Appunti di un programmatore - Irpet

irpet.it

Appunti di un programmatore - Irpet

Appunti di un programmatore

Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi

I R P E T

Istituto

Regionale

Programmazione

Economica

Toscana


Appunti di un programmatore

Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi

I R P E T

Istituto

Regionale

Programmazione

Economica

Toscana


Riconoscimenti

L’indice di questo volume è stato concordato all’interno di un comitato di redazione

formato da antichi collaboratori, ma più ancora da amici, di Giuliano Bianchi (Paolo

Baldi, stefano casini Benvenuti, Alessandro cavalieri, Alessandro compagnino,

mario De Pascale, mauro Grassi e Giovanni maltinti).

All’interno del gruppo, De Pascale ha svolto con molto impegno il prezioso compito di

tenere le fila dell’iniziativa e di sottoporre a tutti sia i problemi che le soluzioni inerenti

il volume. Gli altri componenti colgono quindi questa occasione per ringraziarlo per

il lavoro svolto.

L’allestimento editoriale è stato curato da elena Zangheri.

si ringraziano le case editrici einaudi, Franco Angeli, il Ponte e Le monnier per aver

concesso l’autorizzazione per la ristampa di alcuni contributi.


Indice

5 Presentazione di Nicola Bellini

9 Prefazione di Giacomo Becattini

15 Analisi delle interdipendenze locali: alcune premesse teoriche

Giuliano Bianchi, Marco Bellandi, Fabio Sforzi

55 Schemi numerici, modelli interpretativi, metodi di programmazione

Giuliano Bianchi

73 «Maturità precoce»: una modernizzazione a rischio

Giuliano Bianchi

145 Onde lunghe e take-offs regionali in Italia e Gran Bretagna

Giuliano Bianchi, Stefano Casini Benvenuti, Giovanni Maltinti

167 Firenze e il suo sistema metropolitano. Riflessioni su un’opportunità

mancata

Giuliano Bianchi

189 Innovazione formale e sviluppo economico in Toscana

Giuliano Bianchi

199 Requiem per la Terza Italia? Sistemi territoriali di piccola impresa e

transizione postindustriale

Giuliano Bianchi

227 Alla ricerca della memoria perduta

Giuliano Bianchi

249 Quarant’anni e non li dimostra

Giuliano Bianchi


PRESENTAZIONE

Nicola Bellini

Ho provato a leggere questa collezione di scritti di Giuliano Bianchi,

studiati più volte in passato, come se non li conoscessi e non li avessi

mai letti. è pratica che va riservata ai classici e la riflessione di Giuliano

sulla Toscana e sui destini della programmazione regionale può ormai

ben essere iscritta a questa categoria. Come suggeriva un grande direttore

d’orchestra, Georg Solti, le copie delle grandi partiture, che negli anni si

son riempite fitte di appunti e notazioni interpretative, ogni tanto vanno

buttate via, ne va ricomprata un’altra copia intonsa e devono essere rilette

da capo, come se fossero acquisizione nuova. Fare tabula rasa delle chiavi

di lettura consolidate permette anche nel caso dei lavori di Giuliano di

rivivere in diretta la forza della scoperta, dell’intuizione e della passione

civile che le accompagna.

Per il sottoscritto c’è un motivo in più di confronto con la contemporaneità

dei suoi scritti: il fatto di essere stato da poco chiamato a occupare quella

scrivania di direttore dell’Irpet, da cui Giuliano operò per dodici anni,

lasciando un segno indelebile. Come ha recentemente ricordato Franco

Volpi, è stato infatti proprio lui, unico non accademico nella sequenza

dei direttori dell’istituto, ad aver operato con più coerenza e successo

per realizzare la difficile missione di questo istituto: rendere compatibile

l’esigenza di dare risposte pronte alle esigenze conoscitive dei processi

politici con quella di “dotarsi di capacità conoscenze e strumenti di analisi

adeguati che comportano investimenti di lungo periodo” * .

A me francamente non sembra paradossale che chi più conosceva e

praticava il rapporto con la politica e con i suoi processi decisionali sentisse

in modo così vivo l’urgenza di garantire all’istituto quell’autonomia non

formale, ma sostanziale, che deriva dal rigoroso presidio delle tecniche e

dei metodi di analisi. Il fatto è che nella visione di Giuliano l’autonomia

e solidità scientifica erano esse stesse un dato politico nel momento

in cui servivano a denunciare la distanza tra certi gruppi dirigenti ed

il “nuovo” e il “vero” che l’analisi portava ad evidenza. è l’analisi

scientificamente fondata che costringe la politica, altrimenti (spesso)

riluttante, all’esercizio intellettuale di “pensare in grande e di guardar

lontano”, superando il “divorzio fra il dominio delle conoscenze razionali

e quello dei processi decisionali”.

* Volpi F. (2009), “L’IRPET: 1968-2008”, in Becattini G., Bianchi G., Casini Benvenuti S., Meini

M.C., Volpi F. (2009), “I quarant’anni dell’IRPET”, Il Ponte, LXV, 1-2, gennaio-febbraio, p. 8.

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 5


Il ruolo della programmazione è per eccellenza l’ambito in cui le scelte

pubbliche si organizzano in “sistema”. Non tutto l’intervento pubblico è

infatti programmazione: questa richiede finalità derivate da un’analisi,

obiettivi quantificati, priorità stabilite, coerenza dimostrata, meccanismi

di controllo. Né la complessità sistemica, decisionale, sociale, etc., né la

non linearità delle dinamiche economiche giustificano l’abbandono della

programmazione. Scrive Giuliano: “Proprio la complessità -se la ragione

non ha alzato bandiera bianca- sfida a organizzare il ragionamento e a

impiegare tutti i mezzi che possano aiutare a capire e ad agire”.

La programmazione esige l’immissione di “più tecnica” nei processi

decisionali. è questo il fondamento dell’impegno di Giuliano nella

predisposizione di un modello informativo del sistema regionale di

programmazione, centrato sullo sviluppo in Irpet delle matrici regionali,

ancora oggi uno degli asset più preziosi dell’istituto. La razionalistica

passione per le tecniche non perse mai in Giuliano la consapevolezza dei

fini per cui quelle tecniche dovevano essere utilizzate, ossia della loro

strumentalità. Circondati come siamo da tanto “manierismo econometrico”,

suona come un monito l’ironica confessione che Giuliano ha fatto nel suo

ultimo intervento qui riportato, in occasione del quarantennale dell’istituto:

“il mio intento non era molto raffinato: usare il modello, i modelli, come

clava, per fare del terrorismo econometrico”.

La tecnica dunque non diventa feticcio. Nelle pagine di questo volume

ritroviamo analisi appassionate quanto penetranti non solo dell’articolarsi

dell’economia regionale, ma anche delle evoluzioni sociali e soprattutto

degli attriti nella difficile e non banale dialettica tra cultura politica e

dinamiche socio-economiche, al centro degli sforzi dell’autore di “capire

perché” e del suo domandarsi: “nulla da fare?”

La tecnica va per altro messa costantemente sotto pressione. Per essere

effettivamente capace di incidere sui processi decisionali, non ci si può

accontentare degli aggregati ma bisogna perseguire una lettura che può

essere realistica (e quindi pertinente) solo in quanto “fine”, cogliendo i

caratteri non solo delle diverse manifatture, ma anche delle diverse

agricolture, dei diversi turismi, dei diversi terziari. E soprattutto bisogna

essere onesti e aperti al riconoscimento della realtà nuova, anche quando

essa ci scompiglia le chiavi interpretative consolidate. Così: “Sarebbe

davvero ironico se un’analisi spregiudicata e innovativa come quella che

condusse all’identificazione, prima, e alla concettualizzazione, poi, dei

distretti industriali e della Terza Italia, si anchilosasse, oggi, nella proposta

di un nuovo stereotipo, frapposto alla percezione della realtà”.

In questo turbinio di idee tra passione civile e amore per le tecniche

merita infine sottolineare le testimonianze ricorrenti della sua straordinaria

cultura. In un ricordo di Giuliano, Giacomo Becattini ha citato come tratto

6 Presentazione


distintivo della sua direzione proprio le “squisitezze di carattere culturale

che erano parte della sua natura”. Qui le ritroviamo nei richiami eruditi

e illuminanti, nella provocazione spiazzante che è creata da un’inattesa

citazione. Ma forte resta la sensazione che, oltre a regalarci qualche

sorprendente fuoco d’artificio, la sua cultura -anche in questi scritti- sia poi

il vero collante che tiene assieme tutto, dando spessore e senso profondo a

questa singolarissima figura di intellettuale ed al suo lavoro, da quello che

ci resta nelle parole dei suoi scritti a quello che è tramandato dai risultati

del suo agire.

Ed è questa sua cultura che forse oggi ci manca più di tutto.

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 7


PREFAZIONE*

Giacomo Becattini

In ricordo di Giuliano Bianchi

Credo di aver conosciuto Giuliano nel 1963, in occasione del convegno

su «La Toscana nella programmazione economica organizzato dall’Urpt.

Giuliano curava, insieme ad altri, gli Atti del convegno. Il nostro primo

incontro -se ricordo bene- fu simpatico, ma non privo di spine, nel senso che

lui mi incalzò -com’era d’altronde suo compito- e io resistei, come d’uso, a

consegnare, il prima possibile, la versione definitiva della mia relazione. Da

questa prima collaborazione Giuliano e i suoi colleghi trassero il volumone

-940 pagine!- degli atti (La Toscana nella programmazione economica,

Firenze, 1963) che molti della mia generazione ricordano.

Rimanemmo in contatto, ma non ricordo niente di particolare fino

al 1968, data fatidica, nel nostro piccolo mondo, più che per i riflessi

parigini, per la fondazione dell’Irpet. Giuliano, funzionario della Provincia

di Firenze, fu, fin dall’inizio, all’interno delle Amministrazioni pubbliche

fiorentine e toscane, uno fra i non molti amici di quel nuovo arrivato. Dei

pochi altri amici, vicini al potere, ricordo solo Vanni Parenti. Può apparire

strano, oggi, ma questa creatura, l’Irpet, anche per lo spazio d’indipendenza

che subito tentò di acquistarsi, non riscuoteva molte simpatie nel mondo

delle autonomie locali. In particolare non andava a genio alle Camere

di commercio toscane, presenti in massa nel suo primo Consiglio di

amministrazione.

Ebbene l’avere amici come Giuliano alla Provincia di Firenze e Vanni al

Comitato regionale per la programmazione economica per la Toscana, e poi

alla Regione Toscana, per non parlare, naturalmente, di Elio Gabbuggiani,

presidente dell’Urpt e primo presidente dell’Irpet, fu decisivo per dare

all’istituto la chance di un’indipendenza dal mondo politico allora -e

ancor’oggi- quasi impensabile.

Giuliano, debbo dirlo, aderì subito alla tematica dello sviluppo locale,

che avrebbe poi caratterizzato una stagione dell’Irpet. Ricordo, come

momento significativo di successivi sviluppi -che non saprei collocare

esattamente nel tempo- la sua utilissima illustrazione a funzionari

provinciali e comunali delle statistiche locali toscane, appoggiata, credo,

a un testo ciclostilato s.d. di Paolo Quirino e Oreste Cherubini: Il sistema

informativo statistico locale: problemi e caratteristiche.

* Testo contenuto in Becattini G., Bianchi G., Casini Benvenuti S., Meini M.C., Volpi F. (2009),

“I quarant’anni dell’IRPET”, Il Ponte, LXV, 1-2, gennaio-febbraio, pp. 20-24.

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 9


Ma il periodo in cui -per quel che ne so io- il genio bizzarro di Giuliano

si scatenò, fu il periodo in cui, succedendo al triunvirato Giovanni Ariano,

Paolo Baglioni, Alfiero Falorni, diresse l’Irpet. Il colpo di barra che

Giuliano diede all’Irpet, rispetto al periodo precedente, si può riassumere

in una maggiore vicinanza agli interessi del governo regionale e in una

maggiore attenzione agli standard della ricerca universitaria. Non e

un caso che molte conclusioni dell’Irpet di Bianchi trovassero echi nei

programmi regionali e che l’Irpet si affermasse, per rigore e ricchezza

di strumentazione analitica, fra gli Istituti regionali del periodo, fino a

guadagnarsi il prestigioso premio Einaudi.

Ma il periodo della direzione di Giuliano si distinse anche per

squisitezze di carattere culturale che erano parte della sua natura. Per

esempio, nel dicembre 1976 pubblicò un blocco di lettere di David Ricardo

dal suo «Journal of a Tour on the Continent, dove si rivela la meraviglia

del grande economista inglese per la fioritura, a Firenze, di una miriade

di micro-artigiani che, in pelle, stoffa, paglia, ecc.. facevano deliziose

«piccolezze» per turisti; nel dicembre 1978, a celebrazione del decennale

dalla fondazione dell’Irpet, pubblico una pressoché sconosciuta Storia del

libero scambio in Toscana (1878), di Giacomo Montgomery Stuart; infine,

nel marzo 1980 ripubblico il celebre Tableau de l’agriculture toscane di

Sismonde de Sismondi.

D’altronde i suoi interessi per la cultura in senso lato, dalla musica alla

gastronomia, erano noti a tutti. Ricordo bene che mi ha trascinato più volte,

spesso con mia moglie, al Teatro comunale, o, in occasione di convegni

qua e là, in ristoranti e trattorie famosi, dove si gustavano le specialità

del luogo. Che m’illustrava, con gli occhi lustri, dettagliandone i pregi e

illustrandone le radici.

Ricordo anche le sue visite, spesso con sua moglie Carla, con Elio

Gabbuggiani o Reginaldo Cianferoni, a Malmantile, e le discussioni,

perlopiù di politica -ovviamente!- che, innaffiate dal vino di Caparsa,

riempivano quei nostri pomeriggi di festa. In particolare, ricordo un

pomeriggio del 1979, in cui, lui e Gabbuggiani, allora sindaco di Firenze,

mi convinsero a presentarmi come indipendente nella lista del Pci -da cui

ero uscito da una ventina di anni- alle elezioni amministrative del 1980.

L’esperienza non fu fortunata, per tante ragioni personali, ma anche per

l’ascesa di Craxi, che dissolse anche a Firenze uno dei presupposti taciti

del mio ritorno in politica, un’azione unitaria delle sinistre, per rifare di

Firenze la versione contemporanea del «libero comune».

Un’esperienza interessante fu anche quella dell’Isia. Nella scuola

superiore del design, il regno dell’immaginazione finalizzata, ricordo che

Giuliano si sentiva particolarmente a suo agio. Quell’esperienza, credo,

rafforzò la sua predilezione per ciò che lui -a quel che ne so io- battezzo

10 Prefazione


«innovazione formale», così importante per le “piccolezze” toscane. Trovo

molto appropriato che la sua commemorazione funebre abbia avuto luogo

nei locali di quell’Istituto. Potrei continuare a lungo con i ricordi di due

vite che s’intrecciano ripetutamente, ma ne ho accennato altrove (Scritti

sulla Toscana, Firenze, Le Monnier, 2007, specialmente nel IV volume) e

non voglio ripetermi.

Preferisco invece concentrarmi sul tema dei suoi apporti all’interpretazione

economica della Toscana, presentandoli, “candidamente”, come io li vedo.

Credo che anche lui, se potesse, li gradirebbe così. Gli episodi che rapidamente

richiamerò sono solo tre, ma, volendo, si potrebbero moltiplicare.

Al momento della mia uscita dall’Irpet io mi lasciai dietro

un’interpretazione dello sviluppo toscano piena di luci e di ombre. Ebbene,

le mie luci -per esempio l’impetuosa industrializzazione leggera dei nostri

distretti industriali, ch’io leggevo nei dati- non andavano a genio alle forze

politiche egemoni in Toscana (Pci e Dc). È inutile dire che a differenza di

chi scrive, che dal fortino dell’Università poteva dire quello che voleva,

Giuliano che di quel mondo politico faceva parte istituzionalmente, non

poteva ignorare quella violenta ostilità.

La prima soluzione che tentò di dare al problema era, rebus sic stantibus,

la sola possibile: vista la riluttanza a prender per buono uno sviluppo fondato

sulle “piccolezze” del made in Tuscany, Giuliano tentò, con l’aiuto di alcuni

membri della vecchia guardia dell’Irpet, in particolare di Alfiero Falorni,

di valorizzare i «collegamenti all’indietro», nel linguaggio di Hirschman,

del made in Tuscany, patrocinando, di fatto, una politica di appoggio ai

settori a monte delle deliziose “piccolezze” toscane (es. meccanotessile,

macchine per il legno, ecc.), che l’Irpet battezzò «industria intermedia».

Noto oggi, en passant, che quei collegamenti all’indietro sono all’origine

dei successi di parte dell’attuale meccanica toscana.

Ma neppure in questa forma mascherata e contratta, 1’interpretazione

Irpet 1975 dello sviluppo toscano passò il vaglio della politica regionale.

Cosa fare? Giuliano scelse una via di uscita “alta”: gettarsi in pieno

nell’avventura, allora appena agli inizi, delle Scienze regionali.

Fu così che L’Irpet divenne il regno dei modelli economici ed

econometrici, in cui trovava sfogo un’altra delle passioni di Giuliano l’amore

per le tecniche. Fu un grande successo: a) i ricercatori Irpet -specialmente

la “nuova leva”, reclutata e “allenata” da Giuliano- si appropriarono delle

strumentazioni più a la page; b) l’Irpet entro validamente nel dibattito

scientifico delle nascenti scienze regionali (della cui associazione Giuliano

fu anche presidente); c) i politici toscani furono liberati -finalmente!- da

una challenge che invadeva il loro terreno di caccia.

Ma non è tutto. L’interpretazione Irpet aveva aperto un problema: se lo

sviluppo dei distretti industriali dipende dalle economie esterne -esorcizzate

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 11


dai fedeli del culto neoricardiano e ignorate dal mainstream- come

distinguere 1’area investita da questa specie di manna che cade dal cielo

sulle piccole imprese? Le analisi Irpet del 1969 e del 1975 argomentavano

e illustravano con esempi concreti l’interpretazione dei fatti post-bellici,

ma l’effettiva esistenza di un vantaggio competitivo delle piccole imprese,

impiantate nelle nostre storiche comunità organizzate in sistemi produttivi

locali, non poteva essere “dimostrata” con procedure logiche valide entro

l’ambito della scienza economica allora riconosciuta.

E qui sta un merito importante di Giuliano che mi piace ricordare.

Consapevole del fatto che le economie esterne locali non possono essere

dimostrate, cioè misurate, senza individuare il loro ambito territoriale,

Giuliano dedico una parte delle sue energie, intellettuali e organizzative, a

individuare, insieme a Fabio Sforzi, tale ambito territoriale. Ne sortirono,

con l’aiuto di alcuni colleghi dell’Università di Newcastle upon Tyne, i

«sistemi locali del lavoro» che, adottati dall’Istat, costituiscono oggi la

griglia territoriale di molti fenomeni produttivi. Quel che più rileva,

dal punto di vista che qui m’interessa, è che essi hanno portato a una

perimetrazione accettabile dei distretti industriali. Da ciò è scaturita

l’econometria distrettualistica, che, con la misurazione dell’«effetto

distretto» ha sancito -in forme riconosciute dall’Accademia- la validi

delle “luci” delle interpretazioni Irpet 1969 e 1975.

Molti anni della sua direzione dell’Irpet sono contrassegnati, nella mia

memoria, anche dalla sua collaborazione ai miei corsi universitari, nella

forma del professore a contratto. L’aiuto che Giuliano mi diede in quegli

anni, più efficiente che puntuale, mi servì molto per esplorare, con congedi

ripetuti, i meandri del pensiero economico vittoriano. Di ciò gli sono ancora

molto riconoscente.

C’è poi stato un periodo di lontananza, interrotto peraltro da contatti

significativi, che si è esaurito solo in anni recenti, con ritorni autocritici ed

espressioni affettuose da ambo le parti, che dimostrano che la fiamma della

stima reciproca e dell’amicizia non si era mai spenta.

L’ultima volta che ho visto Giuliano e stato l’11 febbraio di quest’anno,

alla presentazione del mio Calabrone. Giuliano, accompagnato, quasi

sorretto, dalla sua seconda moglie, Giovanna Pajetta, era piuttosto mal

messo, ma affettuoso e -se si può dire così- brillante. Ci lasciammo con la

promessa di un incontro a casa mia, nella mia terrazza -a parlare, perché

no? del sesso degli angeli- che sapevamo ambedue pressoché impossibile.

Come fu, purtroppo.

Il libro che Marco Dardi e Stefano Casini Benvenuti presentavano

(Il calabrone Italia, Bologna, il Mulino, 2007) si apriva con un saggio

dal titolo La multiregionalità dello sviluppo economico italiano, a firma

Giacomo Becattini e Giuliano Bianchi. Ora, il 1982, data di quel saggio,

12 Prefazione


segna un trapasso importante nei miei studi -e anche nei suoi, per quel che

ne so- nel senso di costituire il momento in cui alzo la testa dalle vicende

toscane per dedicarmi alla decifrazione dello sviluppo complessivo del

nostro paese. La prova dell’importanza ch’io diedi a quel confronto sta nel

fatto che ho conservato, in apposita cartella, il carteggio relativo a quello

studio. Sono andato a riaprirla, quella cartella, e sono riaffiorate alla mia

memoria, con commozione facile a immaginare, tutte le fasi di quel ping

pong intellettuale.

Ma c’è ancora un aspetto del Giuliano di quegli anni ottanta che voglio

ricordare: la sua premonizione dei problemi e delle prospettive dell’area

metropolitana che si andava formando attorno a Firenze. Questo è un

punto su cui non abbiamo mai trovato il tempo e l’opportunità di chiarire

le nostre posizioni.

E ora io son qui -ingiustamente, se vogliamo, a rigor di calendario- a

ricordare lui, che, furbescamente, si è sottratto al compito di ricordarmi.

Non suoni irriverente questa chiusa, perché, col suo spiritaccio fiorentino,

son certo che Giuliano l’avrebbe gradita.

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 13


ANALISI DELLE INTERDIPENDENZE LOCALI: ALCUNE PREMESSE TEORICHE*

Giuliano Bianchi, Marco Bellandi, Fabio Sforzi

Introduzione

La spiegazione dell’efficienza economica e delle suscettività di sviluppo

di sistema di piccole imprese, territorialmente concentrate e, di norma,

specializzate per prodotti, parti di prodotto, fasi di processo e un tema che

ha conosciuto una notevole fortuna nella letteratura economica (e non solo

economica) in questi ultimi anni. A parte un primo lavoro pionieristico

(IRPET, 1969), la ricerca e la discussione si son venute sviluppando con

crescente, e per ora non declinante intensità soprattutto dalla metà degli

anni Settanta (fra gli innumerevoli contributi ci limitiamo a ricordare,

esemplificando: Becattini, 1975; Brusco, 1975; Bagnasco e Messori,

1975; Bagnasco, 1977; Tousijn, 1978; Varaldo, 1979; Lorenzoni, 1979;

Cori, 1979; Mariti, 1980; Paci, 1980; Antonelli e Momigliano, 1980;

Garofoli, 1981), coniando locuzioni di varia consistenza interpretativa

ma di indubbio successo pubblicistico quali: “area sistema”, “economia

periferica”, “industrializzazione diffusa” variamente intrecciate a categorie

come quella di “decentramento produttivo” o a etichette assai più sprezzanti

come quella di “economia sommersa”.

In realtà ci si può accostare a questi temi muniti di uno schema teorico

unitario sol che si ricordi come dalle proposizioni di Adam Smith sulla

divisione del lavoro parte una linea di pensiero che passa poi per A. Marshall,

A. Young, J. Stigler, fino ad arrivare ad un recente modello proposto da

N. Georgescu Roegen e adattato alle problematiche qui in esame da P.

Tani, secondo la quale si dimostra la possibilità di mettere in relazione

certe economie di scala e di sviluppo non alla dimensione di singole

organizzazioni aziendali, ma alla dimensione produttiva complessiva

di sistemi di imprese diverse, ove sia possibile e si attui un’opportuna

divisione del lavoro fra le medesime (Bellandi, 1982).

Del resto, e alla luce di questa linea di pensiero, integrata dai contributi

di A.O. Hirschman e di A. Lewis, che è stato possibile spiegare lo sviluppo

economico della Toscana di questo dopoguerra. Uno sviluppo “non

accentrato”, secondo un processo di proliferazione e diffusione di piccole

imprese operanti in settori “tipici” dell’industria leggera, che ha specificato

ambienti, come la “campagna urbanizzata”, identificati dalla peculiarità

delle relazioni fra le imprese e fra queste le famiglie, il mercato del lavoro,

* Memoria presentata alla III Conferenza Italiana di Scienze Regionali, organizzata dall’Associazione

Italiana di Scienze Regionali (AISRe), Venezia, 10-12 novembre 1982.

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 15


le istituzioni locali. Queste relazioni hanno attivato un efficace meccanismo

di generazione e trasmissione di economie esterne all’impresa ma interne

all’industria, che di quello sviluppo sono state il combustibile specifico

(IRPET, 1975a). Sulla stessa linea, e con la medesima strumentazione

concettuale, si è cercato di spiegare anche uno dei principali esiti del

nuovo ciclo del processo di industrializzazione toscano avviato nel corso

degli anni Settanta: la genesi, i cicli, di un’industria intermedia (Bianchi e

Falorni, 1980).

1. Economie esterne e interdipendenze locali

1.1 Economie esterne: rilevanza teorico-pratica e riscontri empirici

Assunta questa prospettiva, i differenziali di prestazione dei diversi sistemi

territoriali di imprese (ossia: di diversi sistemi economici locali) possono

essere ricondotti a differenziali dei flussi di economie esterne-interne

generate nei vari sistemi in dipendenza della loro diversa struttura e della

diversa configurazione delle relazioni fra le loro componenti.

È di immediata evidenza (e, del resto, ampiamente provato in

letteratura) quanto queste diversità ambientali siano significative per

interpretare il comportamento dei sistemi economici locali e rilevanti ai

fini di misurare (promuovere) l’efficienza degli apparati produttivi e di

prospettare (verificare) l’efficacia delle politiche. In particolare, tutte le

ricerche empiriche condotte dall’IRPET su settori (agricoltura, artigianato,

industria intermedia, turismo) o su aspetti (spesa comunale, occupazione,

trasformazione territoriale) della realtà toscana hanno mostrato come

la composizione dei fenomeni indagati, e soprattutto la loro notevole

variabilità. spaziale, dipendono in ultima istanza dai caratteri ambientali,

cioè dalle relazioni che localmente connettono i fattori economici e questi

agli aspetti extra-economici.

Ora, gli studi su questa materia sono grossolanamente classificabili in

tre classi:

a) studi sulla localizzazione industriale, che normalmente trattano di

“fattori localizzativi” secondo approcci descrittivi e non quantificabili;

b) studi sull’aggregazione spaziale dell’industria (o, più in generale e più

recentemente: delle attività produttive), che normalmente conducono

all’identificazione di clusters o complessi di industrie generati da una

“mutua attrazione localizzativa” o individuati sulla base di “similarità

qualitàtive”;

c) studi sull’efficienza dell’industria, la cui variabilità e normalmente

spiegata in termini di “economie di agglomerazione” che si assume

influenzino i costi e/o i ricavi.

16 Analisi delle interdipendenze locali: alcune premesse teoriche


Da Weber (e dalla rilettura che ne propone Hoover) in poi e stata

largamente accettata in letteratura una classificazione delle economie di

agglomerazione che le distingue in:

- economie interne di scala, come risultato dell’aumento della scala di

produzione all’interno di un singolo stabilimento;

-

-

economie di localizzazione, per le imprese di un’industria in una

determinata agglomerazione, dipendenti dall’aumento del prodotto

totale di quell’industria;

economie di urbanizzazione, per tutte le imprese e le industrie di

una determinata agglomerazione, dipendenti dall’ampliamento della

dimensione economica complessiva della medesima.

Sul contenuto definitorio di queste categorie, cosi come sul loro

successo nell’analisi economica, non e certo il caso di soffermarsi.

Sembra, però, opportuno rimarcare la rilevanza dell’approccio in termini

di economie esterne di agglomerazione da un punto di vista operativo:

per la generazione di politiche spazialmente differenziate, per esempio.

Naturalmente l’oggetto di possibili politiche non sono le economie in se,

ma le loro fonti concrete.

Da qui 1’evidente interesse di un’analisi circostanziata (e, per quanto

possibile, quantificata, o almeno tendenzialmente quantificabile) delle

varie classi di economie esterne di agglomerazione e delle loro fonti

specificamente individuate.

Se si guarda al complesso della letteratura sull’argomento, ricca di

elaborazioni anche di grande finezza interpretativa e non priva di riscontri

empirici, è agevole osservare che:

-

-

-

i dati occorrenti per la misurazione delle economie esterne di

agglomerazione (e quindi per 1’apprezzamento della “capacità” delle

loro fonti) sono raramente disponibili, si che, normalmente, si ricorre a

proxies parziali e inadeguati;

la spazializzazione dell’analisi e, frequentemente, eseguita in termini di

break-down della struttura produttiva nazionale, dato che molte ricerche

sono, per natura, intersettoriali e non inter-territoriali;

anche quando sono fornite misure, queste si riferiscono, di norma, a

correlazioni fra pochi fattori, separatamente considerati, piuttosto che

alle simultanee interrelazioni fra le componenti (non tutte di natura

economica) del sistema locale considerate.

Per queste ragioni si e ritenuto valesse la pena di esperire un tentativo

lungo un’altra direzione: partendo dalla definizione preliminare, ammessa

come ipotesi di lavoro, si assume che la fonte (e il canale di trasmissione)

dei flussi di economie esterne, che spiegano i differenziali di performance

dei sistemi produttivi spazialmente concentrati di piccole imprese

specializzate, sia costituita dal reticolo di interdipendenze fra le componenti

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 17


(non solo economiche) del sistema demografico-territoriale che “ospita”

quel sistema produttivo (con l’avvertenza che qui -e per ora- la nozione di

sistema è usata in termini intuitivi).

In effetti gli studi sullo sviluppo toscano fin qui prodotti (non solo

dall’IRPET) hanno dimostrato che:

- le interdipendenze settoriali (in termini input-output) del sistema

produttivo regionale sono piuttosto deboli, essendo l’origine della

domanda e dell’offerta che si rivolgono alle industrie regionali

tipicamente fuori della regione (Bianchi, 1982);

- le interdipendenze infra-settoriali (ancora in termini input-output) del

sistema produttivo regionale sono piuttosto forti, come ci si poteva

aspettare date le peculiarità di quel sistema (basato su piccole unità

produttive altamente specializzate, non solo per prodotti ma anche per

parti di prodotto e fasi di processo, sì che le celle sulla diagonale della

matrice sono tipicamente “piene”);

- le interdipendenze socio-economiche (diciamo: fra imprese, famiglie

e governi locali) appaiono essere notevolmente spesse, come prova

la persistente identità e la vitalità delle entità storico-geografiche

sub-regionali, potenzialmente rintracciate anche da un procedimento

analitico mirato all’identificazione di sistemi sub-regionali (in termini

di “sistemi urbani giornalieri”: Sforzi, 1982).

1.2 Presupposti e obiettivi di un programma di analisi delle interdipendenze

locali

Un programma di ricerca che abbia come oggetto l’analisi delle reti di

interdipendenze locali come sopra definite presuppone (oltre, evidentemente,

a una esplicitazione del paradigma teorico di riferimento) due scelte

preliminari relative all’ambito (spaziale ed economico) nel quale ricercare

quelle reti ed alle modalità (definitorie e operative) che ne permettano

(eventualmente) l’identificazione e (se possibile) la quantificazione.

Ora, segue dalla nostra definizione che l’ambito di ricerca è rappresentato

dai sistemi sub-regionali, da tempo identificati in Toscana. Sulla stessa

linea sono, del resto, Townroe & Roberts (1980) che, in un tentativo di

misurazione delle economie di agglomerazione usano la maglia territoriale

delle 61 planning sub-regions della Gran Bretagna, pur riconoscendo che “la

base spaziale più appropriata dovrebbe essere basata su qualcosa di simile

a un insieme di sistemi urbani funzionali, ciascuna area urbana essendo

definita sulla base delle sue caratteristiche interne (densità, pendolarità,

ecc.) e sulla base delle sue interrelazioni con le aree urbane contigue”. Per

quanto riguarda le modalità definitorie e operative dell’identificazione si

può ricordare, anzitutto, che le interdipendenze settoriali, diciamo classiche,

sono misurate ovviamente da una matrice input-output. Per la Toscana

18 Analisi delle interdipendenze locali: alcune premesse teoriche


ne sono disponibili due, 1975 e 1977, stimate con metodo “diretto”. E,

dati i comportamenti localizzativi dell’industria toscana, diverse “righe”

e “colonne” non suscettibili di qualche connotazione spaziale (Bianchi,

1982). Un accostamento al problema dell’identificazione e della misura

delle interdipendenze economico-sociali e extraeconomiche è rappresentato

dall’analisi dell’area sociale che permette la classificazione spaziale della

struttura sociale di un’area determinata, considerando simultaneamente

(e accoppiando un’elevata capacità di risoluzione analitica a un’elevata

flessibilità delle classificazioni) insiemi di variabili grandi a piacere

(il procedimento è stato applicato a tutta la Toscana, utilizzando come

base areale le sezioni di censimento, con i dati del 1971 si è in attesa di

replicarlo con i dati del 1981 (Bianchi et al., 1981; Openshaw, Sforzi e

Wymer, 1982c). Ma -più in generale e conclusivamente per questa nostra

impostazione- serve tener presente che sulla linea di pensiero aperta

dalla riflessione di A. Marshall sulle interazioni interne ad un sistema di

imprese (di non grandi dimensioni) spazialmente concentrate, e fra questo

e una certa popolazione (operai e non), su un territorio di insediamento

(industriale e residenziale) comune e relativamente ristretto (Bellandi,

1982), è stato recentemente riproposto (Becattini, 1979) il concetto di

distretto industriale, che si manifesterebbe appunto, come un “ispessimento

localizzato” dei sistemi di interdipendenze.

Ciò che qui preme sottolineare è che tramite il concetto di distretto

industriale si può ricondurre a un ragionamento economico, anche se non

di analisi economica angustamente intesa, una parte almeno della fitta

trama di interrelazioni economico-social-territoriali in cui si muovono

in certe realtà le imprese. L’importanza di questo tentativo sta appunto

nella sua unitarietà; cioè nella sua capacità di proporre non solo una

serie di strumenti concettuali ma anche una “unità d’indagine” adeguata

allo studio della “dimensione ambientale” dell’efficienza industriale

(Bellandi, 1981).

L’interesse di poter costruttivamente delineare un plausibile itinerario

di ricerca sul tema delle interdipendenze locali sarebbe almeno duplice, se

e nella misura in cui questo potesse rappresentare:

a) la confluenza di tre filoni di ricerca come quelli che -applicati sin qui

allo studio della Toscana- hanno prodotto: il riconoscimento delle

“aree tipologiche” (campagna urbanizzata, aree turistico-industriali,

aree urbane, campagna) generate dallo sviluppo di questo dopoguerra;

1’identificazione dei sistemi sub-regionali come componenti organiche

del sistema regionale; l’analisi della differenziazione spaziale della

struttura sociale dei singoli sistemi sub-regionali (o di loro parti);

b) il possibile basamento concettuale per la definizione di politiche

economiche a scala locale.

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 19


Occorre commentare brevemente questo secondo punto. Nel dibattito,

per la verità non sempre affascinante, circa 1’efficacia comparativa di

politiche economiche (o industriali o di programmazione tout court di tipo,

rispettivamente, “globale”, “settoriale” o “fattoriale” (per fattori cosiddetti

“orizzontali”: R&D, promozione, formazione, ecc.) si è venuta più

recentemente facendo strada 1’idea che, almeno in parte, l’insuccesso delle

politiche economiche regionali potesse essere ricondotto alla mancanza

di una loro “dimensione spaziale” e si è quindi ventilata l’alternativa

di politiche intersettoriali a base territorialmente definita (Antonelli e

Momigliano, 1980). Ma siamo, in genere, nell’ambito della specificazione

locale di politiche nazionali, o al massimo, del concerto fra politiche

nazionali e politiche locali.

Così se si considera la possibilità di progettare e implementare politiche

economiche locali (anche nel senso di regionali) in senso stretto si scopre

subito la mancanza di strumenti diretti (soprattutto di politica industriale) e

la scarsa efficacia degli strumenti indiretti sinora praticamente sperimentati:

o perché inefficaci in sé (esempio: contributi in conto interessi alle imprese,

che rappresentano sovente una distribuzione secca di risorse), o perché

di ridotta efficacia nella loro applicazione separata e non interdipendente

(formazione professionale, aree produttive attrezzate, ecc.).

Proviamo invece a immaginare intuitivamente qualche specificazione

concreta di interdipendenze locali. Sappiamo che, volendo, si possono

identificare e misurare con tecniche matriciali le interdipendenze fra unità

produttive che si esprimono in transazioni di mercato; ma sappiamo anche

che queste interdipendenze possono essere influenzate poco o punto dalle

politiche locali. Ora se nel legame di interdipendenza inseriamo anche il

governo locale e pensiamo ad altri tipi di interdipendenze fra unità produttive,

allora reperiamo punti elettivi di applicazione specifica di politiche locali.

Per esempio: se 1’interdipendenza si esprime nella cooperazione fra

imprese specializzate per parti di prodotto o fasi di processo, c’è spazio per

la promozione di forme consortili. Quando 1’interdipendenza si manifesta

mediante trasmissione di informazioni (l’impresa produttiva di beni

finali che pone un problema di innovazione all’impresa fornitrice di beni

strumentali o gli sperimenta un prototipo), resta definita una potenzialità

per attivare iniziative di trasmissione di know what o di know how.

E ancora: se guardiamo all’interdipendenza fra il sistema delle famiglie

e quello delle imprese in termini di rapporto fra offerta e domanda di

lavoro siamo fuori dalle possibilità di azione delle politiche locali. Ma se

guardiamo ad altre configurazioni del rapporto e, di nuovo, includiamo

nell’interdipendenza il governo locale troviamo che le politiche di

localizzazione degli insediamenti produttivi o residenziali e quella

dei trasporti e delle comunicazioni influenzano in modo determinante

20 Analisi delle interdipendenze locali: alcune premesse teoriche


l’accessibilità reciproca tra luoghi di residenza e luoghi di lavoro; che i servizi

sociali, agevolando l’attività lavorativa delle donne, possono condizionare

l’offerta di lavoro; che i programmi di formazione professionale sono uno

strumento appropriato per ridurre le eventuali sfasature qualitative tra

domanda e offerta di lavoro.

Questi esempi forniscono un’idea dei possibili contenuti di una politica

a scala locale articolata per progetti specifici (rispetto agli obbiettivi),

integrati (rispetto ai settori d’intervento) e localizzati (rispetto allo spazio

di applicazione).

Deve essere chiaro che questi esempi hanno un grado di consistenza

che non pretende di andare oltre 1’applicazione del buon senso: ma qui

forniscono una motivazione pratica a una concezione delle politiche

locali di sviluppo come mobilitazione organica dei poteri e delle risorse

disponibili allo scopo di imprimere opportune sollecitazioni al reticolo delle

interdipendenze locali (nella misura in cui queste siano efficaci generatori e

propagatori di flussi di economie esterne). In questa ipotesi -ma lo diciamo

con tutta l’incertezza che è di rigore all’inizio di un’operazione di ricerca-

parrebbe allora avere un senso il tentativo di identificare le componenti

di un reticolo di interdipendenze locali, di qualificare tipologicamente le

interdipendenze, di quantificare i flussi di economie esterne, di esplorare le

possibilità di adattarvi politiche. Ma prima, naturalmente, occorre stabilire

il paradigma teorico che deve guidare 1’intera operazione. Si può presumere

-ma empiricamente già lo si sa- che i reticoli di interdipendenze locali

assumano configurazioni diverse al variare delle componenti dei sistemi

locali che le originano, dei loro attributi e dei modi nei quali concretamente

le interdipendenze si stabiliscono (anche per effetto delle componenti

extra-economiche). Ma per intanto ci è parso doveroso, non meno che

conveniente, avviare la ricognizione teorica a partire dalla configurazione

di cui era già stata saggiata la consistenza teorica, oltre che la peculiare

pertinenza per un sistema come quello toscano: il distretto industriale.

2. Interdipendenze locali e sistemi di produzione

L’individuazione del concetto di distretto industriale richiede un processo

di avvicinamento teorico all’oggetto, precedente la sua definizione. Con il

presente capitolo si vuole appunto esprimere questo “avvicinamento”.

In particolare, nei prossimi tre paragrafi, ci poniamo 1’obiettivo di

studiare quali sono le forze, in termini di differenziali di produttività (e

quindi, a parità di prezzi delle risorse definite come primarie, in termini

di differenziali nei costi medi unitari), che sono coerenti con un assetto

spazialmente accentrato e una accentuata divisione del lavoro fra imprese

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 21


di un “sistema di produzione” (Tôrnqvit, 1977), o di una parte connessa

dello stesso, o di parti connesse di sistemi diversi. Dove si precisi che: i)

tali forze rientrano all’interno della definizione di “interdipendenze locali”,

e in genere si identificano (non esaurendolo) col concetto di “economie

esterne di agglomerazione”; ii) la definizione di “assetto spazialmente

accentrato”, e quindi di agglomerazione, è soggetta a notevoli ambiguità,

che saranno in seguito affrontate (si spera coerentemente) di volta in volta.

Nel quarto paragrafo discuteremo brevemente di un tipo di forze di ordine

diverso, ma degli effetti convergenti con quelli del primo tipo.

2.1 Il trasporto dei beni all’interno dei sistemi di produzione

I limiti quantitativi della presente relazione impongono di affrontare

il tema con poche battute. La prima non può non far riferimento al

processo secolare di progresso nei mezzi e sistemi di trasporto e nella

trasportabilità dei materiali (per una puntualizzazione Tôrnqvist, 1977).

Questo depone a favore dell’ipotesi della diminuzione dell’importanza

della transport orientation nella determinazione della distribuzione

spaziale delle attività industriali (osservazione troppo comune per essere

oggetto di riferimenti bibliografici); e quindi anche dell’importanza di una

considerazione dei problemi di trasporto dei beni per la spiegazione delle

tendenze agglomerative che tuttora permangono nei sistemi economici

industrializzati. L’ipotesi sembra tanto più significativa quando si tratti

di spiegare le eventuali ragioni di efficienza di agglomerazioni di piccoli

stabilimenti (e quindi anche di piccole imprese) (Bellandi, 1982).

Come si dirà nei prossimi paragrafi, e poi nel prossimo capitolo, si possono

individuare importanti “economie esterne di agglomerazione” in un quadro

diverso dalla transport orientation.

Si noti comunque che:

-

-

il prevalere di forze localizzative non dipendenti da problemi di

trasporto, in connessione alla diminuzione del costo di trasporto per

unità di servizio, può portare ad un aumento del peso del costo di

trasporto totale sul costo totale per un certo prodotto (Isard, 1962; per

un’esemplificazione, Tôrnqvist, 1978);

al di sotto delle grandi tendenze e generalizzazioni esiste una serie di

problemi, connessi al trasporto dei beni, che non può evidentemente

essere ignorata. negli studi di caso sulle tendenze agglomerative anche

negli odierni sistemi industrializzati. Questi problemi si riferiscono agli

effetti del permanere di un’elevata differenziazione nelle prestazioni di

mezzi di trasporto di tipo diverso (S. Florence, 1948; Alonso, 1972);

della non uniformità dell’azione e dell’adozione del progresso tecnico

nel campo in esame (Lloyd e Dicken, 1979); della diversa percorribilità

dell’ambiente bio-fisico (Alonso, 1972); della differenziazione (connessa

22 Analisi delle interdipendenze locali: alcune premesse teoriche


alle condizioni precedenti) nelle caratteristiche di trasportabilità

e disponibilità dei beni e nelle condizioni di accessibilità dei luoghi

alle reti di trasporto. Per approfondimenti rimandiamo alla letteratura

appena citata ;

- un problema di trasporto particolare è posto dalla necessità di rapida

disponibilità di beni secondo specificazioni quali-quantitative non

prevedibili (completamente) ex-ante. L ’ esame di questo problema è

inserito nel quadro di considerazioni discusse nel prossimo paragrafo.

2.2 Circolazione di informazioni all’interno dei sistemi di produzione e

agglomerazione

Il funzionamento dei sistemi di produzione richiede non solo trasporto

di beni ma anche movimento di persone, flussi di informazioni, flussi

finanziari, decisioni.

• Agglomerazione e movimento di persone

Il progresso dei sistemi di trasporto ha agito anche nel senso di rendere più

facili, meno costosi e più veloci i viaggi delle persone.

Tuttavia, nel 1965, P. Aydalot affermava che “i costi di trasporto di

una persona sono ancora relativamente elevati, e, soprattutto, i tempi di

immobilizzazione di un ingegnere o di un esperto qualsiasi sono molto

costosi. Ogni distanza implica una perdita di tempo suscettibile di

maggiorare considerevolmente il costo del servizio”.

Se questo è vero, l’organizzazione dei sistemi di produzione dovrebbe

tendere a regolare il flusso dei materiali in modo da restringere le necessità

di spostamento degli addetti i cui servizi hanno per oggetto e strumento tali

materiali (si veda per esempio il secondo principio di Adam Smith sulla

divisione del lavoro). Non sempre però è possibile o conveniente spostare le

cose. è questo il caso per esempio degli stabilimenti industriali, dei magazzini,

dei negozi. Una disposizione agglomerata di queste cose (che può per esempio

essere rappresentata da un grande stabilimento o da un’agglomerazione di

piccoli stabilimenti) può allora ridurre i costi di spostamento di certe categorie

di specialisti. Tipici sono gli esempi delle squadre di manutenzione, delle

squadre di riparazione, o anche degli agenti di vendita o degli agenti di acquisto.

Questi esempi (a parte forse il primo), e altri importanti che si potrebbero fare,

riguardano però anche 1’azione di un’altra serie di circostanze, che qui di

seguito cercheremo di mettere a fuoco.

In effetti le maggiori difficoltà di riduzione delle necessità di spostamento

degli addetti all’interno dei sistemi di produzione si presentano quando

oggetto e strumento di produzione e non solo o non tanto uno o più

beni materiali, quanto il reperimento, 1’elaborazione e la diffusione di

informazioni.

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 23


• Circolazione delle informazioni

La circolazione delle informazioni può effettuarsi in modi differenti:

contatti diretti mediati (poste, telefono, telex, telecomunicazioni); contatti

diretti personali (face-to-face o sopralluoghi); mass-media. Soffermiamoci

sui primi due tipi.

I contatti diretti mediati permettono un restringimento delle necessità

di movimento di addetti all’interno dei sistemi di produzione. Non sempre

per posta, telefono, telex (o nel futuro anche telecomunicazioni personali)

risultano mezzi di comunicazione soddisfacenti rispetto alla qualità del

servizio richiesto Goddard, 1978; Goddard e Pye, 1978). Una distinzione

fondamentale per l’analisi di questa problematica è quella fra determinazioni

(spesso decisioni) di routine e determinazioni di non routine.

Lo scambio di informazioni necessario alle prime può in genere essere

effettuato in modo soddisfacente tramite comunicazioni personali mediate.

Più articolato è il discorso per le determinazioni di non routine.

Queste possono essere determinazioni originali (alla base eventualmente

di una successione di determinazioni di routine), o anche repliche non

soggette ad alta standardizzazione: in quanto tali, richiedono un processo

di ricerca di soluzioni alternative. Le condizioni della ricerca variano a

seconda che 1’oggetto sia o non sia standardizzato. Nel primo caso non

è escluso che il processo di ricerca, e quindi le determinazioni, possano

compiersi attraverso comunicazioni mediate (per esempio un ordine di

acquisto per telefono effettuato sulla base di un catalogo). Nel secondo

caso le comunicazioni mediate difficilmente risultano soddisfacenti. Siamo

nel campo di quelle che A. Simon chiama “decisioni non programmate”

(Tôrnqvist, 1974 p. 355). In tali condizioni il mezzo più efficace per il

passaggio di informazioni specializzate è il contatto personale diretto, è

anzi il contatto faccia a faccia (per esemplificazioni e approfondimenti

Vernon, 1972; Tôrnqvist, 1974; Goddard, 1978; Polanyi, 1978).

Le necessità di contatti personali, e in particolare di contatti faccia

a faccia, possono spiegare tendenze agglomerative di livelli diversi di

estensione e complessità. In particolare possiamo distinguere due livelli:

- 1’agglomerazione di attività simili, ma soggette a differenziazione di

prezzo e qualità: la concentrazione spaziale di fornitori (o clienti) riduce

i tempi della ricerca diretta (Bellandi, 1982). L’economia di scala di

agglomerazione in questo caso può essere sia interna a una singola unità

locale (e impresa) sia interna a un sistema spazialmente concentrato

di unità locali (imprese) (Marshall, 1972; Chamberlin, 1951). Si

noti che un’ubicazione a distanza, rispetto all’agglomerazione, degli

acquirenti (o, nel caso opposto, dei fornitori) presuppone la possibilità

di fruire, con relativa facilità, di mezzi e sistemi per viaggi veloci (per

approfondimenti: Hirschman, 1968; Jacobs, 1970; Pred, 1974);

24 Analisi delle interdipendenze locali: alcune premesse teoriche


- quando le necessità di contatti faccia a faccia fra il personale di funzioni

connesse (all’interno dei sistemi di produzione) è molto alta, e cioè

quando tali contatti debbano essere molto frequenti e tempestivi,

una localizzazione a distanza può diventare sia troppo costosa sia

insoddisfacente dal punto di vista della rapididi esecuzione.

In tal caso risulterà vantaggiosa un’agglomerazione di tali funzioniagglomerazione

di tipo verticale che quindi si sovrappone a quella di tipo

orizzontale già presupposta per quanto detto nel punto precedente.

• Necessità di rapidi contatti faccia a faccia

Si possono individuare all’interno di sistemi di produzione connessi,

funzioni più soggette a variazioni non routine rispetto ad altre più prevedibili

ed eseguibili secondo schemi standardizzati. La distinzione fra funzioni

routine e funzioni non routine è spesso identificata con quella fra funzioni

operative (di trasformazione industriale) e funzioni di servizio alle prime.

Comunque, all’interno di quest’ultime si può alle volte distinguere attività

impiegatizie, facilmente meccanizzabili o automatizzabili, e attività volte

allo sviluppo, pianificazione e organizzazione, effettivamente inquadrabili

come funzioni non routine (Tôrnqvist, 1974). La distinzione che così si

realizza è coerente alla possibilità di mantenere processi industriali di

grande serie, cioè altamente standardizzati, in un ambiente economico

caratterizzato da alta variabilità e incertezza: le funzioni del secondo tipo

affrontano la variabilità, cercando di garantire 1’uniformità delle condizioni

richieste dalla produzione di massa (Wood, 1978). I due differenti tipi di

funzione seguono orientamenti localizzativi differenti: il secondo tipo è

sottoposto alle forze agglomerative di cui al sottoparagrafo precedente; il

primo tipo è sottoposto a forze localizzative di tipo differente (Tôrnqvist,

1974). La separazione spaziale delle due funzioni si potrà d’altra parte

verificare nella misura in cui le pur basse necessità di contatto fra queste,

possano essere tollerabilmente soddisfatte con l’ausilio dei sistemi di

trasporto e comunicazione disponibili.

Non sempre è possibile, o comunque vantaggioso, garantire tali

condizioni: le caratteristiche della domanda e/o dell’offerta possono

richiedere capacità di adattamento rapido alle funzioni operative: in queste

circostanze, produzione e organizzazione della produzione tendono a

divenire aspetti non separabili di ununica funzione per la quale si richiedono

elevate “capacità professionali” (d’altra parte, le stesse circostanze non

sono necessariamente stabili: cosi che le tendenze localizzative all’interno

di un sistema di produzione possono variare nel tempo) (Vernon, 1972;

Pred, 1974).

Nella letteratura si trova spesso associata, a quest’ultimo tipo di

agglomerazione, la caratteristica di una fitta divisione del lavoro fra

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 25


imprese di non grandi dimensioni. Nel prossimo paragrafo ci soffermiamo

sulle ragioni di tale associazione.

2.3 Dimensione d’impresa e agglomerazione

Per approfondire le considerazioni svolte nel precedente paragrafo occorre a

questo punto introdurre esplicitamente il tema della dimensione d’impresa.

Un usuale punto di partenza per una discussione in questo campo è dato

dalle “economie di scala”.

• Economie di scala, mercato e flessibilità

Nel caso di processi produttivi ad alta variabilità e frammentazione

di domanda, sottoposti (più o meno in connessione) a frequenti

cambiamenti tecnologici, “scomponibili” (Stigler, 1951; Tani, 1976) e

ad alta intensità di lavoro anche professionalizzato, le economie di scala

esclusivamente interne al singolo stabilimento (o alla singola impresa) in

genere riguardano “scale di attività” non molto grandi (Rullani, 1978).

L’affermazione è volutamente bivalente. È vero che fra le produzioni a

domanda frammentata e variabile si trovano anche quelle condotte su

base tipicamente artigianale, come per esempio l’alta moda. Ma fra

1’artigianato da una parte e 1’economia della produzione di massa e della

catena industriale dall’altra, si può individuare anche un terzo “metodo di

manifattura” (la realtà è inevitabilmente ancora più sfumata) che sembra

adatto rispondere sia alle esigenze della differenziazione della domanda

sia a quelle di un elevato contenuto tecnologico (distinguendosi in ciò

dall’artigianato). Si tratta di quella che Jacobs (1970) chiama “produzione

differenziata”, che è in Becattini (1978) una “seconda strategia” per lo

sviluppo industriale capitalistico, o che Sabel e Zeitlin in un recentissimo

saggio (1982) chiamano “specializzazione flessibile”. Caratteristiche di

questo terzo metodo sono 1’applicazione ai processi produttivi di “capacità

professionali” altamente qualificate e un’organizzazione flessibile ma dalle

potenzialità, in termini di unità di prodotto per lavoratore, non esigue. Per

ulteriori specificazioni di carattere tecnologico e “settoriale” si rimanda ai

saggi appena citati; mentre qui ci soffermiamo sul tema della flessibilità

organizzativa, discutendo congiuntamente delle economie e diseconomie

di scala di organizzazione di impresa, e dei costi d’uso del mercato. In

seguito sarà richiamato il ruolo di altri tipi di economie di scala.

Si noti, dunque, che uno dei principi che stanno alla base dell’esistenza

di costi d’uso del mercato (cfr. Coase, 1967) è quello dell’“incompletezza

contrattuale” (Williamson, 1971); nel caso di frequenti variazioni del

proprio prodotto un’impresa trova grosse difficoltà “a prevedere e risolvere

sul piano contrattuale tutti i possibili casi di variazione degli inputs che essa

dovrebbe comunque acquistare” (Mariti, 1979, p. 115). D’altra parte cosa

26 Analisi delle interdipendenze locali: alcune premesse teoriche


assicura le imprese fornitrici sulla possibilità di ottenere, in un’industria

sottoposta a domanda variabile e rapido rinnovo dei modelli, un flusso

di ordinazioni abbastanza continuo e costante su livelli che permettano

un’utilizzazione soddisfacente (Georgescu Roegen, 1971) delle proprie

risorse specializzate?

Una soluzione a questi problemi è spesso individuata nella

internalizzazione delle transazioni, cioè, nei casi in esame, nell’integrazione

verticale. La formulazione di tale soluzione è basata sulla natura delle

transazioni interne alle imprese, e cioè dei rapporti di lavoro che si

svolgerebbero per mezzo di imperfectly specified contracts (Loasby, 1976,

p. 66): con un contratto di questo tipo, una serie di accordi particolari viene

sostituito da un accordo generico che dà all’imprenditore la possibilità di

intervenire sull’organizzazione dei servizi lavorativi per via amministrativa;

ma, come subito sottolinea Coase, un’analisi complessiva non può ignorare

i “costi dell’internalizzazione” (Loasby, 1976).

Una considerazione unilaterale di quest’ultimo aspetto porterebbe

alla conclusione che, dove sono richieste decisioni “organizzative” molto

frequenti, le piccole imprese sono avvantaggiate dalla possibilità di

adattarsi più velocemente e a costi minori; ma in tali situazioni, come si è

detto, i costi d’uso del mercato sembrano essere molto alti.

• Divisione del lavoro fra imprese a agglomerazione in condizioni di

elevata variabilità ambientale

Il risultato ottenuto nel sottoparagrafo precedente può essere modificato a

favore di dimensioni “inferiori” d’impresa, dall’agglomerazione.

L’agglomerazione, come già si è detto, permette una riduzione dei

tempi di ricerca e, al netto delle difficoltà contrattuali, rifornimenti rapidi.

In questo quadro una funzione specializzata soggetta ad economie di scala

specifiche (accumulazione di scorte, Weber, 1957 e Lloyd e Dicken, 1979;

transazioni di massa, Marshall, 1975 e Lloyd e Dicken, 1979; economie di

accesso al capitale, Webber, 1972) può essere svolta da grossisti, ditte di

trasporto, banche, che provvedono al mantenimento a basso costo di scorte

diversificate e rapidamente disponibili. Si tratta di economie in genere

attribuite alla grande impresa; che però possono anche essere internalizzate

da un sistema agglomerato di imprese di non grandi dimensioni, dove i

mercati di sbocco del sistema siano sufficientemente grandi da permettere

il rendimento di funzioni e imprese specializzate (Smith, 1972; Marshall,

1972; Young, 1973; Stigler, 1951).

Anche le difficoltà contrattuali possono essere ridotte. Più numerose e

differenziate sono le attività all’interno dell’agglomerazione, più alta è la

probabilità per un “fornitore” di trovare sempre qualche impresa all’interno

che, in tempi successivi, abbia bisogno delle sue capacità specializzate. E

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 27


d’altra parte più grandi sono le riserve di capacità professionali e di risorse

specializzate disponibili, meno è probabile che un’impresa che ha bisogno

di certi inputs sia sottoposta all’offerta quasi monopolistica di un fornitore

specializzato.

Dove poi sia necessaria una collaborazione di non breve periodo per lo

sfruttamento di occasioni che richiedono modificazioni ad hoc dei “piani

di produzione ed investimento”, le imprese interessate possono ricorrere a

forme contrattuali intermedie fra 1’integrazione (fusione o annessione) e il

ricorso alla pura e semplice transazione di mercato (Richardson, 1972, Mariti,

1980): si tratta di accordi di lungo periodo, impliciti o espliciti, che prevedono

una “cooperazione ex ante” appunto nei piani di investimento e produzione.

Ebbene, all’interno dell’agglomerazione industriale (e in particolare, come si

vedrà, dei “distretti industriali”), in connessione alla vicinanza e allo “spirito

di comunità” può venire a crearsi “un clima di collaborazione e lealtà” (Estall-

Buchanan, 1978 p. 140) che agisce positivamente sulle possibilità di sviluppo

di co-operative arrangements. Questi possono anche prendere forma di accordi

di “sub-fornitura”. La letteratura sul decentramento produttivo ha messo in

luce gli aspetti deteriori che spesso si accompagnano alla sub-fornitura; la

quale però, occorre sottolineare, realizza una divisione del lavoro, che ha

per oggetto 1’esplicazione della stessa funzione organizzativa inter-impresa,

fra imprese industriali orientate alla trasformazione e imprese industriali

orientate alla commercializzazione (o semplicemente imprese commerciali)

poste sulle fasi terminali dei processi di produzione quest’ultime svolgono

quindi un ruolo specializzato, potenzialmente importante (soprattutto

quando le caratteristiche della domanda richiedono un continuo adattamento

della rete organizzativa interimpresa), nell’organizzazione della produzione

decentralizzata e nel mantenimento di adeguati sbocchi di mercato. In tali

condizioni, 1’agglomerazione delle imprese dei due tipi riduce le difficoltà

di “cooperazione” per ragioni del tipo di quelle ricordate in 2.2.

è vero che nel quadro di rapporti fra imprese definiti dalla sub-fornitura,

le esigenze di flessibilità imposte da un ambiente altamente variabile si

possono tradurre in un alto tasso di mortalità delle imprese manifatturiere

più deboli e marginali; ma è anche vero che in ambienti ad alta variabilità

si registra per definizione la crisi delle imprese meno pronte al rinnovo;

inoltre dove si possano applicare considerazioni simili a quelle riportate

all’inizio del sottoparagrafo, vi è “facilità di ottenere impieghi alternativi

per proprietari, lavoratori e impianti dell’impresa fallita” (Townroe, 1970

p. 19). Questo vuol fra l’altro dire che in condizioni non depresse, all’alto

tasso di mortalità si accompagna un alto tasso di natalità delle piccole

imprese manifatturiere.

Per quanto riguarda il non univoco rapporto fra sub-fornitura e potere

di mercato all’interno di agglomerazioni di piccole imprese si rimanda

28 Analisi delle interdipendenze locali: alcune premesse teoriche


a IRPET, 1975; Lorenzoni, 1979; Becattini-Bellandi-Falorni. Due

considerazioni sono ancora utili per completezza:

- in un interessante articolo, Wood (1978) svolge alcune considerazioni

da cui si ricava che anche la grande impresa può affrontare condizioni

ambientali che richiedono frequenti decisioni organizzative; ma per

farlo efficacemente questa deve assumere una struttura di “gruppo

disintegrato” (Lorenzoni, 1979), cioè deve ricreare al suo interno

rapporti “quasi di mercato”. Il che, a ben vedere, riafferma da una parte

l’appropriatezza, alle condizioni ambientali in esame, di organizzazioni

di ridotta complessità amministrativa e per ciò stesso di non grandi

dimensioni; e dall’altra, però, l’importanza di rapporti che integrino i

limiti contrattuali degli scambi di mercato;

- i costi d’uso del mercato non sono riducibili ai soli casi di “incompletezza

contrattuale”. Ricordiamo i casi di team-production (Alchian e Demsetz,

1972), esternalità forme monopolistiche nei mercati in cui opera

1’impresa.

A tal proposito ci pare utile richiamare 1’attenzione sulla peculiare

contraddittorietà dei rapporti fra economie esterne, esternalità, forme di

mercato. Per brevità non ci soffermeremo sull’argomento, rimandando al

prossimo capitolo la discussione di casi di interesse diretto per 1’analisi

qui svolta.

2.4 Lo spazio decisionale d’impresa

Nei due precedenti paragrafi abbiamo visto come il reperimento e lo

scambio di informazioni ponga in certi casi difficoltà, significative e dai

precisi connotati spaziali, all’effettuazione dei processi decisionali. Finora

tuttavia non abbiamo discusso di un tipo particolare di limitazione (ai

processi decisionali) pure connessa al rapporto spazio-informazione: il

riferimento è ai concetti di “ambiente percepito”, di “sistema di codifica

dell’informazione”, di “razionalità delimitata”, oggetto come si sa di

crescente interesse nella letteratura economica, sociologica, geografica.

Il modo di espressione delle interdipendenze locali che si vuole studiare

con questi concetti è diverso da quello presupposto finora: qui le forze non

sono in termini di condizioni oggettive (differenziali di produttività), bensì

in termini di percezioni “soggettive”. A un certo livello di approfondimento

possono comunque essere recuperate linee di coerenza e convergenza.

La letteratura, su questo argomento, fornisce un’indicazione abbastanza

precisa: l’agglomerazione può anche essere vista, almeno tendenzialmente,

come un “punto” di riduzione dell’incertezza che deriva dallo squilibrio fra

“ambiente” e “ambiente percepito” (Pred, 1974; Tôrnqvist, 1979). Questa

riduzione risulta in primo luogo in un incentivo ai processi imitativi: sia

in termini di diffusione di innovazioni; sia in termini di nascita di nuove

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 29


imprese, che può appunto trovare un incentivo importante nell’esistenza di

un’agglomerazione di imprese simili (tanto più quando le nuove imprese

risultino da iniziative di piccole dimensioni) (Alchian, 1950; Hagerstrand,

1967). In effetti, secondo una ipotesi formulata da Pascall e McCall 1980,

1’agglomerazione (con certe caratteristiche) come prima localizzazione

è comunque una scelta vantaggiosa per la nuova impresa: infatti o il

luogo scelto rappresenta già un’ubicazione soddisfacente o, se non lo è,

l’agglomerazione, in quanto anche luogo di addensamento di flussi di

informazioni specializzate, permette di scoprire rapidamente e a basso

costo alternative localizzative migliori. Qui vanno sottolineate tre cose:

-

-

-

la presenza, anche se potenzialmente provvisoria, di imprese nuove

tende ad aumentare (al netto di diseconomie di congestionamento)

la ricchezza del tessuto produttivo dell’agglomerazione e quindi

l’efficienza complessiva del sistema di imprese agglomerato; questo

aumenta le probabilità di una conferma dell ’ ubicazione all’interno

dell’agglomerazione e con ciò di una definitiva acquisizione di nuove

economie esterne di agglomerazione all’interno del sistema;

quando all’interno del sistema agglomerato esiste una divisione del

lavoro fra piccole imprese orientate alla trasformazione e imprese

orientate alla commercializzazione, il processo di scoperta di migliori

alternative localizzative assume caratteri più complessi. Le imprese

orientate alla commercializzazione hanno uno “spazio decisionale”

molto ampio e questo permette all’intero sistema di operare su ampi

mercati; ma la stessa divisione del lavoro qui presupposta rende conto

del fatto che le possibilità di rilocalizzazione ad “ampio raggio” sono

limitate a tali imprese. Quando una tale rilocalizzazione avvenga,

interi gruppi di piccole imprese “manifatturiere” del sistema possono

trovarsi senza contatti con i mercati esterni e senza possibilità per la

ristrettezza dello spazio decisionale autonomo, di rilocalizzazione “ad

ampio raggio”;

la percezione da parte di soggetti e imprese residenti, delle attività svolte

in un’agglomerazione aumenta meno che proporzionalmente rispetto

alle dimensioni dell’agglomerazione, e ancora meno rispetto al tasso di

crescita della stessa.

3. Il distretto industriale come unità di indagine delle interdipendenze locali

Nei paragrafi precedenti abbiamo cercato di accumulare riflessioni sulle

possibili ragioni di efficienza e competitività di sistemi di piccole (e

medie) imprese industriali (e di servizio all’industria) territorialmente

concentrate. Questa accumulazione si è andata strutturando intorno ad una

30 Analisi delle interdipendenze locali: alcune premesse teoriche


linea di analisi che è, riteniamo, piuttosto consistente e significativa, quindi

degna di attenzione e approfondimento. Secondo questa interpretazione,

le ragioni in questione vanno ritrovate nella possibilità, per questi sistemi,

di “internalizzare” economie esterne di agglomerazione legate alla

specializzazione in processi produttivi dove sono richiesti decisioni e

cambiamenti organizzativi molto frequenti, dove le necessità di flessibilità

sono poste in primo luogo da un prodotto che cambia rapidamente e/o da

una domanda altamente variabile e frammentata e dove, in connessione

a tali caratteri, risulta necessaria una elevata intensità di lavoro

professionalizzato.

Quanto detto non chiarisce però come un sistema di questo tipo possa

formarsi, ne le ragioni di una sua eventuale persistenza (nel tempo).

Se l’esistenza (e quindi le caratteristiche di efficienza e competitività)

di questi sistemi si basasse su condizioni completamente accidentali

e fondamentalmente effimere, 1’analisi proposta non avrebbe alcuna

autonomia (Becattini, 1979); la spiegazione delle caratteristiche di

agglomerazione di piccole imprese andrebbe diversamente fondata e forse

questa stessa non avrebbe un interesse proprio. Nell’affrontare il problema

così posto, risultano fondamentali due temi non pienamente o non affatto

specificati in precedenza:

- i cambiamenti della “base” tecnologica o di mercato;

-

i rapporti con la popolazione e in particolare la formazione e riproduzione

di capacità professionali e imprenditorialità.

Tutto ciò porta a individuare come unità della nostra indagine non più un

sistema industrial-territoriale, ma un “ispessimento localizzato” (Becattini,

1979) di un certo tipo di interdipendenze fra imprese, famiglie, operatori

pubblici, che chiamiamo “distretto industriale”; per sinteticità espositiva

usiamo questo termine di qui in avanti quando 1’argomentazione si riferisca

all’oggetto che così vogliamo definire.

I problemi che ci apprestiamo ad affrontare richiederebbero, e

permetterebbero, un ampio riferimento alle teorie della formazione e dello

sviluppo urbano, alla sociologia urbana e del lavoro, all’economia del

lavoro e della famiglia, alla storia economica. Di fatto qui non è possibile

assumere un’ottica interdisciplinare così vasta e complessa; la questione

è risolta conservando la linea di riflessione di ordine economico tracciata

nei paragrafi precedenti e partendo da questa linea per articolare il discorso

verso ambiti disciplinari diversi.

3.1 Fattori originari nella formazione del distretto industriale

In genere si evita di ricorrere alle economie esterne di agglomerazione

per spiegare la formazione originaria di un’agglomerazione industriale in

condizioni di decentralizzazione amministrativa dei processi decisionali;

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 31


il riferimento, più o meno esplicito, è invece all’esistenza di forze

agglomerative indipendenti dallo sviluppo del sistema di imprese. In tal

caso anche una serie di scelte localizzative autonomamente formulate

può portare alla formazione di un’agglomerazione (per esemplificazioni

Chardonnet, 1962; P.S. Florence, 1962; Estall e Buchanan, 1971). In questo

ambito, una spiegazione tipica della formazione di agglomerazioni di piccole

imprese è quella che si riferisce allo schema concettuale del “decentramento

produttivo”. Ci pare particolarmente utile partire da questa spiegazione, in

quanto la stessa è usata per etichettare senza appello come “pre-industriale”

o “periferico”, se non “marginale”, e quindi carente di autonomi valori

decisionali e organizzativi, fenomeni di sviluppo basati su piccole (e medie)

imprese. Coerentemente a questa visione, la formazione e la competitività

di distretti industriali della piccola impresa è spiegata dall’esistenza di

processi di divisione intraregionale, interregionale internazionale del

lavoro tendenti a sfruttare la presenza di “bacini” di manodopera a buon

mercato ed assoggettabile ad un uso molto flessibile (ritornano alla mente le

considerazioni di A. Weber sull’agglomerazione di Industrie labour oriented

presso vasti bacini di manodopera “a buon mercato”). Il decentramento si

effettuerebbe su processi a bassa intensità di capitale; basso e bassissimo

ritmo di innovazione tecnologica; facile imitazione.

Il punto di riferimento sociale tipico di queste realtà locali è individuato

in “comunità” in cui esista e si sviluppi “un sistema di valori fortemente

attaccato al lavoro come la sola meta legittimata per risolvere tutti i problemi

personali e familiari” (P. Donati, in Ardigo, 1976, p. 125); sistema non

intaccato dall’insediamento industriale in quanto la piccola, anzi la microimpresa,

garantirebbe dei rapporti di produzione che permettono alla forza

lavoro di mantenere (parzialmente) forme tradizionali di integrazione

sociale (Bagnasco, 1977).

La preesistenza, all’insediamento industriale, di un nucleo di artigiani

e commercianti specializzati è la base su cui si innestano le caratteristiche

“settoriali” e anzi “monoculturali” dell’insediamento. Intorno a questo

nucleo, un insieme di famiglie contadine pronte a cogliere 1’opportunity

industriale come “mezzo di fuga della vita dura e stentata dei campi”,

fornisce la base della manodopera a buon mercato e una riserva per lo

sviluppo di piccola imprenditorialità autosfruttata; dove esistano però

opportune tradizioni rurali preindustriali (IRPET, 1975a; Bagnasco e Hni,

1981) e dove sopravvivano alcune delle strutture proprie di tali tradizioni

fornendo, come si è detto, la base per vantaggiose integrazioni di carattere

sociale ed economico.

Questa descrizione, sia pure nei limiti della sua sinteticità, corrisponde

probabilmente ai caratteri dello “stadio” di formazione di molte realtà

industriali della piccola impresa, vive nell’Italia centro-nord-orientale

32 Analisi delle interdipendenze locali: alcune premesse teoriche


attualmente e soprattutto nei primi decenni del secondo dopoguerra. La

stessa descrizione mette però in luce le carenze interpretative dello schema

concettuale del decentramento produttivo. Lo schema assume (come

del resto spesso si ritrova nelle teorie della localizzazione industriale)

che l’applicazione del capitale, delle competenze amministrative e di

innovazione, dei contatti col mercato possa spostarsi con successo al variare

della distribuzione spaziale dei livelli salariali e di sindacalizzazione;

l’applicazione della teoria del “ciclo di vita del prodotto” rendendo poi

conto del rinnovo degli investimenti nelle “aree centrali”.

Ma questa assunzione si regge su un ’ ipotesi implicita di “omogeneità”

(Becattini,1982) dello spazio in termini di “cultura industriale”; omogeneità

che non può essere presupposta, visto che il ruolo dei pre-requisiti sociali

di tipo locale sopra richiamati non sembra sintetizzabile in un semplice

parametro salariale o di sindacalizzazione. La formazione di offerta di

lavoro e di piccola imprenditorialità qualitativamente “adeguata” suppone

una “comunità” in cui siano presenti da tempo attività che richiedono

competenze e ruoli simili, anche se meno complessi, di quelli necessari ai

nuovi processi industriali; o in cui, comunque, l’iniziativa personale già

rappresenti, per qualche altro motivo, un valore accettato (Kilby, 1971).

Così, anche se capitale, competenze amministrative e contatti col mercato

sono completamente esogeni alla “comunità di prima industrializzazione”,

non per questo l’intervento di tali fattori basta a definire i caratteri e le

possibilità del processo di industrializzazione. C’è di più. Il “basso costo

del lavoro e l’uso flessibile della forza lavoro sono condizioni che tendono

a venir meno con lo sviluppo” (Bagnasco, 1977, P.174), -e con ciò possono

venir meno i vantaggi di un nucleo rispetto ad altri sistemi industriali. Se

le forze (in termini di capitali, contatti di mercato, ecc.) che hanno guidato

la formazione industriale della “comunità” sono di carattere esogeno alla

stessa, è probabile un processo dell’inserimento con la possibilità di una

crisi verticale delle capacità e prospettive di sviluppo industriale. Se invece

queste forze hanno anche un carattere endogeno, sviluppato magari con

lo stesso processo di prima industrializzazione, e in connessione ad un

intervento adeguato di istituzioni pubbliche, politiche e sociali, è possibile

che la soluzione della crisi possa seguire le vie di un vero e proprio processo

di “mutamento strategico” (Ansoff, 1974), cioè di una riconversione

degli orientamenti produttivi e commerciali su linee che valorizzino le

competenze e le capacità latenti del “capitale umano” e “organizzativo”

già presente nella comunità.

I risultati possono essere di tipo diverso, a seconda delle opportunità

storiche e della prevalenza di certi caratteri endogeni piuttosto che di altri.

Ad un estremo troviamo la formazione della company town (Jacobs, 1970).

All’altro estremo si individua una soluzione, omogenea al mantenimento

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 33


di un sistema di piccole imprese, che può risultare dalla ricerca di fasce

particolari del “mercato” su cui già il nucleo è specializzato; fasce che

richiedono sia un’alta professionalità che un’alta flessibilità delle strutture

produttive. Si ha, in caso di successo, la formazione di un distretto industriale.

Le teorie del decentramento produttivo sembrano così piuttosto inadeguate

a spiegare lo sviluppo e la persistenza di tali distretti. La negazione non

basta però a risolvere complessi problemi interpretativi; questi saranno

affrontati, a livelli diversi di approfondimento, nei prossimi paragrafi. È

comunque utile richiamare subito alcune puntualizzazioni:

-

-

-

la storia della formazione di un nucleo di piccole imprese industriali

può anche seguire un corso diverso da quello più sopra descritto. In

particolare non è detto che capitali, competenze amministrative, di

commercializzazione e di innovazione siano del tutto, o soprattutto,

fattori esogeni (p.es. città commerciali: Jacobs, 1970; IRPET, 1975a);

le attività di un nucleo in formazione di piccola impresa riguardano,

verosimilmente, una o poche funzioni produttive specializzate di uno

o pochi sistemi di produzioni specializzati. Questa specializzazione

territoriale richiede, tra l’altro, certe soglie minime di efficienza nei

sistemi di trasporto di cui possono usufruire imprese e addetti del nucleo

industriale. L’incrociarsi di tali condizioni con quelle date dai caratteri

delle strutture urbane fornisce esiti territoriali complessi: configurabili

per esempio anche in termini di industrializzazione “diffusa ma non

troppo” (IRPET, 1975 a; Becattini, Bellandi e Falorni);

lo sviluppo del nucleo industriale richiede un mercato di sbocco in

espansione. L’espansione potrà essere relativa solo alle vendite delle

imprese del nucleo; o assoluta, cioè riguardare la dimensione del mercato

e non solo la quota occupata dal nucleo. Nell’ambito delle teorie del

decentramento produttivo, il primo caso corrisponde, in genere, alle

ipotesi del ciclo interregionale del prodotto (Vernon, 1966); il secondo alle

ipotesi dello sviluppo interstiziale (Penrose, 1973). Quando si passa dalla

formazione e sviluppo alla crescita e persistenza del distretto industriale,

nessuna delle due interpretazioni sembra pienamente soddisfacente.

3.2 Atmosfera industriale e mercato del lavoro

La crescita industriale del distretto è positivamente correlata, secondo un

rapporto dialettico in cui è difficile scorgere la dominante, alla riproduzione

della “congruità” dell’ambiente sociale del distretto alla formula produttiva

adottata (Becattini, 1978). Il mantenimento di questo “circolo virtuoso”

dipende da condizioni che possono non realizzarsi, o che col tempo possono

erodersi e sparire. Un punto di partenza proficuo per affrontare il tema che così

si pone, sono le riflessioni di Marshall sui fenomeni di “atmosfera industriale”.

Secondo un recente saggio interpretativo (Bellandi, 1982) la presenza di una

34 Analisi delle interdipendenze locali: alcune premesse teoriche


certa concentrazione di fabbriche nel distretto industriale crea nel tempo, per

Marshall, un abitudine, un attitudine al lavoro industriale che non si riduce ai

processi di apprendimento interni alle stesse fabbriche, ma che è “comune a

tutti”, cioè comune, si può azzardare, alle persone che abitano nel distretto

stesso. Viene evocato un processo di trasmissione culturale che trova il suo

punto di aggregazione intorno alla presenza e alle esigenze dell’industria,

e a questo processo si attribuisce maggior rilevanza quando la collettività

umana coinvolta viva in un territorio limitato, dove vi è una notevole e

duratura concentrazione industriale. In questo senso il distretto industriale

marshalliano può anche essere visto sotto l’aspetto di una “comunità locale”

in cui i processi di socializzazione, i valori, i comportamenti sono orientati

dalla presenza di un’industria che incide profondamente sul territorio e che

rappresenta il centro su cui convergono una parte rilevante degli interessi

della collettività. Queste considerazioni rendono possibili e richiedono tre

commenti. Si noti preliminarmente, comunque, che l’oggetto specifico di

questi commenti è “l’offerta di lavoro”, a “l’imprenditorialità nel distretto

industriale” non è dedicato nessun sottoparagrafo specifico, né qui né nel

prossimo paragrafo; questo tema però attraversa le singole parti in cui

abbiamo diviso le nostre argomentazioni nel presente capitolo.

• Capacità professionale e stratificazione sociale

Per “capacità professionale” non si intende solo la capacità di eseguire

velocemente e con accuratezza una gamma limitata di operazioni che

continuamente si ripetono; ma anche e soprattutto capacità di iniziativa,

di discernimento, di organizzazione sul lavoro. Queste capacità sono

richieste per esempio quando il lavoratore possa e debba effettuare

scelte e decisioni su qualità e tempi degli esperimenti da fare in ordine

all’avanzamento di una ricerca o sugli adattamenti da compiere per

effettuare un lavoro non preventivato con una macchina; o sul finissaggio

di una certa parte della produzione in ordine alle esigenze di clienti

particolari; ecc. (Jacques, 1962). In un sistema produttivo come quello

del distretto industriale, queste capacità discrezionali rivestono, quasi per

definizione, un’importanza decisiva.

L’applicazione dell’iniziativa personale al contenuto discrezionale

di un certo lavoro richiede non solo capacità professionale ma anche un

certo grado di consenso verso il lavoro stesso. Questo consenso può venire

estorto quando sia possibile mettere in concorrenza reciproca una certa

massa di lavoratori in possesso delle capacità in esame. Ma non sempre

questo è possibile o conveniente per le imprese.

Il consenso potrà invece essere in una certa misura spontaneo nelle

condizioni proprie delle piccole imprese; dove non solo più diretto e

pressante è il controllo del “padrone” (e qui evidentemente non siamo nel

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 35


campo del consenso, ma in quello della verifica diretta dell’applicazione

e dei risultati della discrezionalità), ma, dove si può venire a creare più

facilmente un certo senso di identificazione, da parte dell’operaio, del proprio

interesse con quello dell’impresa stessa: il rapporto fra un lavoro ben fatto

e le possibilità di sopravvivenza e prosperità della piccola azienda, può in

queste condizioni avere un’evidenza diretta. Questo processo di parziale

identificazione si accentua poi quando la distanza sociale fra imprenditore

e lavoratore dipendente tende a restringersi; quando, per esempio, non solo

1’imprenditore-proprietario è un ex-operaio che si è messo in proprio e ha

avuto successo, ma la possibilità di una simile “avventura imprenditoriale”

(IRPET, 1975a), è ancora aperta e posta anzi fra le mete proprie del

sistema di valori della collettività operaia o comunque di alcuni strati a

questa interni (la capacità d’iniziativa sul processo produttivo tende così a

confondersi con la capacità di iniziativa imprenditoriale).

Viene qui all’attenzione uno dei punti chiave del rapporto fra comunità

locale e crescita del distretto industriale: il problema della stratificazione

sociale (già sottinteso a proposito delle contraddizioni nello sviluppo della

“comunità di prima industrializzazione”). La “percezione”, all’interno del

distretto, di una mobilità sociale elevata dipende anche dalla riproduzione

del sistema di piccole imprese; questa però dipende anche dalla prestazione

e riproduzione di capacità professionali e di iniziativa, a loro volta connesse

alla percezione di un’elevata mobilità sociale. Il circolo non è chiuso. I

fattori esogeni possono funzionare sia come elementi stabilizzatori che

come elementi disgreganti. Un elemento stabilizzatore, come già si è

detto, è la “tradizione”: cioè, il fatto che queste interdipendenze circolari

abbiano funzionato, anche in condizioni diverse, per un lungo periodo di

tempo, costituisce delle strutture locali di valori sociali certamente dotate

di resistenza di fronte ad interruzioni momentanee del circolo stesso.

Un altro elemento stabilizzatore è un certo tipo di struttura familiare.

Elementi regolatori necessari sono poi le condizioni tecnologiche e di

mercato che definiscono gli spazi di competitività del sistema di piccole

imprese rispetto ad altri sistemi (vedi ultimo paragrafo). E infine non si può

ignorare la particolare complessità che viene da affermare l’importanza di

realtà e valori locali all’interno di società industriali, altamente integrate

(Bagnasco, 1980) (vedi ultimo paragrafo).

• La famiglia come unità di bilancio e di offerta di lavoro differenziata

Le funzioni della famiglia nell’ambito economico non si limitano a quelle

connesse alla socializzazione di forza lavoro (e imprenditorialità), su cui

non ci soffermiamo. Si può individuare anche una funzione di gestione

unitaria del bilancio e delle differenziate capacità e occasioni di lavoro dei

membri della famiglia.

36 Analisi delle interdipendenze locali: alcune premesse teoriche


Sistemi ad alto tasso di natalità e mortalità di piccole iniziative

economiche, come sono quelle dei distretti industriali, generano una

domanda piuttosto costante di lavori “informali” (Bagnasco, 1981):

lavori a domicilio, part-time, precari, irregolari; domanda che, pur

caratterizzando più propriamente i momenti di formazione del distretto

industriale, continua a manifestarsi nei momenti successivi affiancandosi

alla ormai preponderante domanda regolare di lavoro. L’offerta di lavoro,

se regolata dall’economia familiare, può adeguarsi a questa variabilità

e differenziazione della domanda, senza “eccessivi” traumi economici

e anzi traendone vantaggi (IRPET, 1975a; Becattini, 1978). Il risparmio

familiare costituisce un ammortizzatore di difficoltà temporanee (che

possono riguardare anche il lavoro regolare, specie in situazioni di crisi

di riconversione, vedi par. 3), e nelle situazioni più favorevoli una fonte di

accumulazione sufficiente per la nascita di nuove iniziative produttive.

Nello sviluppo di “comunità di prima industrializzazione”, ma

in certa misura anche in realtà industriali più mature, è attraverso la

struttura della famiglia “estesa” che si può realizzare il mantenimento

di forme di integrazione con assetti pre-industriali sopravvissuti

all’industrializzazione (IRPET, 1975a, 1975b; Bagnasco, 1977; Bagnasco

e Pini, 1981; Paci, 1980).

Le stesse forme che 1’articolazione settoriale del distretto assume,

sono positivamente correlate al funzionamento dell’economia familiare

(Marshall, 1972).

Il funzionamento dell’economia familiare dipende, d’altra parte, dal

mantenimento di legami familiari piuttosto estesi e stretti. Questo sembra

in contraddizione col modello che collega la famiglia mononucleare al

fenomeno dell’urbanesimo. Si può tuttavia argomentare che: i) questo

modello non sembra valido in ogni configurazione dei rapporti sociali

urbani; ii) la formazione di nuclei familiari ridotti non è in contraddizione col

mantenimento di collegamenti parentali estesi, che surrogano parzialmente

l’economia della famiglia.

• Residenza e luogo di lavoro nel distretto industriale

Occorre infine considerare il rapporto fra la distribuzione spaziale

delle residenze delle famiglie e quelle delle unità locali nel distretto

industriale.

Una prima osservazione a tal proposito riguarda un carattere fondamentale

della formazione della “comunità di prima industrializzazione”.

Lo sviluppo fondato sulle piccole imprese, per le ragioni ricordate nel

primo paragrafo, tende a utilizzare la forza lavoro nei (o presso) luoghi

di origine della stessa (Bagnasco e Pini, 1981; IRPET, 1975, 3). Questo

non significa una completa rigidità delle localizzazioni residenziali

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 37


almeno nella misura in cui uno spostamento “a breve raggio” consenta

sia il mantenimento di vantaggiosi legami socio-economici con strutture

preesistenti all’industrializzazione, sia una più immediata accessibilità ai

luoghi di lavoro nel distretto. Si tratta di un punto particolarmente delicato

che giustifica complesse configurazioni di movimenti pendolari (si vedano

per esempio gli studi sulla formazione della campagna urbanizzata toscana,

(IRPET, 1975a e 1975b).

La considerazione delle caratteristiche del distretto industriale aggiunge

altri elementi a questa discussione.

Il distretto industriale costituisce, nel tempo, un mercato del lavoro non

solo “stabile” (del resto la stabilità è un requisito fondamentale perché si

possa parlare di mercato), ma probabilmente anche di vaste dimensioni per

l’offerta e la domanda di capacità professionali specializzate, e di tutta una

serie di attività lavorative, non specializzate ma molto varie (come già si è

detto). Ciò rappresenta un vantaggio agglomerativo per famiglie e imprese.

Qui si aprono però tre problemi:

-

-

-

il primo riguarda 1’immigrazione nel distretto; che se supera certi livelli

di crescita può stravolgerne i caratteri sociali. Si noti comunque che,

per quanto detto prima, sarà favorita l’immigrazione di famiglie e non

tanto di singoli (qui il riferimento è soprattutto alla forza lavoro); ciò

tende a contenere fenomeni di emarginazione e sradicamento connessi

all’immigrazione di masse di persone isolate;

il secondo problema riguarda i movimenti pendolari. Le residenze degli

addetti possono trovarsi, e in genere si troveranno, ad una certa distanza

dalle unità locali del distretto (qualche volta coincidono: casa-officina;

casa-bottega; lavoro a domicilio). Per quanto detto in precedenza è

però difficile pensare ai rapporti spaziali fra popolazione e imprese in

un distretto industriale in termini di sistema giornaliero di spostamenti

pendolari per motivi di lavoro. L’“atmosfera industriale” sembra

richiedere una contiguità fra popolazione e imprese non riducibile

alla permanenza nell’orario di lavoro. Il problema è molto difficile da

risolvere a questo livello di approfondimento. Probabilmente si dovrebbe

distinguere un’area ristretta in cui tradizionalmente si concentrano

popolazione e imprese costituendo un “ispessimento localizzato” di

interdipendenze socio-economiche che presenta congiuntamente i

connotati discussi in questo capitolo;

il terzo problema riguarda la dimensione del distretto in termini di attività

produttive e di composizione infrasettoriale e settoriale delle stesse. Su

questo punto rimandiamo, per ulteriori specificazioni, alle osservazioni

riportate in Bellandi (1982) sulle forme di specializzazione all’interno

del distretto, e sui rapporti fra “atmosfera tecnica” e “atmosfera

industriale”.

38 Analisi delle interdipendenze locali: alcune premesse teoriche


3.3 Innovazione ed economie esterne di agglomerazione

La discussione nel capitolo precedente si è svolta all’interno dell’ipotesi

semplificativa che la variabilità qualitativa dei prodotti e della domanda

non implicasse cambiamenti nelle “aree di specializzazione”, tecnologiche

e di mercato (Penrose, 1973; Ansoff, 1974), complessivamente presenti

all’interno del distretto in un certo momento. L’interesse si è potuto

concentrare in questo modo sui problemi di organizzazione delle conoscenze

e delle risorse materiali già presenti in zona. Il progresso tecnico e

l’evoluzione dei mercati propongono però, alle organizzazioni produttive,

un problema di sviluppo di conoscenze e potenzialità nuove, pena la caduta

della competitività rispetto ad organizzazioni più pronte al rinnovo.

Il problema si pone in maniera particolare all’interno di sistemi la cui

struttura produttiva si basa largamente su rapporti fra imprese di dimensioni

ridotte.

La discussione è condotta assumendo come asse centrale il problema

dell’innovazione tecnologica; in connessione sarà affrontato quello

dell’innovazione di mercato.

• Diffusione dell’innovazione

La prima condizione per 1’adozione di un’innovazione è la conoscenza

della sua esistenza (know what).

Nella misura in cui 1’innovazione si traduca in beni strumentali

che rappresentano l’output dell’impresa innovatrice, questa stessa avrà

interesse a presentare il proprio nuovo prodotto su un mercato, come

quello del distretto, presumibilmente ben conosciuto e di dimensioni

non trascurabili. Si tratta qui di un evidente caso di economie esterne

di agglomerazione; particolarmente importante quando 1’innovazione

avviene in un luogo distante (o comunque diverso) dal distretto. In realtà ciò

che costituisce 1’oggetto di questo tipo di economie di agglomerazione non

è solo la trasmissione dello know what, il quale anzi è spesso comunicabile

con mezzi che risentono meno della distanza spaziale (comunicazioni

personali mediate, se non addirittura mass-media); ma anche, e a volte

soprattutto, la trasmissione di know how cioè di informazioni su modalità,

difficoltà e risultati specifici dell’applicazione dell’innovazione.

D’altra parte la trasmissione del know how può avvenire anche fra

imprese adottanti e imprese potenzialmente adottanti. Il discorso va qui

distinto in due livelli:

- la trasmissione di know how da parte di imprese adottanti ad altre

potenzialmente adottanti può essere di tipo solo implicito e indiretto:

il successo nell’adozione da parte di una o più imprese indica per

analogia una possibilità di successo ad imprese dalle caratteristiche

simili. Qui evidentemente siamo nel campo più proprio dell’imitazione

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 39


(Alchian, 1950). Si può arguire da quanto detto in precedenza che

le caratteristiche di agglomerazione e di “atmosfera” del distretto

favoriscano grandemente questi processi di imitazione;

- vi può essere poi il passaggio diretto di know how. è vero che le

imprese sono in genere interessate a ricevere informazioni, ma non a

darle a imprese rivali. Questo fatto porrebbe seri dubbi sulla effettiva

possibilità di un passaggio, e di un passaggio rapido, delle informazioni

tecnologiche all’interno di queste organizzazioni decentralizzate. La

difficoltà può essere però superata grazie ai processi di mobilità di

tecnici e forza lavoro specializzata, innescati dalla stessa concorrenza

e agevolati dalla concentrazione spaziale (Prodi, 1971). A questi fattori

si possono aggiungere gli effetti dell’“atmosfera industriale”: quando in

un distretto industriale si sviluppa una tale “atmosfera”, allora “i misteri

dell’industria sono nell’aria” (Marshall, 1972); e quindi non sono più

tali. Fuori metafora, si può pensare che in un distretto in cui vi è una

forte “cultura del lavoro”, del lavoro si parli anche fuori delle mura degli

stabilimenti: al bar, sulla porta di casa (che in certi casi coincide con quella

dell’officina), in famiglia magari fra membri che lavorano presso imprese

diverse. Infine vanno ricordati i rapporti non market fra imprese.

• Potenzialità di innovazione autonoma

In base a una tradizionale interpretazione centrata sulle economie interne

di scala nelle funzioni R&D, le potenzialità di innovazione autonoma

di un sistema di piccole imprese sembrerebbero molto ridotte. Le cose

possono stare, almeno parzialmente, in modo diverso. Partiamo ancora

dall’imitazione e consideriamo esplicitamente la diversificazione delle

condizioni esistenti fra imprese potenzialmente adottanti: a causa di

questa diversificazione, 1’imitazione non è riducibile a un’esatta replica

dell’innovazione (Alchian, 1950; Thomas e Le Heron, 1975). L’adozione

passa per un adattamento; adattamento che potrà essere tanto più originale

quanto più elevate e differenziate sono le capacità professionali interne

alle imprese. E quanto più rilevanti sono questi processi, tanto più labili

diventano i confini fra imitazione e innovazione.

Il discorso si articola se ci soffermiamo sul livello di analisi che abbiamo

definito più proprio del sistema di imprese del distretto industriale (i processi

imitativi caratterizzando specificamente l’introduzione dell’innovazione

nei “nuclei industriali”, i quali altresì presentano scarsa differenziazione

di funzioni produttive tra imprese). Si pensi alle possibilità offerte da

figure specializzate nell’assorbimento e diffusione di informazione tecnica

ed economica (oltre che finanziaria e giuridico-amministrativa) e da

imprese ausiliarie per la costruzione, messa a punto e manutenzione di

beni strumentali per i processi “principali” del distretto. La possibilità di

40 Analisi delle interdipendenze locali: alcune premesse teoriche


frequenti e rapidi contatti personali fra i tecnici delle imprese “ausiliarie”

o consulenti tecnici di vario tipo da una parte e il personale delle imprese

“principali” dall’altra costituisce forse la più rilevante manifestazione di

economie esterne di agglomerazione per quanto concerne i problemi che

stiamo affrontando.

Si tratta di un tipo particolare di progresso tecnico, che è innegabilmente

omogeneo alle esigenze di flessibilità e diversificazione del distretto e che

spesso si confonde, interagendo, con gli stessi processi di organizzazione

della produzione nel sistema delle imprese. C’è di più. La pluralità di

imprese all’interno del distretto industriale trova una causa potente di

riproduzione proprio in questo tipo di progresso tecnico: “Forse il più

comune processo di frammentazione (di imprese) è legato all’aumento di

conoscenze e professionalità degli individui. Un nuovo processo è inventato,

e quello che era un dipendente diventa imprenditore per sfruttarlo. Una

professionalità si sviluppa all’interno di un certo impianto e un dipendente

o più dipendenti realizzano di poter ottenere redditi più alti mettendosi

in proprio con un minimo di equipaggiamento tecnico e impiegando più

largamente la professionalità acquisita” (Townroe, 1970, p. 19) ecc.. In

una company town il processo di disintegrazione sarebbe evidentemente

più difficile, se non impossibile, mancando quel differenziato tessuto di

imprese specializzate che sorregge, come si è detto, la nascita di iniziative

innovative e di piccole dimensioni. D’altra parte lo sviluppo di questo tipo di

progresso è strutturalmente frenato all’interno di una grande impresa, specie

se organizzata gerarchicamente (per una vivace puntualizzazione: Jacobs,

1970, pp. 71-72). Queste considerazioni tendono comunque a trascurare

l’importanza di innovazioni che incorporano i risultati delle ricerche di

laboratorio e che spesso richiedono investimenti ad alto rischio all’uopo

destinati. Questi investimenti possono avere una dimensione tale da essere

del tutto al di fuori delle capacità economico-finanziarie e dell’esperienza

di imprese di non grandi dimensioni. Ma anche questa difficoltà può essere

almeno in parte ridimensionata all’interno di un distretto.

Come si è detto fra le produzioni ausiliarie presenti nel distretto vi sono

anche quelle di costruzione e messa a punto di attrezzature e macchinari per

i processi “principali” del distretto. Si potrebbe ora ipotizzare che queste

imprese “ausiliarie” riescano a sviluppare una propria capacità innovativa

research-intensive, nel contesto di un’estensione e diversificazione della

propria clientela all’esterno dell’agglomerazione. Ebbene questa capacità

innovativa può avvalersi delle imprese clienti all’interno del distretto

come di un “laboratorio esterno” (Bianchi-Falorni, 1981), si tratta di

un altro esempio, in certi casi molto importante, di economie esterne

di agglomerazione legate alla facilità di contatti faccia a faccia. Vi può

essere poi, in un processo di reazione agli squilibri secondo il modello

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 41


“attività direttamente produttive-capitale fisso sociale” di Hirschman

(1968), la spinta per una istituzionalizzazione “locale” delle funzioni di

ricerca e sviluppo, necessarie al sistema di imprese del distretto, ma fuori

della portata (anche per ragioni di esternalità; Kamien-Schwartz, 1977)

delle singole imprese; istituzionalizzazione che può passare sia attraverso

l’intervento di enti pubblici, sia attraverso la costituzione di cooperative e

consorzi fra imprese per 1’esplicazione di queste attività. Occorrerebbe,

per completezza, considerare anche i fenomeni di distacco di personale

scientifico di grandi laboratori pubblici o privati; ma su questo punto non

ci soffermeremo. Si può dire per concludere che la generazione cumulativa

di innovazioni e la differenziazione di attività rende conto di un altro

potente elemento di persistenza di un distretto industriale al variare delle

condizioni che giustificano il set di aree di specializzazione tecnologica e

di mercato dello stesso in un certo periodo (Vernon, 1972; Jacobs, 1970);

e ciò soprattutto quando tali condizioni convergano con la presenza,

all’interno della divisione del lavoro fra imprese del distretto, di operatori

specializzati nella commercializzazione dei prodotti, che tenendo contatti

personali sia all’interno del distretto che con mercati esterni, creano reti di

contatti indispensabili in processi di “mutamento strategico”.

3.4 Alcune considerazioni sulle prospettive

Decadenza di un distretto industriale non significa necessariamente

trasformazione in area depressa di vecchia industrializzazione; lo sviluppo

e la crescita possono continuare sullo stesso territorio in forme diverse

e non più riconducibili a quelle che abbiamo attribuito al concetto di

distretto industriale: la company town, e la grande città terziario-industriale

indicano possibili linee di trasformazione. Non ci soffermeremo comunque

su questi processi di “metamorfosi”. Dalla discussione svolta si possono

sintetizzare alcuni punti chiave per una riflessione sui fattori di decadenza

dei distretti industriali; riflessione che è evidentemente connessa a quella

sugli elementi di prospettiva:

-

-

-

le esternalità: particolarmente importanti nel deterioramento ambientale

strisciante (IRPET, 1975) e nei problemi posti da innovazioni ad alta

soglia di investimento non frazionabile;

la mancanza di risposta delle autorità pubbliche alle necessità poste

dall’evolversi del rapporto “attività direttamente produttive-capitale

fisso sociale”; questo va spesso visto congiuntamente alle difficoltà

appena sopra ricordate;

le forme di mercato interne al distretto: 1’incapacità a realizzare

“rapporti non market” fra imprese rappresenta un ostacolo allo sviluppo

del distretto industriale; ma un eccesso di accordi non concorrenziali può

portare a sfruttare una crisi di “mutamento strategico” nel senso della

42 Analisi delle interdipendenze locali: alcune premesse teoriche


-

-

trasformazione in un sistema di grande impresa e produzione di massa o

in un sistema corporativo dalle scarse potenzialità di sopravvivenza;

gli equilibri sociali del distretto: i complessi legami fra comunità

locale e società industrializzata possono rendere conto di cambiamenti,

nelle strutture sociali locali, non facilmente integrabili nella “cultura

industriale” del distretto (IRPET, 1975 e 1976);

la produzione di massa: se la produzione di massa e l’omogeneizzazione

del mercato e quindi dei gusti delle persone rappresentassero una

tendenza storica in inesorabile approfondimento e diffusione, è

evidente che gli “spazi strategici” per sistemi assimilabili al distretto

industriale sarebbero destinati a sparire, anche se magari poco per volta;

sarebbero giustificate interpretazioni “residuali” o “interstiziali” del

distretto industriale. Ma forse le cose non stanno così. Secondo alcuni

economisti, la differenziazione, la mutevolezza, l’imprendibilità del

contesto in cui le imprese operano sono caratteristiche che nei sistemi

capitalistici contemporanei tendono a superare i confini dei settori ad

alto contenuto di moda (Ansoff, 1974; Tôrnguist, 1974; Vernon, 1972;

Sabel e Zeitlin, 1982). Per dirla con J. Jacobs (1970): “il punto è che

per alcuni beni la produzione di massa è un ripiego: rappresenta solo

un primo stadio di sviluppo ed è valida solo come espediente fino a che

non sia stata sviluppata la più avanzata produzione differenziata”.

Non necessariamente gli spazi aperti della differenziazione sono propri

dei distretti industriali; ma sembra abbastanza probabile, almeno per quanto

si è fin qui argomentato, che all’interno di questi spazi i distretti industriali

possono trovare proprie aree di specializzazione.

Nella linea di sviluppo della differenziazione può essere inserita anche

la crescita dell’economia dei servizi; qui il concetto di distretto industriale

non risulta in quanto tale adeguato, ma ancora appropriate può risultare un

ragionamento in termini di interdipendenze locali.

4. Il problema della delimitazione del distretto industriale

4.1 Distretto industriale: un “oggetto” o un “aggregato areale”?

Una volta che sono state descritte le caratteristiche costitutive del distretto

industriale, in relazione ai fenomeni di interdipendenza che ne delineano

le possibili ragioni di esistenza, il compito che ora si prospetta è quello

della sua individuazione. Piuttosto diffusa è la disattenzione al modo in

cui gli oggetti sono delimitati, concentrandosi normalmente l’interesse

dell’analista sugli aspetti sostantivi o modellistici dello studio geografico.

Ma non mancano esempi di altro segno. Bauman, Fisher e Schubert

(1982) hanno dimostrato gli effetti che differenti delimitazioni spaziali di

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 43


entità areali hanno sui risultati dell’analisi; si sono prodotte rassegne di

metodologie analitiche alternative per mostrare gli inevitabili margini di

arbitrarietà insiti nell’identificazione di entità areali (Openshaw, Sforzi e

Wymer, 1982a); si è cercato di rilevare la presenza di “inganni ecologici”

(Bianchi et al., 1982; Openshaw, Sforzi e Wymer, 1982b).

In ogni caso quando l’indagine è diretta al comportamento dell’oggetto

spaziale è cruciale sapere se l’oggetto sia in grado di esprimere un

comportamento. Si tratta del problema, ben noto ai geografi, della relazione

fra “entificazione” e “quantificazione”, per cui l’atto di misurazione di un

oggetto deve essere preceduto dal suo riconoscimento, e “solo quando

sono state trovate le cose giuste che devono essere misurate, le misurazioni

sono degne di essere effettuate” (Gerard, 1972). Chapman (1977) distingue

tre tipi di oggetti: l’oggetto di studio “di primo ordine”, l’aggregato areale

e 1’aggregato non areale (quest’ultimo noto anche col nome di classe).

Egli propone un test allo scopo di verificare se un oggetto è o no “di primo

ordine”. Tali “oggetti” dovrebbero avere la proprietà dei sistemi: l’intero

dovrebbe essere più grande della somma delle parti; i confini dovrebbero

separare l’oggetto dal mondo esterno; l’oggetto dovrebbe possedere

un meccanismo interno di controllo in grado di rispondere agli stimoli,

determinando un “comportamento” dell’oggetto. Una possibile gerarchia

di oggetti, infatti, parte dagli atomi e dalle molecole (oggetti di interesse

per le scienze fisiche) e arriva agli oggetti di più alto livello come le piante,

gli animali, gli individui e le famiglie (gli “oggetti di interesse” per le

scienze biologiche e sociali). Lo Stato moderno può rispondere ancora

ai criteri definitori di “oggetto di interesse”; in senso stretto, non è reso

possibile rintracciare alcuna entità, con caratteri di oggetto naturale, fra la

famiglia e lo Stato. Nel nostro caso potremmo assumere (con una ipotesi

molto forte, per l’autore cui ci riferiamo) che la Regione abbia più o meno

i caratteri di uno Stato (confini costituzionali, potere legislativo, ecc.). Ma

al di sotto -ed è il problema che ci occupa- ricadremmo inevitabilmente

nell’arbitrarietà.

La questione dell’entificazione è influenzata dal modo in cui vengono

utilizzate proprietà e definizioni che in larga misura -anche se non in modo

del tutto esplicito- vengono attinte dalla Teoria Generale dei Sistemi.

Verificato, dunque, che l’oggetto di studio “di primo ordine” dovrebbe

esibire le proprietà dei sistemi -concreti, aggiungeremo noi- sembra più

opportuno ricorrere esplicitamente alla definizione di sistema, per esempio,

utilizzando quella fornita da Miller (1971), per cui un sistema concreto è

una concentrazione non casuale di materia-energia, in una regione dello

spazio-tempo fisico, che è organizzata in sottosistemi o componenti

interagenti e interdipendenti” (p. 52) e le unità che lo costituiscono

(sottosistemi, componenti, parti o membri) sono anch’esse sistemi concreti

44 Analisi delle interdipendenze locali: alcune premesse teoriche


(Hall e Fagan, 1956). Naturalmente, alla definizione ora data si dovrebbero

accompagnare, per completezza, le altre relative alle relazioni e alle

variabili del sistema, alla sua apertura e chiusura, e al suo stato, che però

possono essere attinte alle fonti citate.

Questa procedura di riconoscimento pare adattarsi anche al caso di entità

areali. Per la sua implementazione ci si può avvalere del suggerimento

di identificare i confini del sistema concreto “con operazioni empiriche

disponibili all’universale riscontro scientifico piuttosto che stabilite

concettualmente da un singolo osservatore” (Miller, 1971, p. 53). Che,

alla fine, la valutazione dei risultati ottenuti applicando un tale criterio di

identificazione non rappresenti un compito agevole è un fatto ampiamente

noto e dibattuto, cosi come lo è quella relativa ai possibili metodi di analisi

quantitativa che possono essere adottati (Bianchi et al., 1982; Openshaw,

Sforzi e Wymer, 1982b).

4.2 Il problema dell’unità areale modificabile

Noti il carattere dell’entità areale -che deve costituire un sistema- e i

criteri generali per effettuare il riconoscimento, resta il fatto che un

adeguato approccio geografico all’identificazione di entità areali prospetta

il problema della loro modificabilità e arbitrarietà, dato che i loro confini

sono ottenuti raggruppando dati riferiti ad unità spaziali elementari

delimitate in modo arbitrario.

Una conseguenza di ciò è che il riconoscimento dell’entità areale in questo

sistema concreto presenta la probabilità di non essere effettuato in modo

tale da poter includere dentro un confine tutti i suoi elementi costitutivi.

Questa incertezza relativa all’identificazione degli oggetti in uno

studio geografico è nota con 1’appellativo di “problema dell’unità areale

modificabile” (Openshaw, 1981) e per quanto sia possibile esprimere

una valutazione sulla configurazione che le entità areali presenteranno a

conclusione del processo di identificazione, resta il fatto ineliminabile che

si tratta sempre di individuare frontiere in un processo vivente, e ciò che

al meglio può essere fatto è un’identificazione “ragionevole” dei confini

(Becattini, 1979; Georgescu Roegen, 1971).

L’incertezza del non disporre di argomenti conclusivi in favore di

una configurazione di entità piuttosto che di un’altra, ottenute entrambe

dal processo di identificazione, costituisce l’inevitabile conseguenza del

processo stesso, perché misure effettuate su unità individuali non-spaziali e

indivisibili (le famiglie di censimento e le unità locali produttive) divengono

misure relative ad unità spaziali elementari, delimitate in modo arbitrario.

Per quanto questo fenomeno sia stato riconosciuto ormai da molto

tempo (Kendall e Yule, 1950) non sono stati ancora effettuati tentativi

per risolverlo attraverso soluzioni pratiche. Di recente il problema è

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 45


stato posto nuovamente all’attenzione dei geografi (Openshaw, 1977a, b,

1978a, b), attraverso lavori empirici fondati su un insieme di dati aggregati

spazialmente una o più volte in forme diverse per mostrare la gravità degli

effetti prodotti.

Nonostante possano esistere difficoltà ad esprimere compiutamente

valutazioni sul grado d’influenza delle unità spaziali elementari sulla

configurazione delle entità areali identificate, un compito della ricerca

dovrebbe consistere nell’includere fra i suoi obiettivi anche quello di

verificare i confini dell’oggetto di studio. Prima di giungere a conclusioni

definitive sul comportamento esibito del sistema, a partire dello studio del

reticolo delle interdipendenze che lo identifica, questo dovrebbe essere

verificato con le conoscenze altrimenti già possedute sulla realtà indagata.

Comunque, una conseguenza pratica del problema dell’unità areale

modificabile consisterà nell’utilizzare come unità spaziale elementare per

1’identificazione delle entità areali le sezioni di censimento piuttosto che

le unità comunali. Ciò non eliminerà del tutto il pro blema, ma contribuirà

certamente a ridurre gli effetti negativi, data la minore disomogeneità di

caratteri all’interno delle sezioni di censimento, per quanto delimitate in

modo arbitrario, rispetto a quella delle unità comunali.

Per rimuovere il problema dell’unità areale modificabile si possono

utilizzare unità di osservazioni non spaziali. In questo caso si disporrebbe

di unità naturalmente (e non presuntivamente) indivisibili che riflettono

fedelmente il modo in cui sono rilevati e registrati i dati. Anche dal punto

di vista dell’omogeneità è evidente che per questo tipo di unità di dati

il rischio dell’inganno ecologico (Robinson, 1950) (di attribuire cioè

agli elementi contenuti nell’unità spaziale un’omogeneità maggiore di

quanto non possiedono nella realtà) è interamente rimosso. Si tratterebbe,

in definitiva, per il problema dell’identificazione di entità areali che si

accordano alla definizione di distretto industriale, di elaborare dati relativi

a singole unità locali del censimento industriale e a singole famiglie di

quello demografico.

In ogni modo si deve ricordare che l’incidenza, nel nostro caso, delle

considerazioni relative alla natura sistemica dell’entità areale da identificare

e al problema dell’unità areale modificabile, è drasticamente ridotta dalla

duplice circostanza:

- che non è, stricto sensu, necessario provare la natura di “sistema

-

concreto” o di “oggetto di interesse” del distretto industriale, essendo

sufficiente considerarlo un carattere del sistema locale che lo ospita;

che il sistema locale che lo ospita è, certamente, un sistema (sub-regionale),

in quanto regione funzionale in termini di “sistema urbano giornaliero”:

la sola entità che “approssimi i criteri di un oggetto alla scala intermedia

fra la famiglia e lo Stato posti da Chapman (Coombes et al., 1982)

46 Analisi delle interdipendenze locali: alcune premesse teoriche


4.3 Le interdipendenze locali nel distretto industriale: l’ipotesi di lavoro

Ciò premesso si può avviare il tentativo di organizzare il procedimento

empirico per 1’identificazione delle componenti delle interdipendenze

di queste ultime e le quantificazioni possibili. Si può dire intanto che le

tecniche statistiche della interdipendence analysis (Boyce et al., 1974) e

della correlazione canonica (Bartlett, 1941), di cui pure si dovrà eseguire

l’applicazione, saranno probabilmente di scarso aiuto.

La prima, infatti, sostituendo un insieme originale di variabili con

un sotto-insieme ottimale più piccolo, tende a semplificare il compito

della identificazione delle componenti. La seconda individua e misura i

legami fra due insiemi di variabili, mentre noi dovremmo considerare,

simultaneamente, tutte le relazioni fra le variabili giudicate rilevanti.

Un ausilio meno indiretto potrebbe venire da tecniche input-output, sia

pure limitatamente all’analisi delle interdipendenze economico-produttive,

anche se sono note le difficoltà -peraltro non insuperabili- della stima di

matrici intersettoriali a scala sub-regionale (Bianchi, 1982).

Un ulteriore accostamento al nostro problema si può conseguire

ricorrendo alle rappresentazioni di tipo econometrico dei sistemi economici

locali. Gli aspetti socio-culturali restano, evidentemente, inattingibili da

queste tecniche, ma una parte di quelli economico-sociali possono essere

compresi in un’analisi che deve servire a rappresentare le connessioni di

interdipendenza e stimare i singoli modelli. Ricorrendo ad una delle strutture

modellistiche più diffuse (si veda, per esempio, Fullerton e Prescott, 1975),

con un sistema di sei modelli (Popolazione, Lavoro, Capitale, Risorse

naturali, Matrice interindustriale, Reddito) si identificano, con una certa

precisione, i collegamenti “in avanti” e “all’indietro”. Ci spieghiamo con

una sola esemplificazione. Il Lavoro è collegato:

-

-

all’indietro: alla Popolazione (tramite i tassi di partecipazione e i livelli

di urbanizzazione); alla Matrice interindustriale (tramite la produttività

del lavoro); a se stesso (tramite la specializzazione del mix produttivo

locale);

in avanti: al Reddito (tramite 1’occupazione per posizione professionale);

alla Popolazione (tramite i tassi netti di occupazione); a se stesso

(tramite 1’occupazione per settore).

Più direttamente connesso al nostro campo di interesse è, poi, un

approccio recentemente proposto (Townroe e Roberts, 1980) per misurare

le economie di agglomerazione (local external economies) e le potenzialità

relative delle loro possibili fonti (sources). L’indagine è stata condotta su 53

gruppi di prodotti (Product Groups) per le 61 Planning Sub-regions della

Gran Bretagna. Le variabili (dipendenti) scelte per misurare i differenziali

inter-area dell’impatto delle economie esterne locali sono: prodotto netto

pro capite, prodotto netto meno salari e stipendi pro capite, un “indice di

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 47


efficienza”. La misura delle fonti di economie esterne locali è costituita

dall’insieme delle variabili esplicative selezionate per rappresentare i tre

tipi di economie di agglomerazione: economie interne di scala (variabili:

occupati, unità locali e prodotto netto per gruppo di prodotti, ecc.);

economie di localizzazione (variabili: occupati, unità locali e prodotto

netto per gruppo di prodotti, ecc.), economie di urbanizzazione (una lunga

lista di variabili costituenti misure dirette, indirette o proxies relative a:

forza lavoro, accessibilità ai servizi, dimensione delle agglomerazioni, altri

caratteri delle sub-regioni).

I risultati ottenuti sono del più vivo interesse per il nostro oggetto di

indagine e, nei limiti della disponibilità dei dati occorrenti, l’esercizio

andrà replicato, pur considerando che qui l’obiettivo è la spiegazione della

variabilità interterritoriale e intersettoriale delle economie esterne, non

l’identificazione delle interdipendenze o la misura della loro intensità.

Una metodologia che, invece, approssima molto il centro dei nostri

interessi è, infine, quella Activity-Commodity Analysis (Barras e Broadbent,

1975). Si assuma, esemplificando (e semplificando molto) che un sistema

locale possa essere compiutamente descritto da quattro attività: Famiglie,

Commercio, Produzione, Governo locale che, nello svolgimento delle

loro attività, consumano-producono beni come: spazio, edifici, lavoro,

flussi finanziari (imposte), beni di consumo, beni capitali, materie prime,

merci all’ingrosso, servizi pubblici locali. Allora 1’attività delle Famiglie

“produce” lavoro per 1’occupazione nel Commercio, nella Produzione e

nel Governo locale, mentre consuma beni finali e servizi pubblici locali. Il

Governo locale “consuma” flussi finanziari (dal governo centrale e dalle

imposte locali sulle Famiglie e la Produzione) e lavoro, mentre produce

servizi per le Famiglie e la Produzione. Tutte le attività “consumano”

risorse di base come lo spazio e gli edifici. La rappresentazione, a fini

operativi, viene naturalmente complicata dall’aggiunta di nuove attività

e di nuovi beni e dalla disaggregazione spaziale e settoriale.

L’analisi assume, tipicamente, la forma matriciale (per riga i beni, per

colonna le attività; le cifre delle celle -quantità e valori- sono precedute

dal segno + o - a seconda che i beni siano prodotti o consumati) che

permette -al di là della quantificazione- una rappresentazione assai utile

delle componenti (e delle loro interrelazioni) del sistema esaminato.

Residua, evidentemente, il limite della imperfetta considerazione degli

aspetti socio-culturali.

Ciascun approccio prima sinteticamente illustrato è reso suscettibile

-lo si è visto- di recare contributi di varia rilevanza al nostro problema

dell’analisi delle interdipendenze locali. Per quanto lo consentiranno la

disponibilità di dati e di risorse, cercheremo di trarne profitto. Ma prima

di condurre simili esperimenti, riteniamo di dover compiere i primi

48 Analisi delle interdipendenze locali: alcune premesse teoriche


tre steps di un procedimento di ricerca, analiticamente più naîve ma

concettualmente più aderenti allo schema teorico di riferimento assunto.

Si tratta, primo step, di costruire a tavolino una matrice delle

interdipendenze locali, che colleghi le componenti del sistema (una

disaggregazione opportunamente spinta delle classi: famiglie, imprese,

governo locale, altre attività) secondo relazioni (presumibilmente

multiple) identificative delle varie categorie di economie esterne e delle

possibili aree di applicazione delle politiche (si vedano, per una idea

approssimativa, gli esempi al paragrafo 1.2).

Si tratta, secondo step, di identificare all’interno dei sistemi subregionali,

le aree a più elevata probabilità di ospitare “ispessimenti

localizzati” dei reticoli di interdipendenze. A tale scopo si replicherà -non

appena disponibili i dati elementari dei censimenti 1981- un esperimento

di “zonizzazione” utilizzando la metodologia di analisi dell’area sociale

più volte descritta e applicata.

La novità dell’esperimento (un tentativo preliminare e parziale,

utilizzando i dati del censimento 1971, è già stato condotto con risultati

che incoraggiano a proseguire su questa strada) consiste nell’utilizzare

variabili a tre livelli (comunali; sezioni di censimento; individuali:

famiglie e unità locali) derivate sia dal censimento della popolazione che

da quello dell’industria e integrate con dati di fonte diversa (consumi

energetici, investimenti, reddito comunale e per classi di famiglie, ecc.).

In particolare sono stati costruiti due insiemi di variabili, uno riferito

alle attività produttive, l’altro -diciamo- alle caratteristiche ambientali.

La distinzione, comunque, è meramente descrittiva poiché non si tratta

di spiegare le variabili di un insieme sulla base di quelle dell’altro,

per esempio con una regressione, ma di lavorare simultaneamente

con tutte le variabili per generare entità areali caratterizzate dalla

massimizzazione all’interno dell’associazione di caratteri e all’esterno

della differenziazione fra le varie entità. Si tratta, infine, terzo ed ultimo

step, del procedimento preliminare di selezionare, sulla scorta dei risultati

precedenti, il sistema sub-regionale più appropriato (dimensione ridotta,

alto grado di interdipendenze probabili) per condurvi un’esplorazione sul

campo in modo da disegnare la mappa (qualitativa) del reticolo delle

interdipendenze empiricamente rilevabili.

Contiamo di poter produrre alla prossima Conferenza Italiana di

Scienze Regionali i risultati di questo esperimento. Del resto, qui,

c’eravamo riproposti solo di proporre alcune premesse teoriche all’analisi

delle interdipendenze locali.

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 49


Riferimenti bibliografici

M.A. Adelman (1973), “Vertical Integration and Market Growth”, in B.S. Yamey

(ed.), Economics of Industrial Structure, Bungay, (I° ed. 1955).

A.A. Alchian (1950), “Uncertainty, Evolution and Economic Theory”, Journal of

political economy.

A.A. Alchian, H. Demsetz (1972), “Production, Information, Costs and Economic

Organization”, The American Economic Review.

W. Alonso (1972), “Location Theory”, in M. Edel, J.Rothenberg, Readings in

Urban Economics, New York (I° ed. 1964).

H.I. Ansoff (1974), “Verso una teoria strategica dell’impresa”, in H.I. Ansoff, La

strategia d’impresa, Milano (I° ed. 1968).

C. Antonelli, G. Balcet (1980), Piccola impresa come sistema; il ruolo della P.M.I,

nell’evoluzione delle strutture industriali, Roma.

C. Antonelli, F. Momigliano (1980), “Aree economiche, modelli di sviluppo

alternativi e politiche di intervento in Italia”, L’industria, 3.

A. Ardigo et al. (1976), Famiglia e industrializzazione; continuità e discontinuità negli

orientamenti di valore in una comunità in forte sviluppo endogeno, Milano.

P. Aydalot (1965), “Notes sur les economies esternes et quelques notions

connexes”, Revue Economique.

A. Bagnasco (1977), Tre Italie. La problematica territoriale dello sviluppo

italiano, Bologna.

A. Bagnasco (1980), “Perché diventa importante l’analisi sociale e territoriale,

Inchiesta.

A. Bagnasco (1981), “La questione dell’economia informale”, Stato e mercato.

A. Bagnasco, M. Messori (1975), Piccola impresa, formazione sociale e

composizione di classe, Feltrinelli, Milano.

A. Bagnasco, R. Pini (1981), “Sviluppo economico e trasformazioni sociopolitiche

dei sistemi territoriali ad economia diffusa”, Quaderni della

Fondazione G.G. Feltrinelli.

R. Barras, T. A. Broadbent (1975), An Activity-Commodity Formalism for Socio-

Economic Systems, CES, London.

M.S. Bartlett (1941), “The Statistical Significance of Canonical Correlation”,

Biometrica, 32.

J.H. Bauman, H.M. Fisher e V. Schubert (1982), A Multiregional Labour Supply

Model for Austria: The Effects of Different Regionalisations in Multiregional

Labour Market Modelling, Paper presented at XXII European Congress of

Regional Science Association, 23-27 August, Groningen.

G. Becattini (1978), “The Development of Light Industry in Tuscany: an

Interpretation”, Economic Notes.

G. Becattini (1979), “Dal settore industriale al distretto industriale. Alcune

considerazioni sull’unità di indagine dell’economia industriale”, Rivista di

economia e politica industriale, Bologna.

G. Becattini (1982), Sul concetto di ‘saggio uniforme di profitto’, (in corso di

pubblicazione).

G. Becattini, M. Bellandi, A. Falorni (1982), Industrializzazione diffusa e

campagna urbanizzata: l’esperienza toscana (in corso di pubblicazione).

M. Bellandi (1981a), Rapporti fra imprese e distretto industriale: alcuni spunti per

l’integrazione della dimensione socio-territoriale negli studi di economia

industriale, tesi di laurea, Firenze.

50 Analisi delle interdipendenze locali: alcune premesse teoriche


M. Bellandi (1981b), Alcune premesse teoriche all’interpretazione di uno sviluppo

industriale basato su imprese di non grandi dimensioni; economie interne

di scala ed economie esterne, Universita di Firenze.

M. Bellandi (1982), “Il distretto industriale in Alfred Marshall”, L’industria.

Rivista di economica e politica industriale.

G. Bianchi (1982), a cura di, Matrici intersettoriali dell’economia regionale e

programmazione, IRPET, Le Monnier, Firenze.

G. Bianchi, A. Falorni (1980), “L ’ industria intermedia in Toscana: una esperienza

di studio a scala regionale sull’evoluzione dell’apparato produttivo”,

in IRPET, Nuovi contributi allo studio dello sviluppo economico della

Toscana, Firenze.

G. Bianchi, S. Openshaw, P. Scattoni, F. Sforzi, C. Wymer (1981), Analisi delle

aree sociali: comparazione delle classificazioni fondate su dati medi per

sezioni di censimento e su dati individuali, Memoria presentata alla II

Conferenza Italiana di Scienze Regionali, Napoli, 19-21 ottobre.

G. Bianchi, S. Openshaw, F. Sforzi, C. Wymer (1982), Recenti sviluppi nell’analisi

delle aree sociali, Memoria presentata alla III Conferenza Itallana di Scienze

Regionali, Venezia, 10-12 novembre.

D.E. Boyce et al. (1974), Optimal subset selection. Multiple Regression,

Interdependence and Optimal Network Algoritms, Springer, Berlin.

S. Brusco (1975), “Economie di scala a livello tecnologico nelle piccole imprese”,

in Crisi e ristrutturazione nell’economia italiana, a cura di A. Graziani,

Einaudi, Torino.

E.H. Chamberlin (1961), Teoria della concorrenza monopolistica, Firenze (I° ed.

1932).

G.P. Chapman (1977), Human and Environmental Systems: a Geographer’s

Appraisal, Academic Press, London.

J. Chardonnet (1962) , Geographie industrielle, Paris.

R.H. Coase (1967), “The Nature of the Firm”, in K.E. Boulding, G.J. Stigler

(eds.), Readings in Price Theory, London (I° ed. 1937).

M.G. Coombes, J.S. Dixon, J.B. Goddard, S. Openshaw, P.J. Taylor (1982),

“Functional regions for the population census of Britain”, in D.T. Herbert,

R.J. Johnston Geography of the Urban Environment (forthcoming), Ucley,

London.

B. Cori (1979), “Le piccole e medie industrie in Italia. Aspetti territoriali e

settoriali”, Quaderni della Fondazione Agnelli, 34, Torino.

B. Cori, G. Cortesi (1977), Prato: frammentazione e interazione di un bacino

tessile, Torino.

P. Costa (1978), “L’agglomerazione urbana nelle attività economiche”, Studi

economici.

R.C. Estall, R.O. Buchanan (1978), Localizzazione industriale, Milano (I° ed. 1961).

P.S. Florence (1948), Investment, Location and Size of Plants, Cambridge.

P.S. Florence (1961), The Logic of British and American Industry, London (I° ed.

1953).

P.S. Florence (1964), Economics and Sociology of Industry, London.

F. Forte (1971), “Le economie esterne marshalliane e la teoria contemporanea

dello sviluppo”, Rivista internazionale di Scienze sociali, marzo-aprile.

H.H. Fullerton, J.R. Prescott (1975), “An Economic Simulation Model for

Regional Development Planning”, Ann Arbor Science, Ann Arbor (Mich.).

G. Garofoli (1981), “Lo sviluppo delle ‘aree periferiche’ nell’economia italiana

degli anni Settanta”, L’industria, 3.

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 51


R.W. Gerard (1957), “Unit and Concepts of Biology”, Science, 125, 429-433.

N. Georgescu Roegen (1971), The Entropy Law and the Economic Process,

Cambridge, Mass.

J.M. Gilmour (1974), “External Economies of Scale, Inter-Industrial Linkages

and Decision Making in Manufacturing”, in F.E.I. Hamilton.

J.B. Goddard (1978), “The Location of Non-Manufacturing Activities within

Manifacturing Industries”, in F.E.I. Hamilton.

J.B. Goddard, R. Pye (1978), “Telecommunications and Office Location”,

Regional Studies.

T. Hagertrand (1967), Innovation Diffusion as Spatial Process, Chicago. (I’ed.

1953).

A.D. Hall, R.E. Fagan (1956), “Definition of System”, Yearbook of Society of

General System Research, 1, 18.

F.E.I. Hamilton (1974) (ed.), Spatial Perspectives on Industrial Organization and

Decision Making, London.

F.E.I. Hamilton (1978) (ed.), Contemporary Industrialization, London.

A.O. Hirschman (1968), La strategià dello sviluppo economico, Firenze, (I° ed.

1958).

J. Houssiaux (1957a), “Le concept de quasi-integration et le role des sous traitants

dans l’industrie”, Revue Economique.

J. Houssiaux (1957b), «Quasi-integration, croissance des firmes et structures

industrielles», Revue Economique.

IRPET (1969), Lo sviluppo economico della Toscana: un’ipotesi di lavoro,

Firenze.

IRPET (1975a), Lo sviluppo economico della Toscana, a cura di G. Becattini,

Firenze.

IRPET (1975b), “Aspetti demografici del processo di urbanizzazione”,

Supplemento n. 4 a Informazioni statistiche, Firenze.

IRPET (1976), Caratteri e prospettive dello sviluppo toscano, Firenze.

IRPET (1980), Il buyer in Toscana, Firenze.

IRPET (1982), Matrici intersettoriali dell’economia regionale e programmazione,

a cura di G. Bianchi, Le Monnier, Firenze.

J. Jacobs (1970), The Economy of Cities, New York.

E. Jacques (1962), Measurement of Responsability, London (I° ed. 1956).

M.I. Kamien, N.I. Schawrtz (1975), “Market Structure and Innovation: a Survey”,

The Journal of Economic Literature.

M.G. Kendall, G.U. Yule (1950), An Introduction to the Theory of Statistics,

Griffim, London

P. Kilby (1971), “Hunting the Heffalump”, introduzione a P. Kilby, Entrepreneurshjp

and Economic Development, New York.

B.J. Loasby (1976) , Choice, Complexity and Ignorance, Cambridge.

P. Llyod, P. Dicken (1979), Spazio e localizzazione, un’interpretazione geografica

dell’economia, Milano (I° ed. 1972).

S. Lombardini (1967), “Economie esterne e sviluppo regionale”, Il Risparmio.

G. Lorenzoni (1979), Una politica innovativa per le piccole e medieimprese,

Milano.

P. Mariti (1979), “Aspetti della ristrutturazione industriale. Considerazioni

teoriche con alcuni materiali di verifica empirica”, in R. Varaldo (a cura di),

Ristrutturazioni industriali e rapporti fra imprese, Milano.

P. Mariti (1980), Sui rapporti fra imprese in una economia industriale moderna,

Milano.

52 Analisi delle interdipendenze locali: alcune premesse teoriche


A. Marshall (1934), “Industria e commercio” in Organizzazione industriale a cura

di G. Masci, Torino (I° ed. 1919).

A. Marshall (1972), Principi di economia, Torino (I” ed. 1890) .

J.G. Miller (1971), La teoria generale dei sistemi viventi, F. Angeli, Milano.

F. Momigliano (1975), Economia industriale e teoria dell’impresa, Bologna.

S. Openshaw (1977a), “A geographical solution to scale and aggregation problems

in region-building, partitioning, and spatial study”. Transaction of the

Institute of British Geographers, New Series, 2, 459-472.

S. Openshaw (1977b), “Optimal zoning systems for spatial interaction models”.

Environmental and Planning, A, 9, 169-184.

S. Openshaw (1978a), “An optimal zoning approach to the study of spatially

aggregated data”, in I. Masser, P.W.J. Brown, Spatial Representation and

Spatial Interaction, Leiden, Nijhoff, 95-113.

S. Openshaw (1978b), “An Empirical Study of Some Zone-design Criteria”,

Environment and Planning A, 10, 781-794.

S. Openshaw (1981), “Le Probleme de 1’Aggregation Spatial en Geographic”,

L’Espace Geographique, 1, 15-24.

S. Openshaw, F. Sforzi, C. Wymer (1982a), The Urban Social Structure of

Metropolitan Florence: an Investigation Using Individual and Aggregate

Census Data, Paper presented at XXII Regional Science European

Congress, Groningen, The Netherlands, 24-27 august.

S. Openshaw, F. Sforzi, C. Wymer (1982b), La delimitazione di sistemi spaziali

sub-regionali: scopi, algoritmi e applicazioni, Memoria presentata alla III

Conferenza Italiana di Scienze Regionali, Venezia 10-12 novembre.

S. Openshaw, F. Sforzi e C. Wymer (1982c), La struttura sociale di un sistema

regionale di città: alcune osservazioni empiriche sul caso della Toscana,

(in corso di stampa).

M. Paci (1980), “Struttura e funzioni della famiglia nello sviluppo industriale e

periferico’”, introduzione a Famiglia e mercato del lavoro in un’economia

periferica, a cura di M. Paci, Milano.

A.H. Pascal, J.J. McCall (1980), “Agglomeration Economies, Searchs Costs and

Industrial Location”, Journal of Urban Economics.

E. Penrose (1973), La teoria dell’espansione dell ’ impresa, Milano (I° ed. 1959).

M. Polanyi (1978), Personal Knowledge. Towards a Post-critical Philosophy,

London, (I° ed. 1959).

M. Pousijn (1978), “La piccola impresa in Italia: dimensione internazionale del

lavoro e rapporti fra le classi sociali”, L’impresa, 4-5.

A. Pred (1966), The Spatial Dynamics of U.S. Urban-industrial Growth, 1800-

1914: Interpretative and Theoretical Essays, Cambridge, Mass..

A. Pred (1974), “Industry, Information and City-System Interdependencies”, in

F.E.I. Hamilton.

R. Prodi (1971), La diffusione dell’innovazione nell’industria italiana, Bologna.

G.B. Richardson (1964), Informazioni economiche e decisioni d’impresa, Milano

(I° ed. 1960).

G.B. Richardson (1972), “The Organization of Industry”, The Economic Journal.

E.A.G. Robinson (1953), The Structure of Competitive Industry, London (I° ed.

1931).

W.S. Robinson (1950), “Ecological correlations and behaviour of individuals”,

American Sociological Review, 15, 351-357.

E. Rullani (1978), “Sistema logistico e gestione della produzione”, in Economia

e direzione dell’impresa industriale, Milano.

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 53


C. Sabel, J. Zeitlin (1982), “Alternative storiche alla produzione di massa”, Stato

e mercato.

F. Sforzi (1982), “Identificazione degli ambiti sub-regionali di programmazione”,

M. Bielli, A. La Bella, a cura di, Problematiche dei livelli sub-regionali di

programmazione, F. Angeli, Milano.

A. Smith (1973), Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni,

Torino (I° ed. 1776).

G. J. Stigler (1951), “The division of labour is limited by theextent of the market”,

Journal of Political Economy.

P. Tani (1976), “La rappresentazione analitica del processo di produzione: alcune

premesse teoriche al problema del decentramento”, Note economiche.

M.D. Thomas, R.B. Le Heron (1975), “Perspectives on Technological change

and the process of diffusion in the manufacturing sector”, Economic

Geography.

G. Tôrnqvist (1974), “Plows of Information and the Location of Economic

Activities”, in M.E. Eliot Hurst (ed.), Transportation Geography, New

York (I° ed. 1968).

G. Tôrnqvist (1977), “The Geography of Economic Activities: Some Critical

Viewpoints on Theory and Application”, Economic Geography.

G. Tôrnqvist (1978), “Swedish industry as a spatial system”, in F.E.I. Hamilton.

G. Tôrnqvist (1979), “On fragmentation and coherence in regional research”,

Lund Studies in Geography, ser. B.

R. Varaldo (1979), Ristrutturazioni industriali e rapporti tra imprese. Ricerche

economico-tecniche sul decentramento produttivo, (a cura di), F. Angeli,

Milano.

S. Vacca (1980), “Un nuovo terziario per trasformare 1’industrializzazione”,

Economia e Politica Industriale.

P.M. Townroe (1970), “Industrial linkages, agglomeration and external economies”,

Journal of Town and Planning Institute.

P.M. Townroe, M.J. Roberts (1980), Local External Economies for British

Manufacturing Industry, Westmead.

H. Vernon (1966), “International Investment and International Trade in the Product

Cycle”, Quaterly Journal of Economics.

H. Vernon (1972), “External Economies”, Readings in Urban Economics, di O.E.

Edel, J. Rothemberg, New York (I° ed. 1960).

A. Weber (1957), Theory of the Location of Industries, Chicago (I° ed. 1909).

M. Webber (1972), Uncertainty on location, Cambridge, Mass.

O.E. Williamson (1971), “The Vertical Integration of Production: Market Failure

Considerations”, American Economic Review.

P.A. Wood (1978), “Industrial Organization, Location and Planning”, Regional

Studies.

B.S. Yamey (1978), “Vertical Integration and the Size and Growth of the Market”,

in T. Biagiotti, G. Franco (eds.), Pioneering Economics, Padova.

A.A. Young (1973), “Rendimenti crescenti e progresso economico”, in S.

Lombardini, Teoria dell’impresa e struttura economica, Bologna (I° ed.

1928).

54 Analisi delle interdipendenze locali: alcune premesse teoriche


SCHEMI NUMERICI, MODELLI INTERPRETATIvI, METODI DI PROGRAMMAZIONE*

Giuliano Bianchi

1. Schemi semplici e realtà complessa

L’analista o il programmatore, che guardi al panorama di acute ten sioni, di

mutamenti vistosi, di equilibri instabili, di prospettive economi che incerte,

peculiare di questo passaggio della nostra vita nazionale, e lo confronti con

le ipotesi di ordine e di relativa stabilità su cui poggia il quadro contabile di

una matrice delle interdipendenze settoriali, può an cora una volta misurare

la difficoltà di racchiudere in uno schema nume rico la complessità dei

processi economici e di quelli sociali e territoriali che vi sono connessi.

Non intendo solo evocare i problemi classici, e da tempo identificati, della

costruzione di tavole input-output nazionali o regionali. Voglio dire, invece,

che quei problemi si presentano in forma aggravata oggi e nel nostro Paese.

È, forse, troppo severo il giudizio di Mariano D’Antonio, secondo

il quale «l’impiego delle tavole interindustriali è in Italia ancora ad

uno stadio rozzo e primitivo» (D’Antonio, 1978), ma si può convenire

con Paolo Costa, quando dimostra che, da noi, l’analisi input-output, e

soprattutto quella regionale, ha ancora un lungo cammino da percorrere

se è vero, come a me sembra, quanto egli scrive, e cioè che «i problemi di

costruzione delle tavole appaiono, al momento, più studiati dei problemi di

impiego dei modelli derivabili dalle stesse; tra i problemi di costru zione, le

costruzioni con ‘metodi indiretti’ continuano a prevalere sulle costruzioni

con ‘metodi diretti’; i modelli costruiti sono tutti a base uni-regionale, la

possibilità di passare alla costruzione di modelli multiregionali sembra al

presente piuttosto remota» (Costa, 1978).

Se, poi, la regione di cui ci si occupa è la Toscana, allora bisogna mettere

nel conto anche alcune difficoltà aggiuntive che sorgono dai caratteri

strutturali e funzionali del sistema economico (e non solo econo mico) di

questa regione (Becattini, 1975; IRPET, 1980e; Bianchi, 1981a).

C’è, anzitutto, il carattere non unitario del sistema, per la presenza di

una netta differenziazione, territoriale e sociale oltreché produttiva, fra le

aree della piccola e media impresa dei settori tipici dell’industria leggera;

le aree costiere della grande industria e del turismo intensivo; le aree di

campagna, distinte peraltro da una varietà di «agricolture» che vanno

dalla floricoltura e dal vivaismo all’abbandono; le aree urbane a marcata

* Testo contenuto in Bianchi G. (a cura di) (1982), Matrici intersettoriali dell’economia regionale

e programmazione. Problemi teorici e applicazioni pratiche: esperienze a confronto, IRPET-Le

Monnier, Firenze.

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 55


connotazione terziaria (alcune a forte specializzazione turistico-culturale e

con sintomi visibili di un’incipiente evoluzione «metropoli tana»): una serie

di ambienti, insomma, fra loro scarsamente interrelati, che reagiscono in

modo differenziato alle sollecitazioni congiunturali, ai processi strutturali

e agli impulsi delle politiche, rispondendo, in ultima istanza, a «logiche»

economiche distinte.

I processi produttivi dell’industria, inoltre, presentano configurazioni

spesso assai diverse anche all’interno dello stesso settore, grazie all’elevata

flessibilità nella combinazione dei fattori, propria di un apparato di piccole

e piccolissime imprese, specializzate per prodotti, parti di prodotto,

fasi di processo, sì che non di rado risultano più fitte le interdi pendenze

infrasettoriali di quelle intersettoriali. Né si deve dimenticare la sostanziale

impermeabilità alle procedure conoscitive (un fenomeno, certo, non solo

toscano) dei livelli produttivi (che, peraltro, lasciano traccia nei consumi

di energia elettrica e nei flussi d’export) e della quota, probabilmente

cospicua, d’occupazione non registrata dalle stati stiche ufficiali.

Il sistema regionale, infine, concluso il ciclo dell’industrializzazione

post-bellica, sembra attraversare una fase, tutt’altro che lineare, di

trasformazione e mutamento.

Come si vede non mancavano davvero le ragioni che avrebbero

sconsigliato di avviare un’impresa come quella della costruzione di una

ta vola input-output (d’ora in poi: matrice) per la Toscana.

Se abbiamo deciso di promuovere il progetto non è stato, quindi, né

perché ne ignoravamo le intrinseche difficoltà, né perché fossimo ammaliati

dalla prospettiva dei suggestivi orizzonti che, secondo una nota pa gina di

Isard e Langford, si aprono allorché si possieda una matrice regionale:

la possibilità di indagare e governare problemi quali la localizzazione

industriale, il controllo degli usi del territorio, le politiche della casa,

la programmazione dei trasporti, l’interdipendenza finanziaria fra gli

enti locali, la disoccupazione, la scuola, l’assistenza sociale, il controllo

dell’inquinamento idrico e atmosferico, ecc.. è noto che, trascinati

dall’entusiasmo, i due famosi autori annettono al territorio di compe tenza

dell’ input-output regionale anche i problemi della delinquenza giovanile

e del disarmo (Isard e Langford, 1969: in effetti, gli autori utiliz zano la

tavola input-output uniregionale di Philadelphia per studiare gli effetti

della guerra del Vietnam sull’economia locale, accertando che una spesa

aggiuntiva dovuta alla guerra di 284 milioni di dollari generava un extraoutput

di 996 milioni di dollari: è inquietante sapere che se la stessa spesa

aggiuntiva fosse stata destinata alla scuola e all’edilizia po polare l’impatto

totale sarebbe stato inferiore di 40 milioni di dollari). In verità, nel 1977,

la nostra decisione di varare il progetto per la costruzione di una matrice

intersettoriale toscana (MIT) si fondò su più tranquille considerazioni: il

56 Schemi numerici, modelli interpretativi, metodi di programmazione


sostanziale affinamento delle tecniche input-output di questi ultimi tempi,

una certa accumulazione di esperienze po sitive, la promozione di progetti

analoghi in altre regioni italiane, una maggiore apertura dell’ISTAT alle

esigenze regionali. Anche la felice con clusione del progetto scozzese e i

primi concreti risultati delle sue appli cazioni pratiche ci confortarono non

poco nel prendere una decisione che, ridotta al suo nocciolo essenziale,

significava vincere una radicata (e tutt’altro che immotivata) riluttanza

a «modellizzare» una realtà come quella toscana, complicata e ambigua

anche nel suo scheletro economico ma addirittura sfuggente nelle sue

connotazioni socio-culturali, la cui in terpretazione unitaria rappresentava

il risultato centrale della tradizione di ricerca dell’IRPET.

2. Gli obbiettivi del progetto per la matrice intersettoriale to scana

(progetto MIT)

Comunque, accertata l’esistenza di quelle pre-condizioni, stimolati da

altri esempi, convinti della necessità di una rappresentazione semplice ma

completa delle componenti del sistema regionale e della rete delle loro

interazioni, almeno limitatamente alla struttura economica, si ri tenne di poter

promuovere, con qualche speranza di successo, il progetto per la matrice

toscana, assegnandogli alcuni obbiettivi fondamentali (cfr. oltre ai contributi

pubblicati in questo volume: IRPET, 1980d; Ba gliori 1980a e 1980b).

2.1 Il primo, quello di contribuire ad organizzare in un quadro unitario

e coerente le conoscenze sulla struttura produttiva della Toscana, così

come si era conformata per opera del processo di sviluppo post-bellico, ma

ora probabilmente in una nuova delicata fase di transizione. In proposito

debbo forse ricordare, sia pur rapidamente, come la lunga discussione sullo

sviluppo economico della Toscana (una discus sione che ha abbracciato

tutta la seconda metà degli anni Settanta, pro vocata e alimentata

prevalentemente -ma non certo esclusivamente- dai contributi dell’IRPET)

abbia originato alcune «controversie» come quelle circa: il ruolo giocato

dalla piccola o dalla grande impresa; i comportamenti passati, o auspicabili

in un quadro di politica economica, del settore privato o di quello a capitale

pubblico; il dinamismo e l’affi dabilità in prospettiva dei settori cosiddetti

«tipici» (tessile, abbiglia mento, cuoio, calzature, legno e mobilio, ecc.) e

comparativamente degli «altri» (di base o «nuovi»); i vantaggi e i rischi

relativi di un sistema export-oriented rispetto ad uno più indirizzato a

sbocchi mercantili in terni; la pericolosità comparata della competizione

sui mercati interna zionali dei prodotti toscani da parte dei paesi avanzati

e da quelli in via di sviluppo; l’esistenza o meno di caratteri differenziali

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 57


tra le manifesta zioni della crisi in Toscana e nel complesso del Paese; la

valutazione, positiva, negativa o problematica, degli andamenti dell’ultimo

periodo e delle prospettive a medio termine (per una succosa e intelligente

rico struzione del dibattito, cfr. Floridia, 1981).

Successivamente la discussione si è posta il problema di come

interpretare alcuni innegabili, ma tutt’altro che univoci, segni di novità

nell’economia regionale; se come avvio di una nuova fase dello sviluppo

re gionale o come crisi irreversibile di quella che fin qui si era chiamata la

«formula toscana».

Il punto è evidentemente di una certa delicatezza, in specie dal punto di

vista dell’ipotesi -niente affatto garantita ma nemmeno del tutto ne gata- di

un possibile decollo operativo della programmazione regio nale.

Da qui -nel dibattito toscano- il quasi unanime riconoscimento della

necessità di spingere l’analisi oltre la misura delle oscillazioni di breve

periodo per identificare i trends strutturali attivati dall’interazione tra

meccanismi endogeni (che, nella persistente diversità -già ricordata- tra

i meccanismi degli «ambienti» economico-territoriali della To scana,

esprimono una significativa vivacità di certe produzioni «interme di

del manifatturiero) e fattori esogeni (la posizione dei prodotti to scani sui

mercati mondiali nella contrastata e per ora non conclusa vi cenda della

redistribuzione dei ruoli).

Non si è, invece, ancora prodotta una significativa convergenza di

giudizi -e nemmeno un apprezzabile confronto di opinioni- circa la qualità

e gli esiti delle trasformazioni avvenute nel corso degli anni Set tanta, le

cui dinamiche (e soprattutto la possibilità di una nitida decifrazione) sono

peraltro non poco perturbate dall’impatto della crisi mon diale e nazionale.

Chi scrive ha proposto un’ipotesi interpretativa (cfr. Bianchi, 1982b)

che, drasticamente semplificata, può essere così riassunta nelle sue linee

essenziali:

a) nel decennio passato l’interazione tra fattori endogeni e meccani smi

endogeni ha attivato alcuni processi:

- un’ulteriore specializzazione manifatturiera dell’apparato pro duttivo

regionale, con un lento declino dei settori tipici e una meno lenta ma

non impetuosa crescita dei settori «nuovi» (per la Toscana);

- un sensibile incremento della produttività nel complesso delle produzioni

manifatturiere;

- un’ancora più marcata specializzazione esportatrice dell’indu stria

regionale;

-

un comportamento demografico che si allinea a quello delle economie

mature (le nascite non bilanciano più le morti e un saldo mi gratorio

positivo non pareggia più il deficit naturale; alla fine del decen nio, per

la prima volta, la popolazione toscana decresce in valore asso luto);

58 Schemi numerici, modelli interpretativi, metodi di programmazione


- la distribuzione dell’occupazione nei tre grandi settori (agricol tura,

industria, servizi) evidenzia una novità di rilievo: l’occupazione dei

servizi, nel 1977, supera quella industriale (così come, nel 1955, quella

industriale aveva superato l’occupazione agricola);

b) quei processi stanno inducendo delle vere e proprie «mutazioni» nella

struttura economica, sociale e territoriale della Toscana, che modi ficano

profondamente i «modelli» caratteristici dello sviluppo regionale postbellico:

- l’aumento del capitale fisso produttivo (investimenti in macchi nari

e tecnologie) rende meno labour intensive il «modello produttivo»:

aumenta il prodotto ma ristagna e talvolta declina l’occupazione;

- diventano apprezzabili le prime manifestazioni corpose di terziario

-

superiore: informatica, attività promozionali, ecc.; mentre si per cepisce

l’emergere, sulla base di una prestigiosa tradizione metalmecca nica,

di quote di industria intermedia (intermedia per le tecnologie e per la

collocazione intersettoriale, fra i settori di base e i settori finali), che

si affiancano all’industria tipica tradizionale. Terziario superiore e

indu stria intermedia arricchiscono e «ammodernano» il «modello di

industrializzazione» ereditato dal processo di sviluppo post-bellico;

il «modello territoriale» delle «quattro Toscane» (campagna urbanizzata,

aree turistico-industriali, aree urbane, campagna) subisce una robusta

sollecitazione per l’effetto congiunto di una industrializza zione che si

diffonde dalla campagna urbanizzata investendo quasi tutta la campagna

valliva e costiera e di un’incipiente evoluzione metropolitana del sistema

urbano della Toscana centrale.

Ecco: la matrice dovrà aiutarci a organizzare, approfondire, controllare

le conoscenze su questa fase dello sviluppo regionale. Certo, dinami smo e

specificazione spaziale dei processi (per non dire delle loro quali ficazioni

socio-culturali) si adattano malissimo a uno schema per defini zione statico,

macroeconomico e quantitativo come quello della matrice. Ma alla Matrice

Intersettoriale Toscana 1978 (MIT 78) noi chiediamo di far luce sulla

struttura produttiva regionale fotografata nel corso del se condo ciclo del

processo di industrializzazione. E dall’analisi dei flussi del suo commercio

esterno vogliamo sapere qualcosa di affidabile sulla sua collocazione

nella specializzazione internazionale e interregionale delle produzioni. Le

stesse «cornici» della tavola, pur nella loro irrime diabile povertà numerica,

possono essere rese eloquenti da una lettura sensibile e competente: le

«righe» degli inputs primari e le «colonne» della domanda finale potranno

essere interrogate circa i rapporti fra la voro e processi produttivi e fra

famiglie, imprese, governo locale. La ma trice resterà «geometrica»: ma

perché non si può chiedere «finezza» al l’analista?

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 59


2.2 In attesa che le ipotesi interpretative sul nuovo ciclo dello sviluppo

toscano possano essere confermate, modificate o smentite dalla ricerca

(anche grazie al contributo della matrice), si deve riconoscere che i

responsabili della programmazione regionale mostrano di aver percepito

i segni di novità, di cui si rintracciano ampie testimonianze nella parte

di analisi dei documenti programmatici che precede la formulazione delle

politiche (Regione Toscana, 1981).

Descrivere la strategia di politica economica che i documenti della

programmazione regionale propongono per farvi fronte esula dai limiti di

queste considerazioni. In estrema sintesi si può dire che si è immagi nato

un insieme di programmi e di progetti, per settori e per aree terri toriali,

orientati in queste direzioni:

-

-

-

la valorizzazione delle risorse naturali (agricoltura, miniere, fonti

energetiche, acqua), mediante il rilancio di attività in declino e la

promozione di attività nuove;

la riqualificazione dei settori tipici, sia dal lato produttivo (nel l’ipotesi

di dover cedere le produzioni meno qualificate e meno competi tive) che

da quello mercantile, puntando a rendere endogene al sistema funzioni

di intermediazione come quelle dei buyers, che secondo nostre stime

controllano gli sbocchi di mercato di un quarto delle produzioni tipiche,

mentre forniscono sofisticate prestazioni da terziario superiore all’intero

paese, se è vero che il 60% di certi flussi d’export, le maglierie per

esempio, sono alimentati da produzioni extra-toscane;

spinta dall’industria tipica e trainata dal rilancio dei settori di base, ne

dovrebbe derivare l’attivazione di quei nuclei di «industria in termedi

che hanno, recentemente, mostrato una discreta vivacità, come provano

gli ampliamenti del potenziale produttivo e delle dimen sioni medie,

l’intensificazione dell’utilizzo della capacità produttiva e -in alcuni

periodi- le straordinarie prestazioni all’export delle industrie della

plastica, della gomma, dell’acciaio, dell’elettromeccanica (Bianchi e

Falorni, 1980).

Ora -se si prescinde per un momento dalle condizioni di «implementabilità»

pratica di un siffatto disegno per limitarsi all’esercizio lo gico della

valutazione di coerenza fra analisi e politiche- è del tutto evidente che una

strategia del genere richiede una progettazione «fine» degli interventi e

una valutazione attenta delle alternative. Da qui il se condo obbiettivo del

progetto MIT: rendere disponibile uno strumento applicabile, entro certi

limiti, al miglioramento dei processi decisionali della politica economica a

scala regionale.

Gli stessi documenti della programmazione toscana, del resto, sembrano

alludere a un approccio in termini di matrici quando parlano della

necessità di un «ispessimento del sistema delle relazioni interindustriali»,

60 Schemi numerici, modelli interpretativi, metodi di programmazione


nel quadro di un rafforzamento «delle interdipendenze fra i settori e, più in

generale, fra grande e piccola impresa, fra impresa pubblica e pri vata».

Le più utili applicazioni a cui si può fin d’ora pensare sono, oltre a quelle

classiche della stima degli effetti sulle grandezze economiche rilevanti

(produzione lorda, occupazione, ecc.) di variazioni della spesa finale, quelle

della valutazione ex-ante, della fattibilità prima e delle con seguenze poi, di

strategie alternative in materia di investimenti e di spesa pubblica e quelle

del calcolo delle possibili conseguenze di modificazioni nella bilancia

commerciale o nella struttura dell’occupazione o del si stema produttivo.

In effetti, se la matrice si rivelerà affidabile, le sue applicazioni non

dovrebbero costituire un problema: non mancano tecniche abbastanza

sperimentate (del resto, per i nostri scopi, la tecnica input-output si può

ritenere relativamente «matura»). La nostra ambizione, tuttavia, è quella

di giungere ad applicazioni che non siano meri esercizi scolastici per

attingere effettivamente il livello dell’ausilio ai processi decisionali. Prima

che l’eventuale lettore di queste note maturi il sospetto di vedervi sin tomi

di un ingenuo entusiasmo, voglio dichiarare subito che so bene come una

matrice consenta solo simulazioni assai semplificate degli eventi e delle

loro ripercussioni: ma si tratta di esercizi che hanno i grandi vantaggi

della quantificazione e del vincolo a considerare, simul taneamente, tutte le

grandezze in gioco e a controllarne la compatibilità.

2.3 Lo stesso controllo di compatibilità la matrice lo impone,

inevitabilmente, ai dati che vi si immettono, quale che sia la loro fonte:

statisti che ufficiali, rilevazioni dirette, stime ad hoc.

è per questo che nel nostro progetto la realizzazione della matrice

viene vista come «un momento dell’impostazione e della costruzione di un

organico e coerente sistema di conti economici regionali e, più in ge nerale,

di un completo e coerente sistema informativo regionale» (IRPET, 1980d).

Si tratta del terzo obbiettivo del progetto MIX dell’IRPET.

La questione è complessa e per quanto molte volte discussa si dovrà

tornar presto ad occuparsene (Bianchi, 1978). Il lento processo di riforma

dell’ISTAT, lo stato di collasso di molti canali informativi affidati alle

Regioni, la necessità di un utilizzo appropriato dei risultati dei re centi

censimenti economici e demografici, richiedono alla Toscana come a tutte

le altre Regioni di dare un’elevata priorità ai problemi dell’infor mazione

economico-sociale e di aprire, nei fatti, un nuovo rapporto, an zitutto con

l’ISTAT e le Camere di Commercio, poi con le categorie eco nomiche e gli

enti locali, gli organismi bancari, previdenziali, le imprese pubbliche, ecc.

Un rapporto nel corso del quale cominciare a discutere, se si vuole, di quello

che, un po’ enfaticamente, ho definito «sistema in formativo regionale», ma

avendo chiaro che sarebbe già un esito di straordinaria importanza se si

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 61


iuscisse a gestire razionalmente le stati stiche economiche e sociali definendo

-nel concerto dei vari produttori-utilizzatori- gli standard della produzione e

dell’accumulazione dei dati e le regole dello scambio informativo.

Restando all’interno dell’ordinamento regionale si può dire di

possedere un paradigma che consente -almeno così spero- di inquadrare

appropriatamente la matrice in quello che ho creduto di poter chiamare

il «modello informativo del sistema regionale di programmazione»

(Bianchi, 1981b), In questo «modello» i flussi informativi generati dalle

varie rilevazioni statistico-amministrative (nazionali, regionali e locali)

assicurano il ritmo informativo di base, cioè gli inputs informativi che

alimentano i fondi informativi (cioè gli archivi: «multiscopo», quelli

generali prodotti dalla cooperazione fra i soggetti informativi alle varie

scale territoriali; «di lavoro», quelli derivati dai precedenti per selezione

secondo le esigenze degli organi della programmazione).

Fondi e flussi informativi rappresentano la materia prima destinata ad

essere elaborata mediante gli strumenti di analisi:

- di analisi permanente (e sono gli «osservatore di settore»: in teoria,

tanti quanti sono i settori di intervento: mercato del lavoro, turi smo,

agricoltura, ecc.);

- di analisi periodale (e corrispondono alla pratica di reporting: rapporti

periodici, normalmente annuali, sul sistema complessivo o su sue parti:

popolazione, occupazione, esportazione, ecc.);

- di analisi strutturale (e saranno, normalmente, modelli forma lizzati del

sistema regionale o di sue componenti; se il «modello» è una tavola

input-output la sua centralità è ovvia come area di intersezione e luogo

di controllo di una molteplicità di informazioni originate dalle più

diverse fonti).

3. Le matrici regionali e l’articolazione multiregionale e infraregionale

dell’analisi a fini di programmazione

3.1 Va da sé che le esigenze di rendere più organica la conoscenza

sulle economie regionali, di migliorare i processi decisionali della

programmazione, di disporre d’un adeguato sistema informativo non son

certo esclusive della Toscana, se non per le particolari configurazioni che

evidentemente assumono in questa specifica realtà regionale. E infatti a

me sembra che l’attuale risorgente interesse per la realizzazione di matrici

regionali possa essere interpretato, oltre che come il sintomo di un bisogno,

per ora indistinto magari ma in via di affioramento, di immettere «più tecnica»

nei processi decisionali delle politiche regionali e lo cali, anche come uno

dei significativi riflessi della più generale necessità di passare, nelle analisi

62 Schemi numerici, modelli interpretativi, metodi di programmazione


e nelle decisioni di politica economica nazionale, da un «approccio per

macro-aggregati» ad un «approccio per flussi multi-regionali». Insomma

sembra che cominci a farsi strada l’ipotesi di un ribaltamento della logica

che presiede alla costruzione dei quadri macro-economici, e precisamente:

anziché disaggregare -come si fa oggi- gli aggregati nazionali per ottenere

quelli territoriali/regionali, aggregare questi ultimi per arrivare ai primi (o,

per lo meno, per verificarli).

Dietro questa ipotesi c’è, evidentemente, il rifiuto di un atteggiamento

culturale secondo cui le prospettive regionali sono il risultato della

regionalizzazione di prospettive nazionali che non vengono messe

in discussione. Accettarlo, d’altra parte, equivarrebbe ad assumere

implicitamente la neutralità della politica regionale e dei fattori spaziali

sullo sviluppo nazionale. Si ricordi, per inciso, che questa assunzione sta

sostanzialmente alla base di tutti i più importanti documenti economici

governativi di questi ultimi tempi.

Si vorrebbe, invece, sperimentare e generalizzare, per quanto possi bile,

un approccio in grado di restituire l’effettiva complessità, oltre che delle

interdipendenze fra i settori, anche delle interdipendenze spaziali fra i vari

sistemi territoriali, che costituiscono la concreta articolazione locale del

sistema economico nazionale. (È questa l’ispirazione che sta alla base del

progetto da lungo tempo perseguito da un gruppo di Istituti regionali di

ricerca per l’elaborazione di un «Rapporto interregionale sullo sviluppo

economico nazionale»: è il così detto «RISE»).

Non ho alcuna difficoltà ad ammettere che un contributo forse decisivo

alla soluzione del problema sarebbe quello di un sistema di matrici

interregionali che coprisse l’intero Paese. Ma resto dell’opinione che giu sta

sia stata la scelta di avviare, intanto, la costruzione dal basso di una serie di

matrici regionali, non derivate meccanicamente dalle tavole nazionali.

3.2 È chiaro che il problema della identificazione delle unità di base

di un sistema economico si ripropone anche a scala regionale, se si vuol

ridurre l’area delle politiche indifferenziate, indiscriminatamente estese a

tutto il territorio. Gli interlocutori reali della Regione, i soggetti con i quali

attivare meccanismi di contrattazione e di concertazione, non sono, in

astratto, gli «enti locali», le «categorie», i «settori produttivi», ma una serie

specifica di combinazioni determinate di categorie operanti in certi mix

di settori spazialmente localizzati (non il «settore tessile» o i «lavoratori

tessili» in astratto, ma quel determinato comprensorio tessile con tutte le

sue interrelazioni extratessili).

Ma come procedere alla identificazione di queste unità elementari (del

sistema economico o della programmazione regionale, se si preferisce)?

Nell’ambito del dibattito -da diversi anni in corso in Italia- circa «i fattori

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 63


che possono spiegare le elevate capacità competitive e di sviluppo mostrate

da certi insiemi di imprese di non grandi dimensioni e territorialmente

concentrate» e sulla linea di pensiero aperta dalla rifles sione di A. Marshall

«sulle interazioni interne ad un sistema di imprese (di non grandi dimensioni)

spazialmente concentrate, e fra questo e una certa popolazione (operaia

e non), su un territorio ristretto» (Bellandi, 1981) è stato recentemente

suggerito (Becattini, 1979) che, se si ricerca un’efficace «unità di indagine

dell’economia industriale», conviene pas sare dal «settore industriale»

al «distretto industriale», che si manifeste rebbe come «un ispessimento

localizzato delle relazioni interindustriali».

La proposta è suggestiva. Avendo l’occhio, per esempio, ai comprensori

toscani del tessile e del cuoio, mi domando se non potrebbe essere

circostanziata ponendo l’accento sull’intensità delle relazioni intra-settoriali

(fra le unità di uno stesso settore) e delle più generali interdipendenze

economico-sociali (con le famiglie, con i servizi all’industria, con

la pubblica amministrazione, con una particolare organizzazione del

territorio), in un quadro di piuttosto relativa debolezza delle relazioni

intersettoriali all’interno della regione.

Non voglio davvero sostenere che la matrice regionale sia uno

strumento specifico per la soluzione di questi problemi. È noto a tutti che

esistono altri strumenti che, mediante l’osservazione dei comportamenti

dei soggetti di una comunità (per esempio: analizzando la rete di relazioni

determinata dagli spostamenti quotidiani casa-lavoro), consentono di

identificare sistemi sub-regionali. Tra l’altro, una particolare applica zione

di tali metodi ha consentito all’IRPET di elaborare una zonizzazione della

Toscana, su cui si è fondata la legge regionale che ha istituito in Toscana

le Associazioni intercomunali (Sforzi, 1982). Tuttavia entità sub-regionali

e matrici regionali non sono universi di discorso privi di intersezioni:

soprattutto se si ammette che le prime possano essere rin tracciate laddove

si accertino «ispessimenti localizzati delle relazioni in terindustriali » che è,

per l’appunto, ufficio delle seconde rilevare e misu rare.

Del resto, andando oltre i sillogismi terminologici:

-

-

sono disponibili tecniche abbastanza affidabili per derivare,

economicamente e utilmente, matrici -diciamo così- «comprensoriali»

da matrici regionali (non molto tempo fa lo hanno fatto proprio i nostri

amici scozzesi, con esiti a quanto pare soddisfacenti, per l’area di

Strathclyde; cfr. SCRI, 1978);

data la peculiarità dei comportamenti localizzativi di una parte

significativa dell’industria toscana (la Val di Bisenzio per l’industria

tessile, il Medio-Basso Valdarno per l’industria delle pelli e del cuoio,

ecc.) non sarebbe temerario connotare territorialmente diverse righe e

colonne delle matrici toscane.

64 Schemi numerici, modelli interpretativi, metodi di programmazione


4. Alcune specificità del progetto MIT

4.1 Non so se da quanto son venuto fin qui scrivendo si capisca davvero

perché l’IRPET abbia deciso di correre l’avventura di costruire una serie di

matrici regionali. Potrei limitarmi a ripetere con J. Mc Gilvray che vale la

pena di farlo quando si sia in presenza di «un sistema eco nomico regionale

di media dimensione, diversificato ed aperto verso l’e sterno». E ribadire,

con V. Bulmer-Thomas, che -in tal caso- la ma trice va stimata con metodo

diretto dovendosi determinare i flussi lordi delle transazioni col resto del

Paese e col resto del mondo, dato che, se condo lui, «le tavole input-output

‘buone’ si distinguono da quelle ‘cat tive’ sulla base della loro capacità di

stimare accuratamente i flussi di scambio».

Mi pare però che un supplemento di motivazioni si possa ricavare da

una breve esposizione delle specificità del progetto m i t (che presentano,

probabilmente, anche qualche profilo di utilità per quanti potessero es sere

interessati a progetti consimili).

La prima specificità è quella dell’itinerario seguito: una matrice indiretta

per l’anno 1975 (in due versioni: MIT 75 e MIT 75A), una nuova indiretta

per l’anno 1977 (MIT 77), una matrice diretta per l’anno 1978 (MIT 78).

Il presupposto di quest’itinerario risiede nella circostanza che i due metodi

«classici» (la matrice regionale derivata, più o meno meccanicamente, da

quella nazionale; la matrice stimata, anche se non comple tamente, sulla

base di un campione di imprese o enti) non si sono consi derati alternativi,

ma piuttosto complementari e come tali da percorrere in sequenza. Si è

ritenuto, infatti, che fosse necessario padroneggiare fonti e tecniche

(metodi scientifici ed espedienti artigianali) mediante l’e sperienza delle

«indirette» prima di lanciare la complessa e costosa in dagine per la

«diretta», e che -al tempo stesso- fosse utile mettere a punto uno stile di

lavoro coerente con una filosofia operativa, secondo la quale la matrice non

è mai un’operazione compiuta una volta per tutte, ma una sorta di work-inprogress

permanente.

4.2 La seconda specificità dipende dal fatto che, fin dall’inizio, la matrice

è stata pensata come il «cuore» di un più generale sistema di modelli. Mi

preme sottolineare che non si tratta di una razionalizzazione ex-post. In una

dichiarazione alla stampa all’atto della presentazione pubblica del progetto

m i t si diceva infatti: «per dare una base consi stente, da un punto di vista

tecnico-analitico, al modello di programma zione in atto bisogna dotarci di

un ‘modello rappresentativo’ del sistema regionale, valido a fini descrittivi,

predittivi e di esplorazione delle alter native. Quel complesso di conoscenze

che va sotto il nome di regional science ha reso disponibile da tempo una

discreta strumentazione tecnica e applicativa. Il suo impiego in un contesto

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 65


complesso come quello to scano, credo però che induca piuttosto a pensare

non tanto ad un ‘modellone’ omnicomprensivo quanto a una ‘famiglia di

modelli’, di agevole manovra per esercizi di simulazione effettivamente

utili per i policy-makers. In questa prospettiva siamo partiti, come si sa,

dalla costruzione di una matrice input-output dell’economia regionale».

Il sistema di modelli di cui la MIT è il «cuore» è quello ora in corso di

ultimazione nel quadro del Tuscany Case Study previsto dall’accordo di

cooperazione scientifica IRPET-IIASA-IASI/CNR.

Il sistema di modelli è finalizzato a scopi di previsione a medio

termine, valutazione di politiche e programmazione. Ciò vuol dire

che i singoli moduli (oltre che il sistema integrato) possono produrre

previsioni consistenti (se si condivide l’idea che previsioni fondate su

relazioni causali siano più affidabili delle semplici proiezioni dei trends).

Gli stessi modelli possono servire anche per le analisi di impatto delle

politi che, considerando queste come esercizi di previsione condizionata

(secondo lo schema di ragionamento: se ... allora ...). Se è dato un criterio

delle politiche desiderate (in altri termini una funzione obbiettivo da

ottimizzare) il sistema può trovare poi utile impiego anche a fini normativi

(di programmazione). In ogni caso il sistema di modelli non è indirizzato a

problemi di stabilizzazione a breve termine né a problemi di cambia mento

tecnologico nel lungo periodo.

Un’accurata descrizione delle specifiche del sistema e dei modelli che

lo compongono si trova in: Cavalieri, Martellato e Snickars (1982). Qui

credo basti ricordarne i tratti essenziali. Si tratta, anzitutto, di un sistema

biregionale (Toscana e Resto d’Ita lia), ove ognuna delle due «regioni»

è analizzata con specifici modelli, più dettagliati per la Toscana, e che

presenta, rispetto ai modelli multi-regionali similari:

- una maggiore enfasi sul commercio internazionale (Cavalieri, 1981);

-

una maggiore accuratezza nel trattamento del settore pubblico (considerato

sia come produttore di beni e servizi pubblici -inclusi i trasferimenti- che

come offerta di infrastrutture: Maltinti e Petretto, 1981).

Il sistema comprende sette moduli:

- il modello input-output biregionale Toscana-Resto d’Italia (in pratica

-

-

-

la MIT, complementata dalla matrice per il Resto d’Italia), che -come

ho già detto- costituisce analiticamente il core model del sistema

(Martellato, 1982);

il modello del commercio internazionale della Toscana (un mo dello

di domanda, specificato per merce e paese importatore, ammette certi

gradi di sostituzione tra flussi internazionali e interregionali);

il modello degli investimenti privati nella regione: endogenizza gli

investimenti produttivi, determinando i limiti di capacità produttiva;

il modello del mercato del lavoro (collegato alla produzione mediante

66 Schemi numerici, modelli interpretativi, metodi di programmazione


-

-

-

l’input di lavoro, interagisce col modello della popolazione tramite

movimenti migratori, tassi di attività e di disoccupazione);

il modello della popolazione (sviluppato secondo lo schema dei flussi

migratori multiregionali elaborato allo IIASA: Willekens e Rogers,

1978);

il modello del consumo privato (che applica l’approccio Inforum

derivato per l’Italia dal progetto Intimo realizzato nel quadro della

cooperazione IRPET-Sogesta: Grassini, 1982);

il modello del settore pubblico (una delle parti più originali

dell’intero sistema), che consente di analizzare l’impatto di differenti

configurazioni di spesa pubblica per servizi sociali (il collegamento

fra i redditi disponibili e gli output settoriali poggia su una matrice

del red dito disponibile, costruita per la Toscana e il Resto d’Italia,

prendendo in considerazione il prelievo fiscale e i trasferimenti

disaggregati per settori).

Naturalmente questa telegrafica presentazione del sistema di modelli

del Tuscany Case Study non basta davvero nemmeno a darne un’idea (e,

infatti, si sono forniti gli opportuni riferimenti bibliografici): ma qui si

voleva semplicemente dire che questo progetto sarebbe stato inimmaginabile

se non si fosse posseduta una matrice regionale (diretta), mentre

l’utilità applicativa della m i t risulta straordinariamente esaltata dagli

strumenti analitici costruiti al suo intorno.

4.3 La terza specificità consiste nel fatto che consideriamo il Progetto

MIT non un semplice tema di ricerca che si esaurisce con la produzione

della MIX 78, ma come un impegno di lavoro permanente per l’IRPET.

Le prospettive di ricerca già inscritte intrinsecamente nel progetto sono

state a suo tempo definite (Biggeri e Tani, 1979). Qui mi riferisco, in vece,

alle direttrici di ricerca che richiederanno un lavoro continuativo:

-

-

per il perfezionamento delle stime; i valori dei principali aggre gati

divergono a seconda che si assumano o meno i vincoli dei dati uffi ciali

della contabilità regionale: si tratta di affinare stime dei coefficienti e

riporti all’universo (anche mediante rilevazioni integrative e verifiche

con l’ISTAT) per determinare valori affidabili su cui costruire una

«nuova» contabilità regionale, secondo gli obbiettivi iniziali del

progetto;

per la specificazione della matrice; gli aspetti più interessanti, dal nostro

punto di vista riguardano: una maggiore articolazione delle branche

(risultati positivi si sono già ottenuti, ad esempio, per la Branca Tessile,

«splittata» in cinque sottobranche: Filatura, Tessitura, Maglieria,

Rifinizione, Altre Produzioni; cfr. Grassi, 1982b); un più accurato trattamento

di aspetti specificamente «toscani» come le lavorazioni per

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 67


conto terzi o il turismo; lo sviluppo del promettente approccio seguito

per l’inserimento del settore pubblico in uno schema input-output (v.

Maltinti e Petretto, 1982); qualche tentativo di articolazione settorialeterritoriale;

- per l’aggiornamento: il know-how acquisito con l’esperienza delle

matrici indirette ci ha reso convinti della fecondidi questo me todo,

controllato ma fortemente pragmatico, che, integrando dati uffi ciali,

rilevazioni parziali, stime di esperti, consente la sistematica produ zione

di matrici, almeno a cadenza biennale.

4.4 La quarta specificità non è poi così peculiare come le altre: si

tratta, infatti, dell’elevato grado di priorità che assegnamo al profilo delle

applicazioni. Un profilo certamente comune anche agli altri esperimenti

di matrici regionali oggi in corso in Italia. Noi vorremmo procedere su

questa direzione di lavoro percorrendo, se ci riusciremo, due strade

parallele: un sistematico rapporto di collaborazione con gli utilizzatori (in

prima istanza: gli organi della programmazione regionale) e l’attivazione

di uno specifico filone di studi, aperto a forme definite di cooperazione

scientifica con istituti universitari e altri centri di ricerca. Questo se condo

aspetto non dovrebbe presentare particolari difficoltà: il primo mantiene

qualche punto di problematicità. Isard ci ricordava, poco più di due anni

fa, che la neonata scienza regionale colse i suoi primi suc cessi presso i

platinerà e i policy-makers proprio sul terreno dell’analisi input-output

(Isard, 1982).

Ma Glickman (1980) ci ammonisce che i modelli input-output sem brano

avere uno scarso appeal per i responsabili del decision making, stando

agli esiti della sua rassegna sull’uso dei modelli empirici nelle analisi

a fini di politica regionale. Per ora non posso andar oltre una pla tonica

dichiarazione di intenti: cercheremo di darci da fare, facendo te soro delle

altrui esperienze (probabilmente si può imparare qualcosa da gli scozzesi)

e valorizzando l’investimento fatto con l’inserimento della matrice in un

sistema di modelli, che dovrebbe moltiplicarne le opportu nità di utilizzo,

diretto e indiretto.

5. Profili della cooperazione interregionale

Tenuto conto che il progetto toscano si muove in sincronia con altri progetti

similari (segnatamente con quello veneto e con quello emiliano) vale la pena

di riconsiderare alcuni aspetti di impostazione generale, che mi sembrano

cruciali per la credibilità del « movimento per le matrici regionali».

68 Schemi numerici, modelli interpretativi, metodi di programmazione


C’è anzitutto, mi pare, la necessità di un severo vaglio critico delle

ipotesi, dei dati e dei metodi assunti, se le matrici regionali debbono

evolversi da esercizi, nemmeno sempre eleganti, a strumenti di lavoro

effettivamente utilizzabili.

è la sola strada che può permetterci di abbandonare lo scivoloso sentiero

dei controlli di plausibilità e di verosimiglianza, che portano ad ac cettare

i dati di una tavola quando confermano ciò che sappiamo o cre diamo di

sapere. Il problema evidentemente è invece quello di usare la tavola come

strumento capace di farci vedere ciò che è invisibile ad oc chio nudo. E

suoi risultati saranno tanto più utili (se affidabili) quanto più parranno

«controintuitivi».

Indicherei poi l’esigenza di giungere a formulare un «codice

metodologico» tendenzialmente unitario cui ricondurre i vari progetti di

ma trice regionale, se resta valido l’obbiettivo non tanto di una costruzione

dal basso dei conti nazionali, quanto quello di una costruzione sul posto

dei conti regionali e se si può assumere l’ipotesi di una disponibilità, per

altro già ampiamente sperimentata, a forme di collaborazione e a rap porti

di reciproca informazione fra i vari gruppi di ricerca.

Su queste premesse si possono formulare alcune sintetiche proposi zioni

«auspicatorie»:

-

-

-

-

definire la lista dei criteri metodologici necessari per assicurare un

livello minimo di comparabilità fra le matrici regionali e fra queste e le

tavole nazionali;

concretizzare una serie limitata e realistica di richieste da avan zare

all’ISTAT, per esempio per l’ampliamento (forse anche a spese delle

regioni) di alcune indagini campionarie (produzioni, valore aggiunto,

consumi, occupazione) per ottenere una migliore rappresentatività dei

dati di base a livello regionale e la rilevazione dei flussi interregionali

oltre che di quelli internazionali;

tentare una programmazione concertata degli studi metodolo gici e delle

analisi di settore, per ampliare e approfondire le indagini ri ducendo il

carico per i singoli progetti;

tendere ad una specializzazione delle rilevazioni dirette, miran dole sui

settori più rilevanti o specifici nelle diverse situazioni.

Come si vede, si tratta solo di una applicazione del principio della

divisione del lavoro, mentre la speranza in una più attiva collaborazione

interregionale fa da antidoto al timore che la faticosità di operazioni come

quelle di cui si parla possano indurre, dopo l’acme della pubblica zione

delle tavole ad un rilassamento prima e a uno spegnimento poi dell’attività

di ricerca su questo tema.

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 69


Riferimenti bibliografici

P. Bagliori (1980a), Progetto MIT. Alcune riflessioni sull’iter dei lavori e prospettive

a breve termine, IRPET, Firenze.

P. Baglioni (1980b), Un’esperienza (in corso) di contabilità economica regio nale.

La costruzione con metodo diretto della matrice toscana per l’anno 1978,

in IRPET (1980e).

G. Becattini (1975), Lo sviluppo economico della Toscana (a cura di), IRPET, Le

Monnier, Firenze.

G. Becattini (1979), Dal settore industriale al distretto industriale. Alcune

considerazioni sull’unità di indagine dell’economia industriale, «Rivista

di eco nomia e politica industriale», n. 1.

M. Bellandi (1981), Il distretto industriale in A. Marshall, Facoltà di Economia e

Commercio dell’Università di Firenze, «Studi e discussioni», n. 10.

G. Bianchi (1978) Informazione economico-sociale e riforma dell’ordinamento

statistico, «Città e Regione», n. 4.

G. Bianchi (198la), La Toscana prossima futura, «Informazione IRPET», n. 3.

G. Bianchi (1981b), Sistema informativo e programmazione regionale: ipotesi ed

esperienze, in Sistema informativo e unità sanitaria locale, a cura di M. La

Rosa e P. Zurla, Angeli, Milano 1981.

G. Bianchi (1982a), L’industria del mobile nella nuova fase dello sviluppo toscano,

memoria presentata al convegno Casa e arredo: progettazione e pro cessi

produttivi, Firenze, 13 marzo.

G. Bianchi (1982b), T. 80. Lo sviluppo economico della Toscana nella prospet tiva

degli anni Ottanta (a cura di), IRPET, Le Monnier, Firenze.

G. Bianchi, A. Falorni (1980), L’industria intermedia in Toscana: un’esperienza

di studio a scala regionale sull’evoluzione dell’apparato produttivo, in

IRPET (1980e).

G. Bianchi, M. Morandi (1981), L’evoluzione recente dell’agricoltura toscana,

relazione presentata alla Conferenza scientifica sull’agricoltura toscana

Fi renze 11-12 dicembre 1981.

L. Biggeri, M. Grassi, G. Marliani (1980), Le Tavole intersettoriali dell’economia

toscana per gli anni 1975-1977 costruite con metodi indiretti. Alcune considerazioni

sui risultati, in IRPET (1980e).

L. Biggeri, P. Tani (1979), Prime ricerche sulle interdipendenze settoriali

dell’economia toscana al 1975, estratto da IRPET, Matrici intersettoriali

dell’eco nomia regionale e programmazione, Le Monnier, Firenze.

A. Cavalieri (1981), International trade linkages in interregional I/O economic

modeling: the model for the Tuscany Case Study, WP-81-150, IIASA,

Laxenburg, Austria.

A. Cavalieri, D. Martellato, F. Snickars (1982), A model system for policy im pact

analysis in the Tuscany Region, IIASA, Laxenburg, Austria.

A. Cavalieri, S. Casini and A. Viviani (1982), The regional export model of the

Tuscany case study system of models, CP-82-00, IIASA, Laxenburg,

Austria.

P. Costa (1978), Interdipendenze industriali e programmazione regionale, An geli,

Milano.

M. D’Antonio (1978), La tavola interindustriale regionale, strumento di analisi e

dì politica economica, in P. Costa (1978).

70 Schemi numerici, modelli interpretativi, metodi di programmazione


A. Floridia (1981), Fisiologia e patologia dello sviluppo toscano, «Politica e

Società», n. 1-2 (nello stesso fascicolo si vedano anche: Ricordando

un dibat tito del ‘76 e Rileggendo i documenti della programmazione

toscana)

N. Glickman (1980), Using Empirical Models for Regional Policy Analysis,

memoria presentata alla Conference on the Theoretical and Practical

Aspects of Regional Development Modeling, Laxenburg, Austria, 18-21

marzo.

M. Grassi (1982a), I consumi dei turisti in Toscana, 1977, in IRPET, Matrice

intersettoriale dell’economia toscana 77, «Documenti di lavoro», Firenze

M. Grassi (1982b), MIT ‘78. Alcune riflessioni sulla costruzione di matrici I/O

regionali survey-based, memoria presentata al convegno L’Analisi delle

in terdipendenze strutturali e l’economia italiana, Venezia, 2-3 giugno. M.

Grassini (1982), An estimation of a system of consumption functions for Italy.

Preliminary results, in Proceedings of Task Force Meeting on input-output

modeling (1981) ed. A. Smyshlaev, CP-82-32, IIASA Laxemburg, Au stria.

IRPET (1980a), I consumi in Toscana 1977, Firenze.

IRPET (1980b), Le tavole delle interdipendenze settoriali, Firenze.

IRPET (1980c), Matrice intersettoriale dell’economia toscana 78 - Bibliografia,

voll. 1 e 2, Firenze.

IRPET (1980d), MIT 78. Matrice intersettoriale dell‘economia toscana. Schema

di progetto, Firenze.

IRPET (1980e) Nuovi contributi allo studio dello sviluppo economico della

Toscana, Firenze.

IRPET (1980f), Tavola intersettoriale dell’economia toscana 1975-1977,

Firenze.

IRPET (1981), MIT Project: The Input/Output Tables of Tuscany’s Economy,

Firenze.

W. Isard, T. W. Langford (1969), Some Initial Experiments with the Inverse of

the Philadelphia Input-Output Table, «Papers of the Regional Science

Association», n. 22.

W. Isard, V. Maclaren (1982), Storia e stato attuale delle ricerche nella scienza

regionale, in Problematiche dei livelli sub-regionali di programmazione, a

cura di M. Bielli e A. La Bella, Angeli, Milano.

G. Maltinti, A. Petretto (1981), Il modello MARCOT: il settore pubblico nel

sistema dei modelli del Tuscany Case Study, memoria presentata al Task

Force Meeting, Firenze, 14-15 dicembre.

G. Maltinti and A. Petretto (1982), Fiscal policy in the Tuscany interregional

input-output model, CP-82-00 IIASA Laxenburg, Austria.

G. Marliani (1981), La matrice toscana del 1977: alcune verifiche statistiche sulle

ipotesi dì costruzione e sui metodi di stima, Firenze.

D. Martellato (1982), The Tuscany interregional input-output model (TIM):

Mathematical structure and preliminary results, CP-82-30, IIASA

Laxenburg, Au stria.

Regione Toscana (1981), La Toscana negli anni ottanta: elementi dì analisi

economica e sociale, in Programma Regionale di Sviluppo, Firenze.

SCRI (1978), Scottish Council Research Institute, The Strathclyde Input-Output

Tables, Edinburgh.

F. Sforzi (1982), Identificazione degli ambiti sub-regionali di programmazione,

in Problematiche dei livelli sub-regionali di programmazione, a cura di M.

Bielli e A. La Bella, Angeli, Milano.

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 71


C. Vignetti (1980a), L’esperienza di costruzione della scuola i/o per la Toscana:

lineamenti del progetto e primi risultati, Firenze.

C. Vignetti (1980b), Le tavole delle interdipendenze e il sistema dei conti

economici del settore pubblico: proposte per uno studio di caso applicato

alla Toscana, Firenze.

F. Willekens, A. Rogers (1978), Spatial population analysis: methods and computer

programs, RR-78-18, IIASA Luxenburg, Austria.

72 Schemi numerici, modelli interpretativi, metodi di programmazione


«MATURITà PRECOCE»: UNA MODERNIZZAZIONE A RISCHIO*

Giuliano Bianchi

1. Foschi presagi

I presagi che all’inizio degli anni ‘70 si formulavano sul futuro prossimo e

meno prossimo del «modello toscano di sviluppo» (locuzione debitamente

-quanto infondatamente- virgolettata come d’una cosa che forse c’era e

forse no) erano invariabilmente foschi.

Come può durare -si argomentava- quel modello stretto com’è nella

duplice morsa della competizione sul fronte delle tecnologie e del controllo

dei mercati e della concorrenza, da parte dei paesi più avanzati, e, da parte

dei paesi in via di sviluppo, sui prezzi delle produzioni «mature», grazie ai

minori costi del lavoro? Tanto più -si aggiungeva- che la specializzazione

nei prodotti «maturi» (un aggettivo, questo, che viene profferito come

un’ingiuria: poi si discuterà se fosse più maturo un gingillo elettronico

montato dalle lavoranti a domicilio di Taiwan o un nuovo modello di

scarpe di Ferragamo) stava cacciando l’economia toscana in un cul di

sacco. L’allarme sulla finitezza delle risorse lanciato dal Club di Roma

col suo manifesto sui «limiti dello sviluppo», la fine dell’energia a buon

mercato annunciata dal settembre 1973 (oggi sappiamo che non si trattava

tanto di scarsità fisica del petrolio quanto di scarsità economica e politica;

e c’è chi -Marchetti, 1976- profetizza quel che puntualmente è avvenuto:

«la caduta a candela dei prezzi del greggio alla metà degli anni ‘80»), il

brusco rincaro dei prezzi delle materie prime: tutto induceva a prevedere

se non la fine immediata, certo almeno un repentino ridimensionamento,

del modello consumistico, che in un certo senso aveva fatto le fortune di

un’economia come quella toscana.

Un’economia -si sentenziava, infine- basata su piccole e piccolissime

imprese, con una grande industria pubblica e privata in declino, e quindi

intrinsecamente debole e per soprammercato perigliosamente esposta ai

capricci della domanda internazionale.

E c’era perfino chi, come la Federazione regionale toscana della Cgil

(giugno 1973), accusando il modello toscano di uno sviluppo «per zone

o bacini», come se i «distretti industriali», anziché un punto di forza,

ne fossero una malattia congenita, non si peritava a dichiarare che «uno

sviluppo di tal sorta non può rivelarsi duraturo», poco importando che

comunque ormai durasse da oltre vent’anni.

∗ Testo contenuto in Mori G. (a cura di) (1986), Storia d’Italia. Le Regioni dall’Unità ad oggi. La

Toscana, Einaudi, Torino, pp. 927-1002.

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 73


Certo, la bufera della prima metà degli anni ‘70, che sconquassa la

rete dei commerci internazionali, mette a dura prova le più consolidate

economie industriali, porta ai limiti della rottura la cooperazione

internazionale, non può non lasciar segni visibili anche sull’economia

toscana. E un osservatore indipendente (Ricci, 1974), analizzando la

congiuntura regionale nel dicembre 1974, li registra puntualmente: caduta

della domanda, dell’occupazione, della produzione e degli investimenti

pur senza riscontrare andamenti peggiori in Toscana che nel resto del

paese. Che è proprio quello che segnala, invece, l’Unione regionale delle

Camere di commercio nel luglio del 1975, quando «azzarda l’ipotesi che

la Toscana subisca maggiormente gli influssi negativi della congiuntura

nazionale e internazionale» e, da questa constatazione, si spinge fino a

reclamare «coraggiose riconversioni dell’apparato industriale». Richiesta,

vale la pena di osservare di sfuggita, inusitata da parte di una fonte che si

era distinta per le lodi, anche sperticate, del modello toscano di sviluppo.

Modello del quale, invece e coerentemente con un atteggiamento mantenuto

ininterrottamente da un decennio, il sindacato proclama la crisi definitiva.

Più o meno negli stessi giorni, lo stesso osservatore indipendente prima

ricordato (Ricci, 1975), pur segnalando la «gravità della situazione in atto»,

richiama l’attenzione su «i soddisfacenti andamenti del commercio con

l’estero»: e qui, in un manifesto eccesso di entusiasmo (sapendo -col senno

di poi!- quel che è successo) si lascia scappare una frase come «l’inflazione

pare ormai definitivamente imbrigliata».

Ma il fatto che qualche indicatore torni a misure più rassicuranti non

convince la Federazione regionale Cgil, Cisl e Uil che nel novembre del

1975 conferma la sua convinzione «che la crisi si avvia in Toscana verso

una fase di maggior acutezza dovuta alla mancanza di prospettive delle

produzioni tradizionali».

Mentre imperversa, si fa per dire, questa polemica sulla capacità di

tenuta del «modello toscano» rispetto alla crisi e sulle sue prospettive a

medio termine, l’Istituto regionale di ricerca, che aveva prodotto nel 1969

il primo tentativo di interpretazione organica dello sviluppo toscano del

dopoguerra (Irpet, 1969), promuove (febbraio 1976) un seminario con lo

scopo di presentare la nuova, e più articolata e documentata, interpretazione

dello sviluppo economico toscano elaborata dall’Istituto (Becattini, 1997).

Ma non si vuol perdere l’occasione per un intervento nella polemica sulla

tenuta e le sorti del modello toscano. Cosi, nella relazione introduttiva al

seminario, ci si preoccupa di dimostrare la «vitalità della formula toscana,

in termini di resistenza del sistema alle violente sollecitazioni cui era

stato sottoposto» e si ribadisce la «validità del modello interpretativo in

termini di capacità a spiegare ragioni e modi delle risposte del sistema

a quelle sollecitazioni». Anzi -ponendosi in frontale contrapposizione al

74 «Maturità precoce»: una modernizzazione a rischio


coro pressoché unanime dei giudizi catastrofisti- l’Istituto fa presente come

sembrasse «più corretto parlare non tanto di resistenza quanto di reattività

del sistema, visto il dinamismo col quale, in un complesso ma non confuso

intreccio di spinte e controspinte» la Toscana aveva saputo «catturare ogni

opportunità proposta dalla domanda esterna e penetrare in ogni pertugio

offerto dai mercati di sbocco, sicché gli indicatori di recessione (il ricorso

alla cassa integrazione, per esempio) registrano i minimi storici, mentre

si attestano ai livelli più alti finora raggiunti gli indicatori di produzione

(i consumi di energia elettrica, per esempio)» (Irpet, 1976). I numeri

dell’Irpet, quindi, versus i pregiudizi del resto degli osservatori?

Certo si è che da quel momento in poi si apri e divampò in Toscana una

querelle, che lì per lì a quanti vi parteciparono apparve perfino appassionante

e di cui sarà detto qualcosa più avanti.

In questa discussione è sintomatico (e rappresentativo di comportamenti

tenuti anche da soggetti di ben diversa natura e caratterizzazione)

l’atteggiamento del sindacato. Per esempio, nel gennaio 1976 la Federazione

regionale aveva sostenuto che la «Toscana potrebbe presto trovarsi a

registrare crisi di struttura molto più gravi che altrove», anche perché non

si attribuiva nessuna fiducia a «una ripresa produttiva» basata sui beni di

consumo e sulle esportazioni. La Federazione provinciale di Firenze due

mesi dopo si lascia invece sfuggire la timida ammissione che l’economia

toscana «sembra tenere», anche se la condisce con i «tuttavia» e i «ma»

di prammatica. Il sindacato regionale si affretta allora a ribattere che i dati

«solo all’apparenza sono meno drammatici» e che la situazione toscana

resta caratterizzata (è una specie di fissazione, questa, come si vedrà)

«dall’assenza di prospettive». Il meccanismo della discussione è chiaro

(e, osservato alla distanza d’una decina d’anni, perfino inquietante): se ai

giudizi infondati o ai pregiudizi si oppongono fatti e dati questi vengono

dichiarati apparenti e illusori. Tipica in questo senso la nuova dichiarazione

della Federazione regionale Cgil, Cisl e Uil, che nel settembre dello stesso

anno, non potendo più negare l’evidenza delle statistiche, riconosce che

«alcuni settori dimostrano una crescita produttiva», ma ammonisce subito

che «è necessario evitare illusioni sul carattere della ripresa». La pertinace

cocciutaggine dei fatti sembra infine aver ragione anche dei pregiudizi più

ostinati se, di li a pochi mesi (gennaio 1977), dalla stessa fonte si rilascia un

comunicato col quale si concede che «la Toscana ha retto meglio agli effetti

della recessione grazie al comportamento delle aziende tipiche». Negli stessi

giorni arriva, per bocca del suo presidente, anche la pronuncia della Regione

Toscana. Le diagnosi sono dichiaratamente fondate sui dati dell’Irpet, per

cui gli aumenti di produzione, occupazione, investimenti ed esportazioni

sono segnalati senza imbarazzo, come altrettanto senza imbarazzo si segnala

l’esistenza, e forse la ripresa, del lavoro non ufficiale, l’aumento dei giovani

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 75


senza lavoro, le difficoltà delle zone meno favorite della Toscana. Ma il

punto sul quale Lagorio vuol richiamare l’attenzione dei suoi interlocutori

è un altro: i lavoratori hanno fatto sacrifici durante la crisi, gli enti locali si

sono mossi con rigore nella gestione dei loro bilanci, gli imprenditori non

hanno manifestato disaffezione verso le loro responsabilità: «la Toscana ha

dunque le carte in regola per presentarsi con autorità morale alle sedi dove si

stabiliscono le linee di politica economica nazionale».

La stranezza di una «crisi» che si esprime con andamenti all’insù di

tutti gli indicatori positivi induce anche un quotidiano come «Paese

Sera», che aveva apertamente parteggiato per i catastrofisti, a riconoscere

(13 febbraio 1977) che «la crisi non è poi cosi nera». Ma la data non è

periodizzante, nemmeno all’interno della ministoria del dibattito sullo

sviluppo economico della Toscana perché, malgrado l’evidenza dei fatti, la

disputa continua (Ranfagni, 1981).

2. La strana crisi degli anni ‘70

Cos’era accaduto dunque durante questi anni ‘70 per dar luogo a valutazioni

e interpretazioni così dissonanti? Ciò che accadde nell’economia toscana

in quegli anni era davvero così enigmatico e indecifrabile? E perché, poi,

gli stessi fatti, ovvero le loro rappresentazioni più o meno imperfette negli

indicatori economici, erano oggetto di letture così confliggenti?

Ora c’è da dire, anzitutto, che, almeno stando ai dati ufficiali, durante

gli anni più duri della crisi (1973-75), in Toscana si hanno 53.000 occupati

in più, mentre i disoccupati diminuiscono di 3.000 unità (e la diminuzione

complessiva sarà pari a 8.000 unità nel decennio).

Certo, la caduta della domanda mondiale si ripercuote, almeno

immediatamente, anche sui flussi dell’export regionale che, in effetti,

sembrano più incisivi dei corrispondenti flussi nazionali. Ma, se si

considerano le cose lungo tutto l’arco del decennio e si guarda alle singole

voci dell’esportazione, si vede che l’export toscano di pelli e cuoio, per

esempio, passa dall’1,6 al 3,1 per cento dell’intero commercio mondiale di

questi prodotti e, lo si deve rilevare, con la sola eccezione dell’India, gli altri

paesi che competono con la Toscana sui mercati di esportazione di questi

prodotti sono Germania, Francia, Giappone e Usa, tutti con quote superiori

al 5 per cento. Anche nel campo delle pelletterie la Toscana incrementa la

sua quota mondiale dal 6 al 7,5 per cento (vale a dire un quarto in più) ed

è il terzo «paese» esportatore dopo l’Italia e la Germania, ma prima del

Regno Unito e degli Stati Uniti (si segnala negli stessi anni che la quota

italiana passa dal 15 al 26 per cento del mercato mondiale).

è vero, nei settori di massima specializzazione regionale c’è una

76 «Maturità precoce»: una modernizzazione a rischio


flessione delle quote detenute dalla Toscana: ad esempio, per quanto

riguarda le calzature, la quota si riduce dal 13 al 10 per cento, pur restando

la Toscana al secondo posto nelle esportazioni mondiali di questi prodotti,

ma al primo c’è l’Italia che incrementa la propria partecipazione dal 40

al 44 per cento. Nel tessile si registra un incremento dal 4 al 5 per cento

e vengono prima della Toscana, nella graduatoria di importanza dei paesi

esportatori, il Giappone, la Germania, l’Italia, il Benelux, il Regno Unito,

la Francia e gli Stati Uniti. Anche nel campo della gioielleria, la Toscana

esprime brillanti prestazioni all’export che passa dal 3 al 7 per cento del

commercio mondiale, ponendo la regione al quarto posto dopo l’Italia (che

ha il 39 per cento del mercato), la Germania e la Svizzera (Irpet, 1982).

In conclusione (Fig. 1) durante gli anni ‘70 la Toscana passa da circa

il 7 a più dell’8 per cento dell’export nazionale, come valore delle vendite

all’estero dei suoi prodotti. Ne deriva che la Toscana, già marcatamente

caratterizzata dalla sua apertura verso i mercati mondiali, risulta al termine

del decennio ancora più esportatrice di prima e più esportatrice dell’Italia,

se è vero che il valore delle esportazioni è pari a un quinto del prodotto

interno lordo per l’Italia e pari a un quarto per la Toscana; come dire che si

esporta una lira ogni quattro che se ne produce.

Figura 1

LE ESPORTAZIONI (1970-81)

a) Quota percentuale delle esportazioni toscane sul totale delle esportazioni nazionali

b) Peso percentuale del valore delle esportazioni sul prodotto interno lordo, in Toscana e in Italia

a)

b)

9,5

8

7,5

7

6,5

6

1970 1971 1972 1973 1974 1975 1976 1977 1978 1979 1980 1981

24

20

16

12

Toscana

Italia

8

1970 1971 1972 1973 1974 1975 1976 1977 1978 1979 1980 1981

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 77


Dunque, l’emarginazione non s’è vista, come non s’è visto l’effetto della

mancanza di prospettive di mercato per i prodotti cosiddetti tradizionali.

Anzi, quel che è accaduto sull’arroventato fronte del commercio

internazionale negli anni ‘70 fornisce alcuni interessanti ammaestramenti

in materia di contrapposizioni scolastiche fra produzioni «mature» e

«avanzate» e fra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo.

La Toscana, intanto, diversifica il suo export: all’inizio il 47 per cento delle

sue vendite all’estero era rappresentato dai prodotti tessili, dall’abbigliamento

e dalle calzature diretti verso i mercati degli Stati Uniti, della Germania e della

Francia; alla fine del periodo queste merci e questi mercati rappresentano

poco più di un terzo dell’export toscano complessivo. Da notare, poi, che fra

i principali paesi concorrenti non si vede affatto il temuto spettro dei paesi

in via di sviluppo: i più pericolosi competitori della Toscana sono gli stessi

paesi, industrialmente avanzati, che ne costituiscono i principali mercati di

sbocco. Il che vuol dire, tra l’altro, che non è il costo del lavoro (più alto in

questi paesi che non in Toscana) a minacciare la competitività e che i paesi

evoluti non sembrano poi cosi vogliosi di abbandonare le tanto disprezzate

produzioni mature. Piuttosto c’è da rilevare come i concorrenti più temibili

siano in casa: sono infatti le altre regioni italiane che si avvantaggiano degli

spazi mercantili perduti dalla Toscana, se, come s’è visto nei casi delle

calzature e delle produzioni tessili, la quota italiana aumenta di più di quella

toscana o addirittura aumenta quando questa diminuisce. In effetti, regioni

come l’Emilia Romagna, il Veneto e le Marche nel reagire agli shock della

crisi si comportano come se avessero una marcia in più della Toscana. Tirando

le somme si può quindi dire che gli anni ‘70 non furono poi così brutti come

si temeva, come si erano dipinti e come si era continuato a dichiararli anche

quando i fatti mostravano ormai il contrario. Ad ogni buon conto il suggello

definitivo a questa discussione è posto dall’andamento dei flussi migratori

tra tutte le regioni italiane, data la cospicua differenza positiva tra chi viene

in Toscana e chi dalla Toscana se ne va. Durante gli anni della «crisi dura» il

saldo migratorio netto positivo è pari a 27 immigrati ogni 1.000 residenti, e

non si tratta certo di un dato sporadico, visto che in tutti gli anni ‘70 il saldo

oscilla su valori compresi tra il 26 e il 32 per mille. Il che vuol dire 18.000

residenti in più all’anno fino al 1974, che diventano 12-13.000 all’anno nel

periodo successivo: e il 52 per cento di questi proviene sistematicamente

dalle regioni del Centro-Nord (Fig. 8). Allora: la crisi in Toscana è davvero

più grave che altrove? Si capisce che la svalutazione della lira ha aiutato le

esportazioni (ma ha aiutato tutte le esportazioni, quelle della Toscana e quelle

delle altre regioni, quelle dei prodotti tipici e quelle degli altri prodotti): ma

la resistenza, anzi, il di più di reattività del sistema toscano all’impatto della

crisi trova una più pertinente spiegazione nelle caratteristiche strutturali e

comportamentali del suo apparato produttivo. Un apparato produttivo, come

78 «Maturità precoce»: una modernizzazione a rischio


si sa, organizzato per sistemi territoriali di piccole imprese, specializzate per

prodotti, parti di prodotto e fasi di processo, che garantiscono elevati livelli

di flessibilità nell’organizzazione dei fattori produttivi, si da render possibili

adattamenti tempestivi alle mutevoli caratteristiche qualitative e quantitative

di una domanda internazionale sempre più nervosa ed erratica. Mentre la

rilevante presenza di lavoro esterno, anche irregolare, consente di recuperare

al processo produttivo forze di lavoro magari ufficialmente disoccupate. Un

siffatto sistema si può poi avvantaggiare delle economie che gli derivano

dal suo insediamento in un ambiente progressivamente conformatosi alle

sue esigenze, per la presenza di operatori specializzati come i buyers e di

funzioni specializzate come quelle delle banche e degli spedizionieri. C’è da

aggiungere, inoltre, che in questo sistema opera una selezione darwiniana:

le aziende decotte vengono espulse dal mercato senza pietà. Né mancano

sintomi, magari minori ma diffusi, di razionalizzazione dei processi, come

quelli del lavoro esterno che si organizza in una sorta di «fabbrica occulta»

ricostituendo, in qualche modo, le condizioni del lavoro interno.

Anche il turismo dà una mano alle brillanti performances dell’economia

toscana durante gli anni ‘70: le giornate di presenza balzano da 23 a 27

milioni, mantenendo alla Toscana il suo 8-9 per cento dei flussi turistici

nazionali, anche se la sua posizione nella graduatoria delle regioni turistiche

scende dal terzo posto (dopo Veneto ed Emilia Romagna) al quarto, essendo

stata nel frattempo scavalcata dal Trentino Alto Adige.

Ma il turismo toscano presenta una preziosa caratterizzazione, che, se

ne stabilizza i flussi, alimenta non di meno anche la possibilità di posizioni

di rendita. Si allude alla circostanza che il 35 per cento delle giornate di

presenza consumate dai turisti in Toscana sono spese in centri d’arte (e

soprattutto, come s’intende, a Firenze), la cui offerta turistica ha marcati

caratteri monopolistici, a differenza del turismo balneare, più esposto ai

colpi della concorrenza.

Gli andamenti tutt’altro che catastrofici del decennio lasciano tracce

vistose anche nel risparmio bancario, che sale nei dieci anni da 887.000

lire pro capite a 1.511.000 (in valori costanti): il risparmio per abitante in

Toscana, che era all’inizio superiore del 18 per cento a quello medio del paese,

lo sopravanza ora di un quarto. La crescita nel periodo è pari al 70 per cento,

superiore a quella della Lombardia (+58%), ma inferiore all’incremento del

risparmio pro capite in Emilia Romagna (+74%), nelle Marche (+90%), nel

Veneto (+94%). E anche questo sembra rappresentare un sintomo di quella

«marcia in più» delle altre regioni centro-nordorientali rispetto alla Toscana.

E si tratta di un risparmio che alimenta importanti flussi di investimento, se

la quota dell’accumulazione toscana su quella totale del paese, che era del

5,9 per cento all’inizio del decennio, è diventata ora del 6,6; ma ancora più

vistosa è la quota dei nuovi impieghi, che la Toscana si attribuisce: da un

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 79


quarto a un terzo dei flussi annuali. E se ne vedono i non equivoci riflessi

sulla produttività che, misurata in termini di valore aggiunto pro capite,

cresce in Toscana del 21 per cento (come nel Veneto e nelle Marche, ma

meno che in Emilia Romagna, ove cresce del 24 per cento), mentre per

l’Italia il corrispondente incremento è del 16 per cento.

Nel frattempo -e siamo agli inizi degli anni ‘80- arrivano i dati del

censimento 1981 e, con questi, due scoperte stupefacenti: primo, non solo

non c’è stata la temuta flessione industriale, ma i settori tipici, o, come

un po’ spregiativamente si dice, «tradizionali», si sono manifestamente

irrobustiti nel decennio della strana crisi; secondo, tra Firenze, Prato e

Pistoia è localizzato il terzo polo industriale del paese con 278.000 addetti

all’industria, un valore che segue quelli della provincia di Milano (834.000

addetti) e di Torino (485.000). Se poi si limita il confronto all’industria

in senso stretto, basta la sola provincia di Firenze, con 203.000 addetti, a

superare il corrispondente valore, 168.000, della provincia di Roma.

Vale dunque la pena di andare a spigolare qua e là fra i dati del

censimento: almeno per una visione impressionistica dei tratti essenziali

del mutamento strutturale, che ha accompagnato e agevolato le brillanti

performances congiunturali prima brevemente descritte, ma delle quali

è anche, entro certi limiti, il risultato, come risposta della struttura alle

sollecitazioni degli shock esogeni. Ci sono 4 italiani in più ogni 100

rispetto a dieci anni prima; ma i lavoratori delle attività extra-agricole sono

un quinto in più: vale a dire nel decennio si sono creati 2 milioni di posti

di lavoro. È vero che gli occupati del commercio sono aumentati del 21

per cento e nell’altro terziario del 35, tuttavia gli addetti all’industria in

senso stretto rappresentano ancora il 48 per cento dell’occupazione extraagricola,

solo 3 punti in meno rispetto a dieci anni prima. E si potrebbe

discutere se le cifre appena ricordate segnalino davvero un processo di

deindustrializzazione magari tenue, visto che il tasso di industrializzazione,

misurato in termini di addetti all’industria per 1.000 residenti cresce da 98

a 106 per effetto della maggior velocità relativa dell’occupazione extraagricola

rispetto all’incremento della popolazione. Questo valore di 106

lavoratori dell’industria ogni 1.000 abitanti è, bisogna dirlo, la media di

valori estremamente eterogenei, che vanno dal 183 della Lombardia al 22

della Calabria: come si vede, il censimento testimonia di un’Italia ancora

clamorosamente spaccata in due, con livelli di industrializzazione che

sono, in tutte le regioni del Centro-Sud e delle isole, al di sotto della media

nazionale e che in Campania, Sicilia e Calabria sono addirittura meno della

metà del valore medio italiano.

Il senso di ciò che è avvenuto nel decennio è manifesto (e, del resto,

già da tempo segnalato da numerosi studi): Piemonte e Lombardia hanno

imboccato un esplicito sentiero postindustriale e si stanno terziarizzando a

80 «Maturità precoce»: una modernizzazione a rischio


itmo accelerato; l’industrializzazione cresce in tutte le regioni centro-nordorientali,

arrivando a lambire, lungo la direttrice adriatica, anche gli Abruzzi

e il Molise. C’è chi parlerà, troppo semplicisticamente, di «rilocalizzazione»,

ma in effetti non di questo si tratta. Non v’è un trasferimento fisico di attività

produttive dalle regioni nord-occidentali verso le altre: v’è una crescita

in queste ultime della preesistente e già relativamente robusta struttura

industriale. In un certo senso è come se si generalizzasse il modello toscano,

visti i settori e viste, soprattutto, le dimensioni di impresa, che caratterizzano

la nuova ondata di industrializzazione delle regioni centro-nord-orientali.

Basti un solo indicatore: le imprese con meno di 20 addetti che coprivano

il 32 per cento dell’occupazione al ‘71, se ne attribuiscono oggi il 36 per

cento; mentre l’incidenza sull’occupazione industriale complessiva delle

imprese oltre i 500 addetti scende dal 23 al 10 per cento.

In Toscana l’occupazione extra-agricola si espande meno velocemente

che nel complesso del paese, essendo cresciuta nei dieci anni del 18 per

cento: i corrispondenti saggi di incremento sono per l’Emilia Romagna

del 25 per cento, per il Veneto del 26, per l’Umbria del 37, per le Marche

del 52: e si ritrova anche qui, come s’era già visto per l’esportazione e per

il risparmio, il segno di quella «marcia in più» delle altre regioni centronord-orientali

rispetto alla Toscana.

Una rapida occhiata all’articolazione settoriale dei movimenti

dell’occupazione basta a dar ragione della natura dei cambiamenti

intervenuti. In Italia l’industria estrattiva e la chimica di base cedono il

4 per cento dell’occupazione; gli occupati nella metalmeccanica sono

un quarto in più, nei settori cosiddetti tradizionali il tasso di crescita è

marcatamente più basso: +8 per cento; ma nelle lavorazioni del cuoio

e delle pelli gli addetti crescono del 45 per cento, mentre nell’industria

tessile, investita da intensi processi di ristrutturazione, diminuiscono di

un decimo. La distribuzione regionale di questi mutamenti consente di

qualificare le variazioni complessive prima segnalate: il Piemonte e la

Lombardia perdono occupazione in tutti i settori industriali e, soprattutto,

in quelli in cui sono più specializzati. In altre regioni compaiono nuove

specializzazioni, che irrobustiscono alcuni segmenti della precedente

struttura industriale: è il caso della metalmeccanica per l’Emilia Romagna

e della plastica e della gomma per il Veneto. Marche ed Umbria, invece,

accrescono la loro specializzazione nei settori che già più erano presenti e

caratterizzanti il loro apparato industriale.

In Toscana persiste un’altissima specializzazione nei suoi settori

tipici, che rappresentano il 62 per cento dell’occupazione manifatturiera;

la Toscana è, dopo le Marche, la regione più specializzata in queste

attività produttive. La meccanica strumentale, invece, col 9 per cento

dell’occupazione manifatturiera, fa della Toscana la regione meno

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 81


specializzata in queste produzioni di tutte le regioni più industrializzate

del paese. In effetti tra il 1971 e il 1981 l’industria tipica si è accresciuta

del 16 per cento, e al suo interno svetta l’incremento di addetti nel

settore del cuoio e delle pelli che si espande di un rotondo 70 per cento;

l’industria tessile è addirittura in controtendenza rispetto agli andamenti

nazionali: l’occupazione vi cresce, in Toscana, del 15 per cento, pari a

10.000 nuovi posti di lavoro creati nel decennio. Gli andamenti in queste

attività produttive inducono a dare un’occhiata al complesso dei settori

che costituiscono quello che si chiama il «sistema della moda» (tessile,

abbigliamento, cuoio e pelli, pelletterie, calzature, ecc.): la metà dei nuovi

posti di lavoro creati nel manifatturiero tra il 1971 e l’81 si localizzano

qui. Parente prossima dell’industria tipica, l’industria orafa accresce del 46

per cento la sua presenza nel sistema produttivo toscano, a testimonianza

di uno sviluppo strutturale che accompagna e sorregge quello delle sue

quote del commercio internazionale.

Nel multiforme aggregato della metalmeccanica gli andamenti sono

assai differenziati: per esempio, alla bassa incidenza della meccanica

strumentale che prima si è ricordata, si contrappone la dinamica vivacissima

dell’industria della costruzione dei mezzi di trasporto leggeri (leggasi:

Piaggio), che cresce la sua occupazione del 106 per cento, in sintonia

con un vistoso incremento dei volumi produttivi -ma questo non lo dice

il censimento- che vedono il settore passare da 440.000 a 750.000 unità di

produzione (motocicli, scooters, furgoncini leggeri) all’anno. Né ci dicono

i risultati del censimento, ma è doveroso annotarlo, che negli stessi anni

la siderurgia toscana di Piombino ha raggiunto il traguardo produttivo di

1.560.000 tonnellate di acciai.

Pochi cenni ancora basteranno per completare il quadro, magari

sommario, ma utile per un riferimento alla configurazione dell’apparato

produttivo toscano all’inizio degli anni ‘80.

Gli addetti alle costruzioni crescono solo dell’11 per cento, mentre in

Italia aumentano del 18: si deve, tuttavia, tener presente come un dato

particolarmente significativo della nuova realtà toscana che in questi anni

il patrimonio edilizio registra una vera e propria crescita esplosiva (+22%):

come dire che una ogni quattro o cinque case oggi esistenti in Toscana

è stata costruita negli anni ‘70. E anche questo, si converrà, sembra un

sintomo piuttosto insolito di crisi.

L’attività estrattiva, cessata la coltivazione delle miniere di ferro e di

mercurio, è ormai ridotta alla lignite, alla pirite, al salgemma, al vapor

d’acqua e all’anidride carbonica: produzioni che rappresentano un terzo

delle corrispondenti produzioni nazionali ma che danno tuttavia un

irrilevante apporto al prodotto interno lordo regionale. Una serie di sintomi,

a tutta prima ambigui, segnalano invece una vera e propria innovazione

82 «Maturità precoce»: una modernizzazione a rischio


epocale nell’industria marmifera. L’occupazione è in lieve calo, la

produzione locale aumenta del 50 per cento, il movimento del porto cresce

di due volte e mezzo, considerando il complesso dei prodotti imbarcati e

sbarcati. Nel bacino marmifero all’escavazione si è aggiunta, prendendo il

sopravvento, l’attività delle prime e delle seconde lavorazioni del marmo

non solo locale: la zona è divenuta un polo mondiale delle lavorazioni,

segnatamente, dei graniti di importazione.

Non è solo per adempiere a un obbligo esteriore di completezza che si

rende necessaria una breve panoramica dei mutamenti e della situazione a

fine periodo nell’agricoltura toscana, tali e tante sono le interdipendenze,

magari quantitativamente di non grande rilievo ma qualitativamente

significative, che la connettono all’economia e alla società toscana. Nel

decennio si conclude il processo dell’esodo rurale: l’occupazione, che in

un certo senso ha raggiunto l’asintoto inferiore, si stabilizza, oscillando

attorno ai 130-140.000 occupati. I lavoratori indipendenti dopo aver

toccato il minimo risalgono; il contrario fanno i lavoratori dipendenti, che

diminuiscono dopo aver toccato una punta massima alla metà del decennio.

La conduzione diretta e a salariati interessa ormai quasi il 90 per cento

della superficie, il resto è ancora a mezzadria. Non cambia invece (dagli

anni ‘40!) la distribuzione dei tipi di possesso: i fondi sono per il 95 per

cento in proprietà, l’affitto copre solo il residuo 5 per cento.

Il part-time è più diffuso in Toscana che in Italia e riguarda un quinto

dei titolari. Un indizio questo della caratterizzazione non proprio da settore

produttivo di una parte almeno dell’agricoltura regionale. Gli elementi di

richiamo turistico della campagna, le opportunità che l’agricoltura offre

per il tempo libero di professionisti e piccoli imprenditori, se si uniscono

alla circostanza che al tasso piuttosto elevato di meccanizzazione (e non si

dimentichi che congrui contributi pubblici agevolano l’acquisto dei mezzi)

corrisponde una bassa utilizzazione operativa dell’investimento, concorrono

a far ritenere che l’ipotesi sia più fondata di un semplice sospetto. Anche

perché l’investimento fondiario ha acquistato ormai il carattere di un benerifugio,

nella misura in cui il valore dei suoli è cresciuto più rapidamente del

saggio di inflazione, dando vita ad un mercato fondiario estremamente attivo

che interessa prevalentemente transazioni relative a piccoli appezzamenti

(ma anche di grandi aziende), che tuttavia noi, meno fortunati dei paesi che

hanno un catasto vero, non siamo in grado di conoscere e di misurare.

Si son venute nel frattempo specificando le varie «agricolture» della

Toscana come esito di un processo che affonda le radici negli anni dell’esodo

tumultuoso: l’agricoltura interstiziale della campagna urbanizzata che

offre, si era detto più sopra, opportunità per il tempo libero e si avvantaggia

di sbocchi, singolarmente anche modesti, sui mercati locali; l’agricoltura

vera della Toscana di sud-ovest, ove la riforma e l’introduzione di nuove

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 83


coltivazioni hanno posto molto più che delle semplici premesse per lo

sviluppo di un ambiente rurale moderno; l’agricoltura della fascia costiera,

discretamente integrata sia per il verso del lavoro che delle forniture con

le attività turistiche ivi concentrate; l’agricoltura industriale del vivaismo

e della floricoltura, che si batte bene sui mercati nazionali e internazionali

ma non ha, forse, compiuto ancora il salto decisivo che la qualificherebbe

come un vero e proprio settore produttivo industriale.

Si tratta, nel complesso, di un’agricoltura fortemente penalizzata dalle

politiche comunitarie, che non avvantaggiano certo i produttori di vino e di

olio; di un’agricoltura non ancora efficacemente aiutata da strutture pubbliche,

consortili o cooperative, di raccolta e lavorazione; di un’agricoltura ove

la cooperazione è diffusa ben al di sotto dei valori potenziali che potrebbe

attingere; di un’agricoltura la cui zootecnia è ormai ridotta alla pastorizia,

gestita da lavoratori immigrati, che in alcune zone pongono problemi, anche

acuti, di integrazione socio-culturale. In queste condizioni ben si comprende

che le produzioni agro-alimentari locali non coprano che una quota bassissima

del fabbisogno alimentare della regione: il 20 per cento dei consumi alimentari

delle famiglie, un terzo del quale, peraltro, da prodotti originari importati. Anche

le interrelazioni con i settori produttivi più importanti nella regione mostrano

livelli di integrazione assai al di qua di quelli possibili sotto il profilo tecnico ed

economico: l’agricoltura toscana si limita a fornire meno del 3 per cento degli

inputs all’industria tessile, fra il 3 e il 4 per cento all’industria del cuoio e delle

pelli e un, più alto ma ancora modesto, 6 per cento degli approvvigionamenti

di materie prime ai settori del legno e del mobilio. Più interessanti e, forse,

suscettibili di promettenti sviluppi le interdipendenze fra settore primario e

settore turistico: gli approvvigionamenti agro-alimentari rappresentano un

quarto degli inputs del turismo e il 60 per cento di queste forniture si alimenta di

prodotti regionali. Segni, non più che segni, magari indicativi di una tendenza

ma fin qui insufficienti a testimoniare di un mutamento strutturale, son quelli

che si possono percepire nelle modificazioni intercorse nel sistema distributivo

regionale. Che resta connotato da una struttura marcatamente polverizzata,

se ogni esercizio alimentare può contare mediamente su 150 abitanti. Certo,

una tendenza moderata alla razionalizzazione si può rilevare nella circostanza

che in Toscana gli esercizi al dettaglio diminuiscono complessivamente del

7 per cento, mentre in Italia aumentano di quasi il 4 nello stesso decennio;

è nel fatto che il dettaglio alimentare riduce di un quarto i suoi esercizi, a

testimonianza dell’espandersi della grande distribuzione. E tuttavia gli

esercizi all’ingrosso passano dal 12 al 17 per cento, come proporzione sugli

esercizi al dettaglio, a documentare, probabilmente, una inerente difficoltà di

collegamento fra la nebulosa dei piccoli produttori e i mercati locali, ma non

senza indurre anche il sospetto di qualche irrazionalità da un’altra parte. Il

sospetto, per esempio, di un non perfetto funzionamento dei mercati pubblici

84 «Maturità precoce»: una modernizzazione a rischio


se, come risulterebbe da fonti ovviamente extra-censuarie, quote non si sa se

crescenti ma certamente molto importanti dei prodotti vengono scambiate fra

produttori e rivenditori al di fuori di quei mercati. Due connotazioni finali che,

pur nella loro modestia, servono a convalidare l’ipotesi di un lento processo

di modernizzazione. L’ambulantato è ancora una forma di commercio al

dettaglio molto presente, ma si è completamente trasformato dal rifornimento

delle famiglie disperse sui poderi alla concentrazione nei mercati settimanali o

rionali, che rappresentano una componente non solo folkloristica dello stile di

vita urbano in Toscana. La grande distribuzione, soprattutto quella alimentare,

è cresciuta di più negli anni ‘70 che nel decennio precedente e nello stesso

senso hanno proceduto le forme associative fra i piccoli esercenti. A giudicare

dai differenziali fra i livelli dei prezzi della Toscana, e segnatamente di alcune

sue parti, e quelli di altre regioni, non si saprebbe, tuttavia, dire con quanto

vantaggio per il consumatore.

Quel che è accaduto nell’apparato produttivo toscano durante gli anni

‘70 lascia segni visibili sul territorio. Se il senso della vicenda è quello

di una diffusione dell’industrializzazione, le forme che questa assume

conducono a rafforzare, allargandola geograficamente, l’area di più intenso

sviluppo ricompresa fra Firenze, Prato, Pistoia, Lucca, Pontedera ed

Empoli. A questo vasto plesso si riconnettono le due più importanti direttrici

secondarie: quella che, attraverso Poggibonsi, collega Empoli a Siena e

quella che, attraverso il Valdarno superiore, collega Firenze all’Aretino. In

altri termini, si intensifica e si dilata il reticolo della campagna urbanizzata

prodotta dallo sviluppo toscano di questo dopoguerra. Ma con due

interessanti qualificazioni possibili: durante gli anni ‘70 non si generano

nuove aree, nemmeno minori, di localizzazione industriale; nel « cuore del

cuore» dell’area di più intenso sviluppo, tra Firenze, Prato e Pistoia, processi

demografici e di urbanizzazione, rilocalizzazione di attività produttive e

sviluppo di nuove funzioni (e non bastano certamente i dati del censimento

a darne ragione) consentono di ipotizzare (e se ne parlerà fra un po’) la

genesi di una formazione inedita per la Toscana, avente caratteristiche di

sistema metropolitano (Bianchi, 1982). Un sospetto dello stesso tipo, ma

i segni sono meno intensi e nitidi e gli studi più arretrati, potrebbe aversi

anche per il sistema Pisa-Livorno-Pontedera.

L’area di Massa e Carrara, la Bassa Val di Cecina, Piombino, il

Grossetano danno luogo a mini-sistemi locali, abbastanza strutturati, ma

comunque separati dal resto dello sviluppo regionale e dalle sue logiche.

Lunigiana, Garfagnana, montagna pistoiese, Colline Metallifere, Amiatino,

restano -per meri motivi geofisici oltre che per cause economiche e sociali-

fuori dai meccanismi dello sviluppo regionale, anche se i residenti non

sembrano denunciare livelli di reddito e tenori di vita drammaticamente

distanti da quelli medi regionali.

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 85


3. I sentieri regionali di sviluppo

Quanto s’è visto circa le differenze di comportamento fra la Toscana e le

altre regioni assimilabili (quelle, come si sa, dell’Italia centro-nordorientale)

induce ad approfondire -per quanto possibile qui- l’analisi, almeno per

condurre un tentativo, non più d’un tentativo, di spiegazione della minore

velocità relativa della Toscana. Certamente ci si precluderebbe la possibilità

di capire il senso dei processi strutturali se ci si ostinasse ad inseguire

l’ultimo dato congiunturale: e la querelle sulla «tenuta del modello toscano»

ne fa fede. D’altra parte, anche il confronto delle situazioni a intervalli

decennali, come quello reso possibile dai censimenti, non consente di

procedere più che tanto, valendo soprattutto a misurare le fenomenologie.

è forse più utile allo scopo uno sguardo retrospettivo sul medio periodo. Si

ripropone qui un sommario esame comparato sullo sviluppo (industriale)

della Toscana rispetto alle altre regioni del paese (Fig. 2).

Figura 2

I «SENTIERI REGIONALI» DI SVILUPPO (1951-81)

Sull’asse orizzontale, popolazione residente (1951=100); sull’asse verticale, addetti all’industria per

100 residenti. I punti sulle curve corrispondono ai valori dei fenomeni alle date dei censimenti (1951,

1961, 1971, 1981)

25

20

15

10

5

0

Molise

Abruzzo

Umbria

Basilicata

Calabria

Marche

Veneto

Sicilia

Emilia Romagna

Friuli Toscana

Liguria

Trentino

Puglia

Piemonte

Sardegna

Campania

Lombardia

80 90 100 110 120 130 140

Si prendono in considerazione, congiuntamente, due indicatori: gli

andamenti della popolazione (in termini di residenti nelle singole regioni

86 «Maturità precoce»: una modernizzazione a rischio

Lazio

150


alle date dei censimenti dal 1951 al 1981, fatto 100 il valore del 1951) e

i livelli di industrializzazione (misurati in termini di addetti all’industria

ogni 100 residenti, sempre alle date dei quattro censimenti). Sono segnati

sull’asse verticale, tracciato in corrispondenza del valore 100 della

popolazione, i livelli di industrializzazione delle singole regioni al 1951.

Sono facilmente identificabili quattro gruppi di regioni:

-

-

-

-

-

-

-

-

il gruppo delle regioni più industrializzate, con oltre il 10 per cento di

addetti all’industria, che comprende la Lombardia e il Piemonte e, a

qualche distanza, la Liguria;

il gruppo delle regioni, che si possono definire mediamente industrializzate,

con valori del livello di industrializzazione attorno al 10 per cento,

costituito da Toscana, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige;

Veneto, Emilia Romagna, Marche, Umbria, Sardegna e Lazio compongono

il terzo raggruppamento, quello delle regioni scarsamente industrializzate,

con valori fra il 5 e il 7 per cento dello stesso indicatore;

tutte le altre regioni, che ben si possono qualificare come non

industrializzate, hanno meno, e talvolta molto meno, di 5 addetti

all’industria ogni 100 abitanti.

Quel che accade fra il 1951 e il 1961 è riconducibile a queste osservazioni:

le tre regioni più industrializzate registrano un vistoso incremento

demografico, mentre l’industrializzazione cresce significativamente

solo in Lombardia e Piemonte, ma ristagna sostanzialmente in Liguria;

i movimenti nelle altre regioni rappresentano gli effetti della prima

«ondata» del processo di industrializzazione delle regioni della cosiddetta

«Terza Italia»; la Toscana «decolla» aumentando in industrializzazione e

in popolazione, seguita a breve distanza dal Trentino Alto Adige, solo in

termini di popolazione, e, ma a livelli un po’ più bassi, dal Friuli Venezia

Giulia solo per l’industrializzazione, risultando in leggera flessione

demografica; l’Emilia Romagna e il Veneto si appaiano alla Toscana,

anche se per il Veneto l’incremento del livello dell’industrializzazione

dipende non solo dall’aumento degli addetti all’industria ma anche dalla

perdita di popolazione;

è fondamentalmente per effetto dell’emigrazione che i livelli di

industrializzazione si muovono un po’ verso l’alto anche per l’Umbria e

per le Marche; in Sardegna e, ancor più, nel Lazio cresce marcatamente

la popolazione residente (per quanto riguarda il Lazio la crescita, come si

sa, è ascrivibile pressoché interamente all’«effetto Roma»);

il livello di industrializzazione resta quello che era dieci anni prima

praticamente in tutte le altre regioni, sebbene Puglia, Campania, Sicilia

e Basilicata esprimano crescite demografiche differenziate, mentre

Calabria, Abruzzi e Molise denunciano chiaramente la loro natura di aree

d’origine di massicci flussi di emigrazione.

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 87


Nei due periodi successivi (1961-71, 1971-81) si osservano questi

movimenti:

- la Liguria appare già in crisi per quanto riguarda l’industrializzazione

e, dopo il 1971, perde anche popolazione; la crescita demografica fra

‘71 e ‘81 si azzera per il Piemonte, mentre prosegue in Lombardia; in

tutte e due le regioni i livelli di industrializzazione restano quelli che

erano al ‘61; le regioni per così dire «inseguitrici» delle regioni che

costituirono il «triangolo» sono ora Toscana, Emilia Romagna e Veneto,

ove continuano a crescere sia la popolazione che l’industrializzazione;

a breve distanza segue il Friuli Venezia Giulia, con crescita demografica

che ristagna, mentre il Trentino Alto Adige imbocca un suo sentiero

di sviluppo (e che sviluppo vi sia lo prova la crescita di popolazione)

e manifestamente il motore non ne è l’industria ma, come sappiamo,

l’agricoltura e il turismo;

- fra il 1971 e il 1981 parte anche la seconda «ondata» dell’industrializzazione

nelle regioni centro-nord-orientali: Marche e Umbria, in un primo

momento, si accostano ai livelli cui erano le precedenti regioni

all’inizio del primo periodo, successivamente le Marche raggiungono, e

superano, le posizioni di Toscana, Emilia Romagna e Veneto, in termini

di industrializzazione, anche se l’incremento demografico appare

abbastanza contenuto;

- in Abruzzi e Basilicata, ove prosegue l’esodo migratorio, si innalzano

di un po’ i livelli di industrializzazione, come pure in Puglia e Sardegna,

ove si accompagnano, peraltro, ad un incremento demografico; Calabria,

Sicilia e Campania, in costante crescita demografica per l’effetto

pressoché esclusivo del saldo naturale, restano più o meno sugli stessi

livelli di industrializzazione, che non salgono nemmeno nel Lazio, data

la spettacolare crescita del denominatore del nostro indice, causata dalla

vera e propria esplosione demografica di Roma.

Le posizioni al 1981 sono le seguenti:

- le regioni della prima (Toscana, Emilia Romagna, Veneto) e della

seconda (Marche, Umbria) «ondata» dell’industrializzazione postbellica

sono ormai a livelli paragonabili a quelli delle due regioni di

più antica industrializzazione; ma sono da segnalare alcune evidenti

differenziazioni: il declino dell’industrializzazione in Piemonte

e Lombardia, ormai manifestamente in fase «postindustriale»; il

marcato rallentamento del processo di industrializzazione in Toscana;

il più accentuato dinamismo di Emilia Romagna, Veneto e, soprattutto,

Marche;

- Abruzzi, Molise, Basilicata e Puglia (la sola regione che si mantiene

costantemente in crescita di popolazione), cioè le regioni della terza

«ondata», hanno raggiunto e talvolta persino superato quelli che erano

88 «Maturità precoce»: una modernizzazione a rischio


-

-

stati i livelli di industrializzazione delle precedenti regioni al termine

del primo periodo;

Sardegna e Lazio, per quanto accomunate da una costante espansione

demografica, sebbene a ritmi notevolmente disuguali, seguono, come

tutti sanno, percorsi diversi: l’abnorme crescita della megalopoli

romana e la formazione di una discreta struttura industriale nel Lazio;

un andamento economico titubante e incerto, nel difficile rapporto fra

agricoltura, turismo e grande industria, così tipico dell’isola sarda;

dopo trent’anni, Campania, Calabria e Sicilia non presentano alcun

significativo mutamento nei livelli di industrializzazione: i dati dei

censimenti, insomma, non annunciano una quarta «ondata» nei processi

regionali di industrializzazione.

Il senso dei processi che hanno operato fra il 1951 e il 1981, pur nella

rappresentazione stilizzata che qui se n’è fatta (Becattini e Bianchi, 1982),

sottolinea inequivocabilmente un fenomeno: la Toscana ha rallentato il

passo della sua industrializzazione, quando questa continua a procedere

non solo in Emilia Romagna e Veneto, le regioni che più le si possono

assimilare, ma anche e soprattutto nelle Marche, in Umbria e nel Friuli

Venezia Giulia che ormai hanno raggiunto i suoi livelli e, per di più, quando

i livelli toscani restano ancora notevolmente distanti da quelli che furono i

massimi storici raggiunti da Piemonte e Lombardia e, se pur non di molto,

inferiori anche agli odierni valori di queste regioni.

Ora, da quanto si sa dai più recenti studi in materia di analisi multiregionale

dello sviluppo, sembra altamente improbabile, per non dire del

tutto impossibile, che la Toscana possa recuperare le posizioni perdute,

rispetto alle regioni con cui si può confrontare.

In particolare è stata recentemente avanzata l’ipotesi (Iiasa-Irpet, 1986)

che esista un «tetto» alla crescita dei livelli di industrializzazione di una

determinata regione, secondo la regola implicita «più precoce il decollo,

più alto il livello».

In effetti, studiando il comportamento delle regioni italiane e delle

regioni britanniche tra 1841 e 1981, è stato dimostrato che soltanto le

regioni di più antico sviluppo raggiungono il livello di oltre 200 occupati

nell’industria per 1000 abitanti. La spiegazione del fenomeno è stata

ricercata nella possibile influenza di processi di saturazione, dai quali

derivano flussi crescenti di diseconomie esterne, cui si aggiunge l’effetto

di una sempre più vivace competizione interregionale a mano a mano che

«decollano» le altre regioni. Ma alle regioni second o third comers sarebbe

preclusa la possibilità di raggiungere i tetti massimi attinti dalle regioni di

precedente industrializzazione. Infatti -si sostiene- si è ormai esaurita la

spinta propulsiva del ciclo mondiale dell’industrializzazione aperto dalla

Rivoluzione industriale.

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 89


Di ciò si danno diverse spiegazioni, non tutte mutuamente incompatibili,

le due principali essendo: le economie più industrializzate dell’Occidente

sono ormai entrate nella fase postindustriale, né, quindi, possono attendersi

ulteriori incrementi dell’industrializzazione, almeno in termini di addetti;

l’altra, più o meno direttamente raccordata al recente revival di interessi

intorno alla kondratieviana teoria delle «onde lunghe», ritiene che la

prolungata recessione che sta ormai, probabilmente, alle nostre spalle, abbia

rappresentato la fase discendente del quarto dei cicli Kondratiev finora

osservati, che chiuderebbe l’intero «iperciclo» dell’industrializzazione

(Bruckmann, 1983).

Ora, a parte le considerazioni possibili su questo tipo di argomentazioni,

che svariano in modo non sempre criticamente controllato tra la

modellizzazione di ingenti quantità di dati empirici e la speculazione

esoterica sui destini del mondo, resta la circostanza che dopo il 1981 in

Toscana è cessata la crescita dei suoi livelli relativi di industrializzazione.

Eureka! si rallegrerà qualcuno, la Toscana è già postindustriale. In

effetti, se la caratterizzazione agricola, industriale o terziaria di un sistema

economico, di qualsivoglia scala territoriale, dipende dalle proporzioni in

cui si ripartisce la sua occupazione, si dovrebbe precisare che la Toscana

sarebbe entrata nel «postindustriale» ormai da qualche anno: secondo chi

scrive nel 1977, secondo altri e sempre incerti dati nel 1975 o anche un

po’ prima. Quando, cioè, l’occupazione terziaria ha superato e raggiunto

l’occupazione industriale come questa fece nel 1955 (e qui tutti i dati

concordano) rispetto all’occupazione agricola (Fig. 3).

Figura 3

LA STRUTTURA DELL’OCCUPAZIONE IN TOSCANA (1951-81)

Peso percentuale dell’occupazione nell’agricoltura, nell’industria e nei servizi sull’occupazione totale

50

40

30

20

10

0

Industria

Servizi

Agricoltura

1955 1960 1965 1970 1975 1980

90 «Maturità precoce»: una modernizzazione a rischio


4. Postindustriale «alla toscana»

Si assuma che la Toscana sia già (o sia già nel) «postindustriale». Secondo

gli schemi di più corrente smercio sul mercato dell’analisi economica, ciò

starebbe a significare non solo che, banalmente, l’occupazione nel settore

dei servizi è maggiore di quella in ciascuno degli altri due settori, ma che

son le attività terziarie a rappresentare la molla del sistema economico e

a imprimergli il verso delle dinamiche fondamentali. Cuore e nerbo del

terziario, centro motore dei suoi impulsi sarebbe, in questa versione,

quel complesso di attività che si chiamano, con denominazioni svariate

quanto, al fondo, generiche, «terziario avanzato», «terziario qualificato»,

«quaternario» e così via. Pur non ignorando recenti e autorevoli ammonimenti

(Gershuny, 1985) ad andarci piano con sbrigative etichette quando si tratti

delle attività produttrici di servizi, dato che la trasformazione industrialeterziaria

è, in buona parte, una riclassificazione della nomenclatura delle

professioni, che si accompagna a una crescente acquisizione di servizi da

parte delle famiglie (che peraltro si esprime prevalentemente nell’acquisto

di beni: ad esempio, elettrodomestici), mentre il «postindustriale» deve

considerarsi più un processo che uno stato, si potrà tentare una prima

sommaria ricognizione circa la qualità del terziario esistente in Toscana

all’inizio degli anni ‘80.

Il punto di partenza più opportuno sembra quello dei servizi

qualificati alle imprese, sia che rappresentino la specializzazione e quindi

l’esternalizzazione di attività prima svolte all’interno, per esempio, delle

industrie (ricerca, progettazione), sia che si tratti di attività nuove, o almeno

parzialmente nuove, come quelle, sempre ad esempio, più direttamente

connesse all’immagine e alle funzioni promozionali (marketing, pubblicità,

ecc.). Ora, al 1981 queste attività in Toscana non raggiungevano il 3

per cento del complesso degli addetti all’industria, mentre nel paese la

corrispondente incidenza era abbastanza superiore al 3 per cento. Una

differenza minima, si dirà. Certo: però gli addetti della Toscana a questo

tipo di attività rappresentavano un 6 per cento scarso del complesso degli

stessi addetti in Italia, una quota, cioè, inferiore a quella che normalmente

la Toscana si attribuisce in molti campi. Ma quel che più -si ipotizza-

raffredderà i possibili entusiasmi di quanti si eccitano all’idea di una

Toscana già postindustriale è il fatto che, se si rapportano gli addetti alle

attività di cui si parla al totale dell’occupazione extra-agricola, si ottiene

per la Toscana un valore pari al 5,7 per cento, che non solo è più basso di

quello di tutte le regioni più industrializzate, ma segnatamente più basso

anche del corrispondente indice nazionale che è pari al 7 per cento, come

dire un quarto in più che nella regione. Si potrà ancora obiettare che la

Toscana è assai difforme e variegata e che le medie, quindi, potrebbero

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 91


celare l’esistenza di situazioni locali nelle quali il postindustriale avrebbe

potuto essere attecchito e rigogliosamente germinare. Da qui il proposito di

andare a ricercare il terziario qualificato nel nocciolo metropolitano della

regione (Firenze e la sua area).

Se ci si ferma a livello provinciale, si accerta agevolmente come, all’inizio

del decennio in corso, nella provincia di Firenze risiedesse solo la metà degli

ingegneri, rapportati alla popolazione, esistenti a Milano e a Bologna e,

sempre con riferimento agli stessi termini di confronto, un terzo in meno di

periti industriali; i dirigenti industriali delle province di Bologna e di Milano

sono tre volte di più che in Toscana, ove i periti industriali sono un terzo in

meno. La quota dei dirigenti industriali della provincia di Firenze, in termini

relativi calcolati sul totale dell’occupazione extra-agricola, è inferiore di due

terzi alla dotazione esistente a Milano e a Bologna. Anche il modo con cui si

prepara il futuro differisce abbastanza: i laureati, sulla popolazione residente,

sono a Milano di più che a Firenze di un buon 6 per cento e a Bologna di

un, a tutta prima incredibile, 26 per cento. Se si scende di scala per andare

a vedere come stanno le cose nell’area fiorentina si apprende da un recente

studio sulle prospettive di sviluppo del settore terziario (Irpet, 1986) che

mancherebbe qui un 45 per cento di occupati nelle attività produttrici di servizi

per le imprese, se si volessero raggiungere le dotazioni relative, poniamo,

di Bologna e di Milano. Contemporaneamente si registra un eccesso pari

all’11per cento negli addetti al commercio al minuto, che non rappresentano

propriamente la più significativa manifestazione di terziario avanzato. Un

altro studio di poco tempo fa (Censis, 1984) permette di fare uno zoom su

Firenze, confrontandola col capoluogo emiliano. I risultati del confronto non

consentono eccessivi orgogli fiorentinistici, dato che qui mancano, rispetto

alle dotazioni bolognesi, un 13 per cento di addetti ai servizi specialistici

per le industrie, un 6 per cento nel campo dei servizi finanziari, un 30 per

cento nell’area dei servizi vari, ma sempre estremamente qualificati. Firenze

tuttavia si segnala per la rispettabile dotazione di addetti ai servizi dei rapporti

con l’estero (attività di import-export), che sono qui 5 volte di più che a

Bologna: e ancora superiori di oltre il 15 per cento sono gli addetti ai servizi,

come si dice, per la produzione dell’immagine (marketing, pubblicità, ecc.).

Tornando alla Toscana e tenendo sempre a mente le indicazioni di

Gershuny, si può fare un rapido scandaglio sulla struttura professionale

della popolazione residente attiva (Fig. 4). Ai primi posti della graduatoria,

con più di 20 occupati ogni 1.000 abitanti in queste professioni, troviamo

gli impiegati amministrativi, i commercianti, gli impiegati di concetto:

vale a dire le tipiche espressioni del terziario banale; tra 10 e 15 occupati

ogni 1.000 abitanti vediamo coltivatori diretti (il residuo aggiornato del

passato rurale della Toscana), operai calzaturieri e metalmeccanici, autisti

e muratori. Di futuribile ancora non s’è visto nulla. E meno ancora se

92 «Maturità precoce»: una modernizzazione a rischio


ne trova a mano a mano che si scorre la graduatoria, dove compaiono

nell’ordine uscieri, bidelli, contabili, commessi, falegnami, ecc. Per reperire

qualcosa che assomigli a una professione moderna bisogna scendere fino

ad un’incidenza del 2,5 per mille che corrisponde a quella dei tecnici

esecutivi. Ma si ammetta pure che la struttura consolidata delle professioni

viene da lontano ed è quindi quella che è: se il postindustriale è transizione,

se ne potrebbe trovar traccia nei modi e nei ritmi con ì quali recentemente la

struttura professionale toscana si è venuta modificando (Fig. 5). In effetti i

nostri tecnici esecutivi tra il ‘71 e l’81 sono raddoppiati, ma con incrementi

assai più vistosi, tra il 250 e il 200 per cento, troviamo contabili, cassieri

e commercialisti a riprova non dubbia dell’impatto sulla struttura delle

professioni delle più recenti novità fiscali (Iva, obbligo della tenuta dei

registri contabili, ecc.). Perlustrando ancora la graduatoria delle professioni

in aumento, continuiamo a imbatterci in tintori, mediatori del credito e

delle assicurazioni, lavoratori agricoli specializzati, operai metallurgici,

ecc.: insomma, nessun segnale di novità particolarmente visibile. Anche

sul fronte delle professioni in regresso si colgono indicazioni del tutto

attese: i segni della razionalizzazione nell’industria tessile, l’esaurimento

dell’agricoltura e delle attività minerarie e così via (Kutscher, 1985).

Figura 4

LA STRUTTURA DELLE PROFESSIONI IN TOSCANA AL 1981

Valori per 1.000 residenti

25

20

15

10

5

0

Impiegati amministrativi

Commercianti

Impiegati di concetto

Coltivatori diretti

Operai calzaturieri

Operai metalmeccanici

Autisti

Muratori

Uscieri, bidelli

Contabili

Meccanici

Commessi

Maestri

Falegnami

Tessitori

Infermieri

Sarti

Manovali

Rappr. di commercio

Lavoratori agricoli

Lavoratori maglierie

Elettricisti

Barbieri

Borsettai

Imprenditori

Domestici

Prof. scuola media

Forze dell’ordine

Prof. scuola superiore

Tecnici esecutivi

Idraulici

Cernitori

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 93


Figura 5

MUTAMENTO NELLA STRUTTURA DELLE PROFESSIONI IN TOSCANA

Variazioni percentuali 1971-81

200

150

100

50

0

Contabili, cassieri

“Altri” insegnanti

Commercialisti

Tintori

Mediat. cred. ass. serv.

Lav. agricoli specializ.

“Altri” operai metall.

Tecnici esecutivi

Prof. scuola superiore

“Altri” lav. pelli e cuoio

Rappr. di commercio

Cuochi

“Altri” lav. abbigl. e arred.

Medici chir. generici

Tecnici dir. e di concetto

Ricamatrici, ornatori

Uscieri, bidelli

Esercenti, baristi

Professori universitari

Geometri

Infermieri

5. Maturità precoce

Finitori di filati e tessuti

Vetrai

Lav. agricoli generici

Manovali edili

Coltiv. diretti di azienda agr. mista

Minatori e cavatori

Coltiv. diretti di azienda agr. spec.

Venendo ora a guardare un po’ più dall’alto il sistema produttivo toscano,

e rapportandolo ai processi che operano nel mondo, in Italia e nella stessa

regione, è di intuitiva evidenza come stiano perdendo di efficacia o si stiano

esaurendo oppure vengano sempre più attivamente contrastati i tradizionali

fattori dello sviluppo regionale:

-

-

-

l’elasticità, in termini di occupazione, delle piccole e medie

imprese rispetto alle variazioni quantitative della domanda interna

e internazionale, non solo e non tanto per effetto di un accresciuto

controllo sindacale quanto per la sostituzione dell’elasticità permessa

da una manodopera «disponibile» con quella resa possibile dalle

tecnologie decentralizzatrici dell’automazione che, rimpiazzando la

rigidità dei sistemi meccanici tradizionali con i sistemi a controllo

elettronico, consentono una notevole versatilità dei processi produttivi

anche alle scale più piccole (Blair, 1972);

la flessibilità, in termini di adeguamento delle produzioni ai mutamenti

qualitativi della domanda, dato che non basta più sapersi adeguare

prontamente alle mutevoli leggi della moda, ma occorre partecipare

attivamente alla loro formazione;

94 «Maturità precoce»: una modernizzazione a rischio

0

-50

-100


-

-

-

-

-

la tolleranza sindacale, istituzionale e sociale rispetto alle condizioni

di lavoro (lavoro irregolare, evasione contributiva, igienicità degli

ambienti) e alle diseconomie ambientali (per esempio quelle del rilascio

di sostanze inquinanti nell’aria e nell’acqua);

i più bassi costi del lavoro, che hanno già raggiunto i livelli salariali

medi del paese (Fig. 6).

Sono ormai diventati cruciali altri fattori:

fattori di efficienza interni all’azienda (innovazioni nel campo dei

prodotti e dei cicli di produzione);

fattori di efficienza ambientale, esterni alla singola industria ma interni

a ciascun raggruppamento spaziale di attività produttive (ricerca e

sviluppo, marketing, formazione professionale, infrastrutture, servizi

pubblici).

Figura 6

IL DIFFERENZIALE SALARIALE TRA TOSCANA E ITALIA (1950-80)

Retribuzioni medie giornaliere nell’industria (sulla scala di sinistra, i valori della Toscana in lire; sulla

scala di destra, il rapporto percentuale tra le retribuzioni medie giornaliere in Toscana e in Italia)

24.000

Toscana

117

16.000

Toscana/Italia

115

12.000

113

111

8.000

109

6.000

107

4.000

105

103

101

2.000

99

97

0

95

1950 1955 1960 1965 1970 1975 1980

Ora, rispetto a questo sistema di vincoli, la Toscana esibisce diversi

rischiosi punti di debolezza. Il rapporto tra ricerca e sviluppo, per esempio,

sempre precario e tutto sommato nemmeno troppo essenziale, almeno

per l’industria tipica che ha fondato i suoi successi più sull’innovazione

formale che su quella tecnologica, non ha manifestato sintomi apprezzabili

di consolidamento. È stato dimostrato (Gotti e Frattali, 1984) che, con

riferimento all’area fiorentina, esiste una domanda latente di ricerca a fini di

sviluppo tecnologico e, sempre nella stessa area, son presenti potenzialità,

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 95


anche rimarchevoli, d’offerta. Ma si tratta d’una domanda e d’una offerta

che solo raramente riescono ad esprimersi e ad incontrarsi. Certo, in linea di

principio, esiste una maggiore difficoltà per le piccole imprese di accedere

ai servizi di ricerca per l’innovazione: ma il punto è che questa difficoltà è

solo assai parzialmente ovviata da iniziative pubbliche o private capaci di

imprimere impulsi sufficienti al vero e proprio salto di qualità che occorre.

Non mancano iniziative a Firenze (Cesvit) e a Prato (Progetto Sprint), per

esempio: ma si tratta pur sempre di iniziative pressoché isolate e con una

capacità di impatto che resta largamente al di qua della soglia critica.

Che le attività rivolte alla promozione dei prodotti locali sui mercati

nazionali e internazionali siano essenziali per un sistema produttivo cosi

tipicamente orientato all’esportazione è del tutto ovvio. Un po’ meno

comprensibile è che si stia disputando da anni sulle possibili localizzazioni

di nuove strutture espositive e, magari, sulla forma giuridica da assegnare

alla loro gestione, senza che proceda sostanzialmente d’un passo

l’approfondimento della natura dei servizi promozionali da produrre e

della identificazione dei capitali e delle risorse imprenditoriali occorrenti

per produrli.

La povertà della dotazione infrastrutturale della Toscana, rispetto alle

esigenze del suo sviluppo, è resa evidente a tutti dai bassissimi livelli di

accessibilità dall’esterno e di percorribilità interna del sistema regionale e in

particolare del suo maggior polo produttivo localizzato tra Firenze e Prato.

L’aeroporto pisano è clamorosamente inadeguato ai livelli dell’export e al

volume dei flussi turistici della regione e, assieme al porto di Livorno, che

è pur sempre il primo porto containers del Mediterraneo, è praticamente

isolato dal suo hinterland per il pessimo stato dei collegamenti tra Firenze

e la costa, che dovrebbero essere resi finalmente agevoli da una superstrada

in corso di costruzione da tempo immemorabile. La Toscana è una delle

regioni più motorizzate del paese, un’automobile ogni 2,7 abitanti, ma il

tratto regionale dell’Autostrada del Sole è perennemente intasato; la strada

statale da Firenze a Pisa e l’Aurelia, lungo la costa, rappresentano, non

meno della Firenze-Grosseto, delle strozzature anziché delle infrastrutture

di collegamento. Un riflesso di questa pessima condizione delle strutture

viarie si può forse rintracciare nel fatto che la rete ferroviaria toscana, pari

al 7 per cento dell’intera rete nazionale, assorbe l’11 per cento dell’intero

trasporto merci del paese.

«Postindustriale», dunque, la Toscana? Si e no. Si, se si getta

l’occhio sulle proporzioni in cui si distribuiscono gli occupati nei tre

grandi settori produttivi; no, se si guarda alla qualità del terziario e della

struttura professionale, tenendo conto dello stato dei rapporti fra ricerca

e sviluppo, delle iniziative di promozione mercantile, delle condizioni

della rete infrastrutturale. Se sta per partire -e presumibilmente è già

96 «Maturità precoce»: una modernizzazione a rischio


partito- un nuovo ciclo espansivo dell’economia mondiale (che qualcuno

-Bruckmann, 1983- considera la prima «onda lunga» del nuovo «iperciclo

postindustriale»), la possibilità di catturarne gli impulsi positivi dipenderà

dalla attitudine dei vari ambienti economico-territoriali ad accoglierne

le innovazioni. È stato calcolato (Iiasa-Irpet, 1986) un rozzo indice che

misura approssimativamente la propensione all’innovazione delle varie

regioni italiane (tenendo conto della loro attuale struttura industriale,

degli investimenti per la ricerca scientifica, delle attività di formazione

professionale, del capitale fisso sociale e di altri indicatori socio-culturali).

Il risultato, per quel po’ che può valere, è inquietante per la Toscana:

fatto uguale a 1 il valore di questo indice per il complesso del paese, la

Toscana si aggiudicherebbe un modesto 1,4, più basso di poco dell’1,6 del

Veneto, ma tragicamente distante dal 4,1 dell’Emilia Romagna e dal 7,8

del Piemonte.

Pur consentendo con quanti facessero osservare (e non senza giustificato

motivo) l’intrinseca opinabilità di misure siffatte e spostando l’attenzione

su parametri meno controversi si giunge alla stessa conclusione: la Toscana

trentacinque anni fa, nell’imminenza del processo di industrializzazione

postbellico che vide il suo take-off a regione pienamente industriale,

si trovava messa assai meglio di quanto non si trovi piazzata oggi, alla

possibile vigilia d’un nuovo ciclo espansivo, di cui siano forze motrici le

attività terziarie. Allora la Toscana, con 10 addetti all’industria ogni 100

abitanti, era la quarta regione industriale del paese e la prima del plotoncino

di quelle aspiranti all’industrializzazione. Oggi, con meno di 2 addetti al

terziario qualificato ogni 100 abitanti, è la sesta regione italiana in questa

graduatoria che la vede a pari merito con le Marche, ma è l’ultima del

plotoncino delle regioni che inseguono l’Emilia Romagna e la Lombardia,

dopo Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Veneto e Liguria.

Se il declino dell’industrializzazione e lo sviluppo della terziarizzazione

rappresentano il segno della raggiunta maturità di un sistema economico,

per quanto riguarda la Toscana, viste le condizioni in cui la trasformazione

si realizza, si deve a malincuore riconoscere che si tratta di una maturità

raggiunta troppo presto, una «maturità precoce», probabilmente.

6. Lo sviluppo disconosciuto

Fino al 1955, lo si è visto, la Toscana era, dal punto di vista economico, una

regione ancora prevalentemente agricola; dal 1977 non è più una regione

prevalentemente industriale: come dire che è transitata direttamente dal

pre al postindustriale. La prevalenza dell’industria come fonte principale

dell’occupazione è durata quindi poco più di vent’anni: un batter d’occhio

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 97


nella storia plurisecolare della Toscana. Un periodo troppo breve per

aver potuto radicare e generalizzare una cultura industriale come

atteggiamento diffuso e come cultura sociale di massa? Su questo sfondo

fanno evidentemente eccezione i poli storici della grande impresa e i pochi

veri «distretti industriali» dei sistemi territoriali di piccole imprese: ma

sono pennellate, pur visibili, che non cambiano la coloritura di fondo del

quadro. In effetti la cultura sociale dei toscani, che si era rivelata così

conforme alle esigenze dell’industrializzazione leggera e cosi consentanea

ad assecondarne lo sviluppo, si trova come imbarazzata e perplessa di

fronte alle sfide della nuova fase.

I vincoli entro i quali si svolge la competizione internazionale (non

diversamente da quella interregionale) esigono una duplice capacità:

-

-

la capacità di adeguare i propri comportamenti alle nuove regole,

secondo le quali non basta più saper profittare intelligentemente delle

economie esterne, diciamo così «naturali», ma occorre essere in grado di

costruire i generatori delle economie esterne «artificiali» (infrastrutture,

ricerca e sviluppo, ecc.);

la capacità di adattamento al più alto livello di competizione, nel

quale non è più pagante la sola tempestività dell’adeguamento alle

mutevoli esigenze della domanda, dato che ormai si tratta di suscitare e

conformare quella domanda: si tratta, per usare una metafora sportiva,

di cambiar gioco passando dal gioco di rimessa a quello di battuta o, se

si vuole, dal gioco di contropiede a quello d’attacco.

Pensare in grande e guardar lontano sembra un esercizio intellettuale

verso cui, salvo rare eccezioni, appaiono riluttanti i gruppi dirigenti toscani

(delle istituzioni e delle imprese non meno che dei sindacati e dei partiti).

Una riluttanza che può forse trovare almeno un’ipotesi di spiegazione nella

brevità della stagione dell’industria ma che appare sostanzialmente non

dissimile dalla difficoltà a intendere la natura e i meccanismi dello sviluppo

regionale. Non si è inteso o non si è voluto intendere (e, comunque, non

si è inteso tempestivamente) il carattere non transitorio del modello

regionale di sviluppo, e quindi la domanda di regolazione e di sostegno

che veniva esprimendo. Non s’intende, o almeno cosi sembra, oggi la

natura del «nuovo» che nasce in un ambiente che non gli è particolarmente

simpatetico. Questo ragionamento si muove su un terreno pericolosamente

infido e viscido, dovendosi basare su notazioni impressionistiche e

sensazioni, indimostrabili qui ma -si presume- assai ostiche, di per sé, alle

procedure della verifica scientifica.

Con tutti i rischi del caso si proverà a formulare un’idea. La vicenda

dello sviluppo toscano, il dibattito che ne è sorto, le politiche che ne sono

o non ne sono derivate, parrebbero suggerire una sorta di separatezza e

di estraneità reciproca fra i gruppi dirigenti regionali e i processi dello

98 «Maturità precoce»: una modernizzazione a rischio


sviluppo. Una estraneità che invece non si ritrova (perché non ammetterlo?)

nei comportamenti pratici dei sindaci e degli assessori locali, dei singoli

operatori economici, dei sindacalisti di base, dei lavoratori e delle loro

famiglie. Tutti alienati inconsapevoli o complici coscienti delle nequizie

del modello? O non piuttosto accorti operatori che, un occhio all’ideologia

un altro all’interesse personale, ma attenti a non sacrificare né alla prima

né al secondo il benessere collettivo, hanno comunque operato come agenti

della trasformazione? Trasformazione che ha assunto i caratteri di una

grande opera di modernizzazione, quale indubbiamente è stato il processo

di «industrializzazione dal basso» di questo dopoguerra.

Conseguenza diretta o indiretta della rapidità della transizione dal pre

al postindustriale e del rapporto di estraneità reciproca fra gruppi dirigenti

regionali e meccanismi dello sviluppo, è un atteggiamento, in taluni casi un

vero e proprio pregiudizio, che viene da lontano, anche da molto lontano

nel tempo. Non si sono rintracciati, a una prima sommaria perlustrazione,

documenti e testimonianze di epoche anteriori: ma già nel documento per

la prima Conferenza regionale dei comunisti toscani (10-12 luglio 1959) si

trovano reperti inequivocabili di questo atteggiamento. E non tanto perché

l’insistenza sul ruolo dell’agricoltura o la rituale segnalazione del «peso dei

grandi monopoli» aduggino il testo di motivi datati, quanto per l’esplicita

manifestazione di quella che resterà a lungo una costante nelle valutazioni

politico-sindacali circa l’economia regionale. Ci si riferisce a quella sorta

di rimozione della realtà che si manifesta allorché, rilevato «l’andamento

positivo di alcune produzioni industriali in momenti di favorevole

congiuntura», se ne inferisce che «sarebbe un errore negare che la Toscana

stia subendo un grave processo di degradazione economica». E debbono

passare alcuni anni perché gli organi regionali della Cgil (gennaio 1962)

riconoscano «una accresciuta intraprendenza dei piccoli e medi operatori».

Sono in effetti gli anni in cui si registra uno spettacolare sviluppo

dell’economia regionale, provato, al didi ogni possibile dubbio, dalla

costanza o dall’aumento della popolazione e dalla repentina caduta della

disoccupazione, che accompagnano la rovinosa crisi agricola e la fuga

dalle campagne (Fig. 7). Ma hanno già cominciato a circolare anche i primi

studi sul fenomeno. Gli studiosi non mancano di dar conto degli inusitati

fermenti in cui si esprimono i primordi dell’industrializzazione leggera,

ma l’interpretazione dei processi è singolarmente rattrappita, anche nelle

analisi più fini e sensibili, entro schemi tradizionali e riduttivi. Ne fa fede

il caso della relazione (una magistrale lezione di regionalità economica)

che Alberto Bettolino tiene al primo importante convegno sull’economia

toscana, promosso dall’Unione regionale delle Camere di commercio nel

1961. Una trattazione di vasto respiro, ricca di sottili distinzioni, ma nella

quale si insinua il rammarico per una «industria tessile che non riesce

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 99


ad assumere una posizione di parità con le altre grandi imprese italiane»

(Bertolino, 1961). Nel frattempo son resi disponibili i primi risultati dei

censimenti 1961, che vengono immediatamente sottoposti a uno scrupoloso

scrutinio da parte dell’Itres (l’Istituto progenitore dell’Irpet), per incarico

dell’Unione regionale delle province toscane, che indice un convegno

su un tema assai impegnativo, quale «l’inserimento della Toscana nella

programmazione economica nazionale» (Urpt, 1963).

Figura 7

L’OCCUPAZIONE E LA PRODUZIONE AGRICOLA; LA DISOCCUPAZIONE; LA POPOLAZIONE

TOTALE (1950-70)

Valori percentuali sulle corrispondenti grandezze nazionali

7,5

7,0

6,5

6,0

5,5

5,0

4,5

4,0

3,5

Occupazione agricola

Produzione agricola

Disoccupazione

Popolazione

1950 1955 1960 1965 1970

L’immissione nel circuito politico-culturale delle conoscenze prodotte

dalla ricerca sembra più efficace del dato dell’esperienza diretta nell’indurre

a percepire che le cose si stanno muovendo nell’economia toscana: ne è

riprova l’analisi meno irrigidita con la quale i comunisti toscani vanno, nel

1963, alla loro seconda conferenza regionale. Nel documento preparatorio

si parla ora di «dinamica presenza della piccola e media impresa industriale

e artigiana, che ha manifestato notevole duttilità e prontezza di iniziativa»,

tanto che si giudica necessario «sottolinearne maggiormente la funzione

sociale per il suo contributo all’espansione dell’occupazione e del reddito».

Sullo sfondo agisce, indubbiamente, la lezione togliattiana sulla politica

di alleanze fra classe operaia e ceti medi. Il documento merita tuttavia

qualche attenzione, sia per un curioso giudizio «etico» sull’industria leggera

toscana («legata a produzioni voluttuarie o comunque non essenziali») sia

perché individua il principale fattore del suo sviluppo in un «decennio di

congiuntura eccezionalmente favorevole». Un giudizio che riecheggia la

valutazione data in altra sede da alcuni studiosi dello stesso fenomeno.

100 «Maturità precoce»: una modernizzazione a rischio


Il relatore al convegno dell’Urpt prima citato aveva infatti ritenuto che

lo sviluppo dell’industria leggera toscana fosse «un fatto eminentemente

congiunturale» contrassegnato da una «grande precarietà». E così

qualificava il giudizio: «una felice congiunzione di eventi esogeni ed

endogeni ha prodotto un accrescimento dei redditi distribuiti da alcune

industrie leggere e di servizi e dalle industrie loro fornitrici. La diffusione

di questi redditi ha tonificato di riflesso altre attività locali. Lo sviluppo

economico toscano, il nostro “miracolo” è tutto qui» (Becattini, 1963).

Sarà lo stesso studioso a dimostrare, sei anni dopo che lo sviluppo toscano

non era affatto una precaria emergenza congiunturale (Irpet, 1969). E dopo

altri sei anni spiegherà, con dovizia di prove e serrato argomentare, che

non solo lo sviluppo toscano non era «tutto li», ma conteneva addirittura

un «di più» rispetto allo sviluppo di altre regioni (Becattini, 1975).

La pubblicazione integrale dei dati dei censimenti consente di

approfondire l’analisi delle trasformazioni intercorse tra 1951 e 1961. Uno

studio specifico sulla Toscana (Bruni, 1964) qualifica lo sviluppo toscano

come trainato dall’industria leggera specializzata nella produzione di beni

di consumo durevole e identifica la similarità dei processi toscani con quelli

occorsi nello stesso periodo nelle altre regioni centro-nordorientali.

Intanto si comincia a parlare di programmazione regionale, ed è in

questo torno di anni che vengono costituiti dal ministero del Bilancio

e della programmazione i comitati regionali per la programmazione

economica (Urpt, 1968). Forse paventando politiche programmatorie, di

cui a dire il vero si scorgono più le velleità che le premesse operative,

l’Unione regionale delle Camere di commercio si affretta (giugno 1965) a

render nota la sua opinione: «le linee di sviluppo industriale seguite negli

ultimi anni non vanno corrette ma piuttosto secondate ed incoraggiate»

(Urc-ciaat, 1963). Anche la Cgil regionale, in un documento del gennaio

1966, converge ora verso valutazioni meno cupe che nel passato e, pur

giudicando che «la situazione rimane preoccupante», invoca una politica

che non si limiti soltanto ad «assicurare la sopravvivenza della piccola e

media azienda ma ne favorisca lo sviluppo produttivo».

Tutti d’accordo dunque? Nemmeno a parlarne: quando ci si sposta

dalla semplice valutazione degli andamenti congiunturali a un tentativo

di comprensione della natura dei meccanismi che guidano il processo di

industrializzazione si torna a prender fischi per fiaschi. La Cgil regionale,

per esempio, parla nel giugno 1967 dei mutamenti avvenuti nella

struttura industriale toscana fra ‘61 e ‘71 ancora come di un fenomeno «

specificamente congiunturale». E sottolinea che si tratta di una «debole

struttura economica dove non si sono avuti né intensi investimenti né

incentivi sostanziosi provenienti dall’esterno» sì che «la Toscana rischia,

assieme alle altre regioni dell’Italia centrale, di rimanere... ai margini dello

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 101


sviluppo economico» (sic!) (Cgil, 1967): si può scorgere qui la sorprendente

anticipazione di un atteggiamento che precorre l’ideologia della «Terza

Italia». La «Terza Italia», si badi bene, degli anni ‘60, non la Tre Italie o

l’Italia del Nec (Nord-Est-Centro) che Bagnasco e Fuà teorizzeranno tra la

metà degli anni ‘70 e l’inizio degli anni ‘80 (Bagnasco, 1977; Fuà e Zacchia,

1983). Qui si tratta dell’Italia centrale, la cosiddetta «Italia compressa» fra

un Nord autopropulsivo e un Sud incentivato, per la quale si immaginano

provvidenze e strumenti straordinari di intervento, parenti prossimi della

Cassa per il Mezzogiorno e auspicati terreni di pascolo per il notabilato

locale. Davvero non si è capito, se perfino in un volumetto prodotto per

il Comitato regionale per la programmazione economica della Toscana

(Parravicini, 1969) si continua con la stessa solfa: «la proliferazione di

nuove piccole aziende» rappresenta «un punto di debolezza dell’economia

toscana», sì da render necessarie «iniziative a carattere pubblico o privato

volte alla creazione di grandi industrie».

Nell’ottobre dello stesso anno l’Irpet pubblica Lo sviluppo economico

della Toscana: un’ipotesi di lavoro, che rappresenta il primo tentativo

compiuto di spiegare con un ragionamento unitario lo sviluppo economico

toscano del dopoguerra (Irpet, 1969). Pur presentandosi soltanto come

«una possibile interpretazione» di quello sviluppo, il documento sottolinea

«l’unitarietà del discorso, che lo rende diverso rispetto alle altre interpretazioni

alternative» fino allora formulate. Secondo il testo dell’Irpet i fattori dello

sviluppo economico toscano sono riconducibili ai seguenti: «espansione

della domanda esterna dei beni e servizi toscani; presenza di abbondanti

riserve di manodopera intelligente e versatile, disposta al lavoro di fabbrica

a salari modesti; concomitanza di circostanze tali da incanalare la diffusa

ingegnosità verso l’attività economica; produzione di un flusso continuo

di economie esterne alle singole imprese ma interne al settore produttivo».

Su queste premesse il dibattito potrebbe davvero prendere quota, come in

effetti avverrà da li a qualche anno: per il momento coloro che avevano più

frequentemente interloquito nella disputa sullo sviluppo toscano differenziano

solo di pochissimo i loro atteggiamenti. L’Unione regionale delle Camere di

commercio crede di poter già registrare «mutamenti strutturali» nell’economia

toscana (dicembre 1971) e non s’accorge che il processo di proliferazione

delle piccole imprese, la selezione operatava dalla congiuntura del ‘64,

l’intensificazione del decentramento produttivo stabilizzano il modello

in Toscana e, molto spesso come risposta alle lotte operaie della fine degli

anni ‘60, lo estendono a buona parte del paese. All’inizio dell’anno nuovo,

ricalcando più o meno pedissequamente ma, si direbbe, in modo sempre meno

convinto, le proprie precedenti posizioni, la Federazione regionale Cgil, Cisl

e Uil sembra consentire con quelle valutazioni: «la ristrutturazione in corso si

risolve soltanto in un ulteriore frastagliamento dell’apparato produttivo».

102 «Maturità precoce»: una modernizzazione a rischio


È incredibile come nemmeno l’arrivo dei dati dei censimenti 1971,

che pure vengono da tutti conosciuti almeno nelle loro cifre essenziali e

da qualcuno letti e soppesati, valga a incrinare l’ingessatura degli schemi

stereotipi in cui ci si ostina a voler forzare la multiforme realtà dello

sviluppo toscano. Bastino due soli esempi: la Federazione regionale Cgil,

Cisl e Uil, nel febbraio 1973, torna a ribadire il chiodo fisso dell’estrema

«permanente precarietà dell’occupazione derivante dalla debolezza

dell’apparato industriale». Gli organismi regionali della Cisl rincarano la

dose più o meno negli stessi giorni allorché rilasciano un documento nel

quale si parla «in termini drammatici» (sono parole dello stesso documento)

dei «difetti e degli squilibri del tipo di sviluppo prodottosi in Toscana dal

dopoguerra».

La rapida scorribanda fra dati, giudizi e pregiudizi fin qui condotta

non autorizza indebite conclusioni. Ma è legittima almeno, si crede,

una domanda: come, e perché, ha potuto operare una cosi compatta

rimozione della realtà di un processo che, in vent’anni, contrassegnati

dalla irreversibile crisi economica dell’agricoltura e dalla dissoluzione

culturale del suo ordinamento mezzadrile, ha evitato che l’esodo dalle

campagne si tramutasse in emigrazione, ha generato un incremento del

70 per cento nell’occupazione extra-agricola, ha prodotto uno sviluppo

pari al 115 per cento negli addetti dell’industria tipica? Tanto più che il

modello dell’industrializzazione leggera, sorretto da sistemi territoriali

di piccole imprese specializzate, non è più peculiare della sola Toscana,

ma si è venuto generalizzando, già in questi primi anni ‘70, all’Italia o,

almeno, alle sue regioni centro-nord-orientali (Malfi, 1986). Perfino autori

di chiara fama (Graziani, 1981) guardando al processo un po’ dall’alto e da

una certa distanza, anche geografica, rispetto ai luoghi del suo epicentro, vi

vedono solo la reazione del padronato che fa del decentramento produttivo

un lucido disegno per contrastare gli esiti delle lotte operaie del 1969-70

e indebolire la forza del sindacato. La comparsa sulle pagine di «Critica

Marxista» di un saggio assai impegnato, Strutture sociali e politica delle

riforme in Toscana (Cantelli e Paggi, 1973) concorre a innalzare il livello

e l’ampiezza del confronto. Il saggio è una indiretta, ma non tanto, replica

all’interpretazione proposta dall’Irpet nel 1969. Gli autori partono dal lato

più macroscopico dello sviluppo toscano, quello cioè del ruolo particolare

che vi ha svolto la piccola e media impresa. Ma la possibilità di svolgere

questo ruolo viene ricondotta alle scelte di politica economica formulate nel

primo dopoguerra e negli anni immediatamente successivi. L’interazione

fra crisi dell’agricoltura e abbandono dei settori industriali di base genera

lo spazio per il decollo dell’industria leggera e segnatamente di quella

esportatrice. Si revoca in dubbio il carattere autopropulsivo dello sviluppo

toscano, sostenuto dal dinamismo dell’industria tipica, per approdare ad

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 103


una conclusione, che rappresenta la chiave di lettura dell’intero saggio:

«lo sviluppo della piccola manifattura, lungi dal costituire l’unica forma

possibile di industrializzazione, costituisce un esito che si è reso possibile

solo per l’elisione di altre alternative reali».

Nel 1975 l’Irpet pubblica -come s’è detto- Lo sviluppo economico della

Toscana (Becattini, 1975), risultato di un lungo lavoro di ricerca di tutto

l’Istituto. Non è qui possibile, né, del resto, sembra necessario (potendo

rinviare al saggio che precede questo scritto in questo stesso volume)

fornire nemmeno un’estrema sintesi dei contenuti analitici del volume e

del modello interpretativo su cui si fonda. Per quel che serve in questa sede

sarà sufficiente ricordare che da allora si apre un vero dibattito sui caratteri

e le prospettive dello sviluppo toscano. Studiosi, esperti, amministratori,

dirigenti politici e sindacali, operatori vi partecipano in varie sedi e

circostanze (Floridia, 1981). Non si contano i convegni, le tavole rotonde e i

seminari sull’argomento. Si tratta di una specie di processo di acculturazione

che rende familiari al dibattito politico-culturale le locuzioni coniate dal

documento: industria tipica, campagna urbanizzata, domanda frammentata

e variabile, ecc. L’interpretazione dell’Irpet, o suoi frammenti, fanno ogni

tanto qualche comparsa perfino nei testi ufficiali della Regione Toscana (si

veda ad esempio la Proposta di documento programmatico pluriennale del

1977: Regione Toscana, 1977). Il dibattito affronta, di volta in volta, temi

come quelli della specificità dello sviluppo toscano, del suo grado possibile

di autonomia rispetto ai condizionamenti internazionali e nazionali, delle

sue possibilità di tenuta nel medio termine (e se ne son visti alcuni esempi

nelle pagine che precedono).

Ma ci sono alcuni luoghi topici della discussione riconducibili ad alcune,

diciamo così, «opposizioni dialettiche»: il grado di efficienza relativa della

piccola e della grande impresa, le potenzialità di sviluppo prospettivo

dei settori tipici e di quelli a più elevata caratterizzazione tecnologica, il

ruolo dell’impresa pubblica nei confronti dell’imprenditoria privata e dello

sviluppo regionale, le possibili alternative di orientamento degli sbocchi

mercantili (mercato interno, mercato internazionale) e così via. Del rilievo

del dibattito e della sua caratterizzazione di un’intera stagione del confronto

politico-culturale in Toscana, fa fede una dichiarazione dell’allora

vicepresidente della Regione Gianfranco Bartolini, che ritiene «sia stato

un fatto positivo l’esistenza di un dibattito in Toscana, che risale agli inizi

degli anni ‘70 e che si sviluppa per un certo periodo nel decennio [...] Studi

quali quelli prodotti a suo tempo dall’Irpet sono abbastanza esemplari

rispetto al quadro di altre regioni» (Bartolini, 1981). Nella dichiarazione

si coglie un aspetto importante (importante, si intende, nella dimensione

di importanza dell’argomento di cui si discute): c’è stato in effetti, con

la Proposta del 1977, un tentativo di raccordare la definizione, magari

104 «Maturità precoce»: una modernizzazione a rischio


platonica, di linee strategiche all’analisi dello sviluppo regionale. Un’analisi

che accoglie sostanzialmente l’interpretazione dell’Irpet, pur integrandovi

temi d’obbligo quali quelli dell’ambiente, dell’energia, delle tecnologie.

Si identifica una linea di politica economica che comporta il sostegno al

consolidamento e alla qualificazione dell’industria tipica, soprattutto per

quanto riguarda la sua proiezione sui mercati internazionali, è l’attenzione a

una novità nell’apparato regionale che l’Irpet ha da poco segnalato, quella,

cioè, dell’attivazione di industrie intermedie operanti nella produzione di

macchine utensili ed accessori utilizzati nei settori leggeri. Ma è il punto di

massimo contatto, per cosi dire, fra «ricerca» e «politica».

Negli anni successivi l’analisi dello sviluppo regionale, che precede di

norma i documenti della programmazione, si stempera nell’osservazione

congiunturale o nella ricostruzione di andamenti di medio periodo,

disimpegnandosi progressivamente dal terreno dell’interpretazione. D’altra

parte, a mano a mano che procedono l’articolazione e la specificazione

dell’intervento regionale in termini sempre più concreti e ravvicinati, si

perdono i labili collegamenti con l’analisi condotta per linee generali e

grandi aggregati, che conservava un suo sapore, magari prevalentemente

culturalistico, quando la programmazione regionale viveva più di enunciati

generali che di politiche operanti (Regione Toscana, 1978 e 1979). La lunga

querelle sul «modello toscano di sviluppo» si viene spegnendo, salvo rari

ritorni di fiamma, per lo più in termini di discussione sulle vicende passate

(Ranfagni, 1981).

Si può ora tentare una spiegazione, più intuitiva che dimostrata,

dell’interrogativo iniziale: come si è potuto non vedere ciò che stava

accadendo sotto gli occhi? Uno sviluppo eterodosso come quello

toscano sfuggiva agli schemi consolidati della teoria non meno che al

controllo sindacale, che vagheggiava naturalmente ordinate masse di

operai in tuta blu ben accentrati in giganteschi complessi industriali.

L’anomalia del meccanismo di sviluppo, una miriade di piccolissime

imprese poco strutturate, viste come una sorta di «armata Brancaleone»

dell’industrializzazione, si ostinava, contro ogni contraria profezia, a

produrre occupazione, investimenti, esportazioni, reddito. Tutti attributi

ritenuti, invece, di normale appannaggio della grande impresa. Per di

più, fra gli stracci di Prato, gli impermeabili di Empoli e le scarpe di

Fucecchio, non si vedevano segni della scintillante tecnologia assunta e

mitizzata ad emblema del progresso e della modernità. I gruppi dirigenti

toscani non riescono ad entrare in sintonia con questo tipo di sviluppo

che non è mai sentito come cosa propria. E rispetto al quale matura, anzi,

una sorta di atteggiamento di alterità. L’atteggiamento critico verso le

attività tradizionali sembra ogni tanto trascinare con sé anche i più radicati

comandamenti della sinistra circa le alleanze sociali.

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 105


Non si intende mai a pieno la vera natura dell’industria tipica e non si

vede quindi nemmeno il nuovo (l’industria intermedia) che questa genera.

Né potrebbe essere diversamente, se l’atteggiamento di sindacalisti, dirigenti

politici e amministratori di sinistra verso le peculiarità dello sviluppo

regionale cambia dalla diffidenza all’ostilità, certo secondo i soggetti e le

circostanze (e non senza qualche, e tutt’altro che irrilevante, eccezione), ma

sempre attento a prenderne le distanze. Nessun uomo politico toscano di

primo piano farà mai una appassionata professione di adesione al modello

di sviluppo della sua regione del tipo di quella che si coglie nelle parole

dell’assessore alla Programmazione dell’Emilia Romagna: «Se dovessimo

connotare quello che è stato chiamato modello emiliano dovremmo far

riferimento proprio al rapporto impresa-ambiente: alla capacità di passare,

in maniera meno traumatica che in altre parti del paese, dalla fase rurale

alla fase industriale; alla struttura urbana policentrica, che ha supportato i

processi di urbanizzazione in termini di minore conflitto città-campagna;

alla capacità degli enti locali di coniugare positivamente i bisogni civili e

sociali con le esigenze dell’apparato produttivo; allo sviluppo di potenzialità

lavorative e imprenditoriali in ambienti socialmente ricettivi e propulsivi:

sono questi alcuni caratteri della nostra storia socio-economica recente».

Una storia, si deve aggiungere, alla quale si rivendica orgogliosamente

d’aver contribuito grazie «alla capacità di governare questi processi da

parte degli enti locali emiliani» (Bulgarelli, 1984).

Data quindi l’intrinseca difficoltà dei gruppi dirigenti toscani a intendere

il «tradizionale» e a percepire il «nuovo», ben si capisce come nei documenti

della programmazione regionale (e pur scontando la nota divaricazione

tra dire e fare, presente anche in ambiti di ampiezza e importanza ben

diverse) non si ritrovi una definizione penetrante di politiche, possibili con

i propri poteri e le proprie risorse per i settori tipici, mentre si rintracciano

dichiarazioni, destinate evidentemente a restar prive d’effetto, per quanto

riguarda gli aspetti generalissimi delle politiche industriali, dell’innovazione,

della ricerca. Ma quando si operi in una fase di mutamento, nella quale

non basta più -lo si è detto poco sopra- l’abilità di catturare le economie

esterne «naturali» ma occorre la capacità di costruire i generatori di

economie esterne «artificiali», diventa cruciale proprio il ruolo del governo

consapevole della transizione, cioè delle politiche pubbliche e private a

grande scala e di medio periodo. Il sistema non ce la fa spontaneamente

a misurarsi con le sfide del nostro tempo, non ce la può fare, date le sue

caratterizzazioni socio-culturali ma tenute presenti anche le dimensioni di

queste sfide. Del resto malgrado le ottime prestazioni fornite anche nelle

congiunture più avverse il sistema toscano non ha mai espresso una spiccata

propensione innovativa. Valgano due esempi: la Toscana è uno dei poli

mondiali dell’abbigliamento e delle calzature, ma le due innovazioni più

106 «Maturità precoce»: una modernizzazione a rischio


sensazionali di questi ultimi anni (l’abbigliamento casual e le calzature da

tempo libero) non sono nate qui. L’altro esempio si muove invece all’interno

di quelle che possono senza esagerazione essere definite attività avanzate. E

non sembri peregrino l’esempio. La localizzazione a Firenze della massima

istituzione geografica nazionale (l’Istituto geografico militare), l’esistenza,

in loco, di una prestigiosa e lunga tradizione nel campo della costruzione

di apparecchiature geodetiche e aerofotogrammetriche (Galileo), avevano

dato vita a un’azienda dinamica e moderna, che vantava una robusta e

attrezzata specializzazione nel campo dell’aerofotogrammetria (Eira). Il

fatto che in Toscana, a Firenze e a Pisa, fossero poi insediate due delle

massime concentrazioni di ricerca informatica del paese avrebbe potuto

aprire insperate prospettive di progresso scientifico, di sviluppo tecnologico

e di espansione industriale e mercantile, grazie all’interazione fra le quattro

entità prima ricordate. Eppure, quando difficoltà gestionali mettono in

crisi (e condurranno, nel 1977, al fallimento) l’Eira e poco lungimiranti

scelte di convenienza aziendale di breve periodo conducono al drastico

ridimensionamento delle produzioni Galileo nel campo della rilevazione del

suolo, malgrado alcuni generosi tentativi, non si va oltre le testimonianze di

solidarietà. Oggi l’Eira è scomparsa, la Galileo ha praticamente abbandonato

questo filone produttivo, l’Istituto geografico militare celebra, in orgogliosa

solitudine, i suoi fasti (Igm, 1986): gli istituti di ricerca informatica estranei

erano ed estranei restano a questa vicenda. Come dire che la difficoltà a

generare iniziative di innovazione si manifesta anche nell’incapacità di

far interagire le sinergie spontaneamente prodotte dalla storia industriale e

scientifica della regione.

E tuttavia il problema sta da un’altra parte. Perché questo sistema

produttivo la sua innovazione l’ha generata, una innovazione a suo modo

rivoluzionaria, quella delle forme organizzative del processo produttivo per

sistemi territoriali di piccolissime imprese specializzate per prodotto, parti

di prodotto e fasi di processo, saldamente interrelate alle altre componenti

di un ambiente conforme. Ma a questo fenomeno mai si è guardato come

ad una innovazione rivoluzionaria (e va reso qui omaggio all’eccezione

cui si faceva prima cenno: Cantelli, 1980): per lo più si è guardato ad essa,

un po’ altezzosamente, come a un prolungamento nei nostri tempi del

Verlagsystem di ascendenza medievale.

E sì che il modello toscano ha formato oggetto di lunghe e appassionate

investigazioni, soprattutto nella sua variante pratese, da parte di studiosi,

specialisti e operatori di tutte le parti del mondo. In un certo senso si può

persin dire che il modello si è «mondializzato» se studiosi d’una dozzina

di paesi si sono ritrovati in Italia (Bagnasco, 1986) per studiare questo

tipo di sviluppo e le caratterizzazioni che assume nelle varie realtà. Travail

fantôme, économie souterraine, travail au noir, informal economy, shadow

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 107


work, black economy, Schattenwirtschaft, Schwarzarbeit, Dualewirtschaft,

informe económico, economìa sumergida, trabajo negro: locuzioni che

rappresentano solo un piccolo florilegio della fantasiosa terminologia che

si impiega da parte di economisti, sociologi e studiosi di altra estrazione

un po’ in tutti i paesi, a economia di mercato o a economia pianificata,

per studiare quella che ormai appare, più che come un processo di

disgregazione di ordinati rapporti produttivi che si comportino secondo le

regolette dei manuali, una sorta di insopprimibile pulsione che contrasta

le tendenze massificatrici e omogeneizzataci dello sviluppo economico

recente e del suo codazzo di mass-media, in cui si manifesta non solo il

bisogno di guadagni integrativi, ma quello di affermare in qualche modo

la propria soggettività: anche col lavoro parziale, col lavoro provvisorio o

col lavoro irregolare (che poi è irregolare o sommerso solo in dipendenza

delle anchilosate qualificazioni giuridiche o delle invecchiate etichette

della nomenclatura statistica).

è proprio un’ipotesi del tutto infondata e paradossale che stia qui,

nella difficoltà (o nella ritrosia), poco importa, di cogliere le multiformi

sfaccettature dello sviluppo e del lavoro e di aderirvi simpateticamente

(certo riequilibrandone i dislivelli di forza contrattuale e reprimendone le

manifestazioni effettivamente illegali), la radice, o almeno una delle principali

radici, della «maturità precoce» dell’economia toscana? La domanda si

lascia volutamente aperta, propendendo per una risposta affermativa: che

ci si sente invece di dare alla domanda se non possa star qui una delle cause

della perdita di velocità dello sviluppo toscano, cioè della sua «marcia in

meno» rispetto alla dinamica delle altre regioni consimili.

Frattanto non c’è bisogno di ricerche penetranti e rigorose per accorgersi

di quel che è macroscopicamente evidente: il rinnovato peso politico e

l’accresciuta capacità di condizionamento del ceto che, per dirla con Dante,

«cambia e merca».

7. Il mutamento sotto gli occhi

Oggi, mentre il sistema toscano attraversa una delicatissima fase di

transizione aperta a molteplici e non tutti desiderabili sbocchi, se si

dovesse indicare il rischio più insidioso che grava sulle prospettive dello

sviluppo toscano si additerebbe, senza la minima esitazione, il pericolo

che non si percepisca il mutamento in corso. Un mutamento -è doveroso

aggiungere- che assume molteplici forme e si svolge in sedi diverse e a

ritmi differenziati. Si illustreranno qui molto sommariamente, in una

sorta di repertorio ragionato, quei tratti di novità nello sviluppo regionale

che corrispondono ad altrettante mutazioni della formula toscana. Si

108 «Maturità precoce»: una modernizzazione a rischio


identificheranno, in particolare, tre fenomenologie innovative che sono

all’origine delle mutazioni operanti nell’assetto economico, sociale e

territoriale della Toscana di questo scorcio di secolo.

• L’industria intermedia

Nel versicolore aggregato dell’industria manifatturiera un composito

-ma nemmeno tanto- insieme di attività produttrici di beni strumentali e

intermedi (macchine tessili; macchine per la lavorazione del cuoio e delle

pelli, del legno, dei minerali non metalliferi; macchine per calzaturifici;

coloranti; prodotti chimici per l’industria) mette in luce durante gli anni

‘70 un’insospettata vitalità, tanto da far registrare al censimento 1981 una

crescita dei propri addetti pari al 32 per cento: il doppio dell’incremento

dell’industria tipica e di quello di tutto il manifatturiero. Due i tratti esteriori

comuni a queste attività: l’esser fornitrici, almeno potenziali (e lo dicono

le stesse denominazioni) dell’industria tipica e l’esser, elettivamente anche

se non esclusivamente, localizzate nelle aree d’insediamento dell’industria

tipica, con la quale concorrono alla formazione dei tipici «distretti». Pur

localizzata nei distretti dell’industria tipica, quest’industria (che si chiamerà

d’ora in poi «intermedia»: cfr. Bianchi, 1980) non vi intrattiene, tuttavia,

rapporti significativi dal punto di vista delle transazioni mercantili. Si

sa, per citare un caso rappresentativo, che il meccanotessile pratese non

soddisfa che parzialmente i fabbisogni di macchine della locale industria

tessile: e limitatamente alle apparecchiature più semplici o più specifiche (le

macchine per il cardato). I sofisticati telai a controllo numerico provengono

in genere dalla Svizzera e dalla Germania Federale. Perché allora l’industria

intermedia ricerca la simbiosi con l’omologa industria tipica?

La risposta non è difficile: le industrie dei beni finali funzionano come un

efficace laboratorio, mediante indiretti impulsi di domanda di innovazione,

di trasmissione di informazioni e di concrete opportunità di sperimentazione.

In effetti, malgrado l’irrilevanza delle relazioni dirette di mercato, le

imprese produttrici di beni «strumentali» in generale e, in particolare,

quelle di macchine utensili e operatrici, hanno complessivamente indicato

-in uno specifico sondaggio- proprio la presenza di utilizzatori dei propri

prodotti fra i fattori localizzativi fondamentali, mentre la clientela sarebbe

la principale fonte delle informazioni tecnico-produttive.

Ecco una manifestazione concreta di quei rapporti non competitivi fra

imprese, tanto specifici a determinati ambienti industriali (non solo) toscani

quanto ignorati per lungo tempo dalla letteratura specializzata che solo

recentemente ha cominciato a prenderli in considerazione (Varaldo, 1979).

Come è stato osservato, «la mano visibile dell’organizzazione ha spesso

sostituito quella invisibile del mercato nella regolazione delle relazioni fra

le imprese» (Bagnasco, 1986).

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 109


Ma si tratta anche di una manifestazione effettuale di quella

«innovazione diffusa», cioè di quella «componente dei processi innovativi,

legata alla diretta e ripetuta applicazione di pratiche produttive, e promossa

o comunque permessa dalle scoperte e dall’iniziativa dei soggetti che

sono protagonisti di tali pratiche» (Bellandi, 1986). Senza pretendere i

riconoscimenti che volentieri si tributano alle più appariscenti attività di

ricerca e sviluppo, l’innovazione diffusa assicura una costante tensione

innovativa agli ambienti industriali che la praticano, ponendoli, entro certi

limiti, al riparo da progressive o subitanee involuzioni tecnologiche.

Per spiegar la genesi dell’industria intermedia regionale basta ricordarne

i prerequisiti: la tradizione metalmeccanica di alcune aree (tra le quali

assume particolare rilievo quella fiorentina: Zagnoli, 1982), la preesistenza

di attività produttive di fase (come fonderia, carpenteria, lavorazioni

di officina per conto terzi, lavorazioni elettrogalvaniche) e ricercare il

fattore scatenante, l’agente che ha mobilitato le energie e le opportunità

potenziali.

Ciò che si sa dei rapporti intercorrenti fra industria tipica e industria

intermedia legittima la formulazione di un’ipotesi, seppure molto

stilizzata, del modello di interazione fra le due. L’industria tipica

esprime intrinsecamente una domanda frammentata (in dipendenza della

frammentazione del settore di domanda in piccole e piccolissime unità

produttive), specifica (data la peculiare specializzazione per fase di prodotto

o parti di prodotto) e urgente (data la velocità di crescita del settore e i vincoli

di scadenza posti dalle commesse). L’insieme dei caratteri della domanda

crea, evidentemente, obiettive condizioni di vantaggio per l’offerta dei

piccoli produttori locali. Ma la domanda del settore «tipico», se costituisce

un mercato facilmente accessibile (tecnicamente, economicamente e

spazialmente) e ricco di stimoli all’innovazione, rimane tuttavia uno sbocco

mercantile quantitativamente insufficiente per sorreggere l’espansione delle

produzioni «intermedie», soprattutto quando queste intendano cogliere le

opportunità di innovazione e quindi debbano investire. Da qui la spinta ad

ampliare gli sbocchi in direzione dell’export, cogliendo ancora una classe

di opportunità «ambientali»: quelle rese possibili dalle posizioni di mercato

dei beni finali «tipici». In altre parole, si tenta di vendere macchine per

produrre scarpe anche ai concorrenti con i quali, oggi, ci si confronta sui

mercati nei quali per decenni si sono vendute scarpe.

Sempre col sondaggio di cui s’è detto poco sopra si è accertato che

i titolari delle imprese intermedie indicano quali problemi cruciali per il

futuro delle loro aziende: la disponibilità di informazioni di mercato e di

manodopera già formata; la partecipazione alle fiere locali ed internazionali

come canale di vendita; il reperimento di terreni a basso costo come

fattore localizzativo. Si tratta, come si vede, di un vasto (e tutt’altro che

110 «Maturità precoce»: una modernizzazione a rischio


semplicistico) campo d’azione per possibili politiche regionali. Che

però non potranno mai essere calibrate sulle esigenze dell’industria

intermedia, se non si sa cosa, come e dove essa sia, se se ne ignorano le

vitali interdipendenze con l’industria tipica; se si continua a confonderla

nel coacervo della meccanica strumentale, di cui, peraltro, nemmeno tutta

l’industria intermedia fa parte.

• Il mutamento sociale: dalla molteplicità dei ruoli alla moltiplicazione

dei soggetti

Nel mutamento sociale della Toscana durante gli anni ‘70 occorre

innanzitutto distinguere gli aspetti rilevanti (quelli, cioè, quantitativamente

importanti ma non specifici della regione) dagli aspetti pertinenti (quelli,

cioè, che ne qualificano invece le particolarità). Gli aspetti rilevanti

possono essere ricondotti al comportamento demografico e ai fenomeni,

talvolta ambigui, in cui si esprime un processo, tutt’altro che lineare, di

modernizzazione.

Il comportamento demografico dei toscani ricalca il modello delle

«società mature» (Fig. 8). Il saldo naturale è in costante decremento dal

1964, quando aveva raggiunto il massimo storico degli ultimi trent’anni,

con una differenza fra nati e morti pari a un po’ più del 5 per mille della

popolazione residente; ma già nel 1976 la differenza positiva si azzera:

da allora il numero dei nati in Toscana resta costantemente al di sotto di

quello dei morti e la differenza si amplia fino al 3,5 per mille nel 1981. Il

saldo migratorio che aveva costantemente oscillato durante tutto il primo

ventennio postbellico dal 1966 è in costante aumento numerico, fino al

massimo del 1972, quando la differenza fra gli immigrati e gli emigrati

raggiunge il valore record di 28.000 unità: dopo un biennio di stabilizzazione

il saldo migratorio scende, prima tra il ‘74 e il ‘75, poi di nuovo dopo

l’81. Il decremento naturale non viene più, progressivamente, bilanciato

dall’immigrazione netta e si avvia quindi il tendenziale annullamento della

crescita della popolazione regionale che, al termine del decennio, decresce

per la prima volta in termini assoluti. Gli anni ‘70 registrano, dunque,

due mutazioni nei processi demografici: prima l’azzeramento del saldo

naturale, poi l’azzeramento anche del saldo totale. Aumento dei livelli di

scolarizzazione, femminilizzazione delle forze di lavoro, invecchiamento

della popolazione residente sono i principali tratti che contraddistinguono

il mutamento della società toscana, in linea con quanto avviene non

solo in altre regioni ma in molte altre parti del mondo. Nel decennio

raddoppiano i diplomati, mentre i laureati si accrescono di un terzo, e ne

sono evidenti i riflessi sulla qualificazione culturale dell’occupazione:

per esempio, nell’industria i laureati e i diplomati passano dal 6 al 12 per

cento dell’occupazione complessiva. Anche quanto avviene nel corso degli

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 111


studi segnala qualche novità: il 90 per cento dei frequentanti la scuola

dell’obbligo si iscrive alle scuole medie superiori, all’interno delle quali

la percentuale d’abbandono è ormai pari alla metà del totale degli iscritti.

La presenza delle donne nell’industria cresce di un terzo, ma aumenta di

oltre il 62 per cento nell’occupazione terziaria. Il lavoro dipendente cresce

dell’8 per cento, mentre diminuisce dell’8 per cento il lavoro autonomo,

ponendo in luce la progressiva erosione d’uno dei connotati caratteristici

delle forze di lavoro toscane.

Figura 8

LA POPOLAZIONE IN TOSCANA TRA IL 1950 E IL 1981

Saldo migratorio, salto naturale e salto totale. Valori per 1.000 residenti

10

9

8

7

6

5

4

3

2

1

0

-1

-2

-3

Saldo migratorio

Saldo naturale

Saldo totale

-4

1950 1955 1960 1965 1970

1975 1980

Riduzione della mobilità interna, saldo naturale negativo, saggi

elevati d’immigrazione netta, che peraltro non garantiscono nemmeno

il mantenimento dei livelli di popolazione raggiunti, l’esaurimento

del serbatoio di manodopera dell’agricoltura, la generalizzazione

della scolarizzazione a quasi tutta la popolazione giovanile, il lento ma

progressivo espandersi dell’immigrazione straniera, spesso clandestina,

ove spicca la presenza dei nordafricani, il diffondersi di atteggiamenti

culturali che inducono a un maggior controllo sociale della pratica del

lavoro irregolare e, grazie al diffondersi della sensibilità ambientalista,

112 «Maturità precoce»: una modernizzazione a rischio


una sempre crescente insofferenza verso i fenomeni di inquinamento e le

manifestazioni del disagio urbano, l’estensione a tutta la regione, anche

nelle sue aree rurali, del modello di vita urbano, il declino dei mestieri

tradizionali e la progressiva impossibilità di realizzare nell’ambito della

famiglia la trasmissione dei saperi professionali: l’elenco disordinato di

processi e sintomi di mutamento vuol solo alludere all’esistenza, ormai

in forme dispiegate, di un atteggiamento sociale di massa che sembra

poter indurre un indebolimento della «mentalità conforme» appropriata ai

requisiti del modello toscano di sviluppo. Nessuno potrebbe, naturalmente,

dire di quanto sia diminuito, nelle propensioni collettive, il livello di

consenso ai caratteri dello sviluppo toscano tipico, ma la sintomatologia

basta per domandarsi se non sia già operante un processo di erosione

dall’interno, della stessa natura di quello che trenta-quarant’anni fa giunse

a minare prima e a dissolvere poi le basi socio-culturali del mondo rurale

e della mezzadria.

Per quanto il ragionamento sia condannato a librarsi a un livello

di generalità, perigliosamente simile alla genericità piuttosto che

all’astrazione, è impossibile sottrarsi all’obbligo di qualificare con una

breve premessa l’analisi standard del mutamento sociale. Quel che si

vuol dire è che rispetto alla «classica» (e rispettabilissima, peraltro)

tassonomia che interpone il gassoso aggregato dei ceti medi fra borghesia

e proletariato, e rispetto, anche, alle varianti più recenti, ma non poi tanto

(la proletarizzazione dei ceti medi, l’imborghesimento del proletariato, la

maggiore aderenza ad una società «moderna» dell’analisi per «ceti» che

non di quella per «classi», ecc.), la struttura sociale della Toscana presenta

alcune specificità. L’imprenditoria come fenomeno di massa e la massiccia

presenza del lavoro autonomo potrebbero, infatti, interpretarsi tanto

come una «convergenza al centro» di imprenditori e di lavoratori quanto

come una «polarizzazione agli estremi» dei ceti medi. In realtà il tratto

distintivo dell’impasto sociale che ha prodotto lo sviluppo economico

della Toscana è quello della mutevolezza dei ruoli degli stessi soggetti che

passano, spesso molto rapidamente e ripetutamente, attraverso le posizioni

di imprenditore, lavoratore autonomo, lavoratore dipendente e, talvolta,

anche lavoratore marginale. Questo, della molteplicità dei ruoli dei vari

soggetti, è, si crede, il carattere specifico della stratificazione sociale

della Toscana durante la fase dello sviluppo. E del tutto inadeguata al

dinamismo di questa mutevolezza un’analisi standard della stratificazione

sociale. Va da sé che anche un’analisi di questo tipo qualcosa aggiunge alla

comprensione del mutamento sociale. L’esame della stratificazione sociale

al 1971 (Fig. 9) e la sua comparazione con la struttura di dieci anni dopo

consentono, ad esempio, di identificare alcuni grossolani cambiamenti:

la marcata espansione della piccola borghesia impiegatizia (il 25 per

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 113


cento della popolazione al 1981) e la correlata contrazione della piccola

borghesia relativamente autonoma (artigiani, commercianti e coltivatori

diretti sono al termine del decennio poco più del 20 per cento). Si riduce,

invece, assai meno di quanto ci si potesse attendere (da poco più a poco

meno del 50 per cento) il peso della classe operaia, che resta di gran lunga

il raggruppamento sociale omogeneo più numeroso.

Figura 9

LA STRATIFICAZIONE SOCIALE IN TOSCANA (1971-81)

Valori percentuali sul complesso della popolazione residente attiva

Queste classificazioni, comunque, non solo non possono dar conto della

dinamica del processo di mutamento ma, per definizione, non danno ragione

nemmeno della complessità delle articolazioni sociali, quando, come nel

presente momento, la società sperimenti, non diversamente dall’assetto

economico, una tumultuosa fase di transizione.

La complessità dell’impasto sociale e, soprattutto, l’impossibilità di

contentarsi di letture semplici della «galassia» dei ceti medi derivano, oltre

che dai fenomeni di transizione cui si è fatto cenno, anche (non si saprebbe

se, perfino, soprattutto) dal meccanismo della complessificazione del

rapporto (dei singoli, dei gruppi e della società) col processo economico,

indotto dalla crescente articolazione e diffusione di quella che, con

espressione molto impropria, si chiama «economia informale» (e di cui si

è fornito poco sopra una specie di glossario in quattro lingue). Se, come

s’è detto e si ripete essendone fermamente (e per molteplici ragioni che

qui sarebbe fuori luogo enumerare) convinti, non si tratta d’un fenomeno

114 «Maturità precoce»: una modernizzazione a rischio


esiduale destinato a dissolversi né di una devianza da reprimere, questa

articolazione delle «economie» deve ormai esser considerata come un

fenomeno da capire con analisi spregiudicate (Mairs, 1982; Chiarello,

1983), evitando il ricorso a liquidatone etichette precostituite, né può

esser costretta nella gabbia di opposizioni elementari (lavoro manuale

e intellettuale, produzione di beni e di servizi, lavoro produttivo e

improduttivo e via contrapponendo).

Da qui il cambiamento dei parametri che consentono di identificare la

nuova nomenclatura sociale, che non possono più limitarsi semplicisticamente

al settore di attività lavorativa e alla posizione nella professione. Del resto

(e non si saprebbe dire se si tratti di cinica spregiudicatezza o di sano

realismo) s’è tenuto a Parigi non molto tempo fa un «Salone del secondo

lavoro e del lavoro a tempo parziale».

La «nube sociale» ci dice che si passa da una segmentazione ad

un continuum, nel quale il carattere tipico del mix sociale toscano è,

questa volta, quello della moltiplicazione delle figure sociali. La loro

classificazione diretta è molto difficile, per non dire impossibile, nella

misura in cui richiedesse la conoscenza di informazioni come quelle

relative al secondo (e magari terzo) lavoro, più o meno ufficiale; ai livelli

individuali e familiari di reddito; ai modelli di consumo, ecc. Esistono,

tuttavia, possibilità alternative di indagine che si fondano su un’ampia

batteria di reperti obiettivi d’osservazione come quelli dei censimenti:

luogo di nascita, struttura e dimensioni della famiglia, titolo di studio,

caratteristiche dell’attività lavorativa, condizioni dell’abitazione, caratteri

della zona di residenza (Openshaw e Sforzi, 1983).

Un complesso di sintomi, insomma, che permette una valutazione

più penetrante della struttura sociale, proprio nella misura in cui ne

rappresenta anche la distribuzione spaziale. Una distribuzione spaziale

che, come risulta dalle non poche analisi fin qui esperite in Toscana,

denuncia la progressiva sfaldatura di quello che era stato fino a non molto

tempo fa un contrassegno tipico dei sistemi urbani regionali toscani: la

compresenza nella stessa porzione di area urbana di strati sociali anche

marcatamente diversi, emblematicamente rappresentata dall’adiacenza

della catapecchia fatiscente al solenne palazzo patrizio. Nell’impossibilità

di riprodurre qui le grandi mappe a colori che sintetizzano i risultati

dell’analisi dell’area sociale ci si limita a segnalare l’esistenza di un

netto processo di specializzazione sociale delle residenze che frantuma in

areole di elevatissima omogeneità sociale il mix sociale delle aree urbane.

Il processo è praticamente concluso a Firenze, ove la ghettizzazione

sociale è a uno stadio assai più avanzato di quanto si potesse sospettare.

A Prato l’omogeneità (dominata dal mix operai - imprenditori - lavoratori

autonomi) è più il frutto della struttura produttiva che non di spinte alla

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 115


specializzazione delle residenze. A Pistoia resistono ancora i tradizionali

caratteri compositi (Openshaw e altri, 1982).

Tra le conseguenze del mutamento sociale più gravide di effetti (non tutti

prevedibili) vanno probabilmente ascritte proprio quelle del «sovraccarico

di domanda per i sistemi politici e della crescente difficoltà di tenere insieme

sostegno al processo di accumulazione capitalistica e mantenimento del

consenso sociale» (Bagnasco e Trigilia, 1985). Son percepibili anche in

Toscana i sintomi della progrediente precarietà di un rapporto di consenso

fondato sull’adesione ideologica o sulla delega fiduciaria, che si proietta

sulla crisi del «welfare state» alla toscana. Cioè su quella sorta di patto

triangolare implicito (e pubblicamente senza smentite) fra sindacato,

lavoratori e governo locale che -chiudendo un occhio, talvolta purtroppo

anche tutt’e due, sull’inquinamento e l’evasione contributiva- ha garantito

almeno qui non solo occupazione e reddito ma anche standard piuttosto

elevati di servizi civili.

In una logica «di scambio» si accentua inevitabilmente il ruolo degli

«apparati». E non si pensa certo alla weberiana «macchina inanimata»,

descritta in una pagina celeberrima come quella che Adam Smith dedicò alla

fabbricazione degli spilli. Qui si tratta degli apparati politico-funzionariali

dei partiti, dei sindacati, delle associazioni di categoria, delle istituzioni.

Tutte entità che sperimentano (e non necessariamente in Toscana più che

altrove: anzi) crisi di legittimazione di varia intensità e persistenza e, le

organizzazioni di settore, anche tassi decrescenti di rappresentatività dei

rispettivi corpi sociali.

Ora, specialmente in Toscana ove è prassi corrente, e sempre più anche

obbligo giuridico, la pratica delle consultazioni e delle concertazioni, gli

apparati concorrono in misura crescente non solo a creare il linguaggio

e le procedure del dibattito politico e del processo decisionale pubblico,

ma esercitano anche una crescente influenza sulla definizione degli scopi

e sulla selezione degli strumenti dell’intervento pubblico e, soprattutto,

dell’intervento pubblico nell’economia a scala locale. Se le cose stanno

così è ben comprensibile la cruciale importanza del problema di far sì che

gli apparati, da diaframma tra società e istituzioni, vengano per quanto

possibile «riconvertiti» in canali efficienti di questo rapporto.

Intanto sembra aver assunto natura di connotato strutturale del sistema

socio-politico regionale quella specializzazione di funzioni che fa sì

che -ma il riferimento prevalente è ai maggiori centri urbani- i ranghi

del pubblico impiego forniscano all’amministrazione locale la quota

maggiore del suo personale politico (non proveniente dagli apparati dei

partiti), mentre i commercianti costituiscono il raggruppamento sociale più

esperto di pratiche lobbystiche e, quindi, più ascoltato e influente. E con

una capacità di incidere sulle scelte operative dell’amministrazione che

116 «Maturità precoce»: una modernizzazione a rischio


-almeno stando alle apparenze- sembra del tutto inaccessibile ad operai

e artigiani. Ricordandosi che le proporzioni dei quattro raggruppamenti

nel complesso della società sono inferiori al 10 per cento per ciascuno dei

primi due raggruppamenti e pari al 60 per cento per l’insieme degli altri

due, si capisce subito dove stia il problema.

• Genesi di una formazione metropolitana nella Toscana centrale

Nelle aree caratterizzate da sistemi territoriali di piccole imprese

normalmente specializzate nelle produzioni industriali leggere, i processi

di urbanizzazione di questo secondo dopoguerra, sia quelli della fase

dello sviluppo industriale che quelli -più recenti- del consolidamento e

dell’incipiente terziarizzazione, hanno proceduto secondo ritmi e modalità

non coincidenti con i modelli classici di formazione dei plessi metropolitani,

dando vita a sistemi metropolitani medi e multicentrici, che rappresentano

una formazione economico-spaziale tipica delle aree di economia diffusa

(R. Innocenti, 1985).

In questi sistemi sono minori gli effetti di dominanza del centro

principale sui centri secondari e acquista, invece, un rilievo caratteristico il

reticolo delle interdipendenze, derivante dalla specializzazione funzionale

dei vari centri e dal mantenimento di una loro identità socio-culturale oltre

che demografico-territoriale.

Fra i sistemi metropolitani medi e multicentrici italiani si segnala in

particolare, per la complessità delle componenti e il vivace dinamismo,

quello in corso di formazione fra i sistemi urbani di Firenze, Prato e Pistoia

(Bianchi, 1982). La configurazione spaziale degli insediamenti (Fig. 10)

testimonia della forma e delle dinamiche che vi hanno assunto i processi di

urbanizzazione, permettendo due rapide ma significative constatazioni:

- la forma degli insediamenti esprime la dualità tra una direttrice inferiore,

caratterizzata da una minore intensità insediativa, che si sviluppa lungo

la strada statale n. 66, e una direttrice superiore cui appartengono le

principali località del sistema; tra il 1971 e il 1981;

- i processi di urbanizzazione, che un po’ dappertutto venivano giudicati

in fase di stanca, mantengono qui una dinamica particolarmente

accentuata; malgrado la vistosa, e per certi versi preoccupante,

espansione urbana, il sistema metropolitano Firenze-Prato-Pistoia non

presenta affatto le caratteristiche della «conurbazione compatta», nella

misura in cui l’ampiezza degli spazi ancora non edificati, la relativa

porosità delle aree edificate, gli sviluppi più nastriformi che a macchia

d’olio, evidenziano margini sin qui elevati di controllabilità urbanistica

del sistema ove, probabilmente, nessun processo ha già raggiunto le

soglie dell’irreversibilità.

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 117


Figura 10

IL SISTEMA METROPOLITANO FIRENZE-PRATO-PISTOIA: L’URBANIZZAZIONE (1971-81)

Pistoia

Situazione al 1971

Espansione 1971/1981

Prato

Firenze

La denominazione di sistema metropolitano qui attribuita all’insieme

dei tre sistemi urbani di Firenze, Prato e Pistoia è intenzionalmente

anodina e priva di particolari vibrazioni emotive che hanno, invece,

spesso accompagnato, a Firenze come in Toscana, la discussione su

questo argomento. In altri termini, sistema metropolitano significa qui,

semplicemente: sistema di più sistemi urbani.

Si vedano alcune grandezze, tanto per fissare le dimensioni esteriori

del sistema. Nel sistema urbano della Toscana centrale vive il 30 per

cento della popolazione regionale, ma è qui che si produce il 33

per cento del valore aggiunto dell’intera regione e si genera il 46 per

cento delle esportazioni; la spesa pubblica raccoglie qui il 37 per cento

delle sue entrate, ma vi destina solo il 34 per cento delle uscite con un

effetto redistributivo al quale, peraltro, non concorre il comportamento

della spesa comunale o di quella provinciale, che qui si concentrano

rispettivamente per il 37 è per il 34 per cento, ma a cui concorre

certamente la spesa regionale, che vi si localizza solo per il 27 per cento.

Si è cercato, con qualche azzardo, di misurare anche la dimensione del

sistema economico dell’area, attraverso le sue grandezze principali. Le

stime condotte farebbero ascendere a circa 13.000 miliardi il valore del

118 «Maturità precoce»: una modernizzazione a rischio


prodotto interno lordo, cui si aggiungono i 9.300 delle importazioni,

per un complesso di circa 22.380 miliardi di risorse disponibili, che si

distribuiscono per 7.000 ai consumi interni e per io 600 all’export, il

resto va in misura pressoché uguale, a consumi pubblici e investimenti.

Alla formazione del prodotto interno lordo i servizi partecipano per il

51 per cento, il complesso delle attività industriali per il 44 per cento,

il modesto residuo è rappresentato dal concorso dell’agricoltura: siamo

quindi in presenza della struttura tipica di una fase matura dello sviluppo.

Rilevante l’apertura verso i mercati esterni, da cui deriva una bilancia

commerciale positiva pari al 10 per cento del prodotto interno lordo.

Di particolare interesse poi è la struttura territoriale delle transazioni

economiche del sistema metropolitano della Toscana centrale, il quale,

fatto uguale a 1.000 il totale delle risorse disponibili, esporta 84 nel resto

della Toscana e 202 nel resto d’Italia, valore superiore a quello dell’export

verso l’estero che è di 188. Il saldo complessivo dell’interscambio, lo

si è già visto, è positivo e qui misurato da un indice pari a 55. Ma va

segnalato che a un ancor più elevato saldo positivo verso l’estero, pari a

un valore di 89, si contrappone un saldo negativo dell’interscambio col

resto d’Italia di 51. Come dire che le produzioni toscane alimentano flussi

di export con saldi positivi netti, attivando flussi di esportazione anche

dalle altre regioni italiane. Per quanto possono dire indicatori stimati un

po’ avventurosamente, ma comunque rappresentativi di sicuro almeno

degli ordini di grandezza, il sistema metropolitano si caratterizza come

una «porta» dell’economia italiana, nella misura in cui, almeno in parte,

compra in Italia per vendere all’estero. Esce da qui quasi il 100 per cento

dell’export tessile regionale, oltre l’80 per cento dell’export di maglieria,

il 76 degli apparecchi elettrici, il 63 della meccanica, il 60 delle pelletterie.

L’agente principale dell’interscambio all’interno dell’area è nettamente

il settore tessile, che copre da solo oltre il 60 per cento delle transazioni.

Già questi parametri segnalano la forte specificità del sistema e, da soli,

ne autorizzerebbero la qualificazione metropolitana (Andersson, 1984).

La connotazione terziaria di Firenze non oscura la specificità industriale

dell’area, ove si localizza più di un terzo dell’industria tipica regionale

e quasi il 60 per cento di quella intermedia, sì che il sistema costituisce

il principale polo metalmeccanico della Toscana. Un artigianato vivo e

vitale, per quanto probabilmente in una fase di trasformazione e interrelato

magari parzialmente ma assai intensamente all’elevata specializzazione

turistica del sistema metropolitano (ma questa caratterizzazione si

riferisce evidentemente soprattutto al capoluogo regionale), definisce

-appunto assieme al turismo- un’area di transvariazione tra la produzione

di beni e quella di servizi. Quest’ultima trae ancora largamente alimento

dal cospicuo patrimonio di storia e d’arte della tradizione fiorentina, che

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 119


si incarna in istituzioni e manifestazioni, talvolta travagliate da difficoltà,

ma quasi sempre di rilievo mondiale e che rappresentano, senza dubbio,

il fattore principale della sua attrazione turistica: il 25 per cento dei

27-28 milioni di giornate di presenze turistiche in Toscana si consuma

qui; ma la quota dei turisti esteri è di ben lunga più alta, rappresentando

quasi il 50 per cento del volume turistico regionale. Queste poche battute

servono a giungere a una prima, provvisoria, conclusione. La multiforme

sfaccettatura di componenti e di relazioni in cui si esprime la produzione

di beni, di servizi e di conoscenze di quest’area, la rende non solo la

più complessa della regione, ma anche più ricca di articolazioni persino

rispetto a sistemi urbani assai più grandi: come, poniamo, quello di

Torino (per il maggior rilievo delle attività culturali e del turismo) o

quello di Roma (per la maggior caratterizzazione industriale del sistema

metropolitano della Toscana centrale). Il grado di partecipazione dei tre

sistemi urbani alla genesi della formazione metropolitana è senza dubbio

diverso, e decrescente per intensità d’apporto, procedendo da Firenze,

via Prato, per Pistoia.

Il reticolo delle interdipendenze fra i tre sistemi urbani è ben rappresentato

dai flussi degli spostamenti giornalieri per motivi di lavoro (Fig. 11).

All’inizio del decennio, il reticolo descrive un insieme di sistemi urbani,

dove quello fiorentino prevale nettamente per l’intensità delle relazioni che

si dirigono verso Firenze, conferendogli perciò un elevato saldo attivo, ma

nel quale si segnala anche il ruolo di Calenzano, con un bilancio positivo

fra flussi in entrata e in uscita.

è Prato, ovviamente, il centro attorno al quale si organizza il sistema

urbano intermedio fra Firenze e Pistoia e di cui fanno parte anche

Montale, Agliana e Quarrata. Pistoia mostra un bilancio negativo dei flussi

residenza-lavoro, in quanto quel sistema urbano è fortemente tributario di

quelli pratese e fiorentino, a tal punto che i flussi che lo collegano alle

altre località del suo sistema non sono sufficienti a riequilibrare il rapporto

pendolari in uscita/pendolari in ingresso e a dargli segno positivo. La

situazione si presenta significativamente diversa dopo un decennio di

trasformazione del reticolo degli insediamenti produttivi e residenziali. A

questa data più recente le relazioni funzionali espresse dai flussi giornalieri

residenza-lavoro appaiono assai più complesse ed intense fra tutte le

località del sistema metropolitano. Sono ancora gli stessi centri del ‘71

ad avere un bilancio positivo tra flussi in entrata e flussi in uscita, ma a

questi centri, lo si deve notare, si aggiunge ora Pistoia. Il sistema urbano

di Firenze costituisce ormai ununità spaziale consolidata, mentre si

esprimono importanti fenomeni di novità entro il sistema urbano di Prato,

dove la crescita di Montemurlo è tale che esso rappresenta ormai il centro

principale di afflusso, sopravanzando Prato.

120 «Maturità precoce»: una modernizzazione a rischio


Figura 11

LE INTERAZIONI DEL SISTEMA METROPOLITANO FIRENZE-PRATO-PISTOIA

Flussi di pendolarità per motivi di lavoro nel 1971 e nel 1981

Spessore dei segni = saldo dei flussi (in entrata e

in uscita) relativi a ciascuna coppia di comuni

Dimensione dei cerchi = saldo dei flussi infrareali

relativi a ciascun comune

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 121


In definitiva le novità emergenti da segnalare in questa componente

del sistema metropolitano della Toscana centrale sono rappresentate dalla

drastica contrazione di Prato come destinazione di flussi di pendolarità e

dalla straordinaria crescita del comune di Montemurlo: e vi si deve leggere

l’effetto dei massicci fenomeni di rilocalizzazione di attività produttive che

hanno proceduto dal centro maggiore a quello minore. Allo stesso fattore

causale può essere ascritto anche il mutamento di segno nel saldo fra

pendolari in entrata e pendolari in uscita, riguardante il comune di Pistoia:

in realtà ciò che s’è venuto modificando nel decennio, non è tanto la

distribuzione territoriale delle residenze, quanto quella degli insediamenti

direttamente produttivi.

Sulla base degli studi di cui si dispone si potrebbe ulteriormente

qualificare il processo di sviluppo metropolitano, con particolare riferimento

a quello fiorentino. Com’è del tutto evidente, date le proporzioni relative

fra i tre plessi urbani che costituiscono il sistema metropolitano della

Toscana centrale (e c’è già chi, scherzosamente, azzarda un più breve e

leggermente canzonatorio Mitteltoskana), quel che avviene nell’area

fiorentina condiziona apprezzabilmente gli altri due sistemi urbani. Le

caratteristiche metropolitane dell’area ricevono ampie conferme da

quanto si sa circa, rispettivamente: il modello di crescita, i fenomeni della

localizzazione industriale, le interazioni del sistema con i sistemi urbani

contermini. Per quanto riguarda il primo aspetto, è sufficiente dire che

nell’area fiorentina non si è riprodotto un modello del tipo «espansione a

macchia d’olio nel vuoto residenziale della campagna circostante» (come,

per esempio, è accaduto a Roma); né un modello del tipo «espansione

con incorporazione e assorbimento dei centri periferici minori» (come,

per esempio, è accaduto a Torino e Milano). Il modello fiorentino sembra

piuttosto esser caratterizzato dalle crescite contemporanee e relativamente

autonome dell’area urbana centrale e dei centri periferici minori, con una

successiva saldatura delle direttrici di collegamento, dovuta all’ulteriore

crescita, appunto, dei centri minori che, peraltro, hanno conservato, e

comunque stanno energicamente difendendo, la propria identità, e con

questa, il carattere tutto sommato policentrico dell’area fiorentina. Si presta

meno ad esser ricondotto ad una meccanica semplice quel che avviene sul

territorio per effetto della rilocalizzazione spaziale delle attività produttive.

Infatti, in un’area policentrica come quella fiorentina, il sistema delle

interdipendenze ambientali seleziona le imprese per dimensione e per

settore di attività. Le piccole imprese, con minori esigenze di spazio e più

interdipendenti dal lato della domanda, tendono ad infittirsi e, comunque, a

restare nell’area centrale. Le imprese di media dimensione, in specie quelle

dell’industria intermedia, interrelate con l’ambiente soprattutto dal lato

dei servizi, tendono invece a rilocalizzarsi al di fuori dell’area centrale; le

122 «Maturità precoce»: una modernizzazione a rischio


grandi imprese -e non mancano, come si sa, eccezioni anche macroscopiche-

sembrano nel complesso stabilizzate: ma si tratta dell’effetto della relativa

lentezza del loro movimento centrifugo, causato dalla complessità tecnica

del trasferimento di grandi impianti.

Di natura ancor più tipicamente metropolitana sono i sintomi prodotti

dai meccanismi demografico-occupazionali. Basta a qualificarli in questo

senso la netta dominanza dei fenomeni migratori su quelli naturali, che sono

all’origine di un altissimo ricambio di popolazione, ove i rischi della minore

omogeneità socio-culturale si associano probabilmente ai possibili vantaggi

di un maggior dinamismo (l’effetto melting pot). In effetti l’immigrazione

è largamente risucchiata da occasioni di lavoro esistenti ma non coperte

localmente. Specifici sondaggi hanno condotto ad accertare che il sistema

dell’area fiorentina manifesta qualche difficoltà a produrre operatori

qualificati: ma ciò che ne caratterizza ormai l’offerta di lavoro è una

generalizzata indisponibilità a compiere lavori non qualificati, che vengono

lasciati, secondo un tipico modello metropolitano, agli immigrati, grazie

anche alla relativa «capacità di attesa» dei giovani in cerca di occupazione.

Da questi presupposti, e da numerosissimi altri dati, argomenti e

documenti che potrebbero essere addotti a rinforzo, risulta che le possibilità

di una seria evoluzione metropolitana della Mitteltoskana sono già iscritte

nel suo presente e nel suo passato recente e meno recente. Di questa

evoluzione avrebbe certamente bisogno la Toscana intera e, si sarebbe

tentati di dire, soprattutto la Toscana della campagna urbanizzata, il luogo

elettivo dell’insediamento dell’industria tipica e della cultura materialproduttivistica

del «saper fare» che ne è indispensabile premessa e alimento.

Se non è completamente infondato il ragionamento che attraversa le pagine

precedenti, circa la nuova dislocazione della sfida dai vecchi ai nuovi fattori

dello sviluppo, c’è poco da fare, questi (ricerca e sviluppo, promozione,

cura delle relazioni internazionali, politiche dell’immagine) hanno il loro

habitat naturale nell’atmosfera urbana. Cambiar gioco, dal giocar di rimessa

al giocar di battuta, significa un declino dell’importanza della cultura del

«saper fare» a vantaggio della cultura del «saperci fare». Già nel 1981 la

giunta comunale di Firenze, sindaco Elio Gabbuggiani, nei suoi Lineamenti

del programma pluriennale, ammoniva: «il processo di “metropolizzazione”

dell’area fiorentina si trova nello stadio delicato della transizione: sono

certamente presenti i requisiti del decollo, ma non sono affatto garantite le

prospettive dello sviluppo». E da qui si derivava la scelta politica: «il processo

di formazione dell’area metropolitana va sostenuto, promosso e orientato

come cuore di un disegno di sviluppo delle funzioni di produzione di beni,

di servizi, di conoscenze». Quanto si è proceduto da allora su questa strada?

Poco, bisogna pure ammetterlo. In un certo senso siamo alle solite: siamo

di nuovo, cioè, di fronte a una clamorosa manifestazione di novità e non la

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 123


si riconosce. C’è da non credere ai propri occhi, sfogliando, per esempio, le

pagine di due eleganti volumi, l’uno dedicato al processo di urbanizzazione

nell’area Firenze-Prato-Pistoia (AA.VV., 1984) e l’altro (Campos Venuti e

altri, 1985) agli studi e alle proposte per il progetto preliminare del nuovo

piano regolatore generale di Firenze: se si fa eccezione d’un breve contributo

dell’Irpet contenuto nel primo volume, neanche il più scrupoloso spulciatore di

libri è capace di reperirvi una sola volta la locuzione «sistema metropolitano»

o anche solo l’aggettivo. Certamente sulle rive dell’Arno non si vede nulla di

simile all’impegnativo «Progetto Milano», col quale la metropoli lombarda

e un folto schieramento di istituzioni, pubbliche e private, aziende e banche

hanno avviato un gigantesco piano di studi e di progettazione che analizza

ogni componente significativa del sistema metropolitano milanese per

ricavarne indicazioni di prospettiva utili agli investitori privati non meno che

ai decisori pubblici (Irer, 1985 e 1986).

Di questi tempi si fa un gran parlare a Firenze del progetto «Fondiaria-

Fiat», due colossali operazioni fondiario-edilizie che, se attuate col rigoroso

rispetto delle premesse da cui partono, potrebbero davvero cambiare il

volto della città: centro espositivo, uffici per i servizi del terziario pregiato,

maxicentro commerciale, ecc. ecc., da ubicare, per una parte, in una delle più

squallide ma vivaci periferie fiorentine (Novoli) e per la parte più cospicua,

quella finanziata dalla Fondiaria, nell’area di Castello nelle immediate

adiacenze del luogo ove son previsti i nuovi insediamenti universitari. Che

si tratti davvero di una grande opportunità per Firenze pochi potrebbero

disconoscerlo, vista l’entità dell’investimento in gioco (attorno, e forse

superiore, alla cifra di 1.000 miliardi). Ciò di cui non peregrinamente si discute

è se davvero i fatti potranno seguire il corso delle tante parole finora spese.

In effetti, l’attenzione degli investitori privati si rivolge, comprensibilmente,

più agli aspetti economico-edilizi del progetto che ad altri profili. Un po’

meno comprensibile è, invece, che i decisori pubblici non si preoccupino

prevalentemente, anche se magari non esclusivamente, di suscitare attorno

al progetto le energie imprenditoriali capaci di mobilitare i capitali di rischio

occorrenti per l’avvio delle attività produttive ivi previste, in modo che

corrispondano davvero all’attivazione di processi economicamente validi.

Certo, anche su queste operazioni, come del resto su quasi tutti i progetti di

grandi opere pubbliche e di infrastrutture, a Firenze (e in Toscana: ma qui

un po’ meno) grava la minaccia del ben noto «indecisionismo» fiorentino

che tante e assai poco brillanti prove ha dato di sé e non solo in questi ultimi

anni, se si ha in mente la lunghezza esasperante dei tempi di progettazione e

di decisione, per non dire di quelli di realizzazione, di una lista non breve di

progetti di arricchimento del capitale fisso sociale di Firenze e della sua area.

Un esempio basti per tutti: dopo una lunga disputa si sono avviati i lavori per

l’attraversamento di Firenze da parte della direttissima ferroviaria Milano-

124 «Maturità precoce»: una modernizzazione a rischio


Roma; se l’attraversamento avverrà in superficie o sarà sotterraneo non è

ancora ben chiaro. Ecco, il primo progetto per l’attraversamento di Firenze

in galleria sotterranea risale al 1915; fu poi riproposto col piano regolatore

del 1962 e ripreso di nuovo in esame nel quadro dei lavori preparatori del

nuovo piano regolatore dei nostri giorni.

• La nuova geografia dello sviluppo

Sistema metropolitano della Toscana centrale e, più ipotetico ma non

impossibile, sistema metropolitano della costa (Pisa-Livorno-Pontedera) sono

le emergenze economico-territoriali più significative della fase successiva al

processo regionale di industrializzazione, del quale rappresentano, e non solo

temporalmente, uno degli esiti più originali, almeno per quel che riguarda

la Mitteltoskana. In effetti i fenomeni demografici e le modificazioni nella

struttura economico-produttiva del decennio (sommariamente passati in

rassegna nei paragrafi che precedono) hanno agito su ed hanno interagito

con le formazioni territoriali generate dal modello toscano di sviluppo:

la campagna urbanizzata, le aree turistico-industriali, le aree urbane, la

campagna. Il disegno delle «quattro Toscane» (Fig. 12) si è complicato

nell’immagine territoriale della «nuova geografia dello sviluppo» (Fig. 13).

Figura 12

LE «QUATTRO TOSCANE» DELLO SVILUPPO POSTBELLICO: LA CAMPAGNA URBANIZZATA,

LE AREE TURISTICO-INDUSTRIALI, LE AREE URBANE, LA CAMPAGNA. 1971

Pisa

Livorno

Siena

Firenze

Grosseto

Campagna urbanizzata

Aree turistico-industriali

Aree urbane

Campagna

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 125


Figura 13

LA NUOVA GEOGRAFIA DELLO SVILUPPO: SISTEMI METROPOLITANI, SISTEMI URBANI,

SISTEMI URBANO-RURALI, ZONE DI FRANGIA. 1985

Le frecce indicano aree di gravitazione extra-regionale

Ulteriore crescita industriale in alcune parti, impetuoso sviluppo delle

attività produttrici di servizi in altre ancora, il rallentamento o l’accelerazione

(più rara) dei processi di urbanizzazione hanno specificato in Toscana un

sistema di figure territoriali nuove anche se non occultamente imparentate

alle precedenti:

- i sistemi metropolitani della Toscana centrale (Firenze-Prato-Pistoia) e

della costa (Pisa-Livorno-Pontedera);

- i sistemi urbani di Lucca, della Versilia, della Valdelsa, del Valdarno

superiore, della Val di Cornia;

-

Sistemi metropolitani

Sistemi urbani

Sistemi urbano-rurali

Zone di frangia

Gravitazione extra-regionale

i sistemi urbano-rurali di Arezzo, Siena e Grosseto, tipizzati dalla

mancanza del reticolo di spostamenti pendolari che caratterizzava le

aree della campagna urbanizzata, essendo la città il polo d’attrazione

centripeto di flussi radiali di pendolarità che hanno origine nelle

cittadine minori dell’area;

126 «Maturità precoce»: una modernizzazione a rischio


- le aree di frangia interregionale fra Toscana ed Emilia Romagna e fra

Toscana e Umbria.

Tuttavia il più saldo riferimento per l’articolazione subregionale

della Toscana resta pur sempre quello della maglia delle Associazioni

intercomunali che fu identificata in modo da farle corrispondere ai «sistemi

urbani giornalieri». Questi sistemi (Fig. 14) rappresentano il reticolo

tracciato sul territorio dagli spostamenti che si svolgono fra differenti

località urbane in una tipica giornata lavorativa, con riferimento specifico

ai movimenti pendolari luogo di residenza -luogo di lavoro.

Figura 14

I SISTEMI URBANI GIORNALIERI

La trama degli spostamenti pendolari, che unisce un centro maggiore ai

centri minori nel suo sistema (quando, e ve ne sono esempi in Toscana, il

sistema non sia tutto composto di centri più o meno equivalenti) traccia sul

territorio lo spazio entro il quale, appunto in una tipica giornata lavorativa,

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 127


si svolge la maggior parte delle attività ordinarie della vita quotidiana:

occupazione, ricreazione, acquisti, opportunità sociali. L’intricato reticolo

attorno al capoluogo regionale non impedisce di cogliere le differenze,

poniamo, tra la forma che i collegamenti pendolari assumono in Valdelsa,

in Valdarno o nella Val di Nievole e quanto differenti siano da quelli,

più lineari e di più lunga portata, che collegano Livorno agli altri centri

del suo territorio o da quelli tipicamente radiali, e convergenti sul centro

maggiore, che si originano da un centro minore scollegato dagli altri,

come nel caso delle aree urbano-rurali: Arezzo, Siena e Grosseto. I sistemi

urbani giornalieri rappresentano i veri sistemi organici che compongono

l’organismo regionale. E c’è da rammaricarsi della non fortunata esperienza

delle Associazioni intercomunali, il solo livello di governo che fosse

corrispondente ai sistemi reali della Toscana. Purtroppo la scelta non resse,

anche in mancanza di una forte carica ideale e di una ferma determinazione

politica, alla duplice trazione dei poteri regionali e delle gelosie comunali.

C’è stato chi, in Toscana, ha parlato recentemente di «diaspora territoriale»

per caratterizzare una situazione nella quale, chiusa in modo fallimentare

la prima fase di vita delle Associazioni intercomunali, si vengono

annebbiando gli stessi riferimenti tradizionali più consolidati, come quelli

delle vallate. Diviso, dal punto di vista delle unità amministrative, il

Valdarno fiorentino da quello aretino, separata la Valdelsa fiorentina da

quella senese, la pressione degli interessi e le piattaforme locali sembrano

tendere al massimo di disarticolazione, tanto che oggi risulta, anche per

quanto riguarda l’attuazione delle politiche regionali, più difficile di ieri

tenere insieme non solo Montevarchi e Figline, Santa Croce e Fucecchio,

luoghi di tradizionale rivalità, ancorché appartenenti alla stessa entità

economico-territoriale, ma persino Empoli e Castelfiorentino, Firenze e i

comuni della sua area.

8. Toscana chissà

La ricomposizione della diaspora territoriale, che frantuma in una miriade

di piattaforme localistiche la stessa possibilità di immaginare un organico

disegno regionale oltre che, comprensibilmente, di mandarlo ad effetto,

si prospetta come uno dei più severi cimenti del prossimo futuro per i

gruppi dirigenti regionali. Un cimento che si aggiunge a quelli altrettanto

severi che la lettura dell’ultima vicenda dello sviluppo regionale è venuta

prospettando: il recupero, se possibile, dei ritardi rispetto alle altre regioni,

l’incremento degli investimenti in capitale fisso sociale per ammodernare

la dotazione delle infrastrutture regionali, il sostegno all’evoluzione

metropolitana dei principali sistemi urbani toscani.

128 «Maturità precoce»: una modernizzazione a rischio


Non è questa la sede nemmeno per tentare un bilancio dei primi

quindici anni dell’esperienza regionale. Ma sarebbe urgente farlo e con

le più rigorose procedure della ricerca scientifica, rifuggendo da facili ma

inconcludenti bilanci catastrofici quanto da auto consolatori esercizi che

occultassero le difficoltà, i limiti e gli insuccessi di quell’esperienza. Non

tira un vento favorevole alle regioni, di questi tempi in Italia. C’è chi ha

già perspicuamente analizzato il lavoro della nuova istituzione, anche se

sotto un profilo prevalentemente giuridico (Paladin, 1985). Parrebbe utile

farlo anche sotto il profilo dell’attrezzatura tecnica delle politiche regionali

oltre che dal punto di vista del bilancio materiale dei risultati ottenuti. Gli

aspetti positivi non sono sempre visibili a prima vista: l’irrobustimento

del governo locale, l’articolazione del potere, oggi certamente più

diffuso nella società di quanto non lo fosse nel periodo del centralismo

esasperato, la realizzazione qua e là di esperienze pilota che potrebbero

essere utilmente generalizzate. Le stesse tecniche di gestione dei bilanci si

sono venute affinando, a mano a mano che crescono la consapevolezza e

la capacità di introdurre criteri di gestione economica, ispirati al principio

della valutazione dei risultati. Segni di un rinnovato impegno sul terreno

dell’efficienza e della modernizzazione si colgono, del resto, su tutto il

fronte dell’amministrazione pubblica locale toscana, se è vero che nel

corso di un quinquennio i comuni toscani hanno accresciuto il peso dei

loro investimenti sul complesso degli investimenti effettuati da tutte

le amministrazioni comunali del paese dal 7,7 all’8,1 per cento, con un

tasso di incremento delle somme investite pari al 36 per cento, durante il

quinquennio, più del doppio del corrispondente valore nazionale. Anche

le municipalizzate esprimono qualche tendenza confortante; l’incidenza

delle spese di personale sul complesso delle uscite è oggi in Toscana del

39 per cento contro il 46 della media italiana, mentre gli introiti per tariffe

rappresentano qui il 65 per cento delle entrate e nel resto del paese solo

il 56. È onesto riconoscere poi, quale che possa essere il giudizio critico

sul complesso dell’azione regionale, la difficoltà grandissima di esprimere

politiche realmente incidenti sullo sviluppo del sistema regionale, quando

quasi l’80 per cento delle risorse a disposizione della Regione Toscana è

assorbito dalla spesa sanitaria (ma le destinazioni di risorse vincolate da

leggi statali arrivano all’87 per cento), si che agli interventi economici si

son potuti destinare negli ultimi anni volumi di spesa che hanno oscillato

tra i 200 e i 300 miliardi all’anno: somme irrisorie rispetto all’entità delle

grandezze macroeconomiche regionali con cui si debbono confrontare.

Pur rifuggendo da ogni rozza polemica politica, qualcosa vorrà pur dire la

circostanza che fra l’83 e l’84, mentre si incrementavano dell’11 per cento i

trasferimenti dallo Stato centrale al complesso delle Regioni, l’incremento

attribuito alla Toscana è stato solo dell’8 per cento (e lo si può rapportare

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 129


agli incrementi della Lombardia, della Campania e del Piemonte che son

stati rispettivamente del 10, del 12 e del 13 per cento).

C’è tuttavia un fronte sul quale si può agire senza spesa e al di fuori dei

vincoli e degli intralci della legislazione regionale. Ed è lo stesso fronte

sul quale probabilmente l’esperienza regionale toscana (ma il discorso

potrebbe essere fondatamente ripetuto anche per altre regioni) deve

registrare il ritardo più inquietante. A oltre quindici anni di distanza dalla

prima elezione dei consigli regionali, la Regione non è ancora sentita e

vissuta come la nuova dimensione del dibattito e dello scontro politico,

come il metro di riferimento delle scelte amministrative. Il processo di

regionalizzazione procede a rilento, non senza conoscere (è il caso della

«diaspora» territoriale) anche rischiosi passi indietro. I problemi locali, di

categoria, di settore, non sono ancora vissuti come problemi regionali. Danno

ampia testimonianza di ciò i livelli vistosamente insufficienti di autorità e

di potere decisionale delle istanze regionali di ogni natura; da quelle dei

partiti a quelle dei sindacati e delle organizzazioni di categoria. Il ritorno di

fiamma sul ruolo delle amministrazioni provinciali non segna tanto lo sforzo

di vitalizzazione di un ente a competenze limitate che mai ha realmente

partecipato del processo sociale. Vi si rintraccia piuttosto la rivincita della

provincia come maglia geometrica uniforme del decentramento statale

(prefetture, questure, intendenze di finanza, provveditorati agli studi, ecc.)

sulla quale si è venuta modellando da decenni, per non dire dalla fine del

secolo scorso, l’organizzazione della vita politica e sociale, dai partiti ai

sindacati, alle associazioni di categoria. La difficoltà a irrobustire, nelle

varie sedi e ai vari livelli, i centri direzionali di scala regionale rappresenta

un altro, e non minore, ostacolo rispetto alla possibilità di concorrere

all’ideazione (anche solo all’ideazione) di un organico progetto di sviluppo

regionale. S’è visto abbondantemente in queste note quanto grande sia la

sproporzione fra la dimensione dei fenomeni economico-sociali, e quella

dei possibili strumenti di intervento a disposizione del decisore pubblico.

Ma l’intervento pubblico può agire al margine, sulle differenze, sostenendo

tendenze positive e ostacolando tendenze negative, quel tanto che basta

per accelerarne o rallentarne i processi. Sempre che di questi processi si

siano intese la natura, la legge di movimento e la direzione di sviluppo. I

vent’anni alle nostre spalle rapsodicamente passati in rassegna in questo

scritto, hanno mostrato in più d’una circostanza, anzi in molte circostanze,

questa sorta di refrattarietà dei gruppi dirigenti locali a leggere correttamente

e tempestivamente quanto veniva sdipanandosi sotto i loro occhi. Cosa sta

maturando nel grembo della Toscana a quattordici anni dal Duemila?

Non s’intende, certo, ripercorrere pedantemente le tendenze delle

diverse fenomenologie economiche, sociali e territoriali su cui si è

cercato di ragionare. Le questioni fondamentali, le alternative principali

130 «Maturità precoce»: una modernizzazione a rischio


dovrebbero essere emerse. Ma può darsi che cosi non sia. A chiusura di

queste note si è quindi indotti a un’ultima, rapida carrellata su alcune

tendenze differenziali dello sviluppo toscano: talvolta cosi connaturate al

suo modo di essere che la dimestichezza con le loro manifestazioni quasi

impedisce di coglierne persino l’esistenza. Altre volte si tratta, invece, di

segni minori, probabilmente davvero eccentrici rispetto al grande corso

dello sviluppo, ma chissà.

Si prenda il caso del turismo; bastano due sole cifre a dire che è

quantitativamente rilevante in Toscana: 28 milioni di giornate di presenza

in un anno, più dell’8 per cento dei flussi turistici nazionali complessivi.

Guardando solo un poco oltre la superficie, si scopre che all’importanza

quantitativa si aggiunge una discreta significatività economica, se 1.000

lire spese dai turisti in Toscana attivano un incremento complessivo del

prodotto lordo di oltre 1.300 lire di cui 857 rimarrebbero nella regione.

Perché queste cifre, introdotte all’improvviso e -qualcuno potrebbe

giudicare- in modo un po’ bislacco, son significative? Perché se le stesse

1.000 lire di incremento si fossero invece espresse nella domanda di prodotti

tessili, l’incremento del prodotto interno lordo sarebbe stato solo di 1.236

lire e la quota internalizzata dall’economia regionale di 796. Dio ci guardi

dal dir male dell’industria tessile, motore e vanto dell’economia toscana:

tuttavia, almeno per quanto riguarda la positività degli effetti, i numeri

dicono che alla Toscana convien più esportar servizi turistici che pezze di

tessuto. Ma siamo ancora a un livello assai grossolano del ragionamento.

Gli occupati nel complesso delle attività turistiche e di quelle che a queste

più direttamente si riconnettono erano all’81 quasi 55.000, un sorprendente

34 per cento in più di quanto non fossero dieci anni prima, sicché gli

occupati nelle attività turistiche rappresentano oggi quasi il 4 per cento del

totale dei posti di lavoro in Toscana, con un aumento di un quinto rispetto

alla quota posseduta dieci anni prima. Gli andamenti occupazionali nel

settore, che sarebbe difficile, almeno secondo le definizioni scolastiche,

ascrivere al terziario qualificato, non hanno certo mostrato le incertezze

e i tentennamenti di diversi settori industriali. Se poi ci si ricorda che il

turismo verso i centri d’arte rappresenta il 34 per cento dei flussi turistici

che si rivolgono alla Toscana e che questi flussi si sono accresciuti del

28 per cento durante gli ultimi dieci anni, mentre il turismo balneare è

rimasto praticamente stazionario, si potrebbe persino non esitare a stabilire

un collegamento un po’ spericolato: sono le dotazioni artistiche e le attività

culturali il principale propulsore della domanda turistica che si rivolge

verso la Toscana (AA.VV., 1982). Non è la scoperta dell’acqua calda e non

è nemmeno la vieta riproposizione del patrimonio artistico, come oggetto

della mercificazione turistica. Secondo le più accreditate stime e sempre

che un cataclisma bellico non sconvolga il pianeta, i prossimi dieci anni

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 131


dovrebbero registrare consistenti e paralleli incrementi nella domanda

mondiale di turismo e di cultura (Bresso e Zeppetella, 1982). Una domanda

che, come si sa da accurate ricerche scientifiche, ma come, in ogni caso

si intuirebbe anche per semplice buon senso, si accresce in entrambe le

direzioni nella misura in cui si accrescono i livelli di reddito e i livelli di

istruzione dei potenziali consumatori. Anzi, un po’ di più.

Le attività culturali, d’altra parte -e l’affermazione non è certo una

scoperta- costituiscono una presenza importante nella vita sociale (ma, lo

si vedrà tra un momento, anche in quella economica) della regione (Irpet,

1984). Ogni toscano spendeva, nel 1971, 437 lire all’anno per assistere a

manifestazioni teatrali e musicali (ma si sa, a teatro e al concerto va solo una

quota minima della popolazione): lo stesso toscano medio spende oggi quasi

4.000 lire, mentre l’italiano medio non destina più di 2.700 lire a questi stessi

consumi. E non si tratta di un fenomeno esclusivamente fiorentino, se è vero

che la spesa pro capite per tutti gli spettacoli è aumentata durante gli anni

‘70 a Firenze del 192 per cento, negli altri capoluoghi di provincia del 201

per cento e nel resto della regione del 215: siamo quindi in presenza di un

consumo nobile che non solo aumenta, ma si decentra diffondendosi a tutta

la regione. è vero, peraltro, che Firenze svetta su tutte le città d’Italia quando

si tratta di consumi culturali. Pochi dati per confermarlo: se si fa uguale a 100

la spesa pro capite di Firenze per tutti i consumi culturali al 1971, due anni

dopo scopriamo che si è accresciuta fino a 179; i corrispondenti valori di altre

grandi città «consumatrici di cultura», sono, nell’ordine, 138 per Milano, 97

per Bologna, 85 per Venezia, 74 per Roma (meno della metà di Firenze). Che

è una città nella quale per tutti gli spettacoli si sono spese nel 1981, 83.000

lire a testa, mentre a Bologna ne spendevano 75.000, a Milano solo 65.000, e

ancor meno a Venezia e a Roma (rispettivamente, 65.000 e 40.000). Certo la

cultura non può esser ridotta alle manifestazioni musicali e teatrali: esistono,

per esempio, anche i musei, i libri e le riviste; i visitatori dei musei fiorentini

che erano 3.330.000 nel 1971 sono 4.500.000 circa dieci anni dopo; le opere

pubblicate dall’editoria locale passano, lungo lo stesso intervallo di tempo,

da 1.382 a 1.524 e, per quanto l’editoria fiorentina sia notoriamente in

condizioni non particolarmente brillanti da tempo, rappresenta pur sempre un

apprezzabile 8-10 per cento del complesso delle attività editoriali del paese.

Né, per la cultura, spendono solo i privati. Anzi. Il comune di Firenze, per

esempio, che destinava a queste attività 580 milioni nel 1975 ha accresciuto

i suoi stanziamenti di 13-14 volte (i dati sono riferiti al 1984: nel 1985

le ristrettezze della finanza locale hanno ridotto l’aumento al livello più

basso, ma pur sempre apprezzabile, di 10 volte). Una spesa culturale che

si ripartisce per il 31 per cento alle attività musicali, per il 23 in convegni

e contributi alle istituzioni culturali, per il 20 alle arti visive, per il 13 alle

attività teatrali, mentre agli altri settori vanno le rimanenti quote.

132 «Maturità precoce»: una modernizzazione a rischio


E fin qui s’è considerata la cultura dal punto di vista della distribuzione

e del consumo, ammesso che tutti concedano pacificamente l’uso di questi

termini quando si tratta di cultura. Chiedendo venia a eventuali obiettori,

si vorrebbe andare a vedere a quante persone diano lavoro le attività

culturali, per esempio in Toscana. Gli addetti al settore culturale «allargato»

(comprendente, cioè, anche la scuola) sono, nel 1981, quasi 140.000, ed

erano poco più di 76.000 solo dieci anni fa: come a dire che c’è stato un

cospicuo balzo di quasi l’80 per cento, tant’è che alla fine del decennio le

attività culturali coprono il io per cento del complesso dei posti di lavoro

in Toscana e ne assicuravano solo 6 dieci anni prima. Si tratta di livelli di

incidenza e di tassi di crescita che lasciano indietro diversi settori produttivi

dell’industria toscana. Che volume di spesa genera quest’occupazione nelle

attività culturali? Quanta attivazione di produzione nel complesso di tutte

le attività economiche la spesa di quei redditi da lavoro induce?

E poi, la produzione specifica dei beni e dei servizi culturali, quanto

concorre al prodotto interno lordo, qual è il grado di interdipendenza che la

collega ai settori che forniscono a questa attività gli inputs di materie prime, di

prodotti intermedi, di servizi? Si immagina senza sforzo alcuno come si possa

ritenere blasfemo parlare di attività culturali, e quindi presumibilmente di arti

visive, di musica, di letteratura, poesia, ecc., come se si trattasse di settori

industriali. Eppure il collegamento diretto fra cultura ed economia (che ora si

instaura regolarmente ed anzi rappresenta un nuovo e assai dinamico campo

di ricerca: Minon, 1986) non è cosa di questi ultimi anni iconoclasti. «I teatri,

signori, danno un notevole impulso all’industria cittadina la quale, a sua volta,

alimenta la vita delle industrie di provincia. Tutte le branche del commercio

ricevono qualcosa dal teatro. I teatri della città danno da vivere direttamente

a 10.000 famiglie, in trenta o quaranta mestieri diversi; occupano, ognuno

di loro, centinaia di operai e versano annualmente nella circolazione della

ricchezza una somma che, secondo cifre incontestabili, non può essere valutata

a meno di 20 o 30 milioni». La cifra, francamente, può sembrare modesta: ma

lo sembrerà assai meno se si tiene presente che la città cui ci si riferisce è

Parigi, l’oratore Victor Hugo in un suo intervento all’Assemblea costituente,

la data in cui fu pronunciato il discorso il 17 luglio 1848. Questo reperto,

ammesso che non sia possibile trovarne di precedenti, dimostra la possibilità

che l’approccio economico ai problemi della cultura sia suggerito non da un

economista ma da un artista. In realtà, per tornare a più serie considerazioni,

viene crescendo, nel mondo obiettivamente più che da noi in Italia (Leon,

1985), la consapevolezza che l’incidenza economica del consumo e della

produzione di cultura, in termini di occupati, di contributo al prodotto interno

lordo e di attivazione di altri settori ha raggiunto ormai livelli tali da meritare

non solo attenti studi ma anche opportune preoccupazioni per quanto riguarda

i profili dell’efficienza e dei rendimenti (Gouiedo, 1986).

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 133


Altri tipi di raccordo tra economia e cultura, ovviamente molto diversi

da quello di cui si è fin qui parlato, son quelli che passano, per esempio,

attraverso le attività connesse alla produzione dell’immagine e alla moda.

Quanti artisti e scrittori lavorano per la pubblicità? Nessuno ormai si

scandalizza se le sfilate di moda si tengono nei più prestigiosi sacrari della

prosa, della lirica o delle arti visive. Talvolta si esagera, magari, come

quando si intende assoldare una illustre e veneranda opera d’arte per farne

un agente pubblicitario di prodotti di largo consumo. L’esperienza non

molto tempo fa toccò, a Firenze, al povero David di Michelangelo messo a

vendere cravatte. Ma ci sono collegamenti anche di tipo diverso, quelli nei

quali la moda chiede alla scienza e alla cultura il loro apporto: un segno,

per ora modesto ma probabilmente destinato a svilupparsi, è quello che si

può riconoscere nella istituzione, sempre a Firenze, di un politecnico della

moda realizzato in collaborazione con uno dei più rinomati, se non il più

rinomato, centri di ricerca e formazione nel campo della moda, il Fashion

Institute of Technology di New York.

Già, la moda: un settore, o meglio un complesso di attività produttive che,

se n’è detto più sopra, si attribuisce la metà di tutta la nuova occupazione

manifatturiera generata durante gli anni ‘70. Queste attività produttive

rappresentano, e si è avuto modo di farvi cenno più volte nel corso di queste

pagine, un vero e proprio asse portante dell’economia regionale. Se ne

vedano alcuni indicatori sommari riferiti al 1981: 200.000 occupati, pari al

16 per cento dell’occupazione nazionale in questi settori, che corrisponde

al 41 per cento dei lavoratori del settore manifatturiero in Toscana. Le

produzioni della moda alimentano un volume di esportazione di oltre 3.000

miliardi, il 23 per cento dell’esportazione della moda nazionale, la metà

di tutta l’esportazione regionale, e che si incrementa, proprio nel corso di

questi ultimi quattro anni, di un cospicuo 63 per cento.

Ma le cifre sin qui riferite riguardano una definizione molto riduttiva

del sistema della moda: le industrie delle pelli e del cuoio, delle calzature,

dell’abbigliamento e l’industria tessile. In realtà, il sistema della moda,

in una corretta visione organica, deve comprendere il complesso delle

produzioni attivate e sostenute dalla produzione dei beni finali. Materie

prime, accessori, macchinari, attrezzi, materiali ausiliari, servizi alle

imprese, rete distributiva sono i raggruppamenti delle attività produttive

di beni e di servizi che compongono il «sistema della moda» come entità

economico-organica. Anche a prescindere dai profili culturali, psicologici e

sociali strettamente interrelati alle fenomenologie di un sistema produttivo

come quello della moda (Simmel, 1985), così connesso agli stili di vita,

alle aspirazioni personali, alle convinzioni ideologiche, allo status sociale,

si intende subito la povertà di un approccio economicistico e settorialistico

che faccia del «sistema della moda» un semplice aggregato di settori

134 «Maturità precoce»: una modernizzazione a rischio


produttivi. E tuttavia, rimanendo sempre all’interno di un approccio

angustamente economicistico, si deve sapere che il sistema della moda,

organicamente considerato, dà lavoro in Toscana ad oltre 240.000 addetti,

come dire il 17 per cento di tutta l’occupazione regionale, il doppio della

corrispondente incidenza a livello nazionale, a ulteriore testimonianza

della elevata specializzazione della Toscana in questo campo.

Turismo, cultura e moda: 360.000 posti di lavoro in Toscana, il 28 per

cento di tutti i posti di lavoro della regione. Che senso ha, si potrebbe

osservare, sommare insieme entità così eterogenee? Certo, non è difficile

stabilire i collegamenti che da tanti anni, e poi a Firenze!, si stabiliscono

nell’ideologia non meno che nella pratica quotidiana di bottega. Il David

attira turisti a Firenze e valorizza le più rinomate marche della moda

locale: una rapida occhiata al David e poi si vende l’abito, la borsetta, le

scarpe. Un collegamento di tale natura era ben presente, anche se in forme

meno rozze di quelle enunciate talvolta oggigiorno, al gruppo dirigente

fascista fiorentino degli anni ‘30, che all’insegna del trinomio turismoartigianato-cultura

(Palla, 1978) elaborò una nuova edizione del radicato

atteggiamento antindustrialista dei dirigenti toscani (Mori, 1960), declinato

questa volta in versione urbana, esplicitamente mirato al consenso dei

ceti medi del commercio, dell’artigianato e degli impieghi. Si può forse

ipotizzare un approccio più elaborato che non parte programmaticamente

dall’interazione fra i tre aggregati di attività. Il ragionamento che si è fatto

per il sistema della moda, di non considerarlo unicamente e riduttivamente

in termini di attività produttive finali, per valutare tutto il complicato

reticolo di interdipendenze che lo legano agli altri settori, potrebbe esser

replicato anche per la cultura ed il turismo. Si avrebbe allora la possibilità

di apprezzare, nella loro reale interezza, l’entità economica di questo

complesso di attività e il ruolo che svolge nell’economia regionale. Ma il

ragionamento si deve, anzi si vuole, fermare qui.

Non senza prima aver ricordato alcuni segnali, magari timidi e, non si

può escludere, destinati persino a spegnersi tra breve, che rivelerebbero

l’esistenza di fermenti di novità in ciascuno di questi settori. Si affastellano

qui, senza alcuna pretesa di ordine né di sistematicità, alcuni di questi

sintomi: il crescente interesse per il turismo di studio, strettamente collegato

alle localizzazioni fiorentine di prestigiose fondazioni culturali estere

o di sedi di università straniere, per non dire dell’Istituto Universitario

Europeo; le forme nuove e meno appariscenti che assume il turismo

giovanile veicolato da associazioni, scuole e università; il contributo non

marginale che i flussi turistici più specializzati danno all’incremento della

domanda locale di attività culturali, sì da consentire significative economie

di scala e, in molti casi, un numero maggiore di repliche; il turismo legato a

ispirazioni ambientaliste che non di rado trova in Toscana destinazioni che

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 135


soddisfano questa domanda particolare; l’espansione tumultuosa del turismo

congressuale, che è ormai diventata una delle forze traenti della crescita

della domanda turistica internazionale; il germinare nel campo della moda

di tendenze innovative, introdotte, come si dice, da «creativi» delle giovani

generazioni, che fanno moda più o meno con lo stesso approccio con cui

si fa ricerca artistica d’avanguardia (manifestazioni come Pitti Trend e

riviste come «Westuff» ne sono alcune delle più interessanti espressioni);

i collegamenti inusuali che la moda stabilisce con l’avanguardia musicale,

che ha in Firenze alcune delle sue manifestazioni più interessanti (si pensa al

gruppo dei Litfiba) e nell’area metropolitana alcuni dei suoi luoghi deputati

(si pensa a un locale come il Manila). Che cosa siano le attività culturali

per Firenze e cosa potrebbero -meglio: dovrebbero- diventare, al di là delle

mega rassegne medicee o etniche e degli avventurosi anni della cultura

europea, è cosa ben familiare agli operatori e agli amministratori locali. Si

vuol solo avanzare un interrogativo: nessuno può dire cosa potrebbe sorgere

(e forse sta già sorgendo) dalle interazioni spontanee che questi insiemi di

attività pongono in atto (Biennal, 1985). Se ci si ricorda, poi, del ruolo che

hanno a Firenze i servizi più direttamente collegati alla produzione e alla

valorizzazione dell’immagine (marketing, promotion, pubblicità, design,

ecc.) si può identificare una sorta di agente di collegamento. Passerà per un

nuovo trinomio, questa volta turismo-cultura-moda, una delle possibilità di

sviluppo per la Toscana o, meglio, della Mitteltoskana?

Attenzione! In questa ipotesi non c’è la minima indulgenza a sismondismi

di ritorno né la minima reviviscenza di nostalgie antindustrialiste. Se è

vero, come molti sintomi lasciano presagire, che non tornerà (per fortuna,

non tornerà) un nuovo boom consumistico all’insegna dell’usa-e-getta,

mentre dovrebbe ancora dilatarsi il tempo di non-lavoro (augurabilmente

non in termini di disoccupazione) cambieranno, ma stanno già cambiando,

i modelli di consumo. Il tempo libero sarà meno intenso di consumo di beni

e più intenso di consumo di servizi (viaggi, musica, teatro). Si consumerà

più tempo che cose, insomma. Uno «stile di vita più sobrio e raffinato»

come si preconizzò nel dibattito seguito alla pubblicazione dei Limiti dello

sviluppo. E il concetto di raffinatezza evoca quello di moda.

In questi ultimi abbozzi di ragionamento ci si rende conto di aver toccato

soglie perigliose. Chi non aveva mai mandato giù la deviazione dell’operaio

medio toscano rispetto allo stereotipo Cipputi in tuta blu, si straccerà le

vesti di fronte alla prospettiva di addetti al terziario qualificato privi del

camice bianco di prammatica e magari agghindati secondo le vistose fogge

di Pitti Trend. Ma il timore maggiore riguarda le reazioni di quanti hanno

continuato a vedere il fantasma di Bettino Ricasoli dietro l’industria tipica

e potrebbero ora essere indotti a scambiare un dark dell’Arci-Kids per un

redivivo Pavolini in orbace.

136 «Maturità precoce»: una modernizzazione a rischio


D’altra parte -e sia detto qui senz’ombra di celia- l’imprevedibile

Toscana ha riserbato, nella sua storia recente, molte sorprese agli analisti

dello sviluppo: si rifiutò di decollare, quando tutto induceva a pensare che

l’avrebbe fatto, negli anni attorno all’Unità; si industrializzò, prima alla

bell’e meglio, poi sempre più robustamente, a partire da anni nei quali

nessuno avrebbe scommesso un centesimo -e sono gli anni del secondo

dopoguerra- sulle possibilità industriali della Toscana.

«La storia non è magistra di nulla che ci riguardi» ammonisce il verso

montaliano. Ma la «storia» dello sviluppo toscano di questo dopoguerra

ci dovrebbe aver impartito almeno la lezione di non intestardirci a cercare

il futuro solo fra ingegneri, informatici e robot: si potrebbe manifestare

anche sotto le spoglie di stilisti e tour-operators, di giovani stagiaires e

specialisti di restauro, di portieri d’albergo e professori di musica.

O non ci son voluti vent’anni perché ci si accorgesse che lo sviluppo

che ci si attendeva dalla grande fabbrica, tetti a shed e ciminiere di rito,

veniva invece messo in moto da impannatori e buyers, tessitori per conto

terzi e lavoranti a domicilio? E lì per lì non se ne accorgeva nessuno, forse

nemmeno gli stessi protagonisti, a tutta prima. Certo non gli scrittori.

Nessuno scrittore ha cantato le lodi dell’industria tipica toscana. Ossia,

di un’industria tipica le lodi furon cantate da Lucio Mastronardi: ma si

trattava degli scarpai di Vigevano.

Turismo, moda e cultura sono attività ben provviste di appeal e chissà

che non riescano -prima che se ne avvedano politici e studiosi- a eccitare

l’immaginazione di un romanziere, come fece l’industria metalmeccanica

fiorentina sul Pratolini della Costanza della ragione e che perfino

l’industrializzazione del Mezzogiorno riuscì a suscitare, se si pensa al

Donnarumma all’assalto di Omero Ottieri.

Dunque: turismo, moda, cultura? Chissà...

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 137


Riferimenti bibliografici

Premessa

Questo scritto -che dedico alla memoria della mia compagna- non è, come si vede

agevolmente, un lavoro di storia: le mie competenze e la vicinanza del periodo di

cui tratto (1971-85, ma con qualche temerario spenzolamento sul futuro prossimo)

lo avrebbero, in ogni caso, impedito. Ma questo scritto non è nemmeno un

lavoro scientifico in senso stretto, dato che in esso vi si mescolano liberamente

(ma confido non inconsapevolmente) sintesi di precedenti ricerche, spezzoni di

ricerche ad hoc, commento di dati e semplici opinioni (talvolta molto) personali.

Mi sono comunque sforzato di rappresentare obbiettivamente i fatti e di tenerli

distinti per quanto mi è stato possibile dai miei convincimenti.

Data questa natura dello scritto ho ritenuto ridondante indicare nel testo le fonti

pubblicistiche, documentali e statistiche dei brani e dei dati, mentre ho limitato

alle sole opere citate i riferimenti bibliografici che seguono.

Avverto, tuttavia, il dovere di precisare che:

-

-

quando non diversamente indicato, le citazioni riferite alla Cgil e alla

Federazione sindacale unitaria son tratte da note distribuite in occasione di

conferenze stampa (in genere annuali), quelle riferite al Pci dai documenti dei

congressi regionali;

ho preso in considerazione solo le posizioni del sindacato e del Pci per

due ragioni: sono i soli organismi che si interessano con continuità dello

sviluppo regionale (altri partiti se ne sono occupati solo sporadicamente e con

dichiarazioni personali non si sa quanto corrispondenti a posizioni ufficiali del

partito, ammesso che vi fossero); mi premeva di più discutere gli atteggiamenti

del partito e del sindacato in cui milito.

I dati del testo sono di norma ricavati dalle serie dei censimenti Istat. Altri

dati (di base o elaborati), stime e valutazioni quantitative sono di fonte Irpet

(pubblicazioni, lavori in corso e note interne). I testi Irpet di cui più mi sono avvalso

(oltre alla serie dei Rapporti annuali dell’Istituto dal 1973 al 1985) sono compresi

nei riferimenti bibliografici. Colgo l’occasione per ringraziare collettivamente tutti

i miei collaboratori dell’Istituto per l’apporto di idee e di informazioni che (spesso

senza nemmeno saperlo, credo) il loro lavoro ha dato al mio.

E voglio poi ringraziare quanti, in vario modo, hanno qualche responsabilità

di questo scritto. Ringrazio, anzitutto, Giorgio Mori, per il grande onore che mi ha

fatto chiamandomi a collaborare al suo libro, ma anche per aver voluto discutere il

progetto del mio lavoro e per il costante incitamento durante la sua realizzazione. Con

Giacomo Becattini ho un debito di gratitudine, contratto nella ventennale discussione

sulle cose della Toscana, sì che mi resta difficile distinguere le sue dalle mie idee. Li

sollevo, come si deve, da ogni responsabilità per l’eventuale cattivo uso fatto dei loro

consigli: ma non posso ritenerli innocenti del mio modo di guardare allo sviluppo

della Toscana, che è largamente tributario del loro insegnamento. Un grazie fraterno

a Fabio Sforzi, rigoroso interlocutore nel comune scrutinio delle vicende regionali,

per rapporto critico a punti sostanziali di queste note. Sono grato a Giuseppe Pozzana

e Antonio Floridia per il prezioso aiuto nella raccolta della documentazione. Lascio

per ultimo il riconoscimento che più mi preme, quello a Cristina Caldonazzo: senza

138 «Maturità precoce»: una modernizzazione a rischio


il suo affettuoso pungolo e la sua intelligente collaborazione questo lavoro non

sarebbe mai stato cominciato né finito.

AA.VV., Turismo e centri d’arte, Milano 1982.

- Capitalisme et industries culturelles, Grenoble 1984. Va detto che

l’atteggiamento fortemente critico di questo testo verso l’industria culturale

è esemplificato dalla sua epigrafe: «La culture de modernité est produite

industriellement, sous garantie d’État».

- Processo di urbanizzazione dell’area Firenze-Prato-Pistoia,

Documentazione e atti della prima fase della Conferenza per il

coordinamento degli interventi di pianificazione territoriale nell’area

(Firenze, 22-24 marzo 1984), Firenze 1984.

Andersson A., Knowledge Intensity and Product Cycles in Metropolìtan Regions,

Iiasa, Working paper, 1984.

Api-Toscana, Piccole e medie industrie e comunità europea. Una sfida per gli anni

Ottanta, Firenze 1981.

Bagnasco A., Tre Italie. La problematica territoriale dello sviluppo italiano,

Bologna 1977.

- (a cura di), L’altra metà dell’economia, Napoli 1986.

Bagnasco A. e Trigilia, C. (a cura di), Società e politica nelle aree di piccola

impresa. Il caso della Valdelsa, Irpet, Milano 1985.

Bartolini G., Regioni rosse e intervento nell’economia, in «Politica e società», vi

(1981), n. 1-2.

Becattini G., Prospettive dell’inserimento della Toscana nella programmazione

economica nazionale, inUrpt, 1963.

- (a cura di), Lo sviluppo economico della Toscana, Irpet, Firenze 1975.

Un completamento di questo testo, per quanto riguarda soprattutto gli

aggiornamenti alle vicende successive al 1975, è Irpet, 1980.

Becattini G. e Bianchi G., Sulla multiregionalità dello sviluppo economico

italiano, in «Note economiche», 1982, n. 5-6. In questo scritto si

mette in guardia, appunto, da frettolose conclusioni sostenendo che

«l’industrializzazione diffusa di questo dopoguerra non dovrebbe essere

pensata semplicemente come un processo di espansione all’est e al sud di

un centro di industria preesistente, ma come un processo più composito

in cui le rilocalizzazioni di imprese dal nord-ovest e le altre forme di

induzione diretta, che certamente vi sono state, costituiscono solo una

parte -e non decisiva- di un movimento complessivamente caratterizzato

da esplosioni di imprenditorialità locale». L’argomentazione è ripresa e

sviluppata in Becattini e Bianchi, 1985.

- Analisi dello sviluppo regionale «versus» analisi multiregionale

dello sviluppo, in Bianchi G. e Magnani I-, L’analisi dello sviluppo

multiregionale: teorie, metodi, problemi, Milano 1985. Questo volume

collettivo presenta una rassegna, tutto sommato rappresentativa, degli

approcci e delle « scuole » che si confrontano nell’interpretazione della

multiregionalità.

Beli B., The Coming of Post-Industrial Society, London 1974 (Beli è ritenuto il

coniatore della locuzione «postindustriale»),

Bellandi M., L’innovazione diffusa (mimeo), Università di Firenze, Dipartimento

di Scienze Economiche (in corso di stampa).

Bertolino A., Caratteri e problemi dello sviluppo economico regionale con

particolare riguardo alla Toscana, in Urcciaat, 1963.

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 139


Bianchi G., L’esperienza di programmazione regionale in Italia, in AA.VV.,

Programmare, amministrare, Roma 1979.

- L’analisi dello sviluppo industriale a scala regionale. Elementi da uno

studio di caso sull’industria intermedia in Toscana, Cespe/Crs, in «La

programmazione regionale», Quaderno n. 1, Roma 1980.

- L’area fiorentina; genesi di una formazione metropolitana, in «Politica e

società», VII (1982), n. 1.

Biennal, Catalog de la I Biénnal de Produccions Culturale Juvenils de l’Europa

Mediterrània (Barcellona, 15-24 novembre 1985). Il programma

della Biennale comprendeva esposizioni, performances e rassegne

di architettura, arti plastiche, design, grafica pubblicitaria, danza,

fotografia, fumetto, moda, musica, prosa e poesia, teatro, cinema, video.

La gamma delle forme espressive presenti testimonia della singolare

interazione, multidisciplinare si direbbe, che rende difficile collocare i

«giovani creativi» nell’una o nell’altra specializzazione. Alla Biennale

di Barcellona era presente una nutrita rappresentanza dei «creativi»

fiorentini. Particolarmente apprezzati gli stilisti più innovativi che hanno

nella rassegna fiorentina Pitti Trend uno dei loro punti di riferimento.

Blair J., Economie Concentration, New York 1972.

Bresso M. e Zeppetella A., Il turismo come risorsa e come mercato, Milano 1985.

Bruckmann G., The Long Wave Debate, in Bianchi G. e altri, Long Waves,

Depression and Innovation: Background Material, Siena-Firenze 1983.

Bruni L., Evoluzione e prospettive di sviluppo della popolazione e dell’occupazione

in Toscana, in «Arti e Mercature», 1964, n. 5-6.

Bulgarelli G., Sistema territoriale e imprese, in Atti della II Conferenza regionale

sulla politica industriale, Regione Emilia-Romagna, Bologna 1984. Si tratta

di un atteggiamento che è una costante dei dirigenti comunisti emiliani.

Il presidente della Regione non esita due anni dopo a parlare di «modello

emiliano» di stato sociale («welfare state all’italiana» titola «il manifesto»

del 13 giugno 1986, l’articolo con l’intervista a Lanfranco Turci) a proposito

della qualità dei servizi sociali emiliani. Ma l’intervistato, lo nota lo stesso

giornalista, si preoccupa «di esporre i problemi piuttosto che i successi».

Campos-Venuti G. e altri, Firenze: per una urbanistica della qualità. Progetto

preliminare di piano regolatore, Venezia 1985.

Cantelli P., L’economia sommersa, Roma 1980.

Cantelli,P. e Paggi L., Strutture sociali e politiche delle riforme in Toscana, in

«Critica Marxista», x i i (1973), n. 5.

Censis, Firenze tra tendenze evolutive e modificazioni strutturali interne,

Roma 1984. Cgil-Comitato regionale della Toscana, Indicazioni per un

programma sullo sviluppo economico della Toscana, Firenze 1967.

Chiarello F., Economia informale, famiglia e reticoli sociali, in «Rassegna italiana

di sociologia», XXIV (1983), n. 2.

Crpet-Comitato regionale per la programmazione economica della Toscana,

Suddivisione della Toscana in zone economiche di programma, a cura di

Maestro R., 1968.

Ferrelli N., La prospettiva istituzionale europea e i riflessi finanziari della

programmazione regionale, Firenze 1981.

Fiorelli F., Programmazione regionale in Italia. Metodi ed esperienze, Svimez,

Milano 1979.

Floridia A., Fisiologia e patologia dello sviluppo toscano, in «Politica e società»,

vi (1981), n. 1.

140 «Maturità precoce»: una modernizzazione a rischio


Fuà G. e Zacchia C. (a cura di), Industrializzazione senza fratture, Bologna

1983.

Gershuny J.I., After Industriai Society? The Emerging Self-Service Economy,

London, 1978.

Goglio S. (a cura di), Italia: centri e periferia, Milano T982.

Gotti E. e Frattali L., Firenze innovazione - Progetto per la diffusione

dell’innovazione tecnologica alle piccole imprese nell’area fiorentina,

Irpet, Firenze T984.

Gouiedo L., Cultural Accounting Frameworks: Prospects and Problems, paper

presentato alla IV Conferenza internazionale sull’economia della cultura

(Avignone, 12-14 viaggio 1986).

Graziani A. (a cura di), Crisi e ristrutturazione nell’economia italiana, Torino

1975. Il volume raccoglie le relazioni di un convegno del febbraio 1974.

Igm-Istituto Geografico Militare, Dall’Italia immaginata all’immagine dell’Italia,

catalogo della mostra omonima (Firenze, 8-27 maggio 1986).

Iiasa-Irpet, Onde lunghe. Cicli economici di lungo periodo e transizione postindustriale,

selezione dei contributi presentati alle conferenze internazionali

di Firenze-Siena (ottobre 1983) e Weimar (giugno 1985), in corso di stampa.

Si veda in particolare: Bianchi G., Casini Benvenuti S., Maltinti G., Onde

lunghe. Take-offs regionali in Italia e in Gran Bretagna.

Innocenti P., L’industria nell’area fiorentina, Associazione degli Industriali della

provincia di Firenze, Firenze 1979. Un ponderoso volume ricco di dati,

rappresentazioni e riferimenti bibliografico-documentalistici, che ne fanno

un repertorio preziosissimo per lo studio dell’articolazione produttiva

dell’area dal 1861.

Innocenti R., Piccola città, piccola impresa, Milano 1985.

Irer-Istituto di ricerca della Lombardia, Progetto Milano. Tecnologie e sviluppo

urbano, Atti della I Conferenza intemazionale (Milano, 15-16 giugno

1984), Milano 1985.

- Progetto Milano. Tecnologia, professioni e città, Atti della II Conferenza

internazionale (Miland, 25 gennaio 1985), Milano 1986.

Irpet-Istituto di ricerche per la programmazione economica della Toscana, Lo

sviluppo economico della Toscana: un’ipotesi di lavoro, Firenze 1969. È,

in assoluto, il primo studio in Italia ad occuparsi dello «sviluppo diverso»,

sostenuto, cioè, dalle piccole imprese dei settori cosiddetti «maturi».

Non si trova nessuno scritto anteriore a questa data nelle pur attentissime

bibliografie di Fuà e Zacchia, 1985; e Bagnasco, 1986. Questo documento

rappresenta la prima uscita importante dell’Istituto, che era stato costituito

da un anno, su iniziativa del Comitato regionale per la Programmazione

economica della Toscana, col determinante concorso degli enti locali e la

partecipazione di camere di commercio, organizzazioni di categoria, ecc..

L’Irpet fu trasformato in Istituto regionale con la legge 10 agosto 1974, n.

48, che gli assegnava il compito «di provvedere agli studi e le ricerche per

gli atti della programmazione regionale». La continuità fra i due Istituti fu

sottolineata col mantenimento dell’identica sigla.

Irpet-Istituto regionale per la programmazione economica della Toscana, Lo

sviluppo economico della Toscana: problemi e prospettive, Firenze 1976.

Sono qui contenuti gli atti integrali del seminario che mise abbastanza il

campo a rumore se, cinque anni dopo, si richiamano, i termini essenziali

di quella discussione con un articolo in «Politica e società», vi (1981), n.

1-2, «ricordando un dibattito del ‘76».

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 141


- Criteri di ripartizione territoriale della Toscana 1754-1973, documento

interno, Firenze 1977.

- Nuovi contributi allo studio dello sviluppo economico della Toscana,

Firenze 1980.

- La Toscana nel quadro del commercio mondiale. Un’analisi delle quote

di mercato delle esportazioni regionali, Firenze 1982.

- Rapporto sullo sviluppo dell’area fiorentina - Consumi e strutture

culturali, Firenze 1984.

- Struttura ed evoluzione del settore terziario nell’area fiorentina,

Firenze 1986.

- Rapporto sull’economia pubblica della Toscana 1985, Milano 1986.

Kutscher R.E, Tendenze e prospettive dei posti di lavoro e delle professioni negli

Stati Uniti, in Irer, 1986. Negli Stati Uniti le professioni che hanno registrato il

massimo incremento, fra 1972 e 1980, sono: segretarie, cassieri, infermieri,

cuochi, camionisti, ragionieri. E le revisioni sulla possibile evoluzione fino

al 1995, ci dicono che le professioni che dovrebbero garantire il maggior

numero assoluto di nuovi posti di lavoro sono custodi, cassieri, segretarie,

impiegati, venditori, infermieri, camerieri, camionisti, ragionieri. Mentre

tecnici informatici, consulenti legali, analisti, programmatori, operatori,

fisioterapisti e ingegneri son le professioni cui si preconizza il più rapido

tasso di accrescimento. Se queste strutture e queste dinamiche professionali

-in Toscana come nel mondo- approssimino o meno un «modello di

transizione postindustriale», ammesso che ci sia, è difficile dire.

Leon P., Valorizzazione del patrimonio storico-artistico e nuovo modello di

sviluppo, relazione al convegno nazionale del Pei, Le mura e gli archi,

Firenze, 6-7 dicembre 1985.

Malfi L., Introduzione a Irsev - Istituto regionale di studi e ricerche economicosociali

del Veneto, Il Veneto a metà degli anni 80, Milano 1986.

Marchetti C., Recessioni ten more years to go, in «Futures», vol. 13, 1976, n. 4.

Mars G., Cheats at Work. An Anthropology of Workplace Crime, London 1982.

Minon M., Comment estimer la valeur économique des activités artistiques?,

relazione presentata alla IV Conferenza internazionale sull’economia

della cultura (Avignone, 12-14 maggio 1986). Una densissima rassegna,

oltre cento memorie presentate, che, affrontando problemi metodologici,

analisi empiriche e studi di caso, ha posto in luce come, fortunatamente!,

si affrontino senza complessi temi osé mediante approcci talvolta anche

molto disinibiti. Alcuni titoli delle memorie presentate danno un’idea di

questa affermazione: «L’image statistique de l’artiste»; «De la scène à

l’image: questions d’étique, d’esthétique et d’economie»; «Productivity of

Performing Art Companies»; «Cultural Accounting Frame-works: How to

Estimate the Economie Value of Artistic Activitìes».

Mori G. (i960), Osservazioni sul liberoscambismo dei moderati nel Risorgimento,

ora in «Studi di storia dell’industria», Roma 1967.

Nacamull, R.C.D. e Rugiadini A. (a cura di), Organizzazione e mercato, Bologna

1985.

Openshaw S. e altri, The Metropolitan Social Structure of Firenze: an Investigation

Using Individual and Aggregate Censis Data, XXII Congresso europeo di

scienze regionale (Gròningen, 24-27 agosto 1982).

Openshaw S. e Sforzi F., Metodologia per l’analisi della struttura sociale urbana.

Classificazione di unità territoriali, Irpet, Firenze 1983.

Paladin L., Le regioni oggi, in «Le Regioni», XII (1985), n.r.

142 «Maturità precoce»: una modernizzazione a rischio


Palla M., Firenze nel regime fascista, Firenze 1978. Scrive Alessandro Pavolini

su «Il Bargello» dell’8 dicembre 1929: «Se noi fiorentini vogliamo

conservare il primato intellettuale, se vogliamo tendere alla rinascita

artigiana e ovviare alla crisi del movimento forestieri, bisogna che poniamo

i problemi vasti e delicati di questa triplice opera in primo piano». Una

sequenza impressionante di realizzazioni rappresenta l’attuazione pratica

di questo disegno: 1930, «invenzione» del calcio storico (o «calcio in

costume»); 1931, inaugurazione della mostra (allora fiera) dell’artigianato;

1932, istituzione dell’Azienda autonoma di turismo e inaugurazione del

nuovo stadio comunale di Pier Luigi Nervi; 1933, prima edizione del

Maggio musicale e apertura al traffico dell’autostrada Firenze-mare; 1935,

inaugurazione solenne, dopo anni di polemiche, della nuova stazione di

Santa Maria Novella, opera di Michelucci e del suo gruppo.

Paravicini G., L’economia della Toscana. Lineamenti conoscitivi e programmatici,

Crpet, Firenze 1969.

Ranfagni P., Il neo-pragmatismo nell’economia toscana, in «Politica e società», vi

(1981), n. 1-2. Il 3 giugno 1981 la Regione convoca una specie di consulta

sull’economia regionale (vi partecipano fra gli altri P. Leon, A. Bagnasco,

R. Ricci, R. Garavini, R. Cianferoni, oltre a chi scrive, e molti altri) e vi si

vede «una ripresa di quella querelle interpretativa che con tanta passione

culturale accompagnò, nella prima metà degli anni Settanta, i primi passi

dell’ente regione».

Regione Toscana, Proposta di documento programmatico pluriennale, Firenze 1977.

- Documenti del programma regionale, Firenze 1978. Si tratta di

cinque documenti. Il primo, «I problemi della programmazione

economica regionale», motiva «l’urgenza e la necessità del rilancio

della programmazione»; il secondo e il terzo trattano, rispettivamente, di

«Soggetti, condizioni, strumenti» e di «Azioni e politiche di intervento»; il

quinto è il Bilancio 1978-81. La base di analisi è ora fornita dalla Relazione

sulla situazione economica e sociale della Toscana (quarto documento): un

esame degli andamenti congiunturali dell’ultimo anno.

- Istituzione delle associazioni intercomunali, documenti di «Toscana -

Consiglio Regionale», n. 4, novembre 1978.

Regione Toscana, Programma regionale di sviluppo 1979-1981, documenti di

«Toscana-Consiglio Regionale», n. 5, febbraio 1979. È la prima volta che si

usa la dicitura formale «Programma regionale di sviluppo». Tornano elementi

di analisi strutturale, mirati prevalentemente a vedere se e di quanto la Toscana

proceda lungo le «scelte strategiche» (qualificazione delle attività produttive

tradizionali, sviluppo dei settori a più avanzata tecnologia, potenziamento

delle attività collegate all’utilizzazione delle risorse agricole, valorizzazione

delle risorse energetiche alternative, ecc.)- Obbiettivi, ovviamente, fuori

dalla portata consentita ai poteri e ai mezzi della Regione.

- Programma regionale di sviluppo 1986-88, documenti di «Toscana

- Consiglio Regionale», 1986. Forse è più di una semplice curiosità

l’espressione con la quale nel documento sembra intuita la possibile sinergia

turismo-moda-cultura di cui si parla in questo scritto. Nel Programma

regionale si segnala, infatti, la necessità di consolidare «il legame tra

attività di produzione, offerta di servizi e retroterra culturale-creativo» in

modo da «affermare inequivocabilmente l’unicità, il valore dell’offerta

toscana (creatività di design e sistema moda, qualità ambientale e offerta

turistica)».

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 143


Ricci R., Nota congiunturale, in «La congiuntura in Toscana», VII (dicembre

1974), n. 12.

- Nota congiunturale, ivi, VIII (ottobre 1975), n. 10.

Sabel C. e Zeitlin J., Alternative storiche alla produzione di massa, in «Stato e

Mercato», 1982, n. 5.

Sforzi F., Identificazione degli ambiti sub-regionali di programmazione, in Bielli M.

e La Bella A., Problematiche dei livelli sub-regionali di programmazione,

Milano 1982.

Simmel G., La moda, Roma 1985 (ma, prima edizione, 1895). Per quanto incredibile

possa sembrare, questo vetusto libriccino rappresenta ancora oggi un punto

di riferimento ineludibile e un esempio di rigore analitico, insuperato nelle

correnti analisi che solo raramente attingono accenti di originalità.

Urcciaat-Unione regionale delle camere di commercio, industria, agricoltura e

artigianato della Toscana, Convegno sui problemi di sviluppo economico

della Toscana, Atti ufficiali, Firenze, 21-23 giugno 1961, Firenze 1963.

- L’economia della Toscana ed i suoi problemi, Firenze 1965.

Urpt-Unione regionale delle province toscane, La Toscana nella programmazione

economica, Firenze 1963.

- La programmazione economica regionale in Toscana (1954-1967),

a cura di G. Mugnaini, G. Bianchi e P. Cantelli, Firenze 1968. Contiene

una cronologia, riccamente documentata e brevemente annotata, di tutte le

iniziative che in Toscana precedono, e sollecitano, l’istituzione dei comitati

regionali per la programmazione economica. Dalla documentazione raccolta

emerge quello che sarà il leitmotiv di quegli anni: la contrapposizione fra

enti locali (attorno all’Urpt) e Camere di commercio. Per un rapido schizzo

della fase platonica (ma culturalmente né inutile né vernacolare) della

programmazione regionale, confronta Bianchi, 1979 e Fiorelli, 1979.

Varaldo L. (a cura di), Ristrutturazioni industriali e rapporti fra imprese, Milano

1979. Si tratta, probabilmente, della prima ricerca in Italia che analizzi

sistematicamente le conseguenze della specializzazione per fasi di processo

e parti di prodotto, del decentramento produttivo, ecc. Sui rapporti fra

imprese non esclusivamente in termini di transazioni di mercato, vedi

anche Nacamulli e Rugiadini, 1985.

Williams R.H. (a cura di), Planning in Europe, London 1984.

Zagnoli P., Le ristrutturazioni delle imprese metalmeccaniche in Toscana, Roma

1982.

144 «Maturità precoce»: una modernizzazione a rischio


ONDE LUNGHE E TAKE-OFFS REGIONALI IN ITALIA E IN GRAN BRETAGNA*

Giuliano Bianchi, Stefano Casini Benvenuti, Giovanni Maltinti

1. Premessa: sviluppo multiregionale e cicli di lungo periodo

La differenziazione multi-regionale dello sviluppo italiano non può

essere ricondotta al semplice schema dualistico Nord-Sud. C’è voluta

tuttavia una disputa durata circa un quindicennio perché fosse accertata

(ed accettata) l’esistenza di una «Terza Italia» (le regioni Centro-Nordorientali)

che cresceva, malgrado l’assenza dei pre-requisiti standard, più

velocemente delle regioni di antica industrializzazione, mentre la crescita

stentava a manifestarsi nelle regioni meridionali, malgrado i considerevoli

investimenti pubblici (IRPET, 1975; Bagnasco, 1977; Goglio, 1982; Fuà-

Zacchia, 1983). In ogni caso nemmeno il modello a «Tre Italie» rappresenta

e interpreta esattamente la complessa multiregionalità italiana (Casini

Benvenuti, 1980; Becattini-Bianchi, 1982).

La molteplice differenziazione multiregionale dello sviluppo italiano,

in effetti, si manifesta in termini di:

-

forme, strutture e livelli di crescita che -vale la pena di rilevarlo- porta

a riconoscere la coesistenza, a un dato momento, di regioni a differenti

fasi di sviluppo;

- ritmi e direzioni del cambiamento strutturale in corso;

- comportamenti congiunturali, come reattività agli impulsi ciclici e

all’impatto delle politiche nazionali e dei processi internazionali.

Sulla base di queste differenziazioni (e delle corrispondenti similarità)

le regioni italiane possono essere raggruppate in «famiglie», che si

diversificano, tra l’altro, rispetto ai tempi del decollo industriale.

Si considerino ad esempio simultaneamente gli andamenti (Graf. 1) dei

livelli di industrializzazione e di popolazione, nelle regioni italiane fra il

1951 e il 1981, sulla scorta di due indicatori (apparentemente) assai semplici

come quelli degli addetti all’industria per 100 residenti e della popolazione

residente totale (fatto 100 il valore 1951) e con una periodizzazione non

più impegnativa di quella delle date dei censimenti. La rappresentazione

distingue chiaramente il comportamento «post-industriale» (Piemonte,

Lombardia) o «declinante» (Liguria) delle regioni del «Triangolo

industriale», il comportamento espansivo, sia pure con segni incipienti di

«maturità precoce» (Toscana, Veneto) delle regioni della «Terza Italia», il

mancato «decollo industriale» delle regioni del Sud.

* Testo contenuto in Note Economiche, 3, Monte dei Paschi di Siena, 1987, pp. 167-189.

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 145


Grafico 1

I «ONDATE» REGIONALI DI SVILUPPO (1951-81)

25

20

15

10

5

0

Molise

Abruzzo

Umbria

Basilicata

Calabria

Marche

Veneto

Sicilia

Emilia Romagna

Friuli Toscana

Liguria

Trentino

Puglia

Piemonte

Sardegna

Campania

80 90 100 110 120 130 140

Asse orizzontale: popolazione residente (1951=100)

Asse verticale: addetti all’industria per 100 residenti

(valori alle date dei censimenti 1951, 1961, 1971, 1981)

Lombardia

Ricordando che le regioni del «Triangolo» hanno decollato prima della

I Guerra mondiale e che le regioni della «Terza Italia» hanno decollato

dopo la II Guerra mondiale, è sembrato valesse la pena di ricercare una

spiegazione delle differenze di struttura e di comportamento delle regioni,

guardando anche alle differenze temporali fra i decolli delle singole

regioni e fra questi e quello che convenzionalmente si considera il decollo

dell’Italia nel suo complesso.

Il recente -e crescente- nuovo fervore d’interesse attorno a un tema

dell’analisi storico-ecomomica come quello delle «Onde lunghe»,

emblematicamente riassumibile nel nome N.D. Kondratieff, ha riproposto

all’attenzione 1 degli studiosi le successioni di fasi espansive e recessive

dell’economia mondiale raccordate, da un lato, con ondate storicamente

scandite di invenzioni-innovazioni e influenti, dall’altro, sulle date e le

forme del take-off industriale dei vari paesi.

La periodizzazione più consolidata delle fasi ascendenti e delle successive

fasi discendenti colloca la prima Onda Kondratieff, fra il 1790 ed il 1840 e

la seconda fra questa data e la fine del secolo; la fase ascendente della terza

146 Onde lunghe e take-offs regionali in Italia e in Gran Bretagna

Lazio

150


Onda si avvia, infatti, intorno al 1890-95 per esaurirsi con la prima guerra

mondiale e, comunque, col crollo del 1929 (J. Van Duijn, 1983), mentre la

successiva fase recessiva giunge fino alla seconda guerra mondiale; la fase

espansiva della quarta Onda parte, invece, nel dopoguerra per concludersi,

secondo la maggior parte degli analisti, intorno al 1973 quando comincia

l’attuale fase depressiva (Rostow, 1978).

Pareva quindi legittimo interrogarsi circa l’esistenza di un qualche nesso

fra le fasi ascendenti della terza e della quarta Onda e, rispettivamente, il

decollo delle regioni del «Triangolo» nel periodo giolittiano e il vigoroso

sviluppo delle regioni della «Terza Italia» nel secondo dopoguerra.

Una investigazione preliminare ha provato la plausibilità dell’esistenza

di un possibile rapporto fra impulsi delle Onde lunghe e date dei decolli

regionali e, quindi, differenziazioni temporali e spaziali dello sviluppo

considerato multi-regionalmente (Bianchi et al., 1983).

Ecco come, muovendo dallo studio della multiregionalità dello sviluppo

italiano, si è incontrato -diciamo bottom up- il più ampio tema delle Onde

lunghe, normalmente avvertito come assai distante dall’analisi regionale.

Si tratta, invece, di un approccio che sembra non solo rilevante e

fecondo per l’analisi regionale, ma anche specificamente indirizzabile al

cuore della scienza regionale: la spiegazione dei ventagli spaziali dello

sviluppo economico e sociale.

In particolare sembra pertinente un richiamo a due punti principali:

a)

b)

gli effetti spaziali degli impatti dei cicli sono rilevanti per l’analisi

multiregionale, specificamente allo scopo di spiegare la coesistenza,

all’interno di uno stesso paese, di regioni a differenti fasi di sviluppo:

la scarsa attenzione dedicata finora a questo aspetto dell’analisi

multiregionale non deve sorprendere se, come ammonisce Pollard,

«l’elemento regionale è stato trascurato nel passato» anche nel campo

della storia dell’industrializzazione, malgrado il fatto che «la crescita

industriale sia essenzialmente una questione locale piuttosto che una

questione nazionale» (Pollard, 1981);

la scala regionale appare particolarmente appropriata per analizzare

se e come gli impulsi delle Onde lunghe possano influenzare le

prestazioni e i comportamenti di un determinato sistema regionale:

in effetti, a questo livello, le fasi ascendenti e discendenti dei cicli

di lungo periodo possono essere assunte e -in generale- trattate come

shocks esogeni.

Con questo schema di riferimento si riassumono qui di seguito i

principali esiti della verifica empirica del possibile rapporto tra Onde

lunghe e sviluppo multiregionale italiano (con una prima esplorazione dei

probabili fattori del take-off) e i risultati di una nuova applicazione della

stessa metodologia al caso delle regioni britanniche, al duplice scopo di:

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 147


- identificare l’esistenza di possibili regolarità nei comportamenti a lungo

termine delle regioni (o di loro «famiglie»);

- accertare se e come le «leggi tendenziali» che interrelano Onde lunghe

e sviluppi nazionali siano operanti anche a scala regionale.

- L’analisi che segue è basata su due assunti:

- lo sviluppo regionale è espresso dai processi di industrializzazione;

- il processo di industrializzazione può essere significativamente misurato

mediante un solo, e semplice, indicatore: il rapporto fra occupazione

industriale e popolazione.

Il primo assunto è piuttosto consueto all’interno degli studi che trattano

dei movimenti a lungo termine dell’economia dopo la Rivoluzione

Industriale. Il secondo assunto richiede, forse, di essere brevemente

giustificato, almeno allo scopo di render chiaro che il semplice indicatore

qui adottato non è dovuto alla mancanza di dati (una difficoltà, del resto,

ben nota nelle analisi di lungo periodo).

Quando l’analisi è specificamente orientata al cambiamento della

base economica di un determinato sistema dall’agricoltura all’industria la

variabile di controllo è stata in genere proprio la composizione settoriale

della forza di lavoro. La transizione dall’agricoltura all’industria comporta

un notevole incremento nel prodotto agricolo pro capite accompagnato da un

vistoso decremento della forza lavoro rurale. Così la cosiddetta società postindustriale

è caratterizzata da livelli rapidamente decrescenti di occupazione

industriale, ma non necessariamente da decrescenti volumi del prodotto

industriale, il quale è in genere mantenuto e, molto spesso, accresciuto.

2. Fase ascendente della terza Onda lunga (1890-1929) e sviluppo

multiregionale dell’Italia

Si conviene generalmente di collocare il decollo economico dell’Italia

(1894-1913) all’interno della fase ascendente del terzo ciclo Kondratieff.

Se si assume un conveniente periodo (1881-1911) attorno al picco

della crescita italiana e si misura lo sviluppo del paese in termini di nuova

occupazione industriale creata in quel periodo e all’interno di ciascuna

regione, si accerta facilmente che il decollo italiano è generato e costituito

dal decollo delle Regioni del «Triangolo Industriale», cui si deve più

dell’85% della nuova occupazione creata nel periodo.

Allo scopo di spiegare perché e come le economie nazionali compiono il

loro iniziale «grande balzo», la teoria e la storia dello sviluppo economico

fanno largo uso di concetti come: pre-requisiti (Rostow), fattori sociali

e culturali endogeni (Hirschman), precondizioni economiche e non

economiche (Kuznets).

148 Onde lunghe e take-offs regionali in Italia e in Gran Bretagna


Ad ogni buon conto qui non si tratta di spiegare il decollo nazionale (che

si assume come dato), ma di accertare perché certe regioni partecipano e

contribuiscono al decollo nazionale mentre altre regioni no. Perciò sembra

più appropriato per questi propositi adottare la nozione di «caratteri

originari», vale a dire le caratteristiche principali delle varie situazioni

regionali prima dell’avvio del processo di sviluppo (Gerschenkron, 1965).

In altre parole, si assume l’idea (anche se qui la si esprime piuttosto

sommariamente) che sia l’interazione fra i caratteri strutturali socioeconomici

(che sono, entro certi limiti, misurabili), le istituzioni regionali

(sia formali che informali) e la «cultura sociale» locale che seleziona

le regioni più adatte e/o pronte a catturare le opportunità del ciclo

internazionale e del decollo nazionale.

Sebbene consapevoli del ruolo cruciale giocato dai caratteri soft

(istituzioni e cultura sociale), nei limiti di questo semplice esercizio

numerico si considerano solo «caratteri originari misurabili», nella misura

in cui sono rappresentati dagli indicatori di cui alla tabella 1 (la maggior

parte dei quali sono anche più o meno proxies di ciò che è definito come

«pre-requisiti», «fattori endogeni», ecc.). Mediante analisi fattoriale queste

variabili sono state raggruppate in due componenti principali:

-

-

la prima espressiva di una specie di «modernità latente», nel senso di

reattività potenziale dei sistemi regionali agli impatti esogeni;

la seconda correlata alla dotazione di infrastrutture.

Tabella 1

ITALIA. IL TAKE-OFF DELL’ECONOMIA NAZIONALE. I «FATTORI» DELLO SVILUPPO (1897)

FATTORE 1 FATTORE 2

Industria leggera (occupati) - -0,70

Industria pesante (occupati) 0,76 0,82

Occupati maschi/Occupati femmine 0,60

Depositi bancari 0,78

Redditi da capitale 0,78

Redditi da impresa 0,94

Redditi da lavoro indipendente 0,95 0,80

Ferrovie -

Strade -0,51 0,60

Tasso di analfabetismo -0,43

Tasso di mortalità infantile -0,40 -0,61

Docenti universitari 0,75

Giornali e riviste 0,77

% di varianza spiegata 60,80 23,20

Dalla semplice osservazione dei valori assunti dai due fattori in ciascuna

regione (Tab. 2) si nota la grande disparità fra le regioni del Centro-Nord e

quelle meridionali in termini di «modernità latente», ma non in termini di

«dotazione infrastrutturale».

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 149


Tabella 2

ITALIA. SVILUPPO REGIONALE 1881-1911. I «FATTORI» DELLO SVILUPPO

Valori regionali

OCCUPAZIONE FATTORE 1 FATTORE 2

(Var. %)

Piemonte 66,5 38,1 0,2

Lombardia 80,8 55,1 -2,5

Veneto 59,1 -3,6 0,6

Liguria 114,6 119,9 -1,7

Emilia Romagna 34,9 20,0 -0,7

Toscana 41,0 88,4 -0,3

Umbria 33,2 -20,9 5,7

Marche 6,1 18,3 -2,4

Lazio 59,2 222,8 1,0

Abruzzi e Molise -40,5 -111,4 0,6

Campania -2,7 1,2 -3,4

Puglia -3,1 -88,0 -0,9

Basilicata -46,5 -128,6 1,1

Calabria -92,9 -139,4 -1,0

Sicilia 1,6 -52,8 -2,7

Sardegna 21,3 -17,9 7,3

ITALIA 50,9 -1,0 -1,0

L’analisi di regressione, condotta fra la crescita industriale (misurata in

termini di nuova occupazione per 1000 abitanti creata nel periodo 1881-

1911) e i due fattori sopra ricordati, mostra che soltanto il fattore 1 ha una

significativa correlazione positiva con la variabile dipendente (i valori tra

parentesi si riferiscono al valore del «t» di Student).

Y = 9.226 + 1.679F1 + 0.380F2

(2.03) (5.04) (0.76)

R2 = 0.663

La capacità delle regioni di cogliere le opportunità di una fase ascendente

mondiale parrebbe, pertanto, correlata più a caratteri socio-culturali che a

quelli strettamente economici. Si può avanzare il sospetto che il residuo

non spiegato della variabilità degli indicatori possa essere attribuito

all’influenza delle politiche.

In effetti la Toscana «mancò» l’opportunità del decollo italiano,

nonostante fosse robustamente dotata di pre-requisiti, principalmente

anche se non esclusivamente, a causa dell’atteggiamento antindustriale

della classe dirigente toscana (Becattini, 1979).

I dati dei censimenti 1921 e 1936 (Tab. 3), mostrano che nella successiva

fase discendente (1929-1945) della stessa Onda non si verifica alcun

nuovo decollo regionale, mentre le regioni che avevano decollato (quelle

del «Triangolo», cioè) rafforzano la loro posizione, incrementando così le

disparità interregionali.

150 Onde lunghe e take-offs regionali in Italia e in Gran Bretagna


Tabella 3

ITALIA. LIVELLI REGIONALI DI INDUSTRIALIZZAZIONE 1921 E 1936.

Occupati per 1.000 abitanti

1921 1936

Piemonte 148,1 180,4

Lombardia 171,0 210,9

Veneto 106,3 107,4

Liguria 171,5 162,1

Emilia Romagna 101,5 97,8

Toscana 116,8 124,7

Umbria 75,1 85,8

Marche 83,7 82,7

Lazio 100,6 97,7

Abruzzi e Molise 52,5 51,9

Campania 101,3 92,4

Puglia 84,6 94,8

Basilicata 60,1 53,9

Calabria 71,5 60,2

Sicilia 86,8 75,7

Sardegna 67,9 71,2

ITALIA 103,6 111,4

Coefficiente variazione 34,0 41,4

3. Lo sviluppo multiregionale dell’Italia durante la fase ascendente della

quarta Onda (1945-1973)

Il copioso e intricato dibattito sullo sviluppo economico italiano del

secondo dopoguerra ha dato luogo, come si sa, a un ventaglio di differenziate

interpretazioni, anche se c’è fra la maggior parte degli autori un generale

accordo sul ruolo giocato, fra i fattori esterni, da una crescente domanda di

beni di consumo durevoli.

L’analisi si è poi cimentata nella ricerca dei fattori interni che hanno

consentito il decollo delle singole regioni. In modo molto sommario

basterà qui ricordare il ruolo che giocano in queste interpretazioni quei

fattori socioculturali che concorrono a identificare una sorta di «capacità

imprenditoriali» latente.

Perciò alle variabili utilizzate per spiegare il primo «decollo» si

aggiungono, fra i caratteri originari della situazione iniziale del periodo

1951-81, alcune variabili connesse alla stratificazione sociale e, almeno

latamente, rappresentative di una specie di «imprenditorialità latente».

L’analisi fattoriale conduce all’identificazione di due componenti

principali (Tabb. 4 e 5):

-

la prima correlata ai livelli di industrializzazione precedentemente

raggiunti (che presenta elevati valori positivi nelle regioni che erano

decollate in precedenza);

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 151


-

la seconda interpretabile in termini di condizioni sociali e infrastrutturali

per lo sviluppo industriale (la «capacità latente»: che figura con elevati

valori soprattutto nelle regioni Centro-Nord-orientali).

Tabella 4

ITALIA. LO SVILUPPO NEL SECONDO DOPOGUERRA. I «FATTORI» DELLO SVILUPPO (1951)

FATTORE 1 FATTORE 2

Industria leggera (occupati) 0,87 _

Industria meccanica (occupati) 0,91 -

Industria pesante (occupati) 0,67 -

Depositi bancari 0,81 -

Ferrovie - -

Strade - 0,85

Piccola borghesia agricola - 0,81

Piccola borghesia industriale 0,52 -0,58

Tasso di analfabetismo -0,64 -

Tasso di mortalità infantile - -

Docenti universitari - -

Giornali e riviste 0,88 —

Tabella 5

ITALIA. SVILUPPO REGIONALE 1951-1981. I «FATTORI» DELLO SVILUPPO

Valori regionali

OCCUPAZIONE FATTORE 1 FATTORE 2

(Var. %)

Piemonte 45,1 6,8 -10,4

Lombardia 48,2 7,0 0,8

Veneto 62,5 0,7 -4,8

Liguria -21,3 5,3 8,0

Emilia Romagna 81,8 1,1 -4,7

Toscana 56,7 2,5 -2,3

Umbria 56,4 -1,0 -9,6

Marche 86,5 -1,3 -9,3

Lazio 38,6 3,7 8,8

Abruzzi e Molise 34,1 -4,3 -5,3

Campania 11,0 -0,8 8,6

Puglia 25,7 -2,9 8,1

Basilicata 38,4 -6,5 -4,2

Calabria 9,7 -4,9 4,6

Sicilia 17,6 -2,1 9,4

Sardegna 41,4 -4,2 1,3

ITALIA 38,4 1,0 1,0

L’analisi di regressione mostra che soltanto questo secondo fattore ha

una significativa correlazione con la crescita industriale (misurata, come in

precedenza, in termini di nuova occupazione per 1.000 abitanti creata fra il

1951 e il 1981).

Y = 39,05 + 0.428F1 + 2.406F2

(0.12) (3.84)

R2 = 0.663

152 Onde lunghe e take-offs regionali in Italia e in Gran Bretagna


Il ruolo che gioca il secondo fattore nello spiegare la variabilità

si adatta molto bene a ciò che si sa circa il modello di sviluppo delle

regioni della «Terza Italia». L’imprenditorialità latente nella massa dei

lavoratori indipendenti dell’agricoltura e dell’artigianato è stata una delle

forze più potenti dei peculiari processi di industrializzazione avvenuti in

queste aree, caratterizzati, come si sa, dalla proliferazione impetuosa di

piccole imprese, operanti nei settori dell’industria leggera marcatamente

orientati all’esportazione, con cicli produttivi assai specializzati e flessibili

e organizzate spazialmente in sistemi territoriali, ecc.. Poiché i dati qui

utilizzati includono il periodo successivo al 1973 (la crisi petrolifera,

normalmente assunta come il punto di partenza dell’attuale fase discendente

del ciclo), vale la pena di sottolineare le eccellenti prestazioni di queste

regioni durante la corrente fase recessiva, rispetto al comportamento delle

altre regioni. Insomma, le regioni decollate durante il presente ciclo sono

meno colpite dalla fase discendente in corso rispetto alle regioni decollate

nel ciclo precedente.

4. Lo sviluppo multiregionale in una prospettiva secolare: un tentativo di

generalizzazione: il caso italiano

Le diversità di comportamento delle regioni italiane durante le fasi

ascendenti e discendenti della terza e quarta Onda lunga confermano quanto

si sapeva circa l’esistenza di specifici sentieri regionali di sviluppo, sia

pure raggruppabili in grandi «famiglie» quanto a tempi del decollo e stadi

e livelli di industrializzazione raggiunti. Tuttavia, la semplice osservazione

dei dati disponibili relativi al periodo 1861-1981 sembra suggerire anche

l’esistenza di una forma comune dei modelli di crescita.

L’evoluzione dei processi di industrializzazione regionali passa, infatti,

attraverso cinque stadi differenti (più o meno corrispondenti agli «stadi»

rostowiani):

-

-

-

-

-

un decremento nell’occupazione industriale complessiva principalmente

per effetto della riduzione delle forze di lavoro femminili nei settori

tradizionali;

la stagnazione dell’occupazione industriale nella fase immediatamente

precedente l’effettivo decollo;

la rapida crescita a partire dal decollo;

un ridotto incremento di occupazione durante la fase di maturità

industriale;

il declino di tale occupazione nelle economie «post-industriali».

Queste evidenze hanno indotto a tentare una generalizzazione dell’ipotesi

di ricerca, in una duplice direzione;

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 153


- quella della Stima di un’idonea funzione, appropriata per i dati regionali

e nazionali osservati, che permettesse non solo l’apprezzamento dei

movimenti secolari dello sviluppo multiregionale ma anche alcune

interpretazioni preliminari basate sui parametri e i limiti della funzione;

- quella di una comparazione internazionale, allo scopo di accertare,

in via preliminare, se le osservazioni basate sul caso italiano fossero

solo la manifestazione di lungo periodo delle specificità dello sviluppo

nazionale.

A questo scopo si è preso in considerazione l’esempio delle regioni

britanniche, per disporre di due punti significativi di valutazione dello

sviluppo multiregionale in una prospettiva secolare: quello del Paese di più

recente industrializzazione fra i paesi sviluppati e quello della più antica

(anzi, della «prima») nazione industrializzata.

La funzione logistica, spesso impiegata per questo tipo di fenomeni,

non consente di tener conto del primo e dell’ultimo stadio del processo di

industrializzazione prima indicato, così da rendere necessario lo sviluppo

di una funzione logistico-simile, che consenta però il trattamento di tutti e

cinque gli stadi.

Si è così sviluppata la seguente funzione:

(1)

dove:

I =

t-a

e

I = livello di industrializzazione in termini di attivi nell’industria per 1.000

abitanti;

t = anno di riferimento;

a = anno nel quale, dopo il decollo, il tasso di crescita comincia a

diminuire;

b = tasso annuale di crescita;

e = livello di industrializzazione massimo di lungo periodo.

La funzione (1) si adatta molto bene ai dati osservati per le regioni

italiane e per l’Italia nel complesso, salvo poche eccezioni, come mostra

l’indice «U» di Theil (Tab. 6).

Valori dei parametri e comportamento delle curve regionali (Graf. 2)

identificano quattro «famiglie» principali di regioni:

- le tre regioni di più antica industrializzazione, di cui una (Liguria)

declinante e due (Piemonte e Lombardia) in una fase di maturità

post-industriale, che hanno già raggiunto il loro livello massimo di

industrializzazione a lungo termine a valori più alti di quelli di tutte le

altre regioni;

- le regioni «seconde venute» in una fase dì «maturità precoce», con una

crescita industriale che si arresta a livelli più bassi che nelle precedenti

regioni (Toscana, Veneto, Emilia Romagna, ...);

b (t-a) 2 + c

154 Onde lunghe e take-offs regionali in Italia e in Gran Bretagna


-

-

le regioni dello «sviluppo ritardato» (Abruzzo, Basilicata, Sardegna),

il cui livello di industrializzazione a lungo termine sembra rimanere in

ogni caso molto basso;

le regioni dello «sviluppo mancato» (Campania, Calabria, Sicilia), che,

a lungo termine, non raggiungono nemmeno quelli che furono i livelli

iniziali delle prime due «famiglie» di regioni.

Tabella 6

PARAMETRI DELLA FUNZIONE (1). REGIONI ITALIANE E ITALIA 1861-1961

a b e U-Theil

Piemonte 48,9 1,20 164,4 922

Lombardia 53,3 0,47 182,4 965

Veneto 92,5 0,58 140,4 948

Liguria 28,4 2,10 122,8 947

Emilia Romagna 97,7 1,30 139,3 940

Toscana 97,4 0,95 156,3 961

Umbria 94,6 0,72 117,1 946

Marche 99,8 1,50 126,3 929

Lazio … … … …

Abruzzo 99,2 3,20 95,4 907

Campania 90,6 31,60 110,6 934

Puglia 68,7 85,20 104,9 921

Basilicata 100,7 3,60 91,7 929

Calabria … … … …

Sicilia 196,0 0,50 144,1 928

Sardegna 75,9 3,00 79,1 937

ITALIA 84,2 2,20 126,7 968

Grafico 2

INDUSTRIALIZZAZIONE: REGIONI ITALIANE 1861-1981

Addetti all’industria per 1.000 abitanti

240

200

160

120

80

40

Lombardia

Piemonte

Liguria

240

200

160

120

1861 1881 1901192119411961 1981

1861 1881 1901192119411961 1981

80

40

Toscana

Veneto

Emilia

Marche

Umbria

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 155


Grafico 2 segue

240

200

160

120

80

40

Sardegna

Abruzzo

Basilicata

1861 1881 1901192119411961 1981

5. Il caso britannico

240

200

160

120

80

40

1861 1881 1901192119411961 1981

Campania

Puglia

Sicilia

La stessa metodologia è stata tentativamente applicata alle regioni britanniche

sul periodo 1841-1971 per il quale si disponeva dei dati occorrenti.

Tuttavia la forma funzionale stimata per le regioni italiane non si adatta

ai dati britannici che fluttuano attorno al trend secolare di crescita (Graf. 3).

Grafico 3

INDUSTRIALIZZAZIONE: ITALIA 1861-1981 E GRAN BRETAGNA 1841-1981

Addetti all’industria per 1.000 abitanti

240

200

160

120

80

40

Italia

1861 1881 1901192119411961 1981

240

200

160

120

80

40

Gran Bretagna

1861 1881 1901192119411961 1981

156 Onde lunghe e take-offs regionali in Italia e in Gran Bretagna


Così è stata stimata una nuova funzione capace di rappresentare sia il

trend secolare che le fluttuazioni periodiche di lungo periodo.

(2) I = a’ + bt + c’ x sen (dt)

dove:

I = livello di industrializzazione

t = anno di riferimento

a’ = livello iniziale di industrializzazione

b = tasso annuale di crescita

c’ = ampiezza della banda di fluttuazione

d = intervallo temporale fra due fluttuazioni.

La funzione (2) si adatta molto bene ai dati osservati (Tab. 7, che

contiene i valori dei parametri).

Tabella 7

PARAMETRI DELLA FUNZIONE (2). REGIONI BRITANNICHE E GRAN BRETAGNA

a’ b c’* d**

South East 85,67 4,24 8,94 51,37

East Anglia 67,36 2,90 10,30 115,64

South West 82,89 2,07 7,83 57,67

West Midlands 141,04 7,51 7,69 51,17

East Midlands 134,60 3,55 6,56 52,07

North West 222,13 -1,53 4,76 51,87

Yorkshire 207,73 -1,36 4,95 51,47

North 83,99 3,43 13,74 53,07

Wales 55,01 3,87 17,18 52,87

Scotland 139,16 0,76 2,16 46,18

Great Britain 123,94 2,82 6,06 51,57

* (c) qui espresso come percentuale di (a)

** (d) qui espresso in termini di anni

Occorrono poche parole di spiegazione circa le diverse forme funzionali

che i processi di industrializzazione assumono in Gran Bretagna (e nelle

regioni britanniche) e in Italia (e nelle regioni italiane). In entrambi i casi

le traiettorie della crescita muovono attraverso una sequenza a cinque

stadi dal declino iniziale alla fase post-industriale. In Gran Bretagna, data

la lunghezza temporale delle traiettorie, i processi di crescita nazionali e

regionali sono influenzati dagli shocks delle fasi ascendenti e discendenti

delle Onde lunghe, che inducono fluttuazioni attorno al trend di lungo

termine. Quest’ultimo, infatti, assomiglia a una sinusoide che oscilla attorno

ad una linea retta e non assume, come nel caso italiano, la forma logisticosimile,

a causa della mancanza di dati per il periodo che va dal take-off (più

o meno localizzabile attorno al 1780) al 1841, anno di partenza delle serie

statistiche qui impiegate.

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 157


D’altro canto le curve italiane non sembrano influenzate dagli impulsi

delle Onde lunghe data la prossimità temporale dei decolli, cosicché si può

assumere che nel caso italiano il trend secolare e le fluttuazioni cicliche e

di lungo periodo si sovrappongano.

I valori dei parametri e l’andamento delle curve relative alla Gran

Bretagna alle singole regioni britanniche (Graf. 4) nel suo complesso

(Graf. 3) consentono anche qui di identificare alcune significative

«famiglie» di regioni:

Grafico 4

INDUSTRIALIZZAZIONE: REGIONI BRITANNICHE 1841-1971

Addetti all’industria per 1.000 abitanti

240

200

160

120

80

40

240

200

160

120

80

40

North West

Yorkshire & Humbershire

1841 1861 1881 1901192119411961 1981

South East

North

Wales

1841 1861 1881 1901192119411961 1981

240

200

160

120

80

40

240

200

160

120

80

40

West Midlands

East Midlands

1841 1861 1881 1901192119411961 1981

Scotland

South West

East Anglia

1841 1861 1881 1901192119411961 1981

158 Onde lunghe e take-offs regionali in Italia e in Gran Bretagna


- le regioni «sovrasviluppate» i cui livelli di industrializzazione fluttuano

attorno ad un trend decrescente sin dall’inizio del periodo qui considerato

(Yorkshire-Humbershire e North East);

- le regioni più «dinamiche» (East e West Midlands) i cui livelli fluttuano

attorno ad un trend di lungo periodo crescente ma che non raggiunge

necessariamente, comunque, i livelli di partenza delle regioni

precedenti;

- le regioni decollate più tardi (Wales, South East, North) che manifestano

una tendenza crescente, il cui livello massimo rimane, in generale, più

basso anche rispetto al punto di partenza del gruppo precedente;

- infine, un gruppo «misto», il cui principale carattere è quello di una

banda di fluttuazione più stretta (Scotland, South West, East Anglia).

I risultati provvisori di un semplice esercizio numerico non consentono,

ovviamente, di andare oltre un preliminare test delle ipotesi di ricerca.

Tuttavia, una volta che si siano ricordate le cautele con le quali vanno

analizzati i risultati di questo tipo e rinviando alle avvertenze conclusive,

sembra legittimo elencare sommariamente alcune ipotesi di ricerca, forse

non definitivamente provate, ma tuttavia non confutate dalle verifiche

che sono state consentite dalle analisi fin qui svolte sui casi delle regioni

britanniche e italiane.

6. Lineamenti delle ipotesi

Nella ricerca di nessi significativi fra gli impulsi delle Onde lunghe e i

decolli regionali si ritiene che -come si è già avvertito- operi un meccanismo

complesso di interazione fra caratteri strutturali socio-economici, fattori

socioculturali e istituzioni locali, nel determinare il perché, il come e il

tempo della partecipazione e del contributo dello sviluppo delle singole

regioni al decollo nazionale, nel senso di capacità a cogliere le opportunità

degli impulsi dei cicli di lungo periodo. Tuttavia questo aspetto non può

essere analizzato in sede comparativa, mancando finora, per le regioni

britanniche, anche la semplice analisi fattoriale condotta per le regioni

italiane nella ricerca dei possibili fattori locali del decollo.

Le ipotesi di ricerca che potranno quindi formare oggetto di valutazione

sulla base dei riscontri empirici fin qui visti riguardano esclusivamente,

per così dire, la «meccanica» dei rapporti tra Onde lunghe e sviluppo

multiregionale.

6.1 Con riferimento alla scala nazionale è stato sostenuto e, entro certi

limiti, dimostrato che i take-offs nazionali si registrano, in generale e

ammesso che si registrino, solo durante le fasi espansive di un’Onda lunga.

Appunti di un programmatore. Firenze, la Toscana e le regioni di Giuliano Bianchi 159


Questa tesi è stata integrata con l’ipotesi secondo la quale «dopo che un

sistema è decollato, sarà meno colpito dalla successiva fase discendente»

(Van Duijn, 1983).

Queste «regole di comportamento» delle Onde lunghe sembrano

confermate anche a scala regionale.

In effetti, l’osservazione dei dati e dei grafici consente di accertare che:

- North East, Yorkshire-Humbershire, Scotland e East Midlands decollano

durante la fase espansiva del primo Kondratieff;

- West Midlands durante la fase espansiva del secondo Kondratieff;

- South West, Liguria, Piemonte, Lombardia durante la fase espansiva

del terzo Kondratieff;

-

-

-

Toscana, Emilia Romagna, Veneto, ecc. durante la fase espansiva del

quarto Kondratieff.

In aggiunta si può constatare che:

nessuna regione, sia in Gran Bretagna che in Italia decolla durante le

fasi depressive dei diversi cicli di lungo periodo;

le regioni che sono decollate durante la fase espansiva di una

determinata Onda lunga sono state meno influenzate dagli effetti della

successiva fase recessiva, o non sono state influenzate affatto, come

provano i comportamenti di Liguria, Piemonte e Lombardia durante la

fase discendente del terzo Kondratieff e i comportamenti di Toscana,

Emilia Romagna, Veneto ecc. durante la fase discendente del quarto

Kondratieff.

6.2 Gli indicatori osservati per i due Paesi e la proiezione della funzione

italiana suggeriscono l’idea di un «tetto» alla crescita regionale in termini

di livelli di industrializzazione, secondo la regola implicita «più precoce il

decollo, più alto il livello».

In effetti soltanto le regioni di più antico sviluppo raggiungono il livello

di oltre 200 occupati nell’industria per 1000 abitanti (West e East Midlands,

Lombardia e Piemonte), che è il livello dal quale North e Yorkshire

muovono nel loro declino dal 1841.

Non è certamente questa la sede per tentare una spiegazione teorica di ciò,

né la ricerca ha ancora raggiunto lo stadio di poter provare empiricamente

l’affermazione. Tuttavia, in termini generali, si può assumere che operi

l’influenza di processi di saturazione, dai quali derivano flussi crescenti

di diseconomie esterne, cui si aggiunge l’effetto dei crescenti livelli di

competizione interregionale a mano a mano che aumenta il numero delle

regioni «decollate».

Sembra opportuna un’osservazione finale su questo punto: nella

misura in cui un limite superiore («tetto») fosse realmente operante esso

dipenderebbe dall’interazione di fattori locali.

160 Onde lunghe e take-offs regionali in Itali