci e

la conferenza stampa con Garavini, Cossutta e Libertini che sancì la nostra nascita.

C’era anche Nichi Vendola, e io, come lui, avevo il problema di aver avuto

Cossutta come nostro referente negativo dentro il Pci; così come lui – Cossutta

– aveva il problema speculare di avere avuto noi come referenti negativi. Ricordo

che di questo parlammo a lungo con Garavini. E proprio qui ritroviamo la

forza dei comunisti: cercammo di trovare i punti di unità possibile e li trovammo.

In Ingrao prevalse invece il rifiuto di quella che lui vedeva come una scissione,

vero e proprio tabù per la nostra cultura politica. Ricordo che scrissi allora

sull’Unità un articolo di amara polemica nei suoi confronti: in esso criticavo

l’immagine del «gorgo» e dichiaravo che proprio quello che Ingrao stesso ci

aveva insegnato ci conduceva a fare una scelta opposta alla sua. Mi iscrissi subito

dopo alla nuova formazione politica e poi entrai in Direzione.

IN QUEL CONTESTO, LIBERTINI FU COLUI CHE PRECONIZZÒ LA POSSIBILITÀ CHE RI-

FONDAZIONE COMUNISTA POTESSE REALISTICAMENTE ASPIRARE A RAGGIUNGERE IL

10% DEL CONSENSO ELETTORALE. E COSÌ SAREBBE STATO, SENZA LA MALAUGURA-

TA SCISSIONE DEL ’98.

Ti dico sinceramente che a Libertini non potei perdonare l’operazione, compiuta

insieme ad Armando Cossutta, che portò alla defenestrazione di Garavini.

Ricordo che su questo scrissi su il manifesto un articolo in cui raccontavo

come erano andate effettivamente le cose, trovando tutto ciò inaccettabile.

Dopo di che l’intelligenza strategica di Cossutta, che individuò in Bertinotti un

nuovo segretario, riaprì per me il discorso interrotto: noi avevamo allora un

rapporto essenziale con il pezzo di Cgil che si riconosceva in «Essere sindacato»

e ritenevamo Fausto una personalità particolarmente interessante. Così i

fili della dialettica interna furono ricuciti.

OGGI, TU SEI COME NOI IMPEGNATO NEL CONGRESSO DEL NOSTRO PARTITO. E SEI

SU UNA SPONDA DIVERSA DA QUELLA IN

CUI È SCHIERATO FAUSTO BERTINOTTI,

AL QUALE PERALTRO SEI STATO MOLTO

VICINO.

Sono stato non vicino ma vicinissimo

a Fausto. Ero rimasto affascinato da

Bertinotti fin da quando lo conobbi

ad Arco, e fu lì che nacque la nostra

amicizia. Mi incuriosiva anche per

via di una sua forte diversità dalla

mia formazione politica, ma soprattutto

mi colpì per la sua intelligenza.

Un uomo irrequieto, aperto alla ricerca:

attitudini per certi versi proprie

più di un artista che non di un

politico. E io mi trovai talvolta a riscontrare

delle inaspettate coincidenze

di pensiero e di sensibilità: ricordo,

durante alcuni viaggi fatti insieme,

osservazioni e giudizi per

esempio su certi film che mai avrei

immaginato potessero piacergli e che

invece lui reinterpretava in un modo

assolutamente originale. Anche questi

aspetti mi avevano indotto a una

particolare solidarietà con lui, oltre

che a una sintonia e amicizia personale.

Da un certo momento in poi

qualcosa è cambiato, un po’ per

volta. Penso ad esempio a un mio intervento

critico in un Comitato politico

nazionale sulla nonviolenza, in

cui sostenevo che per noi questo

tema era qualcosa di già acquisito.

Citavo il famoso discorso di Togliatti

del ’54 a Bergamo, dove la nonviolenza

viene proposta non solo sul

piano teorico e storico, ma anche – se

non soprattutto – su un piano che

definirei esistenziale: personale, individuale,

umano. Ricordo che nelle

conclusioni Fausto mi rispose con

pesantezza e irritazione.

DUNQUE, MI PARE DI CAPIRE CHE TU

PONEVI AL FONDO UN INTERROGATIVO

PIUTTOSTO DELICATO: SE IN TUTTO QUE-

STO NON C’È SOSTANZIALMENTE NULLA

DI NUOVO, PERCHÉ TANTA ENFASI?

Esattamente. E qui c’è stato un

primo momento di differenziazione:

non di rottura, ma certo di differenziazione.

Poi vi è stato dell’altro. Ovviamente,

per una cultura politica di


derivazione ingraiana quale è la mia, l’antistalinismo era già un elemento portante.

Non è qui il punto. C’erano invece alcune questioni di stile, la progressiva

riscoperta della tradizione socialista e, negli ultimissimi anni, il progetto

politico concretizzatosi quando Fausto prese la direzione della rivista «Alternative»

trasformandola in «Alternative per il socialismo». Come sai, il mio

nome non figura nel comitato promotore: c’è una mia mail a Fausto in cui lo

ringrazio dell’invito ma, visto il progetto editoriale e politico-culturale della rivista,

non potevo ovviamente essere incluso tra i suoi sostenitori. Questa cosa

fu motivo di un ulteriore allontanamento, anche personale. C’è un fatto che

io considero un evento, questo sì, davvero costituente: la manifestazione del

20 ottobre. Resto convinto che, nella valutazione della nostra sconfitta, da

questo fatto non si possa prescindere. Il Prc, il 20 ottobre del 2007, aveva ancora

una tale forza, un tale prestigio da portare in piazza un milione di persone

che non erano solo i nostri militanti e i nostri elettori, ma una massa straordinaria

e molteplice da noi organizzata, stimolata, ispirata. Vuol dire che

malgrado la nostra presenza in un governo già deludente, noi mantenevamo

come partito una forza straordinaria. Poi c’è la caduta improvvisa del governo

e le elezioni anticipate. È qui che non riesco più a capire un compagno

come Franco Giordano. Perché da quel momento in poi Franco ha accettato

un tipo di campagna continuativa, assidua, giornaliera, a volte furba, tesa a

distinguere quel che si proponeva per le elezioni dalla storia e dalla realtà di

Rifondazione comunista. Una campagna condotta in televisione e sulla grande

stampa, ininterrotta e perentoria, che approderà al «comunismo come tendenza

culturale» e ad altre disinvolte affermazioni a effetto cui una gran parte

del gruppo dirigente aderisce: anche compagni di vecchia storia e cultura comunista.

Anche Giordano, appunto, che a me era sempre parso un baluardo,

un segretario di garanzia per tutti. Più della metà del partito diventa invece ai

suoi occhi «zavorra», Carrara viene cancellata e a monte di tutto questo Bertinotti

con la sua rivista riscopre Riccardo Lombardi come il più importante

teorico del socialismo del passato e del futuro. Vi è inoltre una serie di elementi

simbolici oltremodo significativi: come quello propagandatissimo e simbolico

dell’Hard Rock Caffè, che ai miei occhi ha plasticamente sintetizzato il

fatto che non si voleva più aver nulla a che fare con una storia comunista.

IDEE

Con i risultati che abbiamo visto,

perché io resto convinto che proprio

questa «accelerazione» distruttiva

scattata all’indomani del 20 ottobre è

stata una componente essenziale

della nostra tragedia storica.

UN’ULTIMA QUESTIONE. NELL’INIZIATI-

VA ROMANA DI PRESENTAZIONE DEL NO-

STRO DOCUMENTO CONGRESSUALE, TU

HAI COMMENTATO E CRITICATO IL DO-

CUMENTO CHE VEDE VENDOLA COME

PRIMO FIRMATARIO, LADDOVE ESSO

DICE GROSSO MODO CHE GLI INTELLET-

TUALI DEVONO ELABORARE UN NUOVO

SENSO DI SOCIETÀ E IL PARTITO DEVE

ESSERE LORO «SEGUACE»…

Sì, in quel passaggio si dice proprio

che il partito deve diventare prima

un loro interprete poi un loro «seguace».

Ecco, l’uso di questo secondo

termine è davvero incredibile, ma

terribilmente significativo. Non esiste

in nessuna teorizzazione politica moderna

salvo dove si tratti di movimenti

e filosofie mistiche. Da qui,

oltre che da certo sorprendente dannunzianesimo

diffuso nel finale, mi è

nata la conseguente definizione di

guru. Non attribuita alla persona di

Vendola come qualcuno ha voluto

vedere, ma a questo nuovo intellettuale

«protagonista della creazione»

di un non meglio identificato «senso

di società» che viene descritto a pagina

16 del loro documento. Forse mi

sono espresso in un modo un po’ pesante,

ma è stato più forte di me.

PER CHIUDERE. COSA STAI FACENDO

ORA?

Sto preparando un film che riguarda

anche noi, ma di cui non ti dirò

nulla. Così mi sono impegnato col

produttore.

C’È QUALCOS’ALTRO CHE VUOI DIRE?

Direi di no. Abbiamo già detto tante

cose.

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60

DOSSIER

CONGRESSO

Il Prc sta svolgendo il suo VII Congresso, ma questo

– che pure abbiamo chiamato Dossier Congresso

– non è propriamente un inserto sul Congresso

del Prc. è piuttosto un insieme di sollecitazioni,

proposte da dirigenti del suddetto partito, su

temi che potrebbero e dovrebbero avere una rilevanza

congressuale: etica della militanza, identità

comunista e innovazione, ruolo della comunicazione

e dell’ «immagine» nella politica odierna,

limiti nella capacità di analisi dei problemi e

nelle proposte di soluzione dei medesimi. Si tratta,

come si vede, di questioni importanti che costituiscono

parte integrante della riflessione politica

di Rifondazione comunista.


LUIGI VINCI

TORNARE A UN COMPORTAMENTO MILITANTE

FONDATO SU UN’ETICA CRITICA

Marx «giovane» intese le forme morali della società

come riflessi immediati dei rapporti economici e delle

contraddizioni di classe che questi rapporti attraversano;

poi quello «maturo» sostanzialmente si disinteresserà

della questione. Come scriverà Agnes Heller, Marx era

dotato di un’elevata tensione morale e spesso condannò

il modo di produzione capitalistico su quel piano, definendo

per esempio un furto lo sfruttamento del lavoro:

tuttavia rimase convinto che ogni modo della società

avesse sue obbligate forme morali, sul versante delle

classi dominanti come su quello delle classi subalterne;

che, di conseguenza, il movimento operaio non avrebbe

potuto caratterizzarsi che per una moralità dei suoi

membri fondata su un’etica dell’eguaglianza, della solidarietà,

della cooperazione, della democrazia; e che il comunismo

si sarebbe necessariamente caratterizzato

come la generalizzazione all’intera società di questa moralità.

Marx fu un rivoluzionario impaziente, per l’indignazione

che gli veniva dalle condizioni di vita infami dei lavoratori

europei dell’Ottocento. Purtroppo la storia si svilupperà

in termini meno impazienti (meno semplici) rispetto

a quelli ipotizzati da Marx, evidenziando soprattutto, andando

a quel che più ci riguarda, il porsi continuo di una

questione morale benché in forme diverse, a seconda di

momenti e circostanze dentro alle organizzazioni del

movimento operaio e dentro ai processi di costruzione

DOSSIER CONGRESSO

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62

socialista. Un’infinità di scrittori ne ha trattato, in più

prospettive di analisi, sin dal finire dell’Ottocento. Ricordo

come Roberto Michels sottolineasse, agli inizi del

Novecento, come la necessità di specialisti da parte del

movimento operaio lo consegnasse irrevocabilmente

alla gestione da parte di figure (quadri, dirigenti, funzionari)

provenienti dall’intellighenzia borghese e, inoltre,

a rapporti interni non più egualitari ma di dominio, anzi

di dominio incontrollato, da parte di figure di gestione e

di apparati. Non è qui la sede (ci vorrebbe troppo spazio)

per una critica alla tesi (sostenuta da Michels) dell’irrevocabilità

di questa gestione e di questi rapporti: giova

invece far presente che la questione era reale, in tempi in

cui il proletariato lavorava in fabbrica o sui campi dall’alba

al tramonto e i suoi bambini, se andavano a scuola, finivano

a malapena la quinta elementare; e giova parimenti

far presente che sono state figure di intellettuali di

provenienza borghese quelle dei grandi dirigenti rivoluzionari

del movimento operaio novecentesco. Insomma,

non tutti i gatti sono stati in realtà dello stesso colore.

Mi pare che sia piuttosto da guardare, nel tentativo di

comprendere il tipo di questione morale che cominciò a

porsi allora nelle organizzazioni del movimento operaio,

ad altri processi. Uno di essi è nella scomposizione delle

condizioni materiali di esistenza dei lavoratori. Ne parlerà

assai Jürgen Habermas. Fenomeno oggi di grande

portata, al punto di riuscire a cancellare in parti ampie

del lavoro dipendente ogni identificazione in una classe

di produttori sfruttati di valore, esso sorge in realtà dalla

stessa seconda rivoluzione industriale, nell’ultimo quarto

dell’Ottocento. L’enorme aumento che nuove macchine

e nuove tecnologie portarono alla produttività del lavoro,

grazie a questa rivoluzione, aprì nuovi spazi alle rivendicazioni

materiali del movimento operaio, che

ovviamente ne approfittò. I salari dunque aumentarono,

ma in maniera crescentemente differenziata, per le differenti

condizioni di imprese e settori produttivi e per-

ché il capitalismo capì subito che conveniva operare incentivando

la differenziazione. Sorsero i primi embrioni

di «Stato sociale», a partire dalla Germania, che era tra i

Paesi guida del passaggio tecnologico: ma non portando

benefici eguali alla massa del lavoro subalterno. Un altro

fenomeno, a ciò collegato, fu l’avvio di un risparmio dei

lavoratori: ovviamente esso non si svilupperà in termini

egualitari. Questo risparmio, benché fatto di frammenti

individuali minuti, tenderà inoltre ad assumere una dimensione

globale (oggi è tale), facendo di una parte del

lavoro dipendente una componente, passiva ma interessata,

delle forze che alimentano il processo di finanziarizzazione

dell’economia capitalistica.

In che senso, allora, parlare di una questione morale nel

movimento operaio, o più in generale nelle classi subalterne?

Esattamente in quello, intanto, della scomposizione

del modo in cui rappresentarsi come classe, quindi del

modo di rapportarsi al capitalismo e alla prospettiva del

socialismo, per il fatto che una parte del lavoro dipendente

e delle sue organizzazioni ha concepito storicamente e

continua a concepire un modo di rappresentare i propri

interessi che fa soprattutto gli interessi dalla borghesia

capitalistica, degli sfruttatori, degli autori di un «furto»

quotidiano ai danni della maggioranza sociale. Il riformismo

sorse e si sviluppò nel movimento operaio non tanto

per l’attitudine conciliativa di dirigenti di provenienza

borghese (quasi sempre quest’attitudine fu in minoranza

tra i dirigenti) quanto per una tendenza conciliativa di

una parte dei lavoratori: si tratta perciò di una questione

morale nel senso che una parte del movimento operaio

vide e criticò (e continua a vedere e a criticare) l’immoralità

essenziale del modo di produzione capitalistico, mentre

un’altra parte quest’immoralità la considerò (e continua

a considerarla) non essenziale ma emendabile.

Un secondo, successivo, processo verrà a sua volta a

porre un ulteriore tipo di questione morale: il processo


della «militarizzazione» (questa parola è una metafora,

si badi, per evitare lunghe perifrasi) della componente

comunista del movimento operaio, date le condizioni di

guerra civile europea che si configurarono sul finire

della Prima guerra mondiale e si prolungarono sino alle

vittorie reazionarie più o meno fasciste degli anni Venti e

Trenta. Molto si dice e si scrive da tempo sull’immoralità

fondamentale di questa militarizzazione, per il suo

«violentismo» e, quindi, per le sue vittime non necessarie.

Queste vittime certamente ci furono. Ciò tuttavia

non pone di per sé nessuna questione morale circa questa

militarizzazione: la porrebbe invece la dimostrazione

che questa fu un errore politico di fondo. E però questa

militarizzazione fu obbligata: se non fosse stata operata

la Russia sovietica sarebbe stata fatta a pezzi, poi non ci

sarebbe stata nessuna resistenza al fascismo, cioè ci sarebbe

stata una resa al fascismo senza condizioni che

avrebbe (immoralmente) compromesso ogni possibilità

di riscossa futura. Un tipo di questione morale dunque,

se c’è, sta altrove.

A me pare che altrove in effetti ci sia: nel fatto che la militarizzazione

fu introiettata dalla componente comunista

del movimento operaio, fu da esso elaborata come

forma necessaria della sua organizzazione, dei suoi rapporti

interni e di quelli con le organizzazioni sociali e con

le istanze rappresentative dei lavoratori, prescindendo

cioè dalle condizioni della società. La militarizzazione

così si ribalterà, quando muteranno le condizioni dei

vari Paesi (in Unione Sovietica nella seconda metà degli

anni Venti e nel resto dell’Europa dopo la seconda guerra

mondiale), in un fattore di gravissimi errori e di gravissimi

processi involutivi, attraverso la propria trasformazione

rapidissima in potere autoreferenziale e privilegiato.

Non serviva più che ci fosse un potere militare,

necessitava invece il passaggio a un potere democraticopartecipativo:

ma l’introiezione della militarizzazione

evitò che il potere militare si autotrasformasse in potere

democratico-partecipativo, e con ciò stesso ne trasformò

la qualità. Naturalmente fu un processo con tempi più o

meno rapidi, zigzag, peculiarità locali ecc. Venendo a

noi, questo processo, poco percepibile nella società italiana

e nel Pci dell’immediato dopoguerra (per l’adesione

organica al Pci di grandi masse popolari e per la qualità

dei suoi gruppi dirigenti), gradatamente produrrà,

nell’avvicendarsi alla gestione da parte di nuove generazioni,

i fenomeni propri dell’autoreferenzialità, tra i

quali, in prima fila, la trasformazione del potere in privilegio,

l’istituzionalizzazione radicale dell’azione politica,

la subalternità alla rappresentazione mediatica della

DOSSIER CONGRESSO

politica e, successivamente, la tendenza della gestione e

degli apparati alla neutralità sociale e, ancor più in là, al

passaggio di campo.

Parallelamente l’Europa occidentale era stata attraversata,

lungo l’intero secondo dopoguerra, da un processo

convergente delle grandi socialdemocrazie, benché di

matrice diversa. Non lo aveva prodotto una militarizzazione

delle organizzazioni bensì la decisione dei gruppi

dirigenti, subito dopo la guerra, di collocarsi definitivamente

in una prospettiva di conservazione del modo di

produzione capitalistico e sotto l’ombrello degli Stati

Uniti e poi la decisione, in anni più recenti (negli anni

Settanta) di cooperare al liberismo. Il risultato comunque

è stato analogo, anzi esso ha largamente anticipato

l’involuzione del Pci. Fornì dunque un modello a una

parte dei protagonisti dell’involuzione del Pci.

Ecco allora in che senso un nuovo tipo di questione morale

nel movimento operaio: in quello, cioè, di una sorta

di «cartolarizzazione del suo patrimonio» (altra metafora)

da parte di gruppi dirigenti e apparati. Il senso, quindi,

di questa questione è profondamente mutato negli

anni: se all’inizio si trattò, su base largamente obiettiva,

dell’emergere di tendenze alla cooperazione di classe

dentro a una parte dei gruppi dirigenti e degli apparati,

da tempo invece si tratta dell’esercizio stabilizzato di una

forma peculiare di «sfruttamento» (altra metafora)

dentro al movimento operaio (di sfruttamento della sua

base popolare, di sfruttamento delle forze popolari rappresentate),

di manipolazione di questa base e di queste

forze (allo scopo di celare la qualità negativa primaria del

rapporto), di appropriazione privata delle risorse fornite

dal lavoro politico e dalle contribuzioni di questa base

e di queste forze, di appropriazione privata delle risorse

messe a disposizione dallo Stato democratico-parlamentare,

ecc. Ovviamente tutto questo non è necessariamente

la totalità del processo, né tutti i beneficiari ne

sono necessariamente ben consapevoli (ma in certa misura,

non ci si illuda, lo sono). Inoltre necessariamente

le organizzazioni del movimento operaio funzionano,

hanno cioè base ed elettorato, alla condizione che qualcosa

pur facciano di utile alle componenti subalterne

della società. Tuttavia ormai da tempo la sostanza delle

cose, molto amara, è quella che ho scritto.

Vorrei sottolineare, inoltre, come questo processo non

abbia fatto che irrigidire e verticalizzare i rapporti già

storicamente rigidi e verticali dentro alle organizzazioni.

Naturalmente non potendo sottolineare troppo, da parte

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di gruppi dirigenti e di apparati, che di cooperazione di

classe si tratta (ancor meno di «cartolarizzazione»), né

potendo essi dire che occorre militarizzarsi perché c’è in

vista una guerra civile o un passaggio al fascismo, l’irrigidimento,

la verticalità e la «cartolarizzazione» sono

avvenuti e continuano ad avvenire in forme contorte,

spesso pasticciate, con trucchi retorici e pretesti vari.

Comunque sono avvenuti e continuano ad avvenire. Vorrei

sottolineare, ancora, come il «patrimonio cartolarizzato»

sia enorme: essendo fatto di una grande quantità

di denaro, di una grande quantità di lavoro militante gratuito

(di costruzione e di tenuta di sedi, di conquista di

consenso elettorale, ecc.), di gran numero di postazioni

istituzionali, dei loro stipendi, di possibilità di apparire

sui mass-media, del prestigio sociale che la copertura di

queste postazioni e quest’apparizione consentono, ecc.

L’involuzione autoreferenziale e burocratica delle organizzazioni

non ha quindi piccoli motivi, né può essere

considerata di scarso rilievo effettivo: al contrario essa

rappresenta una modificazione qualitativa radicale delle

organizzazioni rispetto alla loro origine, in sede di loro

rapporti interni ed esterni come di loro funzione sociale.

Infine vorrei sottolineare l’intensa pregnanza odierna

della questione morale in queste organizzazioni. Se

negli anni di passaggio tra l’Ottocento e il Novecento avvennero

cose inaspettate su larga base oggettiva e il processo

degenerativo fu tutto sommato parziale, salvo episodi

specifici, oggi ci troviamo di fronte a un’organicità e

a una totalità del processo. Probabilmente occorre anche

mettere in campo ulteriori strumenti di analisi, di tipo

antropologico, di psicologia sociale ecc., per capirlo

bene. E quest’organicità e totalità, inoltre, non possono

non far capo a scelte sempre più consapevoli, ormai sostanzialmente

teleologiche, di larga parte dei detentori

del potere di «classe» nelle organizzazioni (quadri, dirigenti,

apparati).

Resistono, di norma, organizzazioni di minoranza, non

sempre piccolissime. E però non sempre. Non mi dilungo

sulla vicenda di Rifondazione Comunista, mi limito solo a

dire che negli ultimi anni il processo della sua «cartolarizzazione»

è stato semplicemente impressionante. Non

che ogni sua scelta di fondo sia stata dettata, beninteso, da

questo processo: tuttavia il carattere inoltrato di fenomeni

degenerativi come la gestione monarchica, burocratica

e clientelare e come lo spostamento delle decisioni fuori

dal dibattito di partito e fuori dalle stesse istanze centrali,

hanno comportato una «cartolarizzazione» sempre più

organica del «patrimonio» comune, sussumendo a essa

ogni risposta a ogni evento, impedendo drasticamente

processi di ritorno a condizioni interne di democrazia,

ecc. L’analisi del perché questo ci sia successo è lunga e

difficile, deve andare a ragioni anche molto peculiari, e

non provo nemmeno a delinearla.

L’ultima parte di questa nota non può non andare (benché

sommariamente, come d’altronde tutta quanta la

nota) agli elementi di un’etica critica che vada in controtendenza,

di un’etica cioè di rilievo antisistemico, anche

guardando alle questioni della struttura e dei rapporti

interni alle organizzazioni. C’è ovviamente da affrontare

tutta la pagina della democratizzazione partecipativa


eale dentro alle organizzazioni; c’è parimenti da affrontare

tutta la pagina del recupero di rapporti stretti con le

componenti subalterne della società, in tutta la loro complessa

articolazione, e del recupero di rapporti con i movimenti

antisistemici e con la sinistra della società civile.

C’è infine tutta la pagina del comportamento della totalità

dei militanti (e in specie di quadri, dirigenti e funzionari).

Qui mi dilungo un momento.

Lenin sottolineò come debba trattarsi, in fatto di questa

totalità, di «rivoluzionari professionali» (la forma di

questa professionalità variando, va da sé, a seconda di

momenti e condizioni). Nelle condizioni della Russia del

suo tempo questo significò l’impegno a tempo pieno dal

lato della rivoluzione contro lo zarismo. In queste condizioni,

poi, o si stava di qua o si stava di là: stare di qua significava

fare una vita di miseria e di fame, essere dei

fuggiaschi, rischiare in ogni momento la galera o la deportazione

in Siberia. La miseria delle masse evitava di

porre grandi problemi sulla prospettiva immediata della

Russia: benché i rivoluzionari del tempo litigassero tanto

quanto quelli di oggi, quelli russi non litigavano certo sul

rovesciamento o meno dello zarismo. La stessa discussione

sulla cooperazione o meno allo sviluppo del capitalismo,

data l’arretratezza economica della Russia, avveniva

nella prospettiva comune di una rivoluzione contro lo

zarismo. Gramsci, più avanti, in una situazione molto più

articolata e complessa, sia sul piano politico e sociale che

in sede di condizioni materiali delle classi subalterne,

proporrà alla militanza la pratica di una «connessione

sentimentale» con le classi subalterne, cioè la condivisione

delle loro attese e dei loro problemi, anche i più

minuti. Le condizioni politiche in cui visse Gramsci rendevano

assai grama la vita di chi, borghesi compresi, praticava

questa «connessione»: si correva il rischio del

carcere, si viveva in abitazioni modestissime, non sempre

c’era da mangiare decentemente, gli abiti avevano

toppe e rammendi. Se a qualcuno si apriva l’accesso al

DOSSIER CONGRESSO

Parlamento, la sua vita non cambiava: il partito gli portava

via ogni entrata salvo il minimo necessario (il famoso

salario dell’operaio meccanico specializzato). Posso dire

che la Lega Nord è stata premiata dall’aver messo largamente

in pratica, certo a modo suo, ma dall’aver messo

largamente in pratica Gramsci, pur non avendone mai

letto un rigo? E che noi siamo stati puniti il 13 aprile per

averlo dimenticato, nonostante le citazioni domenicali e

nelle riviste? Dove sta la «connessione sentimentale»

della sede in via Veneto, nel centro della Roma dei VIP,

per annunciare il risultato elettorale della Sinistra-l’Arcobaleno,

dove sta quella di tanti altri atti ed episodi? Ma

di Rifondazione davvero non voglio qui parlare.

Enrique Dussel è forse lo scrittore che meglio approfondisce

in quali termini dovrebbe oggi configurarsi la posizione

morale di chi stia dalla parte delle «vittime» del capitalismo

e dell’imperialismo (Dussel è così che si esprime).

Nella sua «etica critica» egli pone due istanze

primarie: quella della «materialità» e quella

dell’«internità». La «materialità» è l’obbligo morale,

per il militante antisistemico, della condivisione intellettuale

e politica della condizione delle «vittime», quindi

delle loro speranze, delle loro richieste, anche delle più

piccole, anche di quelle della quotidianità, e in primo

luogo senza nessuna remora o rimozione di quelle materiali,

di quelle che definiscono la fatica, le durezze, le

amarezze, le offese, le sofferenze, le pericolosità delle loro

condizioni di esistenza. L’«internità», a sua volta, è l’obbligo

morale per il militante di essere dentro, il più possibile,

a questa condizione. Non si tratta solo di un modo,

aggiunge Dussel, per comprendere la materialità di una

condizione sociale: è anche un modo per comprendere la

realtà sociale nella sua totalità e complessità, per sapere

ciò che la scienza accademica ignora, tace, mistifica, per

riuscire ad assumere una reale capacità critica dell’esistente

capitalistico non solo in sede scientifica ma anche

pratica. Marx, sottolinea Dussel, fu grande anche per questo:

perché condivise la «materialità» e inoltre fu «interno»,

per sua scelta (morale) di vita, al lavoro del suo

tempo.

Occorre rimetterci su questa strada. Per non perderci.

Per tornare credibili agli occhi della nostra gente. Per

aiutarla a tornare a vincere.

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RAMON MANTOVANI

IDENTITÀ COMUNISTA E INNOVAZIONE

Mentre scrivo non so come finirà il congresso di Rifondazione

Comunista. Spero in una netta affermazione

della prima mozione, senza la quale, temo, i problemi di

cui mi accingo a parlare in questo scritto rimarrebbero

insoluti.

Se la costituente della sinistra fosse stata avviata nei

tempi previsti dai suoi ideatori, senza una discussione

democratica nel Prc, oggi avremmo già assistito a una

dissoluzione rapida del partito, che solo in parte avrebbe

preso le forme di una scissione per alimentare l’altra costituente

appositamente approntata dal Pdci, quella comunista.

Più o meno lo stesso accadrebbe nel caso di una

affermazione maggioritaria della mozione di Vendola al

prossimo congresso. C’è chi dice che anche nel caso di

una vittoria della mozione Acerbo non si potrebbero evitare

una o due scissioni, sul versante delle due costituenti.

Non credo a quest’ultima eventualità, essendo fondate

entrambe le costituenti sul presupposto della morte di

Rifondazione e della divisione delle sue spoglie. L’esistenza

in vita del Prc sarebbe garanzia per evitare altre

scissioni e nuove nascite di formazioni minori.

Il punto del quale voglio parlare, però, non è la auspicata

funzione antiscissionistica della mozione Acerbo. Mi interessa,

piuttosto, mettere in evidenza un paradosso che

forse, nel corso degli anni e anche oggi, è passato inosservato,

o quasi. Si tratta della natura delle scissioni che il Prc

ha subìto e di quelle che rischia di subire oggi. La logica e

l’esperienza storica (così infatti è stato per molti altri par-


titi comunisti nel mondo) vorrebbero che un partito si

possa scindere solo sul tema dell’identità e del progetto

strategico, non certo su una scelta tattica, quale è, e rimane

in ogni caso, l’appartenenza o meno a un governo.

Il problema è che Rifondazione Comunista, nel corso della

sua breve vita, ha subito 6 (sei!!!) scissioni sul tema del governo.

Due verso destra, Movimento dei Comunisti Unitari

nel ‘95 e PdCI nel ‘98. Quattro verso sinistra, Confederazione

dei Comunisti nel ‘97, Partito di Alternativa Comunista

e Partito Comunista del Lavoratori nel 2006,

Sinistra Critica nel 2007. Nessuna scissione, invece, c’è

stata sull’identità e sul progetto strategico del partito.

Si potrebbe obiettare che, in realtà, le scissioni di cui

sopra, sebbene precipitate su scelte attinenti la collocazione

di governo, nascondevano o evidenziavano forti divisioni

identitarie. In particolare è vero che all’atto delle scissioni

si è invocata una coerenza con la migliore tradizione

dell’identità comunista e si è sempre accusato il Prc di

averla tradita o abbandonata. Si ricorderà l’impareggiabile

Cossutta che tuonava: «io dico solo rifondazione perché

non sono comunisti». Come è vero che in alcuni casi c’era

un’identità preesistente che nel Prc non si era mai sciolta

né politicamente né organizzativamente. Tutto vero.

Ma rimane il fatto che tutte e sei le scissioni hanno avuto

origine da una rottura con un governo o dalla presenza

del Prc in un governo.

Eppure oggi una questione di identità esiste, visto che una

parte non marginale del partito ha esplicitamente parlato

di obsolescenza dell’identità e della stessa cultura comunista,

oltre che di nuovo soggetto dotato di nuova identità.

Nessuno parla di scissioni, almeno apertamente, e per il

sottoscritto tutto questo sembra davvero un paradosso.

Ovviamente non lo dico né per auspicare né per prevedere

l’ineluttabilità di altre scissioni. È solo che non mi sembra

corretto che passi inosservato un simile paradosso.

Se le cose stanno così bisogna pur chiedersi cosa abbia

originato una situazione come questa.

DOSSIER CONGRESSO

Forse la forza, pregnanza e importanza politica immediata

della questione del governo e la relativa genericità, e

quindi debolezza, dell’identità comunista. O forse una

tale separatezza del governo dalla società che l’identità

non sembra bastare né resistere alla prova del governo

stesso. O forse la forma partito, questa forma partito specifica

nella quale vive l’identità, e che segna l’identità, è

intrinsecamente vocata al governo e al potere più che alla

realizzazione di processi rivoluzionari. O forse, probabilmente,

un poco di tutte queste cose.

Come si vede non ho le idee chiarissime. Non così tanto

confuse, però, da non vedere il problema su cui siamo seduti.

Sono certo che non lo risolveremo facilmente e

tanto meno velocemente. Non basterà certamente il congresso

a sciogliere questo nodo. Tuttavia dobbiamo cominciare

a parlarne.

Io credo che il pensiero comunista sia tanto più debole

quanto più fisso, monolitico e dogmatico. Diciamo pure

che i tre aggettivi dovrebbero essere incompatibili con

un pensiero rivoluzionario. Chiunque, però, può constatare

come siano esistiti ed esistano partiti che hanno ridotto

la teoria a dottrina e sostituito la ricerca con il

dogma. Parlo di pensiero comunista perché penso sia

fondamentale nella formazione ed evoluzione dell’identità,

che è cosa ben più complessa e vasta, dagli innumerevoli

risvolti culturali, politici, sociali e perfino psicologici,

che non provo nemmeno a descrivere.

Si può dire di Rifondazione che abbia avuto un pensiero

debole, al punto tale da essere sovrastato dalle scelte politiche

immediate, per quanto importanti, come l’ingresso

o l’uscita da un governo? Credo proprio di no. In fin

dei conti, a parte il primo convulso periodo, Rifondazione

ha rafforzato la propria identità, innovando profondamente

il pensiero comunista. Non c’è stato solo il riconoscimento

della pluralità dei diversi filoni del comunismo

novecentesco. Ci sono state chiare innovazioni, ora

appoggiate ora contrastate da questa o quella tendenza

presente nel partito.

Forse si può dire che alcune innovazioni sono state più

annunciate, spesso dall’alto, che discusse previamente

nel gruppo dirigente, perché fossero in partenza un patrimonio

veramente condiviso. Ma lo sono divenute nel

corso del tempo quando hanno guidato la pratica e le

scelte quotidiane e quando, per questo, sono state discusse

dal corpo del partito. Parlo, per esempio, della individuazione

dei limiti nazionali del partito nell’epoca

della globalizzazione e del superamento della funzione di

direzione del partito verso ogni conflitto e movimento.

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Cioè della messa in discussione della presunta superiorità

del politico sul sociale, del partito sugli organismi di

massa. Parlo della proclamata appartenenza e internità,

alla pari con gli altri soggetti, nel movimento mondiale

contro la globalizzazione. Parlo della teorizzazione delle

due sinistre e di altro ancora. Altre innovazioni sono

state semplicemente annunciate e sono sembrate chiudere,

più che aprire, una discussione che le facesse penetrare

nella consapevolezza del corpo del partito. Mi riferisco,

per esempio, alla svolta antistalinista e a quella

nonviolenta. L’una rapidamente divenuta un’arma nelle

mani del gruppo dirigente ristretto per «giudicare» e

«sentenziare» sulla natura di questo o quel dissenso, in

totale incoerenza con l’ispirazione proclamata. L’altra

usata come leva per produrre una distinzione e una divisione,

i cui esiti si sono visti ancor meglio in tempi differiti,

nel movimento. Non è un caso che entrambe queste

ultime citate innovazioni abbiano incontrato i maliziosi

e interessati favori dei salotti buoni, di diversi

editorialisti dei maggiori quotidiani e di esponenti di rilievo

dei Ds. Io, per quel che vale la mia opinione, condivido

sia l’antistalinismo sia la nonviolenza, ma sono fermamente

convinto della necessità di discuterli a fondo e

soprattutto di coniugarli con l’ispirazione conflittuale e

rivoluzionaria del pensiero comunista, evitando di ridurli

a perbenismo di maniera, giacché in questa forma

procurano danni e funzionano come zeppe.

Vi è poi una innovazione che è stata solo annunciata, declamata,

salvo essere letteralmente contraddetta dai

comportamenti e dalle scelte politiche del gruppo dirigente

ristretto: la critica del potere. Credo non ci sia

neppure bisogno di elencare incongruenze di scelte politiche

e perfino di vita interna di partito per dimostrare

come la critica del potere sia rimasta solo sulla carta, anzi

nell’etere visto che non è stato organizzato neppure uno

straccio di seminario per discuterne seriamente e collettivamente.

Io credo sia centrale, in modo riassuntivo

anche per tutte le altre innovazioni, ripartire dalla critica

del potere per coniugare in senso antagonista e realmente

rivoluzionario il pensiero comunista contemporaneo

e ogni innovazione che l’abbia attraversato. Credo,

in altre parole, che la nostra identità non sia così debole

da poter facilmente essere cancellata o contraddetta da

una pratica incoerente, ma nemmeno così forte, senza

sciogliere il nodo del potere, da poter funzionare da deterrente

verso nuove irrimediabili scissioni.

In buona sostanza sostengo che il paradosso di non avere

mai avuto scissioni esplicitamente identitarie potrebbe

essere risolto in negativo oggi e nel futuro subendo la

prima separazione in nome del superamento dell’identità

comunista o di un ritorno alla stessa nella versione ortodossa.

Ma anche, ed è per questo che bisogna battersi

nel congresso e dopo, in positivo. E cioè rimuovendo,

con la discussione e non con i colpi di scena, le incrostazioni

del politicismo e del primato del lavoro nelle istituzioni

dal nostro pensiero e dall’agire collettivo. Il che ci

continua a rimandare al nodo del potere.

Il tema del potere è troppo grande per essere affrontato da

me e in questa sede. Ma basta un’osservazione empirica

del nostro stato organizzativo per rendersi conto di come

la presenza nelle istituzioni sia ridiventato il vero e unico

tema di dibattito politico nel partito a tutti i livelli, con

buona pace del «fare società». Accanto alla promozione

nel futuro immediato di un approfondito dibattito, per me

irrinviabile, sul tema del potere, bisogna pure sottoporre a

una critica serrata i comportamenti politici figli dell’idea

che il potere è tutto, che la società chiede ma che ogni trasformazione

necessita del possesso delle leve del potere

per realizzarsi. Per non parlare della stessa forma verticistica

del partito, disegnata a immagine e somiglianza delle

istituzioni che si vorrebbero democratizzare e che finiscono

invece con lo spingere i gruppi dirigenti a usare il partito

per finalità perfino inconfessabili. Se ci saranno queste

due cose, un dibattito serio e teorico e un deciso intervento

sulle conseguenze del primato del potere nella

nostra vita quotidiana, forse si potranno mettere a valore

anche altre innovazioni nella effettiva rifondazione del

pensiero e dell’identità comunista. Dando a questi la forza

per resistere alle intemperie degli andamenti elettorali e

delle suggestioni illusorie fondate sul «nuovismo». Impedendo

nel futuro altre disastrose scissioni.


ROBERTO GRAMICCIA

MEDIA E CRISI POLITICA

DI RIFONDAZIONE COMUNISTA

Le riflessioni che seguono intendono fornire un contributo

al dibattito congressuale affrontando la questione

indifferibile della sopravivenza, della difesa dell’autonomia

e della riforma di Rifondazione Comunista, in un’ottica

che privilegi l’angolo visuale dei rapporti fra politica

e sistema della grande comunicazione.

Non c’è bisogno di dimostrare che in epoca pre-televisiva

un fenomeno come quello del «berlusconismo» non

avrebbe potuto verificarsi. La cosa è così evidente che

non ha bisogno di dimostrazioni. Meno scontata è l’ipotesi

secondo la quale nemmeno il «veltronismo», sinistramente

concretizzatosi nell’esperienza della fondazione

del Pd, prima, e nella sconfitta elettorale di questo

partito, poi, si sarebbe potuto realizzare al di fuori di una

sua precisa collocazione mediatica. Ugualmente da dimostrare

è l’ipotesi che il sistema dell’ipercomunicazione

abbia prodotto un terzo e non meno significativo fenomeno:

quello del «bertinottismo», attivo ormai da

molti anni e culminato nel clamoroso suicidio politicoelettorale

della sinistra.

Analizzerò il secondo e il terzo di questi fenomeni, precisando

di non voler annettere ai due «ismi» alcuna valenza

aprioristicamente spregiativa o demonizzatrice.

Ebbene nel caso di Veltroni è evidente che, in assenza di

una possibilità di enorme spettacolarizzazione di una

scelta apparentemente folle (spaccare il centrosinistra e

andare da soli, o quasi, alle elezioni), la proposta di cui

egli si è fatto portatore non avrebbe potuto convincere

DOSSIER CONGRESSO

nessuno. Il palcoscenico mediatico, cioè, ha creato l’illusione

che il politicamente impossibile potesse divenire

realtà. Ma c’è di più. Non è chi non veda come Veltroni,

uomo equilibrato e di intelligenza medioalta, non abbia

saputo porre un freno a un delirio narcisistico che ha

prodotto in successione: a) il salvataggio in extremis del

cavaliere ormai quasi decotto; b) una sconfitta elettorale

epocale; c) la liquidazione dell’alleato naturale per un

partito a vocazione riformistica.

La tesi che si vuole qui sostenere è che Veltroni si sia convinto

che le sue capacità di imbonitore totipotente, di

bravo ed eterno ragazzone capo-scout avrebbero prodotto,

con l’ausilio dell’amplificazione mediatica, l’attivazione

di sensazionali e benefici cortocircuiti, facendo

lievitare a dismisura i consensi elettorali. Ma ciò che Veltroni

sperava non è accaduto. La spettacolare personalizzazione

mediatica della campagna elettorale non ha prodotto

effetti significativi, se non quello di far passare la

tesi esiziale del voto utile.

Nel caso di Bertinotti la questione è di più grande rilievo

e di più lungo periodo. Il fatto che egli sia divenuto, nel

corso degli anni, l’unico volto televisivo della Sinistra radicale

deve aver fatto sì che egli finisse per identificarvisi,

sino al punto di deporre ogni esitazione nell’accettare,

da monarca assoluto, una sfida avventatissima: cancellare

ogni traccia di quella identità comunista che connota

la stragrande maggioranza del popolo alla sinistra del Pd,

e proporre sic et simpliciter lo scioglimento di Rifondazione

Comunista e la sua confluenza in un’indistinta e tremolante

gelatina di sinistra acomunista. Le conseguenze

le avevano previste in molti. Solo le proporzioni (bibliche)

della sconfitta hanno sorpreso. Anche qui, la supervalutazione

dell’elemento mediatico ha prodotto, più che

degli abbagli, delle vere e proprie crisi di amaurosi, un

accecamento insomma.

Bertinotti, in altre parole, ha continuato a essere considerato

comunista dai moderati ed è stato considerato anticomunista

dai comunisti, con la conseguenza inevitabile

che quasi nessuno lo ha votato. E siccome egli non rappresentava

ma era mediaticamente la sinistra, la

conseguenza è stata che comunisti, verdi e socialisti sono

spariti dal Parlamento.

Dicevamo che il «bertinottismo» è fenomeno di rilievo

maggiore e di più vecchia data proprio perché è del tutto

evidente che i consensi mediatici che hanno avvolto la figura

dell’ex segretario sono stati numerosi e duraturi

negli anni (anche se molto poco si sono tradotti in voti,

democrazia interna e legami autentici con le masse) e

hanno prodotto risultati molto concreti. Fra questi, l’elezione

di Bertinotti stesso a Presidente della Camera, cosa

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70

che è stata facilitata dal suo progressivo e definitfivo distacco

dalla tradizione e dall’identità comunista. È indubbio

che questo distacco ha prodotto uno scollamento

di parti costitutive del partito e un grande disorientamento

all’esterno di esso.

Per quanto riguarda il primo aspetto, intendo riferirmi a

una lacerazione che ha portato al formarsi, ai vertici del

partito, di una maggioranza autoreferenziale, arroccata

nella difesa del proprio leader e a una conseguente

emarginazione di tutte le altre componenti. Questa ferita,

resasi manifesta al Congresso di Venezia e non rimarginata

(come poteva apparire) a Carrara, ha prodotto

danni incalcolabili in termini di disaffezione da parte di

militanti e dirigenti non appartenenti all’apparato, i

quali sono praticamente stati messi nella condizione di

non operare. Oltre a ciò, si è assistito alla rimozione definitiva

di questioni che avevano bisogno di approfondimenti

teorici e traduzioni organizzative per essere affrontate

e agite in termini di classe.

Due esempi, fra quelli sui quali ho esperienza diretta: Sanità

pubblica e Cultura. Due terreni strategici per un par-

tito di classe a vocazione egemonica. Nel primo caso come

nel secondo, la totale assenza di indirizzo e di uno straccio

di riferimenti organizzativi sia a livello centrale che

periferico ha portato a una latitanza imbarazzante. In particolare

le vicende del quotidiano di partito sono state lo

specchio fedele di una schizofrenia che ha misurato la separatezza

fra la complessità e l’articolazione della cultura

che in qualche modo avrebbe dovuto far capo a Rifondazione

e un indirizzo goliardico-sessuoeuforico, nel migliore

dei casi acomunista, che ha mostrato tutti i limiti di

un’autoreferenzialità spericolata e autolesionistica.

Per quanto attiene la questione dei rapporti con il popolo

della sinistra, quella che si è creata inevitabilmente è

stata, anziché una connessione, una profondissima disconnessione

sentimentale. Una cosa che, evidentemente,

ha avuto molto a che vedere con la recente catastrofe

elettorale, amplificata dai numerosi errori tattici

che seguivano alle cocenti delusioni prodotte dall’esperienza

di governo.

Quello che si vuole qui sostenere è che l’insieme di questi

accadimenti, presumibilmente, non avrebbe potuto


verificarsi senza quel sistema di comunicazione di massa

che ha assunto il ruolo di conditio sine qua non della politica,

di quella reale, che produce effetti profondi sul consenso

e quindi favorisce l’aggregazione di veri e propri

inediti blocchi sociali.

Con questi argomenti non si vuole trascurare l’importanza

dei fenomeni socioeconomici reali, dei rapporti di

produzione, della precarietà, della povertà dilagante,

della messa in discussione del welfare, il loro rilievo e la

loro influenza sulle condizioni di vita dei singoli e delle

classi, come pure l’efficacia (autonoma dall’amplificazione

mediatica) di parole d’ordine (come quelle leghiste

e della destra populista) che si rivolgono alla pancia e al

senso di paura, di isolamento e di frustrazione dei ceti

popolari. Ciò si è determinato nel momento che ha conosciuto

il minimo storico di radicamento di Rifondazione

nella società e nei conflitti e il massimo di espressione di

una reazione popolare rozzamente ma legittimamente

antipolitica.

Quello che qui si vuole, in modo particolare, porre in evidenza

è che un elemento apparentemente sovrastrutturale,

come quello del sistema dell’informazione, della

comunicazione e dello spettacolo ha assunto un’importanza

decisiva e ha finito per interagire con questi fenomeni

con modalità non imprevedibili.

La televisione, insomma, amplifica l’importanza di elementi

soggettivi. Esalta le dinamiche perverse e americane

della cultura della leadership. Banalizza, crea miti e

demoni, illusioni e delusioni di massa. Allo stesso tempo

la diffusa consapevolezza del suo ruolo (si pensi alla funzione

immediatamente politica di una trasmissione

come Porta a Porta) può produrre delle vistose sopravvalutazioni

delle sue capacità di spostare il consenso. Insomma

quella che si configura è una atmosfera virtuale

da gioco d’azzardo, una specie di aura pokeristica, grazie

alla quale tutto sembra divenire possibile, anche il bluff

più spericolato.

Il nostro partito se vuole rinascere, deve fare i conti con

questo autentico processo di psichiatrizzazione della politica

che crea improbabili monarchi assoluti, la cui unica

legittimazione è la presenza e il gradimento in televisione.

Ogni monarca ha la sua corte, fatta di cortigiani in

buona e cattiva fede. Da qui alla costituzione di microoligarchie

che, nei partiti, si impadroniscono – letteralmente

– del potere, il passo è breve. Nel caso del «berlusconismo»

questo potere è indubbiamente più forte per

motivi evidenti (capacità personali, risorse, spregiudicatezza,

controllo dei media). Nel caso del «veltronismo»

le basi di questo potere sono più fragili. In quello del

«bertinottismo», il gigante ha i piedi di argilla.

DOSSIER CONGRESSO

Del resto come si può pensare di battere Berlusconi, affrontandolo

sul terreno a lui più favorevole? Il punto, allo

stato attuale, è che non c’è più tempo. Siamo veramente

arrivati all’ultimo atto. Ecco perché il prossimo non sarà

un congresso come gli altri.

Gli schieramenti che si creeranno inevitabilmente, vista

anche la sciagurata scelta di un congresso a mozioni, dovranno

– finalmente – mettersi alle spalle ambiguità e

tatticismi. Altrimenti c’è il rischio che chi vincerà si troverà

a dover assistere un moribondo. Ora questa eventualità

è evidentemente meno imbarazzante per chi ha in

mente una prospettiva di «superamento» del partito. È

gravissima invece per chi il partito vuole mantenere in

vita e rinnovare, proprio per creare le condizioni dell’Unità

a sinistra (non è chi non veda, infatti, come la

questione comunista in Italia riassuma in parte cospicua

quella della sopravvivenza stessa di una Sinistra antagonista).

È indispensabile, insomma, che qualsiasi alleanza capace

di prefigurare un nuovo assetto del gruppo dirigente

ritrovi nella lotta più vigorosa alla cultura e alla pratica

del liderismo mediatico il suo fondamento. Bisogna guarire

il partito da questa malattia. Depsichiatrizzarlo, liberandone

le energie creative più originali. Metterlo in

condizione di mostrare la sua diversità, riattualizzando la

lezione di Berlinguer sulla questione morale, con scelte

che scoraggino il consolidarsi di un ceto politico candidato

a sostituire il corpo vivo del partito con una piccolo

gruppo di yesmen.

Sono necessarie: una lotta a fondo contro la spettacolarizzazione

della politica; una rotazione dei dirigenti che

vanno a rappresentare in televisione il nostro partito;

una scelta del nuovo segretario libera da coazioni di telegradimento

e da condizionamenti interessati di forze

esterne. Serve una attento studio collettivo delle modalità

di comunicazione e una attenzione rinnovata alla formazione;

una valorizzazione critica dei rapporti con il

mondo della comunicazione, della cultura e dell’arte a

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72

partire dal potenziamento del Dipartimento Cultura;

un’attenzione particolare al quotidiano di partito e a

tutte quelle vicende collegate con lo sviluppo del senso

comune, con la volgarizzazione del pensiero critico, con

la esasperata separazione del sapere e del fare, tanto utile

alla progressiva penetrazione del pensiero unico.

Sono questi alcuni dei punti nodali su cui intervenire

nella prospettiva della ricostituzione di un partito inteso

come intellettuale collettivo, finalmente vaccinato dalle

forme più deteriori di liderismo. Naturalmente questo

non può significare trascurare i piani diciamo così tradizionali

del nostro intervento: l’inchiesta, la presenza nei

territori e nelle vertenze sociali, il legame coi movimenti,

col mondo del lavoro, con quello della precarietà e

così via. Questi terreni di intervento sono fondamentali

ma la loro reiterata elencazione rischia di diventare una

stanca liturgia, se non si cambia il partito dal profondo e

non lo si rimette in piedi.

Nel frattempo si dovrà sviluppare la riflessione su un più

generale piano teorico. Le categorie dello storicismo tradizionale,

come è evidente, non sono più sufficienti.

Nuove e più complesse implicazioni psicologiche, sociologiche

e antropologiche sono prodotte dal sistema dei

media borghesi, dalla progressione del dominio globalizzato

della tecnica e delle leggi del profitto. Si tratta di

implicazioni che coinvolgono non solo i destinatari della

comunicazione ma anche i comunicatori. Ne fanno dei

profeti, quasi sempre dei falsi profeti. E noi di profeti

non abbiamo bisogno.

Se non faremo tutto questo oggi, al prossimo e decisivo

Congresso e dopo, cambierà l’attore principale (magari ci

sarà Vendola al posto di Bertinotti) ma non lo spettacolo

(desolante spettacolo). Questo non deve accadere.


ANDREA DEL MONACO

LA PROGRAMMAZIONE E LA RICOSTRUZIONE

DELL’EGEMONIA CULTURALE

Revelli: «I comunisti nel Novecento studiavano più degli

altri […]. Oggi non studia più nessuno».

Amato: «Non c’era Ministro del Tesoro che non sudasse

freddo di fronte alle interrogazioni parlamentari del senatore

comunista Bollini».

«Caro Revelli i comunisti nel Novecento erano coloro

che studiavano più degli altri…» iniziai. «Oggi non studia

più nessuno, né a destra, né a sinistra» mi rispose

immediatamente. Continuai: «Non credi che una differenza

cardine tra destra e sinistra sia stata il dotarsi di

strumenti culturali necessari alla battaglia politica e che

oggi, al contrario, ci sia un’inadeguatezza culturale dei

gruppi dirigenti di sinistra?». «Più che di inadeguatezza

culturale parlerei di analfabetizzazione delle élites politiche

[…] il loro giocare più che acculturarsi, il giocare sul

terreno del gossip» rispose nuovamente. Il 14 dicembre

2007 a Roma potei porre tali domande a Marco Revelli

durante la presentazione del suo volume Sinistra, Destra,

L’identità smarrita con Gianni Riotta, Fausto Bertinotti,

Giuseppe Laterza. Tali parole hanno una sorprendente

assonanza con quanto detto da Giuliano Amato alla conferenza

della Fondazione Rodolfo De Benedetti il 24

maggio 2008 a Gaeta nel dibattito su La selezione della

classe dirigente: «I parlamentari migliori che ho conosciuto

sono quelli comunisti. Io sono stato Ministro del

Tesoro per la prima volta nel 1988. Ero docente ordina-

DOSSIER CONGRESSO

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rio, avevo varie pubblicazioni alle spalle in materia di diritto

e di economia […] mi presento al Senato alla Commissione

Bilancio, beh… non c’era Ministro del Tesoro

che non sudasse freddo di fronte alle interrogazioni parlamentari

del senatore comunista Bollini. Io non so se il

senatore Bollini fosse laureato ma veniva da un serbatoio

formativo, il Pci, che mandava persone in Parlamento

e le specializzava sulla base delle esperienze precedenti

(ad esempio enti locali, sanità). Il Pci le faceva studiare».

Più avanti Amato ha sottolineato come «tra una riunione

della direzione di qualunque partito degli anni

Cinquanta e quelle di oggi c’è una enorme differenza. Allora

c’erano persone di grande qualità intellettuale, c’era

un intellettuale politico che connotava la classe dirigente

di quel tempo. Esso si è perso. A forza di sentirsi dire

in televisione che non hanno più di 30 secondi i cervelli

dei politici si sono essiccati alla misura dei trenta secondi,

sembrano un rullo che non ha idee superiori a quelle

comprimibili in quel lasso di tempo». Le parole di Revelli

e Amato sembrano registrare due dati comuni:

l’inadeguatezza intellettuale della classe dirigente italiana

rispetto all’inizio della prima Repubblica, la fine della

differenza di preparazione culturale tra destra e sinistra;

quest’ultima è scomparsa anche perché non più superiore

intellettualmente, quindi non più capace, ergo efficace,

di conseguenza non più socialmente e politicamente

utile. Utile per chi? Per il proprio blocco sociale di riferimento:

lavoratori dipendenti e precari, immigrati,

pensionati, ceti produttivi radicali, militanti in difesa

dei beni comuni, del movimento femminista e omosessuale.

Sicuramente tali soggetti sociali non ci hanno ritenuto

utili il 14 aprile 2008.

Purtroppo il crollo elettorale della sinistra non ha avuto

analisi adeguate delle sue ragioni. La paura di affrontare

i propri limiti produce forti rimozioni. È un classico

meccanismo di autodifesa, legittimo ma pericoloso: al

crollo potrebbe seguire la totale scomparsa alle prossime

elezioni europee. Il 14 aprile 2008 ha sanzionato formal-

mente che la sinistra negli ultimi anni è stata marginale,

non minoritaria. È finito il ciclo di forte egemonia post

1960 con lo sviluppo economico, l’espansione del welfare

State e il rafforzamento dell’operaio fordista; la globalizzazione

liberista ha indebolito lo Stato-nazione e la

sua classe operaia; il decentramento della produzione ha

frantumato il lavoro e ha sottratto il ruolo di governo alla

politica, sempre più debole. Partiamo dagli ultimi trenta

anni: dopo la sconfitta alla Fiat nel 1980 suggellata dalla

marcia dei 40.000, i lavoratori sono stati indeboliti nel

potere d’acquisto dei salari e nelle tutele contrattuali

dall’abolizione della scala mobile, dagli accordi di politica

dei redditi del luglio ’93 con l’introduzione dell’inflazione

programmata, dal pacchetto Treu e dalla legge 30.

Vi è stato un progressivo indebolimento della rappresentanza

del lavoro sia politica che istituzionale. Dopo lo

scioglimento del Pci, si sono confrontati l’efficientismo

amministrativista alla Bersani e la verbalizzazione del

disagio: il primo ha replicato l’esistente, nel caso migliore

ha aumentato i diritti rafforzando il paradigma della

competitività (come sostiene Bellofiore definendo il liberal-sociale),

la seconda ha posto domande con alti

contenuti etici ma non ha fornito soluzioni delegandole

ai moderati al governo: da qui il problema dell’efficacia

della politica. L’elettore potenzialmente di sinistra si è

spesso trovato a dire «Hai ragione tu, ma scelgo lui», il

centro del centrosinistra.

La questione del governo, nazionale e locale, è stata affrontata

in modo sbagliato: o come un pericoloso cedere

alla seduzione del potere (spesso sottopotere) o come

una scelta tattica. Al contrario esercitare la funzione di

governo dovrebbe essere un segno di sicurezza nel proprio

progetto sul Paese, progetto che è totalmente mancato.

Senza ambizione di egemonia culturale, non si governa

la composizione di classe dalla parte del lavoro. Gli

elettori hanno percepito l’inefficacia della sinistra (all’opposizione

e al governo): limitandosi alla denuncia,

essa ha disprezzato la ricerca di soluzioni operative per


contrastare concretamente la precarizzazione del lavoro,

la finanziarizzazione dell’economia, l’uso speculativo dei

beni comuni che caratterizzano l’attuale fase globalizzata

del liberismo di mercato. Quando il centrosinistra nel

2006 ha vinto le elezioni di un soffio gli esponenti della

sinistra non si sono preparati adeguatamente. Con alcuni

compagni (Gallino, Leon, Garibaldo, Tiziano Rinaldini,

Santoro, Barbanente, Barbieri, Brenna, Ottaviano,

Santoro, Di Lello, Canesi, Gabriele, Girardi, Baronti, Romano,

Ferrari, Carra), in un appello sul Manifesto del 30

novembre 2007, sostenemmo che la Sinistra, per essere

efficace, avrebbe dovuto assumere l’orizzonte del lavoro

esprimendo una più avanzata cultura politica e sottolineammo

come: 1) alla necessaria azione per la redistribuzione

della ricchezza dovesse aggiungersi una capacità di

intervento nelle fasi di produzione delle risorse; 2) alla

politica alta dovesse affiancarsi un’adeguata attenzione

per il come, ovvero per il governo dei processi; 3) alla

vertenzialità, alla prassi emendativa della politica dei

moderati dovesse unirsi una generale proposta di sviluppo

qualificato che informasse la spesa dei 100 miliardi

(fondi europei e nazionali) per il Sud per il 2007/2013.

Aggiungemmo che la Sinistra avrebbe dovuto affrontare

il cruciale problema del modello di specializzazione produttivo

italiano e del suo ruolo internazionale, a partire

dal Mediterraneo; avrebbe dovuto elaborare una nuova

proposta sul sistema produttivo nazionale, integrata a

nuove politiche sociali e territoriali e inserita in una

nuova politica europea di sviluppo. Il quadro globale di

riferimento avrebbe dovuto rispondere a tre esigenze: a)

generazione di innovazione; b) anticipazione della domanda;

c) riduzione del disavanzo della bilancia tecnologica,

massimo fattore del disavanzo della bilancia commerciale.

Queste esigenze avrebbe dovuto essere ancorate

a una rigorosa ricognizione delle domande sociali

insoddisfatte dall’attuale disponibilità di prodotti e servizi

offerti dalle imprese italiane. Il governo e le Regioni

avrebbero dovuto individuare le filiere strategiche, i corrispondenti

settori della ricerca e i bacini di produzione

(Nord, Centro, Sud Italia). Rimanemmo totalmente inascoltati.

La nostra proposta di lavoro voleva intrecciare il

lavoro della delegazione al governo nazionale con quello

nei governi regionali. È bene ricordare come a Caserta

nel gennaio 2007, nel seminario Governo-partiti dell’Unione,

Prodi avesse presentato come una scommessa

l’investimento di quei 100 miliardi.

Poiché la spesa ordinaria è mangiata da bollette e stipendi

della Pubblica Amministrazione quelle risorse (40 miliardi

al Governo, 60 miliardi alle regioni) di spesa aggiuntiva

per la programmazione delle politiche di svilup-

DOSSIER CONGRESSO

po sono la partita su cui si gioca la dialettica capitale-lavoro

e destra-sinistra. Inoltre tali fondi sono lo strumento

di riproduzione del consenso delle classi dirigenti meridionali

e di parte dei profitti della mafia, come rivelano le

indagini di De Magistris e dell’Olaf. Ma per avere una dialettica,

ci vogliono due soggetti in azione con due proposte

differenti. Triste verificare che a volte i nostri rappresentanti

non erano a conoscenza né del totale delle risorse

a disposizione, né degli strumenti di programmazione,

né conoscevano i funzionari pubblici con la responsabilità

di gestione delle risorse. E qui tre questioni tra loro intrecciate

per l’attuale classe dirigente: quella della capacità,

quella della competenza, entrambe legate alla questione

dell’efficacia. La competenza è necessaria (ma non

sufficiente) per avere capacità, la capacità è necessaria

(ma non sufficiente) per essere efficaci. Che la precarietà

fosse brutta, i precari erano stufi di sentirselo dire; che i

termovalorizzatori inquinassero, i movimenti già lo sapevano.

La sinistra si è limitata al cahier de doléances. Troppe

volte si è sentito ripetere «siamo contro la precarietà,

contro i termovalorizzatori». E alla domanda proferita:

«Sì ma come?» sopraggiungeva la risposta: «Come se la

vedono loro, io mi occupo di alta politica non di questioni

tecniche». Il 3% del 14 aprile è anche qui: un precario

perché avrebbe dovuto votare una sinistra senza competenze,

organizzazione e proposte contro il capitale che genera

la sua precarietà? Chi non vuole i termovalorizzatori

perché avrebbe dovuto votare una sinistra che non sa

nemmeno quanti fondi il governo e le Regioni hanno a disposizione

sulla raccolta differenziata? Il disprezzo per le

soluzioni operative, il disprezzo per il come è una delle

cause fondamentali del crollo elettorale. Chi vuole rappresentare

il lavoro ha il dovere di essere più competente

e organizzato del capitale.

Triste verificare che quando era presente la competenza

tecnica non c’era una programmazione di sinistra delle

risorse: non c’era differenza col Pd. Triste verificare che

di fronte a una proposta di sinistra non ci fosse la neces-

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saria attenzione per farla divenire egemonica. Farò un

breve esempio. Un recente leit motiv bipartisan è quello

dello spreco delle risorse pubbliche per le imprese meridionali.

Precedente leit motiv bipartisan invece era

quello sul sostegno agli investimenti nel Sud. Pochi però

sottolineano come la politica industriale, dopo la fine

dell’intervento straordinario, sia consistita in incentivi

alle aziende per l’occupazione e per il trasferimento tecnologico:

nel primo caso, finito l’incentivo, i nuovi occupati

sono stati licenziati, nel secondo le imprese hanno

comprato beni strumentali prodotti in Germania o in

Francia (dando commesse a imprese tedesche o francesi

e quindi lavoro a lavoratori stranieri con risorse italiane).

Bene, durante l’esame in Senato della legge finanziaria

2008, con Sergio Ferrari scrissi un emendamento

presentato da Tecce, Mele, Russo Spena e Sodano: esso

contrapponeva agli incentivi automatici dell’art. 70 della

Finanziaria un programma nazionale di ricerca e reindustrializzazione

per selezionare le filiere produttive generatrici

di innovazione e disponibili a trasferire sul piano

industriale i risultati della ricerca finanziata. L’emendamento

non passò poiché secondo i moderati del centrosinistra

le imprese per assumere hanno bisogno di liquidità

(credito d’imposta, stages pagati dallo Stato): nessun

vincolo di innovazione e incentivi per tutti. Il Pd era egemone

nella gestione delle risorse che avrebbero dovuto

finanziare le imprese ma non aveva una politica industriale

selettiva delle filiere virtuose: non avrebbe potuto

averla perché le filiere non meritevoli, se non più incentivate,

sarebbero insorte. Del resto un autorevole

esponente di Confindustria, di fronte all’obiezione sull’inutilità

degli incentivi automatici, mi rispose: «Lei ha

ragione, ma io rappresento tutta la Confindustra, quindi

se non sostenessi gli incentivi per tutte le filiere quelle

escluse protesterebbero».

La Sinistra, per rappresentare il lavoro, dopo un’analisi

critica del capitalismo italiano nella globalizzazione,

avrebbe dovuto elaborare una proposta sul sistema pro-

duttivo che ricollocasse il Paese nella fascia alta della divisione

internazionale del lavoro e creare posti di lavoro

stabili e di qualità. Sarebbe stata più forte nel governo

nazionale e nelle Regioni. E forse Prodi non sarebbe caduto.

Ma veniamo all’oggi. Per risorgere, è necessario

accompagnare a un nuovo insediamento territoriale una

capacità di proposta che faccia dire al nostro elettore «ti

voto perché se governerai sarai capace di tutelare i miei

interessi di lavoratore e difenderai per esempio i beni

comuni». Tra meno di due anni ci saranno le elezioni regionali.

Per essere credibile una sinistra deve avere delle

soluzioni. Partiamo da due emergenze: rifiuti e lavoro al

Sud. Dove siamo al governo, ma anche dove siamo all’opposizione,

per guadagnare consenso in modo serio, dovremmo

avere proposte rigorose.

Sui rifiuti di Napoli (ma vale ovunque) Guido Viale l’ha

scritto sul «manifesto» inascoltato: è sufficiente applicare

le priorità della normativa nazionale, campana e

dell’Unione Europea (riduzione dei rifiuti, riciclo, recupero

di ciò che è impossibile riciclare, smaltire l’irrecuperabile);

la Campania produce 6/7000 tonnellate di

nuovi rifiuti urbani ogni giorno, di cui in peso il 40%

sono imballaggi e il 10% prodotti usa e getta, di cui, in

volume, vetro, carta, plastica e cartone occupano il 60%

in discarica e nei cassonetti il 90% dello spazio disponibile;

il rimanente è composto da materiale organico e

mobili ed elettrodomestici che non hanno specifici centri

di raccolta. Per fermare tale flusso di rifiuti si deve: 1)

fino al ritorno alla normalità, proibire la vendita dei prodotti

usa e getta: in sostituzione dei pannolini, i Comuni,

potendo risparmiare sullo smaltimento, possono anche

regalare a chi ne ha bisogno moderni prodotti lavabili

(come avviene a Reggio Emilia) più economici, igienici e

meno costosi da smaltire; 2) proibire stoviglie usa e getta

e, temporaneamente, fornire servizi mobili di lavaggio a

mense e fast food; 3) bloccare all’uscita della catena distributiva

tutte le bevande e detersivi in vuoti a perdere

(tranne l’acqua minerale dove quella di rubinetto non è


potabile) organizzando la semplice distribuzione con

riutilizzo del contenitore; 4) imitando il Nord Europa e

alcune distribuzioni italiane, eliminare tutti gli imballaggi

superflui aspettando che tutti i distributori abbiano

i servizi logistici per garantire l’uso di vuoti a rendere e

dispensatori di prodotti sfusi. Nell’attesa, hic et nunc, si

devono spacchettare alle casse dei supermercati e ai

banchi dei negozi i prodotti acquistati per inviare gli imballaggi

superflui agli impianti di riciclaggio. I volontari

di Lega Ambiente a Natale, con la campagna «disimballiamoci»,

hanno dimostrato ai consumatori come disfarsi

degli imballaggi superflui: analogamente i lavoratori

campani addetti a una raccolta differenziata inesistente

possono essere utilizzati subito per tale azione di

spacchettamento; essa deve essere obbligatoria sottolineando

ai campani che è l’unica soluzione per eliminare

i cumuli di rifiuti. Ci sono i soldi? Assolutamente sì,

sono una quota congrua dei suddetti 100 miliardi. Basta

programmarne la spesa con gli obiettivi appena descritti.

La Sinistra in Consiglio e Giunta regionale, se vuole,

può assumere questa proposta come priorità, usarla

come strumento di battaglia politica, rivendicarla alle

prossime elezioni.

Analogamente, sulle politiche di sviluppo per il Sud,

strumento essenziale per aumentare l’occupazione, una

delle poche proposte innovative è quella formulata da

Marco Canesi in L’altra globalizzazione. L’autore suggerisce

un bacino produttivo autocentrato esteso dal Napoletano

alla Sicilia basato su due interventi: 1) l’Alta capacità

(non Alta velocità) Napoli – Reggio Calabria dovrebbe

essere spina dorsale delle regioni meridionali, attraversando

i territori interni; inoltre con una nuova linea ferroviaria

Potenza-Foggia-Melfi, Potenza potrebbe divenire

un nodo ferroviario irrinunciabile, realizzando una

connessione est-ovest, in grado di offrire a ogni treno

l’opportunità di scegliere tra la direttrice adriatica e

quella tirrenica, a seconda delle loro specifiche condizioni

di carico; 2) Il secondo intervento riguarda, tout

DOSSIER CONGRESSO

court, la creazione di due nuove città policentriche, una

città apolo-lucana (Potenza, Tricarico, Ferrandina, Matera,

Altamura, Gravina, Genoano, oltre a un polo di fondazione

nell’intersezione tra la SS 96 Bis Potenza-Bari e

la Bradanica, che unisce Foggia e Taranto) e una calabrese

(Cosenza, Rogliano, Serrastretta, Catanzaro, più gli

insediamenti limitrofi) entrambe di circa 250.000 abitanti,

con un intorno interurbano di almeno 500.000

abitanti. Basterebbe relativamente poco: un adeguato

servizio ferroviario regionale che, in sinergia con l’Alta

capacità, legasse in relazioni urbane (60 minuti) tali

gruppi di comuni che comporrebbero le due città policentriche.

Il nuovo bacino produttivo, oltre a valorizzare

le esistenti attività del made in Italy, potrebbe puntare

sulla filiera dei prodotti intermedi (di cui il Sud è carente)

e su alcuni suoi porti come snodo dei flussi commerciali

tra Est e Ovest. Con la crescita delle «tigri asiatiche»

ai fronti portuali del Nord America (Los Angeles-

New York) e del Nord Europa (Rotterdam, Amburgo…)

si è aggiunto quello Singapore-Oriente. Come sostiene

Ugo Marchese in Economia dei trasporti marittimi la conseguenza

è stata l’affermazione nel sistema dei trasporti

del modello hub and spokes: in primis, le merci, quasi

tutte containerizzate, sono imbarcate su navi grandi

(navi mother) e sbarcate in pochi grandi porti (hub) situati

lungo rotte pendulum, itinerari di diretta connessione

tra i sistemi portuali delle maggiori aree economiche;

in secundis, le merci sono reimbarcate su navi di minori

dimensioni (navi feeder) e recapitate alle loro

specifiche destinazioni (spokes). Le economie di scala,

dovute a un uso più produttivo di navi più grandi, compensano

abbondantemente l’incremento dei costi causato

da maggiori rotture di carico e dal ricorso all’intermodalità

ferro-acqua.

In particolare Taranto, Gioia Tauro e Crotone, opportunamente

attrezzate, potrebbero competere con i porti

olandesi e tedeschi: le merci provenienti dal Sud-Est

asiatico, in rotta verso il Nord America, potrebbero fare

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scalo per il Mediterraneo invece che per l’Atlantico. Per

Canesi, usando i porti italiani, l’itinerario marittimo sarebbe

più breve, si potrebbero usare più sicuramente

navi di maggiore dimensione, gli armatori potrebbero

guardare contemporaneamente al mercato europeo e

nord-americano e, in prospettiva, a quello nord africano

e mediorientale. I tre porti italiani, oltre che nella scomposizione-ricomposizione

dei containers, potrebbero

sia specializzarsi nelle lavorazioni finali (assemblaggio,

confezionamento, reimballaggio, spedizione) di importanti

produzioni manifatturiere, sia proporsi come polo

della meccanica strumentale pesante necessaria all’industria

di base. I settori interessati sarebbero quelli dei

beni strumentali per siderurgia, raffinazione del petrolio,

petrolchimica, per la costruzione dei mezzi di trasporto

ferroviari, per la movimentazione merci, per la

cantieristica, oltre la cantieristica stessa, e infine la produzione

di energia: attenzione particolare merita il programma

di ricerca sviluppato da Rubbia (finanziato in

Spagna invece che in Italia) nell’ambito dell’energia solare

di tipo termodinamico, unica fonte energetica rinnovabile

e pulita in grado di soddisfare in modo economico

e globale la domanda. La meccanica pesante sarebbe

chiamata a produrre, insieme ai tradizionali

componenti di una centrale a gas (turbina, alternatore),

nuovi componenti: ad esempio serbatoi e condotti di alta

qualità. L’Italia potrebbe assumere un nuovo modello di

specializzazione produttiva, le attività di logistica, sia per

le reti lunghe che per le reti corte, potrebbero assumere

un ruolo di terziario cardine di un modello di sviluppo

alternativo. Le piccole e medie imprese meridionali potrebbero

darsi la rete stretta come forma di governo e

completare le filiere produttive di cui necessitano, assegnando

ai Paesi del Sud Mediterraneo le proprie fasi

produttive a maggior intensità di lavoro e fornendogli

formazione professionale e beni strumentali. L’Italia e il

resto del Mediterraneo potrebbero così formare una

nuova autonoma area economica per fornire su scala

mondiale un’offerta produttiva alternativa a quella delle

multinazionali e delle loro reti, un’offerta produttiva

dalla parte del lavoro e dei lavoratori.

La Sinistra, se vuole tornare a esistere, si deve assumere

la responsabilità politica e intellettuale di proposte di

tale livello.


I Giovani e Comunisti raccolgono l’appello alla mobilitazione e

alla solidarietà internazionale lanciato dai compagni del KSM

contro la messa al bando dell’organizzazione giovanile ceca.

La sentenza contro il KSM rappresenta un attacco ai diritti

democratici e alla libertà di espressione e, in particolare, al

movimento comunista: ad essere condannata è, infatti, l’idea

stessa che sia essenziale lottare per una società più giusta,

che ponga fine a guerra e sfruttamento.

Respingiamo con particolare forza il tentativo ignobile – in

atto anche nel nostro Paese – di equiparare comunismo e

fascismo e, rinnovando la nostra solidarietà ai compagni del

KSM, ci impegniamo a promuovere nel nostro Paese azioni di

sensibilizzazione e mobilitazione internazionalista.

I Giovani Comunisti cechi

sono fuorilegge

Ma il futuro non può essere

proibito

Cari compagni e amici,

giovedì 24 aprile 2008 è stata ratificato all’Unione della

Gioventù Comunista della Repubblica Ceca (KSM) il

provvedimento del Tribunale Municipale di Praga con il quale

respinge il ricorso amministrativo avanzato dal KSM contro la

decisione del Ministero dell’Interno della Repubblica Ceca in

merito allo scioglimento dell’organizzazione giovanile

comunista. Con questo atto la proibizione del KSM da parte del

Ministero dell’Interno viene dichiarata pienamente legale.

La ragione ufficialmente addotta riguarda il suo obiettivo

programmatico: sostituire la proprietà privata dei mezzi di

produzione con la proprietà collettiva degli stessi. Un’altra

ragione utilizzata per giustificare la messa fuori legge del KSM è

la convinzione espressa dai giovani comunisti che sia necessario

lottare per un’altra società che non sia basata sui principi

capitalisti. L’attacco contro il KSM è di per sé una forma

inaccettabile di manipolazione politica e ideologica, che ha come

obiettivo i comunisti. Assistiamo a continue iniziative di

criminalizzazione degli interessi degli sfruttati e degli oppressi.

Questo passo del Ministero degli Interni è avvenuto in un clima

di generale disapprovazione da parte della maggioranza dei

cechi. La petizione a sostegno del KSM è stata firmata da

migliaia di cittadini cechi. Contro la decisione del Ministero

dell’Interno hanno protestato, ad esempio, organizzazioni di ex

combattenti contro il fascismo e membri del movimento di

resistenza partigiana. La petizione delle associazioni civiche è

sorta da un’iniziativa degli attivisti studenteschi che

denunciano le azioni intraprese dal Ministero dell’Interno contro

il KSM. Appoggio al KSM è stato espresso da diversi partiti

politici cechi. Grazie all’iniziativa dei deputati del Partito

Comunista di Boemia e Moravia (KSCM), le misure del

Ministero dell’Interno sono state discusse alla Camera dei

Deputati del Parlamento della Repubblica Ceca.

Dell’iniziativa del Ministero dell’Interno si è discusso molto

anche all’estero. Centinaia di organizzazioni giovanili,

studentesche e sindacali hanno manifestato la loro protesta.

Migliaia di persone hanno indirizzato le loro rimostranze al

Ministero dell’Interno e alle ambasciate della Repubblica Ceca

all’estero. Tra esse, molti membri di parlamenti nazionali e del

Parlamento Europeo, professori universitari ed ex combattenti

contro il fascismo. Sono state promosse diverse iniziative di

protesta di fronte alle Ambasciate della Repubblica Ceca in

numerosi Paesi.

Questo attacco contro il KSM ha costituito il culmine di una

campagna anticomunista che si protrae da tempo. Si pensi

soltanto alla petizione denominata «mettiamo fuori legge i

comunisti», al tentativo di approvare la legge per criminalizzare

le idee del comunismo, il movimento e il pensiero comunisti in

quanto tali, e all’equiparazione del comunismo con il fascismo e

i crimini fascisti. Le spinte alla proibizione del KSCM si sono via

via intensificate, insieme agli attacchi contro altre forze

progressiste e democratiche della Repubblica Ceca. È in atto il

tentativo di realizzare una revisione della Storia tesa ad

attaccare i comunisti, la tradizione e le esperienze progressiste,

democratiche e antifasciste. Tutte le campagne contro il

comunismo fanno uso, oltre che dei media, del sistema statale

di educazione pubblica.

Ci teniamo a sottolineare che la proibizione del KSM costituisce

un attacco contro tutto il movimento comunista, anche contro

il KSCM, che il potere statale non si è ancora azzardato ad

affrontare direttamente. Le relazioni tra il KSCM, uno dei partiti

politici più forti nella Repubblica Ceca, e il KSM si sono

consolidate con la presenza del presidente del KSCM Vojtech

Filip al VII Congresso dell’Unione della Gioventù Comunista.

Egli ha espresso il desiderio che le idee del KSM si diffondano

tra i giovani e ha aggiunto che «i membri del KSM

rappresentano nuova linfa vitale per il KSCM».

Il KSM chiama tutte le forze democratiche ad opporsi alla sua

proibizione da parte del Ministero dell’Interno e alle tendenze

anticomuniste e antidemocratiche dell’attuale potere statale.

Inoltre, il KSM assicura a tutti i suoi membri e amici che,

nonostante le proibizioni e le persecuzioni, non ha alcuna

intenzione di interrompere le proprie attività, la sua lotta per gli

interessi della maggioranza della gioventù (gli studenti, i giovani

lavoratori e i giovani disoccupati) e la sua lotta per il socialismo.

Il futuro non può essere proibito!

No alla proibizione dell’Unione della Gioventù Comunista!

No all’anticomunismo!

Per aderire alla campagna di solidarietà, scrivi a

info@esserecomunisti.it

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Comitato editoriale

Maurizio Acerbo

Gianni Alasia

Marco Amagliani

Pierfranco Arrigoni

Antonio Assogna

Jone Bagnoli

Giorgio Baratta

Imma Barbarossa

Katia Bellillo

Riccardo Bellofiore

Piergiorgio Bergonzi

Maria Luisa Boccia

Manuele Bonaccorsi

Vittorio Bonanni

Bianca Bracci Torsi

Nori Brambilla Pesce

Emiliano Brancaccio

Giordano Bruschi

Tonino Bucci

Alberto Burgio

Maria Rosa Calderoni

Maria Campese

Luigi Cancrini

Luciano Canfora

Guido Cappelloni

Gennaro Carotenuto

Bruno Casati

Luciana Castellina

Giulietto Chiesa

Francesco Cirigliano

Fausto Co'

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Aurelio Crippa

Roberto Croce

Marco Dal Toso

Walter De Cesaris

Peppe De Cristofaro

Josè Luiz Del Roio

Tommaso Di Francesco

Giuseppe Di Lello Finuoli

Piero Di Siena

Rolando Dubini

Gianni Ferrara

Guglielmo Forges Davanzati

Gianni Fresu

Mercedes Frias

Alberto Gabriele

Haidi Gaggio Giuliani

Francesco Germinario

Orfeo Goracci

Roberto Gramiccia

Claudio Grassi

Dino Greco

Margherita Hack

Alessandro Leoni

Lucio Manisco

Fabio Marcelli

Giovanni Mazzetti

Enrico Melchionda

Maria Grazia Meriggi

Enzo Modugno

Sabina Morandi

Raul Mordenti

Franco Nappo

Giorgio Nebbia

Saverio Nigretti

Alfredo Novarini

Simone Oggionni

Angelo Orlando

Franco Ottaviano

Gianni Pagliarini

Valentino Parlato

Armando Petrini

Gianmarco Pisa

Michele Pistillo

Felice Roberto Pizzuti

Giuseppe Prestipino

Marilde Provera

Riccardo Realfonzo

Alessandra Riccio

Paolo Sabatini

Giuseppe Sacchi

Luigi Saragnese

Marco Sferini

Vincenzo Siniscalchi

Massimiliano Smeriglio

Bruno Steri

Antonella Stirati

Mario Tiberi

Nicola Tranfaglia

Fulvio Vassallo Paleologo

Mario Vegetti

Massimo Villone

Luigi Vinci

Pasquale Voza

Maurizio Zipponi

Stefano Zolea

Stefano Zuccherini

Stefano Zuccherini

direttore – Bruno Steri

direttore editoriale – Mauro Cimaschi

direttore responsabile – Bianca Bracci Torsi

redazione – Mauro Belisario,

Silvia Di Giacomo, Marcello Notarfonso

email: redazione@esserecomunisti.it

diffusione e abbonamenti

email: abbonamenti@esserecomunisti.it

editore

associazione culturale essere comunisti

via Buonarroti 25 – 00185 Roma

stampa

tipografia Jacobelli – Pavona (Roma)

chiuso in tipografia il 18 giugno 2008

grafica

progetto grafico, impaginazione e service

editoriale: DeriveApprodi

registrazione

Tribunale di Roma

n. 170/2007 del 08/05/2007

anno II, numero 7, giugno 2008

bimestrale

Poste Italiane s.p.a. – spedizione in A.P.

70% Roma n. 96/2007

credits sulle immagini

I e II di copertina: Arcangelo; III di

copertina: Aurelio Bulzatti; p. 2: Fathi

Hassan; p. 6: Winston Smith; p. 11: Alex

Pinna; p. 14: Fede Serra; p. 18: Gilbert

Hage; p. 24: Meuschke & Blum; p. 27, p.

28: Endart; p. 32: Winston Smith; p. 38, p.

40: Valerio Cuccaroni; p. 42: Paolo

Brenzini; p. 46: Jannis Kounellis; p. 48:

Christian Thiel; p. 55: Kensington Gore; p.

56: M. Leiner; p. 60, p. 61, p. 64, p. 66, p.

70, p. 72, p. 73, p. 78: Arcangelo.

www.esserecomunisti.it

La notizia è che il nostro sito sta, giorno

dopo giorno, crescendo. Cresce

rinnovandosi: una nuova veste grafica,

nuove sezioni (a partire da quella

multimediale, arricchita ogni giorno con

nuovi audiovisivi), un doppio

aggiornamento quotidiano e già in

mattinata articoli e commenti sui fatti del

giorno. E ancora: più attenzione alla

cultura, una rassegna stampa più

completa e articolata, un maggior numero

di interventi, commenti e interviste

redazionali. E i risultati si vedono:

l’attenzione dei nostri lettori è in costante

crescita al punto che, dall’uscita del

secondo numero della rivista a oggi,

abbiamo guadagnato migliaia di contatti

giornalieri.

Insomma: ci stiamo ritagliando uno spazio.

Come la rivista ha bisogno degli abbonati

(e del loro sostegno, dei loro suggerimenti),

il sito ha bisogno dei lettori, della loro

fiducia e del loro sguardo critico. In questi

anni ce l’abbiamo fatta anche e, forse, in

primo luogo, grazie al fatto che la fiducia e

la critica non sono mai venute meno. E

grazie a voi, lettori e abbonati della rivista,

a cui chiediamo di moltiplicare per due il

vostro già preziosissimo lavoro di

suggeritori e critici: ciascuno di voi

coinvolga una nuova compagna o un nuovo

compagno, diffondendo la rivista e facendo

conoscere il sito (consultabile all’indirizzo:

www.esserecomunisti.it). Scommettiamo

che non rimarranno delusi?

Per la realizzazione di questo numero non

è stato richiesto alcun compenso.

Si ringraziano tutti gli autori e collaboratori.

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