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Parrocchiale di Valbona di Lozzo Atestino


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Stiamo concludendo,

con gioia e

speranza, la V

Conferenza

Generale dei

Vescovi dell’America Latina e del Caribe,

in Aparecida, Brasile. Abbiamo approvato

il documento finale, che si pubblicherà

ufficialmente dopo che sarà sottomesso,

come segno di comunione ecclesiale,

al giudizio del Papa.

Prima della Conferenza, alcuni giornalisti

scrivevano che non speravano

nulla da questa riunione, perché, secondo

la loro opinione, la maggioranza

dei vescovi partecipanti, eletti da Giovanni

Paolo II, erano conservatori, pertanto

il risultato sarebbe stato molto limitato.

Vorrebbero che la Chiesa si adattasse

ai postulati del mondo, e a loro non

importa la nostra fedeltà al Vangelo. Al

contrario, altri sperano troppo. Pensano

che dal documento elaborato dipenda

tutto il rinnovamento della Chiesa, come

se in uno scritto consistesse il rinnovamento

spirituale e pastorale che

richiede il momento storico che viviamo.

Prima di tutto desidero evidenziare l’ambiente

fraterno e sereno nel quale abbiamo

vissuto. Ci furono discussione serie

e, su alcuni punti, opinioni contrarie,

però furono espresse con rispetto,

senza confronti aggressivi, come succede

in altre sedi. Si ascoltarono tutte

le voci, non solo di vescovi, ma anche

di molti esperti, compresi protestanti e

giudei invitati.

Nei gruppi di studio, laiche e laici, religiose

e religiosi, sacerdoti e diaconi espres-

AMERICA LATINA

DOPO LA V CONFERENZA

DI APARECIDA

L’America Latina

in cammino

sero in tutta libertà il proprio punto di

vista. Tutti avevano diritto di parola,

anche se il diritto di voto lo avevano

solo i vescovi, dal momento che si trattava

di una Conferenza Episcopale.

Non abbiamo sofferto le pressioni interne

ed esterne vissute durante la IV

Conferenza di Santo Domingo, nell’ottobre

1992: abbiamo lavorato con profondità

e pace.

Siccome sono tanti i temi che dovevamo

trattare, ci siamo distribuiti in commissioni

e sottocommissioni. Io sono

stato eletto per essere segretario e relatore,

insieme a un vescovo brasiliano,

della I Commissione incaricata della parte

che tratta della situazione attuale del

nostro Continente, negli aspetti sociale,

politico, economico, culturale e religioso.

Per iniziare, come in un esame di coscienza,

abbiamo messo in risalto luci

e ombre della nostra Chiesa, i punti in

cui abbiamo camminato e quelli nei quali

invece siamo chiamati a una conversione

personale e pastorale. Abbiamo

preso in esame il fenomeno della globalizzazione,

in tutte le sue implicazioni,

sia positive che negative. In questa parte

abbiamo affrontato il problema degli

indigeni e degli afroamericani.

Certamente fu molto opportuna la parola

del Papa, in risposta alle critiche che

gli erano state rivolte sulla imposizione

della religione cattolica agli aborigeni.

Il mio parere è questo: “Certamente il

ricordo di un passato glorioso non può

ignorare le ombre che accompagnarono

l’opera di evangelizzazione del continente

Latinoamericano: non è possibile

dimenticare le sofferenze e le ingiustizie

che inflissero i colonizzatori al-


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la popolazione indigena, umiliata in tutto

nei diritti fondamentali. Ma mentre

si devono ricordare questi crimini ingiustificabili,

già condannati da missionari

come fra Bartolomeo de Las Casas

e i teologi come Francisco de Vitoria dell’Università

di Salamanca, non si deve

impedire di riconoscere con gratitudine

la meravigliosa opera che ha compiuto

la grazia divina

tra queste

popolazioni lungo

questi secoli. Il

vangelo nel continente

si è trasformato in

un elemento chiave di sintesi

dinamica che, con modalità

diverse, a seconda delle nazioni, manifesta

in tutte le sue forme l’identità

dei popoli latinoamericani”.

Altre commissioni s’impegnarono a sviluppare

il tema centrale: “che cosa significa

Gesù Cristo per noi e per il

mondo, e che cosa implica essere suoi

discepoli e missionari”.

Questa è la nostra preoccupazione fondamentale,

fino quando c’è qualcuno

che non ha scoperto la persona e il messaggio

di Gesù Cristo e non ha esperimentato

l’amore di Dio e la redenzione

dai peccati.

Senza Cristo le tenebre ci invadono, e

ci lasciamo guidare da qualsiasi dottrina,

dai piaceri del corpo, dalle passioni

schiavizzanti lo spirito, senza alcun

punto di riferimento per la propria vita.

Al contrario, quando lo conosciamo, non

come un essere lontano, ma come qualcuno

che vive ed è presente nella sua

Chiesa, nella sua Parola, nei Sacramenti,

soprattutto nell’Eucaristia, nei poveri

e negli avvenimenti, allora tutto acquista

una nuova dimensione, incluso il

dolore, le infermità e la morte che ha

un senso, a partire dalla croce di Cristo.

Lui è veramente il cammino sicuro

perché la nostra vita sia Vita.

Siamo tanto felici di essere discepoli

di Gesù, che desideriamo contagiare tutti

con la nostra fede, che ci illumina,

ci rende felici e ci dà forza. Siamo tanto

convinti che Gesù sia il Salvatore,

che desideriamo essere più missionari,

insieme alle nostre diocesi e alle nostre

parrocchie, iniziando dai nostri cattolici,

perché ci preoccupa che molti

di loro sono stati battezzati nella no-

stra chiesa, ma nella propria vita non

manifestano di essere seguaci di Cristo.

Non solo non sono praticanti, ma

vivono in modo contrario al Vangelo.

Dobbiamo interrogare noi stessi, e qualcuno

dei nostri collaboratori, se abbiamo

accolto con verità il Signore nella

nostra vita, altrimenti non parliamo

in forma chiara e esplicita di Lui. In questo

senso mi impressionò molto la frase

di una donna colombiana ai vescovi:

“Parlateci di più di Gesù Cristo”.

Sembriamo esperti nell’analisi della

realtà, ma la nostra specializzazione sia

quella di essere “discepoli e missionari

di Gesù”.

La centralità di Cristo nella

nostra vita non è una

spiritualità di evasione

e alienante,

che ci fa dimenticare

i problemi

del mondo,

tutto al contrario.

Chiunque ha scoperto

Gesù Cristo, necessariamente

impara ad

amare tutti, in modo particolare

coloro che soffrono.

Come ci diceva il papa nel suo

discorso di apertura: “La fede ci

libera dall’isolamento dell’io, ci

eleva alla comunione; l’incontro

con Dio è, in se stesso in quanto

tale, incontro con i fratelli, un atto

di convocazione, di unificazione,

di responsabilità verso l’altro e verso

tutti.”

In questo senso, l’opzione preferenziale

per i poveri è implicita nella Cristologia

nella quale Dio si è fatto povero

per noi, per arricchirci con la sua povertà.

Ciò significa che essere discepoli

di Gesù Cristo esige la lotta perché

i nostri popoli, soprattutto i poveri, abbiano

una vita dignitosa.

Per questo nel documento finale offriamo

molte proposte pastorali che speriamo

tradurre in pratica. Nessuna evasione!

Voglia il cielo che ogni nostra diocesi

si confronti sulla fedeltà a Cristo e ai

poveri. Senza queste due dimensioni

della fede, verticale e orizzontale, non

siamo ne cattolici ne cristiani.

Felipe Arizmendi Esquivel

vescovo di San Cristobal de Las Casas

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BOLIVIA

momento

delicato

La Bolivia ha una estensione tre

volte l’Italia e poco meno di 9 milioni

di abitanti. Per la sua varia

geografia ha tutti i climi: dalle foreste

equatoriali alle altezze dell’altopiano.

La popolazione è molto povera

e da sempre sfruttata, prima dai Conquistatori

e ora dal neoliberalismo.

Naturalmente i poveri sono quelli che

sempre pagano le conseguenze più

dure.

Attualmente la Bolivia (e non solo, ma

tutta l’America Latina) sta vivendo

un momento molto delicato, critico:

il papa Benedetto XVI, il 13 maggio

scorso, nel discorso inaugurale della

V Conferenza Episcopale di America

Latina e del Caribe (= i Carabi) ha pronunciato

una frase che ha creato malessere

in molte persone ed ha messo

in fiamme tutta America Latina. Chi

ha mosso il vespaio è stato il presidente

del Venezuela, Hugo Chavez.

Queste sono le parole del Papa: “L’annuncio

di Gesù e del suo Vangelo non

ha prodotto, in alcun momento, un’alienazione

delle culture precolombiane,

né fu una imposizione di una

cultura estranea”.

“Come può dire queste cose il Papa

- ha tuonato Chavez tra gli applausi

del pubblico – dal momento che sono

arrivati a evangelizzare con gli

archibugi. Come può dire che non c’è

stata un’imposizione? E allora, perché

i nostri indigeni dovettero rifugiarsi

nelle foreste e sulle montagne?

Voglio le scuse del Papa”. A questa

uscita del presidente venezuelano ha

fatto eco una analoga posizione di

Evo Morales, presidente della Bolivia.

Così pure alcuni gruppi di dirigenti


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indigeni hanno qualificato “arroganti

e irrispettose” le espressioni del

Papa.

Certamente il momento è delicato e

difficile. È vero che molti furono i

popoli indigeni sterminati. Ma la Chiesa

può essere accusata di concorso

nello sterminio, o non fu piuttosto il

la prepotenza dei Conquistadores, il

loro orgoglio, la loro brama di oro e

ricchezze, e voler spadroneggiare a

qualsiasi prezzo?

Io penso che l’intenzione della Chiesa

sia sempre stata quella di evangelizzare

nello stile di Gesù. Disgraziatamente

non sono mancate forme

sbagliate lungo

duemila anni di

storia, come al

tempo dell’inquisizione.Qualcosa

di simile è successo

con i Conquistadores.

Io credo che non

fu la Chiesa ad

andare contro gli

indigeni, ma che

la Chiesa stessa

sia stata sfruttata

per la conquista: un episodio, tra gli

infiniti altri, lo racconta lo stupendo

film “The Mission” con Robert De Niro.

I veri missionari hanno sempre dato

la propria vita, hanno preferito il

martirio. Basta ricordare fra gli altri,

san Toribio de Mogrovejo, vescovo

di Lima, 1538-1606, che ha cercato

in tutti i modi di alleviare e soccorrere

gli indigeni resi schiavi dalle

leggi inique imposte dalla Spagna, e

negli ultimi tempi, il vescovo Oscar

Romero.

Comunque il momento è davvero

delicato e difficile. I popoli indigeni

hanno una cultura e una religiosità

di oltre 5 mila anni. E’ comprensibile

che vedano la Chiesa come colei

che ha voluto imporre un’altra cultura,

un’altra religione, un’altra lingua,

per il fatto che i conquistatori

erano o si consideravano cristiani e

venivano sempre accompagnati da

“missionari”. Ma costoro che tipo

di missionari erano? Evangelizzare non

è cambiare la cultura, i costumi, la religione,

ma mettere all’interno di queste

il lievito di Gesù che ci parla di

amore, perdono, accoglienza e ci mostra

il Padre che dà senso alla vita.

Scrivo questi pensieri, mentre sto godendo

un periodo di riposo in Italia,

e ho osservato, e sentito, che anche

qui ora ci sono dei problemi. Infatti

ci sono molte persone di Americalatina

(e anche di Europa orientale, Asia,

Africa) che stanno emigrando in Italia,

in Spagna e in tutta l’Europa occidentale,imponendo

(senza volerlo)

le loro culture,

tradizioni e

religione. Pertanto

i tempi difficili

per il cristianesimo

ci sono

anche in Italia

e in tutta l’Europaoccidentale.

Domandiamo alla

Santissima

Vergine il suo spirito umile. Lei ha

portato Gesù alla casa di santa Elisabetta

in silenzio, con rispetto, amore

e con spirito di servizio. Così pure

gli Apostoli evangelizzarono rispettando

e donando la vita, e non violentando

o togliendo la vita agli altri.

Gesù ha detto: “Non sono venuto

per essere servito, ma per servire”.

Gesù stesso non ha imposto ai

governi del suo tempo di cambiare

politica, ma ha messo nei cuori un

qualcosa di differente che, rispettando

tutte le culture e le politiche, che

sono una ricchezza dell’umanità, vuole

unire tutti i popoli nell’unica famiglia

di figli di Dio, fratelli fra noi

ed eredi del cielo.

Che la Santissima Vergine ci aiuti ad

essere figli docili di Dio.

Padre Nico Sartori

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Bolivia Piccoli passi

verso la dignità

Oltre il 60% della popolazione boliviana

è indigena e parla lingue

locali, ma la mancanza di un sistema

educativo adeguato alle sue necessità

porta come conseguenza una preparazione

scolastica disastrosa. Il 39% della

popolazione indigena boliviana non ha

nessun tipo di educazione, mentre quasi

il 51% non termina il corso di studi obbligatori.

Per far fronte a questo problema i gruppi

dell’organizzazione spagnola Intervida

impegnati in Bolivia hanno avviato

quattro Centri Culturali dove bambini,

bambine ed adolescenti

sono impegnati in attività

mirate a rivalutare

la cultura indigena,

con programmi radiofonici

e gruppi di

poesia aymara.

Secondo l’ultimo censimento,

oltre il 60%

della popolazione parla

la lingua madre. Tuttavia,

nonostante questa

maggioranza, la popolazione

indigena è

discriminata, sia per quanto riguarda l’istruzione

che per i servizi sanitari o il lavoro,

inoltre almeno l’80% vive in situazioni

di povertà. Per questo motivo molti

giovani cercano di cancellare e perdere

le loro origini indigene. Secondo i dati

dell’UNESCO, in Bolivia coesistono

36 villaggi indigeni, circa il 60% della popolazione

del paese, anche se in alcune

zone rurali, il 90% dei suoi abitanti sono

indigeni. I principali sono gli aymara

(1,6 milioni di persone) e i quechua (2,5

milioni di persone).

Il 39% degli indigeni sono analfabeti e circa

il 16%, nonostante sappiano leggere

e scrivere, non sono in grado di capire i

testi. Il 51% inizia a frequentare la scuola

ma non riesce a terminare neanche il

corso di studi obbligatori. Solamente il

10% di loro completa la scuola primaria

e può accedere a quella secondaria. Il problema

è prevalentemente dovuto al fatto

che manca una istruzione bilingue che faciliti

l’apprendimento e la comprensione

delle diverse materie. La mancanza di istruzione

comporta anche molte difficoltà per

trovare un impiego, e molte comunità emigrano

dalle zone rurali per stabilirsi in città

dove si parla “castigliano”. In questi nuovi

ambienti, spesso, nascondono la loro

reale provenienza linguistica per paura

di essere discriminati anche lì. Una di queste

città è El Alto, con una popolazione

prevalentemente aymara, dove il 50%

dei suoi abitanti ha meno di 19 anni. I

giovani purtroppo si scontrano con una

triplice discriminazione:economico-sociale,

in quanto appartenenti

ad una città o comunità

povera; culturale,

in quanto indigeni;

e generazionale,

poiché essere giovani

è considerato socialmente

un problema.

È in questo contesto

che intervengono per

promuovere l’importanza

della cultura indigena i gruppi culturali

di Intervida. Nei Centri Culturali appena

inaugurati, bambini, adolescenti e

giovani possono imparare, scambiarsi esperienze,

proporre idee e, soprattutto, essere

ascoltati.

Tra le attività svolte per rivalutare la cultura

aymara, emerge il programma radiofonico

locale ‘Tu revista juvenil entérate’,

prodotto, diretto e condotto da giovani

e adolescenti di Tiwanaku. L’obiettivo

è promuovere il patrimonio socioculturale

delle comunità indigene e potenziare

l’uso dei dialetti. Inoltre, due anni

fa, nel Centro Culturale Utasa, è stato

organizzato il gruppo ‘Poesis’ formato

da giovani e adolescenti che parlano e

leggono poesie in aymara. Il ‘Club de

lectores’, invece riunisce 20 bambini, bam-

bine e giovani una volta alla settimana,

per leggere un libro e discutere sul contenuto.

(3/3/2007 Agenzia Fides)


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Il p. Franco Tentori, formato al ministero

sacerdotale durante la Seconda

Guerra Mondiale, e dichiarato

ufficialmente “messicano tra i

messicani”, è uno dei padri giubilari

che la Diocesi di Ciudad Juarez

gioisce di annoverare nei suoi 50

anni di vita.

Tutti sanno in Diocesi che p. Franco

è un frate dell’Ordine dei Servi di Maria,

e ha condiviso con “PRESENCIA”

(giornale diocesano) i suoi sentimenti

per i festeggiamenti del mezzo secolo

di erezione canonica della Diocesi,

affermando: “Mi sembra incredibile

essere giunto a questo anniversario…”.

P. Franco Tentori è nato il 4 febbraio

1929, a Calolziocorte, Lecco, in Lombardia.

Racconta: “Un frate giunse

a casa mia perché il parroco gli aveva

detto che c’era un ragazzo che

sarebbe potuto entrare in seminario.

Mi chiese se desideravo essere frate,

ma io non sapevo nemmeno cosa volesse

dire essere frate, ma quando

mi chiese se desideravo essere sacerdote,

allora dissi di si”.

Nel 1942 il giovane Tentori entrò in

seminario a Follina (TV), quando la

Guerra era al suo culmine. “Dove-

MESSICO

P. Franco

Tentori

“messicano tra i messicani”

testimone della nascita

della diocesi di Ciudad Juarez

vamo nasconderci dai tedeschi, e in

seminario tutti avevamo molta fame…,

fu un periodo assai difficile”, ricorda

p. Franco.

A 17 anni fu accolto in noviziato a

Isola Vicentina (VI), e poi studiò filosofia

a Udine; dal 1950 al 54 completò

gli studi a Roma alla Facoltà

Teologica Marianum dell’Ordine dei

Servi di Maria, e terminati gli studi,

a 25 anni, il 3 aprile 1954, fu ordinato

sacerdote.

Appena ordinato fu inviato dai superiori

in comunità a Tirano, in Valtellina,

al confine con la Svizzera, dove

collaborò alla “Casa del Fanciullo”,

opera che accoglieva, durante

il periodo scolastico, i figli delle famiglie

povere della montagna.

Dopo tre anni e mezzo, ricevette la

lettera con l’obbedienza del Priore

provinciale con la quale lo si destinava

al Nord del Messico. Il p. Franco

si imbarcò nel 1959 a Genova

per New York, e da lì in treno fino

al El Paso, Texas, per giungere alla

fine del viaggio a Ciudad Juarez.

P. Tentori ricorda perfettamente il suo

arrivo a Ciudad Juarez. Era nato in un

paese tra le Alpi sulle sponde del

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lago di Lecco, in un tipico paesaggio

da cartolina, e invece “quando

sono giunto e ho visto la città brulla

e polverosa, mi sono detto che

era meglio tornare indietro” dice in

tono scherzoso, e continua “però la

gente mi catturò

immediatamente

e mi feci messicano

tra i messicani…

e credo

che io stesso andavo

bene per loro”.

“In quei giorni

ho mangiato

solo gelati perché

non sapevo parlare

ne inglese ne

spagnolo, e l’unica

parola che

conoscevo era

“ice cream” “gelato”!"

ricorda

con una sonora

risata.

A Ciudad Juarez

allora c’erano solo

alcune parrocchie:

il Sacro

Cuore, Nostra Signora

del Sacro

Cuore, quella che oggi è la Cattedrale,

Nostra Signora del Carmine,

dove stavano due frati Servi di Maria

fin dal 1949. Appena giunto, il

p. Franco fu incaricato della chiesa

di Nostra Signora del Rosario, allora

dipendente dalla parrocchia Nostra

Signora del Carmine: “Il territorio della

parrocchia era molto vasto… e avevamo

l’impegno di andare a svolgere

il ministero sacerdotale anche sulle

montagne di Casas Grandes e lì

si facevano da tre a cinque mila battesimi

l’anno, … quello fu un gran

lavoro!”

Dopo qualche tempo fu nominato vicario

in Nostra Signora del Carmine

e fu allora che si venne a sapere del-

la erezione a diocesi di Ciudad Juarez.

“Ne fummo felici perché era tanto

il lavoro che svolgevamo, e pensavamo

che la nuova Diocesi avrebbe

portato sacerdoti e avrebbe alleggerito

la fatica pastorale”. Allora

Cattedrale di Ciudad Juarez (Messico)

ci fu molta intesa non solo con i fedeli,

ma anche con i sacerdoti presenti

in Juarez, con i quali si lavorò,

a fianco a fianco in piena comunione.

A Juarez il p. Tentori fu delegato diocesano

per la vita religiosa e ha collaborato

con grande disponibilità con

i vescovi don Manuel Talamas, don

Juan Sandoval, don Renato Ascencio

e mons. Guadalupe Torres Campo.

Con don Manuel Talamas, il p. Tentori

ha visto l’avvio della diocesi e

la pastorale della Chiesa prendere una

nuova forma; afferma: “Il vescovo Talamas

si adattò molto bene alla pastorale

e alle direttive del Concilio e


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ci aiutò a svolgere meglio il servizio

religioso. Prima si privilegiava

più la celebrazione dei sacramenti

che non l’annuncio del Vangelo, benché

sia chiaro che nella celebrazione

dei sacramenti c’era anche l’evangelizzazione,

però non è la stessa

cosa”. All’inizio, la gente non

capiva bene cosa significasse evangelizzazione,

ma l’eco di quanto avveniva

in altre parti, dove l’evangelizzazione

formava persone a vivere

la fede in modo solido, accese anche

il nostro entusiasmo. Ricorda che

intorno agli anni 70 gruppi di laici

si organizzavano e lavoravano molto:

dall’Azione Cattolica al catechismo,

dall’Ordine Secolare dei Servi

di Maria e quello Carmelitano, oggi

ancora attivi.

La difficoltà maggiore oggi è che la

gente chiede solo i sacramenti, ma

non è disponibile a lasciarsi evangelizzare

e ad assumere un impegno

laicale.

Il p. Tentori mette in rilievo l’enorme

lavoro che venne fatto, nonostante

i pochi sacerdoti, e nel parlare dei

risultati diocesani di mezzo secolo di

vita, fissa quello relativo alla promozione

delle vocazioni sacerdotali:

“Il seminario fu fatto con l’aiuto

della gente…e qui si vide chiaramente

l’opera dello Spirito Santo perché le

comunità facevano a gara per la costruzione

e tutti si meravigliarono per

la enorme opera che ne uscì. Oggi

le vocazioni in questa regione di frontiera

sono un grande impegno, perchè

ad esempio, a El Paso non ci

sono vocazioni locali… Ora ci sono

molti sacerdoti di Juarez, tuttavia

i sacerdoti non aumentano con lo

stesso ritmo con cui aumenta la popolazione,

ma nonostante questo affermo

che quanto si è fatto a Juarez

è stato un lavoro eroico”.

Orgoglioso di servire una comunità

che, in tutte le sue difficoltà, conti-

nua mantenendo viva la fede, fra

Franco nota che forse la maggior

sfida che affronta la diocesi di Ciudad

Juarez a 50 anni dalla sua fondazione

é quella di occuparsi della

popolazione che continuamente aumenta:

“Questo implica formare laici

generosi, che attraverso le famiglie

promuovano le vocazioni, perché

sono le famiglie che hanno la

responsabilità di formare i figli che

diventino non solo medici o avvocati,

ma anche sacerdoti, religiosi e

religiose.” In questa prospettiva la

Chiesa Cattolica di Ciudad Juarez deve

assumere la sfida più forte della

sua missione pastorale nel risanamento

della famiglia perché “tutto

il resto dipende da quella”.

Dopo aver compiuto già 53 anni di

sacerdozio, il p. Franco Tentori è

incredulo di essere potuto giungere

alle Nozze d’Oro della Diocesi nella

quale, a parte alcune assenze temporanee,

arrivò per rimanere: “Mi

sembra impossibile che sia potuto arrivare

a questo… dopo aver visto tanti

confratelli e amici lasciare questa

terra, uno pensa ‘come è possibile’?”

Ha già compiuto 78 anni di età e

mostra ancora una energia invidiabile:

“La scorza va bene, ma nulla

più!” scherza il p. Franco, al quale

il lavoro di questi anni nel ministero

sacerdotale lo ha lasciato soddisfatto

“nonostante i tanti errori”.

“Chiaro, uno sempre guarda indietro

e pensa che si sarebbe potuto

fare le cose in modo migliore, ma alla

fine non sa se sarebbe stato meglio”,

e dopo 53 anni di ministero

sacerdotale e 50 come testimone dello

sviluppo della Diocesi di Ciudad

Juarez, non gli resta che “continuare

lavorando con impegno!”.

Settimanale Diocesano Presencia

Palabra y testimonio de la Iglesia Católica in Ciudad Juarez

Año XIII - N° 698 – 15 de abril del 2007

(tradotto e adattato da f.p.)

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Padre Faustino Gazziero è stato assassinato

in Cile da un giovane

di 25 anni, membro di una setta

satanica “los negros”. P. Faustino dell’Ordine

dei Servi di Maria, era missionario

in Cile dal 1961. Residente nella

città di Santiago, era priore della

comunità religiosa “Santa Teresita”.

Sabato 24 luglio 2004, dopo aver celebrato

la Santa Messa prefestiva nella

cattedrale di Santiago, mentre si dirigeva

verso la sacrestia, lo raggiunse la

mano assassina.

Era nato nel 1935 a Lozzo Atestino (PD),

fece i suoi studi in Italia e a Lovanio

(Belgio). Ordinato sacerdote, fu inviato

nella missione dei Servi di Maria,

nella Patagonia cilena, dove si distinse

subito per il suo impegno educativo

con i giovani.

Nei primi anni della sua missione in

Patagonia prestò il suo servizio come

professore di francese nel Liceo san

C I L E

P. Faustino

Gazziero

Filippo Benizi di Coyhaique e insegnante

di dattilografia per qualificare

specialmente i giovani nel loro lavoro.

Fondò un centro di accoglienza

per promuovere la formazione della gioventù

della città. Fu anche parroco dì

Coyhaique negli anni 1973-1976. Dopo

un quindicina di anni passati in

Patagonia, fece parte del governo dall’

Ordine dei Servi di Maria nel Cile,

prima come consigliere a Santiago,

poi come Vicario Provinciale durante

cinque anni.

Piccolo di statura, dinamico, volitivo

e di intelligenza pronta, ha saputo realizzare

i compiti che gli erano assegnati

con responsabilità e dedicazione. Da

quasi vent’anni si trovava nella comunità

“Santa Teresita”, in un rione popolare

di Santiago, sempre impegnato

nell’educazione. Negli ultimi anni si

era dedicato alla coordinamento ed

alla formazione dei professori delle scuo-

le dell’Ordine di Servi di Maria del

Cile e della Bolivia.

P. Faustino ha finito i suoi giorni come

tanti missionari, irrigando col suo

sangue la terra cileno che ha servito per

oltre 40 anni.

p. Vladimiro Memo


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Sono padre Victor Villegas e, credetemi,

mi è più facile parlare che

scrivere, specialmente di Faustino,

mio amico e fratello di comunità.

Quando è avvenuto il suo assassinio,

la televisione di Santiago mi ha chiesto

di presentare in poche parole la sua personalità;

allora ho dato questa testimonianza

che ritengo ancora valida e che

faccio pervenire anche a voi in occasione

della dedica a p. Faustino Gaz-

Comune di Lozzo Atestino

a Padre Faustino Gazziero

missionario dell’Ordine dei Servi di Maria,

barbaramente ucciso da un fanatico in Cile nell’anno 2004.

Le comunità di Valbona e di Lozzo hanno sperimentato quanto fosse

profondo e radicato il tuo senso di carità che si fa servizio per una

solidarietà senza confini.

Povero tra i poveri, mai hai cessato di dare, a chi te lo chiedeva,

ogni fibra di te, sempre dalla parte del più debole, dell’emarginato,

dell’oppresso, di chi era ricco soltanto delle sue miserie.

Onore e gloria a te che hai pagato con la vita il prezzo estremo della

carità più grande

che ti rende immenso davanti alla storia.

Onore e gloria a te Padre Faustino, concittadino nostro

che con il tuo strazio sai infondere a noi impulso e speranza

sul cammino verso un futuro migliore, più ricco di giustizia,

di progresso, di democrazia, di libertà, di civiltà e pace.

L’ Amministrazione Comunale Anno 2007

ziero del Parco Comunale nella piazza

di Valbona, suo paese natale. “Due cose

mi vengono in mente in questo momento

di sofferenza: la sua fede in Cristo

lo portava a parlare della vita e della

speranza là dove andiamo con il cuore

pieno di dolore, e che non ci permette

di vedere e gioire della vita: era cappellano

del cimitero.

Secondo aspetto, lui frequentava con assiduità

le case di riposo per anziani dove

in genere la nostra società porta i vecchi.

Due posti in cui questo mio fratello

portava speranza e gioia di vivere...

la nostra società ha bisogno di questi uomini

che nel silenzio e con generosità

indicano qual è il senso della vita. Ringrazio

il Signore perché mi ha permesso

di conoscere Faustino, e perché ha

dato il meglio della sua vita qui in Cile,

mia terra.

p. Victor Villegas

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ACQUA,

FONTE DI VITA

Già altre volte abbiamo scritto sul

nostro mensile missionario “La

Missione della Madonna e i suoi

Servi” del dramma per la mancanza

d’acqua che incombe sull’umanità.

Abbiamo raccolto la denuncia di vari

Enti contro le Multinazionali senza scru-

poli e avide di guadagni che stanno

cercando di impossessarsi di questo bene

essenziale alla vita. È un gravissimo

peccato contro Dio e contro l’uomo

quello che si sta consumando sotto

gli occhi di tutti: già ora ci sono

popolazioni che non hanno libero accesso

all’acqua, soprattutto in Africa,

in Medio Oriente, in Asia e in altre parti

del mondo. Anche l’ONU ha lanciato

un grido d’allarme. Riportiamo una sintesi

di quanto si è fatto in Aysén e si

progetta di fare per il prossimo futuro,

su iniziativa della Chiesa locale e del

suo vescovo Luigino Infanti Della Mora,

Servo di Maria.

CILE

Aysén:

agua y vida

Il seminario di studio svoltosi nella città

di Coyhaique, in Cile, nel mese di gennaio

07 sul tema “Aysén: Acqua e Vita”,

organizzato dal Vicariato Apostolico

della XI Regione del Chile, ha avuto

preziosissime conseguenze. Riportiamo

alcuni dati che ci aiutano a sensibilizzarci

sull’acqua, bene comune indispensabile

alla vita sulla terra.

Il Cile ha un’organizzazione statale con

il compito di regolare l’uso dell’acqua

potabile salvaguardardando lo sviluppo

presente e futuro del paese. L’organizzazione

statale si chiama “Direzione

Generale dell’Acqua” (D.G.A.). Lo

strumento legale che regge questa istituzione

e detta leggi sull’uso e la distribuzione

dell’acqua é il “Codice dell’Acqua

del 1981”, modificato nel 2005

e 2006.

Le caratteristiche principali sono: il

codice si basa su un’economia di mercato;

i diritti dell’acqua sono totalmente

indipendenti dai diritti della proprietà

della terra e possono essere venduti,

comperati o trasferiti liberamente; l’acqua

é un bene nazionale pubblico,

appartiene a tutti e si concede ai singoli

la possibilità di beneficiarne; la

richiesta del suo uso non ha bisogno

di giustificazioni; l’acqua é un bene di

prima necessità e il diritto al suo utilizzo

non é legato ad uno scopo particolare;

i diritti sono concessi in perpetuo

e gratuitamente.

Tipi di “Diritto dell’Acqua”: diritto consuntivo:

concede al titolare la possibi-


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lità di consumare l’acqua nella sua totalità

e per qualsiasi uso;

diritto non consuntivo: permette l’uso

dell’acqua senza consumarla con l’obbligo

di restituirla, come stabilito nell’atto

di acquisizione del diritto.

Le proposte concrete per uno sviluppo

sostenibile ed equo della XI Regione

cilena vennero formulate nella seconda

sessione di aprile del Seminario

“Aysén, Acqua e Vita”, al quale parteciparono

oltre 300 persone provenienti

da varie parti della zona e anche

dall’Argentina.

Venne proposto di

- creare un sito Web dedicato esclusivamente

al tema dell’acqua;

- creare un’organizzazione con personalità

giuridica, con una equipe multidisciplinare,

capace di affrontare questa

problematica, organizzando incontri

educativi sul buon uso delle

risorse naturali, quindi non solo dell’acqua;

- partecipare attivamente a tutte le riunioni,

conferenze, manifestazioni riferenti

all’acqua;

- usare ogni mezzo di comunicazione

per intensificare campagne di coscientizzazione.

Queste sono solo alcune tra le proposte

emerse durante il seminario a testimonianza

che l’acqua e la tutela del

creato è sentito dalla popolazione aysènina

come un bene assoluto.

ALCUNE

TESTIMONIANZE

DI PARTECIPANTI

AL SEMINARIO

Per Miguel Gatica, proveniente da Puerto

Guadal (Lago G. Carrera), é stato

molto illuminante l’esposizione del p.

Marcello Barros circa la responsabilità

che ogni persona deve avere circa

il tema e propone un’assemblea regionale

partecipata da tutti, ma guidata

da “noi patagoni” (abitanti della Patagonia

Cilena che comprende anche

la nostra Regione).

Claudio Mendieta, da Los Antiguos (Argentina),

dice che, pur non essendo

la prima volta che partecipa a seminari

del genere, questo é stato un incontro

pieno di novità e di progetti, e pensa

che sia indispensabile coscientizzare

la gente se si vuole conservare in buona

salute il globo terraqueo.

La giovane Ferdinanda Sandoval di

Coyhaique è rimasta molto soddisfatta

e contenta di aver partecipato; anzi

manifesta la sua delusione per aver

visto pochi giovani alla medesima.

Un seminario aperto a tutta la comunità

della Regione era ciò che tutti

desideravano, indipendentemente dal-

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la religione o ideologia politica: è

stato il pensiero di una signora della

Chiesa Metodista Pentecostale, aggiungendo

che tutti dobbiamo unirci

per la causa comune della protezione

del creato.

Secondo il vescovo della Chiesa locale,

mons. Luis Infanti Della Mora,

l’incontro ha risvegliato in tutti i partecipanti

il desiderio di continuare la

riflessione e l’approfondimento del tema,

ma anche il bisogno di comunicare

a tutti gli assenti i frutti e gli impegni

presi in questa circostanza.

Il Vescovo Infanti ha fatto risaltare la

diversità dei partecipanti al seminario,

affermando che è stato vissuto un momento

molto importante per rinforzare

la coesione di fronte ad alcuni progetti

che sconvolgono la regione dell’Aysén.

Infine, ha preannunciato la

pubblicazione di una Lettera Pastorale

sul tema.

APPUNTI

SULL’ETICA

DELL’ACQUA

Il momento formativo più importante

del seminario “Aysén, Acqua e Vita”

é stata la presenza del teologo brasiliano

Marcello Barros, il quale, grazie

alla sua cultura ed esperienza personale,

ha offerto delle riflessioni inedite

sull’acqua e sulla creazione alla

comunità regionale presente.

E’ interessante vedere come questo tema

sia trattato dalla Bibbia, dalla pastorale

e dalla teologia; ma ancora più

interessante vederlo sotto l’aspetto etico.

Il Padre Barros ha precisato “che

la natura non ha un’etica personale,

ma una missione da compiere; é l’uomo

che garantisce e che aiuta la natura

a mantenere una linea di amore;

e questa é l’etica”.

Ha spiegato ancora che la parola “etica”

deriva dal greco e che significa

scopo, atteggiamento, meta, quindi è

solo l’essere umano che può dare alla

natura un senso, una direttiva, uno

scopo. Nel mondo, diceva, ci sono due

visioni di etica: c’è quella del dovere

o legale e quella della responsabilità.

La prima indica ciò che é permesso

e ciò che é proibito, ciò che è bene

e ciò che é male. Invece l’etica della

responsabilità dice che l’uomo deve

essere un sostenitore e un guardiano

della vita. L’essere umano sarà felice

e si realizzerà se si assume la responsabilità

della sua vita e della vita

degli altri.

Però bisogna distinguere tra responsabilità

e proprietà; l’uomo è responsabile

di qualche cosa e non padrone

o proprietario. Il p.Barros riconosce

che la nostra società ha cambiato

criterio e ha aperto la porta al capitalismo,

il quale non ha etica morale

e quindi non ha responsabilità per

la vita e, non avendo responsabilità,

é evidente che la grande vittima é la

natura. Viviamo in una società che mercanteggia

tutto, la salute, l’educazione,

ecc..., ma noi possiamo dire “no”.

Ci sono cose che non sono commerciabili.

La vita non è merce di mercato

e siccome l’acqua è fonte della vita,

l’acqua non può essere privatizzata e

commercializzata”. Da qui il rifiuto

di una economia di mercato per l’acqua.

Il teologo brasiliano ha lanciato anche

un messaggio a tutti gli abitanti della

regione per mezzo di Radio Santa Maria

di Coyhaique dicendo: “Gli esseri

umani sono tutti membri della stessa

famiglia umana e questa umanità

costituisce unità anche con tutti gli esseri

vivi di questa terra; allora é una

grazia di Dio quella di sentirci tutti

responsabili della natura che ci circonda,

sia nelle isole che nel continente,

nella campagna e nella città”.

Concludeva chiedendo la benedizione

del Signore perché tutti diventino

veri pastori e pastore, guardiani e custodi

della creazione di Dio.

Puentes de Aysén

(Trad. p. M. Zanella)


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P. GIUSEPPE BELLÒ

70° anniversario di Ordinazione sacerdotale

Padre Giuseppe è originario di Valrovina

(VI), paese situato poco lontano da

Bassano del Grappa, dove è nato il 25

giugno 1913. È stato ordinato sacerdote il

22 maggio 1937, esattamente 70 anni fa,

all’età di 24 anni.

La comunità di Coyhaique, Aysén, in Cile,

dove lui risiede, lo ha festeggiato con mol-

to calore e affetto con una bella e partecipata

celebrazione Eucaristica e poi in comunità

con un adeguato pranzo di festa

con i frati, dove lui ha avuto modo di esprimere

tutta la sua arguzia e vivacità di cuore

e di parola.

Il p. Giuseppe non è l'unico della famiglia

Bellò ad essere missionario: quando nel 1937

si imbarca a Genova, per lo Swaziland in

Africa, assieme a p. Ferdinando Malva, sua

sorella Giovanna, delle suore Salesiane, si

trovava già nella selva Amazzonica in Equador

fin dal 1932. Dopo qualche anno, il

fratello minore p. Alessandro, anche lui dei

Servi di Maria, partirà alla volta dell'Argentina.

Dopo 14 anni di Africa, i superiori nel 1952

lo inviano in un altro continente, in una

terra tra le più povere dell'America Latina,

in Bolivia, dove vi rimane fino al 1959 quando

la lettera di obbedienza dell’allora priore

provinciale Clemente Francescon lo assegna

alla comunità di Coyhaique.

In Cile opera in varie località, distanti giorni

di cammino a cavallo, oggi sarebbe almeno

un giorno di macchina, fino al 1995

quando ritorna per rimanere nella comunità

di Coyhaique.

La vita di p. Giuseppe è un racconto avvincente,

a volte drammatico, spesso gioio-

so e faceto, ma mai banale, con riflessioni

molto profonde. Lui stesso ha narrato la

sua vita in una serie di volumi dattiloscritti

che raccontano la storia iniziale e lo sviluppo

di alcune delle nostre Missioni, dal Swaziland

in Africa, alla Bolivia e per finire all’Aysén,

in Chile, con gli sbagli fatti, anche

da persone illustri, ma soprattutto con l’immenso

bene portato a termine e consegnato

alla storia di uomini e donne senza numero

dall'umile lavoro di tantissimi frati missionari,

nella solitudine delle distanze e

nell’offerta serena della propria vita. Uno

di questi frati è p. Giuseppe.

Una pennellata sulla personalità di p. Giuseppe

la attingiamo dall'intervento di p. V.

Memo in ”La Iglesia de Aysén, puente entre

fe y cultura” (La Chiesa di Aysén ponte

tra fede e cultura): “Negli scritti e nei diari

di p. Giuseppe emerge la personalità del suo

autore, persona forte di grandi pregi, che si

manifesta così come è nel cuore, appassionato

nella difesa della giustizia, un sacerdote

profondamente preoccupato per le vocazioni

sacerdotali e religiose, vedendo l'abbondanza

della messe e la mancanza di operai

per la messe di Dio”. E il giornalista

Victor Soto Guzmàn di Aysén lo ha descritto

così: “sacerdote per vocazione e

missione, missionario per definizione, Servo

di Maria per la sua consacrazione alla

Vergine. Però anche missionario per il suo

spirito un po’ zingaro,

sempre in movimento,

inquieto, spirito

che va da un luogo

all'altro, incapace

di stare molto tempo

nello stesso posto,

sempre alla ricerca.

P. Giuseppe ha camminato

a lungo in

mezzo a noi: suo unico

obiettivo è annunciare Gesù Cristo, e proclamare

il messaggio che lui stesso un giorno

aveva ascoltato dalla propria madre quando

rimase orfano del padre: Dio è Padre di

tutti, Gesù Cristo è suo figlio mandato a

noi per insegnarci a vivere meglio e lo Spirito,

la Penna di Luce che scrive tutto il bene

da fare…”

f.p.

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Incontro con i parenti dei nostri missionari

Domenica 20 maggio 2007 si è svolto all’Istituto Missioni di Monte Berico l’annuale

incontro con i parenti e amici dei nostri frati missionari. La prima parte della

mattinata si è svolta nello scambio di informazioni tra il p. Nando, Priore provinciale,

e i familiari dei frati residenti all’estero. Presenti anche alcuni frati in Italia

per un periodo di riposo, il p. Nico Sartori dalla Bolivia, il p. Aldo Bernardi dall’Aysén,

il p. Carlo Serpelloni dall’Argentina, hanno presentato a loro volta dei problemi

pastorali e sociali ai quali cercano di fare fronte come possono anche con il

nostro aiuto. Alle ore 12.00 c’è stata la celebrazione della Messa all’Altare della

Madonna di Monte Berico: la preghiera per tutti, vivi e defunti, è stata molto intensa.

Il pranzo che ne è seguito ha lasciato nel cuore di tutti il desiderio di rivedersi

ancora il prossimo anno. Ad ognuno un cordiale ringraziamento e arrivederci.

Mensile di informazione e

animazione missionaria dei

frati Servi di Maria della

Provincia di Lombardia

e Veneto.

Il segretario delle Missioni

N. 6 - Luglio/Agosto - Anno LXXXIII - Aut. Trib. Vicenza n° 150 del 18-12-1979 www.missionimonteberico.it

Corrispondente e amministratore: Polotto Francesco

Direttore Responsabile: Giovanni Sessolo

Redattori: Ganassin Eugenio, Sartori Domenico, Predonzani Bruno

Recapito: Istituto Missioni Monte Berico - Viale E. Cialdini, 2 - 36100 Vicenza - Tel. 0444/543470 - Fax 0444/524976.

Per invio di offerte usufruire del c.c.p. 14519367 intestato a: Provincia Veneta Ordine Servi di Maria “La Missione della

Madonna”, Viale Cialdini, 2 - 36100 Vicenza - Stampa: Edizioni Zaltron, Vicenza 0444/505542

Questo periodico è associato all’USPI Unione Stampa Periodica Italiana

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