Il diabete di tipo 2, una malattia della civilizzazione - Infodiabetes.it

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Il diabete di tipo 2, una malattia della civilizzazione

di Anna Chiambretti e Luca Monge

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Break the silence! è la campagna

mondiale voluta dall’International

Diabetes Federation e dall’Oms, che

nel dicembre 2006 ha portato alla

risoluzione dell’Onu sul diabete, la prima

che riguarda una malattia non infettiva

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Ogni 10 secondi nel mondo qualcuno muore a causa del diabete

e negli stessi 10 secondi altre due persone sviluppano

tale malattia. Il diabete di tipo 2 sta diventando un problema

di grande impatto sociale ed economico dovunque, tanto che

l’Organizzazione mondiale della sanità parla di epidemia: 246

milioni di persone oggi hanno il diabete e se non si interviene

diventeranno 380 milioni nel 2025. Nonostante questi dati

scioccanti, se ne parla troppo poco.

Break the silence!, rompi il silenzio, è la campagna mondiale

voluta dall’International Diabetes Federation (federazione di

società scientifiche diabetologiche e di associazioni pazienti

di tutti i paesi) e dall’Oms, che nel dicembre 2006 ha portato

alla risoluzione dell’Onu sul diabete – la prima che riguarda

una malattia non infettiva –, considerato alla stregua di tubercolosi,

malaria e Aids per via del suo impatto sulla salute e

perché, come loro, è prevenibile. La risoluzione invita tutti gli

Stati membri ad accrescere la conoscenza pubblica sul diabete

e a sviluppare politiche per la prevenzione, il trattamento e

l’assistenza. Cosa sta succedendo?

Questa malattia, sebbene già nota all’epoca degli Egizi e dei

Greci, era poco frequente fino alla fine della seconda guerra

mondiale e solo in seguito è esplosa. All’inizio è sembrato un

problema limitato all’Occidente, poi si è manifestato in maniera

ancora più rilevante nei paesi del cosiddetto Terzo Mondo. È un

luogo comune frequente ritenere che il diabete sia una malattia

dei paesi ricchi e che l’unico problema sanitario dei paesi poveri

siano la malnutrizione e le malattie infettive. Invece, la nazione

al mondo che attualmente ha più diabetici di tipo 2 è l’India

e l’incremento maggiore nei prossimi anni è previsto in paesi

più poveri: in Africa al 2025 l’aumento previsto è dell’80%! È

inoltre singolare il fatto che, se guardiamo una foto satellitare

notturna della Terra, le aree in cui c’è più diabete coincidono

con quelle più illuminate; il tasso di illuminazione è utilizzato

come indicatore di industrializzazione di una determinata area

geografica e l’associazione tra i due fattori visualizza come il

modello di sviluppo della società attuale sia strettamente collegato

con l’incremento del diabete. Come può lo sviluppo sia del

mondo occidentale sia dei paesi emergenti causare diabete,

obesità e altre malattie croniche? Perché il Medio Oriente avrà

più diabetici del Nordamerica? Perché i Bantù rurali quando si

trasferiscono in città sviluppano una malattia che prima non

conoscevano?


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C’era una volta il gene parsimonioso

La storia inizia con un indiano d’America e continua con un topo del

deserto israeliano.

Negli anni Sessanta alcuni epidemiologi scoprirono che mentre il diabete,

in progressivo aumento e perlopiù associato a sovrappeso e obesità,

colpiva secondo i paesi dall’1 al 3 % della popolazione di razza bianca,

negli Stati Uniti i membri di una tribù di indiani originari del Messico,

i Pima, erano fortemente obesi, e diabetici al 40-50%. Uno su due! Le

prime ipotesi di una malattia “ereditaria” sfumarono quando si seppe

che i membri della stessa tribù rimasti in Messico avevano sviluppato

un po’ più diabete dei bianchi, ma in proporzioni più basse, intorno

al 6-8%. Qualcuno intuì che la grande differenza era data dall’effetto

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dell’ambiente sul patrimonio genetico comune: i Pima rimasti in Messico

avevano mantenuto alimentazione e abitudini più vicine a quelle tradizionali,

mentre i Pima statunitensi erano passati in pochi decenni alla vita

sedentaria delle riserve e al cibo ipercalorico degli Usa. Successivamente

altri studi, in particolare quelli del ricercatore australiano Paul Zimmet, dimostrarono

che quanto era accaduto ai Pima li accomunava ad altre etnie

che, pur restando nel loro territorio, avevano in poco tempo radicalmente

mutato le loro abitudini (ad esempio, i Nauru, i Papua Nuova Guinea e

gli aborigeni australiani erano diabetici al 35-40%) e che nelle nazioni

occidentali le diverse etnie residenti erano colpite in maniera difforme:

nel 1995 negli Usa il diabete era presente nel 5% dei bianchi, il doppio nei

neri e tre volte tanto negli ispano-americani. Dato ancora più significativo,

si scoprì che popolazioni con scarsa o nulla presenza di diabete nei paesi

d’origine quando si trasferivano in paesi occidentali, o dalle aree rurali

alla vita urbana delle nazioni in via di sviluppo, in pochi anni arrivavano

a un’alta prevalenza di malattia – gli ebrei yemeniti trasferitisi in Israele

passavano dallo 0,2 al 12%, i cinesi emigrati alle Mauritius dallo 0,3 al

15% e i Bantù da una malattia pressoché sconosciuta nelle zone rurali al

3% nelle periferie pur sempre povere di Nairobi.

Fu soprattutto Zimmet che, riprendendo una teoria suggerita dall’americano

Neel nel 1962, fornì grandi evidenze epidemiologiche a quella che

tutt’oggi appare come l’ipotesi più suggestiva (anche se rimane un’ipotesi)

e convincente, che alla base di tutto ci sia un thrifty genotype (“genotipo

parsimonioso”), cioè un insieme di geni (frammenti di Dna) che per

migliaia di anni ha favorito la sopravvivenza degli esseri umani e che si è

ritrovato a “impattare” con le condizioni di vita della seconda metà del XX

secolo. Un patrimonio genetico sano che ci fa ammalare al mutare delle

abitudini. Un insieme di geni che tutti possederemmo in maniera più o

meno “concentrata”, secondo le condizioni più o meno dure di vita che

fino ai tempi recenti ci hanno caratterizzati come gruppi etnici.

L’Homo sapiens per la maggior parte dei suoi 200 000 anni di storia è

stato un cacciatore-raccoglitore, e tale è rimasto fino a poche generazioni

fa in moltissime aree del pianeta; inoltre, la disponibilità di cibo non

era costante e abbondante ma difficoltosa e intervallata da lunghi periodi

di carestia, diffusi anche nei paesi occidentali. Il cibo non era certo

pieno di grassi e di zuccheri né era facilmente conservabile, e il procurarselo,

cacciando o coltivando, comportava grande dispendio di energia. Un

patrimonio genetico che faceva sì che quando il cibo era disponibile fosse

facilmente assunto e immagazzinato poteva garantire la sopravvivenza

nei periodi di scarsità e, soprattutto, la fertilità, la gravidanza e l’allattamento.

Quindi gli individui più thrifty avevano più possibilità di resistere

e di trasmettere i loro geni ai figli; quanto più la vita è rimasta difficile in

una comunità, tanto più questi geni si sono conservati nella popolazione e

tanto più ne rendono i membri fragili di fronte ai cambiamenti.

Geni inespressi nelle condizioni di vita tradizionali divengono esplosivi al

loro rapido mutare. I bianchi di origine europea, dunque anche americani

e australiani, forse per la più graduale esposizione alla “modernizzazione”,

presenterebbero tale patrimonio in una forma più “diluita”, ma

sufficiente a evidenziarsi quanto più cambiano le condizioni ambientali,

come dimostra il fatto che anche in Europa, Usa e Australia il diabete nei

bianchi è negli ultimi 20 anni più che triplicato (in Italia dal 2 al 6-7%).

Il genotipo risparmiatore tratterebbe l’abbondanza come qualcosa di

cui approfittare, non tenendo conto del fatto che essa è sproporzionata

all’attuale sistema di vita dove l’attività fisica è sempre più ridotta.

Solo negli ultimi 200 anni l’obesità è diventata un fenomeno diffuso,

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mentre nei millenni precedenti mancava l’occasione di accumulare troppo

grasso; una lieve obesità, poi, è sempre stata segno di benessere

e di fertilità e socialmente incoraggiata. Ma i geni ci permettevano di

diventare obesi solo se l’ambiente lo decideva. Inoltre, le prospettive di

durata di vita fino a pochi anni fa erano molto limitate in tante parti del

mondo. La durata di vita attuale era una pura utopia e non aveva importanza

che quei geni vantaggiosi potessero in altre condizioni e passato il

periodo riproduttivo causare malattie. Il genotipo, quindi, si manteneva.

Poi tutto, anche nei paesi più poveri, è rapidamente cambiato: sistemi

di vita, di produzione, urbanizzazione, lavori sedentari, facile accesso a

cibo fast, ipercalorico, a basso costo e incoraggiamento ad abusarne…

Oggi il vantaggio evolutivo è andato perso ed essere “parsimoniosi”

procura obesità e diabete (qualcuno parla di diabesity) e probabilmente

altre patologie spesso associate a essi. Oggi la diabesità si manifesta in

età sempre più precoce, in giovani e bambini.

Il genotipo risparmiatore quindi andrebbe inserito nel gruppo di patologie

della civilizzazione. Eppure, in una vita di benessere ma appena

meno “snaturata” ciò non accadrebbe, o accadrebbe molto meno, come

abbiamo imparato da un topo del deserto israeliano, lo Psammomys

obesus: magro e sano nel suo habitat naturale, quando è tenuto in laboratorio,

sottoposto a un’alimentazione ipercalorica e continuativa, diven-

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ta obeso e in otto casi su dieci diabetico. La cosa ancora più interessante

è che se gli si permette di muoversi e lo si fa mangiare con misura non

sviluppa nulla. Inoltre, quando è “ammalato”, se viene riportato alla vita

precedente, le alterazioni del metabolismo scompaiono!

Questa scoperta ha portato a grandi risultati quando applicata a persone

con alterazioni iniziali della glicemia, dimostrando che se riducevano

anche di poco – 5-7 chili – il sovrappeso e camminavano mezz’ora al

giorno diventavano diabetici al 60% in meno di chi non cambiava abitudini.

Quindi c’è speranza di contrastare una delle più grandi minacce alla

salute, che nei paesi in via di sviluppo rischia di diventare un’emergenza

umanitaria insostenibile. L’Oms prevede che nei prossimi 10 anni il 60%

dei diabetici di tutto il mondo sarà in Asia, e oggi in India un diabetico per

curarsi deve spendere all’anno un terzo del reddito di tutta una famiglia!

Non esiste altra strada che la prevenzione per invertire un “destino”

che tale non è.

Una malattia della globalizzazione

In questo intreccio di meccanismi alla base della malattia diabetica un

ruolo fondamentale è svolto dal peso corporeo o, meglio, dell’eccesso di

peso, per quanto un certo sovrappeso possa essere anche vantaggioso.

Pensiamo a quello che nelle donne si accompagna a un accumulo di


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grasso a “pera”, sui fianchi e sui glutei, e che nelle civiltà antiche era

ritenuto, correttamente, fattore favorevole alla fertilità. Ma c’è un sovrappeso

dannoso, quello a “mela”, conseguente all’accumulo di grasso addominale

che ha una stretta relazione con le malattie del metabolismo

come il diabete e con le malattie cardiovascolari. Oggi più del 60% della

popolazione degli Usa e dell’Australia è sovrappeso o obesa, manifestando

il più forte fattore di rischio di incorrere nel diabete di tipo 2.

L’eccesso di peso è quasi sempre il risultato di una rilevante diminuzione

del fabbisogno di calorie e di una mancata riduzione dell’assunzione

di cibo. Entrambi questi aspetti sono correlati alla “civilizzazione” e

alla globalizzazione e si evidenziano in modo particolarmente grave nei

bambini, dove l’insieme di obesità e inattività fisica sono stati etichettati

come Nintendo-nization, a sottolineare l’abitudine di occupare il

tempo extrascolastico con attività sedentarie piuttosto che con gli sport

all’aperto.

L’aumento dell’introduzione delle calorie può essere indotto da una

maggiore disponibilità di cibo, ma soprattutto da un’efficiente modello

distributivo che permette di trovare lo snack dovunque, da un progressivo

incremento delle porzioni dei cibi preconfezionati e del loro contenuto

in grassi e zuccheri, da un’incessante e invasiva pubblicità. L’epidemia

di obesità e di diabete nei paesi di recente industrializzazione

appare come il risultato del cambiamento dalla vita tradizionale a quella

moderna in un processo etichettato già nel 1976 da Arthur Koestler come

Coca-colonization.

Questo problema tocca tutto il mondo e sono le popolazioni povere e le

classi sociali più basse le più a rischio proprio perché non in grado di

adottare stili di vita più sani. I paesi in via di sviluppo hanno un doppio

fardello: il lascito del recente passato unito alle conseguenza del rapido

cambiamento; sono proprio quei popoli contadini i più a rischio, i più

esposti e i più inconsapevoli. Quando difendono le loro colture e la loro

cultura difendono anche la loro salute.

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L’Oms prevede che nei prossimi 10 anni il 60%

dei diabetici di tutto il mondo sarà in Asia, e oggi

in India un diabetico per curarsi deve spendere

all’anno un terzo del reddito di tutta una famiglia!

Non esiste altra strada che la prevenzione per

invertire un “destino” che tale non è

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Anoressia e bulimia sono due patologie femminili. Un assioma che

apre la porta a molti interrogativi sul perché alle donne si leghi questo

primato, al centro del quale restano l’amore e la sua negazione. L’anoressia

è una malattia antica, alle sante anoressiche è collegata una

lunga parte della letteratura mistica fin dal Medioevo, ma è anche una

malattia spietata, che oggi attecchisce su basi diverse e mai facili da

individuare. Per le anoressiche medievali digiuno e consunzione erano

la via per avvicinarsi a Dio e, contemporaneamente, per autoaffermarsi,

uscendo da una dimensione sociale di sospetto e inferiorità. Oggi le

anoressiche sono lontane dall’esperienza di Santa Caterina da Siena,

in loro non c’è tensione ascetica o, meglio, è cambiato il soggetto del

divino.

Gli studi di Recalcanti e Zuccardi, impegnati sulle cattedre universitarie

ma ancor più sul campo, individuano nelle anoressico-bulimiche giovani

che reagiscono a problemi diversi mantenendo invariato il risultato

finale, l’annullamento/esaltazione del corpo. C’è però qualcosa che differenzia

le due patologie: il controllo. L’anoressia crea nella donna un

senso di onnipotenza, l’illusione di avere il controllo assoluto del corpo:

nello specchio il soggetto vede riflessa un’immagine al riparo dal dolore;

l’anoressia non toglie la fame ma la controlla, nel vuoto interiore

consacra il potere di chi la sa governare. Per questo i due psicanalisti

insistono sull’importanza della parola, sulla necessità di stabilire un

contatto che non curi il sintomo ma cerchi di risolvere ciò che lo ha provocato.

La bulimia parte, invece, da un senso di colpa, quello di avere

perso questo controllo o di non riuscire a raggiungerlo. La bulimica

cede alla fame e poi la nega, fino a entrare in una spirale dove lo scopo

è quello di mantenere intatto quel corpo magro minacciato da ciò che

la debolezza vi ha introdotto. Spesso la bulimica accusa una grande

sfiducia in sé, che può rappresentare un accesso per il terapeuta. La

bulimia non porta allo stesso senso di onnipotenza dell’anoressia, anzi

è talvolta conseguenza del suo sbriciolamento.

Bulimia e obesità si toccano nella spinta alle grandi abbuffate, che la

prima rinnega e la seconda usa per il proprio annullamento; l’obeso,

frequentemente maschio, cerca, deglutendo montagne di cibo, di seppellire

il suo dolore. Al tema è concesso meno spazio, ma le motivazioni

emergono ugualmente, affini alle precedenti come simili devono

essere, secondo gli autori, gli approcci terapeutici. La parola, aiutata

ma non sostituita dalla terapia farmacologica, resta l’unico approccio

possibile, e deve coinvolgere non solo il soggetto, ma anche la realtà

familiare. Le tematiche affrontate, che non possono prescindere completamente

dal profilo medico a cui appartengono, affaticano la lettura,

ma resta il pregio di un lavoro che cerca di far luce su problemi complessi

per loro stessa genesi, portando il lettore a cercare di spostare il

suo punto di vista lungo una strada spesso tortuosa.

Elisa Azzimondi

M. Recalcati e U. Zuccardi Merli

Anoressia, bulimia e obesità

Bollati Boringhieri, 2006

Ritornando alla genetica, se è possibile pensare che la natura abbia selezionato

nei secoli meccanismi che permettono l’accumulo di energia in

un tratto di Dna “risparmioso” che ci ha aiutati a sopravvivere nelle condizioni

più difficili, sarebbe profondamente ingiusto definirli patologici.

Forse patologico è diventato il nostro modo di vivere. Paul Zimmet va oltre

e afferma che, come la febbre che ci avvisa di un’infezione e cerca di combatterla,

il diabete di tipo 2 non sarebbe una malattia ma un “sintomo” di

un problema sotteso: l’effetto sulla salute di ambiente e stile di vita.

Ma è possibile fare qualcosa. Oggi sappiamo che il diabete di tipo 2 può

essere efficacemente prevenuto adottando una dieta sana, aumentando

l’attività fisica e promuovendo abitudini più corrette; lo sforzo massimo

deve concentrarsi sulle nuove generazioni, sui bambini. Vi sono dimostrazioni

che strategie per migliorare l’ambiente in cui viviamo e modificare le

abitudini errate possano fermare l’epidemia diabete. Certo, grandi cambiamenti

di “sistema” sarebbero necessari per risolvere il problema alla

base, ma anche solo aumentare l’informazione e la consapevolezza dei

rischi, con qualunque mezzo a disposizione, può aiutare molte vite.

Dobbiamo provarci. .

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Di tipo 1 e 2

Si definisce comunemente diabete un insieme di condizioni assai diverse

che hanno solo due punti in comune: la difficoltà di mantenere

sotto controllo la quantità di zuccheri nel sangue (glicemia) e la cronicità

della condizione.

L’insulina è un ormone prodotto dal pancreas che trasporta nelle cellule

lo zucchero presente nel sangue. Nel paziente non diabetico tutti

questi elementi interagiscono correttamente assicurando una glicemia

nella norma.

Vi sono due forme principali di diabete: il diabete di tipo 1 e il diabete

di tipo 2.

Nel diabete di tipo 1 il pancreas non è più in grado di produrre insulina

per un’autodistruzione delle cellule dedicate alla sua produzione

(cellule beta); il paziente dipende quindi dall’insulina che viene somministrata

dall’esterno. È una malattia relativamente rara, in Italia ne è

affetta meno di una persona su mille; compare più frequentemente nei

bambini e nelle persone giovani.

Il diabete di tipo 2 è molto comune, in Italia interessa infatti da 6 a 7

persone su 100, colpisce solitamente gli adulti e gli anziani, ma sempre

più frequentemente anche i giovani, bambini compresi; si associa abitualmente

all’eccesso del peso corporeo. Solitamente è preceduto da

situazioni definite come di ridotta tolleranza allo zucchero o “prediabete”.

In queste fasi precoci, la produzione di insulina è normale o superiore

al normale, ma produce un effetto minore a causa della cosiddetta

insulino-resistenza. Questa condizione porta a un conseguente rialzo

delle glicemie che può a un certo punto diventare malattia, ovvero diabete.

Nel tempo si osserva poi una progressiva riduzione dell’insulina

prodotta dal pancreas con un ulteriore peggioramento delle glicemie.

Le persone affette da diabete di tipo 2 devono tenere sotto controllo

il peso corporeo e svolgere attività motoria, spesso devono assumere

farmaci orali. L’assunzione di insulina può essere necessaria in alcune

situazioni particolari.

«Come Tantalo l’obeso dei nostri tempi è torturato dalle diete a fronte di

un’offerta continua di cibi gustosi a buon mercato. E come Sisifo, quando

con enormi sforzi crede di avere finalmente raggiunto la meta di un

certo dimagrimento vede la sua pietra scivolare a valle e non gli resta

che ripetere, all’infinito, lo stesso tentativo». Non c’è da stare tranquilli,

insomma, di fronte all’obesità, condizione ritenuta un tempo segno di

prosperità e solo recentemente definita a tutti gli effetti patologica. Molti

sono i rischi che corre chi pesa troppo: il grasso in eccesso favorisce

l’insorgenza del diabete di tipo 2 (sempre più diffuso nei paesi in via di

sviluppo dove, migliorando le condizioni economiche, aumenta l’offerta

di cibo pronto ricco di grassi e di bevande zuccherate), le malattie

cardiovascolari, la comparsa di tumori e, secondo molte ricerche, anche

la ridotta speranza di vita. Il quadro non è di certo dei più rosei,

soprattutto se si considera che l’obesità è dovuta a diversi fattori, tra

cui la sedentarietà e l’elevato introito energetico, non è una malattia

curabile una volta per tutte. Molti soggetti, riescono, infatti, a mettersi a

dieta e a raggiungere anche buoni risultati che, però, il più delle volte

sono vanificati in breve tempo. Quello che è necessario cambiare è lo

stile di vita, le abitudini quotidiane: è questo lo scoglio più difficile da

superare. Il susseguirsi di parametri e tabelle entro cui rientrare mette

nel lettore un certo stato d’ansia, giustificato peraltro dai più recenti

studi sull’argomento. Quello che viene da domandarsi è se sia ancora

possibile gustare il lardo d’Arnad o la finanziera senza la preoccupazione

di varcare la soglia dell’Imc che ci definisce normopeso.

Chiara Cauda

O. Bosello e M. Cuzzolaro

Obesità e soprappeso

Tra malattia e problema estetico

Il Mulino, 2006

Per saperne di più

P. Zimmet, K.G. Albert, J. Shaw, “Global and societal implications of the

diabetes epidemic”, Nature (414) 2001 pp. 782-7.

http://www.unitefordiabetes.org/

http://www.diabetenograzie.it/


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