Appunti di un programmatore - Irpet
Appunti di un programmatore - Irpet
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<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong><br />
Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi<br />
I R P E T<br />
Istituto<br />
Regionale<br />
Programmazione<br />
Economica<br />
Toscana
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong><br />
Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi<br />
I R P E T<br />
Istituto<br />
Regionale<br />
Programmazione<br />
Economica<br />
Toscana
Riconoscimenti<br />
L’in<strong>di</strong>ce <strong>di</strong> questo volume è stato concordato all’interno <strong>di</strong> <strong>un</strong> comitato <strong>di</strong> redazione<br />
formato da antichi collaboratori, ma più ancora da amici, <strong>di</strong> Giuliano Bianchi (Paolo<br />
Bal<strong>di</strong>, stefano casini Benvenuti, Alessandro cavalieri, Alessandro compagnino,<br />
mario De Pascale, mauro Grassi e Giovanni maltinti).<br />
All’interno del gruppo, De Pascale ha svolto con molto impegno il prezioso compito <strong>di</strong><br />
tenere le fila dell’iniziativa e <strong>di</strong> sottoporre a tutti sia i problemi che le soluzioni inerenti<br />
il volume. Gli altri componenti colgono quin<strong>di</strong> questa occasione per ringraziarlo per<br />
il lavoro svolto.<br />
L’allestimento e<strong>di</strong>toriale è stato curato da elena Zangheri.<br />
si ringraziano le case e<strong>di</strong>trici einau<strong>di</strong>, Franco Angeli, il Ponte e Le monnier per aver<br />
concesso l’autorizzazione per la ristampa <strong>di</strong> alc<strong>un</strong>i contributi.
In<strong>di</strong>ce<br />
5 Presentazione <strong>di</strong> Nicola Bellini<br />
9 Prefazione <strong>di</strong> Giacomo Becattini<br />
15 Analisi delle inter<strong>di</strong>pendenze locali: alc<strong>un</strong>e premesse teoriche<br />
Giuliano Bianchi, Marco Bellan<strong>di</strong>, Fabio Sforzi<br />
55 Schemi numerici, modelli interpretativi, meto<strong>di</strong> <strong>di</strong> programmazione<br />
Giuliano Bianchi<br />
73 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio<br />
Giuliano Bianchi<br />
145 Onde l<strong>un</strong>ghe e take-offs regionali in Italia e Gran Bretagna<br />
Giuliano Bianchi, Stefano Casini Benvenuti, Giovanni Maltinti<br />
167 Firenze e il suo sistema metropolitano. Riflessioni su <strong>un</strong>’opport<strong>un</strong>ità<br />
mancata<br />
Giuliano Bianchi<br />
189 Innovazione formale e sviluppo economico in Toscana<br />
Giuliano Bianchi<br />
199 Requiem per la Terza Italia? Sistemi territoriali <strong>di</strong> piccola impresa e<br />
transizione postindustriale<br />
Giuliano Bianchi<br />
227 Alla ricerca della memoria perduta<br />
Giuliano Bianchi<br />
249 Quarant’anni e non li <strong>di</strong>mostra<br />
Giuliano Bianchi
PRESENTAZIONE<br />
Nicola Bellini<br />
Ho provato a leggere questa collezione <strong>di</strong> scritti <strong>di</strong> Giuliano Bianchi,<br />
stu<strong>di</strong>ati più volte in passato, come se non li conoscessi e non li avessi<br />
mai letti. è pratica che va riservata ai classici e la riflessione <strong>di</strong> Giuliano<br />
sulla Toscana e sui destini della programmazione regionale può ormai<br />
ben essere iscritta a questa categoria. Come suggeriva <strong>un</strong> grande <strong>di</strong>rettore<br />
d’orchestra, Georg Solti, le copie delle gran<strong>di</strong> partiture, che negli anni si<br />
son riempite fitte <strong>di</strong> app<strong>un</strong>ti e notazioni interpretative, ogni tanto vanno<br />
buttate via, ne va ricomprata <strong>un</strong>’altra copia intonsa e devono essere rilette<br />
da capo, come se fossero acquisizione nuova. Fare tabula rasa delle chiavi<br />
<strong>di</strong> lettura consolidate permette anche nel caso dei lavori <strong>di</strong> Giuliano <strong>di</strong><br />
rivivere in <strong>di</strong>retta la forza della scoperta, dell’intuizione e della passione<br />
civile che le accompagna.<br />
Per il sottoscritto c’è <strong>un</strong> motivo in più <strong>di</strong> confronto con la contemporaneità<br />
dei suoi scritti: il fatto <strong>di</strong> essere stato da poco chiamato a occupare quella<br />
scrivania <strong>di</strong> <strong>di</strong>rettore dell’<strong>Irpet</strong>, da cui Giuliano operò per do<strong>di</strong>ci anni,<br />
lasciando <strong>un</strong> segno indelebile. Come ha recentemente ricordato Franco<br />
Volpi, è stato infatti proprio lui, <strong>un</strong>ico non accademico nella sequenza<br />
dei <strong>di</strong>rettori dell’istituto, ad aver operato con più coerenza e successo<br />
per realizzare la <strong>di</strong>fficile missione <strong>di</strong> questo istituto: rendere compatibile<br />
l’esigenza <strong>di</strong> dare risposte pronte alle esigenze conoscitive dei processi<br />
politici con quella <strong>di</strong> “dotarsi <strong>di</strong> capacità conoscenze e strumenti <strong>di</strong> analisi<br />
adeguati che comportano investimenti <strong>di</strong> l<strong>un</strong>go periodo” * .<br />
A me francamente non sembra paradossale che chi più conosceva e<br />
praticava il rapporto con la politica e con i suoi processi decisionali sentisse<br />
in modo così vivo l’urgenza <strong>di</strong> garantire all’istituto quell’autonomia non<br />
formale, ma sostanziale, che deriva dal rigoroso presi<strong>di</strong>o delle tecniche e<br />
dei meto<strong>di</strong> <strong>di</strong> analisi. Il fatto è che nella visione <strong>di</strong> Giuliano l’autonomia<br />
e soli<strong>di</strong>tà scientifica erano esse stesse <strong>un</strong> dato politico nel momento<br />
in cui servivano a den<strong>un</strong>ciare la <strong>di</strong>stanza tra certi gruppi <strong>di</strong>rigenti ed<br />
il “nuovo” e il “vero” che l’analisi portava ad evidenza. è l’analisi<br />
scientificamente fondata che costringe la politica, altrimenti (spesso)<br />
riluttante, all’esercizio intellettuale <strong>di</strong> “pensare in grande e <strong>di</strong> guardar<br />
lontano”, superando il “<strong>di</strong>vorzio fra il dominio delle conoscenze razionali<br />
e quello dei processi decisionali”.<br />
* Volpi F. (2009), “L’IRPET: 1968-2008”, in Becattini G., Bianchi G., Casini Benvenuti S., Meini<br />
M.C., Volpi F. (2009), “I quarant’anni dell’IRPET”, Il Ponte, LXV, 1-2, gennaio-febbraio, p. 8.<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 5
Il ruolo della programmazione è per eccellenza l’ambito in cui le scelte<br />
pubbliche si organizzano in “sistema”. Non tutto l’intervento pubblico è<br />
infatti programmazione: questa richiede finalità derivate da <strong>un</strong>’analisi,<br />
obiettivi quantificati, priorità stabilite, coerenza <strong>di</strong>mostrata, meccanismi<br />
<strong>di</strong> controllo. Né la complessità sistemica, decisionale, sociale, etc., né la<br />
non linearità delle <strong>di</strong>namiche economiche giustificano l’abbandono della<br />
programmazione. Scrive Giuliano: “Proprio la complessità -se la ragione<br />
non ha alzato ban<strong>di</strong>era bianca- sfida a organizzare il ragionamento e a<br />
impiegare tutti i mezzi che possano aiutare a capire e ad agire”.<br />
La programmazione esige l’immissione <strong>di</strong> “più tecnica” nei processi<br />
decisionali. è questo il fondamento dell’impegno <strong>di</strong> Giuliano nella<br />
pre<strong>di</strong>sposizione <strong>di</strong> <strong>un</strong> modello informativo del sistema regionale <strong>di</strong><br />
programmazione, centrato sullo sviluppo in <strong>Irpet</strong> delle matrici regionali,<br />
ancora oggi <strong>un</strong>o degli asset più preziosi dell’istituto. La razionalistica<br />
passione per le tecniche non perse mai in Giuliano la consapevolezza dei<br />
fini per cui quelle tecniche dovevano essere utilizzate, ossia della loro<br />
strumentalità. Circondati come siamo da tanto “manierismo econometrico”,<br />
suona come <strong>un</strong> monito l’ironica confessione che Giuliano ha fatto nel suo<br />
ultimo intervento qui riportato, in occasione del quarantennale dell’istituto:<br />
“il mio intento non era molto raffinato: usare il modello, i modelli, come<br />
clava, per fare del terrorismo econometrico”.<br />
La tecnica d<strong>un</strong>que non <strong>di</strong>venta feticcio. Nelle pagine <strong>di</strong> questo volume<br />
ritroviamo analisi appassionate quanto penetranti non solo dell’articolarsi<br />
dell’economia regionale, ma anche delle evoluzioni sociali e soprattutto<br />
degli attriti nella <strong>di</strong>fficile e non banale <strong>di</strong>alettica tra cultura politica e<br />
<strong>di</strong>namiche socio-economiche, al centro degli sforzi dell’autore <strong>di</strong> “capire<br />
perché” e del suo domandarsi: “nulla da fare?”<br />
La tecnica va per altro messa costantemente sotto pressione. Per essere<br />
effettivamente capace <strong>di</strong> incidere sui processi decisionali, non ci si può<br />
accontentare degli aggregati ma bisogna perseguire <strong>un</strong>a lettura che può<br />
essere realistica (e quin<strong>di</strong> pertinente) solo in quanto “fine”, cogliendo i<br />
caratteri non solo delle <strong>di</strong>verse manifatture, ma anche delle <strong>di</strong>verse<br />
agricolture, dei <strong>di</strong>versi turismi, dei <strong>di</strong>versi terziari. E soprattutto bisogna<br />
essere onesti e aperti al riconoscimento della realtà nuova, anche quando<br />
essa ci scompiglia le chiavi interpretative consolidate. Così: “Sarebbe<br />
davvero ironico se <strong>un</strong>’analisi spregiu<strong>di</strong>cata e innovativa come quella che<br />
condusse all’identificazione, prima, e alla concettualizzazione, poi, dei<br />
<strong>di</strong>stretti industriali e della Terza Italia, si anchilosasse, oggi, nella proposta<br />
<strong>di</strong> <strong>un</strong> nuovo stereotipo, frapposto alla percezione della realtà”.<br />
In questo turbinio <strong>di</strong> idee tra passione civile e amore per le tecniche<br />
merita infine sottolineare le testimonianze ricorrenti della sua straor<strong>di</strong>naria<br />
cultura. In <strong>un</strong> ricordo <strong>di</strong> Giuliano, Giacomo Becattini ha citato come tratto<br />
6 Presentazione
<strong>di</strong>stintivo della sua <strong>di</strong>rezione proprio le “squisitezze <strong>di</strong> carattere culturale<br />
che erano parte della sua natura”. Qui le ritroviamo nei richiami eru<strong>di</strong>ti<br />
e illuminanti, nella provocazione spiazzante che è creata da <strong>un</strong>’inattesa<br />
citazione. Ma forte resta la sensazione che, oltre a regalarci qualche<br />
sorprendente fuoco d’artificio, la sua cultura -anche in questi scritti- sia poi<br />
il vero collante che tiene assieme tutto, dando spessore e senso profondo a<br />
questa singolarissima figura <strong>di</strong> intellettuale ed al suo lavoro, da quello che<br />
ci resta nelle parole dei suoi scritti a quello che è tramandato dai risultati<br />
del suo agire.<br />
Ed è questa sua cultura che forse oggi ci manca più <strong>di</strong> tutto.<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 7
PREFAZIONE*<br />
Giacomo Becattini<br />
In ricordo <strong>di</strong> Giuliano Bianchi<br />
Credo <strong>di</strong> aver conosciuto Giuliano nel 1963, in occasione del convegno<br />
su «La Toscana nella programmazione economica organizzato dall’Urpt.<br />
Giuliano curava, insieme ad altri, gli Atti del convegno. Il nostro primo<br />
incontro -se ricordo bene- fu simpatico, ma non privo <strong>di</strong> spine, nel senso che<br />
lui mi incalzò -com’era d’altronde suo compito- e io resistei, come d’uso, a<br />
consegnare, il prima possibile, la versione definitiva della mia relazione. Da<br />
questa prima collaborazione Giuliano e i suoi colleghi trassero il volumone<br />
-940 pagine!- degli atti (La Toscana nella programmazione economica,<br />
Firenze, 1963) che molti della mia generazione ricordano.<br />
Rimanemmo in contatto, ma non ricordo niente <strong>di</strong> particolare fino<br />
al 1968, data fati<strong>di</strong>ca, nel nostro piccolo mondo, più che per i riflessi<br />
parigini, per la fondazione dell’<strong>Irpet</strong>. Giuliano, f<strong>un</strong>zionario della Provincia<br />
<strong>di</strong> Firenze, fu, fin dall’inizio, all’interno delle Amministrazioni pubbliche<br />
fiorentine e toscane, <strong>un</strong>o fra i non molti amici <strong>di</strong> quel nuovo arrivato. Dei<br />
pochi altri amici, vicini al potere, ricordo solo Vanni Parenti. Può apparire<br />
strano, oggi, ma questa creatura, l’<strong>Irpet</strong>, anche per lo spazio d’in<strong>di</strong>pendenza<br />
che subito tentò <strong>di</strong> acquistarsi, non riscuoteva molte simpatie nel mondo<br />
delle autonomie locali. In particolare non andava a genio alle Camere<br />
<strong>di</strong> commercio toscane, presenti in massa nel suo primo Consiglio <strong>di</strong><br />
amministrazione.<br />
Ebbene l’avere amici come Giuliano alla Provincia <strong>di</strong> Firenze e Vanni al<br />
Comitato regionale per la programmazione economica per la Toscana, e poi<br />
alla Regione Toscana, per non parlare, naturalmente, <strong>di</strong> Elio Gabbuggiani,<br />
presidente dell’Urpt e primo presidente dell’<strong>Irpet</strong>, fu decisivo per dare<br />
all’istituto la chance <strong>di</strong> <strong>un</strong>’in<strong>di</strong>pendenza dal mondo politico allora -e<br />
ancor’oggi- quasi impensabile.<br />
Giuliano, debbo <strong>di</strong>rlo, aderì subito alla tematica dello sviluppo locale,<br />
che avrebbe poi caratterizzato <strong>un</strong>a stagione dell’<strong>Irpet</strong>. Ricordo, come<br />
momento significativo <strong>di</strong> successivi sviluppi -che non saprei collocare<br />
esattamente nel tempo- la sua utilissima illustrazione a f<strong>un</strong>zionari<br />
provinciali e com<strong>un</strong>ali delle statistiche locali toscane, appoggiata, credo,<br />
a <strong>un</strong> testo ciclostilato s.d. <strong>di</strong> Paolo Quirino e Oreste Cherubini: Il sistema<br />
informativo statistico locale: problemi e caratteristiche.<br />
* Testo contenuto in Becattini G., Bianchi G., Casini Benvenuti S., Meini M.C., Volpi F. (2009),<br />
“I quarant’anni dell’IRPET”, Il Ponte, LXV, 1-2, gennaio-febbraio, pp. 20-24.<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 9
Ma il periodo in cui -per quel che ne so io- il genio bizzarro <strong>di</strong> Giuliano<br />
si scatenò, fu il periodo in cui, succedendo al tri<strong>un</strong>virato Giovanni Ariano,<br />
Paolo Baglioni, Alfiero Falorni, <strong>di</strong>resse l’<strong>Irpet</strong>. Il colpo <strong>di</strong> barra che<br />
Giuliano <strong>di</strong>ede all’<strong>Irpet</strong>, rispetto al periodo precedente, si può riassumere<br />
in <strong>un</strong>a maggiore vicinanza agli interessi del governo regionale e in <strong>un</strong>a<br />
maggiore attenzione agli standard della ricerca <strong>un</strong>iversitaria. Non e<br />
<strong>un</strong> caso che molte conclusioni dell’<strong>Irpet</strong> <strong>di</strong> Bianchi trovassero echi nei<br />
programmi regionali e che l’<strong>Irpet</strong> si affermasse, per rigore e ricchezza<br />
<strong>di</strong> strumentazione analitica, fra gli Istituti regionali del periodo, fino a<br />
guadagnarsi il prestigioso premio Einau<strong>di</strong>.<br />
Ma il periodo della <strong>di</strong>rezione <strong>di</strong> Giuliano si <strong>di</strong>stinse anche per<br />
squisitezze <strong>di</strong> carattere culturale che erano parte della sua natura. Per<br />
esempio, nel <strong>di</strong>cembre 1976 pubblicò <strong>un</strong> blocco <strong>di</strong> lettere <strong>di</strong> David Ricardo<br />
dal suo «Journal of a Tour on the Continent, dove si rivela la meraviglia<br />
del grande economista inglese per la fioritura, a Firenze, <strong>di</strong> <strong>un</strong>a miriade<br />
<strong>di</strong> micro-artigiani che, in pelle, stoffa, paglia, ecc.. facevano deliziose<br />
«piccolezze» per turisti; nel <strong>di</strong>cembre 1978, a celebrazione del decennale<br />
dalla fondazione dell’<strong>Irpet</strong>, pubblico <strong>un</strong>a pressoché sconosciuta Storia del<br />
libero scambio in Toscana (1878), <strong>di</strong> Giacomo Montgomery Stuart; infine,<br />
nel marzo 1980 ripubblico il celebre Tableau de l’agriculture toscane <strong>di</strong><br />
Sismonde de Sismon<strong>di</strong>.<br />
D’altronde i suoi interessi per la cultura in senso lato, dalla musica alla<br />
gastronomia, erano noti a tutti. Ricordo bene che mi ha trascinato più volte,<br />
spesso con mia moglie, al Teatro com<strong>un</strong>ale, o, in occasione <strong>di</strong> convegni<br />
qua e là, in ristoranti e trattorie famosi, dove si gustavano le specialità<br />
del luogo. Che m’illustrava, con gli occhi lustri, dettagliandone i pregi e<br />
illustrandone le ra<strong>di</strong>ci.<br />
Ricordo anche le sue visite, spesso con sua moglie Carla, con Elio<br />
Gabbuggiani o Reginaldo Cianferoni, a Malmantile, e le <strong>di</strong>scussioni,<br />
perlopiù <strong>di</strong> politica -ovviamente!- che, innaffiate dal vino <strong>di</strong> Caparsa,<br />
riempivano quei nostri pomeriggi <strong>di</strong> festa. In particolare, ricordo <strong>un</strong><br />
pomeriggio del 1979, in cui, lui e Gabbuggiani, allora sindaco <strong>di</strong> Firenze,<br />
mi convinsero a presentarmi come in<strong>di</strong>pendente nella lista del Pci -da cui<br />
ero uscito da <strong>un</strong>a ventina <strong>di</strong> anni- alle elezioni amministrative del 1980.<br />
L’esperienza non fu fort<strong>un</strong>ata, per tante ragioni personali, ma anche per<br />
l’ascesa <strong>di</strong> Craxi, che <strong>di</strong>ssolse anche a Firenze <strong>un</strong>o dei presupposti taciti<br />
del mio ritorno in politica, <strong>un</strong>’azione <strong>un</strong>itaria delle sinistre, per rifare <strong>di</strong><br />
Firenze la versione contemporanea del «libero com<strong>un</strong>e».<br />
Un’esperienza interessante fu anche quella dell’Isia. Nella scuola<br />
superiore del design, il regno dell’immaginazione finalizzata, ricordo che<br />
Giuliano si sentiva particolarmente a suo agio. Quell’esperienza, credo,<br />
rafforzò la sua pre<strong>di</strong>lezione per ciò che lui -a quel che ne so io- battezzo<br />
10 Prefazione
«innovazione formale», così importante per le “piccolezze” toscane. Trovo<br />
molto appropriato che la sua commemorazione f<strong>un</strong>ebre abbia avuto luogo<br />
nei locali <strong>di</strong> quell’Istituto. Potrei continuare a l<strong>un</strong>go con i ricor<strong>di</strong> <strong>di</strong> due<br />
vite che s’intrecciano ripetutamente, ma ne ho accennato altrove (Scritti<br />
sulla Toscana, Firenze, Le Monnier, 2007, specialmente nel IV volume) e<br />
non voglio ripetermi.<br />
Preferisco invece concentrarmi sul tema dei suoi apporti all’interpretazione<br />
economica della Toscana, presentandoli, “can<strong>di</strong>damente”, come io li vedo.<br />
Credo che anche lui, se potesse, li gra<strong>di</strong>rebbe così. Gli episo<strong>di</strong> che rapidamente<br />
richiamerò sono solo tre, ma, volendo, si potrebbero moltiplicare.<br />
Al momento della mia uscita dall’<strong>Irpet</strong> io mi lasciai <strong>di</strong>etro<br />
<strong>un</strong>’interpretazione dello sviluppo toscano piena <strong>di</strong> luci e <strong>di</strong> ombre. Ebbene,<br />
le mie luci -per esempio l’impetuosa industrializzazione leggera dei nostri<br />
<strong>di</strong>stretti industriali, ch’io leggevo nei dati- non andavano a genio alle forze<br />
politiche egemoni in Toscana (Pci e Dc). È inutile <strong>di</strong>re che a <strong>di</strong>fferenza <strong>di</strong><br />
chi scrive, che dal fortino dell’Università poteva <strong>di</strong>re quello che voleva,<br />
Giuliano che <strong>di</strong> quel mondo politico faceva parte istituzionalmente, non<br />
poteva ignorare quella violenta ostilità.<br />
La prima soluzione che tentò <strong>di</strong> dare al problema era, rebus sic stantibus,<br />
la sola possibile: vista la riluttanza a prender per buono <strong>un</strong>o sviluppo fondato<br />
sulle “piccolezze” del made in Tuscany, Giuliano tentò, con l’aiuto <strong>di</strong> alc<strong>un</strong>i<br />
membri della vecchia guar<strong>di</strong>a dell’<strong>Irpet</strong>, in particolare <strong>di</strong> Alfiero Falorni,<br />
<strong>di</strong> valorizzare i «collegamenti all’in<strong>di</strong>etro», nel linguaggio <strong>di</strong> Hirschman,<br />
del made in Tuscany, patrocinando, <strong>di</strong> fatto, <strong>un</strong>a politica <strong>di</strong> appoggio ai<br />
settori a monte delle deliziose “piccolezze” toscane (es. meccanotessile,<br />
macchine per il legno, ecc.), che l’<strong>Irpet</strong> battezzò «industria interme<strong>di</strong>a».<br />
Noto oggi, en passant, che quei collegamenti all’in<strong>di</strong>etro sono all’origine<br />
dei successi <strong>di</strong> parte dell’attuale meccanica toscana.<br />
Ma neppure in questa forma mascherata e contratta, 1’interpretazione<br />
<strong>Irpet</strong> 1975 dello sviluppo toscano passò il vaglio della politica regionale.<br />
Cosa fare? Giuliano scelse <strong>un</strong>a via <strong>di</strong> uscita “alta”: gettarsi in pieno<br />
nell’avventura, allora appena agli inizi, delle Scienze regionali.<br />
Fu così che L’<strong>Irpet</strong> <strong>di</strong>venne il regno dei modelli economici ed<br />
econometrici, in cui trovava sfogo <strong>un</strong>’altra delle passioni <strong>di</strong> Giuliano l’amore<br />
per le tecniche. Fu <strong>un</strong> grande successo: a) i ricercatori <strong>Irpet</strong> -specialmente<br />
la “nuova leva”, reclutata e “allenata” da Giuliano- si appropriarono delle<br />
strumentazioni più a la page; b) l’<strong>Irpet</strong> entro validamente nel <strong>di</strong>battito<br />
scientifico delle nascenti scienze regionali (della cui associazione Giuliano<br />
fu anche presidente); c) i politici toscani furono liberati -finalmente!- da<br />
<strong>un</strong>a challenge che invadeva il loro terreno <strong>di</strong> caccia.<br />
Ma non è tutto. L’interpretazione <strong>Irpet</strong> aveva aperto <strong>un</strong> problema: se lo<br />
sviluppo dei <strong>di</strong>stretti industriali <strong>di</strong>pende dalle economie esterne -esorcizzate<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 11
dai fedeli del culto neoricar<strong>di</strong>ano e ignorate dal mainstream- come<br />
<strong>di</strong>stinguere 1’area investita da questa specie <strong>di</strong> manna che cade dal cielo<br />
sulle piccole imprese? Le analisi <strong>Irpet</strong> del 1969 e del 1975 argomentavano<br />
e illustravano con esempi concreti l’interpretazione dei fatti post-bellici,<br />
ma l’effettiva esistenza <strong>di</strong> <strong>un</strong> vantaggio competitivo delle piccole imprese,<br />
impiantate nelle nostre storiche com<strong>un</strong>ità organizzate in sistemi produttivi<br />
locali, non poteva essere “<strong>di</strong>mostrata” con procedure logiche valide entro<br />
l’ambito della scienza economica allora riconosciuta.<br />
E qui sta <strong>un</strong> merito importante <strong>di</strong> Giuliano che mi piace ricordare.<br />
Consapevole del fatto che le economie esterne locali non possono essere<br />
<strong>di</strong>mostrate, cioè misurate, senza in<strong>di</strong>viduare il loro ambito territoriale,<br />
Giuliano de<strong>di</strong>co <strong>un</strong>a parte delle sue energie, intellettuali e organizzative, a<br />
in<strong>di</strong>viduare, insieme a Fabio Sforzi, tale ambito territoriale. Ne sortirono,<br />
con l’aiuto <strong>di</strong> alc<strong>un</strong>i colleghi dell’Università <strong>di</strong> Newcastle upon Tyne, i<br />
«sistemi locali del lavoro» che, adottati dall’Istat, costituiscono oggi la<br />
griglia territoriale <strong>di</strong> molti fenomeni produttivi. Quel che più rileva,<br />
dal p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> vista che qui m’interessa, è che essi hanno portato a <strong>un</strong>a<br />
perimetrazione accettabile dei <strong>di</strong>stretti industriali. Da ciò è scaturita<br />
l’econometria <strong>di</strong>strettualistica, che, con la misurazione dell’«effetto<br />
<strong>di</strong>stretto» ha sancito -in forme riconosciute dall’Accademia- la vali<strong>di</strong>tà<br />
delle “luci” delle interpretazioni <strong>Irpet</strong> 1969 e 1975.<br />
Molti anni della sua <strong>di</strong>rezione dell’<strong>Irpet</strong> sono contrassegnati, nella mia<br />
memoria, anche dalla sua collaborazione ai miei corsi <strong>un</strong>iversitari, nella<br />
forma del professore a contratto. L’aiuto che Giuliano mi <strong>di</strong>ede in quegli<br />
anni, più efficiente che p<strong>un</strong>tuale, mi servì molto per esplorare, con conge<strong>di</strong><br />
ripetuti, i meandri del pensiero economico vittoriano. Di ciò gli sono ancora<br />
molto riconoscente.<br />
C’è poi stato <strong>un</strong> periodo <strong>di</strong> lontananza, interrotto peraltro da contatti<br />
significativi, che si è esaurito solo in anni recenti, con ritorni autocritici ed<br />
espressioni affettuose da ambo le parti, che <strong>di</strong>mostrano che la fiamma della<br />
stima reciproca e dell’amicizia non si era mai spenta.<br />
L’ultima volta che ho visto Giuliano e stato l’11 febbraio <strong>di</strong> quest’anno,<br />
alla presentazione del mio Calabrone. Giuliano, accompagnato, quasi<br />
sorretto, dalla sua seconda moglie, Giovanna Pajetta, era piuttosto mal<br />
messo, ma affettuoso e -se si può <strong>di</strong>re così- brillante. Ci lasciammo con la<br />
promessa <strong>di</strong> <strong>un</strong> incontro a casa mia, nella mia terrazza -a parlare, perché<br />
no? del sesso degli angeli- che sapevamo ambedue pressoché impossibile.<br />
Come fu, purtroppo.<br />
Il libro che Marco Dar<strong>di</strong> e Stefano Casini Benvenuti presentavano<br />
(Il calabrone Italia, Bologna, il Mulino, 2007) si apriva con <strong>un</strong> saggio<br />
dal titolo La multiregionalità dello sviluppo economico italiano, a firma<br />
Giacomo Becattini e Giuliano Bianchi. Ora, il 1982, data <strong>di</strong> quel saggio,<br />
12 Prefazione
segna <strong>un</strong> trapasso importante nei miei stu<strong>di</strong> -e anche nei suoi, per quel che<br />
ne so- nel senso <strong>di</strong> costituire il momento in cui alzo la testa dalle vicende<br />
toscane per de<strong>di</strong>carmi alla decifrazione dello sviluppo complessivo del<br />
nostro paese. La prova dell’importanza ch’io <strong>di</strong>e<strong>di</strong> a quel confronto sta nel<br />
fatto che ho conservato, in apposita cartella, il carteggio relativo a quello<br />
stu<strong>di</strong>o. Sono andato a riaprirla, quella cartella, e sono riaffiorate alla mia<br />
memoria, con commozione facile a immaginare, tutte le fasi <strong>di</strong> quel ping<br />
pong intellettuale.<br />
Ma c’è ancora <strong>un</strong> aspetto del Giuliano <strong>di</strong> quegli anni ottanta che voglio<br />
ricordare: la sua premonizione dei problemi e delle prospettive dell’area<br />
metropolitana che si andava formando attorno a Firenze. Questo è <strong>un</strong><br />
p<strong>un</strong>to su cui non abbiamo mai trovato il tempo e l’opport<strong>un</strong>ità <strong>di</strong> chiarire<br />
le nostre posizioni.<br />
E ora io son qui -ingiustamente, se vogliamo, a rigor <strong>di</strong> calendario- a<br />
ricordare lui, che, furbescamente, si è sottratto al compito <strong>di</strong> ricordarmi.<br />
Non suoni irriverente questa chiusa, perché, col suo spiritaccio fiorentino,<br />
son certo che Giuliano l’avrebbe gra<strong>di</strong>ta.<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 13
ANALISI DELLE INTERDIPENDENZE LOCALI: ALCUNE PREMESSE TEORICHE*<br />
Giuliano Bianchi, Marco Bellan<strong>di</strong>, Fabio Sforzi<br />
Introduzione<br />
La spiegazione dell’efficienza economica e delle suscettività <strong>di</strong> sviluppo<br />
<strong>di</strong> sistema <strong>di</strong> piccole imprese, territorialmente concentrate e, <strong>di</strong> norma,<br />
specializzate per prodotti, parti <strong>di</strong> prodotto, fasi <strong>di</strong> processo e <strong>un</strong> tema che<br />
ha conosciuto <strong>un</strong>a notevole fort<strong>un</strong>a nella letteratura economica (e non solo<br />
economica) in questi ultimi anni. A parte <strong>un</strong> primo lavoro pionieristico<br />
(IRPET, 1969), la ricerca e la <strong>di</strong>scussione si son venute sviluppando con<br />
crescente, e per ora non declinante intensità soprattutto dalla metà degli<br />
anni Settanta (fra gli innumerevoli contributi ci limitiamo a ricordare,<br />
esemplificando: Becattini, 1975; Brusco, 1975; Bagnasco e Messori,<br />
1975; Bagnasco, 1977; Tousijn, 1978; Varaldo, 1979; Lorenzoni, 1979;<br />
Cori, 1979; Mariti, 1980; Paci, 1980; Antonelli e Momigliano, 1980;<br />
Garofoli, 1981), coniando locuzioni <strong>di</strong> varia consistenza interpretativa<br />
ma <strong>di</strong> indubbio successo pubblicistico quali: “area sistema”, “economia<br />
periferica”, “industrializzazione <strong>di</strong>ffusa” variamente intrecciate a categorie<br />
come quella <strong>di</strong> “decentramento produttivo” o a etichette assai più sprezzanti<br />
come quella <strong>di</strong> “economia sommersa”.<br />
In realtà ci si può accostare a questi temi m<strong>un</strong>iti <strong>di</strong> <strong>un</strong>o schema teorico<br />
<strong>un</strong>itario sol che si ricor<strong>di</strong> come dalle proposizioni <strong>di</strong> Adam Smith sulla<br />
<strong>di</strong>visione del lavoro parte <strong>un</strong>a linea <strong>di</strong> pensiero che passa poi per A. Marshall,<br />
A. Yo<strong>un</strong>g, J. Stigler, fino ad arrivare ad <strong>un</strong> recente modello proposto da<br />
N. Georgescu Roegen e adattato alle problematiche qui in esame da P.<br />
Tani, secondo la quale si <strong>di</strong>mostra la possibilità <strong>di</strong> mettere in relazione<br />
certe economie <strong>di</strong> scala e <strong>di</strong> sviluppo non alla <strong>di</strong>mensione <strong>di</strong> singole<br />
organizzazioni aziendali, ma alla <strong>di</strong>mensione produttiva complessiva<br />
<strong>di</strong> sistemi <strong>di</strong> imprese <strong>di</strong>verse, ove sia possibile e si attui <strong>un</strong>’opport<strong>un</strong>a<br />
<strong>di</strong>visione del lavoro fra le medesime (Bellan<strong>di</strong>, 1982).<br />
Del resto, e alla luce <strong>di</strong> questa linea <strong>di</strong> pensiero, integrata dai contributi<br />
<strong>di</strong> A.O. Hirschman e <strong>di</strong> A. Lewis, che è stato possibile spiegare lo sviluppo<br />
economico della Toscana <strong>di</strong> questo dopoguerra. Uno sviluppo “non<br />
accentrato”, secondo <strong>un</strong> processo <strong>di</strong> proliferazione e <strong>di</strong>ffusione <strong>di</strong> piccole<br />
imprese operanti in settori “tipici” dell’industria leggera, che ha specificato<br />
ambienti, come la “campagna urbanizzata”, identificati dalla peculiarità<br />
delle relazioni fra le imprese e fra queste le famiglie, il mercato del lavoro,<br />
* Memoria presentata alla III Conferenza Italiana <strong>di</strong> Scienze Regionali, organizzata dall’Associazione<br />
Italiana <strong>di</strong> Scienze Regionali (AISRe), Venezia, 10-12 novembre 1982.<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 15
le istituzioni locali. Queste relazioni hanno attivato <strong>un</strong> efficace meccanismo<br />
<strong>di</strong> generazione e trasmissione <strong>di</strong> economie esterne all’impresa ma interne<br />
all’industria, che <strong>di</strong> quello sviluppo sono state il combustibile specifico<br />
(IRPET, 1975a). Sulla stessa linea, e con la medesima strumentazione<br />
concettuale, si è cercato <strong>di</strong> spiegare anche <strong>un</strong>o dei principali esiti del<br />
nuovo ciclo del processo <strong>di</strong> industrializzazione toscano avviato nel corso<br />
degli anni Settanta: la genesi, i cicli, <strong>di</strong> <strong>un</strong>’industria interme<strong>di</strong>a (Bianchi e<br />
Falorni, 1980).<br />
1. Economie esterne e inter<strong>di</strong>pendenze locali<br />
1.1 Economie esterne: rilevanza teorico-pratica e riscontri empirici<br />
Ass<strong>un</strong>ta questa prospettiva, i <strong>di</strong>fferenziali <strong>di</strong> prestazione dei <strong>di</strong>versi sistemi<br />
territoriali <strong>di</strong> imprese (ossia: <strong>di</strong> <strong>di</strong>versi sistemi economici locali) possono<br />
essere ricondotti a <strong>di</strong>fferenziali dei flussi <strong>di</strong> economie esterne-interne<br />
generate nei vari sistemi in <strong>di</strong>pendenza della loro <strong>di</strong>versa struttura e della<br />
<strong>di</strong>versa configurazione delle relazioni fra le loro componenti.<br />
È <strong>di</strong> imme<strong>di</strong>ata evidenza (e, del resto, ampiamente provato in<br />
letteratura) quanto queste <strong>di</strong>versità ambientali siano significative per<br />
interpretare il comportamento dei sistemi economici locali e rilevanti ai<br />
fini <strong>di</strong> misurare (promuovere) l’efficienza degli apparati produttivi e <strong>di</strong><br />
prospettare (verificare) l’efficacia delle politiche. In particolare, tutte le<br />
ricerche empiriche condotte dall’IRPET su settori (agricoltura, artigianato,<br />
industria interme<strong>di</strong>a, turismo) o su aspetti (spesa com<strong>un</strong>ale, occupazione,<br />
trasformazione territoriale) della realtà toscana hanno mostrato come<br />
la composizione dei fenomeni indagati, e soprattutto la loro notevole<br />
variabilità. spaziale, <strong>di</strong>pendono in ultima istanza dai caratteri ambientali,<br />
cioè dalle relazioni che localmente connettono i fattori economici e questi<br />
agli aspetti extra-economici.<br />
Ora, gli stu<strong>di</strong> su questa materia sono grossolanamente classificabili in<br />
tre classi:<br />
a) stu<strong>di</strong> sulla localizzazione industriale, che normalmente trattano <strong>di</strong><br />
“fattori localizzativi” secondo approcci descrittivi e non quantificabili;<br />
b) stu<strong>di</strong> sull’aggregazione spaziale dell’industria (o, più in generale e più<br />
recentemente: delle attività produttive), che normalmente conducono<br />
all’identificazione <strong>di</strong> clusters o complessi <strong>di</strong> industrie generati da <strong>un</strong>a<br />
“mutua attrazione localizzativa” o in<strong>di</strong>viduati sulla base <strong>di</strong> “similarità<br />
qualitàtive”;<br />
c) stu<strong>di</strong> sull’efficienza dell’industria, la cui variabilità e normalmente<br />
spiegata in termini <strong>di</strong> “economie <strong>di</strong> agglomerazione” che si assume<br />
influenzino i costi e/o i ricavi.<br />
16 Analisi delle inter<strong>di</strong>pendenze locali: alc<strong>un</strong>e premesse teoriche
Da Weber (e dalla rilettura che ne propone Hoover) in poi e stata<br />
largamente accettata in letteratura <strong>un</strong>a classificazione delle economie <strong>di</strong><br />
agglomerazione che le <strong>di</strong>stingue in:<br />
- economie interne <strong>di</strong> scala, come risultato dell’aumento della scala <strong>di</strong><br />
produzione all’interno <strong>di</strong> <strong>un</strong> singolo stabilimento;<br />
-<br />
-<br />
economie <strong>di</strong> localizzazione, per le imprese <strong>di</strong> <strong>un</strong>’industria in <strong>un</strong>a<br />
determinata agglomerazione, <strong>di</strong>pendenti dall’aumento del prodotto<br />
totale <strong>di</strong> quell’industria;<br />
economie <strong>di</strong> urbanizzazione, per tutte le imprese e le industrie <strong>di</strong><br />
<strong>un</strong>a determinata agglomerazione, <strong>di</strong>pendenti dall’ampliamento della<br />
<strong>di</strong>mensione economica complessiva della medesima.<br />
Sul contenuto definitorio <strong>di</strong> queste categorie, cosi come sul loro<br />
successo nell’analisi economica, non e certo il caso <strong>di</strong> soffermarsi.<br />
Sembra, però, opport<strong>un</strong>o rimarcare la rilevanza dell’approccio in termini<br />
<strong>di</strong> economie esterne <strong>di</strong> agglomerazione da <strong>un</strong> p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> vista operativo:<br />
per la generazione <strong>di</strong> politiche spazialmente <strong>di</strong>fferenziate, per esempio.<br />
Naturalmente l’oggetto <strong>di</strong> possibili politiche non sono le economie in se,<br />
ma le loro fonti concrete.<br />
Da qui 1’evidente interesse <strong>di</strong> <strong>un</strong>’analisi circostanziata (e, per quanto<br />
possibile, quantificata, o almeno tendenzialmente quantificabile) delle<br />
varie classi <strong>di</strong> economie esterne <strong>di</strong> agglomerazione e delle loro fonti<br />
specificamente in<strong>di</strong>viduate.<br />
Se si guarda al complesso della letteratura sull’argomento, ricca <strong>di</strong><br />
elaborazioni anche <strong>di</strong> grande finezza interpretativa e non priva <strong>di</strong> riscontri<br />
empirici, è agevole osservare che:<br />
-<br />
-<br />
-<br />
i dati occorrenti per la misurazione delle economie esterne <strong>di</strong><br />
agglomerazione (e quin<strong>di</strong> per 1’apprezzamento della “capacità” delle<br />
loro fonti) sono raramente <strong>di</strong>sponibili, si che, normalmente, si ricorre a<br />
proxies parziali e inadeguati;<br />
la spazializzazione dell’analisi e, frequentemente, eseguita in termini <strong>di</strong><br />
break-down della struttura produttiva nazionale, dato che molte ricerche<br />
sono, per natura, intersettoriali e non inter-territoriali;<br />
anche quando sono fornite misure, queste si riferiscono, <strong>di</strong> norma, a<br />
correlazioni fra pochi fattori, separatamente considerati, piuttosto che<br />
alle simultanee interrelazioni fra le componenti (non tutte <strong>di</strong> natura<br />
economica) del sistema locale considerate.<br />
Per queste ragioni si e ritenuto valesse la pena <strong>di</strong> esperire <strong>un</strong> tentativo<br />
l<strong>un</strong>go <strong>un</strong>’altra <strong>di</strong>rezione: partendo dalla definizione preliminare, ammessa<br />
come ipotesi <strong>di</strong> lavoro, si assume che la fonte (e il canale <strong>di</strong> trasmissione)<br />
dei flussi <strong>di</strong> economie esterne, che spiegano i <strong>di</strong>fferenziali <strong>di</strong> performance<br />
dei sistemi produttivi spazialmente concentrati <strong>di</strong> piccole imprese<br />
specializzate, sia costituita dal reticolo <strong>di</strong> inter<strong>di</strong>pendenze fra le componenti<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 17
(non solo economiche) del sistema demografico-territoriale che “ospita”<br />
quel sistema produttivo (con l’avvertenza che qui -e per ora- la nozione <strong>di</strong><br />
sistema è usata in termini intuitivi).<br />
In effetti gli stu<strong>di</strong> sullo sviluppo toscano fin qui prodotti (non solo<br />
dall’IRPET) hanno <strong>di</strong>mostrato che:<br />
- le inter<strong>di</strong>pendenze settoriali (in termini input-output) del sistema<br />
produttivo regionale sono piuttosto deboli, essendo l’origine della<br />
domanda e dell’offerta che si rivolgono alle industrie regionali<br />
tipicamente fuori della regione (Bianchi, 1982);<br />
- le inter<strong>di</strong>pendenze infra-settoriali (ancora in termini input-output) del<br />
sistema produttivo regionale sono piuttosto forti, come ci si poteva<br />
aspettare date le peculiarità <strong>di</strong> quel sistema (basato su piccole <strong>un</strong>ità<br />
produttive altamente specializzate, non solo per prodotti ma anche per<br />
parti <strong>di</strong> prodotto e fasi <strong>di</strong> processo, sì che le celle sulla <strong>di</strong>agonale della<br />
matrice sono tipicamente “piene”);<br />
- le inter<strong>di</strong>pendenze socio-economiche (<strong>di</strong>ciamo: fra imprese, famiglie<br />
e governi locali) appaiono essere notevolmente spesse, come prova<br />
la persistente identità e la vitalità delle entità storico-geografiche<br />
sub-regionali, potenzialmente rintracciate anche da <strong>un</strong> proce<strong>di</strong>mento<br />
analitico mirato all’identificazione <strong>di</strong> sistemi sub-regionali (in termini<br />
<strong>di</strong> “sistemi urbani giornalieri”: Sforzi, 1982).<br />
1.2 Presupposti e obiettivi <strong>di</strong> <strong>un</strong> programma <strong>di</strong> analisi delle inter<strong>di</strong>pendenze<br />
locali<br />
Un programma <strong>di</strong> ricerca che abbia come oggetto l’analisi delle reti <strong>di</strong><br />
inter<strong>di</strong>pendenze locali come sopra definite presuppone (oltre, evidentemente,<br />
a <strong>un</strong>a esplicitazione del para<strong>di</strong>gma teorico <strong>di</strong> riferimento) due scelte<br />
preliminari relative all’ambito (spaziale ed economico) nel quale ricercare<br />
quelle reti ed alle modalità (definitorie e operative) che ne permettano<br />
(eventualmente) l’identificazione e (se possibile) la quantificazione.<br />
Ora, segue dalla nostra definizione che l’ambito <strong>di</strong> ricerca è rappresentato<br />
dai sistemi sub-regionali, da tempo identificati in Toscana. Sulla stessa<br />
linea sono, del resto, Townroe & Roberts (1980) che, in <strong>un</strong> tentativo <strong>di</strong><br />
misurazione delle economie <strong>di</strong> agglomerazione usano la maglia territoriale<br />
delle 61 planning sub-regions della Gran Bretagna, pur riconoscendo che “la<br />
base spaziale più appropriata dovrebbe essere basata su qualcosa <strong>di</strong> simile<br />
a <strong>un</strong> insieme <strong>di</strong> sistemi urbani f<strong>un</strong>zionali, ciasc<strong>un</strong>a area urbana essendo<br />
definita sulla base delle sue caratteristiche interne (densità, pendolarità,<br />
ecc.) e sulla base delle sue interrelazioni con le aree urbane contigue”. Per<br />
quanto riguarda le modalità definitorie e operative dell’identificazione si<br />
può ricordare, anzitutto, che le inter<strong>di</strong>pendenze settoriali, <strong>di</strong>ciamo classiche,<br />
sono misurate ovviamente da <strong>un</strong>a matrice input-output. Per la Toscana<br />
18 Analisi delle inter<strong>di</strong>pendenze locali: alc<strong>un</strong>e premesse teoriche
ne sono <strong>di</strong>sponibili due, 1975 e 1977, stimate con metodo “<strong>di</strong>retto”. E,<br />
dati i comportamenti localizzativi dell’industria toscana, <strong>di</strong>verse “righe”<br />
e “colonne” non suscettibili <strong>di</strong> qualche connotazione spaziale (Bianchi,<br />
1982). Un accostamento al problema dell’identificazione e della misura<br />
delle inter<strong>di</strong>pendenze economico-sociali e extraeconomiche è rappresentato<br />
dall’analisi dell’area sociale che permette la classificazione spaziale della<br />
struttura sociale <strong>di</strong> <strong>un</strong>’area determinata, considerando simultaneamente<br />
(e accoppiando <strong>un</strong>’elevata capacità <strong>di</strong> risoluzione analitica a <strong>un</strong>’elevata<br />
flessibilità delle classificazioni) insiemi <strong>di</strong> variabili gran<strong>di</strong> a piacere<br />
(il proce<strong>di</strong>mento è stato applicato a tutta la Toscana, utilizzando come<br />
base areale le sezioni <strong>di</strong> censimento, con i dati del 1971 si è in attesa <strong>di</strong><br />
replicarlo con i dati del 1981 (Bianchi et al., 1981; Openshaw, Sforzi e<br />
Wymer, 1982c). Ma -più in generale e conclusivamente per questa nostra<br />
impostazione- serve tener presente che sulla linea <strong>di</strong> pensiero aperta<br />
dalla riflessione <strong>di</strong> A. Marshall sulle interazioni interne ad <strong>un</strong> sistema <strong>di</strong><br />
imprese (<strong>di</strong> non gran<strong>di</strong> <strong>di</strong>mensioni) spazialmente concentrate, e fra questo<br />
e <strong>un</strong>a certa popolazione (operai e non), su <strong>un</strong> territorio <strong>di</strong> inse<strong>di</strong>amento<br />
(industriale e residenziale) com<strong>un</strong>e e relativamente ristretto (Bellan<strong>di</strong>,<br />
1982), è stato recentemente riproposto (Becattini, 1979) il concetto <strong>di</strong><br />
<strong>di</strong>stretto industriale, che si manifesterebbe app<strong>un</strong>to, come <strong>un</strong> “ispessimento<br />
localizzato” dei sistemi <strong>di</strong> inter<strong>di</strong>pendenze.<br />
Ciò che qui preme sottolineare è che tramite il concetto <strong>di</strong> <strong>di</strong>stretto<br />
industriale si può ricondurre a <strong>un</strong> ragionamento economico, anche se non<br />
<strong>di</strong> analisi economica angustamente intesa, <strong>un</strong>a parte almeno della fitta<br />
trama <strong>di</strong> interrelazioni economico-social-territoriali in cui si muovono<br />
in certe realtà le imprese. L’importanza <strong>di</strong> questo tentativo sta app<strong>un</strong>to<br />
nella sua <strong>un</strong>itarietà; cioè nella sua capacità <strong>di</strong> proporre non solo <strong>un</strong>a<br />
serie <strong>di</strong> strumenti concettuali ma anche <strong>un</strong>a “<strong>un</strong>ità d’indagine” adeguata<br />
allo stu<strong>di</strong>o della “<strong>di</strong>mensione ambientale” dell’efficienza industriale<br />
(Bellan<strong>di</strong>, 1981).<br />
L’interesse <strong>di</strong> poter costruttivamente delineare <strong>un</strong> plausibile itinerario<br />
<strong>di</strong> ricerca sul tema delle inter<strong>di</strong>pendenze locali sarebbe almeno duplice, se<br />
e nella misura in cui questo potesse rappresentare:<br />
a) la confluenza <strong>di</strong> tre filoni <strong>di</strong> ricerca come quelli che -applicati sin qui<br />
allo stu<strong>di</strong>o della Toscana- hanno prodotto: il riconoscimento delle<br />
“aree tipologiche” (campagna urbanizzata, aree turistico-industriali,<br />
aree urbane, campagna) generate dallo sviluppo <strong>di</strong> questo dopoguerra;<br />
1’identificazione dei sistemi sub-regionali come componenti organiche<br />
del sistema regionale; l’analisi della <strong>di</strong>fferenziazione spaziale della<br />
struttura sociale dei singoli sistemi sub-regionali (o <strong>di</strong> loro parti);<br />
b) il possibile basamento concettuale per la definizione <strong>di</strong> politiche<br />
economiche a scala locale.<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 19
Occorre commentare brevemente questo secondo p<strong>un</strong>to. Nel <strong>di</strong>battito,<br />
per la verità non sempre affascinante, circa 1’efficacia comparativa <strong>di</strong><br />
politiche economiche (o industriali o <strong>di</strong> programmazione tout court <strong>di</strong> tipo,<br />
rispettivamente, “globale”, “settoriale” o “fattoriale” (per fattori cosiddetti<br />
“orizzontali”: R&D, promozione, formazione, ecc.) si è venuta più<br />
recentemente facendo strada 1’idea che, almeno in parte, l’insuccesso delle<br />
politiche economiche regionali potesse essere ricondotto alla mancanza<br />
<strong>di</strong> <strong>un</strong>a loro “<strong>di</strong>mensione spaziale” e si è quin<strong>di</strong> ventilata l’alternativa<br />
<strong>di</strong> politiche intersettoriali a base territorialmente definita (Antonelli e<br />
Momigliano, 1980). Ma siamo, in genere, nell’ambito della specificazione<br />
locale <strong>di</strong> politiche nazionali, o al massimo, del concerto fra politiche<br />
nazionali e politiche locali.<br />
Così se si considera la possibilità <strong>di</strong> progettare e implementare politiche<br />
economiche locali (anche nel senso <strong>di</strong> regionali) in senso stretto si scopre<br />
subito la mancanza <strong>di</strong> strumenti <strong>di</strong>retti (soprattutto <strong>di</strong> politica industriale) e<br />
la scarsa efficacia degli strumenti in<strong>di</strong>retti sinora praticamente sperimentati:<br />
o perché inefficaci in sé (esempio: contributi in conto interessi alle imprese,<br />
che rappresentano sovente <strong>un</strong>a <strong>di</strong>stribuzione secca <strong>di</strong> risorse), o perché<br />
<strong>di</strong> ridotta efficacia nella loro applicazione separata e non inter<strong>di</strong>pendente<br />
(formazione professionale, aree produttive attrezzate, ecc.).<br />
Proviamo invece a immaginare intuitivamente qualche specificazione<br />
concreta <strong>di</strong> inter<strong>di</strong>pendenze locali. Sappiamo che, volendo, si possono<br />
identificare e misurare con tecniche matriciali le inter<strong>di</strong>pendenze fra <strong>un</strong>ità<br />
produttive che si esprimono in transazioni <strong>di</strong> mercato; ma sappiamo anche<br />
che queste inter<strong>di</strong>pendenze possono essere influenzate poco o p<strong>un</strong>to dalle<br />
politiche locali. Ora se nel legame <strong>di</strong> inter<strong>di</strong>pendenza inseriamo anche il<br />
governo locale e pensiamo ad altri tipi <strong>di</strong> inter<strong>di</strong>pendenze fra <strong>un</strong>ità produttive,<br />
allora reperiamo p<strong>un</strong>ti elettivi <strong>di</strong> applicazione specifica <strong>di</strong> politiche locali.<br />
Per esempio: se 1’inter<strong>di</strong>pendenza si esprime nella cooperazione fra<br />
imprese specializzate per parti <strong>di</strong> prodotto o fasi <strong>di</strong> processo, c’è spazio per<br />
la promozione <strong>di</strong> forme consortili. Quando 1’inter<strong>di</strong>pendenza si manifesta<br />
me<strong>di</strong>ante trasmissione <strong>di</strong> informazioni (l’impresa produttiva <strong>di</strong> beni<br />
finali che pone <strong>un</strong> problema <strong>di</strong> innovazione all’impresa fornitrice <strong>di</strong> beni<br />
strumentali o gli sperimenta <strong>un</strong> prototipo), resta definita <strong>un</strong>a potenzialità<br />
per attivare iniziative <strong>di</strong> trasmissione <strong>di</strong> know what o <strong>di</strong> know how.<br />
E ancora: se guar<strong>di</strong>amo all’inter<strong>di</strong>pendenza fra il sistema delle famiglie<br />
e quello delle imprese in termini <strong>di</strong> rapporto fra offerta e domanda <strong>di</strong><br />
lavoro siamo fuori dalle possibilità <strong>di</strong> azione delle politiche locali. Ma se<br />
guar<strong>di</strong>amo ad altre configurazioni del rapporto e, <strong>di</strong> nuovo, inclu<strong>di</strong>amo<br />
nell’inter<strong>di</strong>pendenza il governo locale troviamo che le politiche <strong>di</strong><br />
localizzazione degli inse<strong>di</strong>amenti produttivi o residenziali e quella<br />
dei trasporti e delle com<strong>un</strong>icazioni influenzano in modo determinante<br />
20 Analisi delle inter<strong>di</strong>pendenze locali: alc<strong>un</strong>e premesse teoriche
l’accessibilità reciproca tra luoghi <strong>di</strong> residenza e luoghi <strong>di</strong> lavoro; che i servizi<br />
sociali, agevolando l’attività lavorativa delle donne, possono con<strong>di</strong>zionare<br />
l’offerta <strong>di</strong> lavoro; che i programmi <strong>di</strong> formazione professionale sono <strong>un</strong>o<br />
strumento appropriato per ridurre le eventuali sfasature qualitative tra<br />
domanda e offerta <strong>di</strong> lavoro.<br />
Questi esempi forniscono <strong>un</strong>’idea dei possibili contenuti <strong>di</strong> <strong>un</strong>a politica<br />
a scala locale articolata per progetti specifici (rispetto agli obbiettivi),<br />
integrati (rispetto ai settori d’intervento) e localizzati (rispetto allo spazio<br />
<strong>di</strong> applicazione).<br />
Deve essere chiaro che questi esempi hanno <strong>un</strong> grado <strong>di</strong> consistenza<br />
che non pretende <strong>di</strong> andare oltre 1’applicazione del buon senso: ma qui<br />
forniscono <strong>un</strong>a motivazione pratica a <strong>un</strong>a concezione delle politiche<br />
locali <strong>di</strong> sviluppo come mobilitazione organica dei poteri e delle risorse<br />
<strong>di</strong>sponibili allo scopo <strong>di</strong> imprimere opport<strong>un</strong>e sollecitazioni al reticolo delle<br />
inter<strong>di</strong>pendenze locali (nella misura in cui queste siano efficaci generatori e<br />
propagatori <strong>di</strong> flussi <strong>di</strong> economie esterne). In questa ipotesi -ma lo <strong>di</strong>ciamo<br />
con tutta l’incertezza che è <strong>di</strong> rigore all’inizio <strong>di</strong> <strong>un</strong>’operazione <strong>di</strong> ricerca-<br />
parrebbe allora avere <strong>un</strong> senso il tentativo <strong>di</strong> identificare le componenti<br />
<strong>di</strong> <strong>un</strong> reticolo <strong>di</strong> inter<strong>di</strong>pendenze locali, <strong>di</strong> qualificare tipologicamente le<br />
inter<strong>di</strong>pendenze, <strong>di</strong> quantificare i flussi <strong>di</strong> economie esterne, <strong>di</strong> esplorare le<br />
possibilità <strong>di</strong> adattarvi politiche. Ma prima, naturalmente, occorre stabilire<br />
il para<strong>di</strong>gma teorico che deve guidare 1’intera operazione. Si può presumere<br />
-ma empiricamente già lo si sa- che i reticoli <strong>di</strong> inter<strong>di</strong>pendenze locali<br />
assumano configurazioni <strong>di</strong>verse al variare delle componenti dei sistemi<br />
locali che le originano, dei loro attributi e dei mo<strong>di</strong> nei quali concretamente<br />
le inter<strong>di</strong>pendenze si stabiliscono (anche per effetto delle componenti<br />
extra-economiche). Ma per intanto ci è parso doveroso, non meno che<br />
conveniente, avviare la ricognizione teorica a partire dalla configurazione<br />
<strong>di</strong> cui era già stata saggiata la consistenza teorica, oltre che la peculiare<br />
pertinenza per <strong>un</strong> sistema come quello toscano: il <strong>di</strong>stretto industriale.<br />
2. Inter<strong>di</strong>pendenze locali e sistemi <strong>di</strong> produzione<br />
L’in<strong>di</strong>viduazione del concetto <strong>di</strong> <strong>di</strong>stretto industriale richiede <strong>un</strong> processo<br />
<strong>di</strong> avvicinamento teorico all’oggetto, precedente la sua definizione. Con il<br />
presente capitolo si vuole app<strong>un</strong>to esprimere questo “avvicinamento”.<br />
In particolare, nei prossimi tre paragrafi, ci poniamo 1’obiettivo <strong>di</strong><br />
stu<strong>di</strong>are quali sono le forze, in termini <strong>di</strong> <strong>di</strong>fferenziali <strong>di</strong> produttività (e<br />
quin<strong>di</strong>, a parità <strong>di</strong> prezzi delle risorse definite come primarie, in termini<br />
<strong>di</strong> <strong>di</strong>fferenziali nei costi me<strong>di</strong> <strong>un</strong>itari), che sono coerenti con <strong>un</strong> assetto<br />
spazialmente accentrato e <strong>un</strong>a accentuata <strong>di</strong>visione del lavoro fra imprese<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 21
<strong>di</strong> <strong>un</strong> “sistema <strong>di</strong> produzione” (Tôrnqvit, 1977), o <strong>di</strong> <strong>un</strong>a parte connessa<br />
dello stesso, o <strong>di</strong> parti connesse <strong>di</strong> sistemi <strong>di</strong>versi. Dove si precisi che: i)<br />
tali forze rientrano all’interno della definizione <strong>di</strong> “inter<strong>di</strong>pendenze locali”,<br />
e in genere si identificano (non esaurendolo) col concetto <strong>di</strong> “economie<br />
esterne <strong>di</strong> agglomerazione”; ii) la definizione <strong>di</strong> “assetto spazialmente<br />
accentrato”, e quin<strong>di</strong> <strong>di</strong> agglomerazione, è soggetta a notevoli ambiguità,<br />
che saranno in seguito affrontate (si spera coerentemente) <strong>di</strong> volta in volta.<br />
Nel quarto paragrafo <strong>di</strong>scuteremo brevemente <strong>di</strong> <strong>un</strong> tipo <strong>di</strong> forze <strong>di</strong> or<strong>di</strong>ne<br />
<strong>di</strong>verso, ma degli effetti convergenti con quelli del primo tipo.<br />
2.1 Il trasporto dei beni all’interno dei sistemi <strong>di</strong> produzione<br />
I limiti quantitativi della presente relazione impongono <strong>di</strong> affrontare<br />
il tema con poche battute. La prima non può non far riferimento al<br />
processo secolare <strong>di</strong> progresso nei mezzi e sistemi <strong>di</strong> trasporto e nella<br />
trasportabilità dei materiali (per <strong>un</strong>a p<strong>un</strong>tualizzazione Tôrnqvist, 1977).<br />
Questo depone a favore dell’ipotesi della <strong>di</strong>minuzione dell’importanza<br />
della transport orientation nella determinazione della <strong>di</strong>stribuzione<br />
spaziale delle attività industriali (osservazione troppo com<strong>un</strong>e per essere<br />
oggetto <strong>di</strong> riferimenti bibliografici); e quin<strong>di</strong> anche dell’importanza <strong>di</strong> <strong>un</strong>a<br />
considerazione dei problemi <strong>di</strong> trasporto dei beni per la spiegazione delle<br />
tendenze agglomerative che tuttora permangono nei sistemi economici<br />
industrializzati. L’ipotesi sembra tanto più significativa quando si tratti<br />
<strong>di</strong> spiegare le eventuali ragioni <strong>di</strong> efficienza <strong>di</strong> agglomerazioni <strong>di</strong> piccoli<br />
stabilimenti (e quin<strong>di</strong> anche <strong>di</strong> piccole imprese) (Bellan<strong>di</strong>, 1982).<br />
Come si <strong>di</strong>rà nei prossimi paragrafi, e poi nel prossimo capitolo, si possono<br />
in<strong>di</strong>viduare importanti “economie esterne <strong>di</strong> agglomerazione” in <strong>un</strong> quadro<br />
<strong>di</strong>verso dalla transport orientation.<br />
Si noti com<strong>un</strong>que che:<br />
-<br />
-<br />
il prevalere <strong>di</strong> forze localizzative non <strong>di</strong>pendenti da problemi <strong>di</strong><br />
trasporto, in connessione alla <strong>di</strong>minuzione del costo <strong>di</strong> trasporto per<br />
<strong>un</strong>ità <strong>di</strong> servizio, può portare ad <strong>un</strong> aumento del peso del costo <strong>di</strong><br />
trasporto totale sul costo totale per <strong>un</strong> certo prodotto (Isard, 1962; per<br />
<strong>un</strong>’esemplificazione, Tôrnqvist, 1978);<br />
al <strong>di</strong> sotto delle gran<strong>di</strong> tendenze e generalizzazioni esiste <strong>un</strong>a serie <strong>di</strong><br />
problemi, connessi al trasporto dei beni, che non può evidentemente<br />
essere ignorata. negli stu<strong>di</strong> <strong>di</strong> caso sulle tendenze agglomerative anche<br />
negli o<strong>di</strong>erni sistemi industrializzati. Questi problemi si riferiscono agli<br />
effetti del permanere <strong>di</strong> <strong>un</strong>’elevata <strong>di</strong>fferenziazione nelle prestazioni <strong>di</strong><br />
mezzi <strong>di</strong> trasporto <strong>di</strong> tipo <strong>di</strong>verso (S. Florence, 1948; Alonso, 1972);<br />
della non <strong>un</strong>iformità dell’azione e dell’adozione del progresso tecnico<br />
nel campo in esame (Lloyd e Dicken, 1979); della <strong>di</strong>versa percorribilità<br />
dell’ambiente bio-fisico (Alonso, 1972); della <strong>di</strong>fferenziazione (connessa<br />
22 Analisi delle inter<strong>di</strong>pendenze locali: alc<strong>un</strong>e premesse teoriche
alle con<strong>di</strong>zioni precedenti) nelle caratteristiche <strong>di</strong> trasportabilità<br />
e <strong>di</strong>sponibilità dei beni e nelle con<strong>di</strong>zioni <strong>di</strong> accessibilità dei luoghi<br />
alle reti <strong>di</strong> trasporto. Per approfon<strong>di</strong>menti riman<strong>di</strong>amo alla letteratura<br />
appena citata ;<br />
- <strong>un</strong> problema <strong>di</strong> trasporto particolare è posto dalla necessità <strong>di</strong> rapida<br />
<strong>di</strong>sponibilità <strong>di</strong> beni secondo specificazioni quali-quantitative non<br />
preve<strong>di</strong>bili (completamente) ex-ante. L ’ esame <strong>di</strong> questo problema è<br />
inserito nel quadro <strong>di</strong> considerazioni <strong>di</strong>scusse nel prossimo paragrafo.<br />
2.2 Circolazione <strong>di</strong> informazioni all’interno dei sistemi <strong>di</strong> produzione e<br />
agglomerazione<br />
Il f<strong>un</strong>zionamento dei sistemi <strong>di</strong> produzione richiede non solo trasporto<br />
<strong>di</strong> beni ma anche movimento <strong>di</strong> persone, flussi <strong>di</strong> informazioni, flussi<br />
finanziari, decisioni.<br />
• Agglomerazione e movimento <strong>di</strong> persone<br />
Il progresso dei sistemi <strong>di</strong> trasporto ha agito anche nel senso <strong>di</strong> rendere più<br />
facili, meno costosi e più veloci i viaggi delle persone.<br />
Tuttavia, nel 1965, P. Aydalot affermava che “i costi <strong>di</strong> trasporto <strong>di</strong><br />
<strong>un</strong>a persona sono ancora relativamente elevati, e, soprattutto, i tempi <strong>di</strong><br />
immobilizzazione <strong>di</strong> <strong>un</strong> ingegnere o <strong>di</strong> <strong>un</strong> esperto qualsiasi sono molto<br />
costosi. Ogni <strong>di</strong>stanza implica <strong>un</strong>a per<strong>di</strong>ta <strong>di</strong> tempo suscettibile <strong>di</strong><br />
maggiorare considerevolmente il costo del servizio”.<br />
Se questo è vero, l’organizzazione dei sistemi <strong>di</strong> produzione dovrebbe<br />
tendere a regolare il flusso dei materiali in modo da restringere le necessità<br />
<strong>di</strong> spostamento degli addetti i cui servizi hanno per oggetto e strumento tali<br />
materiali (si veda per esempio il secondo principio <strong>di</strong> Adam Smith sulla<br />
<strong>di</strong>visione del lavoro). Non sempre però è possibile o conveniente spostare le<br />
cose. è questo il caso per esempio degli stabilimenti industriali, dei magazzini,<br />
dei negozi. Una <strong>di</strong>sposizione agglomerata <strong>di</strong> queste cose (che può per esempio<br />
essere rappresentata da <strong>un</strong> grande stabilimento o da <strong>un</strong>’agglomerazione <strong>di</strong><br />
piccoli stabilimenti) può allora ridurre i costi <strong>di</strong> spostamento <strong>di</strong> certe categorie<br />
<strong>di</strong> specialisti. Tipici sono gli esempi delle squadre <strong>di</strong> manutenzione, delle<br />
squadre <strong>di</strong> riparazione, o anche degli agenti <strong>di</strong> ven<strong>di</strong>ta o degli agenti <strong>di</strong> acquisto.<br />
Questi esempi (a parte forse il primo), e altri importanti che si potrebbero fare,<br />
riguardano però anche 1’azione <strong>di</strong> <strong>un</strong>’altra serie <strong>di</strong> circostanze, che qui <strong>di</strong><br />
seguito cercheremo <strong>di</strong> mettere a fuoco.<br />
In effetti le maggiori <strong>di</strong>fficoltà <strong>di</strong> riduzione delle necessità <strong>di</strong> spostamento<br />
degli addetti all’interno dei sistemi <strong>di</strong> produzione si presentano quando<br />
oggetto e strumento <strong>di</strong> produzione e non solo o non tanto <strong>un</strong>o o più<br />
beni materiali, quanto il reperimento, 1’elaborazione e la <strong>di</strong>ffusione <strong>di</strong><br />
informazioni.<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 23
• Circolazione delle informazioni<br />
La circolazione delle informazioni può effettuarsi in mo<strong>di</strong> <strong>di</strong>fferenti:<br />
contatti <strong>di</strong>retti me<strong>di</strong>ati (poste, telefono, telex, telecom<strong>un</strong>icazioni); contatti<br />
<strong>di</strong>retti personali (face-to-face o sopralluoghi); mass-me<strong>di</strong>a. Soffermiamoci<br />
sui primi due tipi.<br />
I contatti <strong>di</strong>retti me<strong>di</strong>ati permettono <strong>un</strong> restringimento delle necessità<br />
<strong>di</strong> movimento <strong>di</strong> addetti all’interno dei sistemi <strong>di</strong> produzione. Non sempre<br />
per posta, telefono, telex (o nel futuro anche telecom<strong>un</strong>icazioni personali)<br />
risultano mezzi <strong>di</strong> com<strong>un</strong>icazione sod<strong>di</strong>sfacenti rispetto alla qualità del<br />
servizio richiesto Goddard, 1978; Goddard e Pye, 1978). Una <strong>di</strong>stinzione<br />
fondamentale per l’analisi <strong>di</strong> questa problematica è quella fra determinazioni<br />
(spesso decisioni) <strong>di</strong> routine e determinazioni <strong>di</strong> non routine.<br />
Lo scambio <strong>di</strong> informazioni necessario alle prime può in genere essere<br />
effettuato in modo sod<strong>di</strong>sfacente tramite com<strong>un</strong>icazioni personali me<strong>di</strong>ate.<br />
Più articolato è il <strong>di</strong>scorso per le determinazioni <strong>di</strong> non routine.<br />
Queste possono essere determinazioni originali (alla base eventualmente<br />
<strong>di</strong> <strong>un</strong>a successione <strong>di</strong> determinazioni <strong>di</strong> routine), o anche repliche non<br />
soggette ad alta standar<strong>di</strong>zzazione: in quanto tali, richiedono <strong>un</strong> processo<br />
<strong>di</strong> ricerca <strong>di</strong> soluzioni alternative. Le con<strong>di</strong>zioni della ricerca variano a<br />
seconda che 1’oggetto sia o non sia standar<strong>di</strong>zzato. Nel primo caso non<br />
è escluso che il processo <strong>di</strong> ricerca, e quin<strong>di</strong> le determinazioni, possano<br />
compiersi attraverso com<strong>un</strong>icazioni me<strong>di</strong>ate (per esempio <strong>un</strong> or<strong>di</strong>ne <strong>di</strong><br />
acquisto per telefono effettuato sulla base <strong>di</strong> <strong>un</strong> catalogo). Nel secondo<br />
caso le com<strong>un</strong>icazioni me<strong>di</strong>ate <strong>di</strong>fficilmente risultano sod<strong>di</strong>sfacenti. Siamo<br />
nel campo <strong>di</strong> quelle che A. Simon chiama “decisioni non programmate”<br />
(Tôrnqvist, 1974 p. 355). In tali con<strong>di</strong>zioni il mezzo più efficace per il<br />
passaggio <strong>di</strong> informazioni specializzate è il contatto personale <strong>di</strong>retto, è<br />
anzi il contatto faccia a faccia (per esemplificazioni e approfon<strong>di</strong>menti<br />
Vernon, 1972; Tôrnqvist, 1974; Goddard, 1978; Polanyi, 1978).<br />
Le necessità <strong>di</strong> contatti personali, e in particolare <strong>di</strong> contatti faccia<br />
a faccia, possono spiegare tendenze agglomerative <strong>di</strong> livelli <strong>di</strong>versi <strong>di</strong><br />
estensione e complessità. In particolare possiamo <strong>di</strong>stinguere due livelli:<br />
- 1’agglomerazione <strong>di</strong> attività simili, ma soggette a <strong>di</strong>fferenziazione <strong>di</strong><br />
prezzo e qualità: la concentrazione spaziale <strong>di</strong> fornitori (o clienti) riduce<br />
i tempi della ricerca <strong>di</strong>retta (Bellan<strong>di</strong>, 1982). L’economia <strong>di</strong> scala <strong>di</strong><br />
agglomerazione in questo caso può essere sia interna a <strong>un</strong>a singola <strong>un</strong>ità<br />
locale (e impresa) sia interna a <strong>un</strong> sistema spazialmente concentrato<br />
<strong>di</strong> <strong>un</strong>ità locali (imprese) (Marshall, 1972; Chamberlin, 1951). Si<br />
noti che <strong>un</strong>’ubicazione a <strong>di</strong>stanza, rispetto all’agglomerazione, degli<br />
acquirenti (o, nel caso opposto, dei fornitori) presuppone la possibilità<br />
<strong>di</strong> fruire, con relativa facilità, <strong>di</strong> mezzi e sistemi per viaggi veloci (per<br />
approfon<strong>di</strong>menti: Hirschman, 1968; Jacobs, 1970; Pred, 1974);<br />
24 Analisi delle inter<strong>di</strong>pendenze locali: alc<strong>un</strong>e premesse teoriche
- quando le necessità <strong>di</strong> contatti faccia a faccia fra il personale <strong>di</strong> f<strong>un</strong>zioni<br />
connesse (all’interno dei sistemi <strong>di</strong> produzione) è molto alta, e cioè<br />
quando tali contatti debbano essere molto frequenti e tempestivi,<br />
<strong>un</strong>a localizzazione a <strong>di</strong>stanza può <strong>di</strong>ventare sia troppo costosa sia<br />
insod<strong>di</strong>sfacente dal p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> vista della rapi<strong>di</strong>tà <strong>di</strong> esecuzione.<br />
In tal caso risulterà vantaggiosa <strong>un</strong>’agglomerazione <strong>di</strong> tali f<strong>un</strong>zioniagglomerazione<br />
<strong>di</strong> tipo verticale che quin<strong>di</strong> si sovrappone a quella <strong>di</strong> tipo<br />
orizzontale già presupposta per quanto detto nel p<strong>un</strong>to precedente.<br />
• Necessità <strong>di</strong> rapi<strong>di</strong> contatti faccia a faccia<br />
Si possono in<strong>di</strong>viduare all’interno <strong>di</strong> sistemi <strong>di</strong> produzione connessi,<br />
f<strong>un</strong>zioni più soggette a variazioni non routine rispetto ad altre più preve<strong>di</strong>bili<br />
ed eseguibili secondo schemi standar<strong>di</strong>zzati. La <strong>di</strong>stinzione fra f<strong>un</strong>zioni<br />
routine e f<strong>un</strong>zioni non routine è spesso identificata con quella fra f<strong>un</strong>zioni<br />
operative (<strong>di</strong> trasformazione industriale) e f<strong>un</strong>zioni <strong>di</strong> servizio alle prime.<br />
Com<strong>un</strong>que, all’interno <strong>di</strong> quest’ultime si può alle volte <strong>di</strong>stinguere attività<br />
impiegatizie, facilmente meccanizzabili o automatizzabili, e attività volte<br />
allo sviluppo, pianificazione e organizzazione, effettivamente inquadrabili<br />
come f<strong>un</strong>zioni non routine (Tôrnqvist, 1974). La <strong>di</strong>stinzione che così si<br />
realizza è coerente alla possibilità <strong>di</strong> mantenere processi industriali <strong>di</strong><br />
grande serie, cioè altamente standar<strong>di</strong>zzati, in <strong>un</strong> ambiente economico<br />
caratterizzato da alta variabilità e incertezza: le f<strong>un</strong>zioni del secondo tipo<br />
affrontano la variabilità, cercando <strong>di</strong> garantire 1’<strong>un</strong>iformità delle con<strong>di</strong>zioni<br />
richieste dalla produzione <strong>di</strong> massa (Wood, 1978). I due <strong>di</strong>fferenti tipi <strong>di</strong><br />
f<strong>un</strong>zione seguono orientamenti localizzativi <strong>di</strong>fferenti: il secondo tipo è<br />
sottoposto alle forze agglomerative <strong>di</strong> cui al sottoparagrafo precedente; il<br />
primo tipo è sottoposto a forze localizzative <strong>di</strong> tipo <strong>di</strong>fferente (Tôrnqvist,<br />
1974). La separazione spaziale delle due f<strong>un</strong>zioni si potrà d’altra parte<br />
verificare nella misura in cui le pur basse necessità <strong>di</strong> contatto fra queste,<br />
possano essere tollerabilmente sod<strong>di</strong>sfatte con l’ausilio dei sistemi <strong>di</strong><br />
trasporto e com<strong>un</strong>icazione <strong>di</strong>sponibili.<br />
Non sempre è possibile, o com<strong>un</strong>que vantaggioso, garantire tali<br />
con<strong>di</strong>zioni: le caratteristiche della domanda e/o dell’offerta possono<br />
richiedere capacità <strong>di</strong> adattamento rapido alle f<strong>un</strong>zioni operative: in queste<br />
circostanze, produzione e organizzazione della produzione tendono a<br />
<strong>di</strong>venire aspetti non separabili <strong>di</strong> <strong>un</strong>’<strong>un</strong>ica f<strong>un</strong>zione per la quale si richiedono<br />
elevate “capacità professionali” (d’altra parte, le stesse circostanze non<br />
sono necessariamente stabili: cosi che le tendenze localizzative all’interno<br />
<strong>di</strong> <strong>un</strong> sistema <strong>di</strong> produzione possono variare nel tempo) (Vernon, 1972;<br />
Pred, 1974).<br />
Nella letteratura si trova spesso associata, a quest’ultimo tipo <strong>di</strong><br />
agglomerazione, la caratteristica <strong>di</strong> <strong>un</strong>a fitta <strong>di</strong>visione del lavoro fra<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 25
imprese <strong>di</strong> non gran<strong>di</strong> <strong>di</strong>mensioni. Nel prossimo paragrafo ci soffermiamo<br />
sulle ragioni <strong>di</strong> tale associazione.<br />
2.3 Dimensione d’impresa e agglomerazione<br />
Per approfon<strong>di</strong>re le considerazioni svolte nel precedente paragrafo occorre a<br />
questo p<strong>un</strong>to introdurre esplicitamente il tema della <strong>di</strong>mensione d’impresa.<br />
Un usuale p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> partenza per <strong>un</strong>a <strong>di</strong>scussione in questo campo è dato<br />
dalle “economie <strong>di</strong> scala”.<br />
• Economie <strong>di</strong> scala, mercato e flessibilità<br />
Nel caso <strong>di</strong> processi produttivi ad alta variabilità e frammentazione<br />
<strong>di</strong> domanda, sottoposti (più o meno in connessione) a frequenti<br />
cambiamenti tecnologici, “scomponibili” (Stigler, 1951; Tani, 1976) e<br />
ad alta intensità <strong>di</strong> lavoro anche professionalizzato, le economie <strong>di</strong> scala<br />
esclusivamente interne al singolo stabilimento (o alla singola impresa) in<br />
genere riguardano “scale <strong>di</strong> attività” non molto gran<strong>di</strong> (Rullani, 1978).<br />
L’affermazione è volutamente bivalente. È vero che fra le produzioni a<br />
domanda frammentata e variabile si trovano anche quelle condotte su<br />
base tipicamente artigianale, come per esempio l’alta moda. Ma fra<br />
1’artigianato da <strong>un</strong>a parte e 1’economia della produzione <strong>di</strong> massa e della<br />
catena industriale dall’altra, si può in<strong>di</strong>viduare anche <strong>un</strong> terzo “metodo <strong>di</strong><br />
manifattura” (la realtà è inevitabilmente ancora più sfumata) che sembra<br />
adatto rispondere sia alle esigenze della <strong>di</strong>fferenziazione della domanda<br />
sia a quelle <strong>di</strong> <strong>un</strong> elevato contenuto tecnologico (<strong>di</strong>stinguendosi in ciò<br />
dall’artigianato). Si tratta <strong>di</strong> quella che Jacobs (1970) chiama “produzione<br />
<strong>di</strong>fferenziata”, che è in Becattini (1978) <strong>un</strong>a “seconda strategia” per lo<br />
sviluppo industriale capitalistico, o che Sabel e Zeitlin in <strong>un</strong> recentissimo<br />
saggio (1982) chiamano “specializzazione flessibile”. Caratteristiche <strong>di</strong><br />
questo terzo metodo sono 1’applicazione ai processi produttivi <strong>di</strong> “capacità<br />
professionali” altamente qualificate e <strong>un</strong>’organizzazione flessibile ma dalle<br />
potenzialità, in termini <strong>di</strong> <strong>un</strong>ità <strong>di</strong> prodotto per lavoratore, non esigue. Per<br />
ulteriori specificazioni <strong>di</strong> carattere tecnologico e “settoriale” si rimanda ai<br />
saggi appena citati; mentre qui ci soffermiamo sul tema della flessibilità<br />
organizzativa, <strong>di</strong>scutendo congi<strong>un</strong>tamente delle economie e <strong>di</strong>seconomie<br />
<strong>di</strong> scala <strong>di</strong> organizzazione <strong>di</strong> impresa, e dei costi d’uso del mercato. In<br />
seguito sarà richiamato il ruolo <strong>di</strong> altri tipi <strong>di</strong> economie <strong>di</strong> scala.<br />
Si noti, d<strong>un</strong>que, che <strong>un</strong>o dei principi che stanno alla base dell’esistenza<br />
<strong>di</strong> costi d’uso del mercato (cfr. Coase, 1967) è quello dell’“incompletezza<br />
contrattuale” (Williamson, 1971); nel caso <strong>di</strong> frequenti variazioni del<br />
proprio prodotto <strong>un</strong>’impresa trova grosse <strong>di</strong>fficoltà “a prevedere e risolvere<br />
sul piano contrattuale tutti i possibili casi <strong>di</strong> variazione degli inputs che essa<br />
dovrebbe com<strong>un</strong>que acquistare” (Mariti, 1979, p. 115). D’altra parte cosa<br />
26 Analisi delle inter<strong>di</strong>pendenze locali: alc<strong>un</strong>e premesse teoriche
assicura le imprese fornitrici sulla possibilità <strong>di</strong> ottenere, in <strong>un</strong>’industria<br />
sottoposta a domanda variabile e rapido rinnovo dei modelli, <strong>un</strong> flusso<br />
<strong>di</strong> or<strong>di</strong>nazioni abbastanza continuo e costante su livelli che permettano<br />
<strong>un</strong>’utilizzazione sod<strong>di</strong>sfacente (Georgescu Roegen, 1971) delle proprie<br />
risorse specializzate?<br />
Una soluzione a questi problemi è spesso in<strong>di</strong>viduata nella<br />
internalizzazione delle transazioni, cioè, nei casi in esame, nell’integrazione<br />
verticale. La formulazione <strong>di</strong> tale soluzione è basata sulla natura delle<br />
transazioni interne alle imprese, e cioè dei rapporti <strong>di</strong> lavoro che si<br />
svolgerebbero per mezzo <strong>di</strong> imperfectly specified contracts (Loasby, 1976,<br />
p. 66): con <strong>un</strong> contratto <strong>di</strong> questo tipo, <strong>un</strong>a serie <strong>di</strong> accor<strong>di</strong> particolari viene<br />
sostituito da <strong>un</strong> accordo generico che dà all’impren<strong>di</strong>tore la possibilità <strong>di</strong><br />
intervenire sull’organizzazione dei servizi lavorativi per via amministrativa;<br />
ma, come subito sottolinea Coase, <strong>un</strong>’analisi complessiva non può ignorare<br />
i “costi dell’internalizzazione” (Loasby, 1976).<br />
Una considerazione <strong>un</strong>ilaterale <strong>di</strong> quest’ultimo aspetto porterebbe<br />
alla conclusione che, dove sono richieste decisioni “organizzative” molto<br />
frequenti, le piccole imprese sono avvantaggiate dalla possibilità <strong>di</strong><br />
adattarsi più velocemente e a costi minori; ma in tali situazioni, come si è<br />
detto, i costi d’uso del mercato sembrano essere molto alti.<br />
• Divisione del lavoro fra imprese a agglomerazione in con<strong>di</strong>zioni <strong>di</strong><br />
elevata variabilità ambientale<br />
Il risultato ottenuto nel sottoparagrafo precedente può essere mo<strong>di</strong>ficato a<br />
favore <strong>di</strong> <strong>di</strong>mensioni “inferiori” d’impresa, dall’agglomerazione.<br />
L’agglomerazione, come già si è detto, permette <strong>un</strong>a riduzione dei<br />
tempi <strong>di</strong> ricerca e, al netto delle <strong>di</strong>fficoltà contrattuali, rifornimenti rapi<strong>di</strong>.<br />
In questo quadro <strong>un</strong>a f<strong>un</strong>zione specializzata soggetta ad economie <strong>di</strong> scala<br />
specifiche (accumulazione <strong>di</strong> scorte, Weber, 1957 e Lloyd e Dicken, 1979;<br />
transazioni <strong>di</strong> massa, Marshall, 1975 e Lloyd e Dicken, 1979; economie <strong>di</strong><br />
accesso al capitale, Webber, 1972) può essere svolta da grossisti, <strong>di</strong>tte <strong>di</strong><br />
trasporto, banche, che provvedono al mantenimento a basso costo <strong>di</strong> scorte<br />
<strong>di</strong>versificate e rapidamente <strong>di</strong>sponibili. Si tratta <strong>di</strong> economie in genere<br />
attribuite alla grande impresa; che però possono anche essere internalizzate<br />
da <strong>un</strong> sistema agglomerato <strong>di</strong> imprese <strong>di</strong> non gran<strong>di</strong> <strong>di</strong>mensioni, dove i<br />
mercati <strong>di</strong> sbocco del sistema siano sufficientemente gran<strong>di</strong> da permettere<br />
il ren<strong>di</strong>mento <strong>di</strong> f<strong>un</strong>zioni e imprese specializzate (Smith, 1972; Marshall,<br />
1972; Yo<strong>un</strong>g, 1973; Stigler, 1951).<br />
Anche le <strong>di</strong>fficoltà contrattuali possono essere ridotte. Più numerose e<br />
<strong>di</strong>fferenziate sono le attività all’interno dell’agglomerazione, più alta è la<br />
probabilità per <strong>un</strong> “fornitore” <strong>di</strong> trovare sempre qualche impresa all’interno<br />
che, in tempi successivi, abbia bisogno delle sue capacità specializzate. E<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 27
d’altra parte più gran<strong>di</strong> sono le riserve <strong>di</strong> capacità professionali e <strong>di</strong> risorse<br />
specializzate <strong>di</strong>sponibili, meno è probabile che <strong>un</strong>’impresa che ha bisogno<br />
<strong>di</strong> certi inputs sia sottoposta all’offerta quasi monopolistica <strong>di</strong> <strong>un</strong> fornitore<br />
specializzato.<br />
Dove poi sia necessaria <strong>un</strong>a collaborazione <strong>di</strong> non breve periodo per lo<br />
sfruttamento <strong>di</strong> occasioni che richiedono mo<strong>di</strong>ficazioni ad hoc dei “piani<br />
<strong>di</strong> produzione ed investimento”, le imprese interessate possono ricorrere a<br />
forme contrattuali interme<strong>di</strong>e fra 1’integrazione (fusione o annessione) e il<br />
ricorso alla pura e semplice transazione <strong>di</strong> mercato (Richardson, 1972, Mariti,<br />
1980): si tratta <strong>di</strong> accor<strong>di</strong> <strong>di</strong> l<strong>un</strong>go periodo, impliciti o espliciti, che prevedono<br />
<strong>un</strong>a “cooperazione ex ante” app<strong>un</strong>to nei piani <strong>di</strong> investimento e produzione.<br />
Ebbene, all’interno dell’agglomerazione industriale (e in particolare, come si<br />
vedrà, dei “<strong>di</strong>stretti industriali”), in connessione alla vicinanza e allo “spirito<br />
<strong>di</strong> com<strong>un</strong>ità” può venire a crearsi “<strong>un</strong> clima <strong>di</strong> collaborazione e lealtà” (Estall-<br />
Buchanan, 1978 p. 140) che agisce positivamente sulle possibilità <strong>di</strong> sviluppo<br />
<strong>di</strong> co-operative arrangements. Questi possono anche prendere forma <strong>di</strong> accor<strong>di</strong><br />
<strong>di</strong> “sub-fornitura”. La letteratura sul decentramento produttivo ha messo in<br />
luce gli aspetti deteriori che spesso si accompagnano alla sub-fornitura; la<br />
quale però, occorre sottolineare, realizza <strong>un</strong>a <strong>di</strong>visione del lavoro, che ha<br />
per oggetto 1’esplicazione della stessa f<strong>un</strong>zione organizzativa inter-impresa,<br />
fra imprese industriali orientate alla trasformazione e imprese industriali<br />
orientate alla commercializzazione (o semplicemente imprese commerciali)<br />
poste sulle fasi terminali dei processi <strong>di</strong> produzione quest’ultime svolgono<br />
quin<strong>di</strong> <strong>un</strong> ruolo specializzato, potenzialmente importante (soprattutto<br />
quando le caratteristiche della domanda richiedono <strong>un</strong> continuo adattamento<br />
della rete organizzativa interimpresa), nell’organizzazione della produzione<br />
decentralizzata e nel mantenimento <strong>di</strong> adeguati sbocchi <strong>di</strong> mercato. In tali<br />
con<strong>di</strong>zioni, 1’agglomerazione delle imprese dei due tipi riduce le <strong>di</strong>fficoltà<br />
<strong>di</strong> “cooperazione” per ragioni del tipo <strong>di</strong> quelle ricordate in 2.2.<br />
è vero che nel quadro <strong>di</strong> rapporti fra imprese definiti dalla sub-fornitura,<br />
le esigenze <strong>di</strong> flessibilità imposte da <strong>un</strong> ambiente altamente variabile si<br />
possono tradurre in <strong>un</strong> alto tasso <strong>di</strong> mortalità delle imprese manifatturiere<br />
più deboli e marginali; ma è anche vero che in ambienti ad alta variabilità<br />
si registra per definizione la crisi delle imprese meno pronte al rinnovo;<br />
inoltre dove si possano applicare considerazioni simili a quelle riportate<br />
all’inizio del sottoparagrafo, vi è “facilità <strong>di</strong> ottenere impieghi alternativi<br />
per proprietari, lavoratori e impianti dell’impresa fallita” (Townroe, 1970<br />
p. 19). Questo vuol fra l’altro <strong>di</strong>re che in con<strong>di</strong>zioni non depresse, all’alto<br />
tasso <strong>di</strong> mortalità si accompagna <strong>un</strong> alto tasso <strong>di</strong> natalità delle piccole<br />
imprese manifatturiere.<br />
Per quanto riguarda il non <strong>un</strong>ivoco rapporto fra sub-fornitura e potere<br />
<strong>di</strong> mercato all’interno <strong>di</strong> agglomerazioni <strong>di</strong> piccole imprese si rimanda<br />
28 Analisi delle inter<strong>di</strong>pendenze locali: alc<strong>un</strong>e premesse teoriche
a IRPET, 1975; Lorenzoni, 1979; Becattini-Bellan<strong>di</strong>-Falorni. Due<br />
considerazioni sono ancora utili per completezza:<br />
- in <strong>un</strong> interessante articolo, Wood (1978) svolge alc<strong>un</strong>e considerazioni<br />
da cui si ricava che anche la grande impresa può affrontare con<strong>di</strong>zioni<br />
ambientali che richiedono frequenti decisioni organizzative; ma per<br />
farlo efficacemente questa deve assumere <strong>un</strong>a struttura <strong>di</strong> “gruppo<br />
<strong>di</strong>sintegrato” (Lorenzoni, 1979), cioè deve ricreare al suo interno<br />
rapporti “quasi <strong>di</strong> mercato”. Il che, a ben vedere, riafferma da <strong>un</strong>a parte<br />
l’appropriatezza, alle con<strong>di</strong>zioni ambientali in esame, <strong>di</strong> organizzazioni<br />
<strong>di</strong> ridotta complessità amministrativa e per ciò stesso <strong>di</strong> non gran<strong>di</strong><br />
<strong>di</strong>mensioni; e dall’altra, però, l’importanza <strong>di</strong> rapporti che integrino i<br />
limiti contrattuali degli scambi <strong>di</strong> mercato;<br />
- i costi d’uso del mercato non sono riducibili ai soli casi <strong>di</strong> “incompletezza<br />
contrattuale”. Ricor<strong>di</strong>amo i casi <strong>di</strong> team-production (Alchian e Demsetz,<br />
1972), esternalità forme monopolistiche nei mercati in cui opera<br />
1’impresa.<br />
A tal proposito ci pare utile richiamare 1’attenzione sulla peculiare<br />
contrad<strong>di</strong>ttorietà dei rapporti fra economie esterne, esternalità, forme <strong>di</strong><br />
mercato. Per brevità non ci soffermeremo sull’argomento, rimandando al<br />
prossimo capitolo la <strong>di</strong>scussione <strong>di</strong> casi <strong>di</strong> interesse <strong>di</strong>retto per 1’analisi<br />
qui svolta.<br />
2.4 Lo spazio decisionale d’impresa<br />
Nei due precedenti paragrafi abbiamo visto come il reperimento e lo<br />
scambio <strong>di</strong> informazioni ponga in certi casi <strong>di</strong>fficoltà, significative e dai<br />
precisi connotati spaziali, all’effettuazione dei processi decisionali. Finora<br />
tuttavia non abbiamo <strong>di</strong>scusso <strong>di</strong> <strong>un</strong> tipo particolare <strong>di</strong> limitazione (ai<br />
processi decisionali) pure connessa al rapporto spazio-informazione: il<br />
riferimento è ai concetti <strong>di</strong> “ambiente percepito”, <strong>di</strong> “sistema <strong>di</strong> co<strong>di</strong>fica<br />
dell’informazione”, <strong>di</strong> “razionalità delimitata”, oggetto come si sa <strong>di</strong><br />
crescente interesse nella letteratura economica, sociologica, geografica.<br />
Il modo <strong>di</strong> espressione delle inter<strong>di</strong>pendenze locali che si vuole stu<strong>di</strong>are<br />
con questi concetti è <strong>di</strong>verso da quello presupposto finora: qui le forze non<br />
sono in termini <strong>di</strong> con<strong>di</strong>zioni oggettive (<strong>di</strong>fferenziali <strong>di</strong> produttività), bensì<br />
in termini <strong>di</strong> percezioni “soggettive”. A <strong>un</strong> certo livello <strong>di</strong> approfon<strong>di</strong>mento<br />
possono com<strong>un</strong>que essere recuperate linee <strong>di</strong> coerenza e convergenza.<br />
La letteratura, su questo argomento, fornisce <strong>un</strong>’in<strong>di</strong>cazione abbastanza<br />
precisa: l’agglomerazione può anche essere vista, almeno tendenzialmente,<br />
come <strong>un</strong> “p<strong>un</strong>to” <strong>di</strong> riduzione dell’incertezza che deriva dallo squilibrio fra<br />
“ambiente” e “ambiente percepito” (Pred, 1974; Tôrnqvist, 1979). Questa<br />
riduzione risulta in primo luogo in <strong>un</strong> incentivo ai processi imitativi: sia<br />
in termini <strong>di</strong> <strong>di</strong>ffusione <strong>di</strong> innovazioni; sia in termini <strong>di</strong> nascita <strong>di</strong> nuove<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 29
imprese, che può app<strong>un</strong>to trovare <strong>un</strong> incentivo importante nell’esistenza <strong>di</strong><br />
<strong>un</strong>’agglomerazione <strong>di</strong> imprese simili (tanto più quando le nuove imprese<br />
risultino da iniziative <strong>di</strong> piccole <strong>di</strong>mensioni) (Alchian, 1950; Hagerstrand,<br />
1967). In effetti, secondo <strong>un</strong>a ipotesi formulata da Pascall e McCall 1980,<br />
1’agglomerazione (con certe caratteristiche) come prima localizzazione<br />
è com<strong>un</strong>que <strong>un</strong>a scelta vantaggiosa per la nuova impresa: infatti o il<br />
luogo scelto rappresenta già <strong>un</strong>’ubicazione sod<strong>di</strong>sfacente o, se non lo è,<br />
l’agglomerazione, in quanto anche luogo <strong>di</strong> addensamento <strong>di</strong> flussi <strong>di</strong><br />
informazioni specializzate, permette <strong>di</strong> scoprire rapidamente e a basso<br />
costo alternative localizzative migliori. Qui vanno sottolineate tre cose:<br />
-<br />
-<br />
-<br />
la presenza, anche se potenzialmente provvisoria, <strong>di</strong> imprese nuove<br />
tende ad aumentare (al netto <strong>di</strong> <strong>di</strong>seconomie <strong>di</strong> congestionamento)<br />
la ricchezza del tessuto produttivo dell’agglomerazione e quin<strong>di</strong><br />
l’efficienza complessiva del sistema <strong>di</strong> imprese agglomerato; questo<br />
aumenta le probabilità <strong>di</strong> <strong>un</strong>a conferma dell ’ ubicazione all’interno<br />
dell’agglomerazione e con ciò <strong>di</strong> <strong>un</strong>a definitiva acquisizione <strong>di</strong> nuove<br />
economie esterne <strong>di</strong> agglomerazione all’interno del sistema;<br />
quando all’interno del sistema agglomerato esiste <strong>un</strong>a <strong>di</strong>visione del<br />
lavoro fra piccole imprese orientate alla trasformazione e imprese<br />
orientate alla commercializzazione, il processo <strong>di</strong> scoperta <strong>di</strong> migliori<br />
alternative localizzative assume caratteri più complessi. Le imprese<br />
orientate alla commercializzazione hanno <strong>un</strong>o “spazio decisionale”<br />
molto ampio e questo permette all’intero sistema <strong>di</strong> operare su ampi<br />
mercati; ma la stessa <strong>di</strong>visione del lavoro qui presupposta rende conto<br />
del fatto che le possibilità <strong>di</strong> rilocalizzazione ad “ampio raggio” sono<br />
limitate a tali imprese. Quando <strong>un</strong>a tale rilocalizzazione avvenga,<br />
interi gruppi <strong>di</strong> piccole imprese “manifatturiere” del sistema possono<br />
trovarsi senza contatti con i mercati esterni e senza possibilità per la<br />
ristrettezza dello spazio decisionale autonomo, <strong>di</strong> rilocalizzazione “ad<br />
ampio raggio”;<br />
la percezione da parte <strong>di</strong> soggetti e imprese residenti, delle attività svolte<br />
in <strong>un</strong>’agglomerazione aumenta meno che proporzionalmente rispetto<br />
alle <strong>di</strong>mensioni dell’agglomerazione, e ancora meno rispetto al tasso <strong>di</strong><br />
crescita della stessa.<br />
3. Il <strong>di</strong>stretto industriale come <strong>un</strong>ità <strong>di</strong> indagine delle inter<strong>di</strong>pendenze locali<br />
Nei paragrafi precedenti abbiamo cercato <strong>di</strong> accumulare riflessioni sulle<br />
possibili ragioni <strong>di</strong> efficienza e competitività <strong>di</strong> sistemi <strong>di</strong> piccole (e<br />
me<strong>di</strong>e) imprese industriali (e <strong>di</strong> servizio all’industria) territorialmente<br />
concentrate. Questa accumulazione si è andata strutturando intorno ad <strong>un</strong>a<br />
30 Analisi delle inter<strong>di</strong>pendenze locali: alc<strong>un</strong>e premesse teoriche
linea <strong>di</strong> analisi che è, riteniamo, piuttosto consistente e significativa, quin<strong>di</strong><br />
degna <strong>di</strong> attenzione e approfon<strong>di</strong>mento. Secondo questa interpretazione,<br />
le ragioni in questione vanno ritrovate nella possibilità, per questi sistemi,<br />
<strong>di</strong> “internalizzare” economie esterne <strong>di</strong> agglomerazione legate alla<br />
specializzazione in processi produttivi dove sono richiesti decisioni e<br />
cambiamenti organizzativi molto frequenti, dove le necessità <strong>di</strong> flessibilità<br />
sono poste in primo luogo da <strong>un</strong> prodotto che cambia rapidamente e/o da<br />
<strong>un</strong>a domanda altamente variabile e frammentata e dove, in connessione<br />
a tali caratteri, risulta necessaria <strong>un</strong>a elevata intensità <strong>di</strong> lavoro<br />
professionalizzato.<br />
Quanto detto non chiarisce però come <strong>un</strong> sistema <strong>di</strong> questo tipo possa<br />
formarsi, ne le ragioni <strong>di</strong> <strong>un</strong>a sua eventuale persistenza (nel tempo).<br />
Se l’esistenza (e quin<strong>di</strong> le caratteristiche <strong>di</strong> efficienza e competitività)<br />
<strong>di</strong> questi sistemi si basasse su con<strong>di</strong>zioni completamente accidentali<br />
e fondamentalmente effimere, 1’analisi proposta non avrebbe alc<strong>un</strong>a<br />
autonomia (Becattini, 1979); la spiegazione delle caratteristiche <strong>di</strong><br />
agglomerazione <strong>di</strong> piccole imprese andrebbe <strong>di</strong>versamente fondata e forse<br />
questa stessa non avrebbe <strong>un</strong> interesse proprio. Nell’affrontare il problema<br />
così posto, risultano fondamentali due temi non pienamente o non affatto<br />
specificati in precedenza:<br />
- i cambiamenti della “base” tecnologica o <strong>di</strong> mercato;<br />
-<br />
i rapporti con la popolazione e in particolare la formazione e riproduzione<br />
<strong>di</strong> capacità professionali e impren<strong>di</strong>torialità.<br />
Tutto ciò porta a in<strong>di</strong>viduare come <strong>un</strong>ità della nostra indagine non più <strong>un</strong><br />
sistema industrial-territoriale, ma <strong>un</strong> “ispessimento localizzato” (Becattini,<br />
1979) <strong>di</strong> <strong>un</strong> certo tipo <strong>di</strong> inter<strong>di</strong>pendenze fra imprese, famiglie, operatori<br />
pubblici, che chiamiamo “<strong>di</strong>stretto industriale”; per sinteticità espositiva<br />
usiamo questo termine <strong>di</strong> qui in avanti quando 1’argomentazione si riferisca<br />
all’oggetto che così vogliamo definire.<br />
I problemi che ci apprestiamo ad affrontare richiederebbero, e<br />
permetterebbero, <strong>un</strong> ampio riferimento alle teorie della formazione e dello<br />
sviluppo urbano, alla sociologia urbana e del lavoro, all’economia del<br />
lavoro e della famiglia, alla storia economica. Di fatto qui non è possibile<br />
assumere <strong>un</strong>’ottica inter<strong>di</strong>sciplinare così vasta e complessa; la questione<br />
è risolta conservando la linea <strong>di</strong> riflessione <strong>di</strong> or<strong>di</strong>ne economico tracciata<br />
nei paragrafi precedenti e partendo da questa linea per articolare il <strong>di</strong>scorso<br />
verso ambiti <strong>di</strong>sciplinari <strong>di</strong>versi.<br />
3.1 Fattori originari nella formazione del <strong>di</strong>stretto industriale<br />
In genere si evita <strong>di</strong> ricorrere alle economie esterne <strong>di</strong> agglomerazione<br />
per spiegare la formazione originaria <strong>di</strong> <strong>un</strong>’agglomerazione industriale in<br />
con<strong>di</strong>zioni <strong>di</strong> decentralizzazione amministrativa dei processi decisionali;<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 31
il riferimento, più o meno esplicito, è invece all’esistenza <strong>di</strong> forze<br />
agglomerative in<strong>di</strong>pendenti dallo sviluppo del sistema <strong>di</strong> imprese. In tal<br />
caso anche <strong>un</strong>a serie <strong>di</strong> scelte localizzative autonomamente formulate<br />
può portare alla formazione <strong>di</strong> <strong>un</strong>’agglomerazione (per esemplificazioni<br />
Chardonnet, 1962; P.S. Florence, 1962; Estall e Buchanan, 1971). In questo<br />
ambito, <strong>un</strong>a spiegazione tipica della formazione <strong>di</strong> agglomerazioni <strong>di</strong> piccole<br />
imprese è quella che si riferisce allo schema concettuale del “decentramento<br />
produttivo”. Ci pare particolarmente utile partire da questa spiegazione, in<br />
quanto la stessa è usata per etichettare senza appello come “pre-industriale”<br />
o “periferico”, se non “marginale”, e quin<strong>di</strong> carente <strong>di</strong> autonomi valori<br />
decisionali e organizzativi, fenomeni <strong>di</strong> sviluppo basati su piccole (e me<strong>di</strong>e)<br />
imprese. Coerentemente a questa visione, la formazione e la competitività<br />
<strong>di</strong> <strong>di</strong>stretti industriali della piccola impresa è spiegata dall’esistenza <strong>di</strong><br />
processi <strong>di</strong> <strong>di</strong>visione intraregionale, interregionale internazionale del<br />
lavoro tendenti a sfruttare la presenza <strong>di</strong> “bacini” <strong>di</strong> manodopera a buon<br />
mercato ed assoggettabile ad <strong>un</strong> uso molto flessibile (ritornano alla mente le<br />
considerazioni <strong>di</strong> A. Weber sull’agglomerazione <strong>di</strong> Industrie labour oriented<br />
presso vasti bacini <strong>di</strong> manodopera “a buon mercato”). Il decentramento si<br />
effettuerebbe su processi a bassa intensità <strong>di</strong> capitale; basso e bassissimo<br />
ritmo <strong>di</strong> innovazione tecnologica; facile imitazione.<br />
Il p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> riferimento sociale tipico <strong>di</strong> queste realtà locali è in<strong>di</strong>viduato<br />
in “com<strong>un</strong>ità” in cui esista e si sviluppi “<strong>un</strong> sistema <strong>di</strong> valori fortemente<br />
attaccato al lavoro come la sola meta legittimata per risolvere tutti i problemi<br />
personali e familiari” (P. Donati, in Ar<strong>di</strong>go, 1976, p. 125); sistema non<br />
intaccato dall’inse<strong>di</strong>amento industriale in quanto la piccola, anzi la microimpresa,<br />
garantirebbe dei rapporti <strong>di</strong> produzione che permettono alla forza<br />
lavoro <strong>di</strong> mantenere (parzialmente) forme tra<strong>di</strong>zionali <strong>di</strong> integrazione<br />
sociale (Bagnasco, 1977).<br />
La preesistenza, all’inse<strong>di</strong>amento industriale, <strong>di</strong> <strong>un</strong> nucleo <strong>di</strong> artigiani<br />
e commercianti specializzati è la base su cui si innestano le caratteristiche<br />
“settoriali” e anzi “monoculturali” dell’inse<strong>di</strong>amento. Intorno a questo<br />
nucleo, <strong>un</strong> insieme <strong>di</strong> famiglie conta<strong>di</strong>ne pronte a cogliere 1’opport<strong>un</strong>ity<br />
industriale come “mezzo <strong>di</strong> fuga della vita dura e stentata dei campi”,<br />
fornisce la base della manodopera a buon mercato e <strong>un</strong>a riserva per lo<br />
sviluppo <strong>di</strong> piccola impren<strong>di</strong>torialità autosfruttata; dove esistano però<br />
opport<strong>un</strong>e tra<strong>di</strong>zioni rurali preindustriali (IRPET, 1975a; Bagnasco e Hni,<br />
1981) e dove sopravvivano alc<strong>un</strong>e delle strutture proprie <strong>di</strong> tali tra<strong>di</strong>zioni<br />
fornendo, come si è detto, la base per vantaggiose integrazioni <strong>di</strong> carattere<br />
sociale ed economico.<br />
Questa descrizione, sia pure nei limiti della sua sinteticità, corrisponde<br />
probabilmente ai caratteri dello “sta<strong>di</strong>o” <strong>di</strong> formazione <strong>di</strong> molte realtà<br />
industriali della piccola impresa, vive nell’Italia centro-nord-orientale<br />
32 Analisi delle inter<strong>di</strong>pendenze locali: alc<strong>un</strong>e premesse teoriche
attualmente e soprattutto nei primi decenni del secondo dopoguerra. La<br />
stessa descrizione mette però in luce le carenze interpretative dello schema<br />
concettuale del decentramento produttivo. Lo schema assume (come<br />
del resto spesso si ritrova nelle teorie della localizzazione industriale)<br />
che l’applicazione del capitale, delle competenze amministrative e <strong>di</strong><br />
innovazione, dei contatti col mercato possa spostarsi con successo al variare<br />
della <strong>di</strong>stribuzione spaziale dei livelli salariali e <strong>di</strong> sindacalizzazione;<br />
l’applicazione della teoria del “ciclo <strong>di</strong> vita del prodotto” rendendo poi<br />
conto del rinnovo degli investimenti nelle “aree centrali”.<br />
Ma questa ass<strong>un</strong>zione si regge su <strong>un</strong> ’ ipotesi implicita <strong>di</strong> “omogeneità”<br />
(Becattini,1982) dello spazio in termini <strong>di</strong> “cultura industriale”; omogeneità<br />
che non può essere presupposta, visto che il ruolo dei pre-requisiti sociali<br />
<strong>di</strong> tipo locale sopra richiamati non sembra sintetizzabile in <strong>un</strong> semplice<br />
parametro salariale o <strong>di</strong> sindacalizzazione. La formazione <strong>di</strong> offerta <strong>di</strong><br />
lavoro e <strong>di</strong> piccola impren<strong>di</strong>torialità qualitativamente “adeguata” suppone<br />
<strong>un</strong>a “com<strong>un</strong>ità” in cui siano presenti da tempo attività che richiedono<br />
competenze e ruoli simili, anche se meno complessi, <strong>di</strong> quelli necessari ai<br />
nuovi processi industriali; o in cui, com<strong>un</strong>que, l’iniziativa personale già<br />
rappresenti, per qualche altro motivo, <strong>un</strong> valore accettato (Kilby, 1971).<br />
Così, anche se capitale, competenze amministrative e contatti col mercato<br />
sono completamente esogeni alla “com<strong>un</strong>ità <strong>di</strong> prima industrializzazione”,<br />
non per questo l’intervento <strong>di</strong> tali fattori basta a definire i caratteri e le<br />
possibilità del processo <strong>di</strong> industrializzazione. C’è <strong>di</strong> più. Il “basso costo<br />
del lavoro e l’uso flessibile della forza lavoro sono con<strong>di</strong>zioni che tendono<br />
a venir meno con lo sviluppo” (Bagnasco, 1977, P.174), -e con ciò possono<br />
venir meno i vantaggi <strong>di</strong> <strong>un</strong> nucleo rispetto ad altri sistemi industriali. Se<br />
le forze (in termini <strong>di</strong> capitali, contatti <strong>di</strong> mercato, ecc.) che hanno guidato<br />
la formazione industriale della “com<strong>un</strong>ità” sono <strong>di</strong> carattere esogeno alla<br />
stessa, è probabile <strong>un</strong> processo dell’inserimento con la possibilità <strong>di</strong> <strong>un</strong>a<br />
crisi verticale delle capacità e prospettive <strong>di</strong> sviluppo industriale. Se invece<br />
queste forze hanno anche <strong>un</strong> carattere endogeno, sviluppato magari con<br />
lo stesso processo <strong>di</strong> prima industrializzazione, e in connessione ad <strong>un</strong><br />
intervento adeguato <strong>di</strong> istituzioni pubbliche, politiche e sociali, è possibile<br />
che la soluzione della crisi possa seguire le vie <strong>di</strong> <strong>un</strong> vero e proprio processo<br />
<strong>di</strong> “mutamento strategico” (Ansoff, 1974), cioè <strong>di</strong> <strong>un</strong>a riconversione<br />
degli orientamenti produttivi e commerciali su linee che valorizzino le<br />
competenze e le capacità latenti del “capitale umano” e “organizzativo”<br />
già presente nella com<strong>un</strong>ità.<br />
I risultati possono essere <strong>di</strong> tipo <strong>di</strong>verso, a seconda delle opport<strong>un</strong>ità<br />
storiche e della prevalenza <strong>di</strong> certi caratteri endogeni piuttosto che <strong>di</strong> altri.<br />
Ad <strong>un</strong> estremo troviamo la formazione della company town (Jacobs, 1970).<br />
All’altro estremo si in<strong>di</strong>vidua <strong>un</strong>a soluzione, omogenea al mantenimento<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 33
<strong>di</strong> <strong>un</strong> sistema <strong>di</strong> piccole imprese, che può risultare dalla ricerca <strong>di</strong> fasce<br />
particolari del “mercato” su cui già il nucleo è specializzato; fasce che<br />
richiedono sia <strong>un</strong>’alta professionalità che <strong>un</strong>’alta flessibilità delle strutture<br />
produttive. Si ha, in caso <strong>di</strong> successo, la formazione <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>di</strong>stretto industriale.<br />
Le teorie del decentramento produttivo sembrano così piuttosto inadeguate<br />
a spiegare lo sviluppo e la persistenza <strong>di</strong> tali <strong>di</strong>stretti. La negazione non<br />
basta però a risolvere complessi problemi interpretativi; questi saranno<br />
affrontati, a livelli <strong>di</strong>versi <strong>di</strong> approfon<strong>di</strong>mento, nei prossimi paragrafi. È<br />
com<strong>un</strong>que utile richiamare subito alc<strong>un</strong>e p<strong>un</strong>tualizzazioni:<br />
-<br />
-<br />
-<br />
la storia della formazione <strong>di</strong> <strong>un</strong> nucleo <strong>di</strong> piccole imprese industriali<br />
può anche seguire <strong>un</strong> corso <strong>di</strong>verso da quello più sopra descritto. In<br />
particolare non è detto che capitali, competenze amministrative, <strong>di</strong><br />
commercializzazione e <strong>di</strong> innovazione siano del tutto, o soprattutto,<br />
fattori esogeni (p.es. città commerciali: Jacobs, 1970; IRPET, 1975a);<br />
le attività <strong>di</strong> <strong>un</strong> nucleo in formazione <strong>di</strong> piccola impresa riguardano,<br />
verosimilmente, <strong>un</strong>a o poche f<strong>un</strong>zioni produttive specializzate <strong>di</strong> <strong>un</strong>o<br />
o pochi sistemi <strong>di</strong> produzioni specializzati. Questa specializzazione<br />
territoriale richiede, tra l’altro, certe soglie minime <strong>di</strong> efficienza nei<br />
sistemi <strong>di</strong> trasporto <strong>di</strong> cui possono usufruire imprese e addetti del nucleo<br />
industriale. L’incrociarsi <strong>di</strong> tali con<strong>di</strong>zioni con quelle date dai caratteri<br />
delle strutture urbane fornisce esiti territoriali complessi: configurabili<br />
per esempio anche in termini <strong>di</strong> industrializzazione “<strong>di</strong>ffusa ma non<br />
troppo” (IRPET, 1975 a; Becattini, Bellan<strong>di</strong> e Falorni);<br />
lo sviluppo del nucleo industriale richiede <strong>un</strong> mercato <strong>di</strong> sbocco in<br />
espansione. L’espansione potrà essere relativa solo alle ven<strong>di</strong>te delle<br />
imprese del nucleo; o assoluta, cioè riguardare la <strong>di</strong>mensione del mercato<br />
e non solo la quota occupata dal nucleo. Nell’ambito delle teorie del<br />
decentramento produttivo, il primo caso corrisponde, in genere, alle<br />
ipotesi del ciclo interregionale del prodotto (Vernon, 1966); il secondo alle<br />
ipotesi dello sviluppo interstiziale (Penrose, 1973). Quando si passa dalla<br />
formazione e sviluppo alla crescita e persistenza del <strong>di</strong>stretto industriale,<br />
ness<strong>un</strong>a delle due interpretazioni sembra pienamente sod<strong>di</strong>sfacente.<br />
3.2 Atmosfera industriale e mercato del lavoro<br />
La crescita industriale del <strong>di</strong>stretto è positivamente correlata, secondo <strong>un</strong><br />
rapporto <strong>di</strong>alettico in cui è <strong>di</strong>fficile scorgere la dominante, alla riproduzione<br />
della “congruità” dell’ambiente sociale del <strong>di</strong>stretto alla formula produttiva<br />
adottata (Becattini, 1978). Il mantenimento <strong>di</strong> questo “circolo virtuoso”<br />
<strong>di</strong>pende da con<strong>di</strong>zioni che possono non realizzarsi, o che col tempo possono<br />
erodersi e sparire. Un p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> partenza proficuo per affrontare il tema che così<br />
si pone, sono le riflessioni <strong>di</strong> Marshall sui fenomeni <strong>di</strong> “atmosfera industriale”.<br />
Secondo <strong>un</strong> recente saggio interpretativo (Bellan<strong>di</strong>, 1982) la presenza <strong>di</strong> <strong>un</strong>a<br />
34 Analisi delle inter<strong>di</strong>pendenze locali: alc<strong>un</strong>e premesse teoriche
certa concentrazione <strong>di</strong> fabbriche nel <strong>di</strong>stretto industriale crea nel tempo, per<br />
Marshall, <strong>un</strong> abitu<strong>di</strong>ne, <strong>un</strong> attitu<strong>di</strong>ne al lavoro industriale che non si riduce ai<br />
processi <strong>di</strong> appren<strong>di</strong>mento interni alle stesse fabbriche, ma che è “com<strong>un</strong>e a<br />
tutti”, cioè com<strong>un</strong>e, si può azzardare, alle persone che abitano nel <strong>di</strong>stretto<br />
stesso. Viene evocato <strong>un</strong> processo <strong>di</strong> trasmissione culturale che trova il suo<br />
p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> aggregazione intorno alla presenza e alle esigenze dell’industria,<br />
e a questo processo si attribuisce maggior rilevanza quando la collettività<br />
umana coinvolta viva in <strong>un</strong> territorio limitato, dove vi è <strong>un</strong>a notevole e<br />
duratura concentrazione industriale. In questo senso il <strong>di</strong>stretto industriale<br />
marshalliano può anche essere visto sotto l’aspetto <strong>di</strong> <strong>un</strong>a “com<strong>un</strong>ità locale”<br />
in cui i processi <strong>di</strong> socializzazione, i valori, i comportamenti sono orientati<br />
dalla presenza <strong>di</strong> <strong>un</strong>’industria che incide profondamente sul territorio e che<br />
rappresenta il centro su cui convergono <strong>un</strong>a parte rilevante degli interessi<br />
della collettività. Queste considerazioni rendono possibili e richiedono tre<br />
commenti. Si noti preliminarmente, com<strong>un</strong>que, che l’oggetto specifico <strong>di</strong><br />
questi commenti è “l’offerta <strong>di</strong> lavoro”, a “l’impren<strong>di</strong>torialità nel <strong>di</strong>stretto<br />
industriale” non è de<strong>di</strong>cato ness<strong>un</strong> sottoparagrafo specifico, né qui né nel<br />
prossimo paragrafo; questo tema però attraversa le singole parti in cui<br />
abbiamo <strong>di</strong>viso le nostre argomentazioni nel presente capitolo.<br />
• Capacità professionale e stratificazione sociale<br />
Per “capacità professionale” non si intende solo la capacità <strong>di</strong> eseguire<br />
velocemente e con accuratezza <strong>un</strong>a gamma limitata <strong>di</strong> operazioni che<br />
continuamente si ripetono; ma anche e soprattutto capacità <strong>di</strong> iniziativa,<br />
<strong>di</strong> <strong>di</strong>scernimento, <strong>di</strong> organizzazione sul lavoro. Queste capacità sono<br />
richieste per esempio quando il lavoratore possa e debba effettuare<br />
scelte e decisioni su qualità e tempi degli esperimenti da fare in or<strong>di</strong>ne<br />
all’avanzamento <strong>di</strong> <strong>un</strong>a ricerca o sugli adattamenti da compiere per<br />
effettuare <strong>un</strong> lavoro non preventivato con <strong>un</strong>a macchina; o sul finissaggio<br />
<strong>di</strong> <strong>un</strong>a certa parte della produzione in or<strong>di</strong>ne alle esigenze <strong>di</strong> clienti<br />
particolari; ecc. (Jacques, 1962). In <strong>un</strong> sistema produttivo come quello<br />
del <strong>di</strong>stretto industriale, queste capacità <strong>di</strong>screzionali rivestono, quasi per<br />
definizione, <strong>un</strong>’importanza decisiva.<br />
L’applicazione dell’iniziativa personale al contenuto <strong>di</strong>screzionale<br />
<strong>di</strong> <strong>un</strong> certo lavoro richiede non solo capacità professionale ma anche <strong>un</strong><br />
certo grado <strong>di</strong> consenso verso il lavoro stesso. Questo consenso può venire<br />
estorto quando sia possibile mettere in concorrenza reciproca <strong>un</strong>a certa<br />
massa <strong>di</strong> lavoratori in possesso delle capacità in esame. Ma non sempre<br />
questo è possibile o conveniente per le imprese.<br />
Il consenso potrà invece essere in <strong>un</strong>a certa misura spontaneo nelle<br />
con<strong>di</strong>zioni proprie delle piccole imprese; dove non solo più <strong>di</strong>retto e<br />
pressante è il controllo del “padrone” (e qui evidentemente non siamo nel<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 35
campo del consenso, ma in quello della verifica <strong>di</strong>retta dell’applicazione<br />
e dei risultati della <strong>di</strong>screzionalità), ma, dove si può venire a creare più<br />
facilmente <strong>un</strong> certo senso <strong>di</strong> identificazione, da parte dell’operaio, del proprio<br />
interesse con quello dell’impresa stessa: il rapporto fra <strong>un</strong> lavoro ben fatto<br />
e le possibilità <strong>di</strong> sopravvivenza e prosperità della piccola azienda, può in<br />
queste con<strong>di</strong>zioni avere <strong>un</strong>’evidenza <strong>di</strong>retta. Questo processo <strong>di</strong> parziale<br />
identificazione si accentua poi quando la <strong>di</strong>stanza sociale fra impren<strong>di</strong>tore<br />
e lavoratore <strong>di</strong>pendente tende a restringersi; quando, per esempio, non solo<br />
1’impren<strong>di</strong>tore-proprietario è <strong>un</strong> ex-operaio che si è messo in proprio e ha<br />
avuto successo, ma la possibilità <strong>di</strong> <strong>un</strong>a simile “avventura impren<strong>di</strong>toriale”<br />
(IRPET, 1975a), è ancora aperta e posta anzi fra le mete proprie del<br />
sistema <strong>di</strong> valori della collettività operaia o com<strong>un</strong>que <strong>di</strong> alc<strong>un</strong>i strati a<br />
questa interni (la capacità d’iniziativa sul processo produttivo tende così a<br />
confondersi con la capacità <strong>di</strong> iniziativa impren<strong>di</strong>toriale).<br />
Viene qui all’attenzione <strong>un</strong>o dei p<strong>un</strong>ti chiave del rapporto fra com<strong>un</strong>ità<br />
locale e crescita del <strong>di</strong>stretto industriale: il problema della stratificazione<br />
sociale (già sottinteso a proposito delle contrad<strong>di</strong>zioni nello sviluppo della<br />
“com<strong>un</strong>ità <strong>di</strong> prima industrializzazione”). La “percezione”, all’interno del<br />
<strong>di</strong>stretto, <strong>di</strong> <strong>un</strong>a mobilità sociale elevata <strong>di</strong>pende anche dalla riproduzione<br />
del sistema <strong>di</strong> piccole imprese; questa però <strong>di</strong>pende anche dalla prestazione<br />
e riproduzione <strong>di</strong> capacità professionali e <strong>di</strong> iniziativa, a loro volta connesse<br />
alla percezione <strong>di</strong> <strong>un</strong>’elevata mobilità sociale. Il circolo non è chiuso. I<br />
fattori esogeni possono f<strong>un</strong>zionare sia come elementi stabilizzatori che<br />
come elementi <strong>di</strong>sgreganti. Un elemento stabilizzatore, come già si è<br />
detto, è la “tra<strong>di</strong>zione”: cioè, il fatto che queste inter<strong>di</strong>pendenze circolari<br />
abbiano f<strong>un</strong>zionato, anche in con<strong>di</strong>zioni <strong>di</strong>verse, per <strong>un</strong> l<strong>un</strong>go periodo <strong>di</strong><br />
tempo, costituisce delle strutture locali <strong>di</strong> valori sociali certamente dotate<br />
<strong>di</strong> resistenza <strong>di</strong> fronte ad interruzioni momentanee del circolo stesso.<br />
Un altro elemento stabilizzatore è <strong>un</strong> certo tipo <strong>di</strong> struttura familiare.<br />
Elementi regolatori necessari sono poi le con<strong>di</strong>zioni tecnologiche e <strong>di</strong><br />
mercato che definiscono gli spazi <strong>di</strong> competitività del sistema <strong>di</strong> piccole<br />
imprese rispetto ad altri sistemi (ve<strong>di</strong> ultimo paragrafo). E infine non si può<br />
ignorare la particolare complessità che viene da affermare l’importanza <strong>di</strong><br />
realtà e valori locali all’interno <strong>di</strong> società industriali, altamente integrate<br />
(Bagnasco, 1980) (ve<strong>di</strong> ultimo paragrafo).<br />
• La famiglia come <strong>un</strong>ità <strong>di</strong> bilancio e <strong>di</strong> offerta <strong>di</strong> lavoro <strong>di</strong>fferenziata<br />
Le f<strong>un</strong>zioni della famiglia nell’ambito economico non si limitano a quelle<br />
connesse alla socializzazione <strong>di</strong> forza lavoro (e impren<strong>di</strong>torialità), su cui<br />
non ci soffermiamo. Si può in<strong>di</strong>viduare anche <strong>un</strong>a f<strong>un</strong>zione <strong>di</strong> gestione<br />
<strong>un</strong>itaria del bilancio e delle <strong>di</strong>fferenziate capacità e occasioni <strong>di</strong> lavoro dei<br />
membri della famiglia.<br />
36 Analisi delle inter<strong>di</strong>pendenze locali: alc<strong>un</strong>e premesse teoriche
Sistemi ad alto tasso <strong>di</strong> natalità e mortalità <strong>di</strong> piccole iniziative<br />
economiche, come sono quelle dei <strong>di</strong>stretti industriali, generano <strong>un</strong>a<br />
domanda piuttosto costante <strong>di</strong> lavori “informali” (Bagnasco, 1981):<br />
lavori a domicilio, part-time, precari, irregolari; domanda che, pur<br />
caratterizzando più propriamente i momenti <strong>di</strong> formazione del <strong>di</strong>stretto<br />
industriale, continua a manifestarsi nei momenti successivi affiancandosi<br />
alla ormai preponderante domanda regolare <strong>di</strong> lavoro. L’offerta <strong>di</strong> lavoro,<br />
se regolata dall’economia familiare, può adeguarsi a questa variabilità<br />
e <strong>di</strong>fferenziazione della domanda, senza “eccessivi” traumi economici<br />
e anzi traendone vantaggi (IRPET, 1975a; Becattini, 1978). Il risparmio<br />
familiare costituisce <strong>un</strong> ammortizzatore <strong>di</strong> <strong>di</strong>fficoltà temporanee (che<br />
possono riguardare anche il lavoro regolare, specie in situazioni <strong>di</strong> crisi<br />
<strong>di</strong> riconversione, ve<strong>di</strong> par. 3), e nelle situazioni più favorevoli <strong>un</strong>a fonte <strong>di</strong><br />
accumulazione sufficiente per la nascita <strong>di</strong> nuove iniziative produttive.<br />
Nello sviluppo <strong>di</strong> “com<strong>un</strong>ità <strong>di</strong> prima industrializzazione”, ma<br />
in certa misura anche in realtà industriali più mature, è attraverso la<br />
struttura della famiglia “estesa” che si può realizzare il mantenimento<br />
<strong>di</strong> forme <strong>di</strong> integrazione con assetti pre-industriali sopravvissuti<br />
all’industrializzazione (IRPET, 1975a, 1975b; Bagnasco, 1977; Bagnasco<br />
e Pini, 1981; Paci, 1980).<br />
Le stesse forme che 1’articolazione settoriale del <strong>di</strong>stretto assume,<br />
sono positivamente correlate al f<strong>un</strong>zionamento dell’economia familiare<br />
(Marshall, 1972).<br />
Il f<strong>un</strong>zionamento dell’economia familiare <strong>di</strong>pende, d’altra parte, dal<br />
mantenimento <strong>di</strong> legami familiari piuttosto estesi e stretti. Questo sembra<br />
in contrad<strong>di</strong>zione col modello che collega la famiglia mononucleare al<br />
fenomeno dell’urbanesimo. Si può tuttavia argomentare che: i) questo<br />
modello non sembra valido in ogni configurazione dei rapporti sociali<br />
urbani; ii) la formazione <strong>di</strong> nuclei familiari ridotti non è in contrad<strong>di</strong>zione col<br />
mantenimento <strong>di</strong> collegamenti parentali estesi, che surrogano parzialmente<br />
l’economia della famiglia.<br />
• Residenza e luogo <strong>di</strong> lavoro nel <strong>di</strong>stretto industriale<br />
Occorre infine considerare il rapporto fra la <strong>di</strong>stribuzione spaziale<br />
delle residenze delle famiglie e quelle delle <strong>un</strong>ità locali nel <strong>di</strong>stretto<br />
industriale.<br />
Una prima osservazione a tal proposito riguarda <strong>un</strong> carattere fondamentale<br />
della formazione della “com<strong>un</strong>ità <strong>di</strong> prima industrializzazione”.<br />
Lo sviluppo fondato sulle piccole imprese, per le ragioni ricordate nel<br />
primo paragrafo, tende a utilizzare la forza lavoro nei (o presso) luoghi<br />
<strong>di</strong> origine della stessa (Bagnasco e Pini, 1981; IRPET, 1975, 3). Questo<br />
non significa <strong>un</strong>a completa rigi<strong>di</strong>tà delle localizzazioni residenziali<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 37
almeno nella misura in cui <strong>un</strong>o spostamento “a breve raggio” consenta<br />
sia il mantenimento <strong>di</strong> vantaggiosi legami socio-economici con strutture<br />
preesistenti all’industrializzazione, sia <strong>un</strong>a più imme<strong>di</strong>ata accessibilità ai<br />
luoghi <strong>di</strong> lavoro nel <strong>di</strong>stretto. Si tratta <strong>di</strong> <strong>un</strong> p<strong>un</strong>to particolarmente delicato<br />
che giustifica complesse configurazioni <strong>di</strong> movimenti pendolari (si vedano<br />
per esempio gli stu<strong>di</strong> sulla formazione della campagna urbanizzata toscana,<br />
(IRPET, 1975a e 1975b).<br />
La considerazione delle caratteristiche del <strong>di</strong>stretto industriale aggi<strong>un</strong>ge<br />
altri elementi a questa <strong>di</strong>scussione.<br />
Il <strong>di</strong>stretto industriale costituisce, nel tempo, <strong>un</strong> mercato del lavoro non<br />
solo “stabile” (del resto la stabilità è <strong>un</strong> requisito fondamentale perché si<br />
possa parlare <strong>di</strong> mercato), ma probabilmente anche <strong>di</strong> vaste <strong>di</strong>mensioni per<br />
l’offerta e la domanda <strong>di</strong> capacità professionali specializzate, e <strong>di</strong> tutta <strong>un</strong>a<br />
serie <strong>di</strong> attività lavorative, non specializzate ma molto varie (come già si è<br />
detto). Ciò rappresenta <strong>un</strong> vantaggio agglomerativo per famiglie e imprese.<br />
Qui si aprono però tre problemi:<br />
-<br />
-<br />
-<br />
il primo riguarda 1’immigrazione nel <strong>di</strong>stretto; che se supera certi livelli<br />
<strong>di</strong> crescita può stravolgerne i caratteri sociali. Si noti com<strong>un</strong>que che,<br />
per quanto detto prima, sarà favorita l’immigrazione <strong>di</strong> famiglie e non<br />
tanto <strong>di</strong> singoli (qui il riferimento è soprattutto alla forza lavoro); ciò<br />
tende a contenere fenomeni <strong>di</strong> emarginazione e sra<strong>di</strong>camento connessi<br />
all’immigrazione <strong>di</strong> masse <strong>di</strong> persone isolate;<br />
il secondo problema riguarda i movimenti pendolari. Le residenze degli<br />
addetti possono trovarsi, e in genere si troveranno, ad <strong>un</strong>a certa <strong>di</strong>stanza<br />
dalle <strong>un</strong>ità locali del <strong>di</strong>stretto (qualche volta coincidono: casa-officina;<br />
casa-bottega; lavoro a domicilio). Per quanto detto in precedenza è<br />
però <strong>di</strong>fficile pensare ai rapporti spaziali fra popolazione e imprese in<br />
<strong>un</strong> <strong>di</strong>stretto industriale in termini <strong>di</strong> sistema giornaliero <strong>di</strong> spostamenti<br />
pendolari per motivi <strong>di</strong> lavoro. L’“atmosfera industriale” sembra<br />
richiedere <strong>un</strong>a contiguità fra popolazione e imprese non riducibile<br />
alla permanenza nell’orario <strong>di</strong> lavoro. Il problema è molto <strong>di</strong>fficile da<br />
risolvere a questo livello <strong>di</strong> approfon<strong>di</strong>mento. Probabilmente si dovrebbe<br />
<strong>di</strong>stinguere <strong>un</strong>’area ristretta in cui tra<strong>di</strong>zionalmente si concentrano<br />
popolazione e imprese costituendo <strong>un</strong> “ispessimento localizzato” <strong>di</strong><br />
inter<strong>di</strong>pendenze socio-economiche che presenta congi<strong>un</strong>tamente i<br />
connotati <strong>di</strong>scussi in questo capitolo;<br />
il terzo problema riguarda la <strong>di</strong>mensione del <strong>di</strong>stretto in termini <strong>di</strong> attività<br />
produttive e <strong>di</strong> composizione infrasettoriale e settoriale delle stesse. Su<br />
questo p<strong>un</strong>to riman<strong>di</strong>amo, per ulteriori specificazioni, alle osservazioni<br />
riportate in Bellan<strong>di</strong> (1982) sulle forme <strong>di</strong> specializzazione all’interno<br />
del <strong>di</strong>stretto, e sui rapporti fra “atmosfera tecnica” e “atmosfera<br />
industriale”.<br />
38 Analisi delle inter<strong>di</strong>pendenze locali: alc<strong>un</strong>e premesse teoriche
3.3 Innovazione ed economie esterne <strong>di</strong> agglomerazione<br />
La <strong>di</strong>scussione nel capitolo precedente si è svolta all’interno dell’ipotesi<br />
semplificativa che la variabilità qualitativa dei prodotti e della domanda<br />
non implicasse cambiamenti nelle “aree <strong>di</strong> specializzazione”, tecnologiche<br />
e <strong>di</strong> mercato (Penrose, 1973; Ansoff, 1974), complessivamente presenti<br />
all’interno del <strong>di</strong>stretto in <strong>un</strong> certo momento. L’interesse si è potuto<br />
concentrare in questo modo sui problemi <strong>di</strong> organizzazione delle conoscenze<br />
e delle risorse materiali già presenti in zona. Il progresso tecnico e<br />
l’evoluzione dei mercati propongono però, alle organizzazioni produttive,<br />
<strong>un</strong> problema <strong>di</strong> sviluppo <strong>di</strong> conoscenze e potenzialità nuove, pena la caduta<br />
della competitività rispetto ad organizzazioni più pronte al rinnovo.<br />
Il problema si pone in maniera particolare all’interno <strong>di</strong> sistemi la cui<br />
struttura produttiva si basa largamente su rapporti fra imprese <strong>di</strong> <strong>di</strong>mensioni<br />
ridotte.<br />
La <strong>di</strong>scussione è condotta assumendo come asse centrale il problema<br />
dell’innovazione tecnologica; in connessione sarà affrontato quello<br />
dell’innovazione <strong>di</strong> mercato.<br />
• Diffusione dell’innovazione<br />
La prima con<strong>di</strong>zione per 1’adozione <strong>di</strong> <strong>un</strong>’innovazione è la conoscenza<br />
della sua esistenza (know what).<br />
Nella misura in cui 1’innovazione si traduca in beni strumentali<br />
che rappresentano l’output dell’impresa innovatrice, questa stessa avrà<br />
interesse a presentare il proprio nuovo prodotto su <strong>un</strong> mercato, come<br />
quello del <strong>di</strong>stretto, presumibilmente ben conosciuto e <strong>di</strong> <strong>di</strong>mensioni<br />
non trascurabili. Si tratta qui <strong>di</strong> <strong>un</strong> evidente caso <strong>di</strong> economie esterne<br />
<strong>di</strong> agglomerazione; particolarmente importante quando 1’innovazione<br />
avviene in <strong>un</strong> luogo <strong>di</strong>stante (o com<strong>un</strong>que <strong>di</strong>verso) dal <strong>di</strong>stretto. In realtà ciò<br />
che costituisce 1’oggetto <strong>di</strong> questo tipo <strong>di</strong> economie <strong>di</strong> agglomerazione non<br />
è solo la trasmissione dello know what, il quale anzi è spesso com<strong>un</strong>icabile<br />
con mezzi che risentono meno della <strong>di</strong>stanza spaziale (com<strong>un</strong>icazioni<br />
personali me<strong>di</strong>ate, se non ad<strong>di</strong>rittura mass-me<strong>di</strong>a); ma anche, e a volte<br />
soprattutto, la trasmissione <strong>di</strong> know how cioè <strong>di</strong> informazioni su modalità,<br />
<strong>di</strong>fficoltà e risultati specifici dell’applicazione dell’innovazione.<br />
D’altra parte la trasmissione del know how può avvenire anche fra<br />
imprese adottanti e imprese potenzialmente adottanti. Il <strong>di</strong>scorso va qui<br />
<strong>di</strong>stinto in due livelli:<br />
- la trasmissione <strong>di</strong> know how da parte <strong>di</strong> imprese adottanti ad altre<br />
potenzialmente adottanti può essere <strong>di</strong> tipo solo implicito e in<strong>di</strong>retto:<br />
il successo nell’adozione da parte <strong>di</strong> <strong>un</strong>a o più imprese in<strong>di</strong>ca per<br />
analogia <strong>un</strong>a possibilità <strong>di</strong> successo ad imprese dalle caratteristiche<br />
simili. Qui evidentemente siamo nel campo più proprio dell’imitazione<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 39
(Alchian, 1950). Si può arguire da quanto detto in precedenza che<br />
le caratteristiche <strong>di</strong> agglomerazione e <strong>di</strong> “atmosfera” del <strong>di</strong>stretto<br />
favoriscano grandemente questi processi <strong>di</strong> imitazione;<br />
- vi può essere poi il passaggio <strong>di</strong>retto <strong>di</strong> know how. è vero che le<br />
imprese sono in genere interessate a ricevere informazioni, ma non a<br />
darle a imprese rivali. Questo fatto porrebbe seri dubbi sulla effettiva<br />
possibilità <strong>di</strong> <strong>un</strong> passaggio, e <strong>di</strong> <strong>un</strong> passaggio rapido, delle informazioni<br />
tecnologiche all’interno <strong>di</strong> queste organizzazioni decentralizzate. La<br />
<strong>di</strong>fficoltà può essere però superata grazie ai processi <strong>di</strong> mobilità <strong>di</strong><br />
tecnici e forza lavoro specializzata, innescati dalla stessa concorrenza<br />
e agevolati dalla concentrazione spaziale (Pro<strong>di</strong>, 1971). A questi fattori<br />
si possono aggi<strong>un</strong>gere gli effetti dell’“atmosfera industriale”: quando in<br />
<strong>un</strong> <strong>di</strong>stretto industriale si sviluppa <strong>un</strong>a tale “atmosfera”, allora “i misteri<br />
dell’industria sono nell’aria” (Marshall, 1972); e quin<strong>di</strong> non sono più<br />
tali. Fuori metafora, si può pensare che in <strong>un</strong> <strong>di</strong>stretto in cui vi è <strong>un</strong>a<br />
forte “cultura del lavoro”, del lavoro si parli anche fuori delle mura degli<br />
stabilimenti: al bar, sulla porta <strong>di</strong> casa (che in certi casi coincide con quella<br />
dell’officina), in famiglia magari fra membri che lavorano presso imprese<br />
<strong>di</strong>verse. Infine vanno ricordati i rapporti non market fra imprese.<br />
• Potenzialità <strong>di</strong> innovazione autonoma<br />
In base a <strong>un</strong>a tra<strong>di</strong>zionale interpretazione centrata sulle economie interne<br />
<strong>di</strong> scala nelle f<strong>un</strong>zioni R&D, le potenzialità <strong>di</strong> innovazione autonoma<br />
<strong>di</strong> <strong>un</strong> sistema <strong>di</strong> piccole imprese sembrerebbero molto ridotte. Le cose<br />
possono stare, almeno parzialmente, in modo <strong>di</strong>verso. Partiamo ancora<br />
dall’imitazione e consideriamo esplicitamente la <strong>di</strong>versificazione delle<br />
con<strong>di</strong>zioni esistenti fra imprese potenzialmente adottanti: a causa <strong>di</strong><br />
questa <strong>di</strong>versificazione, 1’imitazione non è riducibile a <strong>un</strong>’esatta replica<br />
dell’innovazione (Alchian, 1950; Thomas e Le Heron, 1975). L’adozione<br />
passa per <strong>un</strong> adattamento; adattamento che potrà essere tanto più originale<br />
quanto più elevate e <strong>di</strong>fferenziate sono le capacità professionali interne<br />
alle imprese. E quanto più rilevanti sono questi processi, tanto più labili<br />
<strong>di</strong>ventano i confini fra imitazione e innovazione.<br />
Il <strong>di</strong>scorso si articola se ci soffermiamo sul livello <strong>di</strong> analisi che abbiamo<br />
definito più proprio del sistema <strong>di</strong> imprese del <strong>di</strong>stretto industriale (i processi<br />
imitativi caratterizzando specificamente l’introduzione dell’innovazione<br />
nei “nuclei industriali”, i quali altresì presentano scarsa <strong>di</strong>fferenziazione<br />
<strong>di</strong> f<strong>un</strong>zioni produttive tra imprese). Si pensi alle possibilità offerte da<br />
figure specializzate nell’assorbimento e <strong>di</strong>ffusione <strong>di</strong> informazione tecnica<br />
ed economica (oltre che finanziaria e giuri<strong>di</strong>co-amministrativa) e da<br />
imprese ausiliarie per la costruzione, messa a p<strong>un</strong>to e manutenzione <strong>di</strong><br />
beni strumentali per i processi “principali” del <strong>di</strong>stretto. La possibilità <strong>di</strong><br />
40 Analisi delle inter<strong>di</strong>pendenze locali: alc<strong>un</strong>e premesse teoriche
frequenti e rapi<strong>di</strong> contatti personali fra i tecnici delle imprese “ausiliarie”<br />
o consulenti tecnici <strong>di</strong> vario tipo da <strong>un</strong>a parte e il personale delle imprese<br />
“principali” dall’altra costituisce forse la più rilevante manifestazione <strong>di</strong><br />
economie esterne <strong>di</strong> agglomerazione per quanto concerne i problemi che<br />
stiamo affrontando.<br />
Si tratta <strong>di</strong> <strong>un</strong> tipo particolare <strong>di</strong> progresso tecnico, che è innegabilmente<br />
omogeneo alle esigenze <strong>di</strong> flessibilità e <strong>di</strong>versificazione del <strong>di</strong>stretto e che<br />
spesso si confonde, interagendo, con gli stessi processi <strong>di</strong> organizzazione<br />
della produzione nel sistema delle imprese. C’è <strong>di</strong> più. La pluralità <strong>di</strong><br />
imprese all’interno del <strong>di</strong>stretto industriale trova <strong>un</strong>a causa potente <strong>di</strong><br />
riproduzione proprio in questo tipo <strong>di</strong> progresso tecnico: “Forse il più<br />
com<strong>un</strong>e processo <strong>di</strong> frammentazione (<strong>di</strong> imprese) è legato all’aumento <strong>di</strong><br />
conoscenze e professionalità degli in<strong>di</strong>vidui. Un nuovo processo è inventato,<br />
e quello che era <strong>un</strong> <strong>di</strong>pendente <strong>di</strong>venta impren<strong>di</strong>tore per sfruttarlo. Una<br />
professionalità si sviluppa all’interno <strong>di</strong> <strong>un</strong> certo impianto e <strong>un</strong> <strong>di</strong>pendente<br />
o più <strong>di</strong>pendenti realizzano <strong>di</strong> poter ottenere red<strong>di</strong>ti più alti mettendosi<br />
in proprio con <strong>un</strong> minimo <strong>di</strong> equipaggiamento tecnico e impiegando più<br />
largamente la professionalità acquisita” (Townroe, 1970, p. 19) ecc.. In<br />
<strong>un</strong>a company town il processo <strong>di</strong> <strong>di</strong>sintegrazione sarebbe evidentemente<br />
più <strong>di</strong>fficile, se non impossibile, mancando quel <strong>di</strong>fferenziato tessuto <strong>di</strong><br />
imprese specializzate che sorregge, come si è detto, la nascita <strong>di</strong> iniziative<br />
innovative e <strong>di</strong> piccole <strong>di</strong>mensioni. D’altra parte lo sviluppo <strong>di</strong> questo tipo <strong>di</strong><br />
progresso è strutturalmente frenato all’interno <strong>di</strong> <strong>un</strong>a grande impresa, specie<br />
se organizzata gerarchicamente (per <strong>un</strong>a vivace p<strong>un</strong>tualizzazione: Jacobs,<br />
1970, pp. 71-72). Queste considerazioni tendono com<strong>un</strong>que a trascurare<br />
l’importanza <strong>di</strong> innovazioni che incorporano i risultati delle ricerche <strong>di</strong><br />
laboratorio e che spesso richiedono investimenti ad alto rischio all’uopo<br />
destinati. Questi investimenti possono avere <strong>un</strong>a <strong>di</strong>mensione tale da essere<br />
del tutto al <strong>di</strong> fuori delle capacità economico-finanziarie e dell’esperienza<br />
<strong>di</strong> imprese <strong>di</strong> non gran<strong>di</strong> <strong>di</strong>mensioni. Ma anche questa <strong>di</strong>fficoltà può essere<br />
almeno in parte ri<strong>di</strong>mensionata all’interno <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>di</strong>stretto.<br />
Come si è detto fra le produzioni ausiliarie presenti nel <strong>di</strong>stretto vi sono<br />
anche quelle <strong>di</strong> costruzione e messa a p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> attrezzature e macchinari per<br />
i processi “principali” del <strong>di</strong>stretto. Si potrebbe ora ipotizzare che queste<br />
imprese “ausiliarie” riescano a sviluppare <strong>un</strong>a propria capacità innovativa<br />
research-intensive, nel contesto <strong>di</strong> <strong>un</strong>’estensione e <strong>di</strong>versificazione della<br />
propria clientela all’esterno dell’agglomerazione. Ebbene questa capacità<br />
innovativa può avvalersi delle imprese clienti all’interno del <strong>di</strong>stretto<br />
come <strong>di</strong> <strong>un</strong> “laboratorio esterno” (Bianchi-Falorni, 1981), si tratta <strong>di</strong><br />
<strong>un</strong> altro esempio, in certi casi molto importante, <strong>di</strong> economie esterne<br />
<strong>di</strong> agglomerazione legate alla facilità <strong>di</strong> contatti faccia a faccia. Vi può<br />
essere poi, in <strong>un</strong> processo <strong>di</strong> reazione agli squilibri secondo il modello<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 41
“attività <strong>di</strong>rettamente produttive-capitale fisso sociale” <strong>di</strong> Hirschman<br />
(1968), la spinta per <strong>un</strong>a istituzionalizzazione “locale” delle f<strong>un</strong>zioni <strong>di</strong><br />
ricerca e sviluppo, necessarie al sistema <strong>di</strong> imprese del <strong>di</strong>stretto, ma fuori<br />
della portata (anche per ragioni <strong>di</strong> esternalità; Kamien-Schwartz, 1977)<br />
delle singole imprese; istituzionalizzazione che può passare sia attraverso<br />
l’intervento <strong>di</strong> enti pubblici, sia attraverso la costituzione <strong>di</strong> cooperative e<br />
consorzi fra imprese per 1’esplicazione <strong>di</strong> queste attività. Occorrerebbe,<br />
per completezza, considerare anche i fenomeni <strong>di</strong> <strong>di</strong>stacco <strong>di</strong> personale<br />
scientifico <strong>di</strong> gran<strong>di</strong> laboratori pubblici o privati; ma su questo p<strong>un</strong>to non<br />
ci soffermeremo. Si può <strong>di</strong>re per concludere che la generazione cumulativa<br />
<strong>di</strong> innovazioni e la <strong>di</strong>fferenziazione <strong>di</strong> attività rende conto <strong>di</strong> <strong>un</strong> altro<br />
potente elemento <strong>di</strong> persistenza <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>di</strong>stretto industriale al variare delle<br />
con<strong>di</strong>zioni che giustificano il set <strong>di</strong> aree <strong>di</strong> specializzazione tecnologica e<br />
<strong>di</strong> mercato dello stesso in <strong>un</strong> certo periodo (Vernon, 1972; Jacobs, 1970);<br />
e ciò soprattutto quando tali con<strong>di</strong>zioni convergano con la presenza,<br />
all’interno della <strong>di</strong>visione del lavoro fra imprese del <strong>di</strong>stretto, <strong>di</strong> operatori<br />
specializzati nella commercializzazione dei prodotti, che tenendo contatti<br />
personali sia all’interno del <strong>di</strong>stretto che con mercati esterni, creano reti <strong>di</strong><br />
contatti in<strong>di</strong>spensabili in processi <strong>di</strong> “mutamento strategico”.<br />
3.4 Alc<strong>un</strong>e considerazioni sulle prospettive<br />
Decadenza <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>di</strong>stretto industriale non significa necessariamente<br />
trasformazione in area depressa <strong>di</strong> vecchia industrializzazione; lo sviluppo<br />
e la crescita possono continuare sullo stesso territorio in forme <strong>di</strong>verse<br />
e non più riconducibili a quelle che abbiamo attribuito al concetto <strong>di</strong><br />
<strong>di</strong>stretto industriale: la company town, e la grande città terziario-industriale<br />
in<strong>di</strong>cano possibili linee <strong>di</strong> trasformazione. Non ci soffermeremo com<strong>un</strong>que<br />
su questi processi <strong>di</strong> “metamorfosi”. Dalla <strong>di</strong>scussione svolta si possono<br />
sintetizzare alc<strong>un</strong>i p<strong>un</strong>ti chiave per <strong>un</strong>a riflessione sui fattori <strong>di</strong> decadenza<br />
dei <strong>di</strong>stretti industriali; riflessione che è evidentemente connessa a quella<br />
sugli elementi <strong>di</strong> prospettiva:<br />
-<br />
-<br />
-<br />
le esternalità: particolarmente importanti nel deterioramento ambientale<br />
strisciante (IRPET, 1975) e nei problemi posti da innovazioni ad alta<br />
soglia <strong>di</strong> investimento non frazionabile;<br />
la mancanza <strong>di</strong> risposta delle autorità pubbliche alle necessità poste<br />
dall’evolversi del rapporto “attività <strong>di</strong>rettamente produttive-capitale<br />
fisso sociale”; questo va spesso visto congi<strong>un</strong>tamente alle <strong>di</strong>fficoltà<br />
appena sopra ricordate;<br />
le forme <strong>di</strong> mercato interne al <strong>di</strong>stretto: 1’incapacità a realizzare<br />
“rapporti non market” fra imprese rappresenta <strong>un</strong> ostacolo allo sviluppo<br />
del <strong>di</strong>stretto industriale; ma <strong>un</strong> eccesso <strong>di</strong> accor<strong>di</strong> non concorrenziali può<br />
portare a sfruttare <strong>un</strong>a crisi <strong>di</strong> “mutamento strategico” nel senso della<br />
42 Analisi delle inter<strong>di</strong>pendenze locali: alc<strong>un</strong>e premesse teoriche
-<br />
-<br />
trasformazione in <strong>un</strong> sistema <strong>di</strong> grande impresa e produzione <strong>di</strong> massa o<br />
in <strong>un</strong> sistema corporativo dalle scarse potenzialità <strong>di</strong> sopravvivenza;<br />
gli equilibri sociali del <strong>di</strong>stretto: i complessi legami fra com<strong>un</strong>ità<br />
locale e società industrializzata possono rendere conto <strong>di</strong> cambiamenti,<br />
nelle strutture sociali locali, non facilmente integrabili nella “cultura<br />
industriale” del <strong>di</strong>stretto (IRPET, 1975 e 1976);<br />
la produzione <strong>di</strong> massa: se la produzione <strong>di</strong> massa e l’omogeneizzazione<br />
del mercato e quin<strong>di</strong> dei gusti delle persone rappresentassero <strong>un</strong>a<br />
tendenza storica in inesorabile approfon<strong>di</strong>mento e <strong>di</strong>ffusione, è<br />
evidente che gli “spazi strategici” per sistemi assimilabili al <strong>di</strong>stretto<br />
industriale sarebbero destinati a sparire, anche se magari poco per volta;<br />
sarebbero giustificate interpretazioni “residuali” o “interstiziali” del<br />
<strong>di</strong>stretto industriale. Ma forse le cose non stanno così. Secondo alc<strong>un</strong>i<br />
economisti, la <strong>di</strong>fferenziazione, la mutevolezza, l’impren<strong>di</strong>bilità del<br />
contesto in cui le imprese operano sono caratteristiche che nei sistemi<br />
capitalistici contemporanei tendono a superare i confini dei settori ad<br />
alto contenuto <strong>di</strong> moda (Ansoff, 1974; Tôrnguist, 1974; Vernon, 1972;<br />
Sabel e Zeitlin, 1982). Per <strong>di</strong>rla con J. Jacobs (1970): “il p<strong>un</strong>to è che<br />
per alc<strong>un</strong>i beni la produzione <strong>di</strong> massa è <strong>un</strong> ripiego: rappresenta solo<br />
<strong>un</strong> primo sta<strong>di</strong>o <strong>di</strong> sviluppo ed è valida solo come espe<strong>di</strong>ente fino a che<br />
non sia stata sviluppata la più avanzata produzione <strong>di</strong>fferenziata”.<br />
Non necessariamente gli spazi aperti della <strong>di</strong>fferenziazione sono propri<br />
dei <strong>di</strong>stretti industriali; ma sembra abbastanza probabile, almeno per quanto<br />
si è fin qui argomentato, che all’interno <strong>di</strong> questi spazi i <strong>di</strong>stretti industriali<br />
possono trovare proprie aree <strong>di</strong> specializzazione.<br />
Nella linea <strong>di</strong> sviluppo della <strong>di</strong>fferenziazione può essere inserita anche<br />
la crescita dell’economia dei servizi; qui il concetto <strong>di</strong> <strong>di</strong>stretto industriale<br />
non risulta in quanto tale adeguato, ma ancora appropriate può risultare <strong>un</strong><br />
ragionamento in termini <strong>di</strong> inter<strong>di</strong>pendenze locali.<br />
4. Il problema della delimitazione del <strong>di</strong>stretto industriale<br />
4.1 Distretto industriale: <strong>un</strong> “oggetto” o <strong>un</strong> “aggregato areale”?<br />
Una volta che sono state descritte le caratteristiche costitutive del <strong>di</strong>stretto<br />
industriale, in relazione ai fenomeni <strong>di</strong> inter<strong>di</strong>pendenza che ne delineano<br />
le possibili ragioni <strong>di</strong> esistenza, il compito che ora si prospetta è quello<br />
della sua in<strong>di</strong>viduazione. Piuttosto <strong>di</strong>ffusa è la <strong>di</strong>sattenzione al modo in<br />
cui gli oggetti sono delimitati, concentrandosi normalmente l’interesse<br />
dell’analista sugli aspetti sostantivi o modellistici dello stu<strong>di</strong>o geografico.<br />
Ma non mancano esempi <strong>di</strong> altro segno. Bauman, Fisher e Schubert<br />
(1982) hanno <strong>di</strong>mostrato gli effetti che <strong>di</strong>fferenti delimitazioni spaziali <strong>di</strong><br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 43
entità areali hanno sui risultati dell’analisi; si sono prodotte rassegne <strong>di</strong><br />
metodologie analitiche alternative per mostrare gli inevitabili margini <strong>di</strong><br />
arbitrarietà insiti nell’identificazione <strong>di</strong> entità areali (Openshaw, Sforzi e<br />
Wymer, 1982a); si è cercato <strong>di</strong> rilevare la presenza <strong>di</strong> “inganni ecologici”<br />
(Bianchi et al., 1982; Openshaw, Sforzi e Wymer, 1982b).<br />
In ogni caso quando l’indagine è <strong>di</strong>retta al comportamento dell’oggetto<br />
spaziale è cruciale sapere se l’oggetto sia in grado <strong>di</strong> esprimere <strong>un</strong><br />
comportamento. Si tratta del problema, ben noto ai geografi, della relazione<br />
fra “entificazione” e “quantificazione”, per cui l’atto <strong>di</strong> misurazione <strong>di</strong> <strong>un</strong><br />
oggetto deve essere preceduto dal suo riconoscimento, e “solo quando<br />
sono state trovate le cose giuste che devono essere misurate, le misurazioni<br />
sono degne <strong>di</strong> essere effettuate” (Gerard, 1972). Chapman (1977) <strong>di</strong>stingue<br />
tre tipi <strong>di</strong> oggetti: l’oggetto <strong>di</strong> stu<strong>di</strong>o “<strong>di</strong> primo or<strong>di</strong>ne”, l’aggregato areale<br />
e 1’aggregato non areale (quest’ultimo noto anche col nome <strong>di</strong> classe).<br />
Egli propone <strong>un</strong> test allo scopo <strong>di</strong> verificare se <strong>un</strong> oggetto è o no “<strong>di</strong> primo<br />
or<strong>di</strong>ne”. Tali “oggetti” dovrebbero avere la proprietà dei sistemi: l’intero<br />
dovrebbe essere più grande della somma delle parti; i confini dovrebbero<br />
separare l’oggetto dal mondo esterno; l’oggetto dovrebbe possedere<br />
<strong>un</strong> meccanismo interno <strong>di</strong> controllo in grado <strong>di</strong> rispondere agli stimoli,<br />
determinando <strong>un</strong> “comportamento” dell’oggetto. Una possibile gerarchia<br />
<strong>di</strong> oggetti, infatti, parte dagli atomi e dalle molecole (oggetti <strong>di</strong> interesse<br />
per le scienze fisiche) e arriva agli oggetti <strong>di</strong> più alto livello come le piante,<br />
gli animali, gli in<strong>di</strong>vidui e le famiglie (gli “oggetti <strong>di</strong> interesse” per le<br />
scienze biologiche e sociali). Lo Stato moderno può rispondere ancora<br />
ai criteri definitori <strong>di</strong> “oggetto <strong>di</strong> interesse”; in senso stretto, non è reso<br />
possibile rintracciare alc<strong>un</strong>a entità, con caratteri <strong>di</strong> oggetto naturale, fra la<br />
famiglia e lo Stato. Nel nostro caso potremmo assumere (con <strong>un</strong>a ipotesi<br />
molto forte, per l’autore cui ci riferiamo) che la Regione abbia più o meno<br />
i caratteri <strong>di</strong> <strong>un</strong>o Stato (confini costituzionali, potere legislativo, ecc.). Ma<br />
al <strong>di</strong> sotto -ed è il problema che ci occupa- ricadremmo inevitabilmente<br />
nell’arbitrarietà.<br />
La questione dell’entificazione è influenzata dal modo in cui vengono<br />
utilizzate proprietà e definizioni che in larga misura -anche se non in modo<br />
del tutto esplicito- vengono attinte dalla Teoria Generale dei Sistemi.<br />
Verificato, d<strong>un</strong>que, che l’oggetto <strong>di</strong> stu<strong>di</strong>o “<strong>di</strong> primo or<strong>di</strong>ne” dovrebbe<br />
esibire le proprietà dei sistemi -concreti, aggi<strong>un</strong>geremo noi- sembra più<br />
opport<strong>un</strong>o ricorrere esplicitamente alla definizione <strong>di</strong> sistema, per esempio,<br />
utilizzando quella fornita da Miller (1971), per cui <strong>un</strong> sistema concreto è<br />
<strong>un</strong>a concentrazione non casuale <strong>di</strong> materia-energia, in <strong>un</strong>a regione dello<br />
spazio-tempo fisico, che è organizzata in sottosistemi o componenti<br />
interagenti e inter<strong>di</strong>pendenti” (p. 52) e le <strong>un</strong>ità che lo costituiscono<br />
(sottosistemi, componenti, parti o membri) sono anch’esse sistemi concreti<br />
44 Analisi delle inter<strong>di</strong>pendenze locali: alc<strong>un</strong>e premesse teoriche
(Hall e Fagan, 1956). Naturalmente, alla definizione ora data si dovrebbero<br />
accompagnare, per completezza, le altre relative alle relazioni e alle<br />
variabili del sistema, alla sua apertura e chiusura, e al suo stato, che però<br />
possono essere attinte alle fonti citate.<br />
Questa procedura <strong>di</strong> riconoscimento pare adattarsi anche al caso <strong>di</strong> entità<br />
areali. Per la sua implementazione ci si può avvalere del suggerimento<br />
<strong>di</strong> identificare i confini del sistema concreto “con operazioni empiriche<br />
<strong>di</strong>sponibili all’<strong>un</strong>iversale riscontro scientifico piuttosto che stabilite<br />
concettualmente da <strong>un</strong> singolo osservatore” (Miller, 1971, p. 53). Che,<br />
alla fine, la valutazione dei risultati ottenuti applicando <strong>un</strong> tale criterio <strong>di</strong><br />
identificazione non rappresenti <strong>un</strong> compito agevole è <strong>un</strong> fatto ampiamente<br />
noto e <strong>di</strong>battuto, cosi come lo è quella relativa ai possibili meto<strong>di</strong> <strong>di</strong> analisi<br />
quantitativa che possono essere adottati (Bianchi et al., 1982; Openshaw,<br />
Sforzi e Wymer, 1982b).<br />
4.2 Il problema dell’<strong>un</strong>ità areale mo<strong>di</strong>ficabile<br />
Noti il carattere dell’entità areale -che deve costituire <strong>un</strong> sistema- e i<br />
criteri generali per effettuare il riconoscimento, resta il fatto che <strong>un</strong><br />
adeguato approccio geografico all’identificazione <strong>di</strong> entità areali prospetta<br />
il problema della loro mo<strong>di</strong>ficabilità e arbitrarietà, dato che i loro confini<br />
sono ottenuti raggruppando dati riferiti ad <strong>un</strong>ità spaziali elementari<br />
delimitate in modo arbitrario.<br />
Una conseguenza <strong>di</strong> ciò è che il riconoscimento dell’entità areale in questo<br />
sistema concreto presenta la probabilità <strong>di</strong> non essere effettuato in modo<br />
tale da poter includere dentro <strong>un</strong> confine tutti i suoi elementi costitutivi.<br />
Questa incertezza relativa all’identificazione degli oggetti in <strong>un</strong>o<br />
stu<strong>di</strong>o geografico è nota con 1’appellativo <strong>di</strong> “problema dell’<strong>un</strong>ità areale<br />
mo<strong>di</strong>ficabile” (Openshaw, 1981) e per quanto sia possibile esprimere<br />
<strong>un</strong>a valutazione sulla configurazione che le entità areali presenteranno a<br />
conclusione del processo <strong>di</strong> identificazione, resta il fatto ineliminabile che<br />
si tratta sempre <strong>di</strong> in<strong>di</strong>viduare frontiere in <strong>un</strong> processo vivente, e ciò che<br />
al meglio può essere fatto è <strong>un</strong>’identificazione “ragionevole” dei confini<br />
(Becattini, 1979; Georgescu Roegen, 1971).<br />
L’incertezza del non <strong>di</strong>sporre <strong>di</strong> argomenti conclusivi in favore <strong>di</strong><br />
<strong>un</strong>a configurazione <strong>di</strong> entità piuttosto che <strong>di</strong> <strong>un</strong>’altra, ottenute entrambe<br />
dal processo <strong>di</strong> identificazione, costituisce l’inevitabile conseguenza del<br />
processo stesso, perché misure effettuate su <strong>un</strong>ità in<strong>di</strong>viduali non-spaziali e<br />
in<strong>di</strong>visibili (le famiglie <strong>di</strong> censimento e le <strong>un</strong>ità locali produttive) <strong>di</strong>vengono<br />
misure relative ad <strong>un</strong>ità spaziali elementari, delimitate in modo arbitrario.<br />
Per quanto questo fenomeno sia stato riconosciuto ormai da molto<br />
tempo (Kendall e Yule, 1950) non sono stati ancora effettuati tentativi<br />
per risolverlo attraverso soluzioni pratiche. Di recente il problema è<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 45
stato posto nuovamente all’attenzione dei geografi (Openshaw, 1977a, b,<br />
1978a, b), attraverso lavori empirici fondati su <strong>un</strong> insieme <strong>di</strong> dati aggregati<br />
spazialmente <strong>un</strong>a o più volte in forme <strong>di</strong>verse per mostrare la gravità degli<br />
effetti prodotti.<br />
Nonostante possano esistere <strong>di</strong>fficoltà ad esprimere compiutamente<br />
valutazioni sul grado d’influenza delle <strong>un</strong>ità spaziali elementari sulla<br />
configurazione delle entità areali identificate, <strong>un</strong> compito della ricerca<br />
dovrebbe consistere nell’includere fra i suoi obiettivi anche quello <strong>di</strong><br />
verificare i confini dell’oggetto <strong>di</strong> stu<strong>di</strong>o. Prima <strong>di</strong> gi<strong>un</strong>gere a conclusioni<br />
definitive sul comportamento esibito del sistema, a partire dello stu<strong>di</strong>o del<br />
reticolo delle inter<strong>di</strong>pendenze che lo identifica, questo dovrebbe essere<br />
verificato con le conoscenze altrimenti già possedute sulla realtà indagata.<br />
Com<strong>un</strong>que, <strong>un</strong>a conseguenza pratica del problema dell’<strong>un</strong>ità areale<br />
mo<strong>di</strong>ficabile consisterà nell’utilizzare come <strong>un</strong>ità spaziale elementare per<br />
1’identificazione delle entità areali le sezioni <strong>di</strong> censimento piuttosto che<br />
le <strong>un</strong>ità com<strong>un</strong>ali. Ciò non eliminerà del tutto il pro blema, ma contribuirà<br />
certamente a ridurre gli effetti negativi, data la minore <strong>di</strong>somogeneità <strong>di</strong><br />
caratteri all’interno delle sezioni <strong>di</strong> censimento, per quanto delimitate in<br />
modo arbitrario, rispetto a quella delle <strong>un</strong>ità com<strong>un</strong>ali.<br />
Per rimuovere il problema dell’<strong>un</strong>ità areale mo<strong>di</strong>ficabile si possono<br />
utilizzare <strong>un</strong>ità <strong>di</strong> osservazioni non spaziali. In questo caso si <strong>di</strong>sporrebbe<br />
<strong>di</strong> <strong>un</strong>ità naturalmente (e non pres<strong>un</strong>tivamente) in<strong>di</strong>visibili che riflettono<br />
fedelmente il modo in cui sono rilevati e registrati i dati. Anche dal p<strong>un</strong>to<br />
<strong>di</strong> vista dell’omogeneità è evidente che per questo tipo <strong>di</strong> <strong>un</strong>ità <strong>di</strong> dati<br />
il rischio dell’inganno ecologico (Robinson, 1950) (<strong>di</strong> attribuire cioè<br />
agli elementi contenuti nell’<strong>un</strong>ità spaziale <strong>un</strong>’omogeneità maggiore <strong>di</strong><br />
quanto non possiedono nella realtà) è interamente rimosso. Si tratterebbe,<br />
in definitiva, per il problema dell’identificazione <strong>di</strong> entità areali che si<br />
accordano alla definizione <strong>di</strong> <strong>di</strong>stretto industriale, <strong>di</strong> elaborare dati relativi<br />
a singole <strong>un</strong>ità locali del censimento industriale e a singole famiglie <strong>di</strong><br />
quello demografico.<br />
In ogni modo si deve ricordare che l’incidenza, nel nostro caso, delle<br />
considerazioni relative alla natura sistemica dell’entità areale da identificare<br />
e al problema dell’<strong>un</strong>ità areale mo<strong>di</strong>ficabile, è drasticamente ridotta dalla<br />
duplice circostanza:<br />
- che non è, stricto sensu, necessario provare la natura <strong>di</strong> “sistema<br />
-<br />
concreto” o <strong>di</strong> “oggetto <strong>di</strong> interesse” del <strong>di</strong>stretto industriale, essendo<br />
sufficiente considerarlo <strong>un</strong> carattere del sistema locale che lo ospita;<br />
che il sistema locale che lo ospita è, certamente, <strong>un</strong> sistema (sub-regionale),<br />
in quanto regione f<strong>un</strong>zionale in termini <strong>di</strong> “sistema urbano giornaliero”:<br />
la sola entità che “approssimi i criteri <strong>di</strong> <strong>un</strong> oggetto alla scala interme<strong>di</strong>a<br />
fra la famiglia e lo Stato posti da Chapman (Coombes et al., 1982)<br />
46 Analisi delle inter<strong>di</strong>pendenze locali: alc<strong>un</strong>e premesse teoriche
4.3 Le inter<strong>di</strong>pendenze locali nel <strong>di</strong>stretto industriale: l’ipotesi <strong>di</strong> lavoro<br />
Ciò premesso si può avviare il tentativo <strong>di</strong> organizzare il proce<strong>di</strong>mento<br />
empirico per 1’identificazione delle componenti delle inter<strong>di</strong>pendenze<br />
<strong>di</strong> queste ultime e le quantificazioni possibili. Si può <strong>di</strong>re intanto che le<br />
tecniche statistiche della inter<strong>di</strong>pendence analysis (Boyce et al., 1974) e<br />
della correlazione canonica (Bartlett, 1941), <strong>di</strong> cui pure si dovrà eseguire<br />
l’applicazione, saranno probabilmente <strong>di</strong> scarso aiuto.<br />
La prima, infatti, sostituendo <strong>un</strong> insieme originale <strong>di</strong> variabili con<br />
<strong>un</strong> sotto-insieme ottimale più piccolo, tende a semplificare il compito<br />
della identificazione delle componenti. La seconda in<strong>di</strong>vidua e misura i<br />
legami fra due insiemi <strong>di</strong> variabili, mentre noi dovremmo considerare,<br />
simultaneamente, tutte le relazioni fra le variabili giu<strong>di</strong>cate rilevanti.<br />
Un ausilio meno in<strong>di</strong>retto potrebbe venire da tecniche input-output, sia<br />
pure limitatamente all’analisi delle inter<strong>di</strong>pendenze economico-produttive,<br />
anche se sono note le <strong>di</strong>fficoltà -peraltro non insuperabili- della stima <strong>di</strong><br />
matrici intersettoriali a scala sub-regionale (Bianchi, 1982).<br />
Un ulteriore accostamento al nostro problema si può conseguire<br />
ricorrendo alle rappresentazioni <strong>di</strong> tipo econometrico dei sistemi economici<br />
locali. Gli aspetti socio-culturali restano, evidentemente, inattingibili da<br />
queste tecniche, ma <strong>un</strong>a parte <strong>di</strong> quelli economico-sociali possono essere<br />
compresi in <strong>un</strong>’analisi che deve servire a rappresentare le connessioni <strong>di</strong><br />
inter<strong>di</strong>pendenza e stimare i singoli modelli. Ricorrendo ad <strong>un</strong>a delle strutture<br />
modellistiche più <strong>di</strong>ffuse (si veda, per esempio, Fullerton e Prescott, 1975),<br />
con <strong>un</strong> sistema <strong>di</strong> sei modelli (Popolazione, Lavoro, Capitale, Risorse<br />
naturali, Matrice interindustriale, Red<strong>di</strong>to) si identificano, con <strong>un</strong>a certa<br />
precisione, i collegamenti “in avanti” e “all’in<strong>di</strong>etro”. Ci spieghiamo con<br />
<strong>un</strong>a sola esemplificazione. Il Lavoro è collegato:<br />
-<br />
-<br />
all’in<strong>di</strong>etro: alla Popolazione (tramite i tassi <strong>di</strong> partecipazione e i livelli<br />
<strong>di</strong> urbanizzazione); alla Matrice interindustriale (tramite la produttività<br />
del lavoro); a se stesso (tramite la specializzazione del mix produttivo<br />
locale);<br />
in avanti: al Red<strong>di</strong>to (tramite 1’occupazione per posizione professionale);<br />
alla Popolazione (tramite i tassi netti <strong>di</strong> occupazione); a se stesso<br />
(tramite 1’occupazione per settore).<br />
Più <strong>di</strong>rettamente connesso al nostro campo <strong>di</strong> interesse è, poi, <strong>un</strong><br />
approccio recentemente proposto (Townroe e Roberts, 1980) per misurare<br />
le economie <strong>di</strong> agglomerazione (local external economies) e le potenzialità<br />
relative delle loro possibili fonti (sources). L’indagine è stata condotta su 53<br />
gruppi <strong>di</strong> prodotti (Product Groups) per le 61 Planning Sub-regions della<br />
Gran Bretagna. Le variabili (<strong>di</strong>pendenti) scelte per misurare i <strong>di</strong>fferenziali<br />
inter-area dell’impatto delle economie esterne locali sono: prodotto netto<br />
pro capite, prodotto netto meno salari e stipen<strong>di</strong> pro capite, <strong>un</strong> “in<strong>di</strong>ce <strong>di</strong><br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 47
efficienza”. La misura delle fonti <strong>di</strong> economie esterne locali è costituita<br />
dall’insieme delle variabili esplicative selezionate per rappresentare i tre<br />
tipi <strong>di</strong> economie <strong>di</strong> agglomerazione: economie interne <strong>di</strong> scala (variabili:<br />
occupati, <strong>un</strong>ità locali e prodotto netto per gruppo <strong>di</strong> prodotti, ecc.);<br />
economie <strong>di</strong> localizzazione (variabili: occupati, <strong>un</strong>ità locali e prodotto<br />
netto per gruppo <strong>di</strong> prodotti, ecc.), economie <strong>di</strong> urbanizzazione (<strong>un</strong>a l<strong>un</strong>ga<br />
lista <strong>di</strong> variabili costituenti misure <strong>di</strong>rette, in<strong>di</strong>rette o proxies relative a:<br />
forza lavoro, accessibilità ai servizi, <strong>di</strong>mensione delle agglomerazioni, altri<br />
caratteri delle sub-regioni).<br />
I risultati ottenuti sono del più vivo interesse per il nostro oggetto <strong>di</strong><br />
indagine e, nei limiti della <strong>di</strong>sponibilità dei dati occorrenti, l’esercizio<br />
andrà replicato, pur considerando che qui l’obiettivo è la spiegazione della<br />
variabilità interterritoriale e intersettoriale delle economie esterne, non<br />
l’identificazione delle inter<strong>di</strong>pendenze o la misura della loro intensità.<br />
Una metodologia che, invece, approssima molto il centro dei nostri<br />
interessi è, infine, quella Activity-Commo<strong>di</strong>ty Analysis (Barras e Broadbent,<br />
1975). Si assuma, esemplificando (e semplificando molto) che <strong>un</strong> sistema<br />
locale possa essere compiutamente descritto da quattro attività: Famiglie,<br />
Commercio, Produzione, Governo locale che, nello svolgimento delle<br />
loro attività, consumano-producono beni come: spazio, e<strong>di</strong>fici, lavoro,<br />
flussi finanziari (imposte), beni <strong>di</strong> consumo, beni capitali, materie prime,<br />
merci all’ingrosso, servizi pubblici locali. Allora 1’attività delle Famiglie<br />
“produce” lavoro per 1’occupazione nel Commercio, nella Produzione e<br />
nel Governo locale, mentre consuma beni finali e servizi pubblici locali. Il<br />
Governo locale “consuma” flussi finanziari (dal governo centrale e dalle<br />
imposte locali sulle Famiglie e la Produzione) e lavoro, mentre produce<br />
servizi per le Famiglie e la Produzione. Tutte le attività “consumano”<br />
risorse <strong>di</strong> base come lo spazio e gli e<strong>di</strong>fici. La rappresentazione, a fini<br />
operativi, viene naturalmente complicata dall’aggi<strong>un</strong>ta <strong>di</strong> nuove attività<br />
e <strong>di</strong> nuovi beni e dalla <strong>di</strong>saggregazione spaziale e settoriale.<br />
L’analisi assume, tipicamente, la forma matriciale (per riga i beni, per<br />
colonna le attività; le cifre delle celle -quantità e valori- sono precedute<br />
dal segno + o - a seconda che i beni siano prodotti o consumati) che<br />
permette -al <strong>di</strong> là della quantificazione- <strong>un</strong>a rappresentazione assai utile<br />
delle componenti (e delle loro interrelazioni) del sistema esaminato.<br />
Residua, evidentemente, il limite della imperfetta considerazione degli<br />
aspetti socio-culturali.<br />
Ciasc<strong>un</strong> approccio prima sinteticamente illustrato è reso suscettibile<br />
-lo si è visto- <strong>di</strong> recare contributi <strong>di</strong> varia rilevanza al nostro problema<br />
dell’analisi delle inter<strong>di</strong>pendenze locali. Per quanto lo consentiranno la<br />
<strong>di</strong>sponibilità <strong>di</strong> dati e <strong>di</strong> risorse, cercheremo <strong>di</strong> trarne profitto. Ma prima<br />
<strong>di</strong> condurre simili esperimenti, riteniamo <strong>di</strong> dover compiere i primi<br />
48 Analisi delle inter<strong>di</strong>pendenze locali: alc<strong>un</strong>e premesse teoriche
tre steps <strong>di</strong> <strong>un</strong> proce<strong>di</strong>mento <strong>di</strong> ricerca, analiticamente più naîve ma<br />
concettualmente più aderenti allo schema teorico <strong>di</strong> riferimento ass<strong>un</strong>to.<br />
Si tratta, primo step, <strong>di</strong> costruire a tavolino <strong>un</strong>a matrice delle<br />
inter<strong>di</strong>pendenze locali, che colleghi le componenti del sistema (<strong>un</strong>a<br />
<strong>di</strong>saggregazione opport<strong>un</strong>amente spinta delle classi: famiglie, imprese,<br />
governo locale, altre attività) secondo relazioni (presumibilmente<br />
multiple) identificative delle varie categorie <strong>di</strong> economie esterne e delle<br />
possibili aree <strong>di</strong> applicazione delle politiche (si vedano, per <strong>un</strong>a idea<br />
approssimativa, gli esempi al paragrafo 1.2).<br />
Si tratta, secondo step, <strong>di</strong> identificare all’interno dei sistemi subregionali,<br />
le aree a più elevata probabilità <strong>di</strong> ospitare “ispessimenti<br />
localizzati” dei reticoli <strong>di</strong> inter<strong>di</strong>pendenze. A tale scopo si replicherà -non<br />
appena <strong>di</strong>sponibili i dati elementari dei censimenti 1981- <strong>un</strong> esperimento<br />
<strong>di</strong> “zonizzazione” utilizzando la metodologia <strong>di</strong> analisi dell’area sociale<br />
più volte descritta e applicata.<br />
La novità dell’esperimento (<strong>un</strong> tentativo preliminare e parziale,<br />
utilizzando i dati del censimento 1971, è già stato condotto con risultati<br />
che incoraggiano a proseguire su questa strada) consiste nell’utilizzare<br />
variabili a tre livelli (com<strong>un</strong>ali; sezioni <strong>di</strong> censimento; in<strong>di</strong>viduali:<br />
famiglie e <strong>un</strong>ità locali) derivate sia dal censimento della popolazione che<br />
da quello dell’industria e integrate con dati <strong>di</strong> fonte <strong>di</strong>versa (consumi<br />
energetici, investimenti, red<strong>di</strong>to com<strong>un</strong>ale e per classi <strong>di</strong> famiglie, ecc.).<br />
In particolare sono stati costruiti due insiemi <strong>di</strong> variabili, <strong>un</strong>o riferito<br />
alle attività produttive, l’altro -<strong>di</strong>ciamo- alle caratteristiche ambientali.<br />
La <strong>di</strong>stinzione, com<strong>un</strong>que, è meramente descrittiva poiché non si tratta<br />
<strong>di</strong> spiegare le variabili <strong>di</strong> <strong>un</strong> insieme sulla base <strong>di</strong> quelle dell’altro,<br />
per esempio con <strong>un</strong>a regressione, ma <strong>di</strong> lavorare simultaneamente<br />
con tutte le variabili per generare entità areali caratterizzate dalla<br />
massimizzazione all’interno dell’associazione <strong>di</strong> caratteri e all’esterno<br />
della <strong>di</strong>fferenziazione fra le varie entità. Si tratta, infine, terzo ed ultimo<br />
step, del proce<strong>di</strong>mento preliminare <strong>di</strong> selezionare, sulla scorta dei risultati<br />
precedenti, il sistema sub-regionale più appropriato (<strong>di</strong>mensione ridotta,<br />
alto grado <strong>di</strong> inter<strong>di</strong>pendenze probabili) per condurvi <strong>un</strong>’esplorazione sul<br />
campo in modo da <strong>di</strong>segnare la mappa (qualitativa) del reticolo delle<br />
inter<strong>di</strong>pendenze empiricamente rilevabili.<br />
Contiamo <strong>di</strong> poter produrre alla prossima Conferenza Italiana <strong>di</strong><br />
Scienze Regionali i risultati <strong>di</strong> questo esperimento. Del resto, qui,<br />
c’eravamo riproposti solo <strong>di</strong> proporre alc<strong>un</strong>e premesse teoriche all’analisi<br />
delle inter<strong>di</strong>pendenze locali.<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 49
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54 Analisi delle inter<strong>di</strong>pendenze locali: alc<strong>un</strong>e premesse teoriche
SCHEMI NUMERICI, MODELLI INTERPRETATIvI, METODI DI PROGRAMMAZIONE*<br />
Giuliano Bianchi<br />
1. Schemi semplici e realtà complessa<br />
L’analista o il <strong>programmatore</strong>, che guar<strong>di</strong> al panorama <strong>di</strong> acute ten sioni, <strong>di</strong><br />
mutamenti vistosi, <strong>di</strong> equilibri instabili, <strong>di</strong> prospettive economi che incerte,<br />
peculiare <strong>di</strong> questo passaggio della nostra vita nazionale, e lo confronti con<br />
le ipotesi <strong>di</strong> or<strong>di</strong>ne e <strong>di</strong> relativa stabilità su cui poggia il quadro contabile <strong>di</strong><br />
<strong>un</strong>a matrice delle inter<strong>di</strong>pendenze settoriali, può an cora <strong>un</strong>a volta misurare<br />
la <strong>di</strong>fficoltà <strong>di</strong> racchiudere in <strong>un</strong>o schema nume rico la complessità dei<br />
processi economici e <strong>di</strong> quelli sociali e territoriali che vi sono connessi.<br />
Non intendo solo evocare i problemi classici, e da tempo identificati, della<br />
costruzione <strong>di</strong> tavole input-output nazionali o regionali. Voglio <strong>di</strong>re, invece,<br />
che quei problemi si presentano in forma aggravata oggi e nel nostro Paese.<br />
È, forse, troppo severo il giu<strong>di</strong>zio <strong>di</strong> Mariano D’Antonio, secondo<br />
il quale «l’impiego delle tavole interindustriali è in Italia ancora ad<br />
<strong>un</strong>o sta<strong>di</strong>o rozzo e primitivo» (D’Antonio, 1978), ma si può convenire<br />
con Paolo Costa, quando <strong>di</strong>mostra che, da noi, l’analisi input-output, e<br />
soprattutto quella regionale, ha ancora <strong>un</strong> l<strong>un</strong>go cammino da percorrere<br />
se è vero, come a me sembra, quanto egli scrive, e cioè che «i problemi <strong>di</strong><br />
costruzione delle tavole appaiono, al momento, più stu<strong>di</strong>ati dei problemi <strong>di</strong><br />
impiego dei modelli derivabili dalle stesse; tra i problemi <strong>di</strong> costru zione, le<br />
costruzioni con ‘meto<strong>di</strong> in<strong>di</strong>retti’ continuano a prevalere sulle costruzioni<br />
con ‘meto<strong>di</strong> <strong>di</strong>retti’; i modelli costruiti sono tutti a base <strong>un</strong>i-regionale, la<br />
possibilità <strong>di</strong> passare alla costruzione <strong>di</strong> modelli multiregionali sembra al<br />
presente piuttosto remota» (Costa, 1978).<br />
Se, poi, la regione <strong>di</strong> cui ci si occupa è la Toscana, allora bisogna mettere<br />
nel conto anche alc<strong>un</strong>e <strong>di</strong>fficoltà aggi<strong>un</strong>tive che sorgono dai caratteri<br />
strutturali e f<strong>un</strong>zionali del sistema economico (e non solo econo mico) <strong>di</strong><br />
questa regione (Becattini, 1975; IRPET, 1980e; Bianchi, 1981a).<br />
C’è, anzitutto, il carattere non <strong>un</strong>itario del sistema, per la presenza <strong>di</strong><br />
<strong>un</strong>a netta <strong>di</strong>fferenziazione, territoriale e sociale oltreché produttiva, fra le<br />
aree della piccola e me<strong>di</strong>a impresa dei settori tipici dell’industria leggera;<br />
le aree costiere della grande industria e del turismo intensivo; le aree <strong>di</strong><br />
campagna, <strong>di</strong>stinte peraltro da <strong>un</strong>a varietà <strong>di</strong> «agricolture» che vanno<br />
dalla floricoltura e dal vivaismo all’abbandono; le aree urbane a marcata<br />
* Testo contenuto in Bianchi G. (a cura <strong>di</strong>) (1982), Matrici intersettoriali dell’economia regionale<br />
e programmazione. Problemi teorici e applicazioni pratiche: esperienze a confronto, IRPET-Le<br />
Monnier, Firenze.<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 55
connotazione terziaria (alc<strong>un</strong>e a forte specializzazione turistico-culturale e<br />
con sintomi visibili <strong>di</strong> <strong>un</strong>’incipiente evoluzione «metropoli tana»): <strong>un</strong>a serie<br />
<strong>di</strong> ambienti, insomma, fra loro scarsamente interrelati, che reagiscono in<br />
modo <strong>di</strong>fferenziato alle sollecitazioni congi<strong>un</strong>turali, ai processi strutturali<br />
e agli impulsi delle politiche, rispondendo, in ultima istanza, a «logiche»<br />
economiche <strong>di</strong>stinte.<br />
I processi produttivi dell’industria, inoltre, presentano configurazioni<br />
spesso assai <strong>di</strong>verse anche all’interno dello stesso settore, grazie all’elevata<br />
flessibilità nella combinazione dei fattori, propria <strong>di</strong> <strong>un</strong> apparato <strong>di</strong> piccole<br />
e piccolissime imprese, specializzate per prodotti, parti <strong>di</strong> prodotto,<br />
fasi <strong>di</strong> processo, sì che non <strong>di</strong> rado risultano più fitte le inter<strong>di</strong> pendenze<br />
infrasettoriali <strong>di</strong> quelle intersettoriali. Né si deve <strong>di</strong>menticare la sostanziale<br />
impermeabilità alle procedure conoscitive (<strong>un</strong> fenomeno, certo, non solo<br />
toscano) dei livelli produttivi (che, peraltro, lasciano traccia nei consumi<br />
<strong>di</strong> energia elettrica e nei flussi d’export) e della quota, probabilmente<br />
cospicua, d’occupazione non registrata dalle stati stiche ufficiali.<br />
Il sistema regionale, infine, concluso il ciclo dell’industrializzazione<br />
post-bellica, sembra attraversare <strong>un</strong>a fase, tutt’altro che lineare, <strong>di</strong><br />
trasformazione e mutamento.<br />
Come si vede non mancavano davvero le ragioni che avrebbero<br />
sconsigliato <strong>di</strong> avviare <strong>un</strong>’impresa come quella della costruzione <strong>di</strong> <strong>un</strong>a<br />
ta vola input-output (d’ora in poi: matrice) per la Toscana.<br />
Se abbiamo deciso <strong>di</strong> promuovere il progetto non è stato, quin<strong>di</strong>, né<br />
perché ne ignoravamo le intrinseche <strong>di</strong>fficoltà, né perché fossimo ammaliati<br />
dalla prospettiva dei suggestivi orizzonti che, secondo <strong>un</strong>a nota pa gina <strong>di</strong><br />
Isard e Langford, si aprono allorché si possieda <strong>un</strong>a matrice regionale:<br />
la possibilità <strong>di</strong> indagare e governare problemi quali la localizzazione<br />
industriale, il controllo degli usi del territorio, le politiche della casa,<br />
la programmazione dei trasporti, l’inter<strong>di</strong>pendenza finanziaria fra gli<br />
enti locali, la <strong>di</strong>soccupazione, la scuola, l’assistenza sociale, il controllo<br />
dell’inquinamento idrico e atmosferico, ecc.. è noto che, trascinati<br />
dall’entusiasmo, i due famosi autori annettono al territorio <strong>di</strong> compe tenza<br />
dell’ input-output regionale anche i problemi della delinquenza giovanile<br />
e del <strong>di</strong>sarmo (Isard e Langford, 1969: in effetti, gli autori utiliz zano la<br />
tavola input-output <strong>un</strong>iregionale <strong>di</strong> Philadelphia per stu<strong>di</strong>are gli effetti<br />
della guerra del Vietnam sull’economia locale, accertando che <strong>un</strong>a spesa<br />
aggi<strong>un</strong>tiva dovuta alla guerra <strong>di</strong> 284 milioni <strong>di</strong> dollari generava <strong>un</strong> extraoutput<br />
<strong>di</strong> 996 milioni <strong>di</strong> dollari: è inquietante sapere che se la stessa spesa<br />
aggi<strong>un</strong>tiva fosse stata destinata alla scuola e all’e<strong>di</strong>lizia po polare l’impatto<br />
totale sarebbe stato inferiore <strong>di</strong> 40 milioni <strong>di</strong> dollari). In verità, nel 1977,<br />
la nostra decisione <strong>di</strong> varare il progetto per la costruzione <strong>di</strong> <strong>un</strong>a matrice<br />
intersettoriale toscana (MIT) si fondò su più tranquille considerazioni: il<br />
56 Schemi numerici, modelli interpretativi, meto<strong>di</strong> <strong>di</strong> programmazione
sostanziale affinamento delle tecniche input-output <strong>di</strong> questi ultimi tempi,<br />
<strong>un</strong>a certa accumulazione <strong>di</strong> esperienze po sitive, la promozione <strong>di</strong> progetti<br />
analoghi in altre regioni italiane, <strong>un</strong>a maggiore apertura dell’ISTAT alle<br />
esigenze regionali. Anche la felice con clusione del progetto scozzese e i<br />
primi concreti risultati delle sue appli cazioni pratiche ci confortarono non<br />
poco nel prendere <strong>un</strong>a decisione che, ridotta al suo nocciolo essenziale,<br />
significava vincere <strong>un</strong>a ra<strong>di</strong>cata (e tutt’altro che immotivata) riluttanza<br />
a «modellizzare» <strong>un</strong>a realtà come quella toscana, complicata e ambigua<br />
anche nel suo scheletro economico ma ad<strong>di</strong>rittura sfuggente nelle sue<br />
connotazioni socio-culturali, la cui in terpretazione <strong>un</strong>itaria rappresentava<br />
il risultato centrale della tra<strong>di</strong>zione <strong>di</strong> ricerca dell’IRPET.<br />
2. Gli obbiettivi del progetto per la matrice intersettoriale to scana<br />
(progetto MIT)<br />
Com<strong>un</strong>que, accertata l’esistenza <strong>di</strong> quelle pre-con<strong>di</strong>zioni, stimolati da<br />
altri esempi, convinti della necessità <strong>di</strong> <strong>un</strong>a rappresentazione semplice ma<br />
completa delle componenti del sistema regionale e della rete delle loro<br />
interazioni, almeno limitatamente alla struttura economica, si ri tenne <strong>di</strong> poter<br />
promuovere, con qualche speranza <strong>di</strong> successo, il progetto per la matrice<br />
toscana, assegnandogli alc<strong>un</strong>i obbiettivi fondamentali (cfr. oltre ai contributi<br />
pubblicati in questo volume: IRPET, 1980d; Ba gliori 1980a e 1980b).<br />
2.1 Il primo, quello <strong>di</strong> contribuire ad organizzare in <strong>un</strong> quadro <strong>un</strong>itario<br />
e coerente le conoscenze sulla struttura produttiva della Toscana, così<br />
come si era conformata per opera del processo <strong>di</strong> sviluppo post-bellico, ma<br />
ora probabilmente in <strong>un</strong>a nuova delicata fase <strong>di</strong> transizione. In proposito<br />
debbo forse ricordare, sia pur rapidamente, come la l<strong>un</strong>ga <strong>di</strong>scussione sullo<br />
sviluppo economico della Toscana (<strong>un</strong>a <strong>di</strong>scus sione che ha abbracciato<br />
tutta la seconda metà degli anni Settanta, pro vocata e alimentata<br />
prevalentemente -ma non certo esclusivamente- dai contributi dell’IRPET)<br />
abbia originato alc<strong>un</strong>e «controversie» come quelle circa: il ruolo giocato<br />
dalla piccola o dalla grande impresa; i comportamenti passati, o auspicabili<br />
in <strong>un</strong> quadro <strong>di</strong> politica economica, del settore privato o <strong>di</strong> quello a capitale<br />
pubblico; il <strong>di</strong>namismo e l’affi dabilità in prospettiva dei settori cosiddetti<br />
«tipici» (tessile, abbiglia mento, cuoio, calzature, legno e mobilio, ecc.) e<br />
comparativamente degli «altri» (<strong>di</strong> base o «nuovi»); i vantaggi e i rischi<br />
relativi <strong>di</strong> <strong>un</strong> sistema export-oriented rispetto ad <strong>un</strong>o più in<strong>di</strong>rizzato a<br />
sbocchi mercantili in terni; la pericolosità comparata della competizione<br />
sui mercati interna zionali dei prodotti toscani da parte dei paesi avanzati<br />
e da quelli in via <strong>di</strong> sviluppo; l’esistenza o meno <strong>di</strong> caratteri <strong>di</strong>fferenziali<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 57
tra le manifesta zioni della crisi in Toscana e nel complesso del Paese; la<br />
valutazione, positiva, negativa o problematica, degli andamenti dell’ultimo<br />
periodo e delle prospettive a me<strong>di</strong>o termine (per <strong>un</strong>a succosa e intelligente<br />
rico struzione del <strong>di</strong>battito, cfr. Flori<strong>di</strong>a, 1981).<br />
Successivamente la <strong>di</strong>scussione si è posta il problema <strong>di</strong> come<br />
interpretare alc<strong>un</strong>i innegabili, ma tutt’altro che <strong>un</strong>ivoci, segni <strong>di</strong> novità<br />
nell’economia regionale; se come avvio <strong>di</strong> <strong>un</strong>a nuova fase dello sviluppo<br />
re gionale o come crisi irreversibile <strong>di</strong> quella che fin qui si era chiamata la<br />
«formula toscana».<br />
Il p<strong>un</strong>to è evidentemente <strong>di</strong> <strong>un</strong>a certa delicatezza, in specie dal p<strong>un</strong>to <strong>di</strong><br />
vista dell’ipotesi -niente affatto garantita ma nemmeno del tutto ne gata- <strong>di</strong><br />
<strong>un</strong> possibile decollo operativo della programmazione regio nale.<br />
Da qui -nel <strong>di</strong>battito toscano- il quasi <strong>un</strong>anime riconoscimento della<br />
necessità <strong>di</strong> spingere l’analisi oltre la misura delle oscillazioni <strong>di</strong> breve<br />
periodo per identificare i trends strutturali attivati dall’interazione tra<br />
meccanismi endogeni (che, nella persistente <strong>di</strong>versità -già ricordata- tra<br />
i meccanismi degli «ambienti» economico-territoriali della To scana,<br />
esprimono <strong>un</strong>a significativa vivacità <strong>di</strong> certe produzioni «interme <strong>di</strong>e»<br />
del manifatturiero) e fattori esogeni (la posizione dei prodotti to scani sui<br />
mercati mon<strong>di</strong>ali nella contrastata e per ora non conclusa vi cenda della<br />
re<strong>di</strong>stribuzione dei ruoli).<br />
Non si è, invece, ancora prodotta <strong>un</strong>a significativa convergenza <strong>di</strong><br />
giu<strong>di</strong>zi -e nemmeno <strong>un</strong> apprezzabile confronto <strong>di</strong> opinioni- circa la qualità<br />
e gli esiti delle trasformazioni avvenute nel corso degli anni Set tanta, le<br />
cui <strong>di</strong>namiche (e soprattutto la possibilità <strong>di</strong> <strong>un</strong>a nitida decifrazione) sono<br />
peraltro non poco perturbate dall’impatto della crisi mon <strong>di</strong>ale e nazionale.<br />
Chi scrive ha proposto <strong>un</strong>’ipotesi interpretativa (cfr. Bianchi, 1982b)<br />
che, drasticamente semplificata, può essere così riass<strong>un</strong>ta nelle sue linee<br />
essenziali:<br />
a) nel decennio passato l’interazione tra fattori endogeni e meccani smi<br />
endogeni ha attivato alc<strong>un</strong>i processi:<br />
- <strong>un</strong>’ulteriore specializzazione manifatturiera dell’apparato pro duttivo<br />
regionale, con <strong>un</strong> lento declino dei settori tipici e <strong>un</strong>a meno lenta ma<br />
non impetuosa crescita dei settori «nuovi» (per la Toscana);<br />
- <strong>un</strong> sensibile incremento della produttività nel complesso delle produzioni<br />
manifatturiere;<br />
- <strong>un</strong>’ancora più marcata specializzazione esportatrice dell’indu stria<br />
regionale;<br />
-<br />
<strong>un</strong> comportamento demografico che si allinea a quello delle economie<br />
mature (le nascite non bilanciano più le morti e <strong>un</strong> saldo mi gratorio<br />
positivo non pareggia più il deficit naturale; alla fine del decen nio, per<br />
la prima volta, la popolazione toscana decresce in valore asso luto);<br />
58 Schemi numerici, modelli interpretativi, meto<strong>di</strong> <strong>di</strong> programmazione
- la <strong>di</strong>stribuzione dell’occupazione nei tre gran<strong>di</strong> settori (agricol tura,<br />
industria, servizi) evidenzia <strong>un</strong>a novità <strong>di</strong> rilievo: l’occupazione dei<br />
servizi, nel 1977, supera quella industriale (così come, nel 1955, quella<br />
industriale aveva superato l’occupazione agricola);<br />
b) quei processi stanno inducendo delle vere e proprie «mutazioni» nella<br />
struttura economica, sociale e territoriale della Toscana, che mo<strong>di</strong> ficano<br />
profondamente i «modelli» caratteristici dello sviluppo regionale postbellico:<br />
- l’aumento del capitale fisso produttivo (investimenti in macchi nari<br />
e tecnologie) rende meno labour intensive il «modello produttivo»:<br />
aumenta il prodotto ma ristagna e talvolta declina l’occupazione;<br />
- <strong>di</strong>ventano apprezzabili le prime manifestazioni corpose <strong>di</strong> terziario<br />
-<br />
superiore: informatica, attività promozionali, ecc.; mentre si per cepisce<br />
l’emergere, sulla base <strong>di</strong> <strong>un</strong>a prestigiosa tra<strong>di</strong>zione metalmecca nica,<br />
<strong>di</strong> quote <strong>di</strong> industria interme<strong>di</strong>a (interme<strong>di</strong>a per le tecnologie e per la<br />
collocazione intersettoriale, fra i settori <strong>di</strong> base e i settori finali), che<br />
si affiancano all’industria tipica tra<strong>di</strong>zionale. Terziario superiore e<br />
indu stria interme<strong>di</strong>a arricchiscono e «ammodernano» il «modello <strong>di</strong><br />
industrializzazione» ere<strong>di</strong>tato dal processo <strong>di</strong> sviluppo post-bellico;<br />
il «modello territoriale» delle «quattro Toscane» (campagna urbanizzata,<br />
aree turistico-industriali, aree urbane, campagna) subisce <strong>un</strong>a robusta<br />
sollecitazione per l’effetto congi<strong>un</strong>to <strong>di</strong> <strong>un</strong>a industrializza zione che si<br />
<strong>di</strong>ffonde dalla campagna urbanizzata investendo quasi tutta la campagna<br />
valliva e costiera e <strong>di</strong> <strong>un</strong>’incipiente evoluzione metropolitana del sistema<br />
urbano della Toscana centrale.<br />
Ecco: la matrice dovrà aiutarci a organizzare, approfon<strong>di</strong>re, controllare<br />
le conoscenze su questa fase dello sviluppo regionale. Certo, <strong>di</strong>nami smo e<br />
specificazione spaziale dei processi (per non <strong>di</strong>re delle loro quali ficazioni<br />
socio-culturali) si adattano malissimo a <strong>un</strong>o schema per defini zione statico,<br />
macroeconomico e quantitativo come quello della matrice. Ma alla Matrice<br />
Intersettoriale Toscana 1978 (MIT 78) noi chie<strong>di</strong>amo <strong>di</strong> far luce sulla<br />
struttura produttiva regionale fotografata nel corso del se condo ciclo del<br />
processo <strong>di</strong> industrializzazione. E dall’analisi dei flussi del suo commercio<br />
esterno vogliamo sapere qualcosa <strong>di</strong> affidabile sulla sua collocazione<br />
nella specializzazione internazionale e interregionale delle produzioni. Le<br />
stesse «cornici» della tavola, pur nella loro irrime <strong>di</strong>abile povertà numerica,<br />
possono essere rese eloquenti da <strong>un</strong>a lettura sensibile e competente: le<br />
«righe» degli inputs primari e le «colonne» della domanda finale potranno<br />
essere interrogate circa i rapporti fra la voro e processi produttivi e fra<br />
famiglie, imprese, governo locale. La ma trice resterà «geometrica»: ma<br />
perché non si può chiedere «finezza» al l’analista?<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 59
2.2 In attesa che le ipotesi interpretative sul nuovo ciclo dello sviluppo<br />
toscano possano essere confermate, mo<strong>di</strong>ficate o smentite dalla ricerca<br />
(anche grazie al contributo della matrice), si deve riconoscere che i<br />
responsabili della programmazione regionale mostrano <strong>di</strong> aver percepito<br />
i segni <strong>di</strong> novità, <strong>di</strong> cui si rintracciano ampie testimonianze nella parte<br />
<strong>di</strong> analisi dei documenti programmatici che precede la formulazione delle<br />
politiche (Regione Toscana, 1981).<br />
Descrivere la strategia <strong>di</strong> politica economica che i documenti della<br />
programmazione regionale propongono per farvi fronte esula dai limiti <strong>di</strong><br />
queste considerazioni. In estrema sintesi si può <strong>di</strong>re che si è immagi nato<br />
<strong>un</strong> insieme <strong>di</strong> programmi e <strong>di</strong> progetti, per settori e per aree terri toriali,<br />
orientati in queste <strong>di</strong>rezioni:<br />
-<br />
-<br />
-<br />
la valorizzazione delle risorse naturali (agricoltura, miniere, fonti<br />
energetiche, acqua), me<strong>di</strong>ante il rilancio <strong>di</strong> attività in declino e la<br />
promozione <strong>di</strong> attività nuove;<br />
la riqualificazione dei settori tipici, sia dal lato produttivo (nel l’ipotesi<br />
<strong>di</strong> dover cedere le produzioni meno qualificate e meno competi tive) che<br />
da quello mercantile, p<strong>un</strong>tando a rendere endogene al sistema f<strong>un</strong>zioni<br />
<strong>di</strong> interme<strong>di</strong>azione come quelle dei buyers, che secondo nostre stime<br />
controllano gli sbocchi <strong>di</strong> mercato <strong>di</strong> <strong>un</strong> quarto delle produzioni tipiche,<br />
mentre forniscono sofisticate prestazioni da terziario superiore all’intero<br />
paese, se è vero che il 60% <strong>di</strong> certi flussi d’export, le maglierie per<br />
esempio, sono alimentati da produzioni extra-toscane;<br />
spinta dall’industria tipica e trainata dal rilancio dei settori <strong>di</strong> base, ne<br />
dovrebbe derivare l’attivazione <strong>di</strong> quei nuclei <strong>di</strong> «industria in terme<strong>di</strong>a»<br />
che hanno, recentemente, mostrato <strong>un</strong>a <strong>di</strong>screta vivacità, come provano<br />
gli ampliamenti del potenziale produttivo e delle <strong>di</strong>men sioni me<strong>di</strong>e,<br />
l’intensificazione dell’utilizzo della capacità produttiva e -in alc<strong>un</strong>i<br />
perio<strong>di</strong>- le straor<strong>di</strong>narie prestazioni all’export delle industrie della<br />
plastica, della gomma, dell’acciaio, dell’elettromeccanica (Bianchi e<br />
Falorni, 1980).<br />
Ora -se si prescinde per <strong>un</strong> momento dalle con<strong>di</strong>zioni <strong>di</strong> «implementabilità»<br />
pratica <strong>di</strong> <strong>un</strong> siffatto <strong>di</strong>segno per limitarsi all’esercizio lo gico della<br />
valutazione <strong>di</strong> coerenza fra analisi e politiche- è del tutto evidente che <strong>un</strong>a<br />
strategia del genere richiede <strong>un</strong>a progettazione «fine» degli interventi e<br />
<strong>un</strong>a valutazione attenta delle alternative. Da qui il se condo obbiettivo del<br />
progetto MIT: rendere <strong>di</strong>sponibile <strong>un</strong>o strumento applicabile, entro certi<br />
limiti, al miglioramento dei processi decisionali della politica economica a<br />
scala regionale.<br />
Gli stessi documenti della programmazione toscana, del resto, sembrano<br />
alludere a <strong>un</strong> approccio in termini <strong>di</strong> matrici quando parlano della<br />
necessità <strong>di</strong> <strong>un</strong> «ispessimento del sistema delle relazioni interindustriali»,<br />
60 Schemi numerici, modelli interpretativi, meto<strong>di</strong> <strong>di</strong> programmazione
nel quadro <strong>di</strong> <strong>un</strong> rafforzamento «delle inter<strong>di</strong>pendenze fra i settori e, più in<br />
generale, fra grande e piccola impresa, fra impresa pubblica e pri vata».<br />
Le più utili applicazioni a cui si può fin d’ora pensare sono, oltre a quelle<br />
classiche della stima degli effetti sulle grandezze economiche rilevanti<br />
(produzione lorda, occupazione, ecc.) <strong>di</strong> variazioni della spesa finale, quelle<br />
della valutazione ex-ante, della fattibilità prima e delle con seguenze poi, <strong>di</strong><br />
strategie alternative in materia <strong>di</strong> investimenti e <strong>di</strong> spesa pubblica e quelle<br />
del calcolo delle possibili conseguenze <strong>di</strong> mo<strong>di</strong>ficazioni nella bilancia<br />
commerciale o nella struttura dell’occupazione o del si stema produttivo.<br />
In effetti, se la matrice si rivelerà affidabile, le sue applicazioni non<br />
dovrebbero costituire <strong>un</strong> problema: non mancano tecniche abbastanza<br />
sperimentate (del resto, per i nostri scopi, la tecnica input-output si può<br />
ritenere relativamente «matura»). La nostra ambizione, tuttavia, è quella<br />
<strong>di</strong> gi<strong>un</strong>gere ad applicazioni che non siano meri esercizi scolastici per<br />
attingere effettivamente il livello dell’ausilio ai processi decisionali. Prima<br />
che l’eventuale lettore <strong>di</strong> queste note maturi il sospetto <strong>di</strong> vedervi sin tomi<br />
<strong>di</strong> <strong>un</strong> ingenuo entusiasmo, voglio <strong>di</strong>chiarare subito che so bene come <strong>un</strong>a<br />
matrice consenta solo simulazioni assai semplificate degli eventi e delle<br />
loro ripercussioni: ma si tratta <strong>di</strong> esercizi che hanno i gran<strong>di</strong> vantaggi<br />
della quantificazione e del vincolo a considerare, simul taneamente, tutte le<br />
grandezze in gioco e a controllarne la compatibilità.<br />
2.3 Lo stesso controllo <strong>di</strong> compatibilità la matrice lo impone,<br />
inevitabilmente, ai dati che vi si immettono, quale che sia la loro fonte:<br />
statisti che ufficiali, rilevazioni <strong>di</strong>rette, stime ad hoc.<br />
è per questo che nel nostro progetto la realizzazione della matrice<br />
viene vista come «<strong>un</strong> momento dell’impostazione e della costruzione <strong>di</strong> <strong>un</strong><br />
organico e coerente sistema <strong>di</strong> conti economici regionali e, più in ge nerale,<br />
<strong>di</strong> <strong>un</strong> completo e coerente sistema informativo regionale» (IRPET, 1980d).<br />
Si tratta del terzo obbiettivo del progetto MIX dell’IRPET.<br />
La questione è complessa e per quanto molte volte <strong>di</strong>scussa si dovrà<br />
tornar presto ad occuparsene (Bianchi, 1978). Il lento processo <strong>di</strong> riforma<br />
dell’ISTAT, lo stato <strong>di</strong> collasso <strong>di</strong> molti canali informativi affidati alle<br />
Regioni, la necessità <strong>di</strong> <strong>un</strong> utilizzo appropriato dei risultati dei re centi<br />
censimenti economici e demografici, richiedono alla Toscana come a tutte<br />
le altre Regioni <strong>di</strong> dare <strong>un</strong>’elevata priorità ai problemi dell’infor mazione<br />
economico-sociale e <strong>di</strong> aprire, nei fatti, <strong>un</strong> nuovo rapporto, an zitutto con<br />
l’ISTAT e le Camere <strong>di</strong> Commercio, poi con le categorie eco nomiche e gli<br />
enti locali, gli organismi bancari, previdenziali, le imprese pubbliche, ecc.<br />
Un rapporto nel corso del quale cominciare a <strong>di</strong>scutere, se si vuole, <strong>di</strong> quello<br />
che, <strong>un</strong> po’ enfaticamente, ho definito «sistema in formativo regionale», ma<br />
avendo chiaro che sarebbe già <strong>un</strong> esito <strong>di</strong> straor<strong>di</strong>naria importanza se si<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 61
iuscisse a gestire razionalmente le stati stiche economiche e sociali definendo<br />
-nel concerto dei vari produttori-utilizzatori- gli standard della produzione e<br />
dell’accumulazione dei dati e le regole dello scambio informativo.<br />
Restando all’interno dell’or<strong>di</strong>namento regionale si può <strong>di</strong>re <strong>di</strong><br />
possedere <strong>un</strong> para<strong>di</strong>gma che consente -almeno così spero- <strong>di</strong> inquadrare<br />
appropriatamente la matrice in quello che ho creduto <strong>di</strong> poter chiamare<br />
il «modello informativo del sistema regionale <strong>di</strong> programmazione»<br />
(Bianchi, 1981b), In questo «modello» i flussi informativi generati dalle<br />
varie rilevazioni statistico-amministrative (nazionali, regionali e locali)<br />
assicurano il ritmo informativo <strong>di</strong> base, cioè gli inputs informativi che<br />
alimentano i fon<strong>di</strong> informativi (cioè gli archivi: «multiscopo», quelli<br />
generali prodotti dalla cooperazione fra i soggetti informativi alle varie<br />
scale territoriali; «<strong>di</strong> lavoro», quelli derivati dai precedenti per selezione<br />
secondo le esigenze degli organi della programmazione).<br />
Fon<strong>di</strong> e flussi informativi rappresentano la materia prima destinata ad<br />
essere elaborata me<strong>di</strong>ante gli strumenti <strong>di</strong> analisi:<br />
- <strong>di</strong> analisi permanente (e sono gli «osservatore <strong>di</strong> settore»: in teoria,<br />
tanti quanti sono i settori <strong>di</strong> intervento: mercato del lavoro, turi smo,<br />
agricoltura, ecc.);<br />
- <strong>di</strong> analisi periodale (e corrispondono alla pratica <strong>di</strong> reporting: rapporti<br />
perio<strong>di</strong>ci, normalmente annuali, sul sistema complessivo o su sue parti:<br />
popolazione, occupazione, esportazione, ecc.);<br />
- <strong>di</strong> analisi strutturale (e saranno, normalmente, modelli forma lizzati del<br />
sistema regionale o <strong>di</strong> sue componenti; se il «modello» è <strong>un</strong>a tavola<br />
input-output la sua centralità è ovvia come area <strong>di</strong> intersezione e luogo<br />
<strong>di</strong> controllo <strong>di</strong> <strong>un</strong>a molteplicità <strong>di</strong> informazioni originate dalle più<br />
<strong>di</strong>verse fonti).<br />
3. Le matrici regionali e l’articolazione multiregionale e infraregionale<br />
dell’analisi a fini <strong>di</strong> programmazione<br />
3.1 Va da sé che le esigenze <strong>di</strong> rendere più organica la conoscenza<br />
sulle economie regionali, <strong>di</strong> migliorare i processi decisionali della<br />
programmazione, <strong>di</strong> <strong>di</strong>sporre d’<strong>un</strong> adeguato sistema informativo non son<br />
certo esclusive della Toscana, se non per le particolari configurazioni che<br />
evidentemente assumono in questa specifica realtà regionale. E infatti a<br />
me sembra che l’attuale risorgente interesse per la realizzazione <strong>di</strong> matrici<br />
regionali possa essere interpretato, oltre che come il sintomo <strong>di</strong> <strong>un</strong> bisogno,<br />
per ora in<strong>di</strong>stinto magari ma in via <strong>di</strong> affioramento, <strong>di</strong> immettere «più tecnica»<br />
nei processi decisionali delle politiche regionali e lo cali, anche come <strong>un</strong>o<br />
dei significativi riflessi della più generale necessità <strong>di</strong> passare, nelle analisi<br />
62 Schemi numerici, modelli interpretativi, meto<strong>di</strong> <strong>di</strong> programmazione
e nelle decisioni <strong>di</strong> politica economica nazionale, da <strong>un</strong> «approccio per<br />
macro-aggregati» ad <strong>un</strong> «approccio per flussi multi-regionali». Insomma<br />
sembra che cominci a farsi strada l’ipotesi <strong>di</strong> <strong>un</strong> ribaltamento della logica<br />
che presiede alla costruzione dei quadri macro-economici, e precisamente:<br />
anziché <strong>di</strong>saggregare -come si fa oggi- gli aggregati nazionali per ottenere<br />
quelli territoriali/regionali, aggregare questi ultimi per arrivare ai primi (o,<br />
per lo meno, per verificarli).<br />
Dietro questa ipotesi c’è, evidentemente, il rifiuto <strong>di</strong> <strong>un</strong> atteggiamento<br />
culturale secondo cui le prospettive regionali sono il risultato della<br />
regionalizzazione <strong>di</strong> prospettive nazionali che non vengono messe<br />
in <strong>di</strong>scussione. Accettarlo, d’altra parte, equivarrebbe ad assumere<br />
implicitamente la neutralità della politica regionale e dei fattori spaziali<br />
sullo sviluppo nazionale. Si ricor<strong>di</strong>, per inciso, che questa ass<strong>un</strong>zione sta<br />
sostanzialmente alla base <strong>di</strong> tutti i più importanti documenti economici<br />
governativi <strong>di</strong> questi ultimi tempi.<br />
Si vorrebbe, invece, sperimentare e generalizzare, per quanto possi bile,<br />
<strong>un</strong> approccio in grado <strong>di</strong> restituire l’effettiva complessità, oltre che delle<br />
inter<strong>di</strong>pendenze fra i settori, anche delle inter<strong>di</strong>pendenze spaziali fra i vari<br />
sistemi territoriali, che costituiscono la concreta articolazione locale del<br />
sistema economico nazionale. (È questa l’ispirazione che sta alla base del<br />
progetto da l<strong>un</strong>go tempo perseguito da <strong>un</strong> gruppo <strong>di</strong> Istituti regionali <strong>di</strong><br />
ricerca per l’elaborazione <strong>di</strong> <strong>un</strong> «Rapporto interregionale sullo sviluppo<br />
economico nazionale»: è il così detto «RISE»).<br />
Non ho alc<strong>un</strong>a <strong>di</strong>fficoltà ad ammettere che <strong>un</strong> contributo forse decisivo<br />
alla soluzione del problema sarebbe quello <strong>di</strong> <strong>un</strong> sistema <strong>di</strong> matrici<br />
interregionali che coprisse l’intero Paese. Ma resto dell’opinione che giu sta<br />
sia stata la scelta <strong>di</strong> avviare, intanto, la costruzione dal basso <strong>di</strong> <strong>un</strong>a serie <strong>di</strong><br />
matrici regionali, non derivate meccanicamente dalle tavole nazionali.<br />
3.2 È chiaro che il problema della identificazione delle <strong>un</strong>ità <strong>di</strong> base<br />
<strong>di</strong> <strong>un</strong> sistema economico si ripropone anche a scala regionale, se si vuol<br />
ridurre l’area delle politiche in<strong>di</strong>fferenziate, in<strong>di</strong>scriminatamente estese a<br />
tutto il territorio. Gli interlocutori reali della Regione, i soggetti con i quali<br />
attivare meccanismi <strong>di</strong> contrattazione e <strong>di</strong> concertazione, non sono, in<br />
astratto, gli «enti locali», le «categorie», i «settori produttivi», ma <strong>un</strong>a serie<br />
specifica <strong>di</strong> combinazioni determinate <strong>di</strong> categorie operanti in certi mix<br />
<strong>di</strong> settori spazialmente localizzati (non il «settore tessile» o i «lavoratori<br />
tessili» in astratto, ma quel determinato comprensorio tessile con tutte le<br />
sue interrelazioni extratessili).<br />
Ma come procedere alla identificazione <strong>di</strong> queste <strong>un</strong>ità elementari (del<br />
sistema economico o della programmazione regionale, se si preferisce)?<br />
Nell’ambito del <strong>di</strong>battito -da <strong>di</strong>versi anni in corso in Italia- circa «i fattori<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 63
che possono spiegare le elevate capacità competitive e <strong>di</strong> sviluppo mostrate<br />
da certi insiemi <strong>di</strong> imprese <strong>di</strong> non gran<strong>di</strong> <strong>di</strong>mensioni e territorialmente<br />
concentrate» e sulla linea <strong>di</strong> pensiero aperta dalla rifles sione <strong>di</strong> A. Marshall<br />
«sulle interazioni interne ad <strong>un</strong> sistema <strong>di</strong> imprese (<strong>di</strong> non gran<strong>di</strong> <strong>di</strong>mensioni)<br />
spazialmente concentrate, e fra questo e <strong>un</strong>a certa popolazione (operaia<br />
e non), su <strong>un</strong> territorio ristretto» (Bellan<strong>di</strong>, 1981) è stato recentemente<br />
suggerito (Becattini, 1979) che, se si ricerca <strong>un</strong>’efficace «<strong>un</strong>ità <strong>di</strong> indagine<br />
dell’economia industriale», conviene pas sare dal «settore industriale»<br />
al «<strong>di</strong>stretto industriale», che si manifeste rebbe come «<strong>un</strong> ispessimento<br />
localizzato delle relazioni interindustriali».<br />
La proposta è suggestiva. Avendo l’occhio, per esempio, ai comprensori<br />
toscani del tessile e del cuoio, mi domando se non potrebbe essere<br />
circostanziata ponendo l’accento sull’intensità delle relazioni intra-settoriali<br />
(fra le <strong>un</strong>ità <strong>di</strong> <strong>un</strong>o stesso settore) e delle più generali inter<strong>di</strong>pendenze<br />
economico-sociali (con le famiglie, con i servizi all’industria, con<br />
la pubblica amministrazione, con <strong>un</strong>a particolare organizzazione del<br />
territorio), in <strong>un</strong> quadro <strong>di</strong> piuttosto relativa debolezza delle relazioni<br />
intersettoriali all’interno della regione.<br />
Non voglio davvero sostenere che la matrice regionale sia <strong>un</strong>o<br />
strumento specifico per la soluzione <strong>di</strong> questi problemi. È noto a tutti che<br />
esistono altri strumenti che, me<strong>di</strong>ante l’osservazione dei comportamenti<br />
dei soggetti <strong>di</strong> <strong>un</strong>a com<strong>un</strong>ità (per esempio: analizzando la rete <strong>di</strong> relazioni<br />
determinata dagli spostamenti quoti<strong>di</strong>ani casa-lavoro), consentono <strong>di</strong><br />
identificare sistemi sub-regionali. Tra l’altro, <strong>un</strong>a particolare applica zione<br />
<strong>di</strong> tali meto<strong>di</strong> ha consentito all’IRPET <strong>di</strong> elaborare <strong>un</strong>a zonizzazione della<br />
Toscana, su cui si è fondata la legge regionale che ha istituito in Toscana<br />
le Associazioni intercom<strong>un</strong>ali (Sforzi, 1982). Tuttavia entità sub-regionali<br />
e matrici regionali non sono <strong>un</strong>iversi <strong>di</strong> <strong>di</strong>scorso privi <strong>di</strong> intersezioni:<br />
soprattutto se si ammette che le prime possano essere rin tracciate laddove<br />
si accertino «ispessimenti localizzati delle relazioni in terindustriali » che è,<br />
per l’app<strong>un</strong>to, ufficio delle seconde rilevare e misu rare.<br />
Del resto, andando oltre i sillogismi terminologici:<br />
-<br />
-<br />
sono <strong>di</strong>sponibili tecniche abbastanza affidabili per derivare,<br />
economicamente e utilmente, matrici -<strong>di</strong>ciamo così- «comprensoriali»<br />
da matrici regionali (non molto tempo fa lo hanno fatto proprio i nostri<br />
amici scozzesi, con esiti a quanto pare sod<strong>di</strong>sfacenti, per l’area <strong>di</strong><br />
Strathclyde; cfr. SCRI, 1978);<br />
data la peculiarità dei comportamenti localizzativi <strong>di</strong> <strong>un</strong>a parte<br />
significativa dell’industria toscana (la Val <strong>di</strong> Bisenzio per l’industria<br />
tessile, il Me<strong>di</strong>o-Basso Valdarno per l’industria delle pelli e del cuoio,<br />
ecc.) non sarebbe temerario connotare territorialmente <strong>di</strong>verse righe e<br />
colonne delle matrici toscane.<br />
64 Schemi numerici, modelli interpretativi, meto<strong>di</strong> <strong>di</strong> programmazione
4. Alc<strong>un</strong>e specificità del progetto MIT<br />
4.1 Non so se da quanto son venuto fin qui scrivendo si capisca davvero<br />
perché l’IRPET abbia deciso <strong>di</strong> correre l’avventura <strong>di</strong> costruire <strong>un</strong>a serie <strong>di</strong><br />
matrici regionali. Potrei limitarmi a ripetere con J. Mc Gilvray che vale la<br />
pena <strong>di</strong> farlo quando si sia in presenza <strong>di</strong> «<strong>un</strong> sistema eco nomico regionale<br />
<strong>di</strong> me<strong>di</strong>a <strong>di</strong>mensione, <strong>di</strong>versificato ed aperto verso l’e sterno». E riba<strong>di</strong>re,<br />
con V. Bulmer-Thomas, che -in tal caso- la ma trice va stimata con metodo<br />
<strong>di</strong>retto dovendosi determinare i flussi lor<strong>di</strong> delle transazioni col resto del<br />
Paese e col resto del mondo, dato che, se condo lui, «le tavole input-output<br />
‘buone’ si <strong>di</strong>stinguono da quelle ‘cat tive’ sulla base della loro capacità <strong>di</strong><br />
stimare accuratamente i flussi <strong>di</strong> scambio».<br />
Mi pare però che <strong>un</strong> supplemento <strong>di</strong> motivazioni si possa ricavare da<br />
<strong>un</strong>a breve esposizione delle specificità del progetto m i t (che presentano,<br />
probabilmente, anche qualche profilo <strong>di</strong> utilità per quanti potessero es sere<br />
interessati a progetti consimili).<br />
La prima specificità è quella dell’itinerario seguito: <strong>un</strong>a matrice in<strong>di</strong>retta<br />
per l’anno 1975 (in due versioni: MIT 75 e MIT 75A), <strong>un</strong>a nuova in<strong>di</strong>retta<br />
per l’anno 1977 (MIT 77), <strong>un</strong>a matrice <strong>di</strong>retta per l’anno 1978 (MIT 78).<br />
Il presupposto <strong>di</strong> quest’itinerario risiede nella circostanza che i due meto<strong>di</strong><br />
«classici» (la matrice regionale derivata, più o meno meccanicamente, da<br />
quella nazionale; la matrice stimata, anche se non comple tamente, sulla<br />
base <strong>di</strong> <strong>un</strong> campione <strong>di</strong> imprese o enti) non si sono consi derati alternativi,<br />
ma piuttosto complementari e come tali da percorrere in sequenza. Si è<br />
ritenuto, infatti, che fosse necessario padroneggiare fonti e tecniche<br />
(meto<strong>di</strong> scientifici ed espe<strong>di</strong>enti artigianali) me<strong>di</strong>ante l’e sperienza delle<br />
«in<strong>di</strong>rette» prima <strong>di</strong> lanciare la complessa e costosa in dagine per la<br />
«<strong>di</strong>retta», e che -al tempo stesso- fosse utile mettere a p<strong>un</strong>to <strong>un</strong>o stile <strong>di</strong><br />
lavoro coerente con <strong>un</strong>a filosofia operativa, secondo la quale la matrice non<br />
è mai <strong>un</strong>’operazione compiuta <strong>un</strong>a volta per tutte, ma <strong>un</strong>a sorta <strong>di</strong> work-inprogress<br />
permanente.<br />
4.2 La seconda specificità <strong>di</strong>pende dal fatto che, fin dall’inizio, la matrice<br />
è stata pensata come il «cuore» <strong>di</strong> <strong>un</strong> più generale sistema <strong>di</strong> modelli. Mi<br />
preme sottolineare che non si tratta <strong>di</strong> <strong>un</strong>a razionalizzazione ex-post. In <strong>un</strong>a<br />
<strong>di</strong>chiarazione alla stampa all’atto della presentazione pubblica del progetto<br />
m i t si <strong>di</strong>ceva infatti: «per dare <strong>un</strong>a base consi stente, da <strong>un</strong> p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> vista<br />
tecnico-analitico, al modello <strong>di</strong> programma zione in atto bisogna dotarci <strong>di</strong><br />
<strong>un</strong> ‘modello rappresentativo’ del sistema regionale, valido a fini descrittivi,<br />
pre<strong>di</strong>ttivi e <strong>di</strong> esplorazione delle alter native. Quel complesso <strong>di</strong> conoscenze<br />
che va sotto il nome <strong>di</strong> regional science ha reso <strong>di</strong>sponibile da tempo <strong>un</strong>a<br />
<strong>di</strong>screta strumentazione tecnica e applicativa. Il suo impiego in <strong>un</strong> contesto<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 65
complesso come quello to scano, credo però che induca piuttosto a pensare<br />
non tanto ad <strong>un</strong> ‘modellone’ omnicomprensivo quanto a <strong>un</strong>a ‘famiglia <strong>di</strong><br />
modelli’, <strong>di</strong> agevole manovra per esercizi <strong>di</strong> simulazione effettivamente<br />
utili per i policy-makers. In questa prospettiva siamo partiti, come si sa,<br />
dalla costruzione <strong>di</strong> <strong>un</strong>a matrice input-output dell’economia regionale».<br />
Il sistema <strong>di</strong> modelli <strong>di</strong> cui la MIT è il «cuore» è quello ora in corso <strong>di</strong><br />
ultimazione nel quadro del Tuscany Case Study previsto dall’accordo <strong>di</strong><br />
cooperazione scientifica IRPET-IIASA-IASI/CNR.<br />
Il sistema <strong>di</strong> modelli è finalizzato a scopi <strong>di</strong> previsione a me<strong>di</strong>o<br />
termine, valutazione <strong>di</strong> politiche e programmazione. Ciò vuol <strong>di</strong>re<br />
che i singoli moduli (oltre che il sistema integrato) possono produrre<br />
previsioni consistenti (se si con<strong>di</strong>vide l’idea che previsioni fondate su<br />
relazioni causali siano più affidabili delle semplici proiezioni dei trends).<br />
Gli stessi modelli possono servire anche per le analisi <strong>di</strong> impatto delle<br />
politi che, considerando queste come esercizi <strong>di</strong> previsione con<strong>di</strong>zionata<br />
(secondo lo schema <strong>di</strong> ragionamento: se ... allora ...). Se è dato <strong>un</strong> criterio<br />
delle politiche desiderate (in altri termini <strong>un</strong>a f<strong>un</strong>zione obbiettivo da<br />
ottimizzare) il sistema può trovare poi utile impiego anche a fini normativi<br />
(<strong>di</strong> programmazione). In ogni caso il sistema <strong>di</strong> modelli non è in<strong>di</strong>rizzato a<br />
problemi <strong>di</strong> stabilizzazione a breve termine né a problemi <strong>di</strong> cambia mento<br />
tecnologico nel l<strong>un</strong>go periodo.<br />
Un’accurata descrizione delle specifiche del sistema e dei modelli che<br />
lo compongono si trova in: Cavalieri, Martellato e Snickars (1982). Qui<br />
credo basti ricordarne i tratti essenziali. Si tratta, anzitutto, <strong>di</strong> <strong>un</strong> sistema<br />
biregionale (Toscana e Resto d’Ita lia), ove ogn<strong>un</strong>a delle due «regioni»<br />
è analizzata con specifici modelli, più dettagliati per la Toscana, e che<br />
presenta, rispetto ai modelli multi-regionali similari:<br />
- <strong>un</strong>a maggiore enfasi sul commercio internazionale (Cavalieri, 1981);<br />
-<br />
<strong>un</strong>a maggiore accuratezza nel trattamento del settore pubblico (considerato<br />
sia come produttore <strong>di</strong> beni e servizi pubblici -inclusi i trasferimenti- che<br />
come offerta <strong>di</strong> infrastrutture: Maltinti e Petretto, 1981).<br />
Il sistema comprende sette moduli:<br />
- il modello input-output biregionale Toscana-Resto d’Italia (in pratica<br />
-<br />
-<br />
-<br />
la MIT, complementata dalla matrice per il Resto d’Italia), che -come<br />
ho già detto- costituisce analiticamente il core model del sistema<br />
(Martellato, 1982);<br />
il modello del commercio internazionale della Toscana (<strong>un</strong> mo dello<br />
<strong>di</strong> domanda, specificato per merce e paese importatore, ammette certi<br />
gra<strong>di</strong> <strong>di</strong> sostituzione tra flussi internazionali e interregionali);<br />
il modello degli investimenti privati nella regione: endogenizza gli<br />
investimenti produttivi, determinando i limiti <strong>di</strong> capacità produttiva;<br />
il modello del mercato del lavoro (collegato alla produzione me<strong>di</strong>ante<br />
66 Schemi numerici, modelli interpretativi, meto<strong>di</strong> <strong>di</strong> programmazione
-<br />
-<br />
-<br />
l’input <strong>di</strong> lavoro, interagisce col modello della popolazione tramite<br />
movimenti migratori, tassi <strong>di</strong> attività e <strong>di</strong> <strong>di</strong>soccupazione);<br />
il modello della popolazione (sviluppato secondo lo schema dei flussi<br />
migratori multiregionali elaborato allo IIASA: Willekens e Rogers,<br />
1978);<br />
il modello del consumo privato (che applica l’approccio Inforum<br />
derivato per l’Italia dal progetto Intimo realizzato nel quadro della<br />
cooperazione IRPET-Sogesta: Grassini, 1982);<br />
il modello del settore pubblico (<strong>un</strong>a delle parti più originali<br />
dell’intero sistema), che consente <strong>di</strong> analizzare l’impatto <strong>di</strong> <strong>di</strong>fferenti<br />
configurazioni <strong>di</strong> spesa pubblica per servizi sociali (il collegamento<br />
fra i red<strong>di</strong>ti <strong>di</strong>sponibili e gli output settoriali poggia su <strong>un</strong>a matrice<br />
del red <strong>di</strong>to <strong>di</strong>sponibile, costruita per la Toscana e il Resto d’Italia,<br />
prendendo in considerazione il prelievo fiscale e i trasferimenti<br />
<strong>di</strong>saggregati per settori).<br />
Naturalmente questa telegrafica presentazione del sistema <strong>di</strong> modelli<br />
del Tuscany Case Study non basta davvero nemmeno a darne <strong>un</strong>’idea (e,<br />
infatti, si sono forniti gli opport<strong>un</strong>i riferimenti bibliografici): ma qui si<br />
voleva semplicemente <strong>di</strong>re che questo progetto sarebbe stato inimmaginabile<br />
se non si fosse posseduta <strong>un</strong>a matrice regionale (<strong>di</strong>retta), mentre<br />
l’utilità applicativa della m i t risulta straor<strong>di</strong>nariamente esaltata dagli<br />
strumenti analitici costruiti al suo intorno.<br />
4.3 La terza specificità consiste nel fatto che consideriamo il Progetto<br />
MIT non <strong>un</strong> semplice tema <strong>di</strong> ricerca che si esaurisce con la produzione<br />
della MIX 78, ma come <strong>un</strong> impegno <strong>di</strong> lavoro permanente per l’IRPET.<br />
Le prospettive <strong>di</strong> ricerca già inscritte intrinsecamente nel progetto sono<br />
state a suo tempo definite (Biggeri e Tani, 1979). Qui mi riferisco, in vece,<br />
alle <strong>di</strong>rettrici <strong>di</strong> ricerca che richiederanno <strong>un</strong> lavoro continuativo:<br />
-<br />
-<br />
per il perfezionamento delle stime; i valori dei principali aggre gati<br />
<strong>di</strong>vergono a seconda che si assumano o meno i vincoli dei dati uffi ciali<br />
della contabilità regionale: si tratta <strong>di</strong> affinare stime dei coefficienti e<br />
riporti all’<strong>un</strong>iverso (anche me<strong>di</strong>ante rilevazioni integrative e verifiche<br />
con l’ISTAT) per determinare valori affidabili su cui costruire <strong>un</strong>a<br />
«nuova» contabilità regionale, secondo gli obbiettivi iniziali del<br />
progetto;<br />
per la specificazione della matrice; gli aspetti più interessanti, dal nostro<br />
p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> vista riguardano: <strong>un</strong>a maggiore articolazione delle branche<br />
(risultati positivi si sono già ottenuti, ad esempio, per la Branca Tessile,<br />
«splittata» in cinque sottobranche: Filatura, Tessitura, Maglieria,<br />
Rifinizione, Altre Produzioni; cfr. Grassi, 1982b); <strong>un</strong> più accurato trattamento<br />
<strong>di</strong> aspetti specificamente «toscani» come le lavorazioni per<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 67
conto terzi o il turismo; lo sviluppo del promettente approccio seguito<br />
per l’inserimento del settore pubblico in <strong>un</strong>o schema input-output (v.<br />
Maltinti e Petretto, 1982); qualche tentativo <strong>di</strong> articolazione settorialeterritoriale;<br />
- per l’aggiornamento: il know-how acquisito con l’esperienza delle<br />
matrici in<strong>di</strong>rette ci ha reso convinti della fecon<strong>di</strong>tà <strong>di</strong> questo me todo,<br />
controllato ma fortemente pragmatico, che, integrando dati uffi ciali,<br />
rilevazioni parziali, stime <strong>di</strong> esperti, consente la sistematica produ zione<br />
<strong>di</strong> matrici, almeno a cadenza biennale.<br />
4.4 La quarta specificità non è poi così peculiare come le altre: si<br />
tratta, infatti, dell’elevato grado <strong>di</strong> priorità che assegnamo al profilo delle<br />
applicazioni. Un profilo certamente com<strong>un</strong>e anche agli altri esperimenti<br />
<strong>di</strong> matrici regionali oggi in corso in Italia. Noi vorremmo procedere su<br />
questa <strong>di</strong>rezione <strong>di</strong> lavoro percorrendo, se ci riusciremo, due strade<br />
parallele: <strong>un</strong> sistematico rapporto <strong>di</strong> collaborazione con gli utilizzatori (in<br />
prima istanza: gli organi della programmazione regionale) e l’attivazione<br />
<strong>di</strong> <strong>un</strong>o specifico filone <strong>di</strong> stu<strong>di</strong>, aperto a forme definite <strong>di</strong> cooperazione<br />
scientifica con istituti <strong>un</strong>iversitari e altri centri <strong>di</strong> ricerca. Questo se condo<br />
aspetto non dovrebbe presentare particolari <strong>di</strong>fficoltà: il primo mantiene<br />
qualche p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> problematicità. Isard ci ricordava, poco più <strong>di</strong> due anni<br />
fa, che la neonata scienza regionale colse i suoi primi suc cessi presso i<br />
platinerà e i policy-makers proprio sul terreno dell’analisi input-output<br />
(Isard, 1982).<br />
Ma Glickman (1980) ci ammonisce che i modelli input-output sem brano<br />
avere <strong>un</strong>o scarso appeal per i responsabili del decision making, stando<br />
agli esiti della sua rassegna sull’uso dei modelli empirici nelle analisi<br />
a fini <strong>di</strong> politica regionale. Per ora non posso andar oltre <strong>un</strong>a pla tonica<br />
<strong>di</strong>chiarazione <strong>di</strong> intenti: cercheremo <strong>di</strong> darci da fare, facendo te soro delle<br />
altrui esperienze (probabilmente si può imparare qualcosa da gli scozzesi)<br />
e valorizzando l’investimento fatto con l’inserimento della matrice in <strong>un</strong><br />
sistema <strong>di</strong> modelli, che dovrebbe moltiplicarne le opportu nità <strong>di</strong> utilizzo,<br />
<strong>di</strong>retto e in<strong>di</strong>retto.<br />
5. Profili della cooperazione interregionale<br />
Tenuto conto che il progetto toscano si muove in sincronia con altri progetti<br />
similari (segnatamente con quello veneto e con quello emiliano) vale la pena<br />
<strong>di</strong> riconsiderare alc<strong>un</strong>i aspetti <strong>di</strong> impostazione generale, che mi sembrano<br />
cruciali per la cre<strong>di</strong>bilità del « movimento per le matrici regionali».<br />
68 Schemi numerici, modelli interpretativi, meto<strong>di</strong> <strong>di</strong> programmazione
C’è anzitutto, mi pare, la necessità <strong>di</strong> <strong>un</strong> severo vaglio critico delle<br />
ipotesi, dei dati e dei meto<strong>di</strong> ass<strong>un</strong>ti, se le matrici regionali debbono<br />
evolversi da esercizi, nemmeno sempre eleganti, a strumenti <strong>di</strong> lavoro<br />
effettivamente utilizzabili.<br />
è la sola strada che può permetterci <strong>di</strong> abbandonare lo scivoloso sentiero<br />
dei controlli <strong>di</strong> plausibilità e <strong>di</strong> verosimiglianza, che portano ad ac cettare<br />
i dati <strong>di</strong> <strong>un</strong>a tavola quando confermano ciò che sappiamo o cre <strong>di</strong>amo <strong>di</strong><br />
sapere. Il problema evidentemente è invece quello <strong>di</strong> usare la tavola come<br />
strumento capace <strong>di</strong> farci vedere ciò che è invisibile ad oc chio nudo. E<br />
suoi risultati saranno tanto più utili (se affidabili) quanto più parranno<br />
«controintuitivi».<br />
In<strong>di</strong>cherei poi l’esigenza <strong>di</strong> gi<strong>un</strong>gere a formulare <strong>un</strong> «co<strong>di</strong>ce<br />
metodologico» tendenzialmente <strong>un</strong>itario cui ricondurre i vari progetti <strong>di</strong><br />
ma trice regionale, se resta valido l’obbiettivo non tanto <strong>di</strong> <strong>un</strong>a costruzione<br />
dal basso dei conti nazionali, quanto quello <strong>di</strong> <strong>un</strong>a costruzione sul posto<br />
dei conti regionali e se si può assumere l’ipotesi <strong>di</strong> <strong>un</strong>a <strong>di</strong>sponibilità, per<br />
altro già ampiamente sperimentata, a forme <strong>di</strong> collaborazione e a rap porti<br />
<strong>di</strong> reciproca informazione fra i vari gruppi <strong>di</strong> ricerca.<br />
Su queste premesse si possono formulare alc<strong>un</strong>e sintetiche proposi zioni<br />
«auspicatorie»:<br />
-<br />
-<br />
-<br />
-<br />
definire la lista dei criteri metodologici necessari per assicurare <strong>un</strong><br />
livello minimo <strong>di</strong> comparabilità fra le matrici regionali e fra queste e le<br />
tavole nazionali;<br />
concretizzare <strong>un</strong>a serie limitata e realistica <strong>di</strong> richieste da avan zare<br />
all’ISTAT, per esempio per l’ampliamento (forse anche a spese delle<br />
regioni) <strong>di</strong> alc<strong>un</strong>e indagini campionarie (produzioni, valore aggi<strong>un</strong>to,<br />
consumi, occupazione) per ottenere <strong>un</strong>a migliore rappresentatività dei<br />
dati <strong>di</strong> base a livello regionale e la rilevazione dei flussi interregionali<br />
oltre che <strong>di</strong> quelli internazionali;<br />
tentare <strong>un</strong>a programmazione concertata degli stu<strong>di</strong> metodolo gici e delle<br />
analisi <strong>di</strong> settore, per ampliare e approfon<strong>di</strong>re le indagini ri ducendo il<br />
carico per i singoli progetti;<br />
tendere ad <strong>un</strong>a specializzazione delle rilevazioni <strong>di</strong>rette, miran dole sui<br />
settori più rilevanti o specifici nelle <strong>di</strong>verse situazioni.<br />
Come si vede, si tratta solo <strong>di</strong> <strong>un</strong>a applicazione del principio della<br />
<strong>di</strong>visione del lavoro, mentre la speranza in <strong>un</strong>a più attiva collaborazione<br />
interregionale fa da antidoto al timore che la faticosità <strong>di</strong> operazioni come<br />
quelle <strong>di</strong> cui si parla possano indurre, dopo l’acme della pubblica zione<br />
delle tavole ad <strong>un</strong> rilassamento prima e a <strong>un</strong>o spegnimento poi dell’attività<br />
<strong>di</strong> ricerca su questo tema.<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 69
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70 Schemi numerici, modelli interpretativi, meto<strong>di</strong> <strong>di</strong> programmazione
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<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 71
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72 Schemi numerici, modelli interpretativi, meto<strong>di</strong> <strong>di</strong> programmazione
«MATURITà PRECOCE»: UNA MODERNIZZAZIONE A RISCHIO*<br />
Giuliano Bianchi<br />
1. Foschi presagi<br />
I presagi che all’inizio degli anni ‘70 si formulavano sul futuro prossimo e<br />
meno prossimo del «modello toscano <strong>di</strong> sviluppo» (locuzione debitamente<br />
-quanto infondatamente- virgolettata come d’<strong>un</strong>a cosa che forse c’era e<br />
forse no) erano invariabilmente foschi.<br />
Come può durare -si argomentava- quel modello stretto com’è nella<br />
duplice morsa della competizione sul fronte delle tecnologie e del controllo<br />
dei mercati e della concorrenza, da parte dei paesi più avanzati, e, da parte<br />
dei paesi in via <strong>di</strong> sviluppo, sui prezzi delle produzioni «mature», grazie ai<br />
minori costi del lavoro? Tanto più -si aggi<strong>un</strong>geva- che la specializzazione<br />
nei prodotti «maturi» (<strong>un</strong> aggettivo, questo, che viene profferito come<br />
<strong>un</strong>’ingiuria: poi si <strong>di</strong>scuterà se fosse più maturo <strong>un</strong> gingillo elettronico<br />
montato dalle lavoranti a domicilio <strong>di</strong> Taiwan o <strong>un</strong> nuovo modello <strong>di</strong><br />
scarpe <strong>di</strong> Ferragamo) stava cacciando l’economia toscana in <strong>un</strong> cul <strong>di</strong><br />
sacco. L’allarme sulla finitezza delle risorse lanciato dal Club <strong>di</strong> Roma<br />
col suo manifesto sui «limiti dello sviluppo», la fine dell’energia a buon<br />
mercato ann<strong>un</strong>ciata dal settembre 1973 (oggi sappiamo che non si trattava<br />
tanto <strong>di</strong> scarsità fisica del petrolio quanto <strong>di</strong> scarsità economica e politica;<br />
e c’è chi -Marchetti, 1976- profetizza quel che p<strong>un</strong>tualmente è avvenuto:<br />
«la caduta a candela dei prezzi del greggio alla metà degli anni ‘80»), il<br />
brusco rincaro dei prezzi delle materie prime: tutto induceva a prevedere<br />
se non la fine imme<strong>di</strong>ata, certo almeno <strong>un</strong> repentino ri<strong>di</strong>mensionamento,<br />
del modello consumistico, che in <strong>un</strong> certo senso aveva fatto le fort<strong>un</strong>e <strong>di</strong><br />
<strong>un</strong>’economia come quella toscana.<br />
Un’economia -si sentenziava, infine- basata su piccole e piccolissime<br />
imprese, con <strong>un</strong>a grande industria pubblica e privata in declino, e quin<strong>di</strong><br />
intrinsecamente debole e per soprammercato perigliosamente esposta ai<br />
capricci della domanda internazionale.<br />
E c’era perfino chi, come la Federazione regionale toscana della Cgil<br />
(giugno 1973), accusando il modello toscano <strong>di</strong> <strong>un</strong>o sviluppo «per zone<br />
o bacini», come se i «<strong>di</strong>stretti industriali», anziché <strong>un</strong> p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> forza,<br />
ne fossero <strong>un</strong>a malattia congenita, non si peritava a <strong>di</strong>chiarare che «<strong>un</strong>o<br />
sviluppo <strong>di</strong> tal sorta non può rivelarsi duraturo», poco importando che<br />
com<strong>un</strong>que ormai durasse da oltre vent’anni.<br />
∗ Testo contenuto in Mori G. (a cura <strong>di</strong>) (1986), Storia d’Italia. Le Regioni dall’Unità ad oggi. La<br />
Toscana, Einau<strong>di</strong>, Torino, pp. 927-1002.<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 73
Certo, la bufera della prima metà degli anni ‘70, che sconquassa la<br />
rete dei commerci internazionali, mette a dura prova le più consolidate<br />
economie industriali, porta ai limiti della rottura la cooperazione<br />
internazionale, non può non lasciar segni visibili anche sull’economia<br />
toscana. E <strong>un</strong> osservatore in<strong>di</strong>pendente (Ricci, 1974), analizzando la<br />
congi<strong>un</strong>tura regionale nel <strong>di</strong>cembre 1974, li registra p<strong>un</strong>tualmente: caduta<br />
della domanda, dell’occupazione, della produzione e degli investimenti<br />
pur senza riscontrare andamenti peggiori in Toscana che nel resto del<br />
paese. Che è proprio quello che segnala, invece, l’Unione regionale delle<br />
Camere <strong>di</strong> commercio nel luglio del 1975, quando «azzarda l’ipotesi che<br />
la Toscana subisca maggiormente gli influssi negativi della congi<strong>un</strong>tura<br />
nazionale e internazionale» e, da questa constatazione, si spinge fino a<br />
reclamare «coraggiose riconversioni dell’apparato industriale». Richiesta,<br />
vale la pena <strong>di</strong> osservare <strong>di</strong> sfuggita, inusitata da parte <strong>di</strong> <strong>un</strong>a fonte che si<br />
era <strong>di</strong>stinta per le lo<strong>di</strong>, anche sperticate, del modello toscano <strong>di</strong> sviluppo.<br />
Modello del quale, invece e coerentemente con <strong>un</strong> atteggiamento mantenuto<br />
ininterrottamente da <strong>un</strong> decennio, il sindacato proclama la crisi definitiva.<br />
Più o meno negli stessi giorni, lo stesso osservatore in<strong>di</strong>pendente prima<br />
ricordato (Ricci, 1975), pur segnalando la «gravità della situazione in atto»,<br />
richiama l’attenzione su «i sod<strong>di</strong>sfacenti andamenti del commercio con<br />
l’estero»: e qui, in <strong>un</strong> manifesto eccesso <strong>di</strong> entusiasmo (sapendo -col senno<br />
<strong>di</strong> poi!- quel che è successo) si lascia scappare <strong>un</strong>a frase come «l’inflazione<br />
pare ormai definitivamente imbrigliata».<br />
Ma il fatto che qualche in<strong>di</strong>catore torni a misure più rassicuranti non<br />
convince la Federazione regionale Cgil, Cisl e Uil che nel novembre del<br />
1975 conferma la sua convinzione «che la crisi si avvia in Toscana verso<br />
<strong>un</strong>a fase <strong>di</strong> maggior acutezza dovuta alla mancanza <strong>di</strong> prospettive delle<br />
produzioni tra<strong>di</strong>zionali».<br />
Mentre imperversa, si fa per <strong>di</strong>re, questa polemica sulla capacità <strong>di</strong><br />
tenuta del «modello toscano» rispetto alla crisi e sulle sue prospettive a<br />
me<strong>di</strong>o termine, l’Istituto regionale <strong>di</strong> ricerca, che aveva prodotto nel 1969<br />
il primo tentativo <strong>di</strong> interpretazione organica dello sviluppo toscano del<br />
dopoguerra (<strong>Irpet</strong>, 1969), promuove (febbraio 1976) <strong>un</strong> seminario con lo<br />
scopo <strong>di</strong> presentare la nuova, e più articolata e documentata, interpretazione<br />
dello sviluppo economico toscano elaborata dall’Istituto (Becattini, 1997).<br />
Ma non si vuol perdere l’occasione per <strong>un</strong> intervento nella polemica sulla<br />
tenuta e le sorti del modello toscano. Cosi, nella relazione introduttiva al<br />
seminario, ci si preoccupa <strong>di</strong> <strong>di</strong>mostrare la «vitalità della formula toscana,<br />
in termini <strong>di</strong> resistenza del sistema alle violente sollecitazioni cui era<br />
stato sottoposto» e si riba<strong>di</strong>sce la «vali<strong>di</strong>tà del modello interpretativo in<br />
termini <strong>di</strong> capacità a spiegare ragioni e mo<strong>di</strong> delle risposte del sistema<br />
a quelle sollecitazioni». Anzi -ponendosi in frontale contrapposizione al<br />
74 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio
coro pressoché <strong>un</strong>anime dei giu<strong>di</strong>zi catastrofisti- l’Istituto fa presente come<br />
sembrasse «più corretto parlare non tanto <strong>di</strong> resistenza quanto <strong>di</strong> reattività<br />
del sistema, visto il <strong>di</strong>namismo col quale, in <strong>un</strong> complesso ma non confuso<br />
intreccio <strong>di</strong> spinte e controspinte» la Toscana aveva saputo «catturare ogni<br />
opport<strong>un</strong>ità proposta dalla domanda esterna e penetrare in ogni pertugio<br />
offerto dai mercati <strong>di</strong> sbocco, sicché gli in<strong>di</strong>catori <strong>di</strong> recessione (il ricorso<br />
alla cassa integrazione, per esempio) registrano i minimi storici, mentre<br />
si attestano ai livelli più alti finora raggi<strong>un</strong>ti gli in<strong>di</strong>catori <strong>di</strong> produzione<br />
(i consumi <strong>di</strong> energia elettrica, per esempio)» (<strong>Irpet</strong>, 1976). I numeri<br />
dell’<strong>Irpet</strong>, quin<strong>di</strong>, versus i pregiu<strong>di</strong>zi del resto degli osservatori?<br />
Certo si è che da quel momento in poi si apri e <strong>di</strong>vampò in Toscana <strong>un</strong>a<br />
querelle, che lì per lì a quanti vi parteciparono apparve perfino appassionante<br />
e <strong>di</strong> cui sarà detto qualcosa più avanti.<br />
In questa <strong>di</strong>scussione è sintomatico (e rappresentativo <strong>di</strong> comportamenti<br />
tenuti anche da soggetti <strong>di</strong> ben <strong>di</strong>versa natura e caratterizzazione)<br />
l’atteggiamento del sindacato. Per esempio, nel gennaio 1976 la Federazione<br />
regionale aveva sostenuto che la «Toscana potrebbe presto trovarsi a<br />
registrare crisi <strong>di</strong> struttura molto più gravi che altrove», anche perché non<br />
si attribuiva ness<strong>un</strong>a fiducia a «<strong>un</strong>a ripresa produttiva» basata sui beni <strong>di</strong><br />
consumo e sulle esportazioni. La Federazione provinciale <strong>di</strong> Firenze due<br />
mesi dopo si lascia invece sfuggire la timida ammissione che l’economia<br />
toscana «sembra tenere», anche se la con<strong>di</strong>sce con i «tuttavia» e i «ma»<br />
<strong>di</strong> prammatica. Il sindacato regionale si affretta allora a ribattere che i dati<br />
«solo all’apparenza sono meno drammatici» e che la situazione toscana<br />
resta caratterizzata (è <strong>un</strong>a specie <strong>di</strong> fissazione, questa, come si vedrà)<br />
«dall’assenza <strong>di</strong> prospettive». Il meccanismo della <strong>di</strong>scussione è chiaro<br />
(e, osservato alla <strong>di</strong>stanza d’<strong>un</strong>a decina d’anni, perfino inquietante): se ai<br />
giu<strong>di</strong>zi infondati o ai pregiu<strong>di</strong>zi si oppongono fatti e dati questi vengono<br />
<strong>di</strong>chiarati apparenti e illusori. Tipica in questo senso la nuova <strong>di</strong>chiarazione<br />
della Federazione regionale Cgil, Cisl e Uil, che nel settembre dello stesso<br />
anno, non potendo più negare l’evidenza delle statistiche, riconosce che<br />
«alc<strong>un</strong>i settori <strong>di</strong>mostrano <strong>un</strong>a crescita produttiva», ma ammonisce subito<br />
che «è necessario evitare illusioni sul carattere della ripresa». La pertinace<br />
cocciutaggine dei fatti sembra infine aver ragione anche dei pregiu<strong>di</strong>zi più<br />
ostinati se, <strong>di</strong> li a pochi mesi (gennaio 1977), dalla stessa fonte si rilascia <strong>un</strong><br />
com<strong>un</strong>icato col quale si concede che «la Toscana ha retto meglio agli effetti<br />
della recessione grazie al comportamento delle aziende tipiche». Negli stessi<br />
giorni arriva, per bocca del suo presidente, anche la pron<strong>un</strong>cia della Regione<br />
Toscana. Le <strong>di</strong>agnosi sono <strong>di</strong>chiaratamente fondate sui dati dell’<strong>Irpet</strong>, per<br />
cui gli aumenti <strong>di</strong> produzione, occupazione, investimenti ed esportazioni<br />
sono segnalati senza imbarazzo, come altrettanto senza imbarazzo si segnala<br />
l’esistenza, e forse la ripresa, del lavoro non ufficiale, l’aumento dei giovani<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 75
senza lavoro, le <strong>di</strong>fficoltà delle zone meno favorite della Toscana. Ma il<br />
p<strong>un</strong>to sul quale Lagorio vuol richiamare l’attenzione dei suoi interlocutori<br />
è <strong>un</strong> altro: i lavoratori hanno fatto sacrifici durante la crisi, gli enti locali si<br />
sono mossi con rigore nella gestione dei loro bilanci, gli impren<strong>di</strong>tori non<br />
hanno manifestato <strong>di</strong>saffezione verso le loro responsabilità: «la Toscana ha<br />
d<strong>un</strong>que le carte in regola per presentarsi con autorità morale alle se<strong>di</strong> dove si<br />
stabiliscono le linee <strong>di</strong> politica economica nazionale».<br />
La stranezza <strong>di</strong> <strong>un</strong>a «crisi» che si esprime con andamenti all’insù <strong>di</strong><br />
tutti gli in<strong>di</strong>catori positivi induce anche <strong>un</strong> quoti<strong>di</strong>ano come «Paese<br />
Sera», che aveva apertamente parteggiato per i catastrofisti, a riconoscere<br />
(13 febbraio 1977) che «la crisi non è poi cosi nera». Ma la data non è<br />
perio<strong>di</strong>zzante, nemmeno all’interno della ministoria del <strong>di</strong>battito sullo<br />
sviluppo economico della Toscana perché, malgrado l’evidenza dei fatti, la<br />
<strong>di</strong>sputa continua (Ranfagni, 1981).<br />
2. La strana crisi degli anni ‘70<br />
Cos’era accaduto d<strong>un</strong>que durante questi anni ‘70 per dar luogo a valutazioni<br />
e interpretazioni così <strong>di</strong>ssonanti? Ciò che accadde nell’economia toscana<br />
in quegli anni era davvero così enigmatico e indecifrabile? E perché, poi,<br />
gli stessi fatti, ovvero le loro rappresentazioni più o meno imperfette negli<br />
in<strong>di</strong>catori economici, erano oggetto <strong>di</strong> letture così confliggenti?<br />
Ora c’è da <strong>di</strong>re, anzitutto, che, almeno stando ai dati ufficiali, durante<br />
gli anni più duri della crisi (1973-75), in Toscana si hanno 53.000 occupati<br />
in più, mentre i <strong>di</strong>soccupati <strong>di</strong>minuiscono <strong>di</strong> 3.000 <strong>un</strong>ità (e la <strong>di</strong>minuzione<br />
complessiva sarà pari a 8.000 <strong>un</strong>ità nel decennio).<br />
Certo, la caduta della domanda mon<strong>di</strong>ale si ripercuote, almeno<br />
imme<strong>di</strong>atamente, anche sui flussi dell’export regionale che, in effetti,<br />
sembrano più incisivi dei corrispondenti flussi nazionali. Ma, se si<br />
considerano le cose l<strong>un</strong>go tutto l’arco del decennio e si guarda alle singole<br />
voci dell’esportazione, si vede che l’export toscano <strong>di</strong> pelli e cuoio, per<br />
esempio, passa dall’1,6 al 3,1 per cento dell’intero commercio mon<strong>di</strong>ale <strong>di</strong><br />
questi prodotti e, lo si deve rilevare, con la sola eccezione dell’In<strong>di</strong>a, gli altri<br />
paesi che competono con la Toscana sui mercati <strong>di</strong> esportazione <strong>di</strong> questi<br />
prodotti sono Germania, Francia, Giappone e Usa, tutti con quote superiori<br />
al 5 per cento. Anche nel campo delle pelletterie la Toscana incrementa la<br />
sua quota mon<strong>di</strong>ale dal 6 al 7,5 per cento (vale a <strong>di</strong>re <strong>un</strong> quarto in più) ed<br />
è il terzo «paese» esportatore dopo l’Italia e la Germania, ma prima del<br />
Regno Unito e degli Stati Uniti (si segnala negli stessi anni che la quota<br />
italiana passa dal 15 al 26 per cento del mercato mon<strong>di</strong>ale).<br />
è vero, nei settori <strong>di</strong> massima specializzazione regionale c’è <strong>un</strong>a<br />
76 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio
flessione delle quote detenute dalla Toscana: ad esempio, per quanto<br />
riguarda le calzature, la quota si riduce dal 13 al 10 per cento, pur restando<br />
la Toscana al secondo posto nelle esportazioni mon<strong>di</strong>ali <strong>di</strong> questi prodotti,<br />
ma al primo c’è l’Italia che incrementa la propria partecipazione dal 40<br />
al 44 per cento. Nel tessile si registra <strong>un</strong> incremento dal 4 al 5 per cento<br />
e vengono prima della Toscana, nella graduatoria <strong>di</strong> importanza dei paesi<br />
esportatori, il Giappone, la Germania, l’Italia, il Benelux, il Regno Unito,<br />
la Francia e gli Stati Uniti. Anche nel campo della gioielleria, la Toscana<br />
esprime brillanti prestazioni all’export che passa dal 3 al 7 per cento del<br />
commercio mon<strong>di</strong>ale, ponendo la regione al quarto posto dopo l’Italia (che<br />
ha il 39 per cento del mercato), la Germania e la Svizzera (<strong>Irpet</strong>, 1982).<br />
In conclusione (Fig. 1) durante gli anni ‘70 la Toscana passa da circa<br />
il 7 a più dell’8 per cento dell’export nazionale, come valore delle ven<strong>di</strong>te<br />
all’estero dei suoi prodotti. Ne deriva che la Toscana, già marcatamente<br />
caratterizzata dalla sua apertura verso i mercati mon<strong>di</strong>ali, risulta al termine<br />
del decennio ancora più esportatrice <strong>di</strong> prima e più esportatrice dell’Italia,<br />
se è vero che il valore delle esportazioni è pari a <strong>un</strong> quinto del prodotto<br />
interno lordo per l’Italia e pari a <strong>un</strong> quarto per la Toscana; come <strong>di</strong>re che si<br />
esporta <strong>un</strong>a lira ogni quattro che se ne produce.<br />
Figura 1<br />
LE ESPORTAZIONI (1970-81)<br />
a) Quota percentuale delle esportazioni toscane sul totale delle esportazioni nazionali<br />
b) Peso percentuale del valore delle esportazioni sul prodotto interno lordo, in Toscana e in Italia<br />
a)<br />
b)<br />
9,5<br />
8<br />
7,5<br />
7<br />
6,5<br />
6<br />
1970 1971 1972 1973 1974 1975 1976 1977 1978 1979 1980 1981<br />
24<br />
20<br />
16<br />
12<br />
Toscana<br />
Italia<br />
8<br />
1970 1971 1972 1973 1974 1975 1976 1977 1978 1979 1980 1981<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 77
D<strong>un</strong>que, l’emarginazione non s’è vista, come non s’è visto l’effetto della<br />
mancanza <strong>di</strong> prospettive <strong>di</strong> mercato per i prodotti cosiddetti tra<strong>di</strong>zionali.<br />
Anzi, quel che è accaduto sull’arroventato fronte del commercio<br />
internazionale negli anni ‘70 fornisce alc<strong>un</strong>i interessanti ammaestramenti<br />
in materia <strong>di</strong> contrapposizioni scolastiche fra produzioni «mature» e<br />
«avanzate» e fra paesi sviluppati e paesi in via <strong>di</strong> sviluppo.<br />
La Toscana, intanto, <strong>di</strong>versifica il suo export: all’inizio il 47 per cento delle<br />
sue ven<strong>di</strong>te all’estero era rappresentato dai prodotti tessili, dall’abbigliamento<br />
e dalle calzature <strong>di</strong>retti verso i mercati degli Stati Uniti, della Germania e della<br />
Francia; alla fine del periodo queste merci e questi mercati rappresentano<br />
poco più <strong>di</strong> <strong>un</strong> terzo dell’export toscano complessivo. Da notare, poi, che fra<br />
i principali paesi concorrenti non si vede affatto il temuto spettro dei paesi<br />
in via <strong>di</strong> sviluppo: i più pericolosi competitori della Toscana sono gli stessi<br />
paesi, industrialmente avanzati, che ne costituiscono i principali mercati <strong>di</strong><br />
sbocco. Il che vuol <strong>di</strong>re, tra l’altro, che non è il costo del lavoro (più alto in<br />
questi paesi che non in Toscana) a minacciare la competitività e che i paesi<br />
evoluti non sembrano poi cosi vogliosi <strong>di</strong> abbandonare le tanto <strong>di</strong>sprezzate<br />
produzioni mature. Piuttosto c’è da rilevare come i concorrenti più temibili<br />
siano in casa: sono infatti le altre regioni italiane che si avvantaggiano degli<br />
spazi mercantili perduti dalla Toscana, se, come s’è visto nei casi delle<br />
calzature e delle produzioni tessili, la quota italiana aumenta <strong>di</strong> più <strong>di</strong> quella<br />
toscana o ad<strong>di</strong>rittura aumenta quando questa <strong>di</strong>minuisce. In effetti, regioni<br />
come l’Emilia Romagna, il Veneto e le Marche nel reagire agli shock della<br />
crisi si comportano come se avessero <strong>un</strong>a marcia in più della Toscana. Tirando<br />
le somme si può quin<strong>di</strong> <strong>di</strong>re che gli anni ‘70 non furono poi così brutti come<br />
si temeva, come si erano <strong>di</strong>pinti e come si era continuato a <strong>di</strong>chiararli anche<br />
quando i fatti mostravano ormai il contrario. Ad ogni buon conto il suggello<br />
definitivo a questa <strong>di</strong>scussione è posto dall’andamento dei flussi migratori<br />
tra tutte le regioni italiane, data la cospicua <strong>di</strong>fferenza positiva tra chi viene<br />
in Toscana e chi dalla Toscana se ne va. Durante gli anni della «crisi dura» il<br />
saldo migratorio netto positivo è pari a 27 immigrati ogni 1.000 residenti, e<br />
non si tratta certo <strong>di</strong> <strong>un</strong> dato spora<strong>di</strong>co, visto che in tutti gli anni ‘70 il saldo<br />
oscilla su valori compresi tra il 26 e il 32 per mille. Il che vuol <strong>di</strong>re 18.000<br />
residenti in più all’anno fino al 1974, che <strong>di</strong>ventano 12-13.000 all’anno nel<br />
periodo successivo: e il 52 per cento <strong>di</strong> questi proviene sistematicamente<br />
dalle regioni del Centro-Nord (Fig. 8). Allora: la crisi in Toscana è davvero<br />
più grave che altrove? Si capisce che la svalutazione della lira ha aiutato le<br />
esportazioni (ma ha aiutato tutte le esportazioni, quelle della Toscana e quelle<br />
delle altre regioni, quelle dei prodotti tipici e quelle degli altri prodotti): ma<br />
la resistenza, anzi, il <strong>di</strong> più <strong>di</strong> reattività del sistema toscano all’impatto della<br />
crisi trova <strong>un</strong>a più pertinente spiegazione nelle caratteristiche strutturali e<br />
comportamentali del suo apparato produttivo. Un apparato produttivo, come<br />
78 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio
si sa, organizzato per sistemi territoriali <strong>di</strong> piccole imprese, specializzate per<br />
prodotti, parti <strong>di</strong> prodotto e fasi <strong>di</strong> processo, che garantiscono elevati livelli<br />
<strong>di</strong> flessibilità nell’organizzazione dei fattori produttivi, si da render possibili<br />
adattamenti tempestivi alle mutevoli caratteristiche qualitative e quantitative<br />
<strong>di</strong> <strong>un</strong>a domanda internazionale sempre più nervosa ed erratica. Mentre la<br />
rilevante presenza <strong>di</strong> lavoro esterno, anche irregolare, consente <strong>di</strong> recuperare<br />
al processo produttivo forze <strong>di</strong> lavoro magari ufficialmente <strong>di</strong>soccupate. Un<br />
siffatto sistema si può poi avvantaggiare delle economie che gli derivano<br />
dal suo inse<strong>di</strong>amento in <strong>un</strong> ambiente progressivamente conformatosi alle<br />
sue esigenze, per la presenza <strong>di</strong> operatori specializzati come i buyers e <strong>di</strong><br />
f<strong>un</strong>zioni specializzate come quelle delle banche e degli spe<strong>di</strong>zionieri. C’è da<br />
aggi<strong>un</strong>gere, inoltre, che in questo sistema opera <strong>un</strong>a selezione darwiniana:<br />
le aziende decotte vengono espulse dal mercato senza pietà. Né mancano<br />
sintomi, magari minori ma <strong>di</strong>ffusi, <strong>di</strong> razionalizzazione dei processi, come<br />
quelli del lavoro esterno che si organizza in <strong>un</strong>a sorta <strong>di</strong> «fabbrica occulta»<br />
ricostituendo, in qualche modo, le con<strong>di</strong>zioni del lavoro interno.<br />
Anche il turismo dà <strong>un</strong>a mano alle brillanti performances dell’economia<br />
toscana durante gli anni ‘70: le giornate <strong>di</strong> presenza balzano da 23 a 27<br />
milioni, mantenendo alla Toscana il suo 8-9 per cento dei flussi turistici<br />
nazionali, anche se la sua posizione nella graduatoria delle regioni turistiche<br />
scende dal terzo posto (dopo Veneto ed Emilia Romagna) al quarto, essendo<br />
stata nel frattempo scavalcata dal Trentino Alto A<strong>di</strong>ge.<br />
Ma il turismo toscano presenta <strong>un</strong>a preziosa caratterizzazione, che, se<br />
ne stabilizza i flussi, alimenta non <strong>di</strong> meno anche la possibilità <strong>di</strong> posizioni<br />
<strong>di</strong> ren<strong>di</strong>ta. Si allude alla circostanza che il 35 per cento delle giornate <strong>di</strong><br />
presenza consumate dai turisti in Toscana sono spese in centri d’arte (e<br />
soprattutto, come s’intende, a Firenze), la cui offerta turistica ha marcati<br />
caratteri monopolistici, a <strong>di</strong>fferenza del turismo balneare, più esposto ai<br />
colpi della concorrenza.<br />
Gli andamenti tutt’altro che catastrofici del decennio lasciano tracce<br />
vistose anche nel risparmio bancario, che sale nei <strong>di</strong>eci anni da 887.000<br />
lire pro capite a 1.511.000 (in valori costanti): il risparmio per abitante in<br />
Toscana, che era all’inizio superiore del 18 per cento a quello me<strong>di</strong>o del paese,<br />
lo sopravanza ora <strong>di</strong> <strong>un</strong> quarto. La crescita nel periodo è pari al 70 per cento,<br />
superiore a quella della Lombar<strong>di</strong>a (+58%), ma inferiore all’incremento del<br />
risparmio pro capite in Emilia Romagna (+74%), nelle Marche (+90%), nel<br />
Veneto (+94%). E anche questo sembra rappresentare <strong>un</strong> sintomo <strong>di</strong> quella<br />
«marcia in più» delle altre regioni centro-nordorientali rispetto alla Toscana.<br />
E si tratta <strong>di</strong> <strong>un</strong> risparmio che alimenta importanti flussi <strong>di</strong> investimento, se<br />
la quota dell’accumulazione toscana su quella totale del paese, che era del<br />
5,9 per cento all’inizio del decennio, è <strong>di</strong>ventata ora del 6,6; ma ancora più<br />
vistosa è la quota dei nuovi impieghi, che la Toscana si attribuisce: da <strong>un</strong><br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 79
quarto a <strong>un</strong> terzo dei flussi annuali. E se ne vedono i non equivoci riflessi<br />
sulla produttività che, misurata in termini <strong>di</strong> valore aggi<strong>un</strong>to pro capite,<br />
cresce in Toscana del 21 per cento (come nel Veneto e nelle Marche, ma<br />
meno che in Emilia Romagna, ove cresce del 24 per cento), mentre per<br />
l’Italia il corrispondente incremento è del 16 per cento.<br />
Nel frattempo -e siamo agli inizi degli anni ‘80- arrivano i dati del<br />
censimento 1981 e, con questi, due scoperte stupefacenti: primo, non solo<br />
non c’è stata la temuta flessione industriale, ma i settori tipici, o, come<br />
<strong>un</strong> po’ spregiativamente si <strong>di</strong>ce, «tra<strong>di</strong>zionali», si sono manifestamente<br />
irrobustiti nel decennio della strana crisi; secondo, tra Firenze, Prato e<br />
Pistoia è localizzato il terzo polo industriale del paese con 278.000 addetti<br />
all’industria, <strong>un</strong> valore che segue quelli della provincia <strong>di</strong> Milano (834.000<br />
addetti) e <strong>di</strong> Torino (485.000). Se poi si limita il confronto all’industria<br />
in senso stretto, basta la sola provincia <strong>di</strong> Firenze, con 203.000 addetti, a<br />
superare il corrispondente valore, 168.000, della provincia <strong>di</strong> Roma.<br />
Vale d<strong>un</strong>que la pena <strong>di</strong> andare a spigolare qua e là fra i dati del<br />
censimento: almeno per <strong>un</strong>a visione impressionistica dei tratti essenziali<br />
del mutamento strutturale, che ha accompagnato e agevolato le brillanti<br />
performances congi<strong>un</strong>turali prima brevemente descritte, ma delle quali<br />
è anche, entro certi limiti, il risultato, come risposta della struttura alle<br />
sollecitazioni degli shock esogeni. Ci sono 4 italiani in più ogni 100<br />
rispetto a <strong>di</strong>eci anni prima; ma i lavoratori delle attività extra-agricole sono<br />
<strong>un</strong> quinto in più: vale a <strong>di</strong>re nel decennio si sono creati 2 milioni <strong>di</strong> posti<br />
<strong>di</strong> lavoro. È vero che gli occupati del commercio sono aumentati del 21<br />
per cento e nell’altro terziario del 35, tuttavia gli addetti all’industria in<br />
senso stretto rappresentano ancora il 48 per cento dell’occupazione extraagricola,<br />
solo 3 p<strong>un</strong>ti in meno rispetto a <strong>di</strong>eci anni prima. E si potrebbe<br />
<strong>di</strong>scutere se le cifre appena ricordate segnalino davvero <strong>un</strong> processo <strong>di</strong><br />
deindustrializzazione magari tenue, visto che il tasso <strong>di</strong> industrializzazione,<br />
misurato in termini <strong>di</strong> addetti all’industria per 1.000 residenti cresce da 98<br />
a 106 per effetto della maggior velocità relativa dell’occupazione extraagricola<br />
rispetto all’incremento della popolazione. Questo valore <strong>di</strong> 106<br />
lavoratori dell’industria ogni 1.000 abitanti è, bisogna <strong>di</strong>rlo, la me<strong>di</strong>a <strong>di</strong><br />
valori estremamente eterogenei, che vanno dal 183 della Lombar<strong>di</strong>a al 22<br />
della Calabria: come si vede, il censimento testimonia <strong>di</strong> <strong>un</strong>’Italia ancora<br />
clamorosamente spaccata in due, con livelli <strong>di</strong> industrializzazione che<br />
sono, in tutte le regioni del Centro-Sud e delle isole, al <strong>di</strong> sotto della me<strong>di</strong>a<br />
nazionale e che in Campania, Sicilia e Calabria sono ad<strong>di</strong>rittura meno della<br />
metà del valore me<strong>di</strong>o italiano.<br />
Il senso <strong>di</strong> ciò che è avvenuto nel decennio è manifesto (e, del resto,<br />
già da tempo segnalato da numerosi stu<strong>di</strong>): Piemonte e Lombar<strong>di</strong>a hanno<br />
imboccato <strong>un</strong> esplicito sentiero postindustriale e si stanno terziarizzando a<br />
80 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio
itmo accelerato; l’industrializzazione cresce in tutte le regioni centro-nordorientali,<br />
arrivando a lambire, l<strong>un</strong>go la <strong>di</strong>rettrice adriatica, anche gli Abruzzi<br />
e il Molise. C’è chi parlerà, troppo semplicisticamente, <strong>di</strong> «rilocalizzazione»,<br />
ma in effetti non <strong>di</strong> questo si tratta. Non v’è <strong>un</strong> trasferimento fisico <strong>di</strong> attività<br />
produttive dalle regioni nord-occidentali verso le altre: v’è <strong>un</strong>a crescita<br />
in queste ultime della preesistente e già relativamente robusta struttura<br />
industriale. In <strong>un</strong> certo senso è come se si generalizzasse il modello toscano,<br />
visti i settori e viste, soprattutto, le <strong>di</strong>mensioni <strong>di</strong> impresa, che caratterizzano<br />
la nuova ondata <strong>di</strong> industrializzazione delle regioni centro-nord-orientali.<br />
Basti <strong>un</strong> solo in<strong>di</strong>catore: le imprese con meno <strong>di</strong> 20 addetti che coprivano<br />
il 32 per cento dell’occupazione al ‘71, se ne attribuiscono oggi il 36 per<br />
cento; mentre l’incidenza sull’occupazione industriale complessiva delle<br />
imprese oltre i 500 addetti scende dal 23 al 10 per cento.<br />
In Toscana l’occupazione extra-agricola si espande meno velocemente<br />
che nel complesso del paese, essendo cresciuta nei <strong>di</strong>eci anni del 18 per<br />
cento: i corrispondenti saggi <strong>di</strong> incremento sono per l’Emilia Romagna<br />
del 25 per cento, per il Veneto del 26, per l’Umbria del 37, per le Marche<br />
del 52: e si ritrova anche qui, come s’era già visto per l’esportazione e per<br />
il risparmio, il segno <strong>di</strong> quella «marcia in più» delle altre regioni centronord-orientali<br />
rispetto alla Toscana.<br />
Una rapida occhiata all’articolazione settoriale dei movimenti<br />
dell’occupazione basta a dar ragione della natura dei cambiamenti<br />
intervenuti. In Italia l’industria estrattiva e la chimica <strong>di</strong> base cedono il<br />
4 per cento dell’occupazione; gli occupati nella metalmeccanica sono<br />
<strong>un</strong> quarto in più, nei settori cosiddetti tra<strong>di</strong>zionali il tasso <strong>di</strong> crescita è<br />
marcatamente più basso: +8 per cento; ma nelle lavorazioni del cuoio<br />
e delle pelli gli addetti crescono del 45 per cento, mentre nell’industria<br />
tessile, investita da intensi processi <strong>di</strong> ristrutturazione, <strong>di</strong>minuiscono <strong>di</strong><br />
<strong>un</strong> decimo. La <strong>di</strong>stribuzione regionale <strong>di</strong> questi mutamenti consente <strong>di</strong><br />
qualificare le variazioni complessive prima segnalate: il Piemonte e la<br />
Lombar<strong>di</strong>a perdono occupazione in tutti i settori industriali e, soprattutto,<br />
in quelli in cui sono più specializzati. In altre regioni compaiono nuove<br />
specializzazioni, che irrobustiscono alc<strong>un</strong>i segmenti della precedente<br />
struttura industriale: è il caso della metalmeccanica per l’Emilia Romagna<br />
e della plastica e della gomma per il Veneto. Marche ed Umbria, invece,<br />
accrescono la loro specializzazione nei settori che già più erano presenti e<br />
caratterizzanti il loro apparato industriale.<br />
In Toscana persiste <strong>un</strong>’altissima specializzazione nei suoi settori<br />
tipici, che rappresentano il 62 per cento dell’occupazione manifatturiera;<br />
la Toscana è, dopo le Marche, la regione più specializzata in queste<br />
attività produttive. La meccanica strumentale, invece, col 9 per cento<br />
dell’occupazione manifatturiera, fa della Toscana la regione meno<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 81
specializzata in queste produzioni <strong>di</strong> tutte le regioni più industrializzate<br />
del paese. In effetti tra il 1971 e il 1981 l’industria tipica si è accresciuta<br />
del 16 per cento, e al suo interno svetta l’incremento <strong>di</strong> addetti nel<br />
settore del cuoio e delle pelli che si espande <strong>di</strong> <strong>un</strong> rotondo 70 per cento;<br />
l’industria tessile è ad<strong>di</strong>rittura in controtendenza rispetto agli andamenti<br />
nazionali: l’occupazione vi cresce, in Toscana, del 15 per cento, pari a<br />
10.000 nuovi posti <strong>di</strong> lavoro creati nel decennio. Gli andamenti in queste<br />
attività produttive inducono a dare <strong>un</strong>’occhiata al complesso dei settori<br />
che costituiscono quello che si chiama il «sistema della moda» (tessile,<br />
abbigliamento, cuoio e pelli, pelletterie, calzature, ecc.): la metà dei nuovi<br />
posti <strong>di</strong> lavoro creati nel manifatturiero tra il 1971 e l’81 si localizzano<br />
qui. Parente prossima dell’industria tipica, l’industria orafa accresce del 46<br />
per cento la sua presenza nel sistema produttivo toscano, a testimonianza<br />
<strong>di</strong> <strong>un</strong>o sviluppo strutturale che accompagna e sorregge quello delle sue<br />
quote del commercio internazionale.<br />
Nel multiforme aggregato della metalmeccanica gli andamenti sono<br />
assai <strong>di</strong>fferenziati: per esempio, alla bassa incidenza della meccanica<br />
strumentale che prima si è ricordata, si contrappone la <strong>di</strong>namica vivacissima<br />
dell’industria della costruzione dei mezzi <strong>di</strong> trasporto leggeri (leggasi:<br />
Piaggio), che cresce la sua occupazione del 106 per cento, in sintonia<br />
con <strong>un</strong> vistoso incremento dei volumi produttivi -ma questo non lo <strong>di</strong>ce<br />
il censimento- che vedono il settore passare da 440.000 a 750.000 <strong>un</strong>ità <strong>di</strong><br />
produzione (motocicli, scooters, furgoncini leggeri) all’anno. Né ci <strong>di</strong>cono<br />
i risultati del censimento, ma è doveroso annotarlo, che negli stessi anni<br />
la siderurgia toscana <strong>di</strong> Piombino ha raggi<strong>un</strong>to il traguardo produttivo <strong>di</strong><br />
1.560.000 tonnellate <strong>di</strong> acciai.<br />
Pochi cenni ancora basteranno per completare il quadro, magari<br />
sommario, ma utile per <strong>un</strong> riferimento alla configurazione dell’apparato<br />
produttivo toscano all’inizio degli anni ‘80.<br />
Gli addetti alle costruzioni crescono solo dell’11 per cento, mentre in<br />
Italia aumentano del 18: si deve, tuttavia, tener presente come <strong>un</strong> dato<br />
particolarmente significativo della nuova realtà toscana che in questi anni<br />
il patrimonio e<strong>di</strong>lizio registra <strong>un</strong>a vera e propria crescita esplosiva (+22%):<br />
come <strong>di</strong>re che <strong>un</strong>a ogni quattro o cinque case oggi esistenti in Toscana<br />
è stata costruita negli anni ‘70. E anche questo, si converrà, sembra <strong>un</strong><br />
sintomo piuttosto insolito <strong>di</strong> crisi.<br />
L’attività estrattiva, cessata la coltivazione delle miniere <strong>di</strong> ferro e <strong>di</strong><br />
mercurio, è ormai ridotta alla lignite, alla pirite, al salgemma, al vapor<br />
d’acqua e all’anidride carbonica: produzioni che rappresentano <strong>un</strong> terzo<br />
delle corrispondenti produzioni nazionali ma che danno tuttavia <strong>un</strong><br />
irrilevante apporto al prodotto interno lordo regionale. Una serie <strong>di</strong> sintomi,<br />
a tutta prima ambigui, segnalano invece <strong>un</strong>a vera e propria innovazione<br />
82 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio
epocale nell’industria marmifera. L’occupazione è in lieve calo, la<br />
produzione locale aumenta del 50 per cento, il movimento del porto cresce<br />
<strong>di</strong> due volte e mezzo, considerando il complesso dei prodotti imbarcati e<br />
sbarcati. Nel bacino marmifero all’escavazione si è aggi<strong>un</strong>ta, prendendo il<br />
sopravvento, l’attività delle prime e delle seconde lavorazioni del marmo<br />
non solo locale: la zona è <strong>di</strong>venuta <strong>un</strong> polo mon<strong>di</strong>ale delle lavorazioni,<br />
segnatamente, dei graniti <strong>di</strong> importazione.<br />
Non è solo per adempiere a <strong>un</strong> obbligo esteriore <strong>di</strong> completezza che si<br />
rende necessaria <strong>un</strong>a breve panoramica dei mutamenti e della situazione a<br />
fine periodo nell’agricoltura toscana, tali e tante sono le inter<strong>di</strong>pendenze,<br />
magari quantitativamente <strong>di</strong> non grande rilievo ma qualitativamente<br />
significative, che la connettono all’economia e alla società toscana. Nel<br />
decennio si conclude il processo dell’esodo rurale: l’occupazione, che in<br />
<strong>un</strong> certo senso ha raggi<strong>un</strong>to l’asintoto inferiore, si stabilizza, oscillando<br />
attorno ai 130-140.000 occupati. I lavoratori in<strong>di</strong>pendenti dopo aver<br />
toccato il minimo risalgono; il contrario fanno i lavoratori <strong>di</strong>pendenti, che<br />
<strong>di</strong>minuiscono dopo aver toccato <strong>un</strong>a p<strong>un</strong>ta massima alla metà del decennio.<br />
La conduzione <strong>di</strong>retta e a salariati interessa ormai quasi il 90 per cento<br />
della superficie, il resto è ancora a mezzadria. Non cambia invece (dagli<br />
anni ‘40!) la <strong>di</strong>stribuzione dei tipi <strong>di</strong> possesso: i fon<strong>di</strong> sono per il 95 per<br />
cento in proprietà, l’affitto copre solo il residuo 5 per cento.<br />
Il part-time è più <strong>di</strong>ffuso in Toscana che in Italia e riguarda <strong>un</strong> quinto<br />
dei titolari. Un in<strong>di</strong>zio questo della caratterizzazione non proprio da settore<br />
produttivo <strong>di</strong> <strong>un</strong>a parte almeno dell’agricoltura regionale. Gli elementi <strong>di</strong><br />
richiamo turistico della campagna, le opport<strong>un</strong>ità che l’agricoltura offre<br />
per il tempo libero <strong>di</strong> professionisti e piccoli impren<strong>di</strong>tori, se si <strong>un</strong>iscono<br />
alla circostanza che al tasso piuttosto elevato <strong>di</strong> meccanizzazione (e non si<br />
<strong>di</strong>mentichi che congrui contributi pubblici agevolano l’acquisto dei mezzi)<br />
corrisponde <strong>un</strong>a bassa utilizzazione operativa dell’investimento, concorrono<br />
a far ritenere che l’ipotesi sia più fondata <strong>di</strong> <strong>un</strong> semplice sospetto. Anche<br />
perché l’investimento fon<strong>di</strong>ario ha acquistato ormai il carattere <strong>di</strong> <strong>un</strong> benerifugio,<br />
nella misura in cui il valore dei suoli è cresciuto più rapidamente del<br />
saggio <strong>di</strong> inflazione, dando vita ad <strong>un</strong> mercato fon<strong>di</strong>ario estremamente attivo<br />
che interessa prevalentemente transazioni relative a piccoli appezzamenti<br />
(ma anche <strong>di</strong> gran<strong>di</strong> aziende), che tuttavia noi, meno fort<strong>un</strong>ati dei paesi che<br />
hanno <strong>un</strong> catasto vero, non siamo in grado <strong>di</strong> conoscere e <strong>di</strong> misurare.<br />
Si son venute nel frattempo specificando le varie «agricolture» della<br />
Toscana come esito <strong>di</strong> <strong>un</strong> processo che affonda le ra<strong>di</strong>ci negli anni dell’esodo<br />
tumultuoso: l’agricoltura interstiziale della campagna urbanizzata che<br />
offre, si era detto più sopra, opport<strong>un</strong>ità per il tempo libero e si avvantaggia<br />
<strong>di</strong> sbocchi, singolarmente anche modesti, sui mercati locali; l’agricoltura<br />
vera della Toscana <strong>di</strong> sud-ovest, ove la riforma e l’introduzione <strong>di</strong> nuove<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 83
coltivazioni hanno posto molto più che delle semplici premesse per lo<br />
sviluppo <strong>di</strong> <strong>un</strong> ambiente rurale moderno; l’agricoltura della fascia costiera,<br />
<strong>di</strong>scretamente integrata sia per il verso del lavoro che delle forniture con<br />
le attività turistiche ivi concentrate; l’agricoltura industriale del vivaismo<br />
e della floricoltura, che si batte bene sui mercati nazionali e internazionali<br />
ma non ha, forse, compiuto ancora il salto decisivo che la qualificherebbe<br />
come <strong>un</strong> vero e proprio settore produttivo industriale.<br />
Si tratta, nel complesso, <strong>di</strong> <strong>un</strong>’agricoltura fortemente penalizzata dalle<br />
politiche com<strong>un</strong>itarie, che non avvantaggiano certo i produttori <strong>di</strong> vino e <strong>di</strong><br />
olio; <strong>di</strong> <strong>un</strong>’agricoltura non ancora efficacemente aiutata da strutture pubbliche,<br />
consortili o cooperative, <strong>di</strong> raccolta e lavorazione; <strong>di</strong> <strong>un</strong>’agricoltura ove<br />
la cooperazione è <strong>di</strong>ffusa ben al <strong>di</strong> sotto dei valori potenziali che potrebbe<br />
attingere; <strong>di</strong> <strong>un</strong>’agricoltura la cui zootecnia è ormai ridotta alla pastorizia,<br />
gestita da lavoratori immigrati, che in alc<strong>un</strong>e zone pongono problemi, anche<br />
acuti, <strong>di</strong> integrazione socio-culturale. In queste con<strong>di</strong>zioni ben si comprende<br />
che le produzioni agro-alimentari locali non coprano che <strong>un</strong>a quota bassissima<br />
del fabbisogno alimentare della regione: il 20 per cento dei consumi alimentari<br />
delle famiglie, <strong>un</strong> terzo del quale, peraltro, da prodotti originari importati. Anche<br />
le interrelazioni con i settori produttivi più importanti nella regione mostrano<br />
livelli <strong>di</strong> integrazione assai al <strong>di</strong> qua <strong>di</strong> quelli possibili sotto il profilo tecnico ed<br />
economico: l’agricoltura toscana si limita a fornire meno del 3 per cento degli<br />
inputs all’industria tessile, fra il 3 e il 4 per cento all’industria del cuoio e delle<br />
pelli e <strong>un</strong>, più alto ma ancora modesto, 6 per cento degli approvvigionamenti<br />
<strong>di</strong> materie prime ai settori del legno e del mobilio. Più interessanti e, forse,<br />
suscettibili <strong>di</strong> promettenti sviluppi le inter<strong>di</strong>pendenze fra settore primario e<br />
settore turistico: gli approvvigionamenti agro-alimentari rappresentano <strong>un</strong><br />
quarto degli inputs del turismo e il 60 per cento <strong>di</strong> queste forniture si alimenta <strong>di</strong><br />
prodotti regionali. Segni, non più che segni, magari in<strong>di</strong>cativi <strong>di</strong> <strong>un</strong>a tendenza<br />
ma fin qui insufficienti a testimoniare <strong>di</strong> <strong>un</strong> mutamento strutturale, son quelli<br />
che si possono percepire nelle mo<strong>di</strong>ficazioni intercorse nel sistema <strong>di</strong>stributivo<br />
regionale. Che resta connotato da <strong>un</strong>a struttura marcatamente polverizzata,<br />
se ogni esercizio alimentare può contare me<strong>di</strong>amente su 150 abitanti. Certo,<br />
<strong>un</strong>a tendenza moderata alla razionalizzazione si può rilevare nella circostanza<br />
che in Toscana gli esercizi al dettaglio <strong>di</strong>minuiscono complessivamente del<br />
7 per cento, mentre in Italia aumentano <strong>di</strong> quasi il 4 nello stesso decennio;<br />
è nel fatto che il dettaglio alimentare riduce <strong>di</strong> <strong>un</strong> quarto i suoi esercizi, a<br />
testimonianza dell’espandersi della grande <strong>di</strong>stribuzione. E tuttavia gli<br />
esercizi all’ingrosso passano dal 12 al 17 per cento, come proporzione sugli<br />
esercizi al dettaglio, a documentare, probabilmente, <strong>un</strong>a inerente <strong>di</strong>fficoltà <strong>di</strong><br />
collegamento fra la nebulosa dei piccoli produttori e i mercati locali, ma non<br />
senza indurre anche il sospetto <strong>di</strong> qualche irrazionalità da <strong>un</strong>’altra parte. Il<br />
sospetto, per esempio, <strong>di</strong> <strong>un</strong> non perfetto f<strong>un</strong>zionamento dei mercati pubblici<br />
84 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio
se, come risulterebbe da fonti ovviamente extra-censuarie, quote non si sa se<br />
crescenti ma certamente molto importanti dei prodotti vengono scambiate fra<br />
produttori e riven<strong>di</strong>tori al <strong>di</strong> fuori <strong>di</strong> quei mercati. Due connotazioni finali che,<br />
pur nella loro modestia, servono a convalidare l’ipotesi <strong>di</strong> <strong>un</strong> lento processo<br />
<strong>di</strong> modernizzazione. L’ambulantato è ancora <strong>un</strong>a forma <strong>di</strong> commercio al<br />
dettaglio molto presente, ma si è completamente trasformato dal rifornimento<br />
delle famiglie <strong>di</strong>sperse sui poderi alla concentrazione nei mercati settimanali o<br />
rionali, che rappresentano <strong>un</strong>a componente non solo folkloristica dello stile <strong>di</strong><br />
vita urbano in Toscana. La grande <strong>di</strong>stribuzione, soprattutto quella alimentare,<br />
è cresciuta <strong>di</strong> più negli anni ‘70 che nel decennio precedente e nello stesso<br />
senso hanno proceduto le forme associative fra i piccoli esercenti. A giu<strong>di</strong>care<br />
dai <strong>di</strong>fferenziali fra i livelli dei prezzi della Toscana, e segnatamente <strong>di</strong> alc<strong>un</strong>e<br />
sue parti, e quelli <strong>di</strong> altre regioni, non si saprebbe, tuttavia, <strong>di</strong>re con quanto<br />
vantaggio per il consumatore.<br />
Quel che è accaduto nell’apparato produttivo toscano durante gli anni<br />
‘70 lascia segni visibili sul territorio. Se il senso della vicenda è quello<br />
<strong>di</strong> <strong>un</strong>a <strong>di</strong>ffusione dell’industrializzazione, le forme che questa assume<br />
conducono a rafforzare, allargandola geograficamente, l’area <strong>di</strong> più intenso<br />
sviluppo ricompresa fra Firenze, Prato, Pistoia, Lucca, Pontedera ed<br />
Empoli. A questo vasto plesso si riconnettono le due più importanti <strong>di</strong>rettrici<br />
secondarie: quella che, attraverso Poggibonsi, collega Empoli a Siena e<br />
quella che, attraverso il Valdarno superiore, collega Firenze all’Aretino. In<br />
altri termini, si intensifica e si <strong>di</strong>lata il reticolo della campagna urbanizzata<br />
prodotta dallo sviluppo toscano <strong>di</strong> questo dopoguerra. Ma con due<br />
interessanti qualificazioni possibili: durante gli anni ‘70 non si generano<br />
nuove aree, nemmeno minori, <strong>di</strong> localizzazione industriale; nel « cuore del<br />
cuore» dell’area <strong>di</strong> più intenso sviluppo, tra Firenze, Prato e Pistoia, processi<br />
demografici e <strong>di</strong> urbanizzazione, rilocalizzazione <strong>di</strong> attività produttive e<br />
sviluppo <strong>di</strong> nuove f<strong>un</strong>zioni (e non bastano certamente i dati del censimento<br />
a darne ragione) consentono <strong>di</strong> ipotizzare (e se ne parlerà fra <strong>un</strong> po’) la<br />
genesi <strong>di</strong> <strong>un</strong>a formazione ine<strong>di</strong>ta per la Toscana, avente caratteristiche <strong>di</strong><br />
sistema metropolitano (Bianchi, 1982). Un sospetto dello stesso tipo, ma<br />
i segni sono meno intensi e niti<strong>di</strong> e gli stu<strong>di</strong> più arretrati, potrebbe aversi<br />
anche per il sistema Pisa-Livorno-Pontedera.<br />
L’area <strong>di</strong> Massa e Carrara, la Bassa Val <strong>di</strong> Cecina, Piombino, il<br />
Grossetano danno luogo a mini-sistemi locali, abbastanza strutturati, ma<br />
com<strong>un</strong>que separati dal resto dello sviluppo regionale e dalle sue logiche.<br />
L<strong>un</strong>igiana, Garfagnana, montagna pistoiese, Colline Metallifere, Amiatino,<br />
restano -per meri motivi geofisici oltre che per cause economiche e sociali-<br />
fuori dai meccanismi dello sviluppo regionale, anche se i residenti non<br />
sembrano den<strong>un</strong>ciare livelli <strong>di</strong> red<strong>di</strong>to e tenori <strong>di</strong> vita drammaticamente<br />
<strong>di</strong>stanti da quelli me<strong>di</strong> regionali.<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 85
3. I sentieri regionali <strong>di</strong> sviluppo<br />
Quanto s’è visto circa le <strong>di</strong>fferenze <strong>di</strong> comportamento fra la Toscana e le<br />
altre regioni assimilabili (quelle, come si sa, dell’Italia centro-nordorientale)<br />
induce ad approfon<strong>di</strong>re -per quanto possibile qui- l’analisi, almeno per<br />
condurre <strong>un</strong> tentativo, non più d’<strong>un</strong> tentativo, <strong>di</strong> spiegazione della minore<br />
velocità relativa della Toscana. Certamente ci si precluderebbe la possibilità<br />
<strong>di</strong> capire il senso dei processi strutturali se ci si ostinasse ad inseguire<br />
l’ultimo dato congi<strong>un</strong>turale: e la querelle sulla «tenuta del modello toscano»<br />
ne fa fede. D’altra parte, anche il confronto delle situazioni a intervalli<br />
decennali, come quello reso possibile dai censimenti, non consente <strong>di</strong><br />
procedere più che tanto, valendo soprattutto a misurare le fenomenologie.<br />
è forse più utile allo scopo <strong>un</strong>o sguardo retrospettivo sul me<strong>di</strong>o periodo. Si<br />
ripropone qui <strong>un</strong> sommario esame comparato sullo sviluppo (industriale)<br />
della Toscana rispetto alle altre regioni del paese (Fig. 2).<br />
Figura 2<br />
I «SENTIERI REGIONALI» DI SVILUPPO (1951-81)<br />
Sull’asse orizzontale, popolazione residente (1951=100); sull’asse verticale, addetti all’industria per<br />
100 residenti. I p<strong>un</strong>ti sulle curve corrispondono ai valori dei fenomeni alle date dei censimenti (1951,<br />
1961, 1971, 1981)<br />
25<br />
20<br />
15<br />
10<br />
5<br />
0<br />
Molise<br />
Abruzzo<br />
Umbria<br />
Basilicata<br />
Calabria<br />
Marche<br />
Veneto<br />
Sicilia<br />
Emilia Romagna<br />
Friuli Toscana<br />
Liguria<br />
Trentino<br />
Puglia<br />
Piemonte<br />
Sardegna<br />
Campania<br />
Lombar<strong>di</strong>a<br />
80 90 100 110 120 130 140<br />
Si prendono in considerazione, congi<strong>un</strong>tamente, due in<strong>di</strong>catori: gli<br />
andamenti della popolazione (in termini <strong>di</strong> residenti nelle singole regioni<br />
86 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio<br />
Lazio<br />
150
alle date dei censimenti dal 1951 al 1981, fatto 100 il valore del 1951) e<br />
i livelli <strong>di</strong> industrializzazione (misurati in termini <strong>di</strong> addetti all’industria<br />
ogni 100 residenti, sempre alle date dei quattro censimenti). Sono segnati<br />
sull’asse verticale, tracciato in corrispondenza del valore 100 della<br />
popolazione, i livelli <strong>di</strong> industrializzazione delle singole regioni al 1951.<br />
Sono facilmente identificabili quattro gruppi <strong>di</strong> regioni:<br />
-<br />
-<br />
-<br />
-<br />
-<br />
-<br />
-<br />
-<br />
il gruppo delle regioni più industrializzate, con oltre il 10 per cento <strong>di</strong><br />
addetti all’industria, che comprende la Lombar<strong>di</strong>a e il Piemonte e, a<br />
qualche <strong>di</strong>stanza, la Liguria;<br />
il gruppo delle regioni, che si possono definire me<strong>di</strong>amente industrializzate,<br />
con valori del livello <strong>di</strong> industrializzazione attorno al 10 per cento,<br />
costituito da Toscana, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto A<strong>di</strong>ge;<br />
Veneto, Emilia Romagna, Marche, Umbria, Sardegna e Lazio compongono<br />
il terzo raggruppamento, quello delle regioni scarsamente industrializzate,<br />
con valori fra il 5 e il 7 per cento dello stesso in<strong>di</strong>catore;<br />
tutte le altre regioni, che ben si possono qualificare come non<br />
industrializzate, hanno meno, e talvolta molto meno, <strong>di</strong> 5 addetti<br />
all’industria ogni 100 abitanti.<br />
Quel che accade fra il 1951 e il 1961 è riconducibile a queste osservazioni:<br />
le tre regioni più industrializzate registrano <strong>un</strong> vistoso incremento<br />
demografico, mentre l’industrializzazione cresce significativamente<br />
solo in Lombar<strong>di</strong>a e Piemonte, ma ristagna sostanzialmente in Liguria;<br />
i movimenti nelle altre regioni rappresentano gli effetti della prima<br />
«ondata» del processo <strong>di</strong> industrializzazione delle regioni della cosiddetta<br />
«Terza Italia»; la Toscana «decolla» aumentando in industrializzazione e<br />
in popolazione, seguita a breve <strong>di</strong>stanza dal Trentino Alto A<strong>di</strong>ge, solo in<br />
termini <strong>di</strong> popolazione, e, ma a livelli <strong>un</strong> po’ più bassi, dal Friuli Venezia<br />
Giulia solo per l’industrializzazione, risultando in leggera flessione<br />
demografica; l’Emilia Romagna e il Veneto si appaiano alla Toscana,<br />
anche se per il Veneto l’incremento del livello dell’industrializzazione<br />
<strong>di</strong>pende non solo dall’aumento degli addetti all’industria ma anche dalla<br />
per<strong>di</strong>ta <strong>di</strong> popolazione;<br />
è fondamentalmente per effetto dell’emigrazione che i livelli <strong>di</strong><br />
industrializzazione si muovono <strong>un</strong> po’ verso l’alto anche per l’Umbria e<br />
per le Marche; in Sardegna e, ancor più, nel Lazio cresce marcatamente<br />
la popolazione residente (per quanto riguarda il Lazio la crescita, come si<br />
sa, è ascrivibile pressoché interamente all’«effetto Roma»);<br />
il livello <strong>di</strong> industrializzazione resta quello che era <strong>di</strong>eci anni prima<br />
praticamente in tutte le altre regioni, sebbene Puglia, Campania, Sicilia<br />
e Basilicata esprimano crescite demografiche <strong>di</strong>fferenziate, mentre<br />
Calabria, Abruzzi e Molise den<strong>un</strong>ciano chiaramente la loro natura <strong>di</strong> aree<br />
d’origine <strong>di</strong> massicci flussi <strong>di</strong> emigrazione.<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 87
Nei due perio<strong>di</strong> successivi (1961-71, 1971-81) si osservano questi<br />
movimenti:<br />
- la Liguria appare già in crisi per quanto riguarda l’industrializzazione<br />
e, dopo il 1971, perde anche popolazione; la crescita demografica fra<br />
‘71 e ‘81 si azzera per il Piemonte, mentre prosegue in Lombar<strong>di</strong>a; in<br />
tutte e due le regioni i livelli <strong>di</strong> industrializzazione restano quelli che<br />
erano al ‘61; le regioni per così <strong>di</strong>re «inseguitrici» delle regioni che<br />
costituirono il «triangolo» sono ora Toscana, Emilia Romagna e Veneto,<br />
ove continuano a crescere sia la popolazione che l’industrializzazione;<br />
a breve <strong>di</strong>stanza segue il Friuli Venezia Giulia, con crescita demografica<br />
che ristagna, mentre il Trentino Alto A<strong>di</strong>ge imbocca <strong>un</strong> suo sentiero<br />
<strong>di</strong> sviluppo (e che sviluppo vi sia lo prova la crescita <strong>di</strong> popolazione)<br />
e manifestamente il motore non ne è l’industria ma, come sappiamo,<br />
l’agricoltura e il turismo;<br />
- fra il 1971 e il 1981 parte anche la seconda «ondata» dell’industrializzazione<br />
nelle regioni centro-nord-orientali: Marche e Umbria, in <strong>un</strong> primo<br />
momento, si accostano ai livelli cui erano le precedenti regioni<br />
all’inizio del primo periodo, successivamente le Marche raggi<strong>un</strong>gono, e<br />
superano, le posizioni <strong>di</strong> Toscana, Emilia Romagna e Veneto, in termini<br />
<strong>di</strong> industrializzazione, anche se l’incremento demografico appare<br />
abbastanza contenuto;<br />
- in Abruzzi e Basilicata, ove prosegue l’esodo migratorio, si innalzano<br />
<strong>di</strong> <strong>un</strong> po’ i livelli <strong>di</strong> industrializzazione, come pure in Puglia e Sardegna,<br />
ove si accompagnano, peraltro, ad <strong>un</strong> incremento demografico; Calabria,<br />
Sicilia e Campania, in costante crescita demografica per l’effetto<br />
pressoché esclusivo del saldo naturale, restano più o meno sugli stessi<br />
livelli <strong>di</strong> industrializzazione, che non salgono nemmeno nel Lazio, data<br />
la spettacolare crescita del denominatore del nostro in<strong>di</strong>ce, causata dalla<br />
vera e propria esplosione demografica <strong>di</strong> Roma.<br />
Le posizioni al 1981 sono le seguenti:<br />
- le regioni della prima (Toscana, Emilia Romagna, Veneto) e della<br />
seconda (Marche, Umbria) «ondata» dell’industrializzazione postbellica<br />
sono ormai a livelli paragonabili a quelli delle due regioni <strong>di</strong><br />
più antica industrializzazione; ma sono da segnalare alc<strong>un</strong>e evidenti<br />
<strong>di</strong>fferenziazioni: il declino dell’industrializzazione in Piemonte<br />
e Lombar<strong>di</strong>a, ormai manifestamente in fase «postindustriale»; il<br />
marcato rallentamento del processo <strong>di</strong> industrializzazione in Toscana;<br />
il più accentuato <strong>di</strong>namismo <strong>di</strong> Emilia Romagna, Veneto e, soprattutto,<br />
Marche;<br />
- Abruzzi, Molise, Basilicata e Puglia (la sola regione che si mantiene<br />
costantemente in crescita <strong>di</strong> popolazione), cioè le regioni della terza<br />
«ondata», hanno raggi<strong>un</strong>to e talvolta persino superato quelli che erano<br />
88 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio
-<br />
-<br />
stati i livelli <strong>di</strong> industrializzazione delle precedenti regioni al termine<br />
del primo periodo;<br />
Sardegna e Lazio, per quanto accom<strong>un</strong>ate da <strong>un</strong>a costante espansione<br />
demografica, sebbene a ritmi notevolmente <strong>di</strong>suguali, seguono, come<br />
tutti sanno, percorsi <strong>di</strong>versi: l’abnorme crescita della megalopoli<br />
romana e la formazione <strong>di</strong> <strong>un</strong>a <strong>di</strong>screta struttura industriale nel Lazio;<br />
<strong>un</strong> andamento economico titubante e incerto, nel <strong>di</strong>fficile rapporto fra<br />
agricoltura, turismo e grande industria, così tipico dell’isola sarda;<br />
dopo trent’anni, Campania, Calabria e Sicilia non presentano alc<strong>un</strong><br />
significativo mutamento nei livelli <strong>di</strong> industrializzazione: i dati dei<br />
censimenti, insomma, non ann<strong>un</strong>ciano <strong>un</strong>a quarta «ondata» nei processi<br />
regionali <strong>di</strong> industrializzazione.<br />
Il senso dei processi che hanno operato fra il 1951 e il 1981, pur nella<br />
rappresentazione stilizzata che qui se n’è fatta (Becattini e Bianchi, 1982),<br />
sottolinea inequivocabilmente <strong>un</strong> fenomeno: la Toscana ha rallentato il<br />
passo della sua industrializzazione, quando questa continua a procedere<br />
non solo in Emilia Romagna e Veneto, le regioni che più le si possono<br />
assimilare, ma anche e soprattutto nelle Marche, in Umbria e nel Friuli<br />
Venezia Giulia che ormai hanno raggi<strong>un</strong>to i suoi livelli e, per <strong>di</strong> più, quando<br />
i livelli toscani restano ancora notevolmente <strong>di</strong>stanti da quelli che furono i<br />
massimi storici raggi<strong>un</strong>ti da Piemonte e Lombar<strong>di</strong>a e, se pur non <strong>di</strong> molto,<br />
inferiori anche agli o<strong>di</strong>erni valori <strong>di</strong> queste regioni.<br />
Ora, da quanto si sa dai più recenti stu<strong>di</strong> in materia <strong>di</strong> analisi multiregionale<br />
dello sviluppo, sembra altamente improbabile, per non <strong>di</strong>re del<br />
tutto impossibile, che la Toscana possa recuperare le posizioni perdute,<br />
rispetto alle regioni con cui si può confrontare.<br />
In particolare è stata recentemente avanzata l’ipotesi (Iiasa-<strong>Irpet</strong>, 1986)<br />
che esista <strong>un</strong> «tetto» alla crescita dei livelli <strong>di</strong> industrializzazione <strong>di</strong> <strong>un</strong>a<br />
determinata regione, secondo la regola implicita «più precoce il decollo,<br />
più alto il livello».<br />
In effetti, stu<strong>di</strong>ando il comportamento delle regioni italiane e delle<br />
regioni britanniche tra 1841 e 1981, è stato <strong>di</strong>mostrato che soltanto le<br />
regioni <strong>di</strong> più antico sviluppo raggi<strong>un</strong>gono il livello <strong>di</strong> oltre 200 occupati<br />
nell’industria per 1000 abitanti. La spiegazione del fenomeno è stata<br />
ricercata nella possibile influenza <strong>di</strong> processi <strong>di</strong> saturazione, dai quali<br />
derivano flussi crescenti <strong>di</strong> <strong>di</strong>seconomie esterne, cui si aggi<strong>un</strong>ge l’effetto<br />
<strong>di</strong> <strong>un</strong>a sempre più vivace competizione interregionale a mano a mano che<br />
«decollano» le altre regioni. Ma alle regioni second o third comers sarebbe<br />
preclusa la possibilità <strong>di</strong> raggi<strong>un</strong>gere i tetti massimi attinti dalle regioni <strong>di</strong><br />
precedente industrializzazione. Infatti -si sostiene- si è ormai esaurita la<br />
spinta propulsiva del ciclo mon<strong>di</strong>ale dell’industrializzazione aperto dalla<br />
Rivoluzione industriale.<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 89
Di ciò si danno <strong>di</strong>verse spiegazioni, non tutte mutuamente incompatibili,<br />
le due principali essendo: le economie più industrializzate dell’Occidente<br />
sono ormai entrate nella fase postindustriale, né, quin<strong>di</strong>, possono attendersi<br />
ulteriori incrementi dell’industrializzazione, almeno in termini <strong>di</strong> addetti;<br />
l’altra, più o meno <strong>di</strong>rettamente raccordata al recente revival <strong>di</strong> interessi<br />
intorno alla kondratieviana teoria delle «onde l<strong>un</strong>ghe», ritiene che la<br />
prol<strong>un</strong>gata recessione che sta ormai, probabilmente, alle nostre spalle, abbia<br />
rappresentato la fase <strong>di</strong>scendente del quarto dei cicli Kondratiev finora<br />
osservati, che chiuderebbe l’intero «iperciclo» dell’industrializzazione<br />
(Bruckmann, 1983).<br />
Ora, a parte le considerazioni possibili su questo tipo <strong>di</strong> argomentazioni,<br />
che svariano in modo non sempre criticamente controllato tra la<br />
modellizzazione <strong>di</strong> ingenti quantità <strong>di</strong> dati empirici e la speculazione<br />
esoterica sui destini del mondo, resta la circostanza che dopo il 1981 in<br />
Toscana è cessata la crescita dei suoi livelli relativi <strong>di</strong> industrializzazione.<br />
Eureka! si rallegrerà qualc<strong>un</strong>o, la Toscana è già postindustriale. In<br />
effetti, se la caratterizzazione agricola, industriale o terziaria <strong>di</strong> <strong>un</strong> sistema<br />
economico, <strong>di</strong> qualsivoglia scala territoriale, <strong>di</strong>pende dalle proporzioni in<br />
cui si ripartisce la sua occupazione, si dovrebbe precisare che la Toscana<br />
sarebbe entrata nel «postindustriale» ormai da qualche anno: secondo chi<br />
scrive nel 1977, secondo altri e sempre incerti dati nel 1975 o anche <strong>un</strong><br />
po’ prima. Quando, cioè, l’occupazione terziaria ha superato e raggi<strong>un</strong>to<br />
l’occupazione industriale come questa fece nel 1955 (e qui tutti i dati<br />
concordano) rispetto all’occupazione agricola (Fig. 3).<br />
Figura 3<br />
LA STRUTTURA DELL’OCCUPAZIONE IN TOSCANA (1951-81)<br />
Peso percentuale dell’occupazione nell’agricoltura, nell’industria e nei servizi sull’occupazione totale<br />
50<br />
40<br />
30<br />
20<br />
10<br />
0<br />
Industria<br />
Servizi<br />
Agricoltura<br />
1955 1960 1965 1970 1975 1980<br />
90 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio
4. Postindustriale «alla toscana»<br />
Si assuma che la Toscana sia già (o sia già nel) «postindustriale». Secondo<br />
gli schemi <strong>di</strong> più corrente smercio sul mercato dell’analisi economica, ciò<br />
starebbe a significare non solo che, banalmente, l’occupazione nel settore<br />
dei servizi è maggiore <strong>di</strong> quella in ciasc<strong>un</strong>o degli altri due settori, ma che<br />
son le attività terziarie a rappresentare la molla del sistema economico e<br />
a imprimergli il verso delle <strong>di</strong>namiche fondamentali. Cuore e nerbo del<br />
terziario, centro motore dei suoi impulsi sarebbe, in questa versione,<br />
quel complesso <strong>di</strong> attività che si chiamano, con denominazioni svariate<br />
quanto, al fondo, generiche, «terziario avanzato», «terziario qualificato»,<br />
«quaternario» e così via. Pur non ignorando recenti e autorevoli ammonimenti<br />
(Gersh<strong>un</strong>y, 1985) ad andarci piano con sbrigative etichette quando si tratti<br />
delle attività produttrici <strong>di</strong> servizi, dato che la trasformazione industrialeterziaria<br />
è, in buona parte, <strong>un</strong>a riclassificazione della nomenclatura delle<br />
professioni, che si accompagna a <strong>un</strong>a crescente acquisizione <strong>di</strong> servizi da<br />
parte delle famiglie (che peraltro si esprime prevalentemente nell’acquisto<br />
<strong>di</strong> beni: ad esempio, elettrodomestici), mentre il «postindustriale» deve<br />
considerarsi più <strong>un</strong> processo che <strong>un</strong>o stato, si potrà tentare <strong>un</strong>a prima<br />
sommaria ricognizione circa la qualità del terziario esistente in Toscana<br />
all’inizio degli anni ‘80.<br />
Il p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> partenza più opport<strong>un</strong>o sembra quello dei servizi<br />
qualificati alle imprese, sia che rappresentino la specializzazione e quin<strong>di</strong><br />
l’esternalizzazione <strong>di</strong> attività prima svolte all’interno, per esempio, delle<br />
industrie (ricerca, progettazione), sia che si tratti <strong>di</strong> attività nuove, o almeno<br />
parzialmente nuove, come quelle, sempre ad esempio, più <strong>di</strong>rettamente<br />
connesse all’immagine e alle f<strong>un</strong>zioni promozionali (marketing, pubblicità,<br />
ecc.). Ora, al 1981 queste attività in Toscana non raggi<strong>un</strong>gevano il 3<br />
per cento del complesso degli addetti all’industria, mentre nel paese la<br />
corrispondente incidenza era abbastanza superiore al 3 per cento. Una<br />
<strong>di</strong>fferenza minima, si <strong>di</strong>rà. Certo: però gli addetti della Toscana a questo<br />
tipo <strong>di</strong> attività rappresentavano <strong>un</strong> 6 per cento scarso del complesso degli<br />
stessi addetti in Italia, <strong>un</strong>a quota, cioè, inferiore a quella che normalmente<br />
la Toscana si attribuisce in molti campi. Ma quel che più -si ipotizza-<br />
raffredderà i possibili entusiasmi <strong>di</strong> quanti si eccitano all’idea <strong>di</strong> <strong>un</strong>a<br />
Toscana già postindustriale è il fatto che, se si rapportano gli addetti alle<br />
attività <strong>di</strong> cui si parla al totale dell’occupazione extra-agricola, si ottiene<br />
per la Toscana <strong>un</strong> valore pari al 5,7 per cento, che non solo è più basso <strong>di</strong><br />
quello <strong>di</strong> tutte le regioni più industrializzate, ma segnatamente più basso<br />
anche del corrispondente in<strong>di</strong>ce nazionale che è pari al 7 per cento, come<br />
<strong>di</strong>re <strong>un</strong> quarto in più che nella regione. Si potrà ancora obiettare che la<br />
Toscana è assai <strong>di</strong>fforme e variegata e che le me<strong>di</strong>e, quin<strong>di</strong>, potrebbero<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 91
celare l’esistenza <strong>di</strong> situazioni locali nelle quali il postindustriale avrebbe<br />
potuto essere attecchito e rigogliosamente germinare. Da qui il proposito <strong>di</strong><br />
andare a ricercare il terziario qualificato nel nocciolo metropolitano della<br />
regione (Firenze e la sua area).<br />
Se ci si ferma a livello provinciale, si accerta agevolmente come, all’inizio<br />
del decennio in corso, nella provincia <strong>di</strong> Firenze risiedesse solo la metà degli<br />
ingegneri, rapportati alla popolazione, esistenti a Milano e a Bologna e,<br />
sempre con riferimento agli stessi termini <strong>di</strong> confronto, <strong>un</strong> terzo in meno <strong>di</strong><br />
periti industriali; i <strong>di</strong>rigenti industriali delle province <strong>di</strong> Bologna e <strong>di</strong> Milano<br />
sono tre volte <strong>di</strong> più che in Toscana, ove i periti industriali sono <strong>un</strong> terzo in<br />
meno. La quota dei <strong>di</strong>rigenti industriali della provincia <strong>di</strong> Firenze, in termini<br />
relativi calcolati sul totale dell’occupazione extra-agricola, è inferiore <strong>di</strong> due<br />
terzi alla dotazione esistente a Milano e a Bologna. Anche il modo con cui si<br />
prepara il futuro <strong>di</strong>fferisce abbastanza: i laureati, sulla popolazione residente,<br />
sono a Milano <strong>di</strong> più che a Firenze <strong>di</strong> <strong>un</strong> buon 6 per cento e a Bologna <strong>di</strong><br />
<strong>un</strong>, a tutta prima incre<strong>di</strong>bile, 26 per cento. Se si scende <strong>di</strong> scala per andare<br />
a vedere come stanno le cose nell’area fiorentina si apprende da <strong>un</strong> recente<br />
stu<strong>di</strong>o sulle prospettive <strong>di</strong> sviluppo del settore terziario (<strong>Irpet</strong>, 1986) che<br />
mancherebbe qui <strong>un</strong> 45 per cento <strong>di</strong> occupati nelle attività produttrici <strong>di</strong> servizi<br />
per le imprese, se si volessero raggi<strong>un</strong>gere le dotazioni relative, poniamo,<br />
<strong>di</strong> Bologna e <strong>di</strong> Milano. Contemporaneamente si registra <strong>un</strong> eccesso pari<br />
all’11per cento negli addetti al commercio al minuto, che non rappresentano<br />
propriamente la più significativa manifestazione <strong>di</strong> terziario avanzato. Un<br />
altro stu<strong>di</strong>o <strong>di</strong> poco tempo fa (Censis, 1984) permette <strong>di</strong> fare <strong>un</strong>o zoom su<br />
Firenze, confrontandola col capoluogo emiliano. I risultati del confronto non<br />
consentono eccessivi orgogli fiorentinistici, dato che qui mancano, rispetto<br />
alle dotazioni bolognesi, <strong>un</strong> 13 per cento <strong>di</strong> addetti ai servizi specialistici<br />
per le industrie, <strong>un</strong> 6 per cento nel campo dei servizi finanziari, <strong>un</strong> 30 per<br />
cento nell’area dei servizi vari, ma sempre estremamente qualificati. Firenze<br />
tuttavia si segnala per la rispettabile dotazione <strong>di</strong> addetti ai servizi dei rapporti<br />
con l’estero (attività <strong>di</strong> import-export), che sono qui 5 volte <strong>di</strong> più che a<br />
Bologna: e ancora superiori <strong>di</strong> oltre il 15 per cento sono gli addetti ai servizi,<br />
come si <strong>di</strong>ce, per la produzione dell’immagine (marketing, pubblicità, ecc.).<br />
Tornando alla Toscana e tenendo sempre a mente le in<strong>di</strong>cazioni <strong>di</strong><br />
Gersh<strong>un</strong>y, si può fare <strong>un</strong> rapido scandaglio sulla struttura professionale<br />
della popolazione residente attiva (Fig. 4). Ai primi posti della graduatoria,<br />
con più <strong>di</strong> 20 occupati ogni 1.000 abitanti in queste professioni, troviamo<br />
gli impiegati amministrativi, i commercianti, gli impiegati <strong>di</strong> concetto:<br />
vale a <strong>di</strong>re le tipiche espressioni del terziario banale; tra 10 e 15 occupati<br />
ogni 1.000 abitanti ve<strong>di</strong>amo coltivatori <strong>di</strong>retti (il residuo aggiornato del<br />
passato rurale della Toscana), operai calzaturieri e metalmeccanici, autisti<br />
e muratori. Di futuribile ancora non s’è visto nulla. E meno ancora se<br />
92 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio
ne trova a mano a mano che si scorre la graduatoria, dove compaiono<br />
nell’or<strong>di</strong>ne uscieri, bidelli, contabili, commessi, falegnami, ecc. Per reperire<br />
qualcosa che assomigli a <strong>un</strong>a professione moderna bisogna scendere fino<br />
ad <strong>un</strong>’incidenza del 2,5 per mille che corrisponde a quella dei tecnici<br />
esecutivi. Ma si ammetta pure che la struttura consolidata delle professioni<br />
viene da lontano ed è quin<strong>di</strong> quella che è: se il postindustriale è transizione,<br />
se ne potrebbe trovar traccia nei mo<strong>di</strong> e nei ritmi con ì quali recentemente la<br />
struttura professionale toscana si è venuta mo<strong>di</strong>ficando (Fig. 5). In effetti i<br />
nostri tecnici esecutivi tra il ‘71 e l’81 sono raddoppiati, ma con incrementi<br />
assai più vistosi, tra il 250 e il 200 per cento, troviamo contabili, cassieri<br />
e commercialisti a riprova non dubbia dell’impatto sulla struttura delle<br />
professioni delle più recenti novità fiscali (Iva, obbligo della tenuta dei<br />
registri contabili, ecc.). Perlustrando ancora la graduatoria delle professioni<br />
in aumento, continuiamo a imbatterci in tintori, me<strong>di</strong>atori del cre<strong>di</strong>to e<br />
delle assicurazioni, lavoratori agricoli specializzati, operai metallurgici,<br />
ecc.: insomma, ness<strong>un</strong> segnale <strong>di</strong> novità particolarmente visibile. Anche<br />
sul fronte delle professioni in regresso si colgono in<strong>di</strong>cazioni del tutto<br />
attese: i segni della razionalizzazione nell’industria tessile, l’esaurimento<br />
dell’agricoltura e delle attività minerarie e così via (Kutscher, 1985).<br />
Figura 4<br />
LA STRUTTURA DELLE PROFESSIONI IN TOSCANA AL 1981<br />
Valori per 1.000 residenti<br />
25<br />
20<br />
15<br />
10<br />
5<br />
0<br />
Impiegati amministrativi<br />
Commercianti<br />
Impiegati <strong>di</strong> concetto<br />
Coltivatori <strong>di</strong>retti<br />
Operai calzaturieri<br />
Operai metalmeccanici<br />
Autisti<br />
Muratori<br />
Uscieri, bidelli<br />
Contabili<br />
Meccanici<br />
Commessi<br />
Maestri<br />
Falegnami<br />
Tessitori<br />
Infermieri<br />
Sarti<br />
Manovali<br />
Rappr. <strong>di</strong> commercio<br />
Lavoratori agricoli<br />
Lavoratori maglierie<br />
Elettricisti<br />
Barbieri<br />
Borsettai<br />
Impren<strong>di</strong>tori<br />
Domestici<br />
Prof. scuola me<strong>di</strong>a<br />
Forze dell’or<strong>di</strong>ne<br />
Prof. scuola superiore<br />
Tecnici esecutivi<br />
Idraulici<br />
Cernitori<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 93
Figura 5<br />
MUTAMENTO NELLA STRUTTURA DELLE PROFESSIONI IN TOSCANA<br />
Variazioni percentuali 1971-81<br />
200<br />
150<br />
100<br />
50<br />
0<br />
Contabili, cassieri<br />
“Altri” insegnanti<br />
Commercialisti<br />
Tintori<br />
Me<strong>di</strong>at. cred. ass. serv.<br />
Lav. agricoli specializ.<br />
“Altri” operai metall.<br />
Tecnici esecutivi<br />
Prof. scuola superiore<br />
“Altri” lav. pelli e cuoio<br />
Rappr. <strong>di</strong> commercio<br />
Cuochi<br />
“Altri” lav. abbigl. e arred.<br />
Me<strong>di</strong>ci chir. generici<br />
Tecnici <strong>di</strong>r. e <strong>di</strong> concetto<br />
Ricamatrici, ornatori<br />
Uscieri, bidelli<br />
Esercenti, baristi<br />
Professori <strong>un</strong>iversitari<br />
Geometri<br />
Infermieri<br />
5. Maturità precoce<br />
Finitori <strong>di</strong> filati e tessuti<br />
Vetrai<br />
Lav. agricoli generici<br />
Manovali e<strong>di</strong>li<br />
Coltiv. <strong>di</strong>retti <strong>di</strong> azienda agr. mista<br />
Minatori e cavatori<br />
Coltiv. <strong>di</strong>retti <strong>di</strong> azienda agr. spec.<br />
Venendo ora a guardare <strong>un</strong> po’ più dall’alto il sistema produttivo toscano,<br />
e rapportandolo ai processi che operano nel mondo, in Italia e nella stessa<br />
regione, è <strong>di</strong> intuitiva evidenza come stiano perdendo <strong>di</strong> efficacia o si stiano<br />
esaurendo oppure vengano sempre più attivamente contrastati i tra<strong>di</strong>zionali<br />
fattori dello sviluppo regionale:<br />
-<br />
-<br />
-<br />
l’elasticità, in termini <strong>di</strong> occupazione, delle piccole e me<strong>di</strong>e<br />
imprese rispetto alle variazioni quantitative della domanda interna<br />
e internazionale, non solo e non tanto per effetto <strong>di</strong> <strong>un</strong> accresciuto<br />
controllo sindacale quanto per la sostituzione dell’elasticità permessa<br />
da <strong>un</strong>a manodopera «<strong>di</strong>sponibile» con quella resa possibile dalle<br />
tecnologie decentralizzatrici dell’automazione che, rimpiazzando la<br />
rigi<strong>di</strong>tà dei sistemi meccanici tra<strong>di</strong>zionali con i sistemi a controllo<br />
elettronico, consentono <strong>un</strong>a notevole versatilità dei processi produttivi<br />
anche alle scale più piccole (Blair, 1972);<br />
la flessibilità, in termini <strong>di</strong> adeguamento delle produzioni ai mutamenti<br />
qualitativi della domanda, dato che non basta più sapersi adeguare<br />
prontamente alle mutevoli leggi della moda, ma occorre partecipare<br />
attivamente alla loro formazione;<br />
94 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio<br />
0<br />
-50<br />
-100
-<br />
-<br />
-<br />
-<br />
-<br />
la tolleranza sindacale, istituzionale e sociale rispetto alle con<strong>di</strong>zioni<br />
<strong>di</strong> lavoro (lavoro irregolare, evasione contributiva, igienicità degli<br />
ambienti) e alle <strong>di</strong>seconomie ambientali (per esempio quelle del rilascio<br />
<strong>di</strong> sostanze inquinanti nell’aria e nell’acqua);<br />
i più bassi costi del lavoro, che hanno già raggi<strong>un</strong>to i livelli salariali<br />
me<strong>di</strong> del paese (Fig. 6).<br />
Sono ormai <strong>di</strong>ventati cruciali altri fattori:<br />
fattori <strong>di</strong> efficienza interni all’azienda (innovazioni nel campo dei<br />
prodotti e dei cicli <strong>di</strong> produzione);<br />
fattori <strong>di</strong> efficienza ambientale, esterni alla singola industria ma interni<br />
a ciasc<strong>un</strong> raggruppamento spaziale <strong>di</strong> attività produttive (ricerca e<br />
sviluppo, marketing, formazione professionale, infrastrutture, servizi<br />
pubblici).<br />
Figura 6<br />
IL DIFFERENZIALE SALARIALE TRA TOSCANA E ITALIA (1950-80)<br />
Retribuzioni me<strong>di</strong>e giornaliere nell’industria (sulla scala <strong>di</strong> sinistra, i valori della Toscana in lire; sulla<br />
scala <strong>di</strong> destra, il rapporto percentuale tra le retribuzioni me<strong>di</strong>e giornaliere in Toscana e in Italia)<br />
24.000<br />
Toscana<br />
117<br />
16.000<br />
Toscana/Italia<br />
115<br />
12.000<br />
113<br />
111<br />
8.000<br />
109<br />
6.000<br />
107<br />
4.000<br />
105<br />
103<br />
101<br />
2.000<br />
99<br />
97<br />
0<br />
95<br />
1950 1955 1960 1965 1970 1975 1980<br />
Ora, rispetto a questo sistema <strong>di</strong> vincoli, la Toscana esibisce <strong>di</strong>versi<br />
rischiosi p<strong>un</strong>ti <strong>di</strong> debolezza. Il rapporto tra ricerca e sviluppo, per esempio,<br />
sempre precario e tutto sommato nemmeno troppo essenziale, almeno<br />
per l’industria tipica che ha fondato i suoi successi più sull’innovazione<br />
formale che su quella tecnologica, non ha manifestato sintomi apprezzabili<br />
<strong>di</strong> consolidamento. È stato <strong>di</strong>mostrato (Gotti e Frattali, 1984) che, con<br />
riferimento all’area fiorentina, esiste <strong>un</strong>a domanda latente <strong>di</strong> ricerca a fini <strong>di</strong><br />
sviluppo tecnologico e, sempre nella stessa area, son presenti potenzialità,<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 95
anche rimarchevoli, d’offerta. Ma si tratta d’<strong>un</strong>a domanda e d’<strong>un</strong>a offerta<br />
che solo raramente riescono ad esprimersi e ad incontrarsi. Certo, in linea <strong>di</strong><br />
principio, esiste <strong>un</strong>a maggiore <strong>di</strong>fficoltà per le piccole imprese <strong>di</strong> accedere<br />
ai servizi <strong>di</strong> ricerca per l’innovazione: ma il p<strong>un</strong>to è che questa <strong>di</strong>fficoltà è<br />
solo assai parzialmente ovviata da iniziative pubbliche o private capaci <strong>di</strong><br />
imprimere impulsi sufficienti al vero e proprio salto <strong>di</strong> qualità che occorre.<br />
Non mancano iniziative a Firenze (Cesvit) e a Prato (Progetto Sprint), per<br />
esempio: ma si tratta pur sempre <strong>di</strong> iniziative pressoché isolate e con <strong>un</strong>a<br />
capacità <strong>di</strong> impatto che resta largamente al <strong>di</strong> qua della soglia critica.<br />
Che le attività rivolte alla promozione dei prodotti locali sui mercati<br />
nazionali e internazionali siano essenziali per <strong>un</strong> sistema produttivo cosi<br />
tipicamente orientato all’esportazione è del tutto ovvio. Un po’ meno<br />
comprensibile è che si stia <strong>di</strong>sputando da anni sulle possibili localizzazioni<br />
<strong>di</strong> nuove strutture espositive e, magari, sulla forma giuri<strong>di</strong>ca da assegnare<br />
alla loro gestione, senza che proceda sostanzialmente d’<strong>un</strong> passo<br />
l’approfon<strong>di</strong>mento della natura dei servizi promozionali da produrre e<br />
della identificazione dei capitali e delle risorse impren<strong>di</strong>toriali occorrenti<br />
per produrli.<br />
La povertà della dotazione infrastrutturale della Toscana, rispetto alle<br />
esigenze del suo sviluppo, è resa evidente a tutti dai bassissimi livelli <strong>di</strong><br />
accessibilità dall’esterno e <strong>di</strong> percorribilità interna del sistema regionale e in<br />
particolare del suo maggior polo produttivo localizzato tra Firenze e Prato.<br />
L’aeroporto pisano è clamorosamente inadeguato ai livelli dell’export e al<br />
volume dei flussi turistici della regione e, assieme al porto <strong>di</strong> Livorno, che<br />
è pur sempre il primo porto containers del Me<strong>di</strong>terraneo, è praticamente<br />
isolato dal suo hinterland per il pessimo stato dei collegamenti tra Firenze<br />
e la costa, che dovrebbero essere resi finalmente agevoli da <strong>un</strong>a superstrada<br />
in corso <strong>di</strong> costruzione da tempo immemorabile. La Toscana è <strong>un</strong>a delle<br />
regioni più motorizzate del paese, <strong>un</strong>’automobile ogni 2,7 abitanti, ma il<br />
tratto regionale dell’Autostrada del Sole è perennemente intasato; la strada<br />
statale da Firenze a Pisa e l’Aurelia, l<strong>un</strong>go la costa, rappresentano, non<br />
meno della Firenze-Grosseto, delle strozzature anziché delle infrastrutture<br />
<strong>di</strong> collegamento. Un riflesso <strong>di</strong> questa pessima con<strong>di</strong>zione delle strutture<br />
viarie si può forse rintracciare nel fatto che la rete ferroviaria toscana, pari<br />
al 7 per cento dell’intera rete nazionale, assorbe l’11 per cento dell’intero<br />
trasporto merci del paese.<br />
«Postindustriale», d<strong>un</strong>que, la Toscana? Si e no. Si, se si getta<br />
l’occhio sulle proporzioni in cui si <strong>di</strong>stribuiscono gli occupati nei tre<br />
gran<strong>di</strong> settori produttivi; no, se si guarda alla qualità del terziario e della<br />
struttura professionale, tenendo conto dello stato dei rapporti fra ricerca<br />
e sviluppo, delle iniziative <strong>di</strong> promozione mercantile, delle con<strong>di</strong>zioni<br />
della rete infrastrutturale. Se sta per partire -e presumibilmente è già<br />
96 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio
partito- <strong>un</strong> nuovo ciclo espansivo dell’economia mon<strong>di</strong>ale (che qualc<strong>un</strong>o<br />
-Bruckmann, 1983- considera la prima «onda l<strong>un</strong>ga» del nuovo «iperciclo<br />
postindustriale»), la possibilità <strong>di</strong> catturarne gli impulsi positivi <strong>di</strong>penderà<br />
dalla attitu<strong>di</strong>ne dei vari ambienti economico-territoriali ad accoglierne<br />
le innovazioni. È stato calcolato (Iiasa-<strong>Irpet</strong>, 1986) <strong>un</strong> rozzo in<strong>di</strong>ce che<br />
misura approssimativamente la propensione all’innovazione delle varie<br />
regioni italiane (tenendo conto della loro attuale struttura industriale,<br />
degli investimenti per la ricerca scientifica, delle attività <strong>di</strong> formazione<br />
professionale, del capitale fisso sociale e <strong>di</strong> altri in<strong>di</strong>catori socio-culturali).<br />
Il risultato, per quel po’ che può valere, è inquietante per la Toscana:<br />
fatto uguale a 1 il valore <strong>di</strong> questo in<strong>di</strong>ce per il complesso del paese, la<br />
Toscana si aggiu<strong>di</strong>cherebbe <strong>un</strong> modesto 1,4, più basso <strong>di</strong> poco dell’1,6 del<br />
Veneto, ma tragicamente <strong>di</strong>stante dal 4,1 dell’Emilia Romagna e dal 7,8<br />
del Piemonte.<br />
Pur consentendo con quanti facessero osservare (e non senza giustificato<br />
motivo) l’intrinseca opinabilità <strong>di</strong> misure siffatte e spostando l’attenzione<br />
su parametri meno controversi si gi<strong>un</strong>ge alla stessa conclusione: la Toscana<br />
trentacinque anni fa, nell’imminenza del processo <strong>di</strong> industrializzazione<br />
postbellico che vide il suo take-off a regione pienamente industriale,<br />
si trovava messa assai meglio <strong>di</strong> quanto non si trovi piazzata oggi, alla<br />
possibile vigilia d’<strong>un</strong> nuovo ciclo espansivo, <strong>di</strong> cui siano forze motrici le<br />
attività terziarie. Allora la Toscana, con 10 addetti all’industria ogni 100<br />
abitanti, era la quarta regione industriale del paese e la prima del plotoncino<br />
<strong>di</strong> quelle aspiranti all’industrializzazione. Oggi, con meno <strong>di</strong> 2 addetti al<br />
terziario qualificato ogni 100 abitanti, è la sesta regione italiana in questa<br />
graduatoria che la vede a pari merito con le Marche, ma è l’ultima del<br />
plotoncino delle regioni che inseguono l’Emilia Romagna e la Lombar<strong>di</strong>a,<br />
dopo Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Veneto e Liguria.<br />
Se il declino dell’industrializzazione e lo sviluppo della terziarizzazione<br />
rappresentano il segno della raggi<strong>un</strong>ta maturità <strong>di</strong> <strong>un</strong> sistema economico,<br />
per quanto riguarda la Toscana, viste le con<strong>di</strong>zioni in cui la trasformazione<br />
si realizza, si deve a malincuore riconoscere che si tratta <strong>di</strong> <strong>un</strong>a maturità<br />
raggi<strong>un</strong>ta troppo presto, <strong>un</strong>a «maturità precoce», probabilmente.<br />
6. Lo sviluppo <strong>di</strong>sconosciuto<br />
Fino al 1955, lo si è visto, la Toscana era, dal p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> vista economico, <strong>un</strong>a<br />
regione ancora prevalentemente agricola; dal 1977 non è più <strong>un</strong>a regione<br />
prevalentemente industriale: come <strong>di</strong>re che è transitata <strong>di</strong>rettamente dal<br />
pre al postindustriale. La prevalenza dell’industria come fonte principale<br />
dell’occupazione è durata quin<strong>di</strong> poco più <strong>di</strong> vent’anni: <strong>un</strong> batter d’occhio<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 97
nella storia plurisecolare della Toscana. Un periodo troppo breve per<br />
aver potuto ra<strong>di</strong>care e generalizzare <strong>un</strong>a cultura industriale come<br />
atteggiamento <strong>di</strong>ffuso e come cultura sociale <strong>di</strong> massa? Su questo sfondo<br />
fanno evidentemente eccezione i poli storici della grande impresa e i pochi<br />
veri «<strong>di</strong>stretti industriali» dei sistemi territoriali <strong>di</strong> piccole imprese: ma<br />
sono pennellate, pur visibili, che non cambiano la coloritura <strong>di</strong> fondo del<br />
quadro. In effetti la cultura sociale dei toscani, che si era rivelata così<br />
conforme alle esigenze dell’industrializzazione leggera e cosi consentanea<br />
ad assecondarne lo sviluppo, si trova come imbarazzata e perplessa <strong>di</strong><br />
fronte alle sfide della nuova fase.<br />
I vincoli entro i quali si svolge la competizione internazionale (non<br />
<strong>di</strong>versamente da quella interregionale) esigono <strong>un</strong>a duplice capacità:<br />
-<br />
-<br />
la capacità <strong>di</strong> adeguare i propri comportamenti alle nuove regole,<br />
secondo le quali non basta più saper profittare intelligentemente delle<br />
economie esterne, <strong>di</strong>ciamo così «naturali», ma occorre essere in grado <strong>di</strong><br />
costruire i generatori delle economie esterne «artificiali» (infrastrutture,<br />
ricerca e sviluppo, ecc.);<br />
la capacità <strong>di</strong> adattamento al più alto livello <strong>di</strong> competizione, nel<br />
quale non è più pagante la sola tempestività dell’adeguamento alle<br />
mutevoli esigenze della domanda, dato che ormai si tratta <strong>di</strong> suscitare e<br />
conformare quella domanda: si tratta, per usare <strong>un</strong>a metafora sportiva,<br />
<strong>di</strong> cambiar gioco passando dal gioco <strong>di</strong> rimessa a quello <strong>di</strong> battuta o, se<br />
si vuole, dal gioco <strong>di</strong> contropiede a quello d’attacco.<br />
Pensare in grande e guardar lontano sembra <strong>un</strong> esercizio intellettuale<br />
verso cui, salvo rare eccezioni, appaiono riluttanti i gruppi <strong>di</strong>rigenti toscani<br />
(delle istituzioni e delle imprese non meno che dei sindacati e dei partiti).<br />
Una riluttanza che può forse trovare almeno <strong>un</strong>’ipotesi <strong>di</strong> spiegazione nella<br />
brevità della stagione dell’industria ma che appare sostanzialmente non<br />
<strong>di</strong>ssimile dalla <strong>di</strong>fficoltà a intendere la natura e i meccanismi dello sviluppo<br />
regionale. Non si è inteso o non si è voluto intendere (e, com<strong>un</strong>que, non<br />
si è inteso tempestivamente) il carattere non transitorio del modello<br />
regionale <strong>di</strong> sviluppo, e quin<strong>di</strong> la domanda <strong>di</strong> regolazione e <strong>di</strong> sostegno<br />
che veniva esprimendo. Non s’intende, o almeno cosi sembra, oggi la<br />
natura del «nuovo» che nasce in <strong>un</strong> ambiente che non gli è particolarmente<br />
simpatetico. Questo ragionamento si muove su <strong>un</strong> terreno pericolosamente<br />
infido e viscido, dovendosi basare su notazioni impressionistiche e<br />
sensazioni, in<strong>di</strong>mostrabili qui ma -si presume- assai ostiche, <strong>di</strong> per sé, alle<br />
procedure della verifica scientifica.<br />
Con tutti i rischi del caso si proverà a formulare <strong>un</strong>’idea. La vicenda<br />
dello sviluppo toscano, il <strong>di</strong>battito che ne è sorto, le politiche che ne sono<br />
o non ne sono derivate, parrebbero suggerire <strong>un</strong>a sorta <strong>di</strong> separatezza e<br />
<strong>di</strong> estraneità reciproca fra i gruppi <strong>di</strong>rigenti regionali e i processi dello<br />
98 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio
sviluppo. Una estraneità che invece non si ritrova (perché non ammetterlo?)<br />
nei comportamenti pratici dei sindaci e degli assessori locali, dei singoli<br />
operatori economici, dei sindacalisti <strong>di</strong> base, dei lavoratori e delle loro<br />
famiglie. Tutti alienati inconsapevoli o complici coscienti delle nequizie<br />
del modello? O non piuttosto accorti operatori che, <strong>un</strong> occhio all’ideologia<br />
<strong>un</strong> altro all’interesse personale, ma attenti a non sacrificare né alla prima<br />
né al secondo il benessere collettivo, hanno com<strong>un</strong>que operato come agenti<br />
della trasformazione? Trasformazione che ha ass<strong>un</strong>to i caratteri <strong>di</strong> <strong>un</strong>a<br />
grande opera <strong>di</strong> modernizzazione, quale indubbiamente è stato il processo<br />
<strong>di</strong> «industrializzazione dal basso» <strong>di</strong> questo dopoguerra.<br />
Conseguenza <strong>di</strong>retta o in<strong>di</strong>retta della rapi<strong>di</strong>tà della transizione dal pre<br />
al postindustriale e del rapporto <strong>di</strong> estraneità reciproca fra gruppi <strong>di</strong>rigenti<br />
regionali e meccanismi dello sviluppo, è <strong>un</strong> atteggiamento, in tal<strong>un</strong>i casi <strong>un</strong><br />
vero e proprio pregiu<strong>di</strong>zio, che viene da lontano, anche da molto lontano<br />
nel tempo. Non si sono rintracciati, a <strong>un</strong>a prima sommaria perlustrazione,<br />
documenti e testimonianze <strong>di</strong> epoche anteriori: ma già nel documento per<br />
la prima Conferenza regionale dei com<strong>un</strong>isti toscani (10-12 luglio 1959) si<br />
trovano reperti inequivocabili <strong>di</strong> questo atteggiamento. E non tanto perché<br />
l’insistenza sul ruolo dell’agricoltura o la rituale segnalazione del «peso dei<br />
gran<strong>di</strong> monopoli» aduggino il testo <strong>di</strong> motivi datati, quanto per l’esplicita<br />
manifestazione <strong>di</strong> quella che resterà a l<strong>un</strong>go <strong>un</strong>a costante nelle valutazioni<br />
politico-sindacali circa l’economia regionale. Ci si riferisce a quella sorta<br />
<strong>di</strong> rimozione della realtà che si manifesta allorché, rilevato «l’andamento<br />
positivo <strong>di</strong> alc<strong>un</strong>e produzioni industriali in momenti <strong>di</strong> favorevole<br />
congi<strong>un</strong>tura», se ne inferisce che «sarebbe <strong>un</strong> errore negare che la Toscana<br />
stia subendo <strong>un</strong> grave processo <strong>di</strong> degradazione economica». E debbono<br />
passare alc<strong>un</strong>i anni perché gli organi regionali della Cgil (gennaio 1962)<br />
riconoscano «<strong>un</strong>a accresciuta intraprendenza dei piccoli e me<strong>di</strong> operatori».<br />
Sono in effetti gli anni in cui si registra <strong>un</strong>o spettacolare sviluppo<br />
dell’economia regionale, provato, al <strong>di</strong> là <strong>di</strong> ogni possibile dubbio, dalla<br />
costanza o dall’aumento della popolazione e dalla repentina caduta della<br />
<strong>di</strong>soccupazione, che accompagnano la rovinosa crisi agricola e la fuga<br />
dalle campagne (Fig. 7). Ma hanno già cominciato a circolare anche i primi<br />
stu<strong>di</strong> sul fenomeno. Gli stu<strong>di</strong>osi non mancano <strong>di</strong> dar conto degli inusitati<br />
fermenti in cui si esprimono i primor<strong>di</strong> dell’industrializzazione leggera,<br />
ma l’interpretazione dei processi è singolarmente rattrappita, anche nelle<br />
analisi più fini e sensibili, entro schemi tra<strong>di</strong>zionali e riduttivi. Ne fa fede<br />
il caso della relazione (<strong>un</strong>a magistrale lezione <strong>di</strong> regionalità economica)<br />
che Alberto Bettolino tiene al primo importante convegno sull’economia<br />
toscana, promosso dall’Unione regionale delle Camere <strong>di</strong> commercio nel<br />
1961. Una trattazione <strong>di</strong> vasto respiro, ricca <strong>di</strong> sottili <strong>di</strong>stinzioni, ma nella<br />
quale si insinua il rammarico per <strong>un</strong>a «industria tessile che non riesce<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 99
ad assumere <strong>un</strong>a posizione <strong>di</strong> parità con le altre gran<strong>di</strong> imprese italiane»<br />
(Bertolino, 1961). Nel frattempo son resi <strong>di</strong>sponibili i primi risultati dei<br />
censimenti 1961, che vengono imme<strong>di</strong>atamente sottoposti a <strong>un</strong>o scrupoloso<br />
scrutinio da parte dell’Itres (l’Istituto progenitore dell’<strong>Irpet</strong>), per incarico<br />
dell’Unione regionale delle province toscane, che in<strong>di</strong>ce <strong>un</strong> convegno<br />
su <strong>un</strong> tema assai impegnativo, quale «l’inserimento della Toscana nella<br />
programmazione economica nazionale» (Urpt, 1963).<br />
Figura 7<br />
L’OCCUPAZIONE E LA PRODUZIONE AGRICOLA; LA DISOCCUPAZIONE; LA POPOLAZIONE<br />
TOTALE (1950-70)<br />
Valori percentuali sulle corrispondenti grandezze nazionali<br />
7,5<br />
7,0<br />
6,5<br />
6,0<br />
5,5<br />
5,0<br />
4,5<br />
4,0<br />
3,5<br />
Occupazione agricola<br />
Produzione agricola<br />
Disoccupazione<br />
Popolazione<br />
1950 1955 1960 1965 1970<br />
L’immissione nel circuito politico-culturale delle conoscenze prodotte<br />
dalla ricerca sembra più efficace del dato dell’esperienza <strong>di</strong>retta nell’indurre<br />
a percepire che le cose si stanno muovendo nell’economia toscana: ne è<br />
riprova l’analisi meno irrigi<strong>di</strong>ta con la quale i com<strong>un</strong>isti toscani vanno, nel<br />
1963, alla loro seconda conferenza regionale. Nel documento preparatorio<br />
si parla ora <strong>di</strong> «<strong>di</strong>namica presenza della piccola e me<strong>di</strong>a impresa industriale<br />
e artigiana, che ha manifestato notevole duttilità e prontezza <strong>di</strong> iniziativa»,<br />
tanto che si giu<strong>di</strong>ca necessario «sottolinearne maggiormente la f<strong>un</strong>zione<br />
sociale per il suo contributo all’espansione dell’occupazione e del red<strong>di</strong>to».<br />
Sullo sfondo agisce, indubbiamente, la lezione togliattiana sulla politica<br />
<strong>di</strong> alleanze fra classe operaia e ceti me<strong>di</strong>. Il documento merita tuttavia<br />
qualche attenzione, sia per <strong>un</strong> curioso giu<strong>di</strong>zio «etico» sull’industria leggera<br />
toscana («legata a produzioni voluttuarie o com<strong>un</strong>que non essenziali») sia<br />
perché in<strong>di</strong>vidua il principale fattore del suo sviluppo in <strong>un</strong> «decennio <strong>di</strong><br />
congi<strong>un</strong>tura eccezionalmente favorevole». Un giu<strong>di</strong>zio che riecheggia la<br />
valutazione data in altra sede da alc<strong>un</strong>i stu<strong>di</strong>osi dello stesso fenomeno.<br />
100 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio
Il relatore al convegno dell’Urpt prima citato aveva infatti ritenuto che<br />
lo sviluppo dell’industria leggera toscana fosse «<strong>un</strong> fatto eminentemente<br />
congi<strong>un</strong>turale» contrassegnato da <strong>un</strong>a «grande precarietà». E così<br />
qualificava il giu<strong>di</strong>zio: «<strong>un</strong>a felice congi<strong>un</strong>zione <strong>di</strong> eventi esogeni ed<br />
endogeni ha prodotto <strong>un</strong> accrescimento dei red<strong>di</strong>ti <strong>di</strong>stribuiti da alc<strong>un</strong>e<br />
industrie leggere e <strong>di</strong> servizi e dalle industrie loro fornitrici. La <strong>di</strong>ffusione<br />
<strong>di</strong> questi red<strong>di</strong>ti ha tonificato <strong>di</strong> riflesso altre attività locali. Lo sviluppo<br />
economico toscano, il nostro “miracolo” è tutto qui» (Becattini, 1963).<br />
Sarà lo stesso stu<strong>di</strong>oso a <strong>di</strong>mostrare, sei anni dopo che lo sviluppo toscano<br />
non era affatto <strong>un</strong>a precaria emergenza congi<strong>un</strong>turale (<strong>Irpet</strong>, 1969). E dopo<br />
altri sei anni spiegherà, con dovizia <strong>di</strong> prove e serrato argomentare, che<br />
non solo lo sviluppo toscano non era «tutto li», ma conteneva ad<strong>di</strong>rittura<br />
<strong>un</strong> «<strong>di</strong> più» rispetto allo sviluppo <strong>di</strong> altre regioni (Becattini, 1975).<br />
La pubblicazione integrale dei dati dei censimenti consente <strong>di</strong><br />
approfon<strong>di</strong>re l’analisi delle trasformazioni intercorse tra 1951 e 1961. Uno<br />
stu<strong>di</strong>o specifico sulla Toscana (Br<strong>un</strong>i, 1964) qualifica lo sviluppo toscano<br />
come trainato dall’industria leggera specializzata nella produzione <strong>di</strong> beni<br />
<strong>di</strong> consumo durevole e identifica la similarità dei processi toscani con quelli<br />
occorsi nello stesso periodo nelle altre regioni centro-nordorientali.<br />
Intanto si comincia a parlare <strong>di</strong> programmazione regionale, ed è in<br />
questo torno <strong>di</strong> anni che vengono costituiti dal ministero del Bilancio<br />
e della programmazione i comitati regionali per la programmazione<br />
economica (Urpt, 1968). Forse paventando politiche programmatorie, <strong>di</strong><br />
cui a <strong>di</strong>re il vero si scorgono più le velleità che le premesse operative,<br />
l’Unione regionale delle Camere <strong>di</strong> commercio si affretta (giugno 1965) a<br />
render nota la sua opinione: «le linee <strong>di</strong> sviluppo industriale seguite negli<br />
ultimi anni non vanno corrette ma piuttosto secondate ed incoraggiate»<br />
(Urc-ciaat, 1963). Anche la Cgil regionale, in <strong>un</strong> documento del gennaio<br />
1966, converge ora verso valutazioni meno cupe che nel passato e, pur<br />
giu<strong>di</strong>cando che «la situazione rimane preoccupante», invoca <strong>un</strong>a politica<br />
che non si limiti soltanto ad «assicurare la sopravvivenza della piccola e<br />
me<strong>di</strong>a azienda ma ne favorisca lo sviluppo produttivo».<br />
Tutti d’accordo d<strong>un</strong>que? Nemmeno a parlarne: quando ci si sposta<br />
dalla semplice valutazione degli andamenti congi<strong>un</strong>turali a <strong>un</strong> tentativo<br />
<strong>di</strong> comprensione della natura dei meccanismi che guidano il processo <strong>di</strong><br />
industrializzazione si torna a prender fischi per fiaschi. La Cgil regionale,<br />
per esempio, parla nel giugno 1967 dei mutamenti avvenuti nella<br />
struttura industriale toscana fra ‘61 e ‘71 ancora come <strong>di</strong> <strong>un</strong> fenomeno «<br />
specificamente congi<strong>un</strong>turale». E sottolinea che si tratta <strong>di</strong> <strong>un</strong>a «debole<br />
struttura economica dove non si sono avuti né intensi investimenti né<br />
incentivi sostanziosi provenienti dall’esterno» sì che «la Toscana rischia,<br />
assieme alle altre regioni dell’Italia centrale, <strong>di</strong> rimanere... ai margini dello<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 101
sviluppo economico» (sic!) (Cgil, 1967): si può scorgere qui la sorprendente<br />
anticipazione <strong>di</strong> <strong>un</strong> atteggiamento che precorre l’ideologia della «Terza<br />
Italia». La «Terza Italia», si ba<strong>di</strong> bene, degli anni ‘60, non la Tre Italie o<br />
l’Italia del Nec (Nord-Est-Centro) che Bagnasco e Fuà teorizzeranno tra la<br />
metà degli anni ‘70 e l’inizio degli anni ‘80 (Bagnasco, 1977; Fuà e Zacchia,<br />
1983). Qui si tratta dell’Italia centrale, la cosiddetta «Italia compressa» fra<br />
<strong>un</strong> Nord autopropulsivo e <strong>un</strong> Sud incentivato, per la quale si immaginano<br />
provvidenze e strumenti straor<strong>di</strong>nari <strong>di</strong> intervento, parenti prossimi della<br />
Cassa per il Mezzogiorno e auspicati terreni <strong>di</strong> pascolo per il notabilato<br />
locale. Davvero non si è capito, se perfino in <strong>un</strong> volumetto prodotto per<br />
il Comitato regionale per la programmazione economica della Toscana<br />
(Parravicini, 1969) si continua con la stessa solfa: «la proliferazione <strong>di</strong><br />
nuove piccole aziende» rappresenta «<strong>un</strong> p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> debolezza dell’economia<br />
toscana», sì da render necessarie «iniziative a carattere pubblico o privato<br />
volte alla creazione <strong>di</strong> gran<strong>di</strong> industrie».<br />
Nell’ottobre dello stesso anno l’<strong>Irpet</strong> pubblica Lo sviluppo economico<br />
della Toscana: <strong>un</strong>’ipotesi <strong>di</strong> lavoro, che rappresenta il primo tentativo<br />
compiuto <strong>di</strong> spiegare con <strong>un</strong> ragionamento <strong>un</strong>itario lo sviluppo economico<br />
toscano del dopoguerra (<strong>Irpet</strong>, 1969). Pur presentandosi soltanto come<br />
«<strong>un</strong>a possibile interpretazione» <strong>di</strong> quello sviluppo, il documento sottolinea<br />
«l’<strong>un</strong>itarietà del <strong>di</strong>scorso, che lo rende <strong>di</strong>verso rispetto alle altre interpretazioni<br />
alternative» fino allora formulate. Secondo il testo dell’<strong>Irpet</strong> i fattori dello<br />
sviluppo economico toscano sono riconducibili ai seguenti: «espansione<br />
della domanda esterna dei beni e servizi toscani; presenza <strong>di</strong> abbondanti<br />
riserve <strong>di</strong> manodopera intelligente e versatile, <strong>di</strong>sposta al lavoro <strong>di</strong> fabbrica<br />
a salari modesti; concomitanza <strong>di</strong> circostanze tali da incanalare la <strong>di</strong>ffusa<br />
ingegnosità verso l’attività economica; produzione <strong>di</strong> <strong>un</strong> flusso continuo<br />
<strong>di</strong> economie esterne alle singole imprese ma interne al settore produttivo».<br />
Su queste premesse il <strong>di</strong>battito potrebbe davvero prendere quota, come in<br />
effetti avverrà da li a qualche anno: per il momento coloro che avevano più<br />
frequentemente interloquito nella <strong>di</strong>sputa sullo sviluppo toscano <strong>di</strong>fferenziano<br />
solo <strong>di</strong> pochissimo i loro atteggiamenti. L’Unione regionale delle Camere <strong>di</strong><br />
commercio crede <strong>di</strong> poter già registrare «mutamenti strutturali» nell’economia<br />
toscana (<strong>di</strong>cembre 1971) e non s’accorge che il processo <strong>di</strong> proliferazione<br />
delle piccole imprese, la selezione operatava dalla congi<strong>un</strong>tura del ‘64,<br />
l’intensificazione del decentramento produttivo stabilizzano il modello<br />
in Toscana e, molto spesso come risposta alle lotte operaie della fine degli<br />
anni ‘60, lo estendono a buona parte del paese. All’inizio dell’anno nuovo,<br />
ricalcando più o meno pe<strong>di</strong>ssequamente ma, si <strong>di</strong>rebbe, in modo sempre meno<br />
convinto, le proprie precedenti posizioni, la Federazione regionale Cgil, Cisl<br />
e Uil sembra consentire con quelle valutazioni: «la ristrutturazione in corso si<br />
risolve soltanto in <strong>un</strong> ulteriore frastagliamento dell’apparato produttivo».<br />
102 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio
È incre<strong>di</strong>bile come nemmeno l’arrivo dei dati dei censimenti 1971,<br />
che pure vengono da tutti conosciuti almeno nelle loro cifre essenziali e<br />
da qualc<strong>un</strong>o letti e soppesati, valga a incrinare l’ingessatura degli schemi<br />
stereotipi in cui ci si ostina a voler forzare la multiforme realtà dello<br />
sviluppo toscano. Bastino due soli esempi: la Federazione regionale Cgil,<br />
Cisl e Uil, nel febbraio 1973, torna a riba<strong>di</strong>re il chiodo fisso dell’estrema<br />
«permanente precarietà dell’occupazione derivante dalla debolezza<br />
dell’apparato industriale». Gli organismi regionali della Cisl rincarano la<br />
dose più o meno negli stessi giorni allorché rilasciano <strong>un</strong> documento nel<br />
quale si parla «in termini drammatici» (sono parole dello stesso documento)<br />
dei «<strong>di</strong>fetti e degli squilibri del tipo <strong>di</strong> sviluppo prodottosi in Toscana dal<br />
dopoguerra».<br />
La rapida scorribanda fra dati, giu<strong>di</strong>zi e pregiu<strong>di</strong>zi fin qui condotta<br />
non autorizza indebite conclusioni. Ma è legittima almeno, si crede,<br />
<strong>un</strong>a domanda: come, e perché, ha potuto operare <strong>un</strong>a cosi compatta<br />
rimozione della realtà <strong>di</strong> <strong>un</strong> processo che, in vent’anni, contrassegnati<br />
dalla irreversibile crisi economica dell’agricoltura e dalla <strong>di</strong>ssoluzione<br />
culturale del suo or<strong>di</strong>namento mezzadrile, ha evitato che l’esodo dalle<br />
campagne si tramutasse in emigrazione, ha generato <strong>un</strong> incremento del<br />
70 per cento nell’occupazione extra-agricola, ha prodotto <strong>un</strong>o sviluppo<br />
pari al 115 per cento negli addetti dell’industria tipica? Tanto più che il<br />
modello dell’industrializzazione leggera, sorretto da sistemi territoriali<br />
<strong>di</strong> piccole imprese specializzate, non è più peculiare della sola Toscana,<br />
ma si è venuto generalizzando, già in questi primi anni ‘70, all’Italia o,<br />
almeno, alle sue regioni centro-nord-orientali (Malfi, 1986). Perfino autori<br />
<strong>di</strong> chiara fama (Graziani, 1981) guardando al processo <strong>un</strong> po’ dall’alto e da<br />
<strong>un</strong>a certa <strong>di</strong>stanza, anche geografica, rispetto ai luoghi del suo epicentro, vi<br />
vedono solo la reazione del padronato che fa del decentramento produttivo<br />
<strong>un</strong> lucido <strong>di</strong>segno per contrastare gli esiti delle lotte operaie del 1969-70<br />
e indebolire la forza del sindacato. La comparsa sulle pagine <strong>di</strong> «Critica<br />
Marxista» <strong>di</strong> <strong>un</strong> saggio assai impegnato, Strutture sociali e politica delle<br />
riforme in Toscana (Cantelli e Paggi, 1973) concorre a innalzare il livello<br />
e l’ampiezza del confronto. Il saggio è <strong>un</strong>a in<strong>di</strong>retta, ma non tanto, replica<br />
all’interpretazione proposta dall’<strong>Irpet</strong> nel 1969. Gli autori partono dal lato<br />
più macroscopico dello sviluppo toscano, quello cioè del ruolo particolare<br />
che vi ha svolto la piccola e me<strong>di</strong>a impresa. Ma la possibilità <strong>di</strong> svolgere<br />
questo ruolo viene ricondotta alle scelte <strong>di</strong> politica economica formulate nel<br />
primo dopoguerra e negli anni imme<strong>di</strong>atamente successivi. L’interazione<br />
fra crisi dell’agricoltura e abbandono dei settori industriali <strong>di</strong> base genera<br />
lo spazio per il decollo dell’industria leggera e segnatamente <strong>di</strong> quella<br />
esportatrice. Si revoca in dubbio il carattere autopropulsivo dello sviluppo<br />
toscano, sostenuto dal <strong>di</strong>namismo dell’industria tipica, per approdare ad<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 103
<strong>un</strong>a conclusione, che rappresenta la chiave <strong>di</strong> lettura dell’intero saggio:<br />
«lo sviluppo della piccola manifattura, l<strong>un</strong>gi dal costituire l’<strong>un</strong>ica forma<br />
possibile <strong>di</strong> industrializzazione, costituisce <strong>un</strong> esito che si è reso possibile<br />
solo per l’elisione <strong>di</strong> altre alternative reali».<br />
Nel 1975 l’<strong>Irpet</strong> pubblica -come s’è detto- Lo sviluppo economico della<br />
Toscana (Becattini, 1975), risultato <strong>di</strong> <strong>un</strong> l<strong>un</strong>go lavoro <strong>di</strong> ricerca <strong>di</strong> tutto<br />
l’Istituto. Non è qui possibile, né, del resto, sembra necessario (potendo<br />
rinviare al saggio che precede questo scritto in questo stesso volume)<br />
fornire nemmeno <strong>un</strong>’estrema sintesi dei contenuti analitici del volume e<br />
del modello interpretativo su cui si fonda. Per quel che serve in questa sede<br />
sarà sufficiente ricordare che da allora si apre <strong>un</strong> vero <strong>di</strong>battito sui caratteri<br />
e le prospettive dello sviluppo toscano. Stu<strong>di</strong>osi, esperti, amministratori,<br />
<strong>di</strong>rigenti politici e sindacali, operatori vi partecipano in varie se<strong>di</strong> e<br />
circostanze (Flori<strong>di</strong>a, 1981). Non si contano i convegni, le tavole rotonde e i<br />
seminari sull’argomento. Si tratta <strong>di</strong> <strong>un</strong>a specie <strong>di</strong> processo <strong>di</strong> acculturazione<br />
che rende familiari al <strong>di</strong>battito politico-culturale le locuzioni coniate dal<br />
documento: industria tipica, campagna urbanizzata, domanda frammentata<br />
e variabile, ecc. L’interpretazione dell’<strong>Irpet</strong>, o suoi frammenti, fanno ogni<br />
tanto qualche comparsa perfino nei testi ufficiali della Regione Toscana (si<br />
veda ad esempio la Proposta <strong>di</strong> documento programmatico pluriennale del<br />
1977: Regione Toscana, 1977). Il <strong>di</strong>battito affronta, <strong>di</strong> volta in volta, temi<br />
come quelli della specificità dello sviluppo toscano, del suo grado possibile<br />
<strong>di</strong> autonomia rispetto ai con<strong>di</strong>zionamenti internazionali e nazionali, delle<br />
sue possibilità <strong>di</strong> tenuta nel me<strong>di</strong>o termine (e se ne son visti alc<strong>un</strong>i esempi<br />
nelle pagine che precedono).<br />
Ma ci sono alc<strong>un</strong>i luoghi topici della <strong>di</strong>scussione riconducibili ad alc<strong>un</strong>e,<br />
<strong>di</strong>ciamo così, «opposizioni <strong>di</strong>alettiche»: il grado <strong>di</strong> efficienza relativa della<br />
piccola e della grande impresa, le potenzialità <strong>di</strong> sviluppo prospettivo<br />
dei settori tipici e <strong>di</strong> quelli a più elevata caratterizzazione tecnologica, il<br />
ruolo dell’impresa pubblica nei confronti dell’impren<strong>di</strong>toria privata e dello<br />
sviluppo regionale, le possibili alternative <strong>di</strong> orientamento degli sbocchi<br />
mercantili (mercato interno, mercato internazionale) e così via. Del rilievo<br />
del <strong>di</strong>battito e della sua caratterizzazione <strong>di</strong> <strong>un</strong>’intera stagione del confronto<br />
politico-culturale in Toscana, fa fede <strong>un</strong>a <strong>di</strong>chiarazione dell’allora<br />
vicepresidente della Regione Gianfranco Bartolini, che ritiene «sia stato<br />
<strong>un</strong> fatto positivo l’esistenza <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>di</strong>battito in Toscana, che risale agli inizi<br />
degli anni ‘70 e che si sviluppa per <strong>un</strong> certo periodo nel decennio [...] Stu<strong>di</strong><br />
quali quelli prodotti a suo tempo dall’<strong>Irpet</strong> sono abbastanza esemplari<br />
rispetto al quadro <strong>di</strong> altre regioni» (Bartolini, 1981). Nella <strong>di</strong>chiarazione<br />
si coglie <strong>un</strong> aspetto importante (importante, si intende, nella <strong>di</strong>mensione<br />
<strong>di</strong> importanza dell’argomento <strong>di</strong> cui si <strong>di</strong>scute): c’è stato in effetti, con<br />
la Proposta del 1977, <strong>un</strong> tentativo <strong>di</strong> raccordare la definizione, magari<br />
104 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio
platonica, <strong>di</strong> linee strategiche all’analisi dello sviluppo regionale. Un’analisi<br />
che accoglie sostanzialmente l’interpretazione dell’<strong>Irpet</strong>, pur integrandovi<br />
temi d’obbligo quali quelli dell’ambiente, dell’energia, delle tecnologie.<br />
Si identifica <strong>un</strong>a linea <strong>di</strong> politica economica che comporta il sostegno al<br />
consolidamento e alla qualificazione dell’industria tipica, soprattutto per<br />
quanto riguarda la sua proiezione sui mercati internazionali, è l’attenzione a<br />
<strong>un</strong>a novità nell’apparato regionale che l’<strong>Irpet</strong> ha da poco segnalato, quella,<br />
cioè, dell’attivazione <strong>di</strong> industrie interme<strong>di</strong>e operanti nella produzione <strong>di</strong><br />
macchine utensili ed accessori utilizzati nei settori leggeri. Ma è il p<strong>un</strong>to <strong>di</strong><br />
massimo contatto, per cosi <strong>di</strong>re, fra «ricerca» e «politica».<br />
Negli anni successivi l’analisi dello sviluppo regionale, che precede <strong>di</strong><br />
norma i documenti della programmazione, si stempera nell’osservazione<br />
congi<strong>un</strong>turale o nella ricostruzione <strong>di</strong> andamenti <strong>di</strong> me<strong>di</strong>o periodo,<br />
<strong>di</strong>simpegnandosi progressivamente dal terreno dell’interpretazione. D’altra<br />
parte, a mano a mano che procedono l’articolazione e la specificazione<br />
dell’intervento regionale in termini sempre più concreti e ravvicinati, si<br />
perdono i labili collegamenti con l’analisi condotta per linee generali e<br />
gran<strong>di</strong> aggregati, che conservava <strong>un</strong> suo sapore, magari prevalentemente<br />
culturalistico, quando la programmazione regionale viveva più <strong>di</strong> en<strong>un</strong>ciati<br />
generali che <strong>di</strong> politiche operanti (Regione Toscana, 1978 e 1979). La l<strong>un</strong>ga<br />
querelle sul «modello toscano <strong>di</strong> sviluppo» si viene spegnendo, salvo rari<br />
ritorni <strong>di</strong> fiamma, per lo più in termini <strong>di</strong> <strong>di</strong>scussione sulle vicende passate<br />
(Ranfagni, 1981).<br />
Si può ora tentare <strong>un</strong>a spiegazione, più intuitiva che <strong>di</strong>mostrata,<br />
dell’interrogativo iniziale: come si è potuto non vedere ciò che stava<br />
accadendo sotto gli occhi? Uno sviluppo eterodosso come quello<br />
toscano sfuggiva agli schemi consolidati della teoria non meno che al<br />
controllo sindacale, che vagheggiava naturalmente or<strong>di</strong>nate masse <strong>di</strong><br />
operai in tuta blu ben accentrati in giganteschi complessi industriali.<br />
L’anomalia del meccanismo <strong>di</strong> sviluppo, <strong>un</strong>a miriade <strong>di</strong> piccolissime<br />
imprese poco strutturate, viste come <strong>un</strong>a sorta <strong>di</strong> «armata Brancaleone»<br />
dell’industrializzazione, si ostinava, contro ogni contraria profezia, a<br />
produrre occupazione, investimenti, esportazioni, red<strong>di</strong>to. Tutti attributi<br />
ritenuti, invece, <strong>di</strong> normale appannaggio della grande impresa. Per <strong>di</strong><br />
più, fra gli stracci <strong>di</strong> Prato, gli impermeabili <strong>di</strong> Empoli e le scarpe <strong>di</strong><br />
Fucecchio, non si vedevano segni della scintillante tecnologia ass<strong>un</strong>ta e<br />
mitizzata ad emblema del progresso e della modernità. I gruppi <strong>di</strong>rigenti<br />
toscani non riescono ad entrare in sintonia con questo tipo <strong>di</strong> sviluppo<br />
che non è mai sentito come cosa propria. E rispetto al quale matura, anzi,<br />
<strong>un</strong>a sorta <strong>di</strong> atteggiamento <strong>di</strong> alterità. L’atteggiamento critico verso le<br />
attività tra<strong>di</strong>zionali sembra ogni tanto trascinare con sé anche i più ra<strong>di</strong>cati<br />
comandamenti della sinistra circa le alleanze sociali.<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 105
Non si intende mai a pieno la vera natura dell’industria tipica e non si<br />
vede quin<strong>di</strong> nemmeno il nuovo (l’industria interme<strong>di</strong>a) che questa genera.<br />
Né potrebbe essere <strong>di</strong>versamente, se l’atteggiamento <strong>di</strong> sindacalisti, <strong>di</strong>rigenti<br />
politici e amministratori <strong>di</strong> sinistra verso le peculiarità dello sviluppo<br />
regionale cambia dalla <strong>di</strong>ffidenza all’ostilità, certo secondo i soggetti e le<br />
circostanze (e non senza qualche, e tutt’altro che irrilevante, eccezione), ma<br />
sempre attento a prenderne le <strong>di</strong>stanze. Ness<strong>un</strong> uomo politico toscano <strong>di</strong><br />
primo piano farà mai <strong>un</strong>a appassionata professione <strong>di</strong> adesione al modello<br />
<strong>di</strong> sviluppo della sua regione del tipo <strong>di</strong> quella che si coglie nelle parole<br />
dell’assessore alla Programmazione dell’Emilia Romagna: «Se dovessimo<br />
connotare quello che è stato chiamato modello emiliano dovremmo far<br />
riferimento proprio al rapporto impresa-ambiente: alla capacità <strong>di</strong> passare,<br />
in maniera meno traumatica che in altre parti del paese, dalla fase rurale<br />
alla fase industriale; alla struttura urbana policentrica, che ha supportato i<br />
processi <strong>di</strong> urbanizzazione in termini <strong>di</strong> minore conflitto città-campagna;<br />
alla capacità degli enti locali <strong>di</strong> coniugare positivamente i bisogni civili e<br />
sociali con le esigenze dell’apparato produttivo; allo sviluppo <strong>di</strong> potenzialità<br />
lavorative e impren<strong>di</strong>toriali in ambienti socialmente ricettivi e propulsivi:<br />
sono questi alc<strong>un</strong>i caratteri della nostra storia socio-economica recente».<br />
Una storia, si deve aggi<strong>un</strong>gere, alla quale si riven<strong>di</strong>ca orgogliosamente<br />
d’aver contribuito grazie «alla capacità <strong>di</strong> governare questi processi da<br />
parte degli enti locali emiliani» (Bulgarelli, 1984).<br />
Data quin<strong>di</strong> l’intrinseca <strong>di</strong>fficoltà dei gruppi <strong>di</strong>rigenti toscani a intendere<br />
il «tra<strong>di</strong>zionale» e a percepire il «nuovo», ben si capisce come nei documenti<br />
della programmazione regionale (e pur scontando la nota <strong>di</strong>varicazione<br />
tra <strong>di</strong>re e fare, presente anche in ambiti <strong>di</strong> ampiezza e importanza ben<br />
<strong>di</strong>verse) non si ritrovi <strong>un</strong>a definizione penetrante <strong>di</strong> politiche, possibili con<br />
i propri poteri e le proprie risorse per i settori tipici, mentre si rintracciano<br />
<strong>di</strong>chiarazioni, destinate evidentemente a restar prive d’effetto, per quanto<br />
riguarda gli aspetti generalissimi delle politiche industriali, dell’innovazione,<br />
della ricerca. Ma quando si operi in <strong>un</strong>a fase <strong>di</strong> mutamento, nella quale<br />
non basta più -lo si è detto poco sopra- l’abilità <strong>di</strong> catturare le economie<br />
esterne «naturali» ma occorre la capacità <strong>di</strong> costruire i generatori <strong>di</strong><br />
economie esterne «artificiali», <strong>di</strong>venta cruciale proprio il ruolo del governo<br />
consapevole della transizione, cioè delle politiche pubbliche e private a<br />
grande scala e <strong>di</strong> me<strong>di</strong>o periodo. Il sistema non ce la fa spontaneamente<br />
a misurarsi con le sfide del nostro tempo, non ce la può fare, date le sue<br />
caratterizzazioni socio-culturali ma tenute presenti anche le <strong>di</strong>mensioni <strong>di</strong><br />
queste sfide. Del resto malgrado le ottime prestazioni fornite anche nelle<br />
congi<strong>un</strong>ture più avverse il sistema toscano non ha mai espresso <strong>un</strong>a spiccata<br />
propensione innovativa. Valgano due esempi: la Toscana è <strong>un</strong>o dei poli<br />
mon<strong>di</strong>ali dell’abbigliamento e delle calzature, ma le due innovazioni più<br />
106 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio
sensazionali <strong>di</strong> questi ultimi anni (l’abbigliamento casual e le calzature da<br />
tempo libero) non sono nate qui. L’altro esempio si muove invece all’interno<br />
<strong>di</strong> quelle che possono senza esagerazione essere definite attività avanzate. E<br />
non sembri peregrino l’esempio. La localizzazione a Firenze della massima<br />
istituzione geografica nazionale (l’Istituto geografico militare), l’esistenza,<br />
in loco, <strong>di</strong> <strong>un</strong>a prestigiosa e l<strong>un</strong>ga tra<strong>di</strong>zione nel campo della costruzione<br />
<strong>di</strong> apparecchiature geodetiche e aerofotogrammetriche (Galileo), avevano<br />
dato vita a <strong>un</strong>’azienda <strong>di</strong>namica e moderna, che vantava <strong>un</strong>a robusta e<br />
attrezzata specializzazione nel campo dell’aerofotogrammetria (Eira). Il<br />
fatto che in Toscana, a Firenze e a Pisa, fossero poi inse<strong>di</strong>ate due delle<br />
massime concentrazioni <strong>di</strong> ricerca informatica del paese avrebbe potuto<br />
aprire insperate prospettive <strong>di</strong> progresso scientifico, <strong>di</strong> sviluppo tecnologico<br />
e <strong>di</strong> espansione industriale e mercantile, grazie all’interazione fra le quattro<br />
entità prima ricordate. Eppure, quando <strong>di</strong>fficoltà gestionali mettono in<br />
crisi (e condurranno, nel 1977, al fallimento) l’Eira e poco l<strong>un</strong>gimiranti<br />
scelte <strong>di</strong> convenienza aziendale <strong>di</strong> breve periodo conducono al drastico<br />
ri<strong>di</strong>mensionamento delle produzioni Galileo nel campo della rilevazione del<br />
suolo, malgrado alc<strong>un</strong>i generosi tentativi, non si va oltre le testimonianze <strong>di</strong><br />
solidarietà. Oggi l’Eira è scomparsa, la Galileo ha praticamente abbandonato<br />
questo filone produttivo, l’Istituto geografico militare celebra, in orgogliosa<br />
solitu<strong>di</strong>ne, i suoi fasti (Igm, 1986): gli istituti <strong>di</strong> ricerca informatica estranei<br />
erano ed estranei restano a questa vicenda. Come <strong>di</strong>re che la <strong>di</strong>fficoltà a<br />
generare iniziative <strong>di</strong> innovazione si manifesta anche nell’incapacità <strong>di</strong><br />
far interagire le sinergie spontaneamente prodotte dalla storia industriale e<br />
scientifica della regione.<br />
E tuttavia il problema sta da <strong>un</strong>’altra parte. Perché questo sistema<br />
produttivo la sua innovazione l’ha generata, <strong>un</strong>a innovazione a suo modo<br />
rivoluzionaria, quella delle forme organizzative del processo produttivo per<br />
sistemi territoriali <strong>di</strong> piccolissime imprese specializzate per prodotto, parti<br />
<strong>di</strong> prodotto e fasi <strong>di</strong> processo, saldamente interrelate alle altre componenti<br />
<strong>di</strong> <strong>un</strong> ambiente conforme. Ma a questo fenomeno mai si è guardato come<br />
ad <strong>un</strong>a innovazione rivoluzionaria (e va reso qui omaggio all’eccezione<br />
cui si faceva prima cenno: Cantelli, 1980): per lo più si è guardato ad essa,<br />
<strong>un</strong> po’ altezzosamente, come a <strong>un</strong> prol<strong>un</strong>gamento nei nostri tempi del<br />
Verlagsystem <strong>di</strong> ascendenza me<strong>di</strong>evale.<br />
E sì che il modello toscano ha formato oggetto <strong>di</strong> l<strong>un</strong>ghe e appassionate<br />
investigazioni, soprattutto nella sua variante pratese, da parte <strong>di</strong> stu<strong>di</strong>osi,<br />
specialisti e operatori <strong>di</strong> tutte le parti del mondo. In <strong>un</strong> certo senso si può<br />
persin <strong>di</strong>re che il modello si è «mon<strong>di</strong>alizzato» se stu<strong>di</strong>osi d’<strong>un</strong>a dozzina<br />
<strong>di</strong> paesi si sono ritrovati in Italia (Bagnasco, 1986) per stu<strong>di</strong>are questo<br />
tipo <strong>di</strong> sviluppo e le caratterizzazioni che assume nelle varie realtà. Travail<br />
fantôme, économie souterraine, travail au noir, informal economy, shadow<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 107
work, black economy, Schattenwirtschaft, Schwarzarbeit, Dualewirtschaft,<br />
informe económico, economìa sumergida, trabajo negro: locuzioni che<br />
rappresentano solo <strong>un</strong> piccolo florilegio della fantasiosa terminologia che<br />
si impiega da parte <strong>di</strong> economisti, sociologi e stu<strong>di</strong>osi <strong>di</strong> altra estrazione<br />
<strong>un</strong> po’ in tutti i paesi, a economia <strong>di</strong> mercato o a economia pianificata,<br />
per stu<strong>di</strong>are quella che ormai appare, più che come <strong>un</strong> processo <strong>di</strong><br />
<strong>di</strong>sgregazione <strong>di</strong> or<strong>di</strong>nati rapporti produttivi che si comportino secondo le<br />
regolette dei manuali, <strong>un</strong>a sorta <strong>di</strong> insopprimibile pulsione che contrasta<br />
le tendenze massificatrici e omogeneizzataci dello sviluppo economico<br />
recente e del suo codazzo <strong>di</strong> mass-me<strong>di</strong>a, in cui si manifesta non solo il<br />
bisogno <strong>di</strong> guadagni integrativi, ma quello <strong>di</strong> affermare in qualche modo<br />
la propria soggettività: anche col lavoro parziale, col lavoro provvisorio o<br />
col lavoro irregolare (che poi è irregolare o sommerso solo in <strong>di</strong>pendenza<br />
delle anchilosate qualificazioni giuri<strong>di</strong>che o delle invecchiate etichette<br />
della nomenclatura statistica).<br />
è proprio <strong>un</strong>’ipotesi del tutto infondata e paradossale che stia qui,<br />
nella <strong>di</strong>fficoltà (o nella ritrosia), poco importa, <strong>di</strong> cogliere le multiformi<br />
sfaccettature dello sviluppo e del lavoro e <strong>di</strong> aderirvi simpateticamente<br />
(certo riequilibrandone i <strong>di</strong>slivelli <strong>di</strong> forza contrattuale e reprimendone le<br />
manifestazioni effettivamente illegali), la ra<strong>di</strong>ce, o almeno <strong>un</strong>a delle principali<br />
ra<strong>di</strong>ci, della «maturità precoce» dell’economia toscana? La domanda si<br />
lascia volutamente aperta, propendendo per <strong>un</strong>a risposta affermativa: che<br />
ci si sente invece <strong>di</strong> dare alla domanda se non possa star qui <strong>un</strong>a delle cause<br />
della per<strong>di</strong>ta <strong>di</strong> velocità dello sviluppo toscano, cioè della sua «marcia in<br />
meno» rispetto alla <strong>di</strong>namica delle altre regioni consimili.<br />
Frattanto non c’è bisogno <strong>di</strong> ricerche penetranti e rigorose per accorgersi<br />
<strong>di</strong> quel che è macroscopicamente evidente: il rinnovato peso politico e<br />
l’accresciuta capacità <strong>di</strong> con<strong>di</strong>zionamento del ceto che, per <strong>di</strong>rla con Dante,<br />
«cambia e merca».<br />
7. Il mutamento sotto gli occhi<br />
Oggi, mentre il sistema toscano attraversa <strong>un</strong>a delicatissima fase <strong>di</strong><br />
transizione aperta a molteplici e non tutti desiderabili sbocchi, se si<br />
dovesse in<strong>di</strong>care il rischio più insi<strong>di</strong>oso che grava sulle prospettive dello<br />
sviluppo toscano si ad<strong>di</strong>terebbe, senza la minima esitazione, il pericolo<br />
che non si percepisca il mutamento in corso. Un mutamento -è doveroso<br />
aggi<strong>un</strong>gere- che assume molteplici forme e si svolge in se<strong>di</strong> <strong>di</strong>verse e a<br />
ritmi <strong>di</strong>fferenziati. Si illustreranno qui molto sommariamente, in <strong>un</strong>a<br />
sorta <strong>di</strong> repertorio ragionato, quei tratti <strong>di</strong> novità nello sviluppo regionale<br />
che corrispondono ad altrettante mutazioni della formula toscana. Si<br />
108 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio
identificheranno, in particolare, tre fenomenologie innovative che sono<br />
all’origine delle mutazioni operanti nell’assetto economico, sociale e<br />
territoriale della Toscana <strong>di</strong> questo scorcio <strong>di</strong> secolo.<br />
• L’industria interme<strong>di</strong>a<br />
Nel versicolore aggregato dell’industria manifatturiera <strong>un</strong> composito<br />
-ma nemmeno tanto- insieme <strong>di</strong> attività produttrici <strong>di</strong> beni strumentali e<br />
interme<strong>di</strong> (macchine tessili; macchine per la lavorazione del cuoio e delle<br />
pelli, del legno, dei minerali non metalliferi; macchine per calzaturifici;<br />
coloranti; prodotti chimici per l’industria) mette in luce durante gli anni<br />
‘70 <strong>un</strong>’insospettata vitalità, tanto da far registrare al censimento 1981 <strong>un</strong>a<br />
crescita dei propri addetti pari al 32 per cento: il doppio dell’incremento<br />
dell’industria tipica e <strong>di</strong> quello <strong>di</strong> tutto il manifatturiero. Due i tratti esteriori<br />
com<strong>un</strong>i a queste attività: l’esser fornitrici, almeno potenziali (e lo <strong>di</strong>cono<br />
le stesse denominazioni) dell’industria tipica e l’esser, elettivamente anche<br />
se non esclusivamente, localizzate nelle aree d’inse<strong>di</strong>amento dell’industria<br />
tipica, con la quale concorrono alla formazione dei tipici «<strong>di</strong>stretti». Pur<br />
localizzata nei <strong>di</strong>stretti dell’industria tipica, quest’industria (che si chiamerà<br />
d’ora in poi «interme<strong>di</strong>a»: cfr. Bianchi, 1980) non vi intrattiene, tuttavia,<br />
rapporti significativi dal p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> vista delle transazioni mercantili. Si<br />
sa, per citare <strong>un</strong> caso rappresentativo, che il meccanotessile pratese non<br />
sod<strong>di</strong>sfa che parzialmente i fabbisogni <strong>di</strong> macchine della locale industria<br />
tessile: e limitatamente alle apparecchiature più semplici o più specifiche (le<br />
macchine per il cardato). I sofisticati telai a controllo numerico provengono<br />
in genere dalla Svizzera e dalla Germania Federale. Perché allora l’industria<br />
interme<strong>di</strong>a ricerca la simbiosi con l’omologa industria tipica?<br />
La risposta non è <strong>di</strong>fficile: le industrie dei beni finali f<strong>un</strong>zionano come <strong>un</strong><br />
efficace laboratorio, me<strong>di</strong>ante in<strong>di</strong>retti impulsi <strong>di</strong> domanda <strong>di</strong> innovazione,<br />
<strong>di</strong> trasmissione <strong>di</strong> informazioni e <strong>di</strong> concrete opport<strong>un</strong>ità <strong>di</strong> sperimentazione.<br />
In effetti, malgrado l’irrilevanza delle relazioni <strong>di</strong>rette <strong>di</strong> mercato, le<br />
imprese produttrici <strong>di</strong> beni «strumentali» in generale e, in particolare,<br />
quelle <strong>di</strong> macchine utensili e operatrici, hanno complessivamente in<strong>di</strong>cato<br />
-in <strong>un</strong>o specifico sondaggio- proprio la presenza <strong>di</strong> utilizzatori dei propri<br />
prodotti fra i fattori localizzativi fondamentali, mentre la clientela sarebbe<br />
la principale fonte delle informazioni tecnico-produttive.<br />
Ecco <strong>un</strong>a manifestazione concreta <strong>di</strong> quei rapporti non competitivi fra<br />
imprese, tanto specifici a determinati ambienti industriali (non solo) toscani<br />
quanto ignorati per l<strong>un</strong>go tempo dalla letteratura specializzata che solo<br />
recentemente ha cominciato a prenderli in considerazione (Varaldo, 1979).<br />
Come è stato osservato, «la mano visibile dell’organizzazione ha spesso<br />
sostituito quella invisibile del mercato nella regolazione delle relazioni fra<br />
le imprese» (Bagnasco, 1986).<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 109
Ma si tratta anche <strong>di</strong> <strong>un</strong>a manifestazione effettuale <strong>di</strong> quella<br />
«innovazione <strong>di</strong>ffusa», cioè <strong>di</strong> quella «componente dei processi innovativi,<br />
legata alla <strong>di</strong>retta e ripetuta applicazione <strong>di</strong> pratiche produttive, e promossa<br />
o com<strong>un</strong>que permessa dalle scoperte e dall’iniziativa dei soggetti che<br />
sono protagonisti <strong>di</strong> tali pratiche» (Bellan<strong>di</strong>, 1986). Senza pretendere i<br />
riconoscimenti che volentieri si tributano alle più appariscenti attività <strong>di</strong><br />
ricerca e sviluppo, l’innovazione <strong>di</strong>ffusa assicura <strong>un</strong>a costante tensione<br />
innovativa agli ambienti industriali che la praticano, ponendoli, entro certi<br />
limiti, al riparo da progressive o subitanee involuzioni tecnologiche.<br />
Per spiegar la genesi dell’industria interme<strong>di</strong>a regionale basta ricordarne<br />
i prerequisiti: la tra<strong>di</strong>zione metalmeccanica <strong>di</strong> alc<strong>un</strong>e aree (tra le quali<br />
assume particolare rilievo quella fiorentina: Zagnoli, 1982), la preesistenza<br />
<strong>di</strong> attività produttive <strong>di</strong> fase (come fonderia, carpenteria, lavorazioni<br />
<strong>di</strong> officina per conto terzi, lavorazioni elettrogalvaniche) e ricercare il<br />
fattore scatenante, l’agente che ha mobilitato le energie e le opport<strong>un</strong>ità<br />
potenziali.<br />
Ciò che si sa dei rapporti intercorrenti fra industria tipica e industria<br />
interme<strong>di</strong>a legittima la formulazione <strong>di</strong> <strong>un</strong>’ipotesi, seppure molto<br />
stilizzata, del modello <strong>di</strong> interazione fra le due. L’industria tipica<br />
esprime intrinsecamente <strong>un</strong>a domanda frammentata (in <strong>di</strong>pendenza della<br />
frammentazione del settore <strong>di</strong> domanda in piccole e piccolissime <strong>un</strong>ità<br />
produttive), specifica (data la peculiare specializzazione per fase <strong>di</strong> prodotto<br />
o parti <strong>di</strong> prodotto) e urgente (data la velocità <strong>di</strong> crescita del settore e i vincoli<br />
<strong>di</strong> scadenza posti dalle commesse). L’insieme dei caratteri della domanda<br />
crea, evidentemente, obiettive con<strong>di</strong>zioni <strong>di</strong> vantaggio per l’offerta dei<br />
piccoli produttori locali. Ma la domanda del settore «tipico», se costituisce<br />
<strong>un</strong> mercato facilmente accessibile (tecnicamente, economicamente e<br />
spazialmente) e ricco <strong>di</strong> stimoli all’innovazione, rimane tuttavia <strong>un</strong>o sbocco<br />
mercantile quantitativamente insufficiente per sorreggere l’espansione delle<br />
produzioni «interme<strong>di</strong>e», soprattutto quando queste intendano cogliere le<br />
opport<strong>un</strong>ità <strong>di</strong> innovazione e quin<strong>di</strong> debbano investire. Da qui la spinta ad<br />
ampliare gli sbocchi in <strong>di</strong>rezione dell’export, cogliendo ancora <strong>un</strong>a classe<br />
<strong>di</strong> opport<strong>un</strong>ità «ambientali»: quelle rese possibili dalle posizioni <strong>di</strong> mercato<br />
dei beni finali «tipici». In altre parole, si tenta <strong>di</strong> vendere macchine per<br />
produrre scarpe anche ai concorrenti con i quali, oggi, ci si confronta sui<br />
mercati nei quali per decenni si sono vendute scarpe.<br />
Sempre col sondaggio <strong>di</strong> cui s’è detto poco sopra si è accertato che<br />
i titolari delle imprese interme<strong>di</strong>e in<strong>di</strong>cano quali problemi cruciali per il<br />
futuro delle loro aziende: la <strong>di</strong>sponibilità <strong>di</strong> informazioni <strong>di</strong> mercato e <strong>di</strong><br />
manodopera già formata; la partecipazione alle fiere locali ed internazionali<br />
come canale <strong>di</strong> ven<strong>di</strong>ta; il reperimento <strong>di</strong> terreni a basso costo come<br />
fattore localizzativo. Si tratta, come si vede, <strong>di</strong> <strong>un</strong> vasto (e tutt’altro che<br />
110 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio
semplicistico) campo d’azione per possibili politiche regionali. Che<br />
però non potranno mai essere calibrate sulle esigenze dell’industria<br />
interme<strong>di</strong>a, se non si sa cosa, come e dove essa sia, se se ne ignorano le<br />
vitali inter<strong>di</strong>pendenze con l’industria tipica; se si continua a confonderla<br />
nel coacervo della meccanica strumentale, <strong>di</strong> cui, peraltro, nemmeno tutta<br />
l’industria interme<strong>di</strong>a fa parte.<br />
• Il mutamento sociale: dalla molteplicità dei ruoli alla moltiplicazione<br />
dei soggetti<br />
Nel mutamento sociale della Toscana durante gli anni ‘70 occorre<br />
innanzitutto <strong>di</strong>stinguere gli aspetti rilevanti (quelli, cioè, quantitativamente<br />
importanti ma non specifici della regione) dagli aspetti pertinenti (quelli,<br />
cioè, che ne qualificano invece le particolarità). Gli aspetti rilevanti<br />
possono essere ricondotti al comportamento demografico e ai fenomeni,<br />
talvolta ambigui, in cui si esprime <strong>un</strong> processo, tutt’altro che lineare, <strong>di</strong><br />
modernizzazione.<br />
Il comportamento demografico dei toscani ricalca il modello delle<br />
«società mature» (Fig. 8). Il saldo naturale è in costante decremento dal<br />
1964, quando aveva raggi<strong>un</strong>to il massimo storico degli ultimi trent’anni,<br />
con <strong>un</strong>a <strong>di</strong>fferenza fra nati e morti pari a <strong>un</strong> po’ più del 5 per mille della<br />
popolazione residente; ma già nel 1976 la <strong>di</strong>fferenza positiva si azzera:<br />
da allora il numero dei nati in Toscana resta costantemente al <strong>di</strong> sotto <strong>di</strong><br />
quello dei morti e la <strong>di</strong>fferenza si amplia fino al 3,5 per mille nel 1981. Il<br />
saldo migratorio che aveva costantemente oscillato durante tutto il primo<br />
ventennio postbellico dal 1966 è in costante aumento numerico, fino al<br />
massimo del 1972, quando la <strong>di</strong>fferenza fra gli immigrati e gli emigrati<br />
raggi<strong>un</strong>ge il valore record <strong>di</strong> 28.000 <strong>un</strong>ità: dopo <strong>un</strong> biennio <strong>di</strong> stabilizzazione<br />
il saldo migratorio scende, prima tra il ‘74 e il ‘75, poi <strong>di</strong> nuovo dopo<br />
l’81. Il decremento naturale non viene più, progressivamente, bilanciato<br />
dall’immigrazione netta e si avvia quin<strong>di</strong> il tendenziale annullamento della<br />
crescita della popolazione regionale che, al termine del decennio, decresce<br />
per la prima volta in termini assoluti. Gli anni ‘70 registrano, d<strong>un</strong>que,<br />
due mutazioni nei processi demografici: prima l’azzeramento del saldo<br />
naturale, poi l’azzeramento anche del saldo totale. Aumento dei livelli <strong>di</strong><br />
scolarizzazione, femminilizzazione delle forze <strong>di</strong> lavoro, invecchiamento<br />
della popolazione residente sono i principali tratti che contrad<strong>di</strong>stinguono<br />
il mutamento della società toscana, in linea con quanto avviene non<br />
solo in altre regioni ma in molte altre parti del mondo. Nel decennio<br />
raddoppiano i <strong>di</strong>plomati, mentre i laureati si accrescono <strong>di</strong> <strong>un</strong> terzo, e ne<br />
sono evidenti i riflessi sulla qualificazione culturale dell’occupazione:<br />
per esempio, nell’industria i laureati e i <strong>di</strong>plomati passano dal 6 al 12 per<br />
cento dell’occupazione complessiva. Anche quanto avviene nel corso degli<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 111
stu<strong>di</strong> segnala qualche novità: il 90 per cento dei frequentanti la scuola<br />
dell’obbligo si iscrive alle scuole me<strong>di</strong>e superiori, all’interno delle quali<br />
la percentuale d’abbandono è ormai pari alla metà del totale degli iscritti.<br />
La presenza delle donne nell’industria cresce <strong>di</strong> <strong>un</strong> terzo, ma aumenta <strong>di</strong><br />
oltre il 62 per cento nell’occupazione terziaria. Il lavoro <strong>di</strong>pendente cresce<br />
dell’8 per cento, mentre <strong>di</strong>minuisce dell’8 per cento il lavoro autonomo,<br />
ponendo in luce la progressiva erosione d’<strong>un</strong>o dei connotati caratteristici<br />
delle forze <strong>di</strong> lavoro toscane.<br />
Figura 8<br />
LA POPOLAZIONE IN TOSCANA TRA IL 1950 E IL 1981<br />
Saldo migratorio, salto naturale e salto totale. Valori per 1.000 residenti<br />
10<br />
9<br />
8<br />
7<br />
6<br />
5<br />
4<br />
3<br />
2<br />
1<br />
0<br />
-1<br />
-2<br />
-3<br />
Saldo migratorio<br />
Saldo naturale<br />
Saldo totale<br />
-4<br />
1950 1955 1960 1965 1970<br />
1975 1980<br />
Riduzione della mobilità interna, saldo naturale negativo, saggi<br />
elevati d’immigrazione netta, che peraltro non garantiscono nemmeno<br />
il mantenimento dei livelli <strong>di</strong> popolazione raggi<strong>un</strong>ti, l’esaurimento<br />
del serbatoio <strong>di</strong> manodopera dell’agricoltura, la generalizzazione<br />
della scolarizzazione a quasi tutta la popolazione giovanile, il lento ma<br />
progressivo espandersi dell’immigrazione straniera, spesso clandestina,<br />
ove spicca la presenza dei nordafricani, il <strong>di</strong>ffondersi <strong>di</strong> atteggiamenti<br />
culturali che inducono a <strong>un</strong> maggior controllo sociale della pratica del<br />
lavoro irregolare e, grazie al <strong>di</strong>ffondersi della sensibilità ambientalista,<br />
112 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio
<strong>un</strong>a sempre crescente insofferenza verso i fenomeni <strong>di</strong> inquinamento e le<br />
manifestazioni del <strong>di</strong>sagio urbano, l’estensione a tutta la regione, anche<br />
nelle sue aree rurali, del modello <strong>di</strong> vita urbano, il declino dei mestieri<br />
tra<strong>di</strong>zionali e la progressiva impossibilità <strong>di</strong> realizzare nell’ambito della<br />
famiglia la trasmissione dei saperi professionali: l’elenco <strong>di</strong>sor<strong>di</strong>nato <strong>di</strong><br />
processi e sintomi <strong>di</strong> mutamento vuol solo alludere all’esistenza, ormai<br />
in forme <strong>di</strong>spiegate, <strong>di</strong> <strong>un</strong> atteggiamento sociale <strong>di</strong> massa che sembra<br />
poter indurre <strong>un</strong> indebolimento della «mentalità conforme» appropriata ai<br />
requisiti del modello toscano <strong>di</strong> sviluppo. Ness<strong>un</strong>o potrebbe, naturalmente,<br />
<strong>di</strong>re <strong>di</strong> quanto sia <strong>di</strong>minuito, nelle propensioni collettive, il livello <strong>di</strong><br />
consenso ai caratteri dello sviluppo toscano tipico, ma la sintomatologia<br />
basta per domandarsi se non sia già operante <strong>un</strong> processo <strong>di</strong> erosione<br />
dall’interno, della stessa natura <strong>di</strong> quello che trenta-quarant’anni fa gi<strong>un</strong>se<br />
a minare prima e a <strong>di</strong>ssolvere poi le basi socio-culturali del mondo rurale<br />
e della mezzadria.<br />
Per quanto il ragionamento sia condannato a librarsi a <strong>un</strong> livello<br />
<strong>di</strong> generalità, perigliosamente simile alla genericità piuttosto che<br />
all’astrazione, è impossibile sottrarsi all’obbligo <strong>di</strong> qualificare con <strong>un</strong>a<br />
breve premessa l’analisi standard del mutamento sociale. Quel che si<br />
vuol <strong>di</strong>re è che rispetto alla «classica» (e rispettabilissima, peraltro)<br />
tassonomia che interpone il gassoso aggregato dei ceti me<strong>di</strong> fra borghesia<br />
e proletariato, e rispetto, anche, alle varianti più recenti, ma non poi tanto<br />
(la proletarizzazione dei ceti me<strong>di</strong>, l’imborghesimento del proletariato, la<br />
maggiore aderenza ad <strong>un</strong>a società «moderna» dell’analisi per «ceti» che<br />
non <strong>di</strong> quella per «classi», ecc.), la struttura sociale della Toscana presenta<br />
alc<strong>un</strong>e specificità. L’impren<strong>di</strong>toria come fenomeno <strong>di</strong> massa e la massiccia<br />
presenza del lavoro autonomo potrebbero, infatti, interpretarsi tanto<br />
come <strong>un</strong>a «convergenza al centro» <strong>di</strong> impren<strong>di</strong>tori e <strong>di</strong> lavoratori quanto<br />
come <strong>un</strong>a «polarizzazione agli estremi» dei ceti me<strong>di</strong>. In realtà il tratto<br />
<strong>di</strong>stintivo dell’impasto sociale che ha prodotto lo sviluppo economico<br />
della Toscana è quello della mutevolezza dei ruoli degli stessi soggetti che<br />
passano, spesso molto rapidamente e ripetutamente, attraverso le posizioni<br />
<strong>di</strong> impren<strong>di</strong>tore, lavoratore autonomo, lavoratore <strong>di</strong>pendente e, talvolta,<br />
anche lavoratore marginale. Questo, della molteplicità dei ruoli dei vari<br />
soggetti, è, si crede, il carattere specifico della stratificazione sociale<br />
della Toscana durante la fase dello sviluppo. E del tutto inadeguata al<br />
<strong>di</strong>namismo <strong>di</strong> questa mutevolezza <strong>un</strong>’analisi standard della stratificazione<br />
sociale. Va da sé che anche <strong>un</strong>’analisi <strong>di</strong> questo tipo qualcosa aggi<strong>un</strong>ge alla<br />
comprensione del mutamento sociale. L’esame della stratificazione sociale<br />
al 1971 (Fig. 9) e la sua comparazione con la struttura <strong>di</strong> <strong>di</strong>eci anni dopo<br />
consentono, ad esempio, <strong>di</strong> identificare alc<strong>un</strong>i grossolani cambiamenti:<br />
la marcata espansione della piccola borghesia impiegatizia (il 25 per<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 113
cento della popolazione al 1981) e la correlata contrazione della piccola<br />
borghesia relativamente autonoma (artigiani, commercianti e coltivatori<br />
<strong>di</strong>retti sono al termine del decennio poco più del 20 per cento). Si riduce,<br />
invece, assai meno <strong>di</strong> quanto ci si potesse attendere (da poco più a poco<br />
meno del 50 per cento) il peso della classe operaia, che resta <strong>di</strong> gran l<strong>un</strong>ga<br />
il raggruppamento sociale omogeneo più numeroso.<br />
Figura 9<br />
LA STRATIFICAZIONE SOCIALE IN TOSCANA (1971-81)<br />
Valori percentuali sul complesso della popolazione residente attiva<br />
Queste classificazioni, com<strong>un</strong>que, non solo non possono dar conto della<br />
<strong>di</strong>namica del processo <strong>di</strong> mutamento ma, per definizione, non danno ragione<br />
nemmeno della complessità delle articolazioni sociali, quando, come nel<br />
presente momento, la società sperimenti, non <strong>di</strong>versamente dall’assetto<br />
economico, <strong>un</strong>a tumultuosa fase <strong>di</strong> transizione.<br />
La complessità dell’impasto sociale e, soprattutto, l’impossibilità <strong>di</strong><br />
contentarsi <strong>di</strong> letture semplici della «galassia» dei ceti me<strong>di</strong> derivano, oltre<br />
che dai fenomeni <strong>di</strong> transizione cui si è fatto cenno, anche (non si saprebbe<br />
se, perfino, soprattutto) dal meccanismo della complessificazione del<br />
rapporto (dei singoli, dei gruppi e della società) col processo economico,<br />
indotto dalla crescente articolazione e <strong>di</strong>ffusione <strong>di</strong> quella che, con<br />
espressione molto impropria, si chiama «economia informale» (e <strong>di</strong> cui si<br />
è fornito poco sopra <strong>un</strong>a specie <strong>di</strong> glossario in quattro lingue). Se, come<br />
s’è detto e si ripete essendone fermamente (e per molteplici ragioni che<br />
qui sarebbe fuori luogo enumerare) convinti, non si tratta d’<strong>un</strong> fenomeno<br />
114 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio
esiduale destinato a <strong>di</strong>ssolversi né <strong>di</strong> <strong>un</strong>a devianza da reprimere, questa<br />
articolazione delle «economie» deve ormai esser considerata come <strong>un</strong><br />
fenomeno da capire con analisi spregiu<strong>di</strong>cate (Mairs, 1982; Chiarello,<br />
1983), evitando il ricorso a liquidatone etichette precostituite, né può<br />
esser costretta nella gabbia <strong>di</strong> opposizioni elementari (lavoro manuale<br />
e intellettuale, produzione <strong>di</strong> beni e <strong>di</strong> servizi, lavoro produttivo e<br />
improduttivo e via contrapponendo).<br />
Da qui il cambiamento dei parametri che consentono <strong>di</strong> identificare la<br />
nuova nomenclatura sociale, che non possono più limitarsi semplicisticamente<br />
al settore <strong>di</strong> attività lavorativa e alla posizione nella professione. Del resto<br />
(e non si saprebbe <strong>di</strong>re se si tratti <strong>di</strong> cinica spregiu<strong>di</strong>catezza o <strong>di</strong> sano<br />
realismo) s’è tenuto a Parigi non molto tempo fa <strong>un</strong> «Salone del secondo<br />
lavoro e del lavoro a tempo parziale».<br />
La «nube sociale» ci <strong>di</strong>ce che si passa da <strong>un</strong>a segmentazione ad<br />
<strong>un</strong> continuum, nel quale il carattere tipico del mix sociale toscano è,<br />
questa volta, quello della moltiplicazione delle figure sociali. La loro<br />
classificazione <strong>di</strong>retta è molto <strong>di</strong>fficile, per non <strong>di</strong>re impossibile, nella<br />
misura in cui richiedesse la conoscenza <strong>di</strong> informazioni come quelle<br />
relative al secondo (e magari terzo) lavoro, più o meno ufficiale; ai livelli<br />
in<strong>di</strong>viduali e familiari <strong>di</strong> red<strong>di</strong>to; ai modelli <strong>di</strong> consumo, ecc. Esistono,<br />
tuttavia, possibilità alternative <strong>di</strong> indagine che si fondano su <strong>un</strong>’ampia<br />
batteria <strong>di</strong> reperti obiettivi d’osservazione come quelli dei censimenti:<br />
luogo <strong>di</strong> nascita, struttura e <strong>di</strong>mensioni della famiglia, titolo <strong>di</strong> stu<strong>di</strong>o,<br />
caratteristiche dell’attività lavorativa, con<strong>di</strong>zioni dell’abitazione, caratteri<br />
della zona <strong>di</strong> residenza (Openshaw e Sforzi, 1983).<br />
Un complesso <strong>di</strong> sintomi, insomma, che permette <strong>un</strong>a valutazione<br />
più penetrante della struttura sociale, proprio nella misura in cui ne<br />
rappresenta anche la <strong>di</strong>stribuzione spaziale. Una <strong>di</strong>stribuzione spaziale<br />
che, come risulta dalle non poche analisi fin qui esperite in Toscana,<br />
den<strong>un</strong>cia la progressiva sfaldatura <strong>di</strong> quello che era stato fino a non molto<br />
tempo fa <strong>un</strong> contrassegno tipico dei sistemi urbani regionali toscani: la<br />
compresenza nella stessa porzione <strong>di</strong> area urbana <strong>di</strong> strati sociali anche<br />
marcatamente <strong>di</strong>versi, emblematicamente rappresentata dall’a<strong>di</strong>acenza<br />
della catapecchia fatiscente al solenne palazzo patrizio. Nell’impossibilità<br />
<strong>di</strong> riprodurre qui le gran<strong>di</strong> mappe a colori che sintetizzano i risultati<br />
dell’analisi dell’area sociale ci si limita a segnalare l’esistenza <strong>di</strong> <strong>un</strong><br />
netto processo <strong>di</strong> specializzazione sociale delle residenze che frantuma in<br />
areole <strong>di</strong> elevatissima omogeneità sociale il mix sociale delle aree urbane.<br />
Il processo è praticamente concluso a Firenze, ove la ghettizzazione<br />
sociale è a <strong>un</strong>o sta<strong>di</strong>o assai più avanzato <strong>di</strong> quanto si potesse sospettare.<br />
A Prato l’omogeneità (dominata dal mix operai - impren<strong>di</strong>tori - lavoratori<br />
autonomi) è più il frutto della struttura produttiva che non <strong>di</strong> spinte alla<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 115
specializzazione delle residenze. A Pistoia resistono ancora i tra<strong>di</strong>zionali<br />
caratteri compositi (Openshaw e altri, 1982).<br />
Tra le conseguenze del mutamento sociale più gravide <strong>di</strong> effetti (non tutti<br />
preve<strong>di</strong>bili) vanno probabilmente ascritte proprio quelle del «sovraccarico<br />
<strong>di</strong> domanda per i sistemi politici e della crescente <strong>di</strong>fficoltà <strong>di</strong> tenere insieme<br />
sostegno al processo <strong>di</strong> accumulazione capitalistica e mantenimento del<br />
consenso sociale» (Bagnasco e Trigilia, 1985). Son percepibili anche in<br />
Toscana i sintomi della progre<strong>di</strong>ente precarietà <strong>di</strong> <strong>un</strong> rapporto <strong>di</strong> consenso<br />
fondato sull’adesione ideologica o sulla delega fiduciaria, che si proietta<br />
sulla crisi del «welfare state» alla toscana. Cioè su quella sorta <strong>di</strong> patto<br />
triangolare implicito (e pubblicamente senza smentite) fra sindacato,<br />
lavoratori e governo locale che -chiudendo <strong>un</strong> occhio, talvolta purtroppo<br />
anche tutt’e due, sull’inquinamento e l’evasione contributiva- ha garantito<br />
almeno qui non solo occupazione e red<strong>di</strong>to ma anche standard piuttosto<br />
elevati <strong>di</strong> servizi civili.<br />
In <strong>un</strong>a logica «<strong>di</strong> scambio» si accentua inevitabilmente il ruolo degli<br />
«apparati». E non si pensa certo alla weberiana «macchina inanimata»,<br />
descritta in <strong>un</strong>a pagina celeberrima come quella che Adam Smith de<strong>di</strong>cò alla<br />
fabbricazione degli spilli. Qui si tratta degli apparati politico-f<strong>un</strong>zionariali<br />
dei partiti, dei sindacati, delle associazioni <strong>di</strong> categoria, delle istituzioni.<br />
Tutte entità che sperimentano (e non necessariamente in Toscana più che<br />
altrove: anzi) crisi <strong>di</strong> legittimazione <strong>di</strong> varia intensità e persistenza e, le<br />
organizzazioni <strong>di</strong> settore, anche tassi decrescenti <strong>di</strong> rappresentatività dei<br />
rispettivi corpi sociali.<br />
Ora, specialmente in Toscana ove è prassi corrente, e sempre più anche<br />
obbligo giuri<strong>di</strong>co, la pratica delle consultazioni e delle concertazioni, gli<br />
apparati concorrono in misura crescente non solo a creare il linguaggio<br />
e le procedure del <strong>di</strong>battito politico e del processo decisionale pubblico,<br />
ma esercitano anche <strong>un</strong>a crescente influenza sulla definizione degli scopi<br />
e sulla selezione degli strumenti dell’intervento pubblico e, soprattutto,<br />
dell’intervento pubblico nell’economia a scala locale. Se le cose stanno<br />
così è ben comprensibile la cruciale importanza del problema <strong>di</strong> far sì che<br />
gli apparati, da <strong>di</strong>aframma tra società e istituzioni, vengano per quanto<br />
possibile «riconvertiti» in canali efficienti <strong>di</strong> questo rapporto.<br />
Intanto sembra aver ass<strong>un</strong>to natura <strong>di</strong> connotato strutturale del sistema<br />
socio-politico regionale quella specializzazione <strong>di</strong> f<strong>un</strong>zioni che fa sì<br />
che -ma il riferimento prevalente è ai maggiori centri urbani- i ranghi<br />
del pubblico impiego forniscano all’amministrazione locale la quota<br />
maggiore del suo personale politico (non proveniente dagli apparati dei<br />
partiti), mentre i commercianti costituiscono il raggruppamento sociale più<br />
esperto <strong>di</strong> pratiche lobbystiche e, quin<strong>di</strong>, più ascoltato e influente. E con<br />
<strong>un</strong>a capacità <strong>di</strong> incidere sulle scelte operative dell’amministrazione che<br />
116 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio
-almeno stando alle apparenze- sembra del tutto inaccessibile ad operai<br />
e artigiani. Ricordandosi che le proporzioni dei quattro raggruppamenti<br />
nel complesso della società sono inferiori al 10 per cento per ciasc<strong>un</strong>o dei<br />
primi due raggruppamenti e pari al 60 per cento per l’insieme degli altri<br />
due, si capisce subito dove stia il problema.<br />
• Genesi <strong>di</strong> <strong>un</strong>a formazione metropolitana nella Toscana centrale<br />
Nelle aree caratterizzate da sistemi territoriali <strong>di</strong> piccole imprese<br />
normalmente specializzate nelle produzioni industriali leggere, i processi<br />
<strong>di</strong> urbanizzazione <strong>di</strong> questo secondo dopoguerra, sia quelli della fase<br />
dello sviluppo industriale che quelli -più recenti- del consolidamento e<br />
dell’incipiente terziarizzazione, hanno proceduto secondo ritmi e modalità<br />
non coincidenti con i modelli classici <strong>di</strong> formazione dei plessi metropolitani,<br />
dando vita a sistemi metropolitani me<strong>di</strong> e multicentrici, che rappresentano<br />
<strong>un</strong>a formazione economico-spaziale tipica delle aree <strong>di</strong> economia <strong>di</strong>ffusa<br />
(R. Innocenti, 1985).<br />
In questi sistemi sono minori gli effetti <strong>di</strong> dominanza del centro<br />
principale sui centri secondari e acquista, invece, <strong>un</strong> rilievo caratteristico il<br />
reticolo delle inter<strong>di</strong>pendenze, derivante dalla specializzazione f<strong>un</strong>zionale<br />
dei vari centri e dal mantenimento <strong>di</strong> <strong>un</strong>a loro identità socio-culturale oltre<br />
che demografico-territoriale.<br />
Fra i sistemi metropolitani me<strong>di</strong> e multicentrici italiani si segnala in<br />
particolare, per la complessità delle componenti e il vivace <strong>di</strong>namismo,<br />
quello in corso <strong>di</strong> formazione fra i sistemi urbani <strong>di</strong> Firenze, Prato e Pistoia<br />
(Bianchi, 1982). La configurazione spaziale degli inse<strong>di</strong>amenti (Fig. 10)<br />
testimonia della forma e delle <strong>di</strong>namiche che vi hanno ass<strong>un</strong>to i processi <strong>di</strong><br />
urbanizzazione, permettendo due rapide ma significative constatazioni:<br />
- la forma degli inse<strong>di</strong>amenti esprime la dualità tra <strong>un</strong>a <strong>di</strong>rettrice inferiore,<br />
caratterizzata da <strong>un</strong>a minore intensità inse<strong>di</strong>ativa, che si sviluppa l<strong>un</strong>go<br />
la strada statale n. 66, e <strong>un</strong>a <strong>di</strong>rettrice superiore cui appartengono le<br />
principali località del sistema; tra il 1971 e il 1981;<br />
- i processi <strong>di</strong> urbanizzazione, che <strong>un</strong> po’ dappertutto venivano giu<strong>di</strong>cati<br />
in fase <strong>di</strong> stanca, mantengono qui <strong>un</strong>a <strong>di</strong>namica particolarmente<br />
accentuata; malgrado la vistosa, e per certi versi preoccupante,<br />
espansione urbana, il sistema metropolitano Firenze-Prato-Pistoia non<br />
presenta affatto le caratteristiche della «conurbazione compatta», nella<br />
misura in cui l’ampiezza degli spazi ancora non e<strong>di</strong>ficati, la relativa<br />
porosità delle aree e<strong>di</strong>ficate, gli sviluppi più nastriformi che a macchia<br />
d’olio, evidenziano margini sin qui elevati <strong>di</strong> controllabilità urbanistica<br />
del sistema ove, probabilmente, ness<strong>un</strong> processo ha già raggi<strong>un</strong>to le<br />
soglie dell’irreversibilità.<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 117
Figura 10<br />
IL SISTEMA METROPOLITANO FIRENZE-PRATO-PISTOIA: L’URBANIZZAZIONE (1971-81)<br />
Pistoia<br />
Situazione al 1971<br />
Espansione 1971/1981<br />
Prato<br />
Firenze<br />
La denominazione <strong>di</strong> sistema metropolitano qui attribuita all’insieme<br />
dei tre sistemi urbani <strong>di</strong> Firenze, Prato e Pistoia è intenzionalmente<br />
ano<strong>di</strong>na e priva <strong>di</strong> particolari vibrazioni emotive che hanno, invece,<br />
spesso accompagnato, a Firenze come in Toscana, la <strong>di</strong>scussione su<br />
questo argomento. In altri termini, sistema metropolitano significa qui,<br />
semplicemente: sistema <strong>di</strong> più sistemi urbani.<br />
Si vedano alc<strong>un</strong>e grandezze, tanto per fissare le <strong>di</strong>mensioni esteriori<br />
del sistema. Nel sistema urbano della Toscana centrale vive il 30 per<br />
cento della popolazione regionale, ma è qui che si produce il 33<br />
per cento del valore aggi<strong>un</strong>to dell’intera regione e si genera il 46 per<br />
cento delle esportazioni; la spesa pubblica raccoglie qui il 37 per cento<br />
delle sue entrate, ma vi destina solo il 34 per cento delle uscite con <strong>un</strong><br />
effetto re<strong>di</strong>stributivo al quale, peraltro, non concorre il comportamento<br />
della spesa com<strong>un</strong>ale o <strong>di</strong> quella provinciale, che qui si concentrano<br />
rispettivamente per il 37 è per il 34 per cento, ma a cui concorre<br />
certamente la spesa regionale, che vi si localizza solo per il 27 per cento.<br />
Si è cercato, con qualche azzardo, <strong>di</strong> misurare anche la <strong>di</strong>mensione del<br />
sistema economico dell’area, attraverso le sue grandezze principali. Le<br />
stime condotte farebbero ascendere a circa 13.000 miliar<strong>di</strong> il valore del<br />
118 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio
prodotto interno lordo, cui si aggi<strong>un</strong>gono i 9.300 delle importazioni,<br />
per <strong>un</strong> complesso <strong>di</strong> circa 22.380 miliar<strong>di</strong> <strong>di</strong> risorse <strong>di</strong>sponibili, che si<br />
<strong>di</strong>stribuiscono per 7.000 ai consumi interni e per io 600 all’export, il<br />
resto va in misura pressoché uguale, a consumi pubblici e investimenti.<br />
Alla formazione del prodotto interno lordo i servizi partecipano per il<br />
51 per cento, il complesso delle attività industriali per il 44 per cento,<br />
il modesto residuo è rappresentato dal concorso dell’agricoltura: siamo<br />
quin<strong>di</strong> in presenza della struttura tipica <strong>di</strong> <strong>un</strong>a fase matura dello sviluppo.<br />
Rilevante l’apertura verso i mercati esterni, da cui deriva <strong>un</strong>a bilancia<br />
commerciale positiva pari al 10 per cento del prodotto interno lordo.<br />
Di particolare interesse poi è la struttura territoriale delle transazioni<br />
economiche del sistema metropolitano della Toscana centrale, il quale,<br />
fatto uguale a 1.000 il totale delle risorse <strong>di</strong>sponibili, esporta 84 nel resto<br />
della Toscana e 202 nel resto d’Italia, valore superiore a quello dell’export<br />
verso l’estero che è <strong>di</strong> 188. Il saldo complessivo dell’interscambio, lo<br />
si è già visto, è positivo e qui misurato da <strong>un</strong> in<strong>di</strong>ce pari a 55. Ma va<br />
segnalato che a <strong>un</strong> ancor più elevato saldo positivo verso l’estero, pari a<br />
<strong>un</strong> valore <strong>di</strong> 89, si contrappone <strong>un</strong> saldo negativo dell’interscambio col<br />
resto d’Italia <strong>di</strong> 51. Come <strong>di</strong>re che le produzioni toscane alimentano flussi<br />
<strong>di</strong> export con sal<strong>di</strong> positivi netti, attivando flussi <strong>di</strong> esportazione anche<br />
dalle altre regioni italiane. Per quanto possono <strong>di</strong>re in<strong>di</strong>catori stimati <strong>un</strong><br />
po’ avventurosamente, ma com<strong>un</strong>que rappresentativi <strong>di</strong> sicuro almeno<br />
degli or<strong>di</strong>ni <strong>di</strong> grandezza, il sistema metropolitano si caratterizza come<br />
<strong>un</strong>a «porta» dell’economia italiana, nella misura in cui, almeno in parte,<br />
compra in Italia per vendere all’estero. Esce da qui quasi il 100 per cento<br />
dell’export tessile regionale, oltre l’80 per cento dell’export <strong>di</strong> maglieria,<br />
il 76 degli apparecchi elettrici, il 63 della meccanica, il 60 delle pelletterie.<br />
L’agente principale dell’interscambio all’interno dell’area è nettamente<br />
il settore tessile, che copre da solo oltre il 60 per cento delle transazioni.<br />
Già questi parametri segnalano la forte specificità del sistema e, da soli,<br />
ne autorizzerebbero la qualificazione metropolitana (Andersson, 1984).<br />
La connotazione terziaria <strong>di</strong> Firenze non oscura la specificità industriale<br />
dell’area, ove si localizza più <strong>di</strong> <strong>un</strong> terzo dell’industria tipica regionale<br />
e quasi il 60 per cento <strong>di</strong> quella interme<strong>di</strong>a, sì che il sistema costituisce<br />
il principale polo metalmeccanico della Toscana. Un artigianato vivo e<br />
vitale, per quanto probabilmente in <strong>un</strong>a fase <strong>di</strong> trasformazione e interrelato<br />
magari parzialmente ma assai intensamente all’elevata specializzazione<br />
turistica del sistema metropolitano (ma questa caratterizzazione si<br />
riferisce evidentemente soprattutto al capoluogo regionale), definisce<br />
-app<strong>un</strong>to assieme al turismo- <strong>un</strong>’area <strong>di</strong> transvariazione tra la produzione<br />
<strong>di</strong> beni e quella <strong>di</strong> servizi. Quest’ultima trae ancora largamente alimento<br />
dal cospicuo patrimonio <strong>di</strong> storia e d’arte della tra<strong>di</strong>zione fiorentina, che<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 119
si incarna in istituzioni e manifestazioni, talvolta travagliate da <strong>di</strong>fficoltà,<br />
ma quasi sempre <strong>di</strong> rilievo mon<strong>di</strong>ale e che rappresentano, senza dubbio,<br />
il fattore principale della sua attrazione turistica: il 25 per cento dei<br />
27-28 milioni <strong>di</strong> giornate <strong>di</strong> presenze turistiche in Toscana si consuma<br />
qui; ma la quota dei turisti esteri è <strong>di</strong> ben l<strong>un</strong>ga più alta, rappresentando<br />
quasi il 50 per cento del volume turistico regionale. Queste poche battute<br />
servono a gi<strong>un</strong>gere a <strong>un</strong>a prima, provvisoria, conclusione. La multiforme<br />
sfaccettatura <strong>di</strong> componenti e <strong>di</strong> relazioni in cui si esprime la produzione<br />
<strong>di</strong> beni, <strong>di</strong> servizi e <strong>di</strong> conoscenze <strong>di</strong> quest’area, la rende non solo la<br />
più complessa della regione, ma anche più ricca <strong>di</strong> articolazioni persino<br />
rispetto a sistemi urbani assai più gran<strong>di</strong>: come, poniamo, quello <strong>di</strong><br />
Torino (per il maggior rilievo delle attività culturali e del turismo) o<br />
quello <strong>di</strong> Roma (per la maggior caratterizzazione industriale del sistema<br />
metropolitano della Toscana centrale). Il grado <strong>di</strong> partecipazione dei tre<br />
sistemi urbani alla genesi della formazione metropolitana è senza dubbio<br />
<strong>di</strong>verso, e decrescente per intensità d’apporto, procedendo da Firenze,<br />
via Prato, per Pistoia.<br />
Il reticolo delle inter<strong>di</strong>pendenze fra i tre sistemi urbani è ben rappresentato<br />
dai flussi degli spostamenti giornalieri per motivi <strong>di</strong> lavoro (Fig. 11).<br />
All’inizio del decennio, il reticolo descrive <strong>un</strong> insieme <strong>di</strong> sistemi urbani,<br />
dove quello fiorentino prevale nettamente per l’intensità delle relazioni che<br />
si <strong>di</strong>rigono verso Firenze, conferendogli perciò <strong>un</strong> elevato saldo attivo, ma<br />
nel quale si segnala anche il ruolo <strong>di</strong> Calenzano, con <strong>un</strong> bilancio positivo<br />
fra flussi in entrata e in uscita.<br />
è Prato, ovviamente, il centro attorno al quale si organizza il sistema<br />
urbano interme<strong>di</strong>o fra Firenze e Pistoia e <strong>di</strong> cui fanno parte anche<br />
Montale, Agliana e Quarrata. Pistoia mostra <strong>un</strong> bilancio negativo dei flussi<br />
residenza-lavoro, in quanto quel sistema urbano è fortemente tributario <strong>di</strong><br />
quelli pratese e fiorentino, a tal p<strong>un</strong>to che i flussi che lo collegano alle<br />
altre località del suo sistema non sono sufficienti a riequilibrare il rapporto<br />
pendolari in uscita/pendolari in ingresso e a dargli segno positivo. La<br />
situazione si presenta significativamente <strong>di</strong>versa dopo <strong>un</strong> decennio <strong>di</strong><br />
trasformazione del reticolo degli inse<strong>di</strong>amenti produttivi e residenziali. A<br />
questa data più recente le relazioni f<strong>un</strong>zionali espresse dai flussi giornalieri<br />
residenza-lavoro appaiono assai più complesse ed intense fra tutte le<br />
località del sistema metropolitano. Sono ancora gli stessi centri del ‘71<br />
ad avere <strong>un</strong> bilancio positivo tra flussi in entrata e flussi in uscita, ma a<br />
questi centri, lo si deve notare, si aggi<strong>un</strong>ge ora Pistoia. Il sistema urbano<br />
<strong>di</strong> Firenze costituisce ormai <strong>un</strong>’<strong>un</strong>ità spaziale consolidata, mentre si<br />
esprimono importanti fenomeni <strong>di</strong> novità entro il sistema urbano <strong>di</strong> Prato,<br />
dove la crescita <strong>di</strong> Montemurlo è tale che esso rappresenta ormai il centro<br />
principale <strong>di</strong> afflusso, sopravanzando Prato.<br />
120 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio
Figura 11<br />
LE INTERAZIONI DEL SISTEMA METROPOLITANO FIRENZE-PRATO-PISTOIA<br />
Flussi <strong>di</strong> pendolarità per motivi <strong>di</strong> lavoro nel 1971 e nel 1981<br />
Spessore dei segni = saldo dei flussi (in entrata e<br />
in uscita) relativi a ciasc<strong>un</strong>a coppia <strong>di</strong> com<strong>un</strong>i<br />
Dimensione dei cerchi = saldo dei flussi infrareali<br />
relativi a ciasc<strong>un</strong> com<strong>un</strong>e<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 121
In definitiva le novità emergenti da segnalare in questa componente<br />
del sistema metropolitano della Toscana centrale sono rappresentate dalla<br />
drastica contrazione <strong>di</strong> Prato come destinazione <strong>di</strong> flussi <strong>di</strong> pendolarità e<br />
dalla straor<strong>di</strong>naria crescita del com<strong>un</strong>e <strong>di</strong> Montemurlo: e vi si deve leggere<br />
l’effetto dei massicci fenomeni <strong>di</strong> rilocalizzazione <strong>di</strong> attività produttive che<br />
hanno proceduto dal centro maggiore a quello minore. Allo stesso fattore<br />
causale può essere ascritto anche il mutamento <strong>di</strong> segno nel saldo fra<br />
pendolari in entrata e pendolari in uscita, riguardante il com<strong>un</strong>e <strong>di</strong> Pistoia:<br />
in realtà ciò che s’è venuto mo<strong>di</strong>ficando nel decennio, non è tanto la<br />
<strong>di</strong>stribuzione territoriale delle residenze, quanto quella degli inse<strong>di</strong>amenti<br />
<strong>di</strong>rettamente produttivi.<br />
Sulla base degli stu<strong>di</strong> <strong>di</strong> cui si <strong>di</strong>spone si potrebbe ulteriormente<br />
qualificare il processo <strong>di</strong> sviluppo metropolitano, con particolare riferimento<br />
a quello fiorentino. Com’è del tutto evidente, date le proporzioni relative<br />
fra i tre plessi urbani che costituiscono il sistema metropolitano della<br />
Toscana centrale (e c’è già chi, scherzosamente, azzarda <strong>un</strong> più breve e<br />
leggermente canzonatorio Mitteltoskana), quel che avviene nell’area<br />
fiorentina con<strong>di</strong>ziona apprezzabilmente gli altri due sistemi urbani. Le<br />
caratteristiche metropolitane dell’area ricevono ampie conferme da<br />
quanto si sa circa, rispettivamente: il modello <strong>di</strong> crescita, i fenomeni della<br />
localizzazione industriale, le interazioni del sistema con i sistemi urbani<br />
contermini. Per quanto riguarda il primo aspetto, è sufficiente <strong>di</strong>re che<br />
nell’area fiorentina non si è riprodotto <strong>un</strong> modello del tipo «espansione a<br />
macchia d’olio nel vuoto residenziale della campagna circostante» (come,<br />
per esempio, è accaduto a Roma); né <strong>un</strong> modello del tipo «espansione<br />
con incorporazione e assorbimento dei centri periferici minori» (come,<br />
per esempio, è accaduto a Torino e Milano). Il modello fiorentino sembra<br />
piuttosto esser caratterizzato dalle crescite contemporanee e relativamente<br />
autonome dell’area urbana centrale e dei centri periferici minori, con <strong>un</strong>a<br />
successiva saldatura delle <strong>di</strong>rettrici <strong>di</strong> collegamento, dovuta all’ulteriore<br />
crescita, app<strong>un</strong>to, dei centri minori che, peraltro, hanno conservato, e<br />
com<strong>un</strong>que stanno energicamente <strong>di</strong>fendendo, la propria identità, e con<br />
questa, il carattere tutto sommato policentrico dell’area fiorentina. Si presta<br />
meno ad esser ricondotto ad <strong>un</strong>a meccanica semplice quel che avviene sul<br />
territorio per effetto della rilocalizzazione spaziale delle attività produttive.<br />
Infatti, in <strong>un</strong>’area policentrica come quella fiorentina, il sistema delle<br />
inter<strong>di</strong>pendenze ambientali seleziona le imprese per <strong>di</strong>mensione e per<br />
settore <strong>di</strong> attività. Le piccole imprese, con minori esigenze <strong>di</strong> spazio e più<br />
inter<strong>di</strong>pendenti dal lato della domanda, tendono ad infittirsi e, com<strong>un</strong>que, a<br />
restare nell’area centrale. Le imprese <strong>di</strong> me<strong>di</strong>a <strong>di</strong>mensione, in specie quelle<br />
dell’industria interme<strong>di</strong>a, interrelate con l’ambiente soprattutto dal lato<br />
dei servizi, tendono invece a rilocalizzarsi al <strong>di</strong> fuori dell’area centrale; le<br />
122 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio
gran<strong>di</strong> imprese -e non mancano, come si sa, eccezioni anche macroscopiche-<br />
sembrano nel complesso stabilizzate: ma si tratta dell’effetto della relativa<br />
lentezza del loro movimento centrifugo, causato dalla complessità tecnica<br />
del trasferimento <strong>di</strong> gran<strong>di</strong> impianti.<br />
Di natura ancor più tipicamente metropolitana sono i sintomi prodotti<br />
dai meccanismi demografico-occupazionali. Basta a qualificarli in questo<br />
senso la netta dominanza dei fenomeni migratori su quelli naturali, che sono<br />
all’origine <strong>di</strong> <strong>un</strong> altissimo ricambio <strong>di</strong> popolazione, ove i rischi della minore<br />
omogeneità socio-culturale si associano probabilmente ai possibili vantaggi<br />
<strong>di</strong> <strong>un</strong> maggior <strong>di</strong>namismo (l’effetto melting pot). In effetti l’immigrazione<br />
è largamente risucchiata da occasioni <strong>di</strong> lavoro esistenti ma non coperte<br />
localmente. Specifici sondaggi hanno condotto ad accertare che il sistema<br />
dell’area fiorentina manifesta qualche <strong>di</strong>fficoltà a produrre operatori<br />
qualificati: ma ciò che ne caratterizza ormai l’offerta <strong>di</strong> lavoro è <strong>un</strong>a<br />
generalizzata in<strong>di</strong>sponibilità a compiere lavori non qualificati, che vengono<br />
lasciati, secondo <strong>un</strong> tipico modello metropolitano, agli immigrati, grazie<br />
anche alla relativa «capacità <strong>di</strong> attesa» dei giovani in cerca <strong>di</strong> occupazione.<br />
Da questi presupposti, e da numerosissimi altri dati, argomenti e<br />
documenti che potrebbero essere addotti a rinforzo, risulta che le possibilità<br />
<strong>di</strong> <strong>un</strong>a seria evoluzione metropolitana della Mitteltoskana sono già iscritte<br />
nel suo presente e nel suo passato recente e meno recente. Di questa<br />
evoluzione avrebbe certamente bisogno la Toscana intera e, si sarebbe<br />
tentati <strong>di</strong> <strong>di</strong>re, soprattutto la Toscana della campagna urbanizzata, il luogo<br />
elettivo dell’inse<strong>di</strong>amento dell’industria tipica e della cultura materialproduttivistica<br />
del «saper fare» che ne è in<strong>di</strong>spensabile premessa e alimento.<br />
Se non è completamente infondato il ragionamento che attraversa le pagine<br />
precedenti, circa la nuova <strong>di</strong>slocazione della sfida dai vecchi ai nuovi fattori<br />
dello sviluppo, c’è poco da fare, questi (ricerca e sviluppo, promozione,<br />
cura delle relazioni internazionali, politiche dell’immagine) hanno il loro<br />
habitat naturale nell’atmosfera urbana. Cambiar gioco, dal giocar <strong>di</strong> rimessa<br />
al giocar <strong>di</strong> battuta, significa <strong>un</strong> declino dell’importanza della cultura del<br />
«saper fare» a vantaggio della cultura del «saperci fare». Già nel 1981 la<br />
gi<strong>un</strong>ta com<strong>un</strong>ale <strong>di</strong> Firenze, sindaco Elio Gabbuggiani, nei suoi Lineamenti<br />
del programma pluriennale, ammoniva: «il processo <strong>di</strong> “metropolizzazione”<br />
dell’area fiorentina si trova nello sta<strong>di</strong>o delicato della transizione: sono<br />
certamente presenti i requisiti del decollo, ma non sono affatto garantite le<br />
prospettive dello sviluppo». E da qui si derivava la scelta politica: «il processo<br />
<strong>di</strong> formazione dell’area metropolitana va sostenuto, promosso e orientato<br />
come cuore <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>di</strong>segno <strong>di</strong> sviluppo delle f<strong>un</strong>zioni <strong>di</strong> produzione <strong>di</strong> beni,<br />
<strong>di</strong> servizi, <strong>di</strong> conoscenze». Quanto si è proceduto da allora su questa strada?<br />
Poco, bisogna pure ammetterlo. In <strong>un</strong> certo senso siamo alle solite: siamo<br />
<strong>di</strong> nuovo, cioè, <strong>di</strong> fronte a <strong>un</strong>a clamorosa manifestazione <strong>di</strong> novità e non la<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 123
si riconosce. C’è da non credere ai propri occhi, sfogliando, per esempio, le<br />
pagine <strong>di</strong> due eleganti volumi, l’<strong>un</strong>o de<strong>di</strong>cato al processo <strong>di</strong> urbanizzazione<br />
nell’area Firenze-Prato-Pistoia (AA.VV., 1984) e l’altro (Campos Venuti e<br />
altri, 1985) agli stu<strong>di</strong> e alle proposte per il progetto preliminare del nuovo<br />
piano regolatore generale <strong>di</strong> Firenze: se si fa eccezione d’<strong>un</strong> breve contributo<br />
dell’<strong>Irpet</strong> contenuto nel primo volume, neanche il più scrupoloso spulciatore <strong>di</strong><br />
libri è capace <strong>di</strong> reperirvi <strong>un</strong>a sola volta la locuzione «sistema metropolitano»<br />
o anche solo l’aggettivo. Certamente sulle rive dell’Arno non si vede nulla <strong>di</strong><br />
simile all’impegnativo «Progetto Milano», col quale la metropoli lombarda<br />
e <strong>un</strong> folto schieramento <strong>di</strong> istituzioni, pubbliche e private, aziende e banche<br />
hanno avviato <strong>un</strong> gigantesco piano <strong>di</strong> stu<strong>di</strong> e <strong>di</strong> progettazione che analizza<br />
ogni componente significativa del sistema metropolitano milanese per<br />
ricavarne in<strong>di</strong>cazioni <strong>di</strong> prospettiva utili agli investitori privati non meno che<br />
ai decisori pubblici (Irer, 1985 e 1986).<br />
Di questi tempi si fa <strong>un</strong> gran parlare a Firenze del progetto «Fon<strong>di</strong>aria-<br />
Fiat», due colossali operazioni fon<strong>di</strong>ario-e<strong>di</strong>lizie che, se attuate col rigoroso<br />
rispetto delle premesse da cui partono, potrebbero davvero cambiare il<br />
volto della città: centro espositivo, uffici per i servizi del terziario pregiato,<br />
maxicentro commerciale, ecc. ecc., da ubicare, per <strong>un</strong>a parte, in <strong>un</strong>a delle più<br />
squallide ma vivaci periferie fiorentine (Novoli) e per la parte più cospicua,<br />
quella finanziata dalla Fon<strong>di</strong>aria, nell’area <strong>di</strong> Castello nelle imme<strong>di</strong>ate<br />
a<strong>di</strong>acenze del luogo ove son previsti i nuovi inse<strong>di</strong>amenti <strong>un</strong>iversitari. Che<br />
si tratti davvero <strong>di</strong> <strong>un</strong>a grande opport<strong>un</strong>ità per Firenze pochi potrebbero<br />
<strong>di</strong>sconoscerlo, vista l’entità dell’investimento in gioco (attorno, e forse<br />
superiore, alla cifra <strong>di</strong> 1.000 miliar<strong>di</strong>). Ciò <strong>di</strong> cui non peregrinamente si <strong>di</strong>scute<br />
è se davvero i fatti potranno seguire il corso delle tante parole finora spese.<br />
In effetti, l’attenzione degli investitori privati si rivolge, comprensibilmente,<br />
più agli aspetti economico-e<strong>di</strong>lizi del progetto che ad altri profili. Un po’<br />
meno comprensibile è, invece, che i decisori pubblici non si preoccupino<br />
prevalentemente, anche se magari non esclusivamente, <strong>di</strong> suscitare attorno<br />
al progetto le energie impren<strong>di</strong>toriali capaci <strong>di</strong> mobilitare i capitali <strong>di</strong> rischio<br />
occorrenti per l’avvio delle attività produttive ivi previste, in modo che<br />
corrispondano davvero all’attivazione <strong>di</strong> processi economicamente vali<strong>di</strong>.<br />
Certo, anche su queste operazioni, come del resto su quasi tutti i progetti <strong>di</strong><br />
gran<strong>di</strong> opere pubbliche e <strong>di</strong> infrastrutture, a Firenze (e in Toscana: ma qui<br />
<strong>un</strong> po’ meno) grava la minaccia del ben noto «indecisionismo» fiorentino<br />
che tante e assai poco brillanti prove ha dato <strong>di</strong> sé e non solo in questi ultimi<br />
anni, se si ha in mente la l<strong>un</strong>ghezza esasperante dei tempi <strong>di</strong> progettazione e<br />
<strong>di</strong> decisione, per non <strong>di</strong>re <strong>di</strong> quelli <strong>di</strong> realizzazione, <strong>di</strong> <strong>un</strong>a lista non breve <strong>di</strong><br />
progetti <strong>di</strong> arricchimento del capitale fisso sociale <strong>di</strong> Firenze e della sua area.<br />
Un esempio basti per tutti: dopo <strong>un</strong>a l<strong>un</strong>ga <strong>di</strong>sputa si sono avviati i lavori per<br />
l’attraversamento <strong>di</strong> Firenze da parte della <strong>di</strong>rettissima ferroviaria Milano-<br />
124 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio
Roma; se l’attraversamento avverrà in superficie o sarà sotterraneo non è<br />
ancora ben chiaro. Ecco, il primo progetto per l’attraversamento <strong>di</strong> Firenze<br />
in galleria sotterranea risale al 1915; fu poi riproposto col piano regolatore<br />
del 1962 e ripreso <strong>di</strong> nuovo in esame nel quadro dei lavori preparatori del<br />
nuovo piano regolatore dei nostri giorni.<br />
• La nuova geografia dello sviluppo<br />
Sistema metropolitano della Toscana centrale e, più ipotetico ma non<br />
impossibile, sistema metropolitano della costa (Pisa-Livorno-Pontedera) sono<br />
le emergenze economico-territoriali più significative della fase successiva al<br />
processo regionale <strong>di</strong> industrializzazione, del quale rappresentano, e non solo<br />
temporalmente, <strong>un</strong>o degli esiti più originali, almeno per quel che riguarda<br />
la Mitteltoskana. In effetti i fenomeni demografici e le mo<strong>di</strong>ficazioni nella<br />
struttura economico-produttiva del decennio (sommariamente passati in<br />
rassegna nei paragrafi che precedono) hanno agito su ed hanno interagito<br />
con le formazioni territoriali generate dal modello toscano <strong>di</strong> sviluppo:<br />
la campagna urbanizzata, le aree turistico-industriali, le aree urbane, la<br />
campagna. Il <strong>di</strong>segno delle «quattro Toscane» (Fig. 12) si è complicato<br />
nell’immagine territoriale della «nuova geografia dello sviluppo» (Fig. 13).<br />
Figura 12<br />
LE «QUATTRO TOSCANE» DELLO SVILUPPO POSTBELLICO: LA CAMPAGNA URBANIZZATA,<br />
LE AREE TURISTICO-INDUSTRIALI, LE AREE URBANE, LA CAMPAGNA. 1971<br />
Pisa<br />
Livorno<br />
Siena<br />
Firenze<br />
Grosseto<br />
Campagna urbanizzata<br />
Aree turistico-industriali<br />
Aree urbane<br />
Campagna<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 125
Figura 13<br />
LA NUOVA GEOGRAFIA DELLO SVILUPPO: SISTEMI METROPOLITANI, SISTEMI URBANI,<br />
SISTEMI URBANO-RURALI, ZONE DI FRANGIA. 1985<br />
Le frecce in<strong>di</strong>cano aree <strong>di</strong> gravitazione extra-regionale<br />
Ulteriore crescita industriale in alc<strong>un</strong>e parti, impetuoso sviluppo delle<br />
attività produttrici <strong>di</strong> servizi in altre ancora, il rallentamento o l’accelerazione<br />
(più rara) dei processi <strong>di</strong> urbanizzazione hanno specificato in Toscana <strong>un</strong><br />
sistema <strong>di</strong> figure territoriali nuove anche se non occultamente imparentate<br />
alle precedenti:<br />
- i sistemi metropolitani della Toscana centrale (Firenze-Prato-Pistoia) e<br />
della costa (Pisa-Livorno-Pontedera);<br />
- i sistemi urbani <strong>di</strong> Lucca, della Versilia, della Valdelsa, del Valdarno<br />
superiore, della Val <strong>di</strong> Cornia;<br />
-<br />
Sistemi metropolitani<br />
Sistemi urbani<br />
Sistemi urbano-rurali<br />
Zone <strong>di</strong> frangia<br />
Gravitazione extra-regionale<br />
i sistemi urbano-rurali <strong>di</strong> Arezzo, Siena e Grosseto, tipizzati dalla<br />
mancanza del reticolo <strong>di</strong> spostamenti pendolari che caratterizzava le<br />
aree della campagna urbanizzata, essendo la città il polo d’attrazione<br />
centripeto <strong>di</strong> flussi ra<strong>di</strong>ali <strong>di</strong> pendolarità che hanno origine nelle<br />
citta<strong>di</strong>ne minori dell’area;<br />
126 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio
- le aree <strong>di</strong> frangia interregionale fra Toscana ed Emilia Romagna e fra<br />
Toscana e Umbria.<br />
Tuttavia il più saldo riferimento per l’articolazione subregionale<br />
della Toscana resta pur sempre quello della maglia delle Associazioni<br />
intercom<strong>un</strong>ali che fu identificata in modo da farle corrispondere ai «sistemi<br />
urbani giornalieri». Questi sistemi (Fig. 14) rappresentano il reticolo<br />
tracciato sul territorio dagli spostamenti che si svolgono fra <strong>di</strong>fferenti<br />
località urbane in <strong>un</strong>a tipica giornata lavorativa, con riferimento specifico<br />
ai movimenti pendolari luogo <strong>di</strong> residenza -luogo <strong>di</strong> lavoro.<br />
Figura 14<br />
I SISTEMI URBANI GIORNALIERI<br />
La trama degli spostamenti pendolari, che <strong>un</strong>isce <strong>un</strong> centro maggiore ai<br />
centri minori nel suo sistema (quando, e ve ne sono esempi in Toscana, il<br />
sistema non sia tutto composto <strong>di</strong> centri più o meno equivalenti) traccia sul<br />
territorio lo spazio entro il quale, app<strong>un</strong>to in <strong>un</strong>a tipica giornata lavorativa,<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 127
si svolge la maggior parte delle attività or<strong>di</strong>narie della vita quoti<strong>di</strong>ana:<br />
occupazione, ricreazione, acquisti, opport<strong>un</strong>ità sociali. L’intricato reticolo<br />
attorno al capoluogo regionale non impe<strong>di</strong>sce <strong>di</strong> cogliere le <strong>di</strong>fferenze,<br />
poniamo, tra la forma che i collegamenti pendolari assumono in Valdelsa,<br />
in Valdarno o nella Val <strong>di</strong> Nievole e quanto <strong>di</strong>fferenti siano da quelli,<br />
più lineari e <strong>di</strong> più l<strong>un</strong>ga portata, che collegano Livorno agli altri centri<br />
del suo territorio o da quelli tipicamente ra<strong>di</strong>ali, e convergenti sul centro<br />
maggiore, che si originano da <strong>un</strong> centro minore scollegato dagli altri,<br />
come nel caso delle aree urbano-rurali: Arezzo, Siena e Grosseto. I sistemi<br />
urbani giornalieri rappresentano i veri sistemi organici che compongono<br />
l’organismo regionale. E c’è da rammaricarsi della non fort<strong>un</strong>ata esperienza<br />
delle Associazioni intercom<strong>un</strong>ali, il solo livello <strong>di</strong> governo che fosse<br />
corrispondente ai sistemi reali della Toscana. Purtroppo la scelta non resse,<br />
anche in mancanza <strong>di</strong> <strong>un</strong>a forte carica ideale e <strong>di</strong> <strong>un</strong>a ferma determinazione<br />
politica, alla duplice trazione dei poteri regionali e delle gelosie com<strong>un</strong>ali.<br />
C’è stato chi, in Toscana, ha parlato recentemente <strong>di</strong> «<strong>di</strong>aspora territoriale»<br />
per caratterizzare <strong>un</strong>a situazione nella quale, chiusa in modo fallimentare<br />
la prima fase <strong>di</strong> vita delle Associazioni intercom<strong>un</strong>ali, si vengono<br />
annebbiando gli stessi riferimenti tra<strong>di</strong>zionali più consolidati, come quelli<br />
delle vallate. Diviso, dal p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> vista delle <strong>un</strong>ità amministrative, il<br />
Valdarno fiorentino da quello aretino, separata la Valdelsa fiorentina da<br />
quella senese, la pressione degli interessi e le piattaforme locali sembrano<br />
tendere al massimo <strong>di</strong> <strong>di</strong>sarticolazione, tanto che oggi risulta, anche per<br />
quanto riguarda l’attuazione delle politiche regionali, più <strong>di</strong>fficile <strong>di</strong> ieri<br />
tenere insieme non solo Montevarchi e Figline, Santa Croce e Fucecchio,<br />
luoghi <strong>di</strong> tra<strong>di</strong>zionale rivalità, ancorché appartenenti alla stessa entità<br />
economico-territoriale, ma persino Empoli e Castelfiorentino, Firenze e i<br />
com<strong>un</strong>i della sua area.<br />
8. Toscana chissà<br />
La ricomposizione della <strong>di</strong>aspora territoriale, che frantuma in <strong>un</strong>a miriade<br />
<strong>di</strong> piattaforme localistiche la stessa possibilità <strong>di</strong> immaginare <strong>un</strong> organico<br />
<strong>di</strong>segno regionale oltre che, comprensibilmente, <strong>di</strong> mandarlo ad effetto,<br />
si prospetta come <strong>un</strong>o dei più severi cimenti del prossimo futuro per i<br />
gruppi <strong>di</strong>rigenti regionali. Un cimento che si aggi<strong>un</strong>ge a quelli altrettanto<br />
severi che la lettura dell’ultima vicenda dello sviluppo regionale è venuta<br />
prospettando: il recupero, se possibile, dei ritar<strong>di</strong> rispetto alle altre regioni,<br />
l’incremento degli investimenti in capitale fisso sociale per ammodernare<br />
la dotazione delle infrastrutture regionali, il sostegno all’evoluzione<br />
metropolitana dei principali sistemi urbani toscani.<br />
128 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio
Non è questa la sede nemmeno per tentare <strong>un</strong> bilancio dei primi<br />
quin<strong>di</strong>ci anni dell’esperienza regionale. Ma sarebbe urgente farlo e con<br />
le più rigorose procedure della ricerca scientifica, rifuggendo da facili ma<br />
inconcludenti bilanci catastrofici quanto da auto consolatori esercizi che<br />
occultassero le <strong>di</strong>fficoltà, i limiti e gli insuccessi <strong>di</strong> quell’esperienza. Non<br />
tira <strong>un</strong> vento favorevole alle regioni, <strong>di</strong> questi tempi in Italia. C’è chi ha<br />
già perspicuamente analizzato il lavoro della nuova istituzione, anche se<br />
sotto <strong>un</strong> profilo prevalentemente giuri<strong>di</strong>co (Pala<strong>di</strong>n, 1985). Parrebbe utile<br />
farlo anche sotto il profilo dell’attrezzatura tecnica delle politiche regionali<br />
oltre che dal p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> vista del bilancio materiale dei risultati ottenuti. Gli<br />
aspetti positivi non sono sempre visibili a prima vista: l’irrobustimento<br />
del governo locale, l’articolazione del potere, oggi certamente più<br />
<strong>di</strong>ffuso nella società <strong>di</strong> quanto non lo fosse nel periodo del centralismo<br />
esasperato, la realizzazione qua e là <strong>di</strong> esperienze pilota che potrebbero<br />
essere utilmente generalizzate. Le stesse tecniche <strong>di</strong> gestione dei bilanci si<br />
sono venute affinando, a mano a mano che crescono la consapevolezza e<br />
la capacità <strong>di</strong> introdurre criteri <strong>di</strong> gestione economica, ispirati al principio<br />
della valutazione dei risultati. Segni <strong>di</strong> <strong>un</strong> rinnovato impegno sul terreno<br />
dell’efficienza e della modernizzazione si colgono, del resto, su tutto il<br />
fronte dell’amministrazione pubblica locale toscana, se è vero che nel<br />
corso <strong>di</strong> <strong>un</strong> quinquennio i com<strong>un</strong>i toscani hanno accresciuto il peso dei<br />
loro investimenti sul complesso degli investimenti effettuati da tutte<br />
le amministrazioni com<strong>un</strong>ali del paese dal 7,7 all’8,1 per cento, con <strong>un</strong><br />
tasso <strong>di</strong> incremento delle somme investite pari al 36 per cento, durante il<br />
quinquennio, più del doppio del corrispondente valore nazionale. Anche<br />
le m<strong>un</strong>icipalizzate esprimono qualche tendenza confortante; l’incidenza<br />
delle spese <strong>di</strong> personale sul complesso delle uscite è oggi in Toscana del<br />
39 per cento contro il 46 della me<strong>di</strong>a italiana, mentre gli introiti per tariffe<br />
rappresentano qui il 65 per cento delle entrate e nel resto del paese solo<br />
il 56. È onesto riconoscere poi, quale che possa essere il giu<strong>di</strong>zio critico<br />
sul complesso dell’azione regionale, la <strong>di</strong>fficoltà gran<strong>di</strong>ssima <strong>di</strong> esprimere<br />
politiche realmente incidenti sullo sviluppo del sistema regionale, quando<br />
quasi l’80 per cento delle risorse a <strong>di</strong>sposizione della Regione Toscana è<br />
assorbito dalla spesa sanitaria (ma le destinazioni <strong>di</strong> risorse vincolate da<br />
leggi statali arrivano all’87 per cento), si che agli interventi economici si<br />
son potuti destinare negli ultimi anni volumi <strong>di</strong> spesa che hanno oscillato<br />
tra i 200 e i 300 miliar<strong>di</strong> all’anno: somme irrisorie rispetto all’entità delle<br />
grandezze macroeconomiche regionali con cui si debbono confrontare.<br />
Pur rifuggendo da ogni rozza polemica politica, qualcosa vorrà pur <strong>di</strong>re la<br />
circostanza che fra l’83 e l’84, mentre si incrementavano dell’11 per cento i<br />
trasferimenti dallo Stato centrale al complesso delle Regioni, l’incremento<br />
attribuito alla Toscana è stato solo dell’8 per cento (e lo si può rapportare<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 129
agli incrementi della Lombar<strong>di</strong>a, della Campania e del Piemonte che son<br />
stati rispettivamente del 10, del 12 e del 13 per cento).<br />
C’è tuttavia <strong>un</strong> fronte sul quale si può agire senza spesa e al <strong>di</strong> fuori dei<br />
vincoli e degli intralci della legislazione regionale. Ed è lo stesso fronte<br />
sul quale probabilmente l’esperienza regionale toscana (ma il <strong>di</strong>scorso<br />
potrebbe essere fondatamente ripetuto anche per altre regioni) deve<br />
registrare il ritardo più inquietante. A oltre quin<strong>di</strong>ci anni <strong>di</strong> <strong>di</strong>stanza dalla<br />
prima elezione dei consigli regionali, la Regione non è ancora sentita e<br />
vissuta come la nuova <strong>di</strong>mensione del <strong>di</strong>battito e dello scontro politico,<br />
come il metro <strong>di</strong> riferimento delle scelte amministrative. Il processo <strong>di</strong><br />
regionalizzazione procede a rilento, non senza conoscere (è il caso della<br />
«<strong>di</strong>aspora» territoriale) anche rischiosi passi in<strong>di</strong>etro. I problemi locali, <strong>di</strong><br />
categoria, <strong>di</strong> settore, non sono ancora vissuti come problemi regionali. Danno<br />
ampia testimonianza <strong>di</strong> ciò i livelli vistosamente insufficienti <strong>di</strong> autorità e<br />
<strong>di</strong> potere decisionale delle istanze regionali <strong>di</strong> ogni natura; da quelle dei<br />
partiti a quelle dei sindacati e delle organizzazioni <strong>di</strong> categoria. Il ritorno <strong>di</strong><br />
fiamma sul ruolo delle amministrazioni provinciali non segna tanto lo sforzo<br />
<strong>di</strong> vitalizzazione <strong>di</strong> <strong>un</strong> ente a competenze limitate che mai ha realmente<br />
partecipato del processo sociale. Vi si rintraccia piuttosto la rivincita della<br />
provincia come maglia geometrica <strong>un</strong>iforme del decentramento statale<br />
(prefetture, questure, intendenze <strong>di</strong> finanza, provve<strong>di</strong>torati agli stu<strong>di</strong>, ecc.)<br />
sulla quale si è venuta modellando da decenni, per non <strong>di</strong>re dalla fine del<br />
secolo scorso, l’organizzazione della vita politica e sociale, dai partiti ai<br />
sindacati, alle associazioni <strong>di</strong> categoria. La <strong>di</strong>fficoltà a irrobustire, nelle<br />
varie se<strong>di</strong> e ai vari livelli, i centri <strong>di</strong>rezionali <strong>di</strong> scala regionale rappresenta<br />
<strong>un</strong> altro, e non minore, ostacolo rispetto alla possibilità <strong>di</strong> concorrere<br />
all’ideazione (anche solo all’ideazione) <strong>di</strong> <strong>un</strong> organico progetto <strong>di</strong> sviluppo<br />
regionale. S’è visto abbondantemente in queste note quanto grande sia la<br />
sproporzione fra la <strong>di</strong>mensione dei fenomeni economico-sociali, e quella<br />
dei possibili strumenti <strong>di</strong> intervento a <strong>di</strong>sposizione del decisore pubblico.<br />
Ma l’intervento pubblico può agire al margine, sulle <strong>di</strong>fferenze, sostenendo<br />
tendenze positive e ostacolando tendenze negative, quel tanto che basta<br />
per accelerarne o rallentarne i processi. Sempre che <strong>di</strong> questi processi si<br />
siano intese la natura, la legge <strong>di</strong> movimento e la <strong>di</strong>rezione <strong>di</strong> sviluppo. I<br />
vent’anni alle nostre spalle rapso<strong>di</strong>camente passati in rassegna in questo<br />
scritto, hanno mostrato in più d’<strong>un</strong>a circostanza, anzi in molte circostanze,<br />
questa sorta <strong>di</strong> refrattarietà dei gruppi <strong>di</strong>rigenti locali a leggere correttamente<br />
e tempestivamente quanto veniva s<strong>di</strong>panandosi sotto i loro occhi. Cosa sta<br />
maturando nel grembo della Toscana a quattor<strong>di</strong>ci anni dal Duemila?<br />
Non s’intende, certo, ripercorrere pedantemente le tendenze delle<br />
<strong>di</strong>verse fenomenologie economiche, sociali e territoriali su cui si è<br />
cercato <strong>di</strong> ragionare. Le questioni fondamentali, le alternative principali<br />
130 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio
dovrebbero essere emerse. Ma può darsi che cosi non sia. A chiusura <strong>di</strong><br />
queste note si è quin<strong>di</strong> indotti a <strong>un</strong>’ultima, rapida carrellata su alc<strong>un</strong>e<br />
tendenze <strong>di</strong>fferenziali dello sviluppo toscano: talvolta cosi connaturate al<br />
suo modo <strong>di</strong> essere che la <strong>di</strong>mestichezza con le loro manifestazioni quasi<br />
impe<strong>di</strong>sce <strong>di</strong> coglierne persino l’esistenza. Altre volte si tratta, invece, <strong>di</strong><br />
segni minori, probabilmente davvero eccentrici rispetto al grande corso<br />
dello sviluppo, ma chissà.<br />
Si prenda il caso del turismo; bastano due sole cifre a <strong>di</strong>re che è<br />
quantitativamente rilevante in Toscana: 28 milioni <strong>di</strong> giornate <strong>di</strong> presenza<br />
in <strong>un</strong> anno, più dell’8 per cento dei flussi turistici nazionali complessivi.<br />
Guardando solo <strong>un</strong> poco oltre la superficie, si scopre che all’importanza<br />
quantitativa si aggi<strong>un</strong>ge <strong>un</strong>a <strong>di</strong>screta significatività economica, se 1.000<br />
lire spese dai turisti in Toscana attivano <strong>un</strong> incremento complessivo del<br />
prodotto lordo <strong>di</strong> oltre 1.300 lire <strong>di</strong> cui 857 rimarrebbero nella regione.<br />
Perché queste cifre, introdotte all’improvviso e -qualc<strong>un</strong>o potrebbe<br />
giu<strong>di</strong>care- in modo <strong>un</strong> po’ bislacco, son significative? Perché se le stesse<br />
1.000 lire <strong>di</strong> incremento si fossero invece espresse nella domanda <strong>di</strong> prodotti<br />
tessili, l’incremento del prodotto interno lordo sarebbe stato solo <strong>di</strong> 1.236<br />
lire e la quota internalizzata dall’economia regionale <strong>di</strong> 796. Dio ci guar<strong>di</strong><br />
dal <strong>di</strong>r male dell’industria tessile, motore e vanto dell’economia toscana:<br />
tuttavia, almeno per quanto riguarda la positività degli effetti, i numeri<br />
<strong>di</strong>cono che alla Toscana convien più esportar servizi turistici che pezze <strong>di</strong><br />
tessuto. Ma siamo ancora a <strong>un</strong> livello assai grossolano del ragionamento.<br />
Gli occupati nel complesso delle attività turistiche e <strong>di</strong> quelle che a queste<br />
più <strong>di</strong>rettamente si riconnettono erano all’81 quasi 55.000, <strong>un</strong> sorprendente<br />
34 per cento in più <strong>di</strong> quanto non fossero <strong>di</strong>eci anni prima, sicché gli<br />
occupati nelle attività turistiche rappresentano oggi quasi il 4 per cento del<br />
totale dei posti <strong>di</strong> lavoro in Toscana, con <strong>un</strong> aumento <strong>di</strong> <strong>un</strong> quinto rispetto<br />
alla quota posseduta <strong>di</strong>eci anni prima. Gli andamenti occupazionali nel<br />
settore, che sarebbe <strong>di</strong>fficile, almeno secondo le definizioni scolastiche,<br />
ascrivere al terziario qualificato, non hanno certo mostrato le incertezze<br />
e i tentennamenti <strong>di</strong> <strong>di</strong>versi settori industriali. Se poi ci si ricorda che il<br />
turismo verso i centri d’arte rappresenta il 34 per cento dei flussi turistici<br />
che si rivolgono alla Toscana e che questi flussi si sono accresciuti del<br />
28 per cento durante gli ultimi <strong>di</strong>eci anni, mentre il turismo balneare è<br />
rimasto praticamente stazionario, si potrebbe persino non esitare a stabilire<br />
<strong>un</strong> collegamento <strong>un</strong> po’ spericolato: sono le dotazioni artistiche e le attività<br />
culturali il principale propulsore della domanda turistica che si rivolge<br />
verso la Toscana (AA.VV., 1982). Non è la scoperta dell’acqua calda e non<br />
è nemmeno la vieta riproposizione del patrimonio artistico, come oggetto<br />
della mercificazione turistica. Secondo le più accre<strong>di</strong>tate stime e sempre<br />
che <strong>un</strong> cataclisma bellico non sconvolga il pianeta, i prossimi <strong>di</strong>eci anni<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 131
dovrebbero registrare consistenti e paralleli incrementi nella domanda<br />
mon<strong>di</strong>ale <strong>di</strong> turismo e <strong>di</strong> cultura (Bresso e Zeppetella, 1982). Una domanda<br />
che, come si sa da accurate ricerche scientifiche, ma come, in ogni caso<br />
si intuirebbe anche per semplice buon senso, si accresce in entrambe le<br />
<strong>di</strong>rezioni nella misura in cui si accrescono i livelli <strong>di</strong> red<strong>di</strong>to e i livelli <strong>di</strong><br />
istruzione dei potenziali consumatori. Anzi, <strong>un</strong> po’ <strong>di</strong> più.<br />
Le attività culturali, d’altra parte -e l’affermazione non è certo <strong>un</strong>a<br />
scoperta- costituiscono <strong>un</strong>a presenza importante nella vita sociale (ma, lo<br />
si vedrà tra <strong>un</strong> momento, anche in quella economica) della regione (<strong>Irpet</strong>,<br />
1984). Ogni toscano spendeva, nel 1971, 437 lire all’anno per assistere a<br />
manifestazioni teatrali e musicali (ma si sa, a teatro e al concerto va solo <strong>un</strong>a<br />
quota minima della popolazione): lo stesso toscano me<strong>di</strong>o spende oggi quasi<br />
4.000 lire, mentre l’italiano me<strong>di</strong>o non destina più <strong>di</strong> 2.700 lire a questi stessi<br />
consumi. E non si tratta <strong>di</strong> <strong>un</strong> fenomeno esclusivamente fiorentino, se è vero<br />
che la spesa pro capite per tutti gli spettacoli è aumentata durante gli anni<br />
‘70 a Firenze del 192 per cento, negli altri capoluoghi <strong>di</strong> provincia del 201<br />
per cento e nel resto della regione del 215: siamo quin<strong>di</strong> in presenza <strong>di</strong> <strong>un</strong><br />
consumo nobile che non solo aumenta, ma si decentra <strong>di</strong>ffondendosi a tutta<br />
la regione. è vero, peraltro, che Firenze svetta su tutte le città d’Italia quando<br />
si tratta <strong>di</strong> consumi culturali. Pochi dati per confermarlo: se si fa uguale a 100<br />
la spesa pro capite <strong>di</strong> Firenze per tutti i consumi culturali al 1971, due anni<br />
dopo scopriamo che si è accresciuta fino a 179; i corrispondenti valori <strong>di</strong> altre<br />
gran<strong>di</strong> città «consumatrici <strong>di</strong> cultura», sono, nell’or<strong>di</strong>ne, 138 per Milano, 97<br />
per Bologna, 85 per Venezia, 74 per Roma (meno della metà <strong>di</strong> Firenze). Che<br />
è <strong>un</strong>a città nella quale per tutti gli spettacoli si sono spese nel 1981, 83.000<br />
lire a testa, mentre a Bologna ne spendevano 75.000, a Milano solo 65.000, e<br />
ancor meno a Venezia e a Roma (rispettivamente, 65.000 e 40.000). Certo la<br />
cultura non può esser ridotta alle manifestazioni musicali e teatrali: esistono,<br />
per esempio, anche i musei, i libri e le riviste; i visitatori dei musei fiorentini<br />
che erano 3.330.000 nel 1971 sono 4.500.000 circa <strong>di</strong>eci anni dopo; le opere<br />
pubblicate dall’e<strong>di</strong>toria locale passano, l<strong>un</strong>go lo stesso intervallo <strong>di</strong> tempo,<br />
da 1.382 a 1.524 e, per quanto l’e<strong>di</strong>toria fiorentina sia notoriamente in<br />
con<strong>di</strong>zioni non particolarmente brillanti da tempo, rappresenta pur sempre <strong>un</strong><br />
apprezzabile 8-10 per cento del complesso delle attività e<strong>di</strong>toriali del paese.<br />
Né, per la cultura, spendono solo i privati. Anzi. Il com<strong>un</strong>e <strong>di</strong> Firenze, per<br />
esempio, che destinava a queste attività 580 milioni nel 1975 ha accresciuto<br />
i suoi stanziamenti <strong>di</strong> 13-14 volte (i dati sono riferiti al 1984: nel 1985<br />
le ristrettezze della finanza locale hanno ridotto l’aumento al livello più<br />
basso, ma pur sempre apprezzabile, <strong>di</strong> 10 volte). Una spesa culturale che<br />
si ripartisce per il 31 per cento alle attività musicali, per il 23 in convegni<br />
e contributi alle istituzioni culturali, per il 20 alle arti visive, per il 13 alle<br />
attività teatrali, mentre agli altri settori vanno le rimanenti quote.<br />
132 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio
E fin qui s’è considerata la cultura dal p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> vista della <strong>di</strong>stribuzione<br />
e del consumo, ammesso che tutti concedano pacificamente l’uso <strong>di</strong> questi<br />
termini quando si tratta <strong>di</strong> cultura. Chiedendo venia a eventuali obiettori,<br />
si vorrebbe andare a vedere a quante persone <strong>di</strong>ano lavoro le attività<br />
culturali, per esempio in Toscana. Gli addetti al settore culturale «allargato»<br />
(comprendente, cioè, anche la scuola) sono, nel 1981, quasi 140.000, ed<br />
erano poco più <strong>di</strong> 76.000 solo <strong>di</strong>eci anni fa: come a <strong>di</strong>re che c’è stato <strong>un</strong><br />
cospicuo balzo <strong>di</strong> quasi l’80 per cento, tant’è che alla fine del decennio le<br />
attività culturali coprono il io per cento del complesso dei posti <strong>di</strong> lavoro<br />
in Toscana e ne assicuravano solo 6 <strong>di</strong>eci anni prima. Si tratta <strong>di</strong> livelli <strong>di</strong><br />
incidenza e <strong>di</strong> tassi <strong>di</strong> crescita che lasciano in<strong>di</strong>etro <strong>di</strong>versi settori produttivi<br />
dell’industria toscana. Che volume <strong>di</strong> spesa genera quest’occupazione nelle<br />
attività culturali? Quanta attivazione <strong>di</strong> produzione nel complesso <strong>di</strong> tutte<br />
le attività economiche la spesa <strong>di</strong> quei red<strong>di</strong>ti da lavoro induce?<br />
E poi, la produzione specifica dei beni e dei servizi culturali, quanto<br />
concorre al prodotto interno lordo, qual è il grado <strong>di</strong> inter<strong>di</strong>pendenza che la<br />
collega ai settori che forniscono a questa attività gli inputs <strong>di</strong> materie prime, <strong>di</strong><br />
prodotti interme<strong>di</strong>, <strong>di</strong> servizi? Si immagina senza sforzo alc<strong>un</strong>o come si possa<br />
ritenere blasfemo parlare <strong>di</strong> attività culturali, e quin<strong>di</strong> presumibilmente <strong>di</strong> arti<br />
visive, <strong>di</strong> musica, <strong>di</strong> letteratura, poesia, ecc., come se si trattasse <strong>di</strong> settori<br />
industriali. Eppure il collegamento <strong>di</strong>retto fra cultura ed economia (che ora si<br />
instaura regolarmente ed anzi rappresenta <strong>un</strong> nuovo e assai <strong>di</strong>namico campo<br />
<strong>di</strong> ricerca: Minon, 1986) non è cosa <strong>di</strong> questi ultimi anni iconoclasti. «I teatri,<br />
signori, danno <strong>un</strong> notevole impulso all’industria citta<strong>di</strong>na la quale, a sua volta,<br />
alimenta la vita delle industrie <strong>di</strong> provincia. Tutte le branche del commercio<br />
ricevono qualcosa dal teatro. I teatri della città danno da vivere <strong>di</strong>rettamente<br />
a 10.000 famiglie, in trenta o quaranta mestieri <strong>di</strong>versi; occupano, ogn<strong>un</strong>o<br />
<strong>di</strong> loro, centinaia <strong>di</strong> operai e versano annualmente nella circolazione della<br />
ricchezza <strong>un</strong>a somma che, secondo cifre incontestabili, non può essere valutata<br />
a meno <strong>di</strong> 20 o 30 milioni». La cifra, francamente, può sembrare modesta: ma<br />
lo sembrerà assai meno se si tiene presente che la città cui ci si riferisce è<br />
Parigi, l’oratore Victor Hugo in <strong>un</strong> suo intervento all’Assemblea costituente,<br />
la data in cui fu pron<strong>un</strong>ciato il <strong>di</strong>scorso il 17 luglio 1848. Questo reperto,<br />
ammesso che non sia possibile trovarne <strong>di</strong> precedenti, <strong>di</strong>mostra la possibilità<br />
che l’approccio economico ai problemi della cultura sia suggerito non da <strong>un</strong><br />
economista ma da <strong>un</strong> artista. In realtà, per tornare a più serie considerazioni,<br />
viene crescendo, nel mondo obiettivamente più che da noi in Italia (Leon,<br />
1985), la consapevolezza che l’incidenza economica del consumo e della<br />
produzione <strong>di</strong> cultura, in termini <strong>di</strong> occupati, <strong>di</strong> contributo al prodotto interno<br />
lordo e <strong>di</strong> attivazione <strong>di</strong> altri settori ha raggi<strong>un</strong>to ormai livelli tali da meritare<br />
non solo attenti stu<strong>di</strong> ma anche opport<strong>un</strong>e preoccupazioni per quanto riguarda<br />
i profili dell’efficienza e dei ren<strong>di</strong>menti (Gouiedo, 1986).<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 133
Altri tipi <strong>di</strong> raccordo tra economia e cultura, ovviamente molto <strong>di</strong>versi<br />
da quello <strong>di</strong> cui si è fin qui parlato, son quelli che passano, per esempio,<br />
attraverso le attività connesse alla produzione dell’immagine e alla moda.<br />
Quanti artisti e scrittori lavorano per la pubblicità? Ness<strong>un</strong>o ormai si<br />
scandalizza se le sfilate <strong>di</strong> moda si tengono nei più prestigiosi sacrari della<br />
prosa, della lirica o delle arti visive. Talvolta si esagera, magari, come<br />
quando si intende assoldare <strong>un</strong>a illustre e veneranda opera d’arte per farne<br />
<strong>un</strong> agente pubblicitario <strong>di</strong> prodotti <strong>di</strong> largo consumo. L’esperienza non<br />
molto tempo fa toccò, a Firenze, al povero David <strong>di</strong> Michelangelo messo a<br />
vendere cravatte. Ma ci sono collegamenti anche <strong>di</strong> tipo <strong>di</strong>verso, quelli nei<br />
quali la moda chiede alla scienza e alla cultura il loro apporto: <strong>un</strong> segno,<br />
per ora modesto ma probabilmente destinato a svilupparsi, è quello che si<br />
può riconoscere nella istituzione, sempre a Firenze, <strong>di</strong> <strong>un</strong> politecnico della<br />
moda realizzato in collaborazione con <strong>un</strong>o dei più rinomati, se non il più<br />
rinomato, centri <strong>di</strong> ricerca e formazione nel campo della moda, il Fashion<br />
Institute of Technology <strong>di</strong> New York.<br />
Già, la moda: <strong>un</strong> settore, o meglio <strong>un</strong> complesso <strong>di</strong> attività produttive che,<br />
se n’è detto più sopra, si attribuisce la metà <strong>di</strong> tutta la nuova occupazione<br />
manifatturiera generata durante gli anni ‘70. Queste attività produttive<br />
rappresentano, e si è avuto modo <strong>di</strong> farvi cenno più volte nel corso <strong>di</strong> queste<br />
pagine, <strong>un</strong> vero e proprio asse portante dell’economia regionale. Se ne<br />
vedano alc<strong>un</strong>i in<strong>di</strong>catori sommari riferiti al 1981: 200.000 occupati, pari al<br />
16 per cento dell’occupazione nazionale in questi settori, che corrisponde<br />
al 41 per cento dei lavoratori del settore manifatturiero in Toscana. Le<br />
produzioni della moda alimentano <strong>un</strong> volume <strong>di</strong> esportazione <strong>di</strong> oltre 3.000<br />
miliar<strong>di</strong>, il 23 per cento dell’esportazione della moda nazionale, la metà<br />
<strong>di</strong> tutta l’esportazione regionale, e che si incrementa, proprio nel corso <strong>di</strong><br />
questi ultimi quattro anni, <strong>di</strong> <strong>un</strong> cospicuo 63 per cento.<br />
Ma le cifre sin qui riferite riguardano <strong>un</strong>a definizione molto riduttiva<br />
del sistema della moda: le industrie delle pelli e del cuoio, delle calzature,<br />
dell’abbigliamento e l’industria tessile. In realtà, il sistema della moda,<br />
in <strong>un</strong>a corretta visione organica, deve comprendere il complesso delle<br />
produzioni attivate e sostenute dalla produzione dei beni finali. Materie<br />
prime, accessori, macchinari, attrezzi, materiali ausiliari, servizi alle<br />
imprese, rete <strong>di</strong>stributiva sono i raggruppamenti delle attività produttive<br />
<strong>di</strong> beni e <strong>di</strong> servizi che compongono il «sistema della moda» come entità<br />
economico-organica. Anche a prescindere dai profili culturali, psicologici e<br />
sociali strettamente interrelati alle fenomenologie <strong>di</strong> <strong>un</strong> sistema produttivo<br />
come quello della moda (Simmel, 1985), così connesso agli stili <strong>di</strong> vita,<br />
alle aspirazioni personali, alle convinzioni ideologiche, allo status sociale,<br />
si intende subito la povertà <strong>di</strong> <strong>un</strong> approccio economicistico e settorialistico<br />
che faccia del «sistema della moda» <strong>un</strong> semplice aggregato <strong>di</strong> settori<br />
134 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio
produttivi. E tuttavia, rimanendo sempre all’interno <strong>di</strong> <strong>un</strong> approccio<br />
angustamente economicistico, si deve sapere che il sistema della moda,<br />
organicamente considerato, dà lavoro in Toscana ad oltre 240.000 addetti,<br />
come <strong>di</strong>re il 17 per cento <strong>di</strong> tutta l’occupazione regionale, il doppio della<br />
corrispondente incidenza a livello nazionale, a ulteriore testimonianza<br />
della elevata specializzazione della Toscana in questo campo.<br />
Turismo, cultura e moda: 360.000 posti <strong>di</strong> lavoro in Toscana, il 28 per<br />
cento <strong>di</strong> tutti i posti <strong>di</strong> lavoro della regione. Che senso ha, si potrebbe<br />
osservare, sommare insieme entità così eterogenee? Certo, non è <strong>di</strong>fficile<br />
stabilire i collegamenti che da tanti anni, e poi a Firenze!, si stabiliscono<br />
nell’ideologia non meno che nella pratica quoti<strong>di</strong>ana <strong>di</strong> bottega. Il David<br />
attira turisti a Firenze e valorizza le più rinomate marche della moda<br />
locale: <strong>un</strong>a rapida occhiata al David e poi si vende l’abito, la borsetta, le<br />
scarpe. Un collegamento <strong>di</strong> tale natura era ben presente, anche se in forme<br />
meno rozze <strong>di</strong> quelle en<strong>un</strong>ciate talvolta oggigiorno, al gruppo <strong>di</strong>rigente<br />
fascista fiorentino degli anni ‘30, che all’insegna del trinomio turismoartigianato-cultura<br />
(Palla, 1978) elaborò <strong>un</strong>a nuova e<strong>di</strong>zione del ra<strong>di</strong>cato<br />
atteggiamento antindustrialista dei <strong>di</strong>rigenti toscani (Mori, 1960), declinato<br />
questa volta in versione urbana, esplicitamente mirato al consenso dei<br />
ceti me<strong>di</strong> del commercio, dell’artigianato e degli impieghi. Si può forse<br />
ipotizzare <strong>un</strong> approccio più elaborato che non parte programmaticamente<br />
dall’interazione fra i tre aggregati <strong>di</strong> attività. Il ragionamento che si è fatto<br />
per il sistema della moda, <strong>di</strong> non considerarlo <strong>un</strong>icamente e riduttivamente<br />
in termini <strong>di</strong> attività produttive finali, per valutare tutto il complicato<br />
reticolo <strong>di</strong> inter<strong>di</strong>pendenze che lo legano agli altri settori, potrebbe esser<br />
replicato anche per la cultura ed il turismo. Si avrebbe allora la possibilità<br />
<strong>di</strong> apprezzare, nella loro reale interezza, l’entità economica <strong>di</strong> questo<br />
complesso <strong>di</strong> attività e il ruolo che svolge nell’economia regionale. Ma il<br />
ragionamento si deve, anzi si vuole, fermare qui.<br />
Non senza prima aver ricordato alc<strong>un</strong>i segnali, magari timi<strong>di</strong> e, non si<br />
può escludere, destinati persino a spegnersi tra breve, che rivelerebbero<br />
l’esistenza <strong>di</strong> fermenti <strong>di</strong> novità in ciasc<strong>un</strong>o <strong>di</strong> questi settori. Si affastellano<br />
qui, senza alc<strong>un</strong>a pretesa <strong>di</strong> or<strong>di</strong>ne né <strong>di</strong> sistematicità, alc<strong>un</strong>i <strong>di</strong> questi<br />
sintomi: il crescente interesse per il turismo <strong>di</strong> stu<strong>di</strong>o, strettamente collegato<br />
alle localizzazioni fiorentine <strong>di</strong> prestigiose fondazioni culturali estere<br />
o <strong>di</strong> se<strong>di</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong>iversità straniere, per non <strong>di</strong>re dell’Istituto Universitario<br />
Europeo; le forme nuove e meno appariscenti che assume il turismo<br />
giovanile veicolato da associazioni, scuole e <strong>un</strong>iversità; il contributo non<br />
marginale che i flussi turistici più specializzati danno all’incremento della<br />
domanda locale <strong>di</strong> attività culturali, sì da consentire significative economie<br />
<strong>di</strong> scala e, in molti casi, <strong>un</strong> numero maggiore <strong>di</strong> repliche; il turismo legato a<br />
ispirazioni ambientaliste che non <strong>di</strong> rado trova in Toscana destinazioni che<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 135
sod<strong>di</strong>sfano questa domanda particolare; l’espansione tumultuosa del turismo<br />
congressuale, che è ormai <strong>di</strong>ventata <strong>un</strong>a delle forze traenti della crescita<br />
della domanda turistica internazionale; il germinare nel campo della moda<br />
<strong>di</strong> tendenze innovative, introdotte, come si <strong>di</strong>ce, da «creativi» delle giovani<br />
generazioni, che fanno moda più o meno con lo stesso approccio con cui<br />
si fa ricerca artistica d’avanguar<strong>di</strong>a (manifestazioni come Pitti Trend e<br />
riviste come «Westuff» ne sono alc<strong>un</strong>e delle più interessanti espressioni);<br />
i collegamenti inusuali che la moda stabilisce con l’avanguar<strong>di</strong>a musicale,<br />
che ha in Firenze alc<strong>un</strong>e delle sue manifestazioni più interessanti (si pensa al<br />
gruppo dei Litfiba) e nell’area metropolitana alc<strong>un</strong>i dei suoi luoghi deputati<br />
(si pensa a <strong>un</strong> locale come il Manila). Che cosa siano le attività culturali<br />
per Firenze e cosa potrebbero -meglio: dovrebbero- <strong>di</strong>ventare, al <strong>di</strong> là delle<br />
mega rassegne me<strong>di</strong>cee o etniche e degli avventurosi anni della cultura<br />
europea, è cosa ben familiare agli operatori e agli amministratori locali. Si<br />
vuol solo avanzare <strong>un</strong> interrogativo: ness<strong>un</strong>o può <strong>di</strong>re cosa potrebbe sorgere<br />
(e forse sta già sorgendo) dalle interazioni spontanee che questi insiemi <strong>di</strong><br />
attività pongono in atto (Biennal, 1985). Se ci si ricorda, poi, del ruolo che<br />
hanno a Firenze i servizi più <strong>di</strong>rettamente collegati alla produzione e alla<br />
valorizzazione dell’immagine (marketing, promotion, pubblicità, design,<br />
ecc.) si può identificare <strong>un</strong>a sorta <strong>di</strong> agente <strong>di</strong> collegamento. Passerà per <strong>un</strong><br />
nuovo trinomio, questa volta turismo-cultura-moda, <strong>un</strong>a delle possibilità <strong>di</strong><br />
sviluppo per la Toscana o, meglio, della Mitteltoskana?<br />
Attenzione! In questa ipotesi non c’è la minima indulgenza a sismon<strong>di</strong>smi<br />
<strong>di</strong> ritorno né la minima reviviscenza <strong>di</strong> nostalgie antindustrialiste. Se è<br />
vero, come molti sintomi lasciano presagire, che non tornerà (per fort<strong>un</strong>a,<br />
non tornerà) <strong>un</strong> nuovo boom consumistico all’insegna dell’usa-e-getta,<br />
mentre dovrebbe ancora <strong>di</strong>latarsi il tempo <strong>di</strong> non-lavoro (augurabilmente<br />
non in termini <strong>di</strong> <strong>di</strong>soccupazione) cambieranno, ma stanno già cambiando,<br />
i modelli <strong>di</strong> consumo. Il tempo libero sarà meno intenso <strong>di</strong> consumo <strong>di</strong> beni<br />
e più intenso <strong>di</strong> consumo <strong>di</strong> servizi (viaggi, musica, teatro). Si consumerà<br />
più tempo che cose, insomma. Uno «stile <strong>di</strong> vita più sobrio e raffinato»<br />
come si preconizzò nel <strong>di</strong>battito seguito alla pubblicazione dei Limiti dello<br />
sviluppo. E il concetto <strong>di</strong> raffinatezza evoca quello <strong>di</strong> moda.<br />
In questi ultimi abbozzi <strong>di</strong> ragionamento ci si rende conto <strong>di</strong> aver toccato<br />
soglie perigliose. Chi non aveva mai mandato giù la deviazione dell’operaio<br />
me<strong>di</strong>o toscano rispetto allo stereotipo Cipputi in tuta blu, si straccerà le<br />
vesti <strong>di</strong> fronte alla prospettiva <strong>di</strong> addetti al terziario qualificato privi del<br />
camice bianco <strong>di</strong> prammatica e magari agghindati secondo le vistose fogge<br />
<strong>di</strong> Pitti Trend. Ma il timore maggiore riguarda le reazioni <strong>di</strong> quanti hanno<br />
continuato a vedere il fantasma <strong>di</strong> Bettino Ricasoli <strong>di</strong>etro l’industria tipica<br />
e potrebbero ora essere indotti a scambiare <strong>un</strong> dark dell’Arci-Kids per <strong>un</strong><br />
re<strong>di</strong>vivo Pavolini in orbace.<br />
136 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio
D’altra parte -e sia detto qui senz’ombra <strong>di</strong> celia- l’impreve<strong>di</strong>bile<br />
Toscana ha riserbato, nella sua storia recente, molte sorprese agli analisti<br />
dello sviluppo: si rifiutò <strong>di</strong> decollare, quando tutto induceva a pensare che<br />
l’avrebbe fatto, negli anni attorno all’Unità; si industrializzò, prima alla<br />
bell’e meglio, poi sempre più robustamente, a partire da anni nei quali<br />
ness<strong>un</strong>o avrebbe scommesso <strong>un</strong> centesimo -e sono gli anni del secondo<br />
dopoguerra- sulle possibilità industriali della Toscana.<br />
«La storia non è magistra <strong>di</strong> nulla che ci riguar<strong>di</strong>» ammonisce il verso<br />
montaliano. Ma la «storia» dello sviluppo toscano <strong>di</strong> questo dopoguerra<br />
ci dovrebbe aver impartito almeno la lezione <strong>di</strong> non intestar<strong>di</strong>rci a cercare<br />
il futuro solo fra ingegneri, informatici e robot: si potrebbe manifestare<br />
anche sotto le spoglie <strong>di</strong> stilisti e tour-operators, <strong>di</strong> giovani stagiaires e<br />
specialisti <strong>di</strong> restauro, <strong>di</strong> portieri d’albergo e professori <strong>di</strong> musica.<br />
O non ci son voluti vent’anni perché ci si accorgesse che lo sviluppo<br />
che ci si attendeva dalla grande fabbrica, tetti a shed e ciminiere <strong>di</strong> rito,<br />
veniva invece messo in moto da impannatori e buyers, tessitori per conto<br />
terzi e lavoranti a domicilio? E lì per lì non se ne accorgeva ness<strong>un</strong>o, forse<br />
nemmeno gli stessi protagonisti, a tutta prima. Certo non gli scrittori.<br />
Ness<strong>un</strong>o scrittore ha cantato le lo<strong>di</strong> dell’industria tipica toscana. Ossia,<br />
<strong>di</strong> <strong>un</strong>’industria tipica le lo<strong>di</strong> furon cantate da Lucio Mastronar<strong>di</strong>: ma si<br />
trattava degli scarpai <strong>di</strong> Vigevano.<br />
Turismo, moda e cultura sono attività ben provviste <strong>di</strong> appeal e chissà<br />
che non riescano -prima che se ne avvedano politici e stu<strong>di</strong>osi- a eccitare<br />
l’immaginazione <strong>di</strong> <strong>un</strong> romanziere, come fece l’industria metalmeccanica<br />
fiorentina sul Pratolini della Costanza della ragione e che perfino<br />
l’industrializzazione del Mezzogiorno riuscì a suscitare, se si pensa al<br />
Donnarumma all’assalto <strong>di</strong> Omero Ottieri.<br />
D<strong>un</strong>que: turismo, moda, cultura? Chissà...<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 137
Riferimenti bibliografici<br />
Premessa<br />
Questo scritto -che de<strong>di</strong>co alla memoria della mia compagna- non è, come si vede<br />
agevolmente, <strong>un</strong> lavoro <strong>di</strong> storia: le mie competenze e la vicinanza del periodo <strong>di</strong><br />
cui tratto (1971-85, ma con qualche temerario spenzolamento sul futuro prossimo)<br />
lo avrebbero, in ogni caso, impe<strong>di</strong>to. Ma questo scritto non è nemmeno <strong>un</strong><br />
lavoro scientifico in senso stretto, dato che in esso vi si mescolano liberamente<br />
(ma confido non inconsapevolmente) sintesi <strong>di</strong> precedenti ricerche, spezzoni <strong>di</strong><br />
ricerche ad hoc, commento <strong>di</strong> dati e semplici opinioni (talvolta molto) personali.<br />
Mi sono com<strong>un</strong>que sforzato <strong>di</strong> rappresentare obbiettivamente i fatti e <strong>di</strong> tenerli<br />
<strong>di</strong>stinti per quanto mi è stato possibile dai miei convincimenti.<br />
Data questa natura dello scritto ho ritenuto ridondante in<strong>di</strong>care nel testo le fonti<br />
pubblicistiche, documentali e statistiche dei brani e dei dati, mentre ho limitato<br />
alle sole opere citate i riferimenti bibliografici che seguono.<br />
Avverto, tuttavia, il dovere <strong>di</strong> precisare che:<br />
-<br />
-<br />
quando non <strong>di</strong>versamente in<strong>di</strong>cato, le citazioni riferite alla Cgil e alla<br />
Federazione sindacale <strong>un</strong>itaria son tratte da note <strong>di</strong>stribuite in occasione <strong>di</strong><br />
conferenze stampa (in genere annuali), quelle riferite al Pci dai documenti dei<br />
congressi regionali;<br />
ho preso in considerazione solo le posizioni del sindacato e del Pci per<br />
due ragioni: sono i soli organismi che si interessano con continuità dello<br />
sviluppo regionale (altri partiti se ne sono occupati solo spora<strong>di</strong>camente e con<br />
<strong>di</strong>chiarazioni personali non si sa quanto corrispondenti a posizioni ufficiali del<br />
partito, ammesso che vi fossero); mi premeva <strong>di</strong> più <strong>di</strong>scutere gli atteggiamenti<br />
del partito e del sindacato in cui milito.<br />
I dati del testo sono <strong>di</strong> norma ricavati dalle serie dei censimenti Istat. Altri<br />
dati (<strong>di</strong> base o elaborati), stime e valutazioni quantitative sono <strong>di</strong> fonte <strong>Irpet</strong><br />
(pubblicazioni, lavori in corso e note interne). I testi <strong>Irpet</strong> <strong>di</strong> cui più mi sono avvalso<br />
(oltre alla serie dei Rapporti annuali dell’Istituto dal 1973 al 1985) sono compresi<br />
nei riferimenti bibliografici. Colgo l’occasione per ringraziare collettivamente tutti<br />
i miei collaboratori dell’Istituto per l’apporto <strong>di</strong> idee e <strong>di</strong> informazioni che (spesso<br />
senza nemmeno saperlo, credo) il loro lavoro ha dato al mio.<br />
E voglio poi ringraziare quanti, in vario modo, hanno qualche responsabilità<br />
<strong>di</strong> questo scritto. Ringrazio, anzitutto, Giorgio Mori, per il grande onore che mi ha<br />
fatto chiamandomi a collaborare al suo libro, ma anche per aver voluto <strong>di</strong>scutere il<br />
progetto del mio lavoro e per il costante incitamento durante la sua realizzazione. Con<br />
Giacomo Becattini ho <strong>un</strong> debito <strong>di</strong> gratitu<strong>di</strong>ne, contratto nella ventennale <strong>di</strong>scussione<br />
sulle cose della Toscana, sì che mi resta <strong>di</strong>fficile <strong>di</strong>stinguere le sue dalle mie idee. Li<br />
sollevo, come si deve, da ogni responsabilità per l’eventuale cattivo uso fatto dei loro<br />
consigli: ma non posso ritenerli innocenti del mio modo <strong>di</strong> guardare allo sviluppo<br />
della Toscana, che è largamente tributario del loro insegnamento. Un grazie fraterno<br />
a Fabio Sforzi, rigoroso interlocutore nel com<strong>un</strong>e scrutinio delle vicende regionali,<br />
per rapporto critico a p<strong>un</strong>ti sostanziali <strong>di</strong> queste note. Sono grato a Giuseppe Pozzana<br />
e Antonio Flori<strong>di</strong>a per il prezioso aiuto nella raccolta della documentazione. Lascio<br />
per ultimo il riconoscimento che più mi preme, quello a Cristina Caldonazzo: senza<br />
138 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio
il suo affettuoso p<strong>un</strong>golo e la sua intelligente collaborazione questo lavoro non<br />
sarebbe mai stato cominciato né finito.<br />
AA.VV., Turismo e centri d’arte, Milano 1982.<br />
- Capitalisme et industries culturelles, Grenoble 1984. Va detto che<br />
l’atteggiamento fortemente critico <strong>di</strong> questo testo verso l’industria culturale<br />
è esemplificato dalla sua epigrafe: «La culture de modernité est produite<br />
industriellement, sous garantie d’État».<br />
- Processo <strong>di</strong> urbanizzazione dell’area Firenze-Prato-Pistoia,<br />
Documentazione e atti della prima fase della Conferenza per il<br />
coor<strong>di</strong>namento degli interventi <strong>di</strong> pianificazione territoriale nell’area<br />
(Firenze, 22-24 marzo 1984), Firenze 1984.<br />
Andersson A., Knowledge Intensity and Product Cycles in Metropolìtan Regions,<br />
Iiasa, Working paper, 1984.<br />
Api-Toscana, Piccole e me<strong>di</strong>e industrie e com<strong>un</strong>ità europea. Una sfida per gli anni<br />
Ottanta, Firenze 1981.<br />
Bagnasco A., Tre Italie. La problematica territoriale dello sviluppo italiano,<br />
Bologna 1977.<br />
- (a cura <strong>di</strong>), L’altra metà dell’economia, Napoli 1986.<br />
Bagnasco A. e Trigilia, C. (a cura <strong>di</strong>), Società e politica nelle aree <strong>di</strong> piccola<br />
impresa. Il caso della Valdelsa, <strong>Irpet</strong>, Milano 1985.<br />
Bartolini G., Regioni rosse e intervento nell’economia, in «Politica e società», vi<br />
(1981), n. 1-2.<br />
Becattini G., Prospettive dell’inserimento della Toscana nella programmazione<br />
economica nazionale, inUrpt, 1963.<br />
- (a cura <strong>di</strong>), Lo sviluppo economico della Toscana, <strong>Irpet</strong>, Firenze 1975.<br />
Un completamento <strong>di</strong> questo testo, per quanto riguarda soprattutto gli<br />
aggiornamenti alle vicende successive al 1975, è <strong>Irpet</strong>, 1980.<br />
Becattini G. e Bianchi G., Sulla multiregionalità dello sviluppo economico<br />
italiano, in «Note economiche», 1982, n. 5-6. In questo scritto si<br />
mette in guar<strong>di</strong>a, app<strong>un</strong>to, da frettolose conclusioni sostenendo che<br />
«l’industrializzazione <strong>di</strong>ffusa <strong>di</strong> questo dopoguerra non dovrebbe essere<br />
pensata semplicemente come <strong>un</strong> processo <strong>di</strong> espansione all’est e al sud <strong>di</strong><br />
<strong>un</strong> centro <strong>di</strong> industria preesistente, ma come <strong>un</strong> processo più composito<br />
in cui le rilocalizzazioni <strong>di</strong> imprese dal nord-ovest e le altre forme <strong>di</strong><br />
induzione <strong>di</strong>retta, che certamente vi sono state, costituiscono solo <strong>un</strong>a<br />
parte -e non decisiva- <strong>di</strong> <strong>un</strong> movimento complessivamente caratterizzato<br />
da esplosioni <strong>di</strong> impren<strong>di</strong>torialità locale». L’argomentazione è ripresa e<br />
sviluppata in Becattini e Bianchi, 1985.<br />
- Analisi dello sviluppo regionale «versus» analisi multiregionale<br />
dello sviluppo, in Bianchi G. e Magnani I-, L’analisi dello sviluppo<br />
multiregionale: teorie, meto<strong>di</strong>, problemi, Milano 1985. Questo volume<br />
collettivo presenta <strong>un</strong>a rassegna, tutto sommato rappresentativa, degli<br />
approcci e delle « scuole » che si confrontano nell’interpretazione della<br />
multiregionalità.<br />
Beli B., The Coming of Post-Industrial Society, London 1974 (Beli è ritenuto il<br />
coniatore della locuzione «postindustriale»),<br />
Bellan<strong>di</strong> M., L’innovazione <strong>di</strong>ffusa (mimeo), Università <strong>di</strong> Firenze, Dipartimento<br />
<strong>di</strong> Scienze Economiche (in corso <strong>di</strong> stampa).<br />
Bertolino A., Caratteri e problemi dello sviluppo economico regionale con<br />
particolare riguardo alla Toscana, in Urcciaat, 1963.<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 139
Bianchi G., L’esperienza <strong>di</strong> programmazione regionale in Italia, in AA.VV.,<br />
Programmare, amministrare, Roma 1979.<br />
- L’analisi dello sviluppo industriale a scala regionale. Elementi da <strong>un</strong>o<br />
stu<strong>di</strong>o <strong>di</strong> caso sull’industria interme<strong>di</strong>a in Toscana, Cespe/Crs, in «La<br />
programmazione regionale», Quaderno n. 1, Roma 1980.<br />
- L’area fiorentina; genesi <strong>di</strong> <strong>un</strong>a formazione metropolitana, in «Politica e<br />
società», VII (1982), n. 1.<br />
Biennal, Catalog de la I Biénnal de Produccions Culturale Juvenils de l’Europa<br />
Me<strong>di</strong>terrània (Barcellona, 15-24 novembre 1985). Il programma<br />
della Biennale comprendeva esposizioni, performances e rassegne<br />
<strong>di</strong> architettura, arti plastiche, design, grafica pubblicitaria, danza,<br />
fotografia, fumetto, moda, musica, prosa e poesia, teatro, cinema, video.<br />
La gamma delle forme espressive presenti testimonia della singolare<br />
interazione, multi<strong>di</strong>sciplinare si <strong>di</strong>rebbe, che rende <strong>di</strong>fficile collocare i<br />
«giovani creativi» nell’<strong>un</strong>a o nell’altra specializzazione. Alla Biennale<br />
<strong>di</strong> Barcellona era presente <strong>un</strong>a nutrita rappresentanza dei «creativi»<br />
fiorentini. Particolarmente apprezzati gli stilisti più innovativi che hanno<br />
nella rassegna fiorentina Pitti Trend <strong>un</strong>o dei loro p<strong>un</strong>ti <strong>di</strong> riferimento.<br />
Blair J., Economie Concentration, New York 1972.<br />
Bresso M. e Zeppetella A., Il turismo come risorsa e come mercato, Milano 1985.<br />
Bruckmann G., The Long Wave Debate, in Bianchi G. e altri, Long Waves,<br />
Depression and Innovation: Backgro<strong>un</strong>d Material, Siena-Firenze 1983.<br />
Br<strong>un</strong>i L., Evoluzione e prospettive <strong>di</strong> sviluppo della popolazione e dell’occupazione<br />
in Toscana, in «Arti e Mercature», 1964, n. 5-6.<br />
Bulgarelli G., Sistema territoriale e imprese, in Atti della II Conferenza regionale<br />
sulla politica industriale, Regione Emilia-Romagna, Bologna 1984. Si tratta<br />
<strong>di</strong> <strong>un</strong> atteggiamento che è <strong>un</strong>a costante dei <strong>di</strong>rigenti com<strong>un</strong>isti emiliani.<br />
Il presidente della Regione non esita due anni dopo a parlare <strong>di</strong> «modello<br />
emiliano» <strong>di</strong> stato sociale («welfare state all’italiana» titola «il manifesto»<br />
del 13 giugno 1986, l’articolo con l’intervista a Lanfranco Turci) a proposito<br />
della qualità dei servizi sociali emiliani. Ma l’intervistato, lo nota lo stesso<br />
giornalista, si preoccupa «<strong>di</strong> esporre i problemi piuttosto che i successi».<br />
Campos-Venuti G. e altri, Firenze: per <strong>un</strong>a urbanistica della qualità. Progetto<br />
preliminare <strong>di</strong> piano regolatore, Venezia 1985.<br />
Cantelli P., L’economia sommersa, Roma 1980.<br />
Cantelli,P. e Paggi L., Strutture sociali e politiche delle riforme in Toscana, in<br />
«Critica Marxista», x i i (1973), n. 5.<br />
Censis, Firenze tra tendenze evolutive e mo<strong>di</strong>ficazioni strutturali interne,<br />
Roma 1984. Cgil-Comitato regionale della Toscana, In<strong>di</strong>cazioni per <strong>un</strong><br />
programma sullo sviluppo economico della Toscana, Firenze 1967.<br />
Chiarello F., Economia informale, famiglia e reticoli sociali, in «Rassegna italiana<br />
<strong>di</strong> sociologia», XXIV (1983), n. 2.<br />
Crpet-Comitato regionale per la programmazione economica della Toscana,<br />
Sud<strong>di</strong>visione della Toscana in zone economiche <strong>di</strong> programma, a cura <strong>di</strong><br />
Maestro R., 1968.<br />
Ferrelli N., La prospettiva istituzionale europea e i riflessi finanziari della<br />
programmazione regionale, Firenze 1981.<br />
Fiorelli F., Programmazione regionale in Italia. Meto<strong>di</strong> ed esperienze, Svimez,<br />
Milano 1979.<br />
Flori<strong>di</strong>a A., Fisiologia e patologia dello sviluppo toscano, in «Politica e società»,<br />
vi (1981), n. 1.<br />
140 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio
Fuà G. e Zacchia C. (a cura <strong>di</strong>), Industrializzazione senza fratture, Bologna<br />
1983.<br />
Gersh<strong>un</strong>y J.I., After Industriai Society? The Emerging Self-Service Economy,<br />
London, 1978.<br />
Goglio S. (a cura <strong>di</strong>), Italia: centri e periferia, Milano T982.<br />
Gotti E. e Frattali L., Firenze innovazione - Progetto per la <strong>di</strong>ffusione<br />
dell’innovazione tecnologica alle piccole imprese nell’area fiorentina,<br />
<strong>Irpet</strong>, Firenze T984.<br />
Gouiedo L., Cultural Acco<strong>un</strong>ting Frameworks: Prospects and Problems, paper<br />
presentato alla IV Conferenza internazionale sull’economia della cultura<br />
(Avignone, 12-14 viaggio 1986).<br />
Graziani A. (a cura <strong>di</strong>), Crisi e ristrutturazione nell’economia italiana, Torino<br />
1975. Il volume raccoglie le relazioni <strong>di</strong> <strong>un</strong> convegno del febbraio 1974.<br />
Igm-Istituto Geografico Militare, Dall’Italia immaginata all’immagine dell’Italia,<br />
catalogo della mostra omonima (Firenze, 8-27 maggio 1986).<br />
Iiasa-<strong>Irpet</strong>, Onde l<strong>un</strong>ghe. Cicli economici <strong>di</strong> l<strong>un</strong>go periodo e transizione postindustriale,<br />
selezione dei contributi presentati alle conferenze internazionali<br />
<strong>di</strong> Firenze-Siena (ottobre 1983) e Weimar (giugno 1985), in corso <strong>di</strong> stampa.<br />
Si veda in particolare: Bianchi G., Casini Benvenuti S., Maltinti G., Onde<br />
l<strong>un</strong>ghe. Take-offs regionali in Italia e in Gran Bretagna.<br />
Innocenti P., L’industria nell’area fiorentina, Associazione degli Industriali della<br />
provincia <strong>di</strong> Firenze, Firenze 1979. Un ponderoso volume ricco <strong>di</strong> dati,<br />
rappresentazioni e riferimenti bibliografico-documentalistici, che ne fanno<br />
<strong>un</strong> repertorio preziosissimo per lo stu<strong>di</strong>o dell’articolazione produttiva<br />
dell’area dal 1861.<br />
Innocenti R., Piccola città, piccola impresa, Milano 1985.<br />
Irer-Istituto <strong>di</strong> ricerca della Lombar<strong>di</strong>a, Progetto Milano. Tecnologie e sviluppo<br />
urbano, Atti della I Conferenza intemazionale (Milano, 15-16 giugno<br />
1984), Milano 1985.<br />
- Progetto Milano. Tecnologia, professioni e città, Atti della II Conferenza<br />
internazionale (Miland, 25 gennaio 1985), Milano 1986.<br />
<strong>Irpet</strong>-Istituto <strong>di</strong> ricerche per la programmazione economica della Toscana, Lo<br />
sviluppo economico della Toscana: <strong>un</strong>’ipotesi <strong>di</strong> lavoro, Firenze 1969. È,<br />
in assoluto, il primo stu<strong>di</strong>o in Italia ad occuparsi dello «sviluppo <strong>di</strong>verso»,<br />
sostenuto, cioè, dalle piccole imprese dei settori cosiddetti «maturi».<br />
Non si trova ness<strong>un</strong>o scritto anteriore a questa data nelle pur attentissime<br />
bibliografie <strong>di</strong> Fuà e Zacchia, 1985; e Bagnasco, 1986. Questo documento<br />
rappresenta la prima uscita importante dell’Istituto, che era stato costituito<br />
da <strong>un</strong> anno, su iniziativa del Comitato regionale per la Programmazione<br />
economica della Toscana, col determinante concorso degli enti locali e la<br />
partecipazione <strong>di</strong> camere <strong>di</strong> commercio, organizzazioni <strong>di</strong> categoria, ecc..<br />
L’<strong>Irpet</strong> fu trasformato in Istituto regionale con la legge 10 agosto 1974, n.<br />
48, che gli assegnava il compito «<strong>di</strong> provvedere agli stu<strong>di</strong> e le ricerche per<br />
gli atti della programmazione regionale». La continuità fra i due Istituti fu<br />
sottolineata col mantenimento dell’identica sigla.<br />
<strong>Irpet</strong>-Istituto regionale per la programmazione economica della Toscana, Lo<br />
sviluppo economico della Toscana: problemi e prospettive, Firenze 1976.<br />
Sono qui contenuti gli atti integrali del seminario che mise abbastanza il<br />
campo a rumore se, cinque anni dopo, si richiamano, i termini essenziali<br />
<strong>di</strong> quella <strong>di</strong>scussione con <strong>un</strong> articolo in «Politica e società», vi (1981), n.<br />
1-2, «ricordando <strong>un</strong> <strong>di</strong>battito del ‘76».<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 141
- Criteri <strong>di</strong> ripartizione territoriale della Toscana 1754-1973, documento<br />
interno, Firenze 1977.<br />
- Nuovi contributi allo stu<strong>di</strong>o dello sviluppo economico della Toscana,<br />
Firenze 1980.<br />
- La Toscana nel quadro del commercio mon<strong>di</strong>ale. Un’analisi delle quote<br />
<strong>di</strong> mercato delle esportazioni regionali, Firenze 1982.<br />
- Rapporto sullo sviluppo dell’area fiorentina - Consumi e strutture<br />
culturali, Firenze 1984.<br />
- Struttura ed evoluzione del settore terziario nell’area fiorentina,<br />
Firenze 1986.<br />
- Rapporto sull’economia pubblica della Toscana 1985, Milano 1986.<br />
Kutscher R.E, Tendenze e prospettive dei posti <strong>di</strong> lavoro e delle professioni negli<br />
Stati Uniti, in Irer, 1986. Negli Stati Uniti le professioni che hanno registrato il<br />
massimo incremento, fra 1972 e 1980, sono: segretarie, cassieri, infermieri,<br />
cuochi, camionisti, ragionieri. E le revisioni sulla possibile evoluzione fino<br />
al 1995, ci <strong>di</strong>cono che le professioni che dovrebbero garantire il maggior<br />
numero assoluto <strong>di</strong> nuovi posti <strong>di</strong> lavoro sono custo<strong>di</strong>, cassieri, segretarie,<br />
impiegati, ven<strong>di</strong>tori, infermieri, camerieri, camionisti, ragionieri. Mentre<br />
tecnici informatici, consulenti legali, analisti, programmatori, operatori,<br />
fisioterapisti e ingegneri son le professioni cui si preconizza il più rapido<br />
tasso <strong>di</strong> accrescimento. Se queste strutture e queste <strong>di</strong>namiche professionali<br />
-in Toscana come nel mondo- approssimino o meno <strong>un</strong> «modello <strong>di</strong><br />
transizione postindustriale», ammesso che ci sia, è <strong>di</strong>fficile <strong>di</strong>re.<br />
Leon P., Valorizzazione del patrimonio storico-artistico e nuovo modello <strong>di</strong><br />
sviluppo, relazione al convegno nazionale del Pei, Le mura e gli archi,<br />
Firenze, 6-7 <strong>di</strong>cembre 1985.<br />
Malfi L., Introduzione a Irsev - Istituto regionale <strong>di</strong> stu<strong>di</strong> e ricerche economicosociali<br />
del Veneto, Il Veneto a metà degli anni 80, Milano 1986.<br />
Marchetti C., Recessioni ten more years to go, in «Futures», vol. 13, 1976, n. 4.<br />
Mars G., Cheats at Work. An Anthropology of Workplace Crime, London 1982.<br />
Minon M., Comment estimer la valeur économique des activités artistiques?,<br />
relazione presentata alla IV Conferenza internazionale sull’economia<br />
della cultura (Avignone, 12-14 maggio 1986). Una densissima rassegna,<br />
oltre cento memorie presentate, che, affrontando problemi metodologici,<br />
analisi empiriche e stu<strong>di</strong> <strong>di</strong> caso, ha posto in luce come, fort<strong>un</strong>atamente!,<br />
si affrontino senza complessi temi osé me<strong>di</strong>ante approcci talvolta anche<br />
molto <strong>di</strong>sinibiti. Alc<strong>un</strong>i titoli delle memorie presentate danno <strong>un</strong>’idea <strong>di</strong><br />
questa affermazione: «L’image statistique de l’artiste»; «De la scène à<br />
l’image: questions d’étique, d’esthétique et d’economie»; «Productivity of<br />
Performing Art Companies»; «Cultural Acco<strong>un</strong>ting Frame-works: How to<br />
Estimate the Economie Value of Artistic Activitìes».<br />
Mori G. (i960), Osservazioni sul liberoscambismo dei moderati nel Risorgimento,<br />
ora in «Stu<strong>di</strong> <strong>di</strong> storia dell’industria», Roma 1967.<br />
Nacamull, R.C.D. e Rugia<strong>di</strong>ni A. (a cura <strong>di</strong>), Organizzazione e mercato, Bologna<br />
1985.<br />
Openshaw S. e altri, The Metropolitan Social Structure of Firenze: an Investigation<br />
Using In<strong>di</strong>vidual and Aggregate Censis Data, XXII Congresso europeo <strong>di</strong><br />
scienze regionale (Gròningen, 24-27 agosto 1982).<br />
Openshaw S. e Sforzi F., Metodologia per l’analisi della struttura sociale urbana.<br />
Classificazione <strong>di</strong> <strong>un</strong>ità territoriali, <strong>Irpet</strong>, Firenze 1983.<br />
Pala<strong>di</strong>n L., Le regioni oggi, in «Le Regioni», XII (1985), n.r.<br />
142 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio
Palla M., Firenze nel regime fascista, Firenze 1978. Scrive Alessandro Pavolini<br />
su «Il Bargello» dell’8 <strong>di</strong>cembre 1929: «Se noi fiorentini vogliamo<br />
conservare il primato intellettuale, se vogliamo tendere alla rinascita<br />
artigiana e ovviare alla crisi del movimento forestieri, bisogna che poniamo<br />
i problemi vasti e delicati <strong>di</strong> questa triplice opera in primo piano». Una<br />
sequenza impressionante <strong>di</strong> realizzazioni rappresenta l’attuazione pratica<br />
<strong>di</strong> questo <strong>di</strong>segno: 1930, «invenzione» del calcio storico (o «calcio in<br />
costume»); 1931, inaugurazione della mostra (allora fiera) dell’artigianato;<br />
1932, istituzione dell’Azienda autonoma <strong>di</strong> turismo e inaugurazione del<br />
nuovo sta<strong>di</strong>o com<strong>un</strong>ale <strong>di</strong> Pier Luigi Nervi; 1933, prima e<strong>di</strong>zione del<br />
Maggio musicale e apertura al traffico dell’autostrada Firenze-mare; 1935,<br />
inaugurazione solenne, dopo anni <strong>di</strong> polemiche, della nuova stazione <strong>di</strong><br />
Santa Maria Novella, opera <strong>di</strong> Michelucci e del suo gruppo.<br />
Paravicini G., L’economia della Toscana. Lineamenti conoscitivi e programmatici,<br />
Crpet, Firenze 1969.<br />
Ranfagni P., Il neo-pragmatismo nell’economia toscana, in «Politica e società», vi<br />
(1981), n. 1-2. Il 3 giugno 1981 la Regione convoca <strong>un</strong>a specie <strong>di</strong> consulta<br />
sull’economia regionale (vi partecipano fra gli altri P. Leon, A. Bagnasco,<br />
R. Ricci, R. Garavini, R. Cianferoni, oltre a chi scrive, e molti altri) e vi si<br />
vede «<strong>un</strong>a ripresa <strong>di</strong> quella querelle interpretativa che con tanta passione<br />
culturale accompagnò, nella prima metà degli anni Settanta, i primi passi<br />
dell’ente regione».<br />
Regione Toscana, Proposta <strong>di</strong> documento programmatico pluriennale, Firenze 1977.<br />
- Documenti del programma regionale, Firenze 1978. Si tratta <strong>di</strong><br />
cinque documenti. Il primo, «I problemi della programmazione<br />
economica regionale», motiva «l’urgenza e la necessità del rilancio<br />
della programmazione»; il secondo e il terzo trattano, rispettivamente, <strong>di</strong><br />
«Soggetti, con<strong>di</strong>zioni, strumenti» e <strong>di</strong> «Azioni e politiche <strong>di</strong> intervento»; il<br />
quinto è il Bilancio 1978-81. La base <strong>di</strong> analisi è ora fornita dalla Relazione<br />
sulla situazione economica e sociale della Toscana (quarto documento): <strong>un</strong><br />
esame degli andamenti congi<strong>un</strong>turali dell’ultimo anno.<br />
- Istituzione delle associazioni intercom<strong>un</strong>ali, documenti <strong>di</strong> «Toscana -<br />
Consiglio Regionale», n. 4, novembre 1978.<br />
Regione Toscana, Programma regionale <strong>di</strong> sviluppo 1979-1981, documenti <strong>di</strong><br />
«Toscana-Consiglio Regionale», n. 5, febbraio 1979. È la prima volta che si<br />
usa la <strong>di</strong>citura formale «Programma regionale <strong>di</strong> sviluppo». Tornano elementi<br />
<strong>di</strong> analisi strutturale, mirati prevalentemente a vedere se e <strong>di</strong> quanto la Toscana<br />
proceda l<strong>un</strong>go le «scelte strategiche» (qualificazione delle attività produttive<br />
tra<strong>di</strong>zionali, sviluppo dei settori a più avanzata tecnologia, potenziamento<br />
delle attività collegate all’utilizzazione delle risorse agricole, valorizzazione<br />
delle risorse energetiche alternative, ecc.)- Obbiettivi, ovviamente, fuori<br />
dalla portata consentita ai poteri e ai mezzi della Regione.<br />
- Programma regionale <strong>di</strong> sviluppo 1986-88, documenti <strong>di</strong> «Toscana<br />
- Consiglio Regionale», 1986. Forse è più <strong>di</strong> <strong>un</strong>a semplice curiosità<br />
l’espressione con la quale nel documento sembra intuita la possibile sinergia<br />
turismo-moda-cultura <strong>di</strong> cui si parla in questo scritto. Nel Programma<br />
regionale si segnala, infatti, la necessità <strong>di</strong> consolidare «il legame tra<br />
attività <strong>di</strong> produzione, offerta <strong>di</strong> servizi e retroterra culturale-creativo» in<br />
modo da «affermare inequivocabilmente l’<strong>un</strong>icità, il valore dell’offerta<br />
toscana (creatività <strong>di</strong> design e sistema moda, qualità ambientale e offerta<br />
turistica)».<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 143
Ricci R., Nota congi<strong>un</strong>turale, in «La congi<strong>un</strong>tura in Toscana», VII (<strong>di</strong>cembre<br />
1974), n. 12.<br />
- Nota congi<strong>un</strong>turale, ivi, VIII (ottobre 1975), n. 10.<br />
Sabel C. e Zeitlin J., Alternative storiche alla produzione <strong>di</strong> massa, in «Stato e<br />
Mercato», 1982, n. 5.<br />
Sforzi F., Identificazione degli ambiti sub-regionali <strong>di</strong> programmazione, in Bielli M.<br />
e La Bella A., Problematiche dei livelli sub-regionali <strong>di</strong> programmazione,<br />
Milano 1982.<br />
Simmel G., La moda, Roma 1985 (ma, prima e<strong>di</strong>zione, 1895). Per quanto incre<strong>di</strong>bile<br />
possa sembrare, questo vetusto libriccino rappresenta ancora oggi <strong>un</strong> p<strong>un</strong>to<br />
<strong>di</strong> riferimento inelu<strong>di</strong>bile e <strong>un</strong> esempio <strong>di</strong> rigore analitico, insuperato nelle<br />
correnti analisi che solo raramente attingono accenti <strong>di</strong> originalità.<br />
Urcciaat-Unione regionale delle camere <strong>di</strong> commercio, industria, agricoltura e<br />
artigianato della Toscana, Convegno sui problemi <strong>di</strong> sviluppo economico<br />
della Toscana, Atti ufficiali, Firenze, 21-23 giugno 1961, Firenze 1963.<br />
- L’economia della Toscana ed i suoi problemi, Firenze 1965.<br />
Urpt-Unione regionale delle province toscane, La Toscana nella programmazione<br />
economica, Firenze 1963.<br />
- La programmazione economica regionale in Toscana (1954-1967),<br />
a cura <strong>di</strong> G. Mugnaini, G. Bianchi e P. Cantelli, Firenze 1968. Contiene<br />
<strong>un</strong>a cronologia, riccamente documentata e brevemente annotata, <strong>di</strong> tutte le<br />
iniziative che in Toscana precedono, e sollecitano, l’istituzione dei comitati<br />
regionali per la programmazione economica. Dalla documentazione raccolta<br />
emerge quello che sarà il leitmotiv <strong>di</strong> quegli anni: la contrapposizione fra<br />
enti locali (attorno all’Urpt) e Camere <strong>di</strong> commercio. Per <strong>un</strong> rapido schizzo<br />
della fase platonica (ma culturalmente né inutile né vernacolare) della<br />
programmazione regionale, confronta Bianchi, 1979 e Fiorelli, 1979.<br />
Varaldo L. (a cura <strong>di</strong>), Ristrutturazioni industriali e rapporti fra imprese, Milano<br />
1979. Si tratta, probabilmente, della prima ricerca in Italia che analizzi<br />
sistematicamente le conseguenze della specializzazione per fasi <strong>di</strong> processo<br />
e parti <strong>di</strong> prodotto, del decentramento produttivo, ecc. Sui rapporti fra<br />
imprese non esclusivamente in termini <strong>di</strong> transazioni <strong>di</strong> mercato, ve<strong>di</strong><br />
anche Nacamulli e Rugia<strong>di</strong>ni, 1985.<br />
Williams R.H. (a cura <strong>di</strong>), Planning in Europe, London 1984.<br />
Zagnoli P., Le ristrutturazioni delle imprese metalmeccaniche in Toscana, Roma<br />
1982.<br />
144 «Maturità precoce»: <strong>un</strong>a modernizzazione a rischio
ONDE LUNGHE E TAKE-OFFS REGIONALI IN ITALIA E IN GRAN BRETAGNA*<br />
Giuliano Bianchi, Stefano Casini Benvenuti, Giovanni Maltinti<br />
1. Premessa: sviluppo multiregionale e cicli <strong>di</strong> l<strong>un</strong>go periodo<br />
La <strong>di</strong>fferenziazione multi-regionale dello sviluppo italiano non può<br />
essere ricondotta al semplice schema dualistico Nord-Sud. C’è voluta<br />
tuttavia <strong>un</strong>a <strong>di</strong>sputa durata circa <strong>un</strong> quin<strong>di</strong>cennio perché fosse accertata<br />
(ed accettata) l’esistenza <strong>di</strong> <strong>un</strong>a «Terza Italia» (le regioni Centro-Nordorientali)<br />
che cresceva, malgrado l’assenza dei pre-requisiti standard, più<br />
velocemente delle regioni <strong>di</strong> antica industrializzazione, mentre la crescita<br />
stentava a manifestarsi nelle regioni meri<strong>di</strong>onali, malgrado i considerevoli<br />
investimenti pubblici (IRPET, 1975; Bagnasco, 1977; Goglio, 1982; Fuà-<br />
Zacchia, 1983). In ogni caso nemmeno il modello a «Tre Italie» rappresenta<br />
e interpreta esattamente la complessa multiregionalità italiana (Casini<br />
Benvenuti, 1980; Becattini-Bianchi, 1982).<br />
La molteplice <strong>di</strong>fferenziazione multiregionale dello sviluppo italiano,<br />
in effetti, si manifesta in termini <strong>di</strong>:<br />
-<br />
forme, strutture e livelli <strong>di</strong> crescita che -vale la pena <strong>di</strong> rilevarlo- porta<br />
a riconoscere la coesistenza, a <strong>un</strong> dato momento, <strong>di</strong> regioni a <strong>di</strong>fferenti<br />
fasi <strong>di</strong> sviluppo;<br />
- ritmi e <strong>di</strong>rezioni del cambiamento strutturale in corso;<br />
- comportamenti congi<strong>un</strong>turali, come reattività agli impulsi ciclici e<br />
all’impatto delle politiche nazionali e dei processi internazionali.<br />
Sulla base <strong>di</strong> queste <strong>di</strong>fferenziazioni (e delle corrispondenti similarità)<br />
le regioni italiane possono essere raggruppate in «famiglie», che si<br />
<strong>di</strong>versificano, tra l’altro, rispetto ai tempi del decollo industriale.<br />
Si considerino ad esempio simultaneamente gli andamenti (Graf. 1) dei<br />
livelli <strong>di</strong> industrializzazione e <strong>di</strong> popolazione, nelle regioni italiane fra il<br />
1951 e il 1981, sulla scorta <strong>di</strong> due in<strong>di</strong>catori (apparentemente) assai semplici<br />
come quelli degli addetti all’industria per 100 residenti e della popolazione<br />
residente totale (fatto 100 il valore 1951) e con <strong>un</strong>a perio<strong>di</strong>zzazione non<br />
più impegnativa <strong>di</strong> quella delle date dei censimenti. La rappresentazione<br />
<strong>di</strong>stingue chiaramente il comportamento «post-industriale» (Piemonte,<br />
Lombar<strong>di</strong>a) o «declinante» (Liguria) delle regioni del «Triangolo<br />
industriale», il comportamento espansivo, sia pure con segni incipienti <strong>di</strong><br />
«maturità precoce» (Toscana, Veneto) delle regioni della «Terza Italia», il<br />
mancato «decollo industriale» delle regioni del Sud.<br />
* Testo contenuto in Note Economiche, 3, Monte dei Paschi <strong>di</strong> Siena, 1987, pp. 167-189.<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 145
Grafico 1<br />
I «ONDATE» REGIONALI DI SVILUPPO (1951-81)<br />
25<br />
20<br />
15<br />
10<br />
5<br />
0<br />
Molise<br />
Abruzzo<br />
Umbria<br />
Basilicata<br />
Calabria<br />
Marche<br />
Veneto<br />
Sicilia<br />
Emilia Romagna<br />
Friuli Toscana<br />
Liguria<br />
Trentino<br />
Puglia<br />
Piemonte<br />
Sardegna<br />
Campania<br />
80 90 100 110 120 130 140<br />
Asse orizzontale: popolazione residente (1951=100)<br />
Asse verticale: addetti all’industria per 100 residenti<br />
(valori alle date dei censimenti 1951, 1961, 1971, 1981)<br />
Lombar<strong>di</strong>a<br />
Ricordando che le regioni del «Triangolo» hanno decollato prima della<br />
I Guerra mon<strong>di</strong>ale e che le regioni della «Terza Italia» hanno decollato<br />
dopo la II Guerra mon<strong>di</strong>ale, è sembrato valesse la pena <strong>di</strong> ricercare <strong>un</strong>a<br />
spiegazione delle <strong>di</strong>fferenze <strong>di</strong> struttura e <strong>di</strong> comportamento delle regioni,<br />
guardando anche alle <strong>di</strong>fferenze temporali fra i decolli delle singole<br />
regioni e fra questi e quello che convenzionalmente si considera il decollo<br />
dell’Italia nel suo complesso.<br />
Il recente -e crescente- nuovo fervore d’interesse attorno a <strong>un</strong> tema<br />
dell’analisi storico-ecomomica come quello delle «Onde l<strong>un</strong>ghe»,<br />
emblematicamente riassumibile nel nome N.D. Kondratieff, ha riproposto<br />
all’attenzione 1 degli stu<strong>di</strong>osi le successioni <strong>di</strong> fasi espansive e recessive<br />
dell’economia mon<strong>di</strong>ale raccordate, da <strong>un</strong> lato, con ondate storicamente<br />
scan<strong>di</strong>te <strong>di</strong> invenzioni-innovazioni e influenti, dall’altro, sulle date e le<br />
forme del take-off industriale dei vari paesi.<br />
La perio<strong>di</strong>zzazione più consolidata delle fasi ascendenti e delle successive<br />
fasi <strong>di</strong>scendenti colloca la prima Onda Kondratieff, fra il 1790 ed il 1840 e<br />
la seconda fra questa data e la fine del secolo; la fase ascendente della terza<br />
146 Onde l<strong>un</strong>ghe e take-offs regionali in Italia e in Gran Bretagna<br />
Lazio<br />
150
Onda si avvia, infatti, intorno al 1890-95 per esaurirsi con la prima guerra<br />
mon<strong>di</strong>ale e, com<strong>un</strong>que, col crollo del 1929 (J. Van Duijn, 1983), mentre la<br />
successiva fase recessiva gi<strong>un</strong>ge fino alla seconda guerra mon<strong>di</strong>ale; la fase<br />
espansiva della quarta Onda parte, invece, nel dopoguerra per concludersi,<br />
secondo la maggior parte degli analisti, intorno al 1973 quando comincia<br />
l’attuale fase depressiva (Rostow, 1978).<br />
Pareva quin<strong>di</strong> legittimo interrogarsi circa l’esistenza <strong>di</strong> <strong>un</strong> qualche nesso<br />
fra le fasi ascendenti della terza e della quarta Onda e, rispettivamente, il<br />
decollo delle regioni del «Triangolo» nel periodo giolittiano e il vigoroso<br />
sviluppo delle regioni della «Terza Italia» nel secondo dopoguerra.<br />
Una investigazione preliminare ha provato la plausibilità dell’esistenza<br />
<strong>di</strong> <strong>un</strong> possibile rapporto fra impulsi delle Onde l<strong>un</strong>ghe e date dei decolli<br />
regionali e, quin<strong>di</strong>, <strong>di</strong>fferenziazioni temporali e spaziali dello sviluppo<br />
considerato multi-regionalmente (Bianchi et al., 1983).<br />
Ecco come, muovendo dallo stu<strong>di</strong>o della multiregionalità dello sviluppo<br />
italiano, si è incontrato -<strong>di</strong>ciamo bottom up- il più ampio tema delle Onde<br />
l<strong>un</strong>ghe, normalmente avvertito come assai <strong>di</strong>stante dall’analisi regionale.<br />
Si tratta, invece, <strong>di</strong> <strong>un</strong> approccio che sembra non solo rilevante e<br />
fecondo per l’analisi regionale, ma anche specificamente in<strong>di</strong>rizzabile al<br />
cuore della scienza regionale: la spiegazione dei ventagli spaziali dello<br />
sviluppo economico e sociale.<br />
In particolare sembra pertinente <strong>un</strong> richiamo a due p<strong>un</strong>ti principali:<br />
a)<br />
b)<br />
gli effetti spaziali degli impatti dei cicli sono rilevanti per l’analisi<br />
multiregionale, specificamente allo scopo <strong>di</strong> spiegare la coesistenza,<br />
all’interno <strong>di</strong> <strong>un</strong>o stesso paese, <strong>di</strong> regioni a <strong>di</strong>fferenti fasi <strong>di</strong> sviluppo:<br />
la scarsa attenzione de<strong>di</strong>cata finora a questo aspetto dell’analisi<br />
multiregionale non deve sorprendere se, come ammonisce Pollard,<br />
«l’elemento regionale è stato trascurato nel passato» anche nel campo<br />
della storia dell’industrializzazione, malgrado il fatto che «la crescita<br />
industriale sia essenzialmente <strong>un</strong>a questione locale piuttosto che <strong>un</strong>a<br />
questione nazionale» (Pollard, 1981);<br />
la scala regionale appare particolarmente appropriata per analizzare<br />
se e come gli impulsi delle Onde l<strong>un</strong>ghe possano influenzare le<br />
prestazioni e i comportamenti <strong>di</strong> <strong>un</strong> determinato sistema regionale:<br />
in effetti, a questo livello, le fasi ascendenti e <strong>di</strong>scendenti dei cicli<br />
<strong>di</strong> l<strong>un</strong>go periodo possono essere ass<strong>un</strong>te e -in generale- trattate come<br />
shocks esogeni.<br />
Con questo schema <strong>di</strong> riferimento si riassumono qui <strong>di</strong> seguito i<br />
principali esiti della verifica empirica del possibile rapporto tra Onde<br />
l<strong>un</strong>ghe e sviluppo multiregionale italiano (con <strong>un</strong>a prima esplorazione dei<br />
probabili fattori del take-off) e i risultati <strong>di</strong> <strong>un</strong>a nuova applicazione della<br />
stessa metodologia al caso delle regioni britanniche, al duplice scopo <strong>di</strong>:<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 147
- identificare l’esistenza <strong>di</strong> possibili regolarità nei comportamenti a l<strong>un</strong>go<br />
termine delle regioni (o <strong>di</strong> loro «famiglie»);<br />
- accertare se e come le «leggi tendenziali» che interrelano Onde l<strong>un</strong>ghe<br />
e sviluppi nazionali siano operanti anche a scala regionale.<br />
- L’analisi che segue è basata su due ass<strong>un</strong>ti:<br />
- lo sviluppo regionale è espresso dai processi <strong>di</strong> industrializzazione;<br />
- il processo <strong>di</strong> industrializzazione può essere significativamente misurato<br />
me<strong>di</strong>ante <strong>un</strong> solo, e semplice, in<strong>di</strong>catore: il rapporto fra occupazione<br />
industriale e popolazione.<br />
Il primo ass<strong>un</strong>to è piuttosto consueto all’interno degli stu<strong>di</strong> che trattano<br />
dei movimenti a l<strong>un</strong>go termine dell’economia dopo la Rivoluzione<br />
Industriale. Il secondo ass<strong>un</strong>to richiede, forse, <strong>di</strong> essere brevemente<br />
giustificato, almeno allo scopo <strong>di</strong> render chiaro che il semplice in<strong>di</strong>catore<br />
qui adottato non è dovuto alla mancanza <strong>di</strong> dati (<strong>un</strong>a <strong>di</strong>fficoltà, del resto,<br />
ben nota nelle analisi <strong>di</strong> l<strong>un</strong>go periodo).<br />
Quando l’analisi è specificamente orientata al cambiamento della<br />
base economica <strong>di</strong> <strong>un</strong> determinato sistema dall’agricoltura all’industria la<br />
variabile <strong>di</strong> controllo è stata in genere proprio la composizione settoriale<br />
della forza <strong>di</strong> lavoro. La transizione dall’agricoltura all’industria comporta<br />
<strong>un</strong> notevole incremento nel prodotto agricolo pro capite accompagnato da <strong>un</strong><br />
vistoso decremento della forza lavoro rurale. Così la cosiddetta società postindustriale<br />
è caratterizzata da livelli rapidamente decrescenti <strong>di</strong> occupazione<br />
industriale, ma non necessariamente da decrescenti volumi del prodotto<br />
industriale, il quale è in genere mantenuto e, molto spesso, accresciuto.<br />
2. Fase ascendente della terza Onda l<strong>un</strong>ga (1890-1929) e sviluppo<br />
multiregionale dell’Italia<br />
Si conviene generalmente <strong>di</strong> collocare il decollo economico dell’Italia<br />
(1894-1913) all’interno della fase ascendente del terzo ciclo Kondratieff.<br />
Se si assume <strong>un</strong> conveniente periodo (1881-1911) attorno al picco<br />
della crescita italiana e si misura lo sviluppo del paese in termini <strong>di</strong> nuova<br />
occupazione industriale creata in quel periodo e all’interno <strong>di</strong> ciasc<strong>un</strong>a<br />
regione, si accerta facilmente che il decollo italiano è generato e costituito<br />
dal decollo delle Regioni del «Triangolo Industriale», cui si deve più<br />
dell’85% della nuova occupazione creata nel periodo.<br />
Allo scopo <strong>di</strong> spiegare perché e come le economie nazionali compiono il<br />
loro iniziale «grande balzo», la teoria e la storia dello sviluppo economico<br />
fanno largo uso <strong>di</strong> concetti come: pre-requisiti (Rostow), fattori sociali<br />
e culturali endogeni (Hirschman), precon<strong>di</strong>zioni economiche e non<br />
economiche (Kuznets).<br />
148 Onde l<strong>un</strong>ghe e take-offs regionali in Italia e in Gran Bretagna
Ad ogni buon conto qui non si tratta <strong>di</strong> spiegare il decollo nazionale (che<br />
si assume come dato), ma <strong>di</strong> accertare perché certe regioni partecipano e<br />
contribuiscono al decollo nazionale mentre altre regioni no. Perciò sembra<br />
più appropriato per questi propositi adottare la nozione <strong>di</strong> «caratteri<br />
originari», vale a <strong>di</strong>re le caratteristiche principali delle varie situazioni<br />
regionali prima dell’avvio del processo <strong>di</strong> sviluppo (Gerschenkron, 1965).<br />
In altre parole, si assume l’idea (anche se qui la si esprime piuttosto<br />
sommariamente) che sia l’interazione fra i caratteri strutturali socioeconomici<br />
(che sono, entro certi limiti, misurabili), le istituzioni regionali<br />
(sia formali che informali) e la «cultura sociale» locale che seleziona<br />
le regioni più adatte e/o pronte a catturare le opport<strong>un</strong>ità del ciclo<br />
internazionale e del decollo nazionale.<br />
Sebbene consapevoli del ruolo cruciale giocato dai caratteri soft<br />
(istituzioni e cultura sociale), nei limiti <strong>di</strong> questo semplice esercizio<br />
numerico si considerano solo «caratteri originari misurabili», nella misura<br />
in cui sono rappresentati dagli in<strong>di</strong>catori <strong>di</strong> cui alla tabella 1 (la maggior<br />
parte dei quali sono anche più o meno proxies <strong>di</strong> ciò che è definito come<br />
«pre-requisiti», «fattori endogeni», ecc.). Me<strong>di</strong>ante analisi fattoriale queste<br />
variabili sono state raggruppate in due componenti principali:<br />
-<br />
-<br />
la prima espressiva <strong>di</strong> <strong>un</strong>a specie <strong>di</strong> «modernità latente», nel senso <strong>di</strong><br />
reattività potenziale dei sistemi regionali agli impatti esogeni;<br />
la seconda correlata alla dotazione <strong>di</strong> infrastrutture.<br />
Tabella 1<br />
ITALIA. IL TAKE-OFF DELL’ECONOMIA NAZIONALE. I «FATTORI» DELLO SVILUPPO (1897)<br />
FATTORE 1 FATTORE 2<br />
Industria leggera (occupati) - -0,70<br />
Industria pesante (occupati) 0,76 0,82<br />
Occupati maschi/Occupati femmine 0,60<br />
Depositi bancari 0,78<br />
Red<strong>di</strong>ti da capitale 0,78<br />
Red<strong>di</strong>ti da impresa 0,94<br />
Red<strong>di</strong>ti da lavoro in<strong>di</strong>pendente 0,95 0,80<br />
Ferrovie -<br />
Strade -0,51 0,60<br />
Tasso <strong>di</strong> analfabetismo -0,43<br />
Tasso <strong>di</strong> mortalità infantile -0,40 -0,61<br />
Docenti <strong>un</strong>iversitari 0,75<br />
Giornali e riviste 0,77<br />
% <strong>di</strong> varianza spiegata 60,80 23,20<br />
Dalla semplice osservazione dei valori ass<strong>un</strong>ti dai due fattori in ciasc<strong>un</strong>a<br />
regione (Tab. 2) si nota la grande <strong>di</strong>sparità fra le regioni del Centro-Nord e<br />
quelle meri<strong>di</strong>onali in termini <strong>di</strong> «modernità latente», ma non in termini <strong>di</strong><br />
«dotazione infrastrutturale».<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 149
Tabella 2<br />
ITALIA. SVILUPPO REGIONALE 1881-1911. I «FATTORI» DELLO SVILUPPO<br />
Valori regionali<br />
OCCUPAZIONE FATTORE 1 FATTORE 2<br />
(Var. %)<br />
Piemonte 66,5 38,1 0,2<br />
Lombar<strong>di</strong>a 80,8 55,1 -2,5<br />
Veneto 59,1 -3,6 0,6<br />
Liguria 114,6 119,9 -1,7<br />
Emilia Romagna 34,9 20,0 -0,7<br />
Toscana 41,0 88,4 -0,3<br />
Umbria 33,2 -20,9 5,7<br />
Marche 6,1 18,3 -2,4<br />
Lazio 59,2 222,8 1,0<br />
Abruzzi e Molise -40,5 -111,4 0,6<br />
Campania -2,7 1,2 -3,4<br />
Puglia -3,1 -88,0 -0,9<br />
Basilicata -46,5 -128,6 1,1<br />
Calabria -92,9 -139,4 -1,0<br />
Sicilia 1,6 -52,8 -2,7<br />
Sardegna 21,3 -17,9 7,3<br />
ITALIA 50,9 -1,0 -1,0<br />
L’analisi <strong>di</strong> regressione, condotta fra la crescita industriale (misurata in<br />
termini <strong>di</strong> nuova occupazione per 1000 abitanti creata nel periodo 1881-<br />
1911) e i due fattori sopra ricordati, mostra che soltanto il fattore 1 ha <strong>un</strong>a<br />
significativa correlazione positiva con la variabile <strong>di</strong>pendente (i valori tra<br />
parentesi si riferiscono al valore del «t» <strong>di</strong> Student).<br />
Y = 9.226 + 1.679F1 + 0.380F2<br />
(2.03) (5.04) (0.76)<br />
R2 = 0.663<br />
La capacità delle regioni <strong>di</strong> cogliere le opport<strong>un</strong>ità <strong>di</strong> <strong>un</strong>a fase ascendente<br />
mon<strong>di</strong>ale parrebbe, pertanto, correlata più a caratteri socio-culturali che a<br />
quelli strettamente economici. Si può avanzare il sospetto che il residuo<br />
non spiegato della variabilità degli in<strong>di</strong>catori possa essere attribuito<br />
all’influenza delle politiche.<br />
In effetti la Toscana «mancò» l’opport<strong>un</strong>ità del decollo italiano,<br />
nonostante fosse robustamente dotata <strong>di</strong> pre-requisiti, principalmente<br />
anche se non esclusivamente, a causa dell’atteggiamento antindustriale<br />
della classe <strong>di</strong>rigente toscana (Becattini, 1979).<br />
I dati dei censimenti 1921 e 1936 (Tab. 3), mostrano che nella successiva<br />
fase <strong>di</strong>scendente (1929-1945) della stessa Onda non si verifica alc<strong>un</strong><br />
nuovo decollo regionale, mentre le regioni che avevano decollato (quelle<br />
del «Triangolo», cioè) rafforzano la loro posizione, incrementando così le<br />
<strong>di</strong>sparità interregionali.<br />
150 Onde l<strong>un</strong>ghe e take-offs regionali in Italia e in Gran Bretagna
Tabella 3<br />
ITALIA. LIVELLI REGIONALI DI INDUSTRIALIZZAZIONE 1921 E 1936.<br />
Occupati per 1.000 abitanti<br />
1921 1936<br />
Piemonte 148,1 180,4<br />
Lombar<strong>di</strong>a 171,0 210,9<br />
Veneto 106,3 107,4<br />
Liguria 171,5 162,1<br />
Emilia Romagna 101,5 97,8<br />
Toscana 116,8 124,7<br />
Umbria 75,1 85,8<br />
Marche 83,7 82,7<br />
Lazio 100,6 97,7<br />
Abruzzi e Molise 52,5 51,9<br />
Campania 101,3 92,4<br />
Puglia 84,6 94,8<br />
Basilicata 60,1 53,9<br />
Calabria 71,5 60,2<br />
Sicilia 86,8 75,7<br />
Sardegna 67,9 71,2<br />
ITALIA 103,6 111,4<br />
Coefficiente variazione 34,0 41,4<br />
3. Lo sviluppo multiregionale dell’Italia durante la fase ascendente della<br />
quarta Onda (1945-1973)<br />
Il copioso e intricato <strong>di</strong>battito sullo sviluppo economico italiano del<br />
secondo dopoguerra ha dato luogo, come si sa, a <strong>un</strong> ventaglio <strong>di</strong> <strong>di</strong>fferenziate<br />
interpretazioni, anche se c’è fra la maggior parte degli autori <strong>un</strong> generale<br />
accordo sul ruolo giocato, fra i fattori esterni, da <strong>un</strong>a crescente domanda <strong>di</strong><br />
beni <strong>di</strong> consumo durevoli.<br />
L’analisi si è poi cimentata nella ricerca dei fattori interni che hanno<br />
consentito il decollo delle singole regioni. In modo molto sommario<br />
basterà qui ricordare il ruolo che giocano in queste interpretazioni quei<br />
fattori socioculturali che concorrono a identificare <strong>un</strong>a sorta <strong>di</strong> «capacità<br />
impren<strong>di</strong>toriali» latente.<br />
Perciò alle variabili utilizzate per spiegare il primo «decollo» si<br />
aggi<strong>un</strong>gono, fra i caratteri originari della situazione iniziale del periodo<br />
1951-81, alc<strong>un</strong>e variabili connesse alla stratificazione sociale e, almeno<br />
latamente, rappresentative <strong>di</strong> <strong>un</strong>a specie <strong>di</strong> «impren<strong>di</strong>torialità latente».<br />
L’analisi fattoriale conduce all’identificazione <strong>di</strong> due componenti<br />
principali (Tabb. 4 e 5):<br />
-<br />
la prima correlata ai livelli <strong>di</strong> industrializzazione precedentemente<br />
raggi<strong>un</strong>ti (che presenta elevati valori positivi nelle regioni che erano<br />
decollate in precedenza);<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 151
-<br />
la seconda interpretabile in termini <strong>di</strong> con<strong>di</strong>zioni sociali e infrastrutturali<br />
per lo sviluppo industriale (la «capacità latente»: che figura con elevati<br />
valori soprattutto nelle regioni Centro-Nord-orientali).<br />
Tabella 4<br />
ITALIA. LO SVILUPPO NEL SECONDO DOPOGUERRA. I «FATTORI» DELLO SVILUPPO (1951)<br />
FATTORE 1 FATTORE 2<br />
Industria leggera (occupati) 0,87 _<br />
Industria meccanica (occupati) 0,91 -<br />
Industria pesante (occupati) 0,67 -<br />
Depositi bancari 0,81 -<br />
Ferrovie - -<br />
Strade - 0,85<br />
Piccola borghesia agricola - 0,81<br />
Piccola borghesia industriale 0,52 -0,58<br />
Tasso <strong>di</strong> analfabetismo -0,64 -<br />
Tasso <strong>di</strong> mortalità infantile - -<br />
Docenti <strong>un</strong>iversitari - -<br />
Giornali e riviste 0,88 —<br />
Tabella 5<br />
ITALIA. SVILUPPO REGIONALE 1951-1981. I «FATTORI» DELLO SVILUPPO<br />
Valori regionali<br />
OCCUPAZIONE FATTORE 1 FATTORE 2<br />
(Var. %)<br />
Piemonte 45,1 6,8 -10,4<br />
Lombar<strong>di</strong>a 48,2 7,0 0,8<br />
Veneto 62,5 0,7 -4,8<br />
Liguria -21,3 5,3 8,0<br />
Emilia Romagna 81,8 1,1 -4,7<br />
Toscana 56,7 2,5 -2,3<br />
Umbria 56,4 -1,0 -9,6<br />
Marche 86,5 -1,3 -9,3<br />
Lazio 38,6 3,7 8,8<br />
Abruzzi e Molise 34,1 -4,3 -5,3<br />
Campania 11,0 -0,8 8,6<br />
Puglia 25,7 -2,9 8,1<br />
Basilicata 38,4 -6,5 -4,2<br />
Calabria 9,7 -4,9 4,6<br />
Sicilia 17,6 -2,1 9,4<br />
Sardegna 41,4 -4,2 1,3<br />
ITALIA 38,4 1,0 1,0<br />
L’analisi <strong>di</strong> regressione mostra che soltanto questo secondo fattore ha<br />
<strong>un</strong>a significativa correlazione con la crescita industriale (misurata, come in<br />
precedenza, in termini <strong>di</strong> nuova occupazione per 1.000 abitanti creata fra il<br />
1951 e il 1981).<br />
Y = 39,05 + 0.428F1 + 2.406F2<br />
(0.12) (3.84)<br />
R2 = 0.663<br />
152 Onde l<strong>un</strong>ghe e take-offs regionali in Italia e in Gran Bretagna
Il ruolo che gioca il secondo fattore nello spiegare la variabilità<br />
si adatta molto bene a ciò che si sa circa il modello <strong>di</strong> sviluppo delle<br />
regioni della «Terza Italia». L’impren<strong>di</strong>torialità latente nella massa dei<br />
lavoratori in<strong>di</strong>pendenti dell’agricoltura e dell’artigianato è stata <strong>un</strong>a delle<br />
forze più potenti dei peculiari processi <strong>di</strong> industrializzazione avvenuti in<br />
queste aree, caratterizzati, come si sa, dalla proliferazione impetuosa <strong>di</strong><br />
piccole imprese, operanti nei settori dell’industria leggera marcatamente<br />
orientati all’esportazione, con cicli produttivi assai specializzati e flessibili<br />
e organizzate spazialmente in sistemi territoriali, ecc.. Poiché i dati qui<br />
utilizzati includono il periodo successivo al 1973 (la crisi petrolifera,<br />
normalmente ass<strong>un</strong>ta come il p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> partenza dell’attuale fase <strong>di</strong>scendente<br />
del ciclo), vale la pena <strong>di</strong> sottolineare le eccellenti prestazioni <strong>di</strong> queste<br />
regioni durante la corrente fase recessiva, rispetto al comportamento delle<br />
altre regioni. Insomma, le regioni decollate durante il presente ciclo sono<br />
meno colpite dalla fase <strong>di</strong>scendente in corso rispetto alle regioni decollate<br />
nel ciclo precedente.<br />
4. Lo sviluppo multiregionale in <strong>un</strong>a prospettiva secolare: <strong>un</strong> tentativo <strong>di</strong><br />
generalizzazione: il caso italiano<br />
Le <strong>di</strong>versità <strong>di</strong> comportamento delle regioni italiane durante le fasi<br />
ascendenti e <strong>di</strong>scendenti della terza e quarta Onda l<strong>un</strong>ga confermano quanto<br />
si sapeva circa l’esistenza <strong>di</strong> specifici sentieri regionali <strong>di</strong> sviluppo, sia<br />
pure raggruppabili in gran<strong>di</strong> «famiglie» quanto a tempi del decollo e sta<strong>di</strong><br />
e livelli <strong>di</strong> industrializzazione raggi<strong>un</strong>ti. Tuttavia, la semplice osservazione<br />
dei dati <strong>di</strong>sponibili relativi al periodo 1861-1981 sembra suggerire anche<br />
l’esistenza <strong>di</strong> <strong>un</strong>a forma com<strong>un</strong>e dei modelli <strong>di</strong> crescita.<br />
L’evoluzione dei processi <strong>di</strong> industrializzazione regionali passa, infatti,<br />
attraverso cinque sta<strong>di</strong> <strong>di</strong>fferenti (più o meno corrispondenti agli «sta<strong>di</strong>»<br />
rostowiani):<br />
-<br />
-<br />
-<br />
-<br />
-<br />
<strong>un</strong> decremento nell’occupazione industriale complessiva principalmente<br />
per effetto della riduzione delle forze <strong>di</strong> lavoro femminili nei settori<br />
tra<strong>di</strong>zionali;<br />
la stagnazione dell’occupazione industriale nella fase imme<strong>di</strong>atamente<br />
precedente l’effettivo decollo;<br />
la rapida crescita a partire dal decollo;<br />
<strong>un</strong> ridotto incremento <strong>di</strong> occupazione durante la fase <strong>di</strong> maturità<br />
industriale;<br />
il declino <strong>di</strong> tale occupazione nelle economie «post-industriali».<br />
Queste evidenze hanno indotto a tentare <strong>un</strong>a generalizzazione dell’ipotesi<br />
<strong>di</strong> ricerca, in <strong>un</strong>a duplice <strong>di</strong>rezione;<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 153
- quella della Stima <strong>di</strong> <strong>un</strong>’idonea f<strong>un</strong>zione, appropriata per i dati regionali<br />
e nazionali osservati, che permettesse non solo l’apprezzamento dei<br />
movimenti secolari dello sviluppo multiregionale ma anche alc<strong>un</strong>e<br />
interpretazioni preliminari basate sui parametri e i limiti della f<strong>un</strong>zione;<br />
- quella <strong>di</strong> <strong>un</strong>a comparazione internazionale, allo scopo <strong>di</strong> accertare,<br />
in via preliminare, se le osservazioni basate sul caso italiano fossero<br />
solo la manifestazione <strong>di</strong> l<strong>un</strong>go periodo delle specificità dello sviluppo<br />
nazionale.<br />
A questo scopo si è preso in considerazione l’esempio delle regioni<br />
britanniche, per <strong>di</strong>sporre <strong>di</strong> due p<strong>un</strong>ti significativi <strong>di</strong> valutazione dello<br />
sviluppo multiregionale in <strong>un</strong>a prospettiva secolare: quello del Paese <strong>di</strong> più<br />
recente industrializzazione fra i paesi sviluppati e quello della più antica<br />
(anzi, della «prima») nazione industrializzata.<br />
La f<strong>un</strong>zione logistica, spesso impiegata per questo tipo <strong>di</strong> fenomeni,<br />
non consente <strong>di</strong> tener conto del primo e dell’ultimo sta<strong>di</strong>o del processo <strong>di</strong><br />
industrializzazione prima in<strong>di</strong>cato, così da rendere necessario lo sviluppo<br />
<strong>di</strong> <strong>un</strong>a f<strong>un</strong>zione logistico-simile, che consenta però il trattamento <strong>di</strong> tutti e<br />
cinque gli sta<strong>di</strong>.<br />
Si è così sviluppata la seguente f<strong>un</strong>zione:<br />
(1)<br />
dove:<br />
I =<br />
t-a<br />
e<br />
I = livello <strong>di</strong> industrializzazione in termini <strong>di</strong> attivi nell’industria per 1.000<br />
abitanti;<br />
t = anno <strong>di</strong> riferimento;<br />
a = anno nel quale, dopo il decollo, il tasso <strong>di</strong> crescita comincia a<br />
<strong>di</strong>minuire;<br />
b = tasso annuale <strong>di</strong> crescita;<br />
e = livello <strong>di</strong> industrializzazione massimo <strong>di</strong> l<strong>un</strong>go periodo.<br />
La f<strong>un</strong>zione (1) si adatta molto bene ai dati osservati per le regioni<br />
italiane e per l’Italia nel complesso, salvo poche eccezioni, come mostra<br />
l’in<strong>di</strong>ce «U» <strong>di</strong> Theil (Tab. 6).<br />
Valori dei parametri e comportamento delle curve regionali (Graf. 2)<br />
identificano quattro «famiglie» principali <strong>di</strong> regioni:<br />
- le tre regioni <strong>di</strong> più antica industrializzazione, <strong>di</strong> cui <strong>un</strong>a (Liguria)<br />
declinante e due (Piemonte e Lombar<strong>di</strong>a) in <strong>un</strong>a fase <strong>di</strong> maturità<br />
post-industriale, che hanno già raggi<strong>un</strong>to il loro livello massimo <strong>di</strong><br />
industrializzazione a l<strong>un</strong>go termine a valori più alti <strong>di</strong> quelli <strong>di</strong> tutte le<br />
altre regioni;<br />
- le regioni «seconde venute» in <strong>un</strong>a fase dì «maturità precoce», con <strong>un</strong>a<br />
crescita industriale che si arresta a livelli più bassi che nelle precedenti<br />
regioni (Toscana, Veneto, Emilia Romagna, ...);<br />
b (t-a) 2 + c<br />
154 Onde l<strong>un</strong>ghe e take-offs regionali in Italia e in Gran Bretagna
-<br />
-<br />
le regioni dello «sviluppo ritardato» (Abruzzo, Basilicata, Sardegna),<br />
il cui livello <strong>di</strong> industrializzazione a l<strong>un</strong>go termine sembra rimanere in<br />
ogni caso molto basso;<br />
le regioni dello «sviluppo mancato» (Campania, Calabria, Sicilia), che,<br />
a l<strong>un</strong>go termine, non raggi<strong>un</strong>gono nemmeno quelli che furono i livelli<br />
iniziali delle prime due «famiglie» <strong>di</strong> regioni.<br />
Tabella 6<br />
PARAMETRI DELLA FUNZIONE (1). REGIONI ITALIANE E ITALIA 1861-1961<br />
a b e U-Theil<br />
Piemonte 48,9 1,20 164,4 922<br />
Lombar<strong>di</strong>a 53,3 0,47 182,4 965<br />
Veneto 92,5 0,58 140,4 948<br />
Liguria 28,4 2,10 122,8 947<br />
Emilia Romagna 97,7 1,30 139,3 940<br />
Toscana 97,4 0,95 156,3 961<br />
Umbria 94,6 0,72 117,1 946<br />
Marche 99,8 1,50 126,3 929<br />
Lazio … … … …<br />
Abruzzo 99,2 3,20 95,4 907<br />
Campania 90,6 31,60 110,6 934<br />
Puglia 68,7 85,20 104,9 921<br />
Basilicata 100,7 3,60 91,7 929<br />
Calabria … … … …<br />
Sicilia 196,0 0,50 144,1 928<br />
Sardegna 75,9 3,00 79,1 937<br />
ITALIA 84,2 2,20 126,7 968<br />
Grafico 2<br />
INDUSTRIALIZZAZIONE: REGIONI ITALIANE 1861-1981<br />
Addetti all’industria per 1.000 abitanti<br />
240<br />
200<br />
160<br />
120<br />
80<br />
40<br />
Lombar<strong>di</strong>a<br />
Piemonte<br />
Liguria<br />
240<br />
200<br />
160<br />
120<br />
1861 1881 1901192119411961 1981<br />
1861 1881 1901192119411961 1981<br />
80<br />
40<br />
Toscana<br />
Veneto<br />
Emilia<br />
Marche<br />
Umbria<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 155
Grafico 2 segue<br />
240<br />
200<br />
160<br />
120<br />
80<br />
40<br />
Sardegna<br />
Abruzzo<br />
Basilicata<br />
1861 1881 1901192119411961 1981<br />
5. Il caso britannico<br />
240<br />
200<br />
160<br />
120<br />
80<br />
40<br />
1861 1881 1901192119411961 1981<br />
Campania<br />
Puglia<br />
Sicilia<br />
La stessa metodologia è stata tentativamente applicata alle regioni britanniche<br />
sul periodo 1841-1971 per il quale si <strong>di</strong>sponeva dei dati occorrenti.<br />
Tuttavia la forma f<strong>un</strong>zionale stimata per le regioni italiane non si adatta<br />
ai dati britannici che fluttuano attorno al trend secolare <strong>di</strong> crescita (Graf. 3).<br />
Grafico 3<br />
INDUSTRIALIZZAZIONE: ITALIA 1861-1981 E GRAN BRETAGNA 1841-1981<br />
Addetti all’industria per 1.000 abitanti<br />
240<br />
200<br />
160<br />
120<br />
80<br />
40<br />
Italia<br />
1861 1881 1901192119411961 1981<br />
240<br />
200<br />
160<br />
120<br />
80<br />
40<br />
Gran Bretagna<br />
1861 1881 1901192119411961 1981<br />
156 Onde l<strong>un</strong>ghe e take-offs regionali in Italia e in Gran Bretagna
Così è stata stimata <strong>un</strong>a nuova f<strong>un</strong>zione capace <strong>di</strong> rappresentare sia il<br />
trend secolare che le fluttuazioni perio<strong>di</strong>che <strong>di</strong> l<strong>un</strong>go periodo.<br />
(2) I = a’ + bt + c’ x sen (dt)<br />
dove:<br />
I = livello <strong>di</strong> industrializzazione<br />
t = anno <strong>di</strong> riferimento<br />
a’ = livello iniziale <strong>di</strong> industrializzazione<br />
b = tasso annuale <strong>di</strong> crescita<br />
c’ = ampiezza della banda <strong>di</strong> fluttuazione<br />
d = intervallo temporale fra due fluttuazioni.<br />
La f<strong>un</strong>zione (2) si adatta molto bene ai dati osservati (Tab. 7, che<br />
contiene i valori dei parametri).<br />
Tabella 7<br />
PARAMETRI DELLA FUNZIONE (2). REGIONI BRITANNICHE E GRAN BRETAGNA<br />
a’ b c’* d**<br />
South East 85,67 4,24 8,94 51,37<br />
East Anglia 67,36 2,90 10,30 115,64<br />
South West 82,89 2,07 7,83 57,67<br />
West Midlands 141,04 7,51 7,69 51,17<br />
East Midlands 134,60 3,55 6,56 52,07<br />
North West 222,13 -1,53 4,76 51,87<br />
Yorkshire 207,73 -1,36 4,95 51,47<br />
North 83,99 3,43 13,74 53,07<br />
Wales 55,01 3,87 17,18 52,87<br />
Scotland 139,16 0,76 2,16 46,18<br />
Great Britain 123,94 2,82 6,06 51,57<br />
* (c) qui espresso come percentuale <strong>di</strong> (a)<br />
** (d) qui espresso in termini <strong>di</strong> anni<br />
Occorrono poche parole <strong>di</strong> spiegazione circa le <strong>di</strong>verse forme f<strong>un</strong>zionali<br />
che i processi <strong>di</strong> industrializzazione assumono in Gran Bretagna (e nelle<br />
regioni britanniche) e in Italia (e nelle regioni italiane). In entrambi i casi<br />
le traiettorie della crescita muovono attraverso <strong>un</strong>a sequenza a cinque<br />
sta<strong>di</strong> dal declino iniziale alla fase post-industriale. In Gran Bretagna, data<br />
la l<strong>un</strong>ghezza temporale delle traiettorie, i processi <strong>di</strong> crescita nazionali e<br />
regionali sono influenzati dagli shocks delle fasi ascendenti e <strong>di</strong>scendenti<br />
delle Onde l<strong>un</strong>ghe, che inducono fluttuazioni attorno al trend <strong>di</strong> l<strong>un</strong>go<br />
termine. Quest’ultimo, infatti, assomiglia a <strong>un</strong>a sinusoide che oscilla attorno<br />
ad <strong>un</strong>a linea retta e non assume, come nel caso italiano, la forma logisticosimile,<br />
a causa della mancanza <strong>di</strong> dati per il periodo che va dal take-off (più<br />
o meno localizzabile attorno al 1780) al 1841, anno <strong>di</strong> partenza delle serie<br />
statistiche qui impiegate.<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 157
D’altro canto le curve italiane non sembrano influenzate dagli impulsi<br />
delle Onde l<strong>un</strong>ghe data la prossimità temporale dei decolli, cosicché si può<br />
assumere che nel caso italiano il trend secolare e le fluttuazioni cicliche e<br />
<strong>di</strong> l<strong>un</strong>go periodo si sovrappongano.<br />
I valori dei parametri e l’andamento delle curve relative alla Gran<br />
Bretagna alle singole regioni britanniche (Graf. 4) nel suo complesso<br />
(Graf. 3) consentono anche qui <strong>di</strong> identificare alc<strong>un</strong>e significative<br />
«famiglie» <strong>di</strong> regioni:<br />
Grafico 4<br />
INDUSTRIALIZZAZIONE: REGIONI BRITANNICHE 1841-1971<br />
Addetti all’industria per 1.000 abitanti<br />
240<br />
200<br />
160<br />
120<br />
80<br />
40<br />
240<br />
200<br />
160<br />
120<br />
80<br />
40<br />
North West<br />
Yorkshire & Humbershire<br />
1841 1861 1881 1901192119411961 1981<br />
South East<br />
North<br />
Wales<br />
1841 1861 1881 1901192119411961 1981<br />
240<br />
200<br />
160<br />
120<br />
80<br />
40<br />
240<br />
200<br />
160<br />
120<br />
80<br />
40<br />
West Midlands<br />
East Midlands<br />
1841 1861 1881 1901192119411961 1981<br />
Scotland<br />
South West<br />
East Anglia<br />
1841 1861 1881 1901192119411961 1981<br />
158 Onde l<strong>un</strong>ghe e take-offs regionali in Italia e in Gran Bretagna
- le regioni «sovrasviluppate» i cui livelli <strong>di</strong> industrializzazione fluttuano<br />
attorno ad <strong>un</strong> trend decrescente sin dall’inizio del periodo qui considerato<br />
(Yorkshire-Humbershire e North East);<br />
- le regioni più «<strong>di</strong>namiche» (East e West Midlands) i cui livelli fluttuano<br />
attorno ad <strong>un</strong> trend <strong>di</strong> l<strong>un</strong>go periodo crescente ma che non raggi<strong>un</strong>ge<br />
necessariamente, com<strong>un</strong>que, i livelli <strong>di</strong> partenza delle regioni<br />
precedenti;<br />
- le regioni decollate più tar<strong>di</strong> (Wales, South East, North) che manifestano<br />
<strong>un</strong>a tendenza crescente, il cui livello massimo rimane, in generale, più<br />
basso anche rispetto al p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> partenza del gruppo precedente;<br />
- infine, <strong>un</strong> gruppo «misto», il cui principale carattere è quello <strong>di</strong> <strong>un</strong>a<br />
banda <strong>di</strong> fluttuazione più stretta (Scotland, South West, East Anglia).<br />
I risultati provvisori <strong>di</strong> <strong>un</strong> semplice esercizio numerico non consentono,<br />
ovviamente, <strong>di</strong> andare oltre <strong>un</strong> preliminare test delle ipotesi <strong>di</strong> ricerca.<br />
Tuttavia, <strong>un</strong>a volta che si siano ricordate le cautele con le quali vanno<br />
analizzati i risultati <strong>di</strong> questo tipo e rinviando alle avvertenze conclusive,<br />
sembra legittimo elencare sommariamente alc<strong>un</strong>e ipotesi <strong>di</strong> ricerca, forse<br />
non definitivamente provate, ma tuttavia non confutate dalle verifiche<br />
che sono state consentite dalle analisi fin qui svolte sui casi delle regioni<br />
britanniche e italiane.<br />
6. Lineamenti delle ipotesi<br />
Nella ricerca <strong>di</strong> nessi significativi fra gli impulsi delle Onde l<strong>un</strong>ghe e i<br />
decolli regionali si ritiene che -come si è già avvertito- operi <strong>un</strong> meccanismo<br />
complesso <strong>di</strong> interazione fra caratteri strutturali socio-economici, fattori<br />
socioculturali e istituzioni locali, nel determinare il perché, il come e il<br />
tempo della partecipazione e del contributo dello sviluppo delle singole<br />
regioni al decollo nazionale, nel senso <strong>di</strong> capacità a cogliere le opport<strong>un</strong>ità<br />
degli impulsi dei cicli <strong>di</strong> l<strong>un</strong>go periodo. Tuttavia questo aspetto non può<br />
essere analizzato in sede comparativa, mancando finora, per le regioni<br />
britanniche, anche la semplice analisi fattoriale condotta per le regioni<br />
italiane nella ricerca dei possibili fattori locali del decollo.<br />
Le ipotesi <strong>di</strong> ricerca che potranno quin<strong>di</strong> formare oggetto <strong>di</strong> valutazione<br />
sulla base dei riscontri empirici fin qui visti riguardano esclusivamente,<br />
per così <strong>di</strong>re, la «meccanica» dei rapporti tra Onde l<strong>un</strong>ghe e sviluppo<br />
multiregionale.<br />
6.1 Con riferimento alla scala nazionale è stato sostenuto e, entro certi<br />
limiti, <strong>di</strong>mostrato che i take-offs nazionali si registrano, in generale e<br />
ammesso che si registrino, solo durante le fasi espansive <strong>di</strong> <strong>un</strong>’Onda l<strong>un</strong>ga.<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 159
Questa tesi è stata integrata con l’ipotesi secondo la quale «dopo che <strong>un</strong><br />
sistema è decollato, sarà meno colpito dalla successiva fase <strong>di</strong>scendente»<br />
(Van Duijn, 1983).<br />
Queste «regole <strong>di</strong> comportamento» delle Onde l<strong>un</strong>ghe sembrano<br />
confermate anche a scala regionale.<br />
In effetti, l’osservazione dei dati e dei grafici consente <strong>di</strong> accertare che:<br />
- North East, Yorkshire-Humbershire, Scotland e East Midlands decollano<br />
durante la fase espansiva del primo Kondratieff;<br />
- West Midlands durante la fase espansiva del secondo Kondratieff;<br />
- South West, Liguria, Piemonte, Lombar<strong>di</strong>a durante la fase espansiva<br />
del terzo Kondratieff;<br />
-<br />
-<br />
-<br />
Toscana, Emilia Romagna, Veneto, ecc. durante la fase espansiva del<br />
quarto Kondratieff.<br />
In aggi<strong>un</strong>ta si può constatare che:<br />
ness<strong>un</strong>a regione, sia in Gran Bretagna che in Italia decolla durante le<br />
fasi depressive dei <strong>di</strong>versi cicli <strong>di</strong> l<strong>un</strong>go periodo;<br />
le regioni che sono decollate durante la fase espansiva <strong>di</strong> <strong>un</strong>a<br />
determinata Onda l<strong>un</strong>ga sono state meno influenzate dagli effetti della<br />
successiva fase recessiva, o non sono state influenzate affatto, come<br />
provano i comportamenti <strong>di</strong> Liguria, Piemonte e Lombar<strong>di</strong>a durante la<br />
fase <strong>di</strong>scendente del terzo Kondratieff e i comportamenti <strong>di</strong> Toscana,<br />
Emilia Romagna, Veneto ecc. durante la fase <strong>di</strong>scendente del quarto<br />
Kondratieff.<br />
6.2 Gli in<strong>di</strong>catori osservati per i due Paesi e la proiezione della f<strong>un</strong>zione<br />
italiana suggeriscono l’idea <strong>di</strong> <strong>un</strong> «tetto» alla crescita regionale in termini<br />
<strong>di</strong> livelli <strong>di</strong> industrializzazione, secondo la regola implicita «più precoce il<br />
decollo, più alto il livello».<br />
In effetti soltanto le regioni <strong>di</strong> più antico sviluppo raggi<strong>un</strong>gono il livello<br />
<strong>di</strong> oltre 200 occupati nell’industria per 1000 abitanti (West e East Midlands,<br />
Lombar<strong>di</strong>a e Piemonte), che è il livello dal quale North e Yorkshire<br />
muovono nel loro declino dal 1841.<br />
Non è certamente questa la sede per tentare <strong>un</strong>a spiegazione teorica <strong>di</strong> ciò,<br />
né la ricerca ha ancora raggi<strong>un</strong>to lo sta<strong>di</strong>o <strong>di</strong> poter provare empiricamente<br />
l’affermazione. Tuttavia, in termini generali, si può assumere che operi<br />
l’influenza <strong>di</strong> processi <strong>di</strong> saturazione, dai quali derivano flussi crescenti<br />
<strong>di</strong> <strong>di</strong>seconomie esterne, cui si aggi<strong>un</strong>ge l’effetto dei crescenti livelli <strong>di</strong><br />
competizione interregionale a mano a mano che aumenta il numero delle<br />
regioni «decollate».<br />
Sembra opport<strong>un</strong>a <strong>un</strong>’osservazione finale su questo p<strong>un</strong>to: nella<br />
misura in cui <strong>un</strong> limite superiore («tetto») fosse realmente operante esso<br />
<strong>di</strong>penderebbe dall’interazione <strong>di</strong> fattori locali.<br />
160 Onde l<strong>un</strong>ghe e take-offs regionali in Italia e in Gran Bretagna
6.3 Dai dati fin qui analizzati può essere derivata <strong>un</strong>’altra ipotesi. Poiché<br />
ness<strong>un</strong>a delle regioni (italiane o britanniche) considerate incrementa i<br />
suoi livelli <strong>di</strong> crescita industriale dopo il 1981, si potrebbe ritenere che<br />
l’Onda l<strong>un</strong>ga corrente agisca come <strong>un</strong> «muro» contro ogni possibile<br />
ulteriore crescita regionale (in termini <strong>di</strong> industrializzazione, si intende).<br />
Se quest’ipotesi fosse <strong>di</strong>mostrata, ne deriverebbero due conseguenze (circa<br />
la cui plausibilità è ovviamente legittimo ogni dubbio):<br />
- le intere traiettorie regionali, dal decollo allo sviluppo alla maturità,<br />
sarebbero contenute all’interno del presente ciclo <strong>di</strong> l<strong>un</strong>go periodo;<br />
- la l<strong>un</strong>ghezza delle traiettorie, essendo dato il p<strong>un</strong>to finale (<strong>di</strong>es ad<br />
quem) <strong>di</strong>penderebbe perciò solo dal p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> partenza {<strong>di</strong>es a quo: data<br />
del decollo).<br />
Questa ipotesi «tetto e muro» parrebbe corrispondere (troppo<br />
suggestivamente forse) all’idea che la fase <strong>di</strong>scendente dell’Onda l<strong>un</strong>ga in<br />
corso chiuderebbe l’intero «iperciclo» formato dai quattro cicli Kondratieff<br />
finora osservati.<br />
«Though this be madness, yet there is method in it». In effetti, anche<br />
se non è il caso <strong>di</strong> proiettare meccanicamente le curve regionali, si può<br />
osservare che i dati mostrano come, non solo a scala nazionale, ma anche in<br />
molte regioni italiane e britanniche il livello massimo <strong>di</strong> industrializzazione<br />
sia stato già raggi<strong>un</strong>to o vicino ad essere raggi<strong>un</strong>to, cosicché sembrano<br />
esaurirsi gli effetti dell’era dell’industrializzazione.<br />
Vale la pena sottolineare che l’ipotesi «muro» <strong>di</strong>penderebbe -stavolta e<br />
quasi interamente- da processi e fattori <strong>di</strong> carattere internazionale.<br />
L’ipotesi «tetto e muro», per quanto possa apparire ingenua, pare<br />
meritevole <strong>di</strong> <strong>un</strong>a qualche attenzione: specialmente dal p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> vista delle<br />
possibili conseguenze circa la possibilità <strong>di</strong> analizzare significativamente<br />
l’esistenza e gli effetti dei ventagli <strong>di</strong> sviluppo internazionali ed<br />
interregionali. L’argomento sarà brevemente ripreso e <strong>di</strong>scusso più avanti.<br />
6.4 «Da <strong>un</strong> lato è ovvio che tutta l’attività economica... avviene nel<br />
tempo e nello spazio. Ma dall’altro lato è non meno ovvio che quasi tutta la<br />
teorizzazione economica ha ignorato sia il tempo che lo spazio. In <strong>un</strong> certo<br />
senso era proprio l’obiettivo principale della teoria classica, ... ed anche <strong>di</strong> più<br />
della variante neoclassica, quello <strong>di</strong> rendere astratta l’analisi precisamente dal<br />
tempo e dallo spazio... Come sappiamo la questione dell’<strong>un</strong>ità spaziale<br />
appropriata per l’analisi economica è venuta alla ribalta delle scienze sociali<br />
solo negli ultimi venti anni: lo Stato come <strong>un</strong>ità territoriale appropriata è<br />
stato messo alla prova in due <strong>di</strong>rezioni spaziali.<br />
Qualc<strong>un</strong>o ha sostenuto la proprietà epistemologica <strong>di</strong> <strong>un</strong>o spazio<br />
più largo chiamato «economia-mondo», Altri hanno argomentato in<br />
favore <strong>di</strong> <strong>un</strong>o spazio più piccolo, denominato «regione». Queste due<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 161
opposte convinzioni sono perfettamente compatibili l’<strong>un</strong>a con l’altra,<br />
nel senso che entrambe insistono sull’importanza <strong>di</strong> confini economici<br />
e sulla necessità <strong>di</strong> determinarli sulla base <strong>di</strong> criteri economici»<br />
(Wallerstein, 1985).<br />
Questa autorevole <strong>di</strong>chiarazione f<strong>un</strong>ziona splen<strong>di</strong>damente come<br />
epigrafe per ogni lavoro che tenti <strong>di</strong> interrelare le pulsazioni dell’economia<br />
mondo come sono le Onde l<strong>un</strong>ghe, ai processi locali <strong>di</strong> cambiamento,<br />
come sono i decolli regionali dell’industrializzazione.<br />
E tuttavia l’analisi regionale delle Onde l<strong>un</strong>ghe sta ancora giocando <strong>un</strong><br />
ruolo davvero marginale nell’ambito <strong>di</strong> questo campo <strong>di</strong> ricerca, mentre<br />
sembra essere <strong>un</strong>a delle più promettenti e fruttifere <strong>di</strong>rezioni <strong>di</strong> stu<strong>di</strong>o.<br />
Non solo -lo si è già detto- gli effetti spaziali dell’impatto delle Onde<br />
l<strong>un</strong>ghe sono rilevanti per l’analisi multiregionale, specificamente allo<br />
scopo <strong>di</strong> spiegare la coesistenza, all’interno <strong>di</strong> <strong>un</strong>o stesso periodo e <strong>di</strong><br />
<strong>un</strong>o stesso Paese, <strong>di</strong> regioni a <strong>di</strong>fferenti fasi <strong>di</strong> sviluppo. Ma stu<strong>di</strong>are gli<br />
effetti spaziali dell’impatto delle Onde l<strong>un</strong>ghe significa dare importanza<br />
alla <strong>di</strong>mensione temporale dell’analisi spaziale nel senso che le<br />
<strong>di</strong>sparità spaziali <strong>di</strong> sviluppo sembrano <strong>di</strong>pendere, in larga misura, dalla<br />
<strong>di</strong>stribuzione nel tempo dei decolli.<br />
6.5 Ventagli interregionali <strong>di</strong> sviluppo e decolli regionali (come<br />
principale risultato dell’impulso <strong>di</strong> <strong>un</strong>’Onda l<strong>un</strong>ga) sono inter<strong>di</strong>pendenti<br />
anche da <strong>un</strong> altro p<strong>un</strong>to dì vista. I grafici 2 e 4 e la tabella 8 mostrano<br />
come le regioni britanniche, per quanto abbiano p<strong>un</strong>ti <strong>di</strong> partenza assai<br />
<strong>di</strong>stanti, tendano a convergere.<br />
Tabella 8<br />
VENTAGLI INTERREGIONALI DI SVILUPPO. ITALIA E GRAN BRETAGNA 1841-1981<br />
Coefficienti <strong>di</strong> variazione<br />
GRAN BRETAGNA ITALIA<br />
1841 40,9 _<br />
1851 38,4 -<br />
1861 37,1 27,7<br />
1871 36,6 30,4<br />
1881 34,9 28,8<br />
1891 34,7 38,3<br />
1901 33,0 36,2<br />
1911 34,5 38,5<br />
1921 35,6 41,9<br />
1931 35,8 37,7<br />
1936 - 34,7<br />
1951 29,8 34,2<br />
1961 27,4 -<br />
1971 20,1 25,7<br />
1981 - 24,8<br />
162 Onde l<strong>un</strong>ghe e take-offs regionali in Italia e in Gran Bretagna
Al contrario la varianza fra le regioni italiane si incrementa<br />
considerevolmente durante la prima parte del periodo qui considerato<br />
(1861-1921). Così <strong>un</strong> altro aspetto comportamentale dei sistemi regionali<br />
meritevole <strong>di</strong> essere investigato è quello che concerne il rapporto tra tempi<br />
del take-off e struttura e tendenze dei ventagli interregionali dì sviluppo.<br />
Se l’ipotesi «tetto e muro» avesse <strong>un</strong> qualche reale fondamento si<br />
dovrebbe assumere che, mentre nel passato le sequenze <strong>di</strong> fasi espansive e<br />
recessive dell’Onda l<strong>un</strong>ga poteva condurre a equilibrare i livelli regionali<br />
<strong>di</strong> sviluppo, la possibile mancanza <strong>di</strong> <strong>un</strong> nuova Onda Kondratieff, potrebbe<br />
consolidare lo stato attuale delle <strong>di</strong>sparità interregionali. Tuttavia l’ipotesi<br />
«tetto e muro» richiede <strong>di</strong> essere accuratamente verificata non solo sulla<br />
base <strong>di</strong> dati empirici ma anche prendendo in considerazione i processi<br />
della transizione post-industriale. Il «tetto e muro» limiterebbe infatti solo<br />
i livelli dì industrializzazione: niente potrebbe esser detto circa lo sviluppo<br />
guidato, per esempio, dai settori delle attività terziarie <strong>di</strong> servizi.<br />
6.6 Partendo da questo ass<strong>un</strong>to sì può formulare l’ipotesi che la possibilità<br />
<strong>di</strong> cogliere l’opport<strong>un</strong>ità della fase ascendente <strong>di</strong> <strong>un</strong> eventuale nuovo ciclo<br />
(probabilmente il primo del nuovo «iperciclo post-industriale») dovrebbe<br />
localizzarsi tendenzialmente là dove l’ambiente appare più favorevole<br />
ad accogliere le innovazioni (non solo tecnologiche). A questo scopo si<br />
è condotta limitatamente alle regioni italiane <strong>un</strong>a nuova analisi fattoriale<br />
delle principali caratteristiche regionali al 1981, inserendo nell’insieme<br />
delle variabili già considerate alc<strong>un</strong>e nuove variabili grossolanamente<br />
correlate a <strong>un</strong>a ipotetica «reattività potenziale» all’innovazione (spesa<br />
privata e pubblica per ricerca e corsi <strong>di</strong> formazione professionale).<br />
I risultati <strong>di</strong> questa analisi (Tab. 9) suggeriscono la possibile esistenza<br />
<strong>di</strong> <strong>un</strong> fattore «propensione a innovare», la cui localizzazione spaziale<br />
<strong>di</strong>scriminerebbe <strong>di</strong> nuovo fra le regioni del Centro-Nord e quelle meri<strong>di</strong>onali,<br />
anche se all’interno del primo gruppo il nuovo rilievo dell’Emilia Romagna<br />
si contrapporrebbe al trend declinante della Liguria (Tab. 10).<br />
Tabella 9<br />
ITALIA. I «FATTORI» DELLO SVILUPPO ALL’INIZIO DEGLI ANNI ‘80<br />
FATTORE 1 FATTORE 2 FATTORE 3<br />
Industria metalmeccanica (occupati) 0,85 - -<br />
Industria leggera (occupati) - - 0,79<br />
Depositi bancari 0,72 - -<br />
Spese per ricerca scientifica 0,90 - -<br />
Corsi <strong>di</strong> formaz. professionale 0,70 - -<br />
Strade - -0,65 -<br />
Docenti <strong>un</strong>iversitari - 0,68 -<br />
Rappresentazioni teatrali - 0,68 -<br />
Tasso <strong>di</strong> scolarizzazione - - -0,53<br />
Tasso <strong>di</strong> mortalità infantile - - -0,76<br />
% della varianza spiegata 62,3 19,4 15,0<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 163
Tabella 10<br />
ITALIA. VALORI REGIONALI DEL PRIMO FATTORE<br />
FATTORE 1<br />
Piemonte 7,77<br />
Lombar<strong>di</strong>a 6,65<br />
Veneto 1,60<br />
Liguria 0,91<br />
Emilia Romagna 4,10<br />
Toscana 1,44<br />
Umbria 0,31<br />
Marche -0,35<br />
Lazio 0,57<br />
Abruzzi e Molise -1,55<br />
Campania -3,27<br />
Puglia -3,46<br />
Basilicata -4,20<br />
Calabria -4,89<br />
Sicilia -3,36<br />
Sardegna -3,28<br />
ITALIA 1,00<br />
7. Osservazioni finali<br />
7.1 Si deve prima <strong>di</strong> tutto <strong>di</strong>chiarare molto francamente i limiti <strong>di</strong> questi<br />
risultati preliminari.<br />
Alc<strong>un</strong>i <strong>di</strong> questi limiti derivano dai criteri <strong>di</strong> analisi. Da questo p<strong>un</strong>to<br />
<strong>di</strong> vista si ritiene che le questioni più cruciali siano (Becattini-Bianchi,<br />
1982):<br />
- quali sono, effettivamente, i sistemi infranazionali? Occorre infatti<br />
domandarsi -e non è davvero <strong>un</strong>a novità- se le regioni amministrative<br />
italiane -per esempio- siano effettivamente dei «sistemi», considerato<br />
che probabilmente i «sistemi urbani giornalieri» presentano più niti<strong>di</strong><br />
requisiti sistemici (confini, meccanismi <strong>di</strong> retroazione, comportamenti<br />
osservabili);<br />
-<br />
-<br />
come si <strong>di</strong>ffonde, interregionalmente, la crescita durante il secondo<br />
gruppo <strong>di</strong> decolli regionali in Italia? Procede realmente da <strong>un</strong> «centro»<br />
(che è visto, allo stesso tempo, come la localizzazione geografica<br />
dell’industria e il luogo ideale della accumulazione capitalistica) verso<br />
le sue «periferie»? O non è piuttosto <strong>un</strong> molto più complesso movimento<br />
<strong>di</strong> «esplosioni» <strong>di</strong> impren<strong>di</strong>torialità locale?<br />
in che misura i caratteri originali non misurabili (istituzioni e cultura<br />
sociale locale: Ort-<strong>un</strong>d Zeitgeist) influenzano la <strong>di</strong>namica del decollo e<br />
ancora continuano a influenzare il comportamento regionale?<br />
7.2 Altri limiti derivano dalle inter<strong>di</strong>pendenze interregionali e<br />
internazionali. Data <strong>un</strong>a certa quantità <strong>di</strong> sviluppo» storicamente<br />
<strong>di</strong>sponibile per <strong>un</strong> certo paese, come è <strong>di</strong>stribuita fra le regioni? Da <strong>un</strong> lato<br />
164 Onde l<strong>un</strong>ghe e take-offs regionali in Italia e in Gran Bretagna
il problema assomiglia pericolosamente alla questione dell’uovo e della<br />
gallina: la «quantità <strong>di</strong> sviluppo» storicamente <strong>di</strong>sponibile per <strong>un</strong> certo<br />
paese è la quantità <strong>di</strong> sviluppo che il paese è capace <strong>di</strong> catturare secondo<br />
i suoi caratteri originari; ma la dotazione <strong>di</strong> caratteri originari del paese<br />
è la sintesi delle dotazioni regionali e quin<strong>di</strong>... Dall’altro lato, il problema<br />
sfida il ricercatore a <strong>di</strong>stinguere acutamente fra i caratteri originari del<br />
paese che derivano da quelli regionali e i caratteri originari del paese nel<br />
suo complesso e in quanto tale (la mobilità dei fattori produttivi, del lavoro<br />
prima <strong>di</strong> tutto, attraverso i confini regionali fornisce <strong>un</strong> esempio <strong>di</strong> ciò).<br />
C’è poi da tener conto dell’interazione fra la <strong>di</strong>visione del lavoro<br />
internazionale e quella interregionale: l’incremento potenziale<br />
dell’occupazione nei settori maturi può essere catturato altrove, per<br />
esempio, dai paesi meno sviluppati.<br />
7.3 Anche il rapporto fra politiche pubbliche e forze del mercato<br />
nel determinare la <strong>di</strong>stribuzione spaziale degli effetti dell’impatto del<br />
ciclo dovrebbe essere accuratamente verificato sull’arco <strong>di</strong> <strong>di</strong>verse fasi<br />
ascendenti. Per esempio, ci si potrebbe domandare perché le politiche<br />
pubbliche in Italia sembrano essere state apprezzabilmente efficaci<br />
nel <strong>di</strong>stribuire spazialmente gli effetti del decollo durante i primi anni<br />
dell’industrializzazione (quando l’intervento pubblico era assai limitato),<br />
mentre sono state, al <strong>di</strong> là <strong>di</strong> ogni dubbio, le forze del mercato a guidare<br />
il processo durante la fase ascendente del secondo dopoguerra malgrado i<br />
massicci investimenti <strong>di</strong> capitale pubblico.<br />
Ciò basta, si crede, per suggerire che gli autori <strong>di</strong> queste note non<br />
sono così ingenui da credere che i processi <strong>di</strong> sviluppo regionale possano<br />
essere rappresentati me<strong>di</strong>ante <strong>un</strong>a semplice f<strong>un</strong>zione. Tuttavia ciò che<br />
essi realmente credono è che le <strong>di</strong>versità <strong>di</strong> comportamento regionale e<br />
le <strong>di</strong>fferenze temporali dei decolli regionali siano significativamente<br />
correlate e che <strong>un</strong>a più approfon<strong>di</strong>ta conoscenza della multiregionalità<br />
dello sviluppo italiano (ma non solo italiano) potrebbe <strong>di</strong>mostrarlo.<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 165
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166 Onde l<strong>un</strong>ghe e take-offs regionali in Italia e in Gran Bretagna
FIRENZE E IL SUO SISTEMA METROPOLITANO<br />
Riflessioni su <strong>un</strong>’opport<strong>un</strong>ità mancata*<br />
Giuliano Bianchi<br />
1. Un caso particolare con qualche sp<strong>un</strong>to <strong>di</strong> interesse generale<br />
• La variante Nord-Ovest e il PRG a Firenze<br />
L’oggetto precipuo <strong>di</strong> questo scritto è <strong>un</strong> progetto <strong>di</strong> sviluppo ur bano<br />
della città le cui <strong>di</strong>mensioni hanno pochi esempi paragonabili nell’Europa<br />
contemporanea ** .<br />
La sostanza originaria del progetto (tecnicamente: <strong>un</strong>a variante del<br />
Piano Regolatore Generale) è presto riass<strong>un</strong>ta:<br />
- in <strong>un</strong>’area nel quartiere <strong>di</strong> Novoli a Nord-Ovest del centro urbano (<strong>un</strong>a<br />
squallida periferia della speculazione degli anni ‘50), resa libera dal<br />
trasferimento degli stabilimenti FIAT, era prevista la localizzazione del<br />
Palazzo <strong>di</strong> Giustizia, <strong>di</strong> residenze e <strong>di</strong> e<strong>di</strong>fici per attività terziarie, oltre<br />
a <strong>un</strong> parco urbano <strong>di</strong> ragguardevoli <strong>di</strong>mensioni;<br />
- in <strong>un</strong>’area a<strong>di</strong>acente, nella frazione <strong>di</strong> Castello, l<strong>un</strong>go la <strong>di</strong>rettrice<br />
metropolitana Firenze-Prato-Pistoia, precedentemente classificata<br />
agricola, si prevedeva la localizzazione <strong>di</strong> <strong>un</strong> grande polo espositivo, <strong>di</strong><br />
<strong>un</strong> centro commerciale integrato e <strong>di</strong> <strong>un</strong>a cospicua e<strong>di</strong>lizia alberghiera,<br />
terziaria e residenziale; immersa in <strong>un</strong> vasto parco metropolitano.<br />
I due interventi, <strong>un</strong>a volta definiti negli strumenti urbanistici, avrebbero<br />
* Testo contenuto in Bianchi G. (1993), Programmare oggi, Quaderni <strong>di</strong> analisi e programmazione<br />
dello sviluppo regionale n. 11-12, IRES Toscana, Firenze.<br />
** Per i contenuti della variante del Piano regolatore generale <strong>di</strong> Firenze (che ha, invero, i tratti <strong>di</strong> <strong>un</strong><br />
nuovo PRG) si veda AA.VV. 1985. Le previsioni <strong>di</strong> sviluppo urbanistico dell’area <strong>di</strong> Castello sono<br />
illustrate in Fon<strong>di</strong>aria e Agip-Petroli 1987 e Cassigoli 1988. Com<strong>un</strong>que, per i riferimenti che qui ci<br />
servono, si ricordano gli elementi essenziali degli sviluppi urbanistici previsti.<br />
Area Fiat <strong>di</strong> Novoli: ha. 32, <strong>di</strong> cui 18 destinati a parco; le destinazioni della restante superficie sono:<br />
Palazzo <strong>di</strong> Giustizia 18%; attività <strong>di</strong>rezionali pubbliche 27% e private 18%; altre attività 37% (uffici<br />
privati, servizi commerciali, alberghi, abitazioni e, probabilmente, <strong>un</strong> polo culturale, con teatro e<br />
strutture ricreative).<br />
Area Fon<strong>di</strong>aria <strong>di</strong> Castello: ha. 186 così <strong>di</strong>stribuiti fra le varie destinazioni del cosiddetto “polo<br />
multif<strong>un</strong>zionale”: parco 35%; parcheggi 13%; centro espositivo 9%; scuole 3%; servizi sociali e<br />
ricreativi 1,5%; infrastrutture 18%; e<strong>di</strong>fici 20% (così ripartiti in migliaia <strong>di</strong> mc.: abitazioni 1.350;<br />
attività terziarie 1.290; centro commerciale integrato 180; alberghi 180).<br />
Gli sviluppi urbanistici delle due aree sono fortemente inter<strong>di</strong>pendenti con le previsioni del progetto<br />
<strong>di</strong> PRG in materia <strong>di</strong> com<strong>un</strong>icazioni e trasporti: riassetto della rete ferroviaria; creazione <strong>di</strong> <strong>un</strong>a<br />
metropolitana leggera veloce; completamento della tangenziale e suo raccordo con la seconda<br />
circonvallazione urbana. In senso positivo o negativo interagiscono con lo sviluppo a nord-ovest anche<br />
i previsti inse<strong>di</strong>amenti <strong>un</strong>iversitari e del CNR a Sesto Fiorentino, in aree attigue al polo <strong>di</strong> Castello,<br />
e le contrastate decisioni sull’aeroporto (potenziamento o <strong>di</strong>smissione <strong>di</strong> Peretola, nuovo scalo a<br />
San Giorgio a colonica o altrove, ecc.). Sul complesso <strong>di</strong> queste questioni cfr. anche: Massa 1988 e<br />
Cassigoli e Mostar<strong>di</strong>ni 1988.<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 167
dovuto essere realizzati da due colossi dell’economia italiana come la FIAT<br />
(Novoli), e la Fon<strong>di</strong>aria (Castello).<br />
Date le <strong>di</strong>mensioni, davvero inusitate, del progetto, la complessa<br />
delicatezza della trama urbana e, anche, la notorietà <strong>di</strong> Firenze, si capisce<br />
che vi sia stata <strong>un</strong>a certa risonanza sulla stampa italiana e internazionale,<br />
oltreché <strong>un</strong>a vivacissima querelle locale, che raggi<strong>un</strong>se p<strong>un</strong>ti <strong>di</strong> particolare<br />
asprezza, quando (giugno 1989) <strong>un</strong>a celeberrima telefonata del segretario<br />
del PCI indusse i com<strong>un</strong>isti fiorentini (gruppo <strong>di</strong> maggioranza relativa nel<br />
Consiglio com<strong>un</strong>ale <strong>di</strong> Firenze) a cambiare atteggiamento e quin<strong>di</strong>, ad<br />
affossare il progetto. Ma la polemica, con alti e bassi, si è protratta fino<br />
al 1993 quando buona parte <strong>di</strong> quel progetto è stata recuperata nel nuovo<br />
PRG <strong>di</strong> Firenze.<br />
Le considerazioni da cui traggono sp<strong>un</strong>to queste note sono:<br />
a. che il progetto (sia nella prima che nelle successive versioni) rap presenti<br />
<strong>un</strong>a formidabile sfida per il decisore pubblico;<br />
b.<br />
c.<br />
d.<br />
che la sfida investa anche le metodologie richieste dal <strong>di</strong>mensio namento<br />
degli interventi, dalla stima ex-ante dei loro molteplici impatti, dal<br />
controllo della realizzazione;<br />
che, quin<strong>di</strong>, si sia in presenza <strong>di</strong> <strong>un</strong>’opport<strong>un</strong>ità molto significa tiva<br />
d’interazione fra ricerca finalizzata e processi decisionali pubblici;<br />
che, infine, le riflessioni suggerite da questo caso possano essere<br />
suscettibili d’<strong>un</strong>a qualche ragionevole generalizzazione.<br />
• Sviluppi urbanistici e sviluppo urbano. Molte opport<strong>un</strong>ità, molti rischi<br />
Il p<strong>un</strong>to d) è confortato dalla circostanza che è aperta <strong>un</strong>a stagione<br />
d’importanti operazioni urbane accom<strong>un</strong>ate dalla ragguardevolezza delle<br />
proporzioni, anche se aventi origini piuttosto <strong>di</strong>fferenziate:<br />
- la <strong>di</strong>sponibilità <strong>di</strong> aree urbane <strong>di</strong> precedente inse<strong>di</strong>amento industriale<br />
(Lingotto a Torino, Bicocca a Milano, Novoli a Firenze);<br />
- il contemporaneo passaggio dalle idee <strong>di</strong> massima e dalle progettazioni<br />
platoniche alla fase delle decisioni implementabili <strong>di</strong> rilevanti progetti<br />
d’infrastrutturazione urbana (a Roma, a Genova, a Napoli, a Firenze<br />
sull’area <strong>di</strong> Castello);<br />
- l’accelerazione impressa a <strong>di</strong>segni <strong>di</strong> sviluppo, talvolta anche annosi,<br />
da ingenti masse <strong>di</strong> capitale finanziario in cerca d’investimento, dalle<br />
pesanti <strong>di</strong>seconomie indotte da deficit infrastrutturali accumulatisi<br />
nei decenni e -più recentemente- anche dall’improvvisa (e talvolta<br />
improvvida) <strong>di</strong>sponibilità <strong>di</strong> cospicui finanziamenti pubblici, motivati<br />
dallo svolgimento in Italia del campionato mon<strong>di</strong>ale <strong>di</strong> calcio 1990.<br />
Si deve aggi<strong>un</strong>gere che l’eterogeneità <strong>di</strong> questo insieme <strong>di</strong> provve<strong>di</strong>menti<br />
interagisce su <strong>un</strong>a situazione <strong>di</strong> base dei sistemi urbani interessati tutt’altro<br />
che chiara dal p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> vista del ciclo urbano, per la coesistenza <strong>di</strong> sintomi<br />
168 Firenze e il suo sistema metropolitano. Riflessioni su <strong>un</strong>’opport<strong>un</strong>ità mancata
<strong>di</strong> deurbanizzazione e <strong>di</strong> controurbanizzazione, mentre, se non spento,<br />
è certamente inceppato il meccanismo dell’industrializzazione <strong>di</strong>ffusa<br />
(piccola impresa, piccola città), da <strong>un</strong> lato, per effetto d’<strong>un</strong>a rinnovata<br />
centralità della grande impresa e della grande città e, dall’altro, per il<br />
ruolo crescente <strong>di</strong> forza guida dello sviluppo urbano ass<strong>un</strong>to dai fenomeni<br />
interconnessi della ter ziarizzazione e dell’innovazione.<br />
Come <strong>di</strong>re che sembrerebbe <strong>di</strong> poter riscontrare l’esistenza <strong>di</strong> <strong>un</strong><br />
sovrappiù <strong>di</strong> ragioni che avrebbero dovuto spingere a adeguati investimenti<br />
<strong>di</strong> ricerca per l’analisi specifica delle tendenze operanti nelle<br />
singole situazioni, la valutazione dei fabbisogni, il sondaggio delle politiche<br />
alternativamente possibili, ecc.. Al contrario (e molto stra namente) la<br />
maggior parte dei progetti citati poggia su <strong>un</strong> fonda mento assai fragile <strong>di</strong><br />
motivazioni e ness<strong>un</strong>o su <strong>un</strong>a seria prospezione dei probabili effetti <strong>di</strong>retti,<br />
in<strong>di</strong>retti e indotti.<br />
2. Le semplici regole del governo urbano: neglette<br />
Ricor<strong>di</strong>amoci, per <strong>un</strong> momento, dei passi essenziali (nel senso <strong>di</strong><br />
ineliminabili, vale a <strong>di</strong>re che si compiono necessariamente, magari<br />
implicitamente e, perfino, senza saperlo) <strong>di</strong> <strong>un</strong> processo decisionale<br />
per il governo della trasformazione del territorio (più pianamente: <strong>di</strong><br />
programmazione urbanistica).<br />
Il p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> partenza è <strong>un</strong>a (qualche) previsione, a <strong>un</strong> tempo t (3, 5, 10<br />
anni, mettiamo), del livello della popolazione, della struttura produttiva,<br />
delle altre principali f<strong>un</strong>zioni urbane (servizi pubblici, per esempio).<br />
Questa previsione incorpora, evidentemente, <strong>un</strong>a (qualche) nozione dei<br />
processi operanti (tendenze) e, quin<strong>di</strong>, dei loro possibili effetti consolidati<br />
in termini strutturali.<br />
Segue <strong>un</strong>a stima delle superfici e delle volumetrie e<strong>di</strong>ficate oc correnti<br />
per inse<strong>di</strong>arvi residenze, attività produttive, servizi pubblici. La stima<br />
può condurre, ovviamente, a <strong>un</strong>a valutazione d’insuffi cienza, sufficienza,<br />
esuberanza degli stock e<strong>di</strong>ficati <strong>di</strong>sponibili.<br />
Il terzo passo è quello della localizzazione topografica <strong>di</strong> super fici e<br />
volumetrie, che può significare anche rilocalizzazione. La valu tazione<br />
<strong>di</strong> congruità tra f<strong>un</strong>zioni urbane e stock e<strong>di</strong>ficati si ridefini sce, perciò,<br />
in relazione alle localizzazioni prescelte. Un deficit nella localizzazione<br />
può accompagnarsi a <strong>un</strong> surplus (superfici e volumi abbandonati) nella<br />
localizzazione (con problemi, quin<strong>di</strong>, <strong>di</strong> riuso).<br />
Può darsi, anzi è consigliabile, che localizzazioni e rilocalizza zioni non<br />
siano <strong>un</strong> processo one-shot. Ci sarà allora -passo quarto- da valutare la<br />
convenienza comparata <strong>di</strong> varie possibili localizzazioni alternative. I metri<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 169
<strong>di</strong> valutazione possono essere, ovviamente, mol teplici, <strong>di</strong>pendendo dagli<br />
obiettivi.<br />
In ogni caso -anche cioè nel caso <strong>di</strong> localizzazione one-shot- è<br />
consigliabile stimare i principali impatti delle decisioni <strong>di</strong>mensionali e<br />
localizzative:<br />
- l’impatto ambientale (in senso stretto);<br />
- l’impatto economico (in senso f<strong>un</strong>zionale: le performances attese dal<br />
sistema a intervento realizzato);<br />
-<br />
l’impatto urbano, in almeno due sensi: l’impatto sulle interazioni<br />
(mo<strong>di</strong>ficazioni dei flussi <strong>di</strong> traffico <strong>di</strong> beni e persone); l’impatto sulle<br />
f<strong>un</strong>zioni urbane esistenti (quali effetti sul mercato della ca sa? quali<br />
sulla struttura <strong>di</strong>stributiva? ecc.).<br />
Questa è <strong>un</strong>a rappresentazione molto semplificata <strong>di</strong> <strong>un</strong> processo<br />
decisionale <strong>di</strong> sviluppo urbano. Semplificata e persino naif, ma non<br />
inconsapevole delle teorizzazioni e degli strumenti <strong>di</strong>sponibili per l’analisi<br />
del sistema esistente e delle tendenze che vi operano e per sondare -dati,<br />
o anche non dati, certi obiettivi- gli effetti attesi dall’impatto primario e<br />
dai successivi.<br />
Ora è <strong>di</strong> com<strong>un</strong>e constatazione che questo percorso logico -dall’analisi<br />
del sistema esistente alla progettazione consapevole, cioè: valutata e<br />
<strong>di</strong>mostrata, delle sue trasformazioni- è assai raramente esplicitato e realmente<br />
sviluppato nella maggior parte delle espe rienze note <strong>di</strong> pianificazione<br />
urbana, comprese le maggiori. In ogni caso non se ne hanno -salvo<br />
spora<strong>di</strong>che eccezioni- testimonianze negli elaborati sottoposti alle decisioni<br />
degli organi istituzionali competenti (Consigli com<strong>un</strong>ali e Regioni).<br />
Si capisce che qualche reperto <strong>di</strong> valutazione si può rintracciare:<br />
estrapolazioni più o meno affidabili sui livelli <strong>di</strong> popolazione, mo deste<br />
elaborazioni dei dati dei censimenti economici, flussi <strong>di</strong> traffico, ecc..<br />
Ma il percorso “situazione iniziale-tendenze-fabbisogni-lo calizzazionistime<br />
<strong>di</strong> impatto-scelta fra le alternative” non è mai tra dotto, nemmeno<br />
nella sua struttura essenziale e nemmeno con i me to<strong>di</strong> più semplici, in <strong>un</strong>a<br />
quantificazione verificabile oggettivamente, dall’esterno, cioè, dal processo,<br />
<strong>di</strong>ciamo così, “mentale” del decisore pubblico e dei suoi consulenti.<br />
Non è ozioso né banale interrogarsi sulle ragioni <strong>di</strong> questo sor prendente<br />
<strong>di</strong>vorzio fra il dominio delle conoscenze razionali e il do minio delle scelte<br />
urbanistiche.<br />
Una prima, possibile, risposta la si potrebbe rinvenire nella cir costanza<br />
che la cultura politica me<strong>di</strong>a del nostro Paese è tra<strong>di</strong>zional mente riluttante<br />
agli approcci quantitativi (possiamo <strong>di</strong>re: scienti fici?), non solo nel campo<br />
del governo urbano ma, più in generale, nel campo della pianificazione,<br />
come è stato da tempo segnalato (Bianchi 1982a, 1988). Qui la riluttanza<br />
del decisore pubblico è rafforzata dalla ritrosia del consulente standard,<br />
170 Firenze e il suo sistema metropolitano. Riflessioni su <strong>un</strong>’opport<strong>un</strong>ità mancata
essendo nota l’eccezionalità degli approcci modellistici nella cultura<br />
urbanistica italiana.<br />
Certo si è che oggi (ma da qualche tempo) non è più sostenibile<br />
l’ipotesi esplicativa che fa gravare sulle “tecniche” la responsabilità del<br />
<strong>di</strong>vorzio. Le tecniche ci sono, sono affidabili (nel senso <strong>di</strong> speri mentate),<br />
sono progressivamente più flessibili e realistiche, i costi del loro impiego<br />
tendono a <strong>di</strong>minuire sensibilmente (in generale, per la riduzione dei costi<br />
informatici; in particolare perché quote apprez zabili della modellistica<br />
possiedono requisiti più o meno ampi <strong>di</strong> “portabilità”, sono, cioè, suscettibili<br />
<strong>di</strong> trasferimento, almeno nell’impianto metodologico). Prove inconfutabili<br />
<strong>di</strong> questo ass<strong>un</strong>to si trovano in Bertuglia et al., 1986. Un’accurata e<br />
aggiornata rassegna della modellistica e del suo impiego nella formazione<br />
e valutazione dei piani urbani è fornita, ora, in Bertuglia et al., 1987.<br />
Si potrebbe congetturare che la riluttanza ad avvalersi della mo dellistica<br />
esistente trovi <strong>un</strong>’irragionevole ma non spregevole ra<strong>di</strong>ce nel timore del<br />
decisore pubblico <strong>di</strong> non poterne dominare le com plesse implicazioni,<br />
rischiando, quin<strong>di</strong>, <strong>un</strong>a sorta <strong>di</strong> espropriazione decisionale. Ma la<br />
congettura è doppiamente fallace; per <strong>un</strong>a ragione banale: la modellistica<br />
non decide, aiuta a decidere; e per <strong>un</strong>a ragione ovvia: come dominare<br />
la complessità dei fenomeni reali (variabili numerose, inter<strong>di</strong>pendenze<br />
ramificate, meccanismi contrad<strong>di</strong>ttori, ecc.) con i soli strumenti del buon<br />
senso e dell’intuizione?<br />
Maliziosamente (“a pensare con malizia si fa peccato, ma si in dovina”,<br />
<strong>di</strong>ceva <strong>un</strong>o che se ne intende, come il senatore Andreotti) si può ipotizzare che<br />
la riluttanza nasca, invece (almeno talvolta), dalla vo lontà <strong>di</strong> non <strong>di</strong>svelare<br />
le ragioni vere (e non sempre commendevoli) delle scelte perseguite.<br />
Un dato com<strong>un</strong>e alla maggior parte delle esperienze <strong>di</strong> sviluppo<br />
urbanistico note è quello della straor<strong>di</strong>naria sproporzione fra le risor se<br />
finanziarie destinate agli investimenti nello sviluppo e quelle (modestissime)<br />
destinate a stu<strong>di</strong> e analisi. E c’è, poi, <strong>un</strong>a peculiare simmetria nell’uso della<br />
risorsa tempo: l<strong>un</strong>gaggini defatiganti e tor tuose nell’iter burocratico delle<br />
decisioni e stranissima frettolosità nei passaggi più delicati, quelli in cui le<br />
scelte si adottano per davvero.<br />
Si veda il caso <strong>di</strong> Firenze (Cassigoli e Mostar<strong>di</strong>ni 1988). Il Piano<br />
Regolatore vigente è stato adottato nel 1962. Nel 1974 si nomina <strong>un</strong>a<br />
commissione <strong>di</strong> esperti per il suo adeguamento. Due anni dopo si approvano<br />
<strong>un</strong>a serie <strong>di</strong> varianti del tutto autonome rispetto agli stu<strong>di</strong>. Nel 1979<br />
si delibera <strong>di</strong> procedere ad <strong>un</strong>a variante generale; il Proget to preliminare<br />
è completato nel 1984. Ma viene approvato, con <strong>un</strong>a veloce seduta del<br />
Consiglio Com<strong>un</strong>ale, solo nel luglio 1987.<br />
Sorte non <strong>di</strong>ssimile quella della variante Nord-Ovest. Ideata nel 1983<br />
(dal Com<strong>un</strong>e) e ufficiosamente suggerita agli investitori privati, ne è derivata<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 171
<strong>un</strong>a progettazione <strong>di</strong> massima (dei privati) e <strong>un</strong>a prima articolazione, come<br />
variante al PRG, adottata dal Com<strong>un</strong>e nel 1986. Nel 1989 la Regione la<br />
restituisce al Com<strong>un</strong>e con numerosissime os servazioni. Mentre il Consiglio<br />
Com<strong>un</strong>ale si prepara ad <strong>un</strong>o dei suoi blitz decisionali, gli esperti del PRG<br />
(Astengo e Campos Venuti) contestano la coerenza fra variante (in corso<br />
<strong>di</strong> approvazione) e PRG (in corso <strong>di</strong> approvazione). Segue la nota vicenda<br />
dell’affossamento della variante.<br />
Da allora si rimette in moto <strong>un</strong> faticoso proce<strong>di</strong>mento per l’ela borazione<br />
<strong>di</strong> <strong>un</strong> nuovo PRO, affidata a Vittorini (che, in buona so stanza, <strong>di</strong>mezza<br />
le previsioni volumetriche della variante originaria). Mentre permangono<br />
incertezze e laceranti contrasti sulle scelte fon damentali (si farà il centro<br />
espositivo a Castello o si potenzieranno le strutture citta<strong>di</strong>ne? chi farà,<br />
fra i tanti nomi prestigiosi messi in campo, la progettazione esecutiva<br />
<strong>di</strong> Novoli? vi si localizzerà dav vero il Palazzo <strong>di</strong> giustizia? e le facoltà<br />
<strong>un</strong>iversitarie?) l’approvazione procede a stop and go. Or<strong>di</strong>ne del giorno<br />
del Consiglio com<strong>un</strong>ale il 3 luglio 1991, nuovo esame per le deduzioni il<br />
30 marzo 1992, osservazioni della Regione, contrastata definizione <strong>di</strong> <strong>un</strong><br />
accordo <strong>di</strong> programma fra Regione, enti locali e Fiat...<br />
Alla fine (luglio 1993) il PRO è approvato dal Consiglio com<strong>un</strong>ale <strong>di</strong><br />
Firenze e si incammina sul nuovo iter: approvazioni, controdeduzioni,<br />
esame della Regione, ecc..<br />
Ma proprio il caso <strong>di</strong> Firenze si presta bene ad indagare in vitro forme<br />
e cause del <strong>di</strong>vorzio fra il dominio delle conoscenze razionali e quello dei<br />
processi decisionali.<br />
3. Il caso <strong>di</strong> Firenze. Ovvero: le motivazioni sbagliate <strong>di</strong> <strong>un</strong>a decisione giusta<br />
• Alla ricerca <strong>di</strong> Firenze. La città, le città, la città <strong>di</strong> città<br />
Il p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> partenza più appropriato sembra quello dell’accerta mento del<br />
primo groviglio <strong>di</strong> <strong>di</strong>fficoltà, rappresentato dalla inquie tante circostanza<br />
che Firenze non c’è più.<br />
L’urbanizzazione, che ignora i confini com<strong>un</strong>ali, l’ha <strong>di</strong>latata ben oltre<br />
lo spazio che le convenzioni etichettano come Firenze. L’immaginario<br />
collettivo (per esempio, quello se<strong>di</strong>mentato nelle motiva zioni del turista)<br />
ritaglia Firenze sulla misura del suo nocciolo antico.<br />
E poi: la vita com<strong>un</strong>itaria, quella delle relazioni quoti<strong>di</strong>ane, si svolge<br />
nei quartieri proprio come nei com<strong>un</strong>i della cintura. Qui si provvede ai<br />
bisogni <strong>di</strong> tutti i giorni come far la spesa; a questa scala si organizzano i<br />
servizi sociali: la scuola elementare e me<strong>di</strong>a, l’ambu latorio, la farmacia.<br />
Insomma: il quartiere <strong>di</strong> Novoli -a questa scala- è del tutto uguale al<br />
com<strong>un</strong>e confinante <strong>di</strong> Campi Bisenzio.<br />
172 Firenze e il suo sistema metropolitano. Riflessioni su <strong>un</strong>’opport<strong>un</strong>ità mancata
I bisogni collettivi, quelli cui provvedono i cosiddetti “servizi a rete”<br />
(l’acqua e il gas, la raccolta dei rifiuti, i trasporti pubblici), ri chiamano<br />
invece <strong>un</strong>’altra scala, quella del “sistema urbano giorna liero”, sotteso<br />
dalla trama degli spostamenti pendolari giornalieri dalla casa al lavoro e<br />
viceversa. La trama <strong>un</strong>isce centri maggiori e minori e, più spesso, centri<br />
equivalenti, identificando -come si sa- <strong>un</strong> “mercato locale del lavoro”, dato<br />
che -per definizione- in questo spazio trova occupazione la maggior parte<br />
dei lavoratori che vi risie dono e, correlativamente, le imprese qui localizzate<br />
trovano la mag gior parte della loro forza lavoro. è questa la vera città,<br />
com’è noto: <strong>un</strong>a città che si decompone e si ricompone pulsando al ritmo<br />
dell’at tività lavorativa, determinando lo spazio entro il quale si svolge la<br />
maggior parte delle attività or<strong>di</strong>narie della vita quoti<strong>di</strong>ana: lavoro, tempo<br />
libero, opport<strong>un</strong>ità sociali. Questa città si chiama, nel nostro caso, Area<br />
fiorentina: ed è strettamente correlata ad altre due “città”, correntemente<br />
note come Area pratese ed Area pistoiese.<br />
L’economia e le gran<strong>di</strong> infrastrutture, infatti, hanno <strong>un</strong>a scala ancora<br />
<strong>di</strong>versa: quella della “città <strong>di</strong> città”, il sistema metropolitano se si<br />
preferisce. E le inter<strong>di</strong>pendenze f<strong>un</strong>zionali dell’economia connet tono, qui, i<br />
sistemi urbani <strong>di</strong> Firenze, Prato e Pistoia tramite l’anda tura <strong>di</strong> infrastrutture<br />
(autostrade, se<strong>di</strong> espositive, centri <strong>di</strong> formazione specialistica e <strong>di</strong> ricerca,<br />
gran<strong>di</strong> istituzioni culturali) che li innerva.<br />
è questa pluralità <strong>di</strong> <strong>di</strong>mensioni che, percepita in<strong>di</strong>stintamente dal senso<br />
com<strong>un</strong>e, ma non chiara per la cultura politica me<strong>di</strong>a, gene ra <strong>un</strong> effetto <strong>di</strong><br />
“spiazzamento” del decisore pubblico, ingenerando frequenti commistioni e<br />
confusioni fra le tre scale <strong>di</strong> analisi e proget tazione (la città com<strong>un</strong>itaria, il<br />
sistema urbano, il sistema metropoli tano). Aiutiamo il nostro decisore pubblico<br />
a <strong>di</strong>stinguere, identifi cando problemi e soluzioni peculiari alle varie scale.<br />
La città com<strong>un</strong>itaria (i quartieri <strong>di</strong> Firenze, i com<strong>un</strong>i della cintu ra) soffre<br />
<strong>di</strong> <strong>un</strong>a sua precisa patologia che investe sia la qualità del viver quoti<strong>di</strong>ano<br />
(traffico in tilt; mancanza <strong>di</strong> case; squallore delle periferie) sia l’efficacia<br />
della macchina-città per effetto della caotica localizzazione delle principali<br />
f<strong>un</strong>zioni urbane (produttive, <strong>di</strong>stributi ve, amministrative, ricreative)<br />
che costringe a movimenti attraverso la città simili all’agitazione <strong>di</strong> <strong>un</strong><br />
formicaio impazzito.<br />
Gli sviluppi urbanistici previsti dai progetti <strong>di</strong> cui si parla po trebbero<br />
rendere le “com<strong>un</strong>ità fiorentine” davvero più vivibili:<br />
-<br />
le abitazioni programmate a Novoli e a Castello dovrebbero ri solvere,<br />
intanto, il problema della casa, abbastanza acuto ma con <strong>di</strong>mensioni<br />
qualitative trattabili: la sfasatura tra domanda ed of ferta si esprime,<br />
infatti, più per segmenti <strong>di</strong> mercato (affitto/acquisto) e tipologie abitative<br />
(residenze provvisorie, mini-appartamenti per giovani ed anziani) che<br />
non complessi vamente;<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 173
- le periferie banali dell’urbanizzazione speculativa possono essere “a<br />
vita nova restituite” da: riuso <strong>di</strong> spazi e contenitori liberati o in corso <strong>di</strong><br />
liberazione; attrezzature pubbliche (verde, impianti sportivi e sociali,<br />
strutture culturali); allocazione <strong>di</strong> alc<strong>un</strong>e im portanti f<strong>un</strong>zioni urbane<br />
(Palazzo <strong>di</strong> Giustizia, teatro, ecc.).<br />
In effetti, l’intelligente rilocalizzazione delle f<strong>un</strong>zioni urbane (AA.VV.<br />
1985) è <strong>un</strong>a sorta <strong>di</strong> via obbligata per: ridurre la conge stione del centro<br />
storico; evitare i rischi <strong>di</strong> <strong>un</strong>a eccessiva specializ zazione f<strong>un</strong>zionale<br />
dei <strong>di</strong>versi plessi urbani; promuovere l’interazione positiva fra le varie<br />
f<strong>un</strong>zioni (<strong>di</strong> tipo verticale come: <strong>un</strong>iversità-ricer ca-innovazione; o <strong>di</strong> tipo<br />
orizzontale come: pubblica amministrazio ne-banche-artigianato).<br />
Firenze come sistema urbano giornaliero e mercato locale del lavoro<br />
possiede la specifica peculiarità negativa <strong>di</strong> <strong>un</strong> basso livello <strong>di</strong> pervietà<br />
interna, a causa dell’antiquata rete stradale, priva dei princi pali <strong>di</strong>spositivi<br />
<strong>di</strong> flui<strong>di</strong>tà del traffico (svincoli, centri <strong>di</strong> scambio intermodale, incroci<br />
multilivello, aree <strong>di</strong> sosta e parcheggio, trasporti <strong>di</strong> tipo metropolitano,<br />
ecc.). Ne derivano pesanti <strong>di</strong>seconomie in <strong>un</strong> sistema caratterizzato,<br />
fra l’altro, da <strong>un</strong> fitto reticolo <strong>di</strong> scambi inter nazionali provocati dal<br />
modello qui prevalente della scomposizione dei processi produttivi per<br />
parti <strong>di</strong> prodotto e fasi del ciclo. Il nuovo sistema viario, assieme alla<br />
deconcentrazione <strong>di</strong> f<strong>un</strong>zioni dal centro storico, può concorrere in modo<br />
significativo all’accrescimento dei livelli <strong>di</strong> pervietà dell’area fiorentina.<br />
Il nesso con l’economia e, quin<strong>di</strong>, col sistema metropolitano della<br />
Toscana centrale (SMTC: è così che si suggerisce <strong>di</strong> chiamare l’insieme dei<br />
sistemi urbani <strong>di</strong> Firenze, Prato e Pistoia) richiede qual che considerazione<br />
preliminare e merita, si crede, <strong>un</strong> po’ <strong>di</strong> appro fon<strong>di</strong>mento. Bisogna, infatti,<br />
ricordare (non tanto per amore <strong>di</strong> pre cisione quanto per cogliere <strong>un</strong>’ennesima<br />
prova <strong>di</strong> come la percezione delle novità sia pratica ostica al milieu della<br />
cultura locale) che il ri conoscimento dell’esistenza <strong>di</strong> <strong>un</strong> oggetto quale il<br />
SMTC è stato <strong>un</strong> processo tutt’altro che lineare e dall’esito ancora precario.<br />
Chi scrive segnalò in seminari e convegni, già dal 1979, la pos sibile<br />
“genesi <strong>di</strong> <strong>un</strong>a formazione metropolitana” in questa area. E vi ritornò<br />
sopra in lavori dell’<strong>Irpet</strong> e con articoli (<strong>Irpet</strong> 1982; Bianchi 1982b).<br />
Il primo riconoscimento “ufficiale” del SMTC si ha nel 1981 con il<br />
programma pluriennale del Com<strong>un</strong>e <strong>di</strong> Firenze (Com<strong>un</strong>e <strong>di</strong> Firenze 1982).<br />
L’acquisizione da parte dell’autorità regionale ha dovuto superare qualche<br />
riluttanza, se bisogna arrivare al 1988 per ché il Programma regionale<br />
<strong>di</strong> sviluppo ammetta l’esistenza <strong>di</strong> “aree metropolitane” nella Toscana<br />
centrale e sulla costa centro-nord (Regione Toscana 1988).<br />
M<strong>un</strong>iti <strong>di</strong> questa legittimazione ufficiale si potrà quin<strong>di</strong> comin ciare a<br />
<strong>di</strong>scutere serenamente del SMTC come <strong>di</strong> <strong>un</strong>a entità relativa mente esistente<br />
e non come <strong>di</strong> <strong>un</strong>a sorta <strong>di</strong> provocazione intellettuale.<br />
174 Firenze e il suo sistema metropolitano. Riflessioni su <strong>un</strong>’opport<strong>un</strong>ità mancata
• Un rapido identikit del sistema metropolitano. Struttura economica e<br />
forma urbana<br />
Le proporzioni dello sviluppo urbano previsto si muovono, evi dentemente,<br />
alla scala metropolitana: questo è il riferimento delle dotazioni ipotizzate<br />
per le attività terziarie; questo (almeno) è l’oriz zonte del polo espositivo.<br />
Eppure questa cornice metropolitana è del tutto assente (salvo qualche<br />
giaculatoria d’obbligo) nei documenti tecnici; amministrativi e politici della<br />
cosiddetta “variante Nord-Ovest”. Abbozziamone qui <strong>un</strong> impressionistico<br />
schizzo, per delineare <strong>un</strong> primo campo d’indagine, relativamente facile ma<br />
per ora non fre quentato.<br />
Basterà ricordare, tanto per fissare gli or<strong>di</strong>ni <strong>di</strong> grandezza, che vive<br />
qui meno <strong>di</strong> <strong>un</strong> terzo della popolazione regionale, ma vi si gene ra più<br />
<strong>di</strong> <strong>un</strong> terzo del prodotto interno lordo regionale e quasi la metà delle<br />
esportazioni <strong>di</strong> <strong>un</strong>a regione fortemente esportatrice. L’apertura ai mercati<br />
esterni è il connotato caratteristico dell’economia metro politana, visto che<br />
le importazioni rappresentano più dei due quinti delle risorse <strong>di</strong>sponibili e<br />
le esportazioni quasi la metà degli impie ghi, mentre si <strong>di</strong>rige qui <strong>un</strong> quarto<br />
dei flussi turistici totali della re gione e più della metà <strong>di</strong> quelli dall’estero<br />
(Bianchi e Sforzi 1984).<br />
La struttura produttiva del SMTC può essere riass<strong>un</strong>ta in rapi<strong>di</strong><br />
flashes:<br />
- quote significative <strong>di</strong> agricoltura moderna (il floro-vivaismo del<br />
pistoiese), che tolgono al settore primario ogni connotazione <strong>di</strong> residuo<br />
pre-industriale;<br />
- <strong>un</strong> sistema moda (tessile, abbigliamento, calzature, ecc.) messo oggi<br />
a dura prova dalla caduta del dollaro e dalla concorrenza dei paesi a<br />
più bassi costi del lavoro, che rappresenta pur sempre l’asse portante<br />
dell’economia metropolitana;<br />
- l’industria tecnologicamente più evoluta non è presente in modo<br />
massiccio, ma basta a fare del SMTC il principale polo meccani co,<br />
elettromeccanico ed elettronico della regione: <strong>un</strong> polo tecno logico;<br />
- il turismo (stabile e pregiato: arte, cultura, congressi) fa sì che non vi sia<br />
nel paese alc<strong>un</strong>’altra area industriale con <strong>un</strong>a così netta caratterizzazione<br />
turistica;<br />
- le attività culturali -per più <strong>di</strong> <strong>un</strong> verso e ovviamente interrelate a quelle<br />
turistiche- si avviano a <strong>di</strong>ventare <strong>un</strong> “settore economico” <strong>di</strong> primaria<br />
grandezza, sia come posti <strong>di</strong> lavoro generati che co me attivazione <strong>di</strong><br />
altre branche economiche (Bianchi 1987c);<br />
- le esportazioni extra-regionali rappresentano lo sbocco mer cantile<br />
principale delle produzioni locali, posto che le transazioni col resto<br />
d’Italia rappresentano la metà dell’interscambio mer cantile e quelle con<br />
l’estero <strong>un</strong> terzo abbondante.<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 175
La forma urbana (Fig. 1), per <strong>di</strong>rla nel linguaggio degli ana listi dei<br />
sistemi territoriali, è data dalla struttura spaziale (cioè la forma fisica degli<br />
inse<strong>di</strong>amenti) e dalle interazioni (cioè le inter<strong>di</strong> pendenze fra i vari p<strong>un</strong>ti del<br />
sistema che si esprimono nei flussi <strong>di</strong> persone, ma anche <strong>di</strong> beni, capitali,<br />
informazioni). Ora, la struttura spaziale del SMTC è -per fort<strong>un</strong>a- marcatamente<br />
policentrica. Solo <strong>un</strong>’impressionistica approssimazione topografica può<br />
far parlare <strong>di</strong> urbanizzazione compatta o <strong>di</strong> conurbazione. Tanto più che la<br />
crescita del SMTC non ha seguito <strong>un</strong> modello del tipo “espansione a macchia<br />
d’olio nel vuoto residenziale della campagna circostante” (come a Roma),<br />
né <strong>un</strong> modello del tipo “espansione con incorporazione e as sorbimento dei<br />
centri minori” (come, poniamo, a Torino e Milano).<br />
Figura 1<br />
STRUTTURA SPAZIALE DEL SMTC.<br />
Pistoia<br />
Situazione al 1971<br />
Espansione 1971/1981<br />
Prato<br />
Firenze<br />
Qui il modello <strong>di</strong> mo<strong>di</strong>ficazione della struttura spaziale si è ca ratterizzato<br />
soprattutto per la crescita relativamente autonoma sia dei sistemi urbani<br />
centrali che dei centri periferici minori, “che hanno conservato e com<strong>un</strong>que<br />
stanno energicamente <strong>di</strong>fendendo la loro identità politico-culturale e quin<strong>di</strong><br />
il carattere policentrico” del SMTC (Bianchi e Sforzi 1987). I sistemi<br />
metropolitani me<strong>di</strong> multicentrici parrebbero essere <strong>un</strong>a peculiarità delle aree<br />
ad “economia <strong>di</strong>ffusa” (Rosini 1988).<br />
176 Firenze e il suo sistema metropolitano. Riflessioni su <strong>un</strong>’opport<strong>un</strong>ità mancata
Le interazioni mostrano, anche solo nell’immagine del reticolo dei flussi <strong>di</strong><br />
pendolarità per motivi <strong>di</strong> lavoro (Fig. 2), i tre sistemi ur bani <strong>di</strong> Firenze, Prato<br />
e Pistoia e la loro marcata inter<strong>di</strong>pendenza. Il carattere sistemico dell’insieme<br />
è ampiamente documentato dai livelli elevatissimi <strong>di</strong> “autocontenimento”<br />
(domanda e offerta <strong>di</strong> lavoro che trovano la corrispondente offerta e domanda<br />
all’interno del sistema): il 95% degli occupati residenti nel sistema urbano<br />
<strong>di</strong> Firenze trova qui lavoro, mentre le imprese vi reclutano il 90% della<br />
manodopera; entrambi i valori sono attorno al 90% sia per Prato che per<br />
Pistoia. Se guar<strong>di</strong>amo al SMTC nel suo complesso, l’autocontenimento raggi<strong>un</strong>ge<br />
e supera il 98% (Istat-<strong>Irpet</strong> 1989).<br />
Figura 2<br />
LE INTERAZIONI SPAZIALI DEL SMTC<br />
Dimensione dei cerchi = saldo dei flussi infrareali<br />
relativi a ciasc<strong>un</strong> com<strong>un</strong>e<br />
Struttura produttiva e forma urbana del SMTC (o, anche più<br />
semplicemente, del sistema urbano fiorentino) -causa ed oggetto delle<br />
previsioni <strong>di</strong> piano- son realtà praticamente sconosciute al deci sore<br />
pubblico e ai suoi consiglieri, con la sola eccezione dei pochi, sommari e<br />
non proprio recentissimi scritti finora ricordati, <strong>di</strong> qualche malinconico e<br />
stagionato dato censuario e delle solite, maniacali ri cognizioni dello stato<br />
d’ogni singola particella del territorio (com<strong>un</strong>ale).<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 177
• Gli “dei agitantes”: i processi operanti<br />
Anche meno noti sono i principali processi, dai locali ai mon <strong>di</strong>ali, che<br />
agiscono sulla struttura produttiva e sulla forma urbana del SMTC,<br />
mo<strong>di</strong>ficandole e, com<strong>un</strong>que, ponendo problemi (cfr., su questo p<strong>un</strong>to, <strong>Irpet</strong><br />
1989). Qui il <strong>di</strong>scorso si fa, più che sintetico, telegrafico ma -si spera- non<br />
incomprensibile, anche se, forzatamente, allusivo.<br />
Opera in primo luogo (ma è <strong>un</strong> or<strong>di</strong>ne meramente elencativo) il<br />
processo mon<strong>di</strong>ale (con le sue specificazioni nazionali e regionali) del<br />
progresso tecnico che obbliga all’innovazione nelle sue <strong>di</strong>verse forme.<br />
Innovazione dei processi produttivi per l’agricoltura moderna e per il<br />
sistema della moda (il quale, peraltro, è sotto il vincolo per manente anche<br />
dell’innovazione <strong>di</strong> prodotto e, in specie, dell’innova zione <strong>di</strong> forma). Il<br />
vincolo subor<strong>di</strong>na in modo sempre più stringente l’industria più avanzata,<br />
nella misura in cui i suoi prodotti sono spes so prodotti per l’innovazione<br />
<strong>di</strong> processo negli altri settori.<br />
L’acutizzazione della concorrenza internazionale (ma guai a<br />
sottovalutare quella interregionale!) costringe su sentieri più stretti e<br />
impervi <strong>di</strong> <strong>un</strong> tempo le esportazioni, soprattutto quelle delle produzioni del<br />
sistema moda per effetto della caduta del dollaro che, anco ra <strong>di</strong> più, della<br />
competizione simultanea sul fronte del prezzo, da parte dei paesi in via <strong>di</strong><br />
sviluppo, e su quello della qualità, da parte anche dei paesi tra<strong>di</strong>zionalmente<br />
importatori (<strong>Irpet</strong> 1988).<br />
Ma la competizione si fa insi<strong>di</strong>osa anche sul mercato turistico,<br />
gi<strong>un</strong>gendo perfino ad insi<strong>di</strong>are la tiepida nicchia <strong>di</strong> ren<strong>di</strong>ta del turi smo<br />
d’arte e <strong>di</strong> cultura, da quando anche i più consolidati paesi <strong>di</strong> domanda<br />
(Germania, USA e Gran Bretagna) si son messi a svilup pare grintose<br />
politiche dell’offerta (Ministero del Turismo e dello Spettacolo 1989).<br />
Comportamenti demografici ed atteggiamenti collettivi sono al tri<br />
processi che inducono effetti <strong>di</strong>versi ed assai renitenti ad analisi semplici:<br />
tuttavia, i principali, in quanto macroscopici, possono es sere identificati<br />
con sufficiente approssimazione. Le nascite sono da tempo inferiori alle<br />
morti, ma da qualche anno il <strong>di</strong> più <strong>di</strong> immigrati sugli emigrati non basta a<br />
compensare il saldo naturale negativo. Si genera così <strong>un</strong> vuoto occupazionale<br />
e quin<strong>di</strong> <strong>un</strong>a possibile pompa aspirante <strong>di</strong> immigrazione extra-regionale ma<br />
anche extra-nazionale, con <strong>un</strong> potenziale inceppamento dei meccanismi<br />
sociali <strong>di</strong> trasmis sione dei saperi professionali e manageriali già posti in<br />
<strong>di</strong>fficoltà dalla scolarizzazione <strong>di</strong> massa e dalla sofisticazione dei processi<br />
pro duttivi e delle f<strong>un</strong>zioni aziendali. L’accresciuta sensibilità ambientalista,<br />
inoltre, fa avvertire come insopportabili situazioni <strong>di</strong> inquina mento<br />
prima tollerate, ponendo esigenze <strong>di</strong> interventi <strong>di</strong> risanamento. La crescita<br />
dei livelli culturali (in Toscana come nel mondo) induce per quel che ci<br />
interessa due effetti principali: <strong>un</strong>a progressiva fram mentazione della<br />
178 Firenze e il suo sistema metropolitano. Riflessioni su <strong>un</strong>’opport<strong>un</strong>ità mancata
domanda turistica nel tempo, nello spazio, per fasce sociali, classi <strong>di</strong> età,<br />
gruppi <strong>di</strong> interesse, ed <strong>un</strong> impulso alla domanda <strong>di</strong> servizi e <strong>di</strong> attività<br />
culturali, allargandone il mercato e le poten zialità d’occupazione.<br />
Ci sono, infine, i processi <strong>di</strong> rilocalizzazione delle residenze (pur<br />
imbrigliati dalle con<strong>di</strong>zioni del mercato della casa) e delle attività produttive<br />
(molto <strong>di</strong>namici e secondo modelli <strong>di</strong>versificati per tipo logie e <strong>di</strong>mensioni<br />
<strong>di</strong> impresa), che agiscono tanto sulla struttura spaziale che sul sistema delle<br />
interazioni. Schematizzando <strong>un</strong> po’, si può <strong>di</strong>re che la rilocalizzazione<br />
delle residenze è guidata dal mecca nismo della ren<strong>di</strong>ta e quin<strong>di</strong> procede,<br />
nel tempo, dal centro alla prima, alla seconda periferia e poi alla cintura<br />
periurbana oppure verso la campagna e, <strong>di</strong> ritorno, alle abitazioni rinnovate<br />
del centro storico, a seconda delle possibilità economiche della domanda.<br />
Anche le attività produttive <strong>di</strong> beni scontano -si capisce!- il peso della<br />
ren<strong>di</strong>ta, ma agiscono più <strong>di</strong> altre determinanti. Le piccole attivi tà artigianali,<br />
localizzate in f<strong>un</strong>zione della domanda (e del turismo), tentano <strong>di</strong> rimanere<br />
nel centro storico. L’impresa me<strong>di</strong>a è -<strong>di</strong>rebbe Weber- orientata al trasporto<br />
o al lavoro: perciò insegue i suoi lavora tori nelle seconde periferie (o ve<br />
li trascina) p<strong>un</strong>tando a localizzarsi com<strong>un</strong>que in prossimità delle reti <strong>di</strong><br />
com<strong>un</strong>icazione. La grande im presa cerca spazi adeguati e a basso costo e<br />
così incrementa -ma i casi <strong>di</strong> grande impresa sono rari- l’urbanizzazione<br />
delle campagne. Le attività terziarie -almeno quelle più significative e<br />
strutturate -si rilocalizzano in f<strong>un</strong>zione delle “amenità ambientali”: e può<br />
andar bene tanto la villa storica in aperta campagna quanto il prestigioso<br />
palazzo patrizio. Il quadro complessivo prospetta <strong>un</strong>’impegnativa sfida per<br />
la pianificazione urbanistica.<br />
• La domanda <strong>di</strong> politiche da parte del Sistema Metropolitano della<br />
Toscana Centrale<br />
L’impatto dei processi appena visti sulla struttura produttiva e sulla forma<br />
urbana del SMTC genera <strong>un</strong>a serie <strong>di</strong> problemi (vincoli o opport<strong>un</strong>ità)<br />
che si traducono in altrettante “domande” rivolte al de cisore pubblico o<br />
all’investitore privato. Domande d’intervento per cogliere le opport<strong>un</strong>ità,<br />
allentare i vincoli, regolare le contrad<strong>di</strong>zioni.<br />
Agricoltura moderna, sistema moda, industria avanzata recla mano<br />
innovazioni <strong>di</strong> processo, <strong>di</strong> prodotto, <strong>di</strong> forma e quin<strong>di</strong> politi che e strutture<br />
per coniugare ricerca applicata e sviluppo industriale. Ancora l’agricoltura<br />
moderna e, più ancora, il sistema moda ed il tu rismo e, in generale, la<br />
f<strong>un</strong>zione esportatrice del SMTC hanno biso gno <strong>di</strong> servizi promozionali<br />
evoluti, adeguati ai tempi, che vadano oltre le tra<strong>di</strong>zionali manifestazioni<br />
espositive.<br />
E poi, se il sistema sociale non riproduce più spontaneamente le<br />
professionalità e impren<strong>di</strong>torialità necessarie (mentre c’è <strong>un</strong>a neces sità<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 179
lancinante, anche se purtroppo non sempre avvertita, <strong>di</strong> stilisti, <strong>di</strong> designers,<br />
specialisti dell’innovazione, operatori culturali <strong>di</strong> formazione moderna)<br />
è evidente che il sistema esprime <strong>un</strong>a domanda, non più tra<strong>di</strong>zionale, <strong>di</strong><br />
formazione.<br />
La “domanda” <strong>di</strong> innovazione, promozione e formazione è misurabile<br />
anche in termini <strong>di</strong> sotto<strong>di</strong>mensionamento rispetto a sistemi urbani<br />
comparabili della quota, sul totale degli occupati, degli addetti alle attività<br />
terziarie più evolute (<strong>Irpet</strong> 1986).<br />
L’apertura ai mercati extra-regionali (e siamo <strong>di</strong> nuovo a richiamare<br />
export e turismo) è sempre più manifestamente impacciata dalla<br />
ridottissima accessibilità dall’esterno del SMTC: manca <strong>un</strong> aeroporto<br />
degno <strong>di</strong> questo nome nell’area; i collegamenti con la costa, e quin<strong>di</strong> con il<br />
porto e l’aeroporto principali della regione, sono in con<strong>di</strong>zioni inaccettabili;<br />
quelli con il Nord strozzati dal collo <strong>di</strong> bottiglia del va lico appenninico. Il<br />
deficit <strong>di</strong> infrastrutture <strong>di</strong> com<strong>un</strong>icazione e tra sporto ha raggi<strong>un</strong>to livelli <strong>di</strong><br />
guar<strong>di</strong>a: non c’è area <strong>di</strong> comparabile importanza produttiva, mercantile e<br />
turistica in Europa che si trovi in questa situazione.<br />
Il risanamento ambientale degli inse<strong>di</strong>amenti urbani e produttivi, la<br />
provvista <strong>di</strong> spazi modernamente attrezzati e razionalmente loca lizzati<br />
per questi secon<strong>di</strong>, la salvaguar<strong>di</strong>a del patrimonio storico, ar tistico e<br />
culturale (“beni strumentali” per l’industria della cultura e fattori originari<br />
dell’offerta turistica): ecco <strong>un</strong>a serie <strong>di</strong> “domande” che si traducono in<br />
fabbisogni <strong>di</strong> nuovi investimenti in capitale fisso sociale.<br />
La razionalizzazione dell’offerta turistica (equilibrato mix <strong>di</strong> strutture<br />
recettive che mantenga <strong>un</strong>a quota sufficiente delle categorie meno<br />
costose, ma in <strong>un</strong> programma <strong>di</strong> generale innalzamento degli standard dei<br />
servizi); la pianificazione delle localizzazioni produttive e residenziali;<br />
l’arresto della banalizzazione terziaria dei centri storici (con il recupero<br />
delle f<strong>un</strong>zioni produttive compatibili e <strong>di</strong> quelle abitative) costringono a<br />
misurarsi con il problema della ren<strong>di</strong>ta ur bana, per metterla sotto controllo,<br />
spossessarla del ruolo <strong>di</strong> governo surrettizio ma assai efficace dei processi<br />
inse<strong>di</strong>ativi, rendere conve nienti le scelte <strong>di</strong> localizzazione dettate da criteri<br />
<strong>di</strong> f<strong>un</strong>zionalità della macchina urbana.<br />
C’è, infine, e lo si è già detto parlando della città com<strong>un</strong>itaria, <strong>un</strong> deficit<br />
modesto, ma acuto, <strong>di</strong> stock abitativo.<br />
• Le possibili risposte dallo sviluppo a Nord-Ovest<br />
La lista <strong>di</strong> opport<strong>un</strong>ità, vincoli, contrad<strong>di</strong>zioni che si è appena finito <strong>di</strong><br />
stilare trova, sulla carta dei progetti, <strong>un</strong> riscontro quasi p<strong>un</strong> tuale negli<br />
effetti che si attendono dagli sviluppi urbanistici a nord ovest <strong>di</strong> Firenze.<br />
La previsione <strong>di</strong> e<strong>di</strong>fici (presumibilmente razionali) per ospitare attività<br />
come si <strong>di</strong>ce, del “terziario avanzato” può rappresentare <strong>un</strong> incentivo<br />
180 Firenze e il suo sistema metropolitano. Riflessioni su <strong>un</strong>’opport<strong>un</strong>ità mancata
allo sviluppo <strong>di</strong> quelle f<strong>un</strong>zioni <strong>di</strong> ricerca, innovazione, promozione e<br />
formazione <strong>di</strong> cui si avverte acutamente il bisogno.<br />
Le infrastrutture progettate (strade, svincoli, parcheggi, metro politana)<br />
non possono invece che contribuire pochissimo a migliorare accessibilità<br />
del SMTC nei due raccor<strong>di</strong>-chiave con la costa e con il Nord. Possono, al<br />
massimo, incrementare accessibilità terminale periurbana: ma rappresentano<br />
<strong>un</strong> utilissimo apporto alla pervietà in terna costituendo, in ogni caso, <strong>un</strong><br />
aumento netto <strong>di</strong> capitale fisso sociale. Lo stesso effetto su questa dotazione<br />
lo avranno i parchi, il verde attrezzato e le strutture culturali.<br />
A con<strong>di</strong>zione, poi, che il centro espositivo previsto sia non solo <strong>un</strong>a<br />
struttura e<strong>di</strong>lizia, ma <strong>un</strong>a vera e propria impresa fornitrice <strong>di</strong> servizi <strong>di</strong><br />
mercato, ne potrebbe derivare <strong>un</strong> apporto risolutivo per <strong>un</strong> annoso problema<br />
dello sviluppo regionale come quello della promo zione mercantile.<br />
Il centro commerciale integrato e gli alberghi e le case si può immaginare<br />
producano, singolarmente, effetti settoriali importanti (razionalizzazione<br />
del sistema <strong>di</strong>stributivo, impulsi concorrenziali -in quello recettivo,<br />
riattivazione del mercato dell’affitto residenziale) e, congi<strong>un</strong>tamente, <strong>un</strong><br />
effetto forse non decisivo ma certo non trascu rabile sui livelli della ren<strong>di</strong>ta<br />
e sui suoi nefasti effetti.<br />
4. Dubitando delle risposte<br />
• Il caso e la necessità<br />
Gli sviluppi programmati a Nord-Ovest d<strong>un</strong>que, stando a quello che<br />
promettono i progetti, parrebbero poter indurre non pochi effetti positivi<br />
sullo sviluppo <strong>di</strong> Firenze e del suo sistema metropolitano. E ci sarebbero<br />
da aggi<strong>un</strong>gere anche gli effetti economici attesi tanto dall’investimento<br />
e<strong>di</strong>lizio-fon<strong>di</strong>ario quanto dall’entrata in f<strong>un</strong>zione delle attività da localizzare<br />
(<strong>Irpet</strong> 1986).<br />
Ma come, si obietterà, è possibile questa felice sovrapposizione fra<br />
esigenze del sistema ed effetti attesi da sviluppi urbanistici pro gettati,<br />
come si è detto, con la “regola del pollice”? Delle due l’<strong>un</strong>a: o stu<strong>di</strong>,<br />
analisi, previsioni son stati fatti e non resi pubblici, ma hanno orientato<br />
le scelte, oppure la “mente informata” del decisore e dei suoi consiglieri è<br />
in grado <strong>di</strong> compiere sofisticatissime valutazioni che ness<strong>un</strong> modello, per<br />
quanto evoluto, sarà mai in grado <strong>di</strong> simula re. Purtroppo, in questo caso,<br />
tertium datur. Gli stu<strong>di</strong> non ci sono e i valorosi decisori e i loro prestigiosi<br />
consulenti non han condotto al c<strong>un</strong>a sofisticata valutazione.<br />
Spiegazione del paradosso. I problemi del SMTC (<strong>di</strong> Firenze o <strong>di</strong><br />
qualsiasi altro sistema urbano d’<strong>un</strong>a qualche importanza) si chia mano,<br />
ov<strong>un</strong>que, “terziario avanzato”, ricerca, promozione, mercato della casa,<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 181
azionalizzazione della rete <strong>di</strong>stributiva, attività culturali, ecc.. è lo spirito<br />
dei tempi. Che viene percepito a livello <strong>di</strong> senso com<strong>un</strong>e e giustifica, expost,<br />
decisioni che si avvertono, grosso modo, orientate nella <strong>di</strong>rezione<br />
giusta. Ma si tratta, app<strong>un</strong>to, d’<strong>un</strong>a ru<strong>di</strong>mentale corrispondenza qualitativa.<br />
Ma la scelta deve essere de terminata: per settori (quale terziario?), per<br />
quantità (quanti addetti?), per localizzazione (dove questa f<strong>un</strong>zione e dove<br />
l’altra? E perché?), per meccanismo d’induzione (chi genererà le attività<br />
produttrici <strong>di</strong> terziario da localizzare negli spazi previsti?).<br />
Il caso vuole che occorra terziario, promozione, ecc.. Ma la ne cessità<br />
impone la specificazione operativa degli interventi. E non c’è da credere<br />
(almeno a Firenze) che la lentezza esasperante del processo decisionale sia<br />
la manifestazione eloquente d’<strong>un</strong> atteggiamento <strong>di</strong> responsabile prudenza.<br />
Anzi, è legittimo dubitare che le precauzioni che si vanno ricercando siano<br />
tutte e siano quelle giuste. Infatti esi stono motivi per temere che non sia<br />
ancora maturata la necessaria consapevolezza sui presupposti conoscitivi,<br />
sui prerequisiti <strong>di</strong> fatti bilità e sulla strumentazione attuativa che occorrono<br />
per progetti <strong>di</strong> questa portata.<br />
Una breve <strong>di</strong>scussione <strong>di</strong> questi p<strong>un</strong>ti dovrebbe permettere, si crede,<br />
qualche conclusione d’interesse più generale, conformemente alle<br />
intenzioni iniziali.<br />
• Rimuovere l’illusione urbanistica<br />
Il decisore pubblico, in effetti, non sembra consapevole fino in fondo<br />
della crucialità <strong>di</strong> alc<strong>un</strong>i elementi del processo <strong>di</strong> pianificazio ne <strong>di</strong> norma<br />
rischiosamente sottovalutati.<br />
Bisogna anzitutto rimuovere le consolatorie attese generate (a Fi renze,<br />
come altrove) dall’illusione urbanistica. La provvista <strong>di</strong> loca lizzazioni<br />
appropriate e <strong>di</strong> e<strong>di</strong>fici f<strong>un</strong>zionali non basta in alc<strong>un</strong> modo a generare il<br />
terziario avanzato della ricerca, dell’innovazione, della formazione, dei<br />
servizi evoluti alle imprese. E nemmeno basta <strong>un</strong>a sia pur avveniristica<br />
struttura espositiva a generare i servizi sofisticati <strong>di</strong> promozione <strong>di</strong> cui<br />
c’è bisogno.<br />
Anche quando si fosse <strong>di</strong>mostrata la ragionevole esistenza <strong>di</strong> <strong>un</strong>o spazio<br />
economico per lo sviluppo <strong>di</strong> attività terziarie adeguate agli spazi inse<strong>di</strong>ativi<br />
previsti, resterebbero scoperti gli aspetti connessi alle specifiche tipologie<br />
<strong>di</strong> servizi da produrre, in <strong>un</strong>a valutazione comparata delle prospettive <strong>di</strong><br />
domanda e <strong>di</strong> offerta. Più precisamen te: quali sono i servizi alle imprese da<br />
produrre? Quali quelli che po trebbero essere esportati anche al <strong>di</strong> fuori del<br />
sistema economico lo cale? è <strong>di</strong>sponibile l’impren<strong>di</strong>torialità necessaria ed è<br />
provvista dei capitali occorrenti? Il mercato <strong>di</strong> domanda locale è sufficiente<br />
al de collo <strong>di</strong> nuove imprese <strong>di</strong> servizi o gli spazi previsti si limiteranno ad<br />
attirare attività produttive già operanti che vi si rilocalizzano?<br />
182 Firenze e il suo sistema metropolitano. Riflessioni su <strong>un</strong>’opport<strong>un</strong>ità mancata
Anche per quanto riguarda le attività espositive (oggi <strong>di</strong> gran moda)<br />
occorrono valutazioni affidabili circa la stima della domanda potenziale<br />
<strong>di</strong> servizi e delle tipologie <strong>di</strong> f<strong>un</strong>zioni da attivare; bisogna scovare<br />
impren<strong>di</strong>torialità e capitali <strong>di</strong>sponibili; sapendo che non si tratta solo <strong>di</strong><br />
affittare spazi espositivi, ma <strong>di</strong> produrre servizi promo zionali evoluti.<br />
Non c’è, non ci può essere (e lo si viene ripetendo da anni) <strong>un</strong>a via<br />
urbanistico-e<strong>di</strong>lizia all’incremento del terziario avanzato ed allo sviluppo<br />
<strong>di</strong> servizi promozionali (Bianchi 1985). Le soluzioni del problema passano<br />
attraverso l’accertamento delle <strong>di</strong>mensioni <strong>di</strong> mer cato sufficienti al<br />
decollo delle attività e quin<strong>di</strong> al reperimento delle risorse <strong>di</strong> capitali e <strong>di</strong><br />
impren<strong>di</strong>torialità occorrenti per occupare quegli spazi <strong>di</strong> mercato.<br />
• Ricordarsi dei vincoli<br />
Non si può -poi- ignorare il vincolo delle soglie d’impatto. Ci si spiega<br />
subito. Le politiche (investimenti o interventi) non producono effetti<br />
apprezzabili finché non raggi<strong>un</strong>gono quella “massa critica” ol tre la quale<br />
inducono mutazioni nella qualità del sistema su cui si interviene. Ad<br />
esempio, gli investimenti in formazione, promozione, ricerca e sviluppo<br />
attingono i loro effetti solo quando mutano il si stema, rendendolo più<br />
preparato professionalmente, più agguerrito commercialmente, più evoluto<br />
tecnologicamente. Ma se ci si ferma prima della soglia d’impatto, come<br />
quasi sempre si fa, l’investimento è puro spreco. Allora bisogna identificare<br />
questa soglia (Bianchi 1987b).<br />
Anche i margini <strong>di</strong> tempo rappresentano <strong>un</strong> vincolo solo rara mente<br />
valutato. I processi evolutivi dell’economia procedono a <strong>un</strong> loro ritmo,<br />
<strong>di</strong>fficilmente controllabile dalla scala locale: è con questo ritmo che<br />
debbono entrare in sincronia i tempi decisionali ed opera tivi dei progetti,<br />
per evitare che questi producano gli effetti attesi in <strong>un</strong> contesto ra<strong>di</strong>calmente<br />
mutato rispetto a quello nel quale furono pensati (davvero la lezione degli<br />
inse<strong>di</strong>amenti scolastici pensati in pieno baby-boom e realizzati in tempo <strong>di</strong><br />
baby-crack non ha insegnato nulla).<br />
• Stimare ex-ante gli effetti attesi<br />
Non c’è davvero bisogno <strong>di</strong> perorare la causa della in<strong>di</strong>spensa bilità <strong>di</strong> stime<br />
affidabili degli effetti <strong>di</strong>retti, in<strong>di</strong>retti e indotti degli interventi progettati. Il<br />
tema dell’impatto ambientale è ormai entrato a far parte del senso com<strong>un</strong>e,<br />
sia del decisore pubblico che dell’investitore privato: anche se l’etichetta<br />
non <strong>di</strong> rado maschera grossolane giustificazioni ex-post.<br />
Assai meno frequenti (assenti nel caso <strong>di</strong> Firenze) sono invece le<br />
analisi <strong>di</strong> impatto urbano, vale a <strong>di</strong>re dei possibili effetti sul plesso urbano<br />
esistente da parte degli interventi progettati. Per fare alc<strong>un</strong>i esempi: le<br />
nuove residenze calmiereranno davvero il mercato della casa o spingeranno<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 183
all’ulteriore svuotamento del centro storico? La nuova localizzazione delle<br />
attività produttrici <strong>di</strong> servizi genererà qui economie <strong>di</strong> agglomerazione o<br />
f<strong>un</strong>zionerà da moltiplicatore del pro cesso <strong>di</strong> banalizzazione terziaria del<br />
centro storico? Un nuovo mega centro commerciale innescherà <strong>un</strong> processo<br />
<strong>di</strong> razionalizzazione della rete <strong>di</strong>stributiva al dettaglio o non ne promuoverà<br />
piuttosto <strong>un</strong> troppo rapido collasso?<br />
• Attrezzarsi per governare la complessità<br />
Riassumendo: il processo <strong>di</strong> progettazione e <strong>di</strong> attuazione dello sviluppo<br />
a Nord-Ovest <strong>di</strong> Firenze è <strong>di</strong> particolare complessità. Con trollo ed<br />
approvazione dei piani urbanistico-e<strong>di</strong>lizi e dei programmi particolareggiati<br />
<strong>di</strong> attuazione; sorveglianza sulla loro realizzazione; coor<strong>di</strong>namento delle<br />
opere e<strong>di</strong>lizie e <strong>di</strong> quelle connesse all’urbaniz zazione primaria e secondaria<br />
(strade, impianti elettrici, fogne, siste ma telefonico, ecc.); sorveglianza<br />
sulle misure <strong>di</strong> protezione ambien tale; tempificazione adeguata dei gran<strong>di</strong><br />
collegamenti viari e <strong>di</strong> tra sporto; controllo e promozione dei processi <strong>di</strong><br />
localizzazione delle attività e dei loro effetti sul sistema urbano esistente;<br />
attivazione delle iniziative pubbliche e <strong>di</strong> quelle pubblico-private;<br />
pianificazione dei finanziamenti pubblici; negoziazione dei mutui e dei<br />
contributi; loro erogazione, ecc. (Baldeschi 1987). E possibile che questo<br />
com plesso poderoso <strong>di</strong> attività sia sviluppato efficacemente e tempestivamente<br />
con gli apparati or<strong>di</strong>nari della pubblica amministrazione?<br />
Tanto più, si deve aggi<strong>un</strong>gere, che le operazioni cadono sotto l’imperio <strong>di</strong><br />
molteplici autorità: Regione, Com<strong>un</strong>e, Provincia, Stato, Azien de autonome<br />
dello Stato, ecc. Non si può, ragionevolmente non si può, rispondere <strong>di</strong> sì.<br />
Certo, si deve apprezzare che il Com<strong>un</strong>e <strong>di</strong> Firenze abbia incari cato<br />
qualificati esperti <strong>di</strong> stu<strong>di</strong>are la programmazione finanziaria e magari <strong>di</strong><br />
condurre <strong>un</strong>’analisi costi-benefici dell’intero progetto (lrpet 1987). Si sa,<br />
e lo si apprezza, che sono allo stu<strong>di</strong>o formule giuri<strong>di</strong>co-organizzative per<br />
il governo del complesso delle operazioni. E tuttavia non basta. A Firenze,<br />
come altrove.<br />
• Esempi da copiare senza vergogna<br />
Perché (ed è la conclusione vera <strong>di</strong> questo ragionamento, cioè: la<br />
generalizzazione delle lezioni deducibili dall’esperienza fiorentina)<br />
non si può ignorare che operazioni <strong>di</strong> tale portata vengono affrontate<br />
nell’amministrazione locale europea (Francia, Germania e Gran Bre tagna;<br />
per non <strong>di</strong>re <strong>di</strong> Olanda e Svezia, modelli per noi irraggi<strong>un</strong>gi bili) con ben<br />
altro bagaglio <strong>di</strong> conoscenze e con ben più affidabile strumentazione. Non<br />
si tratta <strong>di</strong> <strong>un</strong>a manifestazione <strong>di</strong> esterofilia <strong>un</strong> po’ provincialistica.<br />
Una riprova inoppugnabile <strong>di</strong> questo convincimento l’ha offerta, per<br />
esempio, il seminario sui “Sistemi metropolitani me<strong>di</strong> in Euro pa”, svoltosi<br />
184 Firenze e il suo sistema metropolitano. Riflessioni su <strong>un</strong>’opport<strong>un</strong>ità mancata
a Firenze nel <strong>di</strong>cembre 1986, nel quadro delle manife stazioni dell’anno<br />
europeo della cultura. Ricche <strong>di</strong> insegnamenti per i nostri problemi sono<br />
state le relazioni <strong>di</strong> M. Wegener, “Modelling the life cycle of industrial<br />
cities: a case study of Dortm<strong>un</strong>d” e M. Echenique, “The use of a spatialeconomic<br />
model: Meplan in Cambridgeshire”. Una vasta panoramica dello<br />
stato dell’arte in tema <strong>di</strong> strumenti per l’analisi dei sistemi economicoterritoriali<br />
fu offerta dalla relazione generale <strong>di</strong> C.S. Bertuglia, GA. Rabino<br />
e R. Tadei, “Mutazioni socio-economiche e trasformazioni territoriali:<br />
teorie, modelli e sperimentazioni” (Bertuglia C.S. et al. 1986b).<br />
Le esperienze lì passate in rassegna ci hanno detto che opera zioni <strong>di</strong><br />
sviluppo economico-urbanistico (<strong>di</strong> gran l<strong>un</strong>ga inferiori per <strong>di</strong>mensioni a<br />
quella fiorentina) sono state:<br />
-<br />
supportate da accurati stu<strong>di</strong> <strong>di</strong> fattibilità e <strong>di</strong> impatto economico,<br />
ambientale, urbano (in genere fondati su modelli economico-territoriali<br />
che hanno consentito affidabili simulazioni, cioè l’esplorazione dei<br />
possibili scenari futuri);<br />
- gestite me<strong>di</strong>ante agenzie ad hoc, finanziate e controllate dai pubblici<br />
poteri, ma operanti secondo criteri <strong>di</strong> managerialità im pren<strong>di</strong>toriale.<br />
Per la verità, su iniziativa <strong>di</strong> chi scrive, nel luglio 1986 il Con siglio<br />
com<strong>un</strong>ale <strong>di</strong> Firenze approvò, a conclusione app<strong>un</strong>to del <strong>di</strong> battito sulla<br />
variante Nord-Ovest, <strong>un</strong>a mozione che impegnava la Gi<strong>un</strong>ta a promuovere<br />
gli stu<strong>di</strong> occorrenti per la costruzione <strong>di</strong> <strong>un</strong> modello economico-territoriale<br />
del sistema urbano <strong>di</strong> Firenze. E nel novembre 1987, in sede <strong>di</strong> approvazione<br />
del bilancio preventivo -sempre su iniziativa dello stesso proponente- fu<br />
adottata <strong>un</strong>a varia zione <strong>di</strong> bilancio per finanziare il progetto. Ma -ad oggi,<br />
luglio 1993- non si è ancora mosso nulla.<br />
D<strong>un</strong>que, persiste il <strong>di</strong>vorzio fra conoscenza e decisione pubblica.<br />
Nel caso <strong>di</strong> Firenze la spiegazione prima sta nella mici<strong>di</strong>ale miscela<br />
fra la sicurezza (fondata) degli amministratori pubblici <strong>di</strong> battersi per<br />
<strong>un</strong>a scelta politica giusta (modernizzare il sistema, decongestionare il<br />
centro storico, contrastare la ren<strong>di</strong>ta), la cultura tra<strong>di</strong>zionale degli esperti<br />
urbanistici, la pressione degli interessi privati <strong>di</strong> colossi come la Fiat e<br />
la Fon<strong>di</strong>aria. Altrove può darsi agiscano mix causali <strong>di</strong>versi. Il tratto<br />
<strong>un</strong>ificante, com<strong>un</strong>que, resta quello del limite culturale, che ignora o<br />
sottovaluta: l’intricato reticolo <strong>di</strong> reazioni innescate dalle scelte territoriali;<br />
le potenzialità della strumentazione analitica oggi <strong>di</strong>sponibile; la necessità<br />
<strong>di</strong> modelli organizzativi evoluti per gestire gli interventi.<br />
Le occasioni storiche oggi <strong>di</strong> fronte a molti sistemi urbani e me tropolitani<br />
del nostro Paese rischiano grosso (e con <strong>un</strong> tasso <strong>di</strong> ri schiosità che forse<br />
sfugge al decisore pubblico ma che è certamente ben presente all’investitore<br />
privato che destina notevoli risorse alla previsione ed alla progettazione<br />
e dà vita a specifici organismi ope rativi), e rischiano grosso proprio sul<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 185
terreno della strumentazione: strumenti <strong>di</strong> analisi per la conoscenza<br />
della struttura economico-terri toriale su cui si opera, dei processi che vi<br />
agiscono, dei meccanismi endogeni <strong>di</strong> reazione agli interventi; strumenti <strong>di</strong><br />
ausilio al processo decisionale, per avere <strong>un</strong>’idea dell’evoluzione <strong>di</strong>namica<br />
del sistema e per <strong>un</strong>a valutazione probabilistica degli effetti indotti dalle<br />
politiche, in <strong>un</strong> sistema a molte variabili, rese inter<strong>di</strong>pendenti da relazioni<br />
complesse e guidate da leggi <strong>di</strong> movimento in gran parte fuori dal controllo<br />
sia del decisore pubblico che dell’investitore privato.<br />
Più che superbia intellettuale sarebbe semplice sprovvedutezza<br />
pretendere <strong>di</strong> dominare problemi <strong>di</strong> tale complessità con gli stru menti<br />
elementari del buon senso. Tanto più che “<strong>di</strong>sponiamo <strong>di</strong> strumenti<br />
particolarmente utili per comprendere come vanno le cose nelle città e per<br />
assistere validamente le azioni dei decisori urbani”. E il ritardo nell’uso<br />
<strong>di</strong> tali strumenti “a fronte dei ricorrenti insuccessi delle azioni in campo<br />
urbano, appare grave fonte <strong>di</strong> sprechi” (Bertuglia et al., 1986a).<br />
Riferimenti bibliografici<br />
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territorio piemontese. Stato, trasformazioni in atto e scenari <strong>di</strong> evoluzione”,<br />
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trasformazioni territoriali: teorie, modelli e sperimentazioni, relazione al<br />
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rassegna critica, in M. Bielli e A. La Bella (a cura <strong>di</strong>), Problematiche dei<br />
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Bianchi G., 1982b. “L’Area fiorentina: genesi <strong>di</strong> <strong>un</strong>a formazione metropolitana?”,<br />
Politica e Società, 1.<br />
Bianchi G., 1985. “L’urbanistica ben temperata”, Il Ponte, 5.<br />
Bianchi G., 1987b. Sviluppo locale integrato. Considerazioni e proposte in tema<br />
<strong>di</strong> strumenti analitici, <strong>un</strong>ità territoriali e modelli <strong>di</strong> piano appropriato,<br />
relazione al Seminario Iasm-Ispes “Analisi e prospettive dell’esperienza<br />
Pim” (Roma, 10-11 <strong>di</strong>cembre); ora anche in Iasm-Ispes, I Programmi<br />
Integrati Me<strong>di</strong>terranei; Vol. 1: I fatti dell’economia nell’organizzazione<br />
produttiva del territorio, Iasm-Ispes, Roma, 1990.<br />
Bianchi G., 1987c. Cultura e sviluppo regionale e locale, memoria presentata alla<br />
Conferenza del Consiglio d’Europa su “Cultura e regioni: l’azione culturale<br />
nell’ambito regionale” (Firenze, 14-16 maggio).<br />
186 Firenze e il suo sistema metropolitano. Riflessioni su <strong>un</strong>’opport<strong>un</strong>ità mancata
Bianchi G., 1988. I piani regionali oggi: messaggi politici o atti <strong>di</strong> governo?, Le<br />
Monnier, Firenze.<br />
Bianchi G., Sforzi F., 1984. “Profili economici, territoriali e sociali del sistema<br />
urbano della Toscana centrale”, in AA.VV., Processo <strong>di</strong> urbanizzazione<br />
nell’area Firenze-Prato-Pistoia, documentazione e atti della “Conferenza<br />
per il coor<strong>di</strong>namento della pianificazione territoriale dell’area” (Firenze,<br />
22-24 marzo 1984), La Casa Usher, Firenze.<br />
Bianchi G., Sforzi F., 1987. “Sistemi metropolitani me<strong>di</strong> e multicentrici. Genesi <strong>di</strong><br />
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in Irer-Progetto Milano-Fondazione Agnelli, Il sistema metropolitano<br />
italiano, Franco Angeli, Milano.<br />
Cassigoli R. e Mostar<strong>di</strong>ni M., 1988. Un’idea <strong>di</strong> città per il Duemila, Manzuoli,<br />
Firenze.<br />
Cassigoli R., 1988. “Fiat Fon<strong>di</strong>aria: cronaca <strong>di</strong> <strong>un</strong> cammino <strong>di</strong>fficile”, Il Ponte,<br />
1-2, Firenze.<br />
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fiorentina, Firenze.<br />
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<strong>Irpet</strong>, 1989. Materiali per <strong>un</strong>’interpretazione dello sviluppo economico della<br />
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<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 187
INNOvAZIONE FORMALE E SvILUPPO ECONOMICO IN TOSCANA*<br />
Giuliano Bianchi<br />
1. Premessa: lo sviluppo toscano a <strong>un</strong>a biforcazione<br />
Ci sono delle fasi nella storia dello sviluppo <strong>di</strong> <strong>un</strong> sistema economicoterritoriale<br />
(<strong>un</strong> sistema nazionale, <strong>un</strong> sistema regionale) nelle quali il<br />
sentiero <strong>di</strong> sviluppo fino allora percorso, con accelerazioni o rallentamenti<br />
ma restando sullo stesso sentiero, si biforca. E i due rami conducono a esiti<br />
<strong>di</strong>versi: non necessariamente migliori o peggiori comparativamente, ma<br />
sicuramente <strong>di</strong>versi.<br />
Queste situazioni sono definite, app<strong>un</strong>to, “biforcazioni”, nella teoria dei<br />
sistemi naturali e artificiali, ma non sono ignote nemmeno alla teoria e<br />
alla storia dello sviluppo economico-sociale, come insegnano, ad esempio,<br />
Kuznets (1954), Hirschman (1958), Perroux (1958), Rostow (1960), ecc.<br />
Situazioni del genere si sono presentate anche nella storia contemporanea<br />
delle regioni italiane: «l’impreve<strong>di</strong>bile Toscana ha riserbato, nella sua<br />
storia recente, molte sorprese agli analisti dello sviluppo: si rifiutò <strong>di</strong><br />
decollare, quando tutto induceva a pensare che l’avrebbe fatto, negli anni<br />
attorno all’Unità; si industrializzò, prima alla bell’e meglio, poi sempre<br />
più robustamente, a partire da anni nei quali ness<strong>un</strong>o avrebbe scommesso<br />
<strong>un</strong> centesimo -e sono gli anni del secondo dopoguerra- sulle possibilità<br />
industriali della Toscana» (Bianchi 1986, p. 996).<br />
Proprio nel secondo dopoguerra nasce quel “modello toscano <strong>di</strong> sviluppo”<br />
(Becattini 1975) che è approdato, oggi, a <strong>un</strong>a nuova biforcazione: <strong>di</strong> qui,<br />
verso il declino, magari nelle forme <strong>di</strong> <strong>un</strong> dorato tramonto, <strong>un</strong>a l<strong>un</strong>ga estate<br />
<strong>di</strong> San Martino, non priva, però, <strong>di</strong> tensioni e sofferenze; <strong>di</strong> là, forse, verso<br />
<strong>un</strong>a nuova stagione dello sviluppo, non necessariamente quantitativo, ma<br />
necessariamente <strong>di</strong>verso: <strong>un</strong> mix, probabilmente <strong>di</strong> tra<strong>di</strong>zione e innovazione<br />
che si preferisca, come si dovrebbe, questo secondo ramo della biforcazione,<br />
lo si può imboccare solo a patto <strong>di</strong> non restar prigionieri della nostalgia e <strong>di</strong><br />
non lanciarsi in sconsiderate fughe in avanti.<br />
2. Innovare in Italia: alc<strong>un</strong>i riferimenti teorico-pratici<br />
Ma, prima <strong>di</strong> procedere, sembra opport<strong>un</strong>o rendere esplicite la struttura logica<br />
del ragionamento e la gamma dei riferimenti teorici su cui si fonda il progetto<br />
illustrato in questo testo, cioè il progetto <strong>di</strong> <strong>un</strong> centro per l’innovazione<br />
* Testo contenuto in Mucci E. (a cura <strong>di</strong>) (1994), Design 2000, Franco Angeli, Milano (pp. 23-55).<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 189
formale, come parte integrante della strategia della Regione Toscana per il<br />
sostegno alla <strong>di</strong>ffusione dell’innovazione nel sistema toscano.<br />
Il ragionamento prende le mosse dall’attuale fase dello sviluppo<br />
regionale, caratterizzabile come “maturità precoce” (nel senso più sotto<br />
specificato: cfr. Bianchi 1986), da cui il sistema regionale sembra poter<br />
uscire, o verso il declino o verso <strong>un</strong> nuovo modello <strong>di</strong> sviluppo. Da qui<br />
la necessità non solo <strong>di</strong> intendere bene caratteri e leggi <strong>di</strong> movimento<br />
del modello fin qui operante, ma anche <strong>di</strong> “prevederne” le evoluzioni<br />
potenzialmente possibili, tenuto conto delle determinanti <strong>di</strong> l<strong>un</strong>go periodo<br />
del sistema regionale (Mori 1967, 1986). Diventa cruciale, perciò, la<br />
ricognizione delle risorse endogene mobilitabili e delle opport<strong>un</strong>ità<br />
offerte dalle presumibili evoluzioni tendenziali dei sistemi nazionali e<br />
internazionali, in cui quello regionale è inscritto.<br />
Ora, nel quadro delle risorse endogene si riconosce l’esistenza <strong>di</strong><br />
significative agglomerazioni <strong>di</strong> ricerca d’eccellenza e d’industria ad<br />
alta tecnologia, entrambe profondamente ra<strong>di</strong>cate nella tra<strong>di</strong>zione<br />
e intrìnsecamente connesse al vettore fondamentale dello sviluppo<br />
contemporaneo, cioè al circuito scienza-tecnologia-innovazione. L’asse<br />
strategico <strong>di</strong>venta, allora, l’alimentazione del circuito e la <strong>di</strong>ffusione degli<br />
impulsi innovativi del sistema regionale.<br />
Ma le politiche per l’innovazione debbono, necessariamente, esser parte<br />
<strong>di</strong> <strong>un</strong>a politica integrata <strong>di</strong> sviluppo, che sfrutti tutte le connessioni possibili,<br />
nel sistema e del sistema con l’esterno, secondo la lezione <strong>di</strong> Hirschman<br />
(1958, 1987). La valorizzazione delle connessioni (ad es.: ricerca/industria<br />
hi-tech; industria hig-tech/industria tra<strong>di</strong>zionale; industria/altre attività)<br />
implica comportamenti consentanei da parte degli attori interessati: ruolo<br />
non solo “aziendalistico” tra<strong>di</strong>zionale dell’impresa (Demsetz, 1988),<br />
l<strong>un</strong>gimiranza e tempestività del decisore pubblico (Sweeny, 1987) e<br />
comportamenti innovativi degli interessi sociali organizzati (organizzazioni<br />
<strong>di</strong> categoria degli impren<strong>di</strong>tori e dei lavoratori). Qui si annida <strong>un</strong>a risorsa<br />
<strong>di</strong> sviluppo finora assai scarsamente valorizzata: <strong>un</strong> ruolo pubblicosociale<br />
degli interessi privati (come partners del processo decisionale<br />
pubblico e della sua implementazione), sulla linea del brillante approccio<br />
analitico-propositivo del “neo-corporatismo”. E siamo al passaggio fra<br />
l’elaborazione tecnico-scientifica e il dominio del policy making. Un<br />
piano è sempre, nelle sue fasi <strong>di</strong> elaborazione, attuazione e controllo, <strong>un</strong><br />
processo inelu<strong>di</strong>bilmente politico. E lo è tanto più quando, come nel caso<br />
del progetto qui in <strong>di</strong>scussione, la sua praticabilità <strong>di</strong>pende largamente<br />
(come si vedrà fra poco) dalle scelte politiche sui destini delle imprese<br />
che costituiscono il sistema industriale hi-tech dell’area. Torna opport<strong>un</strong>a,<br />
d<strong>un</strong>que, <strong>un</strong>a riflessione <strong>di</strong> policy analysis, utile a introdurre elementi <strong>di</strong><br />
“razionalità valutabile” nel processo decisionale pubblico.<br />
190 Innovazione formale e sviluppo economico in Toscana
Il progetto, insomma, consiste d’<strong>un</strong>a duplice scommessa: la prima<br />
sulla probabilità <strong>di</strong> scelte giuste e tempestive a livello politico nazionale:<br />
la seconda sulla capacita degli attori locali <strong>di</strong> mobilitare il potenziale<br />
endogeno <strong>di</strong> creatività, sia nella sua forma dì “ambiente innovativo” che in<br />
quella <strong>di</strong> “capacità innovativa <strong>di</strong>ffusa”.<br />
Si confessa, in tutta sincerità, che <strong>un</strong> progetto mirato sull’alta tecnologia<br />
è inevitabilmente intriso <strong>di</strong> fiducia nel progresso. Una fiducia che, resi<br />
avvertiti da Lasch (1992), non si esprime più nell’aspettativa (<strong>un</strong> po’ mistica<br />
e molto ingenua) del “para<strong>di</strong>so in terra”. No, qui la fiducia, senza indulgere<br />
a nostalgie né cedere a suggestioni futuribili come si <strong>di</strong>ceva più sopra, va<br />
ad <strong>un</strong>’opzione realistica, affidata alla capacità della gente <strong>di</strong> Firenze e <strong>di</strong><br />
Toscana, anche se -purtroppo?- <strong>di</strong>pendente dalla gente <strong>di</strong> Roma.<br />
3. Innovazione tecnologica e innovazione formale<br />
Pochi oggi dubitano che la vitalità <strong>di</strong> <strong>un</strong>’impresa (nel senso <strong>di</strong> capacità<br />
e competizione) o <strong>di</strong> <strong>un</strong> sistema economico (nel senso <strong>di</strong> potenzialità<br />
<strong>di</strong> sviluppo) <strong>di</strong>pendano dalla capacità <strong>di</strong> stare al passo con i processi<br />
dell’innovazione.<br />
Non sempre, tuttavia, si tiene presente che oltre all’innovazione<br />
tecnologica (<strong>di</strong> prodotto o <strong>di</strong> processo) ci sono altri tipi <strong>di</strong> innovazione,<br />
ugualmente cruciali:<br />
- innovazione organizzativa, nella struttura aziendale e nel processo<br />
produttivo;<br />
- innovazione finanziaria, nel rapporto con il mercato dei capitali;<br />
- innovazione <strong>di</strong> mercato, nelle forme della <strong>di</strong>stribuzione e della ven<strong>di</strong>ta<br />
finale, ecc..<br />
E c’è anche, ma non infine, l’innovazione formale, quella, cioè, del<br />
mutamento <strong>di</strong> forma del prodotto, anche per prodotti e processi produttivi<br />
immutati. L’innovazione formale è decisiva in campi produttivi come<br />
quelli della moda e dei beni ad elevato contenuto <strong>di</strong> design (arredamento,<br />
accessori per la casa, articoli da regalo, ecc.).<br />
Qui l’innovazione <strong>di</strong>pende molto meno da fattori ingegneristici, come<br />
è nel caso dell’innovazione tecnologica, e assai più da fattori intangibili<br />
come la creatività e il gusto, parenti stretti dell’ideazione artistica.<br />
La Toscana è indubbiamente <strong>un</strong> polo nazionale e mon<strong>di</strong>ale della moda,<br />
rappresentando <strong>un</strong> 15% dell’occupazione nazionale del settore; <strong>un</strong> terzo<br />
circa dei lavoratori dell’industria manifatturiera sono occupati nel “sistema<br />
moda” in senso stretto (tessile, abbigliamento, cuoio e pelli, calzature) che<br />
alimenta quasi la metà <strong>di</strong> tutta l’esportazione regionale e all’incirca <strong>un</strong><br />
quarto dell’esportazione nazionale del settore. Meno specializzata nel campo<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 191
dell’arredamento, la Toscana appartiene pur sempre alla famiglia delle<br />
regioni mobiliere, coprendo il 10% dell’occupazione nazionale del settore.<br />
Polo della moda e importante nell’industria dell’arredamento, tuttavia<br />
la Toscana non ha generato ness<strong>un</strong>a delle innovazioni formali veramente<br />
importanti <strong>di</strong> questo dopoguerra:<br />
- né l’abbigliamento casual, né la minigonna, né le scarpe da tempo<br />
libero, nel campo della moda;<br />
-<br />
né il mobile componibile, né quello a pannelli assemblagli, nel campo<br />
dell’arredamento.<br />
Tutta concentrata sul produrre, sfruttando la versatilità della sua<br />
manodopera e la ben nota flessibilità delle sue piccole imprese, l’industria<br />
toscana è rimasta, in gran parte e sostanzialmente, esclusa dalle fasi a<br />
monte (progettare) e a valle (vendere) della fase <strong>di</strong>rettamente produttiva.<br />
La progettazione (come stilismo o come design) e, quin<strong>di</strong>, l’innovazione<br />
formale, è rimasta, al pari del controllo dei mercati, nelle mani dei buyers<br />
o delle marche affermate del nord-Italia e d’oltre confine.<br />
• L’innovazione del modello toscano <strong>di</strong> sviluppo<br />
Eppure <strong>un</strong>a grande innovazione, a suo modo rivoluzionaria, l’industria<br />
toscana l’ha prodotta: quella del modello organizzativo della sua produzione,<br />
per sistemi territoriali <strong>di</strong> piccole imprese specializzate per prodotto o fasi<br />
<strong>di</strong> processo: l’area tessile pratese, il comprensorio del cuoio e delle pelli,<br />
le aree specializzate del mobile e dell’abbigliamento, ecc. In questi sistemi<br />
locali <strong>di</strong> piccola impresa, in alc<strong>un</strong>i casi veri e propri “<strong>di</strong>stretti industriali”,<br />
si sono raggi<strong>un</strong>ti livelli apprezzabili <strong>di</strong> efficienza economica e anche <strong>di</strong><br />
relativa efficacia sociale.<br />
I processi produttivi, più fondati sul lavoro che sulle macchine,<br />
consentivano elevati livelli d’elasticità, cioè <strong>di</strong> tempestivo adattamento alle<br />
variazioni quantitative della domanda, aumentando o <strong>di</strong>minuendo il lavoro,<br />
talvolta irregolare, occupato. La versatilità della manodopera, poi, permetteva<br />
<strong>un</strong>’alta flessibilità, cioè <strong>un</strong> pronto adeguamento ai mutamenti qualitativi della<br />
domanda. Le famiglie, dal canto loro, assicuravano <strong>un</strong>’adeguata trasmissione<br />
dei saperi professionali e manageriali, garantendo la riproduzione della<br />
forza-lavoro e dell’impren<strong>di</strong>torialità. L’ambiente si era conformato alle<br />
esigenze dell’attività produttiva dominante, con la specializzazione delle<br />
f<strong>un</strong>zioni bancarie, dell’interme<strong>di</strong>azione, del trasporto. Per <strong>di</strong> più, <strong>un</strong>’oculata<br />
regolazione dei conflitti, me<strong>di</strong>ata dall’ente locale, in genere attento a fornire<br />
servizi <strong>di</strong> buon livello, garantiva <strong>un</strong>a relativa serenità sociale.<br />
Il<br />
• modello in <strong>di</strong>fficoltà<br />
Ma oggi questo modello è in <strong>di</strong>fficoltà (lo si è accennato all’inizio), anche se<br />
non in crisi irreversibile, <strong>di</strong> fronte alle sfide della transizione post-industriale.<br />
192 Innovazione formale e sviluppo economico in Toscana
L’accresciuta vigilanza del sindacato e la sensibilità ambientalista non<br />
consentono più i “vantaggi” del lavoro irregolare e dell’inquinamento<br />
strisciante senza costo. La famiglia non ce la fa più a preparare i profili<br />
professionali e le competenze manageriali oggi occorrenti.<br />
I processi produttivi sono più capital intensive e meno labour intensive<br />
<strong>di</strong> <strong>un</strong> tempo e quin<strong>di</strong> si riducono i margini d’elasticità, peraltro contrastati,<br />
come s’è detto, dalla minore facilità <strong>di</strong> ricorrere al lavoro sommerso.<br />
Inoltre la flessibilità dei processi non è più <strong>un</strong>a prerogativa esclusiva<br />
della piccola impresa, dato che l’automazione consente anche - e soprattutto<br />
- alla grande <strong>di</strong> praticare la specializzazione flessibile, fino al limite del just<br />
in time.<br />
Ed è la grande impresa che può oggi affrontare meglio la sfida<br />
dell’innovazione per quanto riguarda sia le applicazioni della ricerca<br />
tecnologica, che la formazione specialistica e il controllo dei mercati.<br />
Ricerca, promozione, formazione sono i nuovi fattori d’efficienza<br />
dell’ambiente in cui l’impresa opera e i veri terreni su cui si gioca la sfida<br />
della competizione internazionale e interregionale.<br />
E sono tutti terreni particolarmente scomo<strong>di</strong> per i sistemi <strong>di</strong> piccole<br />
imprese come quelli su cui si basa l’economia toscana.<br />
• Tentativi <strong>di</strong> fronteggiare la sfida post-industriale<br />
Da qui il proliferare <strong>di</strong> iniziative, promosse da Regione, enti locali,<br />
associazioni <strong>di</strong> categoria, ecc., per tentar <strong>di</strong> corrispondere ai nuovi<br />
fabbisogni <strong>di</strong> formazione e per stimolare la promozione delle ven<strong>di</strong>te delle<br />
produzioni regionali sul mercato nazionale e internazionale. Non tutte le<br />
iniziative hanno, forse, la capacità d’impatto che sarebbe necessaria, ma<br />
qualcosa si muove: i problemi sono ormai acutamente avvertiti.<br />
Anche nel campo dell’innovazione tecnologica si assiste a tentativi <strong>di</strong><br />
vario tipo, se è vero che si contano in Toscana <strong>un</strong>a cinquantina <strong>di</strong> centri,<br />
istituti, consorzi, ecc., che si occupano (o dovrebbero occuparsi) <strong>di</strong><br />
promuovere, stimolare, <strong>di</strong>ffondere l’innovazione tecnologica e, com<strong>un</strong>que,<br />
l’adeguamento tecnologico dei prodotti e dei processi <strong>di</strong> produzione.<br />
Ma qui i risultati sono più incerti. Vi ostano barriere economiche (la<br />
scarsità <strong>di</strong> capitali della piccola impresa) e barriere culturali (la resistenza<br />
al cambiamento). Inoltre la frammentazione delle iniziative solo raramente,<br />
forse mai, consente <strong>di</strong> superare quella “soglia critica” oltre la quale il<br />
sistema produttivo locale muta davvero la sua qualità tecnologica.<br />
Ma la numerosità delle iniziative documenta che si è consapevoli della<br />
crucialità <strong>di</strong> questo problema e non mancano propositi <strong>di</strong> imprimere <strong>un</strong><br />
impulso alle politiche regionali e locali per l’innovazione tecnologica.<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 193
• Un rischio: l’assenza <strong>di</strong> iniziative per l’innovazione formale<br />
Nulla <strong>di</strong> tutto questo esiste invece nel campo dell’innovazione formale.<br />
Eppure è proprio sul terreno della progettazione dei prodotti, soprattutto <strong>di</strong><br />
quelli ad elevato contenuto d’immagine, che si gioca sempre più la sfida<br />
della competizione e del controllo dei mercati. Non a caso la grande impresa,<br />
soprattutto nei settori della moda e dell’arredamento, mantiene il più fermo<br />
controllo sulle fasi <strong>di</strong> progettazione e <strong>di</strong> commercializzazione. Caso mai si<br />
decentrano le fasi della produzione materiale: ma il cervello dell’ideazione<br />
(e della sua promozione pubblicitaria) resta sotto controllo. Così, la piccola<br />
impresa <strong>di</strong>venta l’anonimo produttore <strong>di</strong> beni progettati altrove e venduti da<br />
altri, <strong>un</strong> grande bisogno d’innovazione formale. Ed è <strong>un</strong> bisogno in larga<br />
misura insod<strong>di</strong>sfatto, soprattutto nel campo del design più che in quello della<br />
moda, ove non mancano stilisti affermati, centri specializzati, prestigiose<br />
manifestazioni, <strong>un</strong> attivo Politecnico Internazionale della moda.<br />
E allora i nostri produttori, se non vogliono restare anonimi fabbricanti<br />
né possono permettersi consulenze <strong>di</strong> grido, non hanno altra strada che<br />
quella del design prodotto in casa, talvolta efficace ma per lo più con<br />
precarie prospettive.<br />
C’è bisogno, d<strong>un</strong>que, <strong>di</strong> <strong>un</strong>’iniziativa permanente che identifichi i bisogni<br />
<strong>di</strong> design della piccola impresa e li proponga ai produttori d’innovazione<br />
formale.<br />
4. Una politica regionale per l’innovazione formale<br />
• Un ponte fra domanda e offerta <strong>di</strong> design<br />
Il campo d’intervento potenziale è vastissimo e comporta implicazioni<br />
d’or<strong>di</strong>ne d’intervento socio-culturale <strong>di</strong> grande rilievo, soprattutto se si<br />
pensa al designer non come al futile produttore <strong>di</strong> nuove forme gratuite e<br />
capricciose.<br />
L<strong>un</strong>go questa prospettiva si può cogliere oggi <strong>un</strong>a novità <strong>di</strong> rilievo<br />
nell’in<strong>di</strong>cazione, contenuta nel Programma regionale <strong>di</strong> sviluppo 1992-<br />
94 della Regione Toscana, <strong>di</strong> favorire e <strong>di</strong> promuovere iniziative mirate,<br />
app<strong>un</strong>to, all’esigenza <strong>di</strong> <strong>di</strong>ffondere l’innovazione formale.<br />
Il Programma regionale <strong>di</strong> sviluppo (Prs) identifica, infatti, la<br />
necessità <strong>di</strong>: «investire decisamente nel campo della ricerca, della<br />
formazione e del trasferimento dell’innovazione formale (design e<br />
styling), oggi macroscopicamente sotto<strong>di</strong>mensionato non solo rispetto alle<br />
potenzialità <strong>di</strong> settori utenti (sistemi della moda e della casa-arredamento,<br />
principalmente) ma perfino rispetto agli standard <strong>di</strong> altre regioni italiane<br />
a minore specializzazione settoriale, per non <strong>di</strong>re degli standard correnti<br />
nelle regioni europee assimilabili».<br />
194 Innovazione formale e sviluppo economico in Toscana
Da questa in<strong>di</strong>cazione del Prs è derivata la decisione <strong>di</strong> includere nel<br />
programma-obiettivo “Impresa” <strong>un</strong> Progetto Artigianato, che ipotizza,<br />
fra gli altri interventi, <strong>un</strong>a possibile iniziativa nel campo, app<strong>un</strong>to,<br />
dell’innovazione formale.<br />
Nella fiducia che questo suggerimento possa aderire all’in<strong>di</strong>cazione<br />
della programmazione regionale ed essere raccolto dalle istituzioni e<br />
dagli operatori interessati, si fornisce <strong>un</strong>a sommaria illustrazione dei<br />
principali caratteri organizzativi e f<strong>un</strong>zionali <strong>di</strong> <strong>un</strong>a politica regionale per<br />
l’innovazione formale.<br />
•<br />
Lineamenti <strong>di</strong> <strong>un</strong>a possibile politica regionale per l’innovazione<br />
formale<br />
Gli obiettivi. Il design può agire come interlocutore simultaneo a dei<br />
bisogni del consumatore, delle esigenze dei produttori, delle potenzialità<br />
innovative della tecnologia, del rinnovamento formale e f<strong>un</strong>zionale delle<br />
produzioni. L’accesso a questa forma <strong>di</strong> innovazione non è facile per <strong>un</strong><br />
tessuto produttivo <strong>di</strong> piccole imprese. Una politica regionale per il design<br />
potrebbe agire come interprete dei bisogni <strong>di</strong> innovazione formale e<br />
promotore <strong>di</strong> adeguate risposte progettuali non limitate alla sola fase <strong>di</strong><br />
progettazione in senso stretto.<br />
Le f<strong>un</strong>zioni. Le f<strong>un</strong>zioni corrispondenti alla domanda esplicita o implicita<br />
<strong>di</strong> innovazione formale possono essere identificate, in via preliminare,<br />
nelle seguenti:<br />
a. stimolare la sensibilità dei produttori verso l’innovazione formale<br />
me<strong>di</strong>ante pubblicazioni, seminari, attività informative, mostre;<br />
b. attivare l’interesse dei designers verso i problemi specifici della piccola<br />
impresa toscana;<br />
c. valutare le esigenze <strong>di</strong> imprese, gruppi <strong>di</strong> imprese, aree produttive,<br />
settori specifici, proponendo le soluzioni più opport<strong>un</strong>e tramite progetti<br />
elaborati in rapporto con i produttori e col concorso <strong>di</strong> tecnologi,<br />
economisti, specialisti <strong>di</strong> marketing;<br />
d. costituire <strong>un</strong>a banca dati dell’innovazione formale a scala internazionale<br />
e renderla <strong>di</strong>sponibile per l’utenza;<br />
e. proporre alle imprese progetti elaborati autonomamente;<br />
f. assistere le imprese nello sviluppo operativo del progetto, fino al prototipo,<br />
alla valutazione economica e tecnologica, alla commercializzazione;<br />
g. costituire <strong>un</strong>a rete <strong>di</strong> consulenti per le competenze da accompagnare<br />
a quelle specifiche dell’innovazione formale (analisi economica, <strong>di</strong><br />
mercato, aziendale; valutazione tecnologica; tecniche promozionali e<br />
<strong>di</strong> lancio dei prodotti, ecc.);<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 195
h. offrire opport<strong>un</strong>ità professionali a giovani designers e occasioni <strong>di</strong><br />
sperimentazione alle imprese;<br />
i. valorizzare il design toscano, in termini <strong>di</strong> identità culturale regionale.<br />
La struttura organizzativa. Le forme nelle quali potrebbe esplicitarsi <strong>un</strong>a<br />
politica per la promozione del design fra le piccole imprese toscane sono<br />
molteplici. E <strong>di</strong>verse potrebbero essere le formule organizzative. Queste<br />
qui brevemente descritte rappresentano solo <strong>un</strong>’idea <strong>di</strong> larga massima,<br />
che potrebbe essere sviluppata fino al livello <strong>di</strong> <strong>un</strong> vero e proprio progetto<br />
<strong>di</strong> fattibilità, sulla base <strong>di</strong> <strong>un</strong>a consultazione preliminare <strong>di</strong> aziende,<br />
organizzazioni <strong>di</strong> categoria e istituzioni, tenendo presenti alc<strong>un</strong>e esperienze<br />
maturate all’estero in questo campo.<br />
Si ipotizzano qui tre <strong>di</strong>stinte soluzioni, in or<strong>di</strong>ne crescente <strong>di</strong><br />
complessità:<br />
1. <strong>un</strong>a convenzione fra Regione, associazioni <strong>di</strong> categoria e strutture<br />
toscane <strong>di</strong> formazione e ricerca operanti nel campo dell’innovazione<br />
formale per garantire <strong>un</strong> accesso agevolato alle prestazioni da parte<br />
delle piccole imprese, in particolare <strong>di</strong> quelle artigiane, e per realizzare<br />
le f<strong>un</strong>zioni <strong>di</strong> cui ai p<strong>un</strong>ti a-h <strong>di</strong> qui sopra in<strong>di</strong>cate;<br />
2. attivare <strong>un</strong>a o più “agenzie”, presso associazioni o enti locali (ad es.<br />
Province), col ruolo <strong>di</strong> operare come interfaccia fra domanda e offerta<br />
<strong>di</strong> innovazione formale sempre ai fini delle f<strong>un</strong>zioni predette;<br />
3. costituire <strong>un</strong> vero e proprio centro per l’innovazione formale in grado <strong>di</strong><br />
svolgere anche <strong>di</strong>rettamente alc<strong>un</strong>e f<strong>un</strong>zioni in<strong>di</strong>viduate.<br />
Le tre soluzioni potrebbero essere anche considerate, invece che alternative,<br />
come passi successivi <strong>di</strong> <strong>un</strong> processo graduale del tipo sperimentazionecorrezione-consolidamento-sviluppo-nuova<br />
sperimentazione, ecc..<br />
Si illustra, ad esempio, la soluzione organizzativa per l’ipotesi più<br />
complessa, cioè la (e).<br />
In linea <strong>di</strong> massima il Centro, governato da <strong>un</strong> consiglio <strong>di</strong><br />
amministrazione (composto dai rappresentanti degli enti e degli organismi<br />
partecipanti e guidato da <strong>un</strong> <strong>di</strong>rettore specialista), potrebbe articolarsi in<br />
quattro <strong>di</strong>partimenti e <strong>un</strong> ufficio segreteria-amministrazione:<br />
1. Dipartimento progettazione, formato da <strong>un</strong> nucleo <strong>di</strong> designers interni,<br />
che si organizza per gruppi <strong>di</strong> lavoro, eventualmente integrati da apporti<br />
esterni, per i singoli progetti;<br />
2. Dipartimento documentazione, per la gestione dell’archivio progetti,<br />
della biblioteca-emeroteca, della banca dati, come supporto alla<br />
progettazione interna e servizio reso all’utenza;<br />
3. Dipartimento relazioni esterne, per le pubblicazioni, la storia del design,<br />
le relazioni pubbliche, le attività informative e seminariali;<br />
196 Innovazione formale e sviluppo economico in Toscana
4. Dipartimento assistenza operativa, per lo sviluppo pratico dei progetti,<br />
in collaborazione con tecnologi, modellisti, esperti <strong>di</strong> Cad, grafici, ecc..<br />
Il Centro potrebbe avere la forma <strong>di</strong> fondazione o <strong>di</strong> società per azioni, con<br />
la partecipazione <strong>di</strong> Regione, enti locali, associazioni <strong>di</strong> categoria, banche.<br />
Il finanziamento dovrebbe essere assicurato da contributi annuali dei<br />
partecipanti, oltre che dai proventi dei progetti realizzati o com<strong>un</strong>que<br />
forniti alle imprese, associazioni, ecc..<br />
La scelta delle soluzioni è largamente con<strong>di</strong>zionata dalle possibili<br />
conclusioni <strong>di</strong> <strong>un</strong> Progetto <strong>di</strong> fattibilità, la cui redazione preliminare è stata<br />
affidata ai responsabili delle due principali istituzioni operanti in Toscana:<br />
la scuola <strong>di</strong> specializzazione in <strong>di</strong>segno industriale presso la facoltà <strong>di</strong><br />
architettura <strong>di</strong> Firenze e l’Istituto superiore per le industrie artistiche.<br />
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<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 197
REQUIEM PER LA TERZA ITALIA? SISTEMI TERRITORIALI DI PICCOLA<br />
IMPRESA E TRANSIZIONE POSTINDUSTRIALE*<br />
Giuliano Bianchi<br />
1. Introduzione: la l<strong>un</strong>ga controversia<br />
• Le «tre Italie»...<br />
Scrivevamo nel 1984: «lo sviluppo della cosiddetta Terza Italia ha costituito<br />
<strong>un</strong>a sorpresa per tutti; clamorosa (e penosa) per gli econo misti <strong>di</strong> professione,<br />
ma non molto minore, pensiamo, per i sociolo gi, i geografi e, infine, i politici<br />
pratici, tributari, questi ultimi, cultu ralmente parlando, delle categorie<br />
precedenti e <strong>di</strong> altre ancora» (Becattini e Bianchi 1984, ora anche in Becattini<br />
1987, p. 169). L’affer mazione è <strong>di</strong> quelle poco <strong>di</strong>scutibili, coincidendo in<br />
larga misura con <strong>un</strong>a semplice constatazione. Resta, com<strong>un</strong>que, il fatto che<br />
c’è voluta <strong>un</strong>a <strong>di</strong>sputa durata circa <strong>un</strong> quin<strong>di</strong>cennio perché fosse accertata<br />
(ed accettata) l’esistenza <strong>di</strong> <strong>un</strong>a «Terza Italia» (le regioni centro-nord<br />
orientali) che cresceva, malgrado l’assenza dei pre-requisiti standard,<br />
più velocemente delle regioni <strong>di</strong> antica industrializzazione, mentre la<br />
crescita stentava a manifestarsi nelle regioni meri<strong>di</strong>onali, malgrado i<br />
massicci investimenti pubblici. A conclusione della l<strong>un</strong> ga controversia si<br />
è, infine, gi<strong>un</strong>ti (come è noto, tra la fine degli an ni ‘70 e la prima metà<br />
degli anni ‘80) al superamento dello schema dualistico nell’analisi della<br />
<strong>di</strong>fferenziazione multiregionale dello svi luppo italiano contemporaneo e,<br />
quin<strong>di</strong>, al riconoscimento, prima contrastato poi pressoché pacifico, che<br />
tale sviluppo aveva specifica to tre <strong>di</strong>stinte formazioni geoeconomiche,<br />
variamente definite ma com<strong>un</strong>que identificabili con locuzioni quali<br />
«economia centrale», «economia marginale», «economia periferica».<br />
Non senza qualche violenza, imposta da ragioni <strong>di</strong> brevità, alla fi nezza<br />
interpretativa degli autori chiamati in causa, si può riassumere la sistemazione<br />
concettuale <strong>di</strong> queste fenomenologie dello sviluppo italiano nei termini<br />
proposti, rispettivamente, da Bagnasco (1977), Goglio (1982), Fuà (1983).<br />
Bagnasco contrappone alla tra<strong>di</strong>zionale <strong>di</strong>cotomia nord-sud <strong>un</strong>’immagine<br />
dell’Italia <strong>di</strong>visa in tre gran<strong>di</strong> aree territoriali: l’area <strong>di</strong> nord-ovest, sede della<br />
grande impresa, denominata economia centrale; le regioni centro-nordorientali,<br />
caratterizzate dalla picco la impresa e definite, nel loro complesso,<br />
economia periferica; il meri<strong>di</strong>one, l’area, cioè, del sottosviluppo relativo,<br />
qualificata come economia marginale. La critica del modello dualistico prende<br />
le mosse in Bagnasco dai risultati <strong>di</strong> due filoni <strong>di</strong> indagine, mercato del lavoro e<br />
* Testo contenuto in Garofoli G. e Mazzoni R. (a cura <strong>di</strong>) (1994), Sistemi produttivi locali: struttura e<br />
trasformazione, Franco Angeli, Milano, pp. 59-90.<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 199
decentramento produttivo, molto coltivati durante gli anni ‘70, che mettevano<br />
in <strong>di</strong>scussione, app<strong>un</strong>to, la capacità espli cativa dello schema dualistico. Da<br />
qui l’autore procede ad <strong>un</strong>a serie <strong>di</strong> riscontri empirici, che confermano il<br />
carattere <strong>di</strong> perifericità dell’economia delle regioni centro-nord-orientali, nel<br />
senso che, ri spetto al nord-ovest, l’intensità <strong>di</strong> capitale, la produttività per<br />
ad detto ed il costo <strong>un</strong>itario <strong>di</strong> lavoro assumono qui valori sistematica mente<br />
più bassi. Ciò, tuttavia, non aveva impe<strong>di</strong>to, anzi aveva per messo, che le<br />
regioni dell’economia periferica avessero registrato <strong>un</strong> significativo processo<br />
<strong>di</strong> sviluppo, provato da numerosi in<strong>di</strong>ca tori: la riduzione degli occupati<br />
nell’agricoltura; l’incremento degli addetti nell’industria manifatturiera;<br />
la crescita della popolazione residente; l’aumento dell’apporto al prodotto<br />
lordo industriale del Paese. è la piccola impresa, l’agente <strong>di</strong>namico dello<br />
sviluppo della Terza Italia. Ma non tutte le piccole imprese -<strong>di</strong>ce Bagnasco-<br />
so no uguali, dato che si <strong>di</strong>fferenziano, secondo le logiche che ne spie gano<br />
la presenza anche in <strong>un</strong>’economia moderna: la logica residua le, da cui<br />
ripete l’esistenza la piccola impresa inefficiente, che so pravvive per ragioni<br />
economiche o politiche ma com<strong>un</strong>que transito rie; la logica della <strong>di</strong>visione<br />
internazionale del lavoro, che spiega la proliferazione delle piccole imprese<br />
con produzioni tra<strong>di</strong>zionali ad alta intensità <strong>di</strong> lavoro; la logica <strong>di</strong>ffusiva,<br />
che si esprime nella pic cola impresa nata dal decentramento produttivo della<br />
grande so stanzialmente, anche se non esclusivamente, come risposta alle lotte<br />
sindacali della fine degli anni ‘70.<br />
La concettualizzazione socio-economica <strong>di</strong> Bagnasco è integrata da<br />
quella, <strong>di</strong>ciamo, «microeconomica» <strong>di</strong> Goglio, che introduce, a fronte della<br />
<strong>di</strong>stinzione piccola impresa/grande impresa, la più per spicua (e non sempre<br />
coincidente) <strong>di</strong>fferenziazione fra impresa cen trale e impresa periferica, basata<br />
sulla capacità <strong>di</strong> controllo del progresso tecnico e delle sue applicazioni<br />
innovative. La piccola impre sa, così, non è più <strong>un</strong> aggregato in<strong>di</strong>stinto, ma<br />
può essere classifica ta, secondo il grado <strong>di</strong> autonomia rispetto alla grande, in:<br />
piccola impresa marginale, che copre le frange del mercato trascurate dalla<br />
grande impresa; piccola impresa periferica, che produce essenzial mente beni<br />
tra<strong>di</strong>zionali con scarsa intensità <strong>di</strong> capitale, alta flessibi lità e bassi costi <strong>di</strong><br />
lavoro, che le permettono <strong>di</strong> scomporre il ciclo produttivo e <strong>di</strong> fronteggiare<br />
così <strong>un</strong>a domanda assai mutevole; pic cola impresa satellite, che opera nello<br />
spazio economico dell’indotto polarizzato intorno ad <strong>un</strong>a grande impresa;<br />
piccola impresa intersti ziale, che sfrutta le opport<strong>un</strong>ità <strong>di</strong> mercato («nicchie»)<br />
trascurate dalle gran<strong>di</strong> imprese. Resta, quin<strong>di</strong>, identificato, alla luce <strong>di</strong><br />
tale classificazione, il ruolo della piccola impresa nello sviluppo contemporaneo,<br />
che -secondo Goglio- può essere, arretrato e in via <strong>di</strong> estinzione<br />
a mano a mano che la grande impresa ne occuperà gli spazi <strong>di</strong> mercato;<br />
<strong>di</strong> complemento, ausiliare cioè alla grande impre sa, cui fornisce risorse <strong>di</strong><br />
flessibilità; <strong>di</strong>namico, in specie nella speri mentazione delle innovazioni.<br />
200 Requiem per la Terza Italia? Sistemi territoriali <strong>di</strong> piccola impresa e transizione postindustriale
La concettualizzazione <strong>di</strong> Fuà si può definire <strong>di</strong> tipo «macroeconomico»,<br />
anche se è assai attenta alle determinanti socio-culturali e<br />
territoriali. Il modello Nec (nord-est-centro) si fonda, anzitutto, su <strong>un</strong><br />
determinato insieme <strong>di</strong> caratteri originari: struttura urbana poli centrica,<br />
tra<strong>di</strong>zioni rurali e artigianali, com<strong>un</strong>e origine sociale <strong>di</strong> la voratori e<br />
impren<strong>di</strong>tori, ruolo della famiglia, piccola <strong>di</strong>mensione <strong>di</strong> impresa, ecc.<br />
Questi caratteri originari rappresentano per Fuà <strong>un</strong>a «combinazione fornita<br />
<strong>di</strong> <strong>un</strong> alto potenziale <strong>di</strong> sviluppo» (p. 12). La situazione viene resa matura<br />
per il cambiamento da alc<strong>un</strong>i fattori ge nerali, quali: la tendenza <strong>un</strong>iversale<br />
al ri<strong>di</strong>mensionamento dell’occu pazione agricola; l’enorme progresso<br />
dei trasporti e delle com<strong>un</strong>ica zioni; la crescente <strong>di</strong>fferenziazione della<br />
domanda <strong>di</strong> beni, che pone in imbarazzo i sistemi industriali basati sulle<br />
produzioni <strong>di</strong> massa in serie e quin<strong>di</strong> meno flessibili. I fattori specifici<br />
che innestano il pro cesso <strong>di</strong> sviluppo industriale possono essere <strong>di</strong>versi:<br />
l’arrivo <strong>di</strong> com messe <strong>di</strong> lavoro a domicilio da parte <strong>di</strong> imprese remote;<br />
gli emigran ti <strong>di</strong> ritorno, provvisti <strong>di</strong> <strong>un</strong>’esperienza industriale, <strong>di</strong> qualche<br />
cono scenza dei mercati esteri e, anche, <strong>di</strong> <strong>un</strong> po’ <strong>di</strong> capitali; la <strong>di</strong>ffusione<br />
del processo <strong>di</strong> industrializzazione da aree contigue, ecc. Fuà con clude la<br />
descrizione del modello prospettando <strong>un</strong>’originale lista dei suoi p<strong>un</strong>ti <strong>di</strong><br />
forza e <strong>di</strong> debolezza. I primi risiedono essenzialmente nella circostanza<br />
che l’industria Nec può p<strong>un</strong>tare sulla sua maggiore flessibilità per battere<br />
la concorrenza delle economie più mature, così come può p<strong>un</strong>tare sulla<br />
superiorità qualitativa e tecnologica per battere la concorrenza delle<br />
economie emergenti a bassi salari. Le debolezze del modello Nec sono<br />
identificate: nel rischio <strong>di</strong> degrado dell’agricoltura; nell’atteggiamento<br />
dei giovani verso il lavoro («i fi gli laureati... rifiutano l’etica del lavoro<br />
dei padri operai o piccoli impren<strong>di</strong>tori e dei nonni mezzadri», p. 21);<br />
nella <strong>di</strong>pendenza da <strong>un</strong>a sola specializzazione produttiva; nell’incipiente<br />
congestionamento delle aree connesso alla <strong>di</strong>fficoltà <strong>di</strong> <strong>un</strong>a l<strong>un</strong>gimirante<br />
politica terri toriale; nella carenza locale <strong>di</strong> servizi per la produzione; nei<br />
mecca nismi <strong>di</strong> formazione del capitale se, <strong>di</strong>venuto insufficiente l’autofinanziamento,<br />
non soccorrono appropriate politiche del cre<strong>di</strong>to.<br />
• ... e i sistemi territoriali <strong>di</strong> piccola impresa<br />
Queste interpretazioni sono intrinsecamente fondate sulla consa pevolezza<br />
della <strong>di</strong>fferenziazione spaziale dello sviluppo e, pur nella <strong>di</strong>versità <strong>di</strong> accenti,<br />
i fattori socio-culturali e, com<strong>un</strong>que, extraeco nomici vi giocano <strong>un</strong> ruolo non<br />
marginale. Com<strong>un</strong>e alle tre interpre tazioni è l’identificazione dell’agente<br />
specifico dello sviluppo nei si stemi territoriali <strong>di</strong> piccole imprese, per i quali<br />
si erano forgiate nel frattempo specifiche denominazioni, come «campagna<br />
urbanizzata» o «aree sistema», o riscoperte, con grande successo, antiche<br />
concet tualizzazioni come quella <strong>di</strong> «<strong>di</strong>stretto industriale».<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 201
La campagna urbanizzata è il crogiolo della crescita guidata dalla<br />
piccola impresa dell’industria leggera, con <strong>un</strong> denso reticolo <strong>di</strong> cen tri urbani<br />
e produttivi resi inter<strong>di</strong>pendenti da flussi multi<strong>di</strong>rezionali <strong>di</strong> pendolarità;<br />
piccoli impren<strong>di</strong>tori, lavoratori in<strong>di</strong>pendenti e classe operaia costituiscono<br />
il peculiare mix sociale <strong>di</strong> quest’area (Becattini, 1975; Becattini, Bellan<strong>di</strong><br />
e Falorni, 1983).<br />
Le aree sistema (Garofoli, 1981, 1983, 1991b) sono bacini <strong>di</strong> specializzazione<br />
produttiva, ove operano molteplici inter<strong>di</strong>pendenze, da quelle<br />
fra le piccole imprese del settore caratterizzante a quelle fra queste e le<br />
imprese a monte e a valle, a quelle, <strong>di</strong> tipo socio-politico, fra sistema<br />
delle imprese e governo locale. La pratica dei rapporti faccia a faccia fra<br />
gli operatori genera <strong>un</strong> «sistema informativo informale», che agevola la<br />
<strong>di</strong>ffusione delle conoscenze professiona li, tecnologiche e mercantili.<br />
L’immagine concettuale più sofisticata della fenomenologia empirica<br />
dei sistemi territoriali <strong>di</strong> piccola impresa è, com<strong>un</strong>que, quella della<br />
riattualizzazione del marshalliano <strong>di</strong>stretto industriale: <strong>un</strong>’agglomerazione<br />
territoriale <strong>di</strong> piccole imprese, <strong>di</strong> norma specializzate per prodotto, parti <strong>di</strong><br />
prodotto o fasi <strong>di</strong> processo, tenuta insieme da vincoli interpersonali, dalla<br />
com<strong>un</strong>e «cultura sociale» <strong>di</strong> lavoratori, impren<strong>di</strong>tori e politici e avvolta<br />
da <strong>un</strong>a «atmosfera industriale», che fa circolare l’informazione, agevola la<br />
formazione professionale, fa cilita la <strong>di</strong>ffusione dell’innovazione, generando,<br />
così, importanti flussi <strong>di</strong> economie esterne all’impresa ma interne al sistema<br />
produt tivo locale (Becattini, 1979; Bellan<strong>di</strong>, 1982; Becattini, 1987).<br />
Più recentemente si è mostrato come i sistemi territoriali <strong>di</strong> picco le<br />
imprese della Terza Italia, l<strong>un</strong>gi dall’essere <strong>un</strong> prodotto spontaneo delle<br />
forze <strong>di</strong> mercato, siano il frutto <strong>di</strong> <strong>un</strong> intenso lavorìo degli at tori sociali ed<br />
istituzionali per fornire al modello gli apporti del con senso <strong>di</strong> massa e gli<br />
strumenti della regolazione locale dei conflitti sociali (Trigilia, 1986).<br />
Nel frattempo l’interpretazione dell’anomalia dello sviluppo ita liano<br />
aveva ricevuto la consacrazione dalla letteratura internaziona le, prima<br />
col rinvenimento degli antenati dei sistemi territoriali <strong>di</strong> piccola impresa<br />
(Sabel e Zeitlin, 1982), poi con l’identificazione <strong>di</strong> similari formazioni<br />
geoeconomiche anche in altri contesti nazionali (Senn, 1985; Bagnasco,<br />
1986), infine con la <strong>di</strong>mostrazione che lo sviluppo industriale non passa<br />
necessariamente dalla sola via della produzione for<strong>di</strong>sta <strong>di</strong> massa ma può<br />
percorrere anche il sentiero della produzione flessibile (Piore e Sabel,<br />
1984). Si chiudeva, così, <strong>un</strong>’annosa querelle.<br />
• Per ri<strong>di</strong>scutere serenamente<br />
Oggi si può, d<strong>un</strong>que, ri<strong>di</strong>scutere pacatamente <strong>di</strong> Terza Italia e <strong>di</strong> sistemi<br />
territoriali <strong>di</strong> piccola impresa con la tranquilla coscienza <strong>di</strong> chi ha militato,<br />
nel <strong>di</strong>battito, dalla «parte giusta» (Becattini e Bian chi, 1984) e non per<br />
202 Requiem per la Terza Italia? Sistemi territoriali <strong>di</strong> piccola impresa e transizione postindustriale
iaprire l’antica querelle, ma per domandarsi te nuto conto tanto delle<br />
<strong>di</strong>fficoltà recentemente segnalate dai sistemi territoriali <strong>di</strong> piccola impresa<br />
a cimentarsi con le sfide della transi zione postindustriale quanto dei vistosi<br />
cambiamenti documentati dai primi risultati dei censimenti 1991 se e in che<br />
misura il concetto <strong>di</strong> Terza Italia mantenga <strong>un</strong>a sua vali<strong>di</strong>tà epistemologica,<br />
interpreta tiva o anche solo descrittiva (senza <strong>di</strong>menticare, peraltro, la<br />
perdu rante vali<strong>di</strong>tà della lezione del concetto <strong>di</strong> Terza Italia come superamento<br />
del para<strong>di</strong>gma dualistico e, più in generale, come critica <strong>di</strong> ogni<br />
semplicistica classificazione territoriale dello sviluppo).<br />
Va detto subito, per parare frettolose accuse <strong>di</strong> «pentitismo», che<br />
i sistemi territoriali <strong>di</strong> piccola impresa, anche nella loro versione più<br />
illustre <strong>di</strong> <strong>di</strong>stretto industriale, sono concrete formazioni geostoriche e non<br />
astratte costruzioni atemporali. è, quin<strong>di</strong>, legittimo stu<strong>di</strong>arne i processi <strong>di</strong><br />
genesi, declino o trasformazione, secondo, del resto, la lezione dello stesso<br />
Marshall e dei suoi più autorevoli interpreti, la quale ci <strong>di</strong>ce che il <strong>di</strong>stretto<br />
industriale marshalliano (e, a fortiori, <strong>un</strong> sistema territoriale <strong>di</strong> piccola<br />
impresa) può essere concepito «co me <strong>un</strong>a fase, non necessariamente<br />
molto l<strong>un</strong>ga, ma neppure effime ra, <strong>di</strong> <strong>un</strong>o fra i <strong>di</strong>versi possibili sentieri<br />
<strong>di</strong> industrializzazione. Al <strong>di</strong> stretto industriale marshalliano si gi<strong>un</strong>ge, ad<br />
esempio nel caso della Toscana, come ispessimento <strong>di</strong> relazioni produttive<br />
in certe aree del la campagna urbanizzata, e dal <strong>di</strong>stretto industriale<br />
marshalliano si esce, poniamo, o verso <strong>un</strong>’area <strong>di</strong> specializzazione produttiva<br />
o ver so l’immersione in <strong>un</strong>a conurbazione, magari metropolitana, o verso<br />
la <strong>di</strong>sgregazione e il deca<strong>di</strong>mento» (Becattini, 1987, p. 28).<br />
Più che legittimo, appare in<strong>di</strong>spensabile interrogarsi, invece, sul la tenuta<br />
interpretativa <strong>di</strong> <strong>un</strong>o schema <strong>di</strong> ragionamento a tre termi ni, viste le marcate<br />
<strong>di</strong>fferenze evolutive dei sistemi regionali che compongono l’economia<br />
centrale (che cosa apparenta oggi la Ligu ria al Piemonte e alla Lombar<strong>di</strong>a?) e<br />
l’economia marginale (a cre scente eterogeneità: tra il <strong>di</strong>namismo <strong>di</strong> Abruzzi<br />
e Molise ed il ri stagno <strong>di</strong> Campania, Calabria e Sicilia, si inseriscono gli<br />
andamenti contrad<strong>di</strong>ttori ma <strong>di</strong>ssimili <strong>di</strong> Puglia, Sardegna e Basilicata) e<br />
vista, soprattutto, la <strong>di</strong>varicazione fra le regioni Nec in termini <strong>di</strong> processi <strong>di</strong><br />
deindustrializzazione e <strong>di</strong> capacità reattive alla transizione po stindustriale.<br />
Prima <strong>di</strong> procedere, sarà com<strong>un</strong>que opport<strong>un</strong>o ricostruire, sulla scorta<br />
della più significativa letteratura pertinente, <strong>un</strong>o schema mol to stilizzato dei<br />
sistemi territoriali <strong>di</strong> piccola impresa (d’ora in poi Stpi), articolandolo in tre<br />
modelli logici (produttivo, spaziale e so ciale), per identificare componenti,<br />
caratteri e meccanismi <strong>di</strong> quei si stemi posti sotto pressione dalla transizione<br />
postindustriale. Si parla <strong>di</strong> Stpi in generale e non <strong>di</strong> <strong>di</strong>stretti industriali, data<br />
la relativa rarità del loro correlato empirico, se al 1981 si sono «censiti»<br />
in Italia po co più <strong>di</strong> <strong>un</strong>a cinquantina <strong>di</strong> <strong>di</strong>stretti industriali rigorosamente<br />
marshalliani (Sforzi, 1985).<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 203
2. Sistemi territoriali <strong>di</strong> piccola impresa: <strong>un</strong>a stilizzazione<br />
• Modello produttivo<br />
In <strong>un</strong> tipico Stpi, secondo tutta la letteratura sull’argomento (Fig. 1), i<br />
processi produttivi sono altamente labour intensive [1] e spe cializzati per<br />
parti <strong>di</strong> prodotto (esempio: suole, tomaie, tacchi, nel caso delle calzature) o<br />
fasi <strong>di</strong> processo (filatura, tessitura, ecc., nel caso dell’industria tessile).<br />
Figura 1<br />
STPI: MODELLO PRODUTTIVO<br />
1/LABOUR INTENSIVE<br />
2/Manodopera versatile<br />
FLESSIBILITÀ<br />
3/Mercanto del lavoro speciale<br />
ELASTICITÀ<br />
PROCESSO PRODUTTIVO<br />
4/DECOMPONIBILE<br />
per parti <strong>di</strong> prodotto<br />
o fasi <strong>di</strong> processo<br />
5/Capitale fisso limitato<br />
AGGIORNAMENTO<br />
TECNOLOGICO<br />
6/Capitale fisso specializzato<br />
PIENO UTILIZZO<br />
CAPACITÀ PRODUTTIVA<br />
Ora, <strong>un</strong> processo produttivo è labour intensive se:<br />
a. la manodopera è versatile (capace, cioè, <strong>di</strong> svolgere tutte le opera zioni<br />
del ciclo produttivo e non specializzata in <strong>un</strong>a sola <strong>di</strong> esse) il processo<br />
può attingere elevati livelli <strong>di</strong> flessibilità [2], nel senso <strong>di</strong> rapide<br />
reazioni ai mutamenti <strong>di</strong> <strong>un</strong>a domanda tipicamente va riabile nel tempo<br />
e frammentata per specie <strong>di</strong> prodotto e mercati <strong>di</strong> sbocco (Becattini,<br />
1975; Fuà, 1983);<br />
b. le relazioni col mercato del lavoro sono, <strong>di</strong>ciamo così, «speciali», vale<br />
a <strong>di</strong>re che <strong>un</strong>a quota rilevante della manodopera è esterna (lavoro a<br />
domicilio, sub-fornitura) o marginale (secondo lavoro, lavoro part-time<br />
o sommerso), il processo beneficia <strong>di</strong> elevati li velli <strong>di</strong> elasticità [3], nel<br />
senso <strong>di</strong> rapi<strong>di</strong> e agevoli aggiustamenti della forza lavoro per reagire<br />
alle variazioni quantitative della do manda (Paci, 1973; Frey, 1975;<br />
Brusco, 1975a, 1975b, 1983; Bagnasco, 1977, ecc.).<br />
Se il processo produttivo, inoltre, non è continuo ma è tecnologi camente<br />
decomponibile per parti <strong>di</strong> prodotto o fasi <strong>di</strong> processo, le piccole imprese<br />
204 Requiem per la Terza Italia? Sistemi territoriali <strong>di</strong> piccola impresa e transizione postindustriale
(d’ora in poi: Pi) tenderanno a specializzarsi, ap p<strong>un</strong>to, per parti <strong>di</strong> prodotto<br />
o fasi <strong>di</strong> processo [4], allo scopo <strong>di</strong>:<br />
a. tenere il passo del progresso tecnologico [5], riducendo gli inve stimenti<br />
al macchinario specializzato occorrente (Brusco, 1975c; Tani, 1976,<br />
Fuà, 1983);<br />
b. utilizzare il limitato capitale fisso fino ai limiti della sua capacità produttiva,<br />
attivando in linea (da <strong>un</strong>a Pi all’altra) i processi ele mentari [6], in modo da<br />
eliminare o ridurre i tempi <strong>di</strong> inerzia dei fattori produttivi (Tani, 1976).<br />
Flessibilità, elasticità e specializzazione dei processi produttivi sono,<br />
evidentemente, fonti <strong>di</strong> significativi flussi <strong>di</strong> economie ester ne: esterne alla<br />
singola Pi ma interne al sistema industriale locale (Tinacci Mossello, 1982;<br />
Brusco, 1983).<br />
• Modello spaziale<br />
I Stpi sono peculiari agglomerazioni spaziali (Fig. 2) <strong>di</strong> numerose Pi<br />
operanti nello stesso settore. L’agglomerazione tende a generare alc<strong>un</strong>e<br />
specifiche caratteristiche dei Stpi: rapporti non competitivi fra le pi; <strong>un</strong><br />
ruolo attivo della famiglia nel processo economico; <strong>un</strong> ambiente sociale<br />
conformato alle esigenze dell’industria dominante.<br />
Figura 2<br />
STPI: MODELLO SPAZIALE<br />
RAPPORTI NON COMPETITIVI<br />
7/Domanda>Offerta singola<br />
8/Ruolo dei buyers<br />
9/Specializzazione processi<br />
18/MINORI COSTI DI<br />
TRANSAZIONE<br />
grazie al controllo sociale <strong>di</strong>:<br />
incertezza<br />
AGGLOMERAZIONE <strong>di</strong> Pi<br />
RUOLO DELLA FAMIGLIA<br />
11/Allocazione del lavoro<br />
12/Formazione professionale<br />
e manageriale<br />
MERCATO COMUNITARIO<br />
16/Mix <strong>di</strong> concorrenza e cooperazione<br />
17/Rapporti faccia-a-faccia (informazione)<br />
19/AGGIORNAMENTO<br />
PROFESSIONALE<br />
facilitato dalla circolazione<br />
dell’informazione<br />
AMBIENTE SOCIALE CONFORME<br />
13/Servizi specializzati<br />
14/Associazionismo<br />
15/Cultura sociale conforme<br />
20/Cid: capacità innovativa <strong>di</strong>ffusa<br />
a. I rapporti non competitivi sono generati, principalmente, da tre<br />
circostanze:<br />
- le Pi sono costrette a cooperare dal mercato, allo scopo <strong>di</strong> sod <strong>di</strong>sfare<br />
ogni quantum <strong>di</strong> domanda [7], che normalmente eccede la capacità<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 205
produttiva <strong>di</strong> <strong>un</strong>a singola pi e vi sono specifici agen ti, come i buyers [8],<br />
che organizzano questo tipo <strong>di</strong> coopera zione (<strong>Irpet</strong>, 1980);<br />
- le Pi sono, poi, obbligate a cooperare a causa della specializza zione per<br />
parti o fasi [9];<br />
- le Pi produttrici <strong>di</strong> beni finali o interme<strong>di</strong>, infine, mantengono speciali<br />
rapporti -non necessariamente tramite transazioni <strong>di</strong> mercato- con i<br />
produttori locali <strong>di</strong> beni strumentali, cui pro pongono i propri problemi<br />
tecnologici e <strong>di</strong> cui sperimentano i prototipi [10]: è <strong>un</strong>o dei mo<strong>di</strong> in cui<br />
nasce la c.d. industria in terme<strong>di</strong>a (Bianchi e Falorni, 1980).<br />
b. La famiglia svolge <strong>un</strong> ruolo attivo nel processo economico nel senso<br />
che provvede:<br />
- alla allocazione del lavoro (in specie del lavoro part-time e a domicilio)<br />
incrementando, così, l’offerta locale <strong>di</strong> lavoro al <strong>di</strong> là dei tassi ufficiali<br />
<strong>di</strong> partecipazione [11];<br />
- alla riproduzione delle competenze manageriali e professionali, senza<br />
costi computabili per le imprese o per i servizi pubblici [12].<br />
c. L’ambiente sociale è conforme nel senso che:<br />
- i servizi pubblici e privati si specializzano, conformandosi alle esigenze<br />
del sistema produttivo locale [13];<br />
- le associazioni degli impren<strong>di</strong>tori e dei lavoratori <strong>di</strong>pendenti autonomi<br />
tendono a sviluppare servizi reali per i propri asso ciati [14];<br />
- valori, atteggiamenti e comportamenti (la «cultura sociale», in somma) si<br />
conformano ai caratteri del processo economico, ge nerando <strong>un</strong> peculiare<br />
clima socio-culturale <strong>di</strong> consenso al mo dello <strong>di</strong> sviluppo [15].<br />
In <strong>un</strong> simile contesto il mercato è <strong>un</strong> mix <strong>di</strong> concorrenza e <strong>di</strong> cooperazione<br />
[16]: i fattori <strong>di</strong> rischio (opport<strong>un</strong>ismo, ambiguità, in certezza) operano meno<br />
drammaticamente che altrove, data la mu tua conoscenza e la costanza delle<br />
relazioni interpersonali, sì da po ter parlare <strong>di</strong> mercato com<strong>un</strong>itario (Dei<br />
Ottati, 1986). L’informazio ne, veicolata dalla pratica dei rapporti faccia a<br />
faccia, è il reale tes suto connettivo del Stpi [17]. La trasparenza informativa<br />
del merca to com<strong>un</strong>itario:<br />
a. riduce i costi <strong>di</strong> transazione [18]: sul mercato opera la mano visi bile<br />
dell’organizzazione (Nacamulli e Rugia<strong>di</strong>ni, 1985; Dei Ottati 1986);<br />
b. facilita l’ aggiornamento professionale [19];<br />
c. <strong>di</strong>ffonde know how e aggiornamento tecnologico [20], dando vita ad<br />
<strong>un</strong>a specifica capacità innovativa <strong>di</strong>ffusa (Bellan<strong>di</strong>, 1989). E siamo <strong>di</strong><br />
nuovo in presenza <strong>di</strong> potenti generatori <strong>di</strong> economie esterne-interne.<br />
• Modello sociale<br />
Dal p<strong>un</strong>to <strong>di</strong> vista sociale (Fig. 3), <strong>un</strong> Stpi della Terza Italia è con notato da<br />
due caratteri <strong>di</strong>stintivi: la com<strong>un</strong>e origine sociale <strong>di</strong> im pren<strong>di</strong>tori e lavoratori<br />
206 Requiem per la Terza Italia? Sistemi territoriali <strong>di</strong> piccola impresa e transizione postindustriale
(Becattini, 1975; Bagnasco, 1977; Fuà, 1983) e <strong>un</strong>a spiccata omogeneità<br />
politica (Bagnasco e Trigilia, 1985; Trigilia, 1986); <strong>di</strong> sinistra nelle ed. «regioni<br />
rosse», come Emilia Roma gna, Toscana, ecc., democratico-cristiana nelle ed.<br />
«regioni bian che», come Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto A<strong>di</strong>ge.<br />
Figura 3<br />
STPI: MODELLO SOCIALE<br />
21/Com<strong>un</strong>e origine sociale<br />
<strong>di</strong> lavoratori e impren<strong>di</strong>tori<br />
24/Elevata mobilità sociale<br />
25/COSTRUZIONE SOCIALE<br />
DEL MERCATO<br />
23/Omogeneità politica<br />
(rossa o bianca)<br />
24/Regolazione localistica<br />
dei conflitti sociali<br />
Va da sé che si parla dei stpi al loro apogeo (inizio degli anni ‘80) e,<br />
quin<strong>di</strong>, prima del declino dei partiti tra<strong>di</strong>zionali e del feno meno leghista.<br />
Queste due connotazioni del modello sociale inducono effetti rile vanti<br />
nella società locale:<br />
a. la com<strong>un</strong>e origine sociale [21], in genere rurale ed artigiana, smussa i<br />
conflitti e agevola la mobilità fra le classi e i ceti, [22] contribuendo a<br />
garantire <strong>di</strong>screti livelli <strong>di</strong> pace sociale;<br />
b. l’omogeneità politica [23], rossa o bianca che sia, facilita le rela zioni<br />
industriali e, più in generale, le interazioni fra associazioni impren<strong>di</strong>toriali,<br />
sindacati e governo locale, attivando il meccani smo della «regolazione<br />
localistica dei conflitti sociali» (Trigilia, 1986) e quin<strong>di</strong> il processo della<br />
ed. «costruzione sociale del mer cato» (Bagnasco, 1988).<br />
3. Sistemi territoriali <strong>di</strong> piccola impresa: in imbarazzo<br />
• Stpi e sfide della transizione postindustriale<br />
Chiusa la controversia interpretativa, Terza Italia, modello Nec, sistemi<br />
territoriali <strong>di</strong> piccola impresa e <strong>di</strong>stretti industriali, continua no, tuttavia, ad<br />
alimentare -soprattutto fuori d’Italia- <strong>un</strong>a vivace <strong>di</strong>scussione che, tuttavia,<br />
non è più sull’esistenza del fenomeno ma sulla coerenza teorica dello<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 207
schema interpretativo, sospettato talvolta <strong>di</strong> includere elementi ideologici<br />
(confronta, fra gli altri, Landes, 1987; Amin, 1989; Pyke, Becattini e<br />
Sengenberger, 1990).<br />
La materia è complessa e non sopporta arbitrarie semplificazioni; ad<br />
evitare equivoci vale, com<strong>un</strong>que, la pena <strong>di</strong> precisare che:<br />
-<br />
-<br />
-<br />
-<br />
trattare <strong>di</strong> Stpi o <strong>di</strong> <strong>di</strong>stretti industriali non significa la benché mi nima<br />
reverenza verso <strong>un</strong> nuovo romanticismo economico à la Sismon<strong>di</strong> e<br />
men che meno rivela nostalgia verso il para<strong>di</strong>so perduto del «piccolo<br />
è bello»;<br />
assumere che i Stpi o i <strong>di</strong>stretti industriali sono utili strumenti per<br />
l’analisi della realtà non tende affatto a proporre <strong>un</strong> «nuovo para <strong>di</strong>gma»<br />
per la teoria economica o per la politica economica e an cor meno tende<br />
ad affermare <strong>un</strong>a applicabilità normativa generale <strong>di</strong> quel modello per<br />
non <strong>di</strong>re della sua esportabilità;<br />
i Stpi sono, al <strong>di</strong> là <strong>di</strong> ogni possibile dubbio, <strong>un</strong> carattere reale dello<br />
sviluppo economico contemporaneo italiano e non <strong>un</strong> mero artefatto<br />
concettuale;<br />
questi sistemi stanno <strong>di</strong>mostrando <strong>un</strong>a permanente vitalità, anche se,<br />
più recentemente, mostrano qualche sintomo <strong>di</strong> affanno. Oggi in effetti<br />
i Stpi sembrano abbastanza imbarazzati <strong>di</strong> fronte ai processi della<br />
transizione postindustriale, i processi, cioè, dell’interna zionalizzazione<br />
dell’economia e dell’innovazione tecnologica e for male, che convergono<br />
entrambi nell’esigenza <strong>di</strong> servizi evoluti alla produzione («terziario<br />
avanzato», se si vuole). L’esistenza <strong>di</strong> problemi rispetto all’evoluzione<br />
dei Stpi è stata segnalata da tempo, anche da parte degli autori più<br />
«simpatetici» verso il modello (Bianchi, 1986; Brusco, 1989; Gobbo,<br />
1990; Pyke et al., 1990, Garofoli, 1991).<br />
L’internazionalizzazione dell’economia pone a rischio la tenuta dei<br />
Stpi sui mercati internazionali, sia per il verso della competizione ineguale<br />
da parte delle imprese «meso-economiche», cioè le gran<strong>di</strong> compagnie<br />
multinazionali, multiprodotto, multimercato (Holland, 1987), sia per quello<br />
della <strong>di</strong>fficoltà a promuovere alleanze strategiche transnazionali (Holland,<br />
1989 e 1990). Ma per le piccole imprese si prospettano problemi seri anche<br />
solo a fronte <strong>di</strong> quella parte del processo <strong>di</strong> internazionalizzazione che si<br />
esprime nel mer cato <strong>un</strong>ico europeo, tant’è che la Com<strong>un</strong>ità manifesta la<br />
sua preoc cupazione promuovendo politiche e programmi allo scopo, che,<br />
pe raltro, «non entrano <strong>di</strong>rettamente nel cuore dei problemi strutturali»<br />
(Dastoli e Vitella, 1992, p. 179).<br />
L’imbarazzo dei Stpi rispetto ai processi dell’innovazione è stato anche<br />
più stu<strong>di</strong>ato (si vedano, fra i <strong>di</strong>versi possibili, i saggi raccolti in Camagni<br />
e Malfi, 1986 e in Garofoli e Magnani, 1986). Del re sto il problema è<br />
intrinseco alla stessa natura dei Stpi: fa parte della loro definizione<br />
208 Requiem per la Terza Italia? Sistemi territoriali <strong>di</strong> piccola impresa e transizione postindustriale
originaria. Il processo <strong>di</strong> cambiamento in corso im plica, necessariamente,<br />
<strong>un</strong>a declinante importanza dei fattori (fonti <strong>di</strong> economie esterne) che<br />
avevano sostenuto gli sta<strong>di</strong> iniziali dello sviluppo dei Stpi. In altri termini,<br />
i «generatori tra<strong>di</strong>zionali» <strong>di</strong> eco nomie esterne stanno perdendo efficacia.<br />
Il campo della sfida si sposta dall’efficienza della singola impresa o del<br />
sistema <strong>di</strong> imprese all’efficienza ambientale <strong>di</strong> ciasc<strong>un</strong> Stpi. Occorrono,<br />
insomma, «nuovi generatori» <strong>di</strong> economie esterne (esterne, stavolta, al<br />
siste ma industriale locale ma interne al sistema spaziale socioeconomi co):<br />
ricerca e sviluppo, marketing, formazione professionale e ma nageriale.<br />
Ora, questi nuovi generatori <strong>di</strong> economie esterne non possono ve nire in<br />
essere spontaneamente, dato che (Bianchi, 1990):<br />
a. i cambiamenti ra<strong>di</strong>cali sono, <strong>di</strong> per sé, fuori dagli orizzonti cultu rali<br />
del piccolo impren<strong>di</strong>tore me<strong>di</strong>o: la sua cultura sociale e la storia dei<br />
suoi precedenti successi gli impe<strong>di</strong>scono <strong>di</strong> percepire la crucialità<br />
dell’innovazione;<br />
b. ci sono barriere economiche, che, in generale, inibiscono l’acces so della<br />
piccola impresa ai domini della ricerca e dello sviluppo e del marketing<br />
<strong>di</strong> larga scala;<br />
c. altri «nuovi generatori» (infrastrutture, servizi <strong>di</strong> com<strong>un</strong>icazione, ecc.)<br />
sono, per la loro stessa natura, fuori dalle competenze legali dei soggetti<br />
privati.<br />
Debbono poi esser prese in considerazione due <strong>di</strong>fficoltà ad<strong>di</strong>zio nali,<br />
poste dal processo dell’innovazione:<br />
a. l’innovazione <strong>di</strong> prodotto, in produzioni ad alto contenuto <strong>di</strong> mo da<br />
o <strong>di</strong> design, tende a significare innovazione formale, meno trattabile<br />
(<strong>di</strong>pendendo da fattori intangibili come la fantasia, la creatività e il<br />
gusto) dell’innovazione tecnologica;<br />
b. l’innovazione <strong>di</strong> processo significa, in generale, l’adozione <strong>di</strong> tecnologie<br />
labour saving, che generano conseguenze indesiderabili in sistemi<br />
produttivi ad alta intensità <strong>di</strong> lavoro.<br />
• Gli elementi del Stpi sotto pressione<br />
Si riprendano, <strong>un</strong>o per <strong>un</strong>o, gli elementi (componenti, caratteri e meccanismi)<br />
del modello <strong>di</strong> Stpi, prima stilizzato, allo scopo <strong>di</strong> rin tracciarvi gli eventuali<br />
riflessi della transizione postindustriale.<br />
[1] Intensità <strong>di</strong> lavoro. Tutti i processi produttivi, meccanizzati e<br />
automatizzati, sono ora più capital intensive, anche nella Pi;<br />
l’intensità <strong>di</strong> lavoro, fonte com<strong>un</strong>e dell’elasticità e della flessi bilità,<br />
tende quin<strong>di</strong> a <strong>di</strong>minuire.<br />
[2] Flessibilità. Non è più <strong>un</strong>a caratteristica esclusiva della Pi:<br />
l’automazione la rende <strong>di</strong>sponibile anche, e soprattutto, per la<br />
grande impresa e per i processi produttivi integrati, che posso no,<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 209
anzi, integrare la specializzazione flessibile per piccoli lotti con la<br />
programmazione produttiva ed il controllo del mercato (è il c.d.<br />
«modello Benetton»); al contrario, la crescente sosti tuzione delle<br />
tra<strong>di</strong>zionali macchine multi-purpose con macchi nari specializzati a<br />
controllo numerico tende a introdurre ele menti <strong>di</strong> rigi<strong>di</strong>tà anche nel<br />
processo produttivo della pi specia lizzato per fasi o parti.<br />
[3] Elasticità. In termini <strong>di</strong> lavoro irregolare o nero, è sempre più<br />
contrastata dal sindacato e dagli atteggiamenti sociali; è vero che<br />
si registra <strong>un</strong>a maggiore <strong>di</strong>sponibilità del sindacato ad <strong>un</strong> uso<br />
flessibile del lavoro regolare, ma il secondo lavoro, fonte importante<br />
dell’elasticità tra<strong>di</strong>zionale, deriva, in misura cre scente, da <strong>un</strong>’offerta<br />
<strong>di</strong> lavoro più rigida, la quale, almeno nei Stpi più evoluti, non<br />
ricerca più solo o prevalentemente integrazioni <strong>di</strong> red<strong>di</strong>to ma anche<br />
gratificazioni <strong>di</strong> status pro fessionale.<br />
[4] Decomponibilità dei processi. In quanto presupposto della<br />
specializzazione per parti o fasi, vi si oppongono, sul terreno tecnologico,<br />
il ciclo automatizzato che reintegra parti o fasi in <strong>un</strong> processo continuo;<br />
sul terreno organizzativo, la tendenza al riaccorpamento dei processi,<br />
<strong>di</strong> cui si rilevano sintomi soprat tutto nelle me<strong>di</strong>e imprese.<br />
[5] Facilità <strong>di</strong> aggiornamento tecnologico. Gli impianti e i mac chinari<br />
più aggiornati, anche quando specializzati per parti <strong>di</strong> prodotto o<br />
fasi <strong>di</strong> processo, richiedono com<strong>un</strong>que investimenti relativamente<br />
più alti <strong>di</strong> quelli occorrenti per le macchine tra<strong>di</strong> zionali; inoltre<br />
l’aggiornamento tecnologico è sempre più fatto anche <strong>di</strong> software<br />
oltre che <strong>di</strong> hardware.<br />
[6] Pieno utilizzo della capacità produttiva. A quanto detto in [2] e in [4]<br />
si deve aggi<strong>un</strong>gere che l’evoluzione recente dei Stpi vi ha introdotto<br />
rilevanti elementi <strong>di</strong> gerarchizzazione (Bortolotti, 1991), per cui alle<br />
relazioni multiple fra pi sostanzialmente pa ritarie si sostituisce la<br />
relazione fra me<strong>di</strong>a impresa e area della pi subfornitrice, i cui piani<br />
produttivi sono, <strong>di</strong> fatto, eterodeterminati e, quin<strong>di</strong>, non garantiscono<br />
necessariamente il pieno uti lizzo della capacità produttiva.<br />
[7] Rapporti non competitivi fra Pi. Quelli originati per sod<strong>di</strong>sfare il<br />
quantum <strong>di</strong> domanda son sempre più spiazzati dal modello della<br />
subfornitura in cui il rapporto col mercato è gestito dalla me<strong>di</strong>a<br />
impresa committente.<br />
[8] Ruolo dei buyers come organizzatori della cooperazione fra Pi.<br />
Nella misura in cui i buyers evolvono da agenti organizzativi della<br />
produzione locale a servizi <strong>di</strong> interme<strong>di</strong>azione mercantile, localizzati<br />
nel Stpi ma attivi ora anche sui mercati mon<strong>di</strong>ali dell’offerta oltre<br />
che della domanda, agiscono da moltiplicatore della concorrenza da<br />
parte dei produttori dei Paesi a più bassi costi <strong>di</strong> lavoro.<br />
210 Requiem per la Terza Italia? Sistemi territoriali <strong>di</strong> piccola impresa e transizione postindustriale
[9] Cooperazione indotta dalla specializzazione per parti e fasi. Questo<br />
tipo <strong>di</strong> rapporti non competitivi fra Pi, continua a sussi stere, ma<br />
viene eroso dalle tendenze alla reintegrazione dei processi [4] e alla<br />
gerarchizzazione [6].<br />
[10] Rapporti non competitivi a fini <strong>di</strong> sperimentazione tecnologica. Nei<br />
nuovi orizzonti dell’innovazione tecnologica perdono <strong>di</strong> importanza<br />
i rapporti <strong>di</strong> cooperazione fra Pi produttrici <strong>di</strong> beni finali o interme<strong>di</strong><br />
e Pi produttrici <strong>di</strong> beni strumentali, limitati, ormai, alle innovazioni<br />
adattive minori.<br />
[11] Famiglia e mercato del lavoro. Le cause che ostacolano l’ela sticità<br />
[3], riducono anche il ruolo svolto nell’allocazione del lavoro dalla<br />
famiglia, nella quale, peraltro, si sfuma il connota to dell’omogeneità<br />
professionale, soprattutto fra le generazioni.<br />
[12] Famiglia e formazione professionale. Il learning by doing, in generale,<br />
non è più sufficiente per riprodurre impren<strong>di</strong>torialità e professionalità; la<br />
famiglia, quin<strong>di</strong>, non è più in grado <strong>di</strong> trasmettere, fra le generazioni, i<br />
saperi sofisticati delle moderne competenze manageriali e professionali.<br />
[13] Specializzazione dei servizi. è ancora <strong>un</strong>a componente valida<br />
dell’efficienza ambientale, anche se vi si rintracciano i sintomi dello<br />
stato generale <strong>di</strong> stress dei servizi pubblici assieme a quelli della<br />
carenza <strong>di</strong> servizi evoluti alla produzione (Bianchi, 1990).<br />
[14] Ruolo delle associazioni degli interessi sociali organizzati. So no<br />
tutte più o meno in crisi <strong>di</strong> rappresentatività e stentano, co m<strong>un</strong>que,<br />
a superare lo sta<strong>di</strong>o della tutela degli interessi sinda cali (dei piccoli<br />
impren<strong>di</strong>tori o dei lavoratori autonomi), per at tingere il livello<br />
dell’erogazione <strong>di</strong> servizi evoluti (Grote, 1990 e 1991).<br />
[15] Cultura sociale conforme. Per quanto vi resista <strong>un</strong>a maggiore<br />
compattezza sociale, nei Stpi si esprimono valori, atteggiamenti e<br />
comportamenti sempre meno «conformi» al modello locale <strong>di</strong> sviluppo,<br />
come effetto <strong>di</strong> cause molteplici: esaurimento del serbatoio<br />
<strong>di</strong> manodopera agricola, scolarizzazione <strong>di</strong> massa, crescente immigrazione<br />
straniera, sensibilità ambientalista, estensione anche alle<br />
aree rurali del modello <strong>di</strong> vita urbano, ecc. (Bianchi, 1986).<br />
[16] Mercato com<strong>un</strong>itario. Il mercato resta <strong>un</strong> mix <strong>di</strong> concorrenza e<br />
cooperazione, anche se:<br />
- localmente, depotenziato dalla gerarchizzazione [6];<br />
- in generale, inquinato dalla «corruzione <strong>di</strong>ffusa» (Cazzola, 1988<br />
e 1992), che spiazza quel po’ <strong>di</strong> etica weberiana del St pi tipico;<br />
-<br />
in prospettiva, insufficiente, per la necessità <strong>di</strong> attivare reti<br />
multiregionali <strong>di</strong> cooperazione transnazionale (Holland, 1989 e<br />
1990; Grote, 1991) allo scopo <strong>di</strong> fronteggiare la sfida delle gran<strong>di</strong><br />
imprese e, soprattutto, delle compagnie multinazionali.<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 211
[17] Ruolo dell’informazione. Quella veicolata dai rapporti faccia a<br />
faccia mantiene <strong>un</strong>a sua f<strong>un</strong>zione vitale: ma cresce l’esigenza<br />
<strong>di</strong> formalizzare le relazioni interpersonali ed interimpresa<br />
(Bor tolotti, 1991) e <strong>di</strong> strutturare adeguati sistemi informativi<br />
(Garofoli, 1989).<br />
[18] Bassi costi <strong>di</strong> transazione. Una semplice stretta <strong>di</strong> mano basta<br />
sempre meno a definire le transazioni: si espande la pratica della<br />
formalizzazione (contrattuale) dei rapporti.<br />
[19] Facilità <strong>di</strong> formazione e aggiornamento professionale. Anche in<br />
questo campo si pongono ormai esigenze non più fronteggiabili<br />
col learning by doing e con i rapporti faccia a faccia.<br />
[20] Attitu<strong>di</strong>ne all’innovazione. I Stpi restano la sede elettiva della<br />
capacità innovativa <strong>di</strong>ffusa (Bellan<strong>di</strong>, 1989), ma la proliferazione<br />
<strong>di</strong> «centri», «agenzie», ecc. per l’innovazione (Bianchi,<br />
1990) testimonia <strong>di</strong> <strong>un</strong>a domanda che non è più automatica mente<br />
sod<strong>di</strong>sfatta dalla «atmosfera industriale».<br />
[21] Com<strong>un</strong>e origine sociale. Quarant’anni dopo l’avvio del model lo,<br />
l’origine sociale <strong>di</strong> lavoratori e impren<strong>di</strong>tori non è più «co m<strong>un</strong>e»:<br />
i lavoratori sono figli <strong>di</strong> lavoratori o immigrati, gli im pren<strong>di</strong>tori<br />
sono figli <strong>di</strong> impren<strong>di</strong>tori.<br />
[22] Mobilità sociale. La <strong>di</strong>namica sociale che, nel Stpi nel pieno<br />
esercizio delle sue f<strong>un</strong>zioni, si esprimeva nella mutevolezza dei<br />
ruoli degli stessi soggetti che passavano, spesso molto rapida mente<br />
e ripetutamente, attraverso le posizioni <strong>di</strong> impren<strong>di</strong>tore, lavoratore<br />
autonomo, lavoratore <strong>di</strong>pendente e, talvolta, anche lavoratore<br />
marginale, oggi si esprime nella moltiplicazione del le figure<br />
sociali, in <strong>un</strong> continuum che va dall’emarginato all’impren<strong>di</strong>tore<br />
<strong>di</strong> successo, al rentier: le posizioni sono molte ma il passaggio, in<br />
ascesa, dall’<strong>un</strong>a all’altra è ora assai più <strong>di</strong>f ficile (Bianchi, 1986).<br />
[23] Omogeneità politica. Questo carattere è <strong>un</strong> ricordo del passato,<br />
anche se restano tracce visibili delle subculture rossa e bianca<br />
nei Stpi delle aree della Terza Italia; <strong>un</strong>a delle conseguenze del<br />
mutamento socio-politico più gravide <strong>di</strong> effetti è quella del<br />
«sovraccarico <strong>di</strong> domanda per i sistemi politici e della crescen te<br />
<strong>di</strong>fficoltà <strong>di</strong> tenere insieme sostegno al processo <strong>di</strong> accumu lazione<br />
capitalistica e mantenimento del consenso sociale» (Bagnasco<br />
e Trigilia, 1985, p. 122): insomma, rischiano <strong>di</strong> incep parsi i<br />
meccanismi della «regolazione localistica dei conflitti sociali»<br />
[24] e della «costruzione sociale del mercato» [25]; la regolazione<br />
richiede oggi modelli più evoluti, del tipo <strong>di</strong> quelli suggeriti, per<br />
esempio, dall’approccio neo-corporatista (Schmitter e Lanzalaco,<br />
1988; Greenwood, Grote e Ronit, 1992).<br />
212 Requiem per la Terza Italia? Sistemi territoriali <strong>di</strong> piccola impresa e transizione postindustriale
4. Sistemi territoriali <strong>di</strong> piccola impresa, sistemi regionali, Terza Italia<br />
• L’evoluzione 1951-1981<br />
Preso atto delle sintomatologie espresse nell’evoluzione recente dei Stpi, che<br />
suggeriscono <strong>un</strong>a <strong>di</strong>agnosi <strong>di</strong> imbarazzo degli stessi <strong>di</strong> fronte alle sfide della<br />
transizione postindustriale, pare legittimo interrogarsi se questo imbarazzo<br />
non si rifletta sulla tenuta interpreta tiva del concetto <strong>di</strong> Terza Italia.<br />
In <strong>un</strong> precedente lavoro (Becattini e Bianchi, 1982) si ripercorse ro<br />
sommariamente le tappe evolutive dei sistemi regionali, compro vando<br />
l’esistenza e la vitalità dei sistemi territoriali <strong>di</strong> piccola im presa e il loro<br />
<strong>di</strong>versificato ruolo nella specificazione delle tre for mazioni geoeconomiche<br />
dell’economia centrale, dell’economia mar ginale e dell’economia periferica<br />
(in particolare <strong>di</strong> quest’ultima). Si condusse allora <strong>un</strong> esercizio elementare,<br />
considerando simultanea mente livelli <strong>di</strong> industrializzazione (in termini <strong>di</strong><br />
addetti all’industria per 100 residenti) e andamenti della popolazione (in<br />
termini <strong>di</strong> in<strong>di</strong> ci della popolazione residente, fatto 100 il dato 1951), con<br />
<strong>un</strong>a perio<strong>di</strong>zzazione corrispondente a quella delle date dei censimenti. Si<br />
ripropone qui <strong>un</strong>a sintesi dei risultati <strong>di</strong> quell’esercizio (Fig. 4).<br />
Figura 4<br />
ONDATE REGIONALI DI SVILUPPO 1951-1991<br />
Addetti all’industria per 100 abitanti<br />
25<br />
20<br />
15<br />
10<br />
5<br />
0<br />
Marche<br />
Friuli V.G.<br />
Umbria<br />
Molise Abruzzi Basilicata<br />
Calabria<br />
Veneto<br />
Emilia R.<br />
Liguria<br />
Toscana<br />
Sicilia<br />
Piemonte<br />
Trentino A.A.<br />
Valle d’Aosta<br />
Sardegna<br />
Campania<br />
70 100 130<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 213<br />
Puglia<br />
Lombar<strong>di</strong>a<br />
Lazio<br />
Popolazione residente (1951=100)<br />
Al 1951 in Italia sono facilmente identificabili quattro gruppi <strong>di</strong> regioni:<br />
il gruppo delle regioni più industrializzate, con oltre il 10 per cento <strong>di</strong><br />
addetti all’industria, che comprende la Lombar<strong>di</strong>a e il Piemonte e, a<br />
qualche <strong>di</strong>stanza, la Liguria; il gruppo delle regioni, che si possono definire
me<strong>di</strong>amente industrializzate, con livelli <strong>di</strong> industrializzazione attorno al 10<br />
per cento, costituito da Toscana, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto A<strong>di</strong>ge;<br />
Veneto, Emilia Roma gna, Marche, Umbria, Sardegna e Lazio compongono<br />
il terzo rag gruppamento, quello delle regioni scarsamente industrializzate,<br />
con valori fra il 5 e il 7 per cento dello stesso in<strong>di</strong>catore; tutte le altre<br />
regioni, che ben si possono qualificare come non industrializzate, hanno<br />
meno, e talvolta molto meno, <strong>di</strong> 5 addetti all’industria ogni 100 abitanti.<br />
Quel che accade fra il 1951 e il 1961 è riconducibile a queste<br />
osservazioni:<br />
-<br />
-<br />
-<br />
-<br />
-<br />
-<br />
le tre regioni più industrializzate registrano <strong>un</strong> vistoso incremento<br />
demografico, mentre l’industrializzazione cresce significativa mente solo<br />
in Lombar<strong>di</strong>a e in Piemonte, ma ristagna sostanzial mente in Liguria;<br />
i movimenti nelle altre regioni rappresentano gli effetti della pri ma<br />
«ondata» del processo <strong>di</strong> industrializzazione delle regioni del la Terza<br />
Italia; la Toscana «decolla» aumentando in industrializza zione e in<br />
popolazione, seguita a breve <strong>di</strong>stanza dal Trentino Alto A<strong>di</strong>ge, solo in<br />
termini <strong>di</strong> popolazione, e, ma a livelli <strong>un</strong> po’ più bassi, dal Friuli Venezia<br />
Giulia solo per l’industrializzazione, ri sultando in leggera flessione<br />
demografica; l’Emilia Romagna e il Veneto si appaiano alla Toscana,<br />
anche se per il Veneto l’incremento del livello dell’industrializzazione<br />
<strong>di</strong>pende non solo dall’aumento degli addetti all’industria ma anche<br />
dalla per<strong>di</strong>ta <strong>di</strong> popolazione;<br />
è fondamentalmente per effetto dell’emigrazione che i livelli <strong>di</strong><br />
industrializzazione si muovono <strong>un</strong> po’ verso l’alto anche per l’Umbria e<br />
per le Marche; in Sardegna e, ancor più nel Lazio cre sce marcatamente<br />
la popolazione residente (per quanto riguarda il Lazio la crescita, come<br />
si sa, è ascrivibile pressoché interamente all’«effetto Roma»);<br />
il livello <strong>di</strong> industrializzazione resta quello che era <strong>di</strong>eci anni pri ma<br />
praticamente in tutte le altre regioni, sebbene Puglia, Campa nia, Sicilia<br />
e Basilicata esprimano crescite demografiche <strong>di</strong>fferen ziate, mentre<br />
Calabria, Abruzzi e Molise den<strong>un</strong>ciano chiaramente la loro natura<br />
<strong>di</strong> aree d’origine <strong>di</strong> massicci flussi <strong>di</strong> emigrazione. Nei due perio<strong>di</strong><br />
successivi (1961-71, 1971-81) si osservano questi movimenti:<br />
la Liguria appare già in crisi per quanto riguarda l’industrializza zione e,<br />
dopo il 1971, perde anche popolazione; la crescita demo grafica fra ‘71 e<br />
‘81 si azzera in Piemonte, mentre prosegue in Lombar<strong>di</strong>a; in tutte e due<br />
le regioni i livelli <strong>di</strong> industrializzazione restano quelli che erano al ‘61;<br />
le regioni per così <strong>di</strong>re «inseguitrici» delle regioni che costituirono<br />
il «triangolo» sono ora Toscana, Emilia Romagna e Veneto, ove<br />
continuano a crescere sia la popolazione che l’industrializza zione; a<br />
breve <strong>di</strong>stanza segue il Friuli Venezia Giulia, con crescita demografica<br />
che ristagna, mentre il Trentino Alto A<strong>di</strong>ge imbocca <strong>un</strong> suo sentiero<br />
214 Requiem per la Terza Italia? Sistemi territoriali <strong>di</strong> piccola impresa e transizione postindustriale
-<br />
-<br />
-<br />
-<br />
-<br />
<strong>di</strong> sviluppo (e che sviluppo vi sia lo prova la cre scita demografica)<br />
e manifestamente il motore non ne è l’indu stria ma, come sappiamo,<br />
l’agricoltura e il turismo;<br />
fra il 1971 e il 1981 parte anche la seconda «ondata» dell’industrializzazione<br />
nelle regioni centro-nord-orientali: Marche e Um bria, dapprima si<br />
accostano ai livelli cui erano le precedenti regio ni all’inizio del primo<br />
periodo, successivamente le Marche rag gi<strong>un</strong>gono, e superano, le posizioni<br />
<strong>di</strong> Toscana, Emilia Romagna e Veneto, in termini <strong>di</strong> industrializzazione,<br />
anche se l’incremento demografico appare abbastanza contenuto;<br />
in Abruzzi e Basilicata, ove prosegue l’esodo migratorio, si innal zano<br />
<strong>di</strong> <strong>un</strong> po’ i livelli <strong>di</strong> industrializzazione, come pure in Puglia e Sardegna,<br />
ove si accompagnano, peraltro, ad <strong>un</strong> incremento de mografico; Sicilia,<br />
Calabria e Campania, in costante crescita de mografica per l’effetto<br />
pressoché esclusivo del saldo naturale, restano più o meno sugli stessi<br />
livelli <strong>di</strong> industrializzazione, che non salgono nemmeno nel Lazio, data<br />
la spettacolare crescita del denominatore del nostro in<strong>di</strong>ce, causata dalla<br />
vera e propria esplosione demografica <strong>di</strong> Roma. Le posizioni al 1981<br />
sono le seguenti:<br />
le regioni della prima (Toscana, Emilia Romagna, Veneto) e della<br />
seconda (Marche, Umbria) «ondata» dell’industrializzazione post bellica<br />
sono ormai a livelli paragonabili a quelli delle due regioni <strong>di</strong> più antica<br />
industrializzazione; ma sono da segnalare alc<strong>un</strong>e evidenti <strong>di</strong>fferenziazioni:<br />
il declino dell’industrializzazione in Pie monte e Lombar<strong>di</strong>a, ormai<br />
manifestamente in fase «postindustria le»; il marcato rallentamento del<br />
processo <strong>di</strong> industrializzazione in Toscana; il più accentuato <strong>di</strong>namismo<br />
<strong>di</strong> Emilia Romagna, Ve neto e, soprattutto, Marche;<br />
Abruzzi, Molise, Basilicata e Puglia (la sola regione che si man tiene<br />
costantemente in crescita <strong>di</strong> popolazione), cioè le regioni della terza<br />
«ondata», hanno raggi<strong>un</strong>to e talvolta persino superato quelli che erano<br />
stati i livelli <strong>di</strong> industrializzazione delle prece denti regioni al termine<br />
del primo periodo;<br />
Sardegna e Lazio, per quanto accom<strong>un</strong>ate da <strong>un</strong>a costante espansione<br />
demografica, sebbene a ritmi notevolmente <strong>di</strong>suguali, se guono, come<br />
tutti sanno, percorsi <strong>di</strong>versi: l’abnorme crescita della megalopoli<br />
romana e la formazione <strong>di</strong> <strong>un</strong>a <strong>di</strong>screta struttura indu striale nel Lazio;<br />
<strong>un</strong> andamento economico titubante e incerto, nel <strong>di</strong>fficile rapporto fra<br />
agricoltura, turismo e grande industria, così tipico dell’Isola sarda.<br />
Sembrò allora (e sembra tuttora) <strong>di</strong> poter affermare che<br />
«l’industrializzazione <strong>di</strong>ffusa <strong>di</strong> questo dopoguerra non dovrebbe essere<br />
pensata semplicemente come <strong>un</strong> processo <strong>di</strong> espansione all’est e al sud <strong>di</strong><br />
<strong>un</strong> centro <strong>di</strong> industria pre-esistente, ma come <strong>un</strong> processo più composito in<br />
cui le rilocalizzazioni d’impresa dal nord-ovest e le al tre forme <strong>di</strong> induzione<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 215
<strong>di</strong>retta, che certamente vi sono state, costitui scono solo <strong>un</strong>a parte -e non<br />
decisiva- <strong>di</strong> <strong>un</strong> movimento complessi vamente caratterizzato da esplosioni<br />
<strong>di</strong> impren<strong>di</strong>torialità locale» (Becattini e Bianchi, 1982, p. 31).<br />
• Il mutamento 1981-1991<br />
Quel che è accaduto fra 1981 e 1991 conferma certamente, nel bene e<br />
nel male, il ruolo dei Stpi, ma testimonia d’<strong>un</strong> vistoso rimescolamento<br />
delle carte nelle classificazioni possibili delle famiglie <strong>di</strong> regioni (si veda,<br />
ancora, Fig. 4).<br />
Il «triangolo industriale», intanto, non esiste più: la Liguria conti nua<br />
ad arretrare in popolazione e industrializzazione (sui livelli <strong>di</strong> Basilicata<br />
e Molise), come esito <strong>di</strong> <strong>un</strong> accentuato declino; Lombar<strong>di</strong>a e Piemonte,<br />
in piena maturità postindustriale, perdono popolazione e scendono sotto ai<br />
livelli originari (1951) d’industrializzazione.<br />
Le regioni della Terza Italia, sia della prima che della seconda «ondata»,<br />
mostrano comportamenti nettamente <strong>di</strong>fferenziati: il Vene to svetta per la sua<br />
simultanea crescita demografica e industriale; l’Emilia Romagna tiene sui<br />
due fronti: entrambe raggi<strong>un</strong>gono i livelli industriali d’<strong>un</strong> Piemonte e d’<strong>un</strong>a<br />
Lombar<strong>di</strong>a in <strong>di</strong>scesa, mentre in tutte le quattro regioni si sviluppano robusti,<br />
anche se <strong>di</strong>versificati, processi <strong>di</strong> terziarizzazione evoluta; la Toscana <strong>di</strong>mostra<br />
nitidamente la precocità della sua transizione postindustriale: la crescita<br />
terziaria non impe<strong>di</strong>sce il declino demografico, mentre l’industria torna ai livelli<br />
1961, come effetto <strong>di</strong> <strong>un</strong>a deindustrializzazione venata <strong>di</strong> vere e proprie<br />
crisi; Marche e Umbria accusano <strong>un</strong>a brusca battuta d’arresto nei livelli <strong>di</strong><br />
industrializzazione, anche se, nel primo caso, con incre mento <strong>di</strong> residenti, nel<br />
secondo azzerando la crescita demografica re gistrata fra ‘71 e ‘81; il Friuli<br />
Venezia Giulia esibisce i segni d’<strong>un</strong>a crisi rovinosa in entrambi gli in<strong>di</strong>catori;<br />
il Trentino Alto A<strong>di</strong>ge, inve ce, si mantiene coerentemente su <strong>un</strong> suo sentiero <strong>di</strong><br />
sviluppo (la po polazione aumenta) manifestamente non fondato sull’industria;<br />
converge, non stranamente, sugli stessi livelli <strong>di</strong> industrializzazione la Valle<br />
d’Aosta, per quarant’anni in costante e rapida deindustrializza zione e in<br />
altrettanto costante e rapida crescita <strong>di</strong> popolazione.<br />
Più che <strong>di</strong>fficile sarebbe del tutto assurdo ascrivere ad <strong>un</strong>a <strong>un</strong>ica entità<br />
socio-economico-territoriale il composito aggregato delle re gioni meri<strong>di</strong>onali:<br />
Puglia e Sardegna, pur nelle notissime <strong>di</strong>fferen ziazioni strutturali e <strong>di</strong>namiche<br />
(impossibili da cogliere nei valori me<strong>di</strong> regionali), segnalano <strong>un</strong>a certa<br />
omogeneità comportamentale, nel senso che vi prosegue, seppure a ritmi<br />
rallentati, l’espansione demografica, mentre i livelli <strong>di</strong> industrializzazione<br />
scendono a valori poco sopra i cinque addetti per cento residenti; la Basilicata<br />
non mantiene le promesse del precedente decennio, tornando in<strong>di</strong>etro nei due<br />
in<strong>di</strong>catori, che, al contrario, crescono nel Molise (cui continua, peraltro, a<br />
mancare <strong>un</strong> quinto della sua popolazione 1951) e negli Abruzzi (ove, invece,<br />
216 Requiem per la Terza Italia? Sistemi territoriali <strong>di</strong> piccola impresa e transizione postindustriale
è pressoché recuperata l’emorragia demografi ca postbellica). La popolazione<br />
aumenta in Campania e Sicilia, con <strong>un</strong>’inversione della pur debolissima<br />
tendenza alla crescita industria le, mentre, per ben quarant’anni la Calabria<br />
continua ad avvitarsi su se stessa: le tre regioni sono, com<strong>un</strong>que, le sole con<br />
<strong>un</strong>a base indu striale che per <strong>un</strong> quarantennio si è mantenuta costantemente<br />
sotto i cinque addetti all’industria per cento abitanti.<br />
• Quante Italie?<br />
In effetti, rapportando andamenti 1981-1991 e livelli 1991 della<br />
specializzazione industriale (addetti all’industria su abitanti) delle regioni<br />
ai corrispondenti valori della me<strong>di</strong>a nazionale, si sono iden tificati cinque<br />
gruppi <strong>di</strong> regioni (Grassi 1992):<br />
a. regioni «molto forti ad evoluzione negativa» (Lombar<strong>di</strong>a e Pie monte);<br />
b. regioni «forti ad evoluzione positiva» (Emilia Romagna, Veneto,<br />
Trentino Alto A<strong>di</strong>ge e Marche);<br />
c. regioni «forti ad evoluzione negativa» (Toscana e Umbria);<br />
d. regioni «deboli a evoluzione positiva» (Abruzzi, Molise e Basili cata);<br />
e. regioni «deboli ad evoluzione negativa» (Lazio, Puglia, Campa nia,<br />
Calabria e Sicilia).<br />
Stando a quel che può <strong>di</strong>re il solo livello <strong>di</strong> industrializzazione 1991,<br />
abbiamo, invece, quattro famiglie <strong>di</strong> regioni, due sopra e due sotto il livello<br />
me<strong>di</strong>o nazionale (Fig. 5):<br />
a. Lombar<strong>di</strong>a, Veneto, Piemonte, Emilia Romagna e Marche, con va lori<br />
fra i quin<strong>di</strong>ci e i venti addetti all’industria per cento abitanti;<br />
b. Toscana, Friuli Venezia Giulia, Valle d’Aosta, Trentino Alto A<strong>di</strong> ge,<br />
Umbria e Abruzzi, con valori fra <strong>di</strong>eci e quin<strong>di</strong>ci;<br />
c. Molise, Liguria, Basilicata, Lazio, Puglia e Sardegna, nell’or<strong>di</strong>ne, sono<br />
fra i cinque e i <strong>di</strong>eci addetti all’industria per cento abitanti;<br />
d. Campania, Sicilia e Calabria si trovano, come s’è visto, sotto la metà<br />
della me<strong>di</strong>a nazionale.<br />
Conoscendo il percorso che sta alle spalle del provvisorio traguar do<br />
raggi<strong>un</strong>to al 1991 (e conoscendo, peraltro come tutti, <strong>di</strong>verse al tre cose),<br />
la classificazione può essere resa meno rozza: ma continua a segnalare<br />
l’esistenza <strong>di</strong> ben più <strong>di</strong> «tre Italie».<br />
Lombar<strong>di</strong>a, Piemonte, Emilia Romagna e Veneto costituiscono<br />
l’Italia della piena maturità postindustriale: <strong>un</strong>a robusta base indu striale<br />
(comparabile agli standard europei), <strong>un</strong>a buona dotazione <strong>di</strong> terziario<br />
avanzato, <strong>un</strong> sostanziale equilibrio demografico, <strong>un</strong>a strut tura territoriale <strong>un</strong><br />
po’ più policentrica nelle prime due regioni, <strong>un</strong> po’ più metropolitana nelle<br />
altre due, che simboleggiano la loro fuoriuscita dalla Terza Italia anche col<br />
richiamo ai sistemi economico-territoriali (rispettivamente, Padania e Alpe-<br />
Adria) cui sempre più si riferiscono nella progettazione delle politiche.<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 217
Figura 5<br />
INDUSTRIALIZZAZIONE (ADDETTI ALL’INDUSTRIA PER 100 ABITANTI). 1981-1991<br />
25<br />
20<br />
15<br />
10<br />
5<br />
0<br />
Lombar<strong>di</strong>a<br />
Veneto<br />
Piemtonte<br />
Emilia Romagna<br />
Marche<br />
TOSCANA<br />
Friuli V.G.<br />
Valle d’Aosta<br />
Trentino A.A.<br />
Umbria<br />
Abruzzi<br />
Trentino Alto A<strong>di</strong>ge e Valle d’Aosta rappresentano <strong>un</strong> modello <strong>di</strong><br />
sviluppo largamente tributario dei caratteri dell’ambiente naturale, almeno<br />
per la fondamentale quota turistica, sebbene agricoltura e in dustria marchino<br />
<strong>un</strong>a significativa presenza nella prima regione.<br />
Liguria e Venezia Giulia sono l’economia della crisi strutturale<br />
dell’industria, non compensata dalla crescita terziaria; il Friuli, inve ce, con<br />
i suoi Stpi omologhi a quelli delle regioni finitime, docu menta la persistenza<br />
<strong>di</strong> <strong>un</strong>a Terza Italia a macchie <strong>di</strong> leopardo, non più caratterizzante interi<br />
sistemi regionali.<br />
La Toscana, trascorsa la breve stagione (1955-1977) della predo minanza<br />
industriale, è riassorbita nel modello economico storicamen te egemone<br />
(cultura, banca, commercio, turismo). Lo segnalano po chi dati, che mostrano<br />
le <strong>di</strong>fferenze rispetto alle altre due regioni più rappresentative della Terza<br />
Italia. In Toscana, al 1991, l’industria co stituisce il 35% <strong>di</strong> tutti i posti <strong>di</strong><br />
lavoro, mentre è al 37% in Emilia Romagna e al 42 in Veneto; il commercio<br />
fornisce il 23% dell’occu pazione totale in Toscana, il 21 in Emilia, il 20 nel<br />
Veneto; il pubbli co impiego è pari al 27% in Toscana, al 14 nelle altre due<br />
regioni; anche il tasso <strong>di</strong> attività è significativamente <strong>di</strong>verso, se gli addetti, in<br />
tutte le attività, sono il 39% della popolazione in Toscana, 45 in Emilia, il 42 in<br />
Veneto. Insomma: deindustrializzazione fisiologica (rilascio delle produzioni<br />
a più basso valore aggi<strong>un</strong>to) e patologica (crisi settoriali nell’industria <strong>di</strong><br />
base e decisioni rilocalizzative) si in trecciano con <strong>un</strong>a crescita ambigua del<br />
terziario, ove si sommano il terziario «esplicito» tipico dei Stpi e quello<br />
alimentato da vistose ren <strong>di</strong>te (Cavalieri, 1991; <strong>Irpet</strong>, 1992), sì da rendere<br />
218 Requiem per la Terza Italia? Sistemi territoriali <strong>di</strong> piccola impresa e transizione postindustriale<br />
ITALIA<br />
Molise<br />
Liguria<br />
Basilicata<br />
Lazio<br />
Puglia<br />
Sardegna<br />
Campania<br />
1981<br />
1991<br />
Sicilia<br />
Calabria
obbligata la via, pe raltro non impossibile, <strong>di</strong> <strong>un</strong>a reindustrializzazione che<br />
induca <strong>un</strong>a qualificazione dei servizi alle imprese (Regione Toscana, 1992).<br />
Marche e Umbria palesano l’affaticamento <strong>di</strong> <strong>un</strong>a base industria le, fragile<br />
per la rapi<strong>di</strong>tà <strong>di</strong> <strong>un</strong>a crescita, forse troppo veloce per es sere sostenuta da<br />
politiche appropriate e, nella provincia ternana, per il declino dell’industria<br />
pesante non accompagnato da <strong>di</strong>versificazio ni produttive.<br />
Abruzzi, Molise, Basilicata, Puglia e Sardegna formano il plesso<br />
dell’economia «a rischio»: crescite industriali improvvise, più per decisioni<br />
localizzative esterne che per impren<strong>di</strong>torialità endogena, nelle prime due<br />
regioni; sviluppo incerto nella terza; decollo indu striale storicamente<br />
mancato nelle ultime due, si ricompongono nel quadro <strong>un</strong>itario <strong>di</strong> <strong>un</strong>o<br />
sviluppo che, con qualche modesta eccezione locale, è <strong>di</strong>fficile riconoscere<br />
come «autocentrato».<br />
Il Lazio fa storia a sé: l’abnorme crescita metropolitana della ca pitale e le<br />
non irrilevanti aree industriali locali (indotte dagli incenti vi dell’intervento<br />
straor<strong>di</strong>nario nel Mezzogiorno) non consentono <strong>un</strong>a qualificazione sistemica<br />
della regione.<br />
Campania, Sicilia e Calabria documentano quarant’anni <strong>di</strong> qual cosa <strong>di</strong> molto<br />
più grave del pur drammatico insuccesso delle politi che meri<strong>di</strong>onalistiche:<br />
la modernizzazione del costume e del consu mo ma non della produzione<br />
è passata prevalentemente per i red<strong>di</strong>ti resi <strong>di</strong>sponibili dall’economia «del<br />
crimine» (si vedano, nella vasta letteratura sull’argomento: Arlacchi, 1980<br />
e 1983; Centorrino, 1986, 1989) e dall’economia «della risorsa politica»<br />
(Catanzaro, 1979 e 1988; Centorrino e Sgroi, 1984; ancora Centorrino, 1986<br />
e 1989), entrambe convergenti nello spiazzare investimento produttivo e<br />
do manda <strong>di</strong> lavoro produttivo (Padoa Schioppa, 1990; Della Porta, 1992):<br />
mancano qui le basi primor<strong>di</strong>ali per il f<strong>un</strong>zionamento del mercato e, quin<strong>di</strong>,<br />
per l’impresa «fisiologica» (è il nocciolo del ra gionamento su cui si basa<br />
la proposta <strong>di</strong> politica economica del re cente Piano regionale <strong>di</strong> sviluppo<br />
economico-sociale della Sicilia: cfr. Regione Siciliana, 1991; sugli «effetti<br />
perversi delle politiche nel Mezzogiorno» si può vedere Trigilia, 1992).<br />
5. Conclusione: alc<strong>un</strong>i sp<strong>un</strong>ti interpretativi<br />
Proviamo a riassumere le considerazioni fin qui svolte per ricon durle a<br />
<strong>un</strong>’ipotesi interpretativa, seppur nei limiti dell’esercizio pre liminare<br />
consentito dalle potenzialità analitiche dei dati sommari fi nora <strong>di</strong>sponibili.<br />
Le tre formazioni geoeconomiche (economia centrale, economia<br />
marginale e economia periferica o Terza Italia) non descrivono più le<br />
fenomenologie dello sviluppo multiregionale italiano contempora neo.<br />
La Terza Italia, in particolare, registra <strong>un</strong>a vera e propria <strong>di</strong>a spora, se le<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 219
egioni che la componevano appartengono oggi a quat tro, forse cinque,<br />
<strong>di</strong>verse famiglie.<br />
L’assetto attuale mostra segni visibili dei processi intercorsi fra la<br />
metà degli anni ‘70 e la fine degli anni ‘80, ove si riconosce l’effet to<br />
sia <strong>di</strong> determinanti <strong>di</strong> l<strong>un</strong>ga durata <strong>di</strong> braudeliana memoria che <strong>di</strong> nette<br />
<strong>di</strong>scontinuità. Le più rimarchevoli <strong>di</strong>scontinuità contrassegnano il percorso<br />
evolutivo <strong>di</strong> Emilia Romagna e Veneto, ove a <strong>un</strong>a «indu strializzazione<br />
senza fratture» è succeduta <strong>un</strong>a «terziarizzazione sen za fratture», che ha<br />
fatto guadagnare alle due regioni <strong>un</strong>a collocazio ne stabile alle frontiere<br />
dello sviluppo nazionale, al fianco <strong>di</strong> Pie monte e Lombar<strong>di</strong>a. Qui, invece,<br />
ha operato la l<strong>un</strong>ga durata: il van taggio comparato del precoce decollo e<br />
la duratura predominanza dell’industria hanno posto le solide basi della<br />
compiuta trasforma zione postindustriale.<br />
Ancora a determinanti <strong>di</strong> l<strong>un</strong>ga durata è ascrivibile l’eclissi indu striale<br />
della Toscana: la «memoria storica» dell’atteggiamento antiindustrialista<br />
dei suoi gruppi <strong>di</strong>rigenti, sia negli anni attorno all’Unità (Mori, 1967 e<br />
1986) che nel periodo fra le due guerre (Palla, 1978), si riproduce nelle<br />
scelte delle poche gran<strong>di</strong> imprese qui presenti, i cui centri decisionali, <strong>di</strong><br />
norma esterni alla regione, affrontano malamente o non affrontano affatto il<br />
confronto con le ristrutturazioni degli anni ‘80; la piccola impren<strong>di</strong>torialità<br />
endogena è impari, per le ragioni che si sono viste più sopra, rispetto alla sfi da<br />
postindustriale. Né è sorretta da politiche nazionali o regionali appropriate.<br />
E qui sta il p<strong>un</strong>to della <strong>di</strong>fferenziazione principale all’interno del la<br />
Terza Italia, quella fra Veneto e Emilia Romagna, da <strong>un</strong>a parte, e Toscana<br />
dall’altra. Come s’è cercato <strong>di</strong> <strong>di</strong>mostrare a suo tempo (Bianchi, 1986, p.<br />
962) «i gruppi <strong>di</strong>rigenti toscani non riescono a entrare in sintonia con <strong>un</strong><br />
tipo <strong>di</strong> sviluppo che non è mai sentito co me cosa propria». Così, mentre in<br />
Toscana l’atteggiamento verso i caratteri dello sviluppo degli «stati maggiori<br />
regionali» del sindaca to, dei <strong>di</strong>rigenti politici, degli amministratori, degli<br />
stessi impren<strong>di</strong> tori svaria «dalla <strong>di</strong>ffidenza all’ostilità... ma sempre attento<br />
a pren derne le <strong>di</strong>stanze», nelle altre regioni (e, <strong>di</strong> sicuro, in Emilia Romagna)<br />
si riven<strong>di</strong>ca orgogliosamente l’originalità del modello regionale <strong>di</strong><br />
sviluppo e il contributo recato alla sua affermazione.<br />
I Stpi, d<strong>un</strong>que, così come furono il deus agìtans della saga della<br />
Terza Italia, sono oggi l’agente principale della sua <strong>di</strong>ssoluzione/trasformazione.<br />
Laddove la cultura sociale si è espressa in politiche pubbliche<br />
e politiche d’impresa appropriate alla transizione postin dustriale e<br />
all’internazionalizzazione dell’economia (e quin<strong>di</strong>: ri strutturazione e<br />
<strong>di</strong>versificazione industriale, servizi evoluti, infra strutture adeguate), i<br />
Stpi hanno potuto valorizzare, per <strong>di</strong>rla con Fuà, i «p<strong>un</strong>ti <strong>di</strong> forza» del<br />
modello <strong>di</strong> sviluppo, portando i sistemi regionali <strong>di</strong> appartenenza alla piena<br />
maturità postindustriale. Altrove (e s’è visto dove) i Stpi non ce l’hanno<br />
220 Requiem per la Terza Italia? Sistemi territoriali <strong>di</strong> piccola impresa e transizione postindustriale
fatta, né son stati aiutati dal le politiche, a promuovere autonomamente i<br />
«nuovi generatori» <strong>di</strong> economie esterne: si sono, quin<strong>di</strong>, acutizzati i «p<strong>un</strong>ti<br />
<strong>di</strong> debolezza», cosicché i sistemi regionali <strong>di</strong> appartenenza hanno perso il<br />
contatto con le regioni alla frontiera dello sviluppo.<br />
Valga l’esempio della Toscana, ove i <strong>di</strong>stretti industriali (Sforzi 1993),<br />
fra il 1981 e il 1991, perdono il 17% degli addetti all’indu stria (cioè il<br />
triplo <strong>di</strong> quanto è avvenuto nel complesso dei <strong>di</strong>stretti industriali italiani),<br />
mentre nell’insieme dei settori produttivi i <strong>di</strong> stretti toscani registrano <strong>un</strong><br />
incremento d’occupazione del 2,5%, contro il 10% del complesso dei<br />
<strong>di</strong>stretti italiani.<br />
Si prendano, sempre a questo riguardo, le variazioni <strong>di</strong> occupazione<br />
intercorse tra il 1981 é il 1991 nei principali <strong>di</strong>stretti industriali (siste mi<br />
territoriali <strong>di</strong> piccole imprese) del nostro Paese secondo le loro in dustrie<br />
dominanti. L’industria perde il 10% dell’occupazione nel com plesso dei<br />
<strong>di</strong>stretti industriali tessili italiani, ma guadagna il 10% nei <strong>di</strong>stretti industriali<br />
tessili della Lombar<strong>di</strong>a e mantiene i precedenti li velli in Emilia Romagna,<br />
mentre perde quasi il 19% in Toscana; l’oc cupazione industriale complessiva<br />
<strong>di</strong>minuisce del 5% nella me<strong>di</strong>a na zionale dei <strong>di</strong>stretti dell’abbigliamento, resta<br />
stabile in quelli del Ve neto, guadagna l’8% negli Abruzzi, ma perde il 17% in<br />
Toscana; l’in dustria cede circa il 7% della sua occupazione nell’insieme dei<br />
<strong>di</strong>stret ti industriali calzaturieri del Paese, ma, <strong>di</strong> nuovo, guadagna il 10% nel<br />
Veneto, mentre registra <strong>un</strong>a rovinosa caduta del 28% in Toscana.<br />
Certo, anche secondo <strong>un</strong>’altra valutazione (Grassi, 1992), i <strong>di</strong>stretti<br />
continuano a rappresentare ancora al 1991 il pilastro della base industriale<br />
toscana e mantengono <strong>un</strong> forte grado <strong>di</strong> specializzazione indu striale<br />
(207 addetti all’industria per mille abitanti, contro corrispon denti valori<br />
<strong>di</strong> 138, nella me<strong>di</strong>a toscana, e <strong>di</strong> 137 e 179, rispettiva mente, nelle aree<br />
metropolitane e nelle aree forti del centro-nord), ma esibiscono, ecco il<br />
p<strong>un</strong>to, <strong>un</strong>a marcata sottodotazione <strong>di</strong> servizi, con 66 addetti al terziario<br />
privato per mille abitanti, rispetto ai 78 della Toscana, ai 102 delle aree<br />
metropolitane, ai 70 delle aree forti.<br />
Né convince più <strong>di</strong> tanto la tesi che contrappone la «terziarizza zione»<br />
alla «deindustrializzazione» per spiegare la marcata caduta d’occupazione<br />
industriale in Toscana. A parte quanto s’è detto sui caratteri della<br />
terziarizzazione toscana, come non cogliere l’inquie tante <strong>di</strong>fferenziale <strong>di</strong><br />
<strong>di</strong>namismo fra Toscana da <strong>un</strong> lato e Veneto ed Emilia Romagna dall’altro? Il<br />
saldo me<strong>di</strong>o annuo <strong>di</strong> nati-mortalità d’impresa (pari al rapporto fra il saldo<br />
imprese avviate meno impre se cessate e la me<strong>di</strong>a delle imprese esistenti)<br />
misurato sul periodo 1986-1990 mostra, infatti, <strong>un</strong> valore che è nel Veneto<br />
del 21% e in Emilia Romagna del 27% superiore a quello toscano.<br />
C’è <strong>un</strong>a lezione, nemmeno tanto implicita, in questa vicenda (su<br />
cui converrà tornare con <strong>un</strong>a più congrua base conoscitiva e <strong>un</strong>a me no<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 221
semplicistica strumentazione concettuale): gli stereotipi impe<strong>di</strong> rono, <strong>un</strong>a<br />
ventina d’anni fa e per molti anni, <strong>di</strong> riconoscere le speci ficità dello sviluppo<br />
italiano e, in particolare, della Terza Italia con i suoi Stpi. Le conseguenze<br />
della «<strong>di</strong>strazione», come si sa, non furo no solo <strong>di</strong> carattere culturale,<br />
giacché impe<strong>di</strong>rono la tempestiva ado zione <strong>di</strong> politiche appropriate.<br />
Sarebbe davvero ironico se <strong>un</strong>’analisi spregiu<strong>di</strong>cata e innovativa come<br />
quella che condusse all’identifica zione, prima, e alla concettualizzazione,<br />
poi, dei <strong>di</strong>stretti industriali e della Terza Italia, si anchilosasse, oggi, nella<br />
proposta <strong>di</strong> <strong>un</strong> nuovo stereotipo, frapposto alla percezione della realtà.<br />
In ogni caso, se la Terza Italia se ne va, con tutti gli onori, i Stpi restano,<br />
con tutti i loro problemi e le loro potenzialità. Risolvere gli <strong>un</strong>i e valorizzare<br />
le altre, richiede però che <strong>un</strong>a nuova stagione <strong>di</strong> ri cerca empirica, sul campo,<br />
li sottragga al rischio <strong>di</strong> <strong>un</strong>a loro possibi le ipostatizzazione ideologica.<br />
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<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 225
ALLA RICERCA DELLA MEMORIA PERDUTA*<br />
Giuliano Bianchi<br />
1. La contrad<strong>di</strong>zione<br />
Questo scritto assume consapevolmente la contrad<strong>di</strong>ttorietà fra due<br />
“convinte” convinzioni <strong>di</strong> chi scrive:<br />
- la convinzione dell’inesistenza, nell’Italia d’oggi (per la verità anche in<br />
altri paesi e in altri tempi), <strong>di</strong> “vere” pratiche <strong>di</strong> programmazione;<br />
- la convinzione della necessità, nell’Italia d’oggi, <strong>di</strong> darsi da fare (ove si<br />
possa e in ruoli magari <strong>di</strong>versi: decisori, stu<strong>di</strong>osi, tecnici, operatori…)<br />
con alc<strong>un</strong>e umili ma utili pratiche per tener viva almeno la speranza della<br />
programmazione, come i monaci benedettini che nel buio me<strong>di</strong>oevo<br />
copiando gli antichi testi preparavano il Rinascimento.<br />
Si <strong>di</strong>chiara subito che il tono tranchant <strong>di</strong> queste note è dovuto in<br />
piccola parte alla storia <strong>di</strong> delusioni <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong> da trent’anni<br />
e passa in servizio permanente effettivo, ma in parte assai maggiore alla<br />
volontà <strong>di</strong> estremizzare le posizioni in modo da poter provocare <strong>un</strong>a vera e,<br />
se possibile, accesa <strong>di</strong>scussione. In altri termini le delusioni non inducono<br />
alla palino<strong>di</strong>a e men che meno alla resa.<br />
Anzi.<br />
Sulla base <strong>di</strong> queste premesse si proporrà <strong>un</strong>a definizione tentativa<br />
<strong>di</strong> programmazione, per sostenere che era stato molto <strong>di</strong>fficile, se non<br />
impossibile, rintracciarne in<strong>di</strong>zi nelle esperienze italiane ed europee, pur<br />
autodefinite <strong>di</strong> programmazione, l<strong>un</strong>go l’arco <strong>di</strong> <strong>un</strong> ventennio.<br />
Si narrerà poi del tentativo, condotto in collaborazione con Stefano<br />
Pieracci agli inizi degli anni Novanta, <strong>di</strong> far rinascere la programmazione<br />
in Toscana, sulla scorta della lezione critica delle esperienze conosciute (e<br />
in primo luogo <strong>di</strong> quella toscana) e dei suggerimenti della (allora) nuova<br />
politica regionale com<strong>un</strong>itaria.<br />
Si svolgerà quin<strong>di</strong> <strong>un</strong> sintetico bilancio <strong>di</strong> quell’esperienza,<br />
corroborandola con i risultati <strong>di</strong> <strong>un</strong>a valutazione della stagione dei<br />
patti territoriali e <strong>di</strong> <strong>un</strong>a recente indagine su <strong>un</strong>a quarantina <strong>di</strong> “reperti<br />
programmatori” italiani, per concludere che <strong>di</strong> programmazione (nel senso<br />
della definizione qui adottata) non si può parlare.<br />
Anche la più recente esperienza della Regione Toscana, pur<br />
d’altissimo livello politico-culturale, viene ricondotta nell’ambito delle<br />
* Testo contenuto in Bal<strong>di</strong> B., Bruzzo A., Petretto A. (a cura <strong>di</strong>) (2008), Programmazione regionale e<br />
sviluppo locale: recenti esperienze in Italia. Atti del Seminario in memoria <strong>di</strong> Stefano Pieracci, IRPET-<br />
Regione Toscana, pp. 73-96.<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 227
“programmazioni incompiute”, anche se permette (o almeno così si<br />
crede) <strong>di</strong> capire le cause dell’incompiutezza.<br />
La conclusione è quella anticipata: qualche modesta proposta per i<br />
“benedettini della programmazione”.<br />
2. Ma cos’è la programmazione?<br />
Potrà sembrare <strong>un</strong> esercizio inutile se non ad<strong>di</strong>rittura futile definirla, data<br />
la numerosità sgomentante <strong>di</strong> definizioni teoriche, tecniche, giuri<strong>di</strong>che,<br />
secondo l’oggetto da programmare, il soggetto che programma, il territorio<br />
e l’intervallo temporale <strong>di</strong> riferimento. Ma è proprio la babele delle sigle<br />
<strong>di</strong> corrente smercio sul mercato della programmazione (PRS, POR,<br />
DOCUP, PLS, PS, PRG, PRUSST, PIT, PISL, PASL, …) a rendere più che<br />
utile del tutto necessario il tentativo <strong>di</strong> dare <strong>un</strong> contenuto riconoscibile al<br />
concetto <strong>di</strong> programmazione e alla prassi del programmare.<br />
In effetti, non v’è ness<strong>un</strong>a certezza che sotto il caleidoscopio delle<br />
etichette si possa rinvenire <strong>un</strong> contenuto riconducibile, ad esempio, ad<br />
<strong>un</strong> “modello logico” (come deve essere fatto e come si fa a fare <strong>un</strong> piano<br />
o programma: forma del prodotto e regole del processo produttivo). Non<br />
lo sono, sempre ad esempio, le numerose leggi regionali sulle procedure<br />
della programmazione, che <strong>di</strong>sciplinano le sequenze delle operazioni,<br />
come fossero i passi dell’iter <strong>di</strong> <strong>un</strong> proce<strong>di</strong>mento amministrativo. E<br />
nemmeno vi si rinviene <strong>un</strong> modello, <strong>di</strong>ciamo così, “f<strong>un</strong>zionale”: chi fa che<br />
cosa nelle tre fasi del processo <strong>di</strong> piano (formulazione, implementazione,<br />
controllo).<br />
No, le sigle non rinviano a manifestazioni empiriche <strong>di</strong>verse <strong>di</strong> <strong>un</strong>a<br />
stessa struttura sottostante: si tratta <strong>di</strong> fenomenologie molto <strong>di</strong>fferenziate<br />
ed eterogenee, che incorporano, quando incorporano, segmenti, schegge,<br />
in<strong>di</strong>zi <strong>di</strong> <strong>un</strong>a pratica <strong>di</strong> programmazione.<br />
Le possibili definizioni <strong>di</strong> programmazione stanno -si osa affermare-<br />
entro <strong>un</strong>o spazio logico delimitato da <strong>un</strong> limite minimo e da <strong>un</strong> limite<br />
massimo.<br />
Il contenuto minimo del programmare può essere definito così:<br />
or<strong>di</strong>nare logicamente e temporalmente <strong>un</strong>a serie <strong>di</strong> atti pre<strong>di</strong>sposti al fine<br />
del raggi<strong>un</strong>gimento <strong>di</strong> <strong>un</strong> obiettivo (ed è la logica del progetto: l’<strong>un</strong>ità<br />
elementare della programmazione, se vogliamo).<br />
Il contenuto massimo del programmare può essere definito così:<br />
statuire d’imperio tutti i comportamenti e tutti gli atti <strong>di</strong> tutti i soggetti <strong>di</strong><br />
<strong>un</strong>a collettività (ed è la logica della pianificazione centralizzata <strong>di</strong> stampo<br />
sovietico).<br />
228 Alla ricerca della memoria perduta
In questo spazio si pensa sommessamente <strong>di</strong> poter avanzare -dopo<br />
trent’anni <strong>di</strong> stu<strong>di</strong>o, insegnamento e pratica della programmazione<strong>un</strong>a<br />
modesta proposta <strong>di</strong> definizione, limitata alla programmazione<br />
economico-territoriale pubblica. La seguente, in termini volutamente e<br />
<strong>un</strong> po’ ironicamente <strong>di</strong>dascalici:<br />
Dicesi programmazione <strong>un</strong> sistema <strong>di</strong> scelte del decisore pubblico,<br />
anche contrattate o concertate con soggetti privati, per guidare i processi<br />
economici, sociali e territoriali <strong>di</strong> <strong>un</strong> ambito spaziale e in <strong>un</strong> ambito<br />
temporale definiti.<br />
In corsivo i p<strong>un</strong>ti cruciali. Sistema <strong>di</strong> scelte: la programmazione non è <strong>un</strong><br />
intervento singolo, ma <strong>un</strong> insieme <strong>di</strong> interventi organizzati sistemicamente,<br />
cioè coerenti e integrati. Le scelte sono anche contrattate o concertate<br />
con soggetti privati per almeno tre or<strong>di</strong>ni <strong>di</strong> ragioni: per la complessità<br />
delle società contemporanee che richiedono forme <strong>di</strong> governance in <strong>un</strong><br />
rapporto fra decisore pubblico e stakeholders privati, per il carattere<br />
democratico della programmazione che richiede la partecipazione <strong>di</strong><br />
soggetti privati in forme che possono andare dalla contrattazione alla<br />
concertazione, per la necessità <strong>di</strong> integrare risorse pubbliche e risorse<br />
private negli investimenti programmati. La programmazione, siamo in<br />
<strong>un</strong> regime democratico, guida e non comanda. Guida con meccanismi<br />
<strong>di</strong> incentivi e <strong>di</strong>sincentivi, in genere tramite il mercato, mo<strong>di</strong>ficando le<br />
convenienze e le aspettative degli attori privati o pubblici.<br />
La programmazione è d<strong>un</strong>que <strong>un</strong> intervento pubblico. Un intervento<br />
pubblico, si deve aggi<strong>un</strong>gere, reso necessario, come si sa, dai cosiddetti<br />
“fallimenti del mercato”. Ma non tutti gli interventi pubblici sono<br />
programmazione. La programmazione si <strong>di</strong>fferenzia all’interno della<br />
categoria degli interventi pubblici per i seguenti caratteri <strong>di</strong>stintivi:<br />
- le finalità, che debbono derivare da <strong>un</strong>’analisi e non essere ass<strong>un</strong>te<br />
arbitrariamente;<br />
- gli obiettivi, che debbono essere quantificati;<br />
- le priorità, che debbono essere stabilite, in termini temporali o<br />
d’assegnazione <strong>di</strong> risorse;<br />
- la coerenza, che deve essere <strong>di</strong>mostrata, in modo che le singole scelte<br />
non siano reciprocamente contrad<strong>di</strong>ttorie;<br />
- i meccanismi <strong>di</strong> controllo, che debbono comprendere:<br />
- la valutazione (ex-ante), che deve essere praticata per motivare<br />
le scelte, dato che qui non opera il mercato come allocatore delle<br />
risorse;<br />
- il monitoraggio, per controllare il processo d’attuazione in<br />
itinere;<br />
- la verifica dei risultati ottenuti.<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 229
3. Un passo in<strong>di</strong>etro<br />
Agli inizi del 1991 il nuovo presidente della Regione Toscana decise <strong>di</strong><br />
rilanciare la politica <strong>di</strong> programmazione (“<strong>un</strong> salto politico-culturale <strong>di</strong><br />
qualità”, <strong>di</strong>sse e scrisse). Stefano Pieracci era coor<strong>di</strong>natore (non c’erano<br />
ancora i “<strong>di</strong>rettori generali”) del <strong>di</strong>partimento Programmazione (non<br />
c’erano ancora le “<strong>di</strong>rezioni generali”).<br />
Chi scrive collaborava col <strong>di</strong>partimento, ma lavorava all’Istituto<br />
<strong>un</strong>iversitario europeo <strong>di</strong> Firenze nel team <strong>di</strong>retto da Robert Leonar<strong>di</strong>,<br />
col compito <strong>di</strong> produrre <strong>un</strong> rapporto sull’esperienza dei mitici (allora!)<br />
Programmi integrati me<strong>di</strong>terranei (Bianchi, 1990; 1992a), varati dalla<br />
Commissione europea per “compensare” le regioni me<strong>di</strong>terranee <strong>di</strong><br />
Francia, Italia e Grecia dopo l’ingresso nella Com<strong>un</strong>ità (non ancora<br />
Unione) <strong>di</strong> Spagna e Portogallo. Tutto il team era impegnato in <strong>un</strong>a<br />
riflessione sui fon<strong>di</strong> strutturali e sulle politiche regionali com<strong>un</strong>itarie, nella<br />
convinzione che il mercato <strong>un</strong>ico, nonostante i benefici nella convergenza<br />
economica a livello nazionale promessi fin dal 1987 dal famoso rapporto<br />
Padoa Schioppa, potesse non essere altrettanto vantaggioso per la coesione<br />
economico-sociale a livello <strong>di</strong> regioni.<br />
L’autore <strong>di</strong> queste note era piuttosto scettico circa la possibilità <strong>di</strong> <strong>un</strong><br />
vero rilancio della programmazione. Nel 1979, infatti, aveva raccontato,<br />
senza enfasi ma con qualche intonazione speranzosa, “l’esperienza<br />
italiana <strong>di</strong> programmazione regionale” (Bianchi, 1979); qualche anno<br />
dopo presentava <strong>un</strong>a “rassegna critica dell’esperienza <strong>di</strong> programmazione<br />
regionale in Italia” (Bianchi, 1982); <strong>un</strong>a decina d’anni dopo aveva tentato<br />
<strong>di</strong> proporre <strong>un</strong>a strada verso la “programmazione regionale possibile” nel<br />
nostro Paese (Bianchi, 1991; 1992b). Tra le due date aveva continuato a<br />
ricercare, in Italia, in altri Paesi europei, in Europa -non si saprebbe <strong>di</strong>re se<br />
con tenacia o testardaggine- prove, segni, epifanie d’<strong>un</strong>a programmazione<br />
regionale operante: raccogliendo e spesso raccontando storie <strong>di</strong> frequenti<br />
fallimenti e <strong>di</strong> rari successi (Bianchi, 1987a; 1987b; 1988).<br />
Di questo si è riferito più volte come prova la bibliografia qui <strong>di</strong><br />
seguito citata: si potrà, quin<strong>di</strong>, essere brevi. Basta, infatti, ricordare come<br />
tutte le analisi condotte sulle esperienze europee <strong>di</strong> programmazione<br />
regionale e locale del ventennio 1970-1990 convergessero nel riconoscervi<br />
<strong>un</strong>a sostanziale debolezza dei fondamenti teorici, <strong>un</strong>’insufficiente<br />
strumentazione tecnica (per la valutazione, l’attuazione e il controllo), <strong>un</strong>a<br />
scarsa efficacia degli interventi.<br />
In particolare, vi erano state riscontrate:<br />
-<br />
<strong>un</strong>’estrema <strong>di</strong>fferenziazione dei vari esercizi <strong>di</strong> piano in termini <strong>di</strong><br />
forma e <strong>di</strong> contenuto (Barras, Broadbent, 1979; Bianchi, 1982; 1987a;<br />
1987b; Falu<strong>di</strong>, 1986; 1989; Williams, 1984);<br />
230 Alla ricerca della memoria perduta
- <strong>un</strong>a <strong>di</strong>ffusa mancanza dei requisiti formali della pianificazione:<br />
quantificazione degli obbiettivi; coerente generazione delle strategie dalle<br />
politiche; valutazione quantitativa delle strategie alternative; procedure<br />
formali e quantificate <strong>di</strong> monitoraggio (Archibugi, 1992; Barras,<br />
Broadbent, 1979; Bianchi, Johansson, Snickars, 1984; Falu<strong>di</strong>, 1986);<br />
- la rara presenza, nelle legislazioni, <strong>di</strong> norme sulla forma e il contenuto<br />
dei piani (fra le eccezioni, cfr. il venerando D.o.E, 1970);<br />
- macroscopiche contrad<strong>di</strong>zioni, anche nel caso più evoluto (quello della<br />
normativa com<strong>un</strong>itaria europea), fra obbiettivi en<strong>un</strong>ciati e risultati<br />
ottenuti dalle politiche settoriali praticate (Grote, 1990) o fra principi e<br />
meto<strong>di</strong> stabiliti nei Regolamenti e programmi implementati in materia<br />
<strong>di</strong> politiche regionali (ed era il caso dei già citati Pim; cfr.: Bianchi,<br />
1990; 1992a).<br />
Com<strong>un</strong>que i due (Stefano e chi scrive) decisero <strong>di</strong> raccogliere la sfida<br />
proposta dal presidente della Regione, ma, fondamentalmente, sulla base<br />
<strong>di</strong> <strong>un</strong>a consapevolezza l<strong>un</strong>gamente maturata in tanti anni <strong>di</strong> osservazione<br />
e analisi delle teorie e delle pratiche <strong>di</strong> programmazione regionale: la<br />
consapevolezza che i venti anni che stavano alle loro spalle erano stati<br />
anni nei quali, in Italia come in Europa, gli esperimenti <strong>di</strong> programmazione<br />
regionale non avevano f<strong>un</strong>zionato, nel senso che si erano <strong>di</strong>mostrati<br />
scarsamente efficaci rispetto agli obiettivi e scarsamente efficienti rispetto<br />
alla allocazione delle risorse, in ogni caso non in grado <strong>di</strong> governare i<br />
processi economici, sociali e territoriali dello sviluppo. Il giu<strong>di</strong>zio si<br />
poteva estendere a quasi tutte le esperienze <strong>di</strong> programmazione incluse<br />
le più recenti, quelle <strong>di</strong> stampo europeo come i Programmi integrati<br />
me<strong>di</strong>terranei.<br />
Proprio i Pim rappresentavano <strong>un</strong> caso lampante in questo senso. I Pim,<br />
infatti, nascevano sulla base <strong>di</strong> <strong>un</strong> approccio rivoluzionario. Era il momento<br />
più alto delle coraggiose innovazioni introdotte nelle politiche regionali<br />
europee dalla Commissione guidata da Jacques Delors: l’approccio per<br />
programmi; il superamento delle quote nazionali nella re<strong>di</strong>stribuzione<br />
dei fon<strong>di</strong>; l’introduzione del principio del partenariato fra istituzioni e<br />
soggetti sociali; il riconoscimento <strong>di</strong> pari <strong>di</strong>gnità ai soggetti del negoziato<br />
trilaterale tra Com<strong>un</strong>ità, regioni e stati membri e, infine ma soprattutto,<br />
l’en<strong>un</strong>ciazione, in termini normativi, dei tre principi basilari <strong>di</strong> <strong>un</strong>a<br />
politica <strong>di</strong> sviluppo regionale: il concetto <strong>di</strong> sviluppo integrato me<strong>di</strong>ante<br />
lo strumento dei programmi intersettoriali pluriennali, l’applicazione <strong>di</strong><br />
rigorosi criteri <strong>di</strong> valutazione ex ante e <strong>di</strong> controllo ex post, l’impostazione<br />
del piano a livello dell’<strong>un</strong>ità territoriale appropriata. Con <strong>un</strong> taglio <strong>di</strong><br />
spada, la normativa com<strong>un</strong>itaria tranciava <strong>di</strong> netto antiche querelles sulla<br />
metodologia della programmazione, facendo <strong>un</strong>a scelta e traducendola<br />
nelle norme dei regolamenti europei.<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 231
A <strong>di</strong>spetto <strong>di</strong> queste premesse, i Pim furono attuati in modo da<br />
rappresentare esattamente la negazione dei tre principi basilari, nel senso<br />
che furono:<br />
- formulati a <strong>un</strong> livello territoriale qual<strong>un</strong>que (da <strong>un</strong>a frazione casuale <strong>di</strong><br />
<strong>un</strong> territorio regionale, a <strong>un</strong>’intera regione, a <strong>un</strong>a singola località);<br />
- approvati anche quando mancava perfino l’in<strong>di</strong>cazione qualitativa dei<br />
criteri per validare le scelte e poi per controllare i risultati ottenuti;<br />
-<br />
non programmi <strong>di</strong> sviluppo integrato, ma semplici collages <strong>di</strong> azioni<br />
finanziate per la maggior parte da risorse messe a <strong>di</strong>sposizione dalla<br />
Com<strong>un</strong>ità (Bianchi, 1990, 1992a; Bianchi, Grote, 1991).<br />
4. La lezione critica dell’esperienza<br />
C’era <strong>di</strong> che essere sconfortati. Ma la scelta fu quella <strong>di</strong> cercar <strong>di</strong> capire<br />
quali potessero essere le cause dei fallimenti (“per imparare dalla lezione<br />
degli errori” si <strong>di</strong>ssero i nostri due).<br />
L’analisi del complesso delle esperienze conosciute condusse a<br />
riconoscere che il sostanziale fallimento dei tentativi <strong>di</strong> programmazione<br />
regionale poteva essere ricondotto a quattro cause fondamentali:<br />
-<br />
-<br />
-<br />
-<br />
<strong>un</strong>a prima, essenzialmente tecnico-giuri<strong>di</strong>ca, legata all’inesistenza <strong>di</strong> <strong>un</strong><br />
modello sui contenuti e la forma dei piani regionali, che ne consentisse<br />
il raccordo coerente alle scelte <strong>di</strong> bilancio;<br />
<strong>un</strong>a seconda, sostanzialmente culturale, legata alla riluttanza dei policy<br />
makers verso l’impiego della strumentazione analitica occorrente (e<br />
<strong>di</strong>sponibile) per le valutazioni e per il controllo;<br />
<strong>un</strong>a terza, squisitamente politica, legata al relativo isolamento (allora<br />
e specie in Italia) dell’attore Regione rispetto alle rappresentanze <strong>di</strong><br />
interessi, rivelatesi, in genere, incapaci sia <strong>di</strong> rivolgere alle istituzioni le<br />
domande appropriate sia <strong>di</strong> partecipare realmente al processo decisionale<br />
pubblico (Holland, 1976, 1978);<br />
<strong>un</strong>a quarta, fondamentalmente concettuale, <strong>di</strong>pendente dalla duplice<br />
circostanza che, se gli anni ‘70 avevano registrato l’insuccesso<br />
dell’approccio della programmazione globale (comprehensive planning)<br />
per l’impossibilità <strong>di</strong> controllare dalla scala regionale processi operanti<br />
a scala nazionale quando non mon<strong>di</strong>ale (l’andamento, per esempio,<br />
delle grandezze macroeconomiche e dei tassi <strong>di</strong> cambio), gli anni ‘80<br />
avevano visto, invece, il crollo dell’approccio della programmazione per<br />
progetti (project planning), dato che il progetto non può, per definizione,<br />
governare i processi globali <strong>di</strong> <strong>un</strong>a com<strong>un</strong>ità e del suo territorio.<br />
Sulla causa tecnico-giuri<strong>di</strong>ca si poteva intervenire e Stefano intervenne,<br />
app<strong>un</strong>to con la proposta tecnica, poi approvata dal Consiglio regionale,<br />
232 Alla ricerca della memoria perduta
della prima legge regionale toscana sulla programmazione (L.R. 9 giugno<br />
1992, n. 26, “Prima attuazione dell’art. 48 dello statuto”). Legge sulla<br />
“programmazione”, non sulle “procedure della programmazione”. Perché<br />
<strong>un</strong>a legge sulle procedure c’era da tempo, ovviamente, ma non aveva<br />
prodotto risultati apprezzabili, se<br />
venti anni <strong>di</strong> tentativi volti ad innestare proce<strong>di</strong>menti <strong>di</strong> programmazione<br />
partecipata e contrattata sul sistema <strong>di</strong> governo locale ed a promuovere<br />
<strong>un</strong> parallelo e coor<strong>di</strong>nato rior<strong>di</strong>no delle competenze, sembrano attestare<br />
<strong>un</strong>a sostanziale impraticabilità delle strategie fondate solo sui poteri <strong>di</strong><br />
intervento della regione, in assenza <strong>di</strong> provve<strong>di</strong>menti <strong>di</strong> riforma del suo<br />
ruolo e <strong>di</strong> rior<strong>di</strong>no degli enti locali. (Pieracci 2006).<br />
Nella legge sulla programmazione si poteva riconoscere l’eco del<br />
celebre Manual on Form and Content of Development Plans (D.o.E., 1970),<br />
la bibbia della structure planning introdotta nel Regno Unito dal governo<br />
laburista <strong>di</strong> Harold Wilson, prima che il ciclone Thatcher imponesse<br />
l’egemonia neo-liberista.<br />
5. Che fare?<br />
Da queste riflessioni maturò la convinzione che si potesse persino<br />
sottovalutare l’importanza dei contenuti della programmazione rispetto<br />
all’importanza prioritaria <strong>di</strong> approntare e mettere in movimento la<br />
macchina della programmazione. Una macchina m<strong>un</strong>ita <strong>di</strong> strumenti per la<br />
valutazione, l’attuazione e il controllo; capace <strong>di</strong> avviare la riforma della<br />
struttura amministrativa destinata a gestire il processo <strong>di</strong> programmazione;<br />
impegnata ad attivare <strong>un</strong>a rete <strong>di</strong> rapporti interni alla propria struttura e con<br />
gli attori sociali, <strong>di</strong> cui si trattava <strong>di</strong> guadagnare non il semplice consenso<br />
ma l’attiva partecipazione al processo; attenta a ricucire la frattura fra<br />
strategie generali e azione amministrativa corrente.<br />
È in questo quadro che, all’inizio degli anni ‘90, si poneva la domanda<br />
cruciale (“che fare?”) per tutte le Regioni italiane e non solo per la<br />
Toscana. Certo, nelle con<strong>di</strong>zioni date, occuparsi <strong>di</strong> meto<strong>di</strong> e strumenti<br />
della programmazione poteva sembrare <strong>un</strong> lusso <strong>di</strong> poco sugo: d’altra<br />
parte è proprio nei momenti <strong>di</strong> “stretta” che si impongono <strong>un</strong> intelligente<br />
uso delle scarse risorse <strong>di</strong>sponibili e la ricerca <strong>di</strong> sinergie con le risorse<br />
com<strong>un</strong>itarie.<br />
Ma, ecco il p<strong>un</strong>to nodale del ragionamento, quale che fosse per essere<br />
l’orientamento <strong>di</strong> politica economica del nuovo corso italiano (e si sapeva,<br />
com<strong>un</strong>que, che sarebbe stato o marcatamente liberista o, in ogni caso, non<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 233
più interventista) mentre l’orientamento <strong>di</strong> politica istituzionale sarebbe<br />
stato marcatamente regionalista (magari, federalista): e, d<strong>un</strong>que, con <strong>un</strong><br />
probabile aumento significativo, se non <strong>di</strong> mezzi, <strong>di</strong> poteri da gestire in<br />
periferia. Valeva, d<strong>un</strong>que, la pena <strong>di</strong> attrezzarsi e conveniva farlo, visto il<br />
bilancio sostanzialmente deludente (con poche eccezioni) <strong>di</strong> <strong>un</strong> ventennio<br />
<strong>di</strong> esperienze regionali, adottando principi e criteri proposti dalla politica<br />
regionale europea, che rappresentava, pur coi suoi limiti, <strong>un</strong> vero e proprio<br />
modello innovativo.<br />
Il risultato avrebbe dovuto essere <strong>un</strong> piano regionale il quale:<br />
- fosse l’<strong>un</strong>ico strumento <strong>di</strong> politica regionale nella regione, per tutti i<br />
soggetti (l’Europa, lo Stato, la Regione);<br />
- integrasse negli impieghi tutte le risorse <strong>di</strong>sponibili (europee, nazionali,<br />
regionali), sulla base <strong>di</strong> tutti gli strumenti operanti;<br />
-<br />
seguisse l’approccio com<strong>un</strong>itario per quanto riguarda la forma, il<br />
contenuto e le procedure del piano.<br />
Il Programma Regionale <strong>di</strong> Sviluppo (PRS) 1992-94 viene, d<strong>un</strong>que,<br />
elaborato in parallelo alla proposta <strong>di</strong> legge sulla programmazione,<br />
ma approvato prima e fornisce lo schema per l’articolazione in norme<br />
giuri<strong>di</strong>che: ed è il nuovo piano, non più mero documento, ma strumento <strong>di</strong><br />
governo del processo <strong>di</strong> programmazione, <strong>un</strong> piano in senso tecnico, che<br />
regola la fase operativa della programmazione ** .<br />
La nuova struttura del PRS (Regione Toscana, 1992) si articola in due<br />
parti: il “Quadro <strong>di</strong> riferimento” e le “Determinazioni programmatiche”.<br />
Il “Quadro <strong>di</strong> riferimento” comprende:<br />
-<br />
-<br />
-<br />
-<br />
-<br />
-<br />
-<br />
il “Contesto strutturale”, cioè l’analisi degli elementi fondamentali<br />
dello sviluppo regionale nel quadro dell’Europa e del Paese in f<strong>un</strong>zione<br />
dell’in<strong>di</strong>viduazione delle strategie;<br />
il “Rapporto <strong>di</strong> attività”, per la valutazione degli interventi attuati nel<br />
precedente periodo;<br />
le “Opzioni politiche”, che definiscono i “Criteri <strong>di</strong>rettori”, cioè le scelte<br />
<strong>di</strong> me<strong>di</strong>o periodo, e le “Strategie operative”, vale a <strong>di</strong>re la specificazione<br />
istituzionale, economica, sociale, territoriale e ambientale dei criteri<br />
<strong>di</strong>rettori.<br />
Non è <strong>di</strong>fficile cogliere le innovazioni introdotte:<br />
il “Contesto strutturale” ricucire la tra<strong>di</strong>zionale frattura fra analisi e<br />
scelte politiche: ora l’analisi fonda e orienta le strategie <strong>di</strong> piano;<br />
il “Rapporto <strong>di</strong> attività” introduce la prassi, fino allora sconosciuta, del<br />
“monitoraggio”;<br />
la specificazione delle cinque <strong>di</strong>mensioni proprie della programmazione:<br />
istituzionale, economica, sociale, territoriale e ambientale.<br />
** Per l’illustrazione dei caratteri innovativi del PRS 1992-04 cfr. Bianchi G. (2006), “Prefazione” a<br />
Pieracci S., Programmare la democrazia, Regione Toscana, Firenze.<br />
234 Alla ricerca della memoria perduta
Le “Determinazioni programmatiche”, che costituiscono la seconda<br />
parte del PRS, comprendono:<br />
- i “Programmi-obiettivo”, che rappresentano l’articolazione operativa<br />
del PRS e si specificano in “Piani-obiettivo” e questi, a loro volta, in<br />
“Progetti” e “Azioni”;<br />
- gli “In<strong>di</strong>rizzi per il bilancio regionale”, cioè le scelte globali <strong>di</strong> bilancio<br />
e le strategie finanziarie;<br />
- il “Programma annuale” -altra importante novità- che raccorda il<br />
PRS al bilancio annuale in termini <strong>di</strong> azioni e tempificazione delle<br />
operazioni programmate;<br />
- gli “Obiettivi strumentali”, vale a <strong>di</strong>re gli atti normativi e amministrativi<br />
e gli strumenti organizzativi per le fasi <strong>di</strong> elaborazione, decisione,<br />
attuazione e controllo del proce<strong>di</strong>mento <strong>di</strong> programmazione.<br />
Alla critica dell’esperienza toscana e al modello britannico si<br />
aggi<strong>un</strong>geva, d<strong>un</strong>que, come fonte ispiratrice della nuova idea <strong>di</strong> piano,<br />
la “spinta” che veniva dall’Europa. Infatti, in <strong>un</strong>a fase in cui non solo<br />
le esperienze, ma l’idea stessa <strong>di</strong> programmazione (e perfino la parola)<br />
sembravano cancellate dal linguaggio politico (l’egemonia liberista<br />
del “meno stato e più mercato” dominava praticamente incontrastata)<br />
l’impulso a risollevare l’opzione del piano nasceva prima <strong>di</strong> tutto<br />
da <strong>un</strong> dato <strong>di</strong> fatto: l’Europa chiamava gli stati membri e soprattutto<br />
le loro regioni, a misurarsi con lo stile del piano. Così il concetto <strong>di</strong><br />
programmazione tornava nello specifico contesto italiano, se non come<br />
opzione politica o come scelta culturale, almeno come opport<strong>un</strong>ità <strong>di</strong><br />
finanziamento.<br />
6. Bilancio <strong>di</strong> quell’esperienza e non solo<br />
Se si guarda -non col classico senno <strong>di</strong> poi, ma con l’occhio del postero- a<br />
quanto è accaduto nel microcosmo della programmazione toscana dal 1992<br />
ad oggi, non si possono non riconoscere i notevoli progressi compiuti con<br />
i PRS succeduti a quello 1992-94, che, sotto la responsabilità e la guida<br />
<strong>di</strong> Stefano Pieracci, dette il via al nuovo corso della programmazione,<br />
avviando il risarcimento delle tra<strong>di</strong>zionali fratture analisi/strategia e<br />
PRS/bilancio e, soprattutto avviando la pratica della concertazione.<br />
Per esempio il PRS 1998-2000 (Regione Toscana, 1998) introduce<br />
<strong>un</strong> mazzo <strong>di</strong> innovazioni tutt’altro che banali: <strong>un</strong>a nuova <strong>di</strong>agnosi dello<br />
sviluppo regionale, il ruolo dei processi innovativi nel modello <strong>di</strong> sviluppo,<br />
la nozione <strong>di</strong> sviluppo sostenibile, la scelta della programmazione dal<br />
basso, il raccordo del PRS non solo col bilancio ma anche con le politiche<br />
europee (Docup e programmi operativi). La concertazione, normata nella<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 235
legge regionale, <strong>di</strong>viene lo stile normale del rapporto fra Regione e società<br />
civile (il vocabolo stakeholder <strong>di</strong>verrà <strong>di</strong> moda solo qualche tempo dopo).<br />
Altri progressi fanno registrare i PRS 2001-2005 e 2003-05, all’insegna,<br />
potremmo <strong>di</strong>re, dell’integrazione <strong>di</strong> approcci: integrazione fra approccio topdown<br />
praticato con PRS e Docup, e approccio bottom-up, prima me<strong>di</strong>ante<br />
programmi sperimentali a scala locale (Pls), poi con programmi integrati<br />
<strong>di</strong> sviluppo locale (Pisl); integrazione fra: approccio globale (praticato<br />
con programmi ma più spesso protocolli d’intesa a scala <strong>di</strong> “area vasta”) e<br />
approccio per progetti (sostanzialmente le liste <strong>di</strong> interventi dei Pisl).<br />
Premesso che chi scrive è stato <strong>di</strong>rettamente coinvolto (ma sarebbe<br />
meglio <strong>di</strong>re: implicato) in tutti gli esercizi delle programmazione regionale<br />
toscana dal 1990 al 2000, se in quanto si sta per <strong>di</strong>re si scorgesse <strong>un</strong>a qualche<br />
venatura critica, si tratterebbe sostanzialmente <strong>di</strong> note autocritiche.<br />
Quin<strong>di</strong> il periodo 1992-2005 è <strong>un</strong> periodo <strong>di</strong> progressi politici, culturali,<br />
giuri<strong>di</strong>ci e tecnici nella programmazione regionale. Ma nemmeno in questo<br />
periodo appaiono esperimenti che rispondano ai criteri con cui s’è cercato<br />
<strong>di</strong> stabilire l’identikit della “vera” programmazione. Molto spesso gli<br />
obiettivi non sono quantificati o lo sono assai genericamente, le priorità<br />
sono in<strong>di</strong>stinguibili dato che gli interventi prioritari si sprecano, la coerenza<br />
fra gli interventi non è mai <strong>di</strong>mostrata, la valutazione serve quasi sempre<br />
o per giustificare <strong>un</strong>a scelta fatta (magari vali<strong>di</strong>ssima ma fatta) o per dare<br />
<strong>un</strong> voto e quin<strong>di</strong> scegliere fra liste <strong>di</strong> progetti dati e non sgorgati dalla<br />
strategia <strong>di</strong> piano. In ogni caso non è dato riscontrare <strong>un</strong> caso (<strong>un</strong>o!) in cui<br />
la programmazione abbia inciso sulla traiettoria <strong>di</strong> sviluppo del sistema<br />
regionale o <strong>di</strong> sue parti, territoriali o settoriali.<br />
Usciamo dalla Toscana e ragioniamo <strong>un</strong> po’ su <strong>un</strong>o dei tentativi<br />
programmatori più innovativi e su cui si erano caricate tante attese: i patti<br />
territoriali.<br />
Il Patto territoriale è <strong>un</strong>o strumento per lo sviluppo locale avviato<br />
operativamente in Italia nel 1998, che integra interventi <strong>di</strong> incentivazione<br />
al capitale per compensare gli svantaggi localizzativi del territorio e<br />
interventi <strong>di</strong> contesto (infrastrutture materiali e immateriali) per rimuovere<br />
strutturalmente tali svantaggi.<br />
Due sono i principali obiettivi del patto territoriale: 1) promuovere la<br />
cooperazione fra soggetti pubblici e privati <strong>di</strong> <strong>un</strong> dato territorio affinché<br />
<strong>di</strong>segnino e realizzino progetti <strong>di</strong> miglioramento del contesto locale; 2)<br />
favorire attraverso tali progetti e attraverso la concentrazione territoriale<br />
e tematica <strong>un</strong> volume <strong>di</strong> investimenti privati capace <strong>di</strong> produrre esternalità,<br />
ossia vantaggi anche per altre imprese e per nuovi investimenti. (Ministero<br />
dell’Economia e delle Finanze, 2003).<br />
Nello stesso testo si può poi leggere questa sconsolata considerazione:<br />
236 Alla ricerca della memoria perduta
Durante i cinque anni <strong>di</strong> attuazione, i Patti territoriali sono stati oggetto<br />
<strong>di</strong> analisi e polemiche. Il ritardo nei tempi <strong>di</strong> attuazione è parso in <strong>un</strong><br />
primo momento fortissimo, ma anche quando le erogazioni hanno preso<br />
ad accelerare è rimasta la sensazione <strong>di</strong> inefficienza. Quanto all’efficacia,<br />
nel conseguimento dei due obiettivi prima richiamati le informazioni e la<br />
qualità del <strong>di</strong>battito appaiono sino ad oggi carenti, nonostante singoli e<br />
utili stu<strong>di</strong> <strong>di</strong> caso (ivi).<br />
Forse per lenire la delusione fu commissionata <strong>un</strong>a ricerca su<br />
<strong>di</strong>ciannove “patti territoriali bene avviati”, doverosamente m<strong>un</strong>iti del loro<br />
acronimo: PTBA. Bene avviati voleva <strong>di</strong>re che si contrad<strong>di</strong>stinguevano<br />
“per <strong>un</strong>a duplice caratteristica: 1) <strong>un</strong>a <strong>di</strong>screta capacità <strong>di</strong> attivazione degli<br />
interventi programmati; 2) <strong>un</strong>a buona aderenza all’impostazione originaria<br />
<strong>di</strong> questo strumento <strong>di</strong> programmazione negoziata” (ivi). Accurate indagini<br />
sul campo e scrupolosi riscontri documentari condussero alla scoraggiante<br />
conclusione che “ness<strong>un</strong> patto può comportare l’innesco definitivo <strong>di</strong><br />
processi <strong>di</strong> sviluppo territoriale autosostenuti”. In effetti, si ammette, nello<br />
stesso documento<br />
i patti territoriali sono in teoria <strong>un</strong>o strumento applicabile a territori <strong>di</strong><br />
<strong>di</strong>mensione opport<strong>un</strong>a e <strong>di</strong> caratteristiche omogenee, quale che ne sia il<br />
livello <strong>di</strong> sviluppo e il patrimonio <strong>di</strong> capitale sociale … nell’attuazione<br />
pratica non sono <strong>un</strong>o strumento che può avere successo in ogni<br />
territorio, ma che produce performance assai <strong>di</strong>verse (decifrando: anche<br />
clamorosamente fallimentari).<br />
Continuiamo in questo percorso verso la depressione.<br />
Si è recentemente eseguita l’analisi <strong>di</strong> 41 esperimenti <strong>di</strong> programmazione<br />
attuati in Italia nel periodo 2000-2005 allo scopo <strong>di</strong> scovarvi segni<br />
dell’esistenza <strong>di</strong> almeno alc<strong>un</strong>i dei nostri “caratteri <strong>di</strong>stintivi” della<br />
programmazione. Il test si è applicato a: sette programmi regionali <strong>di</strong><br />
sviluppo; otto programmi operativi regionali sul Fesr (Fondo europeo per<br />
lo sviluppo regionale); tre piani strutturali (i piani urbanistici com<strong>un</strong>ali<br />
nell’or<strong>di</strong>namento giuri<strong>di</strong>co della Regione Toscana); cinque piani settoriali<br />
(traffico, sviluppo rurale, com<strong>un</strong>ità montane); <strong>di</strong>ciotto programmi locali <strong>di</strong><br />
sviluppo (Università <strong>di</strong> Siena, 2006).<br />
Il grafico 1 ne riporta eloquentemente gli esiti. Nei 41 documenti si sono<br />
rinvenute solo poche e molto incerte tracce dei nostri caratteri. Le procedure<br />
<strong>di</strong> controllo risultano le più praticate se valutazioni ex-ante, monitoraggio<br />
dell’attuazione e verifica dei risultati sono presenti, rispettivamente in 22,<br />
28 e 21 casi su 41. Ma la valutazione ex-ante è servita per scegliere o per<br />
giustificare la scelta fatta? I caratteri meno presenti sono, non stranamente,<br />
quelli connessi ai momenti più “programmatici” della programmazione:<br />
definizione delle priorità e <strong>di</strong>mostrazione della coerenza.<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 237
Grafico 1<br />
CaRaTTERI dIsTInTIvI dElla PRogRammazIonE. analIsI dI 41 PIanI. 2000-2005<br />
Finalità derivate da analisi<br />
Obiettivi quantificati<br />
Priorità stabilite<br />
Coerenza <strong>di</strong>mostrata<br />
Valutazione ex-ante per<br />
scegliere<br />
Monitoraggio del<br />
processo d’attuazione<br />
Verifica dei risultati<br />
(output e outcome)<br />
TOTALI %<br />
Presenti<br />
Assenti<br />
Incerti<br />
0 9 18 27 36 45<br />
Insomma i caratteri sono presenti nel 41% dei casi, assenti più o meno<br />
nella stessa misura, la presenza è incerta nel 17% dei casi. Non male,<br />
si sarebbe tentati <strong>di</strong> <strong>di</strong>re: ma mentre le assenze sono certe, le presenze<br />
alimentano molti dubbi.<br />
Che le strategie siano derivate dall’analisi in <strong>di</strong>versi casi è <strong>di</strong>chiarato, ma<br />
l’assenza nel testo del programma del supporto analitico impe<strong>di</strong>sce la verifica,<br />
parimenti bisogna fidarsi dell’affermazione circa la coerenza, in quanto non<br />
ne vengono fornite le prove. Più problematico l’accertamento del carattere<br />
relativo alle priorità, in quanto quando vengono <strong>di</strong>chiarate è all’interno <strong>di</strong><br />
<strong>un</strong>a sezione del programma (ad esempio: agricoltura, infrastrutture, servizi<br />
sociali, ecc.), cosicché non è possibile stabilire se le priorità “agricole”<br />
siano “più prioritarie” <strong>di</strong> quelle “infrastrutturali” e così via.<br />
In ogni caso la presenza o l’assenza dei caratteri sono <strong>di</strong>stribuite, <strong>di</strong>ciamo<br />
così, random. In effetti sui 41 casi in esame non ce n’è ness<strong>un</strong>o che possieda<br />
tutti i caratteri. (Università <strong>di</strong> Siena, 2006).<br />
Realisticamente bisogna ammettere che <strong>un</strong> programma regionale <strong>di</strong><br />
sviluppo potrà mettere or<strong>di</strong>ne negli interventi e, magari, governare il<br />
238 Alla ricerca della memoria perduta
ilancio, ma non potrà governare i processi dello sviluppo locale. In effetti,<br />
si tratti <strong>di</strong> <strong>un</strong>a regione, <strong>di</strong> <strong>un</strong>a provincia, <strong>di</strong> <strong>un</strong> com<strong>un</strong>e o <strong>di</strong> qual<strong>un</strong>que<br />
altro sistema economico-territoriale sub-nazionale, non si conosce <strong>un</strong><br />
caso (<strong>un</strong>o solo!) in cui la programmazione abbia cambiato la traiettoria<br />
evolutiva (o magari involutiva) su cui si stava muovendo. Come <strong>di</strong>re che<br />
le politiche <strong>di</strong> sviluppo, che certo avranno apportato qualche vantaggio<br />
ai territori o ai soggetti coinvolti, non sono state in grado <strong>di</strong> cambiare<br />
il corso degli eventi. Anche l’esempio dell’Abruzzo, uscito dalle aree<br />
obiettivo 1 dopo lustri <strong>di</strong> fon<strong>di</strong> strutturali e d’intervento straor<strong>di</strong>nario nel<br />
Mezzogiorno, non è in definitiva <strong>un</strong>’eccezione, dato il ruolo che vi hanno<br />
giocato i foreign <strong>di</strong>rect investments et similia.<br />
Ancora più imbarazzante il “comportamento”, se così si può <strong>di</strong>re, degli<br />
strumenti <strong>di</strong> programmazione <strong>di</strong> fronte al “mutamento”, anche quando<br />
preve<strong>di</strong>bile e magari perfino previsto. Si veda il caso della programmazione<br />
toscana, tanto per non andare a rovistare in casa d’altri.<br />
Nel 1969 era stata formulata l’ipotesi <strong>di</strong> <strong>un</strong>a via toscana allo sviluppo<br />
non proprio standard (sviluppo trainato da sistemi territoriali <strong>di</strong> piccole<br />
imprese specializzate in produzioni mature): qualche anno dopo si parlerà<br />
e abbondantemente si scriverà <strong>di</strong> “<strong>di</strong>stretti industriali”. L’ipotesi viene<br />
ampiamente provata nel 1975 (Becattini, 1975): ma occorrerà attendere i<br />
PRS <strong>di</strong> <strong>di</strong>eci dopo per trovar traccia <strong>di</strong> quell’interpretazione.<br />
Tar<strong>di</strong>vo il riconoscimento, tar<strong>di</strong>ve le politiche appropriate: anche<br />
perché, nel frattempo, la Toscana era ormai entrata nella fase che s’è<br />
creduto <strong>di</strong> poter definire della “maturità precoce”, allorché il declino<br />
industriale e la prematura terziarizzazione si accompagnavano a livelli<br />
non eccelsi delle tecnologie produttive, a vistose carenze <strong>di</strong> terziario<br />
avanzato e a ragguardevoli lac<strong>un</strong>e nella dotazione infrastrutturale<br />
(Bianchi, 1986).<br />
Ma della “maturità precoce” non si vuol prendere atto, nell’entusiasmo<br />
della scoperta (si ripete: tar<strong>di</strong>va) dei <strong>di</strong>stretti industriali. Anzi nel PRS<br />
1998-2000 si può leggere *** :<br />
Questa Toscana, con le sue contrad<strong>di</strong>zioni e le sue tensioni, esprime <strong>un</strong>a<br />
poderosa riserva <strong>di</strong> futuro nella sua dotazione <strong>di</strong> risorse endogene ed è,<br />
ormai, passata dal “modello toscano” <strong>di</strong> sviluppo ai <strong>di</strong>versi “motori <strong>di</strong><br />
sviluppo” delle <strong>di</strong>verse “toscane”.<br />
Questa Toscana, infatti, si lascia alle spalle la fase critica della “maturità<br />
precoce”, e può guardare con fiducia al futuro e all’Europa (Regione<br />
Toscana, 1998).<br />
I motori <strong>di</strong> sviluppo magari girano a pieno regime localmente (Cavalieri,<br />
1999) ma in <strong>un</strong>a Toscana ormai in panne.<br />
*** Chi scrive si assume la piena responsabilità <strong>di</strong> quest’ottimistica affermazione.<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 239
7. Oggi<br />
E lo riconoscono le analisi <strong>di</strong> Toscana 2020, frutto <strong>di</strong> <strong>un</strong>a scelta<br />
l<strong>un</strong>gimirante della Regione Toscana e delle capacità <strong>di</strong> ricerca dell’<strong>Irpet</strong>,<br />
ove si scruta il futuro dell’economia e della società regionale oltre il<br />
tempo breve della congi<strong>un</strong>tura. La frase che segue sintetizza -pur senza<br />
rendergli pienamente ragione- <strong>un</strong> testo assai ricco <strong>di</strong> analisi penetranti e<br />
spesso controintuitive (Petretto, 2006).<br />
La proiezione lineare del sistema toscano pur in presenza <strong>di</strong> con<strong>di</strong>zioni<br />
positive ipotizzate per il quadro mon<strong>di</strong>ale e <strong>di</strong> <strong>un</strong>a persistente<br />
competitività del proprio apparato produttivo, anche se leggermente<br />
mutato nella sua composizione, mette in evidenza <strong>un</strong> profilo <strong>di</strong> bassa<br />
crescita macroeconomica, rispetto alla quale situazione <strong>di</strong> <strong>di</strong>fficoltà del<br />
quadro delle variabili esogene porterebbe l’economia regionale su livelli<br />
<strong>di</strong> sostanziale stazionarietà.<br />
Poste due ipotesi positive in premessa (quadro mon<strong>di</strong>ale e persistente<br />
competitività) si gi<strong>un</strong>ge ad <strong>un</strong>a <strong>di</strong>agnosi certamente preoccupata (né si<br />
vede come avrebbe potuto essere altrimenti) ma non allarmata. Come,<br />
invece, ritiene chi scrive, si sarebbe potuto (e, forse, anche dovuto) sulle<br />
stesse basi analitiche.<br />
La <strong>di</strong>agnosi, <strong>di</strong>ciamo così, “tranquillizzante” nonostante i severi reperti<br />
analitici è, del resto, in sintonia con quanto è emerso da <strong>un</strong>a serie <strong>di</strong> focus<br />
groups (Bianchi, 2007) mirati a sondare le percezioni del futuro <strong>di</strong> gruppi<br />
rappresentativi della società toscana (politici regionali e locali, impren<strong>di</strong>tori,<br />
studenti, operai, giovani, donne, anziani, ecc.). All’intonazione generale,<br />
anche qui <strong>di</strong> preoccupazione ma non <strong>di</strong> allarme, si <strong>un</strong>isce molto spesso la<br />
convinzione che la Toscana saprà “cavarsela meglio” <strong>di</strong> altre regioni.<br />
Si capisce, quin<strong>di</strong>, che il PRS 2006-2010, figlio <strong>di</strong> quell’analisi e in<br />
quel clima “sociale”, sia all’insegna del motto “la sfida è <strong>di</strong>fficile ma ce la<br />
faremo”, magari stemperando <strong>un</strong> po’ la tonalità della preoccupazione.<br />
Inten<strong>di</strong>amoci, siamo <strong>di</strong> fronte a <strong>un</strong> PRS culturalmente evoluto, <strong>di</strong> grande<br />
qualità anche letteraria, pienamente consapevole dei possibili “p<strong>un</strong>ti <strong>di</strong><br />
rottura” <strong>di</strong> <strong>un</strong> equilibrio economico, ma soprattutto sociale, durato quasi<br />
mezzo secolo e altrettanto consapevole delle <strong>di</strong>scontinuità necessarie nelle<br />
politiche. E, infatti, vi si legge (Regione Toscana, 2006):<br />
È venuto il momento <strong>di</strong> fare, insieme, <strong>un</strong> salto <strong>di</strong> qualità. Di far emergere le<br />
risorse e i p<strong>un</strong>ti <strong>di</strong> eccellenza <strong>di</strong>ffusi nel territorio, <strong>di</strong> innovare il modello <strong>di</strong><br />
sviluppo, anche superando equilibri consolidati. Di portare l’insieme della<br />
società toscana ad affrontare anche la messa in <strong>di</strong>scussione <strong>di</strong> equilibri<br />
raggi<strong>un</strong>ti nel passato, ma che oggi non garantiscono più <strong>un</strong>a prospettiva<br />
<strong>di</strong> sviluppo nel futuro.<br />
240 Alla ricerca della memoria perduta
Certo, non mancano i “mantra” <strong>di</strong> prammatica su ambiente, giovani<br />
e donne, ma la lista delle “sfide” è persuasiva: dello sviluppo regionale<br />
coglie i reali p<strong>un</strong>ti <strong>di</strong> forza e <strong>di</strong> debolezza, le opport<strong>un</strong>ità e i rischi, per<br />
usare l’abusato gergo dell’analisi Swot.<br />
schema 2<br />
lE sfIdE dEl PRogRamma REgIonalE dI svIluPPo 2006-2010<br />
1. La sfida del futuro: p<strong>un</strong>tare sui giovani e sulle donne<br />
2. La sfida-lavoro: qualità e sicurezza oltre la precarizzazione<br />
3. La sfida produttiva: verso il <strong>di</strong>stretto integrato regionale<br />
4. La sfida dell’internazionalizzazione: fare sistema<br />
5. La sfida dell’innovazione: investire in ricerca e alta formazione<br />
6. La sfida del territorio: le infrastrutture, la logistica, l’accessibilità<br />
7. La sfida dell’ambiente: le risorse, i rifiuti, l’energia pulita<br />
8. La sfida dei servizi: più efficienza e liberalizzazione<br />
9. La sfida sociale: <strong>un</strong> welfare solidale, efficiente, produttivo<br />
10. La sfida della cultura: qualità, <strong>di</strong>ritto, valore per lo sviluppo<br />
11. La sfida delle risorse: oltre i limiti del bilancio regionale<br />
12. La sfida della governance: efficienza e semplificazione<br />
I dubbi, semmai, sorgono guardando al rapporto fra risorse <strong>di</strong>sponibili<br />
e copertura a 360 gra<strong>di</strong> delle tematiche dello sviluppo oppure alla quota <strong>di</strong><br />
risorse destinata a “lenire” le sofferenze del mutamento rispetto a quelle<br />
destinate a promuoverlo e accelerarlo oppure all’ambizione <strong>di</strong> alc<strong>un</strong>i<br />
obiettivi (lavoro, welfare) rispetto ai poteri propri e alle risorse della<br />
Regione (qui potrebbe annidarsi <strong>un</strong> po’ <strong>di</strong> wishful thinking).<br />
Dubbi ancora maggiori riguardano il rischio <strong>di</strong> <strong>un</strong> depotenziamento<br />
della selettività e della potenzialità innovativa soprattutto nella fase <strong>di</strong><br />
attuazione per effetto della “pressione concertativa”.<br />
Un’ulteriore riduzione della potenzialità innovativa si può fin d’ora<br />
pre<strong>di</strong>re nei passi attuativi a livello locale, come ha <strong>di</strong>mostrato l’esperienza<br />
dei Pisl e sta <strong>di</strong>mostrando quella dei Pasl oggi in corso. I Pisl (programmi<br />
integrati <strong>di</strong> sviluppo locale) e Pasl (patti per lo sviluppo locale) sono<br />
strumenti intelligenti e nuovi (il secondo promettente evoluzione del<br />
primo) per eccitare la capacità propositiva del territorio. Ma proprio qui<br />
opera l’effetto nefasto <strong>di</strong> <strong>un</strong>a malintesa concertazione che, costringendo<br />
a dare qualcosa a ciasc<strong>un</strong>o (settore, territorio, stakholder, ecc.) impe<strong>di</strong>sce<br />
la selezione e quin<strong>di</strong> il raggi<strong>un</strong>gimento della massa critica, che cambia<br />
il quadro delle aspettative e i parametri <strong>di</strong> convenienza degli attori<br />
istituzionali, economici e sociali. Così il consenso fa aggio sul programma<br />
pur in <strong>un</strong> contesto <strong>di</strong> ineccepibile prassi democratica. Da qui i programmi<br />
locali come riproposizione dell’antica pratica degli interventi a pioggia.<br />
“Pioggia democratica”, beninteso.<br />
E siamo in Toscana!<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 241
8. Capire perché<br />
App<strong>un</strong>to, siamo in Toscana: ma le cose non sembrano f<strong>un</strong>zionare. Perché?<br />
Si crede che la causa principale risieda in <strong>un</strong> malinteso concetto della<br />
concertazione e in <strong>un</strong>a prassi ancor più <strong>di</strong>scutibile. Eppure il processo<br />
evolutivo del rapporto Regione-società regionale -dall’informazione alla<br />
consultazione e da qui alla partecipazione fino alla concertazione- era partito<br />
benissimo e con grande anticipo se nel PRS 1992-1994 si può leggere:<br />
Si tratta oggi <strong>di</strong> esplorare, con spirito innovativo, lo spazio del rapporto<br />
fra istituzioni e rappresentanze degli “interessi sociali organizzati”, come<br />
quelle del lavoro <strong>di</strong>pendente, del lavoro autonomo, dell’artigianato, della<br />
cooperazione, del commercio, della piccola, me<strong>di</strong>a e grande impresa. Gli<br />
interessi sociali organizzati, nella società contemporanea e, quin<strong>di</strong>, anche<br />
in Toscana, si presentano con <strong>un</strong> marcato carattere <strong>di</strong> segmentazione per<br />
ceti, gruppi, settori e territori. La segmentazione non può essere esorcizzata<br />
con appelli alla solidarietà. Il voto laico degli elettori è sempre più, nel<br />
bene e nel male, <strong>un</strong> voto <strong>di</strong> scambio. Se si parte da qui, si scopre che<br />
il rime<strong>di</strong>o alla segmentazione non sta nel deprecare i “corporativismi”<br />
ma nel responsabilizzarli. Da qui la necessità <strong>di</strong> <strong>un</strong>’evoluzione culturale<br />
e <strong>di</strong> prassi nel rapporto fra istituzioni e interessi sociali organizzati<br />
per passare dalla consultazione su <strong>un</strong> “programma-documento” al<br />
negoziato su <strong>un</strong>a piattaforma <strong>di</strong> sviluppo, da concludere in accor<strong>di</strong> <strong>di</strong><br />
programma che corresponsabilizzino l’interlocutore sociale nel processo<br />
<strong>di</strong> implementazione della politica <strong>di</strong> piano. (Regione Toscana, 1992).<br />
Il concetto <strong>di</strong> concertazione è malinteso quando non tutti i partecipanti al<br />
tavolo <strong>di</strong> concertazione conferiscono risorse da mettere in pool; anzi, <strong>un</strong> solo<br />
partecipante, la Regione, conferisce risorse, gli altri concorrono a deciderne<br />
la spartizione. Concertazione o collusione? La prassi è molto <strong>di</strong>scutibile<br />
quando codecidere significa decidere all’<strong>un</strong>animità: e quin<strong>di</strong> decisioni<br />
tar<strong>di</strong>ve e non innovative. Allora: concertazione o “acquisto” del consenso?<br />
Il secondo fattore del malf<strong>un</strong>zionamento della programmazione si crede<br />
stia nell’assenza <strong>di</strong> <strong>un</strong> minimo <strong>di</strong> basamento teorico negli esperimenti<br />
conosciuti. E non è <strong>un</strong> vizio accademico invocare <strong>un</strong> (minimo) basamento<br />
teorico, quando si è smarrita perfino la più pallida eco delle gran<strong>di</strong> lezioni<br />
<strong>di</strong> Myrdal, Hirschman e Perroux, che pure avevano ispirato le prime<br />
piattaforme delle politiche intese a colmare i <strong>di</strong>vari dello sviluppo regionale<br />
e locale (anche se magari misinterpretate: si pensi ai poli <strong>di</strong> sviluppo del<br />
nostro Mezzogiorno ove l’impresa motrice è stata ricercata nell’industria<br />
<strong>di</strong> base ad altissima intensità <strong>di</strong> capitale).<br />
Al posto dei riferimenti teorici troviamo circolari amministrative<br />
che stimolano <strong>un</strong>a prassi d’efficienza, senz’altro utile in <strong>un</strong>a pubblica<br />
242 Alla ricerca della memoria perduta
amministrazione burocratica ma troppo spesso banale, se l’efficienza viene<br />
declinata solo in termini <strong>di</strong> velocità <strong>di</strong> spesa, e talvolta stupida, tanto da<br />
render necessaria l’organizzazione <strong>di</strong> <strong>un</strong>a <strong>di</strong>fesa dalle “minacce”, che norme,<br />
regolamenti e circolari fanno incombere sull’onesto <strong>programmatore</strong>.<br />
Pensiamo all’incubo della modulistica (i terrificanti format dei programmi<br />
europei, imme<strong>di</strong>atamente scimmiottati a livello regionale e locale) oppure<br />
all’ossessione delle deadlines, che stimolano fretta e superficialità. Né<br />
possiamo ignorare l’angoscia della cantierabilità, da quando la velocità <strong>di</strong><br />
spesa è <strong>di</strong>ventata sinonimo d’efficienza: allora si aprono i cassetti e, alla<br />
faccia della programmazione, si tira fuori quel che c’è <strong>di</strong> pronto. Dei riti<br />
della concertazione si è detto poco sopra quanto basta.<br />
Ness<strong>un</strong>a teoria e nemmeno più semplicemente cultura della<br />
programmazione si può reperire nelle in<strong>di</strong>cazioni normative che la<br />
<strong>di</strong>sciplinano. Al massimo vi si reperisce la cultura del progetto. Di <strong>un</strong><br />
progettare anche molto evoluto, che indubbiamente apporta or<strong>di</strong>ne ed<br />
efficienza (sull’efficacia sarebbero legittimi molti dubbi). Si tratta, com<strong>un</strong>que,<br />
<strong>di</strong> modelli <strong>di</strong> gestione e <strong>di</strong> valutazione resi necessari dai gran<strong>di</strong> progetti e<br />
dalla <strong>di</strong>ffusione del project financing, che mobilitano ingenti volumi <strong>di</strong><br />
risorse. Ma, app<strong>un</strong>to, <strong>di</strong> progetti e non <strong>di</strong> piani <strong>di</strong> sviluppo si tratta.<br />
9. Nulla da fare?<br />
Ora, la critica alla scarsità dell’ingre<strong>di</strong>ente teorico incorporato nei programmi<br />
(europei, regionali, locali) e la sua interpretazione come “<strong>di</strong>fetto” dei<br />
tentativi <strong>di</strong> governo consapevole dei processi socio-economico-territoriali<br />
implicano, inevitabilmente, <strong>un</strong> criterio, <strong>un</strong> valore (<strong>di</strong>chiarato o sotteso)<br />
ass<strong>un</strong>to (consapevolmente o inconsapevolmente) come metro <strong>di</strong> giu<strong>di</strong>zio e<br />
canone interpretativo.<br />
è il canone dell’utopia scientista anelante faustianamente all’onniscienza<br />
della razionalità e, perciò, all’onnipotenza dell’agir razionale? Oppure è<br />
-scendendo- il metro dell’illusione tecnocratica su <strong>un</strong>a realtà aritmomorfica<br />
e, perciò, conoscibile dagli algoritmi e mo<strong>di</strong>ficabile con i modelli? O<br />
-infine e toccando il fondo- si tratta, più prosaicamente, della doleance<br />
corporativa dei programmatori riven<strong>di</strong>canti occasioni <strong>di</strong> lavoro?<br />
Per <strong>di</strong> più, viviamo in tempi <strong>di</strong> crescente fort<strong>un</strong>a del “pensiero<br />
debole”: la crisi delle ideologie totalizzanti e il fallimento storico dei<br />
sistemi economico-sociali pianificati inducono ragionevoli prudenze circa<br />
la possibilità <strong>di</strong> governare secondo lo stile del piano la complessità dei<br />
processi socio-economico-territoriali.<br />
In ogni caso, quando l’ipotesi <strong>di</strong> governare secondo lo stile del piano<br />
si debba applicare a sistemi territoriali (regioni, sistemi urbani e locali)<br />
sappiamo <strong>di</strong> essere in presenza <strong>di</strong> sistemi complessi, per l’elevato<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 243
numero <strong>di</strong> parti e <strong>di</strong> relazioni che li compongono; che evolvono secondo<br />
<strong>di</strong>namiche non lineari; che reagiscono ad azioni applicate su <strong>un</strong>a loro parte<br />
o relazione con effetti su altre parti o relazioni o variamente ritardate.<br />
Alla complessità sistemica si aggi<strong>un</strong>ge la complessità decisionale, per la<br />
numerosità dei decisori istituzionali (non necessariamente concor<strong>di</strong>) e si<br />
somma la complessità sociale per l’intervento nel processo decisorio, si<br />
tratti <strong>di</strong> concertazione o governance, delle molteplici schede <strong>di</strong> preferenza<br />
collettiva propugnate dall’accresciuta soggettività degli in<strong>di</strong>vidui e dei<br />
gruppi dell’aggregato com<strong>un</strong>itario.<br />
L’incertezza meto<strong>di</strong>ca del proce<strong>di</strong>mento analitico, insomma, si fa<br />
incertezza sistemica dell’oggetto da programmare. L’alternativa è netta: o<br />
rin<strong>un</strong>ciare a governare, nella mistica fiducia verso la provvidenziale “mano<br />
invisibile”, o attrezzarsi per il governo consapevole della complessità (è il<br />
conflitto tra potenza e potere: Ruffolo, 1988), ritentando, caparbiamente,<br />
con meno illusioni e più strumenti, l’ardua strada della programmazione.<br />
Ma, come è stato autorevolmente scritto già quin<strong>di</strong>ci anni or sono, “la<br />
controrivoluzione neo-liberale sfrutta il collasso del socialismo reale per<br />
<strong>di</strong>smettere i concetti della pianificazione e rattrappire il ruolo dello stato<br />
nella regolazione delle economie miste” (Sachs, 1992).<br />
E, d<strong>un</strong>que, a riproporre oggi l’opzione del piano, e a riproporla in Italia,<br />
non si corre il rischio, per citare con Bateson (1989) il verso <strong>di</strong> Pope, <strong>di</strong><br />
entrare a far parte degli “stolti che si precipitano là dove gli angeli esitano<br />
a metter piede”? Più prosaicamente ci si potrebbe chiedere se riproporre,<br />
oggi, l’opzione del piano non significhi cedere alle suggestioni <strong>di</strong> <strong>un</strong>’utopia<br />
rivelatasi, fra l’altro, assai dolorosa nell’Europa fra l’Oder e gli Urali.<br />
Si crede <strong>di</strong> no. Molti argomenti sembrano corroborare questo<br />
convincimento. Proprio la complessità -se la ragione non ha alzato ban<strong>di</strong>era<br />
bianca- sfida a organizzare il ragionamento e a impiegare tutti i mezzi<br />
(strumenti) che possano aiutare a capire e ad agire. E poi, dopo l’ubriacatura<br />
neo-liberista (“più mercato e meno stato”), il pendolo dovrebbe tornare ad<br />
oscillare verso l’idea del piano (l’idea, si sottolinea, non la riesumazione<br />
<strong>di</strong> <strong>un</strong>a sua qualche determinata incarnazione). Purtroppo l’Europa vive <strong>un</strong>a<br />
fase <strong>di</strong> stanca, dopo le fatiche della moneta <strong>un</strong>ica e dell’allargamento. E<br />
anche se stenta a farsi strada il Trattato costituzionale, l’Unione Europea<br />
a 27 sarà obbligata a chiamare <strong>di</strong> nuovo gli stati membri (e, più ancora, le<br />
loro regioni) a cimentarsi proprio con lo stile del piano, come richiedeva il<br />
Libro Bianco <strong>di</strong> Jacques Delors.<br />
Certo, la promessa prometeica della pianificazione totale si è rivelata<br />
<strong>un</strong>’illusione (anche molto dolorosa in Europa orientale), eppure e<br />
proprio quando qui da noi si chiude <strong>un</strong>’intera fase storica della presenza<br />
pubblica nell’economia, sono l’Unione Europea e gli Otto Gran<strong>di</strong> che<br />
-a fronte dell’immane piaga mon<strong>di</strong>ale della miseria e delle minacce<br />
244 Alla ricerca della memoria perduta
alla sopravvivenza del pianeta- ripropongono l’opzione dell’intervento<br />
pubblico nel governo dei processi economici e sociali.<br />
Molte altre ragioni sono fornite dalle specificità del contesto italiano:<br />
rischio del declino economico nonostante consolatori dati congi<strong>un</strong>turali,<br />
crack della pubblica finanza, collasso dei servizi pubblici, aggravamento<br />
delle <strong>di</strong>sparità interregionali. E ancora: il collasso della macchina-città<br />
(traffico, inquinamento, rifiuti, emarginazione, immigrazione) che coincide<br />
con l’inceppamento della macchina-governo locale (processo decisionale<br />
bloccato, processo attuativo inefficiente, protesta sociale crescente e<br />
crescentemente frammentata per single issues). Anche qui: arrendersi o<br />
allestire tavole <strong>di</strong> ragionamento, con le conoscenze e le risorse possibili, da<br />
mobilitare per le azioni possibili, minimizzando il <strong>di</strong>ssenso, massimizzando<br />
il consenso, rispettando, in ogni caso, il buon senso.<br />
Proprio il buon senso dovrebbe, finalmente, affermarsi anche in Italia<br />
per <strong>un</strong> rilancio della programmazione, a partire dall’uso integrato delle<br />
risorse europee, nazionali, regionali e locali in progetti destinati -almeno<br />
così si spera- alla realizzazione e non solo ad arricchire le biblioteche.<br />
10. Modeste proposte<br />
Intanto cosa può fare il monaco benedettino della programmazione?<br />
Ecco i modesti suggerimenti <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong> da trent’anni e passa<br />
in servizio permanente effettivo a chi abbia la possibilità <strong>di</strong> <strong>un</strong> qual<strong>un</strong>que<br />
ruolo (decisore, analista, <strong>programmatore</strong>, stakeholder, ecc.) in <strong>un</strong> qual<strong>un</strong>que<br />
(europeo, nazionale, regionale, locale, ecc.) processo <strong>di</strong> programmazione:<br />
-<br />
-<br />
-<br />
tentar d’applicare i “caratteri <strong>di</strong>stintivi” della programmazione (finalità<br />
derivate da <strong>un</strong>’analisi, obiettivi quantificati, priorità stabilite, coerenza<br />
<strong>di</strong>mostrata, meccanismi <strong>di</strong> controllo efficaci);<br />
tentar d’attivare processi <strong>di</strong> sviluppo, me<strong>di</strong>ante <strong>un</strong>a seria selezione<br />
degli interventi, in modo che ciasc<strong>un</strong>o <strong>di</strong> essi raggi<strong>un</strong>ga la massa critica<br />
in grado <strong>di</strong> mo<strong>di</strong>ficare le aspettative e le schede <strong>di</strong> convenienza dei<br />
soggetti;<br />
fare <strong>un</strong> uso onesto della valutazione, cioè per scegliere ex ante e non per<br />
giustificare ex post.<br />
Ci sono poi misure assolutamente fuori della portata del monaco,<br />
pertanto ci si limiterà a proporle in termini, rispettivamente, d’auspicio e<br />
<strong>di</strong> segnalazione <strong>di</strong> due necessità.<br />
L’auspicio è che <strong>un</strong> ripensamento delle politiche regionali europee<br />
-inelu<strong>di</strong>bile visti gli scarsi successi in termini <strong>di</strong> coesione economicosociale-<br />
riesca a farle evolvere dalla cultura del progetto a quella della<br />
programmazione.<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 245
La prima segnalazione riguarda la necessità <strong>di</strong> <strong>un</strong> quadro nazionale <strong>di</strong><br />
riferimento politico per la programmazione. Fa <strong>un</strong> certo effetto la circostanza<br />
che nelle 281 pagine del volume Per il bene dell’Italia (il programma <strong>di</strong> governo<br />
2006-2011 dell’Unione) si trovi <strong>un</strong>a sola volta, e assai genericamente, citato<br />
il vocabolo “programmazione” riferito all’economia. A p. 124 si può, infatti,<br />
leggere il proposito del “rafforzamento delle capacità <strong>di</strong> programmazione,<br />
attraverso la definizione <strong>di</strong> <strong>un</strong> numero limitato <strong>di</strong> progetti strategici”. È tutto.<br />
Il vocabolo, è vero, compare altre sei volte (pp. 136, 139, 186, 187, 188, 189):<br />
ma due si riferiscono ai trasporti e quattro alla sanità.<br />
La seconda segnalazione riguarda la necessità <strong>di</strong> <strong>un</strong> quadro nazionale <strong>di</strong><br />
riferimento istituzionale per la programmazione, al duplice fine <strong>di</strong> <strong>un</strong>’efficace<br />
governance e per la progettazione degli interventi alla scala territoriale<br />
appropriata. Sembra, infatti, ancora inascoltato l’insegnamento dei Pim<br />
quando invocavano che i programmi fossero “elaborati alla scala territoriale<br />
pertinente”. Qui la campana suona per la Regione Toscana, che aveva operato<br />
e santificato ufficialmente la sud<strong>di</strong>visione del territorio in sistemi economici<br />
locali (cfr. Istat-<strong>Irpet</strong>, 1989, autentici daily urban systems: vale a <strong>di</strong>re le “vere”<br />
città) e poi assume per i suoi programmi o patti <strong>di</strong> sviluppo locale, la maglia<br />
delle province. Un maglia quasi sempre artificiale in Italia, corrispondente agli<br />
spazi del decentramento burocratico dei ministeri, ma del tutto irrazionale in<br />
Toscana, ove i confini provinciali separano e smembrano ciò che madre natura,<br />
geografia e storia hanno <strong>un</strong>ito: Chianti fiorentino e senese, Valdarno superiore<br />
aretino e fiorentino, Valdarno inferiore pisano e fiorentino, Maremma senese<br />
e grossetana, Val <strong>di</strong> Chiana senese e aretina, ecc..<br />
Insomma, e lo si <strong>di</strong>ce velocemente, sommessamente e quasi <strong>di</strong> nascosto<br />
(e anche a proposito <strong>di</strong> costi eccessivi della politica oltre che <strong>di</strong> razionalità<br />
della pubblica amministrazione): bisogna accorpare gli 8101 com<strong>un</strong>i,<br />
magari secondo il modello dei daily urban systems; bisogna abolire, e<br />
basta, le province, secondo l’in<strong>di</strong>cazione l<strong>un</strong>gimirante <strong>di</strong> Ugo La Malfa.<br />
Ma anche secondo la proposta originaria della Costituente che, come<br />
molti forse non sanno, aveva varato questo testo “La Repubblica si riparte<br />
in Regioni e Com<strong>un</strong>i. Le Province sono circoscrizioni amministrative<br />
<strong>di</strong> decentramento statale e regionale”. Le cose andarono <strong>di</strong>versamente e<br />
l’art. 114 ricomprese le Province, cui la famigerata legge 8 giugno 1990,<br />
n. 142, ha poi <strong>di</strong>sgraziatamente attribuito numerose f<strong>un</strong>zioni.<br />
Dixi et salvavi animam meam (Esiodo 3:19, ma anche K. Marx, Critica al<br />
programma <strong>di</strong> Gotha).<br />
246 Alla ricerca della memoria perduta
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248 Alla ricerca della memoria perduta
QUARANT’ANNI E NON LI DIMOSTRA*<br />
Giuliano Bianchi<br />
Quaranta ma non li <strong>di</strong>mostra.<br />
D<strong>un</strong>que, anche l’<strong>Irpet</strong> è <strong>un</strong> prodotto del ‘68 e credo si potrebbero rinvenire<br />
tracce della verve <strong>di</strong> quell’anno nel suo DNA.<br />
Figuratevi che non era ancora finito <strong>di</strong> nascere (1969) e faceva già le<br />
linguacce agli algi<strong>di</strong> accatastatori <strong>di</strong> numeri, ancora intenti a sfruculiare i<br />
dati del censimento 1961, cui contrapponeva <strong>un</strong> robusto ragionamento con<br />
la prima interpretazione dello sviluppo toscano (app<strong>un</strong>to l’Ipotesi del ‘69<br />
nel gergo irpettiano).<br />
Ma l’<strong>Irpet</strong> aveva già sette anni, in quel gennaio del 1975, quando ricevetti<br />
<strong>un</strong> innocuo invito a cena da Elio Gabbuggiani, presidente dell’Istituto, e<br />
Giacomo Becattini. Finite le penne strascicate <strong>di</strong> prammatica, Gabbuggiani<br />
mi informa, con <strong>un</strong>o dei suoi soavi sorrisi, che era stato deciso che sarei stato<br />
il successore <strong>di</strong> Becattini come nuovo <strong>di</strong>rettore dell’<strong>Irpet</strong>. Ora, se “<strong>di</strong>rettore”<br />
era <strong>un</strong> vocabolo pesante, “successore” faceva proprio impressione.<br />
Il mio pollo alla cacciatora restò nel piatto. Ripetei meccanicamente tre o<br />
quattro volte “Domine non sum <strong>di</strong>gnus” e mi presi 24 ore per rispondere.<br />
Al mattino -notte insonne- mi <strong>di</strong>ssi “è più che certo che non sum <strong>di</strong>gnus,<br />
ma ci provo”.<br />
Il coraggio della <strong>di</strong>sperazione si sorreggeva su tre idee, maturate nella<br />
notte, che lì per lì mi parvero luci<strong>di</strong>ssime:<br />
- identificare il campo <strong>di</strong> gioco dell’<strong>Irpet</strong>;<br />
- dare <strong>un</strong>a formazione europea ai ricercatori;<br />
- dotare l’istituto <strong>di</strong> nuovi strumenti <strong>di</strong> ricerca.<br />
La prima scelta: identificare il campo <strong>di</strong> gioco d’<strong>un</strong> istituto che s’era occupato,<br />
apparentemente, solo <strong>di</strong> Toscana. Inten<strong>di</strong>amoci: economie esterne-interne<br />
marshalliane, sviluppo d’<strong>un</strong>’economia a due settori à la Lewis, sequenze<br />
efficaci <strong>di</strong> Hirschman, erano concetti che circolavano ampiamente nelle<br />
stanze dell’<strong>Irpet</strong>, nutrendo i giovani cervelli dei ricercatori.<br />
Io avevo sentito parlare <strong>di</strong> regional science, la <strong>di</strong>sciplina fondata da<br />
Walt Isard per conferire <strong>di</strong>mensioni spaziali ai fenomeni economici. E<br />
sapevo che c’erano associazioni che coltivavano siffatta <strong>di</strong>sciplina. Mi<br />
misi in contatto con quella tedesca e con quella francese. Sopportate le<br />
battute supponenti riservate ai parvenu, ne ricevetti l’invito a farci la nostra<br />
associazione.<br />
* Intervento tenuto in occasione del 40° dell’IRPET il 6 febbraio 2008.<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 249
Frequentavo <strong>un</strong> gruppo <strong>di</strong> giovani (allora!), che più o meno stavano<br />
rimuginando sulle stesse cose (Camagni, Cappellin, Costa, La Bella, Rabino,<br />
...). Riferii delle mie esplorazioni e concludemmo: “Facciamoci l’associazione<br />
italiana <strong>di</strong> scienza regionale!” Attenzione! “scienza regionale”, singolare.<br />
Ci fu propizio <strong>un</strong> convegno scientifico a Napoli, cui partecipava<br />
nientepopo<strong>di</strong>meno che Isard. Lo portammo a Capri col duplice obiettivo <strong>di</strong><br />
ottenere la bene<strong>di</strong>zione per la nostra impresa e, soprattutto, il “Plurale”!<br />
In effetti, ci pareva che la regional science isar<strong>di</strong>ana si avviasse a<br />
<strong>di</strong>venire <strong>un</strong>a branca dell’economia matematica mentre noi volevamo<br />
mettere insieme economisti, urbanisti, sociologi, storici, geografi, giuristi,<br />
ecc. tutti i cultori delle <strong>di</strong>scipline -le “scienze regionali” insomma- che si<br />
proponessero <strong>di</strong> cimentarsi col territorio.<br />
Da qui quelle feconde kermesse, <strong>un</strong> po’ convegno scientifico, <strong>un</strong> po’<br />
festa dell’Unità che sono le nostre conferenze (e fin qui fort<strong>un</strong>atamente<br />
restie a farsi mettere in riga!).<br />
Resterà indelebile nella memoria degli astanti, Isard, sulla piazzetta<br />
<strong>di</strong> Capri, fiasco <strong>di</strong> vino in mano, che cantava “Regional science may be<br />
plural, oh yeah, o’ sole mio!!”<br />
E <strong>di</strong> lì a poco nacque l’AISRe (tenuta a battesimo proprio da Giacomo<br />
Becattini, presidente del collegio elettorale), <strong>di</strong> cui l’<strong>Irpet</strong> fu motore e in<br />
cui trovò <strong>un</strong>a palestra <strong>di</strong> confronto e crescita.<br />
Meno facile si rivelò la messa in pratica della seconda idea: la<br />
specializzazione dei giovani nello “stile europeo” della ricerca. Cos’era<br />
lo “stile europeo”? Dove lo si praticava? E poi come si faceva a sbattere<br />
giovani per mesi e mesi lontano da casa (e dalle fidanzate)?<br />
Qui dette <strong>un</strong>a mano il grande Giorgio Fuà con i suoi corsi presso l’Istao.<br />
Base <strong>di</strong> partenza per più lontane avventure: come il Centre of Environmental<br />
Stu<strong>di</strong>es <strong>di</strong> Londra (ove Richard Barras e Andrew Broadbent praticavano<br />
analisi per la programmazione: erano i tempi eroici della Structure Planning<br />
del governo Wilson) o come l’<strong>un</strong>iversità <strong>di</strong> Newcastle (ove la squadra <strong>di</strong><br />
Stan Openshaw, lavorava all’identificazione e allo stu<strong>di</strong>o dei sistemi locali).<br />
Ma furono soprattutto l’<strong>un</strong>iversità <strong>di</strong> Glasgow e <strong>un</strong> centro <strong>di</strong> ricerca<br />
<strong>di</strong> frontiera come lo Iiasa (International Institute for Applied Systems<br />
Analysis) <strong>di</strong> Laxenburg ad eccitarmi. Per i motivi che vedremo subito.<br />
Intanto mi <strong>di</strong>cevo, nel timore d’aver fatto passi più l<strong>un</strong>ghi della gamba,<br />
“Insomma formazione e internazionalizzazione, anche per vaccinarsi<br />
contro il rischio <strong>di</strong> provincialismo che sta correndo qualche altro istituto”.<br />
La terza idea, la più azzardata, quella <strong>di</strong> dotare l’istituto <strong>di</strong> <strong>un</strong> nuovo<br />
strumento “nuovo” -<strong>un</strong> sistema <strong>di</strong> modelli- capace <strong>di</strong> conferire all’<strong>Irpet</strong> <strong>un</strong>a<br />
superiorità, come <strong>di</strong>re?, tecnologica nel quadro italiano, mi s’era <strong>un</strong> po’<br />
250 Quarant’anni e non li <strong>di</strong>mostra
chiarita con le frequentazioni <strong>di</strong> Glasgow e dello Iiasa. Ma il mio intento<br />
non era molto raffinato: usare il modello, i modelli, come clava, per fare del<br />
“terrorismo econometrico”. “Ehi, voi, che ci fate con le vostre tabelle! Noi<br />
produciamo dati nuovi, freschi, dati che solo noi possiamo produrre! Quanto<br />
varia il valore aggi<strong>un</strong>to e l’occupazione se aumenta la domanda <strong>di</strong> scarpe?<br />
Che succede all’economia toscana se il dollaro si apprezza sulla lira?”<br />
Alla realizzazione dell’idea questa volta s’opponeva <strong>un</strong>a dura <strong>di</strong>fficoltà<br />
materiale: il costo, <strong>un</strong> miliardo <strong>di</strong> lire 1980, senza contare i ricercatori <strong>Irpet</strong>:<br />
spese <strong>di</strong> rilevazione, acquisto <strong>di</strong> dati al mercato nero dell’Istat, consulenze.<br />
Procuratomi l’appoggio <strong>di</strong> Confindustria (grazie, Savona!) e dello Iiasa,<br />
sottoposi progetto e budget alla Regione -<strong>un</strong>a cor<strong>di</strong>ale ma inequivoca risata<br />
fu la risposta.<br />
Qui ci voleva <strong>un</strong> colpo <strong>di</strong> genio!<br />
I modelli (input-output e <strong>di</strong>ntorni) venivano usati dalla nuova agenzia per<br />
lo sviluppo della Scozia, per usi pratici: previsioni, valutazioni d’impatto<br />
ma soprattutto scelte fra alternative. Narrai all’amico McGilvray <strong>di</strong><br />
Glasgow le mie ambasce e accettò <strong>di</strong> mostrare al presidente della Regione<br />
Toscana a cosa servivano i modelli.<br />
Trascinare il presidente della Regione in Scozia non fu facile.<br />
La faccio breve. Eravamo sul terrazzo dell’<strong>un</strong>iversità, intorno le<br />
highlands, da <strong>un</strong> lato baluginava <strong>un</strong>a striscia <strong>di</strong> mare grigio, dall’altro si<br />
intravedevano nella foschia le pietre rosate <strong>di</strong> E<strong>di</strong>mburgo.<br />
McGilvray cominciò a <strong>di</strong>re <strong>di</strong> previsioni, impatti, ecc. Ma, benedetta la<br />
fascinosa interprete!, che omise subito <strong>di</strong> tradurre i tecnicismi.<br />
Piattaforme per la perforazione del petrolio off-shore, cantieri navali,<br />
centri <strong>di</strong> ricerca, restauro dei magici castelli, pipe-lines, centri artigianali<br />
per il tartan parevano sgorgare <strong>di</strong>rettamente dal modello e materializzarsi<br />
sotto gli occhi del presidente, fra <strong>un</strong> refolo <strong>di</strong> vento e <strong>un</strong>o svolazzo del<br />
kilt <strong>di</strong> McGilvray. Che, solenne, in<strong>di</strong>ce ammonitore rivolto al presidente,<br />
concluse “E ricor<strong>di</strong>, noi scozzesi non amiamo sprecare danaro!”<br />
Qualc<strong>un</strong>o, ma francamente non io, sostenne <strong>di</strong> aver u<strong>di</strong>to il presidente<br />
bofonchiare “Se ci spendono gli scozzesi….”.<br />
Col lasciapassare scozzese, <strong>di</strong>sco verde.<br />
E fu la Matrice Intersettoriale Toscana: MIT ovviamente l’acronimo. Che<br />
rivelò <strong>un</strong>’insospettata capacità <strong>di</strong> mobilitazione: Tani, Biggeri, Ventisette<br />
e i nostri ricercatori in casa; Almon e Nyhus dall’<strong>un</strong>iversità del Maryland;<br />
dallo Iiasa Snickars e Andersson, con Grassini che forniva l’ausilio <strong>di</strong> <strong>un</strong><br />
modello dalla sigla <strong>un</strong> po’ osé “Intimo”<br />
Quello strumento ha camminato molto, e s’è mostrato capace <strong>di</strong> crescere e<br />
<strong>di</strong> evolvere verso nuove e audaci mete, sotto la guida del modellista gentile<br />
Casini Benvenuti.<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 251
A quel p<strong>un</strong>to m’ero convinto d’aver fatto la squadra. Il fantasioso<br />
Cavalieri a presi<strong>di</strong>are sviluppo e programmazione, oltre che a sedurre<br />
la “clientela”; il laico Maltinti sul fronte pubblico e finanza, oltre che a<br />
stoppare qualche ideologismo del sottoscritto; il solido Sforzi a <strong>di</strong>segnare<br />
e sorvegliare i sistemi urbani giornalieri (daily urban systems) nella<br />
triangolazione <strong>Irpet</strong>-Newcastle-Istat.<br />
Confesso qui due rimpianti.<br />
So <strong>di</strong> aver trascurato l’altra metà del cielo e ne chiedo tar<strong>di</strong>vamente ma<br />
sinceramente scusa, anche se l’innesto d’<strong>un</strong>a “storica” servì a formare <strong>un</strong>a<br />
coppia -Meini-Pescarolo- che poi s’è fatta sentire.<br />
Il secondo rimpianto -e ancora mi cuoce- è quello <strong>di</strong> non esser mai<br />
riuscito a <strong>di</strong>re al ferrigno Grassi che, nella mia testa, lui era il commissario<br />
politico dell’istituto…<br />
Settembre, ottobre, novembre 1983 furono <strong>un</strong>a sorta <strong>di</strong> gran galà.<br />
Si tenne, a Firenze, la Conferenza AISRe, cui donammo il “cipollone”<br />
che ne è lo stemma (la stilizzazione dello Stato Isolato <strong>di</strong> von Thünen) e in<br />
cui risuonò la mitica frase becattiniana: “si vedono accorrere sotto i nuovi<br />
vessilli del <strong>di</strong>stretto industriale anche ban<strong>di</strong>ere fortemente compromesse col<br />
passato regime!”. Il benvenuto era specialmente rivolto a Fuà, che, con <strong>un</strong><br />
titolo magari <strong>un</strong> po’ ortope<strong>di</strong>co (Industrializzazione senza fratture) ma assai<br />
simpatetico con la scuola fiorentina, aveva fatto il salto della barricata.<br />
Fu “lanciato”, a Pistoia, il sistema <strong>di</strong> modelli <strong>Irpet</strong>-Iiasa, con <strong>un</strong>a specie<br />
<strong>di</strong> “tiro a segno” (Andersson mi com<strong>un</strong>icò che si doveva <strong>di</strong>re “hands-on”):<br />
insomma metter le mani sui modelli per farli “girare”: provare per credere!<br />
A Siena nella storica sede del Monte dei Paschi, si celebrò la prima<br />
conferenza mon<strong>di</strong>ale sulle onde l<strong>un</strong>ghe <strong>di</strong> Kondratiev, che vide la presenza<br />
<strong>di</strong> stu<strong>di</strong>osi del calibro <strong>di</strong> C. Freeman e L. Forrester, R. M. Goodwin e A.<br />
Kleinknecht, J. Van Dujin, O. Mensch, C. Marchetti e ripropose <strong>un</strong> tema<br />
tutt’ora molto sulla cresta dell’onda (grazie ancora, Stefano e Gianni, per<br />
la collaborazione!).<br />
Qui al successo scientifico si aggi<strong>un</strong>se quello mondano: la festa<br />
si tenne, infatti, a Firenze nel Palazzo Pucci, con defilè animati da<br />
quell’impareggiabile charmeur che era il marchese Emilio Pucci.<br />
Fatto sta che quell’anno l’<strong>Irpet</strong> si aggiu<strong>di</strong>cò il premio “Luigi Einau<strong>di</strong>” per<br />
la conoscenza economica, che l’anno prima era stato attribuito al Club <strong>di</strong><br />
Roma <strong>di</strong> Aurelio Peccei e l’anno successivo fu assegnato all’Ufficio stu<strong>di</strong><br />
della Banca d’Italia...<br />
Questo il 1983 e ora dopo <strong>un</strong> quarto <strong>di</strong> secolo?<br />
252 Quarant’anni e non li <strong>di</strong>mostra
Il 21 gennaio scorso, concludendo la presentazione del suo Calabrone,<br />
Becattini ci invitava a <strong>di</strong>scutere con lui in termini possibilmente nuovi<br />
dei sistemi locali, soprattutto <strong>di</strong> quelli <strong>di</strong>strettuali.<br />
Non so, davvero non so, se sia possibile <strong>di</strong>r qualcosa <strong>di</strong> nuovo o<br />
almeno <strong>di</strong> sensato nella vischiosa tematica ove si attorcigliano locale,<br />
globale, glocal, localismo globale, globalismo locale (si veda, per <strong>un</strong>a<br />
riprova, il recente e assai denso Saskia Sassen, Una sociologia della<br />
globalizzazione, Einau<strong>di</strong>, 2008)<br />
Costretto a <strong>di</strong>r qualcosa sul “locale”, la metterei così.<br />
Cominciamo a <strong>di</strong>stinguere le taglie. Per esempio:<br />
- microlocale;<br />
- mesolocale;<br />
- pseudolocale;<br />
-<br />
macrolocale.<br />
E parto da quest’ultimo -chiamo macrolocale il Distretto integrato<br />
regionale del PRS 2006-2010 (territorialmente la Toscana). Qui c’è<br />
<strong>un</strong>’intuizione forte: lo spazio dell’integrazione delle politiche e delle<br />
risorse. La Toscana che si fa sistema. Ma l’intuizione non basta, c’è del<br />
lavoro <strong>di</strong> approfon<strong>di</strong>mento, anche teorico, da fare prima che l’idea cada<br />
nel <strong>di</strong>menticatoio.<br />
Lo pseudolocale è ciò che separa quel che il padreterno, la geografia<br />
e la storia hanno <strong>un</strong>ito da secoli, millenni o perfino dall’orogenesi. E giù:<br />
Chianti senese e fiorentino, Valdarno aretino e fiorentino, Val <strong>di</strong> Chiana<br />
senese e aretina, perfino l’<strong>un</strong>itarietà della montagna si perde: Amiata<br />
senese e grossetana.<br />
Con quest’operazione si confondono le realtà locali e si resecano<br />
vincoli secolari fra le com<strong>un</strong>ità e i loro territori. Lo pseudolocale è<br />
irriformabile. Va tolto <strong>di</strong> mezzo e basta.<br />
Il microlocale è lo spazio ove la gente sta o cerca <strong>di</strong> stare insieme. Lo<br />
spazio della casa del popolo o della parrocchia. Certo, finita la partita a<br />
carte o la tombola, in quei luoghi forse si spaccia o ci si buca. Ma durante<br />
il giorno in quei luoghi magari si è dato <strong>un</strong>a minestra all’immigrato o si<br />
è servita la mensa aziendale per i lavoratori, c’è la palestra, la biblioteca<br />
e così via. Ness<strong>un</strong> ottimismo <strong>di</strong> maniera. La vecchia e così confortevole<br />
casa del popolo non c’è più.<br />
E va “reinventata” nel nostro tempo. Ma ci sono mattoni, braccia e<br />
qualche idea. Ma ci sono soprattutto le fondamenta d’<strong>un</strong>a civiltà che va<br />
dai com<strong>un</strong>i del me<strong>di</strong>oevo alla civicness <strong>di</strong> Putnam e oltre. E poco importa<br />
se talvolta può riapparire sotto veste <strong>di</strong> sagra della salsiccia. Reinventare<br />
la casa del popolo è <strong>un</strong> compito impegnativo ma inelu<strong>di</strong>bile.<br />
<strong>App<strong>un</strong>ti</strong> <strong>di</strong> <strong>un</strong> <strong>programmatore</strong>. Firenze, la Toscana e le regioni <strong>di</strong> Giuliano Bianchi 253
Il mesolocale è però il cuore del problema se parliamo <strong>di</strong> sviluppo. I<br />
suoi luoghi sono quelli dell’abbinamento secolare fra com<strong>un</strong>ità e territori,<br />
ove agisce la nefasta opera dello pseudolocale.<br />
è qui che la <strong>di</strong>sintegrazione sociale <strong>di</strong> cui parlava Becattini ha inciso<br />
più a fondo, togliendo rappresentatività alla rappresentanza politica. Sì che<br />
le com<strong>un</strong>ità si <strong>un</strong>iscono più spesso sul no che sul sì: no alla tranvia, no al<br />
gassificatore, no al termovalorizzatore e così via.<br />
Qui, se il ceto politico non alza ban<strong>di</strong>era bianca e non si aggrega per clan,<br />
c’è da ricostruire <strong>un</strong> tessuto <strong>di</strong> relazioni umane e culturali prima ancora che<br />
politiche ed economiche. Ed è certamente più <strong>di</strong>fficile che reinventare la<br />
casa del popolo.<br />
Non ho ovviamente ricette, ma mi conforta il modo nel quale si è<br />
costruito il partito democratico. Sarà questa la strada?<br />
Bauman ci narra come (e uso i titoli <strong>di</strong> suoi tre libri) dentro la<br />
globalizzazione la società dell’incertezza provochi la solitu<strong>di</strong>ne del<br />
citta<strong>di</strong>no globale.<br />
Tuttavia microlocale e mesolocale -con quanto si è detto (sperato?<br />
sognato?)- mi rendono convinto che il locale <strong>di</strong>strettuale, toscano vorrei<br />
aggi<strong>un</strong>gere per sicurezza, non annegherà nella baumaniana società<br />
liquida.<br />
254 Quarant’anni e non li <strong>di</strong>mostra
Finito <strong>di</strong> stampare nel mese <strong>di</strong> Luglio 2009<br />
presso Tipografia NOVA srl <strong>di</strong> Signa - Firenze<br />
www.tipografianova.eu
Questo volume non è <strong>un</strong> testo <strong>di</strong><br />
economia regionale ma è la sintesi <strong>di</strong><br />
come le scienze regionali possano essere<br />
interpretate da <strong>un</strong>o stu<strong>di</strong>oso eclettico<br />
e colto come Giuliano Bianchi, che ha<br />
saputo coniugare in modo brillante ed<br />
originale la sua vocazione <strong>di</strong> intellettuale<br />
a quella <strong>di</strong> <strong>programmatore</strong> regionale.<br />
In questa attività analitica la sua città,<br />
Firenze, poteva essere stu<strong>di</strong>ata solo nel<br />
suo ruolo regionale e, <strong>di</strong> conseguenza,<br />
la Toscana solo nel contesto nazionale<br />
ed europeo.<br />
Firenze, la Toscana e l’Italia delle regioni<br />
sono quin<strong>di</strong> l’oggetto dei saggi qui<br />
riprodotti, solo alc<strong>un</strong>i fra quelli che<br />
Bianchi completò in più <strong>di</strong> <strong>un</strong> quarto<br />
<strong>di</strong> secolo e che qui confluiscono in <strong>un</strong><br />
volume che vede la luce proprio ad <strong>un</strong><br />
anno dalla scomparsa dell’autore.