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Appunti di un programmatore - Irpet

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<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong><br />

Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi<br />

I R P E T<br />

Istituto<br />

Regionale<br />

Programmazione<br />

Economica<br />

Toscana


<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong><br />

Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi<br />

I R P E T<br />

Istituto<br />

Regionale<br />

Programmazione<br />

Economica<br />

Toscana


Riconoscimenti<br />

L’in<strong>di</strong>ce <strong>di</strong> questo volume è stato concordato all’interno <strong>di</strong> <strong>un</strong> comitato <strong>di</strong> redazione<br />

formato da antichi collaboratori, ma più ancora da amici, <strong>di</strong> Giuliano Bianchi (Paolo<br />

Bal<strong>di</strong>, stefano casini Benvenuti, Alessandro cavalieri, Alessandro compagnino,<br />

mario De Pascale, mauro Grassi e Giovanni maltinti).<br />

All’interno del gruppo, De Pascale ha svolto con molto impegno il prezioso compito <strong>di</strong><br />

tenere le fila dell’iniziativa e <strong>di</strong> sottoporre a tutti sia i problemi che le soluzioni inerenti<br />

il volume. Gli altri componenti colgono quin<strong>di</strong> questa occasione per ringraziarlo per<br />

il lavoro svolto.<br />

L’allestimento e<strong>di</strong>toriale è stato curato da elena Zangheri.<br />

si ringraziano le case e<strong>di</strong>trici einau<strong>di</strong>, Franco Angeli, il Ponte e Le monnier per aver<br />

concesso l’autorizzazione per la ristampa <strong>di</strong> alc<strong>un</strong>i contributi.


In<strong>di</strong>ce<br />

5 Presentazione <strong>di</strong> Nicola Bellini<br />

9 Prefazione <strong>di</strong> Giacomo Becattini<br />

15 Analisi delle inter<strong>di</strong>pendenze locali: alc<strong>un</strong>e premesse teoriche<br />

Giuliano Bianchi, Marco Bellan<strong>di</strong>, Fabio Sforzi<br />

55 Schemi numerici, modelli interpretativi, meto<strong>di</strong> <strong>di</strong> programmazione<br />

Giuliano Bianchi<br />

73 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio<br />

Giuliano Bianchi<br />

145 Onde l<strong>un</strong>ghe e take-offs regionali in Italia e Gran Bretagna<br />

Giuliano Bianchi, Stefano Casini Benvenuti, Giovanni Maltinti<br />

167 Firenze e il suo sistema metropolitano. Riflessioni su <strong>un</strong>’opport<strong>un</strong>ità<br />

mancata<br />

Giuliano Bianchi<br />

189 Innovazione formale e sviluppo economico in Toscana<br />

Giuliano Bianchi<br />

199 Requiem per la Terza Italia? Sistemi territoriali <strong>di</strong> piccola impresa e<br />

transizione postindustriale<br />

Giuliano Bianchi<br />

227 Alla ricerca della memoria perduta<br />

Giuliano Bianchi<br />

249 Quarant’anni e non li <strong>di</strong>mostra<br />

Giuliano Bianchi


PRESENTAZIONE<br />

Nicola Bellini<br />

Ho provato a leggere questa collezione <strong>di</strong> scritti <strong>di</strong> Giuliano Bianchi,<br />

stu<strong>di</strong>ati più volte in passato, come se non li conoscessi e non li avessi<br />

mai letti. è pratica che va riservata ai classici e la riflessione <strong>di</strong> Giuliano<br />

sulla Toscana e sui destini della programmazione regionale può ormai<br />

ben essere iscritta a questa categoria. Come suggeriva <strong>un</strong> grande <strong>di</strong>rettore<br />

d’orchestra, Georg Solti, le copie delle gran<strong>di</strong> partiture, che negli anni si<br />

son riempite fitte <strong>di</strong> app<strong>un</strong>ti e notazioni interpretative, ogni tanto vanno<br />

buttate via, ne va ricomprata <strong>un</strong>’altra copia intonsa e devono essere rilette<br />

da capo, come se fossero acquisizione nuova. Fare tabula rasa delle chiavi<br />

<strong>di</strong> lettura consolidate permette anche nel caso dei lavori <strong>di</strong> Giuliano <strong>di</strong><br />

rivivere in <strong>di</strong>retta la forza della scoperta, dell’intuizione e della passione<br />

civile che le accompagna.<br />

Per il sottoscritto c’è <strong>un</strong> motivo in più <strong>di</strong> confronto con la contemporaneità<br />

dei suoi scritti: il fatto <strong>di</strong> essere stato da poco chiamato a occupare quella<br />

scrivania <strong>di</strong> <strong>di</strong>rettore dell’<strong>Irpet</strong>, da cui Giuliano operò per do<strong>di</strong>ci anni,<br />

lasciando <strong>un</strong> segno indelebile. Come ha recentemente ricordato Franco<br />

Volpi, è stato infatti proprio lui, <strong>un</strong>ico non accademico nella sequenza<br />

dei <strong>di</strong>rettori dell’istituto, ad aver operato con più coerenza e successo<br />

per realizzare la <strong>di</strong>fficile missione <strong>di</strong> questo istituto: rendere compatibile<br />

l’esigenza <strong>di</strong> dare risposte pronte alle esigenze conoscitive dei processi<br />

politici con quella <strong>di</strong> “dotarsi <strong>di</strong> capacità conoscenze e strumenti <strong>di</strong> analisi<br />

adeguati che comportano investimenti <strong>di</strong> l<strong>un</strong>go periodo” * .<br />

A me francamente non sembra paradossale che chi più conosceva e<br />

praticava il rapporto con la politica e con i suoi processi decisionali sentisse<br />

in modo così vivo l’urgenza <strong>di</strong> garantire all’istituto quell’autonomia non<br />

formale, ma sostanziale, che deriva dal rigoroso presi<strong>di</strong>o delle tecniche e<br />

dei meto<strong>di</strong> <strong>di</strong> analisi. Il fatto è che nella visione <strong>di</strong> Giuliano l’autonomia<br />

e soli<strong>di</strong>tà scientifica erano esse stesse <strong>un</strong> dato politico nel momento<br />

in cui servivano a den<strong>un</strong>ciare la <strong>di</strong>stanza tra certi gruppi <strong>di</strong>rigenti ed<br />

il “nuovo” e il “vero” che l’analisi portava ad evidenza. è l’analisi<br />

scientificamente fondata che costringe la politica, altrimenti (spesso)<br />

riluttante, all’esercizio intellettuale <strong>di</strong> “pensare in grande e <strong>di</strong> guardar<br />

lontano”, superando il “<strong>di</strong>vorzio fra il dominio delle conoscenze razionali<br />

e quello dei processi decisionali”.<br />

* Volpi F. (2009), “L’IRPET: 1968-2008”, in Becattini G., Bianchi G., Casini Benvenuti S., Meini<br />

M.C., Volpi F. (2009), “I quarant’anni dell’IRPET”, Il Ponte, LXV, 1-2, gennaio-febbraio, p. 8.<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 5


Il ruolo della programmazione è per eccellenza l’ambito in cui le scelte<br />

pubbliche si organizzano in “sistema”. Non tutto l’intervento pubblico è<br />

infatti programmazione: questa richiede finalità derivate da <strong>un</strong>’analisi,<br />

obiettivi quantificati, priorità stabilite, coerenza <strong>di</strong>mostrata, meccanismi<br />

<strong>di</strong> controllo. Né la complessità sistemica, decisionale, sociale, etc., né la<br />

non linearità delle <strong>di</strong>namiche economiche giustificano l’abbandono della<br />

programmazione. Scrive Giuliano: “Proprio la complessità -se la ragione<br />

non ha alzato ban<strong>di</strong>era bianca- sfida a organizzare il ragionamento e a<br />

impiegare tutti i mezzi che possano aiutare a capire e ad agire”.<br />

La programmazione esige l’immissione <strong>di</strong> “più tecnica” nei processi<br />

decisionali. è questo il fondamento dell’impegno <strong>di</strong> Giuliano nella<br />

pre<strong>di</strong>sposizione <strong>di</strong> <strong>un</strong> modello informativo del sistema regionale <strong>di</strong><br />

programmazione, centrato sullo sviluppo in <strong>Irpet</strong> delle matrici regionali,<br />

ancora oggi <strong>un</strong>o degli asset più preziosi dell’istituto. La razionalistica<br />

passione per le tecniche non perse mai in Giuliano la consapevolezza dei<br />

fini per cui quelle tecniche dovevano essere utilizzate, ossia della loro<br />

strumentalità. Circondati come siamo da tanto “manierismo econometrico”,<br />

suona come <strong>un</strong> monito l’ironica confessione che Giuliano ha fatto nel suo<br />

ultimo intervento qui riportato, in occasione del quarantennale dell’istituto:<br />

“il mio intento non era molto raffinato: usare il modello, i modelli, come<br />

clava, per fare del terrorismo econometrico”.<br />

La tecnica d<strong>un</strong>que non <strong>di</strong>venta feticcio. Nelle pagine <strong>di</strong> questo volume<br />

ritroviamo analisi appassionate quanto penetranti non solo dell’articolarsi<br />

dell’economia regionale, ma anche delle evoluzioni sociali e soprattutto<br />

degli attriti nella <strong>di</strong>fficile e non banale <strong>di</strong>alettica tra cultura politica e<br />

<strong>di</strong>namiche socio-economiche, al centro degli sforzi dell’autore <strong>di</strong> “capire<br />

perché” e del suo domandarsi: “nulla da fare?”<br />

La tecnica va per altro messa costantemente sotto pressione. Per essere<br />

effettivamente capace <strong>di</strong> incidere sui processi decisionali, non ci si può<br />

accontentare degli aggregati ma bisogna perseguire <strong>un</strong>a lettura che può<br />

essere realistica (e quin<strong>di</strong> pertinente) solo in quanto “fine”, cogliendo i<br />

caratteri non solo delle <strong>di</strong>verse manifatture, ma anche delle <strong>di</strong>verse<br />

agricolture, dei <strong>di</strong>versi turismi, dei <strong>di</strong>versi terziari. E soprattutto bisogna<br />

essere onesti e aperti al riconoscimento della realtà nuova, anche quando<br />

essa ci scompiglia le chiavi interpretative consolidate. Così: “Sarebbe<br />

davvero ironico se <strong>un</strong>’analisi spregiu<strong>di</strong>cata e innovativa come quella che<br />

condusse all’identificazione, prima, e alla concettualizzazione, poi, dei<br />

<strong>di</strong>stretti industriali e della Terza Italia, si anchilosasse, oggi, nella proposta<br />

<strong>di</strong> <strong>un</strong> nuovo stereotipo, frapposto alla percezione della realtà”.<br />

In questo turbinio <strong>di</strong> idee tra passione civile e amore per le tecniche<br />

merita infine sottolineare le testimonianze ricorrenti della sua straor<strong>di</strong>naria<br />

cultura. In <strong>un</strong> ricordo <strong>di</strong> Giuliano, Giacomo Becattini ha citato come tratto<br />

6 Presentazione


<strong>di</strong>stintivo della sua <strong>di</strong>rezione proprio le “squisitezze <strong>di</strong> carattere culturale<br />

che erano parte della sua natura”. Qui le ritroviamo nei richiami eru<strong>di</strong>ti<br />

e illuminanti, nella provocazione spiazzante che è creata da <strong>un</strong>’inattesa<br />

citazione. Ma forte resta la sensazione che, oltre a regalarci qualche<br />

sorprendente fuoco d’artificio, la sua cultura -anche in questi scritti- sia poi<br />

il vero collante che tiene assieme tutto, dando spessore e senso profondo a<br />

questa singolarissima figura <strong>di</strong> intellettuale ed al suo lavoro, da quello che<br />

ci resta nelle parole dei suoi scritti a quello che è tramandato dai risultati<br />

del suo agire.<br />

Ed è questa sua cultura che forse oggi ci manca più <strong>di</strong> tutto.<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 7


PREFAZIONE*<br />

Giacomo Becattini<br />

In ricordo <strong>di</strong> Giuliano Bianchi<br />

Credo <strong>di</strong> aver conosciuto Giuliano nel 1963, in occasione del convegno<br />

su «La Toscana nella programmazione economica organizzato dall’Urpt.<br />

Giuliano curava, insieme ad altri, gli Atti del convegno. Il nostro primo<br />

incontro -se ricordo bene- fu simpatico, ma non privo <strong>di</strong> spine, nel senso che<br />

lui mi incalzò -com’era d’altronde suo compito- e io resistei, come d’uso, a<br />

consegnare, il prima possibile, la versione definitiva della mia relazione. Da<br />

questa prima collaborazione Giuliano e i suoi colleghi trassero il volumone<br />

-940 pagine!- degli atti (La Toscana nella programmazione economica,<br />

Firenze, 1963) che molti della mia generazione ricordano.<br />

Rimanemmo in contatto, ma non ricordo niente <strong>di</strong> particolare fino<br />

al 1968, data fati<strong>di</strong>ca, nel nostro piccolo mondo, più che per i riflessi<br />

parigini, per la fondazione dell’<strong>Irpet</strong>. Giuliano, f<strong>un</strong>zionario della Provincia<br />

<strong>di</strong> Firenze, fu, fin dall’inizio, all’interno delle Amministrazioni pubbliche<br />

fiorentine e toscane, <strong>un</strong>o fra i non molti amici <strong>di</strong> quel nuovo arrivato. Dei<br />

pochi altri amici, vicini al potere, ricordo solo Vanni Parenti. Può apparire<br />

strano, oggi, ma questa creatura, l’<strong>Irpet</strong>, anche per lo spazio d’in<strong>di</strong>pendenza<br />

che subito tentò <strong>di</strong> acquistarsi, non riscuoteva molte simpatie nel mondo<br />

delle autonomie locali. In particolare non andava a genio alle Camere<br />

<strong>di</strong> commercio toscane, presenti in massa nel suo primo Consiglio <strong>di</strong><br />

amministrazione.<br />

Ebbene l’avere amici come Giuliano alla Provincia <strong>di</strong> Firenze e Vanni al<br />

Comitato regionale per la programmazione economica per la Toscana, e poi<br />

alla Regione Toscana, per non parlare, naturalmente, <strong>di</strong> Elio Gabbuggiani,<br />

presidente dell’Urpt e primo presidente dell’<strong>Irpet</strong>, fu decisivo per dare<br />

all’istituto la chance <strong>di</strong> <strong>un</strong>’in<strong>di</strong>pendenza dal mondo politico allora -e<br />

ancor’oggi- quasi impensabile.<br />

Giuliano, debbo <strong>di</strong>rlo, aderì subito alla tematica dello sviluppo locale,<br />

che avrebbe poi caratterizzato <strong>un</strong>a stagione dell’<strong>Irpet</strong>. Ricordo, come<br />

momento significativo <strong>di</strong> successivi sviluppi -che non saprei collocare<br />

esattamente nel tempo- la sua utilissima illustrazione a f<strong>un</strong>zionari<br />

provinciali e com<strong>un</strong>ali delle statistiche locali toscane, appoggiata, credo,<br />

a <strong>un</strong> testo ciclostilato s.d. <strong>di</strong> Paolo Quirino e Oreste Cherubini: Il sistema<br />

informativo statistico locale: problemi e caratteristiche.<br />

* Testo contenuto in Becattini G., Bianchi G., Casini Benvenuti S., Meini M.C., Volpi F. (2009),<br />

“I quarant’anni dell’IRPET”, Il Ponte, LXV, 1-2, gennaio-febbraio, pp. 20-24.<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 9


Ma il periodo in cui -per quel che ne so io- il genio bizzarro <strong>di</strong> Giuliano<br />

si scatenò, fu il periodo in cui, succedendo al tri<strong>un</strong>virato Giovanni Ariano,<br />

Paolo Baglioni, Alfiero Falorni, <strong>di</strong>resse l’<strong>Irpet</strong>. Il colpo <strong>di</strong> barra che<br />

Giuliano <strong>di</strong>ede all’<strong>Irpet</strong>, rispetto al periodo precedente, si può riassumere<br />

in <strong>un</strong>a maggiore vicinanza agli interessi del governo regionale e in <strong>un</strong>a<br />

maggiore attenzione agli standard della ricerca <strong>un</strong>iversitaria. Non e<br />

<strong>un</strong> caso che molte conclusioni dell’<strong>Irpet</strong> <strong>di</strong> Bianchi trovassero echi nei<br />

programmi regionali e che l’<strong>Irpet</strong> si affermasse, per rigore e ricchezza<br />

<strong>di</strong> strumentazione analitica, fra gli Istituti regionali del periodo, fino a<br />

guadagnarsi il prestigioso premio Einau<strong>di</strong>.<br />

Ma il periodo della <strong>di</strong>rezione <strong>di</strong> Giuliano si <strong>di</strong>stinse anche per<br />

squisitezze <strong>di</strong> carattere culturale che erano parte della sua natura. Per<br />

esempio, nel <strong>di</strong>cembre 1976 pubblicò <strong>un</strong> blocco <strong>di</strong> lettere <strong>di</strong> David Ricardo<br />

dal suo «Journal of a Tour on the Continent, dove si rivela la meraviglia<br />

del grande economista inglese per la fioritura, a Firenze, <strong>di</strong> <strong>un</strong>a miriade<br />

<strong>di</strong> micro-artigiani che, in pelle, stoffa, paglia, ecc.. facevano deliziose<br />

«piccolezze» per turisti; nel <strong>di</strong>cembre 1978, a celebrazione del decennale<br />

dalla fondazione dell’<strong>Irpet</strong>, pubblico <strong>un</strong>a pressoché sconosciuta Storia del<br />

libero scambio in Toscana (1878), <strong>di</strong> Giacomo Montgomery Stuart; infine,<br />

nel marzo 1980 ripubblico il celebre Tableau de l’agriculture toscane <strong>di</strong><br />

Sismonde de Sismon<strong>di</strong>.<br />

D’altronde i suoi interessi per la cultura in senso lato, dalla musica alla<br />

gastronomia, erano noti a tutti. Ricordo bene che mi ha trascinato più volte,<br />

spesso con mia moglie, al Teatro com<strong>un</strong>ale, o, in occasione <strong>di</strong> convegni<br />

qua e là, in ristoranti e trattorie famosi, dove si gustavano le specialità<br />

del luogo. Che m’illustrava, con gli occhi lustri, dettagliandone i pregi e<br />

illustrandone le ra<strong>di</strong>ci.<br />

Ricordo anche le sue visite, spesso con sua moglie Carla, con Elio<br />

Gabbuggiani o Reginaldo Cianferoni, a Malmantile, e le <strong>di</strong>scussioni,<br />

perlopiù <strong>di</strong> politica -ovviamente!- che, innaffiate dal vino <strong>di</strong> Caparsa,<br />

riempivano quei nostri pomeriggi <strong>di</strong> festa. In particolare, ricordo <strong>un</strong><br />

pomeriggio del 1979, in cui, lui e Gabbuggiani, allora sindaco <strong>di</strong> Firenze,<br />

mi convinsero a presentarmi come in<strong>di</strong>pendente nella lista del Pci -da cui<br />

ero uscito da <strong>un</strong>a ventina <strong>di</strong> anni- alle elezioni amministrative del 1980.<br />

L’esperienza non fu fort<strong>un</strong>ata, per tante ragioni personali, ma anche per<br />

l’ascesa <strong>di</strong> Craxi, che <strong>di</strong>ssolse anche a Firenze <strong>un</strong>o dei presupposti taciti<br />

del mio ritorno in politica, <strong>un</strong>’azione <strong>un</strong>itaria delle sinistre, per rifare <strong>di</strong><br />

Firenze la versione contemporanea del «libero com<strong>un</strong>e».<br />

Un’esperienza interessante fu anche quella dell’Isia. Nella scuola<br />

superiore del design, il regno dell’immaginazione finalizzata, ricordo che<br />

Giuliano si sentiva particolarmente a suo agio. Quell’esperienza, credo,<br />

rafforzò la sua pre<strong>di</strong>lezione per ciò che lui -a quel che ne so io- battezzo<br />

10 Prefazione


«innovazione formale», così importante per le “piccolezze” toscane. Trovo<br />

molto appropriato che la sua commemorazione f<strong>un</strong>ebre abbia avuto luogo<br />

nei locali <strong>di</strong> quell’Istituto. Potrei continuare a l<strong>un</strong>go con i ricor<strong>di</strong> <strong>di</strong> due<br />

vite che s’intrecciano ripetutamente, ma ne ho accennato altrove (Scritti<br />

sulla Toscana, Firenze, Le Monnier, 2007, specialmente nel IV volume) e<br />

non voglio ripetermi.<br />

Preferisco invece concentrarmi sul tema dei suoi apporti all’interpretazione<br />

economica della Toscana, presentandoli, “can<strong>di</strong>damente”, come io li vedo.<br />

Credo che anche lui, se potesse, li gra<strong>di</strong>rebbe così. Gli episo<strong>di</strong> che rapidamente<br />

richiamerò sono solo tre, ma, volendo, si potrebbero moltiplicare.<br />

Al momento della mia uscita dall’<strong>Irpet</strong> io mi lasciai <strong>di</strong>etro<br />

<strong>un</strong>’interpretazione dello sviluppo toscano piena <strong>di</strong> luci e <strong>di</strong> ombre. Ebbene,<br />

le mie luci -per esempio l’impetuosa industrializzazione leggera dei nostri<br />

<strong>di</strong>stretti industriali, ch’io leggevo nei dati- non andavano a genio alle forze<br />

politiche egemoni in Toscana (Pci e Dc). È inutile <strong>di</strong>re che a <strong>di</strong>fferenza <strong>di</strong><br />

chi scrive, che dal fortino dell’Università poteva <strong>di</strong>re quello che voleva,<br />

Giuliano che <strong>di</strong> quel mondo politico faceva parte istituzionalmente, non<br />

poteva ignorare quella violenta ostilità.<br />

La prima soluzione che tentò <strong>di</strong> dare al problema era, rebus sic stantibus,<br />

la sola possibile: vista la riluttanza a prender per buono <strong>un</strong>o sviluppo fondato<br />

sulle “piccolezze” del made in Tuscany, Giuliano tentò, con l’aiuto <strong>di</strong> alc<strong>un</strong>i<br />

membri della vecchia guar<strong>di</strong>a dell’<strong>Irpet</strong>, in particolare <strong>di</strong> Alfiero Falorni,<br />

<strong>di</strong> valorizzare i «collegamenti all’in<strong>di</strong>etro», nel linguaggio <strong>di</strong> Hirschman,<br />

del made in Tuscany, patrocinando, <strong>di</strong> fatto, <strong>un</strong>a politica <strong>di</strong> appoggio ai<br />

settori a monte delle deliziose “piccolezze” toscane (es. meccanotessile,<br />

macchine per il legno, ecc.), che l’<strong>Irpet</strong> battezzò «industria interme<strong>di</strong>a».<br />

Noto oggi, en passant, che quei collegamenti all’in<strong>di</strong>etro sono all’origine<br />

dei successi <strong>di</strong> parte dell’attuale meccanica toscana.<br />

Ma neppure in questa forma mascherata e contratta, 1’interpretazione<br />

<strong>Irpet</strong> 1975 dello sviluppo toscano passò il vaglio della politica regionale.<br />

Cosa fare? Giuliano scelse <strong>un</strong>a via <strong>di</strong> uscita “alta”: gettarsi in pieno<br />

nell’avventura, allora appena agli inizi, delle Scienze regionali.<br />

Fu così che L’<strong>Irpet</strong> <strong>di</strong>venne il regno dei modelli economici ed<br />

econometrici, in cui trovava sfogo <strong>un</strong>’altra delle passioni <strong>di</strong> Giuliano l’amore<br />

per le tecniche. Fu <strong>un</strong> grande successo: a) i ricercatori <strong>Irpet</strong> -specialmente<br />

la “nuova leva”, reclutata e “allenata” da Giuliano- si appropriarono delle<br />

strumentazioni più a la page; b) l’<strong>Irpet</strong> entro validamente nel <strong>di</strong>battito<br />

scientifico delle nascenti scienze regionali (della cui associazione Giuliano<br />

fu anche presidente); c) i politici toscani furono liberati -finalmente!- da<br />

<strong>un</strong>a challenge che invadeva il loro terreno <strong>di</strong> caccia.<br />

Ma non è tutto. L’interpretazione <strong>Irpet</strong> aveva aperto <strong>un</strong> problema: se lo<br />

sviluppo dei <strong>di</strong>stretti industriali <strong>di</strong>pende dalle economie esterne -esorcizzate<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 11


dai fedeli del culto neoricar<strong>di</strong>ano e ignorate dal mainstream- come<br />

<strong>di</strong>stinguere 1’area investita da questa specie <strong>di</strong> manna che cade dal cielo<br />

sulle piccole imprese? Le analisi <strong>Irpet</strong> del 1969 e del 1975 argomentavano<br />

e illustravano con esempi concreti l’interpretazione dei fatti post-bellici,<br />

ma l’effettiva esistenza <strong>di</strong> <strong>un</strong> vantaggio competitivo delle piccole imprese,<br />

impiantate nelle nostre storiche com<strong>un</strong>ità organizzate in sistemi produttivi<br />

locali, non poteva essere “<strong>di</strong>mostrata” con procedure logiche valide entro<br />

l’ambito della scienza economica allora riconosciuta.<br />

E qui sta <strong>un</strong> merito importante <strong>di</strong> Giuliano che mi piace ricordare.<br />

Consapevole del fatto che le economie esterne locali non possono essere<br />

<strong>di</strong>mostrate, cioè misurate, senza in<strong>di</strong>viduare il loro ambito territoriale,<br />

Giuliano de<strong>di</strong>co <strong>un</strong>a parte delle sue energie, intellettuali e organizzative, a<br />

in<strong>di</strong>viduare, insieme a Fabio Sforzi, tale ambito territoriale. Ne sortirono,<br />

con l’aiuto <strong>di</strong> alc<strong>un</strong>i colleghi dell’Università <strong>di</strong> Newcastle upon Tyne, i<br />

«sistemi locali del lavoro» che, adottati dall’Istat, costituiscono oggi la<br />

griglia territoriale <strong>di</strong> molti fenomeni produttivi. Quel che più rileva,<br />

dal p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> vista che qui m’interessa, è che essi hanno portato a <strong>un</strong>a<br />

perimetrazione accettabile dei <strong>di</strong>stretti industriali. Da ciò è scaturita<br />

l’econometria <strong>di</strong>strettualistica, che, con la misurazione dell’«effetto<br />

<strong>di</strong>stretto» ha sancito -in forme riconosciute dall’Accademia- la vali<strong>di</strong>tà<br />

delle “luci” delle interpretazioni <strong>Irpet</strong> 1969 e 1975.<br />

Molti anni della sua <strong>di</strong>rezione dell’<strong>Irpet</strong> sono contrassegnati, nella mia<br />

memoria, anche dalla sua collaborazione ai miei corsi <strong>un</strong>iversitari, nella<br />

forma del professore a contratto. L’aiuto che Giuliano mi <strong>di</strong>ede in quegli<br />

anni, più efficiente che p<strong>un</strong>tuale, mi servì molto per esplorare, con conge<strong>di</strong><br />

ripetuti, i meandri del pensiero economico vittoriano. Di ciò gli sono ancora<br />

molto riconoscente.<br />

C’è poi stato <strong>un</strong> periodo <strong>di</strong> lontananza, interrotto peraltro da contatti<br />

significativi, che si è esaurito solo in anni recenti, con ritorni autocritici ed<br />

espressioni affettuose da ambo le parti, che <strong>di</strong>mostrano che la fiamma della<br />

stima reciproca e dell’amicizia non si era mai spenta.<br />

L’ultima volta che ho visto Giuliano e stato l’11 febbraio <strong>di</strong> quest’anno,<br />

alla presentazione del mio Calabrone. Giuliano, accompagnato, quasi<br />

sorretto, dalla sua seconda moglie, Giovanna Pajetta, era piuttosto mal<br />

messo, ma affettuoso e -se si può <strong>di</strong>re così- brillante. Ci lasciammo con la<br />

promessa <strong>di</strong> <strong>un</strong> incontro a casa mia, nella mia terrazza -a parlare, perché<br />

no? del sesso degli angeli- che sapevamo ambedue pressoché impossibile.<br />

Come fu, purtroppo.<br />

Il libro che Marco Dar<strong>di</strong> e Stefano Casini Benvenuti presentavano<br />

(Il calabrone Italia, Bologna, il Mulino, 2007) si apriva con <strong>un</strong> saggio<br />

dal titolo La multiregionalità dello sviluppo economico italiano, a firma<br />

Giacomo Becattini e Giuliano Bianchi. Ora, il 1982, data <strong>di</strong> quel saggio,<br />

12 Prefazione


segna <strong>un</strong> trapasso importante nei miei stu<strong>di</strong> -e anche nei suoi, per quel che<br />

ne so- nel senso <strong>di</strong> costituire il momento in cui alzo la testa dalle vicende<br />

toscane per de<strong>di</strong>carmi alla decifrazione dello sviluppo complessivo del<br />

nostro paese. La prova dell’importanza ch’io <strong>di</strong>e<strong>di</strong> a quel confronto sta nel<br />

fatto che ho conservato, in apposita cartella, il carteggio relativo a quello<br />

stu<strong>di</strong>o. Sono andato a riaprirla, quella cartella, e sono riaffiorate alla mia<br />

memoria, con commozione facile a immaginare, tutte le fasi <strong>di</strong> quel ping<br />

pong intellettuale.<br />

Ma c’è ancora <strong>un</strong> aspetto del Giuliano <strong>di</strong> quegli anni ottanta che voglio<br />

ricordare: la sua premonizione dei problemi e delle prospettive dell’area<br />

metropolitana che si andava formando attorno a Firenze. Questo è <strong>un</strong><br />

p<strong>un</strong>to su cui non abbiamo mai trovato il tempo e l’opport<strong>un</strong>ità <strong>di</strong> chiarire<br />

le nostre posizioni.<br />

E ora io son qui -ingiustamente, se vogliamo, a rigor <strong>di</strong> calendario- a<br />

ricordare lui, che, furbescamente, si è sottratto al compito <strong>di</strong> ricordarmi.<br />

Non suoni irriverente questa chiusa, perché, col suo spiritaccio fiorentino,<br />

son certo che Giuliano l’avrebbe gra<strong>di</strong>ta.<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 13


ANALISI DELLE INTERDIPENDENZE LOCALI: ALCUNE PREMESSE TEORICHE*<br />

Giuliano Bianchi, Marco Bellan<strong>di</strong>, Fabio Sforzi<br />

Introduzione<br />

La spiegazione dell’efficienza economica e delle suscettività <strong>di</strong> sviluppo<br />

<strong>di</strong> sistema <strong>di</strong> piccole imprese, territorialmente concentrate e, <strong>di</strong> norma,<br />

specializzate per prodotti, parti <strong>di</strong> prodotto, fasi <strong>di</strong> processo e <strong>un</strong> tema che<br />

ha conosciuto <strong>un</strong>a notevole fort<strong>un</strong>a nella letteratura economica (e non solo<br />

economica) in questi ultimi anni. A parte <strong>un</strong> primo lavoro pionieristico<br />

(IRPET, 1969), la ricerca e la <strong>di</strong>scussione si son venute sviluppando con<br />

crescente, e per ora non declinante intensità soprattutto dalla metà degli<br />

anni Settanta (fra gli innumerevoli contributi ci limitiamo a ricordare,<br />

esemplificando: Becattini, 1975; Brusco, 1975; Bagnasco e Messori,<br />

1975; Bagnasco, 1977; Tousijn, 1978; Varaldo, 1979; Lorenzoni, 1979;<br />

Cori, 1979; Mariti, 1980; Paci, 1980; Antonelli e Momigliano, 1980;<br />

Garofoli, 1981), coniando locuzioni <strong>di</strong> varia consistenza interpretativa<br />

ma <strong>di</strong> indubbio successo pubblicistico quali: “area sistema”, “economia<br />

periferica”, “industrializzazione <strong>di</strong>ffusa” variamente intrecciate a categorie<br />

come quella <strong>di</strong> “decentramento produttivo” o a etichette assai più sprezzanti<br />

come quella <strong>di</strong> “economia sommersa”.<br />

In realtà ci si può accostare a questi temi m<strong>un</strong>iti <strong>di</strong> <strong>un</strong>o schema teorico<br />

<strong>un</strong>itario sol che si ricor<strong>di</strong> come dalle proposizioni <strong>di</strong> Adam Smith sulla<br />

<strong>di</strong>visione del lavoro parte <strong>un</strong>a linea <strong>di</strong> pensiero che passa poi per A. Marshall,<br />

A. Yo<strong>un</strong>g, J. Stigler, fino ad arrivare ad <strong>un</strong> recente modello proposto da<br />

N. Georgescu Roegen e adattato alle problematiche qui in esame da P.<br />

Tani, secondo la quale si <strong>di</strong>mostra la possibilità <strong>di</strong> mettere in relazione<br />

certe economie <strong>di</strong> scala e <strong>di</strong> sviluppo non alla <strong>di</strong>mensione <strong>di</strong> singole<br />

organizzazioni aziendali, ma alla <strong>di</strong>mensione produttiva complessiva<br />

<strong>di</strong> sistemi <strong>di</strong> imprese <strong>di</strong>verse, ove sia possibile e si attui <strong>un</strong>’opport<strong>un</strong>a<br />

<strong>di</strong>visione del lavoro fra le medesime (Bellan<strong>di</strong>, 1982).<br />

Del resto, e alla luce <strong>di</strong> questa linea <strong>di</strong> pensiero, integrata dai contributi<br />

<strong>di</strong> A.O. Hirschman e <strong>di</strong> A. Lewis, che è stato possibile spiegare lo sviluppo<br />

economico della Toscana <strong>di</strong> questo dopoguerra. Uno sviluppo “non<br />

accentrato”, secondo <strong>un</strong> processo <strong>di</strong> proliferazione e <strong>di</strong>ffusione <strong>di</strong> piccole<br />

imprese operanti in settori “tipici” dell’industria leggera, che ha specificato<br />

ambienti, come la “campagna urbanizzata”, identificati dalla peculiarità<br />

delle relazioni fra le imprese e fra queste le famiglie, il mercato del lavoro,<br />

* Memoria presentata alla III Conferenza Italiana <strong>di</strong> Scienze Regionali, organizzata dall’Associazione<br />

Italiana <strong>di</strong> Scienze Regionali (AISRe), Venezia, 10-12 novembre 1982.<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 15


le istituzioni locali. Queste relazioni hanno attivato <strong>un</strong> efficace meccanismo<br />

<strong>di</strong> generazione e trasmissione <strong>di</strong> economie esterne all’impresa ma interne<br />

all’industria, che <strong>di</strong> quello sviluppo sono state il combustibile specifico<br />

(IRPET, 1975a). Sulla stessa linea, e con la medesima strumentazione<br />

concettuale, si è cercato <strong>di</strong> spiegare anche <strong>un</strong>o dei principali esiti del<br />

nuovo ciclo del processo <strong>di</strong> industrializzazione toscano avviato nel corso<br />

degli anni Settanta: la genesi, i cicli, <strong>di</strong> <strong>un</strong>’industria interme<strong>di</strong>a (Bianchi e<br />

Falorni, 1980).<br />

1. Economie esterne e inter<strong>di</strong>pendenze locali<br />

1.1 Economie esterne: rilevanza teorico-pratica e riscontri empirici<br />

Ass<strong>un</strong>ta questa prospettiva, i <strong>di</strong>fferenziali <strong>di</strong> prestazione dei <strong>di</strong>versi sistemi<br />

territoriali <strong>di</strong> imprese (ossia: <strong>di</strong> <strong>di</strong>versi sistemi economici locali) possono<br />

essere ricondotti a <strong>di</strong>fferenziali dei flussi <strong>di</strong> economie esterne-interne<br />

generate nei vari sistemi in <strong>di</strong>pendenza della loro <strong>di</strong>versa struttura e della<br />

<strong>di</strong>versa configurazione delle relazioni fra le loro componenti.<br />

È <strong>di</strong> imme<strong>di</strong>ata evidenza (e, del resto, ampiamente provato in<br />

letteratura) quanto queste <strong>di</strong>versità ambientali siano significative per<br />

interpretare il comportamento dei sistemi economici locali e rilevanti ai<br />

fini <strong>di</strong> misurare (promuovere) l’efficienza degli apparati produttivi e <strong>di</strong><br />

prospettare (verificare) l’efficacia delle politiche. In particolare, tutte le<br />

ricerche empiriche condotte dall’IRPET su settori (agricoltura, artigianato,<br />

industria interme<strong>di</strong>a, turismo) o su aspetti (spesa com<strong>un</strong>ale, occupazione,<br />

trasformazione territoriale) della realtà toscana hanno mostrato come<br />

la composizione dei fenomeni indagati, e soprattutto la loro notevole<br />

variabilità. spaziale, <strong>di</strong>pendono in ultima istanza dai caratteri ambientali,<br />

cioè dalle relazioni che localmente connettono i fattori economici e questi<br />

agli aspetti extra-economici.<br />

Ora, gli stu<strong>di</strong> su questa materia sono grossolanamente classificabili in<br />

tre classi:<br />

a) stu<strong>di</strong> sulla localizzazione industriale, che normalmente trattano <strong>di</strong><br />

“fattori localizzativi” secondo approcci descrittivi e non quantificabili;<br />

b) stu<strong>di</strong> sull’aggregazione spaziale dell’industria (o, più in generale e più<br />

recentemente: delle attività produttive), che normalmente conducono<br />

all’identificazione <strong>di</strong> clusters o complessi <strong>di</strong> industrie generati da <strong>un</strong>a<br />

“mutua attrazione localizzativa” o in<strong>di</strong>viduati sulla base <strong>di</strong> “similarità<br />

qualitàtive”;<br />

c) stu<strong>di</strong> sull’efficienza dell’industria, la cui variabilità e normalmente<br />

spiegata in termini <strong>di</strong> “economie <strong>di</strong> agglomerazione” che si assume<br />

influenzino i costi e/o i ricavi.<br />

16 Analisi delle inter<strong>di</strong>pendenze locali: alc<strong>un</strong>e premesse teoriche


Da Weber (e dalla rilettura che ne propone Hoover) in poi e stata<br />

largamente accettata in letteratura <strong>un</strong>a classificazione delle economie <strong>di</strong><br />

agglomerazione che le <strong>di</strong>stingue in:<br />

- economie interne <strong>di</strong> scala, come risultato dell’aumento della scala <strong>di</strong><br />

produzione all’interno <strong>di</strong> <strong>un</strong> singolo stabilimento;<br />

-<br />

-<br />

economie <strong>di</strong> localizzazione, per le imprese <strong>di</strong> <strong>un</strong>’industria in <strong>un</strong>a<br />

determinata agglomerazione, <strong>di</strong>pendenti dall’aumento del prodotto<br />

totale <strong>di</strong> quell’industria;<br />

economie <strong>di</strong> urbanizzazione, per tutte le imprese e le industrie <strong>di</strong><br />

<strong>un</strong>a determinata agglomerazione, <strong>di</strong>pendenti dall’ampliamento della<br />

<strong>di</strong>mensione economica complessiva della medesima.<br />

Sul contenuto definitorio <strong>di</strong> queste categorie, cosi come sul loro<br />

successo nell’analisi economica, non e certo il caso <strong>di</strong> soffermarsi.<br />

Sembra, però, opport<strong>un</strong>o rimarcare la rilevanza dell’approccio in termini<br />

<strong>di</strong> economie esterne <strong>di</strong> agglomerazione da <strong>un</strong> p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> vista operativo:<br />

per la generazione <strong>di</strong> politiche spazialmente <strong>di</strong>fferenziate, per esempio.<br />

Naturalmente l’oggetto <strong>di</strong> possibili politiche non sono le economie in se,<br />

ma le loro fonti concrete.<br />

Da qui 1’evidente interesse <strong>di</strong> <strong>un</strong>’analisi circostanziata (e, per quanto<br />

possibile, quantificata, o almeno tendenzialmente quantificabile) delle<br />

varie classi <strong>di</strong> economie esterne <strong>di</strong> agglomerazione e delle loro fonti<br />

specificamente in<strong>di</strong>viduate.<br />

Se si guarda al complesso della letteratura sull’argomento, ricca <strong>di</strong><br />

elaborazioni anche <strong>di</strong> grande finezza interpretativa e non priva <strong>di</strong> riscontri<br />

empirici, è agevole osservare che:<br />

-<br />

-<br />

-<br />

i dati occorrenti per la misurazione delle economie esterne <strong>di</strong><br />

agglomerazione (e quin<strong>di</strong> per 1’apprezzamento della “capacità” delle<br />

loro fonti) sono raramente <strong>di</strong>sponibili, si che, normalmente, si ricorre a<br />

proxies parziali e inadeguati;<br />

la spazializzazione dell’analisi e, frequentemente, eseguita in termini <strong>di</strong><br />

break-down della struttura produttiva nazionale, dato che molte ricerche<br />

sono, per natura, intersettoriali e non inter-territoriali;<br />

anche quando sono fornite misure, queste si riferiscono, <strong>di</strong> norma, a<br />

correlazioni fra pochi fattori, separatamente considerati, piuttosto che<br />

alle simultanee interrelazioni fra le componenti (non tutte <strong>di</strong> natura<br />

economica) del sistema locale considerate.<br />

Per queste ragioni si e ritenuto valesse la pena <strong>di</strong> esperire <strong>un</strong> tentativo<br />

l<strong>un</strong>go <strong>un</strong>’altra <strong>di</strong>rezione: partendo dalla definizione preliminare, ammessa<br />

come ipotesi <strong>di</strong> lavoro, si assume che la fonte (e il canale <strong>di</strong> trasmissione)<br />

dei flussi <strong>di</strong> economie esterne, che spiegano i <strong>di</strong>fferenziali <strong>di</strong> performance<br />

dei sistemi produttivi spazialmente concentrati <strong>di</strong> piccole imprese<br />

specializzate, sia costituita dal reticolo <strong>di</strong> inter<strong>di</strong>pendenze fra le componenti<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 17


(non solo economiche) del sistema demografico-territoriale che “ospita”<br />

quel sistema produttivo (con l’avvertenza che qui -e per ora- la nozione <strong>di</strong><br />

sistema è usata in termini intuitivi).<br />

In effetti gli stu<strong>di</strong> sullo sviluppo toscano fin qui prodotti (non solo<br />

dall’IRPET) hanno <strong>di</strong>mostrato che:<br />

- le inter<strong>di</strong>pendenze settoriali (in termini input-output) del sistema<br />

produttivo regionale sono piuttosto deboli, essendo l’origine della<br />

domanda e dell’offerta che si rivolgono alle industrie regionali<br />

tipicamente fuori della regione (Bianchi, 1982);<br />

- le inter<strong>di</strong>pendenze infra-settoriali (ancora in termini input-output) del<br />

sistema produttivo regionale sono piuttosto forti, come ci si poteva<br />

aspettare date le peculiarità <strong>di</strong> quel sistema (basato su piccole <strong>un</strong>ità<br />

produttive altamente specializzate, non solo per prodotti ma anche per<br />

parti <strong>di</strong> prodotto e fasi <strong>di</strong> processo, sì che le celle sulla <strong>di</strong>agonale della<br />

matrice sono tipicamente “piene”);<br />

- le inter<strong>di</strong>pendenze socio-economiche (<strong>di</strong>ciamo: fra imprese, famiglie<br />

e governi locali) appaiono essere notevolmente spesse, come prova<br />

la persistente identità e la vitalità delle entità storico-geografiche<br />

sub-regionali, potenzialmente rintracciate anche da <strong>un</strong> proce<strong>di</strong>mento<br />

analitico mirato all’identificazione <strong>di</strong> sistemi sub-regionali (in termini<br />

<strong>di</strong> “sistemi urbani giornalieri”: Sforzi, 1982).<br />

1.2 Presupposti e obiettivi <strong>di</strong> <strong>un</strong> programma <strong>di</strong> analisi delle inter<strong>di</strong>pendenze<br />

locali<br />

Un programma <strong>di</strong> ricerca che abbia come oggetto l’analisi delle reti <strong>di</strong><br />

inter<strong>di</strong>pendenze locali come sopra definite presuppone (oltre, evidentemente,<br />

a <strong>un</strong>a esplicitazione del para<strong>di</strong>gma teorico <strong>di</strong> riferimento) due scelte<br />

preliminari relative all’ambito (spaziale ed economico) nel quale ricercare<br />

quelle reti ed alle modalità (definitorie e operative) che ne permettano<br />

(eventualmente) l’identificazione e (se possibile) la quantificazione.<br />

Ora, segue dalla nostra definizione che l’ambito <strong>di</strong> ricerca è rappresentato<br />

dai sistemi sub-regionali, da tempo identificati in Toscana. Sulla stessa<br />

linea sono, del resto, Townroe & Roberts (1980) che, in <strong>un</strong> tentativo <strong>di</strong><br />

misurazione delle economie <strong>di</strong> agglomerazione usano la maglia territoriale<br />

delle 61 planning sub-regions della Gran Bretagna, pur riconoscendo che “la<br />

base spaziale più appropriata dovrebbe essere basata su qualcosa <strong>di</strong> simile<br />

a <strong>un</strong> insieme <strong>di</strong> sistemi urbani f<strong>un</strong>zionali, ciasc<strong>un</strong>a area urbana essendo<br />

definita sulla base delle sue caratteristiche interne (densità, pendolarità,<br />

ecc.) e sulla base delle sue interrelazioni con le aree urbane contigue”. Per<br />

quanto riguarda le modalità definitorie e operative dell’identificazione si<br />

può ricordare, anzitutto, che le inter<strong>di</strong>pendenze settoriali, <strong>di</strong>ciamo classiche,<br />

sono misurate ovviamente da <strong>un</strong>a matrice input-output. Per la Toscana<br />

18 Analisi delle inter<strong>di</strong>pendenze locali: alc<strong>un</strong>e premesse teoriche


ne sono <strong>di</strong>sponibili due, 1975 e 1977, stimate con metodo “<strong>di</strong>retto”. E,<br />

dati i comportamenti localizzativi dell’industria toscana, <strong>di</strong>verse “righe”<br />

e “colonne” non suscettibili <strong>di</strong> qualche connotazione spaziale (Bianchi,<br />

1982). Un accostamento al problema dell’identificazione e della misura<br />

delle inter<strong>di</strong>pendenze economico-sociali e extraeconomiche è rappresentato<br />

dall’analisi dell’area sociale che permette la classificazione spaziale della<br />

struttura sociale <strong>di</strong> <strong>un</strong>’area determinata, considerando simultaneamente<br />

(e accoppiando <strong>un</strong>’elevata capacità <strong>di</strong> risoluzione analitica a <strong>un</strong>’elevata<br />

flessibilità delle classificazioni) insiemi <strong>di</strong> variabili gran<strong>di</strong> a piacere<br />

(il proce<strong>di</strong>mento è stato applicato a tutta la Toscana, utilizzando come<br />

base areale le sezioni <strong>di</strong> censimento, con i dati del 1971 si è in attesa <strong>di</strong><br />

replicarlo con i dati del 1981 (Bianchi et al., 1981; Openshaw, Sforzi e<br />

Wymer, 1982c). Ma -più in generale e conclusivamente per questa nostra<br />

impostazione- serve tener presente che sulla linea <strong>di</strong> pensiero aperta<br />

dalla riflessione <strong>di</strong> A. Marshall sulle interazioni interne ad <strong>un</strong> sistema <strong>di</strong><br />

imprese (<strong>di</strong> non gran<strong>di</strong> <strong>di</strong>mensioni) spazialmente concentrate, e fra questo<br />

e <strong>un</strong>a certa popolazione (operai e non), su <strong>un</strong> territorio <strong>di</strong> inse<strong>di</strong>amento<br />

(industriale e residenziale) com<strong>un</strong>e e relativamente ristretto (Bellan<strong>di</strong>,<br />

1982), è stato recentemente riproposto (Becattini, 1979) il concetto <strong>di</strong><br />

<strong>di</strong>stretto industriale, che si manifesterebbe app<strong>un</strong>to, come <strong>un</strong> “ispessimento<br />

localizzato” dei sistemi <strong>di</strong> inter<strong>di</strong>pendenze.<br />

Ciò che qui preme sottolineare è che tramite il concetto <strong>di</strong> <strong>di</strong>stretto<br />

industriale si può ricondurre a <strong>un</strong> ragionamento economico, anche se non<br />

<strong>di</strong> analisi economica angustamente intesa, <strong>un</strong>a parte almeno della fitta<br />

trama <strong>di</strong> interrelazioni economico-social-territoriali in cui si muovono<br />

in certe realtà le imprese. L’importanza <strong>di</strong> questo tentativo sta app<strong>un</strong>to<br />

nella sua <strong>un</strong>itarietà; cioè nella sua capacità <strong>di</strong> proporre non solo <strong>un</strong>a<br />

serie <strong>di</strong> strumenti concettuali ma anche <strong>un</strong>a “<strong>un</strong>ità d’indagine” adeguata<br />

allo stu<strong>di</strong>o della “<strong>di</strong>mensione ambientale” dell’efficienza industriale<br />

(Bellan<strong>di</strong>, 1981).<br />

L’interesse <strong>di</strong> poter costruttivamente delineare <strong>un</strong> plausibile itinerario<br />

<strong>di</strong> ricerca sul tema delle inter<strong>di</strong>pendenze locali sarebbe almeno duplice, se<br />

e nella misura in cui questo potesse rappresentare:<br />

a) la confluenza <strong>di</strong> tre filoni <strong>di</strong> ricerca come quelli che -applicati sin qui<br />

allo stu<strong>di</strong>o della Toscana- hanno prodotto: il riconoscimento delle<br />

“aree tipologiche” (campagna urbanizzata, aree turistico-industriali,<br />

aree urbane, campagna) generate dallo sviluppo <strong>di</strong> questo dopoguerra;<br />

1’identificazione dei sistemi sub-regionali come componenti organiche<br />

del sistema regionale; l’analisi della <strong>di</strong>fferenziazione spaziale della<br />

struttura sociale dei singoli sistemi sub-regionali (o <strong>di</strong> loro parti);<br />

b) il possibile basamento concettuale per la definizione <strong>di</strong> politiche<br />

economiche a scala locale.<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 19


Occorre commentare brevemente questo secondo p<strong>un</strong>to. Nel <strong>di</strong>battito,<br />

per la verità non sempre affascinante, circa 1’efficacia comparativa <strong>di</strong><br />

politiche economiche (o industriali o <strong>di</strong> programmazione tout court <strong>di</strong> tipo,<br />

rispettivamente, “globale”, “settoriale” o “fattoriale” (per fattori cosiddetti<br />

“orizzontali”: R&D, promozione, formazione, ecc.) si è venuta più<br />

recentemente facendo strada 1’idea che, almeno in parte, l’insuccesso delle<br />

politiche economiche regionali potesse essere ricondotto alla mancanza<br />

<strong>di</strong> <strong>un</strong>a loro “<strong>di</strong>mensione spaziale” e si è quin<strong>di</strong> ventilata l’alternativa<br />

<strong>di</strong> politiche intersettoriali a base territorialmente definita (Antonelli e<br />

Momigliano, 1980). Ma siamo, in genere, nell’ambito della specificazione<br />

locale <strong>di</strong> politiche nazionali, o al massimo, del concerto fra politiche<br />

nazionali e politiche locali.<br />

Così se si considera la possibilità <strong>di</strong> progettare e implementare politiche<br />

economiche locali (anche nel senso <strong>di</strong> regionali) in senso stretto si scopre<br />

subito la mancanza <strong>di</strong> strumenti <strong>di</strong>retti (soprattutto <strong>di</strong> politica industriale) e<br />

la scarsa efficacia degli strumenti in<strong>di</strong>retti sinora praticamente sperimentati:<br />

o perché inefficaci in sé (esempio: contributi in conto interessi alle imprese,<br />

che rappresentano sovente <strong>un</strong>a <strong>di</strong>stribuzione secca <strong>di</strong> risorse), o perché<br />

<strong>di</strong> ridotta efficacia nella loro applicazione separata e non inter<strong>di</strong>pendente<br />

(formazione professionale, aree produttive attrezzate, ecc.).<br />

Proviamo invece a immaginare intuitivamente qualche specificazione<br />

concreta <strong>di</strong> inter<strong>di</strong>pendenze locali. Sappiamo che, volendo, si possono<br />

identificare e misurare con tecniche matriciali le inter<strong>di</strong>pendenze fra <strong>un</strong>ità<br />

produttive che si esprimono in transazioni <strong>di</strong> mercato; ma sappiamo anche<br />

che queste inter<strong>di</strong>pendenze possono essere influenzate poco o p<strong>un</strong>to dalle<br />

politiche locali. Ora se nel legame <strong>di</strong> inter<strong>di</strong>pendenza inseriamo anche il<br />

governo locale e pensiamo ad altri tipi <strong>di</strong> inter<strong>di</strong>pendenze fra <strong>un</strong>ità produttive,<br />

allora reperiamo p<strong>un</strong>ti elettivi <strong>di</strong> applicazione specifica <strong>di</strong> politiche locali.<br />

Per esempio: se 1’inter<strong>di</strong>pendenza si esprime nella cooperazione fra<br />

imprese specializzate per parti <strong>di</strong> prodotto o fasi <strong>di</strong> processo, c’è spazio per<br />

la promozione <strong>di</strong> forme consortili. Quando 1’inter<strong>di</strong>pendenza si manifesta<br />

me<strong>di</strong>ante trasmissione <strong>di</strong> informazioni (l’impresa produttiva <strong>di</strong> beni<br />

finali che pone <strong>un</strong> problema <strong>di</strong> innovazione all’impresa fornitrice <strong>di</strong> beni<br />

strumentali o gli sperimenta <strong>un</strong> prototipo), resta definita <strong>un</strong>a potenzialità<br />

per attivare iniziative <strong>di</strong> trasmissione <strong>di</strong> know what o <strong>di</strong> know how.<br />

E ancora: se guar<strong>di</strong>amo all’inter<strong>di</strong>pendenza fra il sistema delle famiglie<br />

e quello delle imprese in termini <strong>di</strong> rapporto fra offerta e domanda <strong>di</strong><br />

lavoro siamo fuori dalle possibilità <strong>di</strong> azione delle politiche locali. Ma se<br />

guar<strong>di</strong>amo ad altre configurazioni del rapporto e, <strong>di</strong> nuovo, inclu<strong>di</strong>amo<br />

nell’inter<strong>di</strong>pendenza il governo locale troviamo che le politiche <strong>di</strong><br />

localizzazione degli inse<strong>di</strong>amenti produttivi o residenziali e quella<br />

dei trasporti e delle com<strong>un</strong>icazioni influenzano in modo determinante<br />

20 Analisi delle inter<strong>di</strong>pendenze locali: alc<strong>un</strong>e premesse teoriche


l’accessibilità reciproca tra luoghi <strong>di</strong> residenza e luoghi <strong>di</strong> lavoro; che i servizi<br />

sociali, agevolando l’attività lavorativa delle donne, possono con<strong>di</strong>zionare<br />

l’offerta <strong>di</strong> lavoro; che i programmi <strong>di</strong> formazione professionale sono <strong>un</strong>o<br />

strumento appropriato per ridurre le eventuali sfasature qualitative tra<br />

domanda e offerta <strong>di</strong> lavoro.<br />

Questi esempi forniscono <strong>un</strong>’idea dei possibili contenuti <strong>di</strong> <strong>un</strong>a politica<br />

a scala locale articolata per progetti specifici (rispetto agli obbiettivi),<br />

integrati (rispetto ai settori d’intervento) e localizzati (rispetto allo spazio<br />

<strong>di</strong> applicazione).<br />

Deve essere chiaro che questi esempi hanno <strong>un</strong> grado <strong>di</strong> consistenza<br />

che non pretende <strong>di</strong> andare oltre 1’applicazione del buon senso: ma qui<br />

forniscono <strong>un</strong>a motivazione pratica a <strong>un</strong>a concezione delle politiche<br />

locali <strong>di</strong> sviluppo come mobilitazione organica dei poteri e delle risorse<br />

<strong>di</strong>sponibili allo scopo <strong>di</strong> imprimere opport<strong>un</strong>e sollecitazioni al reticolo delle<br />

inter<strong>di</strong>pendenze locali (nella misura in cui queste siano efficaci generatori e<br />

propagatori <strong>di</strong> flussi <strong>di</strong> economie esterne). In questa ipotesi -ma lo <strong>di</strong>ciamo<br />

con tutta l’incertezza che è <strong>di</strong> rigore all’inizio <strong>di</strong> <strong>un</strong>’operazione <strong>di</strong> ricerca-<br />

parrebbe allora avere <strong>un</strong> senso il tentativo <strong>di</strong> identificare le componenti<br />

<strong>di</strong> <strong>un</strong> reticolo <strong>di</strong> inter<strong>di</strong>pendenze locali, <strong>di</strong> qualificare tipologicamente le<br />

inter<strong>di</strong>pendenze, <strong>di</strong> quantificare i flussi <strong>di</strong> economie esterne, <strong>di</strong> esplorare le<br />

possibilità <strong>di</strong> adattarvi politiche. Ma prima, naturalmente, occorre stabilire<br />

il para<strong>di</strong>gma teorico che deve guidare 1’intera operazione. Si può presumere<br />

-ma empiricamente già lo si sa- che i reticoli <strong>di</strong> inter<strong>di</strong>pendenze locali<br />

assumano configurazioni <strong>di</strong>verse al variare delle componenti dei sistemi<br />

locali che le originano, dei loro attributi e dei mo<strong>di</strong> nei quali concretamente<br />

le inter<strong>di</strong>pendenze si stabiliscono (anche per effetto delle componenti<br />

extra-economiche). Ma per intanto ci è parso doveroso, non meno che<br />

conveniente, avviare la ricognizione teorica a partire dalla configurazione<br />

<strong>di</strong> cui era già stata saggiata la consistenza teorica, oltre che la peculiare<br />

pertinenza per <strong>un</strong> sistema come quello toscano: il <strong>di</strong>stretto industriale.<br />

2. Inter<strong>di</strong>pendenze locali e sistemi <strong>di</strong> produzione<br />

L’in<strong>di</strong>viduazione del concetto <strong>di</strong> <strong>di</strong>stretto industriale richiede <strong>un</strong> processo<br />

<strong>di</strong> avvicinamento teorico all’oggetto, precedente la sua definizione. Con il<br />

presente capitolo si vuole app<strong>un</strong>to esprimere questo “avvicinamento”.<br />

In particolare, nei prossimi tre paragrafi, ci poniamo 1’obiettivo <strong>di</strong><br />

stu<strong>di</strong>are quali sono le forze, in termini <strong>di</strong> <strong>di</strong>fferenziali <strong>di</strong> produttività (e<br />

quin<strong>di</strong>, a parità <strong>di</strong> prezzi delle risorse definite come primarie, in termini<br />

<strong>di</strong> <strong>di</strong>fferenziali nei costi me<strong>di</strong> <strong>un</strong>itari), che sono coerenti con <strong>un</strong> assetto<br />

spazialmente accentrato e <strong>un</strong>a accentuata <strong>di</strong>visione del lavoro fra imprese<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 21


<strong>di</strong> <strong>un</strong> “sistema <strong>di</strong> produzione” (Tôrnqvit, 1977), o <strong>di</strong> <strong>un</strong>a parte connessa<br />

dello stesso, o <strong>di</strong> parti connesse <strong>di</strong> sistemi <strong>di</strong>versi. Dove si precisi che: i)<br />

tali forze rientrano all’interno della definizione <strong>di</strong> “inter<strong>di</strong>pendenze locali”,<br />

e in genere si identificano (non esaurendolo) col concetto <strong>di</strong> “economie<br />

esterne <strong>di</strong> agglomerazione”; ii) la definizione <strong>di</strong> “assetto spazialmente<br />

accentrato”, e quin<strong>di</strong> <strong>di</strong> agglomerazione, è soggetta a notevoli ambiguità,<br />

che saranno in seguito affrontate (si spera coerentemente) <strong>di</strong> volta in volta.<br />

Nel quarto paragrafo <strong>di</strong>scuteremo brevemente <strong>di</strong> <strong>un</strong> tipo <strong>di</strong> forze <strong>di</strong> or<strong>di</strong>ne<br />

<strong>di</strong>verso, ma degli effetti convergenti con quelli del primo tipo.<br />

2.1 Il trasporto dei beni all’interno dei sistemi <strong>di</strong> produzione<br />

I limiti quantitativi della presente relazione impongono <strong>di</strong> affrontare<br />

il tema con poche battute. La prima non può non far riferimento al<br />

processo secolare <strong>di</strong> progresso nei mezzi e sistemi <strong>di</strong> trasporto e nella<br />

trasportabilità dei materiali (per <strong>un</strong>a p<strong>un</strong>tualizzazione Tôrnqvist, 1977).<br />

Questo depone a favore dell’ipotesi della <strong>di</strong>minuzione dell’importanza<br />

della transport orientation nella determinazione della <strong>di</strong>stribuzione<br />

spaziale delle attività industriali (osservazione troppo com<strong>un</strong>e per essere<br />

oggetto <strong>di</strong> riferimenti bibliografici); e quin<strong>di</strong> anche dell’importanza <strong>di</strong> <strong>un</strong>a<br />

considerazione dei problemi <strong>di</strong> trasporto dei beni per la spiegazione delle<br />

tendenze agglomerative che tuttora permangono nei sistemi economici<br />

industrializzati. L’ipotesi sembra tanto più significativa quando si tratti<br />

<strong>di</strong> spiegare le eventuali ragioni <strong>di</strong> efficienza <strong>di</strong> agglomerazioni <strong>di</strong> piccoli<br />

stabilimenti (e quin<strong>di</strong> anche <strong>di</strong> piccole imprese) (Bellan<strong>di</strong>, 1982).<br />

Come si <strong>di</strong>rà nei prossimi paragrafi, e poi nel prossimo capitolo, si possono<br />

in<strong>di</strong>viduare importanti “economie esterne <strong>di</strong> agglomerazione” in <strong>un</strong> quadro<br />

<strong>di</strong>verso dalla transport orientation.<br />

Si noti com<strong>un</strong>que che:<br />

-<br />

-<br />

il prevalere <strong>di</strong> forze localizzative non <strong>di</strong>pendenti da problemi <strong>di</strong><br />

trasporto, in connessione alla <strong>di</strong>minuzione del costo <strong>di</strong> trasporto per<br />

<strong>un</strong>ità <strong>di</strong> servizio, può portare ad <strong>un</strong> aumento del peso del costo <strong>di</strong><br />

trasporto totale sul costo totale per <strong>un</strong> certo prodotto (Isard, 1962; per<br />

<strong>un</strong>’esemplificazione, Tôrnqvist, 1978);<br />

al <strong>di</strong> sotto delle gran<strong>di</strong> tendenze e generalizzazioni esiste <strong>un</strong>a serie <strong>di</strong><br />

problemi, connessi al trasporto dei beni, che non può evidentemente<br />

essere ignorata. negli stu<strong>di</strong> <strong>di</strong> caso sulle tendenze agglomerative anche<br />

negli o<strong>di</strong>erni sistemi industrializzati. Questi problemi si riferiscono agli<br />

effetti del permanere <strong>di</strong> <strong>un</strong>’elevata <strong>di</strong>fferenziazione nelle prestazioni <strong>di</strong><br />

mezzi <strong>di</strong> trasporto <strong>di</strong> tipo <strong>di</strong>verso (S. Florence, 1948; Alonso, 1972);<br />

della non <strong>un</strong>iformità dell’azione e dell’adozione del progresso tecnico<br />

nel campo in esame (Lloyd e Dicken, 1979); della <strong>di</strong>versa percorribilità<br />

dell’ambiente bio-fisico (Alonso, 1972); della <strong>di</strong>fferenziazione (connessa<br />

22 Analisi delle inter<strong>di</strong>pendenze locali: alc<strong>un</strong>e premesse teoriche


alle con<strong>di</strong>zioni precedenti) nelle caratteristiche <strong>di</strong> trasportabilità<br />

e <strong>di</strong>sponibilità dei beni e nelle con<strong>di</strong>zioni <strong>di</strong> accessibilità dei luoghi<br />

alle reti <strong>di</strong> trasporto. Per approfon<strong>di</strong>menti riman<strong>di</strong>amo alla letteratura<br />

appena citata ;<br />

- <strong>un</strong> problema <strong>di</strong> trasporto particolare è posto dalla necessità <strong>di</strong> rapida<br />

<strong>di</strong>sponibilità <strong>di</strong> beni secondo specificazioni quali-quantitative non<br />

preve<strong>di</strong>bili (completamente) ex-ante. L ’ esame <strong>di</strong> questo problema è<br />

inserito nel quadro <strong>di</strong> considerazioni <strong>di</strong>scusse nel prossimo paragrafo.<br />

2.2 Circolazione <strong>di</strong> informazioni all’interno dei sistemi <strong>di</strong> produzione e<br />

agglomerazione<br />

Il f<strong>un</strong>zionamento dei sistemi <strong>di</strong> produzione richiede non solo trasporto<br />

<strong>di</strong> beni ma anche movimento <strong>di</strong> persone, flussi <strong>di</strong> informazioni, flussi<br />

finanziari, decisioni.<br />

• Agglomerazione e movimento <strong>di</strong> persone<br />

Il progresso dei sistemi <strong>di</strong> trasporto ha agito anche nel senso <strong>di</strong> rendere più<br />

facili, meno costosi e più veloci i viaggi delle persone.<br />

Tuttavia, nel 1965, P. Aydalot affermava che “i costi <strong>di</strong> trasporto <strong>di</strong><br />

<strong>un</strong>a persona sono ancora relativamente elevati, e, soprattutto, i tempi <strong>di</strong><br />

immobilizzazione <strong>di</strong> <strong>un</strong> ingegnere o <strong>di</strong> <strong>un</strong> esperto qualsiasi sono molto<br />

costosi. Ogni <strong>di</strong>stanza implica <strong>un</strong>a per<strong>di</strong>ta <strong>di</strong> tempo suscettibile <strong>di</strong><br />

maggiorare considerevolmente il costo del servizio”.<br />

Se questo è vero, l’organizzazione dei sistemi <strong>di</strong> produzione dovrebbe<br />

tendere a regolare il flusso dei materiali in modo da restringere le necessità<br />

<strong>di</strong> spostamento degli addetti i cui servizi hanno per oggetto e strumento tali<br />

materiali (si veda per esempio il secondo principio <strong>di</strong> Adam Smith sulla<br />

<strong>di</strong>visione del lavoro). Non sempre però è possibile o conveniente spostare le<br />

cose. è questo il caso per esempio degli stabilimenti industriali, dei magazzini,<br />

dei negozi. Una <strong>di</strong>sposizione agglomerata <strong>di</strong> queste cose (che può per esempio<br />

essere rappresentata da <strong>un</strong> grande stabilimento o da <strong>un</strong>’agglomerazione <strong>di</strong><br />

piccoli stabilimenti) può allora ridurre i costi <strong>di</strong> spostamento <strong>di</strong> certe categorie<br />

<strong>di</strong> specialisti. Tipici sono gli esempi delle squadre <strong>di</strong> manutenzione, delle<br />

squadre <strong>di</strong> riparazione, o anche degli agenti <strong>di</strong> ven<strong>di</strong>ta o degli agenti <strong>di</strong> acquisto.<br />

Questi esempi (a parte forse il primo), e altri importanti che si potrebbero fare,<br />

riguardano però anche 1’azione <strong>di</strong> <strong>un</strong>’altra serie <strong>di</strong> circostanze, che qui <strong>di</strong><br />

seguito cercheremo <strong>di</strong> mettere a fuoco.<br />

In effetti le maggiori <strong>di</strong>fficoltà <strong>di</strong> riduzione delle necessità <strong>di</strong> spostamento<br />

degli addetti all’interno dei sistemi <strong>di</strong> produzione si presentano quando<br />

oggetto e strumento <strong>di</strong> produzione e non solo o non tanto <strong>un</strong>o o più<br />

beni materiali, quanto il reperimento, 1’elaborazione e la <strong>di</strong>ffusione <strong>di</strong><br />

informazioni.<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 23


• Circolazione delle informazioni<br />

La circolazione delle informazioni può effettuarsi in mo<strong>di</strong> <strong>di</strong>fferenti:<br />

contatti <strong>di</strong>retti me<strong>di</strong>ati (poste, telefono, telex, telecom<strong>un</strong>icazioni); contatti<br />

<strong>di</strong>retti personali (face-to-face o sopralluoghi); mass-me<strong>di</strong>a. Soffermiamoci<br />

sui primi due tipi.<br />

I contatti <strong>di</strong>retti me<strong>di</strong>ati permettono <strong>un</strong> restringimento delle necessità<br />

<strong>di</strong> movimento <strong>di</strong> addetti all’interno dei sistemi <strong>di</strong> produzione. Non sempre<br />

per posta, telefono, telex (o nel futuro anche telecom<strong>un</strong>icazioni personali)<br />

risultano mezzi <strong>di</strong> com<strong>un</strong>icazione sod<strong>di</strong>sfacenti rispetto alla qualità del<br />

servizio richiesto Goddard, 1978; Goddard e Pye, 1978). Una <strong>di</strong>stinzione<br />

fondamentale per l’analisi <strong>di</strong> questa problematica è quella fra determinazioni<br />

(spesso decisioni) <strong>di</strong> routine e determinazioni <strong>di</strong> non routine.<br />

Lo scambio <strong>di</strong> informazioni necessario alle prime può in genere essere<br />

effettuato in modo sod<strong>di</strong>sfacente tramite com<strong>un</strong>icazioni personali me<strong>di</strong>ate.<br />

Più articolato è il <strong>di</strong>scorso per le determinazioni <strong>di</strong> non routine.<br />

Queste possono essere determinazioni originali (alla base eventualmente<br />

<strong>di</strong> <strong>un</strong>a successione <strong>di</strong> determinazioni <strong>di</strong> routine), o anche repliche non<br />

soggette ad alta standar<strong>di</strong>zzazione: in quanto tali, richiedono <strong>un</strong> processo<br />

<strong>di</strong> ricerca <strong>di</strong> soluzioni alternative. Le con<strong>di</strong>zioni della ricerca variano a<br />

seconda che 1’oggetto sia o non sia standar<strong>di</strong>zzato. Nel primo caso non<br />

è escluso che il processo <strong>di</strong> ricerca, e quin<strong>di</strong> le determinazioni, possano<br />

compiersi attraverso com<strong>un</strong>icazioni me<strong>di</strong>ate (per esempio <strong>un</strong> or<strong>di</strong>ne <strong>di</strong><br />

acquisto per telefono effettuato sulla base <strong>di</strong> <strong>un</strong> catalogo). Nel secondo<br />

caso le com<strong>un</strong>icazioni me<strong>di</strong>ate <strong>di</strong>fficilmente risultano sod<strong>di</strong>sfacenti. Siamo<br />

nel campo <strong>di</strong> quelle che A. Simon chiama “decisioni non programmate”<br />

(Tôrnqvist, 1974 p. 355). In tali con<strong>di</strong>zioni il mezzo più efficace per il<br />

passaggio <strong>di</strong> informazioni specializzate è il contatto personale <strong>di</strong>retto, è<br />

anzi il contatto faccia a faccia (per esemplificazioni e approfon<strong>di</strong>menti<br />

Vernon, 1972; Tôrnqvist, 1974; Goddard, 1978; Polanyi, 1978).<br />

Le necessità <strong>di</strong> contatti personali, e in particolare <strong>di</strong> contatti faccia<br />

a faccia, possono spiegare tendenze agglomerative <strong>di</strong> livelli <strong>di</strong>versi <strong>di</strong><br />

estensione e complessità. In particolare possiamo <strong>di</strong>stinguere due livelli:<br />

- 1’agglomerazione <strong>di</strong> attività simili, ma soggette a <strong>di</strong>fferenziazione <strong>di</strong><br />

prezzo e qualità: la concentrazione spaziale <strong>di</strong> fornitori (o clienti) riduce<br />

i tempi della ricerca <strong>di</strong>retta (Bellan<strong>di</strong>, 1982). L’economia <strong>di</strong> scala <strong>di</strong><br />

agglomerazione in questo caso può essere sia interna a <strong>un</strong>a singola <strong>un</strong>ità<br />

locale (e impresa) sia interna a <strong>un</strong> sistema spazialmente concentrato<br />

<strong>di</strong> <strong>un</strong>ità locali (imprese) (Marshall, 1972; Chamberlin, 1951). Si<br />

noti che <strong>un</strong>’ubicazione a <strong>di</strong>stanza, rispetto all’agglomerazione, degli<br />

acquirenti (o, nel caso opposto, dei fornitori) presuppone la possibilità<br />

<strong>di</strong> fruire, con relativa facilità, <strong>di</strong> mezzi e sistemi per viaggi veloci (per<br />

approfon<strong>di</strong>menti: Hirschman, 1968; Jacobs, 1970; Pred, 1974);<br />

24 Analisi delle inter<strong>di</strong>pendenze locali: alc<strong>un</strong>e premesse teoriche


- quando le necessità <strong>di</strong> contatti faccia a faccia fra il personale <strong>di</strong> f<strong>un</strong>zioni<br />

connesse (all’interno dei sistemi <strong>di</strong> produzione) è molto alta, e cioè<br />

quando tali contatti debbano essere molto frequenti e tempestivi,<br />

<strong>un</strong>a localizzazione a <strong>di</strong>stanza può <strong>di</strong>ventare sia troppo costosa sia<br />

insod<strong>di</strong>sfacente dal p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> vista della rapi<strong>di</strong>tà <strong>di</strong> esecuzione.<br />

In tal caso risulterà vantaggiosa <strong>un</strong>’agglomerazione <strong>di</strong> tali f<strong>un</strong>zioniagglomerazione<br />

<strong>di</strong> tipo verticale che quin<strong>di</strong> si sovrappone a quella <strong>di</strong> tipo<br />

orizzontale già presupposta per quanto detto nel p<strong>un</strong>to precedente.<br />

• Necessità <strong>di</strong> rapi<strong>di</strong> contatti faccia a faccia<br />

Si possono in<strong>di</strong>viduare all’interno <strong>di</strong> sistemi <strong>di</strong> produzione connessi,<br />

f<strong>un</strong>zioni più soggette a variazioni non routine rispetto ad altre più preve<strong>di</strong>bili<br />

ed eseguibili secondo schemi standar<strong>di</strong>zzati. La <strong>di</strong>stinzione fra f<strong>un</strong>zioni<br />

routine e f<strong>un</strong>zioni non routine è spesso identificata con quella fra f<strong>un</strong>zioni<br />

operative (<strong>di</strong> trasformazione industriale) e f<strong>un</strong>zioni <strong>di</strong> servizio alle prime.<br />

Com<strong>un</strong>que, all’interno <strong>di</strong> quest’ultime si può alle volte <strong>di</strong>stinguere attività<br />

impiegatizie, facilmente meccanizzabili o automatizzabili, e attività volte<br />

allo sviluppo, pianificazione e organizzazione, effettivamente inquadrabili<br />

come f<strong>un</strong>zioni non routine (Tôrnqvist, 1974). La <strong>di</strong>stinzione che così si<br />

realizza è coerente alla possibilità <strong>di</strong> mantenere processi industriali <strong>di</strong><br />

grande serie, cioè altamente standar<strong>di</strong>zzati, in <strong>un</strong> ambiente economico<br />

caratterizzato da alta variabilità e incertezza: le f<strong>un</strong>zioni del secondo tipo<br />

affrontano la variabilità, cercando <strong>di</strong> garantire 1’<strong>un</strong>iformità delle con<strong>di</strong>zioni<br />

richieste dalla produzione <strong>di</strong> massa (Wood, 1978). I due <strong>di</strong>fferenti tipi <strong>di</strong><br />

f<strong>un</strong>zione seguono orientamenti localizzativi <strong>di</strong>fferenti: il secondo tipo è<br />

sottoposto alle forze agglomerative <strong>di</strong> cui al sottoparagrafo precedente; il<br />

primo tipo è sottoposto a forze localizzative <strong>di</strong> tipo <strong>di</strong>fferente (Tôrnqvist,<br />

1974). La separazione spaziale delle due f<strong>un</strong>zioni si potrà d’altra parte<br />

verificare nella misura in cui le pur basse necessità <strong>di</strong> contatto fra queste,<br />

possano essere tollerabilmente sod<strong>di</strong>sfatte con l’ausilio dei sistemi <strong>di</strong><br />

trasporto e com<strong>un</strong>icazione <strong>di</strong>sponibili.<br />

Non sempre è possibile, o com<strong>un</strong>que vantaggioso, garantire tali<br />

con<strong>di</strong>zioni: le caratteristiche della domanda e/o dell’offerta possono<br />

richiedere capacità <strong>di</strong> adattamento rapido alle f<strong>un</strong>zioni operative: in queste<br />

circostanze, produzione e organizzazione della produzione tendono a<br />

<strong>di</strong>venire aspetti non separabili <strong>di</strong> <strong>un</strong>’<strong>un</strong>ica f<strong>un</strong>zione per la quale si richiedono<br />

elevate “capacità professionali” (d’altra parte, le stesse circostanze non<br />

sono necessariamente stabili: cosi che le tendenze localizzative all’interno<br />

<strong>di</strong> <strong>un</strong> sistema <strong>di</strong> produzione possono variare nel tempo) (Vernon, 1972;<br />

Pred, 1974).<br />

Nella letteratura si trova spesso associata, a quest’ultimo tipo <strong>di</strong><br />

agglomerazione, la caratteristica <strong>di</strong> <strong>un</strong>a fitta <strong>di</strong>visione del lavoro fra<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 25


imprese <strong>di</strong> non gran<strong>di</strong> <strong>di</strong>mensioni. Nel prossimo paragrafo ci soffermiamo<br />

sulle ragioni <strong>di</strong> tale associazione.<br />

2.3 Dimensione d’impresa e agglomerazione<br />

Per approfon<strong>di</strong>re le considerazioni svolte nel precedente paragrafo occorre a<br />

questo p<strong>un</strong>to introdurre esplicitamente il tema della <strong>di</strong>mensione d’impresa.<br />

Un usuale p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> partenza per <strong>un</strong>a <strong>di</strong>scussione in questo campo è dato<br />

dalle “economie <strong>di</strong> scala”.<br />

• Economie <strong>di</strong> scala, mercato e flessibilità<br />

Nel caso <strong>di</strong> processi produttivi ad alta variabilità e frammentazione<br />

<strong>di</strong> domanda, sottoposti (più o meno in connessione) a frequenti<br />

cambiamenti tecnologici, “scomponibili” (Stigler, 1951; Tani, 1976) e<br />

ad alta intensità <strong>di</strong> lavoro anche professionalizzato, le economie <strong>di</strong> scala<br />

esclusivamente interne al singolo stabilimento (o alla singola impresa) in<br />

genere riguardano “scale <strong>di</strong> attività” non molto gran<strong>di</strong> (Rullani, 1978).<br />

L’affermazione è volutamente bivalente. È vero che fra le produzioni a<br />

domanda frammentata e variabile si trovano anche quelle condotte su<br />

base tipicamente artigianale, come per esempio l’alta moda. Ma fra<br />

1’artigianato da <strong>un</strong>a parte e 1’economia della produzione <strong>di</strong> massa e della<br />

catena industriale dall’altra, si può in<strong>di</strong>viduare anche <strong>un</strong> terzo “metodo <strong>di</strong><br />

manifattura” (la realtà è inevitabilmente ancora più sfumata) che sembra<br />

adatto rispondere sia alle esigenze della <strong>di</strong>fferenziazione della domanda<br />

sia a quelle <strong>di</strong> <strong>un</strong> elevato contenuto tecnologico (<strong>di</strong>stinguendosi in ciò<br />

dall’artigianato). Si tratta <strong>di</strong> quella che Jacobs (1970) chiama “produzione<br />

<strong>di</strong>fferenziata”, che è in Becattini (1978) <strong>un</strong>a “seconda strategia” per lo<br />

sviluppo industriale capitalistico, o che Sabel e Zeitlin in <strong>un</strong> recentissimo<br />

saggio (1982) chiamano “specializzazione flessibile”. Caratteristiche <strong>di</strong><br />

questo terzo metodo sono 1’applicazione ai processi produttivi <strong>di</strong> “capacità<br />

professionali” altamente qualificate e <strong>un</strong>’organizzazione flessibile ma dalle<br />

potenzialità, in termini <strong>di</strong> <strong>un</strong>ità <strong>di</strong> prodotto per lavoratore, non esigue. Per<br />

ulteriori specificazioni <strong>di</strong> carattere tecnologico e “settoriale” si rimanda ai<br />

saggi appena citati; mentre qui ci soffermiamo sul tema della flessibilità<br />

organizzativa, <strong>di</strong>scutendo congi<strong>un</strong>tamente delle economie e <strong>di</strong>seconomie<br />

<strong>di</strong> scala <strong>di</strong> organizzazione <strong>di</strong> impresa, e dei costi d’uso del mercato. In<br />

seguito sarà richiamato il ruolo <strong>di</strong> altri tipi <strong>di</strong> economie <strong>di</strong> scala.<br />

Si noti, d<strong>un</strong>que, che <strong>un</strong>o dei principi che stanno alla base dell’esistenza<br />

<strong>di</strong> costi d’uso del mercato (cfr. Coase, 1967) è quello dell’“incompletezza<br />

contrattuale” (Williamson, 1971); nel caso <strong>di</strong> frequenti variazioni del<br />

proprio prodotto <strong>un</strong>’impresa trova grosse <strong>di</strong>fficoltà “a prevedere e risolvere<br />

sul piano contrattuale tutti i possibili casi <strong>di</strong> variazione degli inputs che essa<br />

dovrebbe com<strong>un</strong>que acquistare” (Mariti, 1979, p. 115). D’altra parte cosa<br />

26 Analisi delle inter<strong>di</strong>pendenze locali: alc<strong>un</strong>e premesse teoriche


assicura le imprese fornitrici sulla possibilità <strong>di</strong> ottenere, in <strong>un</strong>’industria<br />

sottoposta a domanda variabile e rapido rinnovo dei modelli, <strong>un</strong> flusso<br />

<strong>di</strong> or<strong>di</strong>nazioni abbastanza continuo e costante su livelli che permettano<br />

<strong>un</strong>’utilizzazione sod<strong>di</strong>sfacente (Georgescu Roegen, 1971) delle proprie<br />

risorse specializzate?<br />

Una soluzione a questi problemi è spesso in<strong>di</strong>viduata nella<br />

internalizzazione delle transazioni, cioè, nei casi in esame, nell’integrazione<br />

verticale. La formulazione <strong>di</strong> tale soluzione è basata sulla natura delle<br />

transazioni interne alle imprese, e cioè dei rapporti <strong>di</strong> lavoro che si<br />

svolgerebbero per mezzo <strong>di</strong> imperfectly specified contracts (Loasby, 1976,<br />

p. 66): con <strong>un</strong> contratto <strong>di</strong> questo tipo, <strong>un</strong>a serie <strong>di</strong> accor<strong>di</strong> particolari viene<br />

sostituito da <strong>un</strong> accordo generico che dà all’impren<strong>di</strong>tore la possibilità <strong>di</strong><br />

intervenire sull’organizzazione dei servizi lavorativi per via amministrativa;<br />

ma, come subito sottolinea Coase, <strong>un</strong>’analisi complessiva non può ignorare<br />

i “costi dell’internalizzazione” (Loasby, 1976).<br />

Una considerazione <strong>un</strong>ilaterale <strong>di</strong> quest’ultimo aspetto porterebbe<br />

alla conclusione che, dove sono richieste decisioni “organizzative” molto<br />

frequenti, le piccole imprese sono avvantaggiate dalla possibilità <strong>di</strong><br />

adattarsi più velocemente e a costi minori; ma in tali situazioni, come si è<br />

detto, i costi d’uso del mercato sembrano essere molto alti.<br />

• Divisione del lavoro fra imprese a agglomerazione in con<strong>di</strong>zioni <strong>di</strong><br />

elevata variabilità ambientale<br />

Il risultato ottenuto nel sottoparagrafo precedente può essere mo<strong>di</strong>ficato a<br />

favore <strong>di</strong> <strong>di</strong>mensioni “inferiori” d’impresa, dall’agglomerazione.<br />

L’agglomerazione, come già si è detto, permette <strong>un</strong>a riduzione dei<br />

tempi <strong>di</strong> ricerca e, al netto delle <strong>di</strong>fficoltà contrattuali, rifornimenti rapi<strong>di</strong>.<br />

In questo quadro <strong>un</strong>a f<strong>un</strong>zione specializzata soggetta ad economie <strong>di</strong> scala<br />

specifiche (accumulazione <strong>di</strong> scorte, Weber, 1957 e Lloyd e Dicken, 1979;<br />

transazioni <strong>di</strong> massa, Marshall, 1975 e Lloyd e Dicken, 1979; economie <strong>di</strong><br />

accesso al capitale, Webber, 1972) può essere svolta da grossisti, <strong>di</strong>tte <strong>di</strong><br />

trasporto, banche, che provvedono al mantenimento a basso costo <strong>di</strong> scorte<br />

<strong>di</strong>versificate e rapidamente <strong>di</strong>sponibili. Si tratta <strong>di</strong> economie in genere<br />

attribuite alla grande impresa; che però possono anche essere internalizzate<br />

da <strong>un</strong> sistema agglomerato <strong>di</strong> imprese <strong>di</strong> non gran<strong>di</strong> <strong>di</strong>mensioni, dove i<br />

mercati <strong>di</strong> sbocco del sistema siano sufficientemente gran<strong>di</strong> da permettere<br />

il ren<strong>di</strong>mento <strong>di</strong> f<strong>un</strong>zioni e imprese specializzate (Smith, 1972; Marshall,<br />

1972; Yo<strong>un</strong>g, 1973; Stigler, 1951).<br />

Anche le <strong>di</strong>fficoltà contrattuali possono essere ridotte. Più numerose e<br />

<strong>di</strong>fferenziate sono le attività all’interno dell’agglomerazione, più alta è la<br />

probabilità per <strong>un</strong> “fornitore” <strong>di</strong> trovare sempre qualche impresa all’interno<br />

che, in tempi successivi, abbia bisogno delle sue capacità specializzate. E<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 27


d’altra parte più gran<strong>di</strong> sono le riserve <strong>di</strong> capacità professionali e <strong>di</strong> risorse<br />

specializzate <strong>di</strong>sponibili, meno è probabile che <strong>un</strong>’impresa che ha bisogno<br />

<strong>di</strong> certi inputs sia sottoposta all’offerta quasi monopolistica <strong>di</strong> <strong>un</strong> fornitore<br />

specializzato.<br />

Dove poi sia necessaria <strong>un</strong>a collaborazione <strong>di</strong> non breve periodo per lo<br />

sfruttamento <strong>di</strong> occasioni che richiedono mo<strong>di</strong>ficazioni ad hoc dei “piani<br />

<strong>di</strong> produzione ed investimento”, le imprese interessate possono ricorrere a<br />

forme contrattuali interme<strong>di</strong>e fra 1’integrazione (fusione o annessione) e il<br />

ricorso alla pura e semplice transazione <strong>di</strong> mercato (Richardson, 1972, Mariti,<br />

1980): si tratta <strong>di</strong> accor<strong>di</strong> <strong>di</strong> l<strong>un</strong>go periodo, impliciti o espliciti, che prevedono<br />

<strong>un</strong>a “cooperazione ex ante” app<strong>un</strong>to nei piani <strong>di</strong> investimento e produzione.<br />

Ebbene, all’interno dell’agglomerazione industriale (e in particolare, come si<br />

vedrà, dei “<strong>di</strong>stretti industriali”), in connessione alla vicinanza e allo “spirito<br />

<strong>di</strong> com<strong>un</strong>ità” può venire a crearsi “<strong>un</strong> clima <strong>di</strong> collaborazione e lealtà” (Estall-<br />

Buchanan, 1978 p. 140) che agisce positivamente sulle possibilità <strong>di</strong> sviluppo<br />

<strong>di</strong> co-operative arrangements. Questi possono anche prendere forma <strong>di</strong> accor<strong>di</strong><br />

<strong>di</strong> “sub-fornitura”. La letteratura sul decentramento produttivo ha messo in<br />

luce gli aspetti deteriori che spesso si accompagnano alla sub-fornitura; la<br />

quale però, occorre sottolineare, realizza <strong>un</strong>a <strong>di</strong>visione del lavoro, che ha<br />

per oggetto 1’esplicazione della stessa f<strong>un</strong>zione organizzativa inter-impresa,<br />

fra imprese industriali orientate alla trasformazione e imprese industriali<br />

orientate alla commercializzazione (o semplicemente imprese commerciali)<br />

poste sulle fasi terminali dei processi <strong>di</strong> produzione quest’ultime svolgono<br />

quin<strong>di</strong> <strong>un</strong> ruolo specializzato, potenzialmente importante (soprattutto<br />

quando le caratteristiche della domanda richiedono <strong>un</strong> continuo adattamento<br />

della rete organizzativa interimpresa), nell’organizzazione della produzione<br />

decentralizzata e nel mantenimento <strong>di</strong> adeguati sbocchi <strong>di</strong> mercato. In tali<br />

con<strong>di</strong>zioni, 1’agglomerazione delle imprese dei due tipi riduce le <strong>di</strong>fficoltà<br />

<strong>di</strong> “cooperazione” per ragioni del tipo <strong>di</strong> quelle ricordate in 2.2.<br />

è vero che nel quadro <strong>di</strong> rapporti fra imprese definiti dalla sub-fornitura,<br />

le esigenze <strong>di</strong> flessibilità imposte da <strong>un</strong> ambiente altamente variabile si<br />

possono tradurre in <strong>un</strong> alto tasso <strong>di</strong> mortalità delle imprese manifatturiere<br />

più deboli e marginali; ma è anche vero che in ambienti ad alta variabilità<br />

si registra per definizione la crisi delle imprese meno pronte al rinnovo;<br />

inoltre dove si possano applicare considerazioni simili a quelle riportate<br />

all’inizio del sottoparagrafo, vi è “facilità <strong>di</strong> ottenere impieghi alternativi<br />

per proprietari, lavoratori e impianti dell’impresa fallita” (Townroe, 1970<br />

p. 19). Questo vuol fra l’altro <strong>di</strong>re che in con<strong>di</strong>zioni non depresse, all’alto<br />

tasso <strong>di</strong> mortalità si accompagna <strong>un</strong> alto tasso <strong>di</strong> natalità delle piccole<br />

imprese manifatturiere.<br />

Per quanto riguarda il non <strong>un</strong>ivoco rapporto fra sub-fornitura e potere<br />

<strong>di</strong> mercato all’interno <strong>di</strong> agglomerazioni <strong>di</strong> piccole imprese si rimanda<br />

28 Analisi delle inter<strong>di</strong>pendenze locali: alc<strong>un</strong>e premesse teoriche


a IRPET, 1975; Lorenzoni, 1979; Becattini-Bellan<strong>di</strong>-Falorni. Due<br />

considerazioni sono ancora utili per completezza:<br />

- in <strong>un</strong> interessante articolo, Wood (1978) svolge alc<strong>un</strong>e considerazioni<br />

da cui si ricava che anche la grande impresa può affrontare con<strong>di</strong>zioni<br />

ambientali che richiedono frequenti decisioni organizzative; ma per<br />

farlo efficacemente questa deve assumere <strong>un</strong>a struttura <strong>di</strong> “gruppo<br />

<strong>di</strong>sintegrato” (Lorenzoni, 1979), cioè deve ricreare al suo interno<br />

rapporti “quasi <strong>di</strong> mercato”. Il che, a ben vedere, riafferma da <strong>un</strong>a parte<br />

l’appropriatezza, alle con<strong>di</strong>zioni ambientali in esame, <strong>di</strong> organizzazioni<br />

<strong>di</strong> ridotta complessità amministrativa e per ciò stesso <strong>di</strong> non gran<strong>di</strong><br />

<strong>di</strong>mensioni; e dall’altra, però, l’importanza <strong>di</strong> rapporti che integrino i<br />

limiti contrattuali degli scambi <strong>di</strong> mercato;<br />

- i costi d’uso del mercato non sono riducibili ai soli casi <strong>di</strong> “incompletezza<br />

contrattuale”. Ricor<strong>di</strong>amo i casi <strong>di</strong> team-production (Alchian e Demsetz,<br />

1972), esternalità forme monopolistiche nei mercati in cui opera<br />

1’impresa.<br />

A tal proposito ci pare utile richiamare 1’attenzione sulla peculiare<br />

contrad<strong>di</strong>ttorietà dei rapporti fra economie esterne, esternalità, forme <strong>di</strong><br />

mercato. Per brevità non ci soffermeremo sull’argomento, rimandando al<br />

prossimo capitolo la <strong>di</strong>scussione <strong>di</strong> casi <strong>di</strong> interesse <strong>di</strong>retto per 1’analisi<br />

qui svolta.<br />

2.4 Lo spazio decisionale d’impresa<br />

Nei due precedenti paragrafi abbiamo visto come il reperimento e lo<br />

scambio <strong>di</strong> informazioni ponga in certi casi <strong>di</strong>fficoltà, significative e dai<br />

precisi connotati spaziali, all’effettuazione dei processi decisionali. Finora<br />

tuttavia non abbiamo <strong>di</strong>scusso <strong>di</strong> <strong>un</strong> tipo particolare <strong>di</strong> limitazione (ai<br />

processi decisionali) pure connessa al rapporto spazio-informazione: il<br />

riferimento è ai concetti <strong>di</strong> “ambiente percepito”, <strong>di</strong> “sistema <strong>di</strong> co<strong>di</strong>fica<br />

dell’informazione”, <strong>di</strong> “razionalità delimitata”, oggetto come si sa <strong>di</strong><br />

crescente interesse nella letteratura economica, sociologica, geografica.<br />

Il modo <strong>di</strong> espressione delle inter<strong>di</strong>pendenze locali che si vuole stu<strong>di</strong>are<br />

con questi concetti è <strong>di</strong>verso da quello presupposto finora: qui le forze non<br />

sono in termini <strong>di</strong> con<strong>di</strong>zioni oggettive (<strong>di</strong>fferenziali <strong>di</strong> produttività), bensì<br />

in termini <strong>di</strong> percezioni “soggettive”. A <strong>un</strong> certo livello <strong>di</strong> approfon<strong>di</strong>mento<br />

possono com<strong>un</strong>que essere recuperate linee <strong>di</strong> coerenza e convergenza.<br />

La letteratura, su questo argomento, fornisce <strong>un</strong>’in<strong>di</strong>cazione abbastanza<br />

precisa: l’agglomerazione può anche essere vista, almeno tendenzialmente,<br />

come <strong>un</strong> “p<strong>un</strong>to” <strong>di</strong> riduzione dell’incertezza che deriva dallo squilibrio fra<br />

“ambiente” e “ambiente percepito” (Pred, 1974; Tôrnqvist, 1979). Questa<br />

riduzione risulta in primo luogo in <strong>un</strong> incentivo ai processi imitativi: sia<br />

in termini <strong>di</strong> <strong>di</strong>ffusione <strong>di</strong> innovazioni; sia in termini <strong>di</strong> nascita <strong>di</strong> nuove<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 29


imprese, che può app<strong>un</strong>to trovare <strong>un</strong> incentivo importante nell’esistenza <strong>di</strong><br />

<strong>un</strong>’agglomerazione <strong>di</strong> imprese simili (tanto più quando le nuove imprese<br />

risultino da iniziative <strong>di</strong> piccole <strong>di</strong>mensioni) (Alchian, 1950; Hagerstrand,<br />

1967). In effetti, secondo <strong>un</strong>a ipotesi formulata da Pascall e McCall 1980,<br />

1’agglomerazione (con certe caratteristiche) come prima localizzazione<br />

è com<strong>un</strong>que <strong>un</strong>a scelta vantaggiosa per la nuova impresa: infatti o il<br />

luogo scelto rappresenta già <strong>un</strong>’ubicazione sod<strong>di</strong>sfacente o, se non lo è,<br />

l’agglomerazione, in quanto anche luogo <strong>di</strong> addensamento <strong>di</strong> flussi <strong>di</strong><br />

informazioni specializzate, permette <strong>di</strong> scoprire rapidamente e a basso<br />

costo alternative localizzative migliori. Qui vanno sottolineate tre cose:<br />

-<br />

-<br />

-<br />

la presenza, anche se potenzialmente provvisoria, <strong>di</strong> imprese nuove<br />

tende ad aumentare (al netto <strong>di</strong> <strong>di</strong>seconomie <strong>di</strong> congestionamento)<br />

la ricchezza del tessuto produttivo dell’agglomerazione e quin<strong>di</strong><br />

l’efficienza complessiva del sistema <strong>di</strong> imprese agglomerato; questo<br />

aumenta le probabilità <strong>di</strong> <strong>un</strong>a conferma dell ’ ubicazione all’interno<br />

dell’agglomerazione e con ciò <strong>di</strong> <strong>un</strong>a definitiva acquisizione <strong>di</strong> nuove<br />

economie esterne <strong>di</strong> agglomerazione all’interno del sistema;<br />

quando all’interno del sistema agglomerato esiste <strong>un</strong>a <strong>di</strong>visione del<br />

lavoro fra piccole imprese orientate alla trasformazione e imprese<br />

orientate alla commercializzazione, il processo <strong>di</strong> scoperta <strong>di</strong> migliori<br />

alternative localizzative assume caratteri più complessi. Le imprese<br />

orientate alla commercializzazione hanno <strong>un</strong>o “spazio decisionale”<br />

molto ampio e questo permette all’intero sistema <strong>di</strong> operare su ampi<br />

mercati; ma la stessa <strong>di</strong>visione del lavoro qui presupposta rende conto<br />

del fatto che le possibilità <strong>di</strong> rilocalizzazione ad “ampio raggio” sono<br />

limitate a tali imprese. Quando <strong>un</strong>a tale rilocalizzazione avvenga,<br />

interi gruppi <strong>di</strong> piccole imprese “manifatturiere” del sistema possono<br />

trovarsi senza contatti con i mercati esterni e senza possibilità per la<br />

ristrettezza dello spazio decisionale autonomo, <strong>di</strong> rilocalizzazione “ad<br />

ampio raggio”;<br />

la percezione da parte <strong>di</strong> soggetti e imprese residenti, delle attività svolte<br />

in <strong>un</strong>’agglomerazione aumenta meno che proporzionalmente rispetto<br />

alle <strong>di</strong>mensioni dell’agglomerazione, e ancora meno rispetto al tasso <strong>di</strong><br />

crescita della stessa.<br />

3. Il <strong>di</strong>stretto industriale come <strong>un</strong>ità <strong>di</strong> indagine delle inter<strong>di</strong>pendenze locali<br />

Nei paragrafi precedenti abbiamo cercato <strong>di</strong> accumulare riflessioni sulle<br />

possibili ragioni <strong>di</strong> efficienza e competitività <strong>di</strong> sistemi <strong>di</strong> piccole (e<br />

me<strong>di</strong>e) imprese industriali (e <strong>di</strong> servizio all’industria) territorialmente<br />

concentrate. Questa accumulazione si è andata strutturando intorno ad <strong>un</strong>a<br />

30 Analisi delle inter<strong>di</strong>pendenze locali: alc<strong>un</strong>e premesse teoriche


linea <strong>di</strong> analisi che è, riteniamo, piuttosto consistente e significativa, quin<strong>di</strong><br />

degna <strong>di</strong> attenzione e approfon<strong>di</strong>mento. Secondo questa interpretazione,<br />

le ragioni in questione vanno ritrovate nella possibilità, per questi sistemi,<br />

<strong>di</strong> “internalizzare” economie esterne <strong>di</strong> agglomerazione legate alla<br />

specializzazione in processi produttivi dove sono richiesti decisioni e<br />

cambiamenti organizzativi molto frequenti, dove le necessità <strong>di</strong> flessibilità<br />

sono poste in primo luogo da <strong>un</strong> prodotto che cambia rapidamente e/o da<br />

<strong>un</strong>a domanda altamente variabile e frammentata e dove, in connessione<br />

a tali caratteri, risulta necessaria <strong>un</strong>a elevata intensità <strong>di</strong> lavoro<br />

professionalizzato.<br />

Quanto detto non chiarisce però come <strong>un</strong> sistema <strong>di</strong> questo tipo possa<br />

formarsi, ne le ragioni <strong>di</strong> <strong>un</strong>a sua eventuale persistenza (nel tempo).<br />

Se l’esistenza (e quin<strong>di</strong> le caratteristiche <strong>di</strong> efficienza e competitività)<br />

<strong>di</strong> questi sistemi si basasse su con<strong>di</strong>zioni completamente accidentali<br />

e fondamentalmente effimere, 1’analisi proposta non avrebbe alc<strong>un</strong>a<br />

autonomia (Becattini, 1979); la spiegazione delle caratteristiche <strong>di</strong><br />

agglomerazione <strong>di</strong> piccole imprese andrebbe <strong>di</strong>versamente fondata e forse<br />

questa stessa non avrebbe <strong>un</strong> interesse proprio. Nell’affrontare il problema<br />

così posto, risultano fondamentali due temi non pienamente o non affatto<br />

specificati in precedenza:<br />

- i cambiamenti della “base” tecnologica o <strong>di</strong> mercato;<br />

-<br />

i rapporti con la popolazione e in particolare la formazione e riproduzione<br />

<strong>di</strong> capacità professionali e impren<strong>di</strong>torialità.<br />

Tutto ciò porta a in<strong>di</strong>viduare come <strong>un</strong>ità della nostra indagine non più <strong>un</strong><br />

sistema industrial-territoriale, ma <strong>un</strong> “ispessimento localizzato” (Becattini,<br />

1979) <strong>di</strong> <strong>un</strong> certo tipo <strong>di</strong> inter<strong>di</strong>pendenze fra imprese, famiglie, operatori<br />

pubblici, che chiamiamo “<strong>di</strong>stretto industriale”; per sinteticità espositiva<br />

usiamo questo termine <strong>di</strong> qui in avanti quando 1’argomentazione si riferisca<br />

all’oggetto che così vogliamo definire.<br />

I problemi che ci apprestiamo ad affrontare richiederebbero, e<br />

permetterebbero, <strong>un</strong> ampio riferimento alle teorie della formazione e dello<br />

sviluppo urbano, alla sociologia urbana e del lavoro, all’economia del<br />

lavoro e della famiglia, alla storia economica. Di fatto qui non è possibile<br />

assumere <strong>un</strong>’ottica inter<strong>di</strong>sciplinare così vasta e complessa; la questione<br />

è risolta conservando la linea <strong>di</strong> riflessione <strong>di</strong> or<strong>di</strong>ne economico tracciata<br />

nei paragrafi precedenti e partendo da questa linea per articolare il <strong>di</strong>scorso<br />

verso ambiti <strong>di</strong>sciplinari <strong>di</strong>versi.<br />

3.1 Fattori originari nella formazione del <strong>di</strong>stretto industriale<br />

In genere si evita <strong>di</strong> ricorrere alle economie esterne <strong>di</strong> agglomerazione<br />

per spiegare la formazione originaria <strong>di</strong> <strong>un</strong>’agglomerazione industriale in<br />

con<strong>di</strong>zioni <strong>di</strong> decentralizzazione amministrativa dei processi decisionali;<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 31


il riferimento, più o meno esplicito, è invece all’esistenza <strong>di</strong> forze<br />

agglomerative in<strong>di</strong>pendenti dallo sviluppo del sistema <strong>di</strong> imprese. In tal<br />

caso anche <strong>un</strong>a serie <strong>di</strong> scelte localizzative autonomamente formulate<br />

può portare alla formazione <strong>di</strong> <strong>un</strong>’agglomerazione (per esemplificazioni<br />

Chardonnet, 1962; P.S. Florence, 1962; Estall e Buchanan, 1971). In questo<br />

ambito, <strong>un</strong>a spiegazione tipica della formazione <strong>di</strong> agglomerazioni <strong>di</strong> piccole<br />

imprese è quella che si riferisce allo schema concettuale del “decentramento<br />

produttivo”. Ci pare particolarmente utile partire da questa spiegazione, in<br />

quanto la stessa è usata per etichettare senza appello come “pre-industriale”<br />

o “periferico”, se non “marginale”, e quin<strong>di</strong> carente <strong>di</strong> autonomi valori<br />

decisionali e organizzativi, fenomeni <strong>di</strong> sviluppo basati su piccole (e me<strong>di</strong>e)<br />

imprese. Coerentemente a questa visione, la formazione e la competitività<br />

<strong>di</strong> <strong>di</strong>stretti industriali della piccola impresa è spiegata dall’esistenza <strong>di</strong><br />

processi <strong>di</strong> <strong>di</strong>visione intraregionale, interregionale internazionale del<br />

lavoro tendenti a sfruttare la presenza <strong>di</strong> “bacini” <strong>di</strong> manodopera a buon<br />

mercato ed assoggettabile ad <strong>un</strong> uso molto flessibile (ritornano alla mente le<br />

considerazioni <strong>di</strong> A. Weber sull’agglomerazione <strong>di</strong> Industrie labour oriented<br />

presso vasti bacini <strong>di</strong> manodopera “a buon mercato”). Il decentramento si<br />

effettuerebbe su processi a bassa intensità <strong>di</strong> capitale; basso e bassissimo<br />

ritmo <strong>di</strong> innovazione tecnologica; facile imitazione.<br />

Il p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> riferimento sociale tipico <strong>di</strong> queste realtà locali è in<strong>di</strong>viduato<br />

in “com<strong>un</strong>ità” in cui esista e si sviluppi “<strong>un</strong> sistema <strong>di</strong> valori fortemente<br />

attaccato al lavoro come la sola meta legittimata per risolvere tutti i problemi<br />

personali e familiari” (P. Donati, in Ar<strong>di</strong>go, 1976, p. 125); sistema non<br />

intaccato dall’inse<strong>di</strong>amento industriale in quanto la piccola, anzi la microimpresa,<br />

garantirebbe dei rapporti <strong>di</strong> produzione che permettono alla forza<br />

lavoro <strong>di</strong> mantenere (parzialmente) forme tra<strong>di</strong>zionali <strong>di</strong> integrazione<br />

sociale (Bagnasco, 1977).<br />

La preesistenza, all’inse<strong>di</strong>amento industriale, <strong>di</strong> <strong>un</strong> nucleo <strong>di</strong> artigiani<br />

e commercianti specializzati è la base su cui si innestano le caratteristiche<br />

“settoriali” e anzi “monoculturali” dell’inse<strong>di</strong>amento. Intorno a questo<br />

nucleo, <strong>un</strong> insieme <strong>di</strong> famiglie conta<strong>di</strong>ne pronte a cogliere 1’opport<strong>un</strong>ity<br />

industriale come “mezzo <strong>di</strong> fuga della vita dura e stentata dei campi”,<br />

fornisce la base della manodopera a buon mercato e <strong>un</strong>a riserva per lo<br />

sviluppo <strong>di</strong> piccola impren<strong>di</strong>torialità autosfruttata; dove esistano però<br />

opport<strong>un</strong>e tra<strong>di</strong>zioni rurali preindustriali (IRPET, 1975a; Bagnasco e Hni,<br />

1981) e dove sopravvivano alc<strong>un</strong>e delle strutture proprie <strong>di</strong> tali tra<strong>di</strong>zioni<br />

fornendo, come si è detto, la base per vantaggiose integrazioni <strong>di</strong> carattere<br />

sociale ed economico.<br />

Questa descrizione, sia pure nei limiti della sua sinteticità, corrisponde<br />

probabilmente ai caratteri dello “sta<strong>di</strong>o” <strong>di</strong> formazione <strong>di</strong> molte realtà<br />

industriali della piccola impresa, vive nell’Italia centro-nord-orientale<br />

32 Analisi delle inter<strong>di</strong>pendenze locali: alc<strong>un</strong>e premesse teoriche


attualmente e soprattutto nei primi decenni del secondo dopoguerra. La<br />

stessa descrizione mette però in luce le carenze interpretative dello schema<br />

concettuale del decentramento produttivo. Lo schema assume (come<br />

del resto spesso si ritrova nelle teorie della localizzazione industriale)<br />

che l’applicazione del capitale, delle competenze amministrative e <strong>di</strong><br />

innovazione, dei contatti col mercato possa spostarsi con successo al variare<br />

della <strong>di</strong>stribuzione spaziale dei livelli salariali e <strong>di</strong> sindacalizzazione;<br />

l’applicazione della teoria del “ciclo <strong>di</strong> vita del prodotto” rendendo poi<br />

conto del rinnovo degli investimenti nelle “aree centrali”.<br />

Ma questa ass<strong>un</strong>zione si regge su <strong>un</strong> ’ ipotesi implicita <strong>di</strong> “omogeneità”<br />

(Becattini,1982) dello spazio in termini <strong>di</strong> “cultura industriale”; omogeneità<br />

che non può essere presupposta, visto che il ruolo dei pre-requisiti sociali<br />

<strong>di</strong> tipo locale sopra richiamati non sembra sintetizzabile in <strong>un</strong> semplice<br />

parametro salariale o <strong>di</strong> sindacalizzazione. La formazione <strong>di</strong> offerta <strong>di</strong><br />

lavoro e <strong>di</strong> piccola impren<strong>di</strong>torialità qualitativamente “adeguata” suppone<br />

<strong>un</strong>a “com<strong>un</strong>ità” in cui siano presenti da tempo attività che richiedono<br />

competenze e ruoli simili, anche se meno complessi, <strong>di</strong> quelli necessari ai<br />

nuovi processi industriali; o in cui, com<strong>un</strong>que, l’iniziativa personale già<br />

rappresenti, per qualche altro motivo, <strong>un</strong> valore accettato (Kilby, 1971).<br />

Così, anche se capitale, competenze amministrative e contatti col mercato<br />

sono completamente esogeni alla “com<strong>un</strong>ità <strong>di</strong> prima industrializzazione”,<br />

non per questo l’intervento <strong>di</strong> tali fattori basta a definire i caratteri e le<br />

possibilità del processo <strong>di</strong> industrializzazione. C’è <strong>di</strong> più. Il “basso costo<br />

del lavoro e l’uso flessibile della forza lavoro sono con<strong>di</strong>zioni che tendono<br />

a venir meno con lo sviluppo” (Bagnasco, 1977, P.174), -e con ciò possono<br />

venir meno i vantaggi <strong>di</strong> <strong>un</strong> nucleo rispetto ad altri sistemi industriali. Se<br />

le forze (in termini <strong>di</strong> capitali, contatti <strong>di</strong> mercato, ecc.) che hanno guidato<br />

la formazione industriale della “com<strong>un</strong>ità” sono <strong>di</strong> carattere esogeno alla<br />

stessa, è probabile <strong>un</strong> processo dell’inserimento con la possibilità <strong>di</strong> <strong>un</strong>a<br />

crisi verticale delle capacità e prospettive <strong>di</strong> sviluppo industriale. Se invece<br />

queste forze hanno anche <strong>un</strong> carattere endogeno, sviluppato magari con<br />

lo stesso processo <strong>di</strong> prima industrializzazione, e in connessione ad <strong>un</strong><br />

intervento adeguato <strong>di</strong> istituzioni pubbliche, politiche e sociali, è possibile<br />

che la soluzione della crisi possa seguire le vie <strong>di</strong> <strong>un</strong> vero e proprio processo<br />

<strong>di</strong> “mutamento strategico” (Ansoff, 1974), cioè <strong>di</strong> <strong>un</strong>a riconversione<br />

degli orientamenti produttivi e commerciali su linee che valorizzino le<br />

competenze e le capacità latenti del “capitale umano” e “organizzativo”<br />

già presente nella com<strong>un</strong>ità.<br />

I risultati possono essere <strong>di</strong> tipo <strong>di</strong>verso, a seconda delle opport<strong>un</strong>ità<br />

storiche e della prevalenza <strong>di</strong> certi caratteri endogeni piuttosto che <strong>di</strong> altri.<br />

Ad <strong>un</strong> estremo troviamo la formazione della company town (Jacobs, 1970).<br />

All’altro estremo si in<strong>di</strong>vidua <strong>un</strong>a soluzione, omogenea al mantenimento<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 33


<strong>di</strong> <strong>un</strong> sistema <strong>di</strong> piccole imprese, che può risultare dalla ricerca <strong>di</strong> fasce<br />

particolari del “mercato” su cui già il nucleo è specializzato; fasce che<br />

richiedono sia <strong>un</strong>’alta professionalità che <strong>un</strong>’alta flessibilità delle strutture<br />

produttive. Si ha, in caso <strong>di</strong> successo, la formazione <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>di</strong>stretto industriale.<br />

Le teorie del decentramento produttivo sembrano così piuttosto inadeguate<br />

a spiegare lo sviluppo e la persistenza <strong>di</strong> tali <strong>di</strong>stretti. La negazione non<br />

basta però a risolvere complessi problemi interpretativi; questi saranno<br />

affrontati, a livelli <strong>di</strong>versi <strong>di</strong> approfon<strong>di</strong>mento, nei prossimi paragrafi. È<br />

com<strong>un</strong>que utile richiamare subito alc<strong>un</strong>e p<strong>un</strong>tualizzazioni:<br />

-<br />

-<br />

-<br />

la storia della formazione <strong>di</strong> <strong>un</strong> nucleo <strong>di</strong> piccole imprese industriali<br />

può anche seguire <strong>un</strong> corso <strong>di</strong>verso da quello più sopra descritto. In<br />

particolare non è detto che capitali, competenze amministrative, <strong>di</strong><br />

commercializzazione e <strong>di</strong> innovazione siano del tutto, o soprattutto,<br />

fattori esogeni (p.es. città commerciali: Jacobs, 1970; IRPET, 1975a);<br />

le attività <strong>di</strong> <strong>un</strong> nucleo in formazione <strong>di</strong> piccola impresa riguardano,<br />

verosimilmente, <strong>un</strong>a o poche f<strong>un</strong>zioni produttive specializzate <strong>di</strong> <strong>un</strong>o<br />

o pochi sistemi <strong>di</strong> produzioni specializzati. Questa specializzazione<br />

territoriale richiede, tra l’altro, certe soglie minime <strong>di</strong> efficienza nei<br />

sistemi <strong>di</strong> trasporto <strong>di</strong> cui possono usufruire imprese e addetti del nucleo<br />

industriale. L’incrociarsi <strong>di</strong> tali con<strong>di</strong>zioni con quelle date dai caratteri<br />

delle strutture urbane fornisce esiti territoriali complessi: configurabili<br />

per esempio anche in termini <strong>di</strong> industrializzazione “<strong>di</strong>ffusa ma non<br />

troppo” (IRPET, 1975 a; Becattini, Bellan<strong>di</strong> e Falorni);<br />

lo sviluppo del nucleo industriale richiede <strong>un</strong> mercato <strong>di</strong> sbocco in<br />

espansione. L’espansione potrà essere relativa solo alle ven<strong>di</strong>te delle<br />

imprese del nucleo; o assoluta, cioè riguardare la <strong>di</strong>mensione del mercato<br />

e non solo la quota occupata dal nucleo. Nell’ambito delle teorie del<br />

decentramento produttivo, il primo caso corrisponde, in genere, alle<br />

ipotesi del ciclo interregionale del prodotto (Vernon, 1966); il secondo alle<br />

ipotesi dello sviluppo interstiziale (Penrose, 1973). Quando si passa dalla<br />

formazione e sviluppo alla crescita e persistenza del <strong>di</strong>stretto industriale,<br />

ness<strong>un</strong>a delle due interpretazioni sembra pienamente sod<strong>di</strong>sfacente.<br />

3.2 Atmosfera industriale e mercato del lavoro<br />

La crescita industriale del <strong>di</strong>stretto è positivamente correlata, secondo <strong>un</strong><br />

rapporto <strong>di</strong>alettico in cui è <strong>di</strong>fficile scorgere la dominante, alla riproduzione<br />

della “congruità” dell’ambiente sociale del <strong>di</strong>stretto alla formula produttiva<br />

adottata (Becattini, 1978). Il mantenimento <strong>di</strong> questo “circolo virtuoso”<br />

<strong>di</strong>pende da con<strong>di</strong>zioni che possono non realizzarsi, o che col tempo possono<br />

erodersi e sparire. Un p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> partenza proficuo per affrontare il tema che così<br />

si pone, sono le riflessioni <strong>di</strong> Marshall sui fenomeni <strong>di</strong> “atmosfera industriale”.<br />

Secondo <strong>un</strong> recente saggio interpretativo (Bellan<strong>di</strong>, 1982) la presenza <strong>di</strong> <strong>un</strong>a<br />

34 Analisi delle inter<strong>di</strong>pendenze locali: alc<strong>un</strong>e premesse teoriche


certa concentrazione <strong>di</strong> fabbriche nel <strong>di</strong>stretto industriale crea nel tempo, per<br />

Marshall, <strong>un</strong> abitu<strong>di</strong>ne, <strong>un</strong> attitu<strong>di</strong>ne al lavoro industriale che non si riduce ai<br />

processi <strong>di</strong> appren<strong>di</strong>mento interni alle stesse fabbriche, ma che è “com<strong>un</strong>e a<br />

tutti”, cioè com<strong>un</strong>e, si può azzardare, alle persone che abitano nel <strong>di</strong>stretto<br />

stesso. Viene evocato <strong>un</strong> processo <strong>di</strong> trasmissione culturale che trova il suo<br />

p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> aggregazione intorno alla presenza e alle esigenze dell’industria,<br />

e a questo processo si attribuisce maggior rilevanza quando la collettività<br />

umana coinvolta viva in <strong>un</strong> territorio limitato, dove vi è <strong>un</strong>a notevole e<br />

duratura concentrazione industriale. In questo senso il <strong>di</strong>stretto industriale<br />

marshalliano può anche essere visto sotto l’aspetto <strong>di</strong> <strong>un</strong>a “com<strong>un</strong>ità locale”<br />

in cui i processi <strong>di</strong> socializzazione, i valori, i comportamenti sono orientati<br />

dalla presenza <strong>di</strong> <strong>un</strong>’industria che incide profondamente sul territorio e che<br />

rappresenta il centro su cui convergono <strong>un</strong>a parte rilevante degli interessi<br />

della collettività. Queste considerazioni rendono possibili e richiedono tre<br />

commenti. Si noti preliminarmente, com<strong>un</strong>que, che l’oggetto specifico <strong>di</strong><br />

questi commenti è “l’offerta <strong>di</strong> lavoro”, a “l’impren<strong>di</strong>torialità nel <strong>di</strong>stretto<br />

industriale” non è de<strong>di</strong>cato ness<strong>un</strong> sottoparagrafo specifico, né qui né nel<br />

prossimo paragrafo; questo tema però attraversa le singole parti in cui<br />

abbiamo <strong>di</strong>viso le nostre argomentazioni nel presente capitolo.<br />

• Capacità professionale e stratificazione sociale<br />

Per “capacità professionale” non si intende solo la capacità <strong>di</strong> eseguire<br />

velocemente e con accuratezza <strong>un</strong>a gamma limitata <strong>di</strong> operazioni che<br />

continuamente si ripetono; ma anche e soprattutto capacità <strong>di</strong> iniziativa,<br />

<strong>di</strong> <strong>di</strong>scernimento, <strong>di</strong> organizzazione sul lavoro. Queste capacità sono<br />

richieste per esempio quando il lavoratore possa e debba effettuare<br />

scelte e decisioni su qualità e tempi degli esperimenti da fare in or<strong>di</strong>ne<br />

all’avanzamento <strong>di</strong> <strong>un</strong>a ricerca o sugli adattamenti da compiere per<br />

effettuare <strong>un</strong> lavoro non preventivato con <strong>un</strong>a macchina; o sul finissaggio<br />

<strong>di</strong> <strong>un</strong>a certa parte della produzione in or<strong>di</strong>ne alle esigenze <strong>di</strong> clienti<br />

particolari; ecc. (Jacques, 1962). In <strong>un</strong> sistema produttivo come quello<br />

del <strong>di</strong>stretto industriale, queste capacità <strong>di</strong>screzionali rivestono, quasi per<br />

definizione, <strong>un</strong>’importanza decisiva.<br />

L’applicazione dell’iniziativa personale al contenuto <strong>di</strong>screzionale<br />

<strong>di</strong> <strong>un</strong> certo lavoro richiede non solo capacità professionale ma anche <strong>un</strong><br />

certo grado <strong>di</strong> consenso verso il lavoro stesso. Questo consenso può venire<br />

estorto quando sia possibile mettere in concorrenza reciproca <strong>un</strong>a certa<br />

massa <strong>di</strong> lavoratori in possesso delle capacità in esame. Ma non sempre<br />

questo è possibile o conveniente per le imprese.<br />

Il consenso potrà invece essere in <strong>un</strong>a certa misura spontaneo nelle<br />

con<strong>di</strong>zioni proprie delle piccole imprese; dove non solo più <strong>di</strong>retto e<br />

pressante è il controllo del “padrone” (e qui evidentemente non siamo nel<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 35


campo del consenso, ma in quello della verifica <strong>di</strong>retta dell’applicazione<br />

e dei risultati della <strong>di</strong>screzionalità), ma, dove si può venire a creare più<br />

facilmente <strong>un</strong> certo senso <strong>di</strong> identificazione, da parte dell’operaio, del proprio<br />

interesse con quello dell’impresa stessa: il rapporto fra <strong>un</strong> lavoro ben fatto<br />

e le possibilità <strong>di</strong> sopravvivenza e prosperità della piccola azienda, può in<br />

queste con<strong>di</strong>zioni avere <strong>un</strong>’evidenza <strong>di</strong>retta. Questo processo <strong>di</strong> parziale<br />

identificazione si accentua poi quando la <strong>di</strong>stanza sociale fra impren<strong>di</strong>tore<br />

e lavoratore <strong>di</strong>pendente tende a restringersi; quando, per esempio, non solo<br />

1’impren<strong>di</strong>tore-proprietario è <strong>un</strong> ex-operaio che si è messo in proprio e ha<br />

avuto successo, ma la possibilità <strong>di</strong> <strong>un</strong>a simile “avventura impren<strong>di</strong>toriale”<br />

(IRPET, 1975a), è ancora aperta e posta anzi fra le mete proprie del<br />

sistema <strong>di</strong> valori della collettività operaia o com<strong>un</strong>que <strong>di</strong> alc<strong>un</strong>i strati a<br />

questa interni (la capacità d’iniziativa sul processo produttivo tende così a<br />

confondersi con la capacità <strong>di</strong> iniziativa impren<strong>di</strong>toriale).<br />

Viene qui all’attenzione <strong>un</strong>o dei p<strong>un</strong>ti chiave del rapporto fra com<strong>un</strong>ità<br />

locale e crescita del <strong>di</strong>stretto industriale: il problema della stratificazione<br />

sociale (già sottinteso a proposito delle contrad<strong>di</strong>zioni nello sviluppo della<br />

“com<strong>un</strong>ità <strong>di</strong> prima industrializzazione”). La “percezione”, all’interno del<br />

<strong>di</strong>stretto, <strong>di</strong> <strong>un</strong>a mobilità sociale elevata <strong>di</strong>pende anche dalla riproduzione<br />

del sistema <strong>di</strong> piccole imprese; questa però <strong>di</strong>pende anche dalla prestazione<br />

e riproduzione <strong>di</strong> capacità professionali e <strong>di</strong> iniziativa, a loro volta connesse<br />

alla percezione <strong>di</strong> <strong>un</strong>’elevata mobilità sociale. Il circolo non è chiuso. I<br />

fattori esogeni possono f<strong>un</strong>zionare sia come elementi stabilizzatori che<br />

come elementi <strong>di</strong>sgreganti. Un elemento stabilizzatore, come già si è<br />

detto, è la “tra<strong>di</strong>zione”: cioè, il fatto che queste inter<strong>di</strong>pendenze circolari<br />

abbiano f<strong>un</strong>zionato, anche in con<strong>di</strong>zioni <strong>di</strong>verse, per <strong>un</strong> l<strong>un</strong>go periodo <strong>di</strong><br />

tempo, costituisce delle strutture locali <strong>di</strong> valori sociali certamente dotate<br />

<strong>di</strong> resistenza <strong>di</strong> fronte ad interruzioni momentanee del circolo stesso.<br />

Un altro elemento stabilizzatore è <strong>un</strong> certo tipo <strong>di</strong> struttura familiare.<br />

Elementi regolatori necessari sono poi le con<strong>di</strong>zioni tecnologiche e <strong>di</strong><br />

mercato che definiscono gli spazi <strong>di</strong> competitività del sistema <strong>di</strong> piccole<br />

imprese rispetto ad altri sistemi (ve<strong>di</strong> ultimo paragrafo). E infine non si può<br />

ignorare la particolare complessità che viene da affermare l’importanza <strong>di</strong><br />

realtà e valori locali all’interno <strong>di</strong> società industriali, altamente integrate<br />

(Bagnasco, 1980) (ve<strong>di</strong> ultimo paragrafo).<br />

• La famiglia come <strong>un</strong>ità <strong>di</strong> bilancio e <strong>di</strong> offerta <strong>di</strong> lavoro <strong>di</strong>fferenziata<br />

Le f<strong>un</strong>zioni della famiglia nell’ambito economico non si limitano a quelle<br />

connesse alla socializzazione <strong>di</strong> forza lavoro (e impren<strong>di</strong>torialità), su cui<br />

non ci soffermiamo. Si può in<strong>di</strong>viduare anche <strong>un</strong>a f<strong>un</strong>zione <strong>di</strong> gestione<br />

<strong>un</strong>itaria del bilancio e delle <strong>di</strong>fferenziate capacità e occasioni <strong>di</strong> lavoro dei<br />

membri della famiglia.<br />

36 Analisi delle inter<strong>di</strong>pendenze locali: alc<strong>un</strong>e premesse teoriche


Sistemi ad alto tasso <strong>di</strong> natalità e mortalità <strong>di</strong> piccole iniziative<br />

economiche, come sono quelle dei <strong>di</strong>stretti industriali, generano <strong>un</strong>a<br />

domanda piuttosto costante <strong>di</strong> lavori “informali” (Bagnasco, 1981):<br />

lavori a domicilio, part-time, precari, irregolari; domanda che, pur<br />

caratterizzando più propriamente i momenti <strong>di</strong> formazione del <strong>di</strong>stretto<br />

industriale, continua a manifestarsi nei momenti successivi affiancandosi<br />

alla ormai preponderante domanda regolare <strong>di</strong> lavoro. L’offerta <strong>di</strong> lavoro,<br />

se regolata dall’economia familiare, può adeguarsi a questa variabilità<br />

e <strong>di</strong>fferenziazione della domanda, senza “eccessivi” traumi economici<br />

e anzi traendone vantaggi (IRPET, 1975a; Becattini, 1978). Il risparmio<br />

familiare costituisce <strong>un</strong> ammortizzatore <strong>di</strong> <strong>di</strong>fficoltà temporanee (che<br />

possono riguardare anche il lavoro regolare, specie in situazioni <strong>di</strong> crisi<br />

<strong>di</strong> riconversione, ve<strong>di</strong> par. 3), e nelle situazioni più favorevoli <strong>un</strong>a fonte <strong>di</strong><br />

accumulazione sufficiente per la nascita <strong>di</strong> nuove iniziative produttive.<br />

Nello sviluppo <strong>di</strong> “com<strong>un</strong>ità <strong>di</strong> prima industrializzazione”, ma<br />

in certa misura anche in realtà industriali più mature, è attraverso la<br />

struttura della famiglia “estesa” che si può realizzare il mantenimento<br />

<strong>di</strong> forme <strong>di</strong> integrazione con assetti pre-industriali sopravvissuti<br />

all’industrializzazione (IRPET, 1975a, 1975b; Bagnasco, 1977; Bagnasco<br />

e Pini, 1981; Paci, 1980).<br />

Le stesse forme che 1’articolazione settoriale del <strong>di</strong>stretto assume,<br />

sono positivamente correlate al f<strong>un</strong>zionamento dell’economia familiare<br />

(Marshall, 1972).<br />

Il f<strong>un</strong>zionamento dell’economia familiare <strong>di</strong>pende, d’altra parte, dal<br />

mantenimento <strong>di</strong> legami familiari piuttosto estesi e stretti. Questo sembra<br />

in contrad<strong>di</strong>zione col modello che collega la famiglia mononucleare al<br />

fenomeno dell’urbanesimo. Si può tuttavia argomentare che: i) questo<br />

modello non sembra valido in ogni configurazione dei rapporti sociali<br />

urbani; ii) la formazione <strong>di</strong> nuclei familiari ridotti non è in contrad<strong>di</strong>zione col<br />

mantenimento <strong>di</strong> collegamenti parentali estesi, che surrogano parzialmente<br />

l’economia della famiglia.<br />

• Residenza e luogo <strong>di</strong> lavoro nel <strong>di</strong>stretto industriale<br />

Occorre infine considerare il rapporto fra la <strong>di</strong>stribuzione spaziale<br />

delle residenze delle famiglie e quelle delle <strong>un</strong>ità locali nel <strong>di</strong>stretto<br />

industriale.<br />

Una prima osservazione a tal proposito riguarda <strong>un</strong> carattere fondamentale<br />

della formazione della “com<strong>un</strong>ità <strong>di</strong> prima industrializzazione”.<br />

Lo sviluppo fondato sulle piccole imprese, per le ragioni ricordate nel<br />

primo paragrafo, tende a utilizzare la forza lavoro nei (o presso) luoghi<br />

<strong>di</strong> origine della stessa (Bagnasco e Pini, 1981; IRPET, 1975, 3). Questo<br />

non significa <strong>un</strong>a completa rigi<strong>di</strong>tà delle localizzazioni residenziali<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 37


almeno nella misura in cui <strong>un</strong>o spostamento “a breve raggio” consenta<br />

sia il mantenimento <strong>di</strong> vantaggiosi legami socio-economici con strutture<br />

preesistenti all’industrializzazione, sia <strong>un</strong>a più imme<strong>di</strong>ata accessibilità ai<br />

luoghi <strong>di</strong> lavoro nel <strong>di</strong>stretto. Si tratta <strong>di</strong> <strong>un</strong> p<strong>un</strong>to particolarmente delicato<br />

che giustifica complesse configurazioni <strong>di</strong> movimenti pendolari (si vedano<br />

per esempio gli stu<strong>di</strong> sulla formazione della campagna urbanizzata toscana,<br />

(IRPET, 1975a e 1975b).<br />

La considerazione delle caratteristiche del <strong>di</strong>stretto industriale aggi<strong>un</strong>ge<br />

altri elementi a questa <strong>di</strong>scussione.<br />

Il <strong>di</strong>stretto industriale costituisce, nel tempo, <strong>un</strong> mercato del lavoro non<br />

solo “stabile” (del resto la stabilità è <strong>un</strong> requisito fondamentale perché si<br />

possa parlare <strong>di</strong> mercato), ma probabilmente anche <strong>di</strong> vaste <strong>di</strong>mensioni per<br />

l’offerta e la domanda <strong>di</strong> capacità professionali specializzate, e <strong>di</strong> tutta <strong>un</strong>a<br />

serie <strong>di</strong> attività lavorative, non specializzate ma molto varie (come già si è<br />

detto). Ciò rappresenta <strong>un</strong> vantaggio agglomerativo per famiglie e imprese.<br />

Qui si aprono però tre problemi:<br />

-<br />

-<br />

-<br />

il primo riguarda 1’immigrazione nel <strong>di</strong>stretto; che se supera certi livelli<br />

<strong>di</strong> crescita può stravolgerne i caratteri sociali. Si noti com<strong>un</strong>que che,<br />

per quanto detto prima, sarà favorita l’immigrazione <strong>di</strong> famiglie e non<br />

tanto <strong>di</strong> singoli (qui il riferimento è soprattutto alla forza lavoro); ciò<br />

tende a contenere fenomeni <strong>di</strong> emarginazione e sra<strong>di</strong>camento connessi<br />

all’immigrazione <strong>di</strong> masse <strong>di</strong> persone isolate;<br />

il secondo problema riguarda i movimenti pendolari. Le residenze degli<br />

addetti possono trovarsi, e in genere si troveranno, ad <strong>un</strong>a certa <strong>di</strong>stanza<br />

dalle <strong>un</strong>ità locali del <strong>di</strong>stretto (qualche volta coincidono: casa-officina;<br />

casa-bottega; lavoro a domicilio). Per quanto detto in precedenza è<br />

però <strong>di</strong>fficile pensare ai rapporti spaziali fra popolazione e imprese in<br />

<strong>un</strong> <strong>di</strong>stretto industriale in termini <strong>di</strong> sistema giornaliero <strong>di</strong> spostamenti<br />

pendolari per motivi <strong>di</strong> lavoro. L’“atmosfera industriale” sembra<br />

richiedere <strong>un</strong>a contiguità fra popolazione e imprese non riducibile<br />

alla permanenza nell’orario <strong>di</strong> lavoro. Il problema è molto <strong>di</strong>fficile da<br />

risolvere a questo livello <strong>di</strong> approfon<strong>di</strong>mento. Probabilmente si dovrebbe<br />

<strong>di</strong>stinguere <strong>un</strong>’area ristretta in cui tra<strong>di</strong>zionalmente si concentrano<br />

popolazione e imprese costituendo <strong>un</strong> “ispessimento localizzato” <strong>di</strong><br />

inter<strong>di</strong>pendenze socio-economiche che presenta congi<strong>un</strong>tamente i<br />

connotati <strong>di</strong>scussi in questo capitolo;<br />

il terzo problema riguarda la <strong>di</strong>mensione del <strong>di</strong>stretto in termini <strong>di</strong> attività<br />

produttive e <strong>di</strong> composizione infrasettoriale e settoriale delle stesse. Su<br />

questo p<strong>un</strong>to riman<strong>di</strong>amo, per ulteriori specificazioni, alle osservazioni<br />

riportate in Bellan<strong>di</strong> (1982) sulle forme <strong>di</strong> specializzazione all’interno<br />

del <strong>di</strong>stretto, e sui rapporti fra “atmosfera tecnica” e “atmosfera<br />

industriale”.<br />

38 Analisi delle inter<strong>di</strong>pendenze locali: alc<strong>un</strong>e premesse teoriche


3.3 Innovazione ed economie esterne <strong>di</strong> agglomerazione<br />

La <strong>di</strong>scussione nel capitolo precedente si è svolta all’interno dell’ipotesi<br />

semplificativa che la variabilità qualitativa dei prodotti e della domanda<br />

non implicasse cambiamenti nelle “aree <strong>di</strong> specializzazione”, tecnologiche<br />

e <strong>di</strong> mercato (Penrose, 1973; Ansoff, 1974), complessivamente presenti<br />

all’interno del <strong>di</strong>stretto in <strong>un</strong> certo momento. L’interesse si è potuto<br />

concentrare in questo modo sui problemi <strong>di</strong> organizzazione delle conoscenze<br />

e delle risorse materiali già presenti in zona. Il progresso tecnico e<br />

l’evoluzione dei mercati propongono però, alle organizzazioni produttive,<br />

<strong>un</strong> problema <strong>di</strong> sviluppo <strong>di</strong> conoscenze e potenzialità nuove, pena la caduta<br />

della competitività rispetto ad organizzazioni più pronte al rinnovo.<br />

Il problema si pone in maniera particolare all’interno <strong>di</strong> sistemi la cui<br />

struttura produttiva si basa largamente su rapporti fra imprese <strong>di</strong> <strong>di</strong>mensioni<br />

ridotte.<br />

La <strong>di</strong>scussione è condotta assumendo come asse centrale il problema<br />

dell’innovazione tecnologica; in connessione sarà affrontato quello<br />

dell’innovazione <strong>di</strong> mercato.<br />

• Diffusione dell’innovazione<br />

La prima con<strong>di</strong>zione per 1’adozione <strong>di</strong> <strong>un</strong>’innovazione è la conoscenza<br />

della sua esistenza (know what).<br />

Nella misura in cui 1’innovazione si traduca in beni strumentali<br />

che rappresentano l’output dell’impresa innovatrice, questa stessa avrà<br />

interesse a presentare il proprio nuovo prodotto su <strong>un</strong> mercato, come<br />

quello del <strong>di</strong>stretto, presumibilmente ben conosciuto e <strong>di</strong> <strong>di</strong>mensioni<br />

non trascurabili. Si tratta qui <strong>di</strong> <strong>un</strong> evidente caso <strong>di</strong> economie esterne<br />

<strong>di</strong> agglomerazione; particolarmente importante quando 1’innovazione<br />

avviene in <strong>un</strong> luogo <strong>di</strong>stante (o com<strong>un</strong>que <strong>di</strong>verso) dal <strong>di</strong>stretto. In realtà ciò<br />

che costituisce 1’oggetto <strong>di</strong> questo tipo <strong>di</strong> economie <strong>di</strong> agglomerazione non<br />

è solo la trasmissione dello know what, il quale anzi è spesso com<strong>un</strong>icabile<br />

con mezzi che risentono meno della <strong>di</strong>stanza spaziale (com<strong>un</strong>icazioni<br />

personali me<strong>di</strong>ate, se non ad<strong>di</strong>rittura mass-me<strong>di</strong>a); ma anche, e a volte<br />

soprattutto, la trasmissione <strong>di</strong> know how cioè <strong>di</strong> informazioni su modalità,<br />

<strong>di</strong>fficoltà e risultati specifici dell’applicazione dell’innovazione.<br />

D’altra parte la trasmissione del know how può avvenire anche fra<br />

imprese adottanti e imprese potenzialmente adottanti. Il <strong>di</strong>scorso va qui<br />

<strong>di</strong>stinto in due livelli:<br />

- la trasmissione <strong>di</strong> know how da parte <strong>di</strong> imprese adottanti ad altre<br />

potenzialmente adottanti può essere <strong>di</strong> tipo solo implicito e in<strong>di</strong>retto:<br />

il successo nell’adozione da parte <strong>di</strong> <strong>un</strong>a o più imprese in<strong>di</strong>ca per<br />

analogia <strong>un</strong>a possibilità <strong>di</strong> successo ad imprese dalle caratteristiche<br />

simili. Qui evidentemente siamo nel campo più proprio dell’imitazione<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 39


(Alchian, 1950). Si può arguire da quanto detto in precedenza che<br />

le caratteristiche <strong>di</strong> agglomerazione e <strong>di</strong> “atmosfera” del <strong>di</strong>stretto<br />

favoriscano grandemente questi processi <strong>di</strong> imitazione;<br />

- vi può essere poi il passaggio <strong>di</strong>retto <strong>di</strong> know how. è vero che le<br />

imprese sono in genere interessate a ricevere informazioni, ma non a<br />

darle a imprese rivali. Questo fatto porrebbe seri dubbi sulla effettiva<br />

possibilità <strong>di</strong> <strong>un</strong> passaggio, e <strong>di</strong> <strong>un</strong> passaggio rapido, delle informazioni<br />

tecnologiche all’interno <strong>di</strong> queste organizzazioni decentralizzate. La<br />

<strong>di</strong>fficoltà può essere però superata grazie ai processi <strong>di</strong> mobilità <strong>di</strong><br />

tecnici e forza lavoro specializzata, innescati dalla stessa concorrenza<br />

e agevolati dalla concentrazione spaziale (Pro<strong>di</strong>, 1971). A questi fattori<br />

si possono aggi<strong>un</strong>gere gli effetti dell’“atmosfera industriale”: quando in<br />

<strong>un</strong> <strong>di</strong>stretto industriale si sviluppa <strong>un</strong>a tale “atmosfera”, allora “i misteri<br />

dell’industria sono nell’aria” (Marshall, 1972); e quin<strong>di</strong> non sono più<br />

tali. Fuori metafora, si può pensare che in <strong>un</strong> <strong>di</strong>stretto in cui vi è <strong>un</strong>a<br />

forte “cultura del lavoro”, del lavoro si parli anche fuori delle mura degli<br />

stabilimenti: al bar, sulla porta <strong>di</strong> casa (che in certi casi coincide con quella<br />

dell’officina), in famiglia magari fra membri che lavorano presso imprese<br />

<strong>di</strong>verse. Infine vanno ricordati i rapporti non market fra imprese.<br />

• Potenzialità <strong>di</strong> innovazione autonoma<br />

In base a <strong>un</strong>a tra<strong>di</strong>zionale interpretazione centrata sulle economie interne<br />

<strong>di</strong> scala nelle f<strong>un</strong>zioni R&D, le potenzialità <strong>di</strong> innovazione autonoma<br />

<strong>di</strong> <strong>un</strong> sistema <strong>di</strong> piccole imprese sembrerebbero molto ridotte. Le cose<br />

possono stare, almeno parzialmente, in modo <strong>di</strong>verso. Partiamo ancora<br />

dall’imitazione e consideriamo esplicitamente la <strong>di</strong>versificazione delle<br />

con<strong>di</strong>zioni esistenti fra imprese potenzialmente adottanti: a causa <strong>di</strong><br />

questa <strong>di</strong>versificazione, 1’imitazione non è riducibile a <strong>un</strong>’esatta replica<br />

dell’innovazione (Alchian, 1950; Thomas e Le Heron, 1975). L’adozione<br />

passa per <strong>un</strong> adattamento; adattamento che potrà essere tanto più originale<br />

quanto più elevate e <strong>di</strong>fferenziate sono le capacità professionali interne<br />

alle imprese. E quanto più rilevanti sono questi processi, tanto più labili<br />

<strong>di</strong>ventano i confini fra imitazione e innovazione.<br />

Il <strong>di</strong>scorso si articola se ci soffermiamo sul livello <strong>di</strong> analisi che abbiamo<br />

definito più proprio del sistema <strong>di</strong> imprese del <strong>di</strong>stretto industriale (i processi<br />

imitativi caratterizzando specificamente l’introduzione dell’innovazione<br />

nei “nuclei industriali”, i quali altresì presentano scarsa <strong>di</strong>fferenziazione<br />

<strong>di</strong> f<strong>un</strong>zioni produttive tra imprese). Si pensi alle possibilità offerte da<br />

figure specializzate nell’assorbimento e <strong>di</strong>ffusione <strong>di</strong> informazione tecnica<br />

ed economica (oltre che finanziaria e giuri<strong>di</strong>co-amministrativa) e da<br />

imprese ausiliarie per la costruzione, messa a p<strong>un</strong>to e manutenzione <strong>di</strong><br />

beni strumentali per i processi “principali” del <strong>di</strong>stretto. La possibilità <strong>di</strong><br />

40 Analisi delle inter<strong>di</strong>pendenze locali: alc<strong>un</strong>e premesse teoriche


frequenti e rapi<strong>di</strong> contatti personali fra i tecnici delle imprese “ausiliarie”<br />

o consulenti tecnici <strong>di</strong> vario tipo da <strong>un</strong>a parte e il personale delle imprese<br />

“principali” dall’altra costituisce forse la più rilevante manifestazione <strong>di</strong><br />

economie esterne <strong>di</strong> agglomerazione per quanto concerne i problemi che<br />

stiamo affrontando.<br />

Si tratta <strong>di</strong> <strong>un</strong> tipo particolare <strong>di</strong> progresso tecnico, che è innegabilmente<br />

omogeneo alle esigenze <strong>di</strong> flessibilità e <strong>di</strong>versificazione del <strong>di</strong>stretto e che<br />

spesso si confonde, interagendo, con gli stessi processi <strong>di</strong> organizzazione<br />

della produzione nel sistema delle imprese. C’è <strong>di</strong> più. La pluralità <strong>di</strong><br />

imprese all’interno del <strong>di</strong>stretto industriale trova <strong>un</strong>a causa potente <strong>di</strong><br />

riproduzione proprio in questo tipo <strong>di</strong> progresso tecnico: “Forse il più<br />

com<strong>un</strong>e processo <strong>di</strong> frammentazione (<strong>di</strong> imprese) è legato all’aumento <strong>di</strong><br />

conoscenze e professionalità degli in<strong>di</strong>vidui. Un nuovo processo è inventato,<br />

e quello che era <strong>un</strong> <strong>di</strong>pendente <strong>di</strong>venta impren<strong>di</strong>tore per sfruttarlo. Una<br />

professionalità si sviluppa all’interno <strong>di</strong> <strong>un</strong> certo impianto e <strong>un</strong> <strong>di</strong>pendente<br />

o più <strong>di</strong>pendenti realizzano <strong>di</strong> poter ottenere red<strong>di</strong>ti più alti mettendosi<br />

in proprio con <strong>un</strong> minimo <strong>di</strong> equipaggiamento tecnico e impiegando più<br />

largamente la professionalità acquisita” (Townroe, 1970, p. 19) ecc.. In<br />

<strong>un</strong>a company town il processo <strong>di</strong> <strong>di</strong>sintegrazione sarebbe evidentemente<br />

più <strong>di</strong>fficile, se non impossibile, mancando quel <strong>di</strong>fferenziato tessuto <strong>di</strong><br />

imprese specializzate che sorregge, come si è detto, la nascita <strong>di</strong> iniziative<br />

innovative e <strong>di</strong> piccole <strong>di</strong>mensioni. D’altra parte lo sviluppo <strong>di</strong> questo tipo <strong>di</strong><br />

progresso è strutturalmente frenato all’interno <strong>di</strong> <strong>un</strong>a grande impresa, specie<br />

se organizzata gerarchicamente (per <strong>un</strong>a vivace p<strong>un</strong>tualizzazione: Jacobs,<br />

1970, pp. 71-72). Queste considerazioni tendono com<strong>un</strong>que a trascurare<br />

l’importanza <strong>di</strong> innovazioni che incorporano i risultati delle ricerche <strong>di</strong><br />

laboratorio e che spesso richiedono investimenti ad alto rischio all’uopo<br />

destinati. Questi investimenti possono avere <strong>un</strong>a <strong>di</strong>mensione tale da essere<br />

del tutto al <strong>di</strong> fuori delle capacità economico-finanziarie e dell’esperienza<br />

<strong>di</strong> imprese <strong>di</strong> non gran<strong>di</strong> <strong>di</strong>mensioni. Ma anche questa <strong>di</strong>fficoltà può essere<br />

almeno in parte ri<strong>di</strong>mensionata all’interno <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>di</strong>stretto.<br />

Come si è detto fra le produzioni ausiliarie presenti nel <strong>di</strong>stretto vi sono<br />

anche quelle <strong>di</strong> costruzione e messa a p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> attrezzature e macchinari per<br />

i processi “principali” del <strong>di</strong>stretto. Si potrebbe ora ipotizzare che queste<br />

imprese “ausiliarie” riescano a sviluppare <strong>un</strong>a propria capacità innovativa<br />

research-intensive, nel contesto <strong>di</strong> <strong>un</strong>’estensione e <strong>di</strong>versificazione della<br />

propria clientela all’esterno dell’agglomerazione. Ebbene questa capacità<br />

innovativa può avvalersi delle imprese clienti all’interno del <strong>di</strong>stretto<br />

come <strong>di</strong> <strong>un</strong> “laboratorio esterno” (Bianchi-Falorni, 1981), si tratta <strong>di</strong><br />

<strong>un</strong> altro esempio, in certi casi molto importante, <strong>di</strong> economie esterne<br />

<strong>di</strong> agglomerazione legate alla facilità <strong>di</strong> contatti faccia a faccia. Vi può<br />

essere poi, in <strong>un</strong> processo <strong>di</strong> reazione agli squilibri secondo il modello<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 41


“attività <strong>di</strong>rettamente produttive-capitale fisso sociale” <strong>di</strong> Hirschman<br />

(1968), la spinta per <strong>un</strong>a istituzionalizzazione “locale” delle f<strong>un</strong>zioni <strong>di</strong><br />

ricerca e sviluppo, necessarie al sistema <strong>di</strong> imprese del <strong>di</strong>stretto, ma fuori<br />

della portata (anche per ragioni <strong>di</strong> esternalità; Kamien-Schwartz, 1977)<br />

delle singole imprese; istituzionalizzazione che può passare sia attraverso<br />

l’intervento <strong>di</strong> enti pubblici, sia attraverso la costituzione <strong>di</strong> cooperative e<br />

consorzi fra imprese per 1’esplicazione <strong>di</strong> queste attività. Occorrerebbe,<br />

per completezza, considerare anche i fenomeni <strong>di</strong> <strong>di</strong>stacco <strong>di</strong> personale<br />

scientifico <strong>di</strong> gran<strong>di</strong> laboratori pubblici o privati; ma su questo p<strong>un</strong>to non<br />

ci soffermeremo. Si può <strong>di</strong>re per concludere che la generazione cumulativa<br />

<strong>di</strong> innovazioni e la <strong>di</strong>fferenziazione <strong>di</strong> attività rende conto <strong>di</strong> <strong>un</strong> altro<br />

potente elemento <strong>di</strong> persistenza <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>di</strong>stretto industriale al variare delle<br />

con<strong>di</strong>zioni che giustificano il set <strong>di</strong> aree <strong>di</strong> specializzazione tecnologica e<br />

<strong>di</strong> mercato dello stesso in <strong>un</strong> certo periodo (Vernon, 1972; Jacobs, 1970);<br />

e ciò soprattutto quando tali con<strong>di</strong>zioni convergano con la presenza,<br />

all’interno della <strong>di</strong>visione del lavoro fra imprese del <strong>di</strong>stretto, <strong>di</strong> operatori<br />

specializzati nella commercializzazione dei prodotti, che tenendo contatti<br />

personali sia all’interno del <strong>di</strong>stretto che con mercati esterni, creano reti <strong>di</strong><br />

contatti in<strong>di</strong>spensabili in processi <strong>di</strong> “mutamento strategico”.<br />

3.4 Alc<strong>un</strong>e considerazioni sulle prospettive<br />

Decadenza <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>di</strong>stretto industriale non significa necessariamente<br />

trasformazione in area depressa <strong>di</strong> vecchia industrializzazione; lo sviluppo<br />

e la crescita possono continuare sullo stesso territorio in forme <strong>di</strong>verse<br />

e non più riconducibili a quelle che abbiamo attribuito al concetto <strong>di</strong><br />

<strong>di</strong>stretto industriale: la company town, e la grande città terziario-industriale<br />

in<strong>di</strong>cano possibili linee <strong>di</strong> trasformazione. Non ci soffermeremo com<strong>un</strong>que<br />

su questi processi <strong>di</strong> “metamorfosi”. Dalla <strong>di</strong>scussione svolta si possono<br />

sintetizzare alc<strong>un</strong>i p<strong>un</strong>ti chiave per <strong>un</strong>a riflessione sui fattori <strong>di</strong> decadenza<br />

dei <strong>di</strong>stretti industriali; riflessione che è evidentemente connessa a quella<br />

sugli elementi <strong>di</strong> prospettiva:<br />

-<br />

-<br />

-<br />

le esternalità: particolarmente importanti nel deterioramento ambientale<br />

strisciante (IRPET, 1975) e nei problemi posti da innovazioni ad alta<br />

soglia <strong>di</strong> investimento non frazionabile;<br />

la mancanza <strong>di</strong> risposta delle autorità pubbliche alle necessità poste<br />

dall’evolversi del rapporto “attività <strong>di</strong>rettamente produttive-capitale<br />

fisso sociale”; questo va spesso visto congi<strong>un</strong>tamente alle <strong>di</strong>fficoltà<br />

appena sopra ricordate;<br />

le forme <strong>di</strong> mercato interne al <strong>di</strong>stretto: 1’incapacità a realizzare<br />

“rapporti non market” fra imprese rappresenta <strong>un</strong> ostacolo allo sviluppo<br />

del <strong>di</strong>stretto industriale; ma <strong>un</strong> eccesso <strong>di</strong> accor<strong>di</strong> non concorrenziali può<br />

portare a sfruttare <strong>un</strong>a crisi <strong>di</strong> “mutamento strategico” nel senso della<br />

42 Analisi delle inter<strong>di</strong>pendenze locali: alc<strong>un</strong>e premesse teoriche


-<br />

-<br />

trasformazione in <strong>un</strong> sistema <strong>di</strong> grande impresa e produzione <strong>di</strong> massa o<br />

in <strong>un</strong> sistema corporativo dalle scarse potenzialità <strong>di</strong> sopravvivenza;<br />

gli equilibri sociali del <strong>di</strong>stretto: i complessi legami fra com<strong>un</strong>ità<br />

locale e società industrializzata possono rendere conto <strong>di</strong> cambiamenti,<br />

nelle strutture sociali locali, non facilmente integrabili nella “cultura<br />

industriale” del <strong>di</strong>stretto (IRPET, 1975 e 1976);<br />

la produzione <strong>di</strong> massa: se la produzione <strong>di</strong> massa e l’omogeneizzazione<br />

del mercato e quin<strong>di</strong> dei gusti delle persone rappresentassero <strong>un</strong>a<br />

tendenza storica in inesorabile approfon<strong>di</strong>mento e <strong>di</strong>ffusione, è<br />

evidente che gli “spazi strategici” per sistemi assimilabili al <strong>di</strong>stretto<br />

industriale sarebbero destinati a sparire, anche se magari poco per volta;<br />

sarebbero giustificate interpretazioni “residuali” o “interstiziali” del<br />

<strong>di</strong>stretto industriale. Ma forse le cose non stanno così. Secondo alc<strong>un</strong>i<br />

economisti, la <strong>di</strong>fferenziazione, la mutevolezza, l’impren<strong>di</strong>bilità del<br />

contesto in cui le imprese operano sono caratteristiche che nei sistemi<br />

capitalistici contemporanei tendono a superare i confini dei settori ad<br />

alto contenuto <strong>di</strong> moda (Ansoff, 1974; Tôrnguist, 1974; Vernon, 1972;<br />

Sabel e Zeitlin, 1982). Per <strong>di</strong>rla con J. Jacobs (1970): “il p<strong>un</strong>to è che<br />

per alc<strong>un</strong>i beni la produzione <strong>di</strong> massa è <strong>un</strong> ripiego: rappresenta solo<br />

<strong>un</strong> primo sta<strong>di</strong>o <strong>di</strong> sviluppo ed è valida solo come espe<strong>di</strong>ente fino a che<br />

non sia stata sviluppata la più avanzata produzione <strong>di</strong>fferenziata”.<br />

Non necessariamente gli spazi aperti della <strong>di</strong>fferenziazione sono propri<br />

dei <strong>di</strong>stretti industriali; ma sembra abbastanza probabile, almeno per quanto<br />

si è fin qui argomentato, che all’interno <strong>di</strong> questi spazi i <strong>di</strong>stretti industriali<br />

possono trovare proprie aree <strong>di</strong> specializzazione.<br />

Nella linea <strong>di</strong> sviluppo della <strong>di</strong>fferenziazione può essere inserita anche<br />

la crescita dell’economia dei servizi; qui il concetto <strong>di</strong> <strong>di</strong>stretto industriale<br />

non risulta in quanto tale adeguato, ma ancora appropriate può risultare <strong>un</strong><br />

ragionamento in termini <strong>di</strong> inter<strong>di</strong>pendenze locali.<br />

4. Il problema della delimitazione del <strong>di</strong>stretto industriale<br />

4.1 Distretto industriale: <strong>un</strong> “oggetto” o <strong>un</strong> “aggregato areale”?<br />

Una volta che sono state descritte le caratteristiche costitutive del <strong>di</strong>stretto<br />

industriale, in relazione ai fenomeni <strong>di</strong> inter<strong>di</strong>pendenza che ne delineano<br />

le possibili ragioni <strong>di</strong> esistenza, il compito che ora si prospetta è quello<br />

della sua in<strong>di</strong>viduazione. Piuttosto <strong>di</strong>ffusa è la <strong>di</strong>sattenzione al modo in<br />

cui gli oggetti sono delimitati, concentrandosi normalmente l’interesse<br />

dell’analista sugli aspetti sostantivi o modellistici dello stu<strong>di</strong>o geografico.<br />

Ma non mancano esempi <strong>di</strong> altro segno. Bauman, Fisher e Schubert<br />

(1982) hanno <strong>di</strong>mostrato gli effetti che <strong>di</strong>fferenti delimitazioni spaziali <strong>di</strong><br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 43


entità areali hanno sui risultati dell’analisi; si sono prodotte rassegne <strong>di</strong><br />

metodologie analitiche alternative per mostrare gli inevitabili margini <strong>di</strong><br />

arbitrarietà insiti nell’identificazione <strong>di</strong> entità areali (Openshaw, Sforzi e<br />

Wymer, 1982a); si è cercato <strong>di</strong> rilevare la presenza <strong>di</strong> “inganni ecologici”<br />

(Bianchi et al., 1982; Openshaw, Sforzi e Wymer, 1982b).<br />

In ogni caso quando l’indagine è <strong>di</strong>retta al comportamento dell’oggetto<br />

spaziale è cruciale sapere se l’oggetto sia in grado <strong>di</strong> esprimere <strong>un</strong><br />

comportamento. Si tratta del problema, ben noto ai geografi, della relazione<br />

fra “entificazione” e “quantificazione”, per cui l’atto <strong>di</strong> misurazione <strong>di</strong> <strong>un</strong><br />

oggetto deve essere preceduto dal suo riconoscimento, e “solo quando<br />

sono state trovate le cose giuste che devono essere misurate, le misurazioni<br />

sono degne <strong>di</strong> essere effettuate” (Gerard, 1972). Chapman (1977) <strong>di</strong>stingue<br />

tre tipi <strong>di</strong> oggetti: l’oggetto <strong>di</strong> stu<strong>di</strong>o “<strong>di</strong> primo or<strong>di</strong>ne”, l’aggregato areale<br />

e 1’aggregato non areale (quest’ultimo noto anche col nome <strong>di</strong> classe).<br />

Egli propone <strong>un</strong> test allo scopo <strong>di</strong> verificare se <strong>un</strong> oggetto è o no “<strong>di</strong> primo<br />

or<strong>di</strong>ne”. Tali “oggetti” dovrebbero avere la proprietà dei sistemi: l’intero<br />

dovrebbe essere più grande della somma delle parti; i confini dovrebbero<br />

separare l’oggetto dal mondo esterno; l’oggetto dovrebbe possedere<br />

<strong>un</strong> meccanismo interno <strong>di</strong> controllo in grado <strong>di</strong> rispondere agli stimoli,<br />

determinando <strong>un</strong> “comportamento” dell’oggetto. Una possibile gerarchia<br />

<strong>di</strong> oggetti, infatti, parte dagli atomi e dalle molecole (oggetti <strong>di</strong> interesse<br />

per le scienze fisiche) e arriva agli oggetti <strong>di</strong> più alto livello come le piante,<br />

gli animali, gli in<strong>di</strong>vidui e le famiglie (gli “oggetti <strong>di</strong> interesse” per le<br />

scienze biologiche e sociali). Lo Stato moderno può rispondere ancora<br />

ai criteri definitori <strong>di</strong> “oggetto <strong>di</strong> interesse”; in senso stretto, non è reso<br />

possibile rintracciare alc<strong>un</strong>a entità, con caratteri <strong>di</strong> oggetto naturale, fra la<br />

famiglia e lo Stato. Nel nostro caso potremmo assumere (con <strong>un</strong>a ipotesi<br />

molto forte, per l’autore cui ci riferiamo) che la Regione abbia più o meno<br />

i caratteri <strong>di</strong> <strong>un</strong>o Stato (confini costituzionali, potere legislativo, ecc.). Ma<br />

al <strong>di</strong> sotto -ed è il problema che ci occupa- ricadremmo inevitabilmente<br />

nell’arbitrarietà.<br />

La questione dell’entificazione è influenzata dal modo in cui vengono<br />

utilizzate proprietà e definizioni che in larga misura -anche se non in modo<br />

del tutto esplicito- vengono attinte dalla Teoria Generale dei Sistemi.<br />

Verificato, d<strong>un</strong>que, che l’oggetto <strong>di</strong> stu<strong>di</strong>o “<strong>di</strong> primo or<strong>di</strong>ne” dovrebbe<br />

esibire le proprietà dei sistemi -concreti, aggi<strong>un</strong>geremo noi- sembra più<br />

opport<strong>un</strong>o ricorrere esplicitamente alla definizione <strong>di</strong> sistema, per esempio,<br />

utilizzando quella fornita da Miller (1971), per cui <strong>un</strong> sistema concreto è<br />

<strong>un</strong>a concentrazione non casuale <strong>di</strong> materia-energia, in <strong>un</strong>a regione dello<br />

spazio-tempo fisico, che è organizzata in sottosistemi o componenti<br />

interagenti e inter<strong>di</strong>pendenti” (p. 52) e le <strong>un</strong>ità che lo costituiscono<br />

(sottosistemi, componenti, parti o membri) sono anch’esse sistemi concreti<br />

44 Analisi delle inter<strong>di</strong>pendenze locali: alc<strong>un</strong>e premesse teoriche


(Hall e Fagan, 1956). Naturalmente, alla definizione ora data si dovrebbero<br />

accompagnare, per completezza, le altre relative alle relazioni e alle<br />

variabili del sistema, alla sua apertura e chiusura, e al suo stato, che però<br />

possono essere attinte alle fonti citate.<br />

Questa procedura <strong>di</strong> riconoscimento pare adattarsi anche al caso <strong>di</strong> entità<br />

areali. Per la sua implementazione ci si può avvalere del suggerimento<br />

<strong>di</strong> identificare i confini del sistema concreto “con operazioni empiriche<br />

<strong>di</strong>sponibili all’<strong>un</strong>iversale riscontro scientifico piuttosto che stabilite<br />

concettualmente da <strong>un</strong> singolo osservatore” (Miller, 1971, p. 53). Che,<br />

alla fine, la valutazione dei risultati ottenuti applicando <strong>un</strong> tale criterio <strong>di</strong><br />

identificazione non rappresenti <strong>un</strong> compito agevole è <strong>un</strong> fatto ampiamente<br />

noto e <strong>di</strong>battuto, cosi come lo è quella relativa ai possibili meto<strong>di</strong> <strong>di</strong> analisi<br />

quantitativa che possono essere adottati (Bianchi et al., 1982; Openshaw,<br />

Sforzi e Wymer, 1982b).<br />

4.2 Il problema dell’<strong>un</strong>ità areale mo<strong>di</strong>ficabile<br />

Noti il carattere dell’entità areale -che deve costituire <strong>un</strong> sistema- e i<br />

criteri generali per effettuare il riconoscimento, resta il fatto che <strong>un</strong><br />

adeguato approccio geografico all’identificazione <strong>di</strong> entità areali prospetta<br />

il problema della loro mo<strong>di</strong>ficabilità e arbitrarietà, dato che i loro confini<br />

sono ottenuti raggruppando dati riferiti ad <strong>un</strong>ità spaziali elementari<br />

delimitate in modo arbitrario.<br />

Una conseguenza <strong>di</strong> ciò è che il riconoscimento dell’entità areale in questo<br />

sistema concreto presenta la probabilità <strong>di</strong> non essere effettuato in modo<br />

tale da poter includere dentro <strong>un</strong> confine tutti i suoi elementi costitutivi.<br />

Questa incertezza relativa all’identificazione degli oggetti in <strong>un</strong>o<br />

stu<strong>di</strong>o geografico è nota con 1’appellativo <strong>di</strong> “problema dell’<strong>un</strong>ità areale<br />

mo<strong>di</strong>ficabile” (Openshaw, 1981) e per quanto sia possibile esprimere<br />

<strong>un</strong>a valutazione sulla configurazione che le entità areali presenteranno a<br />

conclusione del processo <strong>di</strong> identificazione, resta il fatto ineliminabile che<br />

si tratta sempre <strong>di</strong> in<strong>di</strong>viduare frontiere in <strong>un</strong> processo vivente, e ciò che<br />

al meglio può essere fatto è <strong>un</strong>’identificazione “ragionevole” dei confini<br />

(Becattini, 1979; Georgescu Roegen, 1971).<br />

L’incertezza del non <strong>di</strong>sporre <strong>di</strong> argomenti conclusivi in favore <strong>di</strong><br />

<strong>un</strong>a configurazione <strong>di</strong> entità piuttosto che <strong>di</strong> <strong>un</strong>’altra, ottenute entrambe<br />

dal processo <strong>di</strong> identificazione, costituisce l’inevitabile conseguenza del<br />

processo stesso, perché misure effettuate su <strong>un</strong>ità in<strong>di</strong>viduali non-spaziali e<br />

in<strong>di</strong>visibili (le famiglie <strong>di</strong> censimento e le <strong>un</strong>ità locali produttive) <strong>di</strong>vengono<br />

misure relative ad <strong>un</strong>ità spaziali elementari, delimitate in modo arbitrario.<br />

Per quanto questo fenomeno sia stato riconosciuto ormai da molto<br />

tempo (Kendall e Yule, 1950) non sono stati ancora effettuati tentativi<br />

per risolverlo attraverso soluzioni pratiche. Di recente il problema è<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 45


stato posto nuovamente all’attenzione dei geografi (Openshaw, 1977a, b,<br />

1978a, b), attraverso lavori empirici fondati su <strong>un</strong> insieme <strong>di</strong> dati aggregati<br />

spazialmente <strong>un</strong>a o più volte in forme <strong>di</strong>verse per mostrare la gravità degli<br />

effetti prodotti.<br />

Nonostante possano esistere <strong>di</strong>fficoltà ad esprimere compiutamente<br />

valutazioni sul grado d’influenza delle <strong>un</strong>ità spaziali elementari sulla<br />

configurazione delle entità areali identificate, <strong>un</strong> compito della ricerca<br />

dovrebbe consistere nell’includere fra i suoi obiettivi anche quello <strong>di</strong><br />

verificare i confini dell’oggetto <strong>di</strong> stu<strong>di</strong>o. Prima <strong>di</strong> gi<strong>un</strong>gere a conclusioni<br />

definitive sul comportamento esibito del sistema, a partire dello stu<strong>di</strong>o del<br />

reticolo delle inter<strong>di</strong>pendenze che lo identifica, questo dovrebbe essere<br />

verificato con le conoscenze altrimenti già possedute sulla realtà indagata.<br />

Com<strong>un</strong>que, <strong>un</strong>a conseguenza pratica del problema dell’<strong>un</strong>ità areale<br />

mo<strong>di</strong>ficabile consisterà nell’utilizzare come <strong>un</strong>ità spaziale elementare per<br />

1’identificazione delle entità areali le sezioni <strong>di</strong> censimento piuttosto che<br />

le <strong>un</strong>ità com<strong>un</strong>ali. Ciò non eliminerà del tutto il pro blema, ma contribuirà<br />

certamente a ridurre gli effetti negativi, data la minore <strong>di</strong>somogeneità <strong>di</strong><br />

caratteri all’interno delle sezioni <strong>di</strong> censimento, per quanto delimitate in<br />

modo arbitrario, rispetto a quella delle <strong>un</strong>ità com<strong>un</strong>ali.<br />

Per rimuovere il problema dell’<strong>un</strong>ità areale mo<strong>di</strong>ficabile si possono<br />

utilizzare <strong>un</strong>ità <strong>di</strong> osservazioni non spaziali. In questo caso si <strong>di</strong>sporrebbe<br />

<strong>di</strong> <strong>un</strong>ità naturalmente (e non pres<strong>un</strong>tivamente) in<strong>di</strong>visibili che riflettono<br />

fedelmente il modo in cui sono rilevati e registrati i dati. Anche dal p<strong>un</strong>to<br />

<strong>di</strong> vista dell’omogeneità è evidente che per questo tipo <strong>di</strong> <strong>un</strong>ità <strong>di</strong> dati<br />

il rischio dell’inganno ecologico (Robinson, 1950) (<strong>di</strong> attribuire cioè<br />

agli elementi contenuti nell’<strong>un</strong>ità spaziale <strong>un</strong>’omogeneità maggiore <strong>di</strong><br />

quanto non possiedono nella realtà) è interamente rimosso. Si tratterebbe,<br />

in definitiva, per il problema dell’identificazione <strong>di</strong> entità areali che si<br />

accordano alla definizione <strong>di</strong> <strong>di</strong>stretto industriale, <strong>di</strong> elaborare dati relativi<br />

a singole <strong>un</strong>ità locali del censimento industriale e a singole famiglie <strong>di</strong><br />

quello demografico.<br />

In ogni modo si deve ricordare che l’incidenza, nel nostro caso, delle<br />

considerazioni relative alla natura sistemica dell’entità areale da identificare<br />

e al problema dell’<strong>un</strong>ità areale mo<strong>di</strong>ficabile, è drasticamente ridotta dalla<br />

duplice circostanza:<br />

- che non è, stricto sensu, necessario provare la natura <strong>di</strong> “sistema<br />

-<br />

concreto” o <strong>di</strong> “oggetto <strong>di</strong> interesse” del <strong>di</strong>stretto industriale, essendo<br />

sufficiente considerarlo <strong>un</strong> carattere del sistema locale che lo ospita;<br />

che il sistema locale che lo ospita è, certamente, <strong>un</strong> sistema (sub-regionale),<br />

in quanto regione f<strong>un</strong>zionale in termini <strong>di</strong> “sistema urbano giornaliero”:<br />

la sola entità che “approssimi i criteri <strong>di</strong> <strong>un</strong> oggetto alla scala interme<strong>di</strong>a<br />

fra la famiglia e lo Stato posti da Chapman (Coombes et al., 1982)<br />

46 Analisi delle inter<strong>di</strong>pendenze locali: alc<strong>un</strong>e premesse teoriche


4.3 Le inter<strong>di</strong>pendenze locali nel <strong>di</strong>stretto industriale: l’ipotesi <strong>di</strong> lavoro<br />

Ciò premesso si può avviare il tentativo <strong>di</strong> organizzare il proce<strong>di</strong>mento<br />

empirico per 1’identificazione delle componenti delle inter<strong>di</strong>pendenze<br />

<strong>di</strong> queste ultime e le quantificazioni possibili. Si può <strong>di</strong>re intanto che le<br />

tecniche statistiche della inter<strong>di</strong>pendence analysis (Boyce et al., 1974) e<br />

della correlazione canonica (Bartlett, 1941), <strong>di</strong> cui pure si dovrà eseguire<br />

l’applicazione, saranno probabilmente <strong>di</strong> scarso aiuto.<br />

La prima, infatti, sostituendo <strong>un</strong> insieme originale <strong>di</strong> variabili con<br />

<strong>un</strong> sotto-insieme ottimale più piccolo, tende a semplificare il compito<br />

della identificazione delle componenti. La seconda in<strong>di</strong>vidua e misura i<br />

legami fra due insiemi <strong>di</strong> variabili, mentre noi dovremmo considerare,<br />

simultaneamente, tutte le relazioni fra le variabili giu<strong>di</strong>cate rilevanti.<br />

Un ausilio meno in<strong>di</strong>retto potrebbe venire da tecniche input-output, sia<br />

pure limitatamente all’analisi delle inter<strong>di</strong>pendenze economico-produttive,<br />

anche se sono note le <strong>di</strong>fficoltà -peraltro non insuperabili- della stima <strong>di</strong><br />

matrici intersettoriali a scala sub-regionale (Bianchi, 1982).<br />

Un ulteriore accostamento al nostro problema si può conseguire<br />

ricorrendo alle rappresentazioni <strong>di</strong> tipo econometrico dei sistemi economici<br />

locali. Gli aspetti socio-culturali restano, evidentemente, inattingibili da<br />

queste tecniche, ma <strong>un</strong>a parte <strong>di</strong> quelli economico-sociali possono essere<br />

compresi in <strong>un</strong>’analisi che deve servire a rappresentare le connessioni <strong>di</strong><br />

inter<strong>di</strong>pendenza e stimare i singoli modelli. Ricorrendo ad <strong>un</strong>a delle strutture<br />

modellistiche più <strong>di</strong>ffuse (si veda, per esempio, Fullerton e Prescott, 1975),<br />

con <strong>un</strong> sistema <strong>di</strong> sei modelli (Popolazione, Lavoro, Capitale, Risorse<br />

naturali, Matrice interindustriale, Red<strong>di</strong>to) si identificano, con <strong>un</strong>a certa<br />

precisione, i collegamenti “in avanti” e “all’in<strong>di</strong>etro”. Ci spieghiamo con<br />

<strong>un</strong>a sola esemplificazione. Il Lavoro è collegato:<br />

-<br />

-<br />

all’in<strong>di</strong>etro: alla Popolazione (tramite i tassi <strong>di</strong> partecipazione e i livelli<br />

<strong>di</strong> urbanizzazione); alla Matrice interindustriale (tramite la produttività<br />

del lavoro); a se stesso (tramite la specializzazione del mix produttivo<br />

locale);<br />

in avanti: al Red<strong>di</strong>to (tramite 1’occupazione per posizione professionale);<br />

alla Popolazione (tramite i tassi netti <strong>di</strong> occupazione); a se stesso<br />

(tramite 1’occupazione per settore).<br />

Più <strong>di</strong>rettamente connesso al nostro campo <strong>di</strong> interesse è, poi, <strong>un</strong><br />

approccio recentemente proposto (Townroe e Roberts, 1980) per misurare<br />

le economie <strong>di</strong> agglomerazione (local external economies) e le potenzialità<br />

relative delle loro possibili fonti (sources). L’indagine è stata condotta su 53<br />

gruppi <strong>di</strong> prodotti (Product Groups) per le 61 Planning Sub-regions della<br />

Gran Bretagna. Le variabili (<strong>di</strong>pendenti) scelte per misurare i <strong>di</strong>fferenziali<br />

inter-area dell’impatto delle economie esterne locali sono: prodotto netto<br />

pro capite, prodotto netto meno salari e stipen<strong>di</strong> pro capite, <strong>un</strong> “in<strong>di</strong>ce <strong>di</strong><br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 47


efficienza”. La misura delle fonti <strong>di</strong> economie esterne locali è costituita<br />

dall’insieme delle variabili esplicative selezionate per rappresentare i tre<br />

tipi <strong>di</strong> economie <strong>di</strong> agglomerazione: economie interne <strong>di</strong> scala (variabili:<br />

occupati, <strong>un</strong>ità locali e prodotto netto per gruppo <strong>di</strong> prodotti, ecc.);<br />

economie <strong>di</strong> localizzazione (variabili: occupati, <strong>un</strong>ità locali e prodotto<br />

netto per gruppo <strong>di</strong> prodotti, ecc.), economie <strong>di</strong> urbanizzazione (<strong>un</strong>a l<strong>un</strong>ga<br />

lista <strong>di</strong> variabili costituenti misure <strong>di</strong>rette, in<strong>di</strong>rette o proxies relative a:<br />

forza lavoro, accessibilità ai servizi, <strong>di</strong>mensione delle agglomerazioni, altri<br />

caratteri delle sub-regioni).<br />

I risultati ottenuti sono del più vivo interesse per il nostro oggetto <strong>di</strong><br />

indagine e, nei limiti della <strong>di</strong>sponibilità dei dati occorrenti, l’esercizio<br />

andrà replicato, pur considerando che qui l’obiettivo è la spiegazione della<br />

variabilità interterritoriale e intersettoriale delle economie esterne, non<br />

l’identificazione delle inter<strong>di</strong>pendenze o la misura della loro intensità.<br />

Una metodologia che, invece, approssima molto il centro dei nostri<br />

interessi è, infine, quella Activity-Commo<strong>di</strong>ty Analysis (Barras e Broadbent,<br />

1975). Si assuma, esemplificando (e semplificando molto) che <strong>un</strong> sistema<br />

locale possa essere compiutamente descritto da quattro attività: Famiglie,<br />

Commercio, Produzione, Governo locale che, nello svolgimento delle<br />

loro attività, consumano-producono beni come: spazio, e<strong>di</strong>fici, lavoro,<br />

flussi finanziari (imposte), beni <strong>di</strong> consumo, beni capitali, materie prime,<br />

merci all’ingrosso, servizi pubblici locali. Allora 1’attività delle Famiglie<br />

“produce” lavoro per 1’occupazione nel Commercio, nella Produzione e<br />

nel Governo locale, mentre consuma beni finali e servizi pubblici locali. Il<br />

Governo locale “consuma” flussi finanziari (dal governo centrale e dalle<br />

imposte locali sulle Famiglie e la Produzione) e lavoro, mentre produce<br />

servizi per le Famiglie e la Produzione. Tutte le attività “consumano”<br />

risorse <strong>di</strong> base come lo spazio e gli e<strong>di</strong>fici. La rappresentazione, a fini<br />

operativi, viene naturalmente complicata dall’aggi<strong>un</strong>ta <strong>di</strong> nuove attività<br />

e <strong>di</strong> nuovi beni e dalla <strong>di</strong>saggregazione spaziale e settoriale.<br />

L’analisi assume, tipicamente, la forma matriciale (per riga i beni, per<br />

colonna le attività; le cifre delle celle -quantità e valori- sono precedute<br />

dal segno + o - a seconda che i beni siano prodotti o consumati) che<br />

permette -al <strong>di</strong> là della quantificazione- <strong>un</strong>a rappresentazione assai utile<br />

delle componenti (e delle loro interrelazioni) del sistema esaminato.<br />

Residua, evidentemente, il limite della imperfetta considerazione degli<br />

aspetti socio-culturali.<br />

Ciasc<strong>un</strong> approccio prima sinteticamente illustrato è reso suscettibile<br />

-lo si è visto- <strong>di</strong> recare contributi <strong>di</strong> varia rilevanza al nostro problema<br />

dell’analisi delle inter<strong>di</strong>pendenze locali. Per quanto lo consentiranno la<br />

<strong>di</strong>sponibilità <strong>di</strong> dati e <strong>di</strong> risorse, cercheremo <strong>di</strong> trarne profitto. Ma prima<br />

<strong>di</strong> condurre simili esperimenti, riteniamo <strong>di</strong> dover compiere i primi<br />

48 Analisi delle inter<strong>di</strong>pendenze locali: alc<strong>un</strong>e premesse teoriche


tre steps <strong>di</strong> <strong>un</strong> proce<strong>di</strong>mento <strong>di</strong> ricerca, analiticamente più naîve ma<br />

concettualmente più aderenti allo schema teorico <strong>di</strong> riferimento ass<strong>un</strong>to.<br />

Si tratta, primo step, <strong>di</strong> costruire a tavolino <strong>un</strong>a matrice delle<br />

inter<strong>di</strong>pendenze locali, che colleghi le componenti del sistema (<strong>un</strong>a<br />

<strong>di</strong>saggregazione opport<strong>un</strong>amente spinta delle classi: famiglie, imprese,<br />

governo locale, altre attività) secondo relazioni (presumibilmente<br />

multiple) identificative delle varie categorie <strong>di</strong> economie esterne e delle<br />

possibili aree <strong>di</strong> applicazione delle politiche (si vedano, per <strong>un</strong>a idea<br />

approssimativa, gli esempi al paragrafo 1.2).<br />

Si tratta, secondo step, <strong>di</strong> identificare all’interno dei sistemi subregionali,<br />

le aree a più elevata probabilità <strong>di</strong> ospitare “ispessimenti<br />

localizzati” dei reticoli <strong>di</strong> inter<strong>di</strong>pendenze. A tale scopo si replicherà -non<br />

appena <strong>di</strong>sponibili i dati elementari dei censimenti 1981- <strong>un</strong> esperimento<br />

<strong>di</strong> “zonizzazione” utilizzando la metodologia <strong>di</strong> analisi dell’area sociale<br />

più volte descritta e applicata.<br />

La novità dell’esperimento (<strong>un</strong> tentativo preliminare e parziale,<br />

utilizzando i dati del censimento 1971, è già stato condotto con risultati<br />

che incoraggiano a proseguire su questa strada) consiste nell’utilizzare<br />

variabili a tre livelli (com<strong>un</strong>ali; sezioni <strong>di</strong> censimento; in<strong>di</strong>viduali:<br />

famiglie e <strong>un</strong>ità locali) derivate sia dal censimento della popolazione che<br />

da quello dell’industria e integrate con dati <strong>di</strong> fonte <strong>di</strong>versa (consumi<br />

energetici, investimenti, red<strong>di</strong>to com<strong>un</strong>ale e per classi <strong>di</strong> famiglie, ecc.).<br />

In particolare sono stati costruiti due insiemi <strong>di</strong> variabili, <strong>un</strong>o riferito<br />

alle attività produttive, l’altro -<strong>di</strong>ciamo- alle caratteristiche ambientali.<br />

La <strong>di</strong>stinzione, com<strong>un</strong>que, è meramente descrittiva poiché non si tratta<br />

<strong>di</strong> spiegare le variabili <strong>di</strong> <strong>un</strong> insieme sulla base <strong>di</strong> quelle dell’altro,<br />

per esempio con <strong>un</strong>a regressione, ma <strong>di</strong> lavorare simultaneamente<br />

con tutte le variabili per generare entità areali caratterizzate dalla<br />

massimizzazione all’interno dell’associazione <strong>di</strong> caratteri e all’esterno<br />

della <strong>di</strong>fferenziazione fra le varie entità. Si tratta, infine, terzo ed ultimo<br />

step, del proce<strong>di</strong>mento preliminare <strong>di</strong> selezionare, sulla scorta dei risultati<br />

precedenti, il sistema sub-regionale più appropriato (<strong>di</strong>mensione ridotta,<br />

alto grado <strong>di</strong> inter<strong>di</strong>pendenze probabili) per condurvi <strong>un</strong>’esplorazione sul<br />

campo in modo da <strong>di</strong>segnare la mappa (qualitativa) del reticolo delle<br />

inter<strong>di</strong>pendenze empiricamente rilevabili.<br />

Contiamo <strong>di</strong> poter produrre alla prossima Conferenza Italiana <strong>di</strong><br />

Scienze Regionali i risultati <strong>di</strong> questo esperimento. Del resto, qui,<br />

c’eravamo riproposti solo <strong>di</strong> proporre alc<strong>un</strong>e premesse teoriche all’analisi<br />

delle inter<strong>di</strong>pendenze locali.<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 49


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50 Analisi delle inter<strong>di</strong>pendenze locali: alc<strong>un</strong>e premesse teoriche


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54 Analisi delle inter<strong>di</strong>pendenze locali: alc<strong>un</strong>e premesse teoriche


SCHEMI NUMERICI, MODELLI INTERPRETATIvI, METODI DI PROGRAMMAZIONE*<br />

Giuliano Bianchi<br />

1. Schemi semplici e realtà complessa<br />

L’analista o il <strong>programmatore</strong>, che guar<strong>di</strong> al panorama <strong>di</strong> acute ten sioni, <strong>di</strong><br />

mutamenti vistosi, <strong>di</strong> equilibri instabili, <strong>di</strong> prospettive economi che incerte,<br />

peculiare <strong>di</strong> questo passaggio della nostra vita nazionale, e lo confronti con<br />

le ipotesi <strong>di</strong> or<strong>di</strong>ne e <strong>di</strong> relativa stabilità su cui poggia il quadro contabile <strong>di</strong><br />

<strong>un</strong>a matrice delle inter<strong>di</strong>pendenze settoriali, può an cora <strong>un</strong>a volta misurare<br />

la <strong>di</strong>fficoltà <strong>di</strong> racchiudere in <strong>un</strong>o schema nume rico la complessità dei<br />

processi economici e <strong>di</strong> quelli sociali e territoriali che vi sono connessi.<br />

Non intendo solo evocare i problemi classici, e da tempo identificati, della<br />

costruzione <strong>di</strong> tavole input-output nazionali o regionali. Voglio <strong>di</strong>re, invece,<br />

che quei problemi si presentano in forma aggravata oggi e nel nostro Paese.<br />

È, forse, troppo severo il giu<strong>di</strong>zio <strong>di</strong> Mariano D’Antonio, secondo<br />

il quale «l’impiego delle tavole interindustriali è in Italia ancora ad<br />

<strong>un</strong>o sta<strong>di</strong>o rozzo e primitivo» (D’Antonio, 1978), ma si può convenire<br />

con Paolo Costa, quando <strong>di</strong>mostra che, da noi, l’analisi input-output, e<br />

soprattutto quella regionale, ha ancora <strong>un</strong> l<strong>un</strong>go cammino da percorrere<br />

se è vero, come a me sembra, quanto egli scrive, e cioè che «i problemi <strong>di</strong><br />

costruzione delle tavole appaiono, al momento, più stu<strong>di</strong>ati dei problemi <strong>di</strong><br />

impiego dei modelli derivabili dalle stesse; tra i problemi <strong>di</strong> costru zione, le<br />

costruzioni con ‘meto<strong>di</strong> in<strong>di</strong>retti’ continuano a prevalere sulle costruzioni<br />

con ‘meto<strong>di</strong> <strong>di</strong>retti’; i modelli costruiti sono tutti a base <strong>un</strong>i-regionale, la<br />

possibilità <strong>di</strong> passare alla costruzione <strong>di</strong> modelli multiregionali sembra al<br />

presente piuttosto remota» (Costa, 1978).<br />

Se, poi, la regione <strong>di</strong> cui ci si occupa è la Toscana, allora bisogna mettere<br />

nel conto anche alc<strong>un</strong>e <strong>di</strong>fficoltà aggi<strong>un</strong>tive che sorgono dai caratteri<br />

strutturali e f<strong>un</strong>zionali del sistema economico (e non solo econo mico) <strong>di</strong><br />

questa regione (Becattini, 1975; IRPET, 1980e; Bianchi, 1981a).<br />

C’è, anzitutto, il carattere non <strong>un</strong>itario del sistema, per la presenza <strong>di</strong><br />

<strong>un</strong>a netta <strong>di</strong>fferenziazione, territoriale e sociale oltreché produttiva, fra le<br />

aree della piccola e me<strong>di</strong>a impresa dei settori tipici dell’industria leggera;<br />

le aree costiere della grande industria e del turismo intensivo; le aree <strong>di</strong><br />

campagna, <strong>di</strong>stinte peraltro da <strong>un</strong>a varietà <strong>di</strong> «agricolture» che vanno<br />

dalla floricoltura e dal vivaismo all’abbandono; le aree urbane a marcata<br />

* Testo contenuto in Bianchi G. (a cura <strong>di</strong>) (1982), Matrici intersettoriali dell’economia regionale<br />

e programmazione. Problemi teorici e applicazioni pratiche: esperienze a confronto, IRPET-Le<br />

Monnier, Firenze.<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 55


connotazione terziaria (alc<strong>un</strong>e a forte specializzazione turistico-culturale e<br />

con sintomi visibili <strong>di</strong> <strong>un</strong>’incipiente evoluzione «metropoli tana»): <strong>un</strong>a serie<br />

<strong>di</strong> ambienti, insomma, fra loro scarsamente interrelati, che reagiscono in<br />

modo <strong>di</strong>fferenziato alle sollecitazioni congi<strong>un</strong>turali, ai processi strutturali<br />

e agli impulsi delle politiche, rispondendo, in ultima istanza, a «logiche»<br />

economiche <strong>di</strong>stinte.<br />

I processi produttivi dell’industria, inoltre, presentano configurazioni<br />

spesso assai <strong>di</strong>verse anche all’interno dello stesso settore, grazie all’elevata<br />

flessibilità nella combinazione dei fattori, propria <strong>di</strong> <strong>un</strong> apparato <strong>di</strong> piccole<br />

e piccolissime imprese, specializzate per prodotti, parti <strong>di</strong> prodotto,<br />

fasi <strong>di</strong> processo, sì che non <strong>di</strong> rado risultano più fitte le inter<strong>di</strong> pendenze<br />

infrasettoriali <strong>di</strong> quelle intersettoriali. Né si deve <strong>di</strong>menticare la sostanziale<br />

impermeabilità alle procedure conoscitive (<strong>un</strong> fenomeno, certo, non solo<br />

toscano) dei livelli produttivi (che, peraltro, lasciano traccia nei consumi<br />

<strong>di</strong> energia elettrica e nei flussi d’export) e della quota, probabilmente<br />

cospicua, d’occupazione non registrata dalle stati stiche ufficiali.<br />

Il sistema regionale, infine, concluso il ciclo dell’industrializzazione<br />

post-bellica, sembra attraversare <strong>un</strong>a fase, tutt’altro che lineare, <strong>di</strong><br />

trasformazione e mutamento.<br />

Come si vede non mancavano davvero le ragioni che avrebbero<br />

sconsigliato <strong>di</strong> avviare <strong>un</strong>’impresa come quella della costruzione <strong>di</strong> <strong>un</strong>a<br />

ta vola input-output (d’ora in poi: matrice) per la Toscana.<br />

Se abbiamo deciso <strong>di</strong> promuovere il progetto non è stato, quin<strong>di</strong>, né<br />

perché ne ignoravamo le intrinseche <strong>di</strong>fficoltà, né perché fossimo ammaliati<br />

dalla prospettiva dei suggestivi orizzonti che, secondo <strong>un</strong>a nota pa gina <strong>di</strong><br />

Isard e Langford, si aprono allorché si possieda <strong>un</strong>a matrice regionale:<br />

la possibilità <strong>di</strong> indagare e governare problemi quali la localizzazione<br />

industriale, il controllo degli usi del territorio, le politiche della casa,<br />

la programmazione dei trasporti, l’inter<strong>di</strong>pendenza finanziaria fra gli<br />

enti locali, la <strong>di</strong>soccupazione, la scuola, l’assistenza sociale, il controllo<br />

dell’inquinamento idrico e atmosferico, ecc.. è noto che, trascinati<br />

dall’entusiasmo, i due famosi autori annettono al territorio <strong>di</strong> compe tenza<br />

dell’ input-output regionale anche i problemi della delinquenza giovanile<br />

e del <strong>di</strong>sarmo (Isard e Langford, 1969: in effetti, gli autori utiliz zano la<br />

tavola input-output <strong>un</strong>iregionale <strong>di</strong> Philadelphia per stu<strong>di</strong>are gli effetti<br />

della guerra del Vietnam sull’economia locale, accertando che <strong>un</strong>a spesa<br />

aggi<strong>un</strong>tiva dovuta alla guerra <strong>di</strong> 284 milioni <strong>di</strong> dollari generava <strong>un</strong> extraoutput<br />

<strong>di</strong> 996 milioni <strong>di</strong> dollari: è inquietante sapere che se la stessa spesa<br />

aggi<strong>un</strong>tiva fosse stata destinata alla scuola e all’e<strong>di</strong>lizia po polare l’impatto<br />

totale sarebbe stato inferiore <strong>di</strong> 40 milioni <strong>di</strong> dollari). In verità, nel 1977,<br />

la nostra decisione <strong>di</strong> varare il progetto per la costruzione <strong>di</strong> <strong>un</strong>a matrice<br />

intersettoriale toscana (MIT) si fondò su più tranquille considerazioni: il<br />

56 Schemi numerici, modelli interpretativi, meto<strong>di</strong> <strong>di</strong> programmazione


sostanziale affinamento delle tecniche input-output <strong>di</strong> questi ultimi tempi,<br />

<strong>un</strong>a certa accumulazione <strong>di</strong> esperienze po sitive, la promozione <strong>di</strong> progetti<br />

analoghi in altre regioni italiane, <strong>un</strong>a maggiore apertura dell’ISTAT alle<br />

esigenze regionali. Anche la felice con clusione del progetto scozzese e i<br />

primi concreti risultati delle sue appli cazioni pratiche ci confortarono non<br />

poco nel prendere <strong>un</strong>a decisione che, ridotta al suo nocciolo essenziale,<br />

significava vincere <strong>un</strong>a ra<strong>di</strong>cata (e tutt’altro che immotivata) riluttanza<br />

a «modellizzare» <strong>un</strong>a realtà come quella toscana, complicata e ambigua<br />

anche nel suo scheletro economico ma ad<strong>di</strong>rittura sfuggente nelle sue<br />

connotazioni socio-culturali, la cui in terpretazione <strong>un</strong>itaria rappresentava<br />

il risultato centrale della tra<strong>di</strong>zione <strong>di</strong> ricerca dell’IRPET.<br />

2. Gli obbiettivi del progetto per la matrice intersettoriale to scana<br />

(progetto MIT)<br />

Com<strong>un</strong>que, accertata l’esistenza <strong>di</strong> quelle pre-con<strong>di</strong>zioni, stimolati da<br />

altri esempi, convinti della necessità <strong>di</strong> <strong>un</strong>a rappresentazione semplice ma<br />

completa delle componenti del sistema regionale e della rete delle loro<br />

interazioni, almeno limitatamente alla struttura economica, si ri tenne <strong>di</strong> poter<br />

promuovere, con qualche speranza <strong>di</strong> successo, il progetto per la matrice<br />

toscana, assegnandogli alc<strong>un</strong>i obbiettivi fondamentali (cfr. oltre ai contributi<br />

pubblicati in questo volume: IRPET, 1980d; Ba gliori 1980a e 1980b).<br />

2.1 Il primo, quello <strong>di</strong> contribuire ad organizzare in <strong>un</strong> quadro <strong>un</strong>itario<br />

e coerente le conoscenze sulla struttura produttiva della Toscana, così<br />

come si era conformata per opera del processo <strong>di</strong> sviluppo post-bellico, ma<br />

ora probabilmente in <strong>un</strong>a nuova delicata fase <strong>di</strong> transizione. In proposito<br />

debbo forse ricordare, sia pur rapidamente, come la l<strong>un</strong>ga <strong>di</strong>scussione sullo<br />

sviluppo economico della Toscana (<strong>un</strong>a <strong>di</strong>scus sione che ha abbracciato<br />

tutta la seconda metà degli anni Settanta, pro vocata e alimentata<br />

prevalentemente -ma non certo esclusivamente- dai contributi dell’IRPET)<br />

abbia originato alc<strong>un</strong>e «controversie» come quelle circa: il ruolo giocato<br />

dalla piccola o dalla grande impresa; i comportamenti passati, o auspicabili<br />

in <strong>un</strong> quadro <strong>di</strong> politica economica, del settore privato o <strong>di</strong> quello a capitale<br />

pubblico; il <strong>di</strong>namismo e l’affi dabilità in prospettiva dei settori cosiddetti<br />

«tipici» (tessile, abbiglia mento, cuoio, calzature, legno e mobilio, ecc.) e<br />

comparativamente degli «altri» (<strong>di</strong> base o «nuovi»); i vantaggi e i rischi<br />

relativi <strong>di</strong> <strong>un</strong> sistema export-oriented rispetto ad <strong>un</strong>o più in<strong>di</strong>rizzato a<br />

sbocchi mercantili in terni; la pericolosità comparata della competizione<br />

sui mercati interna zionali dei prodotti toscani da parte dei paesi avanzati<br />

e da quelli in via <strong>di</strong> sviluppo; l’esistenza o meno <strong>di</strong> caratteri <strong>di</strong>fferenziali<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 57


tra le manifesta zioni della crisi in Toscana e nel complesso del Paese; la<br />

valutazione, positiva, negativa o problematica, degli andamenti dell’ultimo<br />

periodo e delle prospettive a me<strong>di</strong>o termine (per <strong>un</strong>a succosa e intelligente<br />

rico struzione del <strong>di</strong>battito, cfr. Flori<strong>di</strong>a, 1981).<br />

Successivamente la <strong>di</strong>scussione si è posta il problema <strong>di</strong> come<br />

interpretare alc<strong>un</strong>i innegabili, ma tutt’altro che <strong>un</strong>ivoci, segni <strong>di</strong> novità<br />

nell’economia regionale; se come avvio <strong>di</strong> <strong>un</strong>a nuova fase dello sviluppo<br />

re gionale o come crisi irreversibile <strong>di</strong> quella che fin qui si era chiamata la<br />

«formula toscana».<br />

Il p<strong>un</strong>to è evidentemente <strong>di</strong> <strong>un</strong>a certa delicatezza, in specie dal p<strong>un</strong>to <strong>di</strong><br />

vista dell’ipotesi -niente affatto garantita ma nemmeno del tutto ne gata- <strong>di</strong><br />

<strong>un</strong> possibile decollo operativo della programmazione regio nale.<br />

Da qui -nel <strong>di</strong>battito toscano- il quasi <strong>un</strong>anime riconoscimento della<br />

necessità <strong>di</strong> spingere l’analisi oltre la misura delle oscillazioni <strong>di</strong> breve<br />

periodo per identificare i trends strutturali attivati dall’interazione tra<br />

meccanismi endogeni (che, nella persistente <strong>di</strong>versità -già ricordata- tra<br />

i meccanismi degli «ambienti» economico-territoriali della To scana,<br />

esprimono <strong>un</strong>a significativa vivacità <strong>di</strong> certe produzioni «interme <strong>di</strong>e»<br />

del manifatturiero) e fattori esogeni (la posizione dei prodotti to scani sui<br />

mercati mon<strong>di</strong>ali nella contrastata e per ora non conclusa vi cenda della<br />

re<strong>di</strong>stribuzione dei ruoli).<br />

Non si è, invece, ancora prodotta <strong>un</strong>a significativa convergenza <strong>di</strong><br />

giu<strong>di</strong>zi -e nemmeno <strong>un</strong> apprezzabile confronto <strong>di</strong> opinioni- circa la qualità<br />

e gli esiti delle trasformazioni avvenute nel corso degli anni Set tanta, le<br />

cui <strong>di</strong>namiche (e soprattutto la possibilità <strong>di</strong> <strong>un</strong>a nitida decifrazione) sono<br />

peraltro non poco perturbate dall’impatto della crisi mon <strong>di</strong>ale e nazionale.<br />

Chi scrive ha proposto <strong>un</strong>’ipotesi interpretativa (cfr. Bianchi, 1982b)<br />

che, drasticamente semplificata, può essere così riass<strong>un</strong>ta nelle sue linee<br />

essenziali:<br />

a) nel decennio passato l’interazione tra fattori endogeni e meccani smi<br />

endogeni ha attivato alc<strong>un</strong>i processi:<br />

- <strong>un</strong>’ulteriore specializzazione manifatturiera dell’apparato pro duttivo<br />

regionale, con <strong>un</strong> lento declino dei settori tipici e <strong>un</strong>a meno lenta ma<br />

non impetuosa crescita dei settori «nuovi» (per la Toscana);<br />

- <strong>un</strong> sensibile incremento della produttività nel complesso delle produzioni<br />

manifatturiere;<br />

- <strong>un</strong>’ancora più marcata specializzazione esportatrice dell’indu stria<br />

regionale;<br />

-<br />

<strong>un</strong> comportamento demografico che si allinea a quello delle economie<br />

mature (le nascite non bilanciano più le morti e <strong>un</strong> saldo mi gratorio<br />

positivo non pareggia più il deficit naturale; alla fine del decen nio, per<br />

la prima volta, la popolazione toscana decresce in valore asso luto);<br />

58 Schemi numerici, modelli interpretativi, meto<strong>di</strong> <strong>di</strong> programmazione


- la <strong>di</strong>stribuzione dell’occupazione nei tre gran<strong>di</strong> settori (agricol tura,<br />

industria, servizi) evidenzia <strong>un</strong>a novità <strong>di</strong> rilievo: l’occupazione dei<br />

servizi, nel 1977, supera quella industriale (così come, nel 1955, quella<br />

industriale aveva superato l’occupazione agricola);<br />

b) quei processi stanno inducendo delle vere e proprie «mutazioni» nella<br />

struttura economica, sociale e territoriale della Toscana, che mo<strong>di</strong> ficano<br />

profondamente i «modelli» caratteristici dello sviluppo regionale postbellico:<br />

- l’aumento del capitale fisso produttivo (investimenti in macchi nari<br />

e tecnologie) rende meno labour intensive il «modello produttivo»:<br />

aumenta il prodotto ma ristagna e talvolta declina l’occupazione;<br />

- <strong>di</strong>ventano apprezzabili le prime manifestazioni corpose <strong>di</strong> terziario<br />

-<br />

superiore: informatica, attività promozionali, ecc.; mentre si per cepisce<br />

l’emergere, sulla base <strong>di</strong> <strong>un</strong>a prestigiosa tra<strong>di</strong>zione metalmecca nica,<br />

<strong>di</strong> quote <strong>di</strong> industria interme<strong>di</strong>a (interme<strong>di</strong>a per le tecnologie e per la<br />

collocazione intersettoriale, fra i settori <strong>di</strong> base e i settori finali), che<br />

si affiancano all’industria tipica tra<strong>di</strong>zionale. Terziario superiore e<br />

indu stria interme<strong>di</strong>a arricchiscono e «ammodernano» il «modello <strong>di</strong><br />

industrializzazione» ere<strong>di</strong>tato dal processo <strong>di</strong> sviluppo post-bellico;<br />

il «modello territoriale» delle «quattro Toscane» (campagna urbanizzata,<br />

aree turistico-industriali, aree urbane, campagna) subisce <strong>un</strong>a robusta<br />

sollecitazione per l’effetto congi<strong>un</strong>to <strong>di</strong> <strong>un</strong>a industrializza zione che si<br />

<strong>di</strong>ffonde dalla campagna urbanizzata investendo quasi tutta la campagna<br />

valliva e costiera e <strong>di</strong> <strong>un</strong>’incipiente evoluzione metropolitana del sistema<br />

urbano della Toscana centrale.<br />

Ecco: la matrice dovrà aiutarci a organizzare, approfon<strong>di</strong>re, controllare<br />

le conoscenze su questa fase dello sviluppo regionale. Certo, <strong>di</strong>nami smo e<br />

specificazione spaziale dei processi (per non <strong>di</strong>re delle loro quali ficazioni<br />

socio-culturali) si adattano malissimo a <strong>un</strong>o schema per defini zione statico,<br />

macroeconomico e quantitativo come quello della matrice. Ma alla Matrice<br />

Intersettoriale Toscana 1978 (MIT 78) noi chie<strong>di</strong>amo <strong>di</strong> far luce sulla<br />

struttura produttiva regionale fotografata nel corso del se condo ciclo del<br />

processo <strong>di</strong> industrializzazione. E dall’analisi dei flussi del suo commercio<br />

esterno vogliamo sapere qualcosa <strong>di</strong> affidabile sulla sua collocazione<br />

nella specializzazione internazionale e interregionale delle produzioni. Le<br />

stesse «cornici» della tavola, pur nella loro irrime <strong>di</strong>abile povertà numerica,<br />

possono essere rese eloquenti da <strong>un</strong>a lettura sensibile e competente: le<br />

«righe» degli inputs primari e le «colonne» della domanda finale potranno<br />

essere interrogate circa i rapporti fra la voro e processi produttivi e fra<br />

famiglie, imprese, governo locale. La ma trice resterà «geometrica»: ma<br />

perché non si può chiedere «finezza» al l’analista?<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 59


2.2 In attesa che le ipotesi interpretative sul nuovo ciclo dello sviluppo<br />

toscano possano essere confermate, mo<strong>di</strong>ficate o smentite dalla ricerca<br />

(anche grazie al contributo della matrice), si deve riconoscere che i<br />

responsabili della programmazione regionale mostrano <strong>di</strong> aver percepito<br />

i segni <strong>di</strong> novità, <strong>di</strong> cui si rintracciano ampie testimonianze nella parte<br />

<strong>di</strong> analisi dei documenti programmatici che precede la formulazione delle<br />

politiche (Regione Toscana, 1981).<br />

Descrivere la strategia <strong>di</strong> politica economica che i documenti della<br />

programmazione regionale propongono per farvi fronte esula dai limiti <strong>di</strong><br />

queste considerazioni. In estrema sintesi si può <strong>di</strong>re che si è immagi nato<br />

<strong>un</strong> insieme <strong>di</strong> programmi e <strong>di</strong> progetti, per settori e per aree terri toriali,<br />

orientati in queste <strong>di</strong>rezioni:<br />

-<br />

-<br />

-<br />

la valorizzazione delle risorse naturali (agricoltura, miniere, fonti<br />

energetiche, acqua), me<strong>di</strong>ante il rilancio <strong>di</strong> attività in declino e la<br />

promozione <strong>di</strong> attività nuove;<br />

la riqualificazione dei settori tipici, sia dal lato produttivo (nel l’ipotesi<br />

<strong>di</strong> dover cedere le produzioni meno qualificate e meno competi tive) che<br />

da quello mercantile, p<strong>un</strong>tando a rendere endogene al sistema f<strong>un</strong>zioni<br />

<strong>di</strong> interme<strong>di</strong>azione come quelle dei buyers, che secondo nostre stime<br />

controllano gli sbocchi <strong>di</strong> mercato <strong>di</strong> <strong>un</strong> quarto delle produzioni tipiche,<br />

mentre forniscono sofisticate prestazioni da terziario superiore all’intero<br />

paese, se è vero che il 60% <strong>di</strong> certi flussi d’export, le maglierie per<br />

esempio, sono alimentati da produzioni extra-toscane;<br />

spinta dall’industria tipica e trainata dal rilancio dei settori <strong>di</strong> base, ne<br />

dovrebbe derivare l’attivazione <strong>di</strong> quei nuclei <strong>di</strong> «industria in terme<strong>di</strong>a»<br />

che hanno, recentemente, mostrato <strong>un</strong>a <strong>di</strong>screta vivacità, come provano<br />

gli ampliamenti del potenziale produttivo e delle <strong>di</strong>men sioni me<strong>di</strong>e,<br />

l’intensificazione dell’utilizzo della capacità produttiva e -in alc<strong>un</strong>i<br />

perio<strong>di</strong>- le straor<strong>di</strong>narie prestazioni all’export delle industrie della<br />

plastica, della gomma, dell’acciaio, dell’elettromeccanica (Bianchi e<br />

Falorni, 1980).<br />

Ora -se si prescinde per <strong>un</strong> momento dalle con<strong>di</strong>zioni <strong>di</strong> «implementabilità»<br />

pratica <strong>di</strong> <strong>un</strong> siffatto <strong>di</strong>segno per limitarsi all’esercizio lo gico della<br />

valutazione <strong>di</strong> coerenza fra analisi e politiche- è del tutto evidente che <strong>un</strong>a<br />

strategia del genere richiede <strong>un</strong>a progettazione «fine» degli interventi e<br />

<strong>un</strong>a valutazione attenta delle alternative. Da qui il se condo obbiettivo del<br />

progetto MIT: rendere <strong>di</strong>sponibile <strong>un</strong>o strumento applicabile, entro certi<br />

limiti, al miglioramento dei processi decisionali della politica economica a<br />

scala regionale.<br />

Gli stessi documenti della programmazione toscana, del resto, sembrano<br />

alludere a <strong>un</strong> approccio in termini <strong>di</strong> matrici quando parlano della<br />

necessità <strong>di</strong> <strong>un</strong> «ispessimento del sistema delle relazioni interindustriali»,<br />

60 Schemi numerici, modelli interpretativi, meto<strong>di</strong> <strong>di</strong> programmazione


nel quadro <strong>di</strong> <strong>un</strong> rafforzamento «delle inter<strong>di</strong>pendenze fra i settori e, più in<br />

generale, fra grande e piccola impresa, fra impresa pubblica e pri vata».<br />

Le più utili applicazioni a cui si può fin d’ora pensare sono, oltre a quelle<br />

classiche della stima degli effetti sulle grandezze economiche rilevanti<br />

(produzione lorda, occupazione, ecc.) <strong>di</strong> variazioni della spesa finale, quelle<br />

della valutazione ex-ante, della fattibilità prima e delle con seguenze poi, <strong>di</strong><br />

strategie alternative in materia <strong>di</strong> investimenti e <strong>di</strong> spesa pubblica e quelle<br />

del calcolo delle possibili conseguenze <strong>di</strong> mo<strong>di</strong>ficazioni nella bilancia<br />

commerciale o nella struttura dell’occupazione o del si stema produttivo.<br />

In effetti, se la matrice si rivelerà affidabile, le sue applicazioni non<br />

dovrebbero costituire <strong>un</strong> problema: non mancano tecniche abbastanza<br />

sperimentate (del resto, per i nostri scopi, la tecnica input-output si può<br />

ritenere relativamente «matura»). La nostra ambizione, tuttavia, è quella<br />

<strong>di</strong> gi<strong>un</strong>gere ad applicazioni che non siano meri esercizi scolastici per<br />

attingere effettivamente il livello dell’ausilio ai processi decisionali. Prima<br />

che l’eventuale lettore <strong>di</strong> queste note maturi il sospetto <strong>di</strong> vedervi sin tomi<br />

<strong>di</strong> <strong>un</strong> ingenuo entusiasmo, voglio <strong>di</strong>chiarare subito che so bene come <strong>un</strong>a<br />

matrice consenta solo simulazioni assai semplificate degli eventi e delle<br />

loro ripercussioni: ma si tratta <strong>di</strong> esercizi che hanno i gran<strong>di</strong> vantaggi<br />

della quantificazione e del vincolo a considerare, simul taneamente, tutte le<br />

grandezze in gioco e a controllarne la compatibilità.<br />

2.3 Lo stesso controllo <strong>di</strong> compatibilità la matrice lo impone,<br />

inevitabilmente, ai dati che vi si immettono, quale che sia la loro fonte:<br />

statisti che ufficiali, rilevazioni <strong>di</strong>rette, stime ad hoc.<br />

è per questo che nel nostro progetto la realizzazione della matrice<br />

viene vista come «<strong>un</strong> momento dell’impostazione e della costruzione <strong>di</strong> <strong>un</strong><br />

organico e coerente sistema <strong>di</strong> conti economici regionali e, più in ge nerale,<br />

<strong>di</strong> <strong>un</strong> completo e coerente sistema informativo regionale» (IRPET, 1980d).<br />

Si tratta del terzo obbiettivo del progetto MIX dell’IRPET.<br />

La questione è complessa e per quanto molte volte <strong>di</strong>scussa si dovrà<br />

tornar presto ad occuparsene (Bianchi, 1978). Il lento processo <strong>di</strong> riforma<br />

dell’ISTAT, lo stato <strong>di</strong> collasso <strong>di</strong> molti canali informativi affidati alle<br />

Regioni, la necessità <strong>di</strong> <strong>un</strong> utilizzo appropriato dei risultati dei re centi<br />

censimenti economici e demografici, richiedono alla Toscana come a tutte<br />

le altre Regioni <strong>di</strong> dare <strong>un</strong>’elevata priorità ai problemi dell’infor mazione<br />

economico-sociale e <strong>di</strong> aprire, nei fatti, <strong>un</strong> nuovo rapporto, an zitutto con<br />

l’ISTAT e le Camere <strong>di</strong> Commercio, poi con le categorie eco nomiche e gli<br />

enti locali, gli organismi bancari, previdenziali, le imprese pubbliche, ecc.<br />

Un rapporto nel corso del quale cominciare a <strong>di</strong>scutere, se si vuole, <strong>di</strong> quello<br />

che, <strong>un</strong> po’ enfaticamente, ho definito «sistema in formativo regionale», ma<br />

avendo chiaro che sarebbe già <strong>un</strong> esito <strong>di</strong> straor<strong>di</strong>naria importanza se si<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 61


iuscisse a gestire razionalmente le stati stiche economiche e sociali definendo<br />

-nel concerto dei vari produttori-utilizzatori- gli standard della produzione e<br />

dell’accumulazione dei dati e le regole dello scambio informativo.<br />

Restando all’interno dell’or<strong>di</strong>namento regionale si può <strong>di</strong>re <strong>di</strong><br />

possedere <strong>un</strong> para<strong>di</strong>gma che consente -almeno così spero- <strong>di</strong> inquadrare<br />

appropriatamente la matrice in quello che ho creduto <strong>di</strong> poter chiamare<br />

il «modello informativo del sistema regionale <strong>di</strong> programmazione»<br />

(Bianchi, 1981b), In questo «modello» i flussi informativi generati dalle<br />

varie rilevazioni statistico-amministrative (nazionali, regionali e locali)<br />

assicurano il ritmo informativo <strong>di</strong> base, cioè gli inputs informativi che<br />

alimentano i fon<strong>di</strong> informativi (cioè gli archivi: «multiscopo», quelli<br />

generali prodotti dalla cooperazione fra i soggetti informativi alle varie<br />

scale territoriali; «<strong>di</strong> lavoro», quelli derivati dai precedenti per selezione<br />

secondo le esigenze degli organi della programmazione).<br />

Fon<strong>di</strong> e flussi informativi rappresentano la materia prima destinata ad<br />

essere elaborata me<strong>di</strong>ante gli strumenti <strong>di</strong> analisi:<br />

- <strong>di</strong> analisi permanente (e sono gli «osservatore <strong>di</strong> settore»: in teoria,<br />

tanti quanti sono i settori <strong>di</strong> intervento: mercato del lavoro, turi smo,<br />

agricoltura, ecc.);<br />

- <strong>di</strong> analisi periodale (e corrispondono alla pratica <strong>di</strong> reporting: rapporti<br />

perio<strong>di</strong>ci, normalmente annuali, sul sistema complessivo o su sue parti:<br />

popolazione, occupazione, esportazione, ecc.);<br />

- <strong>di</strong> analisi strutturale (e saranno, normalmente, modelli forma lizzati del<br />

sistema regionale o <strong>di</strong> sue componenti; se il «modello» è <strong>un</strong>a tavola<br />

input-output la sua centralità è ovvia come area <strong>di</strong> intersezione e luogo<br />

<strong>di</strong> controllo <strong>di</strong> <strong>un</strong>a molteplicità <strong>di</strong> informazioni originate dalle più<br />

<strong>di</strong>verse fonti).<br />

3. Le matrici regionali e l’articolazione multiregionale e infraregionale<br />

dell’analisi a fini <strong>di</strong> programmazione<br />

3.1 Va da sé che le esigenze <strong>di</strong> rendere più organica la conoscenza<br />

sulle economie regionali, <strong>di</strong> migliorare i processi decisionali della<br />

programmazione, <strong>di</strong> <strong>di</strong>sporre d’<strong>un</strong> adeguato sistema informativo non son<br />

certo esclusive della Toscana, se non per le particolari configurazioni che<br />

evidentemente assumono in questa specifica realtà regionale. E infatti a<br />

me sembra che l’attuale risorgente interesse per la realizzazione <strong>di</strong> matrici<br />

regionali possa essere interpretato, oltre che come il sintomo <strong>di</strong> <strong>un</strong> bisogno,<br />

per ora in<strong>di</strong>stinto magari ma in via <strong>di</strong> affioramento, <strong>di</strong> immettere «più tecnica»<br />

nei processi decisionali delle politiche regionali e lo cali, anche come <strong>un</strong>o<br />

dei significativi riflessi della più generale necessità <strong>di</strong> passare, nelle analisi<br />

62 Schemi numerici, modelli interpretativi, meto<strong>di</strong> <strong>di</strong> programmazione


e nelle decisioni <strong>di</strong> politica economica nazionale, da <strong>un</strong> «approccio per<br />

macro-aggregati» ad <strong>un</strong> «approccio per flussi multi-regionali». Insomma<br />

sembra che cominci a farsi strada l’ipotesi <strong>di</strong> <strong>un</strong> ribaltamento della logica<br />

che presiede alla costruzione dei quadri macro-economici, e precisamente:<br />

anziché <strong>di</strong>saggregare -come si fa oggi- gli aggregati nazionali per ottenere<br />

quelli territoriali/regionali, aggregare questi ultimi per arrivare ai primi (o,<br />

per lo meno, per verificarli).<br />

Dietro questa ipotesi c’è, evidentemente, il rifiuto <strong>di</strong> <strong>un</strong> atteggiamento<br />

culturale secondo cui le prospettive regionali sono il risultato della<br />

regionalizzazione <strong>di</strong> prospettive nazionali che non vengono messe<br />

in <strong>di</strong>scussione. Accettarlo, d’altra parte, equivarrebbe ad assumere<br />

implicitamente la neutralità della politica regionale e dei fattori spaziali<br />

sullo sviluppo nazionale. Si ricor<strong>di</strong>, per inciso, che questa ass<strong>un</strong>zione sta<br />

sostanzialmente alla base <strong>di</strong> tutti i più importanti documenti economici<br />

governativi <strong>di</strong> questi ultimi tempi.<br />

Si vorrebbe, invece, sperimentare e generalizzare, per quanto possi bile,<br />

<strong>un</strong> approccio in grado <strong>di</strong> restituire l’effettiva complessità, oltre che delle<br />

inter<strong>di</strong>pendenze fra i settori, anche delle inter<strong>di</strong>pendenze spaziali fra i vari<br />

sistemi territoriali, che costituiscono la concreta articolazione locale del<br />

sistema economico nazionale. (È questa l’ispirazione che sta alla base del<br />

progetto da l<strong>un</strong>go tempo perseguito da <strong>un</strong> gruppo <strong>di</strong> Istituti regionali <strong>di</strong><br />

ricerca per l’elaborazione <strong>di</strong> <strong>un</strong> «Rapporto interregionale sullo sviluppo<br />

economico nazionale»: è il così detto «RISE»).<br />

Non ho alc<strong>un</strong>a <strong>di</strong>fficoltà ad ammettere che <strong>un</strong> contributo forse decisivo<br />

alla soluzione del problema sarebbe quello <strong>di</strong> <strong>un</strong> sistema <strong>di</strong> matrici<br />

interregionali che coprisse l’intero Paese. Ma resto dell’opinione che giu sta<br />

sia stata la scelta <strong>di</strong> avviare, intanto, la costruzione dal basso <strong>di</strong> <strong>un</strong>a serie <strong>di</strong><br />

matrici regionali, non derivate meccanicamente dalle tavole nazionali.<br />

3.2 È chiaro che il problema della identificazione delle <strong>un</strong>ità <strong>di</strong> base<br />

<strong>di</strong> <strong>un</strong> sistema economico si ripropone anche a scala regionale, se si vuol<br />

ridurre l’area delle politiche in<strong>di</strong>fferenziate, in<strong>di</strong>scriminatamente estese a<br />

tutto il territorio. Gli interlocutori reali della Regione, i soggetti con i quali<br />

attivare meccanismi <strong>di</strong> contrattazione e <strong>di</strong> concertazione, non sono, in<br />

astratto, gli «enti locali», le «categorie», i «settori produttivi», ma <strong>un</strong>a serie<br />

specifica <strong>di</strong> combinazioni determinate <strong>di</strong> categorie operanti in certi mix<br />

<strong>di</strong> settori spazialmente localizzati (non il «settore tessile» o i «lavoratori<br />

tessili» in astratto, ma quel determinato comprensorio tessile con tutte le<br />

sue interrelazioni extratessili).<br />

Ma come procedere alla identificazione <strong>di</strong> queste <strong>un</strong>ità elementari (del<br />

sistema economico o della programmazione regionale, se si preferisce)?<br />

Nell’ambito del <strong>di</strong>battito -da <strong>di</strong>versi anni in corso in Italia- circa «i fattori<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 63


che possono spiegare le elevate capacità competitive e <strong>di</strong> sviluppo mostrate<br />

da certi insiemi <strong>di</strong> imprese <strong>di</strong> non gran<strong>di</strong> <strong>di</strong>mensioni e territorialmente<br />

concentrate» e sulla linea <strong>di</strong> pensiero aperta dalla rifles sione <strong>di</strong> A. Marshall<br />

«sulle interazioni interne ad <strong>un</strong> sistema <strong>di</strong> imprese (<strong>di</strong> non gran<strong>di</strong> <strong>di</strong>mensioni)<br />

spazialmente concentrate, e fra questo e <strong>un</strong>a certa popolazione (operaia<br />

e non), su <strong>un</strong> territorio ristretto» (Bellan<strong>di</strong>, 1981) è stato recentemente<br />

suggerito (Becattini, 1979) che, se si ricerca <strong>un</strong>’efficace «<strong>un</strong>ità <strong>di</strong> indagine<br />

dell’economia industriale», conviene pas sare dal «settore industriale»<br />

al «<strong>di</strong>stretto industriale», che si manifeste rebbe come «<strong>un</strong> ispessimento<br />

localizzato delle relazioni interindustriali».<br />

La proposta è suggestiva. Avendo l’occhio, per esempio, ai comprensori<br />

toscani del tessile e del cuoio, mi domando se non potrebbe essere<br />

circostanziata ponendo l’accento sull’intensità delle relazioni intra-settoriali<br />

(fra le <strong>un</strong>ità <strong>di</strong> <strong>un</strong>o stesso settore) e delle più generali inter<strong>di</strong>pendenze<br />

economico-sociali (con le famiglie, con i servizi all’industria, con<br />

la pubblica amministrazione, con <strong>un</strong>a particolare organizzazione del<br />

territorio), in <strong>un</strong> quadro <strong>di</strong> piuttosto relativa debolezza delle relazioni<br />

intersettoriali all’interno della regione.<br />

Non voglio davvero sostenere che la matrice regionale sia <strong>un</strong>o<br />

strumento specifico per la soluzione <strong>di</strong> questi problemi. È noto a tutti che<br />

esistono altri strumenti che, me<strong>di</strong>ante l’osservazione dei comportamenti<br />

dei soggetti <strong>di</strong> <strong>un</strong>a com<strong>un</strong>ità (per esempio: analizzando la rete <strong>di</strong> relazioni<br />

determinata dagli spostamenti quoti<strong>di</strong>ani casa-lavoro), consentono <strong>di</strong><br />

identificare sistemi sub-regionali. Tra l’altro, <strong>un</strong>a particolare applica zione<br />

<strong>di</strong> tali meto<strong>di</strong> ha consentito all’IRPET <strong>di</strong> elaborare <strong>un</strong>a zonizzazione della<br />

Toscana, su cui si è fondata la legge regionale che ha istituito in Toscana<br />

le Associazioni intercom<strong>un</strong>ali (Sforzi, 1982). Tuttavia entità sub-regionali<br />

e matrici regionali non sono <strong>un</strong>iversi <strong>di</strong> <strong>di</strong>scorso privi <strong>di</strong> intersezioni:<br />

soprattutto se si ammette che le prime possano essere rin tracciate laddove<br />

si accertino «ispessimenti localizzati delle relazioni in terindustriali » che è,<br />

per l’app<strong>un</strong>to, ufficio delle seconde rilevare e misu rare.<br />

Del resto, andando oltre i sillogismi terminologici:<br />

-<br />

-<br />

sono <strong>di</strong>sponibili tecniche abbastanza affidabili per derivare,<br />

economicamente e utilmente, matrici -<strong>di</strong>ciamo così- «comprensoriali»<br />

da matrici regionali (non molto tempo fa lo hanno fatto proprio i nostri<br />

amici scozzesi, con esiti a quanto pare sod<strong>di</strong>sfacenti, per l’area <strong>di</strong><br />

Strathclyde; cfr. SCRI, 1978);<br />

data la peculiarità dei comportamenti localizzativi <strong>di</strong> <strong>un</strong>a parte<br />

significativa dell’industria toscana (la Val <strong>di</strong> Bisenzio per l’industria<br />

tessile, il Me<strong>di</strong>o-Basso Valdarno per l’industria delle pelli e del cuoio,<br />

ecc.) non sarebbe temerario connotare territorialmente <strong>di</strong>verse righe e<br />

colonne delle matrici toscane.<br />

64 Schemi numerici, modelli interpretativi, meto<strong>di</strong> <strong>di</strong> programmazione


4. Alc<strong>un</strong>e specificità del progetto MIT<br />

4.1 Non so se da quanto son venuto fin qui scrivendo si capisca davvero<br />

perché l’IRPET abbia deciso <strong>di</strong> correre l’avventura <strong>di</strong> costruire <strong>un</strong>a serie <strong>di</strong><br />

matrici regionali. Potrei limitarmi a ripetere con J. Mc Gilvray che vale la<br />

pena <strong>di</strong> farlo quando si sia in presenza <strong>di</strong> «<strong>un</strong> sistema eco nomico regionale<br />

<strong>di</strong> me<strong>di</strong>a <strong>di</strong>mensione, <strong>di</strong>versificato ed aperto verso l’e sterno». E riba<strong>di</strong>re,<br />

con V. Bulmer-Thomas, che -in tal caso- la ma trice va stimata con metodo<br />

<strong>di</strong>retto dovendosi determinare i flussi lor<strong>di</strong> delle transazioni col resto del<br />

Paese e col resto del mondo, dato che, se condo lui, «le tavole input-output<br />

‘buone’ si <strong>di</strong>stinguono da quelle ‘cat tive’ sulla base della loro capacità <strong>di</strong><br />

stimare accuratamente i flussi <strong>di</strong> scambio».<br />

Mi pare però che <strong>un</strong> supplemento <strong>di</strong> motivazioni si possa ricavare da<br />

<strong>un</strong>a breve esposizione delle specificità del progetto m i t (che presentano,<br />

probabilmente, anche qualche profilo <strong>di</strong> utilità per quanti potessero es sere<br />

interessati a progetti consimili).<br />

La prima specificità è quella dell’itinerario seguito: <strong>un</strong>a matrice in<strong>di</strong>retta<br />

per l’anno 1975 (in due versioni: MIT 75 e MIT 75A), <strong>un</strong>a nuova in<strong>di</strong>retta<br />

per l’anno 1977 (MIT 77), <strong>un</strong>a matrice <strong>di</strong>retta per l’anno 1978 (MIT 78).<br />

Il presupposto <strong>di</strong> quest’itinerario risiede nella circostanza che i due meto<strong>di</strong><br />

«classici» (la matrice regionale derivata, più o meno meccanicamente, da<br />

quella nazionale; la matrice stimata, anche se non comple tamente, sulla<br />

base <strong>di</strong> <strong>un</strong> campione <strong>di</strong> imprese o enti) non si sono consi derati alternativi,<br />

ma piuttosto complementari e come tali da percorrere in sequenza. Si è<br />

ritenuto, infatti, che fosse necessario padroneggiare fonti e tecniche<br />

(meto<strong>di</strong> scientifici ed espe<strong>di</strong>enti artigianali) me<strong>di</strong>ante l’e sperienza delle<br />

«in<strong>di</strong>rette» prima <strong>di</strong> lanciare la complessa e costosa in dagine per la<br />

«<strong>di</strong>retta», e che -al tempo stesso- fosse utile mettere a p<strong>un</strong>to <strong>un</strong>o stile <strong>di</strong><br />

lavoro coerente con <strong>un</strong>a filosofia operativa, secondo la quale la matrice non<br />

è mai <strong>un</strong>’operazione compiuta <strong>un</strong>a volta per tutte, ma <strong>un</strong>a sorta <strong>di</strong> work-inprogress<br />

permanente.<br />

4.2 La seconda specificità <strong>di</strong>pende dal fatto che, fin dall’inizio, la matrice<br />

è stata pensata come il «cuore» <strong>di</strong> <strong>un</strong> più generale sistema <strong>di</strong> modelli. Mi<br />

preme sottolineare che non si tratta <strong>di</strong> <strong>un</strong>a razionalizzazione ex-post. In <strong>un</strong>a<br />

<strong>di</strong>chiarazione alla stampa all’atto della presentazione pubblica del progetto<br />

m i t si <strong>di</strong>ceva infatti: «per dare <strong>un</strong>a base consi stente, da <strong>un</strong> p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> vista<br />

tecnico-analitico, al modello <strong>di</strong> programma zione in atto bisogna dotarci <strong>di</strong><br />

<strong>un</strong> ‘modello rappresentativo’ del sistema regionale, valido a fini descrittivi,<br />

pre<strong>di</strong>ttivi e <strong>di</strong> esplorazione delle alter native. Quel complesso <strong>di</strong> conoscenze<br />

che va sotto il nome <strong>di</strong> regional science ha reso <strong>di</strong>sponibile da tempo <strong>un</strong>a<br />

<strong>di</strong>screta strumentazione tecnica e applicativa. Il suo impiego in <strong>un</strong> contesto<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 65


complesso come quello to scano, credo però che induca piuttosto a pensare<br />

non tanto ad <strong>un</strong> ‘modellone’ omnicomprensivo quanto a <strong>un</strong>a ‘famiglia <strong>di</strong><br />

modelli’, <strong>di</strong> agevole manovra per esercizi <strong>di</strong> simulazione effettivamente<br />

utili per i policy-makers. In questa prospettiva siamo partiti, come si sa,<br />

dalla costruzione <strong>di</strong> <strong>un</strong>a matrice input-output dell’economia regionale».<br />

Il sistema <strong>di</strong> modelli <strong>di</strong> cui la MIT è il «cuore» è quello ora in corso <strong>di</strong><br />

ultimazione nel quadro del Tuscany Case Study previsto dall’accordo <strong>di</strong><br />

cooperazione scientifica IRPET-IIASA-IASI/CNR.<br />

Il sistema <strong>di</strong> modelli è finalizzato a scopi <strong>di</strong> previsione a me<strong>di</strong>o<br />

termine, valutazione <strong>di</strong> politiche e programmazione. Ciò vuol <strong>di</strong>re<br />

che i singoli moduli (oltre che il sistema integrato) possono produrre<br />

previsioni consistenti (se si con<strong>di</strong>vide l’idea che previsioni fondate su<br />

relazioni causali siano più affidabili delle semplici proiezioni dei trends).<br />

Gli stessi modelli possono servire anche per le analisi <strong>di</strong> impatto delle<br />

politi che, considerando queste come esercizi <strong>di</strong> previsione con<strong>di</strong>zionata<br />

(secondo lo schema <strong>di</strong> ragionamento: se ... allora ...). Se è dato <strong>un</strong> criterio<br />

delle politiche desiderate (in altri termini <strong>un</strong>a f<strong>un</strong>zione obbiettivo da<br />

ottimizzare) il sistema può trovare poi utile impiego anche a fini normativi<br />

(<strong>di</strong> programmazione). In ogni caso il sistema <strong>di</strong> modelli non è in<strong>di</strong>rizzato a<br />

problemi <strong>di</strong> stabilizzazione a breve termine né a problemi <strong>di</strong> cambia mento<br />

tecnologico nel l<strong>un</strong>go periodo.<br />

Un’accurata descrizione delle specifiche del sistema e dei modelli che<br />

lo compongono si trova in: Cavalieri, Martellato e Snickars (1982). Qui<br />

credo basti ricordarne i tratti essenziali. Si tratta, anzitutto, <strong>di</strong> <strong>un</strong> sistema<br />

biregionale (Toscana e Resto d’Ita lia), ove ogn<strong>un</strong>a delle due «regioni»<br />

è analizzata con specifici modelli, più dettagliati per la Toscana, e che<br />

presenta, rispetto ai modelli multi-regionali similari:<br />

- <strong>un</strong>a maggiore enfasi sul commercio internazionale (Cavalieri, 1981);<br />

-<br />

<strong>un</strong>a maggiore accuratezza nel trattamento del settore pubblico (considerato<br />

sia come produttore <strong>di</strong> beni e servizi pubblici -inclusi i trasferimenti- che<br />

come offerta <strong>di</strong> infrastrutture: Maltinti e Petretto, 1981).<br />

Il sistema comprende sette moduli:<br />

- il modello input-output biregionale Toscana-Resto d’Italia (in pratica<br />

-<br />

-<br />

-<br />

la MIT, complementata dalla matrice per il Resto d’Italia), che -come<br />

ho già detto- costituisce analiticamente il core model del sistema<br />

(Martellato, 1982);<br />

il modello del commercio internazionale della Toscana (<strong>un</strong> mo dello<br />

<strong>di</strong> domanda, specificato per merce e paese importatore, ammette certi<br />

gra<strong>di</strong> <strong>di</strong> sostituzione tra flussi internazionali e interregionali);<br />

il modello degli investimenti privati nella regione: endogenizza gli<br />

investimenti produttivi, determinando i limiti <strong>di</strong> capacità produttiva;<br />

il modello del mercato del lavoro (collegato alla produzione me<strong>di</strong>ante<br />

66 Schemi numerici, modelli interpretativi, meto<strong>di</strong> <strong>di</strong> programmazione


-<br />

-<br />

-<br />

l’input <strong>di</strong> lavoro, interagisce col modello della popolazione tramite<br />

movimenti migratori, tassi <strong>di</strong> attività e <strong>di</strong> <strong>di</strong>soccupazione);<br />

il modello della popolazione (sviluppato secondo lo schema dei flussi<br />

migratori multiregionali elaborato allo IIASA: Willekens e Rogers,<br />

1978);<br />

il modello del consumo privato (che applica l’approccio Inforum<br />

derivato per l’Italia dal progetto Intimo realizzato nel quadro della<br />

cooperazione IRPET-Sogesta: Grassini, 1982);<br />

il modello del settore pubblico (<strong>un</strong>a delle parti più originali<br />

dell’intero sistema), che consente <strong>di</strong> analizzare l’impatto <strong>di</strong> <strong>di</strong>fferenti<br />

configurazioni <strong>di</strong> spesa pubblica per servizi sociali (il collegamento<br />

fra i red<strong>di</strong>ti <strong>di</strong>sponibili e gli output settoriali poggia su <strong>un</strong>a matrice<br />

del red <strong>di</strong>to <strong>di</strong>sponibile, costruita per la Toscana e il Resto d’Italia,<br />

prendendo in considerazione il prelievo fiscale e i trasferimenti<br />

<strong>di</strong>saggregati per settori).<br />

Naturalmente questa telegrafica presentazione del sistema <strong>di</strong> modelli<br />

del Tuscany Case Study non basta davvero nemmeno a darne <strong>un</strong>’idea (e,<br />

infatti, si sono forniti gli opport<strong>un</strong>i riferimenti bibliografici): ma qui si<br />

voleva semplicemente <strong>di</strong>re che questo progetto sarebbe stato inimmaginabile<br />

se non si fosse posseduta <strong>un</strong>a matrice regionale (<strong>di</strong>retta), mentre<br />

l’utilità applicativa della m i t risulta straor<strong>di</strong>nariamente esaltata dagli<br />

strumenti analitici costruiti al suo intorno.<br />

4.3 La terza specificità consiste nel fatto che consideriamo il Progetto<br />

MIT non <strong>un</strong> semplice tema <strong>di</strong> ricerca che si esaurisce con la produzione<br />

della MIX 78, ma come <strong>un</strong> impegno <strong>di</strong> lavoro permanente per l’IRPET.<br />

Le prospettive <strong>di</strong> ricerca già inscritte intrinsecamente nel progetto sono<br />

state a suo tempo definite (Biggeri e Tani, 1979). Qui mi riferisco, in vece,<br />

alle <strong>di</strong>rettrici <strong>di</strong> ricerca che richiederanno <strong>un</strong> lavoro continuativo:<br />

-<br />

-<br />

per il perfezionamento delle stime; i valori dei principali aggre gati<br />

<strong>di</strong>vergono a seconda che si assumano o meno i vincoli dei dati uffi ciali<br />

della contabilità regionale: si tratta <strong>di</strong> affinare stime dei coefficienti e<br />

riporti all’<strong>un</strong>iverso (anche me<strong>di</strong>ante rilevazioni integrative e verifiche<br />

con l’ISTAT) per determinare valori affidabili su cui costruire <strong>un</strong>a<br />

«nuova» contabilità regionale, secondo gli obbiettivi iniziali del<br />

progetto;<br />

per la specificazione della matrice; gli aspetti più interessanti, dal nostro<br />

p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> vista riguardano: <strong>un</strong>a maggiore articolazione delle branche<br />

(risultati positivi si sono già ottenuti, ad esempio, per la Branca Tessile,<br />

«splittata» in cinque sottobranche: Filatura, Tessitura, Maglieria,<br />

Rifinizione, Altre Produzioni; cfr. Grassi, 1982b); <strong>un</strong> più accurato trattamento<br />

<strong>di</strong> aspetti specificamente «toscani» come le lavorazioni per<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 67


conto terzi o il turismo; lo sviluppo del promettente approccio seguito<br />

per l’inserimento del settore pubblico in <strong>un</strong>o schema input-output (v.<br />

Maltinti e Petretto, 1982); qualche tentativo <strong>di</strong> articolazione settorialeterritoriale;<br />

- per l’aggiornamento: il know-how acquisito con l’esperienza delle<br />

matrici in<strong>di</strong>rette ci ha reso convinti della fecon<strong>di</strong>tà <strong>di</strong> questo me todo,<br />

controllato ma fortemente pragmatico, che, integrando dati uffi ciali,<br />

rilevazioni parziali, stime <strong>di</strong> esperti, consente la sistematica produ zione<br />

<strong>di</strong> matrici, almeno a cadenza biennale.<br />

4.4 La quarta specificità non è poi così peculiare come le altre: si<br />

tratta, infatti, dell’elevato grado <strong>di</strong> priorità che assegnamo al profilo delle<br />

applicazioni. Un profilo certamente com<strong>un</strong>e anche agli altri esperimenti<br />

<strong>di</strong> matrici regionali oggi in corso in Italia. Noi vorremmo procedere su<br />

questa <strong>di</strong>rezione <strong>di</strong> lavoro percorrendo, se ci riusciremo, due strade<br />

parallele: <strong>un</strong> sistematico rapporto <strong>di</strong> collaborazione con gli utilizzatori (in<br />

prima istanza: gli organi della programmazione regionale) e l’attivazione<br />

<strong>di</strong> <strong>un</strong>o specifico filone <strong>di</strong> stu<strong>di</strong>, aperto a forme definite <strong>di</strong> cooperazione<br />

scientifica con istituti <strong>un</strong>iversitari e altri centri <strong>di</strong> ricerca. Questo se condo<br />

aspetto non dovrebbe presentare particolari <strong>di</strong>fficoltà: il primo mantiene<br />

qualche p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> problematicità. Isard ci ricordava, poco più <strong>di</strong> due anni<br />

fa, che la neonata scienza regionale colse i suoi primi suc cessi presso i<br />

platinerà e i policy-makers proprio sul terreno dell’analisi input-output<br />

(Isard, 1982).<br />

Ma Glickman (1980) ci ammonisce che i modelli input-output sem brano<br />

avere <strong>un</strong>o scarso appeal per i responsabili del decision making, stando<br />

agli esiti della sua rassegna sull’uso dei modelli empirici nelle analisi<br />

a fini <strong>di</strong> politica regionale. Per ora non posso andar oltre <strong>un</strong>a pla tonica<br />

<strong>di</strong>chiarazione <strong>di</strong> intenti: cercheremo <strong>di</strong> darci da fare, facendo te soro delle<br />

altrui esperienze (probabilmente si può imparare qualcosa da gli scozzesi)<br />

e valorizzando l’investimento fatto con l’inserimento della matrice in <strong>un</strong><br />

sistema <strong>di</strong> modelli, che dovrebbe moltiplicarne le opportu nità <strong>di</strong> utilizzo,<br />

<strong>di</strong>retto e in<strong>di</strong>retto.<br />

5. Profili della cooperazione interregionale<br />

Tenuto conto che il progetto toscano si muove in sincronia con altri progetti<br />

similari (segnatamente con quello veneto e con quello emiliano) vale la pena<br />

<strong>di</strong> riconsiderare alc<strong>un</strong>i aspetti <strong>di</strong> impostazione generale, che mi sembrano<br />

cruciali per la cre<strong>di</strong>bilità del « movimento per le matrici regionali».<br />

68 Schemi numerici, modelli interpretativi, meto<strong>di</strong> <strong>di</strong> programmazione


C’è anzitutto, mi pare, la necessità <strong>di</strong> <strong>un</strong> severo vaglio critico delle<br />

ipotesi, dei dati e dei meto<strong>di</strong> ass<strong>un</strong>ti, se le matrici regionali debbono<br />

evolversi da esercizi, nemmeno sempre eleganti, a strumenti <strong>di</strong> lavoro<br />

effettivamente utilizzabili.<br />

è la sola strada che può permetterci <strong>di</strong> abbandonare lo scivoloso sentiero<br />

dei controlli <strong>di</strong> plausibilità e <strong>di</strong> verosimiglianza, che portano ad ac cettare<br />

i dati <strong>di</strong> <strong>un</strong>a tavola quando confermano ciò che sappiamo o cre <strong>di</strong>amo <strong>di</strong><br />

sapere. Il problema evidentemente è invece quello <strong>di</strong> usare la tavola come<br />

strumento capace <strong>di</strong> farci vedere ciò che è invisibile ad oc chio nudo. E<br />

suoi risultati saranno tanto più utili (se affidabili) quanto più parranno<br />

«controintuitivi».<br />

In<strong>di</strong>cherei poi l’esigenza <strong>di</strong> gi<strong>un</strong>gere a formulare <strong>un</strong> «co<strong>di</strong>ce<br />

metodologico» tendenzialmente <strong>un</strong>itario cui ricondurre i vari progetti <strong>di</strong><br />

ma trice regionale, se resta valido l’obbiettivo non tanto <strong>di</strong> <strong>un</strong>a costruzione<br />

dal basso dei conti nazionali, quanto quello <strong>di</strong> <strong>un</strong>a costruzione sul posto<br />

dei conti regionali e se si può assumere l’ipotesi <strong>di</strong> <strong>un</strong>a <strong>di</strong>sponibilità, per<br />

altro già ampiamente sperimentata, a forme <strong>di</strong> collaborazione e a rap porti<br />

<strong>di</strong> reciproca informazione fra i vari gruppi <strong>di</strong> ricerca.<br />

Su queste premesse si possono formulare alc<strong>un</strong>e sintetiche proposi zioni<br />

«auspicatorie»:<br />

-<br />

-<br />

-<br />

-<br />

definire la lista dei criteri metodologici necessari per assicurare <strong>un</strong><br />

livello minimo <strong>di</strong> comparabilità fra le matrici regionali e fra queste e le<br />

tavole nazionali;<br />

concretizzare <strong>un</strong>a serie limitata e realistica <strong>di</strong> richieste da avan zare<br />

all’ISTAT, per esempio per l’ampliamento (forse anche a spese delle<br />

regioni) <strong>di</strong> alc<strong>un</strong>e indagini campionarie (produzioni, valore aggi<strong>un</strong>to,<br />

consumi, occupazione) per ottenere <strong>un</strong>a migliore rappresentatività dei<br />

dati <strong>di</strong> base a livello regionale e la rilevazione dei flussi interregionali<br />

oltre che <strong>di</strong> quelli internazionali;<br />

tentare <strong>un</strong>a programmazione concertata degli stu<strong>di</strong> metodolo gici e delle<br />

analisi <strong>di</strong> settore, per ampliare e approfon<strong>di</strong>re le indagini ri ducendo il<br />

carico per i singoli progetti;<br />

tendere ad <strong>un</strong>a specializzazione delle rilevazioni <strong>di</strong>rette, miran dole sui<br />

settori più rilevanti o specifici nelle <strong>di</strong>verse situazioni.<br />

Come si vede, si tratta solo <strong>di</strong> <strong>un</strong>a applicazione del principio della<br />

<strong>di</strong>visione del lavoro, mentre la speranza in <strong>un</strong>a più attiva collaborazione<br />

interregionale fa da antidoto al timore che la faticosità <strong>di</strong> operazioni come<br />

quelle <strong>di</strong> cui si parla possano indurre, dopo l’acme della pubblica zione<br />

delle tavole ad <strong>un</strong> rilassamento prima e a <strong>un</strong>o spegnimento poi dell’attività<br />

<strong>di</strong> ricerca su questo tema.<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 69


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70 Schemi numerici, modelli interpretativi, meto<strong>di</strong> <strong>di</strong> programmazione


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<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 71


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72 Schemi numerici, modelli interpretativi, meto<strong>di</strong> <strong>di</strong> programmazione


«MATURITà PRECOCE»: UNA MODERNIZZAZIONE A RISCHIO*<br />

Giuliano Bianchi<br />

1. Foschi presagi<br />

I presagi che all’inizio degli anni ‘70 si formulavano sul futuro prossimo e<br />

meno prossimo del «modello toscano <strong>di</strong> sviluppo» (locuzione debitamente<br />

-quanto infondatamente- virgolettata come d’<strong>un</strong>a cosa che forse c’era e<br />

forse no) erano invariabilmente foschi.<br />

Come può durare -si argomentava- quel modello stretto com’è nella<br />

duplice morsa della competizione sul fronte delle tecnologie e del controllo<br />

dei mercati e della concorrenza, da parte dei paesi più avanzati, e, da parte<br />

dei paesi in via <strong>di</strong> sviluppo, sui prezzi delle produzioni «mature», grazie ai<br />

minori costi del lavoro? Tanto più -si aggi<strong>un</strong>geva- che la specializzazione<br />

nei prodotti «maturi» (<strong>un</strong> aggettivo, questo, che viene profferito come<br />

<strong>un</strong>’ingiuria: poi si <strong>di</strong>scuterà se fosse più maturo <strong>un</strong> gingillo elettronico<br />

montato dalle lavoranti a domicilio <strong>di</strong> Taiwan o <strong>un</strong> nuovo modello <strong>di</strong><br />

scarpe <strong>di</strong> Ferragamo) stava cacciando l’economia toscana in <strong>un</strong> cul <strong>di</strong><br />

sacco. L’allarme sulla finitezza delle risorse lanciato dal Club <strong>di</strong> Roma<br />

col suo manifesto sui «limiti dello sviluppo», la fine dell’energia a buon<br />

mercato ann<strong>un</strong>ciata dal settembre 1973 (oggi sappiamo che non si trattava<br />

tanto <strong>di</strong> scarsità fisica del petrolio quanto <strong>di</strong> scarsità economica e politica;<br />

e c’è chi -Marchetti, 1976- profetizza quel che p<strong>un</strong>tualmente è avvenuto:<br />

«la caduta a candela dei prezzi del greggio alla metà degli anni ‘80»), il<br />

brusco rincaro dei prezzi delle materie prime: tutto induceva a prevedere<br />

se non la fine imme<strong>di</strong>ata, certo almeno <strong>un</strong> repentino ri<strong>di</strong>mensionamento,<br />

del modello consumistico, che in <strong>un</strong> certo senso aveva fatto le fort<strong>un</strong>e <strong>di</strong><br />

<strong>un</strong>’economia come quella toscana.<br />

Un’economia -si sentenziava, infine- basata su piccole e piccolissime<br />

imprese, con <strong>un</strong>a grande industria pubblica e privata in declino, e quin<strong>di</strong><br />

intrinsecamente debole e per soprammercato perigliosamente esposta ai<br />

capricci della domanda internazionale.<br />

E c’era perfino chi, come la Federazione regionale toscana della Cgil<br />

(giugno 1973), accusando il modello toscano <strong>di</strong> <strong>un</strong>o sviluppo «per zone<br />

o bacini», come se i «<strong>di</strong>stretti industriali», anziché <strong>un</strong> p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> forza,<br />

ne fossero <strong>un</strong>a malattia congenita, non si peritava a <strong>di</strong>chiarare che «<strong>un</strong>o<br />

sviluppo <strong>di</strong> tal sorta non può rivelarsi duraturo», poco importando che<br />

com<strong>un</strong>que ormai durasse da oltre vent’anni.<br />

∗ Testo contenuto in Mori G. (a cura <strong>di</strong>) (1986), Storia d’Italia. Le Regioni dall’Unità ad oggi. La<br />

Toscana, Einau<strong>di</strong>, Torino, pp. 927-1002.<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 73


Certo, la bufera della prima metà degli anni ‘70, che sconquassa la<br />

rete dei commerci internazionali, mette a dura prova le più consolidate<br />

economie industriali, porta ai limiti della rottura la cooperazione<br />

internazionale, non può non lasciar segni visibili anche sull’economia<br />

toscana. E <strong>un</strong> osservatore in<strong>di</strong>pendente (Ricci, 1974), analizzando la<br />

congi<strong>un</strong>tura regionale nel <strong>di</strong>cembre 1974, li registra p<strong>un</strong>tualmente: caduta<br />

della domanda, dell’occupazione, della produzione e degli investimenti<br />

pur senza riscontrare andamenti peggiori in Toscana che nel resto del<br />

paese. Che è proprio quello che segnala, invece, l’Unione regionale delle<br />

Camere <strong>di</strong> commercio nel luglio del 1975, quando «azzarda l’ipotesi che<br />

la Toscana subisca maggiormente gli influssi negativi della congi<strong>un</strong>tura<br />

nazionale e internazionale» e, da questa constatazione, si spinge fino a<br />

reclamare «coraggiose riconversioni dell’apparato industriale». Richiesta,<br />

vale la pena <strong>di</strong> osservare <strong>di</strong> sfuggita, inusitata da parte <strong>di</strong> <strong>un</strong>a fonte che si<br />

era <strong>di</strong>stinta per le lo<strong>di</strong>, anche sperticate, del modello toscano <strong>di</strong> sviluppo.<br />

Modello del quale, invece e coerentemente con <strong>un</strong> atteggiamento mantenuto<br />

ininterrottamente da <strong>un</strong> decennio, il sindacato proclama la crisi definitiva.<br />

Più o meno negli stessi giorni, lo stesso osservatore in<strong>di</strong>pendente prima<br />

ricordato (Ricci, 1975), pur segnalando la «gravità della situazione in atto»,<br />

richiama l’attenzione su «i sod<strong>di</strong>sfacenti andamenti del commercio con<br />

l’estero»: e qui, in <strong>un</strong> manifesto eccesso <strong>di</strong> entusiasmo (sapendo -col senno<br />

<strong>di</strong> poi!- quel che è successo) si lascia scappare <strong>un</strong>a frase come «l’inflazione<br />

pare ormai definitivamente imbrigliata».<br />

Ma il fatto che qualche in<strong>di</strong>catore torni a misure più rassicuranti non<br />

convince la Federazione regionale Cgil, Cisl e Uil che nel novembre del<br />

1975 conferma la sua convinzione «che la crisi si avvia in Toscana verso<br />

<strong>un</strong>a fase <strong>di</strong> maggior acutezza dovuta alla mancanza <strong>di</strong> prospettive delle<br />

produzioni tra<strong>di</strong>zionali».<br />

Mentre imperversa, si fa per <strong>di</strong>re, questa polemica sulla capacità <strong>di</strong><br />

tenuta del «modello toscano» rispetto alla crisi e sulle sue prospettive a<br />

me<strong>di</strong>o termine, l’Istituto regionale <strong>di</strong> ricerca, che aveva prodotto nel 1969<br />

il primo tentativo <strong>di</strong> interpretazione organica dello sviluppo toscano del<br />

dopoguerra (<strong>Irpet</strong>, 1969), promuove (febbraio 1976) <strong>un</strong> seminario con lo<br />

scopo <strong>di</strong> presentare la nuova, e più articolata e documentata, interpretazione<br />

dello sviluppo economico toscano elaborata dall’Istituto (Becattini, 1997).<br />

Ma non si vuol perdere l’occasione per <strong>un</strong> intervento nella polemica sulla<br />

tenuta e le sorti del modello toscano. Cosi, nella relazione introduttiva al<br />

seminario, ci si preoccupa <strong>di</strong> <strong>di</strong>mostrare la «vitalità della formula toscana,<br />

in termini <strong>di</strong> resistenza del sistema alle violente sollecitazioni cui era<br />

stato sottoposto» e si riba<strong>di</strong>sce la «vali<strong>di</strong>tà del modello interpretativo in<br />

termini <strong>di</strong> capacità a spiegare ragioni e mo<strong>di</strong> delle risposte del sistema<br />

a quelle sollecitazioni». Anzi -ponendosi in frontale contrapposizione al<br />

74 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio


coro pressoché <strong>un</strong>anime dei giu<strong>di</strong>zi catastrofisti- l’Istituto fa presente come<br />

sembrasse «più corretto parlare non tanto <strong>di</strong> resistenza quanto <strong>di</strong> reattività<br />

del sistema, visto il <strong>di</strong>namismo col quale, in <strong>un</strong> complesso ma non confuso<br />

intreccio <strong>di</strong> spinte e controspinte» la Toscana aveva saputo «catturare ogni<br />

opport<strong>un</strong>ità proposta dalla domanda esterna e penetrare in ogni pertugio<br />

offerto dai mercati <strong>di</strong> sbocco, sicché gli in<strong>di</strong>catori <strong>di</strong> recessione (il ricorso<br />

alla cassa integrazione, per esempio) registrano i minimi storici, mentre<br />

si attestano ai livelli più alti finora raggi<strong>un</strong>ti gli in<strong>di</strong>catori <strong>di</strong> produzione<br />

(i consumi <strong>di</strong> energia elettrica, per esempio)» (<strong>Irpet</strong>, 1976). I numeri<br />

dell’<strong>Irpet</strong>, quin<strong>di</strong>, versus i pregiu<strong>di</strong>zi del resto degli osservatori?<br />

Certo si è che da quel momento in poi si apri e <strong>di</strong>vampò in Toscana <strong>un</strong>a<br />

querelle, che lì per lì a quanti vi parteciparono apparve perfino appassionante<br />

e <strong>di</strong> cui sarà detto qualcosa più avanti.<br />

In questa <strong>di</strong>scussione è sintomatico (e rappresentativo <strong>di</strong> comportamenti<br />

tenuti anche da soggetti <strong>di</strong> ben <strong>di</strong>versa natura e caratterizzazione)<br />

l’atteggiamento del sindacato. Per esempio, nel gennaio 1976 la Federazione<br />

regionale aveva sostenuto che la «Toscana potrebbe presto trovarsi a<br />

registrare crisi <strong>di</strong> struttura molto più gravi che altrove», anche perché non<br />

si attribuiva ness<strong>un</strong>a fiducia a «<strong>un</strong>a ripresa produttiva» basata sui beni <strong>di</strong><br />

consumo e sulle esportazioni. La Federazione provinciale <strong>di</strong> Firenze due<br />

mesi dopo si lascia invece sfuggire la timida ammissione che l’economia<br />

toscana «sembra tenere», anche se la con<strong>di</strong>sce con i «tuttavia» e i «ma»<br />

<strong>di</strong> prammatica. Il sindacato regionale si affretta allora a ribattere che i dati<br />

«solo all’apparenza sono meno drammatici» e che la situazione toscana<br />

resta caratterizzata (è <strong>un</strong>a specie <strong>di</strong> fissazione, questa, come si vedrà)<br />

«dall’assenza <strong>di</strong> prospettive». Il meccanismo della <strong>di</strong>scussione è chiaro<br />

(e, osservato alla <strong>di</strong>stanza d’<strong>un</strong>a decina d’anni, perfino inquietante): se ai<br />

giu<strong>di</strong>zi infondati o ai pregiu<strong>di</strong>zi si oppongono fatti e dati questi vengono<br />

<strong>di</strong>chiarati apparenti e illusori. Tipica in questo senso la nuova <strong>di</strong>chiarazione<br />

della Federazione regionale Cgil, Cisl e Uil, che nel settembre dello stesso<br />

anno, non potendo più negare l’evidenza delle statistiche, riconosce che<br />

«alc<strong>un</strong>i settori <strong>di</strong>mostrano <strong>un</strong>a crescita produttiva», ma ammonisce subito<br />

che «è necessario evitare illusioni sul carattere della ripresa». La pertinace<br />

cocciutaggine dei fatti sembra infine aver ragione anche dei pregiu<strong>di</strong>zi più<br />

ostinati se, <strong>di</strong> li a pochi mesi (gennaio 1977), dalla stessa fonte si rilascia <strong>un</strong><br />

com<strong>un</strong>icato col quale si concede che «la Toscana ha retto meglio agli effetti<br />

della recessione grazie al comportamento delle aziende tipiche». Negli stessi<br />

giorni arriva, per bocca del suo presidente, anche la pron<strong>un</strong>cia della Regione<br />

Toscana. Le <strong>di</strong>agnosi sono <strong>di</strong>chiaratamente fondate sui dati dell’<strong>Irpet</strong>, per<br />

cui gli aumenti <strong>di</strong> produzione, occupazione, investimenti ed esportazioni<br />

sono segnalati senza imbarazzo, come altrettanto senza imbarazzo si segnala<br />

l’esistenza, e forse la ripresa, del lavoro non ufficiale, l’aumento dei giovani<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 75


senza lavoro, le <strong>di</strong>fficoltà delle zone meno favorite della Toscana. Ma il<br />

p<strong>un</strong>to sul quale Lagorio vuol richiamare l’attenzione dei suoi interlocutori<br />

è <strong>un</strong> altro: i lavoratori hanno fatto sacrifici durante la crisi, gli enti locali si<br />

sono mossi con rigore nella gestione dei loro bilanci, gli impren<strong>di</strong>tori non<br />

hanno manifestato <strong>di</strong>saffezione verso le loro responsabilità: «la Toscana ha<br />

d<strong>un</strong>que le carte in regola per presentarsi con autorità morale alle se<strong>di</strong> dove si<br />

stabiliscono le linee <strong>di</strong> politica economica nazionale».<br />

La stranezza <strong>di</strong> <strong>un</strong>a «crisi» che si esprime con andamenti all’insù <strong>di</strong><br />

tutti gli in<strong>di</strong>catori positivi induce anche <strong>un</strong> quoti<strong>di</strong>ano come «Paese<br />

Sera», che aveva apertamente parteggiato per i catastrofisti, a riconoscere<br />

(13 febbraio 1977) che «la crisi non è poi cosi nera». Ma la data non è<br />

perio<strong>di</strong>zzante, nemmeno all’interno della ministoria del <strong>di</strong>battito sullo<br />

sviluppo economico della Toscana perché, malgrado l’evidenza dei fatti, la<br />

<strong>di</strong>sputa continua (Ranfagni, 1981).<br />

2. La strana crisi degli anni ‘70<br />

Cos’era accaduto d<strong>un</strong>que durante questi anni ‘70 per dar luogo a valutazioni<br />

e interpretazioni così <strong>di</strong>ssonanti? Ciò che accadde nell’economia toscana<br />

in quegli anni era davvero così enigmatico e indecifrabile? E perché, poi,<br />

gli stessi fatti, ovvero le loro rappresentazioni più o meno imperfette negli<br />

in<strong>di</strong>catori economici, erano oggetto <strong>di</strong> letture così confliggenti?<br />

Ora c’è da <strong>di</strong>re, anzitutto, che, almeno stando ai dati ufficiali, durante<br />

gli anni più duri della crisi (1973-75), in Toscana si hanno 53.000 occupati<br />

in più, mentre i <strong>di</strong>soccupati <strong>di</strong>minuiscono <strong>di</strong> 3.000 <strong>un</strong>ità (e la <strong>di</strong>minuzione<br />

complessiva sarà pari a 8.000 <strong>un</strong>ità nel decennio).<br />

Certo, la caduta della domanda mon<strong>di</strong>ale si ripercuote, almeno<br />

imme<strong>di</strong>atamente, anche sui flussi dell’export regionale che, in effetti,<br />

sembrano più incisivi dei corrispondenti flussi nazionali. Ma, se si<br />

considerano le cose l<strong>un</strong>go tutto l’arco del decennio e si guarda alle singole<br />

voci dell’esportazione, si vede che l’export toscano <strong>di</strong> pelli e cuoio, per<br />

esempio, passa dall’1,6 al 3,1 per cento dell’intero commercio mon<strong>di</strong>ale <strong>di</strong><br />

questi prodotti e, lo si deve rilevare, con la sola eccezione dell’In<strong>di</strong>a, gli altri<br />

paesi che competono con la Toscana sui mercati <strong>di</strong> esportazione <strong>di</strong> questi<br />

prodotti sono Germania, Francia, Giappone e Usa, tutti con quote superiori<br />

al 5 per cento. Anche nel campo delle pelletterie la Toscana incrementa la<br />

sua quota mon<strong>di</strong>ale dal 6 al 7,5 per cento (vale a <strong>di</strong>re <strong>un</strong> quarto in più) ed<br />

è il terzo «paese» esportatore dopo l’Italia e la Germania, ma prima del<br />

Regno Unito e degli Stati Uniti (si segnala negli stessi anni che la quota<br />

italiana passa dal 15 al 26 per cento del mercato mon<strong>di</strong>ale).<br />

è vero, nei settori <strong>di</strong> massima specializzazione regionale c’è <strong>un</strong>a<br />

76 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio


flessione delle quote detenute dalla Toscana: ad esempio, per quanto<br />

riguarda le calzature, la quota si riduce dal 13 al 10 per cento, pur restando<br />

la Toscana al secondo posto nelle esportazioni mon<strong>di</strong>ali <strong>di</strong> questi prodotti,<br />

ma al primo c’è l’Italia che incrementa la propria partecipazione dal 40<br />

al 44 per cento. Nel tessile si registra <strong>un</strong> incremento dal 4 al 5 per cento<br />

e vengono prima della Toscana, nella graduatoria <strong>di</strong> importanza dei paesi<br />

esportatori, il Giappone, la Germania, l’Italia, il Benelux, il Regno Unito,<br />

la Francia e gli Stati Uniti. Anche nel campo della gioielleria, la Toscana<br />

esprime brillanti prestazioni all’export che passa dal 3 al 7 per cento del<br />

commercio mon<strong>di</strong>ale, ponendo la regione al quarto posto dopo l’Italia (che<br />

ha il 39 per cento del mercato), la Germania e la Svizzera (<strong>Irpet</strong>, 1982).<br />

In conclusione (Fig. 1) durante gli anni ‘70 la Toscana passa da circa<br />

il 7 a più dell’8 per cento dell’export nazionale, come valore delle ven<strong>di</strong>te<br />

all’estero dei suoi prodotti. Ne deriva che la Toscana, già marcatamente<br />

caratterizzata dalla sua apertura verso i mercati mon<strong>di</strong>ali, risulta al termine<br />

del decennio ancora più esportatrice <strong>di</strong> prima e più esportatrice dell’Italia,<br />

se è vero che il valore delle esportazioni è pari a <strong>un</strong> quinto del prodotto<br />

interno lordo per l’Italia e pari a <strong>un</strong> quarto per la Toscana; come <strong>di</strong>re che si<br />

esporta <strong>un</strong>a lira ogni quattro che se ne produce.<br />

Figura 1<br />

LE ESPORTAZIONI (1970-81)<br />

a) Quota percentuale delle esportazioni toscane sul totale delle esportazioni nazionali<br />

b) Peso percentuale del valore delle esportazioni sul prodotto interno lordo, in Toscana e in Italia<br />

a)<br />

b)<br />

9,5<br />

8<br />

7,5<br />

7<br />

6,5<br />

6<br />

1970 1971 1972 1973 1974 1975 1976 1977 1978 1979 1980 1981<br />

24<br />

20<br />

16<br />

12<br />

Toscana<br />

Italia<br />

8<br />

1970 1971 1972 1973 1974 1975 1976 1977 1978 1979 1980 1981<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 77


D<strong>un</strong>que, l’emarginazione non s’è vista, come non s’è visto l’effetto della<br />

mancanza <strong>di</strong> prospettive <strong>di</strong> mercato per i prodotti cosiddetti tra<strong>di</strong>zionali.<br />

Anzi, quel che è accaduto sull’arroventato fronte del commercio<br />

internazionale negli anni ‘70 fornisce alc<strong>un</strong>i interessanti ammaestramenti<br />

in materia <strong>di</strong> contrapposizioni scolastiche fra produzioni «mature» e<br />

«avanzate» e fra paesi sviluppati e paesi in via <strong>di</strong> sviluppo.<br />

La Toscana, intanto, <strong>di</strong>versifica il suo export: all’inizio il 47 per cento delle<br />

sue ven<strong>di</strong>te all’estero era rappresentato dai prodotti tessili, dall’abbigliamento<br />

e dalle calzature <strong>di</strong>retti verso i mercati degli Stati Uniti, della Germania e della<br />

Francia; alla fine del periodo queste merci e questi mercati rappresentano<br />

poco più <strong>di</strong> <strong>un</strong> terzo dell’export toscano complessivo. Da notare, poi, che fra<br />

i principali paesi concorrenti non si vede affatto il temuto spettro dei paesi<br />

in via <strong>di</strong> sviluppo: i più pericolosi competitori della Toscana sono gli stessi<br />

paesi, industrialmente avanzati, che ne costituiscono i principali mercati <strong>di</strong><br />

sbocco. Il che vuol <strong>di</strong>re, tra l’altro, che non è il costo del lavoro (più alto in<br />

questi paesi che non in Toscana) a minacciare la competitività e che i paesi<br />

evoluti non sembrano poi cosi vogliosi <strong>di</strong> abbandonare le tanto <strong>di</strong>sprezzate<br />

produzioni mature. Piuttosto c’è da rilevare come i concorrenti più temibili<br />

siano in casa: sono infatti le altre regioni italiane che si avvantaggiano degli<br />

spazi mercantili perduti dalla Toscana, se, come s’è visto nei casi delle<br />

calzature e delle produzioni tessili, la quota italiana aumenta <strong>di</strong> più <strong>di</strong> quella<br />

toscana o ad<strong>di</strong>rittura aumenta quando questa <strong>di</strong>minuisce. In effetti, regioni<br />

come l’Emilia Romagna, il Veneto e le Marche nel reagire agli shock della<br />

crisi si comportano come se avessero <strong>un</strong>a marcia in più della Toscana. Tirando<br />

le somme si può quin<strong>di</strong> <strong>di</strong>re che gli anni ‘70 non furono poi così brutti come<br />

si temeva, come si erano <strong>di</strong>pinti e come si era continuato a <strong>di</strong>chiararli anche<br />

quando i fatti mostravano ormai il contrario. Ad ogni buon conto il suggello<br />

definitivo a questa <strong>di</strong>scussione è posto dall’andamento dei flussi migratori<br />

tra tutte le regioni italiane, data la cospicua <strong>di</strong>fferenza positiva tra chi viene<br />

in Toscana e chi dalla Toscana se ne va. Durante gli anni della «crisi dura» il<br />

saldo migratorio netto positivo è pari a 27 immigrati ogni 1.000 residenti, e<br />

non si tratta certo <strong>di</strong> <strong>un</strong> dato spora<strong>di</strong>co, visto che in tutti gli anni ‘70 il saldo<br />

oscilla su valori compresi tra il 26 e il 32 per mille. Il che vuol <strong>di</strong>re 18.000<br />

residenti in più all’anno fino al 1974, che <strong>di</strong>ventano 12-13.000 all’anno nel<br />

periodo successivo: e il 52 per cento <strong>di</strong> questi proviene sistematicamente<br />

dalle regioni del Centro-Nord (Fig. 8). Allora: la crisi in Toscana è davvero<br />

più grave che altrove? Si capisce che la svalutazione della lira ha aiutato le<br />

esportazioni (ma ha aiutato tutte le esportazioni, quelle della Toscana e quelle<br />

delle altre regioni, quelle dei prodotti tipici e quelle degli altri prodotti): ma<br />

la resistenza, anzi, il <strong>di</strong> più <strong>di</strong> reattività del sistema toscano all’impatto della<br />

crisi trova <strong>un</strong>a più pertinente spiegazione nelle caratteristiche strutturali e<br />

comportamentali del suo apparato produttivo. Un apparato produttivo, come<br />

78 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio


si sa, organizzato per sistemi territoriali <strong>di</strong> piccole imprese, specializzate per<br />

prodotti, parti <strong>di</strong> prodotto e fasi <strong>di</strong> processo, che garantiscono elevati livelli<br />

<strong>di</strong> flessibilità nell’organizzazione dei fattori produttivi, si da render possibili<br />

adattamenti tempestivi alle mutevoli caratteristiche qualitative e quantitative<br />

<strong>di</strong> <strong>un</strong>a domanda internazionale sempre più nervosa ed erratica. Mentre la<br />

rilevante presenza <strong>di</strong> lavoro esterno, anche irregolare, consente <strong>di</strong> recuperare<br />

al processo produttivo forze <strong>di</strong> lavoro magari ufficialmente <strong>di</strong>soccupate. Un<br />

siffatto sistema si può poi avvantaggiare delle economie che gli derivano<br />

dal suo inse<strong>di</strong>amento in <strong>un</strong> ambiente progressivamente conformatosi alle<br />

sue esigenze, per la presenza <strong>di</strong> operatori specializzati come i buyers e <strong>di</strong><br />

f<strong>un</strong>zioni specializzate come quelle delle banche e degli spe<strong>di</strong>zionieri. C’è da<br />

aggi<strong>un</strong>gere, inoltre, che in questo sistema opera <strong>un</strong>a selezione darwiniana:<br />

le aziende decotte vengono espulse dal mercato senza pietà. Né mancano<br />

sintomi, magari minori ma <strong>di</strong>ffusi, <strong>di</strong> razionalizzazione dei processi, come<br />

quelli del lavoro esterno che si organizza in <strong>un</strong>a sorta <strong>di</strong> «fabbrica occulta»<br />

ricostituendo, in qualche modo, le con<strong>di</strong>zioni del lavoro interno.<br />

Anche il turismo dà <strong>un</strong>a mano alle brillanti performances dell’economia<br />

toscana durante gli anni ‘70: le giornate <strong>di</strong> presenza balzano da 23 a 27<br />

milioni, mantenendo alla Toscana il suo 8-9 per cento dei flussi turistici<br />

nazionali, anche se la sua posizione nella graduatoria delle regioni turistiche<br />

scende dal terzo posto (dopo Veneto ed Emilia Romagna) al quarto, essendo<br />

stata nel frattempo scavalcata dal Trentino Alto A<strong>di</strong>ge.<br />

Ma il turismo toscano presenta <strong>un</strong>a preziosa caratterizzazione, che, se<br />

ne stabilizza i flussi, alimenta non <strong>di</strong> meno anche la possibilità <strong>di</strong> posizioni<br />

<strong>di</strong> ren<strong>di</strong>ta. Si allude alla circostanza che il 35 per cento delle giornate <strong>di</strong><br />

presenza consumate dai turisti in Toscana sono spese in centri d’arte (e<br />

soprattutto, come s’intende, a Firenze), la cui offerta turistica ha marcati<br />

caratteri monopolistici, a <strong>di</strong>fferenza del turismo balneare, più esposto ai<br />

colpi della concorrenza.<br />

Gli andamenti tutt’altro che catastrofici del decennio lasciano tracce<br />

vistose anche nel risparmio bancario, che sale nei <strong>di</strong>eci anni da 887.000<br />

lire pro capite a 1.511.000 (in valori costanti): il risparmio per abitante in<br />

Toscana, che era all’inizio superiore del 18 per cento a quello me<strong>di</strong>o del paese,<br />

lo sopravanza ora <strong>di</strong> <strong>un</strong> quarto. La crescita nel periodo è pari al 70 per cento,<br />

superiore a quella della Lombar<strong>di</strong>a (+58%), ma inferiore all’incremento del<br />

risparmio pro capite in Emilia Romagna (+74%), nelle Marche (+90%), nel<br />

Veneto (+94%). E anche questo sembra rappresentare <strong>un</strong> sintomo <strong>di</strong> quella<br />

«marcia in più» delle altre regioni centro-nordorientali rispetto alla Toscana.<br />

E si tratta <strong>di</strong> <strong>un</strong> risparmio che alimenta importanti flussi <strong>di</strong> investimento, se<br />

la quota dell’accumulazione toscana su quella totale del paese, che era del<br />

5,9 per cento all’inizio del decennio, è <strong>di</strong>ventata ora del 6,6; ma ancora più<br />

vistosa è la quota dei nuovi impieghi, che la Toscana si attribuisce: da <strong>un</strong><br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 79


quarto a <strong>un</strong> terzo dei flussi annuali. E se ne vedono i non equivoci riflessi<br />

sulla produttività che, misurata in termini <strong>di</strong> valore aggi<strong>un</strong>to pro capite,<br />

cresce in Toscana del 21 per cento (come nel Veneto e nelle Marche, ma<br />

meno che in Emilia Romagna, ove cresce del 24 per cento), mentre per<br />

l’Italia il corrispondente incremento è del 16 per cento.<br />

Nel frattempo -e siamo agli inizi degli anni ‘80- arrivano i dati del<br />

censimento 1981 e, con questi, due scoperte stupefacenti: primo, non solo<br />

non c’è stata la temuta flessione industriale, ma i settori tipici, o, come<br />

<strong>un</strong> po’ spregiativamente si <strong>di</strong>ce, «tra<strong>di</strong>zionali», si sono manifestamente<br />

irrobustiti nel decennio della strana crisi; secondo, tra Firenze, Prato e<br />

Pistoia è localizzato il terzo polo industriale del paese con 278.000 addetti<br />

all’industria, <strong>un</strong> valore che segue quelli della provincia <strong>di</strong> Milano (834.000<br />

addetti) e <strong>di</strong> Torino (485.000). Se poi si limita il confronto all’industria<br />

in senso stretto, basta la sola provincia <strong>di</strong> Firenze, con 203.000 addetti, a<br />

superare il corrispondente valore, 168.000, della provincia <strong>di</strong> Roma.<br />

Vale d<strong>un</strong>que la pena <strong>di</strong> andare a spigolare qua e là fra i dati del<br />

censimento: almeno per <strong>un</strong>a visione impressionistica dei tratti essenziali<br />

del mutamento strutturale, che ha accompagnato e agevolato le brillanti<br />

performances congi<strong>un</strong>turali prima brevemente descritte, ma delle quali<br />

è anche, entro certi limiti, il risultato, come risposta della struttura alle<br />

sollecitazioni degli shock esogeni. Ci sono 4 italiani in più ogni 100<br />

rispetto a <strong>di</strong>eci anni prima; ma i lavoratori delle attività extra-agricole sono<br />

<strong>un</strong> quinto in più: vale a <strong>di</strong>re nel decennio si sono creati 2 milioni <strong>di</strong> posti<br />

<strong>di</strong> lavoro. È vero che gli occupati del commercio sono aumentati del 21<br />

per cento e nell’altro terziario del 35, tuttavia gli addetti all’industria in<br />

senso stretto rappresentano ancora il 48 per cento dell’occupazione extraagricola,<br />

solo 3 p<strong>un</strong>ti in meno rispetto a <strong>di</strong>eci anni prima. E si potrebbe<br />

<strong>di</strong>scutere se le cifre appena ricordate segnalino davvero <strong>un</strong> processo <strong>di</strong><br />

deindustrializzazione magari tenue, visto che il tasso <strong>di</strong> industrializzazione,<br />

misurato in termini <strong>di</strong> addetti all’industria per 1.000 residenti cresce da 98<br />

a 106 per effetto della maggior velocità relativa dell’occupazione extraagricola<br />

rispetto all’incremento della popolazione. Questo valore <strong>di</strong> 106<br />

lavoratori dell’industria ogni 1.000 abitanti è, bisogna <strong>di</strong>rlo, la me<strong>di</strong>a <strong>di</strong><br />

valori estremamente eterogenei, che vanno dal 183 della Lombar<strong>di</strong>a al 22<br />

della Calabria: come si vede, il censimento testimonia <strong>di</strong> <strong>un</strong>’Italia ancora<br />

clamorosamente spaccata in due, con livelli <strong>di</strong> industrializzazione che<br />

sono, in tutte le regioni del Centro-Sud e delle isole, al <strong>di</strong> sotto della me<strong>di</strong>a<br />

nazionale e che in Campania, Sicilia e Calabria sono ad<strong>di</strong>rittura meno della<br />

metà del valore me<strong>di</strong>o italiano.<br />

Il senso <strong>di</strong> ciò che è avvenuto nel decennio è manifesto (e, del resto,<br />

già da tempo segnalato da numerosi stu<strong>di</strong>): Piemonte e Lombar<strong>di</strong>a hanno<br />

imboccato <strong>un</strong> esplicito sentiero postindustriale e si stanno terziarizzando a<br />

80 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio


itmo accelerato; l’industrializzazione cresce in tutte le regioni centro-nordorientali,<br />

arrivando a lambire, l<strong>un</strong>go la <strong>di</strong>rettrice adriatica, anche gli Abruzzi<br />

e il Molise. C’è chi parlerà, troppo semplicisticamente, <strong>di</strong> «rilocalizzazione»,<br />

ma in effetti non <strong>di</strong> questo si tratta. Non v’è <strong>un</strong> trasferimento fisico <strong>di</strong> attività<br />

produttive dalle regioni nord-occidentali verso le altre: v’è <strong>un</strong>a crescita<br />

in queste ultime della preesistente e già relativamente robusta struttura<br />

industriale. In <strong>un</strong> certo senso è come se si generalizzasse il modello toscano,<br />

visti i settori e viste, soprattutto, le <strong>di</strong>mensioni <strong>di</strong> impresa, che caratterizzano<br />

la nuova ondata <strong>di</strong> industrializzazione delle regioni centro-nord-orientali.<br />

Basti <strong>un</strong> solo in<strong>di</strong>catore: le imprese con meno <strong>di</strong> 20 addetti che coprivano<br />

il 32 per cento dell’occupazione al ‘71, se ne attribuiscono oggi il 36 per<br />

cento; mentre l’incidenza sull’occupazione industriale complessiva delle<br />

imprese oltre i 500 addetti scende dal 23 al 10 per cento.<br />

In Toscana l’occupazione extra-agricola si espande meno velocemente<br />

che nel complesso del paese, essendo cresciuta nei <strong>di</strong>eci anni del 18 per<br />

cento: i corrispondenti saggi <strong>di</strong> incremento sono per l’Emilia Romagna<br />

del 25 per cento, per il Veneto del 26, per l’Umbria del 37, per le Marche<br />

del 52: e si ritrova anche qui, come s’era già visto per l’esportazione e per<br />

il risparmio, il segno <strong>di</strong> quella «marcia in più» delle altre regioni centronord-orientali<br />

rispetto alla Toscana.<br />

Una rapida occhiata all’articolazione settoriale dei movimenti<br />

dell’occupazione basta a dar ragione della natura dei cambiamenti<br />

intervenuti. In Italia l’industria estrattiva e la chimica <strong>di</strong> base cedono il<br />

4 per cento dell’occupazione; gli occupati nella metalmeccanica sono<br />

<strong>un</strong> quarto in più, nei settori cosiddetti tra<strong>di</strong>zionali il tasso <strong>di</strong> crescita è<br />

marcatamente più basso: +8 per cento; ma nelle lavorazioni del cuoio<br />

e delle pelli gli addetti crescono del 45 per cento, mentre nell’industria<br />

tessile, investita da intensi processi <strong>di</strong> ristrutturazione, <strong>di</strong>minuiscono <strong>di</strong><br />

<strong>un</strong> decimo. La <strong>di</strong>stribuzione regionale <strong>di</strong> questi mutamenti consente <strong>di</strong><br />

qualificare le variazioni complessive prima segnalate: il Piemonte e la<br />

Lombar<strong>di</strong>a perdono occupazione in tutti i settori industriali e, soprattutto,<br />

in quelli in cui sono più specializzati. In altre regioni compaiono nuove<br />

specializzazioni, che irrobustiscono alc<strong>un</strong>i segmenti della precedente<br />

struttura industriale: è il caso della metalmeccanica per l’Emilia Romagna<br />

e della plastica e della gomma per il Veneto. Marche ed Umbria, invece,<br />

accrescono la loro specializzazione nei settori che già più erano presenti e<br />

caratterizzanti il loro apparato industriale.<br />

In Toscana persiste <strong>un</strong>’altissima specializzazione nei suoi settori<br />

tipici, che rappresentano il 62 per cento dell’occupazione manifatturiera;<br />

la Toscana è, dopo le Marche, la regione più specializzata in queste<br />

attività produttive. La meccanica strumentale, invece, col 9 per cento<br />

dell’occupazione manifatturiera, fa della Toscana la regione meno<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 81


specializzata in queste produzioni <strong>di</strong> tutte le regioni più industrializzate<br />

del paese. In effetti tra il 1971 e il 1981 l’industria tipica si è accresciuta<br />

del 16 per cento, e al suo interno svetta l’incremento <strong>di</strong> addetti nel<br />

settore del cuoio e delle pelli che si espande <strong>di</strong> <strong>un</strong> rotondo 70 per cento;<br />

l’industria tessile è ad<strong>di</strong>rittura in controtendenza rispetto agli andamenti<br />

nazionali: l’occupazione vi cresce, in Toscana, del 15 per cento, pari a<br />

10.000 nuovi posti <strong>di</strong> lavoro creati nel decennio. Gli andamenti in queste<br />

attività produttive inducono a dare <strong>un</strong>’occhiata al complesso dei settori<br />

che costituiscono quello che si chiama il «sistema della moda» (tessile,<br />

abbigliamento, cuoio e pelli, pelletterie, calzature, ecc.): la metà dei nuovi<br />

posti <strong>di</strong> lavoro creati nel manifatturiero tra il 1971 e l’81 si localizzano<br />

qui. Parente prossima dell’industria tipica, l’industria orafa accresce del 46<br />

per cento la sua presenza nel sistema produttivo toscano, a testimonianza<br />

<strong>di</strong> <strong>un</strong>o sviluppo strutturale che accompagna e sorregge quello delle sue<br />

quote del commercio internazionale.<br />

Nel multiforme aggregato della metalmeccanica gli andamenti sono<br />

assai <strong>di</strong>fferenziati: per esempio, alla bassa incidenza della meccanica<br />

strumentale che prima si è ricordata, si contrappone la <strong>di</strong>namica vivacissima<br />

dell’industria della costruzione dei mezzi <strong>di</strong> trasporto leggeri (leggasi:<br />

Piaggio), che cresce la sua occupazione del 106 per cento, in sintonia<br />

con <strong>un</strong> vistoso incremento dei volumi produttivi -ma questo non lo <strong>di</strong>ce<br />

il censimento- che vedono il settore passare da 440.000 a 750.000 <strong>un</strong>ità <strong>di</strong><br />

produzione (motocicli, scooters, furgoncini leggeri) all’anno. Né ci <strong>di</strong>cono<br />

i risultati del censimento, ma è doveroso annotarlo, che negli stessi anni<br />

la siderurgia toscana <strong>di</strong> Piombino ha raggi<strong>un</strong>to il traguardo produttivo <strong>di</strong><br />

1.560.000 tonnellate <strong>di</strong> acciai.<br />

Pochi cenni ancora basteranno per completare il quadro, magari<br />

sommario, ma utile per <strong>un</strong> riferimento alla configurazione dell’apparato<br />

produttivo toscano all’inizio degli anni ‘80.<br />

Gli addetti alle costruzioni crescono solo dell’11 per cento, mentre in<br />

Italia aumentano del 18: si deve, tuttavia, tener presente come <strong>un</strong> dato<br />

particolarmente significativo della nuova realtà toscana che in questi anni<br />

il patrimonio e<strong>di</strong>lizio registra <strong>un</strong>a vera e propria crescita esplosiva (+22%):<br />

come <strong>di</strong>re che <strong>un</strong>a ogni quattro o cinque case oggi esistenti in Toscana<br />

è stata costruita negli anni ‘70. E anche questo, si converrà, sembra <strong>un</strong><br />

sintomo piuttosto insolito <strong>di</strong> crisi.<br />

L’attività estrattiva, cessata la coltivazione delle miniere <strong>di</strong> ferro e <strong>di</strong><br />

mercurio, è ormai ridotta alla lignite, alla pirite, al salgemma, al vapor<br />

d’acqua e all’anidride carbonica: produzioni che rappresentano <strong>un</strong> terzo<br />

delle corrispondenti produzioni nazionali ma che danno tuttavia <strong>un</strong><br />

irrilevante apporto al prodotto interno lordo regionale. Una serie <strong>di</strong> sintomi,<br />

a tutta prima ambigui, segnalano invece <strong>un</strong>a vera e propria innovazione<br />

82 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio


epocale nell’industria marmifera. L’occupazione è in lieve calo, la<br />

produzione locale aumenta del 50 per cento, il movimento del porto cresce<br />

<strong>di</strong> due volte e mezzo, considerando il complesso dei prodotti imbarcati e<br />

sbarcati. Nel bacino marmifero all’escavazione si è aggi<strong>un</strong>ta, prendendo il<br />

sopravvento, l’attività delle prime e delle seconde lavorazioni del marmo<br />

non solo locale: la zona è <strong>di</strong>venuta <strong>un</strong> polo mon<strong>di</strong>ale delle lavorazioni,<br />

segnatamente, dei graniti <strong>di</strong> importazione.<br />

Non è solo per adempiere a <strong>un</strong> obbligo esteriore <strong>di</strong> completezza che si<br />

rende necessaria <strong>un</strong>a breve panoramica dei mutamenti e della situazione a<br />

fine periodo nell’agricoltura toscana, tali e tante sono le inter<strong>di</strong>pendenze,<br />

magari quantitativamente <strong>di</strong> non grande rilievo ma qualitativamente<br />

significative, che la connettono all’economia e alla società toscana. Nel<br />

decennio si conclude il processo dell’esodo rurale: l’occupazione, che in<br />

<strong>un</strong> certo senso ha raggi<strong>un</strong>to l’asintoto inferiore, si stabilizza, oscillando<br />

attorno ai 130-140.000 occupati. I lavoratori in<strong>di</strong>pendenti dopo aver<br />

toccato il minimo risalgono; il contrario fanno i lavoratori <strong>di</strong>pendenti, che<br />

<strong>di</strong>minuiscono dopo aver toccato <strong>un</strong>a p<strong>un</strong>ta massima alla metà del decennio.<br />

La conduzione <strong>di</strong>retta e a salariati interessa ormai quasi il 90 per cento<br />

della superficie, il resto è ancora a mezzadria. Non cambia invece (dagli<br />

anni ‘40!) la <strong>di</strong>stribuzione dei tipi <strong>di</strong> possesso: i fon<strong>di</strong> sono per il 95 per<br />

cento in proprietà, l’affitto copre solo il residuo 5 per cento.<br />

Il part-time è più <strong>di</strong>ffuso in Toscana che in Italia e riguarda <strong>un</strong> quinto<br />

dei titolari. Un in<strong>di</strong>zio questo della caratterizzazione non proprio da settore<br />

produttivo <strong>di</strong> <strong>un</strong>a parte almeno dell’agricoltura regionale. Gli elementi <strong>di</strong><br />

richiamo turistico della campagna, le opport<strong>un</strong>ità che l’agricoltura offre<br />

per il tempo libero <strong>di</strong> professionisti e piccoli impren<strong>di</strong>tori, se si <strong>un</strong>iscono<br />

alla circostanza che al tasso piuttosto elevato <strong>di</strong> meccanizzazione (e non si<br />

<strong>di</strong>mentichi che congrui contributi pubblici agevolano l’acquisto dei mezzi)<br />

corrisponde <strong>un</strong>a bassa utilizzazione operativa dell’investimento, concorrono<br />

a far ritenere che l’ipotesi sia più fondata <strong>di</strong> <strong>un</strong> semplice sospetto. Anche<br />

perché l’investimento fon<strong>di</strong>ario ha acquistato ormai il carattere <strong>di</strong> <strong>un</strong> benerifugio,<br />

nella misura in cui il valore dei suoli è cresciuto più rapidamente del<br />

saggio <strong>di</strong> inflazione, dando vita ad <strong>un</strong> mercato fon<strong>di</strong>ario estremamente attivo<br />

che interessa prevalentemente transazioni relative a piccoli appezzamenti<br />

(ma anche <strong>di</strong> gran<strong>di</strong> aziende), che tuttavia noi, meno fort<strong>un</strong>ati dei paesi che<br />

hanno <strong>un</strong> catasto vero, non siamo in grado <strong>di</strong> conoscere e <strong>di</strong> misurare.<br />

Si son venute nel frattempo specificando le varie «agricolture» della<br />

Toscana come esito <strong>di</strong> <strong>un</strong> processo che affonda le ra<strong>di</strong>ci negli anni dell’esodo<br />

tumultuoso: l’agricoltura interstiziale della campagna urbanizzata che<br />

offre, si era detto più sopra, opport<strong>un</strong>ità per il tempo libero e si avvantaggia<br />

<strong>di</strong> sbocchi, singolarmente anche modesti, sui mercati locali; l’agricoltura<br />

vera della Toscana <strong>di</strong> sud-ovest, ove la riforma e l’introduzione <strong>di</strong> nuove<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 83


coltivazioni hanno posto molto più che delle semplici premesse per lo<br />

sviluppo <strong>di</strong> <strong>un</strong> ambiente rurale moderno; l’agricoltura della fascia costiera,<br />

<strong>di</strong>scretamente integrata sia per il verso del lavoro che delle forniture con<br />

le attività turistiche ivi concentrate; l’agricoltura industriale del vivaismo<br />

e della floricoltura, che si batte bene sui mercati nazionali e internazionali<br />

ma non ha, forse, compiuto ancora il salto decisivo che la qualificherebbe<br />

come <strong>un</strong> vero e proprio settore produttivo industriale.<br />

Si tratta, nel complesso, <strong>di</strong> <strong>un</strong>’agricoltura fortemente penalizzata dalle<br />

politiche com<strong>un</strong>itarie, che non avvantaggiano certo i produttori <strong>di</strong> vino e <strong>di</strong><br />

olio; <strong>di</strong> <strong>un</strong>’agricoltura non ancora efficacemente aiutata da strutture pubbliche,<br />

consortili o cooperative, <strong>di</strong> raccolta e lavorazione; <strong>di</strong> <strong>un</strong>’agricoltura ove<br />

la cooperazione è <strong>di</strong>ffusa ben al <strong>di</strong> sotto dei valori potenziali che potrebbe<br />

attingere; <strong>di</strong> <strong>un</strong>’agricoltura la cui zootecnia è ormai ridotta alla pastorizia,<br />

gestita da lavoratori immigrati, che in alc<strong>un</strong>e zone pongono problemi, anche<br />

acuti, <strong>di</strong> integrazione socio-culturale. In queste con<strong>di</strong>zioni ben si comprende<br />

che le produzioni agro-alimentari locali non coprano che <strong>un</strong>a quota bassissima<br />

del fabbisogno alimentare della regione: il 20 per cento dei consumi alimentari<br />

delle famiglie, <strong>un</strong> terzo del quale, peraltro, da prodotti originari importati. Anche<br />

le interrelazioni con i settori produttivi più importanti nella regione mostrano<br />

livelli <strong>di</strong> integrazione assai al <strong>di</strong> qua <strong>di</strong> quelli possibili sotto il profilo tecnico ed<br />

economico: l’agricoltura toscana si limita a fornire meno del 3 per cento degli<br />

inputs all’industria tessile, fra il 3 e il 4 per cento all’industria del cuoio e delle<br />

pelli e <strong>un</strong>, più alto ma ancora modesto, 6 per cento degli approvvigionamenti<br />

<strong>di</strong> materie prime ai settori del legno e del mobilio. Più interessanti e, forse,<br />

suscettibili <strong>di</strong> promettenti sviluppi le inter<strong>di</strong>pendenze fra settore primario e<br />

settore turistico: gli approvvigionamenti agro-alimentari rappresentano <strong>un</strong><br />

quarto degli inputs del turismo e il 60 per cento <strong>di</strong> queste forniture si alimenta <strong>di</strong><br />

prodotti regionali. Segni, non più che segni, magari in<strong>di</strong>cativi <strong>di</strong> <strong>un</strong>a tendenza<br />

ma fin qui insufficienti a testimoniare <strong>di</strong> <strong>un</strong> mutamento strutturale, son quelli<br />

che si possono percepire nelle mo<strong>di</strong>ficazioni intercorse nel sistema <strong>di</strong>stributivo<br />

regionale. Che resta connotato da <strong>un</strong>a struttura marcatamente polverizzata,<br />

se ogni esercizio alimentare può contare me<strong>di</strong>amente su 150 abitanti. Certo,<br />

<strong>un</strong>a tendenza moderata alla razionalizzazione si può rilevare nella circostanza<br />

che in Toscana gli esercizi al dettaglio <strong>di</strong>minuiscono complessivamente del<br />

7 per cento, mentre in Italia aumentano <strong>di</strong> quasi il 4 nello stesso decennio;<br />

è nel fatto che il dettaglio alimentare riduce <strong>di</strong> <strong>un</strong> quarto i suoi esercizi, a<br />

testimonianza dell’espandersi della grande <strong>di</strong>stribuzione. E tuttavia gli<br />

esercizi all’ingrosso passano dal 12 al 17 per cento, come proporzione sugli<br />

esercizi al dettaglio, a documentare, probabilmente, <strong>un</strong>a inerente <strong>di</strong>fficoltà <strong>di</strong><br />

collegamento fra la nebulosa dei piccoli produttori e i mercati locali, ma non<br />

senza indurre anche il sospetto <strong>di</strong> qualche irrazionalità da <strong>un</strong>’altra parte. Il<br />

sospetto, per esempio, <strong>di</strong> <strong>un</strong> non perfetto f<strong>un</strong>zionamento dei mercati pubblici<br />

84 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio


se, come risulterebbe da fonti ovviamente extra-censuarie, quote non si sa se<br />

crescenti ma certamente molto importanti dei prodotti vengono scambiate fra<br />

produttori e riven<strong>di</strong>tori al <strong>di</strong> fuori <strong>di</strong> quei mercati. Due connotazioni finali che,<br />

pur nella loro modestia, servono a convalidare l’ipotesi <strong>di</strong> <strong>un</strong> lento processo<br />

<strong>di</strong> modernizzazione. L’ambulantato è ancora <strong>un</strong>a forma <strong>di</strong> commercio al<br />

dettaglio molto presente, ma si è completamente trasformato dal rifornimento<br />

delle famiglie <strong>di</strong>sperse sui poderi alla concentrazione nei mercati settimanali o<br />

rionali, che rappresentano <strong>un</strong>a componente non solo folkloristica dello stile <strong>di</strong><br />

vita urbano in Toscana. La grande <strong>di</strong>stribuzione, soprattutto quella alimentare,<br />

è cresciuta <strong>di</strong> più negli anni ‘70 che nel decennio precedente e nello stesso<br />

senso hanno proceduto le forme associative fra i piccoli esercenti. A giu<strong>di</strong>care<br />

dai <strong>di</strong>fferenziali fra i livelli dei prezzi della Toscana, e segnatamente <strong>di</strong> alc<strong>un</strong>e<br />

sue parti, e quelli <strong>di</strong> altre regioni, non si saprebbe, tuttavia, <strong>di</strong>re con quanto<br />

vantaggio per il consumatore.<br />

Quel che è accaduto nell’apparato produttivo toscano durante gli anni<br />

‘70 lascia segni visibili sul territorio. Se il senso della vicenda è quello<br />

<strong>di</strong> <strong>un</strong>a <strong>di</strong>ffusione dell’industrializzazione, le forme che questa assume<br />

conducono a rafforzare, allargandola geograficamente, l’area <strong>di</strong> più intenso<br />

sviluppo ricompresa fra Firenze, Prato, Pistoia, Lucca, Pontedera ed<br />

Empoli. A questo vasto plesso si riconnettono le due più importanti <strong>di</strong>rettrici<br />

secondarie: quella che, attraverso Poggibonsi, collega Empoli a Siena e<br />

quella che, attraverso il Valdarno superiore, collega Firenze all’Aretino. In<br />

altri termini, si intensifica e si <strong>di</strong>lata il reticolo della campagna urbanizzata<br />

prodotta dallo sviluppo toscano <strong>di</strong> questo dopoguerra. Ma con due<br />

interessanti qualificazioni possibili: durante gli anni ‘70 non si generano<br />

nuove aree, nemmeno minori, <strong>di</strong> localizzazione industriale; nel « cuore del<br />

cuore» dell’area <strong>di</strong> più intenso sviluppo, tra Firenze, Prato e Pistoia, processi<br />

demografici e <strong>di</strong> urbanizzazione, rilocalizzazione <strong>di</strong> attività produttive e<br />

sviluppo <strong>di</strong> nuove f<strong>un</strong>zioni (e non bastano certamente i dati del censimento<br />

a darne ragione) consentono <strong>di</strong> ipotizzare (e se ne parlerà fra <strong>un</strong> po’) la<br />

genesi <strong>di</strong> <strong>un</strong>a formazione ine<strong>di</strong>ta per la Toscana, avente caratteristiche <strong>di</strong><br />

sistema metropolitano (Bianchi, 1982). Un sospetto dello stesso tipo, ma<br />

i segni sono meno intensi e niti<strong>di</strong> e gli stu<strong>di</strong> più arretrati, potrebbe aversi<br />

anche per il sistema Pisa-Livorno-Pontedera.<br />

L’area <strong>di</strong> Massa e Carrara, la Bassa Val <strong>di</strong> Cecina, Piombino, il<br />

Grossetano danno luogo a mini-sistemi locali, abbastanza strutturati, ma<br />

com<strong>un</strong>que separati dal resto dello sviluppo regionale e dalle sue logiche.<br />

L<strong>un</strong>igiana, Garfagnana, montagna pistoiese, Colline Metallifere, Amiatino,<br />

restano -per meri motivi geofisici oltre che per cause economiche e sociali-<br />

fuori dai meccanismi dello sviluppo regionale, anche se i residenti non<br />

sembrano den<strong>un</strong>ciare livelli <strong>di</strong> red<strong>di</strong>to e tenori <strong>di</strong> vita drammaticamente<br />

<strong>di</strong>stanti da quelli me<strong>di</strong> regionali.<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 85


3. I sentieri regionali <strong>di</strong> sviluppo<br />

Quanto s’è visto circa le <strong>di</strong>fferenze <strong>di</strong> comportamento fra la Toscana e le<br />

altre regioni assimilabili (quelle, come si sa, dell’Italia centro-nordorientale)<br />

induce ad approfon<strong>di</strong>re -per quanto possibile qui- l’analisi, almeno per<br />

condurre <strong>un</strong> tentativo, non più d’<strong>un</strong> tentativo, <strong>di</strong> spiegazione della minore<br />

velocità relativa della Toscana. Certamente ci si precluderebbe la possibilità<br />

<strong>di</strong> capire il senso dei processi strutturali se ci si ostinasse ad inseguire<br />

l’ultimo dato congi<strong>un</strong>turale: e la querelle sulla «tenuta del modello toscano»<br />

ne fa fede. D’altra parte, anche il confronto delle situazioni a intervalli<br />

decennali, come quello reso possibile dai censimenti, non consente <strong>di</strong><br />

procedere più che tanto, valendo soprattutto a misurare le fenomenologie.<br />

è forse più utile allo scopo <strong>un</strong>o sguardo retrospettivo sul me<strong>di</strong>o periodo. Si<br />

ripropone qui <strong>un</strong> sommario esame comparato sullo sviluppo (industriale)<br />

della Toscana rispetto alle altre regioni del paese (Fig. 2).<br />

Figura 2<br />

I «SENTIERI REGIONALI» DI SVILUPPO (1951-81)<br />

Sull’asse orizzontale, popolazione residente (1951=100); sull’asse verticale, addetti all’industria per<br />

100 residenti. I p<strong>un</strong>ti sulle curve corrispondono ai valori dei fenomeni alle date dei censimenti (1951,<br />

1961, 1971, 1981)<br />

25<br />

20<br />

15<br />

10<br />

5<br />

0<br />

Molise<br />

Abruzzo<br />

Umbria<br />

Basilicata<br />

Calabria<br />

Marche<br />

Veneto<br />

Sicilia<br />

Emilia Romagna<br />

Friuli Toscana<br />

Liguria<br />

Trentino<br />

Puglia<br />

Piemonte<br />

Sardegna<br />

Campania<br />

Lombar<strong>di</strong>a<br />

80 90 100 110 120 130 140<br />

Si prendono in considerazione, congi<strong>un</strong>tamente, due in<strong>di</strong>catori: gli<br />

andamenti della popolazione (in termini <strong>di</strong> residenti nelle singole regioni<br />

86 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio<br />

Lazio<br />

150


alle date dei censimenti dal 1951 al 1981, fatto 100 il valore del 1951) e<br />

i livelli <strong>di</strong> industrializzazione (misurati in termini <strong>di</strong> addetti all’industria<br />

ogni 100 residenti, sempre alle date dei quattro censimenti). Sono segnati<br />

sull’asse verticale, tracciato in corrispondenza del valore 100 della<br />

popolazione, i livelli <strong>di</strong> industrializzazione delle singole regioni al 1951.<br />

Sono facilmente identificabili quattro gruppi <strong>di</strong> regioni:<br />

-<br />

-<br />

-<br />

-<br />

-<br />

-<br />

-<br />

-<br />

il gruppo delle regioni più industrializzate, con oltre il 10 per cento <strong>di</strong><br />

addetti all’industria, che comprende la Lombar<strong>di</strong>a e il Piemonte e, a<br />

qualche <strong>di</strong>stanza, la Liguria;<br />

il gruppo delle regioni, che si possono definire me<strong>di</strong>amente industrializzate,<br />

con valori del livello <strong>di</strong> industrializzazione attorno al 10 per cento,<br />

costituito da Toscana, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto A<strong>di</strong>ge;<br />

Veneto, Emilia Romagna, Marche, Umbria, Sardegna e Lazio compongono<br />

il terzo raggruppamento, quello delle regioni scarsamente industrializzate,<br />

con valori fra il 5 e il 7 per cento dello stesso in<strong>di</strong>catore;<br />

tutte le altre regioni, che ben si possono qualificare come non<br />

industrializzate, hanno meno, e talvolta molto meno, <strong>di</strong> 5 addetti<br />

all’industria ogni 100 abitanti.<br />

Quel che accade fra il 1951 e il 1961 è riconducibile a queste osservazioni:<br />

le tre regioni più industrializzate registrano <strong>un</strong> vistoso incremento<br />

demografico, mentre l’industrializzazione cresce significativamente<br />

solo in Lombar<strong>di</strong>a e Piemonte, ma ristagna sostanzialmente in Liguria;<br />

i movimenti nelle altre regioni rappresentano gli effetti della prima<br />

«ondata» del processo <strong>di</strong> industrializzazione delle regioni della cosiddetta<br />

«Terza Italia»; la Toscana «decolla» aumentando in industrializzazione e<br />

in popolazione, seguita a breve <strong>di</strong>stanza dal Trentino Alto A<strong>di</strong>ge, solo in<br />

termini <strong>di</strong> popolazione, e, ma a livelli <strong>un</strong> po’ più bassi, dal Friuli Venezia<br />

Giulia solo per l’industrializzazione, risultando in leggera flessione<br />

demografica; l’Emilia Romagna e il Veneto si appaiano alla Toscana,<br />

anche se per il Veneto l’incremento del livello dell’industrializzazione<br />

<strong>di</strong>pende non solo dall’aumento degli addetti all’industria ma anche dalla<br />

per<strong>di</strong>ta <strong>di</strong> popolazione;<br />

è fondamentalmente per effetto dell’emigrazione che i livelli <strong>di</strong><br />

industrializzazione si muovono <strong>un</strong> po’ verso l’alto anche per l’Umbria e<br />

per le Marche; in Sardegna e, ancor più, nel Lazio cresce marcatamente<br />

la popolazione residente (per quanto riguarda il Lazio la crescita, come si<br />

sa, è ascrivibile pressoché interamente all’«effetto Roma»);<br />

il livello <strong>di</strong> industrializzazione resta quello che era <strong>di</strong>eci anni prima<br />

praticamente in tutte le altre regioni, sebbene Puglia, Campania, Sicilia<br />

e Basilicata esprimano crescite demografiche <strong>di</strong>fferenziate, mentre<br />

Calabria, Abruzzi e Molise den<strong>un</strong>ciano chiaramente la loro natura <strong>di</strong> aree<br />

d’origine <strong>di</strong> massicci flussi <strong>di</strong> emigrazione.<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 87


Nei due perio<strong>di</strong> successivi (1961-71, 1971-81) si osservano questi<br />

movimenti:<br />

- la Liguria appare già in crisi per quanto riguarda l’industrializzazione<br />

e, dopo il 1971, perde anche popolazione; la crescita demografica fra<br />

‘71 e ‘81 si azzera per il Piemonte, mentre prosegue in Lombar<strong>di</strong>a; in<br />

tutte e due le regioni i livelli <strong>di</strong> industrializzazione restano quelli che<br />

erano al ‘61; le regioni per così <strong>di</strong>re «inseguitrici» delle regioni che<br />

costituirono il «triangolo» sono ora Toscana, Emilia Romagna e Veneto,<br />

ove continuano a crescere sia la popolazione che l’industrializzazione;<br />

a breve <strong>di</strong>stanza segue il Friuli Venezia Giulia, con crescita demografica<br />

che ristagna, mentre il Trentino Alto A<strong>di</strong>ge imbocca <strong>un</strong> suo sentiero<br />

<strong>di</strong> sviluppo (e che sviluppo vi sia lo prova la crescita <strong>di</strong> popolazione)<br />

e manifestamente il motore non ne è l’industria ma, come sappiamo,<br />

l’agricoltura e il turismo;<br />

- fra il 1971 e il 1981 parte anche la seconda «ondata» dell’industrializzazione<br />

nelle regioni centro-nord-orientali: Marche e Umbria, in <strong>un</strong> primo<br />

momento, si accostano ai livelli cui erano le precedenti regioni<br />

all’inizio del primo periodo, successivamente le Marche raggi<strong>un</strong>gono, e<br />

superano, le posizioni <strong>di</strong> Toscana, Emilia Romagna e Veneto, in termini<br />

<strong>di</strong> industrializzazione, anche se l’incremento demografico appare<br />

abbastanza contenuto;<br />

- in Abruzzi e Basilicata, ove prosegue l’esodo migratorio, si innalzano<br />

<strong>di</strong> <strong>un</strong> po’ i livelli <strong>di</strong> industrializzazione, come pure in Puglia e Sardegna,<br />

ove si accompagnano, peraltro, ad <strong>un</strong> incremento demografico; Calabria,<br />

Sicilia e Campania, in costante crescita demografica per l’effetto<br />

pressoché esclusivo del saldo naturale, restano più o meno sugli stessi<br />

livelli <strong>di</strong> industrializzazione, che non salgono nemmeno nel Lazio, data<br />

la spettacolare crescita del denominatore del nostro in<strong>di</strong>ce, causata dalla<br />

vera e propria esplosione demografica <strong>di</strong> Roma.<br />

Le posizioni al 1981 sono le seguenti:<br />

- le regioni della prima (Toscana, Emilia Romagna, Veneto) e della<br />

seconda (Marche, Umbria) «ondata» dell’industrializzazione postbellica<br />

sono ormai a livelli paragonabili a quelli delle due regioni <strong>di</strong><br />

più antica industrializzazione; ma sono da segnalare alc<strong>un</strong>e evidenti<br />

<strong>di</strong>fferenziazioni: il declino dell’industrializzazione in Piemonte<br />

e Lombar<strong>di</strong>a, ormai manifestamente in fase «postindustriale»; il<br />

marcato rallentamento del processo <strong>di</strong> industrializzazione in Toscana;<br />

il più accentuato <strong>di</strong>namismo <strong>di</strong> Emilia Romagna, Veneto e, soprattutto,<br />

Marche;<br />

- Abruzzi, Molise, Basilicata e Puglia (la sola regione che si mantiene<br />

costantemente in crescita <strong>di</strong> popolazione), cioè le regioni della terza<br />

«ondata», hanno raggi<strong>un</strong>to e talvolta persino superato quelli che erano<br />

88 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio


-<br />

-<br />

stati i livelli <strong>di</strong> industrializzazione delle precedenti regioni al termine<br />

del primo periodo;<br />

Sardegna e Lazio, per quanto accom<strong>un</strong>ate da <strong>un</strong>a costante espansione<br />

demografica, sebbene a ritmi notevolmente <strong>di</strong>suguali, seguono, come<br />

tutti sanno, percorsi <strong>di</strong>versi: l’abnorme crescita della megalopoli<br />

romana e la formazione <strong>di</strong> <strong>un</strong>a <strong>di</strong>screta struttura industriale nel Lazio;<br />

<strong>un</strong> andamento economico titubante e incerto, nel <strong>di</strong>fficile rapporto fra<br />

agricoltura, turismo e grande industria, così tipico dell’isola sarda;<br />

dopo trent’anni, Campania, Calabria e Sicilia non presentano alc<strong>un</strong><br />

significativo mutamento nei livelli <strong>di</strong> industrializzazione: i dati dei<br />

censimenti, insomma, non ann<strong>un</strong>ciano <strong>un</strong>a quarta «ondata» nei processi<br />

regionali <strong>di</strong> industrializzazione.<br />

Il senso dei processi che hanno operato fra il 1951 e il 1981, pur nella<br />

rappresentazione stilizzata che qui se n’è fatta (Becattini e Bianchi, 1982),<br />

sottolinea inequivocabilmente <strong>un</strong> fenomeno: la Toscana ha rallentato il<br />

passo della sua industrializzazione, quando questa continua a procedere<br />

non solo in Emilia Romagna e Veneto, le regioni che più le si possono<br />

assimilare, ma anche e soprattutto nelle Marche, in Umbria e nel Friuli<br />

Venezia Giulia che ormai hanno raggi<strong>un</strong>to i suoi livelli e, per <strong>di</strong> più, quando<br />

i livelli toscani restano ancora notevolmente <strong>di</strong>stanti da quelli che furono i<br />

massimi storici raggi<strong>un</strong>ti da Piemonte e Lombar<strong>di</strong>a e, se pur non <strong>di</strong> molto,<br />

inferiori anche agli o<strong>di</strong>erni valori <strong>di</strong> queste regioni.<br />

Ora, da quanto si sa dai più recenti stu<strong>di</strong> in materia <strong>di</strong> analisi multiregionale<br />

dello sviluppo, sembra altamente improbabile, per non <strong>di</strong>re del<br />

tutto impossibile, che la Toscana possa recuperare le posizioni perdute,<br />

rispetto alle regioni con cui si può confrontare.<br />

In particolare è stata recentemente avanzata l’ipotesi (Iiasa-<strong>Irpet</strong>, 1986)<br />

che esista <strong>un</strong> «tetto» alla crescita dei livelli <strong>di</strong> industrializzazione <strong>di</strong> <strong>un</strong>a<br />

determinata regione, secondo la regola implicita «più precoce il decollo,<br />

più alto il livello».<br />

In effetti, stu<strong>di</strong>ando il comportamento delle regioni italiane e delle<br />

regioni britanniche tra 1841 e 1981, è stato <strong>di</strong>mostrato che soltanto le<br />

regioni <strong>di</strong> più antico sviluppo raggi<strong>un</strong>gono il livello <strong>di</strong> oltre 200 occupati<br />

nell’industria per 1000 abitanti. La spiegazione del fenomeno è stata<br />

ricercata nella possibile influenza <strong>di</strong> processi <strong>di</strong> saturazione, dai quali<br />

derivano flussi crescenti <strong>di</strong> <strong>di</strong>seconomie esterne, cui si aggi<strong>un</strong>ge l’effetto<br />

<strong>di</strong> <strong>un</strong>a sempre più vivace competizione interregionale a mano a mano che<br />

«decollano» le altre regioni. Ma alle regioni second o third comers sarebbe<br />

preclusa la possibilità <strong>di</strong> raggi<strong>un</strong>gere i tetti massimi attinti dalle regioni <strong>di</strong><br />

precedente industrializzazione. Infatti -si sostiene- si è ormai esaurita la<br />

spinta propulsiva del ciclo mon<strong>di</strong>ale dell’industrializzazione aperto dalla<br />

Rivoluzione industriale.<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 89


Di ciò si danno <strong>di</strong>verse spiegazioni, non tutte mutuamente incompatibili,<br />

le due principali essendo: le economie più industrializzate dell’Occidente<br />

sono ormai entrate nella fase postindustriale, né, quin<strong>di</strong>, possono attendersi<br />

ulteriori incrementi dell’industrializzazione, almeno in termini <strong>di</strong> addetti;<br />

l’altra, più o meno <strong>di</strong>rettamente raccordata al recente revival <strong>di</strong> interessi<br />

intorno alla kondratieviana teoria delle «onde l<strong>un</strong>ghe», ritiene che la<br />

prol<strong>un</strong>gata recessione che sta ormai, probabilmente, alle nostre spalle, abbia<br />

rappresentato la fase <strong>di</strong>scendente del quarto dei cicli Kondratiev finora<br />

osservati, che chiuderebbe l’intero «iperciclo» dell’industrializzazione<br />

(Bruckmann, 1983).<br />

Ora, a parte le considerazioni possibili su questo tipo <strong>di</strong> argomentazioni,<br />

che svariano in modo non sempre criticamente controllato tra la<br />

modellizzazione <strong>di</strong> ingenti quantità <strong>di</strong> dati empirici e la speculazione<br />

esoterica sui destini del mondo, resta la circostanza che dopo il 1981 in<br />

Toscana è cessata la crescita dei suoi livelli relativi <strong>di</strong> industrializzazione.<br />

Eureka! si rallegrerà qualc<strong>un</strong>o, la Toscana è già postindustriale. In<br />

effetti, se la caratterizzazione agricola, industriale o terziaria <strong>di</strong> <strong>un</strong> sistema<br />

economico, <strong>di</strong> qualsivoglia scala territoriale, <strong>di</strong>pende dalle proporzioni in<br />

cui si ripartisce la sua occupazione, si dovrebbe precisare che la Toscana<br />

sarebbe entrata nel «postindustriale» ormai da qualche anno: secondo chi<br />

scrive nel 1977, secondo altri e sempre incerti dati nel 1975 o anche <strong>un</strong><br />

po’ prima. Quando, cioè, l’occupazione terziaria ha superato e raggi<strong>un</strong>to<br />

l’occupazione industriale come questa fece nel 1955 (e qui tutti i dati<br />

concordano) rispetto all’occupazione agricola (Fig. 3).<br />

Figura 3<br />

LA STRUTTURA DELL’OCCUPAZIONE IN TOSCANA (1951-81)<br />

Peso percentuale dell’occupazione nell’agricoltura, nell’industria e nei servizi sull’occupazione totale<br />

50<br />

40<br />

30<br />

20<br />

10<br />

0<br />

Industria<br />

Servizi<br />

Agricoltura<br />

1955 1960 1965 1970 1975 1980<br />

90 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio


4. Postindustriale «alla toscana»<br />

Si assuma che la Toscana sia già (o sia già nel) «postindustriale». Secondo<br />

gli schemi <strong>di</strong> più corrente smercio sul mercato dell’analisi economica, ciò<br />

starebbe a significare non solo che, banalmente, l’occupazione nel settore<br />

dei servizi è maggiore <strong>di</strong> quella in ciasc<strong>un</strong>o degli altri due settori, ma che<br />

son le attività terziarie a rappresentare la molla del sistema economico e<br />

a imprimergli il verso delle <strong>di</strong>namiche fondamentali. Cuore e nerbo del<br />

terziario, centro motore dei suoi impulsi sarebbe, in questa versione,<br />

quel complesso <strong>di</strong> attività che si chiamano, con denominazioni svariate<br />

quanto, al fondo, generiche, «terziario avanzato», «terziario qualificato»,<br />

«quaternario» e così via. Pur non ignorando recenti e autorevoli ammonimenti<br />

(Gersh<strong>un</strong>y, 1985) ad andarci piano con sbrigative etichette quando si tratti<br />

delle attività produttrici <strong>di</strong> servizi, dato che la trasformazione industrialeterziaria<br />

è, in buona parte, <strong>un</strong>a riclassificazione della nomenclatura delle<br />

professioni, che si accompagna a <strong>un</strong>a crescente acquisizione <strong>di</strong> servizi da<br />

parte delle famiglie (che peraltro si esprime prevalentemente nell’acquisto<br />

<strong>di</strong> beni: ad esempio, elettrodomestici), mentre il «postindustriale» deve<br />

considerarsi più <strong>un</strong> processo che <strong>un</strong>o stato, si potrà tentare <strong>un</strong>a prima<br />

sommaria ricognizione circa la qualità del terziario esistente in Toscana<br />

all’inizio degli anni ‘80.<br />

Il p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> partenza più opport<strong>un</strong>o sembra quello dei servizi<br />

qualificati alle imprese, sia che rappresentino la specializzazione e quin<strong>di</strong><br />

l’esternalizzazione <strong>di</strong> attività prima svolte all’interno, per esempio, delle<br />

industrie (ricerca, progettazione), sia che si tratti <strong>di</strong> attività nuove, o almeno<br />

parzialmente nuove, come quelle, sempre ad esempio, più <strong>di</strong>rettamente<br />

connesse all’immagine e alle f<strong>un</strong>zioni promozionali (marketing, pubblicità,<br />

ecc.). Ora, al 1981 queste attività in Toscana non raggi<strong>un</strong>gevano il 3<br />

per cento del complesso degli addetti all’industria, mentre nel paese la<br />

corrispondente incidenza era abbastanza superiore al 3 per cento. Una<br />

<strong>di</strong>fferenza minima, si <strong>di</strong>rà. Certo: però gli addetti della Toscana a questo<br />

tipo <strong>di</strong> attività rappresentavano <strong>un</strong> 6 per cento scarso del complesso degli<br />

stessi addetti in Italia, <strong>un</strong>a quota, cioè, inferiore a quella che normalmente<br />

la Toscana si attribuisce in molti campi. Ma quel che più -si ipotizza-<br />

raffredderà i possibili entusiasmi <strong>di</strong> quanti si eccitano all’idea <strong>di</strong> <strong>un</strong>a<br />

Toscana già postindustriale è il fatto che, se si rapportano gli addetti alle<br />

attività <strong>di</strong> cui si parla al totale dell’occupazione extra-agricola, si ottiene<br />

per la Toscana <strong>un</strong> valore pari al 5,7 per cento, che non solo è più basso <strong>di</strong><br />

quello <strong>di</strong> tutte le regioni più industrializzate, ma segnatamente più basso<br />

anche del corrispondente in<strong>di</strong>ce nazionale che è pari al 7 per cento, come<br />

<strong>di</strong>re <strong>un</strong> quarto in più che nella regione. Si potrà ancora obiettare che la<br />

Toscana è assai <strong>di</strong>fforme e variegata e che le me<strong>di</strong>e, quin<strong>di</strong>, potrebbero<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 91


celare l’esistenza <strong>di</strong> situazioni locali nelle quali il postindustriale avrebbe<br />

potuto essere attecchito e rigogliosamente germinare. Da qui il proposito <strong>di</strong><br />

andare a ricercare il terziario qualificato nel nocciolo metropolitano della<br />

regione (Firenze e la sua area).<br />

Se ci si ferma a livello provinciale, si accerta agevolmente come, all’inizio<br />

del decennio in corso, nella provincia <strong>di</strong> Firenze risiedesse solo la metà degli<br />

ingegneri, rapportati alla popolazione, esistenti a Milano e a Bologna e,<br />

sempre con riferimento agli stessi termini <strong>di</strong> confronto, <strong>un</strong> terzo in meno <strong>di</strong><br />

periti industriali; i <strong>di</strong>rigenti industriali delle province <strong>di</strong> Bologna e <strong>di</strong> Milano<br />

sono tre volte <strong>di</strong> più che in Toscana, ove i periti industriali sono <strong>un</strong> terzo in<br />

meno. La quota dei <strong>di</strong>rigenti industriali della provincia <strong>di</strong> Firenze, in termini<br />

relativi calcolati sul totale dell’occupazione extra-agricola, è inferiore <strong>di</strong> due<br />

terzi alla dotazione esistente a Milano e a Bologna. Anche il modo con cui si<br />

prepara il futuro <strong>di</strong>fferisce abbastanza: i laureati, sulla popolazione residente,<br />

sono a Milano <strong>di</strong> più che a Firenze <strong>di</strong> <strong>un</strong> buon 6 per cento e a Bologna <strong>di</strong><br />

<strong>un</strong>, a tutta prima incre<strong>di</strong>bile, 26 per cento. Se si scende <strong>di</strong> scala per andare<br />

a vedere come stanno le cose nell’area fiorentina si apprende da <strong>un</strong> recente<br />

stu<strong>di</strong>o sulle prospettive <strong>di</strong> sviluppo del settore terziario (<strong>Irpet</strong>, 1986) che<br />

mancherebbe qui <strong>un</strong> 45 per cento <strong>di</strong> occupati nelle attività produttrici <strong>di</strong> servizi<br />

per le imprese, se si volessero raggi<strong>un</strong>gere le dotazioni relative, poniamo,<br />

<strong>di</strong> Bologna e <strong>di</strong> Milano. Contemporaneamente si registra <strong>un</strong> eccesso pari<br />

all’11per cento negli addetti al commercio al minuto, che non rappresentano<br />

propriamente la più significativa manifestazione <strong>di</strong> terziario avanzato. Un<br />

altro stu<strong>di</strong>o <strong>di</strong> poco tempo fa (Censis, 1984) permette <strong>di</strong> fare <strong>un</strong>o zoom su<br />

Firenze, confrontandola col capoluogo emiliano. I risultati del confronto non<br />

consentono eccessivi orgogli fiorentinistici, dato che qui mancano, rispetto<br />

alle dotazioni bolognesi, <strong>un</strong> 13 per cento <strong>di</strong> addetti ai servizi specialistici<br />

per le industrie, <strong>un</strong> 6 per cento nel campo dei servizi finanziari, <strong>un</strong> 30 per<br />

cento nell’area dei servizi vari, ma sempre estremamente qualificati. Firenze<br />

tuttavia si segnala per la rispettabile dotazione <strong>di</strong> addetti ai servizi dei rapporti<br />

con l’estero (attività <strong>di</strong> import-export), che sono qui 5 volte <strong>di</strong> più che a<br />

Bologna: e ancora superiori <strong>di</strong> oltre il 15 per cento sono gli addetti ai servizi,<br />

come si <strong>di</strong>ce, per la produzione dell’immagine (marketing, pubblicità, ecc.).<br />

Tornando alla Toscana e tenendo sempre a mente le in<strong>di</strong>cazioni <strong>di</strong><br />

Gersh<strong>un</strong>y, si può fare <strong>un</strong> rapido scandaglio sulla struttura professionale<br />

della popolazione residente attiva (Fig. 4). Ai primi posti della graduatoria,<br />

con più <strong>di</strong> 20 occupati ogni 1.000 abitanti in queste professioni, troviamo<br />

gli impiegati amministrativi, i commercianti, gli impiegati <strong>di</strong> concetto:<br />

vale a <strong>di</strong>re le tipiche espressioni del terziario banale; tra 10 e 15 occupati<br />

ogni 1.000 abitanti ve<strong>di</strong>amo coltivatori <strong>di</strong>retti (il residuo aggiornato del<br />

passato rurale della Toscana), operai calzaturieri e metalmeccanici, autisti<br />

e muratori. Di futuribile ancora non s’è visto nulla. E meno ancora se<br />

92 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio


ne trova a mano a mano che si scorre la graduatoria, dove compaiono<br />

nell’or<strong>di</strong>ne uscieri, bidelli, contabili, commessi, falegnami, ecc. Per reperire<br />

qualcosa che assomigli a <strong>un</strong>a professione moderna bisogna scendere fino<br />

ad <strong>un</strong>’incidenza del 2,5 per mille che corrisponde a quella dei tecnici<br />

esecutivi. Ma si ammetta pure che la struttura consolidata delle professioni<br />

viene da lontano ed è quin<strong>di</strong> quella che è: se il postindustriale è transizione,<br />

se ne potrebbe trovar traccia nei mo<strong>di</strong> e nei ritmi con ì quali recentemente la<br />

struttura professionale toscana si è venuta mo<strong>di</strong>ficando (Fig. 5). In effetti i<br />

nostri tecnici esecutivi tra il ‘71 e l’81 sono raddoppiati, ma con incrementi<br />

assai più vistosi, tra il 250 e il 200 per cento, troviamo contabili, cassieri<br />

e commercialisti a riprova non dubbia dell’impatto sulla struttura delle<br />

professioni delle più recenti novità fiscali (Iva, obbligo della tenuta dei<br />

registri contabili, ecc.). Perlustrando ancora la graduatoria delle professioni<br />

in aumento, continuiamo a imbatterci in tintori, me<strong>di</strong>atori del cre<strong>di</strong>to e<br />

delle assicurazioni, lavoratori agricoli specializzati, operai metallurgici,<br />

ecc.: insomma, ness<strong>un</strong> segnale <strong>di</strong> novità particolarmente visibile. Anche<br />

sul fronte delle professioni in regresso si colgono in<strong>di</strong>cazioni del tutto<br />

attese: i segni della razionalizzazione nell’industria tessile, l’esaurimento<br />

dell’agricoltura e delle attività minerarie e così via (Kutscher, 1985).<br />

Figura 4<br />

LA STRUTTURA DELLE PROFESSIONI IN TOSCANA AL 1981<br />

Valori per 1.000 residenti<br />

25<br />

20<br />

15<br />

10<br />

5<br />

0<br />

Impiegati amministrativi<br />

Commercianti<br />

Impiegati <strong>di</strong> concetto<br />

Coltivatori <strong>di</strong>retti<br />

Operai calzaturieri<br />

Operai metalmeccanici<br />

Autisti<br />

Muratori<br />

Uscieri, bidelli<br />

Contabili<br />

Meccanici<br />

Commessi<br />

Maestri<br />

Falegnami<br />

Tessitori<br />

Infermieri<br />

Sarti<br />

Manovali<br />

Rappr. <strong>di</strong> commercio<br />

Lavoratori agricoli<br />

Lavoratori maglierie<br />

Elettricisti<br />

Barbieri<br />

Borsettai<br />

Impren<strong>di</strong>tori<br />

Domestici<br />

Prof. scuola me<strong>di</strong>a<br />

Forze dell’or<strong>di</strong>ne<br />

Prof. scuola superiore<br />

Tecnici esecutivi<br />

Idraulici<br />

Cernitori<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 93


Figura 5<br />

MUTAMENTO NELLA STRUTTURA DELLE PROFESSIONI IN TOSCANA<br />

Variazioni percentuali 1971-81<br />

200<br />

150<br />

100<br />

50<br />

0<br />

Contabili, cassieri<br />

“Altri” insegnanti<br />

Commercialisti<br />

Tintori<br />

Me<strong>di</strong>at. cred. ass. serv.<br />

Lav. agricoli specializ.<br />

“Altri” operai metall.<br />

Tecnici esecutivi<br />

Prof. scuola superiore<br />

“Altri” lav. pelli e cuoio<br />

Rappr. <strong>di</strong> commercio<br />

Cuochi<br />

“Altri” lav. abbigl. e arred.<br />

Me<strong>di</strong>ci chir. generici<br />

Tecnici <strong>di</strong>r. e <strong>di</strong> concetto<br />

Ricamatrici, ornatori<br />

Uscieri, bidelli<br />

Esercenti, baristi<br />

Professori <strong>un</strong>iversitari<br />

Geometri<br />

Infermieri<br />

5. Maturità precoce<br />

Finitori <strong>di</strong> filati e tessuti<br />

Vetrai<br />

Lav. agricoli generici<br />

Manovali e<strong>di</strong>li<br />

Coltiv. <strong>di</strong>retti <strong>di</strong> azienda agr. mista<br />

Minatori e cavatori<br />

Coltiv. <strong>di</strong>retti <strong>di</strong> azienda agr. spec.<br />

Venendo ora a guardare <strong>un</strong> po’ più dall’alto il sistema produttivo toscano,<br />

e rapportandolo ai processi che operano nel mondo, in Italia e nella stessa<br />

regione, è <strong>di</strong> intuitiva evidenza come stiano perdendo <strong>di</strong> efficacia o si stiano<br />

esaurendo oppure vengano sempre più attivamente contrastati i tra<strong>di</strong>zionali<br />

fattori dello sviluppo regionale:<br />

-<br />

-<br />

-<br />

l’elasticità, in termini <strong>di</strong> occupazione, delle piccole e me<strong>di</strong>e<br />

imprese rispetto alle variazioni quantitative della domanda interna<br />

e internazionale, non solo e non tanto per effetto <strong>di</strong> <strong>un</strong> accresciuto<br />

controllo sindacale quanto per la sostituzione dell’elasticità permessa<br />

da <strong>un</strong>a manodopera «<strong>di</strong>sponibile» con quella resa possibile dalle<br />

tecnologie decentralizzatrici dell’automazione che, rimpiazzando la<br />

rigi<strong>di</strong>tà dei sistemi meccanici tra<strong>di</strong>zionali con i sistemi a controllo<br />

elettronico, consentono <strong>un</strong>a notevole versatilità dei processi produttivi<br />

anche alle scale più piccole (Blair, 1972);<br />

la flessibilità, in termini <strong>di</strong> adeguamento delle produzioni ai mutamenti<br />

qualitativi della domanda, dato che non basta più sapersi adeguare<br />

prontamente alle mutevoli leggi della moda, ma occorre partecipare<br />

attivamente alla loro formazione;<br />

94 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio<br />

0<br />

-50<br />

-100


-<br />

-<br />

-<br />

-<br />

-<br />

la tolleranza sindacale, istituzionale e sociale rispetto alle con<strong>di</strong>zioni<br />

<strong>di</strong> lavoro (lavoro irregolare, evasione contributiva, igienicità degli<br />

ambienti) e alle <strong>di</strong>seconomie ambientali (per esempio quelle del rilascio<br />

<strong>di</strong> sostanze inquinanti nell’aria e nell’acqua);<br />

i più bassi costi del lavoro, che hanno già raggi<strong>un</strong>to i livelli salariali<br />

me<strong>di</strong> del paese (Fig. 6).<br />

Sono ormai <strong>di</strong>ventati cruciali altri fattori:<br />

fattori <strong>di</strong> efficienza interni all’azienda (innovazioni nel campo dei<br />

prodotti e dei cicli <strong>di</strong> produzione);<br />

fattori <strong>di</strong> efficienza ambientale, esterni alla singola industria ma interni<br />

a ciasc<strong>un</strong> raggruppamento spaziale <strong>di</strong> attività produttive (ricerca e<br />

sviluppo, marketing, formazione professionale, infrastrutture, servizi<br />

pubblici).<br />

Figura 6<br />

IL DIFFERENZIALE SALARIALE TRA TOSCANA E ITALIA (1950-80)<br />

Retribuzioni me<strong>di</strong>e giornaliere nell’industria (sulla scala <strong>di</strong> sinistra, i valori della Toscana in lire; sulla<br />

scala <strong>di</strong> destra, il rapporto percentuale tra le retribuzioni me<strong>di</strong>e giornaliere in Toscana e in Italia)<br />

24.000<br />

Toscana<br />

117<br />

16.000<br />

Toscana/Italia<br />

115<br />

12.000<br />

113<br />

111<br />

8.000<br />

109<br />

6.000<br />

107<br />

4.000<br />

105<br />

103<br />

101<br />

2.000<br />

99<br />

97<br />

0<br />

95<br />

1950 1955 1960 1965 1970 1975 1980<br />

Ora, rispetto a questo sistema <strong>di</strong> vincoli, la Toscana esibisce <strong>di</strong>versi<br />

rischiosi p<strong>un</strong>ti <strong>di</strong> debolezza. Il rapporto tra ricerca e sviluppo, per esempio,<br />

sempre precario e tutto sommato nemmeno troppo essenziale, almeno<br />

per l’industria tipica che ha fondato i suoi successi più sull’innovazione<br />

formale che su quella tecnologica, non ha manifestato sintomi apprezzabili<br />

<strong>di</strong> consolidamento. È stato <strong>di</strong>mostrato (Gotti e Frattali, 1984) che, con<br />

riferimento all’area fiorentina, esiste <strong>un</strong>a domanda latente <strong>di</strong> ricerca a fini <strong>di</strong><br />

sviluppo tecnologico e, sempre nella stessa area, son presenti potenzialità,<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 95


anche rimarchevoli, d’offerta. Ma si tratta d’<strong>un</strong>a domanda e d’<strong>un</strong>a offerta<br />

che solo raramente riescono ad esprimersi e ad incontrarsi. Certo, in linea <strong>di</strong><br />

principio, esiste <strong>un</strong>a maggiore <strong>di</strong>fficoltà per le piccole imprese <strong>di</strong> accedere<br />

ai servizi <strong>di</strong> ricerca per l’innovazione: ma il p<strong>un</strong>to è che questa <strong>di</strong>fficoltà è<br />

solo assai parzialmente ovviata da iniziative pubbliche o private capaci <strong>di</strong><br />

imprimere impulsi sufficienti al vero e proprio salto <strong>di</strong> qualità che occorre.<br />

Non mancano iniziative a Firenze (Cesvit) e a Prato (Progetto Sprint), per<br />

esempio: ma si tratta pur sempre <strong>di</strong> iniziative pressoché isolate e con <strong>un</strong>a<br />

capacità <strong>di</strong> impatto che resta largamente al <strong>di</strong> qua della soglia critica.<br />

Che le attività rivolte alla promozione dei prodotti locali sui mercati<br />

nazionali e internazionali siano essenziali per <strong>un</strong> sistema produttivo cosi<br />

tipicamente orientato all’esportazione è del tutto ovvio. Un po’ meno<br />

comprensibile è che si stia <strong>di</strong>sputando da anni sulle possibili localizzazioni<br />

<strong>di</strong> nuove strutture espositive e, magari, sulla forma giuri<strong>di</strong>ca da assegnare<br />

alla loro gestione, senza che proceda sostanzialmente d’<strong>un</strong> passo<br />

l’approfon<strong>di</strong>mento della natura dei servizi promozionali da produrre e<br />

della identificazione dei capitali e delle risorse impren<strong>di</strong>toriali occorrenti<br />

per produrli.<br />

La povertà della dotazione infrastrutturale della Toscana, rispetto alle<br />

esigenze del suo sviluppo, è resa evidente a tutti dai bassissimi livelli <strong>di</strong><br />

accessibilità dall’esterno e <strong>di</strong> percorribilità interna del sistema regionale e in<br />

particolare del suo maggior polo produttivo localizzato tra Firenze e Prato.<br />

L’aeroporto pisano è clamorosamente inadeguato ai livelli dell’export e al<br />

volume dei flussi turistici della regione e, assieme al porto <strong>di</strong> Livorno, che<br />

è pur sempre il primo porto containers del Me<strong>di</strong>terraneo, è praticamente<br />

isolato dal suo hinterland per il pessimo stato dei collegamenti tra Firenze<br />

e la costa, che dovrebbero essere resi finalmente agevoli da <strong>un</strong>a superstrada<br />

in corso <strong>di</strong> costruzione da tempo immemorabile. La Toscana è <strong>un</strong>a delle<br />

regioni più motorizzate del paese, <strong>un</strong>’automobile ogni 2,7 abitanti, ma il<br />

tratto regionale dell’Autostrada del Sole è perennemente intasato; la strada<br />

statale da Firenze a Pisa e l’Aurelia, l<strong>un</strong>go la costa, rappresentano, non<br />

meno della Firenze-Grosseto, delle strozzature anziché delle infrastrutture<br />

<strong>di</strong> collegamento. Un riflesso <strong>di</strong> questa pessima con<strong>di</strong>zione delle strutture<br />

viarie si può forse rintracciare nel fatto che la rete ferroviaria toscana, pari<br />

al 7 per cento dell’intera rete nazionale, assorbe l’11 per cento dell’intero<br />

trasporto merci del paese.<br />

«Postindustriale», d<strong>un</strong>que, la Toscana? Si e no. Si, se si getta<br />

l’occhio sulle proporzioni in cui si <strong>di</strong>stribuiscono gli occupati nei tre<br />

gran<strong>di</strong> settori produttivi; no, se si guarda alla qualità del terziario e della<br />

struttura professionale, tenendo conto dello stato dei rapporti fra ricerca<br />

e sviluppo, delle iniziative <strong>di</strong> promozione mercantile, delle con<strong>di</strong>zioni<br />

della rete infrastrutturale. Se sta per partire -e presumibilmente è già<br />

96 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio


partito- <strong>un</strong> nuovo ciclo espansivo dell’economia mon<strong>di</strong>ale (che qualc<strong>un</strong>o<br />

-Bruckmann, 1983- considera la prima «onda l<strong>un</strong>ga» del nuovo «iperciclo<br />

postindustriale»), la possibilità <strong>di</strong> catturarne gli impulsi positivi <strong>di</strong>penderà<br />

dalla attitu<strong>di</strong>ne dei vari ambienti economico-territoriali ad accoglierne<br />

le innovazioni. È stato calcolato (Iiasa-<strong>Irpet</strong>, 1986) <strong>un</strong> rozzo in<strong>di</strong>ce che<br />

misura approssimativamente la propensione all’innovazione delle varie<br />

regioni italiane (tenendo conto della loro attuale struttura industriale,<br />

degli investimenti per la ricerca scientifica, delle attività <strong>di</strong> formazione<br />

professionale, del capitale fisso sociale e <strong>di</strong> altri in<strong>di</strong>catori socio-culturali).<br />

Il risultato, per quel po’ che può valere, è inquietante per la Toscana:<br />

fatto uguale a 1 il valore <strong>di</strong> questo in<strong>di</strong>ce per il complesso del paese, la<br />

Toscana si aggiu<strong>di</strong>cherebbe <strong>un</strong> modesto 1,4, più basso <strong>di</strong> poco dell’1,6 del<br />

Veneto, ma tragicamente <strong>di</strong>stante dal 4,1 dell’Emilia Romagna e dal 7,8<br />

del Piemonte.<br />

Pur consentendo con quanti facessero osservare (e non senza giustificato<br />

motivo) l’intrinseca opinabilità <strong>di</strong> misure siffatte e spostando l’attenzione<br />

su parametri meno controversi si gi<strong>un</strong>ge alla stessa conclusione: la Toscana<br />

trentacinque anni fa, nell’imminenza del processo <strong>di</strong> industrializzazione<br />

postbellico che vide il suo take-off a regione pienamente industriale,<br />

si trovava messa assai meglio <strong>di</strong> quanto non si trovi piazzata oggi, alla<br />

possibile vigilia d’<strong>un</strong> nuovo ciclo espansivo, <strong>di</strong> cui siano forze motrici le<br />

attività terziarie. Allora la Toscana, con 10 addetti all’industria ogni 100<br />

abitanti, era la quarta regione industriale del paese e la prima del plotoncino<br />

<strong>di</strong> quelle aspiranti all’industrializzazione. Oggi, con meno <strong>di</strong> 2 addetti al<br />

terziario qualificato ogni 100 abitanti, è la sesta regione italiana in questa<br />

graduatoria che la vede a pari merito con le Marche, ma è l’ultima del<br />

plotoncino delle regioni che inseguono l’Emilia Romagna e la Lombar<strong>di</strong>a,<br />

dopo Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Veneto e Liguria.<br />

Se il declino dell’industrializzazione e lo sviluppo della terziarizzazione<br />

rappresentano il segno della raggi<strong>un</strong>ta maturità <strong>di</strong> <strong>un</strong> sistema economico,<br />

per quanto riguarda la Toscana, viste le con<strong>di</strong>zioni in cui la trasformazione<br />

si realizza, si deve a malincuore riconoscere che si tratta <strong>di</strong> <strong>un</strong>a maturità<br />

raggi<strong>un</strong>ta troppo presto, <strong>un</strong>a «maturità precoce», probabilmente.<br />

6. Lo sviluppo <strong>di</strong>sconosciuto<br />

Fino al 1955, lo si è visto, la Toscana era, dal p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> vista economico, <strong>un</strong>a<br />

regione ancora prevalentemente agricola; dal 1977 non è più <strong>un</strong>a regione<br />

prevalentemente industriale: come <strong>di</strong>re che è transitata <strong>di</strong>rettamente dal<br />

pre al postindustriale. La prevalenza dell’industria come fonte principale<br />

dell’occupazione è durata quin<strong>di</strong> poco più <strong>di</strong> vent’anni: <strong>un</strong> batter d’occhio<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 97


nella storia plurisecolare della Toscana. Un periodo troppo breve per<br />

aver potuto ra<strong>di</strong>care e generalizzare <strong>un</strong>a cultura industriale come<br />

atteggiamento <strong>di</strong>ffuso e come cultura sociale <strong>di</strong> massa? Su questo sfondo<br />

fanno evidentemente eccezione i poli storici della grande impresa e i pochi<br />

veri «<strong>di</strong>stretti industriali» dei sistemi territoriali <strong>di</strong> piccole imprese: ma<br />

sono pennellate, pur visibili, che non cambiano la coloritura <strong>di</strong> fondo del<br />

quadro. In effetti la cultura sociale dei toscani, che si era rivelata così<br />

conforme alle esigenze dell’industrializzazione leggera e cosi consentanea<br />

ad assecondarne lo sviluppo, si trova come imbarazzata e perplessa <strong>di</strong><br />

fronte alle sfide della nuova fase.<br />

I vincoli entro i quali si svolge la competizione internazionale (non<br />

<strong>di</strong>versamente da quella interregionale) esigono <strong>un</strong>a duplice capacità:<br />

-<br />

-<br />

la capacità <strong>di</strong> adeguare i propri comportamenti alle nuove regole,<br />

secondo le quali non basta più saper profittare intelligentemente delle<br />

economie esterne, <strong>di</strong>ciamo così «naturali», ma occorre essere in grado <strong>di</strong><br />

costruire i generatori delle economie esterne «artificiali» (infrastrutture,<br />

ricerca e sviluppo, ecc.);<br />

la capacità <strong>di</strong> adattamento al più alto livello <strong>di</strong> competizione, nel<br />

quale non è più pagante la sola tempestività dell’adeguamento alle<br />

mutevoli esigenze della domanda, dato che ormai si tratta <strong>di</strong> suscitare e<br />

conformare quella domanda: si tratta, per usare <strong>un</strong>a metafora sportiva,<br />

<strong>di</strong> cambiar gioco passando dal gioco <strong>di</strong> rimessa a quello <strong>di</strong> battuta o, se<br />

si vuole, dal gioco <strong>di</strong> contropiede a quello d’attacco.<br />

Pensare in grande e guardar lontano sembra <strong>un</strong> esercizio intellettuale<br />

verso cui, salvo rare eccezioni, appaiono riluttanti i gruppi <strong>di</strong>rigenti toscani<br />

(delle istituzioni e delle imprese non meno che dei sindacati e dei partiti).<br />

Una riluttanza che può forse trovare almeno <strong>un</strong>’ipotesi <strong>di</strong> spiegazione nella<br />

brevità della stagione dell’industria ma che appare sostanzialmente non<br />

<strong>di</strong>ssimile dalla <strong>di</strong>fficoltà a intendere la natura e i meccanismi dello sviluppo<br />

regionale. Non si è inteso o non si è voluto intendere (e, com<strong>un</strong>que, non<br />

si è inteso tempestivamente) il carattere non transitorio del modello<br />

regionale <strong>di</strong> sviluppo, e quin<strong>di</strong> la domanda <strong>di</strong> regolazione e <strong>di</strong> sostegno<br />

che veniva esprimendo. Non s’intende, o almeno cosi sembra, oggi la<br />

natura del «nuovo» che nasce in <strong>un</strong> ambiente che non gli è particolarmente<br />

simpatetico. Questo ragionamento si muove su <strong>un</strong> terreno pericolosamente<br />

infido e viscido, dovendosi basare su notazioni impressionistiche e<br />

sensazioni, in<strong>di</strong>mostrabili qui ma -si presume- assai ostiche, <strong>di</strong> per sé, alle<br />

procedure della verifica scientifica.<br />

Con tutti i rischi del caso si proverà a formulare <strong>un</strong>’idea. La vicenda<br />

dello sviluppo toscano, il <strong>di</strong>battito che ne è sorto, le politiche che ne sono<br />

o non ne sono derivate, parrebbero suggerire <strong>un</strong>a sorta <strong>di</strong> separatezza e<br />

<strong>di</strong> estraneità reciproca fra i gruppi <strong>di</strong>rigenti regionali e i processi dello<br />

98 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio


sviluppo. Una estraneità che invece non si ritrova (perché non ammetterlo?)<br />

nei comportamenti pratici dei sindaci e degli assessori locali, dei singoli<br />

operatori economici, dei sindacalisti <strong>di</strong> base, dei lavoratori e delle loro<br />

famiglie. Tutti alienati inconsapevoli o complici coscienti delle nequizie<br />

del modello? O non piuttosto accorti operatori che, <strong>un</strong> occhio all’ideologia<br />

<strong>un</strong> altro all’interesse personale, ma attenti a non sacrificare né alla prima<br />

né al secondo il benessere collettivo, hanno com<strong>un</strong>que operato come agenti<br />

della trasformazione? Trasformazione che ha ass<strong>un</strong>to i caratteri <strong>di</strong> <strong>un</strong>a<br />

grande opera <strong>di</strong> modernizzazione, quale indubbiamente è stato il processo<br />

<strong>di</strong> «industrializzazione dal basso» <strong>di</strong> questo dopoguerra.<br />

Conseguenza <strong>di</strong>retta o in<strong>di</strong>retta della rapi<strong>di</strong>tà della transizione dal pre<br />

al postindustriale e del rapporto <strong>di</strong> estraneità reciproca fra gruppi <strong>di</strong>rigenti<br />

regionali e meccanismi dello sviluppo, è <strong>un</strong> atteggiamento, in tal<strong>un</strong>i casi <strong>un</strong><br />

vero e proprio pregiu<strong>di</strong>zio, che viene da lontano, anche da molto lontano<br />

nel tempo. Non si sono rintracciati, a <strong>un</strong>a prima sommaria perlustrazione,<br />

documenti e testimonianze <strong>di</strong> epoche anteriori: ma già nel documento per<br />

la prima Conferenza regionale dei com<strong>un</strong>isti toscani (10-12 luglio 1959) si<br />

trovano reperti inequivocabili <strong>di</strong> questo atteggiamento. E non tanto perché<br />

l’insistenza sul ruolo dell’agricoltura o la rituale segnalazione del «peso dei<br />

gran<strong>di</strong> monopoli» aduggino il testo <strong>di</strong> motivi datati, quanto per l’esplicita<br />

manifestazione <strong>di</strong> quella che resterà a l<strong>un</strong>go <strong>un</strong>a costante nelle valutazioni<br />

politico-sindacali circa l’economia regionale. Ci si riferisce a quella sorta<br />

<strong>di</strong> rimozione della realtà che si manifesta allorché, rilevato «l’andamento<br />

positivo <strong>di</strong> alc<strong>un</strong>e produzioni industriali in momenti <strong>di</strong> favorevole<br />

congi<strong>un</strong>tura», se ne inferisce che «sarebbe <strong>un</strong> errore negare che la Toscana<br />

stia subendo <strong>un</strong> grave processo <strong>di</strong> degradazione economica». E debbono<br />

passare alc<strong>un</strong>i anni perché gli organi regionali della Cgil (gennaio 1962)<br />

riconoscano «<strong>un</strong>a accresciuta intraprendenza dei piccoli e me<strong>di</strong> operatori».<br />

Sono in effetti gli anni in cui si registra <strong>un</strong>o spettacolare sviluppo<br />

dell’economia regionale, provato, al <strong>di</strong> là <strong>di</strong> ogni possibile dubbio, dalla<br />

costanza o dall’aumento della popolazione e dalla repentina caduta della<br />

<strong>di</strong>soccupazione, che accompagnano la rovinosa crisi agricola e la fuga<br />

dalle campagne (Fig. 7). Ma hanno già cominciato a circolare anche i primi<br />

stu<strong>di</strong> sul fenomeno. Gli stu<strong>di</strong>osi non mancano <strong>di</strong> dar conto degli inusitati<br />

fermenti in cui si esprimono i primor<strong>di</strong> dell’industrializzazione leggera,<br />

ma l’interpretazione dei processi è singolarmente rattrappita, anche nelle<br />

analisi più fini e sensibili, entro schemi tra<strong>di</strong>zionali e riduttivi. Ne fa fede<br />

il caso della relazione (<strong>un</strong>a magistrale lezione <strong>di</strong> regionalità economica)<br />

che Alberto Bettolino tiene al primo importante convegno sull’economia<br />

toscana, promosso dall’Unione regionale delle Camere <strong>di</strong> commercio nel<br />

1961. Una trattazione <strong>di</strong> vasto respiro, ricca <strong>di</strong> sottili <strong>di</strong>stinzioni, ma nella<br />

quale si insinua il rammarico per <strong>un</strong>a «industria tessile che non riesce<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 99


ad assumere <strong>un</strong>a posizione <strong>di</strong> parità con le altre gran<strong>di</strong> imprese italiane»<br />

(Bertolino, 1961). Nel frattempo son resi <strong>di</strong>sponibili i primi risultati dei<br />

censimenti 1961, che vengono imme<strong>di</strong>atamente sottoposti a <strong>un</strong>o scrupoloso<br />

scrutinio da parte dell’Itres (l’Istituto progenitore dell’<strong>Irpet</strong>), per incarico<br />

dell’Unione regionale delle province toscane, che in<strong>di</strong>ce <strong>un</strong> convegno<br />

su <strong>un</strong> tema assai impegnativo, quale «l’inserimento della Toscana nella<br />

programmazione economica nazionale» (Urpt, 1963).<br />

Figura 7<br />

L’OCCUPAZIONE E LA PRODUZIONE AGRICOLA; LA DISOCCUPAZIONE; LA POPOLAZIONE<br />

TOTALE (1950-70)<br />

Valori percentuali sulle corrispondenti grandezze nazionali<br />

7,5<br />

7,0<br />

6,5<br />

6,0<br />

5,5<br />

5,0<br />

4,5<br />

4,0<br />

3,5<br />

Occupazione agricola<br />

Produzione agricola<br />

Disoccupazione<br />

Popolazione<br />

1950 1955 1960 1965 1970<br />

L’immissione nel circuito politico-culturale delle conoscenze prodotte<br />

dalla ricerca sembra più efficace del dato dell’esperienza <strong>di</strong>retta nell’indurre<br />

a percepire che le cose si stanno muovendo nell’economia toscana: ne è<br />

riprova l’analisi meno irrigi<strong>di</strong>ta con la quale i com<strong>un</strong>isti toscani vanno, nel<br />

1963, alla loro seconda conferenza regionale. Nel documento preparatorio<br />

si parla ora <strong>di</strong> «<strong>di</strong>namica presenza della piccola e me<strong>di</strong>a impresa industriale<br />

e artigiana, che ha manifestato notevole duttilità e prontezza <strong>di</strong> iniziativa»,<br />

tanto che si giu<strong>di</strong>ca necessario «sottolinearne maggiormente la f<strong>un</strong>zione<br />

sociale per il suo contributo all’espansione dell’occupazione e del red<strong>di</strong>to».<br />

Sullo sfondo agisce, indubbiamente, la lezione togliattiana sulla politica<br />

<strong>di</strong> alleanze fra classe operaia e ceti me<strong>di</strong>. Il documento merita tuttavia<br />

qualche attenzione, sia per <strong>un</strong> curioso giu<strong>di</strong>zio «etico» sull’industria leggera<br />

toscana («legata a produzioni voluttuarie o com<strong>un</strong>que non essenziali») sia<br />

perché in<strong>di</strong>vidua il principale fattore del suo sviluppo in <strong>un</strong> «decennio <strong>di</strong><br />

congi<strong>un</strong>tura eccezionalmente favorevole». Un giu<strong>di</strong>zio che riecheggia la<br />

valutazione data in altra sede da alc<strong>un</strong>i stu<strong>di</strong>osi dello stesso fenomeno.<br />

100 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio


Il relatore al convegno dell’Urpt prima citato aveva infatti ritenuto che<br />

lo sviluppo dell’industria leggera toscana fosse «<strong>un</strong> fatto eminentemente<br />

congi<strong>un</strong>turale» contrassegnato da <strong>un</strong>a «grande precarietà». E così<br />

qualificava il giu<strong>di</strong>zio: «<strong>un</strong>a felice congi<strong>un</strong>zione <strong>di</strong> eventi esogeni ed<br />

endogeni ha prodotto <strong>un</strong> accrescimento dei red<strong>di</strong>ti <strong>di</strong>stribuiti da alc<strong>un</strong>e<br />

industrie leggere e <strong>di</strong> servizi e dalle industrie loro fornitrici. La <strong>di</strong>ffusione<br />

<strong>di</strong> questi red<strong>di</strong>ti ha tonificato <strong>di</strong> riflesso altre attività locali. Lo sviluppo<br />

economico toscano, il nostro “miracolo” è tutto qui» (Becattini, 1963).<br />

Sarà lo stesso stu<strong>di</strong>oso a <strong>di</strong>mostrare, sei anni dopo che lo sviluppo toscano<br />

non era affatto <strong>un</strong>a precaria emergenza congi<strong>un</strong>turale (<strong>Irpet</strong>, 1969). E dopo<br />

altri sei anni spiegherà, con dovizia <strong>di</strong> prove e serrato argomentare, che<br />

non solo lo sviluppo toscano non era «tutto li», ma conteneva ad<strong>di</strong>rittura<br />

<strong>un</strong> «<strong>di</strong> più» rispetto allo sviluppo <strong>di</strong> altre regioni (Becattini, 1975).<br />

La pubblicazione integrale dei dati dei censimenti consente <strong>di</strong><br />

approfon<strong>di</strong>re l’analisi delle trasformazioni intercorse tra 1951 e 1961. Uno<br />

stu<strong>di</strong>o specifico sulla Toscana (Br<strong>un</strong>i, 1964) qualifica lo sviluppo toscano<br />

come trainato dall’industria leggera specializzata nella produzione <strong>di</strong> beni<br />

<strong>di</strong> consumo durevole e identifica la similarità dei processi toscani con quelli<br />

occorsi nello stesso periodo nelle altre regioni centro-nordorientali.<br />

Intanto si comincia a parlare <strong>di</strong> programmazione regionale, ed è in<br />

questo torno <strong>di</strong> anni che vengono costituiti dal ministero del Bilancio<br />

e della programmazione i comitati regionali per la programmazione<br />

economica (Urpt, 1968). Forse paventando politiche programmatorie, <strong>di</strong><br />

cui a <strong>di</strong>re il vero si scorgono più le velleità che le premesse operative,<br />

l’Unione regionale delle Camere <strong>di</strong> commercio si affretta (giugno 1965) a<br />

render nota la sua opinione: «le linee <strong>di</strong> sviluppo industriale seguite negli<br />

ultimi anni non vanno corrette ma piuttosto secondate ed incoraggiate»<br />

(Urc-ciaat, 1963). Anche la Cgil regionale, in <strong>un</strong> documento del gennaio<br />

1966, converge ora verso valutazioni meno cupe che nel passato e, pur<br />

giu<strong>di</strong>cando che «la situazione rimane preoccupante», invoca <strong>un</strong>a politica<br />

che non si limiti soltanto ad «assicurare la sopravvivenza della piccola e<br />

me<strong>di</strong>a azienda ma ne favorisca lo sviluppo produttivo».<br />

Tutti d’accordo d<strong>un</strong>que? Nemmeno a parlarne: quando ci si sposta<br />

dalla semplice valutazione degli andamenti congi<strong>un</strong>turali a <strong>un</strong> tentativo<br />

<strong>di</strong> comprensione della natura dei meccanismi che guidano il processo <strong>di</strong><br />

industrializzazione si torna a prender fischi per fiaschi. La Cgil regionale,<br />

per esempio, parla nel giugno 1967 dei mutamenti avvenuti nella<br />

struttura industriale toscana fra ‘61 e ‘71 ancora come <strong>di</strong> <strong>un</strong> fenomeno «<br />

specificamente congi<strong>un</strong>turale». E sottolinea che si tratta <strong>di</strong> <strong>un</strong>a «debole<br />

struttura economica dove non si sono avuti né intensi investimenti né<br />

incentivi sostanziosi provenienti dall’esterno» sì che «la Toscana rischia,<br />

assieme alle altre regioni dell’Italia centrale, <strong>di</strong> rimanere... ai margini dello<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 101


sviluppo economico» (sic!) (Cgil, 1967): si può scorgere qui la sorprendente<br />

anticipazione <strong>di</strong> <strong>un</strong> atteggiamento che precorre l’ideologia della «Terza<br />

Italia». La «Terza Italia», si ba<strong>di</strong> bene, degli anni ‘60, non la Tre Italie o<br />

l’Italia del Nec (Nord-Est-Centro) che Bagnasco e Fuà teorizzeranno tra la<br />

metà degli anni ‘70 e l’inizio degli anni ‘80 (Bagnasco, 1977; Fuà e Zacchia,<br />

1983). Qui si tratta dell’Italia centrale, la cosiddetta «Italia compressa» fra<br />

<strong>un</strong> Nord autopropulsivo e <strong>un</strong> Sud incentivato, per la quale si immaginano<br />

provvidenze e strumenti straor<strong>di</strong>nari <strong>di</strong> intervento, parenti prossimi della<br />

Cassa per il Mezzogiorno e auspicati terreni <strong>di</strong> pascolo per il notabilato<br />

locale. Davvero non si è capito, se perfino in <strong>un</strong> volumetto prodotto per<br />

il Comitato regionale per la programmazione economica della Toscana<br />

(Parravicini, 1969) si continua con la stessa solfa: «la proliferazione <strong>di</strong><br />

nuove piccole aziende» rappresenta «<strong>un</strong> p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> debolezza dell’economia<br />

toscana», sì da render necessarie «iniziative a carattere pubblico o privato<br />

volte alla creazione <strong>di</strong> gran<strong>di</strong> industrie».<br />

Nell’ottobre dello stesso anno l’<strong>Irpet</strong> pubblica Lo sviluppo economico<br />

della Toscana: <strong>un</strong>’ipotesi <strong>di</strong> lavoro, che rappresenta il primo tentativo<br />

compiuto <strong>di</strong> spiegare con <strong>un</strong> ragionamento <strong>un</strong>itario lo sviluppo economico<br />

toscano del dopoguerra (<strong>Irpet</strong>, 1969). Pur presentandosi soltanto come<br />

«<strong>un</strong>a possibile interpretazione» <strong>di</strong> quello sviluppo, il documento sottolinea<br />

«l’<strong>un</strong>itarietà del <strong>di</strong>scorso, che lo rende <strong>di</strong>verso rispetto alle altre interpretazioni<br />

alternative» fino allora formulate. Secondo il testo dell’<strong>Irpet</strong> i fattori dello<br />

sviluppo economico toscano sono riconducibili ai seguenti: «espansione<br />

della domanda esterna dei beni e servizi toscani; presenza <strong>di</strong> abbondanti<br />

riserve <strong>di</strong> manodopera intelligente e versatile, <strong>di</strong>sposta al lavoro <strong>di</strong> fabbrica<br />

a salari modesti; concomitanza <strong>di</strong> circostanze tali da incanalare la <strong>di</strong>ffusa<br />

ingegnosità verso l’attività economica; produzione <strong>di</strong> <strong>un</strong> flusso continuo<br />

<strong>di</strong> economie esterne alle singole imprese ma interne al settore produttivo».<br />

Su queste premesse il <strong>di</strong>battito potrebbe davvero prendere quota, come in<br />

effetti avverrà da li a qualche anno: per il momento coloro che avevano più<br />

frequentemente interloquito nella <strong>di</strong>sputa sullo sviluppo toscano <strong>di</strong>fferenziano<br />

solo <strong>di</strong> pochissimo i loro atteggiamenti. L’Unione regionale delle Camere <strong>di</strong><br />

commercio crede <strong>di</strong> poter già registrare «mutamenti strutturali» nell’economia<br />

toscana (<strong>di</strong>cembre 1971) e non s’accorge che il processo <strong>di</strong> proliferazione<br />

delle piccole imprese, la selezione operatava dalla congi<strong>un</strong>tura del ‘64,<br />

l’intensificazione del decentramento produttivo stabilizzano il modello<br />

in Toscana e, molto spesso come risposta alle lotte operaie della fine degli<br />

anni ‘60, lo estendono a buona parte del paese. All’inizio dell’anno nuovo,<br />

ricalcando più o meno pe<strong>di</strong>ssequamente ma, si <strong>di</strong>rebbe, in modo sempre meno<br />

convinto, le proprie precedenti posizioni, la Federazione regionale Cgil, Cisl<br />

e Uil sembra consentire con quelle valutazioni: «la ristrutturazione in corso si<br />

risolve soltanto in <strong>un</strong> ulteriore frastagliamento dell’apparato produttivo».<br />

102 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio


È incre<strong>di</strong>bile come nemmeno l’arrivo dei dati dei censimenti 1971,<br />

che pure vengono da tutti conosciuti almeno nelle loro cifre essenziali e<br />

da qualc<strong>un</strong>o letti e soppesati, valga a incrinare l’ingessatura degli schemi<br />

stereotipi in cui ci si ostina a voler forzare la multiforme realtà dello<br />

sviluppo toscano. Bastino due soli esempi: la Federazione regionale Cgil,<br />

Cisl e Uil, nel febbraio 1973, torna a riba<strong>di</strong>re il chiodo fisso dell’estrema<br />

«permanente precarietà dell’occupazione derivante dalla debolezza<br />

dell’apparato industriale». Gli organismi regionali della Cisl rincarano la<br />

dose più o meno negli stessi giorni allorché rilasciano <strong>un</strong> documento nel<br />

quale si parla «in termini drammatici» (sono parole dello stesso documento)<br />

dei «<strong>di</strong>fetti e degli squilibri del tipo <strong>di</strong> sviluppo prodottosi in Toscana dal<br />

dopoguerra».<br />

La rapida scorribanda fra dati, giu<strong>di</strong>zi e pregiu<strong>di</strong>zi fin qui condotta<br />

non autorizza indebite conclusioni. Ma è legittima almeno, si crede,<br />

<strong>un</strong>a domanda: come, e perché, ha potuto operare <strong>un</strong>a cosi compatta<br />

rimozione della realtà <strong>di</strong> <strong>un</strong> processo che, in vent’anni, contrassegnati<br />

dalla irreversibile crisi economica dell’agricoltura e dalla <strong>di</strong>ssoluzione<br />

culturale del suo or<strong>di</strong>namento mezzadrile, ha evitato che l’esodo dalle<br />

campagne si tramutasse in emigrazione, ha generato <strong>un</strong> incremento del<br />

70 per cento nell’occupazione extra-agricola, ha prodotto <strong>un</strong>o sviluppo<br />

pari al 115 per cento negli addetti dell’industria tipica? Tanto più che il<br />

modello dell’industrializzazione leggera, sorretto da sistemi territoriali<br />

<strong>di</strong> piccole imprese specializzate, non è più peculiare della sola Toscana,<br />

ma si è venuto generalizzando, già in questi primi anni ‘70, all’Italia o,<br />

almeno, alle sue regioni centro-nord-orientali (Malfi, 1986). Perfino autori<br />

<strong>di</strong> chiara fama (Graziani, 1981) guardando al processo <strong>un</strong> po’ dall’alto e da<br />

<strong>un</strong>a certa <strong>di</strong>stanza, anche geografica, rispetto ai luoghi del suo epicentro, vi<br />

vedono solo la reazione del padronato che fa del decentramento produttivo<br />

<strong>un</strong> lucido <strong>di</strong>segno per contrastare gli esiti delle lotte operaie del 1969-70<br />

e indebolire la forza del sindacato. La comparsa sulle pagine <strong>di</strong> «Critica<br />

Marxista» <strong>di</strong> <strong>un</strong> saggio assai impegnato, Strutture sociali e politica delle<br />

riforme in Toscana (Cantelli e Paggi, 1973) concorre a innalzare il livello<br />

e l’ampiezza del confronto. Il saggio è <strong>un</strong>a in<strong>di</strong>retta, ma non tanto, replica<br />

all’interpretazione proposta dall’<strong>Irpet</strong> nel 1969. Gli autori partono dal lato<br />

più macroscopico dello sviluppo toscano, quello cioè del ruolo particolare<br />

che vi ha svolto la piccola e me<strong>di</strong>a impresa. Ma la possibilità <strong>di</strong> svolgere<br />

questo ruolo viene ricondotta alle scelte <strong>di</strong> politica economica formulate nel<br />

primo dopoguerra e negli anni imme<strong>di</strong>atamente successivi. L’interazione<br />

fra crisi dell’agricoltura e abbandono dei settori industriali <strong>di</strong> base genera<br />

lo spazio per il decollo dell’industria leggera e segnatamente <strong>di</strong> quella<br />

esportatrice. Si revoca in dubbio il carattere autopropulsivo dello sviluppo<br />

toscano, sostenuto dal <strong>di</strong>namismo dell’industria tipica, per approdare ad<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 103


<strong>un</strong>a conclusione, che rappresenta la chiave <strong>di</strong> lettura dell’intero saggio:<br />

«lo sviluppo della piccola manifattura, l<strong>un</strong>gi dal costituire l’<strong>un</strong>ica forma<br />

possibile <strong>di</strong> industrializzazione, costituisce <strong>un</strong> esito che si è reso possibile<br />

solo per l’elisione <strong>di</strong> altre alternative reali».<br />

Nel 1975 l’<strong>Irpet</strong> pubblica -come s’è detto- Lo sviluppo economico della<br />

Toscana (Becattini, 1975), risultato <strong>di</strong> <strong>un</strong> l<strong>un</strong>go lavoro <strong>di</strong> ricerca <strong>di</strong> tutto<br />

l’Istituto. Non è qui possibile, né, del resto, sembra necessario (potendo<br />

rinviare al saggio che precede questo scritto in questo stesso volume)<br />

fornire nemmeno <strong>un</strong>’estrema sintesi dei contenuti analitici del volume e<br />

del modello interpretativo su cui si fonda. Per quel che serve in questa sede<br />

sarà sufficiente ricordare che da allora si apre <strong>un</strong> vero <strong>di</strong>battito sui caratteri<br />

e le prospettive dello sviluppo toscano. Stu<strong>di</strong>osi, esperti, amministratori,<br />

<strong>di</strong>rigenti politici e sindacali, operatori vi partecipano in varie se<strong>di</strong> e<br />

circostanze (Flori<strong>di</strong>a, 1981). Non si contano i convegni, le tavole rotonde e i<br />

seminari sull’argomento. Si tratta <strong>di</strong> <strong>un</strong>a specie <strong>di</strong> processo <strong>di</strong> acculturazione<br />

che rende familiari al <strong>di</strong>battito politico-culturale le locuzioni coniate dal<br />

documento: industria tipica, campagna urbanizzata, domanda frammentata<br />

e variabile, ecc. L’interpretazione dell’<strong>Irpet</strong>, o suoi frammenti, fanno ogni<br />

tanto qualche comparsa perfino nei testi ufficiali della Regione Toscana (si<br />

veda ad esempio la Proposta <strong>di</strong> documento programmatico pluriennale del<br />

1977: Regione Toscana, 1977). Il <strong>di</strong>battito affronta, <strong>di</strong> volta in volta, temi<br />

come quelli della specificità dello sviluppo toscano, del suo grado possibile<br />

<strong>di</strong> autonomia rispetto ai con<strong>di</strong>zionamenti internazionali e nazionali, delle<br />

sue possibilità <strong>di</strong> tenuta nel me<strong>di</strong>o termine (e se ne son visti alc<strong>un</strong>i esempi<br />

nelle pagine che precedono).<br />

Ma ci sono alc<strong>un</strong>i luoghi topici della <strong>di</strong>scussione riconducibili ad alc<strong>un</strong>e,<br />

<strong>di</strong>ciamo così, «opposizioni <strong>di</strong>alettiche»: il grado <strong>di</strong> efficienza relativa della<br />

piccola e della grande impresa, le potenzialità <strong>di</strong> sviluppo prospettivo<br />

dei settori tipici e <strong>di</strong> quelli a più elevata caratterizzazione tecnologica, il<br />

ruolo dell’impresa pubblica nei confronti dell’impren<strong>di</strong>toria privata e dello<br />

sviluppo regionale, le possibili alternative <strong>di</strong> orientamento degli sbocchi<br />

mercantili (mercato interno, mercato internazionale) e così via. Del rilievo<br />

del <strong>di</strong>battito e della sua caratterizzazione <strong>di</strong> <strong>un</strong>’intera stagione del confronto<br />

politico-culturale in Toscana, fa fede <strong>un</strong>a <strong>di</strong>chiarazione dell’allora<br />

vicepresidente della Regione Gianfranco Bartolini, che ritiene «sia stato<br />

<strong>un</strong> fatto positivo l’esistenza <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>di</strong>battito in Toscana, che risale agli inizi<br />

degli anni ‘70 e che si sviluppa per <strong>un</strong> certo periodo nel decennio [...] Stu<strong>di</strong><br />

quali quelli prodotti a suo tempo dall’<strong>Irpet</strong> sono abbastanza esemplari<br />

rispetto al quadro <strong>di</strong> altre regioni» (Bartolini, 1981). Nella <strong>di</strong>chiarazione<br />

si coglie <strong>un</strong> aspetto importante (importante, si intende, nella <strong>di</strong>mensione<br />

<strong>di</strong> importanza dell’argomento <strong>di</strong> cui si <strong>di</strong>scute): c’è stato in effetti, con<br />

la Proposta del 1977, <strong>un</strong> tentativo <strong>di</strong> raccordare la definizione, magari<br />

104 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio


platonica, <strong>di</strong> linee strategiche all’analisi dello sviluppo regionale. Un’analisi<br />

che accoglie sostanzialmente l’interpretazione dell’<strong>Irpet</strong>, pur integrandovi<br />

temi d’obbligo quali quelli dell’ambiente, dell’energia, delle tecnologie.<br />

Si identifica <strong>un</strong>a linea <strong>di</strong> politica economica che comporta il sostegno al<br />

consolidamento e alla qualificazione dell’industria tipica, soprattutto per<br />

quanto riguarda la sua proiezione sui mercati internazionali, è l’attenzione a<br />

<strong>un</strong>a novità nell’apparato regionale che l’<strong>Irpet</strong> ha da poco segnalato, quella,<br />

cioè, dell’attivazione <strong>di</strong> industrie interme<strong>di</strong>e operanti nella produzione <strong>di</strong><br />

macchine utensili ed accessori utilizzati nei settori leggeri. Ma è il p<strong>un</strong>to <strong>di</strong><br />

massimo contatto, per cosi <strong>di</strong>re, fra «ricerca» e «politica».<br />

Negli anni successivi l’analisi dello sviluppo regionale, che precede <strong>di</strong><br />

norma i documenti della programmazione, si stempera nell’osservazione<br />

congi<strong>un</strong>turale o nella ricostruzione <strong>di</strong> andamenti <strong>di</strong> me<strong>di</strong>o periodo,<br />

<strong>di</strong>simpegnandosi progressivamente dal terreno dell’interpretazione. D’altra<br />

parte, a mano a mano che procedono l’articolazione e la specificazione<br />

dell’intervento regionale in termini sempre più concreti e ravvicinati, si<br />

perdono i labili collegamenti con l’analisi condotta per linee generali e<br />

gran<strong>di</strong> aggregati, che conservava <strong>un</strong> suo sapore, magari prevalentemente<br />

culturalistico, quando la programmazione regionale viveva più <strong>di</strong> en<strong>un</strong>ciati<br />

generali che <strong>di</strong> politiche operanti (Regione Toscana, 1978 e 1979). La l<strong>un</strong>ga<br />

querelle sul «modello toscano <strong>di</strong> sviluppo» si viene spegnendo, salvo rari<br />

ritorni <strong>di</strong> fiamma, per lo più in termini <strong>di</strong> <strong>di</strong>scussione sulle vicende passate<br />

(Ranfagni, 1981).<br />

Si può ora tentare <strong>un</strong>a spiegazione, più intuitiva che <strong>di</strong>mostrata,<br />

dell’interrogativo iniziale: come si è potuto non vedere ciò che stava<br />

accadendo sotto gli occhi? Uno sviluppo eterodosso come quello<br />

toscano sfuggiva agli schemi consolidati della teoria non meno che al<br />

controllo sindacale, che vagheggiava naturalmente or<strong>di</strong>nate masse <strong>di</strong><br />

operai in tuta blu ben accentrati in giganteschi complessi industriali.<br />

L’anomalia del meccanismo <strong>di</strong> sviluppo, <strong>un</strong>a miriade <strong>di</strong> piccolissime<br />

imprese poco strutturate, viste come <strong>un</strong>a sorta <strong>di</strong> «armata Brancaleone»<br />

dell’industrializzazione, si ostinava, contro ogni contraria profezia, a<br />

produrre occupazione, investimenti, esportazioni, red<strong>di</strong>to. Tutti attributi<br />

ritenuti, invece, <strong>di</strong> normale appannaggio della grande impresa. Per <strong>di</strong><br />

più, fra gli stracci <strong>di</strong> Prato, gli impermeabili <strong>di</strong> Empoli e le scarpe <strong>di</strong><br />

Fucecchio, non si vedevano segni della scintillante tecnologia ass<strong>un</strong>ta e<br />

mitizzata ad emblema del progresso e della modernità. I gruppi <strong>di</strong>rigenti<br />

toscani non riescono ad entrare in sintonia con questo tipo <strong>di</strong> sviluppo<br />

che non è mai sentito come cosa propria. E rispetto al quale matura, anzi,<br />

<strong>un</strong>a sorta <strong>di</strong> atteggiamento <strong>di</strong> alterità. L’atteggiamento critico verso le<br />

attività tra<strong>di</strong>zionali sembra ogni tanto trascinare con sé anche i più ra<strong>di</strong>cati<br />

comandamenti della sinistra circa le alleanze sociali.<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 105


Non si intende mai a pieno la vera natura dell’industria tipica e non si<br />

vede quin<strong>di</strong> nemmeno il nuovo (l’industria interme<strong>di</strong>a) che questa genera.<br />

Né potrebbe essere <strong>di</strong>versamente, se l’atteggiamento <strong>di</strong> sindacalisti, <strong>di</strong>rigenti<br />

politici e amministratori <strong>di</strong> sinistra verso le peculiarità dello sviluppo<br />

regionale cambia dalla <strong>di</strong>ffidenza all’ostilità, certo secondo i soggetti e le<br />

circostanze (e non senza qualche, e tutt’altro che irrilevante, eccezione), ma<br />

sempre attento a prenderne le <strong>di</strong>stanze. Ness<strong>un</strong> uomo politico toscano <strong>di</strong><br />

primo piano farà mai <strong>un</strong>a appassionata professione <strong>di</strong> adesione al modello<br />

<strong>di</strong> sviluppo della sua regione del tipo <strong>di</strong> quella che si coglie nelle parole<br />

dell’assessore alla Programmazione dell’Emilia Romagna: «Se dovessimo<br />

connotare quello che è stato chiamato modello emiliano dovremmo far<br />

riferimento proprio al rapporto impresa-ambiente: alla capacità <strong>di</strong> passare,<br />

in maniera meno traumatica che in altre parti del paese, dalla fase rurale<br />

alla fase industriale; alla struttura urbana policentrica, che ha supportato i<br />

processi <strong>di</strong> urbanizzazione in termini <strong>di</strong> minore conflitto città-campagna;<br />

alla capacità degli enti locali <strong>di</strong> coniugare positivamente i bisogni civili e<br />

sociali con le esigenze dell’apparato produttivo; allo sviluppo <strong>di</strong> potenzialità<br />

lavorative e impren<strong>di</strong>toriali in ambienti socialmente ricettivi e propulsivi:<br />

sono questi alc<strong>un</strong>i caratteri della nostra storia socio-economica recente».<br />

Una storia, si deve aggi<strong>un</strong>gere, alla quale si riven<strong>di</strong>ca orgogliosamente<br />

d’aver contribuito grazie «alla capacità <strong>di</strong> governare questi processi da<br />

parte degli enti locali emiliani» (Bulgarelli, 1984).<br />

Data quin<strong>di</strong> l’intrinseca <strong>di</strong>fficoltà dei gruppi <strong>di</strong>rigenti toscani a intendere<br />

il «tra<strong>di</strong>zionale» e a percepire il «nuovo», ben si capisce come nei documenti<br />

della programmazione regionale (e pur scontando la nota <strong>di</strong>varicazione<br />

tra <strong>di</strong>re e fare, presente anche in ambiti <strong>di</strong> ampiezza e importanza ben<br />

<strong>di</strong>verse) non si ritrovi <strong>un</strong>a definizione penetrante <strong>di</strong> politiche, possibili con<br />

i propri poteri e le proprie risorse per i settori tipici, mentre si rintracciano<br />

<strong>di</strong>chiarazioni, destinate evidentemente a restar prive d’effetto, per quanto<br />

riguarda gli aspetti generalissimi delle politiche industriali, dell’innovazione,<br />

della ricerca. Ma quando si operi in <strong>un</strong>a fase <strong>di</strong> mutamento, nella quale<br />

non basta più -lo si è detto poco sopra- l’abilità <strong>di</strong> catturare le economie<br />

esterne «naturali» ma occorre la capacità <strong>di</strong> costruire i generatori <strong>di</strong><br />

economie esterne «artificiali», <strong>di</strong>venta cruciale proprio il ruolo del governo<br />

consapevole della transizione, cioè delle politiche pubbliche e private a<br />

grande scala e <strong>di</strong> me<strong>di</strong>o periodo. Il sistema non ce la fa spontaneamente<br />

a misurarsi con le sfide del nostro tempo, non ce la può fare, date le sue<br />

caratterizzazioni socio-culturali ma tenute presenti anche le <strong>di</strong>mensioni <strong>di</strong><br />

queste sfide. Del resto malgrado le ottime prestazioni fornite anche nelle<br />

congi<strong>un</strong>ture più avverse il sistema toscano non ha mai espresso <strong>un</strong>a spiccata<br />

propensione innovativa. Valgano due esempi: la Toscana è <strong>un</strong>o dei poli<br />

mon<strong>di</strong>ali dell’abbigliamento e delle calzature, ma le due innovazioni più<br />

106 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio


sensazionali <strong>di</strong> questi ultimi anni (l’abbigliamento casual e le calzature da<br />

tempo libero) non sono nate qui. L’altro esempio si muove invece all’interno<br />

<strong>di</strong> quelle che possono senza esagerazione essere definite attività avanzate. E<br />

non sembri peregrino l’esempio. La localizzazione a Firenze della massima<br />

istituzione geografica nazionale (l’Istituto geografico militare), l’esistenza,<br />

in loco, <strong>di</strong> <strong>un</strong>a prestigiosa e l<strong>un</strong>ga tra<strong>di</strong>zione nel campo della costruzione<br />

<strong>di</strong> apparecchiature geodetiche e aerofotogrammetriche (Galileo), avevano<br />

dato vita a <strong>un</strong>’azienda <strong>di</strong>namica e moderna, che vantava <strong>un</strong>a robusta e<br />

attrezzata specializzazione nel campo dell’aerofotogrammetria (Eira). Il<br />

fatto che in Toscana, a Firenze e a Pisa, fossero poi inse<strong>di</strong>ate due delle<br />

massime concentrazioni <strong>di</strong> ricerca informatica del paese avrebbe potuto<br />

aprire insperate prospettive <strong>di</strong> progresso scientifico, <strong>di</strong> sviluppo tecnologico<br />

e <strong>di</strong> espansione industriale e mercantile, grazie all’interazione fra le quattro<br />

entità prima ricordate. Eppure, quando <strong>di</strong>fficoltà gestionali mettono in<br />

crisi (e condurranno, nel 1977, al fallimento) l’Eira e poco l<strong>un</strong>gimiranti<br />

scelte <strong>di</strong> convenienza aziendale <strong>di</strong> breve periodo conducono al drastico<br />

ri<strong>di</strong>mensionamento delle produzioni Galileo nel campo della rilevazione del<br />

suolo, malgrado alc<strong>un</strong>i generosi tentativi, non si va oltre le testimonianze <strong>di</strong><br />

solidarietà. Oggi l’Eira è scomparsa, la Galileo ha praticamente abbandonato<br />

questo filone produttivo, l’Istituto geografico militare celebra, in orgogliosa<br />

solitu<strong>di</strong>ne, i suoi fasti (Igm, 1986): gli istituti <strong>di</strong> ricerca informatica estranei<br />

erano ed estranei restano a questa vicenda. Come <strong>di</strong>re che la <strong>di</strong>fficoltà a<br />

generare iniziative <strong>di</strong> innovazione si manifesta anche nell’incapacità <strong>di</strong><br />

far interagire le sinergie spontaneamente prodotte dalla storia industriale e<br />

scientifica della regione.<br />

E tuttavia il problema sta da <strong>un</strong>’altra parte. Perché questo sistema<br />

produttivo la sua innovazione l’ha generata, <strong>un</strong>a innovazione a suo modo<br />

rivoluzionaria, quella delle forme organizzative del processo produttivo per<br />

sistemi territoriali <strong>di</strong> piccolissime imprese specializzate per prodotto, parti<br />

<strong>di</strong> prodotto e fasi <strong>di</strong> processo, saldamente interrelate alle altre componenti<br />

<strong>di</strong> <strong>un</strong> ambiente conforme. Ma a questo fenomeno mai si è guardato come<br />

ad <strong>un</strong>a innovazione rivoluzionaria (e va reso qui omaggio all’eccezione<br />

cui si faceva prima cenno: Cantelli, 1980): per lo più si è guardato ad essa,<br />

<strong>un</strong> po’ altezzosamente, come a <strong>un</strong> prol<strong>un</strong>gamento nei nostri tempi del<br />

Verlagsystem <strong>di</strong> ascendenza me<strong>di</strong>evale.<br />

E sì che il modello toscano ha formato oggetto <strong>di</strong> l<strong>un</strong>ghe e appassionate<br />

investigazioni, soprattutto nella sua variante pratese, da parte <strong>di</strong> stu<strong>di</strong>osi,<br />

specialisti e operatori <strong>di</strong> tutte le parti del mondo. In <strong>un</strong> certo senso si può<br />

persin <strong>di</strong>re che il modello si è «mon<strong>di</strong>alizzato» se stu<strong>di</strong>osi d’<strong>un</strong>a dozzina<br />

<strong>di</strong> paesi si sono ritrovati in Italia (Bagnasco, 1986) per stu<strong>di</strong>are questo<br />

tipo <strong>di</strong> sviluppo e le caratterizzazioni che assume nelle varie realtà. Travail<br />

fantôme, économie souterraine, travail au noir, informal economy, shadow<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 107


work, black economy, Schattenwirtschaft, Schwarzarbeit, Dualewirtschaft,<br />

informe económico, economìa sumergida, trabajo negro: locuzioni che<br />

rappresentano solo <strong>un</strong> piccolo florilegio della fantasiosa terminologia che<br />

si impiega da parte <strong>di</strong> economisti, sociologi e stu<strong>di</strong>osi <strong>di</strong> altra estrazione<br />

<strong>un</strong> po’ in tutti i paesi, a economia <strong>di</strong> mercato o a economia pianificata,<br />

per stu<strong>di</strong>are quella che ormai appare, più che come <strong>un</strong> processo <strong>di</strong><br />

<strong>di</strong>sgregazione <strong>di</strong> or<strong>di</strong>nati rapporti produttivi che si comportino secondo le<br />

regolette dei manuali, <strong>un</strong>a sorta <strong>di</strong> insopprimibile pulsione che contrasta<br />

le tendenze massificatrici e omogeneizzataci dello sviluppo economico<br />

recente e del suo codazzo <strong>di</strong> mass-me<strong>di</strong>a, in cui si manifesta non solo il<br />

bisogno <strong>di</strong> guadagni integrativi, ma quello <strong>di</strong> affermare in qualche modo<br />

la propria soggettività: anche col lavoro parziale, col lavoro provvisorio o<br />

col lavoro irregolare (che poi è irregolare o sommerso solo in <strong>di</strong>pendenza<br />

delle anchilosate qualificazioni giuri<strong>di</strong>che o delle invecchiate etichette<br />

della nomenclatura statistica).<br />

è proprio <strong>un</strong>’ipotesi del tutto infondata e paradossale che stia qui,<br />

nella <strong>di</strong>fficoltà (o nella ritrosia), poco importa, <strong>di</strong> cogliere le multiformi<br />

sfaccettature dello sviluppo e del lavoro e <strong>di</strong> aderirvi simpateticamente<br />

(certo riequilibrandone i <strong>di</strong>slivelli <strong>di</strong> forza contrattuale e reprimendone le<br />

manifestazioni effettivamente illegali), la ra<strong>di</strong>ce, o almeno <strong>un</strong>a delle principali<br />

ra<strong>di</strong>ci, della «maturità precoce» dell’economia toscana? La domanda si<br />

lascia volutamente aperta, propendendo per <strong>un</strong>a risposta affermativa: che<br />

ci si sente invece <strong>di</strong> dare alla domanda se non possa star qui <strong>un</strong>a delle cause<br />

della per<strong>di</strong>ta <strong>di</strong> velocità dello sviluppo toscano, cioè della sua «marcia in<br />

meno» rispetto alla <strong>di</strong>namica delle altre regioni consimili.<br />

Frattanto non c’è bisogno <strong>di</strong> ricerche penetranti e rigorose per accorgersi<br />

<strong>di</strong> quel che è macroscopicamente evidente: il rinnovato peso politico e<br />

l’accresciuta capacità <strong>di</strong> con<strong>di</strong>zionamento del ceto che, per <strong>di</strong>rla con Dante,<br />

«cambia e merca».<br />

7. Il mutamento sotto gli occhi<br />

Oggi, mentre il sistema toscano attraversa <strong>un</strong>a delicatissima fase <strong>di</strong><br />

transizione aperta a molteplici e non tutti desiderabili sbocchi, se si<br />

dovesse in<strong>di</strong>care il rischio più insi<strong>di</strong>oso che grava sulle prospettive dello<br />

sviluppo toscano si ad<strong>di</strong>terebbe, senza la minima esitazione, il pericolo<br />

che non si percepisca il mutamento in corso. Un mutamento -è doveroso<br />

aggi<strong>un</strong>gere- che assume molteplici forme e si svolge in se<strong>di</strong> <strong>di</strong>verse e a<br />

ritmi <strong>di</strong>fferenziati. Si illustreranno qui molto sommariamente, in <strong>un</strong>a<br />

sorta <strong>di</strong> repertorio ragionato, quei tratti <strong>di</strong> novità nello sviluppo regionale<br />

che corrispondono ad altrettante mutazioni della formula toscana. Si<br />

108 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio


identificheranno, in particolare, tre fenomenologie innovative che sono<br />

all’origine delle mutazioni operanti nell’assetto economico, sociale e<br />

territoriale della Toscana <strong>di</strong> questo scorcio <strong>di</strong> secolo.<br />

• L’industria interme<strong>di</strong>a<br />

Nel versicolore aggregato dell’industria manifatturiera <strong>un</strong> composito<br />

-ma nemmeno tanto- insieme <strong>di</strong> attività produttrici <strong>di</strong> beni strumentali e<br />

interme<strong>di</strong> (macchine tessili; macchine per la lavorazione del cuoio e delle<br />

pelli, del legno, dei minerali non metalliferi; macchine per calzaturifici;<br />

coloranti; prodotti chimici per l’industria) mette in luce durante gli anni<br />

‘70 <strong>un</strong>’insospettata vitalità, tanto da far registrare al censimento 1981 <strong>un</strong>a<br />

crescita dei propri addetti pari al 32 per cento: il doppio dell’incremento<br />

dell’industria tipica e <strong>di</strong> quello <strong>di</strong> tutto il manifatturiero. Due i tratti esteriori<br />

com<strong>un</strong>i a queste attività: l’esser fornitrici, almeno potenziali (e lo <strong>di</strong>cono<br />

le stesse denominazioni) dell’industria tipica e l’esser, elettivamente anche<br />

se non esclusivamente, localizzate nelle aree d’inse<strong>di</strong>amento dell’industria<br />

tipica, con la quale concorrono alla formazione dei tipici «<strong>di</strong>stretti». Pur<br />

localizzata nei <strong>di</strong>stretti dell’industria tipica, quest’industria (che si chiamerà<br />

d’ora in poi «interme<strong>di</strong>a»: cfr. Bianchi, 1980) non vi intrattiene, tuttavia,<br />

rapporti significativi dal p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> vista delle transazioni mercantili. Si<br />

sa, per citare <strong>un</strong> caso rappresentativo, che il meccanotessile pratese non<br />

sod<strong>di</strong>sfa che parzialmente i fabbisogni <strong>di</strong> macchine della locale industria<br />

tessile: e limitatamente alle apparecchiature più semplici o più specifiche (le<br />

macchine per il cardato). I sofisticati telai a controllo numerico provengono<br />

in genere dalla Svizzera e dalla Germania Federale. Perché allora l’industria<br />

interme<strong>di</strong>a ricerca la simbiosi con l’omologa industria tipica?<br />

La risposta non è <strong>di</strong>fficile: le industrie dei beni finali f<strong>un</strong>zionano come <strong>un</strong><br />

efficace laboratorio, me<strong>di</strong>ante in<strong>di</strong>retti impulsi <strong>di</strong> domanda <strong>di</strong> innovazione,<br />

<strong>di</strong> trasmissione <strong>di</strong> informazioni e <strong>di</strong> concrete opport<strong>un</strong>ità <strong>di</strong> sperimentazione.<br />

In effetti, malgrado l’irrilevanza delle relazioni <strong>di</strong>rette <strong>di</strong> mercato, le<br />

imprese produttrici <strong>di</strong> beni «strumentali» in generale e, in particolare,<br />

quelle <strong>di</strong> macchine utensili e operatrici, hanno complessivamente in<strong>di</strong>cato<br />

-in <strong>un</strong>o specifico sondaggio- proprio la presenza <strong>di</strong> utilizzatori dei propri<br />

prodotti fra i fattori localizzativi fondamentali, mentre la clientela sarebbe<br />

la principale fonte delle informazioni tecnico-produttive.<br />

Ecco <strong>un</strong>a manifestazione concreta <strong>di</strong> quei rapporti non competitivi fra<br />

imprese, tanto specifici a determinati ambienti industriali (non solo) toscani<br />

quanto ignorati per l<strong>un</strong>go tempo dalla letteratura specializzata che solo<br />

recentemente ha cominciato a prenderli in considerazione (Varaldo, 1979).<br />

Come è stato osservato, «la mano visibile dell’organizzazione ha spesso<br />

sostituito quella invisibile del mercato nella regolazione delle relazioni fra<br />

le imprese» (Bagnasco, 1986).<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 109


Ma si tratta anche <strong>di</strong> <strong>un</strong>a manifestazione effettuale <strong>di</strong> quella<br />

«innovazione <strong>di</strong>ffusa», cioè <strong>di</strong> quella «componente dei processi innovativi,<br />

legata alla <strong>di</strong>retta e ripetuta applicazione <strong>di</strong> pratiche produttive, e promossa<br />

o com<strong>un</strong>que permessa dalle scoperte e dall’iniziativa dei soggetti che<br />

sono protagonisti <strong>di</strong> tali pratiche» (Bellan<strong>di</strong>, 1986). Senza pretendere i<br />

riconoscimenti che volentieri si tributano alle più appariscenti attività <strong>di</strong><br />

ricerca e sviluppo, l’innovazione <strong>di</strong>ffusa assicura <strong>un</strong>a costante tensione<br />

innovativa agli ambienti industriali che la praticano, ponendoli, entro certi<br />

limiti, al riparo da progressive o subitanee involuzioni tecnologiche.<br />

Per spiegar la genesi dell’industria interme<strong>di</strong>a regionale basta ricordarne<br />

i prerequisiti: la tra<strong>di</strong>zione metalmeccanica <strong>di</strong> alc<strong>un</strong>e aree (tra le quali<br />

assume particolare rilievo quella fiorentina: Zagnoli, 1982), la preesistenza<br />

<strong>di</strong> attività produttive <strong>di</strong> fase (come fonderia, carpenteria, lavorazioni<br />

<strong>di</strong> officina per conto terzi, lavorazioni elettrogalvaniche) e ricercare il<br />

fattore scatenante, l’agente che ha mobilitato le energie e le opport<strong>un</strong>ità<br />

potenziali.<br />

Ciò che si sa dei rapporti intercorrenti fra industria tipica e industria<br />

interme<strong>di</strong>a legittima la formulazione <strong>di</strong> <strong>un</strong>’ipotesi, seppure molto<br />

stilizzata, del modello <strong>di</strong> interazione fra le due. L’industria tipica<br />

esprime intrinsecamente <strong>un</strong>a domanda frammentata (in <strong>di</strong>pendenza della<br />

frammentazione del settore <strong>di</strong> domanda in piccole e piccolissime <strong>un</strong>ità<br />

produttive), specifica (data la peculiare specializzazione per fase <strong>di</strong> prodotto<br />

o parti <strong>di</strong> prodotto) e urgente (data la velocità <strong>di</strong> crescita del settore e i vincoli<br />

<strong>di</strong> scadenza posti dalle commesse). L’insieme dei caratteri della domanda<br />

crea, evidentemente, obiettive con<strong>di</strong>zioni <strong>di</strong> vantaggio per l’offerta dei<br />

piccoli produttori locali. Ma la domanda del settore «tipico», se costituisce<br />

<strong>un</strong> mercato facilmente accessibile (tecnicamente, economicamente e<br />

spazialmente) e ricco <strong>di</strong> stimoli all’innovazione, rimane tuttavia <strong>un</strong>o sbocco<br />

mercantile quantitativamente insufficiente per sorreggere l’espansione delle<br />

produzioni «interme<strong>di</strong>e», soprattutto quando queste intendano cogliere le<br />

opport<strong>un</strong>ità <strong>di</strong> innovazione e quin<strong>di</strong> debbano investire. Da qui la spinta ad<br />

ampliare gli sbocchi in <strong>di</strong>rezione dell’export, cogliendo ancora <strong>un</strong>a classe<br />

<strong>di</strong> opport<strong>un</strong>ità «ambientali»: quelle rese possibili dalle posizioni <strong>di</strong> mercato<br />

dei beni finali «tipici». In altre parole, si tenta <strong>di</strong> vendere macchine per<br />

produrre scarpe anche ai concorrenti con i quali, oggi, ci si confronta sui<br />

mercati nei quali per decenni si sono vendute scarpe.<br />

Sempre col sondaggio <strong>di</strong> cui s’è detto poco sopra si è accertato che<br />

i titolari delle imprese interme<strong>di</strong>e in<strong>di</strong>cano quali problemi cruciali per il<br />

futuro delle loro aziende: la <strong>di</strong>sponibilità <strong>di</strong> informazioni <strong>di</strong> mercato e <strong>di</strong><br />

manodopera già formata; la partecipazione alle fiere locali ed internazionali<br />

come canale <strong>di</strong> ven<strong>di</strong>ta; il reperimento <strong>di</strong> terreni a basso costo come<br />

fattore localizzativo. Si tratta, come si vede, <strong>di</strong> <strong>un</strong> vasto (e tutt’altro che<br />

110 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio


semplicistico) campo d’azione per possibili politiche regionali. Che<br />

però non potranno mai essere calibrate sulle esigenze dell’industria<br />

interme<strong>di</strong>a, se non si sa cosa, come e dove essa sia, se se ne ignorano le<br />

vitali inter<strong>di</strong>pendenze con l’industria tipica; se si continua a confonderla<br />

nel coacervo della meccanica strumentale, <strong>di</strong> cui, peraltro, nemmeno tutta<br />

l’industria interme<strong>di</strong>a fa parte.<br />

• Il mutamento sociale: dalla molteplicità dei ruoli alla moltiplicazione<br />

dei soggetti<br />

Nel mutamento sociale della Toscana durante gli anni ‘70 occorre<br />

innanzitutto <strong>di</strong>stinguere gli aspetti rilevanti (quelli, cioè, quantitativamente<br />

importanti ma non specifici della regione) dagli aspetti pertinenti (quelli,<br />

cioè, che ne qualificano invece le particolarità). Gli aspetti rilevanti<br />

possono essere ricondotti al comportamento demografico e ai fenomeni,<br />

talvolta ambigui, in cui si esprime <strong>un</strong> processo, tutt’altro che lineare, <strong>di</strong><br />

modernizzazione.<br />

Il comportamento demografico dei toscani ricalca il modello delle<br />

«società mature» (Fig. 8). Il saldo naturale è in costante decremento dal<br />

1964, quando aveva raggi<strong>un</strong>to il massimo storico degli ultimi trent’anni,<br />

con <strong>un</strong>a <strong>di</strong>fferenza fra nati e morti pari a <strong>un</strong> po’ più del 5 per mille della<br />

popolazione residente; ma già nel 1976 la <strong>di</strong>fferenza positiva si azzera:<br />

da allora il numero dei nati in Toscana resta costantemente al <strong>di</strong> sotto <strong>di</strong><br />

quello dei morti e la <strong>di</strong>fferenza si amplia fino al 3,5 per mille nel 1981. Il<br />

saldo migratorio che aveva costantemente oscillato durante tutto il primo<br />

ventennio postbellico dal 1966 è in costante aumento numerico, fino al<br />

massimo del 1972, quando la <strong>di</strong>fferenza fra gli immigrati e gli emigrati<br />

raggi<strong>un</strong>ge il valore record <strong>di</strong> 28.000 <strong>un</strong>ità: dopo <strong>un</strong> biennio <strong>di</strong> stabilizzazione<br />

il saldo migratorio scende, prima tra il ‘74 e il ‘75, poi <strong>di</strong> nuovo dopo<br />

l’81. Il decremento naturale non viene più, progressivamente, bilanciato<br />

dall’immigrazione netta e si avvia quin<strong>di</strong> il tendenziale annullamento della<br />

crescita della popolazione regionale che, al termine del decennio, decresce<br />

per la prima volta in termini assoluti. Gli anni ‘70 registrano, d<strong>un</strong>que,<br />

due mutazioni nei processi demografici: prima l’azzeramento del saldo<br />

naturale, poi l’azzeramento anche del saldo totale. Aumento dei livelli <strong>di</strong><br />

scolarizzazione, femminilizzazione delle forze <strong>di</strong> lavoro, invecchiamento<br />

della popolazione residente sono i principali tratti che contrad<strong>di</strong>stinguono<br />

il mutamento della società toscana, in linea con quanto avviene non<br />

solo in altre regioni ma in molte altre parti del mondo. Nel decennio<br />

raddoppiano i <strong>di</strong>plomati, mentre i laureati si accrescono <strong>di</strong> <strong>un</strong> terzo, e ne<br />

sono evidenti i riflessi sulla qualificazione culturale dell’occupazione:<br />

per esempio, nell’industria i laureati e i <strong>di</strong>plomati passano dal 6 al 12 per<br />

cento dell’occupazione complessiva. Anche quanto avviene nel corso degli<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 111


stu<strong>di</strong> segnala qualche novità: il 90 per cento dei frequentanti la scuola<br />

dell’obbligo si iscrive alle scuole me<strong>di</strong>e superiori, all’interno delle quali<br />

la percentuale d’abbandono è ormai pari alla metà del totale degli iscritti.<br />

La presenza delle donne nell’industria cresce <strong>di</strong> <strong>un</strong> terzo, ma aumenta <strong>di</strong><br />

oltre il 62 per cento nell’occupazione terziaria. Il lavoro <strong>di</strong>pendente cresce<br />

dell’8 per cento, mentre <strong>di</strong>minuisce dell’8 per cento il lavoro autonomo,<br />

ponendo in luce la progressiva erosione d’<strong>un</strong>o dei connotati caratteristici<br />

delle forze <strong>di</strong> lavoro toscane.<br />

Figura 8<br />

LA POPOLAZIONE IN TOSCANA TRA IL 1950 E IL 1981<br />

Saldo migratorio, salto naturale e salto totale. Valori per 1.000 residenti<br />

10<br />

9<br />

8<br />

7<br />

6<br />

5<br />

4<br />

3<br />

2<br />

1<br />

0<br />

-1<br />

-2<br />

-3<br />

Saldo migratorio<br />

Saldo naturale<br />

Saldo totale<br />

-4<br />

1950 1955 1960 1965 1970<br />

1975 1980<br />

Riduzione della mobilità interna, saldo naturale negativo, saggi<br />

elevati d’immigrazione netta, che peraltro non garantiscono nemmeno<br />

il mantenimento dei livelli <strong>di</strong> popolazione raggi<strong>un</strong>ti, l’esaurimento<br />

del serbatoio <strong>di</strong> manodopera dell’agricoltura, la generalizzazione<br />

della scolarizzazione a quasi tutta la popolazione giovanile, il lento ma<br />

progressivo espandersi dell’immigrazione straniera, spesso clandestina,<br />

ove spicca la presenza dei nordafricani, il <strong>di</strong>ffondersi <strong>di</strong> atteggiamenti<br />

culturali che inducono a <strong>un</strong> maggior controllo sociale della pratica del<br />

lavoro irregolare e, grazie al <strong>di</strong>ffondersi della sensibilità ambientalista,<br />

112 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio


<strong>un</strong>a sempre crescente insofferenza verso i fenomeni <strong>di</strong> inquinamento e le<br />

manifestazioni del <strong>di</strong>sagio urbano, l’estensione a tutta la regione, anche<br />

nelle sue aree rurali, del modello <strong>di</strong> vita urbano, il declino dei mestieri<br />

tra<strong>di</strong>zionali e la progressiva impossibilità <strong>di</strong> realizzare nell’ambito della<br />

famiglia la trasmissione dei saperi professionali: l’elenco <strong>di</strong>sor<strong>di</strong>nato <strong>di</strong><br />

processi e sintomi <strong>di</strong> mutamento vuol solo alludere all’esistenza, ormai<br />

in forme <strong>di</strong>spiegate, <strong>di</strong> <strong>un</strong> atteggiamento sociale <strong>di</strong> massa che sembra<br />

poter indurre <strong>un</strong> indebolimento della «mentalità conforme» appropriata ai<br />

requisiti del modello toscano <strong>di</strong> sviluppo. Ness<strong>un</strong>o potrebbe, naturalmente,<br />

<strong>di</strong>re <strong>di</strong> quanto sia <strong>di</strong>minuito, nelle propensioni collettive, il livello <strong>di</strong><br />

consenso ai caratteri dello sviluppo toscano tipico, ma la sintomatologia<br />

basta per domandarsi se non sia già operante <strong>un</strong> processo <strong>di</strong> erosione<br />

dall’interno, della stessa natura <strong>di</strong> quello che trenta-quarant’anni fa gi<strong>un</strong>se<br />

a minare prima e a <strong>di</strong>ssolvere poi le basi socio-culturali del mondo rurale<br />

e della mezzadria.<br />

Per quanto il ragionamento sia condannato a librarsi a <strong>un</strong> livello<br />

<strong>di</strong> generalità, perigliosamente simile alla genericità piuttosto che<br />

all’astrazione, è impossibile sottrarsi all’obbligo <strong>di</strong> qualificare con <strong>un</strong>a<br />

breve premessa l’analisi standard del mutamento sociale. Quel che si<br />

vuol <strong>di</strong>re è che rispetto alla «classica» (e rispettabilissima, peraltro)<br />

tassonomia che interpone il gassoso aggregato dei ceti me<strong>di</strong> fra borghesia<br />

e proletariato, e rispetto, anche, alle varianti più recenti, ma non poi tanto<br />

(la proletarizzazione dei ceti me<strong>di</strong>, l’imborghesimento del proletariato, la<br />

maggiore aderenza ad <strong>un</strong>a società «moderna» dell’analisi per «ceti» che<br />

non <strong>di</strong> quella per «classi», ecc.), la struttura sociale della Toscana presenta<br />

alc<strong>un</strong>e specificità. L’impren<strong>di</strong>toria come fenomeno <strong>di</strong> massa e la massiccia<br />

presenza del lavoro autonomo potrebbero, infatti, interpretarsi tanto<br />

come <strong>un</strong>a «convergenza al centro» <strong>di</strong> impren<strong>di</strong>tori e <strong>di</strong> lavoratori quanto<br />

come <strong>un</strong>a «polarizzazione agli estremi» dei ceti me<strong>di</strong>. In realtà il tratto<br />

<strong>di</strong>stintivo dell’impasto sociale che ha prodotto lo sviluppo economico<br />

della Toscana è quello della mutevolezza dei ruoli degli stessi soggetti che<br />

passano, spesso molto rapidamente e ripetutamente, attraverso le posizioni<br />

<strong>di</strong> impren<strong>di</strong>tore, lavoratore autonomo, lavoratore <strong>di</strong>pendente e, talvolta,<br />

anche lavoratore marginale. Questo, della molteplicità dei ruoli dei vari<br />

soggetti, è, si crede, il carattere specifico della stratificazione sociale<br />

della Toscana durante la fase dello sviluppo. E del tutto inadeguata al<br />

<strong>di</strong>namismo <strong>di</strong> questa mutevolezza <strong>un</strong>’analisi standard della stratificazione<br />

sociale. Va da sé che anche <strong>un</strong>’analisi <strong>di</strong> questo tipo qualcosa aggi<strong>un</strong>ge alla<br />

comprensione del mutamento sociale. L’esame della stratificazione sociale<br />

al 1971 (Fig. 9) e la sua comparazione con la struttura <strong>di</strong> <strong>di</strong>eci anni dopo<br />

consentono, ad esempio, <strong>di</strong> identificare alc<strong>un</strong>i grossolani cambiamenti:<br />

la marcata espansione della piccola borghesia impiegatizia (il 25 per<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 113


cento della popolazione al 1981) e la correlata contrazione della piccola<br />

borghesia relativamente autonoma (artigiani, commercianti e coltivatori<br />

<strong>di</strong>retti sono al termine del decennio poco più del 20 per cento). Si riduce,<br />

invece, assai meno <strong>di</strong> quanto ci si potesse attendere (da poco più a poco<br />

meno del 50 per cento) il peso della classe operaia, che resta <strong>di</strong> gran l<strong>un</strong>ga<br />

il raggruppamento sociale omogeneo più numeroso.<br />

Figura 9<br />

LA STRATIFICAZIONE SOCIALE IN TOSCANA (1971-81)<br />

Valori percentuali sul complesso della popolazione residente attiva<br />

Queste classificazioni, com<strong>un</strong>que, non solo non possono dar conto della<br />

<strong>di</strong>namica del processo <strong>di</strong> mutamento ma, per definizione, non danno ragione<br />

nemmeno della complessità delle articolazioni sociali, quando, come nel<br />

presente momento, la società sperimenti, non <strong>di</strong>versamente dall’assetto<br />

economico, <strong>un</strong>a tumultuosa fase <strong>di</strong> transizione.<br />

La complessità dell’impasto sociale e, soprattutto, l’impossibilità <strong>di</strong><br />

contentarsi <strong>di</strong> letture semplici della «galassia» dei ceti me<strong>di</strong> derivano, oltre<br />

che dai fenomeni <strong>di</strong> transizione cui si è fatto cenno, anche (non si saprebbe<br />

se, perfino, soprattutto) dal meccanismo della complessificazione del<br />

rapporto (dei singoli, dei gruppi e della società) col processo economico,<br />

indotto dalla crescente articolazione e <strong>di</strong>ffusione <strong>di</strong> quella che, con<br />

espressione molto impropria, si chiama «economia informale» (e <strong>di</strong> cui si<br />

è fornito poco sopra <strong>un</strong>a specie <strong>di</strong> glossario in quattro lingue). Se, come<br />

s’è detto e si ripete essendone fermamente (e per molteplici ragioni che<br />

qui sarebbe fuori luogo enumerare) convinti, non si tratta d’<strong>un</strong> fenomeno<br />

114 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio


esiduale destinato a <strong>di</strong>ssolversi né <strong>di</strong> <strong>un</strong>a devianza da reprimere, questa<br />

articolazione delle «economie» deve ormai esser considerata come <strong>un</strong><br />

fenomeno da capire con analisi spregiu<strong>di</strong>cate (Mairs, 1982; Chiarello,<br />

1983), evitando il ricorso a liquidatone etichette precostituite, né può<br />

esser costretta nella gabbia <strong>di</strong> opposizioni elementari (lavoro manuale<br />

e intellettuale, produzione <strong>di</strong> beni e <strong>di</strong> servizi, lavoro produttivo e<br />

improduttivo e via contrapponendo).<br />

Da qui il cambiamento dei parametri che consentono <strong>di</strong> identificare la<br />

nuova nomenclatura sociale, che non possono più limitarsi semplicisticamente<br />

al settore <strong>di</strong> attività lavorativa e alla posizione nella professione. Del resto<br />

(e non si saprebbe <strong>di</strong>re se si tratti <strong>di</strong> cinica spregiu<strong>di</strong>catezza o <strong>di</strong> sano<br />

realismo) s’è tenuto a Parigi non molto tempo fa <strong>un</strong> «Salone del secondo<br />

lavoro e del lavoro a tempo parziale».<br />

La «nube sociale» ci <strong>di</strong>ce che si passa da <strong>un</strong>a segmentazione ad<br />

<strong>un</strong> continuum, nel quale il carattere tipico del mix sociale toscano è,<br />

questa volta, quello della moltiplicazione delle figure sociali. La loro<br />

classificazione <strong>di</strong>retta è molto <strong>di</strong>fficile, per non <strong>di</strong>re impossibile, nella<br />

misura in cui richiedesse la conoscenza <strong>di</strong> informazioni come quelle<br />

relative al secondo (e magari terzo) lavoro, più o meno ufficiale; ai livelli<br />

in<strong>di</strong>viduali e familiari <strong>di</strong> red<strong>di</strong>to; ai modelli <strong>di</strong> consumo, ecc. Esistono,<br />

tuttavia, possibilità alternative <strong>di</strong> indagine che si fondano su <strong>un</strong>’ampia<br />

batteria <strong>di</strong> reperti obiettivi d’osservazione come quelli dei censimenti:<br />

luogo <strong>di</strong> nascita, struttura e <strong>di</strong>mensioni della famiglia, titolo <strong>di</strong> stu<strong>di</strong>o,<br />

caratteristiche dell’attività lavorativa, con<strong>di</strong>zioni dell’abitazione, caratteri<br />

della zona <strong>di</strong> residenza (Openshaw e Sforzi, 1983).<br />

Un complesso <strong>di</strong> sintomi, insomma, che permette <strong>un</strong>a valutazione<br />

più penetrante della struttura sociale, proprio nella misura in cui ne<br />

rappresenta anche la <strong>di</strong>stribuzione spaziale. Una <strong>di</strong>stribuzione spaziale<br />

che, come risulta dalle non poche analisi fin qui esperite in Toscana,<br />

den<strong>un</strong>cia la progressiva sfaldatura <strong>di</strong> quello che era stato fino a non molto<br />

tempo fa <strong>un</strong> contrassegno tipico dei sistemi urbani regionali toscani: la<br />

compresenza nella stessa porzione <strong>di</strong> area urbana <strong>di</strong> strati sociali anche<br />

marcatamente <strong>di</strong>versi, emblematicamente rappresentata dall’a<strong>di</strong>acenza<br />

della catapecchia fatiscente al solenne palazzo patrizio. Nell’impossibilità<br />

<strong>di</strong> riprodurre qui le gran<strong>di</strong> mappe a colori che sintetizzano i risultati<br />

dell’analisi dell’area sociale ci si limita a segnalare l’esistenza <strong>di</strong> <strong>un</strong><br />

netto processo <strong>di</strong> specializzazione sociale delle residenze che frantuma in<br />

areole <strong>di</strong> elevatissima omogeneità sociale il mix sociale delle aree urbane.<br />

Il processo è praticamente concluso a Firenze, ove la ghettizzazione<br />

sociale è a <strong>un</strong>o sta<strong>di</strong>o assai più avanzato <strong>di</strong> quanto si potesse sospettare.<br />

A Prato l’omogeneità (dominata dal mix operai - impren<strong>di</strong>tori - lavoratori<br />

autonomi) è più il frutto della struttura produttiva che non <strong>di</strong> spinte alla<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 115


specializzazione delle residenze. A Pistoia resistono ancora i tra<strong>di</strong>zionali<br />

caratteri compositi (Openshaw e altri, 1982).<br />

Tra le conseguenze del mutamento sociale più gravide <strong>di</strong> effetti (non tutti<br />

preve<strong>di</strong>bili) vanno probabilmente ascritte proprio quelle del «sovraccarico<br />

<strong>di</strong> domanda per i sistemi politici e della crescente <strong>di</strong>fficoltà <strong>di</strong> tenere insieme<br />

sostegno al processo <strong>di</strong> accumulazione capitalistica e mantenimento del<br />

consenso sociale» (Bagnasco e Trigilia, 1985). Son percepibili anche in<br />

Toscana i sintomi della progre<strong>di</strong>ente precarietà <strong>di</strong> <strong>un</strong> rapporto <strong>di</strong> consenso<br />

fondato sull’adesione ideologica o sulla delega fiduciaria, che si proietta<br />

sulla crisi del «welfare state» alla toscana. Cioè su quella sorta <strong>di</strong> patto<br />

triangolare implicito (e pubblicamente senza smentite) fra sindacato,<br />

lavoratori e governo locale che -chiudendo <strong>un</strong> occhio, talvolta purtroppo<br />

anche tutt’e due, sull’inquinamento e l’evasione contributiva- ha garantito<br />

almeno qui non solo occupazione e red<strong>di</strong>to ma anche standard piuttosto<br />

elevati <strong>di</strong> servizi civili.<br />

In <strong>un</strong>a logica «<strong>di</strong> scambio» si accentua inevitabilmente il ruolo degli<br />

«apparati». E non si pensa certo alla weberiana «macchina inanimata»,<br />

descritta in <strong>un</strong>a pagina celeberrima come quella che Adam Smith de<strong>di</strong>cò alla<br />

fabbricazione degli spilli. Qui si tratta degli apparati politico-f<strong>un</strong>zionariali<br />

dei partiti, dei sindacati, delle associazioni <strong>di</strong> categoria, delle istituzioni.<br />

Tutte entità che sperimentano (e non necessariamente in Toscana più che<br />

altrove: anzi) crisi <strong>di</strong> legittimazione <strong>di</strong> varia intensità e persistenza e, le<br />

organizzazioni <strong>di</strong> settore, anche tassi decrescenti <strong>di</strong> rappresentatività dei<br />

rispettivi corpi sociali.<br />

Ora, specialmente in Toscana ove è prassi corrente, e sempre più anche<br />

obbligo giuri<strong>di</strong>co, la pratica delle consultazioni e delle concertazioni, gli<br />

apparati concorrono in misura crescente non solo a creare il linguaggio<br />

e le procedure del <strong>di</strong>battito politico e del processo decisionale pubblico,<br />

ma esercitano anche <strong>un</strong>a crescente influenza sulla definizione degli scopi<br />

e sulla selezione degli strumenti dell’intervento pubblico e, soprattutto,<br />

dell’intervento pubblico nell’economia a scala locale. Se le cose stanno<br />

così è ben comprensibile la cruciale importanza del problema <strong>di</strong> far sì che<br />

gli apparati, da <strong>di</strong>aframma tra società e istituzioni, vengano per quanto<br />

possibile «riconvertiti» in canali efficienti <strong>di</strong> questo rapporto.<br />

Intanto sembra aver ass<strong>un</strong>to natura <strong>di</strong> connotato strutturale del sistema<br />

socio-politico regionale quella specializzazione <strong>di</strong> f<strong>un</strong>zioni che fa sì<br />

che -ma il riferimento prevalente è ai maggiori centri urbani- i ranghi<br />

del pubblico impiego forniscano all’amministrazione locale la quota<br />

maggiore del suo personale politico (non proveniente dagli apparati dei<br />

partiti), mentre i commercianti costituiscono il raggruppamento sociale più<br />

esperto <strong>di</strong> pratiche lobbystiche e, quin<strong>di</strong>, più ascoltato e influente. E con<br />

<strong>un</strong>a capacità <strong>di</strong> incidere sulle scelte operative dell’amministrazione che<br />

116 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio


-almeno stando alle apparenze- sembra del tutto inaccessibile ad operai<br />

e artigiani. Ricordandosi che le proporzioni dei quattro raggruppamenti<br />

nel complesso della società sono inferiori al 10 per cento per ciasc<strong>un</strong>o dei<br />

primi due raggruppamenti e pari al 60 per cento per l’insieme degli altri<br />

due, si capisce subito dove stia il problema.<br />

• Genesi <strong>di</strong> <strong>un</strong>a formazione metropolitana nella Toscana centrale<br />

Nelle aree caratterizzate da sistemi territoriali <strong>di</strong> piccole imprese<br />

normalmente specializzate nelle produzioni industriali leggere, i processi<br />

<strong>di</strong> urbanizzazione <strong>di</strong> questo secondo dopoguerra, sia quelli della fase<br />

dello sviluppo industriale che quelli -più recenti- del consolidamento e<br />

dell’incipiente terziarizzazione, hanno proceduto secondo ritmi e modalità<br />

non coincidenti con i modelli classici <strong>di</strong> formazione dei plessi metropolitani,<br />

dando vita a sistemi metropolitani me<strong>di</strong> e multicentrici, che rappresentano<br />

<strong>un</strong>a formazione economico-spaziale tipica delle aree <strong>di</strong> economia <strong>di</strong>ffusa<br />

(R. Innocenti, 1985).<br />

In questi sistemi sono minori gli effetti <strong>di</strong> dominanza del centro<br />

principale sui centri secondari e acquista, invece, <strong>un</strong> rilievo caratteristico il<br />

reticolo delle inter<strong>di</strong>pendenze, derivante dalla specializzazione f<strong>un</strong>zionale<br />

dei vari centri e dal mantenimento <strong>di</strong> <strong>un</strong>a loro identità socio-culturale oltre<br />

che demografico-territoriale.<br />

Fra i sistemi metropolitani me<strong>di</strong> e multicentrici italiani si segnala in<br />

particolare, per la complessità delle componenti e il vivace <strong>di</strong>namismo,<br />

quello in corso <strong>di</strong> formazione fra i sistemi urbani <strong>di</strong> Firenze, Prato e Pistoia<br />

(Bianchi, 1982). La configurazione spaziale degli inse<strong>di</strong>amenti (Fig. 10)<br />

testimonia della forma e delle <strong>di</strong>namiche che vi hanno ass<strong>un</strong>to i processi <strong>di</strong><br />

urbanizzazione, permettendo due rapide ma significative constatazioni:<br />

- la forma degli inse<strong>di</strong>amenti esprime la dualità tra <strong>un</strong>a <strong>di</strong>rettrice inferiore,<br />

caratterizzata da <strong>un</strong>a minore intensità inse<strong>di</strong>ativa, che si sviluppa l<strong>un</strong>go<br />

la strada statale n. 66, e <strong>un</strong>a <strong>di</strong>rettrice superiore cui appartengono le<br />

principali località del sistema; tra il 1971 e il 1981;<br />

- i processi <strong>di</strong> urbanizzazione, che <strong>un</strong> po’ dappertutto venivano giu<strong>di</strong>cati<br />

in fase <strong>di</strong> stanca, mantengono qui <strong>un</strong>a <strong>di</strong>namica particolarmente<br />

accentuata; malgrado la vistosa, e per certi versi preoccupante,<br />

espansione urbana, il sistema metropolitano Firenze-Prato-Pistoia non<br />

presenta affatto le caratteristiche della «conurbazione compatta», nella<br />

misura in cui l’ampiezza degli spazi ancora non e<strong>di</strong>ficati, la relativa<br />

porosità delle aree e<strong>di</strong>ficate, gli sviluppi più nastriformi che a macchia<br />

d’olio, evidenziano margini sin qui elevati <strong>di</strong> controllabilità urbanistica<br />

del sistema ove, probabilmente, ness<strong>un</strong> processo ha già raggi<strong>un</strong>to le<br />

soglie dell’irreversibilità.<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 117


Figura 10<br />

IL SISTEMA METROPOLITANO FIRENZE-PRATO-PISTOIA: L’URBANIZZAZIONE (1971-81)<br />

Pistoia<br />

Situazione al 1971<br />

Espansione 1971/1981<br />

Prato<br />

Firenze<br />

La denominazione <strong>di</strong> sistema metropolitano qui attribuita all’insieme<br />

dei tre sistemi urbani <strong>di</strong> Firenze, Prato e Pistoia è intenzionalmente<br />

ano<strong>di</strong>na e priva <strong>di</strong> particolari vibrazioni emotive che hanno, invece,<br />

spesso accompagnato, a Firenze come in Toscana, la <strong>di</strong>scussione su<br />

questo argomento. In altri termini, sistema metropolitano significa qui,<br />

semplicemente: sistema <strong>di</strong> più sistemi urbani.<br />

Si vedano alc<strong>un</strong>e grandezze, tanto per fissare le <strong>di</strong>mensioni esteriori<br />

del sistema. Nel sistema urbano della Toscana centrale vive il 30 per<br />

cento della popolazione regionale, ma è qui che si produce il 33<br />

per cento del valore aggi<strong>un</strong>to dell’intera regione e si genera il 46 per<br />

cento delle esportazioni; la spesa pubblica raccoglie qui il 37 per cento<br />

delle sue entrate, ma vi destina solo il 34 per cento delle uscite con <strong>un</strong><br />

effetto re<strong>di</strong>stributivo al quale, peraltro, non concorre il comportamento<br />

della spesa com<strong>un</strong>ale o <strong>di</strong> quella provinciale, che qui si concentrano<br />

rispettivamente per il 37 è per il 34 per cento, ma a cui concorre<br />

certamente la spesa regionale, che vi si localizza solo per il 27 per cento.<br />

Si è cercato, con qualche azzardo, <strong>di</strong> misurare anche la <strong>di</strong>mensione del<br />

sistema economico dell’area, attraverso le sue grandezze principali. Le<br />

stime condotte farebbero ascendere a circa 13.000 miliar<strong>di</strong> il valore del<br />

118 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio


prodotto interno lordo, cui si aggi<strong>un</strong>gono i 9.300 delle importazioni,<br />

per <strong>un</strong> complesso <strong>di</strong> circa 22.380 miliar<strong>di</strong> <strong>di</strong> risorse <strong>di</strong>sponibili, che si<br />

<strong>di</strong>stribuiscono per 7.000 ai consumi interni e per io 600 all’export, il<br />

resto va in misura pressoché uguale, a consumi pubblici e investimenti.<br />

Alla formazione del prodotto interno lordo i servizi partecipano per il<br />

51 per cento, il complesso delle attività industriali per il 44 per cento,<br />

il modesto residuo è rappresentato dal concorso dell’agricoltura: siamo<br />

quin<strong>di</strong> in presenza della struttura tipica <strong>di</strong> <strong>un</strong>a fase matura dello sviluppo.<br />

Rilevante l’apertura verso i mercati esterni, da cui deriva <strong>un</strong>a bilancia<br />

commerciale positiva pari al 10 per cento del prodotto interno lordo.<br />

Di particolare interesse poi è la struttura territoriale delle transazioni<br />

economiche del sistema metropolitano della Toscana centrale, il quale,<br />

fatto uguale a 1.000 il totale delle risorse <strong>di</strong>sponibili, esporta 84 nel resto<br />

della Toscana e 202 nel resto d’Italia, valore superiore a quello dell’export<br />

verso l’estero che è <strong>di</strong> 188. Il saldo complessivo dell’interscambio, lo<br />

si è già visto, è positivo e qui misurato da <strong>un</strong> in<strong>di</strong>ce pari a 55. Ma va<br />

segnalato che a <strong>un</strong> ancor più elevato saldo positivo verso l’estero, pari a<br />

<strong>un</strong> valore <strong>di</strong> 89, si contrappone <strong>un</strong> saldo negativo dell’interscambio col<br />

resto d’Italia <strong>di</strong> 51. Come <strong>di</strong>re che le produzioni toscane alimentano flussi<br />

<strong>di</strong> export con sal<strong>di</strong> positivi netti, attivando flussi <strong>di</strong> esportazione anche<br />

dalle altre regioni italiane. Per quanto possono <strong>di</strong>re in<strong>di</strong>catori stimati <strong>un</strong><br />

po’ avventurosamente, ma com<strong>un</strong>que rappresentativi <strong>di</strong> sicuro almeno<br />

degli or<strong>di</strong>ni <strong>di</strong> grandezza, il sistema metropolitano si caratterizza come<br />

<strong>un</strong>a «porta» dell’economia italiana, nella misura in cui, almeno in parte,<br />

compra in Italia per vendere all’estero. Esce da qui quasi il 100 per cento<br />

dell’export tessile regionale, oltre l’80 per cento dell’export <strong>di</strong> maglieria,<br />

il 76 degli apparecchi elettrici, il 63 della meccanica, il 60 delle pelletterie.<br />

L’agente principale dell’interscambio all’interno dell’area è nettamente<br />

il settore tessile, che copre da solo oltre il 60 per cento delle transazioni.<br />

Già questi parametri segnalano la forte specificità del sistema e, da soli,<br />

ne autorizzerebbero la qualificazione metropolitana (Andersson, 1984).<br />

La connotazione terziaria <strong>di</strong> Firenze non oscura la specificità industriale<br />

dell’area, ove si localizza più <strong>di</strong> <strong>un</strong> terzo dell’industria tipica regionale<br />

e quasi il 60 per cento <strong>di</strong> quella interme<strong>di</strong>a, sì che il sistema costituisce<br />

il principale polo metalmeccanico della Toscana. Un artigianato vivo e<br />

vitale, per quanto probabilmente in <strong>un</strong>a fase <strong>di</strong> trasformazione e interrelato<br />

magari parzialmente ma assai intensamente all’elevata specializzazione<br />

turistica del sistema metropolitano (ma questa caratterizzazione si<br />

riferisce evidentemente soprattutto al capoluogo regionale), definisce<br />

-app<strong>un</strong>to assieme al turismo- <strong>un</strong>’area <strong>di</strong> transvariazione tra la produzione<br />

<strong>di</strong> beni e quella <strong>di</strong> servizi. Quest’ultima trae ancora largamente alimento<br />

dal cospicuo patrimonio <strong>di</strong> storia e d’arte della tra<strong>di</strong>zione fiorentina, che<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 119


si incarna in istituzioni e manifestazioni, talvolta travagliate da <strong>di</strong>fficoltà,<br />

ma quasi sempre <strong>di</strong> rilievo mon<strong>di</strong>ale e che rappresentano, senza dubbio,<br />

il fattore principale della sua attrazione turistica: il 25 per cento dei<br />

27-28 milioni <strong>di</strong> giornate <strong>di</strong> presenze turistiche in Toscana si consuma<br />

qui; ma la quota dei turisti esteri è <strong>di</strong> ben l<strong>un</strong>ga più alta, rappresentando<br />

quasi il 50 per cento del volume turistico regionale. Queste poche battute<br />

servono a gi<strong>un</strong>gere a <strong>un</strong>a prima, provvisoria, conclusione. La multiforme<br />

sfaccettatura <strong>di</strong> componenti e <strong>di</strong> relazioni in cui si esprime la produzione<br />

<strong>di</strong> beni, <strong>di</strong> servizi e <strong>di</strong> conoscenze <strong>di</strong> quest’area, la rende non solo la<br />

più complessa della regione, ma anche più ricca <strong>di</strong> articolazioni persino<br />

rispetto a sistemi urbani assai più gran<strong>di</strong>: come, poniamo, quello <strong>di</strong><br />

Torino (per il maggior rilievo delle attività culturali e del turismo) o<br />

quello <strong>di</strong> Roma (per la maggior caratterizzazione industriale del sistema<br />

metropolitano della Toscana centrale). Il grado <strong>di</strong> partecipazione dei tre<br />

sistemi urbani alla genesi della formazione metropolitana è senza dubbio<br />

<strong>di</strong>verso, e decrescente per intensità d’apporto, procedendo da Firenze,<br />

via Prato, per Pistoia.<br />

Il reticolo delle inter<strong>di</strong>pendenze fra i tre sistemi urbani è ben rappresentato<br />

dai flussi degli spostamenti giornalieri per motivi <strong>di</strong> lavoro (Fig. 11).<br />

All’inizio del decennio, il reticolo descrive <strong>un</strong> insieme <strong>di</strong> sistemi urbani,<br />

dove quello fiorentino prevale nettamente per l’intensità delle relazioni che<br />

si <strong>di</strong>rigono verso Firenze, conferendogli perciò <strong>un</strong> elevato saldo attivo, ma<br />

nel quale si segnala anche il ruolo <strong>di</strong> Calenzano, con <strong>un</strong> bilancio positivo<br />

fra flussi in entrata e in uscita.<br />

è Prato, ovviamente, il centro attorno al quale si organizza il sistema<br />

urbano interme<strong>di</strong>o fra Firenze e Pistoia e <strong>di</strong> cui fanno parte anche<br />

Montale, Agliana e Quarrata. Pistoia mostra <strong>un</strong> bilancio negativo dei flussi<br />

residenza-lavoro, in quanto quel sistema urbano è fortemente tributario <strong>di</strong><br />

quelli pratese e fiorentino, a tal p<strong>un</strong>to che i flussi che lo collegano alle<br />

altre località del suo sistema non sono sufficienti a riequilibrare il rapporto<br />

pendolari in uscita/pendolari in ingresso e a dargli segno positivo. La<br />

situazione si presenta significativamente <strong>di</strong>versa dopo <strong>un</strong> decennio <strong>di</strong><br />

trasformazione del reticolo degli inse<strong>di</strong>amenti produttivi e residenziali. A<br />

questa data più recente le relazioni f<strong>un</strong>zionali espresse dai flussi giornalieri<br />

residenza-lavoro appaiono assai più complesse ed intense fra tutte le<br />

località del sistema metropolitano. Sono ancora gli stessi centri del ‘71<br />

ad avere <strong>un</strong> bilancio positivo tra flussi in entrata e flussi in uscita, ma a<br />

questi centri, lo si deve notare, si aggi<strong>un</strong>ge ora Pistoia. Il sistema urbano<br />

<strong>di</strong> Firenze costituisce ormai <strong>un</strong>’<strong>un</strong>ità spaziale consolidata, mentre si<br />

esprimono importanti fenomeni <strong>di</strong> novità entro il sistema urbano <strong>di</strong> Prato,<br />

dove la crescita <strong>di</strong> Montemurlo è tale che esso rappresenta ormai il centro<br />

principale <strong>di</strong> afflusso, sopravanzando Prato.<br />

120 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio


Figura 11<br />

LE INTERAZIONI DEL SISTEMA METROPOLITANO FIRENZE-PRATO-PISTOIA<br />

Flussi <strong>di</strong> pendolarità per motivi <strong>di</strong> lavoro nel 1971 e nel 1981<br />

Spessore dei segni = saldo dei flussi (in entrata e<br />

in uscita) relativi a ciasc<strong>un</strong>a coppia <strong>di</strong> com<strong>un</strong>i<br />

Dimensione dei cerchi = saldo dei flussi infrareali<br />

relativi a ciasc<strong>un</strong> com<strong>un</strong>e<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 121


In definitiva le novità emergenti da segnalare in questa componente<br />

del sistema metropolitano della Toscana centrale sono rappresentate dalla<br />

drastica contrazione <strong>di</strong> Prato come destinazione <strong>di</strong> flussi <strong>di</strong> pendolarità e<br />

dalla straor<strong>di</strong>naria crescita del com<strong>un</strong>e <strong>di</strong> Montemurlo: e vi si deve leggere<br />

l’effetto dei massicci fenomeni <strong>di</strong> rilocalizzazione <strong>di</strong> attività produttive che<br />

hanno proceduto dal centro maggiore a quello minore. Allo stesso fattore<br />

causale può essere ascritto anche il mutamento <strong>di</strong> segno nel saldo fra<br />

pendolari in entrata e pendolari in uscita, riguardante il com<strong>un</strong>e <strong>di</strong> Pistoia:<br />

in realtà ciò che s’è venuto mo<strong>di</strong>ficando nel decennio, non è tanto la<br />

<strong>di</strong>stribuzione territoriale delle residenze, quanto quella degli inse<strong>di</strong>amenti<br />

<strong>di</strong>rettamente produttivi.<br />

Sulla base degli stu<strong>di</strong> <strong>di</strong> cui si <strong>di</strong>spone si potrebbe ulteriormente<br />

qualificare il processo <strong>di</strong> sviluppo metropolitano, con particolare riferimento<br />

a quello fiorentino. Com’è del tutto evidente, date le proporzioni relative<br />

fra i tre plessi urbani che costituiscono il sistema metropolitano della<br />

Toscana centrale (e c’è già chi, scherzosamente, azzarda <strong>un</strong> più breve e<br />

leggermente canzonatorio Mitteltoskana), quel che avviene nell’area<br />

fiorentina con<strong>di</strong>ziona apprezzabilmente gli altri due sistemi urbani. Le<br />

caratteristiche metropolitane dell’area ricevono ampie conferme da<br />

quanto si sa circa, rispettivamente: il modello <strong>di</strong> crescita, i fenomeni della<br />

localizzazione industriale, le interazioni del sistema con i sistemi urbani<br />

contermini. Per quanto riguarda il primo aspetto, è sufficiente <strong>di</strong>re che<br />

nell’area fiorentina non si è riprodotto <strong>un</strong> modello del tipo «espansione a<br />

macchia d’olio nel vuoto residenziale della campagna circostante» (come,<br />

per esempio, è accaduto a Roma); né <strong>un</strong> modello del tipo «espansione<br />

con incorporazione e assorbimento dei centri periferici minori» (come,<br />

per esempio, è accaduto a Torino e Milano). Il modello fiorentino sembra<br />

piuttosto esser caratterizzato dalle crescite contemporanee e relativamente<br />

autonome dell’area urbana centrale e dei centri periferici minori, con <strong>un</strong>a<br />

successiva saldatura delle <strong>di</strong>rettrici <strong>di</strong> collegamento, dovuta all’ulteriore<br />

crescita, app<strong>un</strong>to, dei centri minori che, peraltro, hanno conservato, e<br />

com<strong>un</strong>que stanno energicamente <strong>di</strong>fendendo, la propria identità, e con<br />

questa, il carattere tutto sommato policentrico dell’area fiorentina. Si presta<br />

meno ad esser ricondotto ad <strong>un</strong>a meccanica semplice quel che avviene sul<br />

territorio per effetto della rilocalizzazione spaziale delle attività produttive.<br />

Infatti, in <strong>un</strong>’area policentrica come quella fiorentina, il sistema delle<br />

inter<strong>di</strong>pendenze ambientali seleziona le imprese per <strong>di</strong>mensione e per<br />

settore <strong>di</strong> attività. Le piccole imprese, con minori esigenze <strong>di</strong> spazio e più<br />

inter<strong>di</strong>pendenti dal lato della domanda, tendono ad infittirsi e, com<strong>un</strong>que, a<br />

restare nell’area centrale. Le imprese <strong>di</strong> me<strong>di</strong>a <strong>di</strong>mensione, in specie quelle<br />

dell’industria interme<strong>di</strong>a, interrelate con l’ambiente soprattutto dal lato<br />

dei servizi, tendono invece a rilocalizzarsi al <strong>di</strong> fuori dell’area centrale; le<br />

122 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio


gran<strong>di</strong> imprese -e non mancano, come si sa, eccezioni anche macroscopiche-<br />

sembrano nel complesso stabilizzate: ma si tratta dell’effetto della relativa<br />

lentezza del loro movimento centrifugo, causato dalla complessità tecnica<br />

del trasferimento <strong>di</strong> gran<strong>di</strong> impianti.<br />

Di natura ancor più tipicamente metropolitana sono i sintomi prodotti<br />

dai meccanismi demografico-occupazionali. Basta a qualificarli in questo<br />

senso la netta dominanza dei fenomeni migratori su quelli naturali, che sono<br />

all’origine <strong>di</strong> <strong>un</strong> altissimo ricambio <strong>di</strong> popolazione, ove i rischi della minore<br />

omogeneità socio-culturale si associano probabilmente ai possibili vantaggi<br />

<strong>di</strong> <strong>un</strong> maggior <strong>di</strong>namismo (l’effetto melting pot). In effetti l’immigrazione<br />

è largamente risucchiata da occasioni <strong>di</strong> lavoro esistenti ma non coperte<br />

localmente. Specifici sondaggi hanno condotto ad accertare che il sistema<br />

dell’area fiorentina manifesta qualche <strong>di</strong>fficoltà a produrre operatori<br />

qualificati: ma ciò che ne caratterizza ormai l’offerta <strong>di</strong> lavoro è <strong>un</strong>a<br />

generalizzata in<strong>di</strong>sponibilità a compiere lavori non qualificati, che vengono<br />

lasciati, secondo <strong>un</strong> tipico modello metropolitano, agli immigrati, grazie<br />

anche alla relativa «capacità <strong>di</strong> attesa» dei giovani in cerca <strong>di</strong> occupazione.<br />

Da questi presupposti, e da numerosissimi altri dati, argomenti e<br />

documenti che potrebbero essere addotti a rinforzo, risulta che le possibilità<br />

<strong>di</strong> <strong>un</strong>a seria evoluzione metropolitana della Mitteltoskana sono già iscritte<br />

nel suo presente e nel suo passato recente e meno recente. Di questa<br />

evoluzione avrebbe certamente bisogno la Toscana intera e, si sarebbe<br />

tentati <strong>di</strong> <strong>di</strong>re, soprattutto la Toscana della campagna urbanizzata, il luogo<br />

elettivo dell’inse<strong>di</strong>amento dell’industria tipica e della cultura materialproduttivistica<br />

del «saper fare» che ne è in<strong>di</strong>spensabile premessa e alimento.<br />

Se non è completamente infondato il ragionamento che attraversa le pagine<br />

precedenti, circa la nuova <strong>di</strong>slocazione della sfida dai vecchi ai nuovi fattori<br />

dello sviluppo, c’è poco da fare, questi (ricerca e sviluppo, promozione,<br />

cura delle relazioni internazionali, politiche dell’immagine) hanno il loro<br />

habitat naturale nell’atmosfera urbana. Cambiar gioco, dal giocar <strong>di</strong> rimessa<br />

al giocar <strong>di</strong> battuta, significa <strong>un</strong> declino dell’importanza della cultura del<br />

«saper fare» a vantaggio della cultura del «saperci fare». Già nel 1981 la<br />

gi<strong>un</strong>ta com<strong>un</strong>ale <strong>di</strong> Firenze, sindaco Elio Gabbuggiani, nei suoi Lineamenti<br />

del programma pluriennale, ammoniva: «il processo <strong>di</strong> “metropolizzazione”<br />

dell’area fiorentina si trova nello sta<strong>di</strong>o delicato della transizione: sono<br />

certamente presenti i requisiti del decollo, ma non sono affatto garantite le<br />

prospettive dello sviluppo». E da qui si derivava la scelta politica: «il processo<br />

<strong>di</strong> formazione dell’area metropolitana va sostenuto, promosso e orientato<br />

come cuore <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>di</strong>segno <strong>di</strong> sviluppo delle f<strong>un</strong>zioni <strong>di</strong> produzione <strong>di</strong> beni,<br />

<strong>di</strong> servizi, <strong>di</strong> conoscenze». Quanto si è proceduto da allora su questa strada?<br />

Poco, bisogna pure ammetterlo. In <strong>un</strong> certo senso siamo alle solite: siamo<br />

<strong>di</strong> nuovo, cioè, <strong>di</strong> fronte a <strong>un</strong>a clamorosa manifestazione <strong>di</strong> novità e non la<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 123


si riconosce. C’è da non credere ai propri occhi, sfogliando, per esempio, le<br />

pagine <strong>di</strong> due eleganti volumi, l’<strong>un</strong>o de<strong>di</strong>cato al processo <strong>di</strong> urbanizzazione<br />

nell’area Firenze-Prato-Pistoia (AA.VV., 1984) e l’altro (Campos Venuti e<br />

altri, 1985) agli stu<strong>di</strong> e alle proposte per il progetto preliminare del nuovo<br />

piano regolatore generale <strong>di</strong> Firenze: se si fa eccezione d’<strong>un</strong> breve contributo<br />

dell’<strong>Irpet</strong> contenuto nel primo volume, neanche il più scrupoloso spulciatore <strong>di</strong><br />

libri è capace <strong>di</strong> reperirvi <strong>un</strong>a sola volta la locuzione «sistema metropolitano»<br />

o anche solo l’aggettivo. Certamente sulle rive dell’Arno non si vede nulla <strong>di</strong><br />

simile all’impegnativo «Progetto Milano», col quale la metropoli lombarda<br />

e <strong>un</strong> folto schieramento <strong>di</strong> istituzioni, pubbliche e private, aziende e banche<br />

hanno avviato <strong>un</strong> gigantesco piano <strong>di</strong> stu<strong>di</strong> e <strong>di</strong> progettazione che analizza<br />

ogni componente significativa del sistema metropolitano milanese per<br />

ricavarne in<strong>di</strong>cazioni <strong>di</strong> prospettiva utili agli investitori privati non meno che<br />

ai decisori pubblici (Irer, 1985 e 1986).<br />

Di questi tempi si fa <strong>un</strong> gran parlare a Firenze del progetto «Fon<strong>di</strong>aria-<br />

Fiat», due colossali operazioni fon<strong>di</strong>ario-e<strong>di</strong>lizie che, se attuate col rigoroso<br />

rispetto delle premesse da cui partono, potrebbero davvero cambiare il<br />

volto della città: centro espositivo, uffici per i servizi del terziario pregiato,<br />

maxicentro commerciale, ecc. ecc., da ubicare, per <strong>un</strong>a parte, in <strong>un</strong>a delle più<br />

squallide ma vivaci periferie fiorentine (Novoli) e per la parte più cospicua,<br />

quella finanziata dalla Fon<strong>di</strong>aria, nell’area <strong>di</strong> Castello nelle imme<strong>di</strong>ate<br />

a<strong>di</strong>acenze del luogo ove son previsti i nuovi inse<strong>di</strong>amenti <strong>un</strong>iversitari. Che<br />

si tratti davvero <strong>di</strong> <strong>un</strong>a grande opport<strong>un</strong>ità per Firenze pochi potrebbero<br />

<strong>di</strong>sconoscerlo, vista l’entità dell’investimento in gioco (attorno, e forse<br />

superiore, alla cifra <strong>di</strong> 1.000 miliar<strong>di</strong>). Ciò <strong>di</strong> cui non peregrinamente si <strong>di</strong>scute<br />

è se davvero i fatti potranno seguire il corso delle tante parole finora spese.<br />

In effetti, l’attenzione degli investitori privati si rivolge, comprensibilmente,<br />

più agli aspetti economico-e<strong>di</strong>lizi del progetto che ad altri profili. Un po’<br />

meno comprensibile è, invece, che i decisori pubblici non si preoccupino<br />

prevalentemente, anche se magari non esclusivamente, <strong>di</strong> suscitare attorno<br />

al progetto le energie impren<strong>di</strong>toriali capaci <strong>di</strong> mobilitare i capitali <strong>di</strong> rischio<br />

occorrenti per l’avvio delle attività produttive ivi previste, in modo che<br />

corrispondano davvero all’attivazione <strong>di</strong> processi economicamente vali<strong>di</strong>.<br />

Certo, anche su queste operazioni, come del resto su quasi tutti i progetti <strong>di</strong><br />

gran<strong>di</strong> opere pubbliche e <strong>di</strong> infrastrutture, a Firenze (e in Toscana: ma qui<br />

<strong>un</strong> po’ meno) grava la minaccia del ben noto «indecisionismo» fiorentino<br />

che tante e assai poco brillanti prove ha dato <strong>di</strong> sé e non solo in questi ultimi<br />

anni, se si ha in mente la l<strong>un</strong>ghezza esasperante dei tempi <strong>di</strong> progettazione e<br />

<strong>di</strong> decisione, per non <strong>di</strong>re <strong>di</strong> quelli <strong>di</strong> realizzazione, <strong>di</strong> <strong>un</strong>a lista non breve <strong>di</strong><br />

progetti <strong>di</strong> arricchimento del capitale fisso sociale <strong>di</strong> Firenze e della sua area.<br />

Un esempio basti per tutti: dopo <strong>un</strong>a l<strong>un</strong>ga <strong>di</strong>sputa si sono avviati i lavori per<br />

l’attraversamento <strong>di</strong> Firenze da parte della <strong>di</strong>rettissima ferroviaria Milano-<br />

124 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio


Roma; se l’attraversamento avverrà in superficie o sarà sotterraneo non è<br />

ancora ben chiaro. Ecco, il primo progetto per l’attraversamento <strong>di</strong> Firenze<br />

in galleria sotterranea risale al 1915; fu poi riproposto col piano regolatore<br />

del 1962 e ripreso <strong>di</strong> nuovo in esame nel quadro dei lavori preparatori del<br />

nuovo piano regolatore dei nostri giorni.<br />

• La nuova geografia dello sviluppo<br />

Sistema metropolitano della Toscana centrale e, più ipotetico ma non<br />

impossibile, sistema metropolitano della costa (Pisa-Livorno-Pontedera) sono<br />

le emergenze economico-territoriali più significative della fase successiva al<br />

processo regionale <strong>di</strong> industrializzazione, del quale rappresentano, e non solo<br />

temporalmente, <strong>un</strong>o degli esiti più originali, almeno per quel che riguarda<br />

la Mitteltoskana. In effetti i fenomeni demografici e le mo<strong>di</strong>ficazioni nella<br />

struttura economico-produttiva del decennio (sommariamente passati in<br />

rassegna nei paragrafi che precedono) hanno agito su ed hanno interagito<br />

con le formazioni territoriali generate dal modello toscano <strong>di</strong> sviluppo:<br />

la campagna urbanizzata, le aree turistico-industriali, le aree urbane, la<br />

campagna. Il <strong>di</strong>segno delle «quattro Toscane» (Fig. 12) si è complicato<br />

nell’immagine territoriale della «nuova geografia dello sviluppo» (Fig. 13).<br />

Figura 12<br />

LE «QUATTRO TOSCANE» DELLO SVILUPPO POSTBELLICO: LA CAMPAGNA URBANIZZATA,<br />

LE AREE TURISTICO-INDUSTRIALI, LE AREE URBANE, LA CAMPAGNA. 1971<br />

Pisa<br />

Livorno<br />

Siena<br />

Firenze<br />

Grosseto<br />

Campagna urbanizzata<br />

Aree turistico-industriali<br />

Aree urbane<br />

Campagna<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 125


Figura 13<br />

LA NUOVA GEOGRAFIA DELLO SVILUPPO: SISTEMI METROPOLITANI, SISTEMI URBANI,<br />

SISTEMI URBANO-RURALI, ZONE DI FRANGIA. 1985<br />

Le frecce in<strong>di</strong>cano aree <strong>di</strong> gravitazione extra-regionale<br />

Ulteriore crescita industriale in alc<strong>un</strong>e parti, impetuoso sviluppo delle<br />

attività produttrici <strong>di</strong> servizi in altre ancora, il rallentamento o l’accelerazione<br />

(più rara) dei processi <strong>di</strong> urbanizzazione hanno specificato in Toscana <strong>un</strong><br />

sistema <strong>di</strong> figure territoriali nuove anche se non occultamente imparentate<br />

alle precedenti:<br />

- i sistemi metropolitani della Toscana centrale (Firenze-Prato-Pistoia) e<br />

della costa (Pisa-Livorno-Pontedera);<br />

- i sistemi urbani <strong>di</strong> Lucca, della Versilia, della Valdelsa, del Valdarno<br />

superiore, della Val <strong>di</strong> Cornia;<br />

-<br />

Sistemi metropolitani<br />

Sistemi urbani<br />

Sistemi urbano-rurali<br />

Zone <strong>di</strong> frangia<br />

Gravitazione extra-regionale<br />

i sistemi urbano-rurali <strong>di</strong> Arezzo, Siena e Grosseto, tipizzati dalla<br />

mancanza del reticolo <strong>di</strong> spostamenti pendolari che caratterizzava le<br />

aree della campagna urbanizzata, essendo la città il polo d’attrazione<br />

centripeto <strong>di</strong> flussi ra<strong>di</strong>ali <strong>di</strong> pendolarità che hanno origine nelle<br />

citta<strong>di</strong>ne minori dell’area;<br />

126 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio


- le aree <strong>di</strong> frangia interregionale fra Toscana ed Emilia Romagna e fra<br />

Toscana e Umbria.<br />

Tuttavia il più saldo riferimento per l’articolazione subregionale<br />

della Toscana resta pur sempre quello della maglia delle Associazioni<br />

intercom<strong>un</strong>ali che fu identificata in modo da farle corrispondere ai «sistemi<br />

urbani giornalieri». Questi sistemi (Fig. 14) rappresentano il reticolo<br />

tracciato sul territorio dagli spostamenti che si svolgono fra <strong>di</strong>fferenti<br />

località urbane in <strong>un</strong>a tipica giornata lavorativa, con riferimento specifico<br />

ai movimenti pendolari luogo <strong>di</strong> residenza -luogo <strong>di</strong> lavoro.<br />

Figura 14<br />

I SISTEMI URBANI GIORNALIERI<br />

La trama degli spostamenti pendolari, che <strong>un</strong>isce <strong>un</strong> centro maggiore ai<br />

centri minori nel suo sistema (quando, e ve ne sono esempi in Toscana, il<br />

sistema non sia tutto composto <strong>di</strong> centri più o meno equivalenti) traccia sul<br />

territorio lo spazio entro il quale, app<strong>un</strong>to in <strong>un</strong>a tipica giornata lavorativa,<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 127


si svolge la maggior parte delle attività or<strong>di</strong>narie della vita quoti<strong>di</strong>ana:<br />

occupazione, ricreazione, acquisti, opport<strong>un</strong>ità sociali. L’intricato reticolo<br />

attorno al capoluogo regionale non impe<strong>di</strong>sce <strong>di</strong> cogliere le <strong>di</strong>fferenze,<br />

poniamo, tra la forma che i collegamenti pendolari assumono in Valdelsa,<br />

in Valdarno o nella Val <strong>di</strong> Nievole e quanto <strong>di</strong>fferenti siano da quelli,<br />

più lineari e <strong>di</strong> più l<strong>un</strong>ga portata, che collegano Livorno agli altri centri<br />

del suo territorio o da quelli tipicamente ra<strong>di</strong>ali, e convergenti sul centro<br />

maggiore, che si originano da <strong>un</strong> centro minore scollegato dagli altri,<br />

come nel caso delle aree urbano-rurali: Arezzo, Siena e Grosseto. I sistemi<br />

urbani giornalieri rappresentano i veri sistemi organici che compongono<br />

l’organismo regionale. E c’è da rammaricarsi della non fort<strong>un</strong>ata esperienza<br />

delle Associazioni intercom<strong>un</strong>ali, il solo livello <strong>di</strong> governo che fosse<br />

corrispondente ai sistemi reali della Toscana. Purtroppo la scelta non resse,<br />

anche in mancanza <strong>di</strong> <strong>un</strong>a forte carica ideale e <strong>di</strong> <strong>un</strong>a ferma determinazione<br />

politica, alla duplice trazione dei poteri regionali e delle gelosie com<strong>un</strong>ali.<br />

C’è stato chi, in Toscana, ha parlato recentemente <strong>di</strong> «<strong>di</strong>aspora territoriale»<br />

per caratterizzare <strong>un</strong>a situazione nella quale, chiusa in modo fallimentare<br />

la prima fase <strong>di</strong> vita delle Associazioni intercom<strong>un</strong>ali, si vengono<br />

annebbiando gli stessi riferimenti tra<strong>di</strong>zionali più consolidati, come quelli<br />

delle vallate. Diviso, dal p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> vista delle <strong>un</strong>ità amministrative, il<br />

Valdarno fiorentino da quello aretino, separata la Valdelsa fiorentina da<br />

quella senese, la pressione degli interessi e le piattaforme locali sembrano<br />

tendere al massimo <strong>di</strong> <strong>di</strong>sarticolazione, tanto che oggi risulta, anche per<br />

quanto riguarda l’attuazione delle politiche regionali, più <strong>di</strong>fficile <strong>di</strong> ieri<br />

tenere insieme non solo Montevarchi e Figline, Santa Croce e Fucecchio,<br />

luoghi <strong>di</strong> tra<strong>di</strong>zionale rivalità, ancorché appartenenti alla stessa entità<br />

economico-territoriale, ma persino Empoli e Castelfiorentino, Firenze e i<br />

com<strong>un</strong>i della sua area.<br />

8. Toscana chissà<br />

La ricomposizione della <strong>di</strong>aspora territoriale, che frantuma in <strong>un</strong>a miriade<br />

<strong>di</strong> piattaforme localistiche la stessa possibilità <strong>di</strong> immaginare <strong>un</strong> organico<br />

<strong>di</strong>segno regionale oltre che, comprensibilmente, <strong>di</strong> mandarlo ad effetto,<br />

si prospetta come <strong>un</strong>o dei più severi cimenti del prossimo futuro per i<br />

gruppi <strong>di</strong>rigenti regionali. Un cimento che si aggi<strong>un</strong>ge a quelli altrettanto<br />

severi che la lettura dell’ultima vicenda dello sviluppo regionale è venuta<br />

prospettando: il recupero, se possibile, dei ritar<strong>di</strong> rispetto alle altre regioni,<br />

l’incremento degli investimenti in capitale fisso sociale per ammodernare<br />

la dotazione delle infrastrutture regionali, il sostegno all’evoluzione<br />

metropolitana dei principali sistemi urbani toscani.<br />

128 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio


Non è questa la sede nemmeno per tentare <strong>un</strong> bilancio dei primi<br />

quin<strong>di</strong>ci anni dell’esperienza regionale. Ma sarebbe urgente farlo e con<br />

le più rigorose procedure della ricerca scientifica, rifuggendo da facili ma<br />

inconcludenti bilanci catastrofici quanto da auto consolatori esercizi che<br />

occultassero le <strong>di</strong>fficoltà, i limiti e gli insuccessi <strong>di</strong> quell’esperienza. Non<br />

tira <strong>un</strong> vento favorevole alle regioni, <strong>di</strong> questi tempi in Italia. C’è chi ha<br />

già perspicuamente analizzato il lavoro della nuova istituzione, anche se<br />

sotto <strong>un</strong> profilo prevalentemente giuri<strong>di</strong>co (Pala<strong>di</strong>n, 1985). Parrebbe utile<br />

farlo anche sotto il profilo dell’attrezzatura tecnica delle politiche regionali<br />

oltre che dal p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> vista del bilancio materiale dei risultati ottenuti. Gli<br />

aspetti positivi non sono sempre visibili a prima vista: l’irrobustimento<br />

del governo locale, l’articolazione del potere, oggi certamente più<br />

<strong>di</strong>ffuso nella società <strong>di</strong> quanto non lo fosse nel periodo del centralismo<br />

esasperato, la realizzazione qua e là <strong>di</strong> esperienze pilota che potrebbero<br />

essere utilmente generalizzate. Le stesse tecniche <strong>di</strong> gestione dei bilanci si<br />

sono venute affinando, a mano a mano che crescono la consapevolezza e<br />

la capacità <strong>di</strong> introdurre criteri <strong>di</strong> gestione economica, ispirati al principio<br />

della valutazione dei risultati. Segni <strong>di</strong> <strong>un</strong> rinnovato impegno sul terreno<br />

dell’efficienza e della modernizzazione si colgono, del resto, su tutto il<br />

fronte dell’amministrazione pubblica locale toscana, se è vero che nel<br />

corso <strong>di</strong> <strong>un</strong> quinquennio i com<strong>un</strong>i toscani hanno accresciuto il peso dei<br />

loro investimenti sul complesso degli investimenti effettuati da tutte<br />

le amministrazioni com<strong>un</strong>ali del paese dal 7,7 all’8,1 per cento, con <strong>un</strong><br />

tasso <strong>di</strong> incremento delle somme investite pari al 36 per cento, durante il<br />

quinquennio, più del doppio del corrispondente valore nazionale. Anche<br />

le m<strong>un</strong>icipalizzate esprimono qualche tendenza confortante; l’incidenza<br />

delle spese <strong>di</strong> personale sul complesso delle uscite è oggi in Toscana del<br />

39 per cento contro il 46 della me<strong>di</strong>a italiana, mentre gli introiti per tariffe<br />

rappresentano qui il 65 per cento delle entrate e nel resto del paese solo<br />

il 56. È onesto riconoscere poi, quale che possa essere il giu<strong>di</strong>zio critico<br />

sul complesso dell’azione regionale, la <strong>di</strong>fficoltà gran<strong>di</strong>ssima <strong>di</strong> esprimere<br />

politiche realmente incidenti sullo sviluppo del sistema regionale, quando<br />

quasi l’80 per cento delle risorse a <strong>di</strong>sposizione della Regione Toscana è<br />

assorbito dalla spesa sanitaria (ma le destinazioni <strong>di</strong> risorse vincolate da<br />

leggi statali arrivano all’87 per cento), si che agli interventi economici si<br />

son potuti destinare negli ultimi anni volumi <strong>di</strong> spesa che hanno oscillato<br />

tra i 200 e i 300 miliar<strong>di</strong> all’anno: somme irrisorie rispetto all’entità delle<br />

grandezze macroeconomiche regionali con cui si debbono confrontare.<br />

Pur rifuggendo da ogni rozza polemica politica, qualcosa vorrà pur <strong>di</strong>re la<br />

circostanza che fra l’83 e l’84, mentre si incrementavano dell’11 per cento i<br />

trasferimenti dallo Stato centrale al complesso delle Regioni, l’incremento<br />

attribuito alla Toscana è stato solo dell’8 per cento (e lo si può rapportare<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 129


agli incrementi della Lombar<strong>di</strong>a, della Campania e del Piemonte che son<br />

stati rispettivamente del 10, del 12 e del 13 per cento).<br />

C’è tuttavia <strong>un</strong> fronte sul quale si può agire senza spesa e al <strong>di</strong> fuori dei<br />

vincoli e degli intralci della legislazione regionale. Ed è lo stesso fronte<br />

sul quale probabilmente l’esperienza regionale toscana (ma il <strong>di</strong>scorso<br />

potrebbe essere fondatamente ripetuto anche per altre regioni) deve<br />

registrare il ritardo più inquietante. A oltre quin<strong>di</strong>ci anni <strong>di</strong> <strong>di</strong>stanza dalla<br />

prima elezione dei consigli regionali, la Regione non è ancora sentita e<br />

vissuta come la nuova <strong>di</strong>mensione del <strong>di</strong>battito e dello scontro politico,<br />

come il metro <strong>di</strong> riferimento delle scelte amministrative. Il processo <strong>di</strong><br />

regionalizzazione procede a rilento, non senza conoscere (è il caso della<br />

«<strong>di</strong>aspora» territoriale) anche rischiosi passi in<strong>di</strong>etro. I problemi locali, <strong>di</strong><br />

categoria, <strong>di</strong> settore, non sono ancora vissuti come problemi regionali. Danno<br />

ampia testimonianza <strong>di</strong> ciò i livelli vistosamente insufficienti <strong>di</strong> autorità e<br />

<strong>di</strong> potere decisionale delle istanze regionali <strong>di</strong> ogni natura; da quelle dei<br />

partiti a quelle dei sindacati e delle organizzazioni <strong>di</strong> categoria. Il ritorno <strong>di</strong><br />

fiamma sul ruolo delle amministrazioni provinciali non segna tanto lo sforzo<br />

<strong>di</strong> vitalizzazione <strong>di</strong> <strong>un</strong> ente a competenze limitate che mai ha realmente<br />

partecipato del processo sociale. Vi si rintraccia piuttosto la rivincita della<br />

provincia come maglia geometrica <strong>un</strong>iforme del decentramento statale<br />

(prefetture, questure, intendenze <strong>di</strong> finanza, provve<strong>di</strong>torati agli stu<strong>di</strong>, ecc.)<br />

sulla quale si è venuta modellando da decenni, per non <strong>di</strong>re dalla fine del<br />

secolo scorso, l’organizzazione della vita politica e sociale, dai partiti ai<br />

sindacati, alle associazioni <strong>di</strong> categoria. La <strong>di</strong>fficoltà a irrobustire, nelle<br />

varie se<strong>di</strong> e ai vari livelli, i centri <strong>di</strong>rezionali <strong>di</strong> scala regionale rappresenta<br />

<strong>un</strong> altro, e non minore, ostacolo rispetto alla possibilità <strong>di</strong> concorrere<br />

all’ideazione (anche solo all’ideazione) <strong>di</strong> <strong>un</strong> organico progetto <strong>di</strong> sviluppo<br />

regionale. S’è visto abbondantemente in queste note quanto grande sia la<br />

sproporzione fra la <strong>di</strong>mensione dei fenomeni economico-sociali, e quella<br />

dei possibili strumenti <strong>di</strong> intervento a <strong>di</strong>sposizione del decisore pubblico.<br />

Ma l’intervento pubblico può agire al margine, sulle <strong>di</strong>fferenze, sostenendo<br />

tendenze positive e ostacolando tendenze negative, quel tanto che basta<br />

per accelerarne o rallentarne i processi. Sempre che <strong>di</strong> questi processi si<br />

siano intese la natura, la legge <strong>di</strong> movimento e la <strong>di</strong>rezione <strong>di</strong> sviluppo. I<br />

vent’anni alle nostre spalle rapso<strong>di</strong>camente passati in rassegna in questo<br />

scritto, hanno mostrato in più d’<strong>un</strong>a circostanza, anzi in molte circostanze,<br />

questa sorta <strong>di</strong> refrattarietà dei gruppi <strong>di</strong>rigenti locali a leggere correttamente<br />

e tempestivamente quanto veniva s<strong>di</strong>panandosi sotto i loro occhi. Cosa sta<br />

maturando nel grembo della Toscana a quattor<strong>di</strong>ci anni dal Duemila?<br />

Non s’intende, certo, ripercorrere pedantemente le tendenze delle<br />

<strong>di</strong>verse fenomenologie economiche, sociali e territoriali su cui si è<br />

cercato <strong>di</strong> ragionare. Le questioni fondamentali, le alternative principali<br />

130 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio


dovrebbero essere emerse. Ma può darsi che cosi non sia. A chiusura <strong>di</strong><br />

queste note si è quin<strong>di</strong> indotti a <strong>un</strong>’ultima, rapida carrellata su alc<strong>un</strong>e<br />

tendenze <strong>di</strong>fferenziali dello sviluppo toscano: talvolta cosi connaturate al<br />

suo modo <strong>di</strong> essere che la <strong>di</strong>mestichezza con le loro manifestazioni quasi<br />

impe<strong>di</strong>sce <strong>di</strong> coglierne persino l’esistenza. Altre volte si tratta, invece, <strong>di</strong><br />

segni minori, probabilmente davvero eccentrici rispetto al grande corso<br />

dello sviluppo, ma chissà.<br />

Si prenda il caso del turismo; bastano due sole cifre a <strong>di</strong>re che è<br />

quantitativamente rilevante in Toscana: 28 milioni <strong>di</strong> giornate <strong>di</strong> presenza<br />

in <strong>un</strong> anno, più dell’8 per cento dei flussi turistici nazionali complessivi.<br />

Guardando solo <strong>un</strong> poco oltre la superficie, si scopre che all’importanza<br />

quantitativa si aggi<strong>un</strong>ge <strong>un</strong>a <strong>di</strong>screta significatività economica, se 1.000<br />

lire spese dai turisti in Toscana attivano <strong>un</strong> incremento complessivo del<br />

prodotto lordo <strong>di</strong> oltre 1.300 lire <strong>di</strong> cui 857 rimarrebbero nella regione.<br />

Perché queste cifre, introdotte all’improvviso e -qualc<strong>un</strong>o potrebbe<br />

giu<strong>di</strong>care- in modo <strong>un</strong> po’ bislacco, son significative? Perché se le stesse<br />

1.000 lire <strong>di</strong> incremento si fossero invece espresse nella domanda <strong>di</strong> prodotti<br />

tessili, l’incremento del prodotto interno lordo sarebbe stato solo <strong>di</strong> 1.236<br />

lire e la quota internalizzata dall’economia regionale <strong>di</strong> 796. Dio ci guar<strong>di</strong><br />

dal <strong>di</strong>r male dell’industria tessile, motore e vanto dell’economia toscana:<br />

tuttavia, almeno per quanto riguarda la positività degli effetti, i numeri<br />

<strong>di</strong>cono che alla Toscana convien più esportar servizi turistici che pezze <strong>di</strong><br />

tessuto. Ma siamo ancora a <strong>un</strong> livello assai grossolano del ragionamento.<br />

Gli occupati nel complesso delle attività turistiche e <strong>di</strong> quelle che a queste<br />

più <strong>di</strong>rettamente si riconnettono erano all’81 quasi 55.000, <strong>un</strong> sorprendente<br />

34 per cento in più <strong>di</strong> quanto non fossero <strong>di</strong>eci anni prima, sicché gli<br />

occupati nelle attività turistiche rappresentano oggi quasi il 4 per cento del<br />

totale dei posti <strong>di</strong> lavoro in Toscana, con <strong>un</strong> aumento <strong>di</strong> <strong>un</strong> quinto rispetto<br />

alla quota posseduta <strong>di</strong>eci anni prima. Gli andamenti occupazionali nel<br />

settore, che sarebbe <strong>di</strong>fficile, almeno secondo le definizioni scolastiche,<br />

ascrivere al terziario qualificato, non hanno certo mostrato le incertezze<br />

e i tentennamenti <strong>di</strong> <strong>di</strong>versi settori industriali. Se poi ci si ricorda che il<br />

turismo verso i centri d’arte rappresenta il 34 per cento dei flussi turistici<br />

che si rivolgono alla Toscana e che questi flussi si sono accresciuti del<br />

28 per cento durante gli ultimi <strong>di</strong>eci anni, mentre il turismo balneare è<br />

rimasto praticamente stazionario, si potrebbe persino non esitare a stabilire<br />

<strong>un</strong> collegamento <strong>un</strong> po’ spericolato: sono le dotazioni artistiche e le attività<br />

culturali il principale propulsore della domanda turistica che si rivolge<br />

verso la Toscana (AA.VV., 1982). Non è la scoperta dell’acqua calda e non<br />

è nemmeno la vieta riproposizione del patrimonio artistico, come oggetto<br />

della mercificazione turistica. Secondo le più accre<strong>di</strong>tate stime e sempre<br />

che <strong>un</strong> cataclisma bellico non sconvolga il pianeta, i prossimi <strong>di</strong>eci anni<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 131


dovrebbero registrare consistenti e paralleli incrementi nella domanda<br />

mon<strong>di</strong>ale <strong>di</strong> turismo e <strong>di</strong> cultura (Bresso e Zeppetella, 1982). Una domanda<br />

che, come si sa da accurate ricerche scientifiche, ma come, in ogni caso<br />

si intuirebbe anche per semplice buon senso, si accresce in entrambe le<br />

<strong>di</strong>rezioni nella misura in cui si accrescono i livelli <strong>di</strong> red<strong>di</strong>to e i livelli <strong>di</strong><br />

istruzione dei potenziali consumatori. Anzi, <strong>un</strong> po’ <strong>di</strong> più.<br />

Le attività culturali, d’altra parte -e l’affermazione non è certo <strong>un</strong>a<br />

scoperta- costituiscono <strong>un</strong>a presenza importante nella vita sociale (ma, lo<br />

si vedrà tra <strong>un</strong> momento, anche in quella economica) della regione (<strong>Irpet</strong>,<br />

1984). Ogni toscano spendeva, nel 1971, 437 lire all’anno per assistere a<br />

manifestazioni teatrali e musicali (ma si sa, a teatro e al concerto va solo <strong>un</strong>a<br />

quota minima della popolazione): lo stesso toscano me<strong>di</strong>o spende oggi quasi<br />

4.000 lire, mentre l’italiano me<strong>di</strong>o non destina più <strong>di</strong> 2.700 lire a questi stessi<br />

consumi. E non si tratta <strong>di</strong> <strong>un</strong> fenomeno esclusivamente fiorentino, se è vero<br />

che la spesa pro capite per tutti gli spettacoli è aumentata durante gli anni<br />

‘70 a Firenze del 192 per cento, negli altri capoluoghi <strong>di</strong> provincia del 201<br />

per cento e nel resto della regione del 215: siamo quin<strong>di</strong> in presenza <strong>di</strong> <strong>un</strong><br />

consumo nobile che non solo aumenta, ma si decentra <strong>di</strong>ffondendosi a tutta<br />

la regione. è vero, peraltro, che Firenze svetta su tutte le città d’Italia quando<br />

si tratta <strong>di</strong> consumi culturali. Pochi dati per confermarlo: se si fa uguale a 100<br />

la spesa pro capite <strong>di</strong> Firenze per tutti i consumi culturali al 1971, due anni<br />

dopo scopriamo che si è accresciuta fino a 179; i corrispondenti valori <strong>di</strong> altre<br />

gran<strong>di</strong> città «consumatrici <strong>di</strong> cultura», sono, nell’or<strong>di</strong>ne, 138 per Milano, 97<br />

per Bologna, 85 per Venezia, 74 per Roma (meno della metà <strong>di</strong> Firenze). Che<br />

è <strong>un</strong>a città nella quale per tutti gli spettacoli si sono spese nel 1981, 83.000<br />

lire a testa, mentre a Bologna ne spendevano 75.000, a Milano solo 65.000, e<br />

ancor meno a Venezia e a Roma (rispettivamente, 65.000 e 40.000). Certo la<br />

cultura non può esser ridotta alle manifestazioni musicali e teatrali: esistono,<br />

per esempio, anche i musei, i libri e le riviste; i visitatori dei musei fiorentini<br />

che erano 3.330.000 nel 1971 sono 4.500.000 circa <strong>di</strong>eci anni dopo; le opere<br />

pubblicate dall’e<strong>di</strong>toria locale passano, l<strong>un</strong>go lo stesso intervallo <strong>di</strong> tempo,<br />

da 1.382 a 1.524 e, per quanto l’e<strong>di</strong>toria fiorentina sia notoriamente in<br />

con<strong>di</strong>zioni non particolarmente brillanti da tempo, rappresenta pur sempre <strong>un</strong><br />

apprezzabile 8-10 per cento del complesso delle attività e<strong>di</strong>toriali del paese.<br />

Né, per la cultura, spendono solo i privati. Anzi. Il com<strong>un</strong>e <strong>di</strong> Firenze, per<br />

esempio, che destinava a queste attività 580 milioni nel 1975 ha accresciuto<br />

i suoi stanziamenti <strong>di</strong> 13-14 volte (i dati sono riferiti al 1984: nel 1985<br />

le ristrettezze della finanza locale hanno ridotto l’aumento al livello più<br />

basso, ma pur sempre apprezzabile, <strong>di</strong> 10 volte). Una spesa culturale che<br />

si ripartisce per il 31 per cento alle attività musicali, per il 23 in convegni<br />

e contributi alle istituzioni culturali, per il 20 alle arti visive, per il 13 alle<br />

attività teatrali, mentre agli altri settori vanno le rimanenti quote.<br />

132 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio


E fin qui s’è considerata la cultura dal p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> vista della <strong>di</strong>stribuzione<br />

e del consumo, ammesso che tutti concedano pacificamente l’uso <strong>di</strong> questi<br />

termini quando si tratta <strong>di</strong> cultura. Chiedendo venia a eventuali obiettori,<br />

si vorrebbe andare a vedere a quante persone <strong>di</strong>ano lavoro le attività<br />

culturali, per esempio in Toscana. Gli addetti al settore culturale «allargato»<br />

(comprendente, cioè, anche la scuola) sono, nel 1981, quasi 140.000, ed<br />

erano poco più <strong>di</strong> 76.000 solo <strong>di</strong>eci anni fa: come a <strong>di</strong>re che c’è stato <strong>un</strong><br />

cospicuo balzo <strong>di</strong> quasi l’80 per cento, tant’è che alla fine del decennio le<br />

attività culturali coprono il io per cento del complesso dei posti <strong>di</strong> lavoro<br />

in Toscana e ne assicuravano solo 6 <strong>di</strong>eci anni prima. Si tratta <strong>di</strong> livelli <strong>di</strong><br />

incidenza e <strong>di</strong> tassi <strong>di</strong> crescita che lasciano in<strong>di</strong>etro <strong>di</strong>versi settori produttivi<br />

dell’industria toscana. Che volume <strong>di</strong> spesa genera quest’occupazione nelle<br />

attività culturali? Quanta attivazione <strong>di</strong> produzione nel complesso <strong>di</strong> tutte<br />

le attività economiche la spesa <strong>di</strong> quei red<strong>di</strong>ti da lavoro induce?<br />

E poi, la produzione specifica dei beni e dei servizi culturali, quanto<br />

concorre al prodotto interno lordo, qual è il grado <strong>di</strong> inter<strong>di</strong>pendenza che la<br />

collega ai settori che forniscono a questa attività gli inputs <strong>di</strong> materie prime, <strong>di</strong><br />

prodotti interme<strong>di</strong>, <strong>di</strong> servizi? Si immagina senza sforzo alc<strong>un</strong>o come si possa<br />

ritenere blasfemo parlare <strong>di</strong> attività culturali, e quin<strong>di</strong> presumibilmente <strong>di</strong> arti<br />

visive, <strong>di</strong> musica, <strong>di</strong> letteratura, poesia, ecc., come se si trattasse <strong>di</strong> settori<br />

industriali. Eppure il collegamento <strong>di</strong>retto fra cultura ed economia (che ora si<br />

instaura regolarmente ed anzi rappresenta <strong>un</strong> nuovo e assai <strong>di</strong>namico campo<br />

<strong>di</strong> ricerca: Minon, 1986) non è cosa <strong>di</strong> questi ultimi anni iconoclasti. «I teatri,<br />

signori, danno <strong>un</strong> notevole impulso all’industria citta<strong>di</strong>na la quale, a sua volta,<br />

alimenta la vita delle industrie <strong>di</strong> provincia. Tutte le branche del commercio<br />

ricevono qualcosa dal teatro. I teatri della città danno da vivere <strong>di</strong>rettamente<br />

a 10.000 famiglie, in trenta o quaranta mestieri <strong>di</strong>versi; occupano, ogn<strong>un</strong>o<br />

<strong>di</strong> loro, centinaia <strong>di</strong> operai e versano annualmente nella circolazione della<br />

ricchezza <strong>un</strong>a somma che, secondo cifre incontestabili, non può essere valutata<br />

a meno <strong>di</strong> 20 o 30 milioni». La cifra, francamente, può sembrare modesta: ma<br />

lo sembrerà assai meno se si tiene presente che la città cui ci si riferisce è<br />

Parigi, l’oratore Victor Hugo in <strong>un</strong> suo intervento all’Assemblea costituente,<br />

la data in cui fu pron<strong>un</strong>ciato il <strong>di</strong>scorso il 17 luglio 1848. Questo reperto,<br />

ammesso che non sia possibile trovarne <strong>di</strong> precedenti, <strong>di</strong>mostra la possibilità<br />

che l’approccio economico ai problemi della cultura sia suggerito non da <strong>un</strong><br />

economista ma da <strong>un</strong> artista. In realtà, per tornare a più serie considerazioni,<br />

viene crescendo, nel mondo obiettivamente più che da noi in Italia (Leon,<br />

1985), la consapevolezza che l’incidenza economica del consumo e della<br />

produzione <strong>di</strong> cultura, in termini <strong>di</strong> occupati, <strong>di</strong> contributo al prodotto interno<br />

lordo e <strong>di</strong> attivazione <strong>di</strong> altri settori ha raggi<strong>un</strong>to ormai livelli tali da meritare<br />

non solo attenti stu<strong>di</strong> ma anche opport<strong>un</strong>e preoccupazioni per quanto riguarda<br />

i profili dell’efficienza e dei ren<strong>di</strong>menti (Gouiedo, 1986).<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 133


Altri tipi <strong>di</strong> raccordo tra economia e cultura, ovviamente molto <strong>di</strong>versi<br />

da quello <strong>di</strong> cui si è fin qui parlato, son quelli che passano, per esempio,<br />

attraverso le attività connesse alla produzione dell’immagine e alla moda.<br />

Quanti artisti e scrittori lavorano per la pubblicità? Ness<strong>un</strong>o ormai si<br />

scandalizza se le sfilate <strong>di</strong> moda si tengono nei più prestigiosi sacrari della<br />

prosa, della lirica o delle arti visive. Talvolta si esagera, magari, come<br />

quando si intende assoldare <strong>un</strong>a illustre e veneranda opera d’arte per farne<br />

<strong>un</strong> agente pubblicitario <strong>di</strong> prodotti <strong>di</strong> largo consumo. L’esperienza non<br />

molto tempo fa toccò, a Firenze, al povero David <strong>di</strong> Michelangelo messo a<br />

vendere cravatte. Ma ci sono collegamenti anche <strong>di</strong> tipo <strong>di</strong>verso, quelli nei<br />

quali la moda chiede alla scienza e alla cultura il loro apporto: <strong>un</strong> segno,<br />

per ora modesto ma probabilmente destinato a svilupparsi, è quello che si<br />

può riconoscere nella istituzione, sempre a Firenze, <strong>di</strong> <strong>un</strong> politecnico della<br />

moda realizzato in collaborazione con <strong>un</strong>o dei più rinomati, se non il più<br />

rinomato, centri <strong>di</strong> ricerca e formazione nel campo della moda, il Fashion<br />

Institute of Technology <strong>di</strong> New York.<br />

Già, la moda: <strong>un</strong> settore, o meglio <strong>un</strong> complesso <strong>di</strong> attività produttive che,<br />

se n’è detto più sopra, si attribuisce la metà <strong>di</strong> tutta la nuova occupazione<br />

manifatturiera generata durante gli anni ‘70. Queste attività produttive<br />

rappresentano, e si è avuto modo <strong>di</strong> farvi cenno più volte nel corso <strong>di</strong> queste<br />

pagine, <strong>un</strong> vero e proprio asse portante dell’economia regionale. Se ne<br />

vedano alc<strong>un</strong>i in<strong>di</strong>catori sommari riferiti al 1981: 200.000 occupati, pari al<br />

16 per cento dell’occupazione nazionale in questi settori, che corrisponde<br />

al 41 per cento dei lavoratori del settore manifatturiero in Toscana. Le<br />

produzioni della moda alimentano <strong>un</strong> volume <strong>di</strong> esportazione <strong>di</strong> oltre 3.000<br />

miliar<strong>di</strong>, il 23 per cento dell’esportazione della moda nazionale, la metà<br />

<strong>di</strong> tutta l’esportazione regionale, e che si incrementa, proprio nel corso <strong>di</strong><br />

questi ultimi quattro anni, <strong>di</strong> <strong>un</strong> cospicuo 63 per cento.<br />

Ma le cifre sin qui riferite riguardano <strong>un</strong>a definizione molto riduttiva<br />

del sistema della moda: le industrie delle pelli e del cuoio, delle calzature,<br />

dell’abbigliamento e l’industria tessile. In realtà, il sistema della moda,<br />

in <strong>un</strong>a corretta visione organica, deve comprendere il complesso delle<br />

produzioni attivate e sostenute dalla produzione dei beni finali. Materie<br />

prime, accessori, macchinari, attrezzi, materiali ausiliari, servizi alle<br />

imprese, rete <strong>di</strong>stributiva sono i raggruppamenti delle attività produttive<br />

<strong>di</strong> beni e <strong>di</strong> servizi che compongono il «sistema della moda» come entità<br />

economico-organica. Anche a prescindere dai profili culturali, psicologici e<br />

sociali strettamente interrelati alle fenomenologie <strong>di</strong> <strong>un</strong> sistema produttivo<br />

come quello della moda (Simmel, 1985), così connesso agli stili <strong>di</strong> vita,<br />

alle aspirazioni personali, alle convinzioni ideologiche, allo status sociale,<br />

si intende subito la povertà <strong>di</strong> <strong>un</strong> approccio economicistico e settorialistico<br />

che faccia del «sistema della moda» <strong>un</strong> semplice aggregato <strong>di</strong> settori<br />

134 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio


produttivi. E tuttavia, rimanendo sempre all’interno <strong>di</strong> <strong>un</strong> approccio<br />

angustamente economicistico, si deve sapere che il sistema della moda,<br />

organicamente considerato, dà lavoro in Toscana ad oltre 240.000 addetti,<br />

come <strong>di</strong>re il 17 per cento <strong>di</strong> tutta l’occupazione regionale, il doppio della<br />

corrispondente incidenza a livello nazionale, a ulteriore testimonianza<br />

della elevata specializzazione della Toscana in questo campo.<br />

Turismo, cultura e moda: 360.000 posti <strong>di</strong> lavoro in Toscana, il 28 per<br />

cento <strong>di</strong> tutti i posti <strong>di</strong> lavoro della regione. Che senso ha, si potrebbe<br />

osservare, sommare insieme entità così eterogenee? Certo, non è <strong>di</strong>fficile<br />

stabilire i collegamenti che da tanti anni, e poi a Firenze!, si stabiliscono<br />

nell’ideologia non meno che nella pratica quoti<strong>di</strong>ana <strong>di</strong> bottega. Il David<br />

attira turisti a Firenze e valorizza le più rinomate marche della moda<br />

locale: <strong>un</strong>a rapida occhiata al David e poi si vende l’abito, la borsetta, le<br />

scarpe. Un collegamento <strong>di</strong> tale natura era ben presente, anche se in forme<br />

meno rozze <strong>di</strong> quelle en<strong>un</strong>ciate talvolta oggigiorno, al gruppo <strong>di</strong>rigente<br />

fascista fiorentino degli anni ‘30, che all’insegna del trinomio turismoartigianato-cultura<br />

(Palla, 1978) elaborò <strong>un</strong>a nuova e<strong>di</strong>zione del ra<strong>di</strong>cato<br />

atteggiamento antindustrialista dei <strong>di</strong>rigenti toscani (Mori, 1960), declinato<br />

questa volta in versione urbana, esplicitamente mirato al consenso dei<br />

ceti me<strong>di</strong> del commercio, dell’artigianato e degli impieghi. Si può forse<br />

ipotizzare <strong>un</strong> approccio più elaborato che non parte programmaticamente<br />

dall’interazione fra i tre aggregati <strong>di</strong> attività. Il ragionamento che si è fatto<br />

per il sistema della moda, <strong>di</strong> non considerarlo <strong>un</strong>icamente e riduttivamente<br />

in termini <strong>di</strong> attività produttive finali, per valutare tutto il complicato<br />

reticolo <strong>di</strong> inter<strong>di</strong>pendenze che lo legano agli altri settori, potrebbe esser<br />

replicato anche per la cultura ed il turismo. Si avrebbe allora la possibilità<br />

<strong>di</strong> apprezzare, nella loro reale interezza, l’entità economica <strong>di</strong> questo<br />

complesso <strong>di</strong> attività e il ruolo che svolge nell’economia regionale. Ma il<br />

ragionamento si deve, anzi si vuole, fermare qui.<br />

Non senza prima aver ricordato alc<strong>un</strong>i segnali, magari timi<strong>di</strong> e, non si<br />

può escludere, destinati persino a spegnersi tra breve, che rivelerebbero<br />

l’esistenza <strong>di</strong> fermenti <strong>di</strong> novità in ciasc<strong>un</strong>o <strong>di</strong> questi settori. Si affastellano<br />

qui, senza alc<strong>un</strong>a pretesa <strong>di</strong> or<strong>di</strong>ne né <strong>di</strong> sistematicità, alc<strong>un</strong>i <strong>di</strong> questi<br />

sintomi: il crescente interesse per il turismo <strong>di</strong> stu<strong>di</strong>o, strettamente collegato<br />

alle localizzazioni fiorentine <strong>di</strong> prestigiose fondazioni culturali estere<br />

o <strong>di</strong> se<strong>di</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong>iversità straniere, per non <strong>di</strong>re dell’Istituto Universitario<br />

Europeo; le forme nuove e meno appariscenti che assume il turismo<br />

giovanile veicolato da associazioni, scuole e <strong>un</strong>iversità; il contributo non<br />

marginale che i flussi turistici più specializzati danno all’incremento della<br />

domanda locale <strong>di</strong> attività culturali, sì da consentire significative economie<br />

<strong>di</strong> scala e, in molti casi, <strong>un</strong> numero maggiore <strong>di</strong> repliche; il turismo legato a<br />

ispirazioni ambientaliste che non <strong>di</strong> rado trova in Toscana destinazioni che<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 135


sod<strong>di</strong>sfano questa domanda particolare; l’espansione tumultuosa del turismo<br />

congressuale, che è ormai <strong>di</strong>ventata <strong>un</strong>a delle forze traenti della crescita<br />

della domanda turistica internazionale; il germinare nel campo della moda<br />

<strong>di</strong> tendenze innovative, introdotte, come si <strong>di</strong>ce, da «creativi» delle giovani<br />

generazioni, che fanno moda più o meno con lo stesso approccio con cui<br />

si fa ricerca artistica d’avanguar<strong>di</strong>a (manifestazioni come Pitti Trend e<br />

riviste come «Westuff» ne sono alc<strong>un</strong>e delle più interessanti espressioni);<br />

i collegamenti inusuali che la moda stabilisce con l’avanguar<strong>di</strong>a musicale,<br />

che ha in Firenze alc<strong>un</strong>e delle sue manifestazioni più interessanti (si pensa al<br />

gruppo dei Litfiba) e nell’area metropolitana alc<strong>un</strong>i dei suoi luoghi deputati<br />

(si pensa a <strong>un</strong> locale come il Manila). Che cosa siano le attività culturali<br />

per Firenze e cosa potrebbero -meglio: dovrebbero- <strong>di</strong>ventare, al <strong>di</strong> là delle<br />

mega rassegne me<strong>di</strong>cee o etniche e degli avventurosi anni della cultura<br />

europea, è cosa ben familiare agli operatori e agli amministratori locali. Si<br />

vuol solo avanzare <strong>un</strong> interrogativo: ness<strong>un</strong>o può <strong>di</strong>re cosa potrebbe sorgere<br />

(e forse sta già sorgendo) dalle interazioni spontanee che questi insiemi <strong>di</strong><br />

attività pongono in atto (Biennal, 1985). Se ci si ricorda, poi, del ruolo che<br />

hanno a Firenze i servizi più <strong>di</strong>rettamente collegati alla produzione e alla<br />

valorizzazione dell’immagine (marketing, promotion, pubblicità, design,<br />

ecc.) si può identificare <strong>un</strong>a sorta <strong>di</strong> agente <strong>di</strong> collegamento. Passerà per <strong>un</strong><br />

nuovo trinomio, questa volta turismo-cultura-moda, <strong>un</strong>a delle possibilità <strong>di</strong><br />

sviluppo per la Toscana o, meglio, della Mitteltoskana?<br />

Attenzione! In questa ipotesi non c’è la minima indulgenza a sismon<strong>di</strong>smi<br />

<strong>di</strong> ritorno né la minima reviviscenza <strong>di</strong> nostalgie antindustrialiste. Se è<br />

vero, come molti sintomi lasciano presagire, che non tornerà (per fort<strong>un</strong>a,<br />

non tornerà) <strong>un</strong> nuovo boom consumistico all’insegna dell’usa-e-getta,<br />

mentre dovrebbe ancora <strong>di</strong>latarsi il tempo <strong>di</strong> non-lavoro (augurabilmente<br />

non in termini <strong>di</strong> <strong>di</strong>soccupazione) cambieranno, ma stanno già cambiando,<br />

i modelli <strong>di</strong> consumo. Il tempo libero sarà meno intenso <strong>di</strong> consumo <strong>di</strong> beni<br />

e più intenso <strong>di</strong> consumo <strong>di</strong> servizi (viaggi, musica, teatro). Si consumerà<br />

più tempo che cose, insomma. Uno «stile <strong>di</strong> vita più sobrio e raffinato»<br />

come si preconizzò nel <strong>di</strong>battito seguito alla pubblicazione dei Limiti dello<br />

sviluppo. E il concetto <strong>di</strong> raffinatezza evoca quello <strong>di</strong> moda.<br />

In questi ultimi abbozzi <strong>di</strong> ragionamento ci si rende conto <strong>di</strong> aver toccato<br />

soglie perigliose. Chi non aveva mai mandato giù la deviazione dell’operaio<br />

me<strong>di</strong>o toscano rispetto allo stereotipo Cipputi in tuta blu, si straccerà le<br />

vesti <strong>di</strong> fronte alla prospettiva <strong>di</strong> addetti al terziario qualificato privi del<br />

camice bianco <strong>di</strong> prammatica e magari agghindati secondo le vistose fogge<br />

<strong>di</strong> Pitti Trend. Ma il timore maggiore riguarda le reazioni <strong>di</strong> quanti hanno<br />

continuato a vedere il fantasma <strong>di</strong> Bettino Ricasoli <strong>di</strong>etro l’industria tipica<br />

e potrebbero ora essere indotti a scambiare <strong>un</strong> dark dell’Arci-Kids per <strong>un</strong><br />

re<strong>di</strong>vivo Pavolini in orbace.<br />

136 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio


D’altra parte -e sia detto qui senz’ombra <strong>di</strong> celia- l’impreve<strong>di</strong>bile<br />

Toscana ha riserbato, nella sua storia recente, molte sorprese agli analisti<br />

dello sviluppo: si rifiutò <strong>di</strong> decollare, quando tutto induceva a pensare che<br />

l’avrebbe fatto, negli anni attorno all’Unità; si industrializzò, prima alla<br />

bell’e meglio, poi sempre più robustamente, a partire da anni nei quali<br />

ness<strong>un</strong>o avrebbe scommesso <strong>un</strong> centesimo -e sono gli anni del secondo<br />

dopoguerra- sulle possibilità industriali della Toscana.<br />

«La storia non è magistra <strong>di</strong> nulla che ci riguar<strong>di</strong>» ammonisce il verso<br />

montaliano. Ma la «storia» dello sviluppo toscano <strong>di</strong> questo dopoguerra<br />

ci dovrebbe aver impartito almeno la lezione <strong>di</strong> non intestar<strong>di</strong>rci a cercare<br />

il futuro solo fra ingegneri, informatici e robot: si potrebbe manifestare<br />

anche sotto le spoglie <strong>di</strong> stilisti e tour-operators, <strong>di</strong> giovani stagiaires e<br />

specialisti <strong>di</strong> restauro, <strong>di</strong> portieri d’albergo e professori <strong>di</strong> musica.<br />

O non ci son voluti vent’anni perché ci si accorgesse che lo sviluppo<br />

che ci si attendeva dalla grande fabbrica, tetti a shed e ciminiere <strong>di</strong> rito,<br />

veniva invece messo in moto da impannatori e buyers, tessitori per conto<br />

terzi e lavoranti a domicilio? E lì per lì non se ne accorgeva ness<strong>un</strong>o, forse<br />

nemmeno gli stessi protagonisti, a tutta prima. Certo non gli scrittori.<br />

Ness<strong>un</strong>o scrittore ha cantato le lo<strong>di</strong> dell’industria tipica toscana. Ossia,<br />

<strong>di</strong> <strong>un</strong>’industria tipica le lo<strong>di</strong> furon cantate da Lucio Mastronar<strong>di</strong>: ma si<br />

trattava degli scarpai <strong>di</strong> Vigevano.<br />

Turismo, moda e cultura sono attività ben provviste <strong>di</strong> appeal e chissà<br />

che non riescano -prima che se ne avvedano politici e stu<strong>di</strong>osi- a eccitare<br />

l’immaginazione <strong>di</strong> <strong>un</strong> romanziere, come fece l’industria metalmeccanica<br />

fiorentina sul Pratolini della Costanza della ragione e che perfino<br />

l’industrializzazione del Mezzogiorno riuscì a suscitare, se si pensa al<br />

Donnarumma all’assalto <strong>di</strong> Omero Ottieri.<br />

D<strong>un</strong>que: turismo, moda, cultura? Chissà...<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 137


Riferimenti bibliografici<br />

Premessa<br />

Questo scritto -che de<strong>di</strong>co alla memoria della mia compagna- non è, come si vede<br />

agevolmente, <strong>un</strong> lavoro <strong>di</strong> storia: le mie competenze e la vicinanza del periodo <strong>di</strong><br />

cui tratto (1971-85, ma con qualche temerario spenzolamento sul futuro prossimo)<br />

lo avrebbero, in ogni caso, impe<strong>di</strong>to. Ma questo scritto non è nemmeno <strong>un</strong><br />

lavoro scientifico in senso stretto, dato che in esso vi si mescolano liberamente<br />

(ma confido non inconsapevolmente) sintesi <strong>di</strong> precedenti ricerche, spezzoni <strong>di</strong><br />

ricerche ad hoc, commento <strong>di</strong> dati e semplici opinioni (talvolta molto) personali.<br />

Mi sono com<strong>un</strong>que sforzato <strong>di</strong> rappresentare obbiettivamente i fatti e <strong>di</strong> tenerli<br />

<strong>di</strong>stinti per quanto mi è stato possibile dai miei convincimenti.<br />

Data questa natura dello scritto ho ritenuto ridondante in<strong>di</strong>care nel testo le fonti<br />

pubblicistiche, documentali e statistiche dei brani e dei dati, mentre ho limitato<br />

alle sole opere citate i riferimenti bibliografici che seguono.<br />

Avverto, tuttavia, il dovere <strong>di</strong> precisare che:<br />

-<br />

-<br />

quando non <strong>di</strong>versamente in<strong>di</strong>cato, le citazioni riferite alla Cgil e alla<br />

Federazione sindacale <strong>un</strong>itaria son tratte da note <strong>di</strong>stribuite in occasione <strong>di</strong><br />

conferenze stampa (in genere annuali), quelle riferite al Pci dai documenti dei<br />

congressi regionali;<br />

ho preso in considerazione solo le posizioni del sindacato e del Pci per<br />

due ragioni: sono i soli organismi che si interessano con continuità dello<br />

sviluppo regionale (altri partiti se ne sono occupati solo spora<strong>di</strong>camente e con<br />

<strong>di</strong>chiarazioni personali non si sa quanto corrispondenti a posizioni ufficiali del<br />

partito, ammesso che vi fossero); mi premeva <strong>di</strong> più <strong>di</strong>scutere gli atteggiamenti<br />

del partito e del sindacato in cui milito.<br />

I dati del testo sono <strong>di</strong> norma ricavati dalle serie dei censimenti Istat. Altri<br />

dati (<strong>di</strong> base o elaborati), stime e valutazioni quantitative sono <strong>di</strong> fonte <strong>Irpet</strong><br />

(pubblicazioni, lavori in corso e note interne). I testi <strong>Irpet</strong> <strong>di</strong> cui più mi sono avvalso<br />

(oltre alla serie dei Rapporti annuali dell’Istituto dal 1973 al 1985) sono compresi<br />

nei riferimenti bibliografici. Colgo l’occasione per ringraziare collettivamente tutti<br />

i miei collaboratori dell’Istituto per l’apporto <strong>di</strong> idee e <strong>di</strong> informazioni che (spesso<br />

senza nemmeno saperlo, credo) il loro lavoro ha dato al mio.<br />

E voglio poi ringraziare quanti, in vario modo, hanno qualche responsabilità<br />

<strong>di</strong> questo scritto. Ringrazio, anzitutto, Giorgio Mori, per il grande onore che mi ha<br />

fatto chiamandomi a collaborare al suo libro, ma anche per aver voluto <strong>di</strong>scutere il<br />

progetto del mio lavoro e per il costante incitamento durante la sua realizzazione. Con<br />

Giacomo Becattini ho <strong>un</strong> debito <strong>di</strong> gratitu<strong>di</strong>ne, contratto nella ventennale <strong>di</strong>scussione<br />

sulle cose della Toscana, sì che mi resta <strong>di</strong>fficile <strong>di</strong>stinguere le sue dalle mie idee. Li<br />

sollevo, come si deve, da ogni responsabilità per l’eventuale cattivo uso fatto dei loro<br />

consigli: ma non posso ritenerli innocenti del mio modo <strong>di</strong> guardare allo sviluppo<br />

della Toscana, che è largamente tributario del loro insegnamento. Un grazie fraterno<br />

a Fabio Sforzi, rigoroso interlocutore nel com<strong>un</strong>e scrutinio delle vicende regionali,<br />

per rapporto critico a p<strong>un</strong>ti sostanziali <strong>di</strong> queste note. Sono grato a Giuseppe Pozzana<br />

e Antonio Flori<strong>di</strong>a per il prezioso aiuto nella raccolta della documentazione. Lascio<br />

per ultimo il riconoscimento che più mi preme, quello a Cristina Caldonazzo: senza<br />

138 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio


il suo affettuoso p<strong>un</strong>golo e la sua intelligente collaborazione questo lavoro non<br />

sarebbe mai stato cominciato né finito.<br />

AA.VV., Turismo e centri d’arte, Milano 1982.<br />

- Capitalisme et industries culturelles, Grenoble 1984. Va detto che<br />

l’atteggiamento fortemente critico <strong>di</strong> questo testo verso l’industria culturale<br />

è esemplificato dalla sua epigrafe: «La culture de modernité est produite<br />

industriellement, sous garantie d’État».<br />

- Processo <strong>di</strong> urbanizzazione dell’area Firenze-Prato-Pistoia,<br />

Documentazione e atti della prima fase della Conferenza per il<br />

coor<strong>di</strong>namento degli interventi <strong>di</strong> pianificazione territoriale nell’area<br />

(Firenze, 22-24 marzo 1984), Firenze 1984.<br />

Andersson A., Knowledge Intensity and Product Cycles in Metropolìtan Regions,<br />

Iiasa, Working paper, 1984.<br />

Api-Toscana, Piccole e me<strong>di</strong>e industrie e com<strong>un</strong>ità europea. Una sfida per gli anni<br />

Ottanta, Firenze 1981.<br />

Bagnasco A., Tre Italie. La problematica territoriale dello sviluppo italiano,<br />

Bologna 1977.<br />

- (a cura <strong>di</strong>), L’altra metà dell’economia, Napoli 1986.<br />

Bagnasco A. e Trigilia, C. (a cura <strong>di</strong>), Società e politica nelle aree <strong>di</strong> piccola<br />

impresa. Il caso della Valdelsa, <strong>Irpet</strong>, Milano 1985.<br />

Bartolini G., Regioni rosse e intervento nell’economia, in «Politica e società», vi<br />

(1981), n. 1-2.<br />

Becattini G., Prospettive dell’inserimento della Toscana nella programmazione<br />

economica nazionale, inUrpt, 1963.<br />

- (a cura <strong>di</strong>), Lo sviluppo economico della Toscana, <strong>Irpet</strong>, Firenze 1975.<br />

Un completamento <strong>di</strong> questo testo, per quanto riguarda soprattutto gli<br />

aggiornamenti alle vicende successive al 1975, è <strong>Irpet</strong>, 1980.<br />

Becattini G. e Bianchi G., Sulla multiregionalità dello sviluppo economico<br />

italiano, in «Note economiche», 1982, n. 5-6. In questo scritto si<br />

mette in guar<strong>di</strong>a, app<strong>un</strong>to, da frettolose conclusioni sostenendo che<br />

«l’industrializzazione <strong>di</strong>ffusa <strong>di</strong> questo dopoguerra non dovrebbe essere<br />

pensata semplicemente come <strong>un</strong> processo <strong>di</strong> espansione all’est e al sud <strong>di</strong><br />

<strong>un</strong> centro <strong>di</strong> industria preesistente, ma come <strong>un</strong> processo più composito<br />

in cui le rilocalizzazioni <strong>di</strong> imprese dal nord-ovest e le altre forme <strong>di</strong><br />

induzione <strong>di</strong>retta, che certamente vi sono state, costituiscono solo <strong>un</strong>a<br />

parte -e non decisiva- <strong>di</strong> <strong>un</strong> movimento complessivamente caratterizzato<br />

da esplosioni <strong>di</strong> impren<strong>di</strong>torialità locale». L’argomentazione è ripresa e<br />

sviluppata in Becattini e Bianchi, 1985.<br />

- Analisi dello sviluppo regionale «versus» analisi multiregionale<br />

dello sviluppo, in Bianchi G. e Magnani I-, L’analisi dello sviluppo<br />

multiregionale: teorie, meto<strong>di</strong>, problemi, Milano 1985. Questo volume<br />

collettivo presenta <strong>un</strong>a rassegna, tutto sommato rappresentativa, degli<br />

approcci e delle « scuole » che si confrontano nell’interpretazione della<br />

multiregionalità.<br />

Beli B., The Coming of Post-Industrial Society, London 1974 (Beli è ritenuto il<br />

coniatore della locuzione «postindustriale»),<br />

Bellan<strong>di</strong> M., L’innovazione <strong>di</strong>ffusa (mimeo), Università <strong>di</strong> Firenze, Dipartimento<br />

<strong>di</strong> Scienze Economiche (in corso <strong>di</strong> stampa).<br />

Bertolino A., Caratteri e problemi dello sviluppo economico regionale con<br />

particolare riguardo alla Toscana, in Urcciaat, 1963.<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 139


Bianchi G., L’esperienza <strong>di</strong> programmazione regionale in Italia, in AA.VV.,<br />

Programmare, amministrare, Roma 1979.<br />

- L’analisi dello sviluppo industriale a scala regionale. Elementi da <strong>un</strong>o<br />

stu<strong>di</strong>o <strong>di</strong> caso sull’industria interme<strong>di</strong>a in Toscana, Cespe/Crs, in «La<br />

programmazione regionale», Quaderno n. 1, Roma 1980.<br />

- L’area fiorentina; genesi <strong>di</strong> <strong>un</strong>a formazione metropolitana, in «Politica e<br />

società», VII (1982), n. 1.<br />

Biennal, Catalog de la I Biénnal de Produccions Culturale Juvenils de l’Europa<br />

Me<strong>di</strong>terrània (Barcellona, 15-24 novembre 1985). Il programma<br />

della Biennale comprendeva esposizioni, performances e rassegne<br />

<strong>di</strong> architettura, arti plastiche, design, grafica pubblicitaria, danza,<br />

fotografia, fumetto, moda, musica, prosa e poesia, teatro, cinema, video.<br />

La gamma delle forme espressive presenti testimonia della singolare<br />

interazione, multi<strong>di</strong>sciplinare si <strong>di</strong>rebbe, che rende <strong>di</strong>fficile collocare i<br />

«giovani creativi» nell’<strong>un</strong>a o nell’altra specializzazione. Alla Biennale<br />

<strong>di</strong> Barcellona era presente <strong>un</strong>a nutrita rappresentanza dei «creativi»<br />

fiorentini. Particolarmente apprezzati gli stilisti più innovativi che hanno<br />

nella rassegna fiorentina Pitti Trend <strong>un</strong>o dei loro p<strong>un</strong>ti <strong>di</strong> riferimento.<br />

Blair J., Economie Concentration, New York 1972.<br />

Bresso M. e Zeppetella A., Il turismo come risorsa e come mercato, Milano 1985.<br />

Bruckmann G., The Long Wave Debate, in Bianchi G. e altri, Long Waves,<br />

Depression and Innovation: Backgro<strong>un</strong>d Material, Siena-Firenze 1983.<br />

Br<strong>un</strong>i L., Evoluzione e prospettive <strong>di</strong> sviluppo della popolazione e dell’occupazione<br />

in Toscana, in «Arti e Mercature», 1964, n. 5-6.<br />

Bulgarelli G., Sistema territoriale e imprese, in Atti della II Conferenza regionale<br />

sulla politica industriale, Regione Emilia-Romagna, Bologna 1984. Si tratta<br />

<strong>di</strong> <strong>un</strong> atteggiamento che è <strong>un</strong>a costante dei <strong>di</strong>rigenti com<strong>un</strong>isti emiliani.<br />

Il presidente della Regione non esita due anni dopo a parlare <strong>di</strong> «modello<br />

emiliano» <strong>di</strong> stato sociale («welfare state all’italiana» titola «il manifesto»<br />

del 13 giugno 1986, l’articolo con l’intervista a Lanfranco Turci) a proposito<br />

della qualità dei servizi sociali emiliani. Ma l’intervistato, lo nota lo stesso<br />

giornalista, si preoccupa «<strong>di</strong> esporre i problemi piuttosto che i successi».<br />

Campos-Venuti G. e altri, Firenze: per <strong>un</strong>a urbanistica della qualità. Progetto<br />

preliminare <strong>di</strong> piano regolatore, Venezia 1985.<br />

Cantelli P., L’economia sommersa, Roma 1980.<br />

Cantelli,P. e Paggi L., Strutture sociali e politiche delle riforme in Toscana, in<br />

«Critica Marxista», x i i (1973), n. 5.<br />

Censis, Firenze tra tendenze evolutive e mo<strong>di</strong>ficazioni strutturali interne,<br />

Roma 1984. Cgil-Comitato regionale della Toscana, In<strong>di</strong>cazioni per <strong>un</strong><br />

programma sullo sviluppo economico della Toscana, Firenze 1967.<br />

Chiarello F., Economia informale, famiglia e reticoli sociali, in «Rassegna italiana<br />

<strong>di</strong> sociologia», XXIV (1983), n. 2.<br />

Crpet-Comitato regionale per la programmazione economica della Toscana,<br />

Sud<strong>di</strong>visione della Toscana in zone economiche <strong>di</strong> programma, a cura <strong>di</strong><br />

Maestro R., 1968.<br />

Ferrelli N., La prospettiva istituzionale europea e i riflessi finanziari della<br />

programmazione regionale, Firenze 1981.<br />

Fiorelli F., Programmazione regionale in Italia. Meto<strong>di</strong> ed esperienze, Svimez,<br />

Milano 1979.<br />

Flori<strong>di</strong>a A., Fisiologia e patologia dello sviluppo toscano, in «Politica e società»,<br />

vi (1981), n. 1.<br />

140 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio


Fuà G. e Zacchia C. (a cura <strong>di</strong>), Industrializzazione senza fratture, Bologna<br />

1983.<br />

Gersh<strong>un</strong>y J.I., After Industriai Society? The Emerging Self-Service Economy,<br />

London, 1978.<br />

Goglio S. (a cura <strong>di</strong>), Italia: centri e periferia, Milano T982.<br />

Gotti E. e Frattali L., Firenze innovazione - Progetto per la <strong>di</strong>ffusione<br />

dell’innovazione tecnologica alle piccole imprese nell’area fiorentina,<br />

<strong>Irpet</strong>, Firenze T984.<br />

Gouiedo L., Cultural Acco<strong>un</strong>ting Frameworks: Prospects and Problems, paper<br />

presentato alla IV Conferenza internazionale sull’economia della cultura<br />

(Avignone, 12-14 viaggio 1986).<br />

Graziani A. (a cura <strong>di</strong>), Crisi e ristrutturazione nell’economia italiana, Torino<br />

1975. Il volume raccoglie le relazioni <strong>di</strong> <strong>un</strong> convegno del febbraio 1974.<br />

Igm-Istituto Geografico Militare, Dall’Italia immaginata all’immagine dell’Italia,<br />

catalogo della mostra omonima (Firenze, 8-27 maggio 1986).<br />

Iiasa-<strong>Irpet</strong>, Onde l<strong>un</strong>ghe. Cicli economici <strong>di</strong> l<strong>un</strong>go periodo e transizione postindustriale,<br />

selezione dei contributi presentati alle conferenze internazionali<br />

<strong>di</strong> Firenze-Siena (ottobre 1983) e Weimar (giugno 1985), in corso <strong>di</strong> stampa.<br />

Si veda in particolare: Bianchi G., Casini Benvenuti S., Maltinti G., Onde<br />

l<strong>un</strong>ghe. Take-offs regionali in Italia e in Gran Bretagna.<br />

Innocenti P., L’industria nell’area fiorentina, Associazione degli Industriali della<br />

provincia <strong>di</strong> Firenze, Firenze 1979. Un ponderoso volume ricco <strong>di</strong> dati,<br />

rappresentazioni e riferimenti bibliografico-documentalistici, che ne fanno<br />

<strong>un</strong> repertorio preziosissimo per lo stu<strong>di</strong>o dell’articolazione produttiva<br />

dell’area dal 1861.<br />

Innocenti R., Piccola città, piccola impresa, Milano 1985.<br />

Irer-Istituto <strong>di</strong> ricerca della Lombar<strong>di</strong>a, Progetto Milano. Tecnologie e sviluppo<br />

urbano, Atti della I Conferenza intemazionale (Milano, 15-16 giugno<br />

1984), Milano 1985.<br />

- Progetto Milano. Tecnologia, professioni e città, Atti della II Conferenza<br />

internazionale (Miland, 25 gennaio 1985), Milano 1986.<br />

<strong>Irpet</strong>-Istituto <strong>di</strong> ricerche per la programmazione economica della Toscana, Lo<br />

sviluppo economico della Toscana: <strong>un</strong>’ipotesi <strong>di</strong> lavoro, Firenze 1969. È,<br />

in assoluto, il primo stu<strong>di</strong>o in Italia ad occuparsi dello «sviluppo <strong>di</strong>verso»,<br />

sostenuto, cioè, dalle piccole imprese dei settori cosiddetti «maturi».<br />

Non si trova ness<strong>un</strong>o scritto anteriore a questa data nelle pur attentissime<br />

bibliografie <strong>di</strong> Fuà e Zacchia, 1985; e Bagnasco, 1986. Questo documento<br />

rappresenta la prima uscita importante dell’Istituto, che era stato costituito<br />

da <strong>un</strong> anno, su iniziativa del Comitato regionale per la Programmazione<br />

economica della Toscana, col determinante concorso degli enti locali e la<br />

partecipazione <strong>di</strong> camere <strong>di</strong> commercio, organizzazioni <strong>di</strong> categoria, ecc..<br />

L’<strong>Irpet</strong> fu trasformato in Istituto regionale con la legge 10 agosto 1974, n.<br />

48, che gli assegnava il compito «<strong>di</strong> provvedere agli stu<strong>di</strong> e le ricerche per<br />

gli atti della programmazione regionale». La continuità fra i due Istituti fu<br />

sottolineata col mantenimento dell’identica sigla.<br />

<strong>Irpet</strong>-Istituto regionale per la programmazione economica della Toscana, Lo<br />

sviluppo economico della Toscana: problemi e prospettive, Firenze 1976.<br />

Sono qui contenuti gli atti integrali del seminario che mise abbastanza il<br />

campo a rumore se, cinque anni dopo, si richiamano, i termini essenziali<br />

<strong>di</strong> quella <strong>di</strong>scussione con <strong>un</strong> articolo in «Politica e società», vi (1981), n.<br />

1-2, «ricordando <strong>un</strong> <strong>di</strong>battito del ‘76».<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 141


- Criteri <strong>di</strong> ripartizione territoriale della Toscana 1754-1973, documento<br />

interno, Firenze 1977.<br />

- Nuovi contributi allo stu<strong>di</strong>o dello sviluppo economico della Toscana,<br />

Firenze 1980.<br />

- La Toscana nel quadro del commercio mon<strong>di</strong>ale. Un’analisi delle quote<br />

<strong>di</strong> mercato delle esportazioni regionali, Firenze 1982.<br />

- Rapporto sullo sviluppo dell’area fiorentina - Consumi e strutture<br />

culturali, Firenze 1984.<br />

- Struttura ed evoluzione del settore terziario nell’area fiorentina,<br />

Firenze 1986.<br />

- Rapporto sull’economia pubblica della Toscana 1985, Milano 1986.<br />

Kutscher R.E, Tendenze e prospettive dei posti <strong>di</strong> lavoro e delle professioni negli<br />

Stati Uniti, in Irer, 1986. Negli Stati Uniti le professioni che hanno registrato il<br />

massimo incremento, fra 1972 e 1980, sono: segretarie, cassieri, infermieri,<br />

cuochi, camionisti, ragionieri. E le revisioni sulla possibile evoluzione fino<br />

al 1995, ci <strong>di</strong>cono che le professioni che dovrebbero garantire il maggior<br />

numero assoluto <strong>di</strong> nuovi posti <strong>di</strong> lavoro sono custo<strong>di</strong>, cassieri, segretarie,<br />

impiegati, ven<strong>di</strong>tori, infermieri, camerieri, camionisti, ragionieri. Mentre<br />

tecnici informatici, consulenti legali, analisti, programmatori, operatori,<br />

fisioterapisti e ingegneri son le professioni cui si preconizza il più rapido<br />

tasso <strong>di</strong> accrescimento. Se queste strutture e queste <strong>di</strong>namiche professionali<br />

-in Toscana come nel mondo- approssimino o meno <strong>un</strong> «modello <strong>di</strong><br />

transizione postindustriale», ammesso che ci sia, è <strong>di</strong>fficile <strong>di</strong>re.<br />

Leon P., Valorizzazione del patrimonio storico-artistico e nuovo modello <strong>di</strong><br />

sviluppo, relazione al convegno nazionale del Pei, Le mura e gli archi,<br />

Firenze, 6-7 <strong>di</strong>cembre 1985.<br />

Malfi L., Introduzione a Irsev - Istituto regionale <strong>di</strong> stu<strong>di</strong> e ricerche economicosociali<br />

del Veneto, Il Veneto a metà degli anni 80, Milano 1986.<br />

Marchetti C., Recessioni ten more years to go, in «Futures», vol. 13, 1976, n. 4.<br />

Mars G., Cheats at Work. An Anthropology of Workplace Crime, London 1982.<br />

Minon M., Comment estimer la valeur économique des activités artistiques?,<br />

relazione presentata alla IV Conferenza internazionale sull’economia<br />

della cultura (Avignone, 12-14 maggio 1986). Una densissima rassegna,<br />

oltre cento memorie presentate, che, affrontando problemi metodologici,<br />

analisi empiriche e stu<strong>di</strong> <strong>di</strong> caso, ha posto in luce come, fort<strong>un</strong>atamente!,<br />

si affrontino senza complessi temi osé me<strong>di</strong>ante approcci talvolta anche<br />

molto <strong>di</strong>sinibiti. Alc<strong>un</strong>i titoli delle memorie presentate danno <strong>un</strong>’idea <strong>di</strong><br />

questa affermazione: «L’image statistique de l’artiste»; «De la scène à<br />

l’image: questions d’étique, d’esthétique et d’economie»; «Productivity of<br />

Performing Art Companies»; «Cultural Acco<strong>un</strong>ting Frame-works: How to<br />

Estimate the Economie Value of Artistic Activitìes».<br />

Mori G. (i960), Osservazioni sul liberoscambismo dei moderati nel Risorgimento,<br />

ora in «Stu<strong>di</strong> <strong>di</strong> storia dell’industria», Roma 1967.<br />

Nacamull, R.C.D. e Rugia<strong>di</strong>ni A. (a cura <strong>di</strong>), Organizzazione e mercato, Bologna<br />

1985.<br />

Openshaw S. e altri, The Metropolitan Social Structure of Firenze: an Investigation<br />

Using In<strong>di</strong>vidual and Aggregate Censis Data, XXII Congresso europeo <strong>di</strong><br />

scienze regionale (Gròningen, 24-27 agosto 1982).<br />

Openshaw S. e Sforzi F., Metodologia per l’analisi della struttura sociale urbana.<br />

Classificazione <strong>di</strong> <strong>un</strong>ità territoriali, <strong>Irpet</strong>, Firenze 1983.<br />

Pala<strong>di</strong>n L., Le regioni oggi, in «Le Regioni», XII (1985), n.r.<br />

142 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio


Palla M., Firenze nel regime fascista, Firenze 1978. Scrive Alessandro Pavolini<br />

su «Il Bargello» dell’8 <strong>di</strong>cembre 1929: «Se noi fiorentini vogliamo<br />

conservare il primato intellettuale, se vogliamo tendere alla rinascita<br />

artigiana e ovviare alla crisi del movimento forestieri, bisogna che poniamo<br />

i problemi vasti e delicati <strong>di</strong> questa triplice opera in primo piano». Una<br />

sequenza impressionante <strong>di</strong> realizzazioni rappresenta l’attuazione pratica<br />

<strong>di</strong> questo <strong>di</strong>segno: 1930, «invenzione» del calcio storico (o «calcio in<br />

costume»); 1931, inaugurazione della mostra (allora fiera) dell’artigianato;<br />

1932, istituzione dell’Azienda autonoma <strong>di</strong> turismo e inaugurazione del<br />

nuovo sta<strong>di</strong>o com<strong>un</strong>ale <strong>di</strong> Pier Luigi Nervi; 1933, prima e<strong>di</strong>zione del<br />

Maggio musicale e apertura al traffico dell’autostrada Firenze-mare; 1935,<br />

inaugurazione solenne, dopo anni <strong>di</strong> polemiche, della nuova stazione <strong>di</strong><br />

Santa Maria Novella, opera <strong>di</strong> Michelucci e del suo gruppo.<br />

Paravicini G., L’economia della Toscana. Lineamenti conoscitivi e programmatici,<br />

Crpet, Firenze 1969.<br />

Ranfagni P., Il neo-pragmatismo nell’economia toscana, in «Politica e società», vi<br />

(1981), n. 1-2. Il 3 giugno 1981 la Regione convoca <strong>un</strong>a specie <strong>di</strong> consulta<br />

sull’economia regionale (vi partecipano fra gli altri P. Leon, A. Bagnasco,<br />

R. Ricci, R. Garavini, R. Cianferoni, oltre a chi scrive, e molti altri) e vi si<br />

vede «<strong>un</strong>a ripresa <strong>di</strong> quella querelle interpretativa che con tanta passione<br />

culturale accompagnò, nella prima metà degli anni Settanta, i primi passi<br />

dell’ente regione».<br />

Regione Toscana, Proposta <strong>di</strong> documento programmatico pluriennale, Firenze 1977.<br />

- Documenti del programma regionale, Firenze 1978. Si tratta <strong>di</strong><br />

cinque documenti. Il primo, «I problemi della programmazione<br />

economica regionale», motiva «l’urgenza e la necessità del rilancio<br />

della programmazione»; il secondo e il terzo trattano, rispettivamente, <strong>di</strong><br />

«Soggetti, con<strong>di</strong>zioni, strumenti» e <strong>di</strong> «Azioni e politiche <strong>di</strong> intervento»; il<br />

quinto è il Bilancio 1978-81. La base <strong>di</strong> analisi è ora fornita dalla Relazione<br />

sulla situazione economica e sociale della Toscana (quarto documento): <strong>un</strong><br />

esame degli andamenti congi<strong>un</strong>turali dell’ultimo anno.<br />

- Istituzione delle associazioni intercom<strong>un</strong>ali, documenti <strong>di</strong> «Toscana -<br />

Consiglio Regionale», n. 4, novembre 1978.<br />

Regione Toscana, Programma regionale <strong>di</strong> sviluppo 1979-1981, documenti <strong>di</strong><br />

«Toscana-Consiglio Regionale», n. 5, febbraio 1979. È la prima volta che si<br />

usa la <strong>di</strong>citura formale «Programma regionale <strong>di</strong> sviluppo». Tornano elementi<br />

<strong>di</strong> analisi strutturale, mirati prevalentemente a vedere se e <strong>di</strong> quanto la Toscana<br />

proceda l<strong>un</strong>go le «scelte strategiche» (qualificazione delle attività produttive<br />

tra<strong>di</strong>zionali, sviluppo dei settori a più avanzata tecnologia, potenziamento<br />

delle attività collegate all’utilizzazione delle risorse agricole, valorizzazione<br />

delle risorse energetiche alternative, ecc.)- Obbiettivi, ovviamente, fuori<br />

dalla portata consentita ai poteri e ai mezzi della Regione.<br />

- Programma regionale <strong>di</strong> sviluppo 1986-88, documenti <strong>di</strong> «Toscana<br />

- Consiglio Regionale», 1986. Forse è più <strong>di</strong> <strong>un</strong>a semplice curiosità<br />

l’espressione con la quale nel documento sembra intuita la possibile sinergia<br />

turismo-moda-cultura <strong>di</strong> cui si parla in questo scritto. Nel Programma<br />

regionale si segnala, infatti, la necessità <strong>di</strong> consolidare «il legame tra<br />

attività <strong>di</strong> produzione, offerta <strong>di</strong> servizi e retroterra culturale-creativo» in<br />

modo da «affermare inequivocabilmente l’<strong>un</strong>icità, il valore dell’offerta<br />

toscana (creatività <strong>di</strong> design e sistema moda, qualità ambientale e offerta<br />

turistica)».<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 143


Ricci R., Nota congi<strong>un</strong>turale, in «La congi<strong>un</strong>tura in Toscana», VII (<strong>di</strong>cembre<br />

1974), n. 12.<br />

- Nota congi<strong>un</strong>turale, ivi, VIII (ottobre 1975), n. 10.<br />

Sabel C. e Zeitlin J., Alternative storiche alla produzione <strong>di</strong> massa, in «Stato e<br />

Mercato», 1982, n. 5.<br />

Sforzi F., Identificazione degli ambiti sub-regionali <strong>di</strong> programmazione, in Bielli M.<br />

e La Bella A., Problematiche dei livelli sub-regionali <strong>di</strong> programmazione,<br />

Milano 1982.<br />

Simmel G., La moda, Roma 1985 (ma, prima e<strong>di</strong>zione, 1895). Per quanto incre<strong>di</strong>bile<br />

possa sembrare, questo vetusto libriccino rappresenta ancora oggi <strong>un</strong> p<strong>un</strong>to<br />

<strong>di</strong> riferimento inelu<strong>di</strong>bile e <strong>un</strong> esempio <strong>di</strong> rigore analitico, insuperato nelle<br />

correnti analisi che solo raramente attingono accenti <strong>di</strong> originalità.<br />

Urcciaat-Unione regionale delle camere <strong>di</strong> commercio, industria, agricoltura e<br />

artigianato della Toscana, Convegno sui problemi <strong>di</strong> sviluppo economico<br />

della Toscana, Atti ufficiali, Firenze, 21-23 giugno 1961, Firenze 1963.<br />

- L’economia della Toscana ed i suoi problemi, Firenze 1965.<br />

Urpt-Unione regionale delle province toscane, La Toscana nella programmazione<br />

economica, Firenze 1963.<br />

- La programmazione economica regionale in Toscana (1954-1967),<br />

a cura <strong>di</strong> G. Mugnaini, G. Bianchi e P. Cantelli, Firenze 1968. Contiene<br />

<strong>un</strong>a cronologia, riccamente documentata e brevemente annotata, <strong>di</strong> tutte le<br />

iniziative che in Toscana precedono, e sollecitano, l’istituzione dei comitati<br />

regionali per la programmazione economica. Dalla documentazione raccolta<br />

emerge quello che sarà il leitmotiv <strong>di</strong> quegli anni: la contrapposizione fra<br />

enti locali (attorno all’Urpt) e Camere <strong>di</strong> commercio. Per <strong>un</strong> rapido schizzo<br />

della fase platonica (ma culturalmente né inutile né vernacolare) della<br />

programmazione regionale, confronta Bianchi, 1979 e Fiorelli, 1979.<br />

Varaldo L. (a cura <strong>di</strong>), Ristrutturazioni industriali e rapporti fra imprese, Milano<br />

1979. Si tratta, probabilmente, della prima ricerca in Italia che analizzi<br />

sistematicamente le conseguenze della specializzazione per fasi <strong>di</strong> processo<br />

e parti <strong>di</strong> prodotto, del decentramento produttivo, ecc. Sui rapporti fra<br />

imprese non esclusivamente in termini <strong>di</strong> transazioni <strong>di</strong> mercato, ve<strong>di</strong><br />

anche Nacamulli e Rugia<strong>di</strong>ni, 1985.<br />

Williams R.H. (a cura <strong>di</strong>), Planning in Europe, London 1984.<br />

Zagnoli P., Le ristrutturazioni delle imprese metalmeccaniche in Toscana, Roma<br />

1982.<br />

144 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio


ONDE LUNGHE E TAKE-OFFS REGIONALI IN ITALIA E IN GRAN BRETAGNA*<br />

Giuliano Bianchi, Stefano Casini Benvenuti, Giovanni Maltinti<br />

1. Premessa: sviluppo multiregionale e cicli <strong>di</strong> l<strong>un</strong>go periodo<br />

La <strong>di</strong>fferenziazione multi-regionale dello sviluppo italiano non può<br />

essere ricondotta al semplice schema dualistico Nord-Sud. C’è voluta<br />

tuttavia <strong>un</strong>a <strong>di</strong>sputa durata circa <strong>un</strong> quin<strong>di</strong>cennio perché fosse accertata<br />

(ed accettata) l’esistenza <strong>di</strong> <strong>un</strong>a «Terza Italia» (le regioni Centro-Nordorientali)<br />

che cresceva, malgrado l’assenza dei pre-requisiti standard, più<br />

velocemente delle regioni <strong>di</strong> antica industrializzazione, mentre la crescita<br />

stentava a manifestarsi nelle regioni meri<strong>di</strong>onali, malgrado i considerevoli<br />

investimenti pubblici (IRPET, 1975; Bagnasco, 1977; Goglio, 1982; Fuà-<br />

Zacchia, 1983). In ogni caso nemmeno il modello a «Tre Italie» rappresenta<br />

e interpreta esattamente la complessa multiregionalità italiana (Casini<br />

Benvenuti, 1980; Becattini-Bianchi, 1982).<br />

La molteplice <strong>di</strong>fferenziazione multiregionale dello sviluppo italiano,<br />

in effetti, si manifesta in termini <strong>di</strong>:<br />

-<br />

forme, strutture e livelli <strong>di</strong> crescita che -vale la pena <strong>di</strong> rilevarlo- porta<br />

a riconoscere la coesistenza, a <strong>un</strong> dato momento, <strong>di</strong> regioni a <strong>di</strong>fferenti<br />

fasi <strong>di</strong> sviluppo;<br />

- ritmi e <strong>di</strong>rezioni del cambiamento strutturale in corso;<br />

- comportamenti congi<strong>un</strong>turali, come reattività agli impulsi ciclici e<br />

all’impatto delle politiche nazionali e dei processi internazionali.<br />

Sulla base <strong>di</strong> queste <strong>di</strong>fferenziazioni (e delle corrispondenti similarità)<br />

le regioni italiane possono essere raggruppate in «famiglie», che si<br />

<strong>di</strong>versificano, tra l’altro, rispetto ai tempi del decollo industriale.<br />

Si considerino ad esempio simultaneamente gli andamenti (Graf. 1) dei<br />

livelli <strong>di</strong> industrializzazione e <strong>di</strong> popolazione, nelle regioni italiane fra il<br />

1951 e il 1981, sulla scorta <strong>di</strong> due in<strong>di</strong>catori (apparentemente) assai semplici<br />

come quelli degli addetti all’industria per 100 residenti e della popolazione<br />

residente totale (fatto 100 il valore 1951) e con <strong>un</strong>a perio<strong>di</strong>zzazione non<br />

più impegnativa <strong>di</strong> quella delle date dei censimenti. La rappresentazione<br />

<strong>di</strong>stingue chiaramente il comportamento «post-industriale» (Piemonte,<br />

Lombar<strong>di</strong>a) o «declinante» (Liguria) delle regioni del «Triangolo<br />

industriale», il comportamento espansivo, sia pure con segni incipienti <strong>di</strong><br />

«maturità precoce» (Toscana, Veneto) delle regioni della «Terza Italia», il<br />

mancato «decollo industriale» delle regioni del Sud.<br />

* Testo contenuto in Note Economiche, 3, Monte dei Paschi <strong>di</strong> Siena, 1987, pp. 167-189.<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 145


Grafico 1<br />

I «ONDATE» REGIONALI DI SVILUPPO (1951-81)<br />

25<br />

20<br />

15<br />

10<br />

5<br />

0<br />

Molise<br />

Abruzzo<br />

Umbria<br />

Basilicata<br />

Calabria<br />

Marche<br />

Veneto<br />

Sicilia<br />

Emilia Romagna<br />

Friuli Toscana<br />

Liguria<br />

Trentino<br />

Puglia<br />

Piemonte<br />

Sardegna<br />

Campania<br />

80 90 100 110 120 130 140<br />

Asse orizzontale: popolazione residente (1951=100)<br />

Asse verticale: addetti all’industria per 100 residenti<br />

(valori alle date dei censimenti 1951, 1961, 1971, 1981)<br />

Lombar<strong>di</strong>a<br />

Ricordando che le regioni del «Triangolo» hanno decollato prima della<br />

I Guerra mon<strong>di</strong>ale e che le regioni della «Terza Italia» hanno decollato<br />

dopo la II Guerra mon<strong>di</strong>ale, è sembrato valesse la pena <strong>di</strong> ricercare <strong>un</strong>a<br />

spiegazione delle <strong>di</strong>fferenze <strong>di</strong> struttura e <strong>di</strong> comportamento delle regioni,<br />

guardando anche alle <strong>di</strong>fferenze temporali fra i decolli delle singole<br />

regioni e fra questi e quello che convenzionalmente si considera il decollo<br />

dell’Italia nel suo complesso.<br />

Il recente -e crescente- nuovo fervore d’interesse attorno a <strong>un</strong> tema<br />

dell’analisi storico-ecomomica come quello delle «Onde l<strong>un</strong>ghe»,<br />

emblematicamente riassumibile nel nome N.D. Kondratieff, ha riproposto<br />

all’attenzione 1 degli stu<strong>di</strong>osi le successioni <strong>di</strong> fasi espansive e recessive<br />

dell’economia mon<strong>di</strong>ale raccordate, da <strong>un</strong> lato, con ondate storicamente<br />

scan<strong>di</strong>te <strong>di</strong> invenzioni-innovazioni e influenti, dall’altro, sulle date e le<br />

forme del take-off industriale dei vari paesi.<br />

La perio<strong>di</strong>zzazione più consolidata delle fasi ascendenti e delle successive<br />

fasi <strong>di</strong>scendenti colloca la prima Onda Kondratieff, fra il 1790 ed il 1840 e<br />

la seconda fra questa data e la fine del secolo; la fase ascendente della terza<br />

146 Onde l<strong>un</strong>ghe e take-offs regionali in Italia e in Gran Bretagna<br />

Lazio<br />

150


Onda si avvia, infatti, intorno al 1890-95 per esaurirsi con la prima guerra<br />

mon<strong>di</strong>ale e, com<strong>un</strong>que, col crollo del 1929 (J. Van Duijn, 1983), mentre la<br />

successiva fase recessiva gi<strong>un</strong>ge fino alla seconda guerra mon<strong>di</strong>ale; la fase<br />

espansiva della quarta Onda parte, invece, nel dopoguerra per concludersi,<br />

secondo la maggior parte degli analisti, intorno al 1973 quando comincia<br />

l’attuale fase depressiva (Rostow, 1978).<br />

Pareva quin<strong>di</strong> legittimo interrogarsi circa l’esistenza <strong>di</strong> <strong>un</strong> qualche nesso<br />

fra le fasi ascendenti della terza e della quarta Onda e, rispettivamente, il<br />

decollo delle regioni del «Triangolo» nel periodo giolittiano e il vigoroso<br />

sviluppo delle regioni della «Terza Italia» nel secondo dopoguerra.<br />

Una investigazione preliminare ha provato la plausibilità dell’esistenza<br />

<strong>di</strong> <strong>un</strong> possibile rapporto fra impulsi delle Onde l<strong>un</strong>ghe e date dei decolli<br />

regionali e, quin<strong>di</strong>, <strong>di</strong>fferenziazioni temporali e spaziali dello sviluppo<br />

considerato multi-regionalmente (Bianchi et al., 1983).<br />

Ecco come, muovendo dallo stu<strong>di</strong>o della multiregionalità dello sviluppo<br />

italiano, si è incontrato -<strong>di</strong>ciamo bottom up- il più ampio tema delle Onde<br />

l<strong>un</strong>ghe, normalmente avvertito come assai <strong>di</strong>stante dall’analisi regionale.<br />

Si tratta, invece, <strong>di</strong> <strong>un</strong> approccio che sembra non solo rilevante e<br />

fecondo per l’analisi regionale, ma anche specificamente in<strong>di</strong>rizzabile al<br />

cuore della scienza regionale: la spiegazione dei ventagli spaziali dello<br />

sviluppo economico e sociale.<br />

In particolare sembra pertinente <strong>un</strong> richiamo a due p<strong>un</strong>ti principali:<br />

a)<br />

b)<br />

gli effetti spaziali degli impatti dei cicli sono rilevanti per l’analisi<br />

multiregionale, specificamente allo scopo <strong>di</strong> spiegare la coesistenza,<br />

all’interno <strong>di</strong> <strong>un</strong>o stesso paese, <strong>di</strong> regioni a <strong>di</strong>fferenti fasi <strong>di</strong> sviluppo:<br />

la scarsa attenzione de<strong>di</strong>cata finora a questo aspetto dell’analisi<br />

multiregionale non deve sorprendere se, come ammonisce Pollard,<br />

«l’elemento regionale è stato trascurato nel passato» anche nel campo<br />

della storia dell’industrializzazione, malgrado il fatto che «la crescita<br />

industriale sia essenzialmente <strong>un</strong>a questione locale piuttosto che <strong>un</strong>a<br />

questione nazionale» (Pollard, 1981);<br />

la scala regionale appare particolarmente appropriata per analizzare<br />

se e come gli impulsi delle Onde l<strong>un</strong>ghe possano influenzare le<br />

prestazioni e i comportamenti <strong>di</strong> <strong>un</strong> determinato sistema regionale:<br />

in effetti, a questo livello, le fasi ascendenti e <strong>di</strong>scendenti dei cicli<br />

<strong>di</strong> l<strong>un</strong>go periodo possono essere ass<strong>un</strong>te e -in generale- trattate come<br />

shocks esogeni.<br />

Con questo schema <strong>di</strong> riferimento si riassumono qui <strong>di</strong> seguito i<br />

principali esiti della verifica empirica del possibile rapporto tra Onde<br />

l<strong>un</strong>ghe e sviluppo multiregionale italiano (con <strong>un</strong>a prima esplorazione dei<br />

probabili fattori del take-off) e i risultati <strong>di</strong> <strong>un</strong>a nuova applicazione della<br />

stessa metodologia al caso delle regioni britanniche, al duplice scopo <strong>di</strong>:<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 147


- identificare l’esistenza <strong>di</strong> possibili regolarità nei comportamenti a l<strong>un</strong>go<br />

termine delle regioni (o <strong>di</strong> loro «famiglie»);<br />

- accertare se e come le «leggi tendenziali» che interrelano Onde l<strong>un</strong>ghe<br />

e sviluppi nazionali siano operanti anche a scala regionale.<br />

- L’analisi che segue è basata su due ass<strong>un</strong>ti:<br />

- lo sviluppo regionale è espresso dai processi <strong>di</strong> industrializzazione;<br />

- il processo <strong>di</strong> industrializzazione può essere significativamente misurato<br />

me<strong>di</strong>ante <strong>un</strong> solo, e semplice, in<strong>di</strong>catore: il rapporto fra occupazione<br />

industriale e popolazione.<br />

Il primo ass<strong>un</strong>to è piuttosto consueto all’interno degli stu<strong>di</strong> che trattano<br />

dei movimenti a l<strong>un</strong>go termine dell’economia dopo la Rivoluzione<br />

Industriale. Il secondo ass<strong>un</strong>to richiede, forse, <strong>di</strong> essere brevemente<br />

giustificato, almeno allo scopo <strong>di</strong> render chiaro che il semplice in<strong>di</strong>catore<br />

qui adottato non è dovuto alla mancanza <strong>di</strong> dati (<strong>un</strong>a <strong>di</strong>fficoltà, del resto,<br />

ben nota nelle analisi <strong>di</strong> l<strong>un</strong>go periodo).<br />

Quando l’analisi è specificamente orientata al cambiamento della<br />

base economica <strong>di</strong> <strong>un</strong> determinato sistema dall’agricoltura all’industria la<br />

variabile <strong>di</strong> controllo è stata in genere proprio la composizione settoriale<br />

della forza <strong>di</strong> lavoro. La transizione dall’agricoltura all’industria comporta<br />

<strong>un</strong> notevole incremento nel prodotto agricolo pro capite accompagnato da <strong>un</strong><br />

vistoso decremento della forza lavoro rurale. Così la cosiddetta società postindustriale<br />

è caratterizzata da livelli rapidamente decrescenti <strong>di</strong> occupazione<br />

industriale, ma non necessariamente da decrescenti volumi del prodotto<br />

industriale, il quale è in genere mantenuto e, molto spesso, accresciuto.<br />

2. Fase ascendente della terza Onda l<strong>un</strong>ga (1890-1929) e sviluppo<br />

multiregionale dell’Italia<br />

Si conviene generalmente <strong>di</strong> collocare il decollo economico dell’Italia<br />

(1894-1913) all’interno della fase ascendente del terzo ciclo Kondratieff.<br />

Se si assume <strong>un</strong> conveniente periodo (1881-1911) attorno al picco<br />

della crescita italiana e si misura lo sviluppo del paese in termini <strong>di</strong> nuova<br />

occupazione industriale creata in quel periodo e all’interno <strong>di</strong> ciasc<strong>un</strong>a<br />

regione, si accerta facilmente che il decollo italiano è generato e costituito<br />

dal decollo delle Regioni del «Triangolo Industriale», cui si deve più<br />

dell’85% della nuova occupazione creata nel periodo.<br />

Allo scopo <strong>di</strong> spiegare perché e come le economie nazionali compiono il<br />

loro iniziale «grande balzo», la teoria e la storia dello sviluppo economico<br />

fanno largo uso <strong>di</strong> concetti come: pre-requisiti (Rostow), fattori sociali<br />

e culturali endogeni (Hirschman), precon<strong>di</strong>zioni economiche e non<br />

economiche (Kuznets).<br />

148 Onde l<strong>un</strong>ghe e take-offs regionali in Italia e in Gran Bretagna


Ad ogni buon conto qui non si tratta <strong>di</strong> spiegare il decollo nazionale (che<br />

si assume come dato), ma <strong>di</strong> accertare perché certe regioni partecipano e<br />

contribuiscono al decollo nazionale mentre altre regioni no. Perciò sembra<br />

più appropriato per questi propositi adottare la nozione <strong>di</strong> «caratteri<br />

originari», vale a <strong>di</strong>re le caratteristiche principali delle varie situazioni<br />

regionali prima dell’avvio del processo <strong>di</strong> sviluppo (Gerschenkron, 1965).<br />

In altre parole, si assume l’idea (anche se qui la si esprime piuttosto<br />

sommariamente) che sia l’interazione fra i caratteri strutturali socioeconomici<br />

(che sono, entro certi limiti, misurabili), le istituzioni regionali<br />

(sia formali che informali) e la «cultura sociale» locale che seleziona<br />

le regioni più adatte e/o pronte a catturare le opport<strong>un</strong>ità del ciclo<br />

internazionale e del decollo nazionale.<br />

Sebbene consapevoli del ruolo cruciale giocato dai caratteri soft<br />

(istituzioni e cultura sociale), nei limiti <strong>di</strong> questo semplice esercizio<br />

numerico si considerano solo «caratteri originari misurabili», nella misura<br />

in cui sono rappresentati dagli in<strong>di</strong>catori <strong>di</strong> cui alla tabella 1 (la maggior<br />

parte dei quali sono anche più o meno proxies <strong>di</strong> ciò che è definito come<br />

«pre-requisiti», «fattori endogeni», ecc.). Me<strong>di</strong>ante analisi fattoriale queste<br />

variabili sono state raggruppate in due componenti principali:<br />

-<br />

-<br />

la prima espressiva <strong>di</strong> <strong>un</strong>a specie <strong>di</strong> «modernità latente», nel senso <strong>di</strong><br />

reattività potenziale dei sistemi regionali agli impatti esogeni;<br />

la seconda correlata alla dotazione <strong>di</strong> infrastrutture.<br />

Tabella 1<br />

ITALIA. IL TAKE-OFF DELL’ECONOMIA NAZIONALE. I «FATTORI» DELLO SVILUPPO (1897)<br />

FATTORE 1 FATTORE 2<br />

Industria leggera (occupati) - -0,70<br />

Industria pesante (occupati) 0,76 0,82<br />

Occupati maschi/Occupati femmine 0,60<br />

Depositi bancari 0,78<br />

Red<strong>di</strong>ti da capitale 0,78<br />

Red<strong>di</strong>ti da impresa 0,94<br />

Red<strong>di</strong>ti da lavoro in<strong>di</strong>pendente 0,95 0,80<br />

Ferrovie -<br />

Strade -0,51 0,60<br />

Tasso <strong>di</strong> analfabetismo -0,43<br />

Tasso <strong>di</strong> mortalità infantile -0,40 -0,61<br />

Docenti <strong>un</strong>iversitari 0,75<br />

Giornali e riviste 0,77<br />

% <strong>di</strong> varianza spiegata 60,80 23,20<br />

Dalla semplice osservazione dei valori ass<strong>un</strong>ti dai due fattori in ciasc<strong>un</strong>a<br />

regione (Tab. 2) si nota la grande <strong>di</strong>sparità fra le regioni del Centro-Nord e<br />

quelle meri<strong>di</strong>onali in termini <strong>di</strong> «modernità latente», ma non in termini <strong>di</strong><br />

«dotazione infrastrutturale».<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 149


Tabella 2<br />

ITALIA. SVILUPPO REGIONALE 1881-1911. I «FATTORI» DELLO SVILUPPO<br />

Valori regionali<br />

OCCUPAZIONE FATTORE 1 FATTORE 2<br />

(Var. %)<br />

Piemonte 66,5 38,1 0,2<br />

Lombar<strong>di</strong>a 80,8 55,1 -2,5<br />

Veneto 59,1 -3,6 0,6<br />

Liguria 114,6 119,9 -1,7<br />

Emilia Romagna 34,9 20,0 -0,7<br />

Toscana 41,0 88,4 -0,3<br />

Umbria 33,2 -20,9 5,7<br />

Marche 6,1 18,3 -2,4<br />

Lazio 59,2 222,8 1,0<br />

Abruzzi e Molise -40,5 -111,4 0,6<br />

Campania -2,7 1,2 -3,4<br />

Puglia -3,1 -88,0 -0,9<br />

Basilicata -46,5 -128,6 1,1<br />

Calabria -92,9 -139,4 -1,0<br />

Sicilia 1,6 -52,8 -2,7<br />

Sardegna 21,3 -17,9 7,3<br />

ITALIA 50,9 -1,0 -1,0<br />

L’analisi <strong>di</strong> regressione, condotta fra la crescita industriale (misurata in<br />

termini <strong>di</strong> nuova occupazione per 1000 abitanti creata nel periodo 1881-<br />

1911) e i due fattori sopra ricordati, mostra che soltanto il fattore 1 ha <strong>un</strong>a<br />

significativa correlazione positiva con la variabile <strong>di</strong>pendente (i valori tra<br />

parentesi si riferiscono al valore del «t» <strong>di</strong> Student).<br />

Y = 9.226 + 1.679F1 + 0.380F2<br />

(2.03) (5.04) (0.76)<br />

R2 = 0.663<br />

La capacità delle regioni <strong>di</strong> cogliere le opport<strong>un</strong>ità <strong>di</strong> <strong>un</strong>a fase ascendente<br />

mon<strong>di</strong>ale parrebbe, pertanto, correlata più a caratteri socio-culturali che a<br />

quelli strettamente economici. Si può avanzare il sospetto che il residuo<br />

non spiegato della variabilità degli in<strong>di</strong>catori possa essere attribuito<br />

all’influenza delle politiche.<br />

In effetti la Toscana «mancò» l’opport<strong>un</strong>ità del decollo italiano,<br />

nonostante fosse robustamente dotata <strong>di</strong> pre-requisiti, principalmente<br />

anche se non esclusivamente, a causa dell’atteggiamento antindustriale<br />

della classe <strong>di</strong>rigente toscana (Becattini, 1979).<br />

I dati dei censimenti 1921 e 1936 (Tab. 3), mostrano che nella successiva<br />

fase <strong>di</strong>scendente (1929-1945) della stessa Onda non si verifica alc<strong>un</strong><br />

nuovo decollo regionale, mentre le regioni che avevano decollato (quelle<br />

del «Triangolo», cioè) rafforzano la loro posizione, incrementando così le<br />

<strong>di</strong>sparità interregionali.<br />

150 Onde l<strong>un</strong>ghe e take-offs regionali in Italia e in Gran Bretagna


Tabella 3<br />

ITALIA. LIVELLI REGIONALI DI INDUSTRIALIZZAZIONE 1921 E 1936.<br />

Occupati per 1.000 abitanti<br />

1921 1936<br />

Piemonte 148,1 180,4<br />

Lombar<strong>di</strong>a 171,0 210,9<br />

Veneto 106,3 107,4<br />

Liguria 171,5 162,1<br />

Emilia Romagna 101,5 97,8<br />

Toscana 116,8 124,7<br />

Umbria 75,1 85,8<br />

Marche 83,7 82,7<br />

Lazio 100,6 97,7<br />

Abruzzi e Molise 52,5 51,9<br />

Campania 101,3 92,4<br />

Puglia 84,6 94,8<br />

Basilicata 60,1 53,9<br />

Calabria 71,5 60,2<br />

Sicilia 86,8 75,7<br />

Sardegna 67,9 71,2<br />

ITALIA 103,6 111,4<br />

Coefficiente variazione 34,0 41,4<br />

3. Lo sviluppo multiregionale dell’Italia durante la fase ascendente della<br />

quarta Onda (1945-1973)<br />

Il copioso e intricato <strong>di</strong>battito sullo sviluppo economico italiano del<br />

secondo dopoguerra ha dato luogo, come si sa, a <strong>un</strong> ventaglio <strong>di</strong> <strong>di</strong>fferenziate<br />

interpretazioni, anche se c’è fra la maggior parte degli autori <strong>un</strong> generale<br />

accordo sul ruolo giocato, fra i fattori esterni, da <strong>un</strong>a crescente domanda <strong>di</strong><br />

beni <strong>di</strong> consumo durevoli.<br />

L’analisi si è poi cimentata nella ricerca dei fattori interni che hanno<br />

consentito il decollo delle singole regioni. In modo molto sommario<br />

basterà qui ricordare il ruolo che giocano in queste interpretazioni quei<br />

fattori socioculturali che concorrono a identificare <strong>un</strong>a sorta <strong>di</strong> «capacità<br />

impren<strong>di</strong>toriali» latente.<br />

Perciò alle variabili utilizzate per spiegare il primo «decollo» si<br />

aggi<strong>un</strong>gono, fra i caratteri originari della situazione iniziale del periodo<br />

1951-81, alc<strong>un</strong>e variabili connesse alla stratificazione sociale e, almeno<br />

latamente, rappresentative <strong>di</strong> <strong>un</strong>a specie <strong>di</strong> «impren<strong>di</strong>torialità latente».<br />

L’analisi fattoriale conduce all’identificazione <strong>di</strong> due componenti<br />

principali (Tabb. 4 e 5):<br />

-<br />

la prima correlata ai livelli <strong>di</strong> industrializzazione precedentemente<br />

raggi<strong>un</strong>ti (che presenta elevati valori positivi nelle regioni che erano<br />

decollate in precedenza);<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 151


-<br />

la seconda interpretabile in termini <strong>di</strong> con<strong>di</strong>zioni sociali e infrastrutturali<br />

per lo sviluppo industriale (la «capacità latente»: che figura con elevati<br />

valori soprattutto nelle regioni Centro-Nord-orientali).<br />

Tabella 4<br />

ITALIA. LO SVILUPPO NEL SECONDO DOPOGUERRA. I «FATTORI» DELLO SVILUPPO (1951)<br />

FATTORE 1 FATTORE 2<br />

Industria leggera (occupati) 0,87 _<br />

Industria meccanica (occupati) 0,91 -<br />

Industria pesante (occupati) 0,67 -<br />

Depositi bancari 0,81 -<br />

Ferrovie - -<br />

Strade - 0,85<br />

Piccola borghesia agricola - 0,81<br />

Piccola borghesia industriale 0,52 -0,58<br />

Tasso <strong>di</strong> analfabetismo -0,64 -<br />

Tasso <strong>di</strong> mortalità infantile - -<br />

Docenti <strong>un</strong>iversitari - -<br />

Giornali e riviste 0,88 —<br />

Tabella 5<br />

ITALIA. SVILUPPO REGIONALE 1951-1981. I «FATTORI» DELLO SVILUPPO<br />

Valori regionali<br />

OCCUPAZIONE FATTORE 1 FATTORE 2<br />

(Var. %)<br />

Piemonte 45,1 6,8 -10,4<br />

Lombar<strong>di</strong>a 48,2 7,0 0,8<br />

Veneto 62,5 0,7 -4,8<br />

Liguria -21,3 5,3 8,0<br />

Emilia Romagna 81,8 1,1 -4,7<br />

Toscana 56,7 2,5 -2,3<br />

Umbria 56,4 -1,0 -9,6<br />

Marche 86,5 -1,3 -9,3<br />

Lazio 38,6 3,7 8,8<br />

Abruzzi e Molise 34,1 -4,3 -5,3<br />

Campania 11,0 -0,8 8,6<br />

Puglia 25,7 -2,9 8,1<br />

Basilicata 38,4 -6,5 -4,2<br />

Calabria 9,7 -4,9 4,6<br />

Sicilia 17,6 -2,1 9,4<br />

Sardegna 41,4 -4,2 1,3<br />

ITALIA 38,4 1,0 1,0<br />

L’analisi <strong>di</strong> regressione mostra che soltanto questo secondo fattore ha<br />

<strong>un</strong>a significativa correlazione con la crescita industriale (misurata, come in<br />

precedenza, in termini <strong>di</strong> nuova occupazione per 1.000 abitanti creata fra il<br />

1951 e il 1981).<br />

Y = 39,05 + 0.428F1 + 2.406F2<br />

(0.12) (3.84)<br />

R2 = 0.663<br />

152 Onde l<strong>un</strong>ghe e take-offs regionali in Italia e in Gran Bretagna


Il ruolo che gioca il secondo fattore nello spiegare la variabilità<br />

si adatta molto bene a ciò che si sa circa il modello <strong>di</strong> sviluppo delle<br />

regioni della «Terza Italia». L’impren<strong>di</strong>torialità latente nella massa dei<br />

lavoratori in<strong>di</strong>pendenti dell’agricoltura e dell’artigianato è stata <strong>un</strong>a delle<br />

forze più potenti dei peculiari processi <strong>di</strong> industrializzazione avvenuti in<br />

queste aree, caratterizzati, come si sa, dalla proliferazione impetuosa <strong>di</strong><br />

piccole imprese, operanti nei settori dell’industria leggera marcatamente<br />

orientati all’esportazione, con cicli produttivi assai specializzati e flessibili<br />

e organizzate spazialmente in sistemi territoriali, ecc.. Poiché i dati qui<br />

utilizzati includono il periodo successivo al 1973 (la crisi petrolifera,<br />

normalmente ass<strong>un</strong>ta come il p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> partenza dell’attuale fase <strong>di</strong>scendente<br />

del ciclo), vale la pena <strong>di</strong> sottolineare le eccellenti prestazioni <strong>di</strong> queste<br />

regioni durante la corrente fase recessiva, rispetto al comportamento delle<br />

altre regioni. Insomma, le regioni decollate durante il presente ciclo sono<br />

meno colpite dalla fase <strong>di</strong>scendente in corso rispetto alle regioni decollate<br />

nel ciclo precedente.<br />

4. Lo sviluppo multiregionale in <strong>un</strong>a prospettiva secolare: <strong>un</strong> tentativo <strong>di</strong><br />

generalizzazione: il caso italiano<br />

Le <strong>di</strong>versità <strong>di</strong> comportamento delle regioni italiane durante le fasi<br />

ascendenti e <strong>di</strong>scendenti della terza e quarta Onda l<strong>un</strong>ga confermano quanto<br />

si sapeva circa l’esistenza <strong>di</strong> specifici sentieri regionali <strong>di</strong> sviluppo, sia<br />

pure raggruppabili in gran<strong>di</strong> «famiglie» quanto a tempi del decollo e sta<strong>di</strong><br />

e livelli <strong>di</strong> industrializzazione raggi<strong>un</strong>ti. Tuttavia, la semplice osservazione<br />

dei dati <strong>di</strong>sponibili relativi al periodo 1861-1981 sembra suggerire anche<br />

l’esistenza <strong>di</strong> <strong>un</strong>a forma com<strong>un</strong>e dei modelli <strong>di</strong> crescita.<br />

L’evoluzione dei processi <strong>di</strong> industrializzazione regionali passa, infatti,<br />

attraverso cinque sta<strong>di</strong> <strong>di</strong>fferenti (più o meno corrispondenti agli «sta<strong>di</strong>»<br />

rostowiani):<br />

-<br />

-<br />

-<br />

-<br />

-<br />

<strong>un</strong> decremento nell’occupazione industriale complessiva principalmente<br />

per effetto della riduzione delle forze <strong>di</strong> lavoro femminili nei settori<br />

tra<strong>di</strong>zionali;<br />

la stagnazione dell’occupazione industriale nella fase imme<strong>di</strong>atamente<br />

precedente l’effettivo decollo;<br />

la rapida crescita a partire dal decollo;<br />

<strong>un</strong> ridotto incremento <strong>di</strong> occupazione durante la fase <strong>di</strong> maturità<br />

industriale;<br />

il declino <strong>di</strong> tale occupazione nelle economie «post-industriali».<br />

Queste evidenze hanno indotto a tentare <strong>un</strong>a generalizzazione dell’ipotesi<br />

<strong>di</strong> ricerca, in <strong>un</strong>a duplice <strong>di</strong>rezione;<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 153


- quella della Stima <strong>di</strong> <strong>un</strong>’idonea f<strong>un</strong>zione, appropriata per i dati regionali<br />

e nazionali osservati, che permettesse non solo l’apprezzamento dei<br />

movimenti secolari dello sviluppo multiregionale ma anche alc<strong>un</strong>e<br />

interpretazioni preliminari basate sui parametri e i limiti della f<strong>un</strong>zione;<br />

- quella <strong>di</strong> <strong>un</strong>a comparazione internazionale, allo scopo <strong>di</strong> accertare,<br />

in via preliminare, se le osservazioni basate sul caso italiano fossero<br />

solo la manifestazione <strong>di</strong> l<strong>un</strong>go periodo delle specificità dello sviluppo<br />

nazionale.<br />

A questo scopo si è preso in considerazione l’esempio delle regioni<br />

britanniche, per <strong>di</strong>sporre <strong>di</strong> due p<strong>un</strong>ti significativi <strong>di</strong> valutazione dello<br />

sviluppo multiregionale in <strong>un</strong>a prospettiva secolare: quello del Paese <strong>di</strong> più<br />

recente industrializzazione fra i paesi sviluppati e quello della più antica<br />

(anzi, della «prima») nazione industrializzata.<br />

La f<strong>un</strong>zione logistica, spesso impiegata per questo tipo <strong>di</strong> fenomeni,<br />

non consente <strong>di</strong> tener conto del primo e dell’ultimo sta<strong>di</strong>o del processo <strong>di</strong><br />

industrializzazione prima in<strong>di</strong>cato, così da rendere necessario lo sviluppo<br />

<strong>di</strong> <strong>un</strong>a f<strong>un</strong>zione logistico-simile, che consenta però il trattamento <strong>di</strong> tutti e<br />

cinque gli sta<strong>di</strong>.<br />

Si è così sviluppata la seguente f<strong>un</strong>zione:<br />

(1)<br />

dove:<br />

I =<br />

t-a<br />

e<br />

I = livello <strong>di</strong> industrializzazione in termini <strong>di</strong> attivi nell’industria per 1.000<br />

abitanti;<br />

t = anno <strong>di</strong> riferimento;<br />

a = anno nel quale, dopo il decollo, il tasso <strong>di</strong> crescita comincia a<br />

<strong>di</strong>minuire;<br />

b = tasso annuale <strong>di</strong> crescita;<br />

e = livello <strong>di</strong> industrializzazione massimo <strong>di</strong> l<strong>un</strong>go periodo.<br />

La f<strong>un</strong>zione (1) si adatta molto bene ai dati osservati per le regioni<br />

italiane e per l’Italia nel complesso, salvo poche eccezioni, come mostra<br />

l’in<strong>di</strong>ce «U» <strong>di</strong> Theil (Tab. 6).<br />

Valori dei parametri e comportamento delle curve regionali (Graf. 2)<br />

identificano quattro «famiglie» principali <strong>di</strong> regioni:<br />

- le tre regioni <strong>di</strong> più antica industrializzazione, <strong>di</strong> cui <strong>un</strong>a (Liguria)<br />

declinante e due (Piemonte e Lombar<strong>di</strong>a) in <strong>un</strong>a fase <strong>di</strong> maturità<br />

post-industriale, che hanno già raggi<strong>un</strong>to il loro livello massimo <strong>di</strong><br />

industrializzazione a l<strong>un</strong>go termine a valori più alti <strong>di</strong> quelli <strong>di</strong> tutte le<br />

altre regioni;<br />

- le regioni «seconde venute» in <strong>un</strong>a fase dì «maturità precoce», con <strong>un</strong>a<br />

crescita industriale che si arresta a livelli più bassi che nelle precedenti<br />

regioni (Toscana, Veneto, Emilia Romagna, ...);<br />

b (t-a) 2 + c<br />

154 Onde l<strong>un</strong>ghe e take-offs regionali in Italia e in Gran Bretagna


-<br />

-<br />

le regioni dello «sviluppo ritardato» (Abruzzo, Basilicata, Sardegna),<br />

il cui livello <strong>di</strong> industrializzazione a l<strong>un</strong>go termine sembra rimanere in<br />

ogni caso molto basso;<br />

le regioni dello «sviluppo mancato» (Campania, Calabria, Sicilia), che,<br />

a l<strong>un</strong>go termine, non raggi<strong>un</strong>gono nemmeno quelli che furono i livelli<br />

iniziali delle prime due «famiglie» <strong>di</strong> regioni.<br />

Tabella 6<br />

PARAMETRI DELLA FUNZIONE (1). REGIONI ITALIANE E ITALIA 1861-1961<br />

a b e U-Theil<br />

Piemonte 48,9 1,20 164,4 922<br />

Lombar<strong>di</strong>a 53,3 0,47 182,4 965<br />

Veneto 92,5 0,58 140,4 948<br />

Liguria 28,4 2,10 122,8 947<br />

Emilia Romagna 97,7 1,30 139,3 940<br />

Toscana 97,4 0,95 156,3 961<br />

Umbria 94,6 0,72 117,1 946<br />

Marche 99,8 1,50 126,3 929<br />

Lazio … … … …<br />

Abruzzo 99,2 3,20 95,4 907<br />

Campania 90,6 31,60 110,6 934<br />

Puglia 68,7 85,20 104,9 921<br />

Basilicata 100,7 3,60 91,7 929<br />

Calabria … … … …<br />

Sicilia 196,0 0,50 144,1 928<br />

Sardegna 75,9 3,00 79,1 937<br />

ITALIA 84,2 2,20 126,7 968<br />

Grafico 2<br />

INDUSTRIALIZZAZIONE: REGIONI ITALIANE 1861-1981<br />

Addetti all’industria per 1.000 abitanti<br />

240<br />

200<br />

160<br />

120<br />

80<br />

40<br />

Lombar<strong>di</strong>a<br />

Piemonte<br />

Liguria<br />

240<br />

200<br />

160<br />

120<br />

1861 1881 1901192119411961 1981<br />

1861 1881 1901192119411961 1981<br />

80<br />

40<br />

Toscana<br />

Veneto<br />

Emilia<br />

Marche<br />

Umbria<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 155


Grafico 2 segue<br />

240<br />

200<br />

160<br />

120<br />

80<br />

40<br />

Sardegna<br />

Abruzzo<br />

Basilicata<br />

1861 1881 1901192119411961 1981<br />

5. Il caso britannico<br />

240<br />

200<br />

160<br />

120<br />

80<br />

40<br />

1861 1881 1901192119411961 1981<br />

Campania<br />

Puglia<br />

Sicilia<br />

La stessa metodologia è stata tentativamente applicata alle regioni britanniche<br />

sul periodo 1841-1971 per il quale si <strong>di</strong>sponeva dei dati occorrenti.<br />

Tuttavia la forma f<strong>un</strong>zionale stimata per le regioni italiane non si adatta<br />

ai dati britannici che fluttuano attorno al trend secolare <strong>di</strong> crescita (Graf. 3).<br />

Grafico 3<br />

INDUSTRIALIZZAZIONE: ITALIA 1861-1981 E GRAN BRETAGNA 1841-1981<br />

Addetti all’industria per 1.000 abitanti<br />

240<br />

200<br />

160<br />

120<br />

80<br />

40<br />

Italia<br />

1861 1881 1901192119411961 1981<br />

240<br />

200<br />

160<br />

120<br />

80<br />

40<br />

Gran Bretagna<br />

1861 1881 1901192119411961 1981<br />

156 Onde l<strong>un</strong>ghe e take-offs regionali in Italia e in Gran Bretagna


Così è stata stimata <strong>un</strong>a nuova f<strong>un</strong>zione capace <strong>di</strong> rappresentare sia il<br />

trend secolare che le fluttuazioni perio<strong>di</strong>che <strong>di</strong> l<strong>un</strong>go periodo.<br />

(2) I = a’ + bt + c’ x sen (dt)<br />

dove:<br />

I = livello <strong>di</strong> industrializzazione<br />

t = anno <strong>di</strong> riferimento<br />

a’ = livello iniziale <strong>di</strong> industrializzazione<br />

b = tasso annuale <strong>di</strong> crescita<br />

c’ = ampiezza della banda <strong>di</strong> fluttuazione<br />

d = intervallo temporale fra due fluttuazioni.<br />

La f<strong>un</strong>zione (2) si adatta molto bene ai dati osservati (Tab. 7, che<br />

contiene i valori dei parametri).<br />

Tabella 7<br />

PARAMETRI DELLA FUNZIONE (2). REGIONI BRITANNICHE E GRAN BRETAGNA<br />

a’ b c’* d**<br />

South East 85,67 4,24 8,94 51,37<br />

East Anglia 67,36 2,90 10,30 115,64<br />

South West 82,89 2,07 7,83 57,67<br />

West Midlands 141,04 7,51 7,69 51,17<br />

East Midlands 134,60 3,55 6,56 52,07<br />

North West 222,13 -1,53 4,76 51,87<br />

Yorkshire 207,73 -1,36 4,95 51,47<br />

North 83,99 3,43 13,74 53,07<br />

Wales 55,01 3,87 17,18 52,87<br />

Scotland 139,16 0,76 2,16 46,18<br />

Great Britain 123,94 2,82 6,06 51,57<br />

* (c) qui espresso come percentuale <strong>di</strong> (a)<br />

** (d) qui espresso in termini <strong>di</strong> anni<br />

Occorrono poche parole <strong>di</strong> spiegazione circa le <strong>di</strong>verse forme f<strong>un</strong>zionali<br />

che i processi <strong>di</strong> industrializzazione assumono in Gran Bretagna (e nelle<br />

regioni britanniche) e in Italia (e nelle regioni italiane). In entrambi i casi<br />

le traiettorie della crescita muovono attraverso <strong>un</strong>a sequenza a cinque<br />

sta<strong>di</strong> dal declino iniziale alla fase post-industriale. In Gran Bretagna, data<br />

la l<strong>un</strong>ghezza temporale delle traiettorie, i processi <strong>di</strong> crescita nazionali e<br />

regionali sono influenzati dagli shocks delle fasi ascendenti e <strong>di</strong>scendenti<br />

delle Onde l<strong>un</strong>ghe, che inducono fluttuazioni attorno al trend <strong>di</strong> l<strong>un</strong>go<br />

termine. Quest’ultimo, infatti, assomiglia a <strong>un</strong>a sinusoide che oscilla attorno<br />

ad <strong>un</strong>a linea retta e non assume, come nel caso italiano, la forma logisticosimile,<br />

a causa della mancanza <strong>di</strong> dati per il periodo che va dal take-off (più<br />

o meno localizzabile attorno al 1780) al 1841, anno <strong>di</strong> partenza delle serie<br />

statistiche qui impiegate.<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 157


D’altro canto le curve italiane non sembrano influenzate dagli impulsi<br />

delle Onde l<strong>un</strong>ghe data la prossimità temporale dei decolli, cosicché si può<br />

assumere che nel caso italiano il trend secolare e le fluttuazioni cicliche e<br />

<strong>di</strong> l<strong>un</strong>go periodo si sovrappongano.<br />

I valori dei parametri e l’andamento delle curve relative alla Gran<br />

Bretagna alle singole regioni britanniche (Graf. 4) nel suo complesso<br />

(Graf. 3) consentono anche qui <strong>di</strong> identificare alc<strong>un</strong>e significative<br />

«famiglie» <strong>di</strong> regioni:<br />

Grafico 4<br />

INDUSTRIALIZZAZIONE: REGIONI BRITANNICHE 1841-1971<br />

Addetti all’industria per 1.000 abitanti<br />

240<br />

200<br />

160<br />

120<br />

80<br />

40<br />

240<br />

200<br />

160<br />

120<br />

80<br />

40<br />

North West<br />

Yorkshire & Humbershire<br />

1841 1861 1881 1901192119411961 1981<br />

South East<br />

North<br />

Wales<br />

1841 1861 1881 1901192119411961 1981<br />

240<br />

200<br />

160<br />

120<br />

80<br />

40<br />

240<br />

200<br />

160<br />

120<br />

80<br />

40<br />

West Midlands<br />

East Midlands<br />

1841 1861 1881 1901192119411961 1981<br />

Scotland<br />

South West<br />

East Anglia<br />

1841 1861 1881 1901192119411961 1981<br />

158 Onde l<strong>un</strong>ghe e take-offs regionali in Italia e in Gran Bretagna


- le regioni «sovrasviluppate» i cui livelli <strong>di</strong> industrializzazione fluttuano<br />

attorno ad <strong>un</strong> trend decrescente sin dall’inizio del periodo qui considerato<br />

(Yorkshire-Humbershire e North East);<br />

- le regioni più «<strong>di</strong>namiche» (East e West Midlands) i cui livelli fluttuano<br />

attorno ad <strong>un</strong> trend <strong>di</strong> l<strong>un</strong>go periodo crescente ma che non raggi<strong>un</strong>ge<br />

necessariamente, com<strong>un</strong>que, i livelli <strong>di</strong> partenza delle regioni<br />

precedenti;<br />

- le regioni decollate più tar<strong>di</strong> (Wales, South East, North) che manifestano<br />

<strong>un</strong>a tendenza crescente, il cui livello massimo rimane, in generale, più<br />

basso anche rispetto al p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> partenza del gruppo precedente;<br />

- infine, <strong>un</strong> gruppo «misto», il cui principale carattere è quello <strong>di</strong> <strong>un</strong>a<br />

banda <strong>di</strong> fluttuazione più stretta (Scotland, South West, East Anglia).<br />

I risultati provvisori <strong>di</strong> <strong>un</strong> semplice esercizio numerico non consentono,<br />

ovviamente, <strong>di</strong> andare oltre <strong>un</strong> preliminare test delle ipotesi <strong>di</strong> ricerca.<br />

Tuttavia, <strong>un</strong>a volta che si siano ricordate le cautele con le quali vanno<br />

analizzati i risultati <strong>di</strong> questo tipo e rinviando alle avvertenze conclusive,<br />

sembra legittimo elencare sommariamente alc<strong>un</strong>e ipotesi <strong>di</strong> ricerca, forse<br />

non definitivamente provate, ma tuttavia non confutate dalle verifiche<br />

che sono state consentite dalle analisi fin qui svolte sui casi delle regioni<br />

britanniche e italiane.<br />

6. Lineamenti delle ipotesi<br />

Nella ricerca <strong>di</strong> nessi significativi fra gli impulsi delle Onde l<strong>un</strong>ghe e i<br />

decolli regionali si ritiene che -come si è già avvertito- operi <strong>un</strong> meccanismo<br />

complesso <strong>di</strong> interazione fra caratteri strutturali socio-economici, fattori<br />

socioculturali e istituzioni locali, nel determinare il perché, il come e il<br />

tempo della partecipazione e del contributo dello sviluppo delle singole<br />

regioni al decollo nazionale, nel senso <strong>di</strong> capacità a cogliere le opport<strong>un</strong>ità<br />

degli impulsi dei cicli <strong>di</strong> l<strong>un</strong>go periodo. Tuttavia questo aspetto non può<br />

essere analizzato in sede comparativa, mancando finora, per le regioni<br />

britanniche, anche la semplice analisi fattoriale condotta per le regioni<br />

italiane nella ricerca dei possibili fattori locali del decollo.<br />

Le ipotesi <strong>di</strong> ricerca che potranno quin<strong>di</strong> formare oggetto <strong>di</strong> valutazione<br />

sulla base dei riscontri empirici fin qui visti riguardano esclusivamente,<br />

per così <strong>di</strong>re, la «meccanica» dei rapporti tra Onde l<strong>un</strong>ghe e sviluppo<br />

multiregionale.<br />

6.1 Con riferimento alla scala nazionale è stato sostenuto e, entro certi<br />

limiti, <strong>di</strong>mostrato che i take-offs nazionali si registrano, in generale e<br />

ammesso che si registrino, solo durante le fasi espansive <strong>di</strong> <strong>un</strong>’Onda l<strong>un</strong>ga.<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 159


Questa tesi è stata integrata con l’ipotesi secondo la quale «dopo che <strong>un</strong><br />

sistema è decollato, sarà meno colpito dalla successiva fase <strong>di</strong>scendente»<br />

(Van Duijn, 1983).<br />

Queste «regole <strong>di</strong> comportamento» delle Onde l<strong>un</strong>ghe sembrano<br />

confermate anche a scala regionale.<br />

In effetti, l’osservazione dei dati e dei grafici consente <strong>di</strong> accertare che:<br />

- North East, Yorkshire-Humbershire, Scotland e East Midlands decollano<br />

durante la fase espansiva del primo Kondratieff;<br />

- West Midlands durante la fase espansiva del secondo Kondratieff;<br />

- South West, Liguria, Piemonte, Lombar<strong>di</strong>a durante la fase espansiva<br />

del terzo Kondratieff;<br />

-<br />

-<br />

-<br />

Toscana, Emilia Romagna, Veneto, ecc. durante la fase espansiva del<br />

quarto Kondratieff.<br />

In aggi<strong>un</strong>ta si può constatare che:<br />

ness<strong>un</strong>a regione, sia in Gran Bretagna che in Italia decolla durante le<br />

fasi depressive dei <strong>di</strong>versi cicli <strong>di</strong> l<strong>un</strong>go periodo;<br />

le regioni che sono decollate durante la fase espansiva <strong>di</strong> <strong>un</strong>a<br />

determinata Onda l<strong>un</strong>ga sono state meno influenzate dagli effetti della<br />

successiva fase recessiva, o non sono state influenzate affatto, come<br />

provano i comportamenti <strong>di</strong> Liguria, Piemonte e Lombar<strong>di</strong>a durante la<br />

fase <strong>di</strong>scendente del terzo Kondratieff e i comportamenti <strong>di</strong> Toscana,<br />

Emilia Romagna, Veneto ecc. durante la fase <strong>di</strong>scendente del quarto<br />

Kondratieff.<br />

6.2 Gli in<strong>di</strong>catori osservati per i due Paesi e la proiezione della f<strong>un</strong>zione<br />

italiana suggeriscono l’idea <strong>di</strong> <strong>un</strong> «tetto» alla crescita regionale in termini<br />

<strong>di</strong> livelli <strong>di</strong> industrializzazione, secondo la regola implicita «più precoce il<br />

decollo, più alto il livello».<br />

In effetti soltanto le regioni <strong>di</strong> più antico sviluppo raggi<strong>un</strong>gono il livello<br />

<strong>di</strong> oltre 200 occupati nell’industria per 1000 abitanti (West e East Midlands,<br />

Lombar<strong>di</strong>a e Piemonte), che è il livello dal quale North e Yorkshire<br />

muovono nel loro declino dal 1841.<br />

Non è certamente questa la sede per tentare <strong>un</strong>a spiegazione teorica <strong>di</strong> ciò,<br />

né la ricerca ha ancora raggi<strong>un</strong>to lo sta<strong>di</strong>o <strong>di</strong> poter provare empiricamente<br />

l’affermazione. Tuttavia, in termini generali, si può assumere che operi<br />

l’influenza <strong>di</strong> processi <strong>di</strong> saturazione, dai quali derivano flussi crescenti<br />

<strong>di</strong> <strong>di</strong>seconomie esterne, cui si aggi<strong>un</strong>ge l’effetto dei crescenti livelli <strong>di</strong><br />

competizione interregionale a mano a mano che aumenta il numero delle<br />

regioni «decollate».<br />

Sembra opport<strong>un</strong>a <strong>un</strong>’osservazione finale su questo p<strong>un</strong>to: nella<br />

misura in cui <strong>un</strong> limite superiore («tetto») fosse realmente operante esso<br />

<strong>di</strong>penderebbe dall’interazione <strong>di</strong> fattori locali.<br />

160 Onde l<strong>un</strong>ghe e take-offs regionali in Italia e in Gran Bretagna


6.3 Dai dati fin qui analizzati può essere derivata <strong>un</strong>’altra ipotesi. Poiché<br />

ness<strong>un</strong>a delle regioni (italiane o britanniche) considerate incrementa i<br />

suoi livelli <strong>di</strong> crescita industriale dopo il 1981, si potrebbe ritenere che<br />

l’Onda l<strong>un</strong>ga corrente agisca come <strong>un</strong> «muro» contro ogni possibile<br />

ulteriore crescita regionale (in termini <strong>di</strong> industrializzazione, si intende).<br />

Se quest’ipotesi fosse <strong>di</strong>mostrata, ne deriverebbero due conseguenze (circa<br />

la cui plausibilità è ovviamente legittimo ogni dubbio):<br />

- le intere traiettorie regionali, dal decollo allo sviluppo alla maturità,<br />

sarebbero contenute all’interno del presente ciclo <strong>di</strong> l<strong>un</strong>go periodo;<br />

- la l<strong>un</strong>ghezza delle traiettorie, essendo dato il p<strong>un</strong>to finale (<strong>di</strong>es ad<br />

quem) <strong>di</strong>penderebbe perciò solo dal p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> partenza {<strong>di</strong>es a quo: data<br />

del decollo).<br />

Questa ipotesi «tetto e muro» parrebbe corrispondere (troppo<br />

suggestivamente forse) all’idea che la fase <strong>di</strong>scendente dell’Onda l<strong>un</strong>ga in<br />

corso chiuderebbe l’intero «iperciclo» formato dai quattro cicli Kondratieff<br />

finora osservati.<br />

«Though this be madness, yet there is method in it». In effetti, anche<br />

se non è il caso <strong>di</strong> proiettare meccanicamente le curve regionali, si può<br />

osservare che i dati mostrano come, non solo a scala nazionale, ma anche in<br />

molte regioni italiane e britanniche il livello massimo <strong>di</strong> industrializzazione<br />

sia stato già raggi<strong>un</strong>to o vicino ad essere raggi<strong>un</strong>to, cosicché sembrano<br />

esaurirsi gli effetti dell’era dell’industrializzazione.<br />

Vale la pena sottolineare che l’ipotesi «muro» <strong>di</strong>penderebbe -stavolta e<br />

quasi interamente- da processi e fattori <strong>di</strong> carattere internazionale.<br />

L’ipotesi «tetto e muro», per quanto possa apparire ingenua, pare<br />

meritevole <strong>di</strong> <strong>un</strong>a qualche attenzione: specialmente dal p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> vista delle<br />

possibili conseguenze circa la possibilità <strong>di</strong> analizzare significativamente<br />

l’esistenza e gli effetti dei ventagli <strong>di</strong> sviluppo internazionali ed<br />

interregionali. L’argomento sarà brevemente ripreso e <strong>di</strong>scusso più avanti.<br />

6.4 «Da <strong>un</strong> lato è ovvio che tutta l’attività economica... avviene nel<br />

tempo e nello spazio. Ma dall’altro lato è non meno ovvio che quasi tutta la<br />

teorizzazione economica ha ignorato sia il tempo che lo spazio. In <strong>un</strong> certo<br />

senso era proprio l’obiettivo principale della teoria classica, ... ed anche <strong>di</strong> più<br />

della variante neoclassica, quello <strong>di</strong> rendere astratta l’analisi precisamente dal<br />

tempo e dallo spazio... Come sappiamo la questione dell’<strong>un</strong>ità spaziale<br />

appropriata per l’analisi economica è venuta alla ribalta delle scienze sociali<br />

solo negli ultimi venti anni: lo Stato come <strong>un</strong>ità territoriale appropriata è<br />

stato messo alla prova in due <strong>di</strong>rezioni spaziali.<br />

Qualc<strong>un</strong>o ha sostenuto la proprietà epistemologica <strong>di</strong> <strong>un</strong>o spazio<br />

più largo chiamato «economia-mondo», Altri hanno argomentato in<br />

favore <strong>di</strong> <strong>un</strong>o spazio più piccolo, denominato «regione». Queste due<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 161


opposte convinzioni sono perfettamente compatibili l’<strong>un</strong>a con l’altra,<br />

nel senso che entrambe insistono sull’importanza <strong>di</strong> confini economici<br />

e sulla necessità <strong>di</strong> determinarli sulla base <strong>di</strong> criteri economici»<br />

(Wallerstein, 1985).<br />

Questa autorevole <strong>di</strong>chiarazione f<strong>un</strong>ziona splen<strong>di</strong>damente come<br />

epigrafe per ogni lavoro che tenti <strong>di</strong> interrelare le pulsazioni dell’economia<br />

mondo come sono le Onde l<strong>un</strong>ghe, ai processi locali <strong>di</strong> cambiamento,<br />

come sono i decolli regionali dell’industrializzazione.<br />

E tuttavia l’analisi regionale delle Onde l<strong>un</strong>ghe sta ancora giocando <strong>un</strong><br />

ruolo davvero marginale nell’ambito <strong>di</strong> questo campo <strong>di</strong> ricerca, mentre<br />

sembra essere <strong>un</strong>a delle più promettenti e fruttifere <strong>di</strong>rezioni <strong>di</strong> stu<strong>di</strong>o.<br />

Non solo -lo si è già detto- gli effetti spaziali dell’impatto delle Onde<br />

l<strong>un</strong>ghe sono rilevanti per l’analisi multiregionale, specificamente allo<br />

scopo <strong>di</strong> spiegare la coesistenza, all’interno <strong>di</strong> <strong>un</strong>o stesso periodo e <strong>di</strong><br />

<strong>un</strong>o stesso Paese, <strong>di</strong> regioni a <strong>di</strong>fferenti fasi <strong>di</strong> sviluppo. Ma stu<strong>di</strong>are gli<br />

effetti spaziali dell’impatto delle Onde l<strong>un</strong>ghe significa dare importanza<br />

alla <strong>di</strong>mensione temporale dell’analisi spaziale nel senso che le<br />

<strong>di</strong>sparità spaziali <strong>di</strong> sviluppo sembrano <strong>di</strong>pendere, in larga misura, dalla<br />

<strong>di</strong>stribuzione nel tempo dei decolli.<br />

6.5 Ventagli interregionali <strong>di</strong> sviluppo e decolli regionali (come<br />

principale risultato dell’impulso <strong>di</strong> <strong>un</strong>’Onda l<strong>un</strong>ga) sono inter<strong>di</strong>pendenti<br />

anche da <strong>un</strong> altro p<strong>un</strong>to dì vista. I grafici 2 e 4 e la tabella 8 mostrano<br />

come le regioni britanniche, per quanto abbiano p<strong>un</strong>ti <strong>di</strong> partenza assai<br />

<strong>di</strong>stanti, tendano a convergere.<br />

Tabella 8<br />

VENTAGLI INTERREGIONALI DI SVILUPPO. ITALIA E GRAN BRETAGNA 1841-1981<br />

Coefficienti <strong>di</strong> variazione<br />

GRAN BRETAGNA ITALIA<br />

1841 40,9 _<br />

1851 38,4 -<br />

1861 37,1 27,7<br />

1871 36,6 30,4<br />

1881 34,9 28,8<br />

1891 34,7 38,3<br />

1901 33,0 36,2<br />

1911 34,5 38,5<br />

1921 35,6 41,9<br />

1931 35,8 37,7<br />

1936 - 34,7<br />

1951 29,8 34,2<br />

1961 27,4 -<br />

1971 20,1 25,7<br />

1981 - 24,8<br />

162 Onde l<strong>un</strong>ghe e take-offs regionali in Italia e in Gran Bretagna


Al contrario la varianza fra le regioni italiane si incrementa<br />

considerevolmente durante la prima parte del periodo qui considerato<br />

(1861-1921). Così <strong>un</strong> altro aspetto comportamentale dei sistemi regionali<br />

meritevole <strong>di</strong> essere investigato è quello che concerne il rapporto tra tempi<br />

del take-off e struttura e tendenze dei ventagli interregionali dì sviluppo.<br />

Se l’ipotesi «tetto e muro» avesse <strong>un</strong> qualche reale fondamento si<br />

dovrebbe assumere che, mentre nel passato le sequenze <strong>di</strong> fasi espansive e<br />

recessive dell’Onda l<strong>un</strong>ga poteva condurre a equilibrare i livelli regionali<br />

<strong>di</strong> sviluppo, la possibile mancanza <strong>di</strong> <strong>un</strong> nuova Onda Kondratieff, potrebbe<br />

consolidare lo stato attuale delle <strong>di</strong>sparità interregionali. Tuttavia l’ipotesi<br />

«tetto e muro» richiede <strong>di</strong> essere accuratamente verificata non solo sulla<br />

base <strong>di</strong> dati empirici ma anche prendendo in considerazione i processi<br />

della transizione post-industriale. Il «tetto e muro» limiterebbe infatti solo<br />

i livelli dì industrializzazione: niente potrebbe esser detto circa lo sviluppo<br />

guidato, per esempio, dai settori delle attività terziarie <strong>di</strong> servizi.<br />

6.6 Partendo da questo ass<strong>un</strong>to sì può formulare l’ipotesi che la possibilità<br />

<strong>di</strong> cogliere l’opport<strong>un</strong>ità della fase ascendente <strong>di</strong> <strong>un</strong> eventuale nuovo ciclo<br />

(probabilmente il primo del nuovo «iperciclo post-industriale») dovrebbe<br />

localizzarsi tendenzialmente là dove l’ambiente appare più favorevole<br />

ad accogliere le innovazioni (non solo tecnologiche). A questo scopo si<br />

è condotta limitatamente alle regioni italiane <strong>un</strong>a nuova analisi fattoriale<br />

delle principali caratteristiche regionali al 1981, inserendo nell’insieme<br />

delle variabili già considerate alc<strong>un</strong>e nuove variabili grossolanamente<br />

correlate a <strong>un</strong>a ipotetica «reattività potenziale» all’innovazione (spesa<br />

privata e pubblica per ricerca e corsi <strong>di</strong> formazione professionale).<br />

I risultati <strong>di</strong> questa analisi (Tab. 9) suggeriscono la possibile esistenza<br />

<strong>di</strong> <strong>un</strong> fattore «propensione a innovare», la cui localizzazione spaziale<br />

<strong>di</strong>scriminerebbe <strong>di</strong> nuovo fra le regioni del Centro-Nord e quelle meri<strong>di</strong>onali,<br />

anche se all’interno del primo gruppo il nuovo rilievo dell’Emilia Romagna<br />

si contrapporrebbe al trend declinante della Liguria (Tab. 10).<br />

Tabella 9<br />

ITALIA. I «FATTORI» DELLO SVILUPPO ALL’INIZIO DEGLI ANNI ‘80<br />

FATTORE 1 FATTORE 2 FATTORE 3<br />

Industria metalmeccanica (occupati) 0,85 - -<br />

Industria leggera (occupati) - - 0,79<br />

Depositi bancari 0,72 - -<br />

Spese per ricerca scientifica 0,90 - -<br />

Corsi <strong>di</strong> formaz. professionale 0,70 - -<br />

Strade - -0,65 -<br />

Docenti <strong>un</strong>iversitari - 0,68 -<br />

Rappresentazioni teatrali - 0,68 -<br />

Tasso <strong>di</strong> scolarizzazione - - -0,53<br />

Tasso <strong>di</strong> mortalità infantile - - -0,76<br />

% della varianza spiegata 62,3 19,4 15,0<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 163


Tabella 10<br />

ITALIA. VALORI REGIONALI DEL PRIMO FATTORE<br />

FATTORE 1<br />

Piemonte 7,77<br />

Lombar<strong>di</strong>a 6,65<br />

Veneto 1,60<br />

Liguria 0,91<br />

Emilia Romagna 4,10<br />

Toscana 1,44<br />

Umbria 0,31<br />

Marche -0,35<br />

Lazio 0,57<br />

Abruzzi e Molise -1,55<br />

Campania -3,27<br />

Puglia -3,46<br />

Basilicata -4,20<br />

Calabria -4,89<br />

Sicilia -3,36<br />

Sardegna -3,28<br />

ITALIA 1,00<br />

7. Osservazioni finali<br />

7.1 Si deve prima <strong>di</strong> tutto <strong>di</strong>chiarare molto francamente i limiti <strong>di</strong> questi<br />

risultati preliminari.<br />

Alc<strong>un</strong>i <strong>di</strong> questi limiti derivano dai criteri <strong>di</strong> analisi. Da questo p<strong>un</strong>to<br />

<strong>di</strong> vista si ritiene che le questioni più cruciali siano (Becattini-Bianchi,<br />

1982):<br />

- quali sono, effettivamente, i sistemi infranazionali? Occorre infatti<br />

domandarsi -e non è davvero <strong>un</strong>a novità- se le regioni amministrative<br />

italiane -per esempio- siano effettivamente dei «sistemi», considerato<br />

che probabilmente i «sistemi urbani giornalieri» presentano più niti<strong>di</strong><br />

requisiti sistemici (confini, meccanismi <strong>di</strong> retroazione, comportamenti<br />

osservabili);<br />

-<br />

-<br />

come si <strong>di</strong>ffonde, interregionalmente, la crescita durante il secondo<br />

gruppo <strong>di</strong> decolli regionali in Italia? Procede realmente da <strong>un</strong> «centro»<br />

(che è visto, allo stesso tempo, come la localizzazione geografica<br />

dell’industria e il luogo ideale della accumulazione capitalistica) verso<br />

le sue «periferie»? O non è piuttosto <strong>un</strong> molto più complesso movimento<br />

<strong>di</strong> «esplosioni» <strong>di</strong> impren<strong>di</strong>torialità locale?<br />

in che misura i caratteri originali non misurabili (istituzioni e cultura<br />

sociale locale: Ort-<strong>un</strong>d Zeitgeist) influenzano la <strong>di</strong>namica del decollo e<br />

ancora continuano a influenzare il comportamento regionale?<br />

7.2 Altri limiti derivano dalle inter<strong>di</strong>pendenze interregionali e<br />

internazionali. Data <strong>un</strong>a certa quantità <strong>di</strong> sviluppo» storicamente<br />

<strong>di</strong>sponibile per <strong>un</strong> certo paese, come è <strong>di</strong>stribuita fra le regioni? Da <strong>un</strong> lato<br />

164 Onde l<strong>un</strong>ghe e take-offs regionali in Italia e in Gran Bretagna


il problema assomiglia pericolosamente alla questione dell’uovo e della<br />

gallina: la «quantità <strong>di</strong> sviluppo» storicamente <strong>di</strong>sponibile per <strong>un</strong> certo<br />

paese è la quantità <strong>di</strong> sviluppo che il paese è capace <strong>di</strong> catturare secondo<br />

i suoi caratteri originari; ma la dotazione <strong>di</strong> caratteri originari del paese<br />

è la sintesi delle dotazioni regionali e quin<strong>di</strong>... Dall’altro lato, il problema<br />

sfida il ricercatore a <strong>di</strong>stinguere acutamente fra i caratteri originari del<br />

paese che derivano da quelli regionali e i caratteri originari del paese nel<br />

suo complesso e in quanto tale (la mobilità dei fattori produttivi, del lavoro<br />

prima <strong>di</strong> tutto, attraverso i confini regionali fornisce <strong>un</strong> esempio <strong>di</strong> ciò).<br />

C’è poi da tener conto dell’interazione fra la <strong>di</strong>visione del lavoro<br />

internazionale e quella interregionale: l’incremento potenziale<br />

dell’occupazione nei settori maturi può essere catturato altrove, per<br />

esempio, dai paesi meno sviluppati.<br />

7.3 Anche il rapporto fra politiche pubbliche e forze del mercato<br />

nel determinare la <strong>di</strong>stribuzione spaziale degli effetti dell’impatto del<br />

ciclo dovrebbe essere accuratamente verificato sull’arco <strong>di</strong> <strong>di</strong>verse fasi<br />

ascendenti. Per esempio, ci si potrebbe domandare perché le politiche<br />

pubbliche in Italia sembrano essere state apprezzabilmente efficaci<br />

nel <strong>di</strong>stribuire spazialmente gli effetti del decollo durante i primi anni<br />

dell’industrializzazione (quando l’intervento pubblico era assai limitato),<br />

mentre sono state, al <strong>di</strong> là <strong>di</strong> ogni dubbio, le forze del mercato a guidare<br />

il processo durante la fase ascendente del secondo dopoguerra malgrado i<br />

massicci investimenti <strong>di</strong> capitale pubblico.<br />

Ciò basta, si crede, per suggerire che gli autori <strong>di</strong> queste note non<br />

sono così ingenui da credere che i processi <strong>di</strong> sviluppo regionale possano<br />

essere rappresentati me<strong>di</strong>ante <strong>un</strong>a semplice f<strong>un</strong>zione. Tuttavia ciò che<br />

essi realmente credono è che le <strong>di</strong>versità <strong>di</strong> comportamento regionale e<br />

le <strong>di</strong>fferenze temporali dei decolli regionali siano significativamente<br />

correlate e che <strong>un</strong>a più approfon<strong>di</strong>ta conoscenza della multiregionalità<br />

dello sviluppo italiano (ma non solo italiano) potrebbe <strong>di</strong>mostrarlo.<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 165


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166 Onde l<strong>un</strong>ghe e take-offs regionali in Italia e in Gran Bretagna


FIRENZE E IL SUO SISTEMA METROPOLITANO<br />

Riflessioni su <strong>un</strong>’opport<strong>un</strong>ità mancata*<br />

Giuliano Bianchi<br />

1. Un caso particolare con qualche sp<strong>un</strong>to <strong>di</strong> interesse generale<br />

• La variante Nord-Ovest e il PRG a Firenze<br />

L’oggetto precipuo <strong>di</strong> questo scritto è <strong>un</strong> progetto <strong>di</strong> sviluppo ur bano<br />

della città le cui <strong>di</strong>mensioni hanno pochi esempi paragonabili nell’Europa<br />

contemporanea ** .<br />

La sostanza originaria del progetto (tecnicamente: <strong>un</strong>a variante del<br />

Piano Regolatore Generale) è presto riass<strong>un</strong>ta:<br />

- in <strong>un</strong>’area nel quartiere <strong>di</strong> Novoli a Nord-Ovest del centro urbano (<strong>un</strong>a<br />

squallida periferia della speculazione degli anni ‘50), resa libera dal<br />

trasferimento degli stabilimenti FIAT, era prevista la localizzazione del<br />

Palazzo <strong>di</strong> Giustizia, <strong>di</strong> residenze e <strong>di</strong> e<strong>di</strong>fici per attività terziarie, oltre<br />

a <strong>un</strong> parco urbano <strong>di</strong> ragguardevoli <strong>di</strong>mensioni;<br />

- in <strong>un</strong>’area a<strong>di</strong>acente, nella frazione <strong>di</strong> Castello, l<strong>un</strong>go la <strong>di</strong>rettrice<br />

metropolitana Firenze-Prato-Pistoia, precedentemente classificata<br />

agricola, si prevedeva la localizzazione <strong>di</strong> <strong>un</strong> grande polo espositivo, <strong>di</strong><br />

<strong>un</strong> centro commerciale integrato e <strong>di</strong> <strong>un</strong>a cospicua e<strong>di</strong>lizia alberghiera,<br />

terziaria e residenziale; immersa in <strong>un</strong> vasto parco metropolitano.<br />

I due interventi, <strong>un</strong>a volta definiti negli strumenti urbanistici, avrebbero<br />

* Testo contenuto in Bianchi G. (1993), Programmare oggi, Quaderni <strong>di</strong> analisi e programmazione<br />

dello sviluppo regionale n. 11-12, IRES Toscana, Firenze.<br />

** Per i contenuti della variante del Piano regolatore generale <strong>di</strong> Firenze (che ha, invero, i tratti <strong>di</strong> <strong>un</strong><br />

nuovo PRG) si veda AA.VV. 1985. Le previsioni <strong>di</strong> sviluppo urbanistico dell’area <strong>di</strong> Castello sono<br />

illustrate in Fon<strong>di</strong>aria e Agip-Petroli 1987 e Cassigoli 1988. Com<strong>un</strong>que, per i riferimenti che qui ci<br />

servono, si ricordano gli elementi essenziali degli sviluppi urbanistici previsti.<br />

Area Fiat <strong>di</strong> Novoli: ha. 32, <strong>di</strong> cui 18 destinati a parco; le destinazioni della restante superficie sono:<br />

Palazzo <strong>di</strong> Giustizia 18%; attività <strong>di</strong>rezionali pubbliche 27% e private 18%; altre attività 37% (uffici<br />

privati, servizi commerciali, alberghi, abitazioni e, probabilmente, <strong>un</strong> polo culturale, con teatro e<br />

strutture ricreative).<br />

Area Fon<strong>di</strong>aria <strong>di</strong> Castello: ha. 186 così <strong>di</strong>stribuiti fra le varie destinazioni del cosiddetto “polo<br />

multif<strong>un</strong>zionale”: parco 35%; parcheggi 13%; centro espositivo 9%; scuole 3%; servizi sociali e<br />

ricreativi 1,5%; infrastrutture 18%; e<strong>di</strong>fici 20% (così ripartiti in migliaia <strong>di</strong> mc.: abitazioni 1.350;<br />

attività terziarie 1.290; centro commerciale integrato 180; alberghi 180).<br />

Gli sviluppi urbanistici delle due aree sono fortemente inter<strong>di</strong>pendenti con le previsioni del progetto<br />

<strong>di</strong> PRG in materia <strong>di</strong> com<strong>un</strong>icazioni e trasporti: riassetto della rete ferroviaria; creazione <strong>di</strong> <strong>un</strong>a<br />

metropolitana leggera veloce; completamento della tangenziale e suo raccordo con la seconda<br />

circonvallazione urbana. In senso positivo o negativo interagiscono con lo sviluppo a nord-ovest anche<br />

i previsti inse<strong>di</strong>amenti <strong>un</strong>iversitari e del CNR a Sesto Fiorentino, in aree attigue al polo <strong>di</strong> Castello,<br />

e le contrastate decisioni sull’aeroporto (potenziamento o <strong>di</strong>smissione <strong>di</strong> Peretola, nuovo scalo a<br />

San Giorgio a colonica o altrove, ecc.). Sul complesso <strong>di</strong> queste questioni cfr. anche: Massa 1988 e<br />

Cassigoli e Mostar<strong>di</strong>ni 1988.<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 167


dovuto essere realizzati da due colossi dell’economia italiana come la FIAT<br />

(Novoli), e la Fon<strong>di</strong>aria (Castello).<br />

Date le <strong>di</strong>mensioni, davvero inusitate, del progetto, la complessa<br />

delicatezza della trama urbana e, anche, la notorietà <strong>di</strong> Firenze, si capisce<br />

che vi sia stata <strong>un</strong>a certa risonanza sulla stampa italiana e internazionale,<br />

oltreché <strong>un</strong>a vivacissima querelle locale, che raggi<strong>un</strong>se p<strong>un</strong>ti <strong>di</strong> particolare<br />

asprezza, quando (giugno 1989) <strong>un</strong>a celeberrima telefonata del segretario<br />

del PCI indusse i com<strong>un</strong>isti fiorentini (gruppo <strong>di</strong> maggioranza relativa nel<br />

Consiglio com<strong>un</strong>ale <strong>di</strong> Firenze) a cambiare atteggiamento e quin<strong>di</strong>, ad<br />

affossare il progetto. Ma la polemica, con alti e bassi, si è protratta fino<br />

al 1993 quando buona parte <strong>di</strong> quel progetto è stata recuperata nel nuovo<br />

PRG <strong>di</strong> Firenze.<br />

Le considerazioni da cui traggono sp<strong>un</strong>to queste note sono:<br />

a. che il progetto (sia nella prima che nelle successive versioni) rap presenti<br />

<strong>un</strong>a formidabile sfida per il decisore pubblico;<br />

b.<br />

c.<br />

d.<br />

che la sfida investa anche le metodologie richieste dal <strong>di</strong>mensio namento<br />

degli interventi, dalla stima ex-ante dei loro molteplici impatti, dal<br />

controllo della realizzazione;<br />

che, quin<strong>di</strong>, si sia in presenza <strong>di</strong> <strong>un</strong>’opport<strong>un</strong>ità molto significa tiva<br />

d’interazione fra ricerca finalizzata e processi decisionali pubblici;<br />

che, infine, le riflessioni suggerite da questo caso possano essere<br />

suscettibili d’<strong>un</strong>a qualche ragionevole generalizzazione.<br />

• Sviluppi urbanistici e sviluppo urbano. Molte opport<strong>un</strong>ità, molti rischi<br />

Il p<strong>un</strong>to d) è confortato dalla circostanza che è aperta <strong>un</strong>a stagione<br />

d’importanti operazioni urbane accom<strong>un</strong>ate dalla ragguardevolezza delle<br />

proporzioni, anche se aventi origini piuttosto <strong>di</strong>fferenziate:<br />

- la <strong>di</strong>sponibilità <strong>di</strong> aree urbane <strong>di</strong> precedente inse<strong>di</strong>amento industriale<br />

(Lingotto a Torino, Bicocca a Milano, Novoli a Firenze);<br />

- il contemporaneo passaggio dalle idee <strong>di</strong> massima e dalle progettazioni<br />

platoniche alla fase delle decisioni implementabili <strong>di</strong> rilevanti progetti<br />

d’infrastrutturazione urbana (a Roma, a Genova, a Napoli, a Firenze<br />

sull’area <strong>di</strong> Castello);<br />

- l’accelerazione impressa a <strong>di</strong>segni <strong>di</strong> sviluppo, talvolta anche annosi,<br />

da ingenti masse <strong>di</strong> capitale finanziario in cerca d’investimento, dalle<br />

pesanti <strong>di</strong>seconomie indotte da deficit infrastrutturali accumulatisi<br />

nei decenni e -più recentemente- anche dall’improvvisa (e talvolta<br />

improvvida) <strong>di</strong>sponibilità <strong>di</strong> cospicui finanziamenti pubblici, motivati<br />

dallo svolgimento in Italia del campionato mon<strong>di</strong>ale <strong>di</strong> calcio 1990.<br />

Si deve aggi<strong>un</strong>gere che l’eterogeneità <strong>di</strong> questo insieme <strong>di</strong> provve<strong>di</strong>menti<br />

interagisce su <strong>un</strong>a situazione <strong>di</strong> base dei sistemi urbani interessati tutt’altro<br />

che chiara dal p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> vista del ciclo urbano, per la coesistenza <strong>di</strong> sintomi<br />

168 Firenze e il suo sistema metropolitano. Riflessioni su <strong>un</strong>’opport<strong>un</strong>ità mancata


<strong>di</strong> deurbanizzazione e <strong>di</strong> controurbanizzazione, mentre, se non spento,<br />

è certamente inceppato il meccanismo dell’industrializzazione <strong>di</strong>ffusa<br />

(piccola impresa, piccola città), da <strong>un</strong> lato, per effetto d’<strong>un</strong>a rinnovata<br />

centralità della grande impresa e della grande città e, dall’altro, per il<br />

ruolo crescente <strong>di</strong> forza guida dello sviluppo urbano ass<strong>un</strong>to dai fenomeni<br />

interconnessi della ter ziarizzazione e dell’innovazione.<br />

Come <strong>di</strong>re che sembrerebbe <strong>di</strong> poter riscontrare l’esistenza <strong>di</strong> <strong>un</strong><br />

sovrappiù <strong>di</strong> ragioni che avrebbero dovuto spingere a adeguati investimenti<br />

<strong>di</strong> ricerca per l’analisi specifica delle tendenze operanti nelle<br />

singole situazioni, la valutazione dei fabbisogni, il sondaggio delle politiche<br />

alternativamente possibili, ecc.. Al contrario (e molto stra namente) la<br />

maggior parte dei progetti citati poggia su <strong>un</strong> fonda mento assai fragile <strong>di</strong><br />

motivazioni e ness<strong>un</strong>o su <strong>un</strong>a seria prospezione dei probabili effetti <strong>di</strong>retti,<br />

in<strong>di</strong>retti e indotti.<br />

2. Le semplici regole del governo urbano: neglette<br />

Ricor<strong>di</strong>amoci, per <strong>un</strong> momento, dei passi essenziali (nel senso <strong>di</strong><br />

ineliminabili, vale a <strong>di</strong>re che si compiono necessariamente, magari<br />

implicitamente e, perfino, senza saperlo) <strong>di</strong> <strong>un</strong> processo decisionale<br />

per il governo della trasformazione del territorio (più pianamente: <strong>di</strong><br />

programmazione urbanistica).<br />

Il p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> partenza è <strong>un</strong>a (qualche) previsione, a <strong>un</strong> tempo t (3, 5, 10<br />

anni, mettiamo), del livello della popolazione, della struttura produttiva,<br />

delle altre principali f<strong>un</strong>zioni urbane (servizi pubblici, per esempio).<br />

Questa previsione incorpora, evidentemente, <strong>un</strong>a (qualche) nozione dei<br />

processi operanti (tendenze) e, quin<strong>di</strong>, dei loro possibili effetti consolidati<br />

in termini strutturali.<br />

Segue <strong>un</strong>a stima delle superfici e delle volumetrie e<strong>di</strong>ficate oc correnti<br />

per inse<strong>di</strong>arvi residenze, attività produttive, servizi pubblici. La stima<br />

può condurre, ovviamente, a <strong>un</strong>a valutazione d’insuffi cienza, sufficienza,<br />

esuberanza degli stock e<strong>di</strong>ficati <strong>di</strong>sponibili.<br />

Il terzo passo è quello della localizzazione topografica <strong>di</strong> super fici e<br />

volumetrie, che può significare anche rilocalizzazione. La valu tazione<br />

<strong>di</strong> congruità tra f<strong>un</strong>zioni urbane e stock e<strong>di</strong>ficati si ridefini sce, perciò,<br />

in relazione alle localizzazioni prescelte. Un deficit nella localizzazione<br />

può accompagnarsi a <strong>un</strong> surplus (superfici e volumi abbandonati) nella<br />

localizzazione (con problemi, quin<strong>di</strong>, <strong>di</strong> riuso).<br />

Può darsi, anzi è consigliabile, che localizzazioni e rilocalizza zioni non<br />

siano <strong>un</strong> processo one-shot. Ci sarà allora -passo quarto- da valutare la<br />

convenienza comparata <strong>di</strong> varie possibili localizzazioni alternative. I metri<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 169


<strong>di</strong> valutazione possono essere, ovviamente, mol teplici, <strong>di</strong>pendendo dagli<br />

obiettivi.<br />

In ogni caso -anche cioè nel caso <strong>di</strong> localizzazione one-shot- è<br />

consigliabile stimare i principali impatti delle decisioni <strong>di</strong>mensionali e<br />

localizzative:<br />

- l’impatto ambientale (in senso stretto);<br />

- l’impatto economico (in senso f<strong>un</strong>zionale: le performances attese dal<br />

sistema a intervento realizzato);<br />

-<br />

l’impatto urbano, in almeno due sensi: l’impatto sulle interazioni<br />

(mo<strong>di</strong>ficazioni dei flussi <strong>di</strong> traffico <strong>di</strong> beni e persone); l’impatto sulle<br />

f<strong>un</strong>zioni urbane esistenti (quali effetti sul mercato della ca sa? quali<br />

sulla struttura <strong>di</strong>stributiva? ecc.).<br />

Questa è <strong>un</strong>a rappresentazione molto semplificata <strong>di</strong> <strong>un</strong> processo<br />

decisionale <strong>di</strong> sviluppo urbano. Semplificata e persino naif, ma non<br />

inconsapevole delle teorizzazioni e degli strumenti <strong>di</strong>sponibili per l’analisi<br />

del sistema esistente e delle tendenze che vi operano e per sondare -dati,<br />

o anche non dati, certi obiettivi- gli effetti attesi dall’impatto primario e<br />

dai successivi.<br />

Ora è <strong>di</strong> com<strong>un</strong>e constatazione che questo percorso logico -dall’analisi<br />

del sistema esistente alla progettazione consapevole, cioè: valutata e<br />

<strong>di</strong>mostrata, delle sue trasformazioni- è assai raramente esplicitato e realmente<br />

sviluppato nella maggior parte delle espe rienze note <strong>di</strong> pianificazione<br />

urbana, comprese le maggiori. In ogni caso non se ne hanno -salvo<br />

spora<strong>di</strong>che eccezioni- testimonianze negli elaborati sottoposti alle decisioni<br />

degli organi istituzionali competenti (Consigli com<strong>un</strong>ali e Regioni).<br />

Si capisce che qualche reperto <strong>di</strong> valutazione si può rintracciare:<br />

estrapolazioni più o meno affidabili sui livelli <strong>di</strong> popolazione, mo deste<br />

elaborazioni dei dati dei censimenti economici, flussi <strong>di</strong> traffico, ecc..<br />

Ma il percorso “situazione iniziale-tendenze-fabbisogni-lo calizzazionistime<br />

<strong>di</strong> impatto-scelta fra le alternative” non è mai tra dotto, nemmeno<br />

nella sua struttura essenziale e nemmeno con i me to<strong>di</strong> più semplici, in <strong>un</strong>a<br />

quantificazione verificabile oggettivamente, dall’esterno, cioè, dal processo,<br />

<strong>di</strong>ciamo così, “mentale” del decisore pubblico e dei suoi consulenti.<br />

Non è ozioso né banale interrogarsi sulle ragioni <strong>di</strong> questo sor prendente<br />

<strong>di</strong>vorzio fra il dominio delle conoscenze razionali e il do minio delle scelte<br />

urbanistiche.<br />

Una prima, possibile, risposta la si potrebbe rinvenire nella cir costanza<br />

che la cultura politica me<strong>di</strong>a del nostro Paese è tra<strong>di</strong>zional mente riluttante<br />

agli approcci quantitativi (possiamo <strong>di</strong>re: scienti fici?), non solo nel campo<br />

del governo urbano ma, più in generale, nel campo della pianificazione,<br />

come è stato da tempo segnalato (Bianchi 1982a, 1988). Qui la riluttanza<br />

del decisore pubblico è rafforzata dalla ritrosia del consulente standard,<br />

170 Firenze e il suo sistema metropolitano. Riflessioni su <strong>un</strong>’opport<strong>un</strong>ità mancata


essendo nota l’eccezionalità degli approcci modellistici nella cultura<br />

urbanistica italiana.<br />

Certo si è che oggi (ma da qualche tempo) non è più sostenibile<br />

l’ipotesi esplicativa che fa gravare sulle “tecniche” la responsabilità del<br />

<strong>di</strong>vorzio. Le tecniche ci sono, sono affidabili (nel senso <strong>di</strong> speri mentate),<br />

sono progressivamente più flessibili e realistiche, i costi del loro impiego<br />

tendono a <strong>di</strong>minuire sensibilmente (in generale, per la riduzione dei costi<br />

informatici; in particolare perché quote apprez zabili della modellistica<br />

possiedono requisiti più o meno ampi <strong>di</strong> “portabilità”, sono, cioè, suscettibili<br />

<strong>di</strong> trasferimento, almeno nell’impianto metodologico). Prove inconfutabili<br />

<strong>di</strong> questo ass<strong>un</strong>to si trovano in Bertuglia et al., 1986. Un’accurata e<br />

aggiornata rassegna della modellistica e del suo impiego nella formazione<br />

e valutazione dei piani urbani è fornita, ora, in Bertuglia et al., 1987.<br />

Si potrebbe congetturare che la riluttanza ad avvalersi della mo dellistica<br />

esistente trovi <strong>un</strong>’irragionevole ma non spregevole ra<strong>di</strong>ce nel timore del<br />

decisore pubblico <strong>di</strong> non poterne dominare le com plesse implicazioni,<br />

rischiando, quin<strong>di</strong>, <strong>un</strong>a sorta <strong>di</strong> espropriazione decisionale. Ma la<br />

congettura è doppiamente fallace; per <strong>un</strong>a ragione banale: la modellistica<br />

non decide, aiuta a decidere; e per <strong>un</strong>a ragione ovvia: come dominare<br />

la complessità dei fenomeni reali (variabili numerose, inter<strong>di</strong>pendenze<br />

ramificate, meccanismi contrad<strong>di</strong>ttori, ecc.) con i soli strumenti del buon<br />

senso e dell’intuizione?<br />

Maliziosamente (“a pensare con malizia si fa peccato, ma si in dovina”,<br />

<strong>di</strong>ceva <strong>un</strong>o che se ne intende, come il senatore Andreotti) si può ipotizzare che<br />

la riluttanza nasca, invece (almeno talvolta), dalla vo lontà <strong>di</strong> non <strong>di</strong>svelare<br />

le ragioni vere (e non sempre commendevoli) delle scelte perseguite.<br />

Un dato com<strong>un</strong>e alla maggior parte delle esperienze <strong>di</strong> sviluppo<br />

urbanistico note è quello della straor<strong>di</strong>naria sproporzione fra le risor se<br />

finanziarie destinate agli investimenti nello sviluppo e quelle (modestissime)<br />

destinate a stu<strong>di</strong> e analisi. E c’è, poi, <strong>un</strong>a peculiare simmetria nell’uso della<br />

risorsa tempo: l<strong>un</strong>gaggini defatiganti e tor tuose nell’iter burocratico delle<br />

decisioni e stranissima frettolosità nei passaggi più delicati, quelli in cui le<br />

scelte si adottano per davvero.<br />

Si veda il caso <strong>di</strong> Firenze (Cassigoli e Mostar<strong>di</strong>ni 1988). Il Piano<br />

Regolatore vigente è stato adottato nel 1962. Nel 1974 si nomina <strong>un</strong>a<br />

commissione <strong>di</strong> esperti per il suo adeguamento. Due anni dopo si approvano<br />

<strong>un</strong>a serie <strong>di</strong> varianti del tutto autonome rispetto agli stu<strong>di</strong>. Nel 1979<br />

si delibera <strong>di</strong> procedere ad <strong>un</strong>a variante generale; il Proget to preliminare<br />

è completato nel 1984. Ma viene approvato, con <strong>un</strong>a veloce seduta del<br />

Consiglio Com<strong>un</strong>ale, solo nel luglio 1987.<br />

Sorte non <strong>di</strong>ssimile quella della variante Nord-Ovest. Ideata nel 1983<br />

(dal Com<strong>un</strong>e) e ufficiosamente suggerita agli investitori privati, ne è derivata<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 171


<strong>un</strong>a progettazione <strong>di</strong> massima (dei privati) e <strong>un</strong>a prima articolazione, come<br />

variante al PRG, adottata dal Com<strong>un</strong>e nel 1986. Nel 1989 la Regione la<br />

restituisce al Com<strong>un</strong>e con numerosissime os servazioni. Mentre il Consiglio<br />

Com<strong>un</strong>ale si prepara ad <strong>un</strong>o dei suoi blitz decisionali, gli esperti del PRG<br />

(Astengo e Campos Venuti) contestano la coerenza fra variante (in corso<br />

<strong>di</strong> approvazione) e PRG (in corso <strong>di</strong> approvazione). Segue la nota vicenda<br />

dell’affossamento della variante.<br />

Da allora si rimette in moto <strong>un</strong> faticoso proce<strong>di</strong>mento per l’ela borazione<br />

<strong>di</strong> <strong>un</strong> nuovo PRO, affidata a Vittorini (che, in buona so stanza, <strong>di</strong>mezza<br />

le previsioni volumetriche della variante originaria). Mentre permangono<br />

incertezze e laceranti contrasti sulle scelte fon damentali (si farà il centro<br />

espositivo a Castello o si potenzieranno le strutture citta<strong>di</strong>ne? chi farà,<br />

fra i tanti nomi prestigiosi messi in campo, la progettazione esecutiva<br />

<strong>di</strong> Novoli? vi si localizzerà dav vero il Palazzo <strong>di</strong> giustizia? e le facoltà<br />

<strong>un</strong>iversitarie?) l’approvazione procede a stop and go. Or<strong>di</strong>ne del giorno<br />

del Consiglio com<strong>un</strong>ale il 3 luglio 1991, nuovo esame per le deduzioni il<br />

30 marzo 1992, osservazioni della Regione, contrastata definizione <strong>di</strong> <strong>un</strong><br />

accordo <strong>di</strong> programma fra Regione, enti locali e Fiat...<br />

Alla fine (luglio 1993) il PRO è approvato dal Consiglio com<strong>un</strong>ale <strong>di</strong><br />

Firenze e si incammina sul nuovo iter: approvazioni, controdeduzioni,<br />

esame della Regione, ecc..<br />

Ma proprio il caso <strong>di</strong> Firenze si presta bene ad indagare in vitro forme<br />

e cause del <strong>di</strong>vorzio fra il dominio delle conoscenze razionali e quello dei<br />

processi decisionali.<br />

3. Il caso <strong>di</strong> Firenze. Ovvero: le motivazioni sbagliate <strong>di</strong> <strong>un</strong>a decisione giusta<br />

• Alla ricerca <strong>di</strong> Firenze. La città, le città, la città <strong>di</strong> città<br />

Il p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> partenza più appropriato sembra quello dell’accerta mento del<br />

primo groviglio <strong>di</strong> <strong>di</strong>fficoltà, rappresentato dalla inquie tante circostanza<br />

che Firenze non c’è più.<br />

L’urbanizzazione, che ignora i confini com<strong>un</strong>ali, l’ha <strong>di</strong>latata ben oltre<br />

lo spazio che le convenzioni etichettano come Firenze. L’immaginario<br />

collettivo (per esempio, quello se<strong>di</strong>mentato nelle motiva zioni del turista)<br />

ritaglia Firenze sulla misura del suo nocciolo antico.<br />

E poi: la vita com<strong>un</strong>itaria, quella delle relazioni quoti<strong>di</strong>ane, si svolge<br />

nei quartieri proprio come nei com<strong>un</strong>i della cintura. Qui si provvede ai<br />

bisogni <strong>di</strong> tutti i giorni come far la spesa; a questa scala si organizzano i<br />

servizi sociali: la scuola elementare e me<strong>di</strong>a, l’ambu latorio, la farmacia.<br />

Insomma: il quartiere <strong>di</strong> Novoli -a questa scala- è del tutto uguale al<br />

com<strong>un</strong>e confinante <strong>di</strong> Campi Bisenzio.<br />

172 Firenze e il suo sistema metropolitano. Riflessioni su <strong>un</strong>’opport<strong>un</strong>ità mancata


I bisogni collettivi, quelli cui provvedono i cosiddetti “servizi a rete”<br />

(l’acqua e il gas, la raccolta dei rifiuti, i trasporti pubblici), ri chiamano<br />

invece <strong>un</strong>’altra scala, quella del “sistema urbano giorna liero”, sotteso<br />

dalla trama degli spostamenti pendolari giornalieri dalla casa al lavoro e<br />

viceversa. La trama <strong>un</strong>isce centri maggiori e minori e, più spesso, centri<br />

equivalenti, identificando -come si sa- <strong>un</strong> “mercato locale del lavoro”, dato<br />

che -per definizione- in questo spazio trova occupazione la maggior parte<br />

dei lavoratori che vi risie dono e, correlativamente, le imprese qui localizzate<br />

trovano la mag gior parte della loro forza lavoro. è questa la vera città,<br />

com’è noto: <strong>un</strong>a città che si decompone e si ricompone pulsando al ritmo<br />

dell’at tività lavorativa, determinando lo spazio entro il quale si svolge la<br />

maggior parte delle attività or<strong>di</strong>narie della vita quoti<strong>di</strong>ana: lavoro, tempo<br />

libero, opport<strong>un</strong>ità sociali. Questa città si chiama, nel nostro caso, Area<br />

fiorentina: ed è strettamente correlata ad altre due “città”, correntemente<br />

note come Area pratese ed Area pistoiese.<br />

L’economia e le gran<strong>di</strong> infrastrutture, infatti, hanno <strong>un</strong>a scala ancora<br />

<strong>di</strong>versa: quella della “città <strong>di</strong> città”, il sistema metropolitano se si<br />

preferisce. E le inter<strong>di</strong>pendenze f<strong>un</strong>zionali dell’economia connet tono, qui, i<br />

sistemi urbani <strong>di</strong> Firenze, Prato e Pistoia tramite l’anda tura <strong>di</strong> infrastrutture<br />

(autostrade, se<strong>di</strong> espositive, centri <strong>di</strong> formazione specialistica e <strong>di</strong> ricerca,<br />

gran<strong>di</strong> istituzioni culturali) che li innerva.<br />

è questa pluralità <strong>di</strong> <strong>di</strong>mensioni che, percepita in<strong>di</strong>stintamente dal senso<br />

com<strong>un</strong>e, ma non chiara per la cultura politica me<strong>di</strong>a, gene ra <strong>un</strong> effetto <strong>di</strong><br />

“spiazzamento” del decisore pubblico, ingenerando frequenti commistioni e<br />

confusioni fra le tre scale <strong>di</strong> analisi e proget tazione (la città com<strong>un</strong>itaria, il<br />

sistema urbano, il sistema metropoli tano). Aiutiamo il nostro decisore pubblico<br />

a <strong>di</strong>stinguere, identifi cando problemi e soluzioni peculiari alle varie scale.<br />

La città com<strong>un</strong>itaria (i quartieri <strong>di</strong> Firenze, i com<strong>un</strong>i della cintu ra) soffre<br />

<strong>di</strong> <strong>un</strong>a sua precisa patologia che investe sia la qualità del viver quoti<strong>di</strong>ano<br />

(traffico in tilt; mancanza <strong>di</strong> case; squallore delle periferie) sia l’efficacia<br />

della macchina-città per effetto della caotica localizzazione delle principali<br />

f<strong>un</strong>zioni urbane (produttive, <strong>di</strong>stributi ve, amministrative, ricreative)<br />

che costringe a movimenti attraverso la città simili all’agitazione <strong>di</strong> <strong>un</strong><br />

formicaio impazzito.<br />

Gli sviluppi urbanistici previsti dai progetti <strong>di</strong> cui si parla po trebbero<br />

rendere le “com<strong>un</strong>ità fiorentine” davvero più vivibili:<br />

-<br />

le abitazioni programmate a Novoli e a Castello dovrebbero ri solvere,<br />

intanto, il problema della casa, abbastanza acuto ma con <strong>di</strong>mensioni<br />

qualitative trattabili: la sfasatura tra domanda ed of ferta si esprime,<br />

infatti, più per segmenti <strong>di</strong> mercato (affitto/acquisto) e tipologie abitative<br />

(residenze provvisorie, mini-appartamenti per giovani ed anziani) che<br />

non complessi vamente;<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 173


- le periferie banali dell’urbanizzazione speculativa possono essere “a<br />

vita nova restituite” da: riuso <strong>di</strong> spazi e contenitori liberati o in corso <strong>di</strong><br />

liberazione; attrezzature pubbliche (verde, impianti sportivi e sociali,<br />

strutture culturali); allocazione <strong>di</strong> alc<strong>un</strong>e im portanti f<strong>un</strong>zioni urbane<br />

(Palazzo <strong>di</strong> Giustizia, teatro, ecc.).<br />

In effetti, l’intelligente rilocalizzazione delle f<strong>un</strong>zioni urbane (AA.VV.<br />

1985) è <strong>un</strong>a sorta <strong>di</strong> via obbligata per: ridurre la conge stione del centro<br />

storico; evitare i rischi <strong>di</strong> <strong>un</strong>a eccessiva specializ zazione f<strong>un</strong>zionale<br />

dei <strong>di</strong>versi plessi urbani; promuovere l’interazione positiva fra le varie<br />

f<strong>un</strong>zioni (<strong>di</strong> tipo verticale come: <strong>un</strong>iversità-ricer ca-innovazione; o <strong>di</strong> tipo<br />

orizzontale come: pubblica amministrazio ne-banche-artigianato).<br />

Firenze come sistema urbano giornaliero e mercato locale del lavoro<br />

possiede la specifica peculiarità negativa <strong>di</strong> <strong>un</strong> basso livello <strong>di</strong> pervietà<br />

interna, a causa dell’antiquata rete stradale, priva dei princi pali <strong>di</strong>spositivi<br />

<strong>di</strong> flui<strong>di</strong>tà del traffico (svincoli, centri <strong>di</strong> scambio intermodale, incroci<br />

multilivello, aree <strong>di</strong> sosta e parcheggio, trasporti <strong>di</strong> tipo metropolitano,<br />

ecc.). Ne derivano pesanti <strong>di</strong>seconomie in <strong>un</strong> sistema caratterizzato,<br />

fra l’altro, da <strong>un</strong> fitto reticolo <strong>di</strong> scambi inter nazionali provocati dal<br />

modello qui prevalente della scomposizione dei processi produttivi per<br />

parti <strong>di</strong> prodotto e fasi del ciclo. Il nuovo sistema viario, assieme alla<br />

deconcentrazione <strong>di</strong> f<strong>un</strong>zioni dal centro storico, può concorrere in modo<br />

significativo all’accrescimento dei livelli <strong>di</strong> pervietà dell’area fiorentina.<br />

Il nesso con l’economia e, quin<strong>di</strong>, col sistema metropolitano della<br />

Toscana centrale (SMTC: è così che si suggerisce <strong>di</strong> chiamare l’insieme dei<br />

sistemi urbani <strong>di</strong> Firenze, Prato e Pistoia) richiede qual che considerazione<br />

preliminare e merita, si crede, <strong>un</strong> po’ <strong>di</strong> appro fon<strong>di</strong>mento. Bisogna, infatti,<br />

ricordare (non tanto per amore <strong>di</strong> pre cisione quanto per cogliere <strong>un</strong>’ennesima<br />

prova <strong>di</strong> come la percezione delle novità sia pratica ostica al milieu della<br />

cultura locale) che il ri conoscimento dell’esistenza <strong>di</strong> <strong>un</strong> oggetto quale il<br />

SMTC è stato <strong>un</strong> processo tutt’altro che lineare e dall’esito ancora precario.<br />

Chi scrive segnalò in seminari e convegni, già dal 1979, la pos sibile<br />

“genesi <strong>di</strong> <strong>un</strong>a formazione metropolitana” in questa area. E vi ritornò<br />

sopra in lavori dell’<strong>Irpet</strong> e con articoli (<strong>Irpet</strong> 1982; Bianchi 1982b).<br />

Il primo riconoscimento “ufficiale” del SMTC si ha nel 1981 con il<br />

programma pluriennale del Com<strong>un</strong>e <strong>di</strong> Firenze (Com<strong>un</strong>e <strong>di</strong> Firenze 1982).<br />

L’acquisizione da parte dell’autorità regionale ha dovuto superare qualche<br />

riluttanza, se bisogna arrivare al 1988 per ché il Programma regionale<br />

<strong>di</strong> sviluppo ammetta l’esistenza <strong>di</strong> “aree metropolitane” nella Toscana<br />

centrale e sulla costa centro-nord (Regione Toscana 1988).<br />

M<strong>un</strong>iti <strong>di</strong> questa legittimazione ufficiale si potrà quin<strong>di</strong> comin ciare a<br />

<strong>di</strong>scutere serenamente del SMTC come <strong>di</strong> <strong>un</strong>a entità relativa mente esistente<br />

e non come <strong>di</strong> <strong>un</strong>a sorta <strong>di</strong> provocazione intellettuale.<br />

174 Firenze e il suo sistema metropolitano. Riflessioni su <strong>un</strong>’opport<strong>un</strong>ità mancata


• Un rapido identikit del sistema metropolitano. Struttura economica e<br />

forma urbana<br />

Le proporzioni dello sviluppo urbano previsto si muovono, evi dentemente,<br />

alla scala metropolitana: questo è il riferimento delle dotazioni ipotizzate<br />

per le attività terziarie; questo (almeno) è l’oriz zonte del polo espositivo.<br />

Eppure questa cornice metropolitana è del tutto assente (salvo qualche<br />

giaculatoria d’obbligo) nei documenti tecnici; amministrativi e politici della<br />

cosiddetta “variante Nord-Ovest”. Abbozziamone qui <strong>un</strong> impressionistico<br />

schizzo, per delineare <strong>un</strong> primo campo d’indagine, relativamente facile ma<br />

per ora non fre quentato.<br />

Basterà ricordare, tanto per fissare gli or<strong>di</strong>ni <strong>di</strong> grandezza, che vive<br />

qui meno <strong>di</strong> <strong>un</strong> terzo della popolazione regionale, ma vi si gene ra più<br />

<strong>di</strong> <strong>un</strong> terzo del prodotto interno lordo regionale e quasi la metà delle<br />

esportazioni <strong>di</strong> <strong>un</strong>a regione fortemente esportatrice. L’apertura ai mercati<br />

esterni è il connotato caratteristico dell’economia metro politana, visto che<br />

le importazioni rappresentano più dei due quinti delle risorse <strong>di</strong>sponibili e<br />

le esportazioni quasi la metà degli impie ghi, mentre si <strong>di</strong>rige qui <strong>un</strong> quarto<br />

dei flussi turistici totali della re gione e più della metà <strong>di</strong> quelli dall’estero<br />

(Bianchi e Sforzi 1984).<br />

La struttura produttiva del SMTC può essere riass<strong>un</strong>ta in rapi<strong>di</strong><br />

flashes:<br />

- quote significative <strong>di</strong> agricoltura moderna (il floro-vivaismo del<br />

pistoiese), che tolgono al settore primario ogni connotazione <strong>di</strong> residuo<br />

pre-industriale;<br />

- <strong>un</strong> sistema moda (tessile, abbigliamento, calzature, ecc.) messo oggi<br />

a dura prova dalla caduta del dollaro e dalla concorrenza dei paesi a<br />

più bassi costi del lavoro, che rappresenta pur sempre l’asse portante<br />

dell’economia metropolitana;<br />

- l’industria tecnologicamente più evoluta non è presente in modo<br />

massiccio, ma basta a fare del SMTC il principale polo meccani co,<br />

elettromeccanico ed elettronico della regione: <strong>un</strong> polo tecno logico;<br />

- il turismo (stabile e pregiato: arte, cultura, congressi) fa sì che non vi sia<br />

nel paese alc<strong>un</strong>’altra area industriale con <strong>un</strong>a così netta caratterizzazione<br />

turistica;<br />

- le attività culturali -per più <strong>di</strong> <strong>un</strong> verso e ovviamente interrelate a quelle<br />

turistiche- si avviano a <strong>di</strong>ventare <strong>un</strong> “settore economico” <strong>di</strong> primaria<br />

grandezza, sia come posti <strong>di</strong> lavoro generati che co me attivazione <strong>di</strong><br />

altre branche economiche (Bianchi 1987c);<br />

- le esportazioni extra-regionali rappresentano lo sbocco mer cantile<br />

principale delle produzioni locali, posto che le transazioni col resto<br />

d’Italia rappresentano la metà dell’interscambio mer cantile e quelle con<br />

l’estero <strong>un</strong> terzo abbondante.<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 175


La forma urbana (Fig. 1), per <strong>di</strong>rla nel linguaggio degli ana listi dei<br />

sistemi territoriali, è data dalla struttura spaziale (cioè la forma fisica degli<br />

inse<strong>di</strong>amenti) e dalle interazioni (cioè le inter<strong>di</strong> pendenze fra i vari p<strong>un</strong>ti del<br />

sistema che si esprimono nei flussi <strong>di</strong> persone, ma anche <strong>di</strong> beni, capitali,<br />

informazioni). Ora, la struttura spaziale del SMTC è -per fort<strong>un</strong>a- marcatamente<br />

policentrica. Solo <strong>un</strong>’impressionistica approssimazione topografica può<br />

far parlare <strong>di</strong> urbanizzazione compatta o <strong>di</strong> conurbazione. Tanto più che la<br />

crescita del SMTC non ha seguito <strong>un</strong> modello del tipo “espansione a macchia<br />

d’olio nel vuoto residenziale della campagna circostante” (come a Roma),<br />

né <strong>un</strong> modello del tipo “espansione con incorporazione e as sorbimento dei<br />

centri minori” (come, poniamo, a Torino e Milano).<br />

Figura 1<br />

STRUTTURA SPAZIALE DEL SMTC.<br />

Pistoia<br />

Situazione al 1971<br />

Espansione 1971/1981<br />

Prato<br />

Firenze<br />

Qui il modello <strong>di</strong> mo<strong>di</strong>ficazione della struttura spaziale si è ca ratterizzato<br />

soprattutto per la crescita relativamente autonoma sia dei sistemi urbani<br />

centrali che dei centri periferici minori, “che hanno conservato e com<strong>un</strong>que<br />

stanno energicamente <strong>di</strong>fendendo la loro identità politico-culturale e quin<strong>di</strong><br />

il carattere policentrico” del SMTC (Bianchi e Sforzi 1987). I sistemi<br />

metropolitani me<strong>di</strong> multicentrici parrebbero essere <strong>un</strong>a peculiarità delle aree<br />

ad “economia <strong>di</strong>ffusa” (Rosini 1988).<br />

176 Firenze e il suo sistema metropolitano. Riflessioni su <strong>un</strong>’opport<strong>un</strong>ità mancata


Le interazioni mostrano, anche solo nell’immagine del reticolo dei flussi <strong>di</strong><br />

pendolarità per motivi <strong>di</strong> lavoro (Fig. 2), i tre sistemi ur bani <strong>di</strong> Firenze, Prato<br />

e Pistoia e la loro marcata inter<strong>di</strong>pendenza. Il carattere sistemico dell’insieme<br />

è ampiamente documentato dai livelli elevatissimi <strong>di</strong> “autocontenimento”<br />

(domanda e offerta <strong>di</strong> lavoro che trovano la corrispondente offerta e domanda<br />

all’interno del sistema): il 95% degli occupati residenti nel sistema urbano<br />

<strong>di</strong> Firenze trova qui lavoro, mentre le imprese vi reclutano il 90% della<br />

manodopera; entrambi i valori sono attorno al 90% sia per Prato che per<br />

Pistoia. Se guar<strong>di</strong>amo al SMTC nel suo complesso, l’autocontenimento raggi<strong>un</strong>ge<br />

e supera il 98% (Istat-<strong>Irpet</strong> 1989).<br />

Figura 2<br />

LE INTERAZIONI SPAZIALI DEL SMTC<br />

Dimensione dei cerchi = saldo dei flussi infrareali<br />

relativi a ciasc<strong>un</strong> com<strong>un</strong>e<br />

Struttura produttiva e forma urbana del SMTC (o, anche più<br />

semplicemente, del sistema urbano fiorentino) -causa ed oggetto delle<br />

previsioni <strong>di</strong> piano- son realtà praticamente sconosciute al deci sore<br />

pubblico e ai suoi consiglieri, con la sola eccezione dei pochi, sommari e<br />

non proprio recentissimi scritti finora ricordati, <strong>di</strong> qualche malinconico e<br />

stagionato dato censuario e delle solite, maniacali ri cognizioni dello stato<br />

d’ogni singola particella del territorio (com<strong>un</strong>ale).<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 177


• Gli “dei agitantes”: i processi operanti<br />

Anche meno noti sono i principali processi, dai locali ai mon <strong>di</strong>ali, che<br />

agiscono sulla struttura produttiva e sulla forma urbana del SMTC,<br />

mo<strong>di</strong>ficandole e, com<strong>un</strong>que, ponendo problemi (cfr., su questo p<strong>un</strong>to, <strong>Irpet</strong><br />

1989). Qui il <strong>di</strong>scorso si fa, più che sintetico, telegrafico ma -si spera- non<br />

incomprensibile, anche se, forzatamente, allusivo.<br />

Opera in primo luogo (ma è <strong>un</strong> or<strong>di</strong>ne meramente elencativo) il<br />

processo mon<strong>di</strong>ale (con le sue specificazioni nazionali e regionali) del<br />

progresso tecnico che obbliga all’innovazione nelle sue <strong>di</strong>verse forme.<br />

Innovazione dei processi produttivi per l’agricoltura moderna e per il<br />

sistema della moda (il quale, peraltro, è sotto il vincolo per manente anche<br />

dell’innovazione <strong>di</strong> prodotto e, in specie, dell’innova zione <strong>di</strong> forma). Il<br />

vincolo subor<strong>di</strong>na in modo sempre più stringente l’industria più avanzata,<br />

nella misura in cui i suoi prodotti sono spes so prodotti per l’innovazione<br />

<strong>di</strong> processo negli altri settori.<br />

L’acutizzazione della concorrenza internazionale (ma guai a<br />

sottovalutare quella interregionale!) costringe su sentieri più stretti e<br />

impervi <strong>di</strong> <strong>un</strong> tempo le esportazioni, soprattutto quelle delle produzioni del<br />

sistema moda per effetto della caduta del dollaro che, anco ra <strong>di</strong> più, della<br />

competizione simultanea sul fronte del prezzo, da parte dei paesi in via <strong>di</strong><br />

sviluppo, e su quello della qualità, da parte anche dei paesi tra<strong>di</strong>zionalmente<br />

importatori (<strong>Irpet</strong> 1988).<br />

Ma la competizione si fa insi<strong>di</strong>osa anche sul mercato turistico,<br />

gi<strong>un</strong>gendo perfino ad insi<strong>di</strong>are la tiepida nicchia <strong>di</strong> ren<strong>di</strong>ta del turi smo<br />

d’arte e <strong>di</strong> cultura, da quando anche i più consolidati paesi <strong>di</strong> domanda<br />

(Germania, USA e Gran Bretagna) si son messi a svilup pare grintose<br />

politiche dell’offerta (Ministero del Turismo e dello Spettacolo 1989).<br />

Comportamenti demografici ed atteggiamenti collettivi sono al tri<br />

processi che inducono effetti <strong>di</strong>versi ed assai renitenti ad analisi semplici:<br />

tuttavia, i principali, in quanto macroscopici, possono es sere identificati<br />

con sufficiente approssimazione. Le nascite sono da tempo inferiori alle<br />

morti, ma da qualche anno il <strong>di</strong> più <strong>di</strong> immigrati sugli emigrati non basta a<br />

compensare il saldo naturale negativo. Si genera così <strong>un</strong> vuoto occupazionale<br />

e quin<strong>di</strong> <strong>un</strong>a possibile pompa aspirante <strong>di</strong> immigrazione extra-regionale ma<br />

anche extra-nazionale, con <strong>un</strong> potenziale inceppamento dei meccanismi<br />

sociali <strong>di</strong> trasmis sione dei saperi professionali e manageriali già posti in<br />

<strong>di</strong>fficoltà dalla scolarizzazione <strong>di</strong> massa e dalla sofisticazione dei processi<br />

pro duttivi e delle f<strong>un</strong>zioni aziendali. L’accresciuta sensibilità ambientalista,<br />

inoltre, fa avvertire come insopportabili situazioni <strong>di</strong> inquina mento<br />

prima tollerate, ponendo esigenze <strong>di</strong> interventi <strong>di</strong> risanamento. La crescita<br />

dei livelli culturali (in Toscana come nel mondo) induce per quel che ci<br />

interessa due effetti principali: <strong>un</strong>a progressiva fram mentazione della<br />

178 Firenze e il suo sistema metropolitano. Riflessioni su <strong>un</strong>’opport<strong>un</strong>ità mancata


domanda turistica nel tempo, nello spazio, per fasce sociali, classi <strong>di</strong> età,<br />

gruppi <strong>di</strong> interesse, ed <strong>un</strong> impulso alla domanda <strong>di</strong> servizi e <strong>di</strong> attività<br />

culturali, allargandone il mercato e le poten zialità d’occupazione.<br />

Ci sono, infine, i processi <strong>di</strong> rilocalizzazione delle residenze (pur<br />

imbrigliati dalle con<strong>di</strong>zioni del mercato della casa) e delle attività produttive<br />

(molto <strong>di</strong>namici e secondo modelli <strong>di</strong>versificati per tipo logie e <strong>di</strong>mensioni<br />

<strong>di</strong> impresa), che agiscono tanto sulla struttura spaziale che sul sistema delle<br />

interazioni. Schematizzando <strong>un</strong> po’, si può <strong>di</strong>re che la rilocalizzazione<br />

delle residenze è guidata dal mecca nismo della ren<strong>di</strong>ta e quin<strong>di</strong> procede,<br />

nel tempo, dal centro alla prima, alla seconda periferia e poi alla cintura<br />

periurbana oppure verso la campagna e, <strong>di</strong> ritorno, alle abitazioni rinnovate<br />

del centro storico, a seconda delle possibilità economiche della domanda.<br />

Anche le attività produttive <strong>di</strong> beni scontano -si capisce!- il peso della<br />

ren<strong>di</strong>ta, ma agiscono più <strong>di</strong> altre determinanti. Le piccole attivi tà artigianali,<br />

localizzate in f<strong>un</strong>zione della domanda (e del turismo), tentano <strong>di</strong> rimanere<br />

nel centro storico. L’impresa me<strong>di</strong>a è -<strong>di</strong>rebbe Weber- orientata al trasporto<br />

o al lavoro: perciò insegue i suoi lavora tori nelle seconde periferie (o ve<br />

li trascina) p<strong>un</strong>tando a localizzarsi com<strong>un</strong>que in prossimità delle reti <strong>di</strong><br />

com<strong>un</strong>icazione. La grande im presa cerca spazi adeguati e a basso costo e<br />

così incrementa -ma i casi <strong>di</strong> grande impresa sono rari- l’urbanizzazione<br />

delle campagne. Le attività terziarie -almeno quelle più significative e<br />

strutturate -si rilocalizzano in f<strong>un</strong>zione delle “amenità ambientali”: e può<br />

andar bene tanto la villa storica in aperta campagna quanto il prestigioso<br />

palazzo patrizio. Il quadro complessivo prospetta <strong>un</strong>’impegnativa sfida per<br />

la pianificazione urbanistica.<br />

• La domanda <strong>di</strong> politiche da parte del Sistema Metropolitano della<br />

Toscana Centrale<br />

L’impatto dei processi appena visti sulla struttura produttiva e sulla forma<br />

urbana del SMTC genera <strong>un</strong>a serie <strong>di</strong> problemi (vincoli o opport<strong>un</strong>ità)<br />

che si traducono in altrettante “domande” rivolte al de cisore pubblico o<br />

all’investitore privato. Domande d’intervento per cogliere le opport<strong>un</strong>ità,<br />

allentare i vincoli, regolare le contrad<strong>di</strong>zioni.<br />

Agricoltura moderna, sistema moda, industria avanzata recla mano<br />

innovazioni <strong>di</strong> processo, <strong>di</strong> prodotto, <strong>di</strong> forma e quin<strong>di</strong> politi che e strutture<br />

per coniugare ricerca applicata e sviluppo industriale. Ancora l’agricoltura<br />

moderna e, più ancora, il sistema moda ed il tu rismo e, in generale, la<br />

f<strong>un</strong>zione esportatrice del SMTC hanno biso gno <strong>di</strong> servizi promozionali<br />

evoluti, adeguati ai tempi, che vadano oltre le tra<strong>di</strong>zionali manifestazioni<br />

espositive.<br />

E poi, se il sistema sociale non riproduce più spontaneamente le<br />

professionalità e impren<strong>di</strong>torialità necessarie (mentre c’è <strong>un</strong>a neces sità<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 179


lancinante, anche se purtroppo non sempre avvertita, <strong>di</strong> stilisti, <strong>di</strong> designers,<br />

specialisti dell’innovazione, operatori culturali <strong>di</strong> formazione moderna)<br />

è evidente che il sistema esprime <strong>un</strong>a domanda, non più tra<strong>di</strong>zionale, <strong>di</strong><br />

formazione.<br />

La “domanda” <strong>di</strong> innovazione, promozione e formazione è misurabile<br />

anche in termini <strong>di</strong> sotto<strong>di</strong>mensionamento rispetto a sistemi urbani<br />

comparabili della quota, sul totale degli occupati, degli addetti alle attività<br />

terziarie più evolute (<strong>Irpet</strong> 1986).<br />

L’apertura ai mercati extra-regionali (e siamo <strong>di</strong> nuovo a richiamare<br />

export e turismo) è sempre più manifestamente impacciata dalla<br />

ridottissima accessibilità dall’esterno del SMTC: manca <strong>un</strong> aeroporto<br />

degno <strong>di</strong> questo nome nell’area; i collegamenti con la costa, e quin<strong>di</strong> con il<br />

porto e l’aeroporto principali della regione, sono in con<strong>di</strong>zioni inaccettabili;<br />

quelli con il Nord strozzati dal collo <strong>di</strong> bottiglia del va lico appenninico. Il<br />

deficit <strong>di</strong> infrastrutture <strong>di</strong> com<strong>un</strong>icazione e tra sporto ha raggi<strong>un</strong>to livelli <strong>di</strong><br />

guar<strong>di</strong>a: non c’è area <strong>di</strong> comparabile importanza produttiva, mercantile e<br />

turistica in Europa che si trovi in questa situazione.<br />

Il risanamento ambientale degli inse<strong>di</strong>amenti urbani e produttivi, la<br />

provvista <strong>di</strong> spazi modernamente attrezzati e razionalmente loca lizzati<br />

per questi secon<strong>di</strong>, la salvaguar<strong>di</strong>a del patrimonio storico, ar tistico e<br />

culturale (“beni strumentali” per l’industria della cultura e fattori originari<br />

dell’offerta turistica): ecco <strong>un</strong>a serie <strong>di</strong> “domande” che si traducono in<br />

fabbisogni <strong>di</strong> nuovi investimenti in capitale fisso sociale.<br />

La razionalizzazione dell’offerta turistica (equilibrato mix <strong>di</strong> strutture<br />

recettive che mantenga <strong>un</strong>a quota sufficiente delle categorie meno<br />

costose, ma in <strong>un</strong> programma <strong>di</strong> generale innalzamento degli standard dei<br />

servizi); la pianificazione delle localizzazioni produttive e residenziali;<br />

l’arresto della banalizzazione terziaria dei centri storici (con il recupero<br />

delle f<strong>un</strong>zioni produttive compatibili e <strong>di</strong> quelle abitative) costringono a<br />

misurarsi con il problema della ren<strong>di</strong>ta ur bana, per metterla sotto controllo,<br />

spossessarla del ruolo <strong>di</strong> governo surrettizio ma assai efficace dei processi<br />

inse<strong>di</strong>ativi, rendere conve nienti le scelte <strong>di</strong> localizzazione dettate da criteri<br />

<strong>di</strong> f<strong>un</strong>zionalità della macchina urbana.<br />

C’è, infine, e lo si è già detto parlando della città com<strong>un</strong>itaria, <strong>un</strong> deficit<br />

modesto, ma acuto, <strong>di</strong> stock abitativo.<br />

• Le possibili risposte dallo sviluppo a Nord-Ovest<br />

La lista <strong>di</strong> opport<strong>un</strong>ità, vincoli, contrad<strong>di</strong>zioni che si è appena finito <strong>di</strong><br />

stilare trova, sulla carta dei progetti, <strong>un</strong> riscontro quasi p<strong>un</strong> tuale negli<br />

effetti che si attendono dagli sviluppi urbanistici a nord ovest <strong>di</strong> Firenze.<br />

La previsione <strong>di</strong> e<strong>di</strong>fici (presumibilmente razionali) per ospitare attività<br />

come si <strong>di</strong>ce, del “terziario avanzato” può rappresentare <strong>un</strong> incentivo<br />

180 Firenze e il suo sistema metropolitano. Riflessioni su <strong>un</strong>’opport<strong>un</strong>ità mancata


allo sviluppo <strong>di</strong> quelle f<strong>un</strong>zioni <strong>di</strong> ricerca, innovazione, promozione e<br />

formazione <strong>di</strong> cui si avverte acutamente il bisogno.<br />

Le infrastrutture progettate (strade, svincoli, parcheggi, metro politana)<br />

non possono invece che contribuire pochissimo a migliorare accessibilità<br />

del SMTC nei due raccor<strong>di</strong>-chiave con la costa e con il Nord. Possono, al<br />

massimo, incrementare accessibilità terminale periurbana: ma rappresentano<br />

<strong>un</strong> utilissimo apporto alla pervietà in terna costituendo, in ogni caso, <strong>un</strong><br />

aumento netto <strong>di</strong> capitale fisso sociale. Lo stesso effetto su questa dotazione<br />

lo avranno i parchi, il verde attrezzato e le strutture culturali.<br />

A con<strong>di</strong>zione, poi, che il centro espositivo previsto sia non solo <strong>un</strong>a<br />

struttura e<strong>di</strong>lizia, ma <strong>un</strong>a vera e propria impresa fornitrice <strong>di</strong> servizi <strong>di</strong><br />

mercato, ne potrebbe derivare <strong>un</strong> apporto risolutivo per <strong>un</strong> annoso problema<br />

dello sviluppo regionale come quello della promo zione mercantile.<br />

Il centro commerciale integrato e gli alberghi e le case si può immaginare<br />

producano, singolarmente, effetti settoriali importanti (razionalizzazione<br />

del sistema <strong>di</strong>stributivo, impulsi concorrenziali -in quello recettivo,<br />

riattivazione del mercato dell’affitto residenziale) e, congi<strong>un</strong>tamente, <strong>un</strong><br />

effetto forse non decisivo ma certo non trascu rabile sui livelli della ren<strong>di</strong>ta<br />

e sui suoi nefasti effetti.<br />

4. Dubitando delle risposte<br />

• Il caso e la necessità<br />

Gli sviluppi programmati a Nord-Ovest d<strong>un</strong>que, stando a quello che<br />

promettono i progetti, parrebbero poter indurre non pochi effetti positivi<br />

sullo sviluppo <strong>di</strong> Firenze e del suo sistema metropolitano. E ci sarebbero<br />

da aggi<strong>un</strong>gere anche gli effetti economici attesi tanto dall’investimento<br />

e<strong>di</strong>lizio-fon<strong>di</strong>ario quanto dall’entrata in f<strong>un</strong>zione delle attività da localizzare<br />

(<strong>Irpet</strong> 1986).<br />

Ma come, si obietterà, è possibile questa felice sovrapposizione fra<br />

esigenze del sistema ed effetti attesi da sviluppi urbanistici pro gettati,<br />

come si è detto, con la “regola del pollice”? Delle due l’<strong>un</strong>a: o stu<strong>di</strong>,<br />

analisi, previsioni son stati fatti e non resi pubblici, ma hanno orientato<br />

le scelte, oppure la “mente informata” del decisore e dei suoi consiglieri è<br />

in grado <strong>di</strong> compiere sofisticatissime valutazioni che ness<strong>un</strong> modello, per<br />

quanto evoluto, sarà mai in grado <strong>di</strong> simula re. Purtroppo, in questo caso,<br />

tertium datur. Gli stu<strong>di</strong> non ci sono e i valorosi decisori e i loro prestigiosi<br />

consulenti non han condotto al c<strong>un</strong>a sofisticata valutazione.<br />

Spiegazione del paradosso. I problemi del SMTC (<strong>di</strong> Firenze o <strong>di</strong><br />

qualsiasi altro sistema urbano d’<strong>un</strong>a qualche importanza) si chia mano,<br />

ov<strong>un</strong>que, “terziario avanzato”, ricerca, promozione, mercato della casa,<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 181


azionalizzazione della rete <strong>di</strong>stributiva, attività culturali, ecc.. è lo spirito<br />

dei tempi. Che viene percepito a livello <strong>di</strong> senso com<strong>un</strong>e e giustifica, expost,<br />

decisioni che si avvertono, grosso modo, orientate nella <strong>di</strong>rezione<br />

giusta. Ma si tratta, app<strong>un</strong>to, d’<strong>un</strong>a ru<strong>di</strong>mentale corrispondenza qualitativa.<br />

Ma la scelta deve essere de terminata: per settori (quale terziario?), per<br />

quantità (quanti addetti?), per localizzazione (dove questa f<strong>un</strong>zione e dove<br />

l’altra? E perché?), per meccanismo d’induzione (chi genererà le attività<br />

produttrici <strong>di</strong> terziario da localizzare negli spazi previsti?).<br />

Il caso vuole che occorra terziario, promozione, ecc.. Ma la ne cessità<br />

impone la specificazione operativa degli interventi. E non c’è da credere<br />

(almeno a Firenze) che la lentezza esasperante del processo decisionale sia<br />

la manifestazione eloquente d’<strong>un</strong> atteggiamento <strong>di</strong> responsabile prudenza.<br />

Anzi, è legittimo dubitare che le precauzioni che si vanno ricercando siano<br />

tutte e siano quelle giuste. Infatti esi stono motivi per temere che non sia<br />

ancora maturata la necessaria consapevolezza sui presupposti conoscitivi,<br />

sui prerequisiti <strong>di</strong> fatti bilità e sulla strumentazione attuativa che occorrono<br />

per progetti <strong>di</strong> questa portata.<br />

Una breve <strong>di</strong>scussione <strong>di</strong> questi p<strong>un</strong>ti dovrebbe permettere, si crede,<br />

qualche conclusione d’interesse più generale, conformemente alle<br />

intenzioni iniziali.<br />

• Rimuovere l’illusione urbanistica<br />

Il decisore pubblico, in effetti, non sembra consapevole fino in fondo<br />

della crucialità <strong>di</strong> alc<strong>un</strong>i elementi del processo <strong>di</strong> pianificazio ne <strong>di</strong> norma<br />

rischiosamente sottovalutati.<br />

Bisogna anzitutto rimuovere le consolatorie attese generate (a Fi renze,<br />

come altrove) dall’illusione urbanistica. La provvista <strong>di</strong> loca lizzazioni<br />

appropriate e <strong>di</strong> e<strong>di</strong>fici f<strong>un</strong>zionali non basta in alc<strong>un</strong> modo a generare il<br />

terziario avanzato della ricerca, dell’innovazione, della formazione, dei<br />

servizi evoluti alle imprese. E nemmeno basta <strong>un</strong>a sia pur avveniristica<br />

struttura espositiva a generare i servizi sofisticati <strong>di</strong> promozione <strong>di</strong> cui<br />

c’è bisogno.<br />

Anche quando si fosse <strong>di</strong>mostrata la ragionevole esistenza <strong>di</strong> <strong>un</strong>o spazio<br />

economico per lo sviluppo <strong>di</strong> attività terziarie adeguate agli spazi inse<strong>di</strong>ativi<br />

previsti, resterebbero scoperti gli aspetti connessi alle specifiche tipologie<br />

<strong>di</strong> servizi da produrre, in <strong>un</strong>a valutazione comparata delle prospettive <strong>di</strong><br />

domanda e <strong>di</strong> offerta. Più precisamen te: quali sono i servizi alle imprese da<br />

produrre? Quali quelli che po trebbero essere esportati anche al <strong>di</strong> fuori del<br />

sistema economico lo cale? è <strong>di</strong>sponibile l’impren<strong>di</strong>torialità necessaria ed è<br />

provvista dei capitali occorrenti? Il mercato <strong>di</strong> domanda locale è sufficiente<br />

al de collo <strong>di</strong> nuove imprese <strong>di</strong> servizi o gli spazi previsti si limiteranno ad<br />

attirare attività produttive già operanti che vi si rilocalizzano?<br />

182 Firenze e il suo sistema metropolitano. Riflessioni su <strong>un</strong>’opport<strong>un</strong>ità mancata


Anche per quanto riguarda le attività espositive (oggi <strong>di</strong> gran moda)<br />

occorrono valutazioni affidabili circa la stima della domanda potenziale<br />

<strong>di</strong> servizi e delle tipologie <strong>di</strong> f<strong>un</strong>zioni da attivare; bisogna scovare<br />

impren<strong>di</strong>torialità e capitali <strong>di</strong>sponibili; sapendo che non si tratta solo <strong>di</strong><br />

affittare spazi espositivi, ma <strong>di</strong> produrre servizi promo zionali evoluti.<br />

Non c’è, non ci può essere (e lo si viene ripetendo da anni) <strong>un</strong>a via<br />

urbanistico-e<strong>di</strong>lizia all’incremento del terziario avanzato ed allo sviluppo<br />

<strong>di</strong> servizi promozionali (Bianchi 1985). Le soluzioni del problema passano<br />

attraverso l’accertamento delle <strong>di</strong>mensioni <strong>di</strong> mer cato sufficienti al<br />

decollo delle attività e quin<strong>di</strong> al reperimento delle risorse <strong>di</strong> capitali e <strong>di</strong><br />

impren<strong>di</strong>torialità occorrenti per occupare quegli spazi <strong>di</strong> mercato.<br />

• Ricordarsi dei vincoli<br />

Non si può -poi- ignorare il vincolo delle soglie d’impatto. Ci si spiega<br />

subito. Le politiche (investimenti o interventi) non producono effetti<br />

apprezzabili finché non raggi<strong>un</strong>gono quella “massa critica” ol tre la quale<br />

inducono mutazioni nella qualità del sistema su cui si interviene. Ad<br />

esempio, gli investimenti in formazione, promozione, ricerca e sviluppo<br />

attingono i loro effetti solo quando mutano il si stema, rendendolo più<br />

preparato professionalmente, più agguerrito commercialmente, più evoluto<br />

tecnologicamente. Ma se ci si ferma prima della soglia d’impatto, come<br />

quasi sempre si fa, l’investimento è puro spreco. Allora bisogna identificare<br />

questa soglia (Bianchi 1987b).<br />

Anche i margini <strong>di</strong> tempo rappresentano <strong>un</strong> vincolo solo rara mente<br />

valutato. I processi evolutivi dell’economia procedono a <strong>un</strong> loro ritmo,<br />

<strong>di</strong>fficilmente controllabile dalla scala locale: è con questo ritmo che<br />

debbono entrare in sincronia i tempi decisionali ed opera tivi dei progetti,<br />

per evitare che questi producano gli effetti attesi in <strong>un</strong> contesto ra<strong>di</strong>calmente<br />

mutato rispetto a quello nel quale furono pensati (davvero la lezione degli<br />

inse<strong>di</strong>amenti scolastici pensati in pieno baby-boom e realizzati in tempo <strong>di</strong><br />

baby-crack non ha insegnato nulla).<br />

• Stimare ex-ante gli effetti attesi<br />

Non c’è davvero bisogno <strong>di</strong> perorare la causa della in<strong>di</strong>spensa bilità <strong>di</strong> stime<br />

affidabili degli effetti <strong>di</strong>retti, in<strong>di</strong>retti e indotti degli interventi progettati. Il<br />

tema dell’impatto ambientale è ormai entrato a far parte del senso com<strong>un</strong>e,<br />

sia del decisore pubblico che dell’investitore privato: anche se l’etichetta<br />

non <strong>di</strong> rado maschera grossolane giustificazioni ex-post.<br />

Assai meno frequenti (assenti nel caso <strong>di</strong> Firenze) sono invece le<br />

analisi <strong>di</strong> impatto urbano, vale a <strong>di</strong>re dei possibili effetti sul plesso urbano<br />

esistente da parte degli interventi progettati. Per fare alc<strong>un</strong>i esempi: le<br />

nuove residenze calmiereranno davvero il mercato della casa o spingeranno<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 183


all’ulteriore svuotamento del centro storico? La nuova localizzazione delle<br />

attività produttrici <strong>di</strong> servizi genererà qui economie <strong>di</strong> agglomerazione o<br />

f<strong>un</strong>zionerà da moltiplicatore del pro cesso <strong>di</strong> banalizzazione terziaria del<br />

centro storico? Un nuovo mega centro commerciale innescherà <strong>un</strong> processo<br />

<strong>di</strong> razionalizzazione della rete <strong>di</strong>stributiva al dettaglio o non ne promuoverà<br />

piuttosto <strong>un</strong> troppo rapido collasso?<br />

• Attrezzarsi per governare la complessità<br />

Riassumendo: il processo <strong>di</strong> progettazione e <strong>di</strong> attuazione dello sviluppo<br />

a Nord-Ovest <strong>di</strong> Firenze è <strong>di</strong> particolare complessità. Con trollo ed<br />

approvazione dei piani urbanistico-e<strong>di</strong>lizi e dei programmi particolareggiati<br />

<strong>di</strong> attuazione; sorveglianza sulla loro realizzazione; coor<strong>di</strong>namento delle<br />

opere e<strong>di</strong>lizie e <strong>di</strong> quelle connesse all’urbaniz zazione primaria e secondaria<br />

(strade, impianti elettrici, fogne, siste ma telefonico, ecc.); sorveglianza<br />

sulle misure <strong>di</strong> protezione ambien tale; tempificazione adeguata dei gran<strong>di</strong><br />

collegamenti viari e <strong>di</strong> tra sporto; controllo e promozione dei processi <strong>di</strong><br />

localizzazione delle attività e dei loro effetti sul sistema urbano esistente;<br />

attivazione delle iniziative pubbliche e <strong>di</strong> quelle pubblico-private;<br />

pianificazione dei finanziamenti pubblici; negoziazione dei mutui e dei<br />

contributi; loro erogazione, ecc. (Baldeschi 1987). E possibile che questo<br />

com plesso poderoso <strong>di</strong> attività sia sviluppato efficacemente e tempestivamente<br />

con gli apparati or<strong>di</strong>nari della pubblica amministrazione?<br />

Tanto più, si deve aggi<strong>un</strong>gere, che le operazioni cadono sotto l’imperio <strong>di</strong><br />

molteplici autorità: Regione, Com<strong>un</strong>e, Provincia, Stato, Azien de autonome<br />

dello Stato, ecc. Non si può, ragionevolmente non si può, rispondere <strong>di</strong> sì.<br />

Certo, si deve apprezzare che il Com<strong>un</strong>e <strong>di</strong> Firenze abbia incari cato<br />

qualificati esperti <strong>di</strong> stu<strong>di</strong>are la programmazione finanziaria e magari <strong>di</strong><br />

condurre <strong>un</strong>’analisi costi-benefici dell’intero progetto (lrpet 1987). Si sa,<br />

e lo si apprezza, che sono allo stu<strong>di</strong>o formule giuri<strong>di</strong>co-organizzative per<br />

il governo del complesso delle operazioni. E tuttavia non basta. A Firenze,<br />

come altrove.<br />

• Esempi da copiare senza vergogna<br />

Perché (ed è la conclusione vera <strong>di</strong> questo ragionamento, cioè: la<br />

generalizzazione delle lezioni deducibili dall’esperienza fiorentina)<br />

non si può ignorare che operazioni <strong>di</strong> tale portata vengono affrontate<br />

nell’amministrazione locale europea (Francia, Germania e Gran Bre tagna;<br />

per non <strong>di</strong>re <strong>di</strong> Olanda e Svezia, modelli per noi irraggi<strong>un</strong>gi bili) con ben<br />

altro bagaglio <strong>di</strong> conoscenze e con ben più affidabile strumentazione. Non<br />

si tratta <strong>di</strong> <strong>un</strong>a manifestazione <strong>di</strong> esterofilia <strong>un</strong> po’ provincialistica.<br />

Una riprova inoppugnabile <strong>di</strong> questo convincimento l’ha offerta, per<br />

esempio, il seminario sui “Sistemi metropolitani me<strong>di</strong> in Euro pa”, svoltosi<br />

184 Firenze e il suo sistema metropolitano. Riflessioni su <strong>un</strong>’opport<strong>un</strong>ità mancata


a Firenze nel <strong>di</strong>cembre 1986, nel quadro delle manife stazioni dell’anno<br />

europeo della cultura. Ricche <strong>di</strong> insegnamenti per i nostri problemi sono<br />

state le relazioni <strong>di</strong> M. Wegener, “Modelling the life cycle of industrial<br />

cities: a case study of Dortm<strong>un</strong>d” e M. Echenique, “The use of a spatialeconomic<br />

model: Meplan in Cambridgeshire”. Una vasta panoramica dello<br />

stato dell’arte in tema <strong>di</strong> strumenti per l’analisi dei sistemi economicoterritoriali<br />

fu offerta dalla relazione generale <strong>di</strong> C.S. Bertuglia, GA. Rabino<br />

e R. Tadei, “Mutazioni socio-economiche e trasformazioni territoriali:<br />

teorie, modelli e sperimentazioni” (Bertuglia C.S. et al. 1986b).<br />

Le esperienze lì passate in rassegna ci hanno detto che opera zioni <strong>di</strong><br />

sviluppo economico-urbanistico (<strong>di</strong> gran l<strong>un</strong>ga inferiori per <strong>di</strong>mensioni a<br />

quella fiorentina) sono state:<br />

-<br />

supportate da accurati stu<strong>di</strong> <strong>di</strong> fattibilità e <strong>di</strong> impatto economico,<br />

ambientale, urbano (in genere fondati su modelli economico-territoriali<br />

che hanno consentito affidabili simulazioni, cioè l’esplorazione dei<br />

possibili scenari futuri);<br />

- gestite me<strong>di</strong>ante agenzie ad hoc, finanziate e controllate dai pubblici<br />

poteri, ma operanti secondo criteri <strong>di</strong> managerialità im pren<strong>di</strong>toriale.<br />

Per la verità, su iniziativa <strong>di</strong> chi scrive, nel luglio 1986 il Con siglio<br />

com<strong>un</strong>ale <strong>di</strong> Firenze approvò, a conclusione app<strong>un</strong>to del <strong>di</strong> battito sulla<br />

variante Nord-Ovest, <strong>un</strong>a mozione che impegnava la Gi<strong>un</strong>ta a promuovere<br />

gli stu<strong>di</strong> occorrenti per la costruzione <strong>di</strong> <strong>un</strong> modello economico-territoriale<br />

del sistema urbano <strong>di</strong> Firenze. E nel novembre 1987, in sede <strong>di</strong> approvazione<br />

del bilancio preventivo -sempre su iniziativa dello stesso proponente- fu<br />

adottata <strong>un</strong>a varia zione <strong>di</strong> bilancio per finanziare il progetto. Ma -ad oggi,<br />

luglio 1993- non si è ancora mosso nulla.<br />

D<strong>un</strong>que, persiste il <strong>di</strong>vorzio fra conoscenza e decisione pubblica.<br />

Nel caso <strong>di</strong> Firenze la spiegazione prima sta nella mici<strong>di</strong>ale miscela<br />

fra la sicurezza (fondata) degli amministratori pubblici <strong>di</strong> battersi per<br />

<strong>un</strong>a scelta politica giusta (modernizzare il sistema, decongestionare il<br />

centro storico, contrastare la ren<strong>di</strong>ta), la cultura tra<strong>di</strong>zionale degli esperti<br />

urbanistici, la pressione degli interessi privati <strong>di</strong> colossi come la Fiat e<br />

la Fon<strong>di</strong>aria. Altrove può darsi agiscano mix causali <strong>di</strong>versi. Il tratto<br />

<strong>un</strong>ificante, com<strong>un</strong>que, resta quello del limite culturale, che ignora o<br />

sottovaluta: l’intricato reticolo <strong>di</strong> reazioni innescate dalle scelte territoriali;<br />

le potenzialità della strumentazione analitica oggi <strong>di</strong>sponibile; la necessità<br />

<strong>di</strong> modelli organizzativi evoluti per gestire gli interventi.<br />

Le occasioni storiche oggi <strong>di</strong> fronte a molti sistemi urbani e me tropolitani<br />

del nostro Paese rischiano grosso (e con <strong>un</strong> tasso <strong>di</strong> ri schiosità che forse<br />

sfugge al decisore pubblico ma che è certamente ben presente all’investitore<br />

privato che destina notevoli risorse alla previsione ed alla progettazione<br />

e dà vita a specifici organismi ope rativi), e rischiano grosso proprio sul<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 185


terreno della strumentazione: strumenti <strong>di</strong> analisi per la conoscenza<br />

della struttura economico-terri toriale su cui si opera, dei processi che vi<br />

agiscono, dei meccanismi endogeni <strong>di</strong> reazione agli interventi; strumenti <strong>di</strong><br />

ausilio al processo decisionale, per avere <strong>un</strong>’idea dell’evoluzione <strong>di</strong>namica<br />

del sistema e per <strong>un</strong>a valutazione probabilistica degli effetti indotti dalle<br />

politiche, in <strong>un</strong> sistema a molte variabili, rese inter<strong>di</strong>pendenti da relazioni<br />

complesse e guidate da leggi <strong>di</strong> movimento in gran parte fuori dal controllo<br />

sia del decisore pubblico che dell’investitore privato.<br />

Più che superbia intellettuale sarebbe semplice sprovvedutezza<br />

pretendere <strong>di</strong> dominare problemi <strong>di</strong> tale complessità con gli stru menti<br />

elementari del buon senso. Tanto più che “<strong>di</strong>sponiamo <strong>di</strong> strumenti<br />

particolarmente utili per comprendere come vanno le cose nelle città e per<br />

assistere validamente le azioni dei decisori urbani”. E il ritardo nell’uso<br />

<strong>di</strong> tali strumenti “a fronte dei ricorrenti insuccessi delle azioni in campo<br />

urbano, appare grave fonte <strong>di</strong> sprechi” (Bertuglia et al., 1986a).<br />

Riferimenti bibliografici<br />

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piano regolatore, Marsilio, Venezia.<br />

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territorio piemontese. Stato, trasformazioni in atto e scenari <strong>di</strong> evoluzione”,<br />

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Helm, London.<br />

Bertuglia C.S., Rabino G.A., Tadei R., 1986b. Mutamenti socio-economici e<br />

trasformazioni territoriali: teorie, modelli e sperimentazioni, relazione al<br />

seminario internazionale su “Mutamento economico e trasformazioni urbane<br />

nei sistemi metropolitani me<strong>di</strong> in Europa”, (Firenze, 18-19 <strong>di</strong>cembre).<br />

Bianchi G., 1982a. L’esperienza <strong>di</strong> programmazione regionale in Italia: <strong>un</strong>a breve<br />

rassegna critica, in M. Bielli e A. La Bella (a cura <strong>di</strong>), Problematiche dei<br />

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Bianchi G., 1982b. “L’Area fiorentina: genesi <strong>di</strong> <strong>un</strong>a formazione metropolitana?”,<br />

Politica e Società, 1.<br />

Bianchi G., 1985. “L’urbanistica ben temperata”, Il Ponte, 5.<br />

Bianchi G., 1987b. Sviluppo locale integrato. Considerazioni e proposte in tema<br />

<strong>di</strong> strumenti analitici, <strong>un</strong>ità territoriali e modelli <strong>di</strong> piano appropriato,<br />

relazione al Seminario Iasm-Ispes “Analisi e prospettive dell’esperienza<br />

Pim” (Roma, 10-11 <strong>di</strong>cembre); ora anche in Iasm-Ispes, I Programmi<br />

Integrati Me<strong>di</strong>terranei; Vol. 1: I fatti dell’economia nell’organizzazione<br />

produttiva del territorio, Iasm-Ispes, Roma, 1990.<br />

Bianchi G., 1987c. Cultura e sviluppo regionale e locale, memoria presentata alla<br />

Conferenza del Consiglio d’Europa su “Cultura e regioni: l’azione culturale<br />

nell’ambito regionale” (Firenze, 14-16 maggio).<br />

186 Firenze e il suo sistema metropolitano. Riflessioni su <strong>un</strong>’opport<strong>un</strong>ità mancata


Bianchi G., 1988. I piani regionali oggi: messaggi politici o atti <strong>di</strong> governo?, Le<br />

Monnier, Firenze.<br />

Bianchi G., Sforzi F., 1984. “Profili economici, territoriali e sociali del sistema<br />

urbano della Toscana centrale”, in AA.VV., Processo <strong>di</strong> urbanizzazione<br />

nell’area Firenze-Prato-Pistoia, documentazione e atti della “Conferenza<br />

per il coor<strong>di</strong>namento della pianificazione territoriale dell’area” (Firenze,<br />

22-24 marzo 1984), La Casa Usher, Firenze.<br />

Bianchi G., Sforzi F., 1987. “Sistemi metropolitani me<strong>di</strong> e multicentrici. Genesi <strong>di</strong><br />

<strong>un</strong>a formazione metropolitana nella Toscana centrale: <strong>un</strong> processo a rischio”,<br />

in Irer-Progetto Milano-Fondazione Agnelli, Il sistema metropolitano<br />

italiano, Franco Angeli, Milano.<br />

Cassigoli R. e Mostar<strong>di</strong>ni M., 1988. Un’idea <strong>di</strong> città per il Duemila, Manzuoli,<br />

Firenze.<br />

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Fon<strong>di</strong>aria e Agip-Petroli, 1987. Il Progetto Castello nell’area a nord-ovest <strong>di</strong><br />

Firenze, Firenze.<br />

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fiorentina, Firenze.<br />

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aprile), Firenze.<br />

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<strong>Irpet</strong>, 1989. Materiali per <strong>un</strong>’interpretazione dello sviluppo economico della<br />

Toscana, <strong>Irpet</strong>, Firenze.<br />

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<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 187


INNOvAZIONE FORMALE E SvILUPPO ECONOMICO IN TOSCANA*<br />

Giuliano Bianchi<br />

1. Premessa: lo sviluppo toscano a <strong>un</strong>a biforcazione<br />

Ci sono delle fasi nella storia dello sviluppo <strong>di</strong> <strong>un</strong> sistema economicoterritoriale<br />

(<strong>un</strong> sistema nazionale, <strong>un</strong> sistema regionale) nelle quali il<br />

sentiero <strong>di</strong> sviluppo fino allora percorso, con accelerazioni o rallentamenti<br />

ma restando sullo stesso sentiero, si biforca. E i due rami conducono a esiti<br />

<strong>di</strong>versi: non necessariamente migliori o peggiori comparativamente, ma<br />

sicuramente <strong>di</strong>versi.<br />

Queste situazioni sono definite, app<strong>un</strong>to, “biforcazioni”, nella teoria dei<br />

sistemi naturali e artificiali, ma non sono ignote nemmeno alla teoria e<br />

alla storia dello sviluppo economico-sociale, come insegnano, ad esempio,<br />

Kuznets (1954), Hirschman (1958), Perroux (1958), Rostow (1960), ecc.<br />

Situazioni del genere si sono presentate anche nella storia contemporanea<br />

delle regioni italiane: «l’impreve<strong>di</strong>bile Toscana ha riserbato, nella sua<br />

storia recente, molte sorprese agli analisti dello sviluppo: si rifiutò <strong>di</strong><br />

decollare, quando tutto induceva a pensare che l’avrebbe fatto, negli anni<br />

attorno all’Unità; si industrializzò, prima alla bell’e meglio, poi sempre<br />

più robustamente, a partire da anni nei quali ness<strong>un</strong>o avrebbe scommesso<br />

<strong>un</strong> centesimo -e sono gli anni del secondo dopoguerra- sulle possibilità<br />

industriali della Toscana» (Bianchi 1986, p. 996).<br />

Proprio nel secondo dopoguerra nasce quel “modello toscano <strong>di</strong> sviluppo”<br />

(Becattini 1975) che è approdato, oggi, a <strong>un</strong>a nuova biforcazione: <strong>di</strong> qui,<br />

verso il declino, magari nelle forme <strong>di</strong> <strong>un</strong> dorato tramonto, <strong>un</strong>a l<strong>un</strong>ga estate<br />

<strong>di</strong> San Martino, non priva, però, <strong>di</strong> tensioni e sofferenze; <strong>di</strong> là, forse, verso<br />

<strong>un</strong>a nuova stagione dello sviluppo, non necessariamente quantitativo, ma<br />

necessariamente <strong>di</strong>verso: <strong>un</strong> mix, probabilmente <strong>di</strong> tra<strong>di</strong>zione e innovazione<br />

che si preferisca, come si dovrebbe, questo secondo ramo della biforcazione,<br />

lo si può imboccare solo a patto <strong>di</strong> non restar prigionieri della nostalgia e <strong>di</strong><br />

non lanciarsi in sconsiderate fughe in avanti.<br />

2. Innovare in Italia: alc<strong>un</strong>i riferimenti teorico-pratici<br />

Ma, prima <strong>di</strong> procedere, sembra opport<strong>un</strong>o rendere esplicite la struttura logica<br />

del ragionamento e la gamma dei riferimenti teorici su cui si fonda il progetto<br />

illustrato in questo testo, cioè il progetto <strong>di</strong> <strong>un</strong> centro per l’innovazione<br />

* Testo contenuto in Mucci E. (a cura <strong>di</strong>) (1994), Design 2000, Franco Angeli, Milano (pp. 23-55).<br />

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formale, come parte integrante della strategia della Regione Toscana per il<br />

sostegno alla <strong>di</strong>ffusione dell’innovazione nel sistema toscano.<br />

Il ragionamento prende le mosse dall’attuale fase dello sviluppo<br />

regionale, caratterizzabile come “maturità precoce” (nel senso più sotto<br />

specificato: cfr. Bianchi 1986), da cui il sistema regionale sembra poter<br />

uscire, o verso il declino o verso <strong>un</strong> nuovo modello <strong>di</strong> sviluppo. Da qui<br />

la necessità non solo <strong>di</strong> intendere bene caratteri e leggi <strong>di</strong> movimento<br />

del modello fin qui operante, ma anche <strong>di</strong> “prevederne” le evoluzioni<br />

potenzialmente possibili, tenuto conto delle determinanti <strong>di</strong> l<strong>un</strong>go periodo<br />

del sistema regionale (Mori 1967, 1986). Diventa cruciale, perciò, la<br />

ricognizione delle risorse endogene mobilitabili e delle opport<strong>un</strong>ità<br />

offerte dalle presumibili evoluzioni tendenziali dei sistemi nazionali e<br />

internazionali, in cui quello regionale è inscritto.<br />

Ora, nel quadro delle risorse endogene si riconosce l’esistenza <strong>di</strong><br />

significative agglomerazioni <strong>di</strong> ricerca d’eccellenza e d’industria ad<br />

alta tecnologia, entrambe profondamente ra<strong>di</strong>cate nella tra<strong>di</strong>zione<br />

e intrìnsecamente connesse al vettore fondamentale dello sviluppo<br />

contemporaneo, cioè al circuito scienza-tecnologia-innovazione. L’asse<br />

strategico <strong>di</strong>venta, allora, l’alimentazione del circuito e la <strong>di</strong>ffusione degli<br />

impulsi innovativi del sistema regionale.<br />

Ma le politiche per l’innovazione debbono, necessariamente, esser parte<br />

<strong>di</strong> <strong>un</strong>a politica integrata <strong>di</strong> sviluppo, che sfrutti tutte le connessioni possibili,<br />

nel sistema e del sistema con l’esterno, secondo la lezione <strong>di</strong> Hirschman<br />

(1958, 1987). La valorizzazione delle connessioni (ad es.: ricerca/industria<br />

hi-tech; industria hig-tech/industria tra<strong>di</strong>zionale; industria/altre attività)<br />

implica comportamenti consentanei da parte degli attori interessati: ruolo<br />

non solo “aziendalistico” tra<strong>di</strong>zionale dell’impresa (Demsetz, 1988),<br />

l<strong>un</strong>gimiranza e tempestività del decisore pubblico (Sweeny, 1987) e<br />

comportamenti innovativi degli interessi sociali organizzati (organizzazioni<br />

<strong>di</strong> categoria degli impren<strong>di</strong>tori e dei lavoratori). Qui si annida <strong>un</strong>a risorsa<br />

<strong>di</strong> sviluppo finora assai scarsamente valorizzata: <strong>un</strong> ruolo pubblicosociale<br />

degli interessi privati (come partners del processo decisionale<br />

pubblico e della sua implementazione), sulla linea del brillante approccio<br />

analitico-propositivo del “neo-corporatismo”. E siamo al passaggio fra<br />

l’elaborazione tecnico-scientifica e il dominio del policy making. Un<br />

piano è sempre, nelle sue fasi <strong>di</strong> elaborazione, attuazione e controllo, <strong>un</strong><br />

processo inelu<strong>di</strong>bilmente politico. E lo è tanto più quando, come nel caso<br />

del progetto qui in <strong>di</strong>scussione, la sua praticabilità <strong>di</strong>pende largamente<br />

(come si vedrà fra poco) dalle scelte politiche sui destini delle imprese<br />

che costituiscono il sistema industriale hi-tech dell’area. Torna opport<strong>un</strong>a,<br />

d<strong>un</strong>que, <strong>un</strong>a riflessione <strong>di</strong> policy analysis, utile a introdurre elementi <strong>di</strong><br />

“razionalità valutabile” nel processo decisionale pubblico.<br />

190 Innovazione formale e sviluppo economico in Toscana


Il progetto, insomma, consiste d’<strong>un</strong>a duplice scommessa: la prima<br />

sulla probabilità <strong>di</strong> scelte giuste e tempestive a livello politico nazionale:<br />

la seconda sulla capacita degli attori locali <strong>di</strong> mobilitare il potenziale<br />

endogeno <strong>di</strong> creatività, sia nella sua forma dì “ambiente innovativo” che in<br />

quella <strong>di</strong> “capacità innovativa <strong>di</strong>ffusa”.<br />

Si confessa, in tutta sincerità, che <strong>un</strong> progetto mirato sull’alta tecnologia<br />

è inevitabilmente intriso <strong>di</strong> fiducia nel progresso. Una fiducia che, resi<br />

avvertiti da Lasch (1992), non si esprime più nell’aspettativa (<strong>un</strong> po’ mistica<br />

e molto ingenua) del “para<strong>di</strong>so in terra”. No, qui la fiducia, senza indulgere<br />

a nostalgie né cedere a suggestioni futuribili come si <strong>di</strong>ceva più sopra, va<br />

ad <strong>un</strong>’opzione realistica, affidata alla capacità della gente <strong>di</strong> Firenze e <strong>di</strong><br />

Toscana, anche se -purtroppo?- <strong>di</strong>pendente dalla gente <strong>di</strong> Roma.<br />

3. Innovazione tecnologica e innovazione formale<br />

Pochi oggi dubitano che la vitalità <strong>di</strong> <strong>un</strong>’impresa (nel senso <strong>di</strong> capacità<br />

e competizione) o <strong>di</strong> <strong>un</strong> sistema economico (nel senso <strong>di</strong> potenzialità<br />

<strong>di</strong> sviluppo) <strong>di</strong>pendano dalla capacità <strong>di</strong> stare al passo con i processi<br />

dell’innovazione.<br />

Non sempre, tuttavia, si tiene presente che oltre all’innovazione<br />

tecnologica (<strong>di</strong> prodotto o <strong>di</strong> processo) ci sono altri tipi <strong>di</strong> innovazione,<br />

ugualmente cruciali:<br />

- innovazione organizzativa, nella struttura aziendale e nel processo<br />

produttivo;<br />

- innovazione finanziaria, nel rapporto con il mercato dei capitali;<br />

- innovazione <strong>di</strong> mercato, nelle forme della <strong>di</strong>stribuzione e della ven<strong>di</strong>ta<br />

finale, ecc..<br />

E c’è anche, ma non infine, l’innovazione formale, quella, cioè, del<br />

mutamento <strong>di</strong> forma del prodotto, anche per prodotti e processi produttivi<br />

immutati. L’innovazione formale è decisiva in campi produttivi come<br />

quelli della moda e dei beni ad elevato contenuto <strong>di</strong> design (arredamento,<br />

accessori per la casa, articoli da regalo, ecc.).<br />

Qui l’innovazione <strong>di</strong>pende molto meno da fattori ingegneristici, come<br />

è nel caso dell’innovazione tecnologica, e assai più da fattori intangibili<br />

come la creatività e il gusto, parenti stretti dell’ideazione artistica.<br />

La Toscana è indubbiamente <strong>un</strong> polo nazionale e mon<strong>di</strong>ale della moda,<br />

rappresentando <strong>un</strong> 15% dell’occupazione nazionale del settore; <strong>un</strong> terzo<br />

circa dei lavoratori dell’industria manifatturiera sono occupati nel “sistema<br />

moda” in senso stretto (tessile, abbigliamento, cuoio e pelli, calzature) che<br />

alimenta quasi la metà <strong>di</strong> tutta l’esportazione regionale e all’incirca <strong>un</strong><br />

quarto dell’esportazione nazionale del settore. Meno specializzata nel campo<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 191


dell’arredamento, la Toscana appartiene pur sempre alla famiglia delle<br />

regioni mobiliere, coprendo il 10% dell’occupazione nazionale del settore.<br />

Polo della moda e importante nell’industria dell’arredamento, tuttavia<br />

la Toscana non ha generato ness<strong>un</strong>a delle innovazioni formali veramente<br />

importanti <strong>di</strong> questo dopoguerra:<br />

- né l’abbigliamento casual, né la minigonna, né le scarpe da tempo<br />

libero, nel campo della moda;<br />

-<br />

né il mobile componibile, né quello a pannelli assemblagli, nel campo<br />

dell’arredamento.<br />

Tutta concentrata sul produrre, sfruttando la versatilità della sua<br />

manodopera e la ben nota flessibilità delle sue piccole imprese, l’industria<br />

toscana è rimasta, in gran parte e sostanzialmente, esclusa dalle fasi a<br />

monte (progettare) e a valle (vendere) della fase <strong>di</strong>rettamente produttiva.<br />

La progettazione (come stilismo o come design) e, quin<strong>di</strong>, l’innovazione<br />

formale, è rimasta, al pari del controllo dei mercati, nelle mani dei buyers<br />

o delle marche affermate del nord-Italia e d’oltre confine.<br />

• L’innovazione del modello toscano <strong>di</strong> sviluppo<br />

Eppure <strong>un</strong>a grande innovazione, a suo modo rivoluzionaria, l’industria<br />

toscana l’ha prodotta: quella del modello organizzativo della sua produzione,<br />

per sistemi territoriali <strong>di</strong> piccole imprese specializzate per prodotto o fasi<br />

<strong>di</strong> processo: l’area tessile pratese, il comprensorio del cuoio e delle pelli,<br />

le aree specializzate del mobile e dell’abbigliamento, ecc. In questi sistemi<br />

locali <strong>di</strong> piccola impresa, in alc<strong>un</strong>i casi veri e propri “<strong>di</strong>stretti industriali”,<br />

si sono raggi<strong>un</strong>ti livelli apprezzabili <strong>di</strong> efficienza economica e anche <strong>di</strong><br />

relativa efficacia sociale.<br />

I processi produttivi, più fondati sul lavoro che sulle macchine,<br />

consentivano elevati livelli d’elasticità, cioè <strong>di</strong> tempestivo adattamento alle<br />

variazioni quantitative della domanda, aumentando o <strong>di</strong>minuendo il lavoro,<br />

talvolta irregolare, occupato. La versatilità della manodopera, poi, permetteva<br />

<strong>un</strong>’alta flessibilità, cioè <strong>un</strong> pronto adeguamento ai mutamenti qualitativi della<br />

domanda. Le famiglie, dal canto loro, assicuravano <strong>un</strong>’adeguata trasmissione<br />

dei saperi professionali e manageriali, garantendo la riproduzione della<br />

forza-lavoro e dell’impren<strong>di</strong>torialità. L’ambiente si era conformato alle<br />

esigenze dell’attività produttiva dominante, con la specializzazione delle<br />

f<strong>un</strong>zioni bancarie, dell’interme<strong>di</strong>azione, del trasporto. Per <strong>di</strong> più, <strong>un</strong>’oculata<br />

regolazione dei conflitti, me<strong>di</strong>ata dall’ente locale, in genere attento a fornire<br />

servizi <strong>di</strong> buon livello, garantiva <strong>un</strong>a relativa serenità sociale.<br />

Il<br />

• modello in <strong>di</strong>fficoltà<br />

Ma oggi questo modello è in <strong>di</strong>fficoltà (lo si è accennato all’inizio), anche se<br />

non in crisi irreversibile, <strong>di</strong> fronte alle sfide della transizione post-industriale.<br />

192 Innovazione formale e sviluppo economico in Toscana


L’accresciuta vigilanza del sindacato e la sensibilità ambientalista non<br />

consentono più i “vantaggi” del lavoro irregolare e dell’inquinamento<br />

strisciante senza costo. La famiglia non ce la fa più a preparare i profili<br />

professionali e le competenze manageriali oggi occorrenti.<br />

I processi produttivi sono più capital intensive e meno labour intensive<br />

<strong>di</strong> <strong>un</strong> tempo e quin<strong>di</strong> si riducono i margini d’elasticità, peraltro contrastati,<br />

come s’è detto, dalla minore facilità <strong>di</strong> ricorrere al lavoro sommerso.<br />

Inoltre la flessibilità dei processi non è più <strong>un</strong>a prerogativa esclusiva<br />

della piccola impresa, dato che l’automazione consente anche - e soprattutto<br />

- alla grande <strong>di</strong> praticare la specializzazione flessibile, fino al limite del just<br />

in time.<br />

Ed è la grande impresa che può oggi affrontare meglio la sfida<br />

dell’innovazione per quanto riguarda sia le applicazioni della ricerca<br />

tecnologica, che la formazione specialistica e il controllo dei mercati.<br />

Ricerca, promozione, formazione sono i nuovi fattori d’efficienza<br />

dell’ambiente in cui l’impresa opera e i veri terreni su cui si gioca la sfida<br />

della competizione internazionale e interregionale.<br />

E sono tutti terreni particolarmente scomo<strong>di</strong> per i sistemi <strong>di</strong> piccole<br />

imprese come quelli su cui si basa l’economia toscana.<br />

• Tentativi <strong>di</strong> fronteggiare la sfida post-industriale<br />

Da qui il proliferare <strong>di</strong> iniziative, promosse da Regione, enti locali,<br />

associazioni <strong>di</strong> categoria, ecc., per tentar <strong>di</strong> corrispondere ai nuovi<br />

fabbisogni <strong>di</strong> formazione e per stimolare la promozione delle ven<strong>di</strong>te delle<br />

produzioni regionali sul mercato nazionale e internazionale. Non tutte le<br />

iniziative hanno, forse, la capacità d’impatto che sarebbe necessaria, ma<br />

qualcosa si muove: i problemi sono ormai acutamente avvertiti.<br />

Anche nel campo dell’innovazione tecnologica si assiste a tentativi <strong>di</strong><br />

vario tipo, se è vero che si contano in Toscana <strong>un</strong>a cinquantina <strong>di</strong> centri,<br />

istituti, consorzi, ecc., che si occupano (o dovrebbero occuparsi) <strong>di</strong><br />

promuovere, stimolare, <strong>di</strong>ffondere l’innovazione tecnologica e, com<strong>un</strong>que,<br />

l’adeguamento tecnologico dei prodotti e dei processi <strong>di</strong> produzione.<br />

Ma qui i risultati sono più incerti. Vi ostano barriere economiche (la<br />

scarsità <strong>di</strong> capitali della piccola impresa) e barriere culturali (la resistenza<br />

al cambiamento). Inoltre la frammentazione delle iniziative solo raramente,<br />

forse mai, consente <strong>di</strong> superare quella “soglia critica” oltre la quale il<br />

sistema produttivo locale muta davvero la sua qualità tecnologica.<br />

Ma la numerosità delle iniziative documenta che si è consapevoli della<br />

crucialità <strong>di</strong> questo problema e non mancano propositi <strong>di</strong> imprimere <strong>un</strong><br />

impulso alle politiche regionali e locali per l’innovazione tecnologica.<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 193


• Un rischio: l’assenza <strong>di</strong> iniziative per l’innovazione formale<br />

Nulla <strong>di</strong> tutto questo esiste invece nel campo dell’innovazione formale.<br />

Eppure è proprio sul terreno della progettazione dei prodotti, soprattutto <strong>di</strong><br />

quelli ad elevato contenuto d’immagine, che si gioca sempre più la sfida<br />

della competizione e del controllo dei mercati. Non a caso la grande impresa,<br />

soprattutto nei settori della moda e dell’arredamento, mantiene il più fermo<br />

controllo sulle fasi <strong>di</strong> progettazione e <strong>di</strong> commercializzazione. Caso mai si<br />

decentrano le fasi della produzione materiale: ma il cervello dell’ideazione<br />

(e della sua promozione pubblicitaria) resta sotto controllo. Così, la piccola<br />

impresa <strong>di</strong>venta l’anonimo produttore <strong>di</strong> beni progettati altrove e venduti da<br />

altri, <strong>un</strong> grande bisogno d’innovazione formale. Ed è <strong>un</strong> bisogno in larga<br />

misura insod<strong>di</strong>sfatto, soprattutto nel campo del design più che in quello della<br />

moda, ove non mancano stilisti affermati, centri specializzati, prestigiose<br />

manifestazioni, <strong>un</strong> attivo Politecnico Internazionale della moda.<br />

E allora i nostri produttori, se non vogliono restare anonimi fabbricanti<br />

né possono permettersi consulenze <strong>di</strong> grido, non hanno altra strada che<br />

quella del design prodotto in casa, talvolta efficace ma per lo più con<br />

precarie prospettive.<br />

C’è bisogno, d<strong>un</strong>que, <strong>di</strong> <strong>un</strong>’iniziativa permanente che identifichi i bisogni<br />

<strong>di</strong> design della piccola impresa e li proponga ai produttori d’innovazione<br />

formale.<br />

4. Una politica regionale per l’innovazione formale<br />

• Un ponte fra domanda e offerta <strong>di</strong> design<br />

Il campo d’intervento potenziale è vastissimo e comporta implicazioni<br />

d’or<strong>di</strong>ne d’intervento socio-culturale <strong>di</strong> grande rilievo, soprattutto se si<br />

pensa al designer non come al futile produttore <strong>di</strong> nuove forme gratuite e<br />

capricciose.<br />

L<strong>un</strong>go questa prospettiva si può cogliere oggi <strong>un</strong>a novità <strong>di</strong> rilievo<br />

nell’in<strong>di</strong>cazione, contenuta nel Programma regionale <strong>di</strong> sviluppo 1992-<br />

94 della Regione Toscana, <strong>di</strong> favorire e <strong>di</strong> promuovere iniziative mirate,<br />

app<strong>un</strong>to, all’esigenza <strong>di</strong> <strong>di</strong>ffondere l’innovazione formale.<br />

Il Programma regionale <strong>di</strong> sviluppo (Prs) identifica, infatti, la<br />

necessità <strong>di</strong>: «investire decisamente nel campo della ricerca, della<br />

formazione e del trasferimento dell’innovazione formale (design e<br />

styling), oggi macroscopicamente sotto<strong>di</strong>mensionato non solo rispetto alle<br />

potenzialità <strong>di</strong> settori utenti (sistemi della moda e della casa-arredamento,<br />

principalmente) ma perfino rispetto agli standard <strong>di</strong> altre regioni italiane<br />

a minore specializzazione settoriale, per non <strong>di</strong>re degli standard correnti<br />

nelle regioni europee assimilabili».<br />

194 Innovazione formale e sviluppo economico in Toscana


Da questa in<strong>di</strong>cazione del Prs è derivata la decisione <strong>di</strong> includere nel<br />

programma-obiettivo “Impresa” <strong>un</strong> Progetto Artigianato, che ipotizza,<br />

fra gli altri interventi, <strong>un</strong>a possibile iniziativa nel campo, app<strong>un</strong>to,<br />

dell’innovazione formale.<br />

Nella fiducia che questo suggerimento possa aderire all’in<strong>di</strong>cazione<br />

della programmazione regionale ed essere raccolto dalle istituzioni e<br />

dagli operatori interessati, si fornisce <strong>un</strong>a sommaria illustrazione dei<br />

principali caratteri organizzativi e f<strong>un</strong>zionali <strong>di</strong> <strong>un</strong>a politica regionale per<br />

l’innovazione formale.<br />

•<br />

Lineamenti <strong>di</strong> <strong>un</strong>a possibile politica regionale per l’innovazione<br />

formale<br />

Gli obiettivi. Il design può agire come interlocutore simultaneo a dei<br />

bisogni del consumatore, delle esigenze dei produttori, delle potenzialità<br />

innovative della tecnologia, del rinnovamento formale e f<strong>un</strong>zionale delle<br />

produzioni. L’accesso a questa forma <strong>di</strong> innovazione non è facile per <strong>un</strong><br />

tessuto produttivo <strong>di</strong> piccole imprese. Una politica regionale per il design<br />

potrebbe agire come interprete dei bisogni <strong>di</strong> innovazione formale e<br />

promotore <strong>di</strong> adeguate risposte progettuali non limitate alla sola fase <strong>di</strong><br />

progettazione in senso stretto.<br />

Le f<strong>un</strong>zioni. Le f<strong>un</strong>zioni corrispondenti alla domanda esplicita o implicita<br />

<strong>di</strong> innovazione formale possono essere identificate, in via preliminare,<br />

nelle seguenti:<br />

a. stimolare la sensibilità dei produttori verso l’innovazione formale<br />

me<strong>di</strong>ante pubblicazioni, seminari, attività informative, mostre;<br />

b. attivare l’interesse dei designers verso i problemi specifici della piccola<br />

impresa toscana;<br />

c. valutare le esigenze <strong>di</strong> imprese, gruppi <strong>di</strong> imprese, aree produttive,<br />

settori specifici, proponendo le soluzioni più opport<strong>un</strong>e tramite progetti<br />

elaborati in rapporto con i produttori e col concorso <strong>di</strong> tecnologi,<br />

economisti, specialisti <strong>di</strong> marketing;<br />

d. costituire <strong>un</strong>a banca dati dell’innovazione formale a scala internazionale<br />

e renderla <strong>di</strong>sponibile per l’utenza;<br />

e. proporre alle imprese progetti elaborati autonomamente;<br />

f. assistere le imprese nello sviluppo operativo del progetto, fino al prototipo,<br />

alla valutazione economica e tecnologica, alla commercializzazione;<br />

g. costituire <strong>un</strong>a rete <strong>di</strong> consulenti per le competenze da accompagnare<br />

a quelle specifiche dell’innovazione formale (analisi economica, <strong>di</strong><br />

mercato, aziendale; valutazione tecnologica; tecniche promozionali e<br />

<strong>di</strong> lancio dei prodotti, ecc.);<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 195


h. offrire opport<strong>un</strong>ità professionali a giovani designers e occasioni <strong>di</strong><br />

sperimentazione alle imprese;<br />

i. valorizzare il design toscano, in termini <strong>di</strong> identità culturale regionale.<br />

La struttura organizzativa. Le forme nelle quali potrebbe esplicitarsi <strong>un</strong>a<br />

politica per la promozione del design fra le piccole imprese toscane sono<br />

molteplici. E <strong>di</strong>verse potrebbero essere le formule organizzative. Queste<br />

qui brevemente descritte rappresentano solo <strong>un</strong>’idea <strong>di</strong> larga massima,<br />

che potrebbe essere sviluppata fino al livello <strong>di</strong> <strong>un</strong> vero e proprio progetto<br />

<strong>di</strong> fattibilità, sulla base <strong>di</strong> <strong>un</strong>a consultazione preliminare <strong>di</strong> aziende,<br />

organizzazioni <strong>di</strong> categoria e istituzioni, tenendo presenti alc<strong>un</strong>e esperienze<br />

maturate all’estero in questo campo.<br />

Si ipotizzano qui tre <strong>di</strong>stinte soluzioni, in or<strong>di</strong>ne crescente <strong>di</strong><br />

complessità:<br />

1. <strong>un</strong>a convenzione fra Regione, associazioni <strong>di</strong> categoria e strutture<br />

toscane <strong>di</strong> formazione e ricerca operanti nel campo dell’innovazione<br />

formale per garantire <strong>un</strong> accesso agevolato alle prestazioni da parte<br />

delle piccole imprese, in particolare <strong>di</strong> quelle artigiane, e per realizzare<br />

le f<strong>un</strong>zioni <strong>di</strong> cui ai p<strong>un</strong>ti a-h <strong>di</strong> qui sopra in<strong>di</strong>cate;<br />

2. attivare <strong>un</strong>a o più “agenzie”, presso associazioni o enti locali (ad es.<br />

Province), col ruolo <strong>di</strong> operare come interfaccia fra domanda e offerta<br />

<strong>di</strong> innovazione formale sempre ai fini delle f<strong>un</strong>zioni predette;<br />

3. costituire <strong>un</strong> vero e proprio centro per l’innovazione formale in grado <strong>di</strong><br />

svolgere anche <strong>di</strong>rettamente alc<strong>un</strong>e f<strong>un</strong>zioni in<strong>di</strong>viduate.<br />

Le tre soluzioni potrebbero essere anche considerate, invece che alternative,<br />

come passi successivi <strong>di</strong> <strong>un</strong> processo graduale del tipo sperimentazionecorrezione-consolidamento-sviluppo-nuova<br />

sperimentazione, ecc..<br />

Si illustra, ad esempio, la soluzione organizzativa per l’ipotesi più<br />

complessa, cioè la (e).<br />

In linea <strong>di</strong> massima il Centro, governato da <strong>un</strong> consiglio <strong>di</strong><br />

amministrazione (composto dai rappresentanti degli enti e degli organismi<br />

partecipanti e guidato da <strong>un</strong> <strong>di</strong>rettore specialista), potrebbe articolarsi in<br />

quattro <strong>di</strong>partimenti e <strong>un</strong> ufficio segreteria-amministrazione:<br />

1. Dipartimento progettazione, formato da <strong>un</strong> nucleo <strong>di</strong> designers interni,<br />

che si organizza per gruppi <strong>di</strong> lavoro, eventualmente integrati da apporti<br />

esterni, per i singoli progetti;<br />

2. Dipartimento documentazione, per la gestione dell’archivio progetti,<br />

della biblioteca-emeroteca, della banca dati, come supporto alla<br />

progettazione interna e servizio reso all’utenza;<br />

3. Dipartimento relazioni esterne, per le pubblicazioni, la storia del design,<br />

le relazioni pubbliche, le attività informative e seminariali;<br />

196 Innovazione formale e sviluppo economico in Toscana


4. Dipartimento assistenza operativa, per lo sviluppo pratico dei progetti,<br />

in collaborazione con tecnologi, modellisti, esperti <strong>di</strong> Cad, grafici, ecc..<br />

Il Centro potrebbe avere la forma <strong>di</strong> fondazione o <strong>di</strong> società per azioni, con<br />

la partecipazione <strong>di</strong> Regione, enti locali, associazioni <strong>di</strong> categoria, banche.<br />

Il finanziamento dovrebbe essere assicurato da contributi annuali dei<br />

partecipanti, oltre che dai proventi dei progetti realizzati o com<strong>un</strong>que<br />

forniti alle imprese, associazioni, ecc..<br />

La scelta delle soluzioni è largamente con<strong>di</strong>zionata dalle possibili<br />

conclusioni <strong>di</strong> <strong>un</strong> Progetto <strong>di</strong> fattibilità, la cui redazione preliminare è stata<br />

affidata ai responsabili delle due principali istituzioni operanti in Toscana:<br />

la scuola <strong>di</strong> specializzazione in <strong>di</strong>segno industriale presso la facoltà <strong>di</strong><br />

architettura <strong>di</strong> Firenze e l’Istituto superiore per le industrie artistiche.<br />

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<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 197


REQUIEM PER LA TERZA ITALIA? SISTEMI TERRITORIALI DI PICCOLA<br />

IMPRESA E TRANSIZIONE POSTINDUSTRIALE*<br />

Giuliano Bianchi<br />

1. Introduzione: la l<strong>un</strong>ga controversia<br />

• Le «tre Italie»...<br />

Scrivevamo nel 1984: «lo sviluppo della cosiddetta Terza Italia ha costituito<br />

<strong>un</strong>a sorpresa per tutti; clamorosa (e penosa) per gli econo misti <strong>di</strong> professione,<br />

ma non molto minore, pensiamo, per i sociolo gi, i geografi e, infine, i politici<br />

pratici, tributari, questi ultimi, cultu ralmente parlando, delle categorie<br />

precedenti e <strong>di</strong> altre ancora» (Becattini e Bianchi 1984, ora anche in Becattini<br />

1987, p. 169). L’affer mazione è <strong>di</strong> quelle poco <strong>di</strong>scutibili, coincidendo in<br />

larga misura con <strong>un</strong>a semplice constatazione. Resta, com<strong>un</strong>que, il fatto che<br />

c’è voluta <strong>un</strong>a <strong>di</strong>sputa durata circa <strong>un</strong> quin<strong>di</strong>cennio perché fosse accertata<br />

(ed accettata) l’esistenza <strong>di</strong> <strong>un</strong>a «Terza Italia» (le regioni centro-nord<br />

orientali) che cresceva, malgrado l’assenza dei pre-requisiti standard,<br />

più velocemente delle regioni <strong>di</strong> antica industrializzazione, mentre la<br />

crescita stentava a manifestarsi nelle regioni meri<strong>di</strong>onali, malgrado i<br />

massicci investimenti pubblici. A conclusione della l<strong>un</strong> ga controversia si<br />

è, infine, gi<strong>un</strong>ti (come è noto, tra la fine degli an ni ‘70 e la prima metà<br />

degli anni ‘80) al superamento dello schema dualistico nell’analisi della<br />

<strong>di</strong>fferenziazione multiregionale dello svi luppo italiano contemporaneo e,<br />

quin<strong>di</strong>, al riconoscimento, prima contrastato poi pressoché pacifico, che<br />

tale sviluppo aveva specifica to tre <strong>di</strong>stinte formazioni geoeconomiche,<br />

variamente definite ma com<strong>un</strong>que identificabili con locuzioni quali<br />

«economia centrale», «economia marginale», «economia periferica».<br />

Non senza qualche violenza, imposta da ragioni <strong>di</strong> brevità, alla fi nezza<br />

interpretativa degli autori chiamati in causa, si può riassumere la sistemazione<br />

concettuale <strong>di</strong> queste fenomenologie dello sviluppo italiano nei termini<br />

proposti, rispettivamente, da Bagnasco (1977), Goglio (1982), Fuà (1983).<br />

Bagnasco contrappone alla tra<strong>di</strong>zionale <strong>di</strong>cotomia nord-sud <strong>un</strong>’immagine<br />

dell’Italia <strong>di</strong>visa in tre gran<strong>di</strong> aree territoriali: l’area <strong>di</strong> nord-ovest, sede della<br />

grande impresa, denominata economia centrale; le regioni centro-nordorientali,<br />

caratterizzate dalla picco la impresa e definite, nel loro complesso,<br />

economia periferica; il meri<strong>di</strong>one, l’area, cioè, del sottosviluppo relativo,<br />

qualificata come economia marginale. La critica del modello dualistico prende<br />

le mosse in Bagnasco dai risultati <strong>di</strong> due filoni <strong>di</strong> indagine, mercato del lavoro e<br />

* Testo contenuto in Garofoli G. e Mazzoni R. (a cura <strong>di</strong>) (1994), Sistemi produttivi locali: struttura e<br />

trasformazione, Franco Angeli, Milano, pp. 59-90.<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 199


decentramento produttivo, molto coltivati durante gli anni ‘70, che mettevano<br />

in <strong>di</strong>scussione, app<strong>un</strong>to, la capacità espli cativa dello schema dualistico. Da<br />

qui l’autore procede ad <strong>un</strong>a serie <strong>di</strong> riscontri empirici, che confermano il<br />

carattere <strong>di</strong> perifericità dell’economia delle regioni centro-nord-orientali, nel<br />

senso che, ri spetto al nord-ovest, l’intensità <strong>di</strong> capitale, la produttività per<br />

ad detto ed il costo <strong>un</strong>itario <strong>di</strong> lavoro assumono qui valori sistematica mente<br />

più bassi. Ciò, tuttavia, non aveva impe<strong>di</strong>to, anzi aveva per messo, che le<br />

regioni dell’economia periferica avessero registrato <strong>un</strong> significativo processo<br />

<strong>di</strong> sviluppo, provato da numerosi in<strong>di</strong>ca tori: la riduzione degli occupati<br />

nell’agricoltura; l’incremento degli addetti nell’industria manifatturiera;<br />

la crescita della popolazione residente; l’aumento dell’apporto al prodotto<br />

lordo industriale del Paese. è la piccola impresa, l’agente <strong>di</strong>namico dello<br />

sviluppo della Terza Italia. Ma non tutte le piccole imprese -<strong>di</strong>ce Bagnasco-<br />

so no uguali, dato che si <strong>di</strong>fferenziano, secondo le logiche che ne spie gano<br />

la presenza anche in <strong>un</strong>’economia moderna: la logica residua le, da cui<br />

ripete l’esistenza la piccola impresa inefficiente, che so pravvive per ragioni<br />

economiche o politiche ma com<strong>un</strong>que transito rie; la logica della <strong>di</strong>visione<br />

internazionale del lavoro, che spiega la proliferazione delle piccole imprese<br />

con produzioni tra<strong>di</strong>zionali ad alta intensità <strong>di</strong> lavoro; la logica <strong>di</strong>ffusiva,<br />

che si esprime nella pic cola impresa nata dal decentramento produttivo della<br />

grande so stanzialmente, anche se non esclusivamente, come risposta alle lotte<br />

sindacali della fine degli anni ‘70.<br />

La concettualizzazione socio-economica <strong>di</strong> Bagnasco è integrata da<br />

quella, <strong>di</strong>ciamo, «microeconomica» <strong>di</strong> Goglio, che introduce, a fronte della<br />

<strong>di</strong>stinzione piccola impresa/grande impresa, la più per spicua (e non sempre<br />

coincidente) <strong>di</strong>fferenziazione fra impresa cen trale e impresa periferica, basata<br />

sulla capacità <strong>di</strong> controllo del progresso tecnico e delle sue applicazioni<br />

innovative. La piccola impre sa, così, non è più <strong>un</strong> aggregato in<strong>di</strong>stinto, ma<br />

può essere classifica ta, secondo il grado <strong>di</strong> autonomia rispetto alla grande, in:<br />

piccola impresa marginale, che copre le frange del mercato trascurate dalla<br />

grande impresa; piccola impresa periferica, che produce essenzial mente beni<br />

tra<strong>di</strong>zionali con scarsa intensità <strong>di</strong> capitale, alta flessibi lità e bassi costi <strong>di</strong><br />

lavoro, che le permettono <strong>di</strong> scomporre il ciclo produttivo e <strong>di</strong> fronteggiare<br />

così <strong>un</strong>a domanda assai mutevole; pic cola impresa satellite, che opera nello<br />

spazio economico dell’indotto polarizzato intorno ad <strong>un</strong>a grande impresa;<br />

piccola impresa intersti ziale, che sfrutta le opport<strong>un</strong>ità <strong>di</strong> mercato («nicchie»)<br />

trascurate dalle gran<strong>di</strong> imprese. Resta, quin<strong>di</strong>, identificato, alla luce <strong>di</strong><br />

tale classificazione, il ruolo della piccola impresa nello sviluppo contemporaneo,<br />

che -secondo Goglio- può essere, arretrato e in via <strong>di</strong> estinzione<br />

a mano a mano che la grande impresa ne occuperà gli spazi <strong>di</strong> mercato;<br />

<strong>di</strong> complemento, ausiliare cioè alla grande impre sa, cui fornisce risorse <strong>di</strong><br />

flessibilità; <strong>di</strong>namico, in specie nella speri mentazione delle innovazioni.<br />

200 Requiem per la Terza Italia? Sistemi territoriali <strong>di</strong> piccola impresa e transizione postindustriale


La concettualizzazione <strong>di</strong> Fuà si può definire <strong>di</strong> tipo «macroeconomico»,<br />

anche se è assai attenta alle determinanti socio-culturali e<br />

territoriali. Il modello Nec (nord-est-centro) si fonda, anzitutto, su <strong>un</strong><br />

determinato insieme <strong>di</strong> caratteri originari: struttura urbana poli centrica,<br />

tra<strong>di</strong>zioni rurali e artigianali, com<strong>un</strong>e origine sociale <strong>di</strong> la voratori e<br />

impren<strong>di</strong>tori, ruolo della famiglia, piccola <strong>di</strong>mensione <strong>di</strong> impresa, ecc.<br />

Questi caratteri originari rappresentano per Fuà <strong>un</strong>a «combinazione fornita<br />

<strong>di</strong> <strong>un</strong> alto potenziale <strong>di</strong> sviluppo» (p. 12). La situazione viene resa matura<br />

per il cambiamento da alc<strong>un</strong>i fattori ge nerali, quali: la tendenza <strong>un</strong>iversale<br />

al ri<strong>di</strong>mensionamento dell’occu pazione agricola; l’enorme progresso<br />

dei trasporti e delle com<strong>un</strong>ica zioni; la crescente <strong>di</strong>fferenziazione della<br />

domanda <strong>di</strong> beni, che pone in imbarazzo i sistemi industriali basati sulle<br />

produzioni <strong>di</strong> massa in serie e quin<strong>di</strong> meno flessibili. I fattori specifici<br />

che innestano il pro cesso <strong>di</strong> sviluppo industriale possono essere <strong>di</strong>versi:<br />

l’arrivo <strong>di</strong> com messe <strong>di</strong> lavoro a domicilio da parte <strong>di</strong> imprese remote;<br />

gli emigran ti <strong>di</strong> ritorno, provvisti <strong>di</strong> <strong>un</strong>’esperienza industriale, <strong>di</strong> qualche<br />

cono scenza dei mercati esteri e, anche, <strong>di</strong> <strong>un</strong> po’ <strong>di</strong> capitali; la <strong>di</strong>ffusione<br />

del processo <strong>di</strong> industrializzazione da aree contigue, ecc. Fuà con clude la<br />

descrizione del modello prospettando <strong>un</strong>’originale lista dei suoi p<strong>un</strong>ti <strong>di</strong><br />

forza e <strong>di</strong> debolezza. I primi risiedono essenzialmente nella circostanza<br />

che l’industria Nec può p<strong>un</strong>tare sulla sua maggiore flessibilità per battere<br />

la concorrenza delle economie più mature, così come può p<strong>un</strong>tare sulla<br />

superiorità qualitativa e tecnologica per battere la concorrenza delle<br />

economie emergenti a bassi salari. Le debolezze del modello Nec sono<br />

identificate: nel rischio <strong>di</strong> degrado dell’agricoltura; nell’atteggiamento<br />

dei giovani verso il lavoro («i fi gli laureati... rifiutano l’etica del lavoro<br />

dei padri operai o piccoli impren<strong>di</strong>tori e dei nonni mezzadri», p. 21);<br />

nella <strong>di</strong>pendenza da <strong>un</strong>a sola specializzazione produttiva; nell’incipiente<br />

congestionamento delle aree connesso alla <strong>di</strong>fficoltà <strong>di</strong> <strong>un</strong>a l<strong>un</strong>gimirante<br />

politica terri toriale; nella carenza locale <strong>di</strong> servizi per la produzione; nei<br />

mecca nismi <strong>di</strong> formazione del capitale se, <strong>di</strong>venuto insufficiente l’autofinanziamento,<br />

non soccorrono appropriate politiche del cre<strong>di</strong>to.<br />

• ... e i sistemi territoriali <strong>di</strong> piccola impresa<br />

Queste interpretazioni sono intrinsecamente fondate sulla consa pevolezza<br />

della <strong>di</strong>fferenziazione spaziale dello sviluppo e, pur nella <strong>di</strong>versità <strong>di</strong> accenti,<br />

i fattori socio-culturali e, com<strong>un</strong>que, extraeco nomici vi giocano <strong>un</strong> ruolo non<br />

marginale. Com<strong>un</strong>e alle tre interpre tazioni è l’identificazione dell’agente<br />

specifico dello sviluppo nei si stemi territoriali <strong>di</strong> piccole imprese, per i quali<br />

si erano forgiate nel frattempo specifiche denominazioni, come «campagna<br />

urbanizzata» o «aree sistema», o riscoperte, con grande successo, antiche<br />

concet tualizzazioni come quella <strong>di</strong> «<strong>di</strong>stretto industriale».<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 201


La campagna urbanizzata è il crogiolo della crescita guidata dalla<br />

piccola impresa dell’industria leggera, con <strong>un</strong> denso reticolo <strong>di</strong> cen tri urbani<br />

e produttivi resi inter<strong>di</strong>pendenti da flussi multi<strong>di</strong>rezionali <strong>di</strong> pendolarità;<br />

piccoli impren<strong>di</strong>tori, lavoratori in<strong>di</strong>pendenti e classe operaia costituiscono<br />

il peculiare mix sociale <strong>di</strong> quest’area (Becattini, 1975; Becattini, Bellan<strong>di</strong><br />

e Falorni, 1983).<br />

Le aree sistema (Garofoli, 1981, 1983, 1991b) sono bacini <strong>di</strong> specializzazione<br />

produttiva, ove operano molteplici inter<strong>di</strong>pendenze, da quelle<br />

fra le piccole imprese del settore caratterizzante a quelle fra queste e le<br />

imprese a monte e a valle, a quelle, <strong>di</strong> tipo socio-politico, fra sistema<br />

delle imprese e governo locale. La pratica dei rapporti faccia a faccia fra<br />

gli operatori genera <strong>un</strong> «sistema informativo informale», che agevola la<br />

<strong>di</strong>ffusione delle conoscenze professiona li, tecnologiche e mercantili.<br />

L’immagine concettuale più sofisticata della fenomenologia empirica<br />

dei sistemi territoriali <strong>di</strong> piccola impresa è, com<strong>un</strong>que, quella della<br />

riattualizzazione del marshalliano <strong>di</strong>stretto industriale: <strong>un</strong>’agglomerazione<br />

territoriale <strong>di</strong> piccole imprese, <strong>di</strong> norma specializzate per prodotto, parti <strong>di</strong><br />

prodotto o fasi <strong>di</strong> processo, tenuta insieme da vincoli interpersonali, dalla<br />

com<strong>un</strong>e «cultura sociale» <strong>di</strong> lavoratori, impren<strong>di</strong>tori e politici e avvolta<br />

da <strong>un</strong>a «atmosfera industriale», che fa circolare l’informazione, agevola la<br />

formazione professionale, fa cilita la <strong>di</strong>ffusione dell’innovazione, generando,<br />

così, importanti flussi <strong>di</strong> economie esterne all’impresa ma interne al sistema<br />

produt tivo locale (Becattini, 1979; Bellan<strong>di</strong>, 1982; Becattini, 1987).<br />

Più recentemente si è mostrato come i sistemi territoriali <strong>di</strong> picco le<br />

imprese della Terza Italia, l<strong>un</strong>gi dall’essere <strong>un</strong> prodotto spontaneo delle<br />

forze <strong>di</strong> mercato, siano il frutto <strong>di</strong> <strong>un</strong> intenso lavorìo degli at tori sociali ed<br />

istituzionali per fornire al modello gli apporti del con senso <strong>di</strong> massa e gli<br />

strumenti della regolazione locale dei conflitti sociali (Trigilia, 1986).<br />

Nel frattempo l’interpretazione dell’anomalia dello sviluppo ita liano<br />

aveva ricevuto la consacrazione dalla letteratura internaziona le, prima<br />

col rinvenimento degli antenati dei sistemi territoriali <strong>di</strong> piccola impresa<br />

(Sabel e Zeitlin, 1982), poi con l’identificazione <strong>di</strong> similari formazioni<br />

geoeconomiche anche in altri contesti nazionali (Senn, 1985; Bagnasco,<br />

1986), infine con la <strong>di</strong>mostrazione che lo sviluppo industriale non passa<br />

necessariamente dalla sola via della produzione for<strong>di</strong>sta <strong>di</strong> massa ma può<br />

percorrere anche il sentiero della produzione flessibile (Piore e Sabel,<br />

1984). Si chiudeva, così, <strong>un</strong>’annosa querelle.<br />

• Per ri<strong>di</strong>scutere serenamente<br />

Oggi si può, d<strong>un</strong>que, ri<strong>di</strong>scutere pacatamente <strong>di</strong> Terza Italia e <strong>di</strong> sistemi<br />

territoriali <strong>di</strong> piccola impresa con la tranquilla coscienza <strong>di</strong> chi ha militato,<br />

nel <strong>di</strong>battito, dalla «parte giusta» (Becattini e Bian chi, 1984) e non per<br />

202 Requiem per la Terza Italia? Sistemi territoriali <strong>di</strong> piccola impresa e transizione postindustriale


iaprire l’antica querelle, ma per domandarsi te nuto conto tanto delle<br />

<strong>di</strong>fficoltà recentemente segnalate dai sistemi territoriali <strong>di</strong> piccola impresa<br />

a cimentarsi con le sfide della transi zione postindustriale quanto dei vistosi<br />

cambiamenti documentati dai primi risultati dei censimenti 1991 se e in che<br />

misura il concetto <strong>di</strong> Terza Italia mantenga <strong>un</strong>a sua vali<strong>di</strong>tà epistemologica,<br />

interpreta tiva o anche solo descrittiva (senza <strong>di</strong>menticare, peraltro, la<br />

perdu rante vali<strong>di</strong>tà della lezione del concetto <strong>di</strong> Terza Italia come superamento<br />

del para<strong>di</strong>gma dualistico e, più in generale, come critica <strong>di</strong> ogni<br />

semplicistica classificazione territoriale dello sviluppo).<br />

Va detto subito, per parare frettolose accuse <strong>di</strong> «pentitismo», che<br />

i sistemi territoriali <strong>di</strong> piccola impresa, anche nella loro versione più<br />

illustre <strong>di</strong> <strong>di</strong>stretto industriale, sono concrete formazioni geostoriche e non<br />

astratte costruzioni atemporali. è, quin<strong>di</strong>, legittimo stu<strong>di</strong>arne i processi <strong>di</strong><br />

genesi, declino o trasformazione, secondo, del resto, la lezione dello stesso<br />

Marshall e dei suoi più autorevoli interpreti, la quale ci <strong>di</strong>ce che il <strong>di</strong>stretto<br />

industriale marshalliano (e, a fortiori, <strong>un</strong> sistema territoriale <strong>di</strong> piccola<br />

impresa) può essere concepito «co me <strong>un</strong>a fase, non necessariamente<br />

molto l<strong>un</strong>ga, ma neppure effime ra, <strong>di</strong> <strong>un</strong>o fra i <strong>di</strong>versi possibili sentieri<br />

<strong>di</strong> industrializzazione. Al <strong>di</strong> stretto industriale marshalliano si gi<strong>un</strong>ge, ad<br />

esempio nel caso della Toscana, come ispessimento <strong>di</strong> relazioni produttive<br />

in certe aree del la campagna urbanizzata, e dal <strong>di</strong>stretto industriale<br />

marshalliano si esce, poniamo, o verso <strong>un</strong>’area <strong>di</strong> specializzazione produttiva<br />

o ver so l’immersione in <strong>un</strong>a conurbazione, magari metropolitana, o verso<br />

la <strong>di</strong>sgregazione e il deca<strong>di</strong>mento» (Becattini, 1987, p. 28).<br />

Più che legittimo, appare in<strong>di</strong>spensabile interrogarsi, invece, sul la tenuta<br />

interpretativa <strong>di</strong> <strong>un</strong>o schema <strong>di</strong> ragionamento a tre termi ni, viste le marcate<br />

<strong>di</strong>fferenze evolutive dei sistemi regionali che compongono l’economia<br />

centrale (che cosa apparenta oggi la Ligu ria al Piemonte e alla Lombar<strong>di</strong>a?) e<br />

l’economia marginale (a cre scente eterogeneità: tra il <strong>di</strong>namismo <strong>di</strong> Abruzzi<br />

e Molise ed il ri stagno <strong>di</strong> Campania, Calabria e Sicilia, si inseriscono gli<br />

andamenti contrad<strong>di</strong>ttori ma <strong>di</strong>ssimili <strong>di</strong> Puglia, Sardegna e Basilicata) e<br />

vista, soprattutto, la <strong>di</strong>varicazione fra le regioni Nec in termini <strong>di</strong> processi <strong>di</strong><br />

deindustrializzazione e <strong>di</strong> capacità reattive alla transizione po stindustriale.<br />

Prima <strong>di</strong> procedere, sarà com<strong>un</strong>que opport<strong>un</strong>o ricostruire, sulla scorta<br />

della più significativa letteratura pertinente, <strong>un</strong>o schema mol to stilizzato dei<br />

sistemi territoriali <strong>di</strong> piccola impresa (d’ora in poi Stpi), articolandolo in tre<br />

modelli logici (produttivo, spaziale e so ciale), per identificare componenti,<br />

caratteri e meccanismi <strong>di</strong> quei si stemi posti sotto pressione dalla transizione<br />

postindustriale. Si parla <strong>di</strong> Stpi in generale e non <strong>di</strong> <strong>di</strong>stretti industriali, data<br />

la relativa rarità del loro correlato empirico, se al 1981 si sono «censiti»<br />

in Italia po co più <strong>di</strong> <strong>un</strong>a cinquantina <strong>di</strong> <strong>di</strong>stretti industriali rigorosamente<br />

marshalliani (Sforzi, 1985).<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 203


2. Sistemi territoriali <strong>di</strong> piccola impresa: <strong>un</strong>a stilizzazione<br />

• Modello produttivo<br />

In <strong>un</strong> tipico Stpi, secondo tutta la letteratura sull’argomento (Fig. 1), i<br />

processi produttivi sono altamente labour intensive [1] e spe cializzati per<br />

parti <strong>di</strong> prodotto (esempio: suole, tomaie, tacchi, nel caso delle calzature) o<br />

fasi <strong>di</strong> processo (filatura, tessitura, ecc., nel caso dell’industria tessile).<br />

Figura 1<br />

STPI: MODELLO PRODUTTIVO<br />

1/LABOUR INTENSIVE<br />

2/Manodopera versatile<br />

FLESSIBILITÀ<br />

3/Mercanto del lavoro speciale<br />

ELASTICITÀ<br />

PROCESSO PRODUTTIVO<br />

4/DECOMPONIBILE<br />

per parti <strong>di</strong> prodotto<br />

o fasi <strong>di</strong> processo<br />

5/Capitale fisso limitato<br />

AGGIORNAMENTO<br />

TECNOLOGICO<br />

6/Capitale fisso specializzato<br />

PIENO UTILIZZO<br />

CAPACITÀ PRODUTTIVA<br />

Ora, <strong>un</strong> processo produttivo è labour intensive se:<br />

a. la manodopera è versatile (capace, cioè, <strong>di</strong> svolgere tutte le opera zioni<br />

del ciclo produttivo e non specializzata in <strong>un</strong>a sola <strong>di</strong> esse) il processo<br />

può attingere elevati livelli <strong>di</strong> flessibilità [2], nel senso <strong>di</strong> rapide<br />

reazioni ai mutamenti <strong>di</strong> <strong>un</strong>a domanda tipicamente va riabile nel tempo<br />

e frammentata per specie <strong>di</strong> prodotto e mercati <strong>di</strong> sbocco (Becattini,<br />

1975; Fuà, 1983);<br />

b. le relazioni col mercato del lavoro sono, <strong>di</strong>ciamo così, «speciali», vale<br />

a <strong>di</strong>re che <strong>un</strong>a quota rilevante della manodopera è esterna (lavoro a<br />

domicilio, sub-fornitura) o marginale (secondo lavoro, lavoro part-time<br />

o sommerso), il processo beneficia <strong>di</strong> elevati li velli <strong>di</strong> elasticità [3], nel<br />

senso <strong>di</strong> rapi<strong>di</strong> e agevoli aggiustamenti della forza lavoro per reagire<br />

alle variazioni quantitative della do manda (Paci, 1973; Frey, 1975;<br />

Brusco, 1975a, 1975b, 1983; Bagnasco, 1977, ecc.).<br />

Se il processo produttivo, inoltre, non è continuo ma è tecnologi camente<br />

decomponibile per parti <strong>di</strong> prodotto o fasi <strong>di</strong> processo, le piccole imprese<br />

204 Requiem per la Terza Italia? Sistemi territoriali <strong>di</strong> piccola impresa e transizione postindustriale


(d’ora in poi: Pi) tenderanno a specializzarsi, ap p<strong>un</strong>to, per parti <strong>di</strong> prodotto<br />

o fasi <strong>di</strong> processo [4], allo scopo <strong>di</strong>:<br />

a. tenere il passo del progresso tecnologico [5], riducendo gli inve stimenti<br />

al macchinario specializzato occorrente (Brusco, 1975c; Tani, 1976,<br />

Fuà, 1983);<br />

b. utilizzare il limitato capitale fisso fino ai limiti della sua capacità produttiva,<br />

attivando in linea (da <strong>un</strong>a Pi all’altra) i processi ele mentari [6], in modo da<br />

eliminare o ridurre i tempi <strong>di</strong> inerzia dei fattori produttivi (Tani, 1976).<br />

Flessibilità, elasticità e specializzazione dei processi produttivi sono,<br />

evidentemente, fonti <strong>di</strong> significativi flussi <strong>di</strong> economie ester ne: esterne alla<br />

singola Pi ma interne al sistema industriale locale (Tinacci Mossello, 1982;<br />

Brusco, 1983).<br />

• Modello spaziale<br />

I Stpi sono peculiari agglomerazioni spaziali (Fig. 2) <strong>di</strong> numerose Pi<br />

operanti nello stesso settore. L’agglomerazione tende a generare alc<strong>un</strong>e<br />

specifiche caratteristiche dei Stpi: rapporti non competitivi fra le pi; <strong>un</strong><br />

ruolo attivo della famiglia nel processo economico; <strong>un</strong> ambiente sociale<br />

conformato alle esigenze dell’industria dominante.<br />

Figura 2<br />

STPI: MODELLO SPAZIALE<br />

RAPPORTI NON COMPETITIVI<br />

7/Domanda>Offerta singola<br />

8/Ruolo dei buyers<br />

9/Specializzazione processi<br />

18/MINORI COSTI DI<br />

TRANSAZIONE<br />

grazie al controllo sociale <strong>di</strong>:<br />

incertezza<br />

AGGLOMERAZIONE <strong>di</strong> Pi<br />

RUOLO DELLA FAMIGLIA<br />

11/Allocazione del lavoro<br />

12/Formazione professionale<br />

e manageriale<br />

MERCATO COMUNITARIO<br />

16/Mix <strong>di</strong> concorrenza e cooperazione<br />

17/Rapporti faccia-a-faccia (informazione)<br />

19/AGGIORNAMENTO<br />

PROFESSIONALE<br />

facilitato dalla circolazione<br />

dell’informazione<br />

AMBIENTE SOCIALE CONFORME<br />

13/Servizi specializzati<br />

14/Associazionismo<br />

15/Cultura sociale conforme<br />

20/Cid: capacità innovativa <strong>di</strong>ffusa<br />

a. I rapporti non competitivi sono generati, principalmente, da tre<br />

circostanze:<br />

- le Pi sono costrette a cooperare dal mercato, allo scopo <strong>di</strong> sod <strong>di</strong>sfare<br />

ogni quantum <strong>di</strong> domanda [7], che normalmente eccede la capacità<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 205


produttiva <strong>di</strong> <strong>un</strong>a singola pi e vi sono specifici agen ti, come i buyers [8],<br />

che organizzano questo tipo <strong>di</strong> coopera zione (<strong>Irpet</strong>, 1980);<br />

- le Pi sono, poi, obbligate a cooperare a causa della specializza zione per<br />

parti o fasi [9];<br />

- le Pi produttrici <strong>di</strong> beni finali o interme<strong>di</strong>, infine, mantengono speciali<br />

rapporti -non necessariamente tramite transazioni <strong>di</strong> mercato- con i<br />

produttori locali <strong>di</strong> beni strumentali, cui pro pongono i propri problemi<br />

tecnologici e <strong>di</strong> cui sperimentano i prototipi [10]: è <strong>un</strong>o dei mo<strong>di</strong> in cui<br />

nasce la c.d. industria in terme<strong>di</strong>a (Bianchi e Falorni, 1980).<br />

b. La famiglia svolge <strong>un</strong> ruolo attivo nel processo economico nel senso<br />

che provvede:<br />

- alla allocazione del lavoro (in specie del lavoro part-time e a domicilio)<br />

incrementando, così, l’offerta locale <strong>di</strong> lavoro al <strong>di</strong> là dei tassi ufficiali<br />

<strong>di</strong> partecipazione [11];<br />

- alla riproduzione delle competenze manageriali e professionali, senza<br />

costi computabili per le imprese o per i servizi pubblici [12].<br />

c. L’ambiente sociale è conforme nel senso che:<br />

- i servizi pubblici e privati si specializzano, conformandosi alle esigenze<br />

del sistema produttivo locale [13];<br />

- le associazioni degli impren<strong>di</strong>tori e dei lavoratori <strong>di</strong>pendenti autonomi<br />

tendono a sviluppare servizi reali per i propri asso ciati [14];<br />

- valori, atteggiamenti e comportamenti (la «cultura sociale», in somma) si<br />

conformano ai caratteri del processo economico, ge nerando <strong>un</strong> peculiare<br />

clima socio-culturale <strong>di</strong> consenso al mo dello <strong>di</strong> sviluppo [15].<br />

In <strong>un</strong> simile contesto il mercato è <strong>un</strong> mix <strong>di</strong> concorrenza e <strong>di</strong> cooperazione<br />

[16]: i fattori <strong>di</strong> rischio (opport<strong>un</strong>ismo, ambiguità, in certezza) operano meno<br />

drammaticamente che altrove, data la mu tua conoscenza e la costanza delle<br />

relazioni interpersonali, sì da po ter parlare <strong>di</strong> mercato com<strong>un</strong>itario (Dei<br />

Ottati, 1986). L’informazio ne, veicolata dalla pratica dei rapporti faccia a<br />

faccia, è il reale tes suto connettivo del Stpi [17]. La trasparenza informativa<br />

del merca to com<strong>un</strong>itario:<br />

a. riduce i costi <strong>di</strong> transazione [18]: sul mercato opera la mano visi bile<br />

dell’organizzazione (Nacamulli e Rugia<strong>di</strong>ni, 1985; Dei Ottati 1986);<br />

b. facilita l’ aggiornamento professionale [19];<br />

c. <strong>di</strong>ffonde know how e aggiornamento tecnologico [20], dando vita ad<br />

<strong>un</strong>a specifica capacità innovativa <strong>di</strong>ffusa (Bellan<strong>di</strong>, 1989). E siamo <strong>di</strong><br />

nuovo in presenza <strong>di</strong> potenti generatori <strong>di</strong> economie esterne-interne.<br />

• Modello sociale<br />

Dal p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> vista sociale (Fig. 3), <strong>un</strong> Stpi della Terza Italia è con notato da<br />

due caratteri <strong>di</strong>stintivi: la com<strong>un</strong>e origine sociale <strong>di</strong> im pren<strong>di</strong>tori e lavoratori<br />

206 Requiem per la Terza Italia? Sistemi territoriali <strong>di</strong> piccola impresa e transizione postindustriale


(Becattini, 1975; Bagnasco, 1977; Fuà, 1983) e <strong>un</strong>a spiccata omogeneità<br />

politica (Bagnasco e Trigilia, 1985; Trigilia, 1986); <strong>di</strong> sinistra nelle ed. «regioni<br />

rosse», come Emilia Roma gna, Toscana, ecc., democratico-cristiana nelle ed.<br />

«regioni bian che», come Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto A<strong>di</strong>ge.<br />

Figura 3<br />

STPI: MODELLO SOCIALE<br />

21/Com<strong>un</strong>e origine sociale<br />

<strong>di</strong> lavoratori e impren<strong>di</strong>tori<br />

24/Elevata mobilità sociale<br />

25/COSTRUZIONE SOCIALE<br />

DEL MERCATO<br />

23/Omogeneità politica<br />

(rossa o bianca)<br />

24/Regolazione localistica<br />

dei conflitti sociali<br />

Va da sé che si parla dei stpi al loro apogeo (inizio degli anni ‘80) e,<br />

quin<strong>di</strong>, prima del declino dei partiti tra<strong>di</strong>zionali e del feno meno leghista.<br />

Queste due connotazioni del modello sociale inducono effetti rile vanti<br />

nella società locale:<br />

a. la com<strong>un</strong>e origine sociale [21], in genere rurale ed artigiana, smussa i<br />

conflitti e agevola la mobilità fra le classi e i ceti, [22] contribuendo a<br />

garantire <strong>di</strong>screti livelli <strong>di</strong> pace sociale;<br />

b. l’omogeneità politica [23], rossa o bianca che sia, facilita le rela zioni<br />

industriali e, più in generale, le interazioni fra associazioni impren<strong>di</strong>toriali,<br />

sindacati e governo locale, attivando il meccani smo della «regolazione<br />

localistica dei conflitti sociali» (Trigilia, 1986) e quin<strong>di</strong> il processo della<br />

ed. «costruzione sociale del mer cato» (Bagnasco, 1988).<br />

3. Sistemi territoriali <strong>di</strong> piccola impresa: in imbarazzo<br />

• Stpi e sfide della transizione postindustriale<br />

Chiusa la controversia interpretativa, Terza Italia, modello Nec, sistemi<br />

territoriali <strong>di</strong> piccola impresa e <strong>di</strong>stretti industriali, continua no, tuttavia, ad<br />

alimentare -soprattutto fuori d’Italia- <strong>un</strong>a vivace <strong>di</strong>scussione che, tuttavia,<br />

non è più sull’esistenza del fenomeno ma sulla coerenza teorica dello<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 207


schema interpretativo, sospettato talvolta <strong>di</strong> includere elementi ideologici<br />

(confronta, fra gli altri, Landes, 1987; Amin, 1989; Pyke, Becattini e<br />

Sengenberger, 1990).<br />

La materia è complessa e non sopporta arbitrarie semplificazioni; ad<br />

evitare equivoci vale, com<strong>un</strong>que, la pena <strong>di</strong> precisare che:<br />

-<br />

-<br />

-<br />

-<br />

trattare <strong>di</strong> Stpi o <strong>di</strong> <strong>di</strong>stretti industriali non significa la benché mi nima<br />

reverenza verso <strong>un</strong> nuovo romanticismo economico à la Sismon<strong>di</strong> e<br />

men che meno rivela nostalgia verso il para<strong>di</strong>so perduto del «piccolo<br />

è bello»;<br />

assumere che i Stpi o i <strong>di</strong>stretti industriali sono utili strumenti per<br />

l’analisi della realtà non tende affatto a proporre <strong>un</strong> «nuovo para <strong>di</strong>gma»<br />

per la teoria economica o per la politica economica e an cor meno tende<br />

ad affermare <strong>un</strong>a applicabilità normativa generale <strong>di</strong> quel modello per<br />

non <strong>di</strong>re della sua esportabilità;<br />

i Stpi sono, al <strong>di</strong> là <strong>di</strong> ogni possibile dubbio, <strong>un</strong> carattere reale dello<br />

sviluppo economico contemporaneo italiano e non <strong>un</strong> mero artefatto<br />

concettuale;<br />

questi sistemi stanno <strong>di</strong>mostrando <strong>un</strong>a permanente vitalità, anche se,<br />

più recentemente, mostrano qualche sintomo <strong>di</strong> affanno. Oggi in effetti<br />

i Stpi sembrano abbastanza imbarazzati <strong>di</strong> fronte ai processi della<br />

transizione postindustriale, i processi, cioè, dell’interna zionalizzazione<br />

dell’economia e dell’innovazione tecnologica e for male, che convergono<br />

entrambi nell’esigenza <strong>di</strong> servizi evoluti alla produzione («terziario<br />

avanzato», se si vuole). L’esistenza <strong>di</strong> problemi rispetto all’evoluzione<br />

dei Stpi è stata segnalata da tempo, anche da parte degli autori più<br />

«simpatetici» verso il modello (Bianchi, 1986; Brusco, 1989; Gobbo,<br />

1990; Pyke et al., 1990, Garofoli, 1991).<br />

L’internazionalizzazione dell’economia pone a rischio la tenuta dei<br />

Stpi sui mercati internazionali, sia per il verso della competizione ineguale<br />

da parte delle imprese «meso-economiche», cioè le gran<strong>di</strong> compagnie<br />

multinazionali, multiprodotto, multimercato (Holland, 1987), sia per quello<br />

della <strong>di</strong>fficoltà a promuovere alleanze strategiche transnazionali (Holland,<br />

1989 e 1990). Ma per le piccole imprese si prospettano problemi seri anche<br />

solo a fronte <strong>di</strong> quella parte del processo <strong>di</strong> internazionalizzazione che si<br />

esprime nel mer cato <strong>un</strong>ico europeo, tant’è che la Com<strong>un</strong>ità manifesta la<br />

sua preoc cupazione promuovendo politiche e programmi allo scopo, che,<br />

pe raltro, «non entrano <strong>di</strong>rettamente nel cuore dei problemi strutturali»<br />

(Dastoli e Vitella, 1992, p. 179).<br />

L’imbarazzo dei Stpi rispetto ai processi dell’innovazione è stato anche<br />

più stu<strong>di</strong>ato (si vedano, fra i <strong>di</strong>versi possibili, i saggi raccolti in Camagni<br />

e Malfi, 1986 e in Garofoli e Magnani, 1986). Del re sto il problema è<br />

intrinseco alla stessa natura dei Stpi: fa parte della loro definizione<br />

208 Requiem per la Terza Italia? Sistemi territoriali <strong>di</strong> piccola impresa e transizione postindustriale


originaria. Il processo <strong>di</strong> cambiamento in corso im plica, necessariamente,<br />

<strong>un</strong>a declinante importanza dei fattori (fonti <strong>di</strong> economie esterne) che<br />

avevano sostenuto gli sta<strong>di</strong> iniziali dello sviluppo dei Stpi. In altri termini,<br />

i «generatori tra<strong>di</strong>zionali» <strong>di</strong> eco nomie esterne stanno perdendo efficacia.<br />

Il campo della sfida si sposta dall’efficienza della singola impresa o del<br />

sistema <strong>di</strong> imprese all’efficienza ambientale <strong>di</strong> ciasc<strong>un</strong> Stpi. Occorrono,<br />

insomma, «nuovi generatori» <strong>di</strong> economie esterne (esterne, stavolta, al<br />

siste ma industriale locale ma interne al sistema spaziale socioeconomi co):<br />

ricerca e sviluppo, marketing, formazione professionale e ma nageriale.<br />

Ora, questi nuovi generatori <strong>di</strong> economie esterne non possono ve nire in<br />

essere spontaneamente, dato che (Bianchi, 1990):<br />

a. i cambiamenti ra<strong>di</strong>cali sono, <strong>di</strong> per sé, fuori dagli orizzonti cultu rali<br />

del piccolo impren<strong>di</strong>tore me<strong>di</strong>o: la sua cultura sociale e la storia dei<br />

suoi precedenti successi gli impe<strong>di</strong>scono <strong>di</strong> percepire la crucialità<br />

dell’innovazione;<br />

b. ci sono barriere economiche, che, in generale, inibiscono l’acces so della<br />

piccola impresa ai domini della ricerca e dello sviluppo e del marketing<br />

<strong>di</strong> larga scala;<br />

c. altri «nuovi generatori» (infrastrutture, servizi <strong>di</strong> com<strong>un</strong>icazione, ecc.)<br />

sono, per la loro stessa natura, fuori dalle competenze legali dei soggetti<br />

privati.<br />

Debbono poi esser prese in considerazione due <strong>di</strong>fficoltà ad<strong>di</strong>zio nali,<br />

poste dal processo dell’innovazione:<br />

a. l’innovazione <strong>di</strong> prodotto, in produzioni ad alto contenuto <strong>di</strong> mo da<br />

o <strong>di</strong> design, tende a significare innovazione formale, meno trattabile<br />

(<strong>di</strong>pendendo da fattori intangibili come la fantasia, la creatività e il<br />

gusto) dell’innovazione tecnologica;<br />

b. l’innovazione <strong>di</strong> processo significa, in generale, l’adozione <strong>di</strong> tecnologie<br />

labour saving, che generano conseguenze indesiderabili in sistemi<br />

produttivi ad alta intensità <strong>di</strong> lavoro.<br />

• Gli elementi del Stpi sotto pressione<br />

Si riprendano, <strong>un</strong>o per <strong>un</strong>o, gli elementi (componenti, caratteri e meccanismi)<br />

del modello <strong>di</strong> Stpi, prima stilizzato, allo scopo <strong>di</strong> rin tracciarvi gli eventuali<br />

riflessi della transizione postindustriale.<br />

[1] Intensità <strong>di</strong> lavoro. Tutti i processi produttivi, meccanizzati e<br />

automatizzati, sono ora più capital intensive, anche nella Pi;<br />

l’intensità <strong>di</strong> lavoro, fonte com<strong>un</strong>e dell’elasticità e della flessi bilità,<br />

tende quin<strong>di</strong> a <strong>di</strong>minuire.<br />

[2] Flessibilità. Non è più <strong>un</strong>a caratteristica esclusiva della Pi:<br />

l’automazione la rende <strong>di</strong>sponibile anche, e soprattutto, per la<br />

grande impresa e per i processi produttivi integrati, che posso no,<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 209


anzi, integrare la specializzazione flessibile per piccoli lotti con la<br />

programmazione produttiva ed il controllo del mercato (è il c.d.<br />

«modello Benetton»); al contrario, la crescente sosti tuzione delle<br />

tra<strong>di</strong>zionali macchine multi-purpose con macchi nari specializzati a<br />

controllo numerico tende a introdurre ele menti <strong>di</strong> rigi<strong>di</strong>tà anche nel<br />

processo produttivo della pi specia lizzato per fasi o parti.<br />

[3] Elasticità. In termini <strong>di</strong> lavoro irregolare o nero, è sempre più<br />

contrastata dal sindacato e dagli atteggiamenti sociali; è vero che<br />

si registra <strong>un</strong>a maggiore <strong>di</strong>sponibilità del sindacato ad <strong>un</strong> uso<br />

flessibile del lavoro regolare, ma il secondo lavoro, fonte importante<br />

dell’elasticità tra<strong>di</strong>zionale, deriva, in misura cre scente, da <strong>un</strong>’offerta<br />

<strong>di</strong> lavoro più rigida, la quale, almeno nei Stpi più evoluti, non<br />

ricerca più solo o prevalentemente integrazioni <strong>di</strong> red<strong>di</strong>to ma anche<br />

gratificazioni <strong>di</strong> status pro fessionale.<br />

[4] Decomponibilità dei processi. In quanto presupposto della<br />

specializzazione per parti o fasi, vi si oppongono, sul terreno tecnologico,<br />

il ciclo automatizzato che reintegra parti o fasi in <strong>un</strong> processo continuo;<br />

sul terreno organizzativo, la tendenza al riaccorpamento dei processi,<br />

<strong>di</strong> cui si rilevano sintomi soprat tutto nelle me<strong>di</strong>e imprese.<br />

[5] Facilità <strong>di</strong> aggiornamento tecnologico. Gli impianti e i mac chinari<br />

più aggiornati, anche quando specializzati per parti <strong>di</strong> prodotto o<br />

fasi <strong>di</strong> processo, richiedono com<strong>un</strong>que investimenti relativamente<br />

più alti <strong>di</strong> quelli occorrenti per le macchine tra<strong>di</strong> zionali; inoltre<br />

l’aggiornamento tecnologico è sempre più fatto anche <strong>di</strong> software<br />

oltre che <strong>di</strong> hardware.<br />

[6] Pieno utilizzo della capacità produttiva. A quanto detto in [2] e in [4]<br />

si deve aggi<strong>un</strong>gere che l’evoluzione recente dei Stpi vi ha introdotto<br />

rilevanti elementi <strong>di</strong> gerarchizzazione (Bortolotti, 1991), per cui alle<br />

relazioni multiple fra pi sostanzialmente pa ritarie si sostituisce la<br />

relazione fra me<strong>di</strong>a impresa e area della pi subfornitrice, i cui piani<br />

produttivi sono, <strong>di</strong> fatto, eterodeterminati e, quin<strong>di</strong>, non garantiscono<br />

necessariamente il pieno uti lizzo della capacità produttiva.<br />

[7] Rapporti non competitivi fra Pi. Quelli originati per sod<strong>di</strong>sfare il<br />

quantum <strong>di</strong> domanda son sempre più spiazzati dal modello della<br />

subfornitura in cui il rapporto col mercato è gestito dalla me<strong>di</strong>a<br />

impresa committente.<br />

[8] Ruolo dei buyers come organizzatori della cooperazione fra Pi.<br />

Nella misura in cui i buyers evolvono da agenti organizzativi della<br />

produzione locale a servizi <strong>di</strong> interme<strong>di</strong>azione mercantile, localizzati<br />

nel Stpi ma attivi ora anche sui mercati mon<strong>di</strong>ali dell’offerta oltre<br />

che della domanda, agiscono da moltiplicatore della concorrenza da<br />

parte dei produttori dei Paesi a più bassi costi <strong>di</strong> lavoro.<br />

210 Requiem per la Terza Italia? Sistemi territoriali <strong>di</strong> piccola impresa e transizione postindustriale


[9] Cooperazione indotta dalla specializzazione per parti e fasi. Questo<br />

tipo <strong>di</strong> rapporti non competitivi fra Pi, continua a sussi stere, ma<br />

viene eroso dalle tendenze alla reintegrazione dei processi [4] e alla<br />

gerarchizzazione [6].<br />

[10] Rapporti non competitivi a fini <strong>di</strong> sperimentazione tecnologica. Nei<br />

nuovi orizzonti dell’innovazione tecnologica perdono <strong>di</strong> importanza<br />

i rapporti <strong>di</strong> cooperazione fra Pi produttrici <strong>di</strong> beni finali o interme<strong>di</strong><br />

e Pi produttrici <strong>di</strong> beni strumentali, limitati, ormai, alle innovazioni<br />

adattive minori.<br />

[11] Famiglia e mercato del lavoro. Le cause che ostacolano l’ela sticità<br />

[3], riducono anche il ruolo svolto nell’allocazione del lavoro dalla<br />

famiglia, nella quale, peraltro, si sfuma il connota to dell’omogeneità<br />

professionale, soprattutto fra le generazioni.<br />

[12] Famiglia e formazione professionale. Il learning by doing, in generale,<br />

non è più sufficiente per riprodurre impren<strong>di</strong>torialità e professionalità; la<br />

famiglia, quin<strong>di</strong>, non è più in grado <strong>di</strong> trasmettere, fra le generazioni, i<br />

saperi sofisticati delle moderne competenze manageriali e professionali.<br />

[13] Specializzazione dei servizi. è ancora <strong>un</strong>a componente valida<br />

dell’efficienza ambientale, anche se vi si rintracciano i sintomi dello<br />

stato generale <strong>di</strong> stress dei servizi pubblici assieme a quelli della<br />

carenza <strong>di</strong> servizi evoluti alla produzione (Bianchi, 1990).<br />

[14] Ruolo delle associazioni degli interessi sociali organizzati. So no<br />

tutte più o meno in crisi <strong>di</strong> rappresentatività e stentano, co m<strong>un</strong>que,<br />

a superare lo sta<strong>di</strong>o della tutela degli interessi sinda cali (dei piccoli<br />

impren<strong>di</strong>tori o dei lavoratori autonomi), per at tingere il livello<br />

dell’erogazione <strong>di</strong> servizi evoluti (Grote, 1990 e 1991).<br />

[15] Cultura sociale conforme. Per quanto vi resista <strong>un</strong>a maggiore<br />

compattezza sociale, nei Stpi si esprimono valori, atteggiamenti e<br />

comportamenti sempre meno «conformi» al modello locale <strong>di</strong> sviluppo,<br />

come effetto <strong>di</strong> cause molteplici: esaurimento del serbatoio<br />

<strong>di</strong> manodopera agricola, scolarizzazione <strong>di</strong> massa, crescente immigrazione<br />

straniera, sensibilità ambientalista, estensione anche alle<br />

aree rurali del modello <strong>di</strong> vita urbano, ecc. (Bianchi, 1986).<br />

[16] Mercato com<strong>un</strong>itario. Il mercato resta <strong>un</strong> mix <strong>di</strong> concorrenza e<br />

cooperazione, anche se:<br />

- localmente, depotenziato dalla gerarchizzazione [6];<br />

- in generale, inquinato dalla «corruzione <strong>di</strong>ffusa» (Cazzola, 1988<br />

e 1992), che spiazza quel po’ <strong>di</strong> etica weberiana del St pi tipico;<br />

-<br />

in prospettiva, insufficiente, per la necessità <strong>di</strong> attivare reti<br />

multiregionali <strong>di</strong> cooperazione transnazionale (Holland, 1989 e<br />

1990; Grote, 1991) allo scopo <strong>di</strong> fronteggiare la sfida delle gran<strong>di</strong><br />

imprese e, soprattutto, delle compagnie multinazionali.<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 211


[17] Ruolo dell’informazione. Quella veicolata dai rapporti faccia a<br />

faccia mantiene <strong>un</strong>a sua f<strong>un</strong>zione vitale: ma cresce l’esigenza<br />

<strong>di</strong> formalizzare le relazioni interpersonali ed interimpresa<br />

(Bor tolotti, 1991) e <strong>di</strong> strutturare adeguati sistemi informativi<br />

(Garofoli, 1989).<br />

[18] Bassi costi <strong>di</strong> transazione. Una semplice stretta <strong>di</strong> mano basta<br />

sempre meno a definire le transazioni: si espande la pratica della<br />

formalizzazione (contrattuale) dei rapporti.<br />

[19] Facilità <strong>di</strong> formazione e aggiornamento professionale. Anche in<br />

questo campo si pongono ormai esigenze non più fronteggiabili<br />

col learning by doing e con i rapporti faccia a faccia.<br />

[20] Attitu<strong>di</strong>ne all’innovazione. I Stpi restano la sede elettiva della<br />

capacità innovativa <strong>di</strong>ffusa (Bellan<strong>di</strong>, 1989), ma la proliferazione<br />

<strong>di</strong> «centri», «agenzie», ecc. per l’innovazione (Bianchi,<br />

1990) testimonia <strong>di</strong> <strong>un</strong>a domanda che non è più automatica mente<br />

sod<strong>di</strong>sfatta dalla «atmosfera industriale».<br />

[21] Com<strong>un</strong>e origine sociale. Quarant’anni dopo l’avvio del model lo,<br />

l’origine sociale <strong>di</strong> lavoratori e impren<strong>di</strong>tori non è più «co m<strong>un</strong>e»:<br />

i lavoratori sono figli <strong>di</strong> lavoratori o immigrati, gli im pren<strong>di</strong>tori<br />

sono figli <strong>di</strong> impren<strong>di</strong>tori.<br />

[22] Mobilità sociale. La <strong>di</strong>namica sociale che, nel Stpi nel pieno<br />

esercizio delle sue f<strong>un</strong>zioni, si esprimeva nella mutevolezza dei<br />

ruoli degli stessi soggetti che passavano, spesso molto rapida mente<br />

e ripetutamente, attraverso le posizioni <strong>di</strong> impren<strong>di</strong>tore, lavoratore<br />

autonomo, lavoratore <strong>di</strong>pendente e, talvolta, anche lavoratore<br />

marginale, oggi si esprime nella moltiplicazione del le figure<br />

sociali, in <strong>un</strong> continuum che va dall’emarginato all’impren<strong>di</strong>tore<br />

<strong>di</strong> successo, al rentier: le posizioni sono molte ma il passaggio, in<br />

ascesa, dall’<strong>un</strong>a all’altra è ora assai più <strong>di</strong>f ficile (Bianchi, 1986).<br />

[23] Omogeneità politica. Questo carattere è <strong>un</strong> ricordo del passato,<br />

anche se restano tracce visibili delle subculture rossa e bianca<br />

nei Stpi delle aree della Terza Italia; <strong>un</strong>a delle conseguenze del<br />

mutamento socio-politico più gravide <strong>di</strong> effetti è quella del<br />

«sovraccarico <strong>di</strong> domanda per i sistemi politici e della crescen te<br />

<strong>di</strong>fficoltà <strong>di</strong> tenere insieme sostegno al processo <strong>di</strong> accumu lazione<br />

capitalistica e mantenimento del consenso sociale» (Bagnasco<br />

e Trigilia, 1985, p. 122): insomma, rischiano <strong>di</strong> incep parsi i<br />

meccanismi della «regolazione localistica dei conflitti sociali»<br />

[24] e della «costruzione sociale del mercato» [25]; la regolazione<br />

richiede oggi modelli più evoluti, del tipo <strong>di</strong> quelli suggeriti, per<br />

esempio, dall’approccio neo-corporatista (Schmitter e Lanzalaco,<br />

1988; Greenwood, Grote e Ronit, 1992).<br />

212 Requiem per la Terza Italia? Sistemi territoriali <strong>di</strong> piccola impresa e transizione postindustriale


4. Sistemi territoriali <strong>di</strong> piccola impresa, sistemi regionali, Terza Italia<br />

• L’evoluzione 1951-1981<br />

Preso atto delle sintomatologie espresse nell’evoluzione recente dei Stpi, che<br />

suggeriscono <strong>un</strong>a <strong>di</strong>agnosi <strong>di</strong> imbarazzo degli stessi <strong>di</strong> fronte alle sfide della<br />

transizione postindustriale, pare legittimo interrogarsi se questo imbarazzo<br />

non si rifletta sulla tenuta interpreta tiva del concetto <strong>di</strong> Terza Italia.<br />

In <strong>un</strong> precedente lavoro (Becattini e Bianchi, 1982) si ripercorse ro<br />

sommariamente le tappe evolutive dei sistemi regionali, compro vando<br />

l’esistenza e la vitalità dei sistemi territoriali <strong>di</strong> piccola im presa e il loro<br />

<strong>di</strong>versificato ruolo nella specificazione delle tre for mazioni geoeconomiche<br />

dell’economia centrale, dell’economia mar ginale e dell’economia periferica<br />

(in particolare <strong>di</strong> quest’ultima). Si condusse allora <strong>un</strong> esercizio elementare,<br />

considerando simultanea mente livelli <strong>di</strong> industrializzazione (in termini <strong>di</strong><br />

addetti all’industria per 100 residenti) e andamenti della popolazione (in<br />

termini <strong>di</strong> in<strong>di</strong> ci della popolazione residente, fatto 100 il dato 1951), con<br />

<strong>un</strong>a perio<strong>di</strong>zzazione corrispondente a quella delle date dei censimenti. Si<br />

ripropone qui <strong>un</strong>a sintesi dei risultati <strong>di</strong> quell’esercizio (Fig. 4).<br />

Figura 4<br />

ONDATE REGIONALI DI SVILUPPO 1951-1991<br />

Addetti all’industria per 100 abitanti<br />

25<br />

20<br />

15<br />

10<br />

5<br />

0<br />

Marche<br />

Friuli V.G.<br />

Umbria<br />

Molise Abruzzi Basilicata<br />

Calabria<br />

Veneto<br />

Emilia R.<br />

Liguria<br />

Toscana<br />

Sicilia<br />

Piemonte<br />

Trentino A.A.<br />

Valle d’Aosta<br />

Sardegna<br />

Campania<br />

70 100 130<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 213<br />

Puglia<br />

Lombar<strong>di</strong>a<br />

Lazio<br />

Popolazione residente (1951=100)<br />

Al 1951 in Italia sono facilmente identificabili quattro gruppi <strong>di</strong> regioni:<br />

il gruppo delle regioni più industrializzate, con oltre il 10 per cento <strong>di</strong><br />

addetti all’industria, che comprende la Lombar<strong>di</strong>a e il Piemonte e, a<br />

qualche <strong>di</strong>stanza, la Liguria; il gruppo delle regioni, che si possono definire


me<strong>di</strong>amente industrializzate, con livelli <strong>di</strong> industrializzazione attorno al 10<br />

per cento, costituito da Toscana, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto A<strong>di</strong>ge;<br />

Veneto, Emilia Roma gna, Marche, Umbria, Sardegna e Lazio compongono<br />

il terzo rag gruppamento, quello delle regioni scarsamente industrializzate,<br />

con valori fra il 5 e il 7 per cento dello stesso in<strong>di</strong>catore; tutte le altre<br />

regioni, che ben si possono qualificare come non industrializzate, hanno<br />

meno, e talvolta molto meno, <strong>di</strong> 5 addetti all’industria ogni 100 abitanti.<br />

Quel che accade fra il 1951 e il 1961 è riconducibile a queste<br />

osservazioni:<br />

-<br />

-<br />

-<br />

-<br />

-<br />

-<br />

le tre regioni più industrializzate registrano <strong>un</strong> vistoso incremento<br />

demografico, mentre l’industrializzazione cresce significativa mente solo<br />

in Lombar<strong>di</strong>a e in Piemonte, ma ristagna sostanzial mente in Liguria;<br />

i movimenti nelle altre regioni rappresentano gli effetti della pri ma<br />

«ondata» del processo <strong>di</strong> industrializzazione delle regioni del la Terza<br />

Italia; la Toscana «decolla» aumentando in industrializza zione e in<br />

popolazione, seguita a breve <strong>di</strong>stanza dal Trentino Alto A<strong>di</strong>ge, solo in<br />

termini <strong>di</strong> popolazione, e, ma a livelli <strong>un</strong> po’ più bassi, dal Friuli Venezia<br />

Giulia solo per l’industrializzazione, ri sultando in leggera flessione<br />

demografica; l’Emilia Romagna e il Veneto si appaiano alla Toscana,<br />

anche se per il Veneto l’incremento del livello dell’industrializzazione<br />

<strong>di</strong>pende non solo dall’aumento degli addetti all’industria ma anche<br />

dalla per<strong>di</strong>ta <strong>di</strong> popolazione;<br />

è fondamentalmente per effetto dell’emigrazione che i livelli <strong>di</strong><br />

industrializzazione si muovono <strong>un</strong> po’ verso l’alto anche per l’Umbria e<br />

per le Marche; in Sardegna e, ancor più nel Lazio cre sce marcatamente<br />

la popolazione residente (per quanto riguarda il Lazio la crescita, come<br />

si sa, è ascrivibile pressoché interamente all’«effetto Roma»);<br />

il livello <strong>di</strong> industrializzazione resta quello che era <strong>di</strong>eci anni pri ma<br />

praticamente in tutte le altre regioni, sebbene Puglia, Campa nia, Sicilia<br />

e Basilicata esprimano crescite demografiche <strong>di</strong>fferen ziate, mentre<br />

Calabria, Abruzzi e Molise den<strong>un</strong>ciano chiaramente la loro natura<br />

<strong>di</strong> aree d’origine <strong>di</strong> massicci flussi <strong>di</strong> emigrazione. Nei due perio<strong>di</strong><br />

successivi (1961-71, 1971-81) si osservano questi movimenti:<br />

la Liguria appare già in crisi per quanto riguarda l’industrializza zione e,<br />

dopo il 1971, perde anche popolazione; la crescita demo grafica fra ‘71 e<br />

‘81 si azzera in Piemonte, mentre prosegue in Lombar<strong>di</strong>a; in tutte e due<br />

le regioni i livelli <strong>di</strong> industrializzazione restano quelli che erano al ‘61;<br />

le regioni per così <strong>di</strong>re «inseguitrici» delle regioni che costituirono<br />

il «triangolo» sono ora Toscana, Emilia Romagna e Veneto, ove<br />

continuano a crescere sia la popolazione che l’industrializza zione; a<br />

breve <strong>di</strong>stanza segue il Friuli Venezia Giulia, con crescita demografica<br />

che ristagna, mentre il Trentino Alto A<strong>di</strong>ge imbocca <strong>un</strong> suo sentiero<br />

214 Requiem per la Terza Italia? Sistemi territoriali <strong>di</strong> piccola impresa e transizione postindustriale


-<br />

-<br />

-<br />

-<br />

-<br />

<strong>di</strong> sviluppo (e che sviluppo vi sia lo prova la cre scita demografica)<br />

e manifestamente il motore non ne è l’indu stria ma, come sappiamo,<br />

l’agricoltura e il turismo;<br />

fra il 1971 e il 1981 parte anche la seconda «ondata» dell’industrializzazione<br />

nelle regioni centro-nord-orientali: Marche e Um bria, dapprima si<br />

accostano ai livelli cui erano le precedenti regio ni all’inizio del primo<br />

periodo, successivamente le Marche rag gi<strong>un</strong>gono, e superano, le posizioni<br />

<strong>di</strong> Toscana, Emilia Romagna e Veneto, in termini <strong>di</strong> industrializzazione,<br />

anche se l’incremento demografico appare abbastanza contenuto;<br />

in Abruzzi e Basilicata, ove prosegue l’esodo migratorio, si innal zano<br />

<strong>di</strong> <strong>un</strong> po’ i livelli <strong>di</strong> industrializzazione, come pure in Puglia e Sardegna,<br />

ove si accompagnano, peraltro, ad <strong>un</strong> incremento de mografico; Sicilia,<br />

Calabria e Campania, in costante crescita de mografica per l’effetto<br />

pressoché esclusivo del saldo naturale, restano più o meno sugli stessi<br />

livelli <strong>di</strong> industrializzazione, che non salgono nemmeno nel Lazio, data<br />

la spettacolare crescita del denominatore del nostro in<strong>di</strong>ce, causata dalla<br />

vera e propria esplosione demografica <strong>di</strong> Roma. Le posizioni al 1981<br />

sono le seguenti:<br />

le regioni della prima (Toscana, Emilia Romagna, Veneto) e della<br />

seconda (Marche, Umbria) «ondata» dell’industrializzazione post bellica<br />

sono ormai a livelli paragonabili a quelli delle due regioni <strong>di</strong> più antica<br />

industrializzazione; ma sono da segnalare alc<strong>un</strong>e evidenti <strong>di</strong>fferenziazioni:<br />

il declino dell’industrializzazione in Pie monte e Lombar<strong>di</strong>a, ormai<br />

manifestamente in fase «postindustria le»; il marcato rallentamento del<br />

processo <strong>di</strong> industrializzazione in Toscana; il più accentuato <strong>di</strong>namismo<br />

<strong>di</strong> Emilia Romagna, Ve neto e, soprattutto, Marche;<br />

Abruzzi, Molise, Basilicata e Puglia (la sola regione che si man tiene<br />

costantemente in crescita <strong>di</strong> popolazione), cioè le regioni della terza<br />

«ondata», hanno raggi<strong>un</strong>to e talvolta persino superato quelli che erano<br />

stati i livelli <strong>di</strong> industrializzazione delle prece denti regioni al termine<br />

del primo periodo;<br />

Sardegna e Lazio, per quanto accom<strong>un</strong>ate da <strong>un</strong>a costante espansione<br />

demografica, sebbene a ritmi notevolmente <strong>di</strong>suguali, se guono, come<br />

tutti sanno, percorsi <strong>di</strong>versi: l’abnorme crescita della megalopoli<br />

romana e la formazione <strong>di</strong> <strong>un</strong>a <strong>di</strong>screta struttura indu striale nel Lazio;<br />

<strong>un</strong> andamento economico titubante e incerto, nel <strong>di</strong>fficile rapporto fra<br />

agricoltura, turismo e grande industria, così tipico dell’Isola sarda.<br />

Sembrò allora (e sembra tuttora) <strong>di</strong> poter affermare che<br />

«l’industrializzazione <strong>di</strong>ffusa <strong>di</strong> questo dopoguerra non dovrebbe essere<br />

pensata semplicemente come <strong>un</strong> processo <strong>di</strong> espansione all’est e al sud <strong>di</strong><br />

<strong>un</strong> centro <strong>di</strong> industria pre-esistente, ma come <strong>un</strong> processo più composito in<br />

cui le rilocalizzazioni d’impresa dal nord-ovest e le al tre forme <strong>di</strong> induzione<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 215


<strong>di</strong>retta, che certamente vi sono state, costitui scono solo <strong>un</strong>a parte -e non<br />

decisiva- <strong>di</strong> <strong>un</strong> movimento complessi vamente caratterizzato da esplosioni<br />

<strong>di</strong> impren<strong>di</strong>torialità locale» (Becattini e Bianchi, 1982, p. 31).<br />

• Il mutamento 1981-1991<br />

Quel che è accaduto fra 1981 e 1991 conferma certamente, nel bene e<br />

nel male, il ruolo dei Stpi, ma testimonia d’<strong>un</strong> vistoso rimescolamento<br />

delle carte nelle classificazioni possibili delle famiglie <strong>di</strong> regioni (si veda,<br />

ancora, Fig. 4).<br />

Il «triangolo industriale», intanto, non esiste più: la Liguria conti nua<br />

ad arretrare in popolazione e industrializzazione (sui livelli <strong>di</strong> Basilicata<br />

e Molise), come esito <strong>di</strong> <strong>un</strong> accentuato declino; Lombar<strong>di</strong>a e Piemonte,<br />

in piena maturità postindustriale, perdono popolazione e scendono sotto ai<br />

livelli originari (1951) d’industrializzazione.<br />

Le regioni della Terza Italia, sia della prima che della seconda «ondata»,<br />

mostrano comportamenti nettamente <strong>di</strong>fferenziati: il Vene to svetta per la sua<br />

simultanea crescita demografica e industriale; l’Emilia Romagna tiene sui<br />

due fronti: entrambe raggi<strong>un</strong>gono i livelli industriali d’<strong>un</strong> Piemonte e d’<strong>un</strong>a<br />

Lombar<strong>di</strong>a in <strong>di</strong>scesa, mentre in tutte le quattro regioni si sviluppano robusti,<br />

anche se <strong>di</strong>versificati, processi <strong>di</strong> terziarizzazione evoluta; la Toscana <strong>di</strong>mostra<br />

nitidamente la precocità della sua transizione postindustriale: la crescita<br />

terziaria non impe<strong>di</strong>sce il declino demografico, mentre l’industria torna ai livelli<br />

1961, come effetto <strong>di</strong> <strong>un</strong>a deindustrializzazione venata <strong>di</strong> vere e proprie<br />

crisi; Marche e Umbria accusano <strong>un</strong>a brusca battuta d’arresto nei livelli <strong>di</strong><br />

industrializzazione, anche se, nel primo caso, con incre mento <strong>di</strong> residenti, nel<br />

secondo azzerando la crescita demografica re gistrata fra ‘71 e ‘81; il Friuli<br />

Venezia Giulia esibisce i segni d’<strong>un</strong>a crisi rovinosa in entrambi gli in<strong>di</strong>catori;<br />

il Trentino Alto A<strong>di</strong>ge, inve ce, si mantiene coerentemente su <strong>un</strong> suo sentiero <strong>di</strong><br />

sviluppo (la po polazione aumenta) manifestamente non fondato sull’industria;<br />

converge, non stranamente, sugli stessi livelli <strong>di</strong> industrializzazione la Valle<br />

d’Aosta, per quarant’anni in costante e rapida deindustrializza zione e in<br />

altrettanto costante e rapida crescita <strong>di</strong> popolazione.<br />

Più che <strong>di</strong>fficile sarebbe del tutto assurdo ascrivere ad <strong>un</strong>a <strong>un</strong>ica entità<br />

socio-economico-territoriale il composito aggregato delle re gioni meri<strong>di</strong>onali:<br />

Puglia e Sardegna, pur nelle notissime <strong>di</strong>fferen ziazioni strutturali e <strong>di</strong>namiche<br />

(impossibili da cogliere nei valori me<strong>di</strong> regionali), segnalano <strong>un</strong>a certa<br />

omogeneità comportamentale, nel senso che vi prosegue, seppure a ritmi<br />

rallentati, l’espansione demografica, mentre i livelli <strong>di</strong> industrializzazione<br />

scendono a valori poco sopra i cinque addetti per cento residenti; la Basilicata<br />

non mantiene le promesse del precedente decennio, tornando in<strong>di</strong>etro nei due<br />

in<strong>di</strong>catori, che, al contrario, crescono nel Molise (cui continua, peraltro, a<br />

mancare <strong>un</strong> quinto della sua popolazione 1951) e negli Abruzzi (ove, invece,<br />

216 Requiem per la Terza Italia? Sistemi territoriali <strong>di</strong> piccola impresa e transizione postindustriale


è pressoché recuperata l’emorragia demografi ca postbellica). La popolazione<br />

aumenta in Campania e Sicilia, con <strong>un</strong>’inversione della pur debolissima<br />

tendenza alla crescita industria le, mentre, per ben quarant’anni la Calabria<br />

continua ad avvitarsi su se stessa: le tre regioni sono, com<strong>un</strong>que, le sole con<br />

<strong>un</strong>a base indu striale che per <strong>un</strong> quarantennio si è mantenuta costantemente<br />

sotto i cinque addetti all’industria per cento abitanti.<br />

• Quante Italie?<br />

In effetti, rapportando andamenti 1981-1991 e livelli 1991 della<br />

specializzazione industriale (addetti all’industria su abitanti) delle regioni<br />

ai corrispondenti valori della me<strong>di</strong>a nazionale, si sono iden tificati cinque<br />

gruppi <strong>di</strong> regioni (Grassi 1992):<br />

a. regioni «molto forti ad evoluzione negativa» (Lombar<strong>di</strong>a e Pie monte);<br />

b. regioni «forti ad evoluzione positiva» (Emilia Romagna, Veneto,<br />

Trentino Alto A<strong>di</strong>ge e Marche);<br />

c. regioni «forti ad evoluzione negativa» (Toscana e Umbria);<br />

d. regioni «deboli a evoluzione positiva» (Abruzzi, Molise e Basili cata);<br />

e. regioni «deboli ad evoluzione negativa» (Lazio, Puglia, Campa nia,<br />

Calabria e Sicilia).<br />

Stando a quel che può <strong>di</strong>re il solo livello <strong>di</strong> industrializzazione 1991,<br />

abbiamo, invece, quattro famiglie <strong>di</strong> regioni, due sopra e due sotto il livello<br />

me<strong>di</strong>o nazionale (Fig. 5):<br />

a. Lombar<strong>di</strong>a, Veneto, Piemonte, Emilia Romagna e Marche, con va lori<br />

fra i quin<strong>di</strong>ci e i venti addetti all’industria per cento abitanti;<br />

b. Toscana, Friuli Venezia Giulia, Valle d’Aosta, Trentino Alto A<strong>di</strong> ge,<br />

Umbria e Abruzzi, con valori fra <strong>di</strong>eci e quin<strong>di</strong>ci;<br />

c. Molise, Liguria, Basilicata, Lazio, Puglia e Sardegna, nell’or<strong>di</strong>ne, sono<br />

fra i cinque e i <strong>di</strong>eci addetti all’industria per cento abitanti;<br />

d. Campania, Sicilia e Calabria si trovano, come s’è visto, sotto la metà<br />

della me<strong>di</strong>a nazionale.<br />

Conoscendo il percorso che sta alle spalle del provvisorio traguar do<br />

raggi<strong>un</strong>to al 1991 (e conoscendo, peraltro come tutti, <strong>di</strong>verse al tre cose),<br />

la classificazione può essere resa meno rozza: ma continua a segnalare<br />

l’esistenza <strong>di</strong> ben più <strong>di</strong> «tre Italie».<br />

Lombar<strong>di</strong>a, Piemonte, Emilia Romagna e Veneto costituiscono<br />

l’Italia della piena maturità postindustriale: <strong>un</strong>a robusta base indu striale<br />

(comparabile agli standard europei), <strong>un</strong>a buona dotazione <strong>di</strong> terziario<br />

avanzato, <strong>un</strong> sostanziale equilibrio demografico, <strong>un</strong>a strut tura territoriale <strong>un</strong><br />

po’ più policentrica nelle prime due regioni, <strong>un</strong> po’ più metropolitana nelle<br />

altre due, che simboleggiano la loro fuoriuscita dalla Terza Italia anche col<br />

richiamo ai sistemi economico-territoriali (rispettivamente, Padania e Alpe-<br />

Adria) cui sempre più si riferiscono nella progettazione delle politiche.<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 217


Figura 5<br />

INDUSTRIALIZZAZIONE (ADDETTI ALL’INDUSTRIA PER 100 ABITANTI). 1981-1991<br />

25<br />

20<br />

15<br />

10<br />

5<br />

0<br />

Lombar<strong>di</strong>a<br />

Veneto<br />

Piemtonte<br />

Emilia Romagna<br />

Marche<br />

TOSCANA<br />

Friuli V.G.<br />

Valle d’Aosta<br />

Trentino A.A.<br />

Umbria<br />

Abruzzi<br />

Trentino Alto A<strong>di</strong>ge e Valle d’Aosta rappresentano <strong>un</strong> modello <strong>di</strong><br />

sviluppo largamente tributario dei caratteri dell’ambiente naturale, almeno<br />

per la fondamentale quota turistica, sebbene agricoltura e in dustria marchino<br />

<strong>un</strong>a significativa presenza nella prima regione.<br />

Liguria e Venezia Giulia sono l’economia della crisi strutturale<br />

dell’industria, non compensata dalla crescita terziaria; il Friuli, inve ce, con<br />

i suoi Stpi omologhi a quelli delle regioni finitime, docu menta la persistenza<br />

<strong>di</strong> <strong>un</strong>a Terza Italia a macchie <strong>di</strong> leopardo, non più caratterizzante interi<br />

sistemi regionali.<br />

La Toscana, trascorsa la breve stagione (1955-1977) della predo minanza<br />

industriale, è riassorbita nel modello economico storicamen te egemone<br />

(cultura, banca, commercio, turismo). Lo segnalano po chi dati, che mostrano<br />

le <strong>di</strong>fferenze rispetto alle altre due regioni più rappresentative della Terza<br />

Italia. In Toscana, al 1991, l’industria co stituisce il 35% <strong>di</strong> tutti i posti <strong>di</strong><br />

lavoro, mentre è al 37% in Emilia Romagna e al 42 in Veneto; il commercio<br />

fornisce il 23% dell’occu pazione totale in Toscana, il 21 in Emilia, il 20 nel<br />

Veneto; il pubbli co impiego è pari al 27% in Toscana, al 14 nelle altre due<br />

regioni; anche il tasso <strong>di</strong> attività è significativamente <strong>di</strong>verso, se gli addetti, in<br />

tutte le attività, sono il 39% della popolazione in Toscana, 45 in Emilia, il 42 in<br />

Veneto. Insomma: deindustrializzazione fisiologica (rilascio delle produzioni<br />

a più basso valore aggi<strong>un</strong>to) e patologica (crisi settoriali nell’industria <strong>di</strong><br />

base e decisioni rilocalizzative) si in trecciano con <strong>un</strong>a crescita ambigua del<br />

terziario, ove si sommano il terziario «esplicito» tipico dei Stpi e quello<br />

alimentato da vistose ren <strong>di</strong>te (Cavalieri, 1991; <strong>Irpet</strong>, 1992), sì da rendere<br />

218 Requiem per la Terza Italia? Sistemi territoriali <strong>di</strong> piccola impresa e transizione postindustriale<br />

ITALIA<br />

Molise<br />

Liguria<br />

Basilicata<br />

Lazio<br />

Puglia<br />

Sardegna<br />

Campania<br />

1981<br />

1991<br />

Sicilia<br />

Calabria


obbligata la via, pe raltro non impossibile, <strong>di</strong> <strong>un</strong>a reindustrializzazione che<br />

induca <strong>un</strong>a qualificazione dei servizi alle imprese (Regione Toscana, 1992).<br />

Marche e Umbria palesano l’affaticamento <strong>di</strong> <strong>un</strong>a base industria le, fragile<br />

per la rapi<strong>di</strong>tà <strong>di</strong> <strong>un</strong>a crescita, forse troppo veloce per es sere sostenuta da<br />

politiche appropriate e, nella provincia ternana, per il declino dell’industria<br />

pesante non accompagnato da <strong>di</strong>versificazio ni produttive.<br />

Abruzzi, Molise, Basilicata, Puglia e Sardegna formano il plesso<br />

dell’economia «a rischio»: crescite industriali improvvise, più per decisioni<br />

localizzative esterne che per impren<strong>di</strong>torialità endogena, nelle prime due<br />

regioni; sviluppo incerto nella terza; decollo indu striale storicamente<br />

mancato nelle ultime due, si ricompongono nel quadro <strong>un</strong>itario <strong>di</strong> <strong>un</strong>o<br />

sviluppo che, con qualche modesta eccezione locale, è <strong>di</strong>fficile riconoscere<br />

come «autocentrato».<br />

Il Lazio fa storia a sé: l’abnorme crescita metropolitana della ca pitale e le<br />

non irrilevanti aree industriali locali (indotte dagli incenti vi dell’intervento<br />

straor<strong>di</strong>nario nel Mezzogiorno) non consentono <strong>un</strong>a qualificazione sistemica<br />

della regione.<br />

Campania, Sicilia e Calabria documentano quarant’anni <strong>di</strong> qual cosa <strong>di</strong> molto<br />

più grave del pur drammatico insuccesso delle politi che meri<strong>di</strong>onalistiche:<br />

la modernizzazione del costume e del consu mo ma non della produzione<br />

è passata prevalentemente per i red<strong>di</strong>ti resi <strong>di</strong>sponibili dall’economia «del<br />

crimine» (si vedano, nella vasta letteratura sull’argomento: Arlacchi, 1980<br />

e 1983; Centorrino, 1986, 1989) e dall’economia «della risorsa politica»<br />

(Catanzaro, 1979 e 1988; Centorrino e Sgroi, 1984; ancora Centorrino, 1986<br />

e 1989), entrambe convergenti nello spiazzare investimento produttivo e<br />

do manda <strong>di</strong> lavoro produttivo (Padoa Schioppa, 1990; Della Porta, 1992):<br />

mancano qui le basi primor<strong>di</strong>ali per il f<strong>un</strong>zionamento del mercato e, quin<strong>di</strong>,<br />

per l’impresa «fisiologica» (è il nocciolo del ra gionamento su cui si basa<br />

la proposta <strong>di</strong> politica economica del re cente Piano regionale <strong>di</strong> sviluppo<br />

economico-sociale della Sicilia: cfr. Regione Siciliana, 1991; sugli «effetti<br />

perversi delle politiche nel Mezzogiorno» si può vedere Trigilia, 1992).<br />

5. Conclusione: alc<strong>un</strong>i sp<strong>un</strong>ti interpretativi<br />

Proviamo a riassumere le considerazioni fin qui svolte per ricon durle a<br />

<strong>un</strong>’ipotesi interpretativa, seppur nei limiti dell’esercizio pre liminare<br />

consentito dalle potenzialità analitiche dei dati sommari fi nora <strong>di</strong>sponibili.<br />

Le tre formazioni geoeconomiche (economia centrale, economia<br />

marginale e economia periferica o Terza Italia) non descrivono più le<br />

fenomenologie dello sviluppo multiregionale italiano contempora neo.<br />

La Terza Italia, in particolare, registra <strong>un</strong>a vera e propria <strong>di</strong>a spora, se le<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 219


egioni che la componevano appartengono oggi a quat tro, forse cinque,<br />

<strong>di</strong>verse famiglie.<br />

L’assetto attuale mostra segni visibili dei processi intercorsi fra la<br />

metà degli anni ‘70 e la fine degli anni ‘80, ove si riconosce l’effet to<br />

sia <strong>di</strong> determinanti <strong>di</strong> l<strong>un</strong>ga durata <strong>di</strong> braudeliana memoria che <strong>di</strong> nette<br />

<strong>di</strong>scontinuità. Le più rimarchevoli <strong>di</strong>scontinuità contrassegnano il percorso<br />

evolutivo <strong>di</strong> Emilia Romagna e Veneto, ove a <strong>un</strong>a «indu strializzazione<br />

senza fratture» è succeduta <strong>un</strong>a «terziarizzazione sen za fratture», che ha<br />

fatto guadagnare alle due regioni <strong>un</strong>a collocazio ne stabile alle frontiere<br />

dello sviluppo nazionale, al fianco <strong>di</strong> Pie monte e Lombar<strong>di</strong>a. Qui, invece,<br />

ha operato la l<strong>un</strong>ga durata: il van taggio comparato del precoce decollo e<br />

la duratura predominanza dell’industria hanno posto le solide basi della<br />

compiuta trasforma zione postindustriale.<br />

Ancora a determinanti <strong>di</strong> l<strong>un</strong>ga durata è ascrivibile l’eclissi indu striale<br />

della Toscana: la «memoria storica» dell’atteggiamento antiindustrialista<br />

dei suoi gruppi <strong>di</strong>rigenti, sia negli anni attorno all’Unità (Mori, 1967 e<br />

1986) che nel periodo fra le due guerre (Palla, 1978), si riproduce nelle<br />

scelte delle poche gran<strong>di</strong> imprese qui presenti, i cui centri decisionali, <strong>di</strong><br />

norma esterni alla regione, affrontano malamente o non affrontano affatto il<br />

confronto con le ristrutturazioni degli anni ‘80; la piccola impren<strong>di</strong>torialità<br />

endogena è impari, per le ragioni che si sono viste più sopra, rispetto alla sfi da<br />

postindustriale. Né è sorretta da politiche nazionali o regionali appropriate.<br />

E qui sta il p<strong>un</strong>to della <strong>di</strong>fferenziazione principale all’interno del la<br />

Terza Italia, quella fra Veneto e Emilia Romagna, da <strong>un</strong>a parte, e Toscana<br />

dall’altra. Come s’è cercato <strong>di</strong> <strong>di</strong>mostrare a suo tempo (Bianchi, 1986, p.<br />

962) «i gruppi <strong>di</strong>rigenti toscani non riescono a entrare in sintonia con <strong>un</strong><br />

tipo <strong>di</strong> sviluppo che non è mai sentito co me cosa propria». Così, mentre in<br />

Toscana l’atteggiamento verso i caratteri dello sviluppo degli «stati maggiori<br />

regionali» del sindaca to, dei <strong>di</strong>rigenti politici, degli amministratori, degli<br />

stessi impren<strong>di</strong> tori svaria «dalla <strong>di</strong>ffidenza all’ostilità... ma sempre attento<br />

a pren derne le <strong>di</strong>stanze», nelle altre regioni (e, <strong>di</strong> sicuro, in Emilia Romagna)<br />

si riven<strong>di</strong>ca orgogliosamente l’originalità del modello regionale <strong>di</strong><br />

sviluppo e il contributo recato alla sua affermazione.<br />

I Stpi, d<strong>un</strong>que, così come furono il deus agìtans della saga della<br />

Terza Italia, sono oggi l’agente principale della sua <strong>di</strong>ssoluzione/trasformazione.<br />

Laddove la cultura sociale si è espressa in politiche pubbliche<br />

e politiche d’impresa appropriate alla transizione postin dustriale e<br />

all’internazionalizzazione dell’economia (e quin<strong>di</strong>: ri strutturazione e<br />

<strong>di</strong>versificazione industriale, servizi evoluti, infra strutture adeguate), i<br />

Stpi hanno potuto valorizzare, per <strong>di</strong>rla con Fuà, i «p<strong>un</strong>ti <strong>di</strong> forza» del<br />

modello <strong>di</strong> sviluppo, portando i sistemi regionali <strong>di</strong> appartenenza alla piena<br />

maturità postindustriale. Altrove (e s’è visto dove) i Stpi non ce l’hanno<br />

220 Requiem per la Terza Italia? Sistemi territoriali <strong>di</strong> piccola impresa e transizione postindustriale


fatta, né son stati aiutati dal le politiche, a promuovere autonomamente i<br />

«nuovi generatori» <strong>di</strong> economie esterne: si sono, quin<strong>di</strong>, acutizzati i «p<strong>un</strong>ti<br />

<strong>di</strong> debolezza», cosicché i sistemi regionali <strong>di</strong> appartenenza hanno perso il<br />

contatto con le regioni alla frontiera dello sviluppo.<br />

Valga l’esempio della Toscana, ove i <strong>di</strong>stretti industriali (Sforzi 1993),<br />

fra il 1981 e il 1991, perdono il 17% degli addetti all’indu stria (cioè il<br />

triplo <strong>di</strong> quanto è avvenuto nel complesso dei <strong>di</strong>stretti industriali italiani),<br />

mentre nell’insieme dei settori produttivi i <strong>di</strong> stretti toscani registrano <strong>un</strong><br />

incremento d’occupazione del 2,5%, contro il 10% del complesso dei<br />

<strong>di</strong>stretti italiani.<br />

Si prendano, sempre a questo riguardo, le variazioni <strong>di</strong> occupazione<br />

intercorse tra il 1981 é il 1991 nei principali <strong>di</strong>stretti industriali (siste mi<br />

territoriali <strong>di</strong> piccole imprese) del nostro Paese secondo le loro in dustrie<br />

dominanti. L’industria perde il 10% dell’occupazione nel com plesso dei<br />

<strong>di</strong>stretti industriali tessili italiani, ma guadagna il 10% nei <strong>di</strong>stretti industriali<br />

tessili della Lombar<strong>di</strong>a e mantiene i precedenti li velli in Emilia Romagna,<br />

mentre perde quasi il 19% in Toscana; l’oc cupazione industriale complessiva<br />

<strong>di</strong>minuisce del 5% nella me<strong>di</strong>a na zionale dei <strong>di</strong>stretti dell’abbigliamento, resta<br />

stabile in quelli del Ve neto, guadagna l’8% negli Abruzzi, ma perde il 17% in<br />

Toscana; l’in dustria cede circa il 7% della sua occupazione nell’insieme dei<br />

<strong>di</strong>stret ti industriali calzaturieri del Paese, ma, <strong>di</strong> nuovo, guadagna il 10% nel<br />

Veneto, mentre registra <strong>un</strong>a rovinosa caduta del 28% in Toscana.<br />

Certo, anche secondo <strong>un</strong>’altra valutazione (Grassi, 1992), i <strong>di</strong>stretti<br />

continuano a rappresentare ancora al 1991 il pilastro della base industriale<br />

toscana e mantengono <strong>un</strong> forte grado <strong>di</strong> specializzazione indu striale<br />

(207 addetti all’industria per mille abitanti, contro corrispon denti valori<br />

<strong>di</strong> 138, nella me<strong>di</strong>a toscana, e <strong>di</strong> 137 e 179, rispettiva mente, nelle aree<br />

metropolitane e nelle aree forti del centro-nord), ma esibiscono, ecco il<br />

p<strong>un</strong>to, <strong>un</strong>a marcata sottodotazione <strong>di</strong> servizi, con 66 addetti al terziario<br />

privato per mille abitanti, rispetto ai 78 della Toscana, ai 102 delle aree<br />

metropolitane, ai 70 delle aree forti.<br />

Né convince più <strong>di</strong> tanto la tesi che contrappone la «terziarizza zione»<br />

alla «deindustrializzazione» per spiegare la marcata caduta d’occupazione<br />

industriale in Toscana. A parte quanto s’è detto sui caratteri della<br />

terziarizzazione toscana, come non cogliere l’inquie tante <strong>di</strong>fferenziale <strong>di</strong><br />

<strong>di</strong>namismo fra Toscana da <strong>un</strong> lato e Veneto ed Emilia Romagna dall’altro? Il<br />

saldo me<strong>di</strong>o annuo <strong>di</strong> nati-mortalità d’impresa (pari al rapporto fra il saldo<br />

imprese avviate meno impre se cessate e la me<strong>di</strong>a delle imprese esistenti)<br />

misurato sul periodo 1986-1990 mostra, infatti, <strong>un</strong> valore che è nel Veneto<br />

del 21% e in Emilia Romagna del 27% superiore a quello toscano.<br />

C’è <strong>un</strong>a lezione, nemmeno tanto implicita, in questa vicenda (su<br />

cui converrà tornare con <strong>un</strong>a più congrua base conoscitiva e <strong>un</strong>a me no<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 221


semplicistica strumentazione concettuale): gli stereotipi impe<strong>di</strong> rono, <strong>un</strong>a<br />

ventina d’anni fa e per molti anni, <strong>di</strong> riconoscere le speci ficità dello sviluppo<br />

italiano e, in particolare, della Terza Italia con i suoi Stpi. Le conseguenze<br />

della «<strong>di</strong>strazione», come si sa, non furo no solo <strong>di</strong> carattere culturale,<br />

giacché impe<strong>di</strong>rono la tempestiva ado zione <strong>di</strong> politiche appropriate.<br />

Sarebbe davvero ironico se <strong>un</strong>’analisi spregiu<strong>di</strong>cata e innovativa come<br />

quella che condusse all’identifica zione, prima, e alla concettualizzazione,<br />

poi, dei <strong>di</strong>stretti industriali e della Terza Italia, si anchilosasse, oggi, nella<br />

proposta <strong>di</strong> <strong>un</strong> nuovo stereotipo, frapposto alla percezione della realtà.<br />

In ogni caso, se la Terza Italia se ne va, con tutti gli onori, i Stpi restano,<br />

con tutti i loro problemi e le loro potenzialità. Risolvere gli <strong>un</strong>i e valorizzare<br />

le altre, richiede però che <strong>un</strong>a nuova stagione <strong>di</strong> ri cerca empirica, sul campo,<br />

li sottragga al rischio <strong>di</strong> <strong>un</strong>a loro possibi le ipostatizzazione ideologica.<br />

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<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 225


ALLA RICERCA DELLA MEMORIA PERDUTA*<br />

Giuliano Bianchi<br />

1. La contrad<strong>di</strong>zione<br />

Questo scritto assume consapevolmente la contrad<strong>di</strong>ttorietà fra due<br />

“convinte” convinzioni <strong>di</strong> chi scrive:<br />

- la convinzione dell’inesistenza, nell’Italia d’oggi (per la verità anche in<br />

altri paesi e in altri tempi), <strong>di</strong> “vere” pratiche <strong>di</strong> programmazione;<br />

- la convinzione della necessità, nell’Italia d’oggi, <strong>di</strong> darsi da fare (ove si<br />

possa e in ruoli magari <strong>di</strong>versi: decisori, stu<strong>di</strong>osi, tecnici, operatori…)<br />

con alc<strong>un</strong>e umili ma utili pratiche per tener viva almeno la speranza della<br />

programmazione, come i monaci benedettini che nel buio me<strong>di</strong>oevo<br />

copiando gli antichi testi preparavano il Rinascimento.<br />

Si <strong>di</strong>chiara subito che il tono tranchant <strong>di</strong> queste note è dovuto in<br />

piccola parte alla storia <strong>di</strong> delusioni <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong> da trent’anni<br />

e passa in servizio permanente effettivo, ma in parte assai maggiore alla<br />

volontà <strong>di</strong> estremizzare le posizioni in modo da poter provocare <strong>un</strong>a vera e,<br />

se possibile, accesa <strong>di</strong>scussione. In altri termini le delusioni non inducono<br />

alla palino<strong>di</strong>a e men che meno alla resa.<br />

Anzi.<br />

Sulla base <strong>di</strong> queste premesse si proporrà <strong>un</strong>a definizione tentativa<br />

<strong>di</strong> programmazione, per sostenere che era stato molto <strong>di</strong>fficile, se non<br />

impossibile, rintracciarne in<strong>di</strong>zi nelle esperienze italiane ed europee, pur<br />

autodefinite <strong>di</strong> programmazione, l<strong>un</strong>go l’arco <strong>di</strong> <strong>un</strong> ventennio.<br />

Si narrerà poi del tentativo, condotto in collaborazione con Stefano<br />

Pieracci agli inizi degli anni Novanta, <strong>di</strong> far rinascere la programmazione<br />

in Toscana, sulla scorta della lezione critica delle esperienze conosciute (e<br />

in primo luogo <strong>di</strong> quella toscana) e dei suggerimenti della (allora) nuova<br />

politica regionale com<strong>un</strong>itaria.<br />

Si svolgerà quin<strong>di</strong> <strong>un</strong> sintetico bilancio <strong>di</strong> quell’esperienza,<br />

corroborandola con i risultati <strong>di</strong> <strong>un</strong>a valutazione della stagione dei<br />

patti territoriali e <strong>di</strong> <strong>un</strong>a recente indagine su <strong>un</strong>a quarantina <strong>di</strong> “reperti<br />

programmatori” italiani, per concludere che <strong>di</strong> programmazione (nel senso<br />

della definizione qui adottata) non si può parlare.<br />

Anche la più recente esperienza della Regione Toscana, pur<br />

d’altissimo livello politico-culturale, viene ricondotta nell’ambito delle<br />

* Testo contenuto in Bal<strong>di</strong> B., Bruzzo A., Petretto A. (a cura <strong>di</strong>) (2008), Programmazione regionale e<br />

sviluppo locale: recenti esperienze in Italia. Atti del Seminario in memoria <strong>di</strong> Stefano Pieracci, IRPET-<br />

Regione Toscana, pp. 73-96.<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 227


“programmazioni incompiute”, anche se permette (o almeno così si<br />

crede) <strong>di</strong> capire le cause dell’incompiutezza.<br />

La conclusione è quella anticipata: qualche modesta proposta per i<br />

“benedettini della programmazione”.<br />

2. Ma cos’è la programmazione?<br />

Potrà sembrare <strong>un</strong> esercizio inutile se non ad<strong>di</strong>rittura futile definirla, data<br />

la numerosità sgomentante <strong>di</strong> definizioni teoriche, tecniche, giuri<strong>di</strong>che,<br />

secondo l’oggetto da programmare, il soggetto che programma, il territorio<br />

e l’intervallo temporale <strong>di</strong> riferimento. Ma è proprio la babele delle sigle<br />

<strong>di</strong> corrente smercio sul mercato della programmazione (PRS, POR,<br />

DOCUP, PLS, PS, PRG, PRUSST, PIT, PISL, PASL, …) a rendere più che<br />

utile del tutto necessario il tentativo <strong>di</strong> dare <strong>un</strong> contenuto riconoscibile al<br />

concetto <strong>di</strong> programmazione e alla prassi del programmare.<br />

In effetti, non v’è ness<strong>un</strong>a certezza che sotto il caleidoscopio delle<br />

etichette si possa rinvenire <strong>un</strong> contenuto riconducibile, ad esempio, ad<br />

<strong>un</strong> “modello logico” (come deve essere fatto e come si fa a fare <strong>un</strong> piano<br />

o programma: forma del prodotto e regole del processo produttivo). Non<br />

lo sono, sempre ad esempio, le numerose leggi regionali sulle procedure<br />

della programmazione, che <strong>di</strong>sciplinano le sequenze delle operazioni,<br />

come fossero i passi dell’iter <strong>di</strong> <strong>un</strong> proce<strong>di</strong>mento amministrativo. E<br />

nemmeno vi si rinviene <strong>un</strong> modello, <strong>di</strong>ciamo così, “f<strong>un</strong>zionale”: chi fa che<br />

cosa nelle tre fasi del processo <strong>di</strong> piano (formulazione, implementazione,<br />

controllo).<br />

No, le sigle non rinviano a manifestazioni empiriche <strong>di</strong>verse <strong>di</strong> <strong>un</strong>a<br />

stessa struttura sottostante: si tratta <strong>di</strong> fenomenologie molto <strong>di</strong>fferenziate<br />

ed eterogenee, che incorporano, quando incorporano, segmenti, schegge,<br />

in<strong>di</strong>zi <strong>di</strong> <strong>un</strong>a pratica <strong>di</strong> programmazione.<br />

Le possibili definizioni <strong>di</strong> programmazione stanno -si osa affermare-<br />

entro <strong>un</strong>o spazio logico delimitato da <strong>un</strong> limite minimo e da <strong>un</strong> limite<br />

massimo.<br />

Il contenuto minimo del programmare può essere definito così:<br />

or<strong>di</strong>nare logicamente e temporalmente <strong>un</strong>a serie <strong>di</strong> atti pre<strong>di</strong>sposti al fine<br />

del raggi<strong>un</strong>gimento <strong>di</strong> <strong>un</strong> obiettivo (ed è la logica del progetto: l’<strong>un</strong>ità<br />

elementare della programmazione, se vogliamo).<br />

Il contenuto massimo del programmare può essere definito così:<br />

statuire d’imperio tutti i comportamenti e tutti gli atti <strong>di</strong> tutti i soggetti <strong>di</strong><br />

<strong>un</strong>a collettività (ed è la logica della pianificazione centralizzata <strong>di</strong> stampo<br />

sovietico).<br />

228 Alla ricerca della memoria perduta


In questo spazio si pensa sommessamente <strong>di</strong> poter avanzare -dopo<br />

trent’anni <strong>di</strong> stu<strong>di</strong>o, insegnamento e pratica della programmazione<strong>un</strong>a<br />

modesta proposta <strong>di</strong> definizione, limitata alla programmazione<br />

economico-territoriale pubblica. La seguente, in termini volutamente e<br />

<strong>un</strong> po’ ironicamente <strong>di</strong>dascalici:<br />

Dicesi programmazione <strong>un</strong> sistema <strong>di</strong> scelte del decisore pubblico,<br />

anche contrattate o concertate con soggetti privati, per guidare i processi<br />

economici, sociali e territoriali <strong>di</strong> <strong>un</strong> ambito spaziale e in <strong>un</strong> ambito<br />

temporale definiti.<br />

In corsivo i p<strong>un</strong>ti cruciali. Sistema <strong>di</strong> scelte: la programmazione non è <strong>un</strong><br />

intervento singolo, ma <strong>un</strong> insieme <strong>di</strong> interventi organizzati sistemicamente,<br />

cioè coerenti e integrati. Le scelte sono anche contrattate o concertate<br />

con soggetti privati per almeno tre or<strong>di</strong>ni <strong>di</strong> ragioni: per la complessità<br />

delle società contemporanee che richiedono forme <strong>di</strong> governance in <strong>un</strong><br />

rapporto fra decisore pubblico e stakeholders privati, per il carattere<br />

democratico della programmazione che richiede la partecipazione <strong>di</strong><br />

soggetti privati in forme che possono andare dalla contrattazione alla<br />

concertazione, per la necessità <strong>di</strong> integrare risorse pubbliche e risorse<br />

private negli investimenti programmati. La programmazione, siamo in<br />

<strong>un</strong> regime democratico, guida e non comanda. Guida con meccanismi<br />

<strong>di</strong> incentivi e <strong>di</strong>sincentivi, in genere tramite il mercato, mo<strong>di</strong>ficando le<br />

convenienze e le aspettative degli attori privati o pubblici.<br />

La programmazione è d<strong>un</strong>que <strong>un</strong> intervento pubblico. Un intervento<br />

pubblico, si deve aggi<strong>un</strong>gere, reso necessario, come si sa, dai cosiddetti<br />

“fallimenti del mercato”. Ma non tutti gli interventi pubblici sono<br />

programmazione. La programmazione si <strong>di</strong>fferenzia all’interno della<br />

categoria degli interventi pubblici per i seguenti caratteri <strong>di</strong>stintivi:<br />

- le finalità, che debbono derivare da <strong>un</strong>’analisi e non essere ass<strong>un</strong>te<br />

arbitrariamente;<br />

- gli obiettivi, che debbono essere quantificati;<br />

- le priorità, che debbono essere stabilite, in termini temporali o<br />

d’assegnazione <strong>di</strong> risorse;<br />

- la coerenza, che deve essere <strong>di</strong>mostrata, in modo che le singole scelte<br />

non siano reciprocamente contrad<strong>di</strong>ttorie;<br />

- i meccanismi <strong>di</strong> controllo, che debbono comprendere:<br />

- la valutazione (ex-ante), che deve essere praticata per motivare<br />

le scelte, dato che qui non opera il mercato come allocatore delle<br />

risorse;<br />

- il monitoraggio, per controllare il processo d’attuazione in<br />

itinere;<br />

- la verifica dei risultati ottenuti.<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 229


3. Un passo in<strong>di</strong>etro<br />

Agli inizi del 1991 il nuovo presidente della Regione Toscana decise <strong>di</strong><br />

rilanciare la politica <strong>di</strong> programmazione (“<strong>un</strong> salto politico-culturale <strong>di</strong><br />

qualità”, <strong>di</strong>sse e scrisse). Stefano Pieracci era coor<strong>di</strong>natore (non c’erano<br />

ancora i “<strong>di</strong>rettori generali”) del <strong>di</strong>partimento Programmazione (non<br />

c’erano ancora le “<strong>di</strong>rezioni generali”).<br />

Chi scrive collaborava col <strong>di</strong>partimento, ma lavorava all’Istituto<br />

<strong>un</strong>iversitario europeo <strong>di</strong> Firenze nel team <strong>di</strong>retto da Robert Leonar<strong>di</strong>,<br />

col compito <strong>di</strong> produrre <strong>un</strong> rapporto sull’esperienza dei mitici (allora!)<br />

Programmi integrati me<strong>di</strong>terranei (Bianchi, 1990; 1992a), varati dalla<br />

Commissione europea per “compensare” le regioni me<strong>di</strong>terranee <strong>di</strong><br />

Francia, Italia e Grecia dopo l’ingresso nella Com<strong>un</strong>ità (non ancora<br />

Unione) <strong>di</strong> Spagna e Portogallo. Tutto il team era impegnato in <strong>un</strong>a<br />

riflessione sui fon<strong>di</strong> strutturali e sulle politiche regionali com<strong>un</strong>itarie, nella<br />

convinzione che il mercato <strong>un</strong>ico, nonostante i benefici nella convergenza<br />

economica a livello nazionale promessi fin dal 1987 dal famoso rapporto<br />

Padoa Schioppa, potesse non essere altrettanto vantaggioso per la coesione<br />

economico-sociale a livello <strong>di</strong> regioni.<br />

L’autore <strong>di</strong> queste note era piuttosto scettico circa la possibilità <strong>di</strong> <strong>un</strong><br />

vero rilancio della programmazione. Nel 1979, infatti, aveva raccontato,<br />

senza enfasi ma con qualche intonazione speranzosa, “l’esperienza<br />

italiana <strong>di</strong> programmazione regionale” (Bianchi, 1979); qualche anno<br />

dopo presentava <strong>un</strong>a “rassegna critica dell’esperienza <strong>di</strong> programmazione<br />

regionale in Italia” (Bianchi, 1982); <strong>un</strong>a decina d’anni dopo aveva tentato<br />

<strong>di</strong> proporre <strong>un</strong>a strada verso la “programmazione regionale possibile” nel<br />

nostro Paese (Bianchi, 1991; 1992b). Tra le due date aveva continuato a<br />

ricercare, in Italia, in altri Paesi europei, in Europa -non si saprebbe <strong>di</strong>re se<br />

con tenacia o testardaggine- prove, segni, epifanie d’<strong>un</strong>a programmazione<br />

regionale operante: raccogliendo e spesso raccontando storie <strong>di</strong> frequenti<br />

fallimenti e <strong>di</strong> rari successi (Bianchi, 1987a; 1987b; 1988).<br />

Di questo si è riferito più volte come prova la bibliografia qui <strong>di</strong><br />

seguito citata: si potrà, quin<strong>di</strong>, essere brevi. Basta, infatti, ricordare come<br />

tutte le analisi condotte sulle esperienze europee <strong>di</strong> programmazione<br />

regionale e locale del ventennio 1970-1990 convergessero nel riconoscervi<br />

<strong>un</strong>a sostanziale debolezza dei fondamenti teorici, <strong>un</strong>’insufficiente<br />

strumentazione tecnica (per la valutazione, l’attuazione e il controllo), <strong>un</strong>a<br />

scarsa efficacia degli interventi.<br />

In particolare, vi erano state riscontrate:<br />

-<br />

<strong>un</strong>’estrema <strong>di</strong>fferenziazione dei vari esercizi <strong>di</strong> piano in termini <strong>di</strong><br />

forma e <strong>di</strong> contenuto (Barras, Broadbent, 1979; Bianchi, 1982; 1987a;<br />

1987b; Falu<strong>di</strong>, 1986; 1989; Williams, 1984);<br />

230 Alla ricerca della memoria perduta


- <strong>un</strong>a <strong>di</strong>ffusa mancanza dei requisiti formali della pianificazione:<br />

quantificazione degli obbiettivi; coerente generazione delle strategie dalle<br />

politiche; valutazione quantitativa delle strategie alternative; procedure<br />

formali e quantificate <strong>di</strong> monitoraggio (Archibugi, 1992; Barras,<br />

Broadbent, 1979; Bianchi, Johansson, Snickars, 1984; Falu<strong>di</strong>, 1986);<br />

- la rara presenza, nelle legislazioni, <strong>di</strong> norme sulla forma e il contenuto<br />

dei piani (fra le eccezioni, cfr. il venerando D.o.E, 1970);<br />

- macroscopiche contrad<strong>di</strong>zioni, anche nel caso più evoluto (quello della<br />

normativa com<strong>un</strong>itaria europea), fra obbiettivi en<strong>un</strong>ciati e risultati<br />

ottenuti dalle politiche settoriali praticate (Grote, 1990) o fra principi e<br />

meto<strong>di</strong> stabiliti nei Regolamenti e programmi implementati in materia<br />

<strong>di</strong> politiche regionali (ed era il caso dei già citati Pim; cfr.: Bianchi,<br />

1990; 1992a).<br />

Com<strong>un</strong>que i due (Stefano e chi scrive) decisero <strong>di</strong> raccogliere la sfida<br />

proposta dal presidente della Regione, ma, fondamentalmente, sulla base<br />

<strong>di</strong> <strong>un</strong>a consapevolezza l<strong>un</strong>gamente maturata in tanti anni <strong>di</strong> osservazione<br />

e analisi delle teorie e delle pratiche <strong>di</strong> programmazione regionale: la<br />

consapevolezza che i venti anni che stavano alle loro spalle erano stati<br />

anni nei quali, in Italia come in Europa, gli esperimenti <strong>di</strong> programmazione<br />

regionale non avevano f<strong>un</strong>zionato, nel senso che si erano <strong>di</strong>mostrati<br />

scarsamente efficaci rispetto agli obiettivi e scarsamente efficienti rispetto<br />

alla allocazione delle risorse, in ogni caso non in grado <strong>di</strong> governare i<br />

processi economici, sociali e territoriali dello sviluppo. Il giu<strong>di</strong>zio si<br />

poteva estendere a quasi tutte le esperienze <strong>di</strong> programmazione incluse<br />

le più recenti, quelle <strong>di</strong> stampo europeo come i Programmi integrati<br />

me<strong>di</strong>terranei.<br />

Proprio i Pim rappresentavano <strong>un</strong> caso lampante in questo senso. I Pim,<br />

infatti, nascevano sulla base <strong>di</strong> <strong>un</strong> approccio rivoluzionario. Era il momento<br />

più alto delle coraggiose innovazioni introdotte nelle politiche regionali<br />

europee dalla Commissione guidata da Jacques Delors: l’approccio per<br />

programmi; il superamento delle quote nazionali nella re<strong>di</strong>stribuzione<br />

dei fon<strong>di</strong>; l’introduzione del principio del partenariato fra istituzioni e<br />

soggetti sociali; il riconoscimento <strong>di</strong> pari <strong>di</strong>gnità ai soggetti del negoziato<br />

trilaterale tra Com<strong>un</strong>ità, regioni e stati membri e, infine ma soprattutto,<br />

l’en<strong>un</strong>ciazione, in termini normativi, dei tre principi basilari <strong>di</strong> <strong>un</strong>a<br />

politica <strong>di</strong> sviluppo regionale: il concetto <strong>di</strong> sviluppo integrato me<strong>di</strong>ante<br />

lo strumento dei programmi intersettoriali pluriennali, l’applicazione <strong>di</strong><br />

rigorosi criteri <strong>di</strong> valutazione ex ante e <strong>di</strong> controllo ex post, l’impostazione<br />

del piano a livello dell’<strong>un</strong>ità territoriale appropriata. Con <strong>un</strong> taglio <strong>di</strong><br />

spada, la normativa com<strong>un</strong>itaria tranciava <strong>di</strong> netto antiche querelles sulla<br />

metodologia della programmazione, facendo <strong>un</strong>a scelta e traducendola<br />

nelle norme dei regolamenti europei.<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 231


A <strong>di</strong>spetto <strong>di</strong> queste premesse, i Pim furono attuati in modo da<br />

rappresentare esattamente la negazione dei tre principi basilari, nel senso<br />

che furono:<br />

- formulati a <strong>un</strong> livello territoriale qual<strong>un</strong>que (da <strong>un</strong>a frazione casuale <strong>di</strong><br />

<strong>un</strong> territorio regionale, a <strong>un</strong>’intera regione, a <strong>un</strong>a singola località);<br />

- approvati anche quando mancava perfino l’in<strong>di</strong>cazione qualitativa dei<br />

criteri per validare le scelte e poi per controllare i risultati ottenuti;<br />

-<br />

non programmi <strong>di</strong> sviluppo integrato, ma semplici collages <strong>di</strong> azioni<br />

finanziate per la maggior parte da risorse messe a <strong>di</strong>sposizione dalla<br />

Com<strong>un</strong>ità (Bianchi, 1990, 1992a; Bianchi, Grote, 1991).<br />

4. La lezione critica dell’esperienza<br />

C’era <strong>di</strong> che essere sconfortati. Ma la scelta fu quella <strong>di</strong> cercar <strong>di</strong> capire<br />

quali potessero essere le cause dei fallimenti (“per imparare dalla lezione<br />

degli errori” si <strong>di</strong>ssero i nostri due).<br />

L’analisi del complesso delle esperienze conosciute condusse a<br />

riconoscere che il sostanziale fallimento dei tentativi <strong>di</strong> programmazione<br />

regionale poteva essere ricondotto a quattro cause fondamentali:<br />

-<br />

-<br />

-<br />

-<br />

<strong>un</strong>a prima, essenzialmente tecnico-giuri<strong>di</strong>ca, legata all’inesistenza <strong>di</strong> <strong>un</strong><br />

modello sui contenuti e la forma dei piani regionali, che ne consentisse<br />

il raccordo coerente alle scelte <strong>di</strong> bilancio;<br />

<strong>un</strong>a seconda, sostanzialmente culturale, legata alla riluttanza dei policy<br />

makers verso l’impiego della strumentazione analitica occorrente (e<br />

<strong>di</strong>sponibile) per le valutazioni e per il controllo;<br />

<strong>un</strong>a terza, squisitamente politica, legata al relativo isolamento (allora<br />

e specie in Italia) dell’attore Regione rispetto alle rappresentanze <strong>di</strong><br />

interessi, rivelatesi, in genere, incapaci sia <strong>di</strong> rivolgere alle istituzioni le<br />

domande appropriate sia <strong>di</strong> partecipare realmente al processo decisionale<br />

pubblico (Holland, 1976, 1978);<br />

<strong>un</strong>a quarta, fondamentalmente concettuale, <strong>di</strong>pendente dalla duplice<br />

circostanza che, se gli anni ‘70 avevano registrato l’insuccesso<br />

dell’approccio della programmazione globale (comprehensive planning)<br />

per l’impossibilità <strong>di</strong> controllare dalla scala regionale processi operanti<br />

a scala nazionale quando non mon<strong>di</strong>ale (l’andamento, per esempio,<br />

delle grandezze macroeconomiche e dei tassi <strong>di</strong> cambio), gli anni ‘80<br />

avevano visto, invece, il crollo dell’approccio della programmazione per<br />

progetti (project planning), dato che il progetto non può, per definizione,<br />

governare i processi globali <strong>di</strong> <strong>un</strong>a com<strong>un</strong>ità e del suo territorio.<br />

Sulla causa tecnico-giuri<strong>di</strong>ca si poteva intervenire e Stefano intervenne,<br />

app<strong>un</strong>to con la proposta tecnica, poi approvata dal Consiglio regionale,<br />

232 Alla ricerca della memoria perduta


della prima legge regionale toscana sulla programmazione (L.R. 9 giugno<br />

1992, n. 26, “Prima attuazione dell’art. 48 dello statuto”). Legge sulla<br />

“programmazione”, non sulle “procedure della programmazione”. Perché<br />

<strong>un</strong>a legge sulle procedure c’era da tempo, ovviamente, ma non aveva<br />

prodotto risultati apprezzabili, se<br />

venti anni <strong>di</strong> tentativi volti ad innestare proce<strong>di</strong>menti <strong>di</strong> programmazione<br />

partecipata e contrattata sul sistema <strong>di</strong> governo locale ed a promuovere<br />

<strong>un</strong> parallelo e coor<strong>di</strong>nato rior<strong>di</strong>no delle competenze, sembrano attestare<br />

<strong>un</strong>a sostanziale impraticabilità delle strategie fondate solo sui poteri <strong>di</strong><br />

intervento della regione, in assenza <strong>di</strong> provve<strong>di</strong>menti <strong>di</strong> riforma del suo<br />

ruolo e <strong>di</strong> rior<strong>di</strong>no degli enti locali. (Pieracci 2006).<br />

Nella legge sulla programmazione si poteva riconoscere l’eco del<br />

celebre Manual on Form and Content of Development Plans (D.o.E., 1970),<br />

la bibbia della structure planning introdotta nel Regno Unito dal governo<br />

laburista <strong>di</strong> Harold Wilson, prima che il ciclone Thatcher imponesse<br />

l’egemonia neo-liberista.<br />

5. Che fare?<br />

Da queste riflessioni maturò la convinzione che si potesse persino<br />

sottovalutare l’importanza dei contenuti della programmazione rispetto<br />

all’importanza prioritaria <strong>di</strong> approntare e mettere in movimento la<br />

macchina della programmazione. Una macchina m<strong>un</strong>ita <strong>di</strong> strumenti per la<br />

valutazione, l’attuazione e il controllo; capace <strong>di</strong> avviare la riforma della<br />

struttura amministrativa destinata a gestire il processo <strong>di</strong> programmazione;<br />

impegnata ad attivare <strong>un</strong>a rete <strong>di</strong> rapporti interni alla propria struttura e con<br />

gli attori sociali, <strong>di</strong> cui si trattava <strong>di</strong> guadagnare non il semplice consenso<br />

ma l’attiva partecipazione al processo; attenta a ricucire la frattura fra<br />

strategie generali e azione amministrativa corrente.<br />

È in questo quadro che, all’inizio degli anni ‘90, si poneva la domanda<br />

cruciale (“che fare?”) per tutte le Regioni italiane e non solo per la<br />

Toscana. Certo, nelle con<strong>di</strong>zioni date, occuparsi <strong>di</strong> meto<strong>di</strong> e strumenti<br />

della programmazione poteva sembrare <strong>un</strong> lusso <strong>di</strong> poco sugo: d’altra<br />

parte è proprio nei momenti <strong>di</strong> “stretta” che si impongono <strong>un</strong> intelligente<br />

uso delle scarse risorse <strong>di</strong>sponibili e la ricerca <strong>di</strong> sinergie con le risorse<br />

com<strong>un</strong>itarie.<br />

Ma, ecco il p<strong>un</strong>to nodale del ragionamento, quale che fosse per essere<br />

l’orientamento <strong>di</strong> politica economica del nuovo corso italiano (e si sapeva,<br />

com<strong>un</strong>que, che sarebbe stato o marcatamente liberista o, in ogni caso, non<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 233


più interventista) mentre l’orientamento <strong>di</strong> politica istituzionale sarebbe<br />

stato marcatamente regionalista (magari, federalista): e, d<strong>un</strong>que, con <strong>un</strong><br />

probabile aumento significativo, se non <strong>di</strong> mezzi, <strong>di</strong> poteri da gestire in<br />

periferia. Valeva, d<strong>un</strong>que, la pena <strong>di</strong> attrezzarsi e conveniva farlo, visto il<br />

bilancio sostanzialmente deludente (con poche eccezioni) <strong>di</strong> <strong>un</strong> ventennio<br />

<strong>di</strong> esperienze regionali, adottando principi e criteri proposti dalla politica<br />

regionale europea, che rappresentava, pur coi suoi limiti, <strong>un</strong> vero e proprio<br />

modello innovativo.<br />

Il risultato avrebbe dovuto essere <strong>un</strong> piano regionale il quale:<br />

- fosse l’<strong>un</strong>ico strumento <strong>di</strong> politica regionale nella regione, per tutti i<br />

soggetti (l’Europa, lo Stato, la Regione);<br />

- integrasse negli impieghi tutte le risorse <strong>di</strong>sponibili (europee, nazionali,<br />

regionali), sulla base <strong>di</strong> tutti gli strumenti operanti;<br />

-<br />

seguisse l’approccio com<strong>un</strong>itario per quanto riguarda la forma, il<br />

contenuto e le procedure del piano.<br />

Il Programma Regionale <strong>di</strong> Sviluppo (PRS) 1992-94 viene, d<strong>un</strong>que,<br />

elaborato in parallelo alla proposta <strong>di</strong> legge sulla programmazione,<br />

ma approvato prima e fornisce lo schema per l’articolazione in norme<br />

giuri<strong>di</strong>che: ed è il nuovo piano, non più mero documento, ma strumento <strong>di</strong><br />

governo del processo <strong>di</strong> programmazione, <strong>un</strong> piano in senso tecnico, che<br />

regola la fase operativa della programmazione ** .<br />

La nuova struttura del PRS (Regione Toscana, 1992) si articola in due<br />

parti: il “Quadro <strong>di</strong> riferimento” e le “Determinazioni programmatiche”.<br />

Il “Quadro <strong>di</strong> riferimento” comprende:<br />

-<br />

-<br />

-<br />

-<br />

-<br />

-<br />

-<br />

il “Contesto strutturale”, cioè l’analisi degli elementi fondamentali<br />

dello sviluppo regionale nel quadro dell’Europa e del Paese in f<strong>un</strong>zione<br />

dell’in<strong>di</strong>viduazione delle strategie;<br />

il “Rapporto <strong>di</strong> attività”, per la valutazione degli interventi attuati nel<br />

precedente periodo;<br />

le “Opzioni politiche”, che definiscono i “Criteri <strong>di</strong>rettori”, cioè le scelte<br />

<strong>di</strong> me<strong>di</strong>o periodo, e le “Strategie operative”, vale a <strong>di</strong>re la specificazione<br />

istituzionale, economica, sociale, territoriale e ambientale dei criteri<br />

<strong>di</strong>rettori.<br />

Non è <strong>di</strong>fficile cogliere le innovazioni introdotte:<br />

il “Contesto strutturale” ricucire la tra<strong>di</strong>zionale frattura fra analisi e<br />

scelte politiche: ora l’analisi fonda e orienta le strategie <strong>di</strong> piano;<br />

il “Rapporto <strong>di</strong> attività” introduce la prassi, fino allora sconosciuta, del<br />

“monitoraggio”;<br />

la specificazione delle cinque <strong>di</strong>mensioni proprie della programmazione:<br />

istituzionale, economica, sociale, territoriale e ambientale.<br />

** Per l’illustrazione dei caratteri innovativi del PRS 1992-04 cfr. Bianchi G. (2006), “Prefazione” a<br />

Pieracci S., Programmare la democrazia, Regione Toscana, Firenze.<br />

234 Alla ricerca della memoria perduta


Le “Determinazioni programmatiche”, che costituiscono la seconda<br />

parte del PRS, comprendono:<br />

- i “Programmi-obiettivo”, che rappresentano l’articolazione operativa<br />

del PRS e si specificano in “Piani-obiettivo” e questi, a loro volta, in<br />

“Progetti” e “Azioni”;<br />

- gli “In<strong>di</strong>rizzi per il bilancio regionale”, cioè le scelte globali <strong>di</strong> bilancio<br />

e le strategie finanziarie;<br />

- il “Programma annuale” -altra importante novità- che raccorda il<br />

PRS al bilancio annuale in termini <strong>di</strong> azioni e tempificazione delle<br />

operazioni programmate;<br />

- gli “Obiettivi strumentali”, vale a <strong>di</strong>re gli atti normativi e amministrativi<br />

e gli strumenti organizzativi per le fasi <strong>di</strong> elaborazione, decisione,<br />

attuazione e controllo del proce<strong>di</strong>mento <strong>di</strong> programmazione.<br />

Alla critica dell’esperienza toscana e al modello britannico si<br />

aggi<strong>un</strong>geva, d<strong>un</strong>que, come fonte ispiratrice della nuova idea <strong>di</strong> piano,<br />

la “spinta” che veniva dall’Europa. Infatti, in <strong>un</strong>a fase in cui non solo<br />

le esperienze, ma l’idea stessa <strong>di</strong> programmazione (e perfino la parola)<br />

sembravano cancellate dal linguaggio politico (l’egemonia liberista<br />

del “meno stato e più mercato” dominava praticamente incontrastata)<br />

l’impulso a risollevare l’opzione del piano nasceva prima <strong>di</strong> tutto<br />

da <strong>un</strong> dato <strong>di</strong> fatto: l’Europa chiamava gli stati membri e soprattutto<br />

le loro regioni, a misurarsi con lo stile del piano. Così il concetto <strong>di</strong><br />

programmazione tornava nello specifico contesto italiano, se non come<br />

opzione politica o come scelta culturale, almeno come opport<strong>un</strong>ità <strong>di</strong><br />

finanziamento.<br />

6. Bilancio <strong>di</strong> quell’esperienza e non solo<br />

Se si guarda -non col classico senno <strong>di</strong> poi, ma con l’occhio del postero- a<br />

quanto è accaduto nel microcosmo della programmazione toscana dal 1992<br />

ad oggi, non si possono non riconoscere i notevoli progressi compiuti con<br />

i PRS succeduti a quello 1992-94, che, sotto la responsabilità e la guida<br />

<strong>di</strong> Stefano Pieracci, dette il via al nuovo corso della programmazione,<br />

avviando il risarcimento delle tra<strong>di</strong>zionali fratture analisi/strategia e<br />

PRS/bilancio e, soprattutto avviando la pratica della concertazione.<br />

Per esempio il PRS 1998-2000 (Regione Toscana, 1998) introduce<br />

<strong>un</strong> mazzo <strong>di</strong> innovazioni tutt’altro che banali: <strong>un</strong>a nuova <strong>di</strong>agnosi dello<br />

sviluppo regionale, il ruolo dei processi innovativi nel modello <strong>di</strong> sviluppo,<br />

la nozione <strong>di</strong> sviluppo sostenibile, la scelta della programmazione dal<br />

basso, il raccordo del PRS non solo col bilancio ma anche con le politiche<br />

europee (Docup e programmi operativi). La concertazione, normata nella<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 235


legge regionale, <strong>di</strong>viene lo stile normale del rapporto fra Regione e società<br />

civile (il vocabolo stakeholder <strong>di</strong>verrà <strong>di</strong> moda solo qualche tempo dopo).<br />

Altri progressi fanno registrare i PRS 2001-2005 e 2003-05, all’insegna,<br />

potremmo <strong>di</strong>re, dell’integrazione <strong>di</strong> approcci: integrazione fra approccio topdown<br />

praticato con PRS e Docup, e approccio bottom-up, prima me<strong>di</strong>ante<br />

programmi sperimentali a scala locale (Pls), poi con programmi integrati<br />

<strong>di</strong> sviluppo locale (Pisl); integrazione fra: approccio globale (praticato<br />

con programmi ma più spesso protocolli d’intesa a scala <strong>di</strong> “area vasta”) e<br />

approccio per progetti (sostanzialmente le liste <strong>di</strong> interventi dei Pisl).<br />

Premesso che chi scrive è stato <strong>di</strong>rettamente coinvolto (ma sarebbe<br />

meglio <strong>di</strong>re: implicato) in tutti gli esercizi delle programmazione regionale<br />

toscana dal 1990 al 2000, se in quanto si sta per <strong>di</strong>re si scorgesse <strong>un</strong>a qualche<br />

venatura critica, si tratterebbe sostanzialmente <strong>di</strong> note autocritiche.<br />

Quin<strong>di</strong> il periodo 1992-2005 è <strong>un</strong> periodo <strong>di</strong> progressi politici, culturali,<br />

giuri<strong>di</strong>ci e tecnici nella programmazione regionale. Ma nemmeno in questo<br />

periodo appaiono esperimenti che rispondano ai criteri con cui s’è cercato<br />

<strong>di</strong> stabilire l’identikit della “vera” programmazione. Molto spesso gli<br />

obiettivi non sono quantificati o lo sono assai genericamente, le priorità<br />

sono in<strong>di</strong>stinguibili dato che gli interventi prioritari si sprecano, la coerenza<br />

fra gli interventi non è mai <strong>di</strong>mostrata, la valutazione serve quasi sempre<br />

o per giustificare <strong>un</strong>a scelta fatta (magari vali<strong>di</strong>ssima ma fatta) o per dare<br />

<strong>un</strong> voto e quin<strong>di</strong> scegliere fra liste <strong>di</strong> progetti dati e non sgorgati dalla<br />

strategia <strong>di</strong> piano. In ogni caso non è dato riscontrare <strong>un</strong> caso (<strong>un</strong>o!) in cui<br />

la programmazione abbia inciso sulla traiettoria <strong>di</strong> sviluppo del sistema<br />

regionale o <strong>di</strong> sue parti, territoriali o settoriali.<br />

Usciamo dalla Toscana e ragioniamo <strong>un</strong> po’ su <strong>un</strong>o dei tentativi<br />

programmatori più innovativi e su cui si erano caricate tante attese: i patti<br />

territoriali.<br />

Il Patto territoriale è <strong>un</strong>o strumento per lo sviluppo locale avviato<br />

operativamente in Italia nel 1998, che integra interventi <strong>di</strong> incentivazione<br />

al capitale per compensare gli svantaggi localizzativi del territorio e<br />

interventi <strong>di</strong> contesto (infrastrutture materiali e immateriali) per rimuovere<br />

strutturalmente tali svantaggi.<br />

Due sono i principali obiettivi del patto territoriale: 1) promuovere la<br />

cooperazione fra soggetti pubblici e privati <strong>di</strong> <strong>un</strong> dato territorio affinché<br />

<strong>di</strong>segnino e realizzino progetti <strong>di</strong> miglioramento del contesto locale; 2)<br />

favorire attraverso tali progetti e attraverso la concentrazione territoriale<br />

e tematica <strong>un</strong> volume <strong>di</strong> investimenti privati capace <strong>di</strong> produrre esternalità,<br />

ossia vantaggi anche per altre imprese e per nuovi investimenti. (Ministero<br />

dell’Economia e delle Finanze, 2003).<br />

Nello stesso testo si può poi leggere questa sconsolata considerazione:<br />

236 Alla ricerca della memoria perduta


Durante i cinque anni <strong>di</strong> attuazione, i Patti territoriali sono stati oggetto<br />

<strong>di</strong> analisi e polemiche. Il ritardo nei tempi <strong>di</strong> attuazione è parso in <strong>un</strong><br />

primo momento fortissimo, ma anche quando le erogazioni hanno preso<br />

ad accelerare è rimasta la sensazione <strong>di</strong> inefficienza. Quanto all’efficacia,<br />

nel conseguimento dei due obiettivi prima richiamati le informazioni e la<br />

qualità del <strong>di</strong>battito appaiono sino ad oggi carenti, nonostante singoli e<br />

utili stu<strong>di</strong> <strong>di</strong> caso (ivi).<br />

Forse per lenire la delusione fu commissionata <strong>un</strong>a ricerca su<br />

<strong>di</strong>ciannove “patti territoriali bene avviati”, doverosamente m<strong>un</strong>iti del loro<br />

acronimo: PTBA. Bene avviati voleva <strong>di</strong>re che si contrad<strong>di</strong>stinguevano<br />

“per <strong>un</strong>a duplice caratteristica: 1) <strong>un</strong>a <strong>di</strong>screta capacità <strong>di</strong> attivazione degli<br />

interventi programmati; 2) <strong>un</strong>a buona aderenza all’impostazione originaria<br />

<strong>di</strong> questo strumento <strong>di</strong> programmazione negoziata” (ivi). Accurate indagini<br />

sul campo e scrupolosi riscontri documentari condussero alla scoraggiante<br />

conclusione che “ness<strong>un</strong> patto può comportare l’innesco definitivo <strong>di</strong><br />

processi <strong>di</strong> sviluppo territoriale autosostenuti”. In effetti, si ammette, nello<br />

stesso documento<br />

i patti territoriali sono in teoria <strong>un</strong>o strumento applicabile a territori <strong>di</strong><br />

<strong>di</strong>mensione opport<strong>un</strong>a e <strong>di</strong> caratteristiche omogenee, quale che ne sia il<br />

livello <strong>di</strong> sviluppo e il patrimonio <strong>di</strong> capitale sociale … nell’attuazione<br />

pratica non sono <strong>un</strong>o strumento che può avere successo in ogni<br />

territorio, ma che produce performance assai <strong>di</strong>verse (decifrando: anche<br />

clamorosamente fallimentari).<br />

Continuiamo in questo percorso verso la depressione.<br />

Si è recentemente eseguita l’analisi <strong>di</strong> 41 esperimenti <strong>di</strong> programmazione<br />

attuati in Italia nel periodo 2000-2005 allo scopo <strong>di</strong> scovarvi segni<br />

dell’esistenza <strong>di</strong> almeno alc<strong>un</strong>i dei nostri “caratteri <strong>di</strong>stintivi” della<br />

programmazione. Il test si è applicato a: sette programmi regionali <strong>di</strong><br />

sviluppo; otto programmi operativi regionali sul Fesr (Fondo europeo per<br />

lo sviluppo regionale); tre piani strutturali (i piani urbanistici com<strong>un</strong>ali<br />

nell’or<strong>di</strong>namento giuri<strong>di</strong>co della Regione Toscana); cinque piani settoriali<br />

(traffico, sviluppo rurale, com<strong>un</strong>ità montane); <strong>di</strong>ciotto programmi locali <strong>di</strong><br />

sviluppo (Università <strong>di</strong> Siena, 2006).<br />

Il grafico 1 ne riporta eloquentemente gli esiti. Nei 41 documenti si sono<br />

rinvenute solo poche e molto incerte tracce dei nostri caratteri. Le procedure<br />

<strong>di</strong> controllo risultano le più praticate se valutazioni ex-ante, monitoraggio<br />

dell’attuazione e verifica dei risultati sono presenti, rispettivamente in 22,<br />

28 e 21 casi su 41. Ma la valutazione ex-ante è servita per scegliere o per<br />

giustificare la scelta fatta? I caratteri meno presenti sono, non stranamente,<br />

quelli connessi ai momenti più “programmatici” della programmazione:<br />

definizione delle priorità e <strong>di</strong>mostrazione della coerenza.<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 237


Grafico 1<br />

CaRaTTERI dIsTInTIvI dElla PRogRammazIonE. analIsI dI 41 PIanI. 2000-2005<br />

Finalità derivate da analisi<br />

Obiettivi quantificati<br />

Priorità stabilite<br />

Coerenza <strong>di</strong>mostrata<br />

Valutazione ex-ante per<br />

scegliere<br />

Monitoraggio del<br />

processo d’attuazione<br />

Verifica dei risultati<br />

(output e outcome)<br />

TOTALI %<br />

Presenti<br />

Assenti<br />

Incerti<br />

0 9 18 27 36 45<br />

Insomma i caratteri sono presenti nel 41% dei casi, assenti più o meno<br />

nella stessa misura, la presenza è incerta nel 17% dei casi. Non male,<br />

si sarebbe tentati <strong>di</strong> <strong>di</strong>re: ma mentre le assenze sono certe, le presenze<br />

alimentano molti dubbi.<br />

Che le strategie siano derivate dall’analisi in <strong>di</strong>versi casi è <strong>di</strong>chiarato, ma<br />

l’assenza nel testo del programma del supporto analitico impe<strong>di</strong>sce la verifica,<br />

parimenti bisogna fidarsi dell’affermazione circa la coerenza, in quanto non<br />

ne vengono fornite le prove. Più problematico l’accertamento del carattere<br />

relativo alle priorità, in quanto quando vengono <strong>di</strong>chiarate è all’interno <strong>di</strong><br />

<strong>un</strong>a sezione del programma (ad esempio: agricoltura, infrastrutture, servizi<br />

sociali, ecc.), cosicché non è possibile stabilire se le priorità “agricole”<br />

siano “più prioritarie” <strong>di</strong> quelle “infrastrutturali” e così via.<br />

In ogni caso la presenza o l’assenza dei caratteri sono <strong>di</strong>stribuite, <strong>di</strong>ciamo<br />

così, random. In effetti sui 41 casi in esame non ce n’è ness<strong>un</strong>o che possieda<br />

tutti i caratteri. (Università <strong>di</strong> Siena, 2006).<br />

Realisticamente bisogna ammettere che <strong>un</strong> programma regionale <strong>di</strong><br />

sviluppo potrà mettere or<strong>di</strong>ne negli interventi e, magari, governare il<br />

238 Alla ricerca della memoria perduta


ilancio, ma non potrà governare i processi dello sviluppo locale. In effetti,<br />

si tratti <strong>di</strong> <strong>un</strong>a regione, <strong>di</strong> <strong>un</strong>a provincia, <strong>di</strong> <strong>un</strong> com<strong>un</strong>e o <strong>di</strong> qual<strong>un</strong>que<br />

altro sistema economico-territoriale sub-nazionale, non si conosce <strong>un</strong><br />

caso (<strong>un</strong>o solo!) in cui la programmazione abbia cambiato la traiettoria<br />

evolutiva (o magari involutiva) su cui si stava muovendo. Come <strong>di</strong>re che<br />

le politiche <strong>di</strong> sviluppo, che certo avranno apportato qualche vantaggio<br />

ai territori o ai soggetti coinvolti, non sono state in grado <strong>di</strong> cambiare<br />

il corso degli eventi. Anche l’esempio dell’Abruzzo, uscito dalle aree<br />

obiettivo 1 dopo lustri <strong>di</strong> fon<strong>di</strong> strutturali e d’intervento straor<strong>di</strong>nario nel<br />

Mezzogiorno, non è in definitiva <strong>un</strong>’eccezione, dato il ruolo che vi hanno<br />

giocato i foreign <strong>di</strong>rect investments et similia.<br />

Ancora più imbarazzante il “comportamento”, se così si può <strong>di</strong>re, degli<br />

strumenti <strong>di</strong> programmazione <strong>di</strong> fronte al “mutamento”, anche quando<br />

preve<strong>di</strong>bile e magari perfino previsto. Si veda il caso della programmazione<br />

toscana, tanto per non andare a rovistare in casa d’altri.<br />

Nel 1969 era stata formulata l’ipotesi <strong>di</strong> <strong>un</strong>a via toscana allo sviluppo<br />

non proprio standard (sviluppo trainato da sistemi territoriali <strong>di</strong> piccole<br />

imprese specializzate in produzioni mature): qualche anno dopo si parlerà<br />

e abbondantemente si scriverà <strong>di</strong> “<strong>di</strong>stretti industriali”. L’ipotesi viene<br />

ampiamente provata nel 1975 (Becattini, 1975): ma occorrerà attendere i<br />

PRS <strong>di</strong> <strong>di</strong>eci dopo per trovar traccia <strong>di</strong> quell’interpretazione.<br />

Tar<strong>di</strong>vo il riconoscimento, tar<strong>di</strong>ve le politiche appropriate: anche<br />

perché, nel frattempo, la Toscana era ormai entrata nella fase che s’è<br />

creduto <strong>di</strong> poter definire della “maturità precoce”, allorché il declino<br />

industriale e la prematura terziarizzazione si accompagnavano a livelli<br />

non eccelsi delle tecnologie produttive, a vistose carenze <strong>di</strong> terziario<br />

avanzato e a ragguardevoli lac<strong>un</strong>e nella dotazione infrastrutturale<br />

(Bianchi, 1986).<br />

Ma della “maturità precoce” non si vuol prendere atto, nell’entusiasmo<br />

della scoperta (si ripete: tar<strong>di</strong>va) dei <strong>di</strong>stretti industriali. Anzi nel PRS<br />

1998-2000 si può leggere *** :<br />

Questa Toscana, con le sue contrad<strong>di</strong>zioni e le sue tensioni, esprime <strong>un</strong>a<br />

poderosa riserva <strong>di</strong> futuro nella sua dotazione <strong>di</strong> risorse endogene ed è,<br />

ormai, passata dal “modello toscano” <strong>di</strong> sviluppo ai <strong>di</strong>versi “motori <strong>di</strong><br />

sviluppo” delle <strong>di</strong>verse “toscane”.<br />

Questa Toscana, infatti, si lascia alle spalle la fase critica della “maturità<br />

precoce”, e può guardare con fiducia al futuro e all’Europa (Regione<br />

Toscana, 1998).<br />

I motori <strong>di</strong> sviluppo magari girano a pieno regime localmente (Cavalieri,<br />

1999) ma in <strong>un</strong>a Toscana ormai in panne.<br />

*** Chi scrive si assume la piena responsabilità <strong>di</strong> quest’ottimistica affermazione.<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 239


7. Oggi<br />

E lo riconoscono le analisi <strong>di</strong> Toscana 2020, frutto <strong>di</strong> <strong>un</strong>a scelta<br />

l<strong>un</strong>gimirante della Regione Toscana e delle capacità <strong>di</strong> ricerca dell’<strong>Irpet</strong>,<br />

ove si scruta il futuro dell’economia e della società regionale oltre il<br />

tempo breve della congi<strong>un</strong>tura. La frase che segue sintetizza -pur senza<br />

rendergli pienamente ragione- <strong>un</strong> testo assai ricco <strong>di</strong> analisi penetranti e<br />

spesso controintuitive (Petretto, 2006).<br />

La proiezione lineare del sistema toscano pur in presenza <strong>di</strong> con<strong>di</strong>zioni<br />

positive ipotizzate per il quadro mon<strong>di</strong>ale e <strong>di</strong> <strong>un</strong>a persistente<br />

competitività del proprio apparato produttivo, anche se leggermente<br />

mutato nella sua composizione, mette in evidenza <strong>un</strong> profilo <strong>di</strong> bassa<br />

crescita macroeconomica, rispetto alla quale situazione <strong>di</strong> <strong>di</strong>fficoltà del<br />

quadro delle variabili esogene porterebbe l’economia regionale su livelli<br />

<strong>di</strong> sostanziale stazionarietà.<br />

Poste due ipotesi positive in premessa (quadro mon<strong>di</strong>ale e persistente<br />

competitività) si gi<strong>un</strong>ge ad <strong>un</strong>a <strong>di</strong>agnosi certamente preoccupata (né si<br />

vede come avrebbe potuto essere altrimenti) ma non allarmata. Come,<br />

invece, ritiene chi scrive, si sarebbe potuto (e, forse, anche dovuto) sulle<br />

stesse basi analitiche.<br />

La <strong>di</strong>agnosi, <strong>di</strong>ciamo così, “tranquillizzante” nonostante i severi reperti<br />

analitici è, del resto, in sintonia con quanto è emerso da <strong>un</strong>a serie <strong>di</strong> focus<br />

groups (Bianchi, 2007) mirati a sondare le percezioni del futuro <strong>di</strong> gruppi<br />

rappresentativi della società toscana (politici regionali e locali, impren<strong>di</strong>tori,<br />

studenti, operai, giovani, donne, anziani, ecc.). All’intonazione generale,<br />

anche qui <strong>di</strong> preoccupazione ma non <strong>di</strong> allarme, si <strong>un</strong>isce molto spesso la<br />

convinzione che la Toscana saprà “cavarsela meglio” <strong>di</strong> altre regioni.<br />

Si capisce, quin<strong>di</strong>, che il PRS 2006-2010, figlio <strong>di</strong> quell’analisi e in<br />

quel clima “sociale”, sia all’insegna del motto “la sfida è <strong>di</strong>fficile ma ce la<br />

faremo”, magari stemperando <strong>un</strong> po’ la tonalità della preoccupazione.<br />

Inten<strong>di</strong>amoci, siamo <strong>di</strong> fronte a <strong>un</strong> PRS culturalmente evoluto, <strong>di</strong> grande<br />

qualità anche letteraria, pienamente consapevole dei possibili “p<strong>un</strong>ti <strong>di</strong><br />

rottura” <strong>di</strong> <strong>un</strong> equilibrio economico, ma soprattutto sociale, durato quasi<br />

mezzo secolo e altrettanto consapevole delle <strong>di</strong>scontinuità necessarie nelle<br />

politiche. E, infatti, vi si legge (Regione Toscana, 2006):<br />

È venuto il momento <strong>di</strong> fare, insieme, <strong>un</strong> salto <strong>di</strong> qualità. Di far emergere le<br />

risorse e i p<strong>un</strong>ti <strong>di</strong> eccellenza <strong>di</strong>ffusi nel territorio, <strong>di</strong> innovare il modello <strong>di</strong><br />

sviluppo, anche superando equilibri consolidati. Di portare l’insieme della<br />

società toscana ad affrontare anche la messa in <strong>di</strong>scussione <strong>di</strong> equilibri<br />

raggi<strong>un</strong>ti nel passato, ma che oggi non garantiscono più <strong>un</strong>a prospettiva<br />

<strong>di</strong> sviluppo nel futuro.<br />

240 Alla ricerca della memoria perduta


Certo, non mancano i “mantra” <strong>di</strong> prammatica su ambiente, giovani<br />

e donne, ma la lista delle “sfide” è persuasiva: dello sviluppo regionale<br />

coglie i reali p<strong>un</strong>ti <strong>di</strong> forza e <strong>di</strong> debolezza, le opport<strong>un</strong>ità e i rischi, per<br />

usare l’abusato gergo dell’analisi Swot.<br />

schema 2<br />

lE sfIdE dEl PRogRamma REgIonalE dI svIluPPo 2006-2010<br />

1. La sfida del futuro: p<strong>un</strong>tare sui giovani e sulle donne<br />

2. La sfida-lavoro: qualità e sicurezza oltre la precarizzazione<br />

3. La sfida produttiva: verso il <strong>di</strong>stretto integrato regionale<br />

4. La sfida dell’internazionalizzazione: fare sistema<br />

5. La sfida dell’innovazione: investire in ricerca e alta formazione<br />

6. La sfida del territorio: le infrastrutture, la logistica, l’accessibilità<br />

7. La sfida dell’ambiente: le risorse, i rifiuti, l’energia pulita<br />

8. La sfida dei servizi: più efficienza e liberalizzazione<br />

9. La sfida sociale: <strong>un</strong> welfare solidale, efficiente, produttivo<br />

10. La sfida della cultura: qualità, <strong>di</strong>ritto, valore per lo sviluppo<br />

11. La sfida delle risorse: oltre i limiti del bilancio regionale<br />

12. La sfida della governance: efficienza e semplificazione<br />

I dubbi, semmai, sorgono guardando al rapporto fra risorse <strong>di</strong>sponibili<br />

e copertura a 360 gra<strong>di</strong> delle tematiche dello sviluppo oppure alla quota <strong>di</strong><br />

risorse destinata a “lenire” le sofferenze del mutamento rispetto a quelle<br />

destinate a promuoverlo e accelerarlo oppure all’ambizione <strong>di</strong> alc<strong>un</strong>i<br />

obiettivi (lavoro, welfare) rispetto ai poteri propri e alle risorse della<br />

Regione (qui potrebbe annidarsi <strong>un</strong> po’ <strong>di</strong> wishful thinking).<br />

Dubbi ancora maggiori riguardano il rischio <strong>di</strong> <strong>un</strong> depotenziamento<br />

della selettività e della potenzialità innovativa soprattutto nella fase <strong>di</strong><br />

attuazione per effetto della “pressione concertativa”.<br />

Un’ulteriore riduzione della potenzialità innovativa si può fin d’ora<br />

pre<strong>di</strong>re nei passi attuativi a livello locale, come ha <strong>di</strong>mostrato l’esperienza<br />

dei Pisl e sta <strong>di</strong>mostrando quella dei Pasl oggi in corso. I Pisl (programmi<br />

integrati <strong>di</strong> sviluppo locale) e Pasl (patti per lo sviluppo locale) sono<br />

strumenti intelligenti e nuovi (il secondo promettente evoluzione del<br />

primo) per eccitare la capacità propositiva del territorio. Ma proprio qui<br />

opera l’effetto nefasto <strong>di</strong> <strong>un</strong>a malintesa concertazione che, costringendo<br />

a dare qualcosa a ciasc<strong>un</strong>o (settore, territorio, stakholder, ecc.) impe<strong>di</strong>sce<br />

la selezione e quin<strong>di</strong> il raggi<strong>un</strong>gimento della massa critica, che cambia<br />

il quadro delle aspettative e i parametri <strong>di</strong> convenienza degli attori<br />

istituzionali, economici e sociali. Così il consenso fa aggio sul programma<br />

pur in <strong>un</strong> contesto <strong>di</strong> ineccepibile prassi democratica. Da qui i programmi<br />

locali come riproposizione dell’antica pratica degli interventi a pioggia.<br />

“Pioggia democratica”, beninteso.<br />

E siamo in Toscana!<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 241


8. Capire perché<br />

App<strong>un</strong>to, siamo in Toscana: ma le cose non sembrano f<strong>un</strong>zionare. Perché?<br />

Si crede che la causa principale risieda in <strong>un</strong> malinteso concetto della<br />

concertazione e in <strong>un</strong>a prassi ancor più <strong>di</strong>scutibile. Eppure il processo<br />

evolutivo del rapporto Regione-società regionale -dall’informazione alla<br />

consultazione e da qui alla partecipazione fino alla concertazione- era partito<br />

benissimo e con grande anticipo se nel PRS 1992-1994 si può leggere:<br />

Si tratta oggi <strong>di</strong> esplorare, con spirito innovativo, lo spazio del rapporto<br />

fra istituzioni e rappresentanze degli “interessi sociali organizzati”, come<br />

quelle del lavoro <strong>di</strong>pendente, del lavoro autonomo, dell’artigianato, della<br />

cooperazione, del commercio, della piccola, me<strong>di</strong>a e grande impresa. Gli<br />

interessi sociali organizzati, nella società contemporanea e, quin<strong>di</strong>, anche<br />

in Toscana, si presentano con <strong>un</strong> marcato carattere <strong>di</strong> segmentazione per<br />

ceti, gruppi, settori e territori. La segmentazione non può essere esorcizzata<br />

con appelli alla solidarietà. Il voto laico degli elettori è sempre più, nel<br />

bene e nel male, <strong>un</strong> voto <strong>di</strong> scambio. Se si parte da qui, si scopre che<br />

il rime<strong>di</strong>o alla segmentazione non sta nel deprecare i “corporativismi”<br />

ma nel responsabilizzarli. Da qui la necessità <strong>di</strong> <strong>un</strong>’evoluzione culturale<br />

e <strong>di</strong> prassi nel rapporto fra istituzioni e interessi sociali organizzati<br />

per passare dalla consultazione su <strong>un</strong> “programma-documento” al<br />

negoziato su <strong>un</strong>a piattaforma <strong>di</strong> sviluppo, da concludere in accor<strong>di</strong> <strong>di</strong><br />

programma che corresponsabilizzino l’interlocutore sociale nel processo<br />

<strong>di</strong> implementazione della politica <strong>di</strong> piano. (Regione Toscana, 1992).<br />

Il concetto <strong>di</strong> concertazione è malinteso quando non tutti i partecipanti al<br />

tavolo <strong>di</strong> concertazione conferiscono risorse da mettere in pool; anzi, <strong>un</strong> solo<br />

partecipante, la Regione, conferisce risorse, gli altri concorrono a deciderne<br />

la spartizione. Concertazione o collusione? La prassi è molto <strong>di</strong>scutibile<br />

quando codecidere significa decidere all’<strong>un</strong>animità: e quin<strong>di</strong> decisioni<br />

tar<strong>di</strong>ve e non innovative. Allora: concertazione o “acquisto” del consenso?<br />

Il secondo fattore del malf<strong>un</strong>zionamento della programmazione si crede<br />

stia nell’assenza <strong>di</strong> <strong>un</strong> minimo <strong>di</strong> basamento teorico negli esperimenti<br />

conosciuti. E non è <strong>un</strong> vizio accademico invocare <strong>un</strong> (minimo) basamento<br />

teorico, quando si è smarrita perfino la più pallida eco delle gran<strong>di</strong> lezioni<br />

<strong>di</strong> Myrdal, Hirschman e Perroux, che pure avevano ispirato le prime<br />

piattaforme delle politiche intese a colmare i <strong>di</strong>vari dello sviluppo regionale<br />

e locale (anche se magari misinterpretate: si pensi ai poli <strong>di</strong> sviluppo del<br />

nostro Mezzogiorno ove l’impresa motrice è stata ricercata nell’industria<br />

<strong>di</strong> base ad altissima intensità <strong>di</strong> capitale).<br />

Al posto dei riferimenti teorici troviamo circolari amministrative<br />

che stimolano <strong>un</strong>a prassi d’efficienza, senz’altro utile in <strong>un</strong>a pubblica<br />

242 Alla ricerca della memoria perduta


amministrazione burocratica ma troppo spesso banale, se l’efficienza viene<br />

declinata solo in termini <strong>di</strong> velocità <strong>di</strong> spesa, e talvolta stupida, tanto da<br />

render necessaria l’organizzazione <strong>di</strong> <strong>un</strong>a <strong>di</strong>fesa dalle “minacce”, che norme,<br />

regolamenti e circolari fanno incombere sull’onesto <strong>programmatore</strong>.<br />

Pensiamo all’incubo della modulistica (i terrificanti format dei programmi<br />

europei, imme<strong>di</strong>atamente scimmiottati a livello regionale e locale) oppure<br />

all’ossessione delle deadlines, che stimolano fretta e superficialità. Né<br />

possiamo ignorare l’angoscia della cantierabilità, da quando la velocità <strong>di</strong><br />

spesa è <strong>di</strong>ventata sinonimo d’efficienza: allora si aprono i cassetti e, alla<br />

faccia della programmazione, si tira fuori quel che c’è <strong>di</strong> pronto. Dei riti<br />

della concertazione si è detto poco sopra quanto basta.<br />

Ness<strong>un</strong>a teoria e nemmeno più semplicemente cultura della<br />

programmazione si può reperire nelle in<strong>di</strong>cazioni normative che la<br />

<strong>di</strong>sciplinano. Al massimo vi si reperisce la cultura del progetto. Di <strong>un</strong><br />

progettare anche molto evoluto, che indubbiamente apporta or<strong>di</strong>ne ed<br />

efficienza (sull’efficacia sarebbero legittimi molti dubbi). Si tratta, com<strong>un</strong>que,<br />

<strong>di</strong> modelli <strong>di</strong> gestione e <strong>di</strong> valutazione resi necessari dai gran<strong>di</strong> progetti e<br />

dalla <strong>di</strong>ffusione del project financing, che mobilitano ingenti volumi <strong>di</strong><br />

risorse. Ma, app<strong>un</strong>to, <strong>di</strong> progetti e non <strong>di</strong> piani <strong>di</strong> sviluppo si tratta.<br />

9. Nulla da fare?<br />

Ora, la critica alla scarsità dell’ingre<strong>di</strong>ente teorico incorporato nei programmi<br />

(europei, regionali, locali) e la sua interpretazione come “<strong>di</strong>fetto” dei<br />

tentativi <strong>di</strong> governo consapevole dei processi socio-economico-territoriali<br />

implicano, inevitabilmente, <strong>un</strong> criterio, <strong>un</strong> valore (<strong>di</strong>chiarato o sotteso)<br />

ass<strong>un</strong>to (consapevolmente o inconsapevolmente) come metro <strong>di</strong> giu<strong>di</strong>zio e<br />

canone interpretativo.<br />

è il canone dell’utopia scientista anelante faustianamente all’onniscienza<br />

della razionalità e, perciò, all’onnipotenza dell’agir razionale? Oppure è<br />

-scendendo- il metro dell’illusione tecnocratica su <strong>un</strong>a realtà aritmomorfica<br />

e, perciò, conoscibile dagli algoritmi e mo<strong>di</strong>ficabile con i modelli? O<br />

-infine e toccando il fondo- si tratta, più prosaicamente, della doleance<br />

corporativa dei programmatori riven<strong>di</strong>canti occasioni <strong>di</strong> lavoro?<br />

Per <strong>di</strong> più, viviamo in tempi <strong>di</strong> crescente fort<strong>un</strong>a del “pensiero<br />

debole”: la crisi delle ideologie totalizzanti e il fallimento storico dei<br />

sistemi economico-sociali pianificati inducono ragionevoli prudenze circa<br />

la possibilità <strong>di</strong> governare secondo lo stile del piano la complessità dei<br />

processi socio-economico-territoriali.<br />

In ogni caso, quando l’ipotesi <strong>di</strong> governare secondo lo stile del piano<br />

si debba applicare a sistemi territoriali (regioni, sistemi urbani e locali)<br />

sappiamo <strong>di</strong> essere in presenza <strong>di</strong> sistemi complessi, per l’elevato<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 243


numero <strong>di</strong> parti e <strong>di</strong> relazioni che li compongono; che evolvono secondo<br />

<strong>di</strong>namiche non lineari; che reagiscono ad azioni applicate su <strong>un</strong>a loro parte<br />

o relazione con effetti su altre parti o relazioni o variamente ritardate.<br />

Alla complessità sistemica si aggi<strong>un</strong>ge la complessità decisionale, per la<br />

numerosità dei decisori istituzionali (non necessariamente concor<strong>di</strong>) e si<br />

somma la complessità sociale per l’intervento nel processo decisorio, si<br />

tratti <strong>di</strong> concertazione o governance, delle molteplici schede <strong>di</strong> preferenza<br />

collettiva propugnate dall’accresciuta soggettività degli in<strong>di</strong>vidui e dei<br />

gruppi dell’aggregato com<strong>un</strong>itario.<br />

L’incertezza meto<strong>di</strong>ca del proce<strong>di</strong>mento analitico, insomma, si fa<br />

incertezza sistemica dell’oggetto da programmare. L’alternativa è netta: o<br />

rin<strong>un</strong>ciare a governare, nella mistica fiducia verso la provvidenziale “mano<br />

invisibile”, o attrezzarsi per il governo consapevole della complessità (è il<br />

conflitto tra potenza e potere: Ruffolo, 1988), ritentando, caparbiamente,<br />

con meno illusioni e più strumenti, l’ardua strada della programmazione.<br />

Ma, come è stato autorevolmente scritto già quin<strong>di</strong>ci anni or sono, “la<br />

controrivoluzione neo-liberale sfrutta il collasso del socialismo reale per<br />

<strong>di</strong>smettere i concetti della pianificazione e rattrappire il ruolo dello stato<br />

nella regolazione delle economie miste” (Sachs, 1992).<br />

E, d<strong>un</strong>que, a riproporre oggi l’opzione del piano, e a riproporla in Italia,<br />

non si corre il rischio, per citare con Bateson (1989) il verso <strong>di</strong> Pope, <strong>di</strong><br />

entrare a far parte degli “stolti che si precipitano là dove gli angeli esitano<br />

a metter piede”? Più prosaicamente ci si potrebbe chiedere se riproporre,<br />

oggi, l’opzione del piano non significhi cedere alle suggestioni <strong>di</strong> <strong>un</strong>’utopia<br />

rivelatasi, fra l’altro, assai dolorosa nell’Europa fra l’Oder e gli Urali.<br />

Si crede <strong>di</strong> no. Molti argomenti sembrano corroborare questo<br />

convincimento. Proprio la complessità -se la ragione non ha alzato ban<strong>di</strong>era<br />

bianca- sfida a organizzare il ragionamento e a impiegare tutti i mezzi<br />

(strumenti) che possano aiutare a capire e ad agire. E poi, dopo l’ubriacatura<br />

neo-liberista (“più mercato e meno stato”), il pendolo dovrebbe tornare ad<br />

oscillare verso l’idea del piano (l’idea, si sottolinea, non la riesumazione<br />

<strong>di</strong> <strong>un</strong>a sua qualche determinata incarnazione). Purtroppo l’Europa vive <strong>un</strong>a<br />

fase <strong>di</strong> stanca, dopo le fatiche della moneta <strong>un</strong>ica e dell’allargamento. E<br />

anche se stenta a farsi strada il Trattato costituzionale, l’Unione Europea<br />

a 27 sarà obbligata a chiamare <strong>di</strong> nuovo gli stati membri (e, più ancora, le<br />

loro regioni) a cimentarsi proprio con lo stile del piano, come richiedeva il<br />

Libro Bianco <strong>di</strong> Jacques Delors.<br />

Certo, la promessa prometeica della pianificazione totale si è rivelata<br />

<strong>un</strong>’illusione (anche molto dolorosa in Europa orientale), eppure e<br />

proprio quando qui da noi si chiude <strong>un</strong>’intera fase storica della presenza<br />

pubblica nell’economia, sono l’Unione Europea e gli Otto Gran<strong>di</strong> che<br />

-a fronte dell’immane piaga mon<strong>di</strong>ale della miseria e delle minacce<br />

244 Alla ricerca della memoria perduta


alla sopravvivenza del pianeta- ripropongono l’opzione dell’intervento<br />

pubblico nel governo dei processi economici e sociali.<br />

Molte altre ragioni sono fornite dalle specificità del contesto italiano:<br />

rischio del declino economico nonostante consolatori dati congi<strong>un</strong>turali,<br />

crack della pubblica finanza, collasso dei servizi pubblici, aggravamento<br />

delle <strong>di</strong>sparità interregionali. E ancora: il collasso della macchina-città<br />

(traffico, inquinamento, rifiuti, emarginazione, immigrazione) che coincide<br />

con l’inceppamento della macchina-governo locale (processo decisionale<br />

bloccato, processo attuativo inefficiente, protesta sociale crescente e<br />

crescentemente frammentata per single issues). Anche qui: arrendersi o<br />

allestire tavole <strong>di</strong> ragionamento, con le conoscenze e le risorse possibili, da<br />

mobilitare per le azioni possibili, minimizzando il <strong>di</strong>ssenso, massimizzando<br />

il consenso, rispettando, in ogni caso, il buon senso.<br />

Proprio il buon senso dovrebbe, finalmente, affermarsi anche in Italia<br />

per <strong>un</strong> rilancio della programmazione, a partire dall’uso integrato delle<br />

risorse europee, nazionali, regionali e locali in progetti destinati -almeno<br />

così si spera- alla realizzazione e non solo ad arricchire le biblioteche.<br />

10. Modeste proposte<br />

Intanto cosa può fare il monaco benedettino della programmazione?<br />

Ecco i modesti suggerimenti <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong> da trent’anni e passa<br />

in servizio permanente effettivo a chi abbia la possibilità <strong>di</strong> <strong>un</strong> qual<strong>un</strong>que<br />

ruolo (decisore, analista, <strong>programmatore</strong>, stakeholder, ecc.) in <strong>un</strong> qual<strong>un</strong>que<br />

(europeo, nazionale, regionale, locale, ecc.) processo <strong>di</strong> programmazione:<br />

-<br />

-<br />

-<br />

tentar d’applicare i “caratteri <strong>di</strong>stintivi” della programmazione (finalità<br />

derivate da <strong>un</strong>’analisi, obiettivi quantificati, priorità stabilite, coerenza<br />

<strong>di</strong>mostrata, meccanismi <strong>di</strong> controllo efficaci);<br />

tentar d’attivare processi <strong>di</strong> sviluppo, me<strong>di</strong>ante <strong>un</strong>a seria selezione<br />

degli interventi, in modo che ciasc<strong>un</strong>o <strong>di</strong> essi raggi<strong>un</strong>ga la massa critica<br />

in grado <strong>di</strong> mo<strong>di</strong>ficare le aspettative e le schede <strong>di</strong> convenienza dei<br />

soggetti;<br />

fare <strong>un</strong> uso onesto della valutazione, cioè per scegliere ex ante e non per<br />

giustificare ex post.<br />

Ci sono poi misure assolutamente fuori della portata del monaco,<br />

pertanto ci si limiterà a proporle in termini, rispettivamente, d’auspicio e<br />

<strong>di</strong> segnalazione <strong>di</strong> due necessità.<br />

L’auspicio è che <strong>un</strong> ripensamento delle politiche regionali europee<br />

-inelu<strong>di</strong>bile visti gli scarsi successi in termini <strong>di</strong> coesione economicosociale-<br />

riesca a farle evolvere dalla cultura del progetto a quella della<br />

programmazione.<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 245


La prima segnalazione riguarda la necessità <strong>di</strong> <strong>un</strong> quadro nazionale <strong>di</strong><br />

riferimento politico per la programmazione. Fa <strong>un</strong> certo effetto la circostanza<br />

che nelle 281 pagine del volume Per il bene dell’Italia (il programma <strong>di</strong> governo<br />

2006-2011 dell’Unione) si trovi <strong>un</strong>a sola volta, e assai genericamente, citato<br />

il vocabolo “programmazione” riferito all’economia. A p. 124 si può, infatti,<br />

leggere il proposito del “rafforzamento delle capacità <strong>di</strong> programmazione,<br />

attraverso la definizione <strong>di</strong> <strong>un</strong> numero limitato <strong>di</strong> progetti strategici”. È tutto.<br />

Il vocabolo, è vero, compare altre sei volte (pp. 136, 139, 186, 187, 188, 189):<br />

ma due si riferiscono ai trasporti e quattro alla sanità.<br />

La seconda segnalazione riguarda la necessità <strong>di</strong> <strong>un</strong> quadro nazionale <strong>di</strong><br />

riferimento istituzionale per la programmazione, al duplice fine <strong>di</strong> <strong>un</strong>’efficace<br />

governance e per la progettazione degli interventi alla scala territoriale<br />

appropriata. Sembra, infatti, ancora inascoltato l’insegnamento dei Pim<br />

quando invocavano che i programmi fossero “elaborati alla scala territoriale<br />

pertinente”. Qui la campana suona per la Regione Toscana, che aveva operato<br />

e santificato ufficialmente la sud<strong>di</strong>visione del territorio in sistemi economici<br />

locali (cfr. Istat-<strong>Irpet</strong>, 1989, autentici daily urban systems: vale a <strong>di</strong>re le “vere”<br />

città) e poi assume per i suoi programmi o patti <strong>di</strong> sviluppo locale, la maglia<br />

delle province. Un maglia quasi sempre artificiale in Italia, corrispondente agli<br />

spazi del decentramento burocratico dei ministeri, ma del tutto irrazionale in<br />

Toscana, ove i confini provinciali separano e smembrano ciò che madre natura,<br />

geografia e storia hanno <strong>un</strong>ito: Chianti fiorentino e senese, Valdarno superiore<br />

aretino e fiorentino, Valdarno inferiore pisano e fiorentino, Maremma senese<br />

e grossetana, Val <strong>di</strong> Chiana senese e aretina, ecc..<br />

Insomma, e lo si <strong>di</strong>ce velocemente, sommessamente e quasi <strong>di</strong> nascosto<br />

(e anche a proposito <strong>di</strong> costi eccessivi della politica oltre che <strong>di</strong> razionalità<br />

della pubblica amministrazione): bisogna accorpare gli 8101 com<strong>un</strong>i,<br />

magari secondo il modello dei daily urban systems; bisogna abolire, e<br />

basta, le province, secondo l’in<strong>di</strong>cazione l<strong>un</strong>gimirante <strong>di</strong> Ugo La Malfa.<br />

Ma anche secondo la proposta originaria della Costituente che, come<br />

molti forse non sanno, aveva varato questo testo “La Repubblica si riparte<br />

in Regioni e Com<strong>un</strong>i. Le Province sono circoscrizioni amministrative<br />

<strong>di</strong> decentramento statale e regionale”. Le cose andarono <strong>di</strong>versamente e<br />

l’art. 114 ricomprese le Province, cui la famigerata legge 8 giugno 1990,<br />

n. 142, ha poi <strong>di</strong>sgraziatamente attribuito numerose f<strong>un</strong>zioni.<br />

Dixi et salvavi animam meam (Esiodo 3:19, ma anche K. Marx, Critica al<br />

programma <strong>di</strong> Gotha).<br />

246 Alla ricerca della memoria perduta


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248 Alla ricerca della memoria perduta


QUARANT’ANNI E NON LI DIMOSTRA*<br />

Giuliano Bianchi<br />

Quaranta ma non li <strong>di</strong>mostra.<br />

D<strong>un</strong>que, anche l’<strong>Irpet</strong> è <strong>un</strong> prodotto del ‘68 e credo si potrebbero rinvenire<br />

tracce della verve <strong>di</strong> quell’anno nel suo DNA.<br />

Figuratevi che non era ancora finito <strong>di</strong> nascere (1969) e faceva già le<br />

linguacce agli algi<strong>di</strong> accatastatori <strong>di</strong> numeri, ancora intenti a sfruculiare i<br />

dati del censimento 1961, cui contrapponeva <strong>un</strong> robusto ragionamento con<br />

la prima interpretazione dello sviluppo toscano (app<strong>un</strong>to l’Ipotesi del ‘69<br />

nel gergo irpettiano).<br />

Ma l’<strong>Irpet</strong> aveva già sette anni, in quel gennaio del 1975, quando ricevetti<br />

<strong>un</strong> innocuo invito a cena da Elio Gabbuggiani, presidente dell’Istituto, e<br />

Giacomo Becattini. Finite le penne strascicate <strong>di</strong> prammatica, Gabbuggiani<br />

mi informa, con <strong>un</strong>o dei suoi soavi sorrisi, che era stato deciso che sarei stato<br />

il successore <strong>di</strong> Becattini come nuovo <strong>di</strong>rettore dell’<strong>Irpet</strong>. Ora, se “<strong>di</strong>rettore”<br />

era <strong>un</strong> vocabolo pesante, “successore” faceva proprio impressione.<br />

Il mio pollo alla cacciatora restò nel piatto. Ripetei meccanicamente tre o<br />

quattro volte “Domine non sum <strong>di</strong>gnus” e mi presi 24 ore per rispondere.<br />

Al mattino -notte insonne- mi <strong>di</strong>ssi “è più che certo che non sum <strong>di</strong>gnus,<br />

ma ci provo”.<br />

Il coraggio della <strong>di</strong>sperazione si sorreggeva su tre idee, maturate nella<br />

notte, che lì per lì mi parvero luci<strong>di</strong>ssime:<br />

- identificare il campo <strong>di</strong> gioco dell’<strong>Irpet</strong>;<br />

- dare <strong>un</strong>a formazione europea ai ricercatori;<br />

- dotare l’istituto <strong>di</strong> nuovi strumenti <strong>di</strong> ricerca.<br />

La prima scelta: identificare il campo <strong>di</strong> gioco d’<strong>un</strong> istituto che s’era occupato,<br />

apparentemente, solo <strong>di</strong> Toscana. Inten<strong>di</strong>amoci: economie esterne-interne<br />

marshalliane, sviluppo d’<strong>un</strong>’economia a due settori à la Lewis, sequenze<br />

efficaci <strong>di</strong> Hirschman, erano concetti che circolavano ampiamente nelle<br />

stanze dell’<strong>Irpet</strong>, nutrendo i giovani cervelli dei ricercatori.<br />

Io avevo sentito parlare <strong>di</strong> regional science, la <strong>di</strong>sciplina fondata da<br />

Walt Isard per conferire <strong>di</strong>mensioni spaziali ai fenomeni economici. E<br />

sapevo che c’erano associazioni che coltivavano siffatta <strong>di</strong>sciplina. Mi<br />

misi in contatto con quella tedesca e con quella francese. Sopportate le<br />

battute supponenti riservate ai parvenu, ne ricevetti l’invito a farci la nostra<br />

associazione.<br />

* Intervento tenuto in occasione del 40° dell’IRPET il 6 febbraio 2008.<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 249


Frequentavo <strong>un</strong> gruppo <strong>di</strong> giovani (allora!), che più o meno stavano<br />

rimuginando sulle stesse cose (Camagni, Cappellin, Costa, La Bella, Rabino,<br />

...). Riferii delle mie esplorazioni e concludemmo: “Facciamoci l’associazione<br />

italiana <strong>di</strong> scienza regionale!” Attenzione! “scienza regionale”, singolare.<br />

Ci fu propizio <strong>un</strong> convegno scientifico a Napoli, cui partecipava<br />

nientepopo<strong>di</strong>meno che Isard. Lo portammo a Capri col duplice obiettivo <strong>di</strong><br />

ottenere la bene<strong>di</strong>zione per la nostra impresa e, soprattutto, il “Plurale”!<br />

In effetti, ci pareva che la regional science isar<strong>di</strong>ana si avviasse a<br />

<strong>di</strong>venire <strong>un</strong>a branca dell’economia matematica mentre noi volevamo<br />

mettere insieme economisti, urbanisti, sociologi, storici, geografi, giuristi,<br />

ecc. tutti i cultori delle <strong>di</strong>scipline -le “scienze regionali” insomma- che si<br />

proponessero <strong>di</strong> cimentarsi col territorio.<br />

Da qui quelle feconde kermesse, <strong>un</strong> po’ convegno scientifico, <strong>un</strong> po’<br />

festa dell’Unità che sono le nostre conferenze (e fin qui fort<strong>un</strong>atamente<br />

restie a farsi mettere in riga!).<br />

Resterà indelebile nella memoria degli astanti, Isard, sulla piazzetta<br />

<strong>di</strong> Capri, fiasco <strong>di</strong> vino in mano, che cantava “Regional science may be<br />

plural, oh yeah, o’ sole mio!!”<br />

E <strong>di</strong> lì a poco nacque l’AISRe (tenuta a battesimo proprio da Giacomo<br />

Becattini, presidente del collegio elettorale), <strong>di</strong> cui l’<strong>Irpet</strong> fu motore e in<br />

cui trovò <strong>un</strong>a palestra <strong>di</strong> confronto e crescita.<br />

Meno facile si rivelò la messa in pratica della seconda idea: la<br />

specializzazione dei giovani nello “stile europeo” della ricerca. Cos’era<br />

lo “stile europeo”? Dove lo si praticava? E poi come si faceva a sbattere<br />

giovani per mesi e mesi lontano da casa (e dalle fidanzate)?<br />

Qui dette <strong>un</strong>a mano il grande Giorgio Fuà con i suoi corsi presso l’Istao.<br />

Base <strong>di</strong> partenza per più lontane avventure: come il Centre of Environmental<br />

Stu<strong>di</strong>es <strong>di</strong> Londra (ove Richard Barras e Andrew Broadbent praticavano<br />

analisi per la programmazione: erano i tempi eroici della Structure Planning<br />

del governo Wilson) o come l’<strong>un</strong>iversità <strong>di</strong> Newcastle (ove la squadra <strong>di</strong><br />

Stan Openshaw, lavorava all’identificazione e allo stu<strong>di</strong>o dei sistemi locali).<br />

Ma furono soprattutto l’<strong>un</strong>iversità <strong>di</strong> Glasgow e <strong>un</strong> centro <strong>di</strong> ricerca<br />

<strong>di</strong> frontiera come lo Iiasa (International Institute for Applied Systems<br />

Analysis) <strong>di</strong> Laxenburg ad eccitarmi. Per i motivi che vedremo subito.<br />

Intanto mi <strong>di</strong>cevo, nel timore d’aver fatto passi più l<strong>un</strong>ghi della gamba,<br />

“Insomma formazione e internazionalizzazione, anche per vaccinarsi<br />

contro il rischio <strong>di</strong> provincialismo che sta correndo qualche altro istituto”.<br />

La terza idea, la più azzardata, quella <strong>di</strong> dotare l’istituto <strong>di</strong> <strong>un</strong> nuovo<br />

strumento “nuovo” -<strong>un</strong> sistema <strong>di</strong> modelli- capace <strong>di</strong> conferire all’<strong>Irpet</strong> <strong>un</strong>a<br />

superiorità, come <strong>di</strong>re?, tecnologica nel quadro italiano, mi s’era <strong>un</strong> po’<br />

250 Quarant’anni e non li <strong>di</strong>mostra


chiarita con le frequentazioni <strong>di</strong> Glasgow e dello Iiasa. Ma il mio intento<br />

non era molto raffinato: usare il modello, i modelli, come clava, per fare del<br />

“terrorismo econometrico”. “Ehi, voi, che ci fate con le vostre tabelle! Noi<br />

produciamo dati nuovi, freschi, dati che solo noi possiamo produrre! Quanto<br />

varia il valore aggi<strong>un</strong>to e l’occupazione se aumenta la domanda <strong>di</strong> scarpe?<br />

Che succede all’economia toscana se il dollaro si apprezza sulla lira?”<br />

Alla realizzazione dell’idea questa volta s’opponeva <strong>un</strong>a dura <strong>di</strong>fficoltà<br />

materiale: il costo, <strong>un</strong> miliardo <strong>di</strong> lire 1980, senza contare i ricercatori <strong>Irpet</strong>:<br />

spese <strong>di</strong> rilevazione, acquisto <strong>di</strong> dati al mercato nero dell’Istat, consulenze.<br />

Procuratomi l’appoggio <strong>di</strong> Confindustria (grazie, Savona!) e dello Iiasa,<br />

sottoposi progetto e budget alla Regione -<strong>un</strong>a cor<strong>di</strong>ale ma inequivoca risata<br />

fu la risposta.<br />

Qui ci voleva <strong>un</strong> colpo <strong>di</strong> genio!<br />

I modelli (input-output e <strong>di</strong>ntorni) venivano usati dalla nuova agenzia per<br />

lo sviluppo della Scozia, per usi pratici: previsioni, valutazioni d’impatto<br />

ma soprattutto scelte fra alternative. Narrai all’amico McGilvray <strong>di</strong><br />

Glasgow le mie ambasce e accettò <strong>di</strong> mostrare al presidente della Regione<br />

Toscana a cosa servivano i modelli.<br />

Trascinare il presidente della Regione in Scozia non fu facile.<br />

La faccio breve. Eravamo sul terrazzo dell’<strong>un</strong>iversità, intorno le<br />

highlands, da <strong>un</strong> lato baluginava <strong>un</strong>a striscia <strong>di</strong> mare grigio, dall’altro si<br />

intravedevano nella foschia le pietre rosate <strong>di</strong> E<strong>di</strong>mburgo.<br />

McGilvray cominciò a <strong>di</strong>re <strong>di</strong> previsioni, impatti, ecc. Ma, benedetta la<br />

fascinosa interprete!, che omise subito <strong>di</strong> tradurre i tecnicismi.<br />

Piattaforme per la perforazione del petrolio off-shore, cantieri navali,<br />

centri <strong>di</strong> ricerca, restauro dei magici castelli, pipe-lines, centri artigianali<br />

per il tartan parevano sgorgare <strong>di</strong>rettamente dal modello e materializzarsi<br />

sotto gli occhi del presidente, fra <strong>un</strong> refolo <strong>di</strong> vento e <strong>un</strong>o svolazzo del<br />

kilt <strong>di</strong> McGilvray. Che, solenne, in<strong>di</strong>ce ammonitore rivolto al presidente,<br />

concluse “E ricor<strong>di</strong>, noi scozzesi non amiamo sprecare danaro!”<br />

Qualc<strong>un</strong>o, ma francamente non io, sostenne <strong>di</strong> aver u<strong>di</strong>to il presidente<br />

bofonchiare “Se ci spendono gli scozzesi….”.<br />

Col lasciapassare scozzese, <strong>di</strong>sco verde.<br />

E fu la Matrice Intersettoriale Toscana: MIT ovviamente l’acronimo. Che<br />

rivelò <strong>un</strong>’insospettata capacità <strong>di</strong> mobilitazione: Tani, Biggeri, Ventisette<br />

e i nostri ricercatori in casa; Almon e Nyhus dall’<strong>un</strong>iversità del Maryland;<br />

dallo Iiasa Snickars e Andersson, con Grassini che forniva l’ausilio <strong>di</strong> <strong>un</strong><br />

modello dalla sigla <strong>un</strong> po’ osé “Intimo”<br />

Quello strumento ha camminato molto, e s’è mostrato capace <strong>di</strong> crescere e<br />

<strong>di</strong> evolvere verso nuove e audaci mete, sotto la guida del modellista gentile<br />

Casini Benvenuti.<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 251


A quel p<strong>un</strong>to m’ero convinto d’aver fatto la squadra. Il fantasioso<br />

Cavalieri a presi<strong>di</strong>are sviluppo e programmazione, oltre che a sedurre<br />

la “clientela”; il laico Maltinti sul fronte pubblico e finanza, oltre che a<br />

stoppare qualche ideologismo del sottoscritto; il solido Sforzi a <strong>di</strong>segnare<br />

e sorvegliare i sistemi urbani giornalieri (daily urban systems) nella<br />

triangolazione <strong>Irpet</strong>-Newcastle-Istat.<br />

Confesso qui due rimpianti.<br />

So <strong>di</strong> aver trascurato l’altra metà del cielo e ne chiedo tar<strong>di</strong>vamente ma<br />

sinceramente scusa, anche se l’innesto d’<strong>un</strong>a “storica” servì a formare <strong>un</strong>a<br />

coppia -Meini-Pescarolo- che poi s’è fatta sentire.<br />

Il secondo rimpianto -e ancora mi cuoce- è quello <strong>di</strong> non esser mai<br />

riuscito a <strong>di</strong>re al ferrigno Grassi che, nella mia testa, lui era il commissario<br />

politico dell’istituto…<br />

Settembre, ottobre, novembre 1983 furono <strong>un</strong>a sorta <strong>di</strong> gran galà.<br />

Si tenne, a Firenze, la Conferenza AISRe, cui donammo il “cipollone”<br />

che ne è lo stemma (la stilizzazione dello Stato Isolato <strong>di</strong> von Thünen) e in<br />

cui risuonò la mitica frase becattiniana: “si vedono accorrere sotto i nuovi<br />

vessilli del <strong>di</strong>stretto industriale anche ban<strong>di</strong>ere fortemente compromesse col<br />

passato regime!”. Il benvenuto era specialmente rivolto a Fuà, che, con <strong>un</strong><br />

titolo magari <strong>un</strong> po’ ortope<strong>di</strong>co (Industrializzazione senza fratture) ma assai<br />

simpatetico con la scuola fiorentina, aveva fatto il salto della barricata.<br />

Fu “lanciato”, a Pistoia, il sistema <strong>di</strong> modelli <strong>Irpet</strong>-Iiasa, con <strong>un</strong>a specie<br />

<strong>di</strong> “tiro a segno” (Andersson mi com<strong>un</strong>icò che si doveva <strong>di</strong>re “hands-on”):<br />

insomma metter le mani sui modelli per farli “girare”: provare per credere!<br />

A Siena nella storica sede del Monte dei Paschi, si celebrò la prima<br />

conferenza mon<strong>di</strong>ale sulle onde l<strong>un</strong>ghe <strong>di</strong> Kondratiev, che vide la presenza<br />

<strong>di</strong> stu<strong>di</strong>osi del calibro <strong>di</strong> C. Freeman e L. Forrester, R. M. Goodwin e A.<br />

Kleinknecht, J. Van Dujin, O. Mensch, C. Marchetti e ripropose <strong>un</strong> tema<br />

tutt’ora molto sulla cresta dell’onda (grazie ancora, Stefano e Gianni, per<br />

la collaborazione!).<br />

Qui al successo scientifico si aggi<strong>un</strong>se quello mondano: la festa<br />

si tenne, infatti, a Firenze nel Palazzo Pucci, con defilè animati da<br />

quell’impareggiabile charmeur che era il marchese Emilio Pucci.<br />

Fatto sta che quell’anno l’<strong>Irpet</strong> si aggiu<strong>di</strong>cò il premio “Luigi Einau<strong>di</strong>” per<br />

la conoscenza economica, che l’anno prima era stato attribuito al Club <strong>di</strong><br />

Roma <strong>di</strong> Aurelio Peccei e l’anno successivo fu assegnato all’Ufficio stu<strong>di</strong><br />

della Banca d’Italia...<br />

Questo il 1983 e ora dopo <strong>un</strong> quarto <strong>di</strong> secolo?<br />

252 Quarant’anni e non li <strong>di</strong>mostra


Il 21 gennaio scorso, concludendo la presentazione del suo Calabrone,<br />

Becattini ci invitava a <strong>di</strong>scutere con lui in termini possibilmente nuovi<br />

dei sistemi locali, soprattutto <strong>di</strong> quelli <strong>di</strong>strettuali.<br />

Non so, davvero non so, se sia possibile <strong>di</strong>r qualcosa <strong>di</strong> nuovo o<br />

almeno <strong>di</strong> sensato nella vischiosa tematica ove si attorcigliano locale,<br />

globale, glocal, localismo globale, globalismo locale (si veda, per <strong>un</strong>a<br />

riprova, il recente e assai denso Saskia Sassen, Una sociologia della<br />

globalizzazione, Einau<strong>di</strong>, 2008)<br />

Costretto a <strong>di</strong>r qualcosa sul “locale”, la metterei così.<br />

Cominciamo a <strong>di</strong>stinguere le taglie. Per esempio:<br />

- microlocale;<br />

- mesolocale;<br />

- pseudolocale;<br />

-<br />

macrolocale.<br />

E parto da quest’ultimo -chiamo macrolocale il Distretto integrato<br />

regionale del PRS 2006-2010 (territorialmente la Toscana). Qui c’è<br />

<strong>un</strong>’intuizione forte: lo spazio dell’integrazione delle politiche e delle<br />

risorse. La Toscana che si fa sistema. Ma l’intuizione non basta, c’è del<br />

lavoro <strong>di</strong> approfon<strong>di</strong>mento, anche teorico, da fare prima che l’idea cada<br />

nel <strong>di</strong>menticatoio.<br />

Lo pseudolocale è ciò che separa quel che il padreterno, la geografia<br />

e la storia hanno <strong>un</strong>ito da secoli, millenni o perfino dall’orogenesi. E giù:<br />

Chianti senese e fiorentino, Valdarno aretino e fiorentino, Val <strong>di</strong> Chiana<br />

senese e aretina, perfino l’<strong>un</strong>itarietà della montagna si perde: Amiata<br />

senese e grossetana.<br />

Con quest’operazione si confondono le realtà locali e si resecano<br />

vincoli secolari fra le com<strong>un</strong>ità e i loro territori. Lo pseudolocale è<br />

irriformabile. Va tolto <strong>di</strong> mezzo e basta.<br />

Il microlocale è lo spazio ove la gente sta o cerca <strong>di</strong> stare insieme. Lo<br />

spazio della casa del popolo o della parrocchia. Certo, finita la partita a<br />

carte o la tombola, in quei luoghi forse si spaccia o ci si buca. Ma durante<br />

il giorno in quei luoghi magari si è dato <strong>un</strong>a minestra all’immigrato o si<br />

è servita la mensa aziendale per i lavoratori, c’è la palestra, la biblioteca<br />

e così via. Ness<strong>un</strong> ottimismo <strong>di</strong> maniera. La vecchia e così confortevole<br />

casa del popolo non c’è più.<br />

E va “reinventata” nel nostro tempo. Ma ci sono mattoni, braccia e<br />

qualche idea. Ma ci sono soprattutto le fondamenta d’<strong>un</strong>a civiltà che va<br />

dai com<strong>un</strong>i del me<strong>di</strong>oevo alla civicness <strong>di</strong> Putnam e oltre. E poco importa<br />

se talvolta può riapparire sotto veste <strong>di</strong> sagra della salsiccia. Reinventare<br />

la casa del popolo è <strong>un</strong> compito impegnativo ma inelu<strong>di</strong>bile.<br />

<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 253


Il mesolocale è però il cuore del problema se parliamo <strong>di</strong> sviluppo. I<br />

suoi luoghi sono quelli dell’abbinamento secolare fra com<strong>un</strong>ità e territori,<br />

ove agisce la nefasta opera dello pseudolocale.<br />

è qui che la <strong>di</strong>sintegrazione sociale <strong>di</strong> cui parlava Becattini ha inciso<br />

più a fondo, togliendo rappresentatività alla rappresentanza politica. Sì che<br />

le com<strong>un</strong>ità si <strong>un</strong>iscono più spesso sul no che sul sì: no alla tranvia, no al<br />

gassificatore, no al termovalorizzatore e così via.<br />

Qui, se il ceto politico non alza ban<strong>di</strong>era bianca e non si aggrega per clan,<br />

c’è da ricostruire <strong>un</strong> tessuto <strong>di</strong> relazioni umane e culturali prima ancora che<br />

politiche ed economiche. Ed è certamente più <strong>di</strong>fficile che reinventare la<br />

casa del popolo.<br />

Non ho ovviamente ricette, ma mi conforta il modo nel quale si è<br />

costruito il partito democratico. Sarà questa la strada?<br />

Bauman ci narra come (e uso i titoli <strong>di</strong> suoi tre libri) dentro la<br />

globalizzazione la società dell’incertezza provochi la solitu<strong>di</strong>ne del<br />

citta<strong>di</strong>no globale.<br />

Tuttavia microlocale e mesolocale -con quanto si è detto (sperato?<br />

sognato?)- mi rendono convinto che il locale <strong>di</strong>strettuale, toscano vorrei<br />

aggi<strong>un</strong>gere per sicurezza, non annegherà nella baumaniana società<br />

liquida.<br />

254 Quarant’anni e non li <strong>di</strong>mostra


Finito <strong>di</strong> stampare nel mese <strong>di</strong> Luglio 2009<br />

presso Tipografia NOVA srl <strong>di</strong> Signa - Firenze<br />

www.tipografianova.eu


Questo volume non è <strong>un</strong> testo <strong>di</strong><br />

economia regionale ma è la sintesi <strong>di</strong><br />

come le scienze regionali possano essere<br />

interpretate da <strong>un</strong>o stu<strong>di</strong>oso eclettico<br />

e colto come Giuliano Bianchi, che ha<br />

saputo coniugare in modo brillante ed<br />

originale la sua vocazione <strong>di</strong> intellettuale<br />

a quella <strong>di</strong> <strong>programmatore</strong> regionale.<br />

In questa attività analitica la sua città,<br />

Firenze, poteva essere stu<strong>di</strong>ata solo nel<br />

suo ruolo regionale e, <strong>di</strong> conseguenza,<br />

la Toscana solo nel contesto nazionale<br />

ed europeo.<br />

Firenze, la Toscana e l’Italia delle regioni<br />

sono quin<strong>di</strong> l’oggetto dei saggi qui<br />

riprodotti, solo alc<strong>un</strong>i fra quelli che<br />

Bianchi completò in più <strong>di</strong> <strong>un</strong> quarto<br />

<strong>di</strong> secolo e che qui confluiscono in <strong>un</strong><br />

volume che vede la luce proprio ad <strong>un</strong><br />

anno dalla scomparsa dell’autore.

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