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NUMERO 1 Aprile 2013<br />
<strong>Frammenti</strong> e<br />
<strong>Figure</strong> <strong>della</strong><br />
<strong>Contemporaneità</strong><br />
IL VOLTO
www.rivistadiwali.it<br />
Contatti:<br />
facebook.it/diwalirivistacontaminata<br />
diwalirivistacontaminata@gmail.com<br />
Direttore Editoriale : Maria Carla Trapani<br />
Direttore Responsabile: Flavio Scaloni<br />
Redazione: Pietro Bomba, Alessandra Carnovale, Laura Di<br />
Marco, Valerio Francola, Fabiana Frascà, Giulio Gonella,<br />
2<br />
Letizia Leone, Silvia Lombardo<br />
Ufficio Stampa: Federica Venni<br />
Technical Consulting: Pierluigi Stifanelli<br />
Diwali - Rivista Contaminata<br />
Trimestrale di Arte - Poesia - Letteratura<br />
Sommario<br />
L’Editorial 3<br />
InSistenze 4<br />
La contemporaneità iconica<br />
di Yan Pei-Ming 5<br />
La faccia come provocazione<br />
Dal ritratto alla carne: Opalka e Orlan 9<br />
L’uomo neo-romantico<br />
di Elizabeth Peyton 13<br />
Incarnare la maschera:<br />
sul volto l’alterità 16<br />
InVerso 20<br />
Annalisa Miceli 21<br />
Andrea Borrelli 22<br />
Pietro Pisano 24<br />
Ladimorascarlatta 26<br />
Adriana Gloria Marigo 28<br />
Valeriano Forte 29<br />
Michelina Linsalata 30<br />
Eleonora Pozzuoli 32<br />
Vincenzo Signoretta 34<br />
Celeste Vaglio 35<br />
InStante 36<br />
Barbara Ghidini 37<br />
Francesca Di Vaio 38<br />
Pietro Bomba 40<br />
Fausto Favetta 42<br />
Andrès Leon Baldelli 44<br />
Gloria Gabrielli 46<br />
Leopoldo A. García Castellanos 48<br />
InMobile 50<br />
<strong>Il</strong> libro delle facce 51<br />
InChina 55
L’Editorial<br />
Che porta su idiosincrasie, geneticità. Di epoche,<br />
i residui, e le emozioni. E maschera.<br />
Che svela, sfonda, ricopre. Anime corpi? In ogni<br />
caso, in frammenti la personalità.<br />
Oppure, volto persona, volto che impersona.<br />
Teatro che espone intime tragedie, nascoste<br />
dietro gli occhi, e la fronte. Le bocche chiuse<br />
ti possono proteggere. La ferinica memoria<br />
disumanizza e spalanca su bocche urlanti:<br />
scompone.<br />
Volti viso volti come scheggia, voltati<br />
rivoltati rivolti sul passato, distesi sul<br />
futuro. Trucchi, che mimano il sapore,<br />
perduto, <strong>della</strong> maschera.<br />
Che siano allora anche figure, che hanno<br />
smesso di essere sotto agli occhi di guarda<br />
– ah, i volti ora si defilano, e riappaiono<br />
nel doppio dell’interpretazione, dello specchio,<br />
dello sguardo dell’altro.<br />
Osserva dunque il volto. Le direzioni impazzite si<br />
accavallano.<br />
Un ovale, il sopracciglio<br />
e il suo arco. <strong>Il</strong> guizzo di<br />
un sorriso, o un piede.<br />
E il collo, che sorregge<br />
miracolosamente e<br />
senza sforzo la testa?<br />
E non si sfugge al<br />
tutto. Anche se osservi<br />
il singolo dettaglio, il<br />
volto torna a galla nella<br />
totalità <strong>della</strong> significanza<br />
estrema, seppur del<br />
particolare irripetibile.<br />
L’impensato nel volto<br />
di un altro, balena.<br />
Mille gli occhi, mille le<br />
fronti, a non ripetersi se<br />
non nel pensiero, non<br />
mille le bocche quindi,<br />
ma masticano ironiche<br />
la disputa scolastica.<br />
E i vertici frantumano la direzione in mille, ora<br />
sì, e ancora mille.<br />
E lo specchio? E il sempre nudo, il sempre esposto<br />
e tutti i sempre che ci danno un volto?<br />
L’importante è ricambiare lo sguardo.<br />
La maschera è infine nient’altro che il volto<br />
consapevole di sé, un artificio che mostra il<br />
suo farsi-ad-arte, un uomo e suo altro che<br />
assumono la finitezza <strong>della</strong> loro relazione e<br />
leggeri entrano in scena.<br />
Accettiamo il teatro e esibiamo le<br />
quinte!<br />
Che la costruzione dell’abito sia già la<br />
nostra arte e la sua comprensione!<br />
E ora. In maschera, danziamo. Ovunque,<br />
abbia luogo, una rappresentazione.<br />
Diwali - Rivista Contaminata<br />
3
<strong>Volto</strong> come.<br />
<strong>Volto</strong> come maschera. <strong>Volto</strong> e maschera. <strong>Volto</strong><br />
come ritratto. <strong>Volto</strong> come moderna icona e<br />
raffigurazione <strong>della</strong> contemporaneità. <strong>Volto</strong><br />
come trasformazione e documentazione del<br />
tempo che passa. <strong>Volto</strong> come materiale grezzo<br />
da lavorare e su cui imprimere il proprio<br />
progetto artistico.<br />
<strong>Volto</strong> come il percorso artistico e filosofico che<br />
si snoda davanti al lettore in questo numero<br />
<strong>della</strong> rivista Diwali.<br />
Dalla dialettica reciproca di volto e maschera<br />
e l’alterità di Eva Matilde Brentano, alla<br />
New York anni ‘90 con l’arte neo-romantica<br />
del ritratto di Elizabeth Peyton, con i suoi<br />
tratti di individualità e universalità dei<br />
soggetti raccontata da Geremia Doria, alla<br />
raffigurazione iconica <strong>della</strong> contemporaneità<br />
attraverso la pittura materica e dalle pennellate<br />
vigorose dell’artista sino-francese Yan Pei<br />
Ming descritta da Valerio Francola fino agli<br />
opposti modi di incarnare e utilizzare a fini<br />
artistici la propria faccia in Opalka e Orlan nel<br />
saggio breve di Letizia Leone: documentazione<br />
quotidiana degli impercettibili mutamenti<br />
arrecati dal tempo nel primo e manipolazione<br />
chirurgica e progettazione del proprio viso per<br />
farlo aderire ad un progetto artistico per la<br />
seconda, il volto ci si rivela nella sua natura<br />
di strumento fecondo di molteplici ispirazioni<br />
e interpretazioni culturali.<br />
Alessandra Carnovale<br />
InSistenze
La contemporaneità iconica<br />
La giovinezza di Yan Pei-Ming ha avuto luogo<br />
durante il difficile clima <strong>della</strong> rivoluzione culturale<br />
cinese, successivamente accompagnato da un<br />
periodo di apertura e di riforme civili e politiche.<br />
Nel 1981 si trasferisce a Digione, in Francia, dove<br />
ha costruito la sua carriera artistica nel corso dei<br />
due decenni successivi. La sua biografia è segnata<br />
quindi da cambiamenti radicali e drastici che<br />
pochi possono immaginare. Naturalmente non<br />
era il solo a passare attraverso questa esperienza<br />
complessa, ma indubbiamente Ming ha saputo<br />
distinguersi su tutta una generazione che ha vissuto<br />
e, soprattutto è sopravvissuta, ai drammatici<br />
cambiamenti geopolitici globali del post Guerra<br />
Fredda. Una generazione che ha contribuito in<br />
modo significativo alla ridefinizione del processo<br />
di globalizzazione.<br />
Oggi Ming può essere considerato uno dei più<br />
grandi artisti dell’Occidente, con quotazioni delle<br />
sue opere che ormai raggiungono milioni di dollari<br />
grazie anche alla collaborazione con gallerie private<br />
di valore internazionale e alla partecipazione a<br />
due Biennali di Venezia. Una carriera in continua<br />
ascesa che ha convinto il direttore <strong>della</strong> GAMeC<br />
(Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea) di<br />
Bergamo, Giacinto Di Pietrantonio, a dedicare<br />
all’artista cinese una prima “personale” in un<br />
museo italiano nel 2008. Venti opere esposte in un<br />
itinerario creato d’intesa tra il curatore (Giacinto<br />
di Pietrantonio) e l’artista stesso che si articola<br />
in quattro sezioni che ruotano intorno al tema<br />
dell’autoritratto. È proprio l’autoritratto il campo<br />
di Yan Pei-Ming<br />
di Valerio Francola<br />
pittorico in cui Yan Pei-Ming mostra i maggiori<br />
spunti di riflessione, grazie alla sua visione <strong>della</strong><br />
contemporaneità ripercorsa attraverso le icone<br />
di oggi, dal Papa a Bruce Lee, da Mao a Buddha,<br />
il tutto utilizzando indifferentemente tecniche<br />
molto diverse, dall’acquerello cinese alla pittura<br />
a olio europea. La sua pittura infatti, materica<br />
e realizzata con pennellate violente, è un ponte<br />
tra Oriente, terra di origine, e Occidente, terra di<br />
appartenenza culturale. Una lotta sia fisica che<br />
spirituale è sempre al centro delle sue attività<br />
creative, i suoi dipinti sono il risultato di azioni<br />
intense, dinamiche in forte contrasto con le<br />
strutture “congelate” di colori e forme. Sono<br />
rappresentazioni in agitazione costante, con<br />
pennellate lunghe e veloci che conquistano il<br />
terreno in movimento, spesso sviluppandosi su<br />
dimensioni molto grandi. Tuttavia le sue opere non<br />
sono affatto riducibili a semplice “espressionismo”<br />
stravagante: la sua pittura può essere definita<br />
molto “economica” e minimalista, spesso in bianco<br />
e nero, a volte rosso e bianco, gli unici colori con cui<br />
costruisce la sua realtà pittorica, con cui esprime<br />
e descrive la navigazione tra la sua memoria e le<br />
sue preoccupazioni “umanistiche”. Le grandi tele<br />
a olio con cui Pei-Ming si è distinto sulla scena<br />
internazionale, sono realizzate con una tecnica<br />
propria <strong>della</strong> tradizione occidentale che l’artista<br />
dipinge unicamente nel suo studio a Digione. Al<br />
contrario gli acquarelli, creati soltanto durante i<br />
suoi soggiorni a Shangai, rimandano alla tradizione<br />
pittorica orientale. Una distinzione che non ha<br />
InSistenze 5
La contemporaneità iconica di Yan Pei-Ming<br />
mai come obiettivo quello di identificare un luogo<br />
geografico di appartenenza ben preciso ma diviene<br />
sinonimo di atemporalità e non luogo: Est e Ovest<br />
uniti in una mescolanza di stili, elementi, soggetti.<br />
L’uso dell’acquerello ad esempio rappresenta per<br />
l’artista un momento importante: si tratta infatti<br />
<strong>della</strong> tecnica che utilizza per rappresentare la<br />
fase iniziale <strong>della</strong> vita (i bambini), ma anche e<br />
soprattutto teschi e autoritratti di “morte”. Vita e<br />
morte intrecciate in cui l’autoritratto diventa un<br />
simbolo, la messa in scena <strong>della</strong> morte o meglio<br />
del suicidio, quindi la fine programmata, lascia<br />
intendere che l’artista è in grado di decidere su<br />
tutto e non solo sulle sue opere ma, forse proprio<br />
attraverso di esse, sulla vita e sulla morte. Come<br />
accennato in precedenza questo percorso avviene<br />
attraverso l’uso di icone celebri e figure storiche che<br />
hanno esercitato influenze profonde su di lui e sui<br />
suoi contemporanei e che si trovano regolarmente<br />
rappresentati nei suoi dipinti. Non sono solo le<br />
immagini che hanno segnato la sua memoria<br />
degli spazi pubblici dominati dalla propaganda<br />
del maoismo e da altre ideologie, ma sono anche<br />
elementi chiave che costituiscono la sua memoria<br />
intima e personale e la sua ricca immaginazione.<br />
Solitamente il ritratto è la trasposizione su tela di<br />
un uomo in un momento preciso, invece, Ming<br />
riesce a dipingere un uomo senza fargli un ritratto,<br />
sfruttando la sua icona pop per creare qualcosa<br />
di “larger-than-life” (più grande <strong>della</strong> vita), una<br />
immagine comunicativa che vale ovunque nel<br />
mondo e in ogni tempo. L’artista cinese riesce a<br />
riflettere, infatti, sulla mortalità nel mondo delle<br />
icone: Mao sembra non essere mai stato così vivo,<br />
così intenso. Se da lontano la tela ci ispira una certa<br />
sacralità, ci parla di un mito, da vicino, al contrario,<br />
ci sembra di poter toccare qualcosa di così lontano<br />
da noi, di avere con lui un’intima confidenza,<br />
creando un mix di sacralità e confidenza proprio<br />
delle icone pop. Ming reinterpreta un’icona,<br />
un’immagine che tutti noi abbiamo fissa in mente<br />
sviluppando un’operazione come quella che,<br />
anche inconsciamente, facciamo tutti noi ogni<br />
6<br />
InSistenze
giorno: una ricerca di mediazione tra la libertà<br />
di immaginazione e le strutture psicologiche e le<br />
immagini che ci vengono imposte da TV, pubblicità,<br />
cinema. Ed è chiaro che, reinterpretandole, dà una<br />
nuova urgenza ad immagini ormai stereotipate: ci<br />
mette dentro, con la violenza <strong>della</strong> sua pennellata,<br />
la lotta, la provocazione, l’azione, la coscienza.<br />
I ritratti di Ming sono lontani da qualsiasi tipo<br />
di celebrazione o culto di quelle personalità, al<br />
contrario, essi sono provocatori, critici, e anche<br />
sovversivi. I personaggi sono sempre presentati<br />
in una sorta di ambiente incerto con i titoli che<br />
spesso pongono problematiche morali, come ad<br />
esempio, in riferimento a suo padre, “l’uomo<br />
più rispettoso”, “l’uomo più odioso”, ecc. Inoltre,<br />
sono spesso immagini definite “politicamente<br />
scorrette”: nel 1990, ha prodotto grandi serie di<br />
ritratti di persone ai margini <strong>della</strong> società, come<br />
detenuti, prostitute, e bambini senza casa, dipinti<br />
in modo particolarmente celebrativo. Una scelta<br />
artistica molto discussa in Francia, dove qualche<br />
anno fa, si sono svolti una serie di dibattiti pubblici<br />
sull’opportunità morale di rappresentare i ritratti<br />
di alcuni criminali e politici, in occasione <strong>della</strong><br />
presentazione dei dipinti di Yan Pei-Ming nella<br />
mostra La Force de l’art, un evento organizzato dal<br />
governo. Indubbiamente l’atto più provocatorio<br />
e spettacolare dell’artista cinese è il suo recente<br />
progetto Les Funérailles de Mona Lisa esposto<br />
al Louvre nel 2009. Nella sala a destra dietro la<br />
Monna Lisa, esempio straordinario di pittura<br />
iconica e simbolo indiscusso del museo più<br />
visitato al mondo, Ming ha installato una serie<br />
di tele di grandi dimensioni che rappresentano<br />
repliche <strong>della</strong> Monna Lisa al centro e ritratti del<br />
padre Ming e dell’artista stesso in uno stato di<br />
morte. La pittura intensa, inquietante e misteriosa<br />
provoca un’esperienza assolutamente sublime<br />
per il pubblico, che rimane impressionato e<br />
anche scioccato dalla visione di queste tele dopo<br />
aver apprezzare l’originale Mona Lisa. Duplice la<br />
possibile interpretazione: è l’artista che cerca di<br />
elevarsi al rango dei più grandi <strong>della</strong> storia? O<br />
InSistenze<br />
è semplicemente un suggerimento di sepoltura<br />
definitiva dell’ideale di bellezza stessa?<br />
L’ideale di bellezza per Ming è profondamente<br />
legato alla questione del destino dell’umanità:<br />
“il come” rappresentiamo le immagini può<br />
profondamente influenzare il modo in cui<br />
percepiamo e comprendiamo la vita e la morte,<br />
la realtà e il dramma, la gioia e il dolore. Nel<br />
corso degli ultimi anni, ha infatti esteso la sua<br />
ricerca e la sua sperimentazione artistica in una<br />
nuova direzione che lo coinvolge e lo impegna<br />
direttamente nei confronti dei conflitti sociali<br />
mondiali e le loro conseguenze. Intorno a questa<br />
riflessione nascono ritratti di bambini del terzo<br />
mondo dove si percepiscono drammaticamente<br />
gli effetti <strong>della</strong> guerra, la fame, la povertà, e altre<br />
tragiche situazioni: un esempio tra tutti è il suo<br />
lavoro Sudanese Child (2006) proveniente dalla<br />
Collezione Deutsche Bank, dove i bambini sono<br />
mostrati fianco a fianco con quelli dei segretari<br />
generali delle Nazioni Unite, così come i soldati<br />
coinvolti nella guerra in Iraq.<br />
Di fronte alla crisi attuale e al cambiamento<br />
politico, Ming ha messo a punto nel maggio/giugno<br />
del 2009 un progetto ideato per la sua mostra al<br />
San Francisco Art Institute: figure eroiche come<br />
Barack Obama e soldati americani sono allineati<br />
fianco a fianco con le banconote in dollari USA e<br />
l’immagine di Bernard Madoff, ormai diventato il<br />
simbolo di questa crisi economica, dei mali <strong>della</strong><br />
finanza, degli eccessi e delle speculazioni. Yan<br />
Pei-Ming ci fa capire, insomma, che noi siamo<br />
un prodotto culturale che affonda le sue radici<br />
nei secoli passati, ma che oggi ciascuno di noi,<br />
uomini <strong>della</strong> società delle immagini, non è che<br />
la somma dei suoi miti, svuotato di una propria<br />
qualsiasi interiorità.<br />
La contemporaneità iconica di Yan Pei-Ming<br />
<strong>Il</strong> lavoro artistico Ming, pur affidandosi<br />
principalmente alla pittura, non esclude<br />
assolutamente la continua ricerca di<br />
sperimentazione e cambiamento. Nel corso degli<br />
ultimi anni, ha sperimentato nuove strategie per<br />
integrare nello spazio pubblico le sue creazioni in<br />
7
La contemporaneità iconica di Yan Pei-Ming<br />
studio: un continuo avventurarsi oltre lo spazio<br />
del museo tradizionale, invadendo spazi pubblici<br />
utilizzando forme espressive diverse dalla tela<br />
tradizionale, bandiere, poster, e così via, al fine di<br />
mobilitare l’opinione pubblica e la consapevolezza<br />
sociale. Questa provocazione non solo cerca di<br />
sovvertire la consuetudine <strong>della</strong> rappresentazione<br />
artistica tradizionale, ancora più importante, sfida<br />
il senso comune dei valori del linguaggio diffuso e<br />
delle strutture socio-psicologiche, il rapporto tra<br />
la libertà di immaginazione, di rappresentazione, e<br />
le convenzioni sociali che sono sistematicamente<br />
conservatrici. L’opera di Ming, oltre a essere<br />
politicamente coinvolgente, può essere considerata<br />
uno specchio drammaticamente preciso dei grandi<br />
stravolgimenti economici e sociali in atto nella<br />
nostra vita contemporanea. [VF]*<br />
*[Valerio Francola è uno storico dell’arte romano formatosi all’Università ‘La Sapienza’ specializzandosi negli studi dell’arte<br />
contemporanea. Collabora con diverse riviste come critico ed opinionista e negli ultimi anni ha avuto modo di approfondire il complesso<br />
tema dei beni culturali nell’ambito del lavoro di ricerca portato avanti dalla Fondazione Astrid e culminato con la sua collaborazione<br />
alla recente pubblicazione I beni culturali tra tutela mercato e territorio, a cura di Luigi Covatta, edita da Passigli Editore.]<br />
8<br />
InSistenze
La faccia come provocazione<br />
“Onora la faccia del vecchio” recita il Levitico.<br />
Forse, a prima vista, potrebbe sembrare sviante<br />
avviare queste considerazioni sul genere<br />
artistico del Ritratto (e <strong>della</strong> sua evoluzione nella<br />
contemporaneità) con una citazione di carattere<br />
etico come quella del Levitico. Perchè quando si<br />
parla di ritrattistica si pensa sempre al dibattito<br />
teorico, ancora aperto, sui modi <strong>della</strong><br />
rappresentazione, in bilico tra realismo<br />
ed astrazione, dato che la percezione<br />
di un volto coinvolge elementi che<br />
superano l’apparenza e la fisicità e<br />
implica la rivelazione di emozioni<br />
o sentimenti in tracce minime quali<br />
espressioni inpercettibili, sguardi,<br />
accennate mobilità muscolari, oppure<br />
e soprattutto, la mappa di segni del<br />
tempo, questo “grande scultore” <strong>della</strong><br />
faccia.<br />
Inoltre bisogna ricordare che se i<br />
grandi ritrattisti non poterono eludere<br />
le esigenze <strong>della</strong> ricca committenza<br />
nelle richieste di somiglianza, ad un<br />
certo punto, si diffuse un certo modo<br />
di idealizzare, tanto che Leonardo da<br />
Vinci nel suo “Trattato sulla Pittura”<br />
arrivò a definire “più tristo componitore<br />
d’istorie che nessun altro pittore” colui<br />
Dal ritratto alla carne:<br />
InSistenze<br />
Opalka e Orlan<br />
di Letizia Leone<br />
che ritraeva in modo del tutto naturalistico,<br />
sacrificando “l’universale pel particolare”.<br />
E già Platone aveva considerato le arti figurative<br />
più limitate rispetto alle altre “arti liberali” nel<br />
rivelare quelle Idee profonde che plasmano la<br />
materia, proprio perchè troppo legate alla fisicità.<br />
Finchè Isabella D’Este in una lettera di<br />
9
La faccia come provocazione. Dal ritratto alla carne: Opalka e Orlan
ingraziamento indirizzata al pittore Francesco<br />
Francia nel 1511 consacra la pratica di<br />
“imbellettare”: “havendovi vui cum l’arte vostra<br />
facta assai più bella che non mi ha fatto natura”.<br />
Come non rintracciare in questa dama<br />
cinquecentesca un’antesignana del mo<strong>della</strong>mento<br />
facciale e dell’ “artefatto” contemporanei? Non<br />
solo, venticinque anni dopo Tiziano ritrae la D’Este<br />
ultrasessantenne con le fattezze di una ventenne e<br />
sembra già di essere in una recente fenomenologia<br />
<strong>della</strong> cosmesi e <strong>della</strong> mistificazione <strong>della</strong> vecchiaia.<br />
Una immagine “Arcidishonestamente imbelletata”<br />
inveiì con foga allora l’Aretino.<br />
Una falsificazione ante litteram che ci riporta<br />
alle ragioni più attuali di James Hillman contro<br />
le modificazioni <strong>della</strong> chirurgia estetica su una<br />
faccia che invecchia, perchè “la faccia del vecchio<br />
è un bene per il gruppo” e perchè sulla faccia è<br />
plasmato il mio carattere dato che sono io che<br />
la “faccio” con quello che ho costruito, inseguito,<br />
creduto tutta la vita.<br />
Annullare la faccia del vecchio con la chirurgia è<br />
“un crimine contro l’umanità”, significa privare<br />
una società di valori fondanti, sincerità e pietas<br />
per esempio, un togliere valore etico alla vecchiaia<br />
(il cui fine è quello “di svelare il nostro carattere”),<br />
per sostituirlo con un mito idiota di giovinezza<br />
Questa la premessa necessaria per inquadrare il<br />
lavoro decennale, o per meglio dire l’opera unica<br />
che si sviluppa in decenni di attività, di un artista<br />
come Roman Opalka che ha lavorato sul tempo<br />
con il tempo stesso, fino a renderne l’ astrattezza<br />
come un materiale solido che agisce sulla tela.<br />
Una strategia artistica che prevede oltre ai numeri,<br />
ai colori, e alla voce l’utilizzo del proprio volto<br />
per catturare il tempo: ogni giorno dal 1972.<br />
Operazione matematica: dipingere ogni giorno su<br />
una tela di 196 x 135 un numero in serie progressiva<br />
iniziando dall’uno verso l’infinito.. Quasi una<br />
pratica mistica la cui meta è irraggiungibile e lo<br />
scacco già implicito in partenza.<br />
Eppure precisione maniacale e serietà assoluta<br />
nel portare avanti il lavoro: stessa ora, stessa<br />
millimetrica posizione e posa, stessa camicia,<br />
stessa espressione.<br />
Con studiata disciplina ogni quadro <strong>della</strong> serie<br />
numerale viene accompagnato da un ritratto<br />
fotografico a fine lavoro, tutte le sere, nell’<br />
“imperiosa necessità di non perdere nulla per<br />
carpire il tempo”.<br />
Nel guardare le foto in modo distanziato nella loro<br />
sequenza cronologica, l’effetto è impressionante.<br />
Quanti anni occorrono per studiare le incisioni del<br />
tempo (categoria invisibile) su una faccia? Dettagli<br />
infinitesimali che si accumulano in migliaia<br />
di istanti quotidiani. Dettagli impietosamente<br />
documentati, grazie al lavoro affascinante e<br />
cerebrale di Opalka.<br />
E soprattutto esemplarità del Work in progress<br />
quale processo artistico.<br />
Al fondo nero iniziale delle tele viene aggiunto<br />
ogni giorno un centesimo di colore bianco in modo<br />
che pian, piano, con il trascorrere del tempo le<br />
tele vadano sbiadendo insieme all’immagine di<br />
accompgnamento del suo ritratto fotografico che<br />
documenta il logoramento dell’invecchiamento.<br />
Opalka stesso è consapevole dell’eccezionalità di<br />
testimoniare e catturare l’ istante: “Tremando per<br />
la tensione davanti alla follia di una simile impresa,<br />
immergevo il pennello in un vasetto e, sollevando<br />
leggermente il braccio, lasciavo il primo segno, 1,<br />
in alto a sinistra, all’estremità <strong>della</strong> tela, perchè<br />
non rimanesse nessuno spazio fuori dall’unica<br />
struttura logica che mi ero dato.”<br />
Urgenza di specchiare la metamorfosi biologica<br />
in atto. <strong>Il</strong> cambiamento.<br />
Ma nell’arte contemporanea la ritrattistica va<br />
oltre e diventa organica, suoi strumenti la carne,<br />
il sangue, la sofferenza.<br />
Un esempio: Orlan e la sua faccia post-umana e<br />
mutante.<br />
InSistenze<br />
La faccia come provocazione. Dal ritratto alla carne: Opalka e Orlan<br />
L’artista francese fa del proprio corpo un “teatro<br />
operatorio” e documenta gli interventi chirurgici<br />
svoltesi in anestesia locale e tutti finalizzati alla<br />
realizzazione di un progetto artistico.<br />
L’impianto di protesi di zigomo per ricreare la<br />
11
La faccia come provocazione. Dal ritratto alla carne: Opalka e Orlan<br />
fronte <strong>della</strong> Gioconda di Leonardo, creandosi<br />
così due corna, è solo uno degli innumerevoli<br />
esempi del suo “manifesto carnale”.<br />
Per Orlan la finalità dell’arte non è quella di<br />
decorare i nostri appartamenti ma quella di<br />
superare ogni volta i limiti, non solo tabù ma ciò<br />
che è codificato nelle convenzioni, in una rilettura<br />
estrema del messaggio di Artaud.<br />
Ibridazione, metamorfosi identitaria,<br />
manipolazione organica, deliberata progettazione<br />
del viso perchè per Orlan “ la personalità è connessa<br />
in particolar modo al viso, e l’aspetto del volto<br />
viene manipolato per trasmettere informazioni<br />
sulla persona.”<br />
È già abbastanza per iniziare a riflettere...<br />
*[Letizia Leone ha pubblicato i seguenti libri: Pochi centimetri di luce (2000); L’ora minerale (2003), (seconda edizione 2004); Carte<br />
sanitarie (2008); La disgrazia elementare (2011).<br />
Numerose le antologie e i premi letterari: “Serenissima”, (a c. di Silvio Ramat) Università Ca’ Foscari, Venezia, 1995; Antologia “Grande<br />
Dizionario <strong>della</strong> Lingua Italiana Salvatore Battaglia”, UTET, Torino, 1995; Geografie Poetiche, ac. di W. Mauro, Giulio Perrone Editore,<br />
Roma, 2005; Sorridimi Ancora, (dodici storie di femminlità violate) pref. di Lidia Ravera, Giulio Perrone Editore, Roma, 2007. Da<br />
quest’ultima raccolta è stato messo in scena “Le Invisibili” (regia Emanuela Giordano) Teatro Valle, Roma, 2009. Letizia Leone è stata<br />
segnalata al Premio Internazionale Eugenio Montale nel 1997. Nel 1998 è stata premiata al premio del Grande Dizionario <strong>della</strong> Lingua<br />
Italiana Salvatore Battaglia, UTET, To; e Premio Nuove Scrittrici, edizioni Tracce, Pescara (1998 e 2002). E’ stata premiata e segnalata<br />
in altri premi letterari, ultimo dei quali “I miosotìs” edizioni d’if, Napoli, segnalazione 2009 e 2010. Menzione d’onore per la Poesia<br />
inedita- Premio Lorenzo Montano 2011- Edizioni Anterem- Verona. Tiene un “Liceo di poesia” presso l’editore Giulio Perrone.]<br />
12<br />
InSistenze
Guardare ed essere guardati.<br />
Fotografia/Specchio/Immagine/Ritratto<br />
Elizabeth Peyton dipinge tra Londra e New York,<br />
si afferma a metà degli anni 90. Le sue opere sono<br />
esposte nelle gallerie più prestigiose del mondo,<br />
quotate centinaia di migliaia di dollari.<br />
I soggetti sono uomini, tra i 20 e i 30 anni, efebici,<br />
androgini, angelici, eterei. <strong>Il</strong> loro carisma sembra<br />
mettersi a fuoco rimanendo sbiadito. Sono<br />
terribilmente magnetici. Sono belli e dannati. Sono<br />
sexy nel loro look metropolitano. Sono solidi e<br />
fluidi.<br />
Diventano icone. Diventano perchè ancora non<br />
sono. Sono testimoni di se stessi nel percorso<br />
L’uomo neo-romantico di<br />
Elizabeth Peyton<br />
<strong>della</strong> propria affermazione come musicisti, attori,<br />
artisti.<br />
Kurt Cobain. Sid Vicious. Richard Ashcroft. Pete<br />
Doherty. Liam Gallagher. Prince.<br />
Siamo nel post Warhol.<br />
Warhol ha democratizzato il ritratto<br />
contemporaneo, ha sovvertito le gerarchie culturali<br />
dell’America del dopoguerra. Al contempo crea e<br />
disfa il personaggio, lo tipizza per poi riprodurlo<br />
in serie.<br />
Warhol usa il soggetto. <strong>Il</strong> soggetto ultimo è<br />
Warhol.<br />
POP<br />
InSistenze<br />
di Geremia Doria<br />
Elizabeth Peyton rappresenta persone cui è<br />
13
L’uomo neo-romantico di Elizabeth Peyton<br />
sentimentalmente ed emotivamente vicina. Non<br />
c’è distanza dal personaggio famoso, così come<br />
non ce n’è dal vicino di casa, l’amico, il boyfriend.<br />
Peyton cerca nel soggetto una qualità superiore<br />
da astrarre in un ideale.<br />
Fa dell’uomo oggetto di amore.<br />
Ne emerge un ritratto delicato, pervaso di grazia,<br />
attraversato dal sentimento.<br />
Intimità.<br />
Malinconia.<br />
Ricerca.<br />
I dipinti rimandano alla miniatura rinascimentale,<br />
all’espressionismo astratto, al romanticismo<br />
preraffaellita. Gli uomini sono neo-romantici.<br />
Romance.<br />
Peyton usa un tratto breve, deciso, carico,<br />
descrittivo, efficace. Ogni tratto è mosso da<br />
un’intensità emozionale che trasfigura la natura<br />
finita del soggetto.<br />
<strong>Il</strong> modello ha un’espressione tangibile ma idee<br />
inafferrabili.<br />
E’ il potere espressivo <strong>della</strong> pittrice, affidato al<br />
colore.<br />
Rosso.<br />
Verde.<br />
*[Geremia Doria nasce a Trieste nel settembre di 40 anni fa.<br />
Interior designer di professione, si interessa di antiquariato e collezionismo d’arte. Frequenta con regolarità gallerie e case d’asta e<br />
negli anni acquisisce e affina le proprie competenze nell’arte contemporanea, con una forte predilezione per gli autori figurativi. Scrive<br />
note critiche e monografie per diverse riviste di settore. Vive con uno Scottish terrier e non è presente in nessun social network.]<br />
14<br />
Blu.<br />
Luce.<br />
InSistenze<br />
<strong>Il</strong> colore eleva l’uomo: lo rende icona. Assistiamo<br />
all’evoluzione del personaggio.<br />
E’ l’uomo che sa guardare e guardarsi. Cercarsi.<br />
Oggettivarsi. Coltivarsi.<br />
Walt Whitman ha insegnato la sua lezione.<br />
Osservare l’essere umano che diventa Uomo,<br />
nella crociata contemporanea per l’individualità.<br />
E come in un film di François Truffaut vediamo<br />
l’uomo nella sua intimità ma ne percepiamo<br />
l’afflato universale.<br />
Sguardo. [GD]*
L’uomo neo-romantico di Elizabeth Peyton
L’interrogazione nasce sin dal nome, che porta<br />
l’ambiguità come fardello etimologico: i greci<br />
dicevano pròsopon, pròs-ôpon, per indicare tanto<br />
la maschera quanto il volto.<br />
Viso dunque, maschera, o ancora e più<br />
genericamente e semplicemente “ciò che sta<br />
dinnanzi agli occhi”.<br />
Problematizzazione iniziale, eziologica persino.<br />
Se, sin dalla sua emergenza al significato, il volto<br />
è luogo di attraversamento, luogo di un dire che<br />
ha sempre un sopravanzo di senso.<br />
Maschera e/o volto.<br />
Maschera che non dissimula, bensì sostituisce<br />
il volto che ricopre. <strong>Volto</strong> che ha la facoltà<br />
dissimulare, cosa che la maschera non consente.<br />
«La maschera è l’uomo senza la garanzia del<br />
volto» 1 .<br />
E ci imbattiamo in un possibile rovesciamento<br />
di senso, se abbiamo sempre pensato alla<br />
maschera come qualcosa che permette, appunto,<br />
il mascheramento delle emozioni.<br />
Ma lo scambio tra la maschera e il volto è<br />
continuo, vede coinvolti entrambi i termini <strong>della</strong><br />
comunicazione, fino a sfiorare la possibilità estrema<br />
di una coincidenza, o persino di una sostituzione.<br />
Maschera che tanto si innesta sul volto da divenire<br />
il vero volto, in quanto rivelazione incapace di<br />
simulazione, rivelazione strutturalmente foriera<br />
1 L. M. Lombardi Satriani, D. Scafoglio, Pulcinella. <strong>Il</strong> mito e la storia, Milano,<br />
Leonardo, 1990, p. 322.<br />
16<br />
Incarnare la maschera: sul<br />
di manifestazione.<br />
volto l’alterità<br />
di Eva Matilde Brentano<br />
InSistenze<br />
Ma, come dicevamo, nella terminologia greca la<br />
parola pròsopon significa viso e anche maschera.<br />
Non esiste differenziazione linguistica che lasci<br />
lo spazio per adombrare anche solo un’idea di<br />
dissimulazione.<br />
E la maschera, dunque, non dissimula, ma va a<br />
sostituire il viso che ricopre, diventa altro attraverso<br />
lo sguardo dell’altro, così come il viso manifesta<br />
la propria individualità venendo riconosciuto e<br />
riconoscendosi negli occhi e nella faccia dell’altro<br />
che guarda.<br />
Viso e maschera si inverano in questa relazione<br />
reciproca, che si gioca nella continuità dialettica<br />
tra alterità e identità, nel darsi <strong>della</strong> quale lo<br />
spazio dell’ambiguus è sempre e comunque sotto<br />
gli occhi di chi guarda, come sotto gli occhi di chi<br />
viene guardato.<br />
La maschera greca ci dà la possibilità di<br />
pensare ad una alterità che si annida nell’uomo<br />
costitutivamente, e lo fa senza delega alcuna<br />
all’allusività. La maschera è il volto dell’uomo,<br />
che via via indossandone incarna l’altro 2 .<br />
E potremmo connotare tutto questo come un<br />
esercizio alla convivenza con l’altro e con l’altrove,<br />
che va perduto nel momento in cui le distanze tra<br />
la maschera e il volto si accrescono e si sciolgono<br />
i legami reciproci esistenti tra questi due termini.<br />
Tematica problematica e problematizzante<br />
quella dell’incarnare la maschera, laddove<br />
2 cfr. sull’argomento B. Callieri, L. Faranda, Medusa allo specchio. Maschere fra<br />
antropologia e psicopatologia, Roma, Edizioni Universitarie Romane, 2001, p. 66 e<br />
sgg.
Incarnare la maschera: sul volto l’alterità
Incarnare la maschera: sul volto l’alterità
quest’ultima palesa la possibilità di essere gettati<br />
nei luoghi dell’alterità. Un’alterità da vivere<br />
sperimentandone i confini, che potrebbero<br />
persino condurre in luoghi lontani dall’umano<br />
e sconfinanti nei mondi del divino, del daimon<br />
che possiede l’uomo mostrandogli come la sua<br />
ambizione possa essere il trascendimento <strong>della</strong><br />
sua stessa condizione, umana per l’appunto.<br />
Ma la maschera diviene anche un modo di dare<br />
forma a questo altro e a questo altrove, assume<br />
la speranza di una parlabilità, di una assunzione<br />
nelle singole vite e di una accettazione di una<br />
condizione di ineliminabile ambiguità.<br />
La maschera che diviene volto.<br />
Prolungamento del volto.<br />
Possibilizzazione a che ciò che ci travalica come<br />
singoli volti possa albergare in questa terra nullius<br />
che consente il contatto con un sapere che resti<br />
pur sempre riconoscibile, per il tramite <strong>della</strong><br />
maschera appunto.<br />
«Tutto ciò che è profondo ama la maschera...Ogni<br />
spirito profondo ha bisogno di una maschera; e,<br />
più ancora, intorno a ogni spirito profondo cresce<br />
continuamente una maschera. Talvolta la follia<br />
stessa è la maschera per un sapere infelice troppo<br />
certo» 3 . [EMB]*<br />
Incarnare la maschera: sul volto l’alterità<br />
3 F. Nietzsche, Al di la del bene e del male, Milano, Adelphi, 1977.<br />
*[Eva Matilde Brentano, napoletana di nascita, siciliana d’adozione.<br />
Sin da piccola mostra una insolita curiosità verso le calligrafie altrui, che la porteranno in età adulta a diventare grafologa di professione.<br />
Ha due grandi inesauribili passioni, il giardinaggio e la scrittura.<br />
Dorme con due pietre accanto al letto, una proveniente dal Vesuvio l’altra dall’Etna.]<br />
InSistenze<br />
19
Questa sorta di laboratorio espressivo nasce,<br />
di volta in volta, dalla contingenza di una<br />
sollecitazione che riguarda il nostro vissuto.<br />
Ne esce fuori un dialogo a distanza fra voci<br />
“contaminate” da esperienze plurime e diverse<br />
per questa esplorazione del “volto” liquido del<br />
contemporaneo.<br />
Zigmut Bauman ha coniato con successo la<br />
difinizione di “vita liquida” per catturare<br />
la fisionomia dei tempi in cui viviamo dove<br />
velocità del cambiamento, consumismo<br />
teconolgico, mescolamento e fusione di culture<br />
e civiltà diverse, ci mostrano il volto di una<br />
realtà mutante e sfuggente.<br />
Dunque è interessante leggere le<br />
“interpretazioni” poetiche di questi autori che<br />
si misurano con una parola densa e memoriale<br />
come quella <strong>della</strong> poesia per fissare in testi “non<br />
deteriorabili” non solo la vita, ma la vitalità<br />
<strong>della</strong> parola.<br />
InVerso<br />
Letizia Leone
Doppio<br />
Rimango sola.<br />
Guardo,<br />
ma non vedo figure.<br />
Affogo<br />
nella saturazione di oggi<br />
incontro<br />
in uno specchio il mio volto<br />
appaio,<br />
ma l’essenza è celata.<br />
M’inoltro<br />
nello spazio di un quadro in cornice<br />
confronto<br />
la forma di un vetro scarlatto<br />
col capriccio pacato<br />
d’ignota fanciulla.<br />
Nebulosa<br />
espande nell’aria un profilo.<br />
In prospettiva<br />
una voce riflessa mi chiama:<br />
travestita di eco,<br />
l’altra io sono.<br />
Cristallo,<br />
brama in vetrina geloso.<br />
Annalisa Miceli<br />
L’autrice propone un testo alla ricerca. Alla ricerca di un volto, il suo, che sfugge alla domanda cogente<br />
dell’identità. L’uomo moderno, di fronte alla sfida dello specchio, troverà se stesso?<br />
*[Annalisa Miceli è nata a Salerno nel luglio 1972. Scrive poesie da quando era adolescente. Parla fluentemente inglese e francese.<br />
Ha pubblicato nel 2002 il primo libro di poesie “Azzurro mare”, stampato privatamente. Nel 2005 è stata coautrice del saggio “Donne<br />
sorde: nove storie di emarginazione e di riscatto” editore Cantagalli, Siena e, sempre nello stesso anno, coautrice dell’antologia poetica<br />
“Samotraki”, editore Ripostes, Salerno. Nel 2011 è autrice del libro di poesie “Lampi di seta”, editore Occhi di Argo, Agropoli, Salerno.<br />
Premiata in diversi concorsi poetici, attualmente scrive articoli culturali per la rivista “<strong>Il</strong> segnalibro” di Occhi di Argo.]<br />
InVerso<br />
21
InVerso<br />
Andrea Borrelli<br />
Gioca con il foglio bianco Andrea Borrelli, la percezione dello spazio come una tela vergine. In linea<br />
con la sperimentazione modernista dei calligrammi di Guillaume Apollinaire e le provocazioni ludiche<br />
di Tristan Tzara, il volto si delinea tra le righe.<br />
22<br />
H&C<br />
Ho deciso di farmi crescere la barba<br />
l' ho lasciata lunga<br />
per qualche tempo<br />
poi ho dovuto tagliarla<br />
non ce la facevo proprio.<br />
Guardandomi allo specchio<br />
ho deciso che non volevo tagliar tutto<br />
ma lasciare ancora<br />
qualcosa<br />
così ho deciso di tenermi i baffi.<br />
Alla Charlot<br />
ho pensato e con il rischio anche<br />
alla Hitler<br />
quello che mi hanno detto spesso.<br />
Dovunque andavo<br />
chiunque incontravo<br />
per tutti era lo stesso<br />
Ancora ho pensato<br />
tra un' immagine<br />
e un’ altra assai diversa<br />
la gente tutta quanta<br />
vede solo la seconda.<br />
Estraneoalmondo<br />
che ha il suo sistema<br />
negli occhi del ricordo<br />
solo lo spiacevole<br />
di una marcata colpa<br />
ombra di Salvezza.
InVerso<br />
Andrea Borrelli<br />
*[Andrea Borrelli nasce in un piccolo paesino <strong>della</strong> Puglia al centro <strong>della</strong> Pianura del Tavoliere. Affascinato dal mondo <strong>della</strong> poesia fin<br />
da bambino si decide a pubblicare i propri scritti solo una volta superata la soglia dei trentanni. Dopo una lunga permanenza romana<br />
dedicata agli studi all’Università La Sapienza, nel 2009 rientra in terra natìa dove tuttora vive. E scrive.]<br />
23
InVerso<br />
Pietro Pisano<br />
In questi testi di Pietro Pisano esplode una tensione estrema di resistenza dell’io alle sollecitazioni di<br />
dissoluzione e dematerializzazione dell’identità. L’ assalto di protesi non umane, artificiali e virtuali<br />
in un infospazio dilagante, impone un confronto e un ripensamento.<br />
Premesa necessaria per seguire “l’uomo inesistente” nel “paesaggio intorpidito” di questi versi.<br />
<strong>Il</strong> nuovo risveglio in una realtà di ibridazioni e contaminazioni e il “Turn on”, l’accensione, il clic di<br />
un tasto che avvia un processo con il minimo dispendio di energie.<br />
Un rosicchiamento invisibile <strong>della</strong> propria faccia interiore, “la sua forma assegnata al mondo”, è il<br />
rischio o l’obolo da pagare al nuovo, a quest’ ultima e nostra estrema “Svolta del respiro”, direbbe<br />
Celan.<br />
Da Turn on<br />
I<br />
Ed era un uomo inesistente<br />
quando la luce viaggiava<br />
nelle stanze del mattino<br />
e poteva sentire<br />
come un paesaggio intorpidito<br />
lo spigolo appuntito dei secondi<br />
sulle guance che non aveva,<br />
le labbra contratte<br />
in una smorfia di disgusto,<br />
sull’intero volto che solo<br />
per metà ricordava<br />
e domandava ai rumori <strong>della</strong> strada<br />
in quale posto si trovasse,<br />
dove cercare la sua forma assegnata<br />
nel mondo. Ma non c’era<br />
che un pallido fantasma<br />
dietro l’impulso di muoversi<br />
e capire,<br />
solo passanti<br />
24<br />
che poteva vedere<br />
trapassare<br />
la trasparenza dei suoi nervi<br />
e poi lo scisma,<br />
la città costruita per metà occhi,<br />
metà orecchie, da un lato<br />
frusciavano i passi, dall’altro le forme<br />
di quegli ospiti<br />
che muovevano in silenzio<br />
fino a quando il rumore e l’immagine<br />
si riunirono nel legno del teatro<br />
e la pelle del ricordo<br />
iniziò a ticchettare<br />
ma da quel momento era già qualcuno<br />
cui hanno sostituito il volto<br />
con la parvenza di un volto qualunque,<br />
si trovava senza saperlo<br />
nel corpo di un altro.
II<br />
Se sente un rumore in cui esiste a tratti<br />
è l’autostrada delle menti<br />
che percorre i chilometri<br />
<strong>della</strong> sua possibilità. Questa<br />
bocca che ripete il protocollo<br />
<strong>della</strong> disattenzione<br />
non attende lampo o grido,<br />
vicinanza o vendetta<br />
ma lampione e semaforo,<br />
buongiorno, buonasera: così rispondere<br />
è stabilire il luogo abitabile<br />
mentre parlano i vestiti<br />
come demoni. Questa pagina<br />
conquistata nei dettagli<br />
e nelle veglie sgangherate<br />
è il testimone muto<br />
di quell’accendersi nonostante.<br />
InVerso<br />
Da Turn off<br />
Pietro Pisano<br />
*[Pietro Pisano è nato ad Ascoli Piceno nel 1979. Si è laureato in lettere moderne nell’anno 2011/2012 con una tesi su Rilke. Collabora<br />
con la webzine Oubliette magazine. Si è classificato finalista in diversi concorsi letterari e alcune sue poesie sono presenti nelle seguenti<br />
antologie: Navigando nelle Parole Vol. 27 ( edizioni <strong>Il</strong> Filo); Florilegio - Concorso di Poesia OcchiettiNeri 2009 - III^ Edizione (Cosenza,<br />
Maggio 2009); Habere artem vol. 13 (Aletti Editore), dicembre 2010; In questo margine di valigie estranee (Perrone Editore), 2011;<br />
Fragmenta - II volume, Edizioni Smasher 2012. E’ vincitore del Premio Laurentum per la Poesia 2012, XXVI edizione, sezione social<br />
network.]<br />
II<br />
Disinnesca il respiro del congegno<br />
impazzito del giorno<br />
quando ti dicono<br />
è tardi, la tua ombra si stacca<br />
per balzare alle tue spalle<br />
e divorarti, un pezzo<br />
di realtà dopo l’altro<br />
avevi già perso ieri<br />
la misura del volto<br />
alla cornice dello specchio.<br />
25
InVerso<br />
Ladimorascarlatta<br />
<strong>Il</strong> volto si fa triplice, nel figlio, nella madre e infine nella propria identità, che tuttavia a sua volta si<br />
sdoppia allo specchio, come scomposta dal peso dei baci e delle rughe attraversate.<br />
Trilogia che biforca e solletica il marmo. Dove scuote la dea, la poesia de Ladimorascarlatta.<br />
<strong>Il</strong> volto del figlio<br />
Baci di vetro<br />
Scappiamo via<br />
da questo gioco feroce<br />
siamo rimasti soli<br />
io e te<br />
a tratteggiare<br />
senza alcuno congegno<br />
i nostri volti incredibili<br />
fuggiamo dal bisogno<br />
dai perimetri noti<br />
con ciglia piene di notte<br />
che si aprono su iridi d’altri mondi<br />
privi di senso<br />
la velocità orbitale dei nostri corpi<br />
spargerà fragranze sconosciute<br />
ci scambieremo baci di vetro<br />
fragili e delicati<br />
su bocche<br />
rimaste immobili<br />
26<br />
<strong>Il</strong> volto <strong>della</strong> madre<br />
Intorno agli occhi<br />
Non comprendesti il rifiuto<br />
del viso duro<br />
dell’indifferenza<br />
lo sguardo bianco e gelido<br />
di ghiaccio<br />
l’ ipocrisia<br />
<strong>della</strong> sceneggiatura<br />
cantavi<br />
melodie partenopee<br />
con voce forte e chiara<br />
e mai dicesti<br />
sul talamo<br />
le bambole spagnole<br />
sull’anima<br />
il broncio da bambina<br />
non esci, non ritorni,<br />
non rimani,<br />
non ti portano indietro<br />
le tue rughe<br />
intorno agli occhi<br />
la mia malinconia
<strong>Il</strong> mio volto<br />
Allo specchio<br />
Mi osservo<br />
mi analizzo<br />
e mi conforto<br />
mi vaglio mi verifico<br />
mi dolgo<br />
vorrei che la mia faccia<br />
fosse bella<br />
con guance tonde lisce<br />
e imbarazzate<br />
occhi cigliati e labbra da bambina<br />
denti di perla<br />
e fronte sbarazzina<br />
il naso, devo dire,<br />
non è male<br />
ho sopracciglia, poi,<br />
che s’alzan lievi<br />
sotto la chioma rossa<br />
dei pensieri<br />
come gabbiani<br />
stanchi e forestieri<br />
pronti a partire<br />
e mai più tornare<br />
InVerso<br />
la voce è forte, anzi, dominante<br />
e obbliga all’ascolto col suo dire<br />
affabula confabula parlotta<br />
cerca la chiosa<br />
cerca la cadenza<br />
trova paletti muri spranghe sbarre<br />
morde consuma logora e traspira<br />
sputa l’eterno<br />
sputa la fatica<br />
ondeggia sul dirupo<br />
scorre la vita<br />
scorre la vita<br />
linea sul mio palmo<br />
tela di ragno sotto gli occhi fieri<br />
scivola via<br />
si slaccia e si scompone<br />
scuote la dea<br />
nascosta dentro al marmo.<br />
Ladimorascarlatta<br />
*[Ladimorascarlatta nasce, come scrittrice, nel 2004, anno in cui pubblica il suo primo libro, Sulle palme delle mie mani poesie ed altro,<br />
per l’editore Bonanno. Alla raccolta di poesie segue nel 2006, <strong>Il</strong> fruscio <strong>della</strong> penna, opera autobiografica. Nel 2009 pubblica Ritorno a<br />
Waki, fiaba galattica destinata ai lettori più piccini. A distanza di due anni pubblica Come larva del bombice del gelso, una raccolta di<br />
poesie dallo stile più maturo, che include tutte le poesie premiate nei vari concorsi, oltre a composizioni in endecasillabi, filastrocche,<br />
haiku e timidi esperimenti di tmesi.]<br />
27
Adriana Gloria Marigo<br />
Occhi, luogo privilegiato attraverso il quale s’affaccia lo scambio con l’Altro.<br />
Occhi, spazio dell’ambiguità di una relazione in cui lo sguardo non è mai il dato scontato <strong>della</strong><br />
relazione.<br />
Ma il volto approda alla terra, e passando dall’occhio, forse, tenta la via <strong>della</strong> ricomposizione.<br />
3-4 Gennaio 2011<br />
Nel sottobosco dei tuoi occhi<br />
s’adagiarono ombre vaghe<br />
inclusioni di tempesta<br />
spore d’amore giacquero<br />
in calma di vento sul fondale<br />
di menzogna del tuo volto.<br />
Non seppi dirti novella<br />
neppure accennare a un’aria di<br />
adagio o l’ovvia domanda,<br />
trapassata io a stalattite.<br />
Nei tuoi occhi vidi nascondigli<br />
mute di cani a insidiare<br />
InVerso<br />
l’astuzia <strong>della</strong> volpe<br />
sulle rovine un fumo acre<br />
a ottundere il sole d’inverno.<br />
Fuggii alle radici<br />
fin dentro la terra<br />
a ricompormi di linfe<br />
sillabare echi sul tuo sguardo franto.<br />
*[Adriana Gloria Marigo è nata e vive a Padova . Per lungo tempo è vissuta in Lombardia, compiendo studi umanistici e dedicandosi<br />
all’insegnamento. Nel 1978 si trasferisce in Veneto e dal 2008 a Padova dove si occupa di eventi letterari – in particolare di poesia -<br />
presentazione di autori e recensioni. Nel 2009 è uscita per LietoColle Editore la prima silloge Un biancore lontano.<br />
Suoi testi e interventi sulla poesia compaiono in rete su diversi blog di settore, in antologie - Corale per opera prima (LietoColle, 2010),<br />
La voce dei sogni (Onirica Edizioni, 2012), Sfrutta il segno (La Vita Felice, 2012), Poesie del Nuovo Millennio, Vol. IX (Aletti Editore,<br />
2012) e nella rivista Orizzonti, (Aletti Editore, 2012).<br />
Nel settembre 2012 è venuta in luce la seconda raccolta di versi L’essenziale curvatura del cielo, La Vita Felice.<br />
Ha partecipato nel giugno del 2012 alla quinta edizione del festival internazionale di Caorle “Flussidiversi. Poesia e poeti di Alpe Adria”,<br />
che riunisce i poeti dell’area culturale mitteleuropea.]<br />
28
InVerso<br />
Valeriano Forte<br />
Per il numero su ‘<strong>Il</strong> <strong>Volto</strong>’ Valeriano Forte torna a far visita a Diwali con due testi brevi che con poche<br />
pennellate delineano efficacemente il profilo <strong>della</strong> sua Musa.<br />
Minimalismo Somatico<br />
Se al tuo viso mancassero occhi<br />
troverei serrate porte su l’infinito<br />
Se perdesse labbra<br />
ben delineate carnose<br />
cadrebbe il gusto <strong>della</strong> Primavera<br />
Se scomparissero i tratti<br />
lasciando solo i nei<br />
saprei io riconoscere<br />
gustare........................<br />
la mappa <strong>della</strong> tua essenza<br />
Caratteri d’oriente<br />
Mi sazierei d’instancabile gusto accarezzandoti<br />
pelle d’ebano e capelli fitti intrisi di notte<br />
Baciando tuoi occhi litchi nel caffè<br />
*[Valeriano Forte è nato a Siena ma vive a Salerno. Ha alle spalle una formazione al conservatorio in pianoforte e in architettura. Dal<br />
2004 al 2007 è tra i fondatori del collettivo artisti “Macunaìma”, diretto dall’artista brasiliano Marcos Pacoli. Dal 2011 cura per il Free<br />
Press on-line “Kayenna.net” la rubrica poetica “la Biro Labirinto” raggiungendo in meno di un anno 50.000 lettori. È vice-presidente<br />
dell’Associazione “Felix cultura onlus”, che promuove la piccola e media editoria campana. Pubblica nel 2012 con Aletti editore, per<br />
la collana “Orizzonti”, nell’antologia poetica ”Poesie per ricordare vol.10”. Invitato dal grande poeta statunitense Jack Hirschman nel<br />
2011, entra a far parte del (WPM) “World Poetry Movement”, per cercare con una cooperazione poetico - globale la promozione dei<br />
valori di fratellanza e cooperazione tra popoli.]<br />
29
Michelina Linsalata<br />
L’autrice accoglie l’invito di Diwali ad esprimersi attraverso le molteplici vie dell’arte e ad esplorare<br />
ogni versante <strong>della</strong> propria ispirazione. I volti delle amiche, compagne di una vita, trovano qui una<br />
forma verbale e pittorica.<br />
Amiche<br />
ho raccolto<br />
le vostre essenze<br />
lungo il mio cammino<br />
perle rare<br />
<strong>della</strong> mia galleria<br />
siete le mie stelle<br />
la mia luce profonda<br />
molte sono lontane<br />
ma nutrono ancora la mia anima<br />
come l’odore fresco di pane<br />
o di neve<br />
mi rende felice<br />
l’avervi incontrate.<br />
*[Michelina Linsalata nasce in Basilicata e trascorre i primi 17 anni <strong>della</strong> sua vita in Germania. Completa gli studi superiori in Italia e si<br />
laurea a Roma in germanstica con una tesi di laurea in traduzione dal titolo: “Marieluise Fleisser: dodici racconti 1923-1933” . Insegna<br />
lingua e letteratura tedesca, traduce da e verso il tedesco e e da molti anni si dedica alla pittura, sua grande passione. Ha partecipato<br />
nel 2009 alla mostra collettiva presso il “Mitreo” di Roma dal titolo “ComunicAzione: tra confine e unità”.]<br />
30<br />
InVerso
La galleria delle amiche: Karine<br />
dimensioni: 24 X 30<br />
olio e acrilico su tela<br />
1998<br />
Michelina Linsalata
Eleonora Pozzuoli<br />
Non solo volto, non solo corpo. La poesia di Eleonora Pozzuoli è collage, campi semantici altri, accostati<br />
alla corrosa routine <strong>della</strong> quotidianità.<br />
<strong>Volto</strong> corpo e corpo volto.<br />
Poesia è qui il luogo dell’inatteso.<br />
32<br />
Ante zigomi<br />
Apro le ante zigomi<br />
annodata di<br />
dubbi.<br />
Forse avrò sete, sonno o quella<br />
solita malsana voglia di<br />
una crèpe al sangue.<br />
Apro questo armadio interrotto e<br />
ci trovo<br />
il tuo cuore in ricarica.<br />
Me lo hai lasciato in prestito<br />
quando febbraio<br />
aveva deciso di diventare un<br />
sogno misterioso.<br />
Proteggo il tuo<br />
sapore nel mio e<br />
quel mobile diventa<br />
finalmente il mio<br />
volto.<br />
InVerso
Fredda<br />
Fredda fretta di<br />
amarti,<br />
portarti via,<br />
maledetta io<br />
tra rovi.<br />
Freddo accorato<br />
appello,<br />
asportarti il<br />
cuore,<br />
che la passione<br />
mia sia<br />
benedetta.<br />
Ho cancellato<br />
i bordi del<br />
mio viso.<br />
*[Eleonora Pozzuoli è una poetessa. Ama il vento,sua figlia Greta, il suo uomo, l’heavy metal e la danza orientale. In ordine fuso e<br />
confuso. Scrive poesie solo quando ne sente il viscerale bisogno perchè, attraverso le parole, ritrova i suoi spazi e definisce i suoi<br />
contorni. Ama cucinare per i suoi cari. Ama le peonie e le etimologie. I suoi riferimenti maggiori sono Frida Kahlo, Billie Holiday, gli<br />
Iron Maiden, la poesia <strong>della</strong> Plath e di Montale.<br />
Ha pubblicato una silloge di poesie, ‘’Ovale’’, nell’antologia ‘’Ladri di emozioni’’ per la Bel Ami edizioni. Attualmente legge con cura<br />
le poesie di Antonio Veneziani e quelle di Helle Busacca. Vive nel suo mondo.]<br />
InVerso<br />
Eleonora Pozzuoli<br />
33
Ordina, enumera e assegna ruoli, Vincenzo Signoretta.<br />
Dalla memoria allo specchio ricomposto, istruisce all’Espressione.<br />
Palesare l’anima è forse anche attraversare, poeticamente, gerarchie.<br />
Memoria<br />
E’ figura<br />
agli occhi di chi guarda<br />
al naso di chi respira<br />
alle orecchie di chi sente<br />
alla bocca di chi mangia<br />
E’ studiata<br />
agli occhi di chi osserva<br />
al naso di chi odora<br />
alle orecchie di chi ascolta<br />
alla bocca di chi gusta<br />
Vincenzo Signoretta<br />
InVerso<br />
Quattro su cinque<br />
son suoi sudditi<br />
E solo uno è distaccato.<br />
Per questo tutto è conosciuto.<br />
<strong>Il</strong> Re dei quattro gli è pari, infine.<br />
Solo in una cosa gli è<br />
seppur di poco<br />
secondo<br />
Espressione si chiama<br />
la sua arte unica<br />
<strong>Frammenti</strong> di specchio<br />
riuniti<br />
che palesano l’anima.<br />
*[Vincenzo Signoretta nasce a Messina nel 75. Da sempre appassionato per la Biologia, a cui si aggiunge la passione per Matematica e<br />
Informatica in adolescenza. La poesia indirettamente è da sempre presente nella mia vita grazie a mia madre. Da quanto scrivo? Molto<br />
poco. Solo 3 anni, e solo se penso che sia giunto il momento giusto per farlo..]<br />
34
VIs<br />
Vis Visi<br />
Vis<br />
divisi<br />
vis<br />
forza<br />
fatevi<br />
je vis<br />
de nous<br />
elle vit<br />
de nous<br />
guardare<br />
vis<br />
volti<br />
di molti<br />
aujourd’hui pas d’yeux<br />
pour voir plus plus<br />
vis-à-vis di schermi<br />
piatti<br />
Aujourd’hui je te cherche<br />
dans la foule<br />
carrozze multimediali<br />
multifacciali<br />
volti senza suono<br />
forze senza volto<br />
vis vis<br />
vi<br />
in orde sulla<br />
strada,<br />
confusi sul<br />
marciapiede<br />
come briciole<br />
di storia volti<br />
spenti<br />
tecnologizzati<br />
ROBORIS<br />
FATUM<br />
Guardami negli occhi, io sola posso guardare il tuo viso<br />
InVerso<br />
Celeste Vaglio<br />
L’autrice mescola parole e tratti geometrici in un’armonia che si fa semplice all’apparenza ma che deriva<br />
da un’elaborazione concettuale e tecnica tutt’altro che immediata. Le lingue moderne si incontrano<br />
con quelle del passato: è il volto <strong>della</strong> contemporaneità.<br />
*[Celeste Vaglio è laureata in Letteratura e Lingua. Studi italiani ed europei presso la Sapienza di Roma; curriculum in critica letteraria<br />
con la tesi “Cento volte Manganelli” discussa con il Prof. Francesco Muzzioli.<br />
Viva passione letteraria per i temi dell’avanguardia e <strong>della</strong> neo-avanguardia con particolare attenzione al Gruppo 63.<br />
Amore per la scrittura come rappresentazione del possibile.<br />
Attualmente impegnata nell’organizzazione di eventi culturali e la vendita di libri rari, scrittrice]<br />
35
Cosa spinge un fotografo a cercare?<br />
Cosa spinge un uomo a fotografare un volto?<br />
Cosa cerca?<br />
Forse aspira a raccontare qualcosa di se stesso,<br />
spera di trovarsi o forse fugge addirittura da<br />
ciò in cui potrebbe riconoscersi.<br />
Gioca come davanti ad uno specchio scrutando<br />
i propri difetti per esaltarli in iperboli espressive<br />
muscolo-facciali o per tentare di correggerli o<br />
nasconderli al visibile o almeno alla propria<br />
attenzione. Oppure cerca, come in uno specchio,<br />
le capacità dei volti altrui di esprimere le sue<br />
emozioni, quelle che allo specchio non sono mai<br />
affiorate, pur ribollendo sotto un impassibile<br />
coperchio di un volto capace “solo”, a questo<br />
punto, di osservare.<br />
Scava, fa il minatore di emozioni e sentimenti,<br />
l’investigatore <strong>della</strong> psiche espressiva. Scava<br />
talmente tanto da riuscire talvolta<br />
ad annullare ogni sintomo di vitalità, come<br />
potrebbe fare un chirurgo che, ritenendo<br />
incurabile quel male, decida di recidere i centri<br />
nervosi in un effetto anestetico definitivo.<br />
È un piccolo dio onnipotente il fotografo, in<br />
grado di dare la vita ad un immobile manichino<br />
e di trasformare, invece, un uomo in una statua<br />
di plastica, sempre bramando qualcosa che<br />
non c’è.<br />
Fa il regista delle proprie paure e dei turbamenti<br />
altrui. Tanti piccoli film, immobili ma indomiti<br />
e ribelli. Fermi e irrimediabilmente vivi.<br />
Pietro Bomba<br />
InStante
“Sogni o BiSogni” nascono come serie di racconti fotografici.<br />
InStante<br />
Barbara Ghidini<br />
Nella prima serie intitolata “Sogni o BiSogni, Le Origini” il protagonista, nelle vesti di un pagliaccio,<br />
si sveglia in una realtá/sogno e inizia la sua discesa verso la scoperta.<br />
Da questo viaggio intimo nascono i racconti “Sogni o BiSogni I,II, III” che esplorano la tensione tra<br />
esterno (spazi pubblici di Barcellona) ed interno (la mia casa) creando un gioco di parallelismi. I due<br />
cammini operno assieme nei racconti, a volte si oppongono e a volte si uniscono. L’importante é que<br />
ognuno possa percepire la relazione tra dentro e fuori, tra buio e luce nella vita in generale e possa<br />
trovare un punto di uscita. Le luci naturali e artificiali sono elementi chiave di queste storie.<br />
*[Barbara Ghidini è nata a Brescia nel 1978. Inizia a dedicarsi alla fotografia nel 1997 come autodidatta, frequenta corsi di tecniche di<br />
stampa e sviluppo a colori e successivamente in bianco e nero.<br />
Nel 2007, a Barcellona, frequenta un corso di fotomontaggio e poi di cianotipia ed entra in contatto con il suo maestro e futuro<br />
collaboratore Francisco Gómez, importante artista plastico argentino.<br />
Partecipa a mostre collettive e nel giugno 2009 presenta il suo primo lavoro intitolato “Sogni o BiSogni” e nel marzo 2011 presenta un<br />
lavoro realizzato con le antiche tecniche di sviluppo intitolato “Mostri e Ballerine”.<br />
Attualmente vive a Barcellona ed assieme al suo maestro e ad altri artisti ha creato un progetto collettivo, montando una camera oscura<br />
all’interno del Taller Milans dove lavora, studia e investiga nel campo delle arti visuali.<br />
Dal gennaio 2012 é impegnata nella divulgazione delle antiche tecniche di sviluppo attraverso corsi e progetti, www.laschicasdetalbot.<br />
blogspot.com]<br />
37
InStante<br />
Francesca Di Vaio<br />
Ho scelto delle foto che mi rappresentano, in tema con “il <strong>Volto</strong> - frammenti e figure <strong>della</strong><br />
contemporaneità”.<br />
L’ultima foto è forse quella che mi rappresenta di più. <strong>Il</strong> limite che ognuno di noi ha, quella sottilissima<br />
linea che ci divide dalla pazzia, in un bianco/nero che molto mi rispecchia.<br />
La seconda, “Eurydice”, fa parte di un piccolo progetto dedicato alle Murder Ballads di Nick Cave.<br />
Amo il mito delle Driadi, metà donne metà albero, ninfe delle querce.<br />
Con questi occhiali invece, noi di Diwali vogliamo interrogarci su ciò che è il <strong>Volto</strong> quando il <strong>Volto</strong><br />
manca...<br />
*[Francesca. 1990.<br />
Toro ascendente Toro.<br />
Da sempre affascinata da tutti i tipi di arte, ho cominciato a suonare il pianoforte a quattro anni.<br />
Dopo aver ottenuto il Diploma in Teoria e Solfeggio al Conservatorio di Piacenza ho cominciato a suonare il basso elettrico.<br />
Quando ero piccola, mio padre mi raccontava i suoi viaggi mostrandomi fotografie attraverso diapositive proiettate sul muro.<br />
Nel 2009 mi iscrito all’Università Statale di milano, facoltà di Lettere Moderne; anno nel quale ho ottenuto la mia prima Reflex.<br />
Non sono molto brava a parlare di me, perciò lascio che le mie foto parlino da sole.]<br />
38
Francesca Di Vaio
Questa serie si esaurisce con questi due esemplari,<br />
anche se nella mia mente ho continuato ad<br />
immaginare e a progettare verosimilmente di<br />
realizzarne degli altri. Continua ad essere una<br />
mia visione. Ciò che riesce a catturare la mia<br />
soddisfazione è la “casualità controllata” del<br />
risultato e l’unicità irripetibile delle imperfezioni.<br />
Non parlo solo del soggetto, ma anche del mezzo e<br />
del modo. Non a caso spesso mi affido a macchine<br />
traballanti, otturatori incerti, obiettivi sporchi, a<br />
pellicole scadute. Mi piacciono le cose vissute, gli<br />
occhi che hanno visto tanto, i cuori che hanno<br />
atteso per troppo tempo e mi piace pensare che<br />
non lo abbiano fatto invano.<br />
Ciò che guida filosoficamente la mia esistenza è<br />
una perenne ricerca dell’”essenza” in ogni aspetto<br />
<strong>della</strong> vita, nelle persone, nei sentimenti, negli<br />
oggetti, nei luoghi, nelle idee.. e mi interessa<br />
l’intreccio con l’assonante e opposta “assenza”.<br />
Un intreccio multiplo e ridondante, un riverbero<br />
di rimandi in cui l’assente risulta a volte più<br />
presente del presente e il presente anela all’essenza<br />
InStante<br />
Pietro Bomba<br />
dell’assente. La verità è che sono un fotografo poco produttivo: fotografo con la mente e poi mi pento<br />
del mio integralismo che considera l’immagine o la parola una inevitabile riduzione, in perdita, del<br />
pensiero, per poi rendermi conto che proprio fotografie e parole stanno lì a ricordarmi ciò che il<br />
pensiero ha mille e mille volte perduto in nuvole di fumo. La fotografia per me è memoria.<br />
*[Pietro Bomba nasce a Roma e dal 2000 è docente di fotografia presso l’Istituto Superiore di Fotografia e Comunicazione Integrata..]<br />
40
Pietro Bomba
InStante<br />
Fausto Favetta<br />
<strong>Il</strong> ritratto è la forma espressiva che prediligo, in esso trovo il piacere <strong>della</strong> continua sfida alla<br />
rappresentazione dell’umano. Non ricerco necessariamente la narrazione del soggetto ripreso, ma<br />
trovo stimolante come le persone che fotografo (spesso modelli non professionisti) possano portare<br />
contributo alla mia idea. C’è un magico punto d’incontro tra quello che ho in mente quando pianifico<br />
un’immagine e la capacità di interpretazione di quell’idea da parte di un’altra persona. Ogni fotografia<br />
è il risultato i una serie di intese e incontri col soggetto, dove la comunicazione verbale cede il primato<br />
a quella mentale, empatica.<br />
La postproduzione è una fase molto importante che curo personalmente e a volte quasi maniacalmente.<br />
Pur avendo iniziato il mio percorso con la fotografia analogica, sono un pieno sostenitore <strong>della</strong> carica<br />
innovativa portata dalla tecnologia digitale. Uso prevalentemente una 35mm digitale e quasi sempre<br />
illuminazione flash. La mia ricerca è continua e la tecnica dietro ai miei scatti è di conseguenza molto<br />
varia, si adatta in base alle situazioni e al risultato che cerco.<br />
42
*[Fausto Favetta nasce nel 1980 a Roma, dove tuttora vive e lavora. Dagli studi universitari in Scienze <strong>della</strong> Comunicazione la paassione<br />
per la fotografia si approfondisce e muove verso la professione dopo aver conseguito nel 2009 un master triennale presso l’Istituto<br />
Superiore di Fotografia e Comunicazione Integrata. Si dedica prevalentemente a ritratto e still life e nel 2010 inizia a collaborare con<br />
agenzie pubblicitarie lavorando per clienti come Hag, Linkem, Telecom, BNL, ecc... Dal 2012 collabora con l’agenzia Getty Images.]<br />
InStante<br />
Fausto Favetta<br />
43
Andrès Leon Baldelli<br />
È ispirato dai fotogiornalisti umanisti e affascinato dalla potenza grafica di punti, linee e superfici.<br />
È spesso eclettico e frammentario, trova linfa principalmente in strada, nelle strade, dove le genti si<br />
sfiorano, gli sguardi si incrociano, le contraddizioni si svelano e l’umano prende vita.
*[Andrès Leon Baldelli dice di sé: il fascino, fin dai primi giorni,<br />
per l’osservazione e la teoresi lo porta a Parigi dove è attualmente<br />
studente di dottorato in meccanica teorica.<br />
Osservazione, comprensione e trasformazione: sia per risolvere<br />
gli integrali che con un occhio nel mirino.]<br />
Andrès Leon Baldelli
Gloria Gabrielli<br />
Questi volti non hanno titolo. ‘Spero che le foto parlino da sole e non voglio distogliere l’attenzione<br />
di chi le guarda. Lavoro ancora in pellicola e frequento poco il bianco/nero visto che amo la realtà e<br />
i suoi colori.’
Gloria Gabrielli<br />
*[Gloria Gabrielli si è formata all’Istituto Superiore di Fotografia e<br />
Comunicazione Integrata di Roma. Terminati gli studi si è trasferita<br />
per due anni oltre la Manica per assorbire il groove metropolitano<br />
londinese. Attualmente frequenta un corso da tecnico di ripresa<br />
audio-visiva. La sua grande passione è per l’alta montagna e si<br />
sta spingendo sempre più verso la foto estrema del free climbing<br />
e dell’alpinismo.]<br />
47
Leopoldo A. García Castellanos<br />
Queste foto fanno parte del progetto ‘Nelle vie dello sviluppo’: si tratta di molteplici ritratti sovrapposti<br />
di immigranti e indigeni convertiti alla cultura europea, nel tentativo di stimolare il riconoscimento<br />
dell’altro nonostante le circostanze contingenti.<br />
48<br />
InStante
InStante<br />
Leopoldo A. García Castellanos<br />
*[Leopoldo A. García Castellanos è un umanista messicano trasferitosi in Spagna, dove tuttora risiede e lavora presso l’Università di<br />
Salamanca. Si occupa prevalentemente di estetica e semeiotica, con un un forte interesse per la retorica dell’immagine. Negli anni si è<br />
confrontato anche con altre discipline, dalle scienze sociali alla psicologia, dalla letteratura alla cinematografia. E’ direttore artistico e<br />
membro del comitato editoriale per diverse riviste, spagnole e non. <strong>Il</strong> suo lavoro lo ha portato a viaggiare attraverso più di 15 paesi e<br />
oltre 200 città, occasioni che hanno arricchito il suo percorso fotografico, iniziato nel 1998. Ha all’attivo diverse mostre e pubblicazioni<br />
uscite per il pubblico latino-americano e attualmente sta preparando il libro ‘Rapire l’Europa’.]<br />
49
<strong>Il</strong> volto, la faccia, la maschera. <strong>Il</strong> simulacro<br />
attraverso il quale sfogliamo lo spazio, pensiero,<br />
vita degli altri. E raccontiamo la nostra. <strong>Il</strong><br />
volto è l’ultima frontiera del contatto micro-<br />
macro, dallo specchio al risveglio la mattina,<br />
al social, contenitore di vite, di facce. <strong>Il</strong> libro<br />
delle facce, Facebook, che diventa palinsesto<br />
per la fruizione degli altri. <strong>Il</strong> gioco delle parti.<br />
<strong>Il</strong> percorso video di Diwali di questo numero<br />
gioca con i volti, e inizia affacciandosi alla<br />
finestra e incontra il volto <strong>della</strong> città nella<br />
città, scoperto nei suoi residui corrosi.<br />
Silvia Lombardo<br />
InMobile
InMobile<br />
<strong>Il</strong> libro delle facce<br />
<strong>Il</strong> volto <strong>della</strong> città che si fa liquido e scorre via attraverso i muri senza rispettare versi, direzioni,<br />
la gerarchia di pavimenti, pareti e soffitti. E poi cola giù dai tubi e si libera di pezzi di muro. <strong>Il</strong> volto<br />
<strong>della</strong> citta ci guarda. Non lo fermi e non si ferma, sembrano voler dire gli artisti: ogni foro è bocca,<br />
ogni finestra occhio, ogni muro nasconde un’apertura che diviene orecchio, sguardo, uomo, donna e<br />
mostro.<br />
di Silvia Lombardo<br />
51
<strong>Il</strong> libro delle facce<br />
<strong>Il</strong> volto documenta. La propria crescita, quella di un figlio. Attraverso il volto. O la propria non<br />
crescita attraverso un’espressione che rimane immutabile, sempre identica a se stessa nel corso dei<br />
mesi. Trovare un centro nella propria espressione, nell’assetto bocca-naso-occhi sempre uguale,<br />
perfettamente in equilibrio col passare dei giorni come una certezza al di là dello specchio.<br />
Solo alcuni esempi delle centinaia di video che affascinano milioni di utenti. Di volti che si incollano<br />
allo schermo. Artisti a caso, fra milioni di utenti.<br />
52<br />
InMobile
InMobile<br />
<strong>Il</strong> libro delle facce<br />
<strong>Il</strong> volto è testimonianza. Lo si sceglie per raccontare un lungo viaggio, prima dei piedi che conducono,<br />
delle gambe che sorregono, c’è il volto che assorbe quello che gli sta intorno, l’ambiente che cambia<br />
e ti avvolge. E restituisce la scoperta e la fatica. E il cambiamento. <strong>Il</strong> viaggio di Christoph Rehage<br />
attraverso la Cina e il suo volto.<br />
53
<strong>Il</strong> libro delle facce<br />
<strong>Il</strong> volto è un gioco. È di tutti e di nessuno. <strong>Il</strong> risultato unico di un numero infinito di combinazioni.<br />
Estratto a caso dalla sorte. Di cui un computer presuntuoso veste i panni.<br />
<strong>Il</strong> volto è un’istallazione. Un’opera d’arte tridimensionale, tangibile, interagibile, attraversabile che<br />
porti in giro ogni giorno. Non resta che tentare, uscire in strada e offrirsi. Così, per divertirsi.<br />
*[Silvia Lombardo è nata nel 1978 a Roma dove, dopo una breve pausa in una città mostruosamente più a misura d’uomo come Torino,<br />
vive tutt’oggi in uno dei quartieri più popolosi e trafficati. Diplomatasi alla Scuola Holden in scrittura e storytelling, si è occupata di<br />
cultura e spettacolo per varie agenzie giornalistiche, ha scritto e realizzato un film a costo zero sul precariato dal titolo “La ballata dei<br />
precari” e pubblicato il saggio umoristico “La ballata dei precari – Guida di sopravvivenza per trentenni” (Miraggi Edizioni, 2011). Oggi<br />
è una web editor e una documentarista in cerca di produzione.]<br />
54<br />
InMobile
InChina<br />
di Mario Lucio Falcone<br />
*[Mario Lucio “the Marius” Falcone nasce a Napoli ma cresce tra le migliaia di pagine dei fumetti che custodisce gelosamente e che<br />
hanno dato una direzione alla sua voglia di disegnare, manifestatasi all’età di tre anni. Probabilmente vi ricorderete di lui per Violet<br />
l’eroina anticamorrra, per la webstrip Advanced Nerds o per la fanzine telematica PippaMentis.]<br />
55
www.rivistadiwali.it