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Davis Bonfatti


Davis Bonfatti<br />

Gli “Invadenti”<br />

“INVADENTI” sono i ricordi. Tanto più sono<br />

lontani nel tempo, più si presentano insistenti<br />

e improvvisi. Di giorno come di notte. Talvolta<br />

in sogno, che l’alba non cancella.<br />

... Sono fluttuanti. Emergono, riemergono,<br />

scompaiono, si mischiano, si sovrappongono.<br />

Come carte da gioco.<br />

Il gioco dei ricordi. Subdolo e raffinato<br />

insieme...<br />

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Davis Bonfatti<br />

Un flash per una vita<br />

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Davis Bonfatti<br />

Gli "Invadenti" - Un flash per una vita<br />

Un flash per una vita<br />

In quella fine d’anno (si era di novembre) s’andava veloci verso un inverno prevedibilmente<br />

duro e già nelle campagne, e ancor più nelle valli padane, le avvisaglie del gelo avevano<br />

fatto comparsa.<br />

Nelle lunghe serate era il filò nelle stalle a tener banco alla luce fioca della lampada ad olio,<br />

con lo stoppino unto e corto. Chiacchierare di uomini, fatto di pettegolezzi e prospettive,<br />

intrecciando paglia dura per sedie e divani; talvolta spannocchiando del granoturco da<br />

semina, con le donne a dare una mano.<br />

Ai margini di quell’unica fonte di luce, una giovane sposa, bruna di chioma e di pelle,<br />

sferruzzava in silenzio, sostando ogni tanto per accarezzarsi il ventre dove qualcosa scalciava,<br />

avido di movimento e di vita. I lineamenti marcati del viso non tradivano emozioni. Soltanto<br />

gli occhi sfavillavano a tratti, quasi a dar luce alla penombra. Nessuno badava a lei, anche<br />

perché figliare - nella bassa padana - era cosa di ordinaria amministrazione. E il partorire in<br />

casa era altrettanto naturale. Magari sul tavolaccio di cucina, con l’acqua bollente, le fasce<br />

pronte e pulite e la levatrice quando c’era.<br />

... Un debole gemito della sposa fece voltare la testa, per un attimo soltanto, alla “rossa”<br />

che ruminava lentamente, sdraiata sulla posta soffice di paglia. I suoi grandi occhi tondi<br />

parvero inviare un battito di solidarietà, e lo schiocco della coda un incitamento...<br />

§ § §<br />

Il nome del dottore, gridato forte dalla strada nella notte novembrina ovattata dalla neve,<br />

sembrò non raggiungere l’obiettivo di un medico ormai non più giovane, che nemmeno da<br />

mezz’ora si era infilato nel letto. E quando la moglie già stava buttandosi addosso qualcosa<br />

per aprire la finestra e rispondere “no, il dottore non c’è”, ben forte s’udì di nuovo il<br />

richiamo dalla strada.<br />

Al dottore fu facile, a finestra socchiusa, capire che quella voce era di Pietro da San Martino<br />

e che qualcosa doveva essere successo. Il “vengo subito” di risposta echeggiò nella stanza<br />

e uscì all’aperto, mentre al buio cercava alla meglio i grossi calzoni di fustagno, con le<br />

mutande di lana lunghe lasciate già incorporate allo spogliarsi.<br />

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Davis Bonfatti<br />

Così due figure intabarrate e col respiro forte andarono nella notte, fra la neve fitta e<br />

corposa, sul lungo stradone che da Mirandola porta a San Martino, con Pietro davanti a far<br />

da pista e il dottor Pignatti dietro, badando di non mettere i piedi fuori dalle orme.<br />

... L’alba non era lontana quando, nella grande cucina di una casa rurale, satura di umido<br />

calore, venne posto mano al miracolo eterno della natività. Ma tutto facile non fu se poi si<br />

raccontò in giro che una mamma e “uno schizzo” si erano salvati solo perché - mi spiegarono<br />

- la vita era fatta anche così.<br />

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§ § §<br />

In verità, la faccenda, così come l’ho sentita, mi fu raccontata per intero a rate da<br />

Sofia già in tarda età, perciò non garantisco che tutto sia uno specchio. D’accordo: agli<br />

avvenimenti partecipai in prima persona, ma era come se non ci fossi.<br />

Gli "Invadenti" - Un flash per una vita


Davis Bonfatti<br />

§ § §<br />

Non erano trascorsi due mesi da quella notte di novembre che - ricordavano in giro - già<br />

alloggiavo in quel di Ravenna in via Gamba. Ci sarei restato con i miei per alcuni anni.<br />

Confusamente i ricordi cominciano quando presi entità di un palazzone in una tran<strong>qui</strong>lla via<br />

della città vecchia: i giochi con i gemelli Pino e Pina, il rincorrersi per le scale e nel cortile,<br />

il chiasso con altri bambini che si chiamavano tutti “burdél”, il transitare alto nel cielo di<br />

un dirigibile; la nauseante somministrazione giornaliera di un cucchiaio di olio di fegato di<br />

merluzzo, il grammofono a tromba, il canto gracchiato di un certo Caruso e la “marcia reale<br />

eseguita dalla banda dei carabinieri”.<br />

La bandiera tricolore con uno stemma rosso e blu in campo bianco esposta al balcone in<br />

talune giornate.<br />

La grande bicicletta del babbo con altrettanto grande manubrio e un coso a leva che<br />

chiamavano freno e che, a tirarlo, si appoggiava sulla ruota davanti bloccandola. Legato sul<br />

manubrio uno scatolotto tondo che, spingendo una levetta, faceva drin drin.<br />

Poi ricordo il mio piccolo lettino di ferro dipinto di bianco, un vaso di terracotta con il<br />

manico sistemato sotto il lettone grande, il cesso in condominio sul pianerottolo della scala<br />

(ideale sede per il gioco a nascondersi tra noi bambini, anche se il vano era piuttosto<br />

piccolo) dove tutti sedevano su una specie di tronetto con un buco tondo nel mezzo e una<br />

ciambella di paglia sopra per rendere confortevole il sostare. Alla bisogna però, quasi tutti<br />

si portavano la “ciambella” propria.<br />

§ § §<br />

A pranzo non mancava il bollito di manzo domenicale e alla fine compariva anche la<br />

ciambella dolce con un mezzo bicchiere di albana che facevano assaggiare anche a me. Ma<br />

non mi piaceva.<br />

Sul tardi della giornata, specie nella stagione estiva, si andava ancora nella grande piazza,<br />

tra una marea di piccioni saltellanti che io e altri ragazzi rincorrevamo. Incontravamo anche<br />

carabinieri a coppie con un pennacchio blu e rosso sul cappello. Non di rado si faceva<br />

sosta al chiosco dei gelati, anche se i miei, quasi sempre, ripiegavano sulla granatina: un<br />

bicchiere piccolo alla menta perché “troppo ghiaccio può far male”.<br />

La sera a casa, in cucina, mortadella con la piadina calda. Poi a letto a luce spente perché<br />

le zanzare femmine - a Ravenna - erano grosse e sempre affamate.<br />

Anche d’inverno s’andava a letto subito perché la stufa “mangiava carbone del treno” e non<br />

Gli "Invadenti" - Un flash per una vita<br />

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Davis Bonfatti<br />

si sapeva mai se la scorta sarebbe bastata per tutto l’inverno. Il babbo di mattino presto<br />

doveva andare in un ufficio che si chiamava “Genio Civile”, un titolo che, con quel “genio”<br />

incorporato, a me faceva molta impressione.<br />

Già a primavera era bello andare col vaporetto lungo il Candiano che, dalla darsena di<br />

Ravenna, arrivava a Porto Corsini. Belli i pescatori e le loro barche, con vele colorate e reti<br />

gonfie di sarde, sogliole e cefali. Bella la gente romagnola di quell’epoca, simpaticamente<br />

rumorosa, facile allo scherzo e all’imprecazione classista.<br />

Belli, in piazza d’armi, i soldati a far manovre marciando e gli ufficiali a cavallo con fascia<br />

azzurra a tracolla e la sciabola sguainata che luccicava al sole. Per il loro rientro in caserma<br />

s’accompagnava la banda militare e talvolta eravamo in tanti a seguirla cantando “Tripoli<br />

bel suol d’amore”. Una volta successe che un uomo gridò qualcosa verso i soldati e d’attorno<br />

si accese una zuffa. Domandai al babbo il perché e lui mi disse che erano gli anarchici che<br />

si picchiavano con i nazionalisti.<br />

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§ § §<br />

Più di tutto mi piaceva giocare con la Pina nella sua casa, che confinava con la mia, perché<br />

era più spaziosa e con tante stanze. E con anche un balcone che guardava sulla via. E mi<br />

piaceva la mamma della Pina perché era alta, piuttosto bionda e formosa. E qualche volta<br />

mi faceva una carezza.<br />

Mi piaceva quando si andava alle feste del “Circolo Unione” perché mangiavamo le paste<br />

alla crema e bevevo la gazzosa. Le coppie, ballando, qualche volta si facevano l’inchino e<br />

la donna una piroetta. Ma più ancora mi piaceva quando qualche signora mi prendeva sulle<br />

ginocchia ed io, guardando oltre la scollatura spesso generosa, sentivo morbido un seno<br />

odoroso di cipria buona dove era bello appoggiarvi il volto e chiudere gli occhi.<br />

Gli "Invadenti" - Un flash per una vita


Davis Bonfatti<br />

§ § §<br />

La sera - quella sera - era serena ma fredda. Nella piazzetta di Ravenna appena alle spalle<br />

di quella grande, ardeva un falò alto di fiamme con faville a spargersi d’attorno e verso il<br />

cielo.<br />

Dalle finestre di un palazzo, alcuni buttavano fuori cartame e sedie ad alimentare il fuoco.<br />

Tutt’attorno era un gran vociare e ridere di gente. Babbo mi teneva stretto in braccio e<br />

mamma piangeva piano. Poi arrivarono dei soldati con un fucile lungo ed uno strano coso in<br />

testa che pareva di ferro. Da qualche parte si sentirono applausi, da altre fischi.<br />

Una tromba s<strong>qui</strong>llò e tutti presero a scappare.<br />

Gli "Invadenti" - Un flash per una vita<br />

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Davis Bonfatti<br />

§ § §<br />

Qualche mese dopo, finito l’inverno, andammo in campagna dal nonno a San Martino Carano<br />

dove feci nuove amicizie. Presto dimenticai la Pina, Ravenna, il suo fascinoso Candiano e di<br />

quando (in certe sere) con babbo e mamma andavamo davanti al Teatro Alighieri a vedere<br />

la gente che entrava e quelli che a teatro vi arrivavano in carrozza.<br />

In autunno, dopo la vendemmia dell’uva d’oro, con i miei mi trasferii direttamente da<br />

Mirandola a Modena senza passare da Ravenna che rividi più volte soltanto tant’anni dopo<br />

quando all’andare della mia vita non diceva più niente se non fascinosi sentimenti per le<br />

sue antiche bellezze.<br />

Paradossalmente si può dire che così ebbe inizio anche la mia vita notevolmente nomade<br />

che sempre mi ha accompagnato secondo le vicende delle mie attività, delle mie vittorie o<br />

delle mie sconfitte. Un destino come tanti…<br />

Gli "Invadenti" - Un flash per una vita


Davis Bonfatti<br />

§ § §<br />

Si andò presto in campagna dai nonni materni quell’anno perché mamma aveva sofferto<br />

durante l’inverno di non so quale disturbo e il medico Agnini consigliò l’abbandono anticipato<br />

delle pesanti arie di città per quelle e più familiari della campagna mirandolese. Senza<br />

escludere che il pane bianco cotto nel forno a legna dietro la casa, il brodo di cappone<br />

con mano e il lambrusco fatto in casa da zio Giovanni avrebbero potuto giocare un ruolo<br />

piuttosto importante.<br />

Trovai e ritrovai bambini come me che, prima timidi e poi lieti, mi fecero festa. Una modesta<br />

raccolta del “Corriere dei Piccoli “ mi rendeva importante. Intrecciai in breve le conoscenze,<br />

spingendo il campo delle nostre imprese fino alla Madonna della via di Mezzo lungo l’argine<br />

del Diversivo, facendoci notare e non di rado cacciare dai coloni e dai bovai.<br />

Al Gino, all’Elvira, a suo fratello Antonio, a mio cugino Anselmo s’aggiunsero la Santina e<br />

suo fratello più piccolo Renzo e, spesso, la Rosetta con suo fratello Michele, tutti figli di<br />

coltivatori che abitavano nella zona di confine tra San Martino e San Giacomo.<br />

Si andava per i campi caccia di talpe, lungo i fossi a far saltare le rane o a scoprire le<br />

lumache oppure i grilli giganti. Di nascosto andavamo anche alla stazione di monta del<br />

Castello, attenti a non farci scorgere, perché allora erano fughe allegre e pazze in più<br />

direzioni con le donne e gli uomini anziani a urlarci dietro parolacce dialettali.<br />

Ma il più divertente per noi ragazzi era andare di pomeriggio per i fienili a scovar uova, fra<br />

le grida stridule delle vecchie rimaste a “badare la casa” mentre gli altri erano nei campi<br />

a sudare con zappe e falci o con i bovi da tiro all’aratro, mescolando al lavoro sotto il sole<br />

spietato richiami e muggiti e non di rado imprecazioni istintive.<br />

Gli "Invadenti" - Un flash per una vita<br />

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Davis Bonfatti<br />

§ § §<br />

La prima “cosa” che mi colpì abitando a Modena, in un piccolo appartamento nella zona<br />

di Sant’Agostino lungo le vecchie mura, fu il vedere dall’alto, nei pomeriggi festivi, molta<br />

gente vociare dentro un recinto poco erboso. In esso, due gruppi di giovanotti, con maglie<br />

diverse e mutande corte. Rincorrevano a calci una grossa palla, cerando di mandarla dentro<br />

uno strano rettangolo delimitato da “pali” verniciati di bianco.<br />

Tra i pali un uomo, che immancabilmente si buttava per terra per acchiappare la palla<br />

quando quella gli arrivava vicino.<br />

Mio padre vicino a me sentenziava che erano “cose da matti che non dureranno”.<br />

Gli "Invadenti" - Un flash per una vita


Davis Bonfatti<br />

§ § §<br />

Verso l’autunno di quell’anno andai per la prima volta a scuola. Un grembiulino nero con<br />

tanti bottoni sul retro e un fiocco bianco al collo a far da bavero. Una borsa di stoffa grigia a<br />

tracolla cucita dalla mamma con dentro un quaderno a righe, il sillabario, una scatoletta di<br />

legno con cannuccia e pennini. Poi un cestino quadrato di paglia e dentro un pezzo di pane,<br />

una mela, talvolta un biscotto. Di rado una caramella.<br />

Nonostante mamma ci tenesse, non feci amicizie. Com’ero esuberante in campagna dai<br />

nonni, così ero solitario e facile al pianto in quella scuola che non mi piaceva. Un mondo<br />

che a me - bambino - non diceva niente.<br />

Senza amicizie, senza entusiasmi, senza curiosità, senza nemmeno quei piccoli litigi facili<br />

fra i bambini, fui a lungo un “isolato”, com’erano chiamati in quei tempi certi corridori in<br />

bicicletta.<br />

Di quel tempo (di quella scuola) ricordo con vivezza una serie di immagini statiche proiettate<br />

in una sala buia su un lenzuolo bianco attraverso le lenti di una lanterna che chiamavano<br />

“magica”. Più avanti nel tempo le figure non erano più statiche ma si muovevano tremolando<br />

e facevano ridere. Spiegarono che quello era il cinematografo. Non mi sforzai per capirne<br />

di più.<br />

Qualche interesse lo provavo solo nel tentare di scrivere le vocali.<br />

Gli "Invadenti" - Un flash per una vita<br />

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Davis Bonfatti<br />

§ § §<br />

Babbo e mamma mi hanno dato due fratelli: Dario (che si doveva chiamare Achille) e<br />

Pietro (in famiglia chiamato Piero). Il primo è diventato uomo di legge affermato e di cui<br />

segretamente ne invidio il sapere, il secondo un Eroe. La sua dedizione al dovere, il suo<br />

amore per la Bandiera ne hanno deciso il destino. Nel cielo del Mediterraneo “assalito -<br />

dice la motivazione ufficiale del bollettino di guerra - da preponderanti forze avversarie,<br />

è stato... “.<br />

Piero ebbe la fortuna di ricevere un grosso dono: quello di saper affrontare con rara forza<br />

d’animo le avversità e il dolore fisico. Lo ricordo bambino: biondo, esuberante, impetuoso,<br />

briccone. Stava sempre - come si dice - nel mezzo. Quelli più grandicelli si mettevano in<br />

qualche impresa spericolata? Lui era con loro. Si buttavano dall’alto sull’ammucchiata di<br />

fieno nel gioco del volo dell’angelo? Lui si buttava. Rimediò una volta una sanguinante<br />

fessura in testa: disse che “non era niente” mentre gli suturavano a freddo la ferita e dagli<br />

occhi gli scendevano lacrime secche. In piscina, mentr’io tra il sì e il no mi bagnavo appena<br />

per vergognosi timori, lui salì sul trampolino più alto e si buttò. Ripescato per il rotto della<br />

cuffia, a chi gli domandava perché l’aveva fatto, rispose candido che “si buttavano tutti”.<br />

Veniva talvolta con me alla dottrina perché così, nel frattempo, mamma “poteva riposarsi”.<br />

Però finiva sempre col disturbare un poco tutti e una volta lo rimproverò perfino don Alfonso<br />

con un “almeno sta fermo in quell’angolo visto che non impari niente”. Ci restò male e lì<br />

per lì lo perdemmo di vista. Poi la campana di mezzo prese a rintoccare prima lenta e poi<br />

allegra come a gioire. Accorremmo e lo trovammo che, avvinghiato alla corda, andava su e<br />

giù con i rintocchi. Perché lo aveva fatto? Semplicemente – disse - perché non era vero che<br />

non sapeva far niente.<br />

Un giorno rientrò a casa inzuppato d’acqua e con un piccolo pesciolino rosso in mano.<br />

Lo aveva “pescato” nella vasca del giardino comunale. “E’ morto” disse mamma e lui,<br />

tran<strong>qui</strong>llo: “Domani ne vado a prendere un’altro”.<br />

Cominciò presto - Piero – a “mettere le ali”. Poco più che ragazzo già si dava da fare a<br />

Pavullo con il “volo a vela” (come si diceva a quei tempi), veleggiando su certi trabiccoli da<br />

sembrare - oggi - impossibili. Certamente emerse, se ebbe gli elogi di Italo Balbo. Ma il suo<br />

destino era l’aereo, quello vero, da cacciatore. Il Macchi col cavallino rampante, che nella<br />

storia dell’ardimento aereo ha lasciato in pace e in guerra tracce profonde, è stata la sua<br />

più importante con<strong>qui</strong>sta.<br />

Amava dedicarsi - in contemporanea - al pugilato e nella categoria dei pesi medi molte<br />

furono le sue vittorie anche prima del limite. Fino a quando uscì di casa perché arruolato<br />

dagli aerei, il suo “secondo” fu papà. In un torneo militare, tra pugili di varie nazioni, perse<br />

Gli "Invadenti" - Un flash per una vita


Davis Bonfatti<br />

l’incontro di finale ai punti solo perché l’ultima ripresa la sostenne soltanto difendendosi<br />

alla meglio, avendo la spalla destra pressoché slogata.<br />

Anche il paracadutismo (con il paracadute ancora agli albori) lo trovò subito ai cimenti. Il<br />

perfezionismo odierno porta di certo anche la sua impronta, attraverso le sue esperienze<br />

vissute in prima persona.<br />

Talune cronache del tempo dicono che “portò l’ala italiana nei cieli di mezza Europa”.<br />

Gareggiò e combatté in Spagna, nelle Afriche, in Germania. Comandante di squadriglia –<br />

recitano le motivazioni - seppe in ogni circostanza superare difficoltà considerate impossibili,<br />

tanta era la perizia, la determinazione, che sapeva mettere nei compiti a lui affidati.<br />

Hanno anche detto che - dall’avversario - ebbe l’onore delle armi. Ma lui, ormai, veleggiava<br />

nel silenzioso mondo degli Eroi. A noi fratelli sono rimaste le sue insegne, le medaglie (alle<br />

quali abbiamo unito le tre al valore guadagnate da nostro padre ai suoi tempi), il frammento<br />

di un’elica. E una foto con dedica particolare di Amedeo d’Aosta.<br />

§ § §<br />

Ci è rimasto - incancellabile - il suo sorriso. Aveva ventisei anni quando venne abbattuto nel<br />

cielo di Malta.<br />

Gli "Invadenti" - Un flash per una vita<br />

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Davis Bonfatti<br />

§ § §<br />

Per quella piccola città anche “quel funerale” rappresentò l’avvenimento del giorno. C’era<br />

la banda in divisa, gli ottoni ornati di crespo nero e la “catuba” a scandire il passo lento<br />

nella folla in corteo. C’era il prete col mantello nero e, davanti a tutti il Gino, a reggere<br />

il Crocefisso in cima ad una pertica. Al cimitero a voce alta, uno disse che era morto “un<br />

cittadino esemplare” e disse anche altre cose che a me fanciullo sfuggivano.<br />

Qualche occhio rosso di commozione o forse per il tedio di un sole ancora alto, salutò<br />

l’orazione del congedo assieme ad un singhiozzante gemito di donna già canuta, chiusa nel<br />

nero del suo dolore misto a sorpresa per quanto gli accadeva d’attorno. E fu quella - credo<br />

- la prima e forse unica volta che vidi piangere mia nonna Sofia. Il pianto di una vecchia dal<br />

cuore ancora bambino, non tanto crucciata dagli anni quanto da un clamore d’occasione a<br />

lei in gran parte sconosciuto, vissuta come visse all’ombra di un uomo esuberante, franco,<br />

fedele, amico di tutti, fra gente non troppo incline per tradizione a concedere fiducia.<br />

Con la morte di mio nonno non cambiò granché a San Martino, perché se la terra accoglie i<br />

morti pretende anche il continuo amore dei vivi. Ma nella casa ci fu un gran vuoto, anche se<br />

zio Tullio faceva il possibile per non darlo a sentire.<br />

Gli "Invadenti" - Un flash per una vita


Davis Bonfatti<br />

§ § §<br />

Per la salvaguardia di quali tradizioni mio padre mi comandò, non dico a studiare musica,<br />

ma a dedicarmi alla tromba, non l’ho mai capito.<br />

Lo capì invece, e subito, il paziente prof. Torelli, al quale ero stato affidato presso la Scuola<br />

di Musica “Orazio Vecchi”, per farmi intendere la convenienza di passare a qualche altro<br />

strumento quale il corno o il clarino, oppure al flauto, qualora il trombone non fosse di mio<br />

gradimento.<br />

Per me - diretto interessato - rispose mio padre col tono fermo da ex carabiniere di Re<br />

Umberto I, secondo cui “suonatori di cornetta non si nasce: si diventa” che non lasciò<br />

scampo alle alternative.<br />

Eppure la tromba mi fu compagna paziente e stonata per un <strong>qui</strong>ndicennio della mia prima<br />

gioventù, puntigliosamente rendendomi protagonista di frane musicali che oggi (ma siamo<br />

verso il 2000) potrebbero apparire di apertura verso nuove prospettive nel campo delle<br />

interpretazioni della musica.<br />

Quello che sovente non riuscivo a capire, nel corso delle esecuzioni di gruppo, era il perché, a<br />

fine esecuzione di un pezzo, io fossi ancora a metà percorso rispetto agli altri orchestrali.<br />

S’andava, quasi sempre il sabato sera e senza preparazione alcuna, in un teatrino<br />

parrocchiale di via Sant’Orsola a due passi dall’Accademia Militare, ad “intrattenere”<br />

durante gli intervalli della recita di una filodrammatica, gli spettatori.<br />

E noi del “Complesso Aurora” offrivamo il contributo delle nostre esecuzioni. Un pianoforte,<br />

un violino, una viola, un violoncello, un oboe (talvolta un flautista che suonava con me<br />

anche nella “Banda della Crocetta”) ed una tromba con sordina: io. Ed anche questo della<br />

“sordina” non mi è mai entrato nella testa perché se la tromba era nata per s<strong>qui</strong>llare gioia<br />

o impeti, perché imbavagliarla?<br />

Tanto per dirne una delle mie prestazioni, ricordo che una sera, alla distribuzione degli<br />

spartiti in via Sant’Orsola, quello della tromba mancasse per omissione dell’autore o per<br />

smarrimento. Domando alla Silvestri del pianoforte che cosa debbo fare e lei mi risponde<br />

arcigna: “Ma la musica non sai leggerla? Allora prendine una e arrangiati”.<br />

Diligentemente lo feci, mi misi in posizione per l’attacco ma poi lasciai perdere. Tanto, gli<br />

applausi familiari, alla fine non mancarono. E la Silvestri, con un cenno del capo, mi fece<br />

intendere che - come si direbbe oggi - ero stato OK.<br />

§ § §<br />

Gli "Invadenti" - Un flash per una vita<br />

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Davis Bonfatti<br />

Fu nel 1934 - credo - che mio padre, stanco di attendere, vendette la tromba per 15 lire.<br />

E - forse - abbandonò anche taluni sogni per l’avvenire musicale di un figlio traditore.<br />

24<br />

§ § §<br />

Mi piaceva soltanto la musicalità del solfeggio. La composizione un sogno. La fisarmonica<br />

una speranza e tale rimasta. Forse mio nipote Gabriele placherà le ansie di mio padre.<br />

Gli "Invadenti" - Un flash per una vita


Davis Bonfatti<br />

§ § §<br />

In un angolo dei ricordi c’è un bambino estroverso, musone, timoroso di tutti e di tutto.<br />

Fra la gente tiene gli occhi bassi, il pianto è costantemente a fior di labbra. S’aggrappa ai<br />

genitori ad ogni più piccola contrarietà e in casa, se qualcuno viene a far visita, scappa a<br />

nascondersi dietro la porta o sotto il tavolo, sordo ad ogni invito.<br />

Da dove venisse tanta malinconia non saprei. Era gracile - è vero - rifiutava le minestre,<br />

il latte, le carni. Gradiva il pane, i dolciumi, poco la frutta. Non desiderava la compagnia<br />

di altri bambini. All’asilo non erano mai riusciti a fargli recitare una poesiola qualsiasi.<br />

Nelle recite era l’eterna comparsa di contorno, stretto in una tunichetta che si addiceva a<br />

qualsiasi rappresentazione. Adorava, a suo modo, quella tunichetta e nient’altro.<br />

Quando andò alla scuola vera, l’esporre un pensiero, svolgere una “risoluzione” alla lavagna,<br />

era sempre un’impresa dura. Talvolta tragicomica. Nei conversari anche più futili, la sua<br />

voce non entrava mai. Se si sforzava alla partecipazione, la sera – come minimo - presentava<br />

qualche linea di febbre. Per definirlo fate voi …<br />

§ § §<br />

Ragazzo o poco più (il ricordo è ancora nitido) e già lasciata la scuola, lavoravo – si fa per dire -<br />

alle dipendenze di un certo Cav. Arcelli che era anche presidente della filodrammatica “Avia<br />

Pervia”. Intrappolato non so come nella “Compagnia Artistica”, forse più per segreto primo<br />

amore per una certa signorina Isolde che per interesse all’arte, ne seguivo marginalmente<br />

l’attività teatrale.<br />

Commediole brillanti o strappalacrime come “Addio giovinezza”, “Papà eccellenza” o<br />

“Battaglia di dame” formavano il cartellone che veniva portato in giro su palcoscenici<br />

spesso disastrati, all’aperto d’estate o dentro certe sale (d’inverno) di cui oggi per fortuna<br />

si è persa la memoria. Anche perché ormai, di filodrammatiche, ce ne sono meno e poi non<br />

si chiamano neppure così.<br />

Dirigeva la compagnia (oggi si dice regista) un’anziana composta signora che si chiamava<br />

Virginia Reiter e sentii anche citare una certa Laura Adani che non è stata certamente<br />

l’ultima nel grande mondo artistico nazionale. Una cosa seria, insomma, per noi giovani di<br />

quel tempo dove l’unico scontroso (se così si può dire) ero sempre io, addetto a questo o a<br />

quel compito di supporto come addetto al sipario, buttafuori, trovarobe, affissione manifesti<br />

e, in caso di necessità, anche suggeritore dentro la buca normalmente sgangherata.<br />

Fu una sera a Spezzano, con teatro già pieno, che il Silingardi (spalla del prim’attore) mancò<br />

alla recita.<br />

Gli "Invadenti" - Un flash per una vita<br />

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Davis Bonfatti<br />

Si dava “Addio giovinezza” e la parte dell’assente non poteva certo essere tolta dal copione<br />

senza stravolgere tutto. Ci furono affannose proposte di cambiare questo o quello, di<br />

leggere in scena o fuori campo le battute, ci fu un sacramentare boia poi la trovata ritenuta<br />

più logica: io avrei dovuto - dissero proprio così, “dovevo” - sostenere quella parte tanto<br />

più che la conoscevo avendola sentita più e più volte prove comprese. E poi che andasse<br />

come voleva.<br />

Risposi subito di no, minacciando di salutare tutti se avessero insistito. Fui implorato,<br />

blandito, minacciato, baciato dall’Isolde che mai avevo baciato. Fui tacciato di vigliaccheria<br />

verso l’arte. Niente. Sentivo che se anche solo avessi tentato la prova, la voce, il fiato, le<br />

gambe, il battito del cuore mi sarebbero mancati. E così, senza un niente di fatto, la recita<br />

si avviò e buona notte al secchio.<br />

26<br />

§ § §<br />

Fu a metà circa del secondo atto, quando Dorina doveva civettare con Leone per ingelosire<br />

Mario a causa di una sua avventura con Elena, che mi trovai scaraventato in scena. Dapprima<br />

- anche a causa delle luci sceniche - non vidi niente, poi mi apparvero in un bulinare<br />

sfuocato gli spettatori in sala e mi sentii svenire. Non caddi solo perché Dorina, civettando<br />

come la parte imponeva, mi sorresse abbracciandomi sussurrando parole d’amore in un<br />

soffio appassionato.<br />

Sentii il suo profumo di femmina ardente di desiderio, m’incantò come mai la voluttà della<br />

sua voce, persi il lume dell’intelletto e, scena o non scena, dialogo o non dialogo, baciai con<br />

impeto quella bocca che mi si offriva in tanto olocausto d’amore. E fu un delirio di applausi<br />

mentre - più per prudenza che per obbligo di copione - il sipario veniva chiuso.<br />

Sì, lo so. Quel bacio c’entrava poco col testo della commedia, ma questo meriterebbe un<br />

discorso a parte. Fatto è che l’Artioli, che nella realtà della vita era il marito di quella che<br />

faceva la parte di Dorina, mi tolse il saluto guardandomi male; il presidente Cav. Arcelli<br />

bofonchiò che “teatro o non teatro le effusioni debbono sempre avere un limite” e la<br />

signora Dirce madre dell’Artioli mi diede dell’energumeno. Abbandonato da tutti soltanto<br />

Isolde mi rimase accanto e mi sorrise guardandomi negli occhi.<br />

E allora? Allora niente. Il fatto è che quell’episodio operò profondamente sul mio carattere<br />

e via via frequentando quell’ambiente fatto e vissuto in un certo modo un po’ astratto,<br />

contribuì a farmi ac<strong>qui</strong>star e sicurezza, facilità nell’improvvisazione, disinvoltura nella vita.<br />

Un maggiore coraggio – insomma – di vivere la vita. Chi sostiene che il Teatro - in particolare<br />

il teatro minore - è una grande scuola di vita, ha ragione.<br />

§ § §<br />

... Poi anche lo “scandalo” della recita di Spezzano si spense. Fui guardato dagli amici con<br />

occhi diversi, l’Artioli si rabbonì e l’Isolde mi rinnovò il suo dolcissimo indulgente sorriso. Un<br />

ricordo di cui ancora ne custodisco il calore, assieme ad una grande mestizia...<br />

Gli "Invadenti" - Un flash per una vita


Davis Bonfatti<br />

§ § §<br />

Alla prima occasione fu festeggiata più di sempre quella recita “comunque riuscita”, con<br />

lambrusco offerto dal sig. Chiarli e la solita ciambella della signora Caliumi. Ci trovammo<br />

addirittura a ricantare in coro la canzone che faceva un poco da cornice ad “Addio giovinezza”,<br />

con quella sua metrica musicale incontaminata e poetica come vollero Giuseppe Blanc e<br />

Nino Oxilia, autori dal purissimo pensiero. Un canto un poco nostro, di noi giovani di un<br />

tempo, nato attorno al 1909 …<br />

Son finiti i giorni lieti<br />

degli studi e degli amori,<br />

o compagni in alto i cuori<br />

e il passato salutiam.<br />

E’ la vita una battaglia<br />

è il cammin irto d’inganni<br />

ma siam forti, abbiam vent’anni<br />

l’avvenire non temiam.<br />

Giovinezza, giovinezza<br />

primavera di bellezza<br />

della vita nell’asprezza<br />

il tuo canto s<strong>qui</strong>lla e va!<br />

Gli "Invadenti" - Un flash per una vita<br />

27


28<br />

Davis Bonfatti<br />

§ § §<br />

Il signor Belmiro (chiamato così per via di una vistosa benda nera sull’occhio sinistro rimasto<br />

vuoto per un incidente di caccia) era il proprietario di una melonaia largamente invidiata in<br />

quella zona della bassa mirandolese dove la terra è forte e dura da coltivare ma sa fendere<br />

bene chi l’ama.<br />

Come hobby il signor Belmiro aveva quello di amare lo sport: per questo era il presidente<br />

della società “la Fratellanza” di vaga bandiera anarchico-repubblicana di Concordia e<br />

dintorni.<br />

Presidente, segretario, allenatore, accompagnatore e, naturalmente, cassiere e mecenate,<br />

il signor Belmiro era tutto e non disdegnava alcuna specialità: ma per lui quella sovrana era il<br />

podismo. Quello su strada, per intendersi. E non importa su quali distanze. Una passionaccia<br />

cotta seconda soltanto alla sua osannata melonaia. Tutto il resto della vita veniva dopo.<br />

Noi ragazzi formavamo quella che oggi viene definita una comunità e dove tra noi, parla che<br />

ti parla, ecco venir fuori la faccenda della melonaia campionaria e decidere, una sera di<br />

luna tonda, di farvi una spedizione.<br />

Andammo così, chiassosi ed incauti, nell’aperta radura.<br />

Uno spettacolo mai visto di meloni gialli e verdi ci accolse in un’atmosfera quasi irreale al<br />

chiarore intenso della luna. Magnifico e invitante insieme.<br />

Senza passarci parola alcuna ci trovammo d’istinto a “levarne” almeno uno o due a testa<br />

quando – feroce - sentimmo su di noi l’urlo di una rabbia incontenuta mista a parole<br />

irripetibili di sdegno e di un sentito dolore. Da <strong>qui</strong> la nostra disordinata fuga e dietro a<br />

questo e a quello l’ansimante signor Belmiro a manganellare a vuoto anche perché, lui,<br />

molto veloce non lo era. Ecco: tutto questo per dire che il mio primo incontro con l’atletica<br />

leggera, specialità del mezzofondo, che mi portò fino alle soglie del P.O., avvenne così.<br />

§ § §<br />

Nella fuga non feci come gli altri che andarono per fossi e terreni arati. Io scappai per<br />

l’interrata che dalla Concordia porta a San Possidonio e da <strong>qui</strong> a San Martino che raggiunsi<br />

abbastanza presto per poi sedermi sugli scalini della chiesa ansimando. Stentavo ancora a<br />

riprendermi quando ecco, in bicicletta, arrivare il signor Belmiro. Si ferma, mi scruta e mi<br />

domanda un “Cosa fai <strong>qui</strong> a quest’ora”. Non risposi. Tornò a squadrarmi in silenzio (un poco<br />

già sapeva chi ero) poi sbottò in un “Come fai ad essere già <strong>qui</strong>” che diceva tutto.<br />

Ancora non risposi trattenendo il respiro per non far sentire che ansimavo più di lui. Poi<br />

fingendo di guardare la luna mi allontanai pian piano, ma dopo la curva del caseificio ripresi<br />

a correre forte verso casa. A letto senza svestirmi: sfinito più dall’emozione che dalla<br />

Gli "Invadenti" - Un flash per una vita


faticata.<br />

Davis Bonfatti<br />

§ § §<br />

Vidi qualche giorno dopo il signor Belmiro che parlava con mio nonno e mi tremarono le<br />

gambe. Poi nonno mi chiamò ed a stento resistetti alla fuga; “Senti – mi propose - il signor<br />

Mazzoli ti vorrebbe nella “Fratellanza” per una gara di corsa a Mirandola. Dice che tu vai<br />

forte.” Risposi di sì, che ci sarei andato e scappai via prima che venisse fuori il resto.<br />

Dire adesso che il “Giro della Mirandola” lo vinsi staccando tutti - compreso un certo Mussini<br />

che già due volte aveva vinto la maratona a Modena ed a Bologna - potrebbe sembrare vana<br />

gloria. Aggiungere che avevo vinto anche due capponi quale premio del traguardo volante<br />

dell’Osteria “la Cagnola” e che alla premiazione mi diedero anche una medaglia grossa<br />

come una moneta da dieci centesimi di quel tempo e che luccicava d’argento, può sembrare<br />

vanità. Ma le cose andarono cosi. Poi nel corso della mia vita l’atletica leggera la ritrovai<br />

ancora, ma questo è un altro discorso. Nel cassetto dei ricordi la medaglia, ancora oggi,<br />

luccica come appena coniata.<br />

Gli "Invadenti" - Un flash per una vita<br />

29


30<br />

Davis Bonfatti<br />

§ § §<br />

Climene e Serafino mi erano zii paterni. Lei era sorella di mio padre. Traevano reddito<br />

da alcune biolche di terra dura alla periferia di Mirandola, coltivata ad orticoli a forza di<br />

braccia.<br />

Avevano nove figli ed i maschi erano più delle femmine: 5 a 4 per intenderci. Non ricordo<br />

tutti i loro nomi ma l’importante è che, in questa “truppa”, l’uno era al servizio dell’altro.<br />

Cioè: la più adulta vigilava ed aiutava il più piccolo, il secondo la penultima e così via. Poi<br />

al mattino ad una cert’ora, eccoli a ritrovarsi in fila a dare il buon giorno alla madre ed al<br />

padre ed assieme recitare una preghierina al Signore prima di assaltare il latte con pane<br />

e miele, in grandi tazze decorate, ordinate sulla tavola in cucina con la tovaglia sempre<br />

bianca.<br />

Ho ancora ben chiaro negli occhi il ritmo di quell’andare famigliare, oggi forse impensabile.<br />

Ospite loro per diversi giorni d’estate io - ragazzo di città - non trovai affatto difficile<br />

inserirmi nel quadro legando subito con Giovanni che della brigata era un poco il caporale.<br />

Con lui imparai a distinguere le insalate da altre verdure, il sesso dei pulcini, il perché di<br />

certi frutti già studiati poco e male sui libri di scuola. Appresi a distinguere gli uccelli, come<br />

allevare i conigli, a non disturbare le nidiate ed i pipistrelli. Vinsi il ribrezzo verso i rospi,<br />

tanto che uno me lo feci amico nei giochi. Imparai che il riccio è un grande amico della<br />

natura.<br />

Al tramonto si era già tutti in casa per un’abbondante lavatura prima e la cena subito dopo,<br />

che molto assomigliava alla colazione del mattino. Prima del cibo ancora una preghierina<br />

per ringraziare - diceva la zia - “colui che ci aveva regalato un’altra giornata di vita”. E noi<br />

a rispondere “amen” in coro, ridendo piano e già affondando i denti nel pane un poco duro.<br />

Un pane bianco cotto ogni dieci giorni nel forno a legna dietro la grande casa.<br />

A cena terminata era d’uso non sparecchiare per l’osservanza di una tradizione che sarebbe<br />

tutta da raccontare, in seguito si dava corso al conversare dapprima vivace anche su motivi<br />

futili. Poi, a cominciare dai più piccoli, le teste ciondolavano, gli occhi si chiudevano un<br />

poco, qualcuno sbadigliava magari malamente e subito veniva ripreso da nonna Matilde che<br />

era vecchia - diceva - ma che grazie a Dio ci vedeva ancora.<br />

Poi il rito del mattino riprendeva a ritroso. La più grande a svestire il più piccolo e così via<br />

per gli altri.<br />

Camicioni lunghi di cotone grezzo uguali per tutti nella foggia, sempre puliti di bucato sul<br />

corpo nudo.<br />

Un bacio alla nonna, alla madre, al padre, un segno di croce ginocchioni sul letto e buona<br />

notte. Non passava gran tempo che i sogni già ricamavano le loro storie.<br />

Gli "Invadenti" - Un flash per una vita


Davis Bonfatti<br />

§ § §<br />

Giù nella grande cucina, alla luce fioca della lucerna (abbassata la fiamma per risparmiare)<br />

zio Serafino e zia Climene traevano, conversando piano (lui tra una tirata e l’altra di un mezzo<br />

toscano) il consuntivo della giornata programmando al contempo quello dell’indomani. A<br />

Dio piacendo.<br />

Gli "Invadenti" - Un flash per una vita<br />

31


32<br />

Davis Bonfatti<br />

§ § §<br />

Di quel libretto non ne conoscevo il costo, ma a forza di appostamenti lo imparai: mezza<br />

lira che giusto giusto avevo. Così un giorno rischiando il rosso fino agli occhi, porsi cinque<br />

monetone da dieci, sfarfugliai il titolo, presi il libretto e via subito a casa e poi sul letto<br />

per la lettura. Fu fortuna che la nonna Sofia non vide il mio rientro perché - altrimenti -<br />

l’interrogatorio sarebbe arrivato minuzioso e scomodo.<br />

Alla prima pagina il testo (su per giù) diceva: “Questo prezioso libro riporta le più belle e<br />

nobili letture d’amore dell’uomo alla donna amata o della sposa al marito lontano, oppure<br />

di chi ricerca l’anima gemella per riscaldare il cuore e la vita …”. Poi altre cose ancora<br />

che, forse per la fretta, non comprendevo. Ma a pagina sei ecco, finalmente, il titolo atteso:<br />

“Lettera d’amore”.<br />

Mi accomodai meglio e lessi: “Virtuosa signorina, fin dal giorno che l’ho notata il mio cuore,<br />

il mio pensiero, l’anima mia si sono legate a lei perché ammiro nelle sembianze vostre così<br />

dolci agli occhi miei …” e avanti così per almeno altre due pagine fino alla firma con un<br />

“vostro devotissimo servo” che ingigantì a cento i miei interrogativi.<br />

Ma è questo - mi domandai - l’amore? Mi sentii deluso. Per ricredermi lessi ancora altre<br />

pagine tutte su per giù uguali nei sentimenti. Ora era un lui che scriveva ad una lei, ora era<br />

una lei che rispondeva dandogli del “bel giovine dei miei sospiri”. Per farla breve mi parve<br />

che tutto un mondo crollasse. Era questo l’amore? Rimpiansi le monetone spese e buttai<br />

tutto. In fatto “d’amore” ne sapevo meno di prima. Anzi: non mi galoppava nemmeno più<br />

la fantasticheria …<br />

Gli "Invadenti" - Un flash per una vita


Davis Bonfatti<br />

§ § §<br />

Tony Bragadin - padano ma di ceppo veneto - non ho mai capito come e perché fosse<br />

ricordato come mio sia pur lontano parente. Nella sua vita – dicevano – fece un solo mestiere:<br />

l’imbroglione.<br />

È vero che per le strade non assalì mai nessuno con il mitra di quei tempi ma imbrogli sì, e<br />

tanti e scaltri per chiunque – credulo al suo dire – gli fosse passato a tiro. Imbrogliò perfino<br />

la Cesira, vedova del “Marangon”, che dopo avergli sfornato un paio di gemelli in cambio di<br />

una fantomatica parola d’amore, la lasciò lì a rodersi perché lui, insalutato, il Po ad Ostiglia<br />

lo aveva ormai passato per ridonarsi alle sue antiche contrade venete. Anche se poi si era<br />

fermato alle prime rampe del bellunese in quel di Fonzaso perché – disse - “Le strade che<br />

vanno in salita sono dure”.<br />

Anche Tony Bragadin, di professione imbroglione, un giorno morì come succede a tanti e<br />

quasi subito si trovò, mentre soltanto un frate accompagnava le sue spoglie a cristiana<br />

sepoltura, intruppato in una moltitudine di altra gente in una grande radura senz’alberi.<br />

Una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazionalità, razza, colore,<br />

lingua, età, sesso. Tutti in piedi a comporre una lunga fila che pian piano avanzava verso un<br />

grande quadro luminoso troneggiante sopra tre piccole porte bianche dove, or in una ora in<br />

altra, gli inquadrati entravano dopo aver pronunciato, ben chiaro e forte, il loro cognome<br />

e nome.<br />

Con l’avvicinarsi a quel traguardo fu facile a Tony il capire che l’interessato di turno, dopo<br />

aver gridato le proprie generalità, vedeva di lì a poco comparire sul gran quadro la propria<br />

destinazione per l’eternità: Paradiso, Inferno, Purgatorio a seconda delle vicende vissute.<br />

Un affare da niente insomma. Facile e sbrigativo. Ma proprio <strong>qui</strong>, la sua collaudata scaltrezza<br />

gli suggerì l’ultima prova.<br />

Ad un vecchio che gli era a fianco, Bragadin chiese:<br />

“Chi sono quelli vestiti di bianco che stanno ai lati delle porte?”<br />

“Sono l’esempio dei giusti - rispose il vegliardo - cioè coloro che sono passati attraverso<br />

la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue<br />

dell’Agnello”.<br />

Ma di tutto questo discorso Tony Bragadin non capì niente (o quasi) perso ormai dietro a un<br />

ben altro pensiero.<br />

“Se io dico il mio nome e cognome certamente non ho scampo - si trovò a riflettere il Tony -<br />

ma se dico che ad esempio mi chiamo Giopin Zavata che è un sant’uomo, forse chissà …”<br />

E così, senza tanti preamboli eccolo, ormai davanti al grande quadro, gridare risoluto e<br />

Gli "Invadenti" - Un flash per una vita<br />

33


forte:<br />

“Sior, mi me ciamo Giopin Zavata par servirla”.<br />

Ed aspettò.<br />

34<br />

Davis Bonfatti<br />

Al computer anagrafico super elettronico non sfiorò nemmeno l’idea (come talvolta accade<br />

ai burocrati) di verificare la dichiarata identità e così ecco apparire, luminosa, la sentenza:<br />

“Paradiso”, mentre d’attorno un mormorio represso di ammirata invidia saliva dalla folla, a<br />

conferma che, in Paradiso, notoriamente andavano veramente in pochi.<br />

Vergognandosi forse per la prima volta, mentre entrava in un mondo che definire fantastico<br />

non dice niente, Tony Bragadin si trovò a mormorare un “è andata” che la diceva tutta. Ma<br />

proprio allora sentì sulla spalla un tocco lieve e voltandosi appena si vide accanto un Angelo<br />

in tunica nera.<br />

“Tony – disse l’Angelo – io sono stato per una vita (lo sono ancora), il tuo custode. La tua<br />

condotta, come vedi, mi ha tolto le ali e il Padre mi ha vestito di nero, mentre la purezza<br />

è bianca. Come la mettiamo?”.<br />

Rispose Bragadin quasi d’impeto (ma di suo c’era solo la voce):<br />

“Veramente non saprei come metterla, ma so per certo che laddove c’è il perdono dei<br />

peccati, non c’è più bisogno di offerta per essi”.<br />

Parola di Dio.<br />

Gli "Invadenti" - Un flash per una vita


Davis Bonfatti<br />

§ § §<br />

Qui andiamo molto avanti negli anni perché è un ricordo di guerra - di quella che viene<br />

chiamata ultima, per intenderci, che cominciò nel 1939-40 - dove il protagonista vero è<br />

un cane. Un bastardo bianco di pelo raso, frutto di amori incerti tra il lupo e il pastore.<br />

Intelligente e ladro capitò al mio reparto in zona d’operazioni non ricordo come.<br />

Visto che neanche a calci riuscimmo a mandarlo via l’animale fu dapprima tollerato, poi<br />

assistito, coccolato e ammaestrato. State a sentire.<br />

Ci trovavamo - come ho detto - in “zona operativa”, diciamo fuori dai confini del nostro<br />

paese, un poco come occupanti tollerati per forza di guerra e un poco accettati dai civili<br />

come “male minore” date le circostanze.<br />

Vigilanze, ispezioni, pattugliamenti, appostamenti, accomodamenti vari di vertenze con gli<br />

ospitanti ed altre diavolerie del genere erano i nostri compiti in quel territorio. Incombenze<br />

talora delicate, disagevoli, anche faticose allorché il clima si faceva inclemente e la<br />

montagna metteva paura.<br />

Ma era il minimo che il reparto, autonomo per i compiti che deve assolvere, doveva<br />

affrontare. Poi veniva tutto il resto che con questa storia non c’entra.<br />

“Boby”, così chiamato con scarsa fantasia, divenne in breve parte integrante del reparto<br />

e preso in forza ad ogni effetto, compresa la razione di viveri, mediante apposita proposta<br />

al “Superiore Comando di Zona”, firmata ed inoltrata con palesi quanto disinvolti imbrogli<br />

di termini tutti da dimenticare. Il Boby però fu anche ammaestrato da quel gran figlio di<br />

mamma sua che era un certo Scattolin da Mestre che da civile passava la vita appiccicato<br />

a un circo.<br />

Da <strong>qui</strong>, l’addestramento del Boby a fare il “pattugliere”. E garantisco che l’idea – per certi<br />

aspetti innovativa – non la copiammo da nessuno. Tanto meno dagli americani o dai russi.<br />

§ § §<br />

Pattugliare – lo dico per gli obiettori d’armi – significa far fare al reparto un quasi sempre<br />

maledetto determinato percorso con appostamenti mimetizzati e vigilanze particolari<br />

per “sorprendere l’avversario” che, per suo conto, fa altrettanto per fregarti. Significa<br />

in parole povere procedere con avanguardia e retroguardia, e ali superiori ed inferiori<br />

per il fiancheggiamento. Poi mandare vedette in certe quote ed altre diavolerie tutte da<br />

ridere quando la guerra non c’è. Cose massacranti se poi l’e<strong>qui</strong>paggiamento è quello da<br />

combattimento e nevica o c’è il sole che brucia.<br />

E allora chi più e meglio del Boby poteva assolvere con gran correre a destra e a sinistra, su<br />

e giù per i calanchi, avanti e indietro dall’avanguardia al fiancheggiamento per “fiutare “ le<br />

Gli "Invadenti" - Un flash per una vita<br />

35


Davis Bonfatti<br />

eventuali sorprese? Bastava quel suo speciale modo di abbaiare tra l’ululo e il ringhiare per<br />

destare allarme e far prendere le misure.<br />

E - se del caso – fornire tempestive segnalazioni al comando di base attraverso quelle radio<br />

cassette a manovella che, a parte il peso e le complicazioni dei congegni, due volte su tre<br />

non funzionavano neanche a maledirle. Non posso giurarlo, ma sono convinto che il mio<br />

reparto non subì certe avventure proprio perché il Boby aveva raggiunto un tale grado di<br />

addestramento che fosse stato un soldato certamente si sarebbe meritato quanto meno una<br />

promozione.<br />

36<br />

§ § §<br />

Un dannato giorno il Boby sparì dalla nostra organizzazione. I miei bersaglieri nello<br />

svolgimento dei loro compiti andarono sia di giorno che di notte per certe esplorazioni a<br />

cercarlo, ma tutto fu inutile. Niente. Il Boby, forse stanco di fare il militare, forse accasatosi<br />

in qualche più tran<strong>qui</strong>lla sede o forse perché “d’amore rapito” si era auto congedato. Amen.<br />

Come disse il Muccignato, tacciandolo anche di “figlio di cane”.<br />

§ § §<br />

Fu una mattina che albeggiava appena quando le sentinelle udirono, prima debolmente e<br />

poi più forte, il suo inconfondibile abbaiare. Non v’era dubbio: era il Boby che era ritornato.<br />

Fu tanta la sorpresa, lo scompiglio, la gioia o l’accidente che si vuole che il Cappelletti da<br />

Marostica sparò addirittura una raffica di mitra.<br />

Così fummo tutti fuori, in disordine ma anche con le rosse “Balilla” a portata di mano come<br />

urlava di fare il sergente Silvestrini da Ancona o giù di lì, perché le sorprese erano sempre<br />

in agguato. E una bomba a mano, anche se di scarsa efficienza offensiva, era pur sempre un<br />

modo spiccio per difendersi.<br />

Era sporco – il Boby – smagrito. Sul collo e sul muso ferite e sangue. La zampa posteriore<br />

destra l’appoggiava appena. Ai primi che lo raggiunsero guaì un poco menando piano la<br />

coda. Poi si stese a terra esausto ad occhi chiusi.<br />

Sul dorso - a catrame nero sul pelo bianco – una scritta: “Duce”.<br />

Gli "Invadenti" - Un flash per una vita


Davis Bonfatti<br />

§ § §<br />

Raccontano che la donna tornò nella grande cucina dove i familiari stavano avidamente<br />

mangiando in silenzio dopo una giornata di fatiche nei campi e disse: “Sta’ morendo”.<br />

L’alzare delle teste dai piatti untosi e l’immobilizzo generale del moto masticatorio fu – tra<br />

quella gente contadina - uno stop come a comando. L’Argia fu la prima ad accorrere di là<br />

dal vecchio e gli altri, visto che “di là” era già andato qualcuno, non si mossero più di tanto<br />

e chi a bocca chiusa e chi a bocca aperta attesero.<br />

L’Argia rientrò ben presto quasi imprecando: “Macché rantolo e rantolo. Sta’ cantando<br />

quella sua sporca filastrocca di Garibaldi, che Dio lo fulmini. Donne e guerra, donne e vino.<br />

Maialate. Come ha sempre fatto”. E si pulì con energia le mani nel gran grembiule che una<br />

volta - forse - era stato bianco.<br />

Al tavolo ci fu chi ghignò un rutto, chi si attaccò al fiasco bevendo a bocca larga e chi<br />

scappellò un ragazzetto che si era messo a ridere forte. Poi tutti di nuovo ad intingere<br />

polenta nel gran tegame comune, unto di carne di maiale e rosso di conserva, piazzato in<br />

mezzo al tavolo.<br />

§ § §<br />

Il vecchio, un tempo che ormai si perdeva lontano, era stato giovane, biondo, gagliardo e<br />

briccone. Senza voglia di dedicarsi alla terra, un giorno era sparito per il mondo in cerca<br />

di fortuna ma in realtà per vivere possibilmente senza responsabilità civica e senza troppo<br />

faticare. E di vita, aggiungevano chi lo ricordava, ne aveva fatta …<br />

C’è ancora chi ricordava (ma forse oggi non c’è più) come ritornò dopo molti anni alla grande<br />

casa di certi suoi parenti nelle valli del mirandolese. Verso sera di una giornata di luglio,<br />

quando la terra di quelle valli crepa d’arsura. Stentarono a riconoscerlo vestito com’era<br />

tra un che di militare e di civile sbrindellato. Una gran testa di capelli ormai grigiastri a far<br />

tutt’uno con la barba folta tra il nero e il rosso e due occhi vivacissimi a sfavillare tra la<br />

foresta pelosa. Fu subito un suo gran menare di pacche agli uomini e al sedere delle donne,<br />

un abbracciare e questo e quella tra gli oh! ed i moh! Ed il fuggire delle più giovani non si<br />

sa bene se per paura o per farsi rincorrere.<br />

Abbaiava anche il cane ma si prese un calcio e tacque.<br />

§ § §<br />

Ora di là, sul letto di ferro scalcagnato nella rete e nelle gambe e nei materassi di foglie<br />

secche, quattro candele accese ai lati per creare “barriera al diavolo” come s’usava<br />

Gli "Invadenti" - Un flash per una vita<br />

37


Davis Bonfatti<br />

allorché un cristiano era sulla via della dipartita, il vecchio pian piano moriva. Oppure<br />

ancora cantava, a seconda dei pareri, mugugnando le parole.<br />

38<br />

“Far l’amor non è peccato<br />

se lo fa anche il Curato.<br />

Vieni vieni bella mora,<br />

vieni vieni a far l’amor.<br />

Garibaldi lo comanda<br />

lo comanda ai suoi soldà”.<br />

§ § §<br />

Dal “di là”, all’improvviso, viene l’urlo tra lo strozzato e l’isterico di una donna.<br />

Dalla grande tavola dove il mangiare è ormai al termine, lo scatto di tutti (uomini, ragazzi,<br />

donne) è all’unisono per il precipitarsi nella stanza.<br />

È ormai morto. Gli è accanto la Rosetta (due anni o giù di lì) che gli è quasi cavalcioni e gli<br />

accarezza la gran barba pregna di tutto, stinta più che mai tra il biancore e il giallastro.<br />

Tipico per chi per anni ha masticato tabacco e bevuto vino che - usava dire - “Mandava<br />

sangue al cuore e Garibaldi in guerra”.<br />

§ § §<br />

I più sostenevano che mi era prozio. Il suo nome non l’ho mai saputo. Lo chiamavano Garibaldi<br />

e basta. E dicono anche che quando, da poco morto, cercarono di aprirgli una mano chiusa a<br />

pugno, resa ormai rigida dalla morte, per mettergli attorno alle dita un rosario per amorosa<br />

pietà, trovarono che stringeva una medaglia con uno sfilacciato nastrino che un giorno -<br />

certamente - era stato di colore azzurro.<br />

Gli "Invadenti" - Un flash per una vita


Davis Bonfatti<br />

§ § §<br />

Nonno e nonna paterni non li ho conosciuti. So che lui si chiamava Celso e lei Aurora e che<br />

ebbero diversi figli da me mai incontrati salvo una che si chiamava Climene e, naturalmente<br />

mio padre.<br />

Di questo mio nonno metterò assieme frammenti di vita raccolti in giro dalla mia curiosità<br />

di ragazzo, uditi per lo più da mio zio Tullio nelle torride serate di agosto quando, seduti<br />

al buio sull’aia i conversari contadini scivolavano rapidi nella notte senza luna e i grilli<br />

tenevano concerto grande.<br />

Nonno Celso era un tipo sull’uno e novanta che a digiuno pesava sui centotrenta e dopo in<br />

proporzione al pasto consumato. Analfabeta, o quasi, la sua grande passione era l’opera<br />

lirica. Raccontavano che gli bastava anche un solo ascolto per carpire i passi salienti delle<br />

romanze e farle sue. Tra Pico della Mirandola e lui forse c’era - dicevano - qualche affinità.<br />

Ma questo non c’entra.<br />

Dotato di una voce tenorile robusta, udibile anche a non breve distanza, mai si faceva<br />

pregare due volte quando allo stuzzicante invito: “Dai Celso, canta la Gioconda”, partiva<br />

per la tangente cercando sempre di offrirsi al meglio. Per lui quell’aria del Ponchielli,<br />

musicalmente vibrante d’amore, che il dalmata canta nel “cielo e mar”, non aveva<br />

incertezze. Poi giù tante altre cantate di questa o di quell’opera, specie se tortellini e<br />

lambrusco facevano d’attorno scenario ed orchestra.<br />

L’amore senza confini per l’opera lirica, le sue folte esibizioni canore, gli inviti innumerevoli<br />

qua e là per feste e festini, non aiutavano certo il lavoro dei campi, per cui era soltanto<br />

l’Aurora a darci dentro visto che assai presto, dei loro figli, nessuno era rimasto in casa.<br />

Ma poi anche la moglie mollò tutto per andare dietro al suo uomo e <strong>qui</strong> la storia di un<br />

contadino, nato certamente per non farlo, potrebbe anche considerarsi finita. Ma come<br />

sovente avviene per certe opere liriche dove ci sono un prologo e un epilogo, anche nonno<br />

Celso ebbe il suo.<br />

§ § §<br />

Chi fu a mettergli in testa che il mestiere del contadino non era fatto per lui non l’ho<br />

saputo. Certo è che vendette alla meglio campagna, bicocca rurale, carro e buoi e si trasferì<br />

a San Possidonio dove aprì un’osteria. E <strong>qui</strong> il destino di quest’uomo fatto in certo modo si<br />

compì fino in fondo anche perché in meno di tre anni si mangiò tutto.<br />

Intendiamoci: “mangiarsi tutto” non è stato un modo di dire come per i tanti che per<br />

un motivo o per l’altro di avversa fortuna vanno a finire in niente. No, nonno Celso “si<br />

mangiò” materialmente tutto sia perché lui, nell’osteria, era senz’altro il cliente principale<br />

e poi perché - in più - la sua ospitalità era proverbiale. Come sempre bastava il fatale<br />

Gli "Invadenti" - Un flash per una vita<br />

39


Davis Bonfatti<br />

invito “Dai Celso: canta!”, che cominciasse l’accorato “Vicino al sol” dell’Aida, la Fedora<br />

con lo struggente “Amor ti vieta” (che una sera fece delirare una sconosciuta straniera<br />

per via di una boccaccesca offerta) e ancora Manon o il Trovatore “A spegnere col sangue<br />

vostro”, per non dire del canagliesco “Questa o quella” del Rigoletto. E tutto il suo<br />

ardore canoro grandinava, conferendo letizia alle comitive sempre più numerose dove lui,<br />

immancabilmente, s’accodava or nell’uno, or nell’altro tavolo nelle mangiate.<br />

Tutto offerto, tutto gratis, perché l’onorato era lui pur di poter mangiare e cantare alla vita<br />

in compagnia lieta e adulante. E nel rifiutare di porgere il conto, lui si sentiva gran sovrano<br />

ed artista. E padrone.<br />

40<br />

§ § §<br />

Raccontavano in giro di lui che ormai verso i centocinquanta di peso ed una gran chioma<br />

bianca a far da cornice ad un volto ancora fresco, una notte se ne andò cantando per<br />

l’ultima volta quel “Celeste Aida” che era il suo cavallo di battaglia.<br />

Si era d’ottobre e polenta calda di paiolo con stracotto di lepre dopo un paio di piatti a<br />

fondo largo di tortellini al sugo, fu la sua “ultima cena”. All’acuto finale ebbe un attimo di<br />

pausa, alzò solenne il bicchiere di lambrusco color rubino vivo, lo guardò da intenditore alla<br />

fiamma alta del camino e stramazzò.<br />

§ § §<br />

In eredità non lasciò che il suo nome. Il nome soltanto perché il cognome, da tempo, si<br />

era involato nel nulla, dimenticato anche dagli amici per i quali – negli eventi paesani<br />

del genere - vale soltanto il ricordo di brigate allegrie che segnano una vita e talvolta<br />

(nonostante tutto) la rendono più sugosa.<br />

Gli "Invadenti" - Un flash per una vita


Davis Bonfatti<br />

80: Una giornata (quasi) qualsiasi<br />

- Guarda chi si vede - disse l’uomo aprendo gli occhi alla luce ormai alta di un mattino<br />

di novembre – il mio Angelo Custode è venuto a trovarmi.<br />

-<br />

-<br />

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-<br />

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-<br />

Tu sbagli, uomo, io ti sono sempre accanto. Se oggi sono <strong>qui</strong> è perché la giornata è<br />

particolare. Sono ormai ottant’anni che siamo assieme.<br />

Perché, non ce ne sono più?<br />

Non fare lo spiritoso maldestro. Sulla tua vita che verrà non è affar mio.<br />

Però ti sei fatto vedere poche volte in questi ultimi anni.<br />

Agli appuntamenti importanti non sono mai mancato, a parte le volte che io c’ero e<br />

tu non mi vedevi.<br />

E’ vero: ricordo quando suggeristi alla cicogna dove doveva recapitarmi perché la<br />

poveretta, ormai vecchia, aveva dimenticato l’indirizzo. Poi ti rividi al mio battesimo<br />

nella chiesetta di San Martino in Carano in una Val Padana mezza sepolta dalla neve,<br />

poi ancora sul molo di Napoli al salpare per l’Africa mentre noi giovani cantavamo<br />

“Faccetta nera”. E anche quando emigrai verso il Sud per motivi di lavoro: ti rividi<br />

mentre il traghetto lasciava Villa San Giovanni … Che stretta al cuore per quel<br />

continente che si allontanava. Ma eravamo giovani.<br />

Mi fa piacere che tu l’abbia ricordato. Ma tanti altri sono i ricordi.<br />

Tuttavia sempre poche volte ti ho visto.<br />

Non è vero. La vecchiaia annebbia il ricordare, specie se scomodo. Fummo fianco<br />

a fianco nel ‘42 fra le bombe franco-americane a Triglav, poi nel rifugio antiaereo<br />

a Padova nel ‘44 e nel pomeriggio di mezza estate del ‘47 sulla riva polesana del<br />

Brenta quando la “rivendicazione sindacale” degenerò. Poi ancora nel ‘61 quando su<br />

un trimotore scassato rientravamo da Praga ed atterrammo fuori pista e ancora nel<br />

‘64 quando ti prese un infarto cattivo e nel ‘72 quando a Feltre ti operarono d’urgenza<br />

senza nemmeno chiederti chi eri. Poi fummo assieme ai funerali dei tuoi genitori e poi<br />

oggi perché è importante, e tante altre volte.<br />

E mi pareva che un perché oggi non ci fosse! Fuori le verità, Angelo, che succede?<br />

Gli "Invadenti" - 80: Una giornata (quasi) qualsiasi<br />

41


-<br />

-<br />

-<br />

42<br />

Davis Bonfatti<br />

Non succede niente, ma una preghierina al Padre la potresti anche dire se ancora ne<br />

ricordi una. Almeno per dirgli “grazie”. Ti ho mai detto bugie?<br />

In verità non mi sembra.<br />

Bene. La tua vita può benissimo continuare ancora, a Dio piacendo, se è questo che<br />

temi. Ciao.<br />

- Aspetta, Angelo - disse l’uomo da capelli bianchi - ti prego, non andartene. Camminiamo<br />

un poco assieme oggi, come mai abbiamo fatto. C’è anche un poco di sole a farci<br />

festa.<br />

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Bene, uomo, andiamo. Mi sembra giusto. Proprio perché è un giorno particolare.<br />

E dàgli, Angelo. Non me lo ricordare troppo. Vuoi sapere che cosa mi sta passando per<br />

la mente?<br />

Forse lo so già, ma dimmelo lo stesso.<br />

Sto immaginando di scrivere una poesia dedicata a questo giorno con tanti ricordi.<br />

Il tuo solito scarso peso letterario …<br />

Non distruggermi. Lasciami le mie illusioni. Costano così poco … Ascolta:<br />

“Nel trequarti del cammin della mia vita<br />

mi ritrovai sperduto e sconosciuto<br />

guidando un trabiccolo a benzina<br />

mentre la diritta via avea smarrita”.<br />

In verità, uomo, qualcosa di simile mi sembra di averla già sentita tanti e tanti anni<br />

fa. Era di uno che ci sapeva fare e il suo Angelo penava assai a stargli dietro.<br />

Forse hai ragione Angelo. Troppe letture sono passate dai miei occhi alla mente. Posso<br />

fare confusioni. Lasciamo perdere.<br />

Ecco, bravo, lascia perdere. C’è già un mare di gente che scrive per il prossimo. Ora<br />

andiamo.<br />

Ben detto; andiamo. Dove andiamo per cominciare?<br />

Vedi un po’ tu. Ad esempio: non senti questo scampanellare? Cominciamo da lì.<br />

In chiesa ci sono stato anche l’altro giorno.<br />

E’ vero, ma ti trovavi a Montepulciano e sei entrato per curiosità. A proposito: perché<br />

quell’insolito sostare davanti alla teca di fra Bartolomeo Franceschi-Guidi?<br />

Non mi dire che non lo sai.<br />

Non sempre afferro i tuoi sentimenti. Vigilo di più sulle azioni. E allora?<br />

Gli "Invadenti" - 80: Una giornata (quasi) qualsiasi


-<br />

-<br />

-<br />

-<br />

-<br />

Davis Bonfatti<br />

Sinceramente non lo so che cosa mi abbia attratto di quel frate. Forse la storia della<br />

sua vita, forse anche lui, a suo modo, è stato un laico liberale.<br />

Ho capito. Lasciamo perdere e andiamo dove abbiamo detto.<br />

Andiamo pure, ma non starmi dietro. Stammi al fianco per favore.<br />

A Dio piacendo.<br />

D’accordo: a Dio piacendo.<br />

Gli "Invadenti" - 80: Una giornata (quasi) qualsiasi<br />

43


Davis Bonfatti<br />

Bipedi e Quadrupedi<br />

Documenti<br />

e Commenti inutili


Davis Bonfatti<br />

Personaggi Interpretati Così


48<br />

Davis Bonfatti<br />

Gli "Invadenti" - 80: Una giornata (quasi) qualsiasi


Davis Bonfatti<br />

Un “Uomo Qualunque” e dintorni<br />

“Otto milioni di baionette” si sono ormai disciolte come neve a primavera. Eroi, martiri,<br />

sacrifici a migliaia neanche più nel ricordo. Moralità sotto le scarpe, oppure sotto le macerie.<br />

Confini stravolti, dalla Venezia Giulia a Tenda, nell’Istria, nella Dalmazia. L’odio della<br />

dittatura moscovita ha fatto il resto nello spirito di gran parte della gente. Un’Italia allo<br />

sbrindello guarda e s’adegua, intontita dalle propagande e dalle “assistenze” americane. La<br />

mafia, nell’ombra, prepara il conto. Ma questo sarà il senno di poi.<br />

Al “tavolo della pace” sono ben ventuno i Paesi che alzano contro l’Italia la bandiera della<br />

loro vittoria. E si dichiarano creditori, sostenuti da “Quattro Grandi” che, solidali a parole,<br />

sotto il tavolo si scalciano derubandosi a vicenda. Ma questo la storia lo dirà raramente.<br />

Davanti al “Tribunale dei vincitori” nel processo all’Italia, il russo Molotov il 13 agosto del ‘46<br />

così si esprimerà: “ … l’Unione Sovietica sviluppa i suoi rapporti con gli altri paesi soltanto<br />

in base a condizioni che favoriscano la loro rinascita economica e contribuiscono al loro<br />

progresso industriale ed agricolo, nonché a quello dell’intera vita economica nazionale”.<br />

Tutto questo per dire, in parole chiare, che l’Italia - queste cose - le aveva sempre ripudiate<br />

e perciò doveva essere punita.<br />

§ § §<br />

Siamo ai primi mesi dalla fine della “Seconda Guerra Mondiale”. Il teatro “Verdi” è gremito,<br />

dopo anni di astinenza, e il pubblico è impaziente. Gli addetti alla claque si sfregano le mani<br />

affinché, rese più calde, diano all’applauso più intensità. Lo spettatore pagante - invece –<br />

accarezza furtivamente una chiave femmina nell’eventualità di dover fischiare. Non si sa<br />

mai .<br />

Si recita l’Amleto. L’ambiguo romantico protagonista è il Parri, già noto nell’anteguerra.<br />

L’Italia è personificata dalla dolce afflitta malinconica Ofelia. Forte Braccio è un certo<br />

Togliatti non del tutto sconosciuto nei paesi dell’Est europeo. Rosencrantz è il Nenni dal<br />

sangue romagnolo da sempre avventuroso con alterne fortune.<br />

Per uno scherzo del signor Destino detto anche “il regista”, la scena piuttosto rattoppata<br />

ha per fondale il Viminale. La domanda della pubblica opinione spettatrice è una e plurima:<br />

penderà il Parri per una recitazione di destra o di sinistra? Si avrà cioè una novella notte di<br />

San Bartolomeo contro gli agrari, gli industriali della catto-liberal-democrazia che contano<br />

Gli "Invadenti" - Un “Uomo Qualunque” e dintorni<br />

49


Davis Bonfatti<br />

o si avrà la deportazione a vita dei vari Pertini, Gullo, Scoccimarro e compagni suoi? Intanto<br />

si fa d’attorno il silenzio: il velario si apre…<br />

Il buio è profondo, sulla scena vagano dei fantasmi, ciò nonostante Amleto fin dalle prime<br />

battute già s’impappina. Il buttafuori fa sbagliare un “attacco” a Forte Braccio che viene<br />

fischiato dai magistrati autorevolmente locati nei palchi di proscenio con la giustificazione<br />

che sono imparziali. Rosencratz cerca di placare le acque mettendosi in mezzo, ma sua<br />

entrata è intempestiva, inciampa fra le <strong>qui</strong>nte dell’Epurazione frettolosamente messa in<br />

piedi e rischia una planata sul palcoscenico non previsto dal copione. Ai fischi di quelli dei<br />

palchi si aggiungono ora quelli del loggione, un popolo notoriamente protestatario in nome<br />

del proletariato.<br />

La claque entra subito in azione per coprire gli svarioni della recita più a soggetto che a<br />

copione, allo scopo di rialzarne il tono. Cerca anche di rialzare il morale dei protagonisti,<br />

ma chi ha pagato si associa a chi fischia e urla che rivuol indietro i soldi del biglietto.<br />

Il Nenni vuol fare da paciere ma si becca un pomodoro maturo sul frac preso a nolo e<br />

che indossa con scarso stile. Gli addetti al ministero dell’Alimentazione che cercano in<br />

sala di calmare i più esagitati, si beccano pomodori anche loro perciò lasciano il campo.<br />

I sottosegretari di Stato, anche se sono in molti a sedersi sulle poltrone, non sanno più<br />

dove voltarsi e corrono chi a destra e chi a manca come azionati da razzi, finché escono<br />

dalla comune. I giornalisti presenti, ognuno secondo il proprio stile casereccio, scrivono la<br />

storia.<br />

50<br />

§ § §<br />

Sei personaggi di un tempo, che ormai hanno fatto il loro tempo, immediatamente si<br />

pongono alla ricerca di un nuovo presidente e, scenicamente, si prendono a calci per dare<br />

maggior peso alle loro ragioni.<br />

Orlando, Bonomi, Nitti ne approfittano per presentarsi alla ribalta in evangeliche vesti<br />

appena ritirate dalla lavanderia di Montecitorio. Il conte Sforza, che nel trambusto ha perso<br />

il monocolo, lascia il campo non vedendo più dove mette i piedi. Un napoletano bizzoso<br />

quanto verace che si chiama De Nicola, appare e scompare dalla scena lasciando capire<br />

che neppure lui sa che cosa vuole. Un nientepopodimeno che maresciallo d’Italia chiamato<br />

Badoglio, che nella locandina figura tra i personaggi della tragicommedia, non lo si vede per<br />

niente. Forse si è auto-annullato.<br />

La forza pubblica di nuova nomina, tenendosi a destra il più possibile, interviene spesso,<br />

sparando fortunatamente a salve, perciò sono in pochi ad avere paura. Ne approfittano i<br />

liberali, seppur non più giovani rampanti come Benedetto Croce, incoraggiati una volta<br />

tanto dal pubblico sollazzo, per darsi allo sport del lancio delle torte in faccia.<br />

Nella bolgia crescente c’è chi saluta a pugno chiuso sognando romanità tramontate e chi<br />

non saluta per niente e se ne va per i fatti propri meditando.<br />

Ferruccio Parri sospinto da azionisti ribelli, ritenta ancora di mantenere in piedi lo<br />

spettacolo, in nome dell’arte se non si vuole quello della democrazia, ma l’addetto al<br />

sipario soprannominato “Pajetta”, perduto l’orientamento ritiene che l’atto sia finito e<br />

abbassa il velario.<br />

Gli "Invadenti" - Un “Uomo Qualunque” e dintorni


Davis Bonfatti<br />

Il pubblico, che ne ha abbastanza, sfolla tenendosi la pancia. Chi ha pagato si porta dietro<br />

almeno la sedia per rifarsi del biglietto ed i soliti “portoghesi” fanno altrettanto per non<br />

perdere il vizio.<br />

All’indomani ricominceranno le consultazioni luogotenenziali alla ricerca di un governo.<br />

§ § §<br />

Nella fretta della cronaca dimenticavamo che, seduto nelle prime file della platea, c’è un<br />

distinto signore chiamato De Gasperi, che non essendo del tutto italiano si è agitato nel<br />

corso della serata con studiata compostezza. Dicono di lui un gran bene specialmente nelle<br />

vaste sale del Vaticano. C’è pure - mingherlino e menomato alle gambe - un certo Einaudi,<br />

anche di lui dicono bene in fatto di scienze economiche e di viticoltura.<br />

Ma fin dall’inizio, in galleria, c’è anche un certo Giannini che non di rado sghignazza<br />

irriverente urlando “fetentoni” a questo ed a quello. E’ - come si dice - un personaggio.<br />

Altri del suo genere verranno di poi nel corso dell’itala storia politica nostrana, ma Giannini,<br />

al momento, è unico nel suo genere. Un misto tra l’attore di teatro e lo scrittore. Lui si<br />

definisce un “uomo qualunque”.<br />

§ § §<br />

Secondo le cronache questo Guglielmo Giannini è stato un prodotto tipico di quell’epoca<br />

in formazione, combattuta tra democrazia e dittatura comunista. Piuttosto alto di statura,<br />

biondastro, corposo, caramella all’occhio destro, faccia sorridente e sorniona per natura.<br />

Politicamente sembra per certi aspetti un discendente dei giullari di un tempo come (senza<br />

offesa) ce ne sono in politica anche ai tempi nostri. Solo che lui gioca in proprio. Ha fondato<br />

e dirige un settimanale che ha chiamato “L’Uomo Qualunque” e che in breve raggiunge<br />

le 800.000 copie. Durerà una decina d’anni poi non conterà più niente. Propugna lo Stato<br />

Amministrativo governato da tecnici eletti direttamente dagli elettori. Definisce i politici<br />

“fetentoni, panscrementi, carogne”. Ma poi lui stesso finirà a Montecitorio, perché nel 1946<br />

si è presentato con una lista che a posteriori diremmo di sbandati guadagnando 32 seggi<br />

parlamentari. In qualche santuario rosso o bianco non si ride più.<br />

La sua “avversaria primaria” è la Democrazia Cristiana che definisce “infedele” perciò<br />

non bada al sottile nei suoi sondaggi con i comunisti e – personalmente - con Nenni. I<br />

liberali lo tengono fuori dalla porta e lui, di loro, formula presagi di tramonto. I suoi fan lo<br />

chiamano “il Fondatore”, altri gli danno del fascista catto-monarchico. Come si vede c’è<br />

confusione. Come l’epoca che attraversa. Nei salotti bene gli danno del briccone, in altri<br />

del pagliaccio.<br />

§ § §<br />

Nei dintorni degli anni ‘50 circola nel Sud, nei periodi elettorali, un volantino che recita:<br />

“Senza religione, senza il culto della famiglia, senza amore per la Patria, senza onestà, non<br />

Gli "Invadenti" - Un “Uomo Qualunque” e dintorni<br />

51


Davis Bonfatti<br />

è possibile alcuna autentica efficace ricostruzione”<br />

Dicono che le spese della campagna le paghi un certo Achille Lauro, altro “personaggio”<br />

emergente di quei tempi politici. Dicono anche che in certe parrocchie rurali gli venga dato<br />

credito ospitale.<br />

Lauro cerca di “far ragionare” Giannini ma non ci riesce. Si giustifica dicendo che è sempre<br />

difficile far ragionare l’esaltazione e il concetto ha di certo una sua validità. Molto più tardi<br />

verrà detto che a Lauro non restò altro da fare che foraggiare taluni addetti ai lavori di casa<br />

Giannini per favorirne il crollo.<br />

Così inizia, poi si afferma, poi tramonterà anche il fenomeno chiamato “laurismo”.<br />

Similarmente si dissolve un altro indirizzo auto definitosi d’azione, che nel Sud e nelle<br />

Isole sovente va ad affiancare movimenti politici locali. E a guardarci bene inizia anche<br />

- stranamente a dirsi - la decadenza partitica dell’idea liberale. Verosimilmente si attua<br />

la lucida profezia filosofico-politica di Benedetto Croce che nel 1947 a noi giovani appena<br />

emergenti ebbe a ricordare che<br />

“In tempi e in popoli nei quali l’idea liberale è passata in succo e in sangue e vive nelle<br />

leggi, nel costume e nella pratica, non si sente più bisogno o grande bisogno di uno specifico<br />

partito che la rappresenti in proprio”<br />

Nelle meteore politiche che passano forse è proprio il concetto crociano che il partito<br />

liberale deve vivere e patire.<br />

52<br />

Gli "Invadenti" - Un “Uomo Qualunque” e dintorni


Davis Bonfatti<br />

Gli "Invadenti" - Un prete<br />

Un prete<br />

Lo conobbi, per doveri d’ufficio, che era – si fa per dire - un semplice prete. In meno<br />

di trent’anni divenne Vescovo, poi Patriarca, indi Papa alla “terza fumata” nel 1978. Ma<br />

questo è noto.<br />

Delle vicende dai risvolti interroganti e drammatici che conclusero la vita terrena di questo<br />

sacerdote, non azzarderò una parola perché già troppo ed anche a sproposito è stato<br />

detto.<br />

Piuttosto esile, dalla voce suadente ma incisiva, succedette a Paolo VI aprendo, alquanto<br />

a sorpresa nella storia vaticana, un “casato nuovo” nell’Albo dei papi. Un pontefice, data<br />

l’età, preconizzato a proiettarsi verso il duemila. Invece…<br />

“Humilitas” fu il motto che domandò per il suo stemma, assieme a tre stelline d’argento:<br />

Fede, Speranza, Carità.<br />

§ § §<br />

Accompagnato dai miei soli pensieri, al volante di una “600” che non amava la velocità,<br />

sto scendendo dall’agordino verso la città di Belluno. Vedo, dopo una curva, una macchina<br />

ferma e due che armeggiano nel cofano aperto.<br />

Occhieggiando di striscio m’accorgo che uno è “don Albino” perciò mi fermo per offrire un<br />

qualche aiuto pur sapendo che in fatto di meccanica non conosco niente. Alla mia offerta<br />

risponde con un personalissimo sorriso avendomi riconosciuto, aggiungendo un “Veramente<br />

avrei fretta di rientrare”. E così s’accomoda con me e andiamo.<br />

§ § §<br />

La strada da percorrere è ancora piuttosto lunga, l’andatura guardinga. Inevitabile che la<br />

conversazione si apra. Sociologo di rara coscienza mi parla della sua gente montanara. Gli<br />

faccio notare che ormai è conosciuto come il prete che i problemi li va a vedere sul posto.<br />

Non mi sembra sorpreso. Sorride alla buona come usava fare aggiustandosi al contempo gli<br />

53


Davis Bonfatti<br />

occhiali a montatura leggera poi (parola più, parola meno) mi fa notare che è idea buona ed<br />

evangelica accordare grande importanza ai problemi sociali distinguendo i veri dai falsi. Che<br />

è dovere religioso il preoccuparsi della promozione delle classi diseredate, della giustizia,<br />

della disoccupazione. Poi tace a lungo come preso da un’ombra. Dico una banalità per<br />

rompere il silenzio ma mi corregge. “Vede cavaliere - mi dice - non si attua il Vangelo se<br />

non ci s’impegna a cambiare radicalmente le strutture, anche di uno Stato, laddove esse<br />

non funzionano. Non si è buoni cattolici se non si da mano a coinvolgere tutta la Chiesa in<br />

quest’azione rivoluzionaria dei sentimenti”. Sì, disse proprio così: “rivoluzionaria”. Non<br />

mossi parola. Non ne avevo il diritto.<br />

Ora siamo arrivati in città nei pressi del Duomo con il suo originale campanile. Scende in<br />

fretta ringraziandomi per il passaggio ed io sento di vergognarmi perché - a ringraziare -<br />

dovrei essere io testimone dei suoi pensieri sulle grandi vicende della vita.<br />

Oggi si fa facile scrivere di queste cose e di certi principi, ma a quel tempo era, come si<br />

dice, un’altra cosa.<br />

54<br />

§ § §<br />

Oso un peccato di presunzione. A quanti ancora domandano chi fu - in definitiva - Giovanni<br />

Paolo I, mi sembra lecito azzardare che con il suo sia pur breve papato ma con una grande<br />

esperienza umana alle spalle, don Albino Luciani - bellunese da Canale d’Agordo - la Chiesa,<br />

nell’agosto del ‘78, voltò una pagina della sua storia, avviando una riforma proiettata alle<br />

generazioni che verranno.<br />

Gli "Invadenti" - Un prete


Davis Bonfatti<br />

Gli "Invadenti" - Adeodato detto “Gustavo”<br />

Adeodato detto “Gustavo”<br />

All’anagrafe, ufficialmente, è iscritto come Adeodato; nella vita pubblica, in casa, fra gli<br />

amici è chiamato Gustavo. Gustavo e basta. Il cognome conta poco.<br />

Piuttosto basso di statura, corposo, l’eterno cappello di feltro in testa, negli ultimi anni<br />

portava a spasso la sua pancia con disinvolta dignità. Spesso zufolando piano. Amava senza<br />

strafare le buone compagnie e la buona tavola come ogni modenese che si rispetti.<br />

Venuto - come dire - dalla gavetta proveniente da Spezzano, si era fatto da solo tirando per<br />

davvero (anche) la carretta, non per modo di dire. Migliorando l’attività aveva aggregato<br />

al veicolo un’asina che con l’andare del tempo viaggiava da sola su certi percorsi. Talvolta<br />

trotterellava ma era soltanto quando imboccava la via del ritorno.<br />

Nutriva - Gustavo - oltre al gusto della vita, due passioni innocenti: il gioco delle bocce<br />

al Dopolavoro “Villa d’Oro” e la partita a briscola. Per una di quelle imponderabilità che<br />

talvolta gioca il destino, io - arcinoto giovane immaturo a tali giochi - fui uno dei pochi che<br />

lo sconfissero mediante una fortuna sfrontata. Non se la prese più di tanto. Zufolò un poco<br />

“a striscio” come usava fare in certi momenti, ma sorrise con franchezza. Forse da lì gli fui<br />

simpatico. E con molto coraggio mi accolse in famiglia.<br />

“Partì” una mattina che albeggiava appena per il viaggio dell’eternità. In punta di piedi,<br />

forse per non disturbare il prossimo. Come sempre aveva fatto nella vita. Durò a lungo chi<br />

domandò di lui. Un modo senza dubbio raro e genuino di dire che in tanti lo stimarono. E<br />

che in quel di Bologna, il ristorante “al Pappagallo”, perse un cliente.<br />

55


Al tramonto di un secolo<br />

56<br />

Davis Bonfatti<br />

“Mamma - belò flebile un capretto nato da pochi giorni - perché gli uomini mi hanno<br />

preso a simbolo dell’umiltà, della fraternità, della dolcezza e poi mi uccidono per meglio<br />

nutrirsi?”<br />

“Perché gli uomini e le loro compagne sono ipocriti”, belò mamma capra.<br />

Il capretto un po’ tremante per il freddo mattutino guardò la madre con occhi dolci e prese<br />

a rincorrere un passero che frullava vicino. Poi ritornò presto alla madre e domandò:<br />

“Che significa essere ipocriti?”<br />

“Significa - rispose mamma - parlare bene e razzolare male. Significa il pretendere di<br />

essere i migliori e nella realtà essere i peggiori. Significa nascondere i sentimenti veri e le<br />

malvagità compiute e far pagare agli innocenti le colpe”.<br />

“Ma chi - allora - non è ipocrita”, ribatté l’agnellino con la petulanza dei bambini.<br />

Mamma capra esitò un poco, guardò il cielo e mormorò quasi a se stessa:<br />

“Non è ipocrita chi ha mani innocenti e cuore puro. Chi non pronunzia menzogna, chi non<br />

giura a danno del suo prossimo”.<br />

Belò forte, la pecora, al sole di primavera che stava dipingendo il verde del creato ed i fiori<br />

di campo. Il suo sembrò un canto di vittoria. Era soltanto un’invocazione.<br />

Gli "Invadenti" - Al tramonto di un secolo<br />

(Pasqua 1990)


Non ricordo chi, ma qualcuno disse:<br />

Davis Bonfatti<br />

Gli "Invadenti" - Salmo per l’anno 2000<br />

Salmo per l’anno 2000<br />

“E’ un giusto l’uomo che retto procede e non entra a consiglio con gli ipocriti e nei convegni<br />

non siede con gli arroganti e non cammina per la stessa via degli ingordi”.<br />

(Primavera 1991)<br />

CP<br />

57


Un Maggiore T.O.<br />

58<br />

Davis Bonfatti<br />

“Ora sono Maggiore” annunciai in famiglia durante il pranzo forse con una mal celata<br />

leggera enfasi.<br />

“Maggiore in dove” interrogò mia moglie con una faccia da dubbio convinto, tipico della sua<br />

razza pedemontana.<br />

“Ma cosa avete capito: parlo della mia avvenuta nomina T.O. al grado di maggiore<br />

dell’Esercito, anzi, maggiore dei bersaglieri”.<br />

“Oddio, hanno richiamato il nonno” sbottò mia nipote <strong>Chiara</strong> con il tono che in genere<br />

hanno i neolaureati dell’Accademia di Belle Arti, inconfondibilmente teso fra il divertito e<br />

l’ipocrita.<br />

“Ma va” intervenne mia suocera ben decisa a sapere quello che intendeva dire poi<br />

nell’aggiungere un “ma che vuoi che se ne facciano di lui, ormai”.<br />

“Ormai cosa” (tentai di ribattere). “Se le Forze Armate chiamano, evidentemente è…” Ma<br />

poi non trovai la parola e mi fermai lì.<br />

“Il solito guerrafondaio” rincarò mia suocera.<br />

“Un momento” - tentai di argomentare, ma ormai tutto era perduto. Riprendemmo a<br />

mangiare in silenzio rotto soltanto dal masticare.<br />

Un flash, un piccolo flash, attraverso la mia mente sognante: sono in divisa, la ricurva<br />

sciabola sguainata al sole, la fascia azzurra che mi attraversa il petto. Le piume mosse dalla<br />

brezza scendono dal cappello e mi baciano le guance.<br />

Davanti ho un battaglione gagliardo di gioventù che mi presenta le armi. Il mio<br />

battaglione…<br />

Gli "Invadenti" - Un Maggiore T.O.


Davis Bonfatti<br />

Gli "Invadenti" - Il millepiedi<br />

Il millepiedi<br />

Una sera d’estate, siamo in gruppo a discutere sulle iniziative del Governo circa taluni<br />

aggiornamenti costituzionali quando il Giuseppe fa: “A proposito, la sapete la favoletta del<br />

millepiedi?” Dicemmo tutti di no, anche se a qualcuno era già più o meno nota. Così, ecco<br />

il racconto.<br />

Un giorno la lucertola incontrò il millepiedi che piangeva.<br />

“Oh, cos’hai” - domandò premurosa. Ma il millepiedi anziché rispondere continuava a<br />

piangere ancora più forte.<br />

“Ma insomma - si spazientì la lucertola - che ti succede?”. E il millepiedi, calmatosi un poco,<br />

raccontò:<br />

“Ho dolori per tutte le gambe, non ne posso più. Ora morirò di certo”.<br />

La lucertola, che invece era svelta di gambe e conosceva il mondo, ci pensò un poco e poi:<br />

“Senti millepiedi, vai nel bosco, cerca e troverai un vecchio gufo. Dicono che è un fenomeno,<br />

capace di trovare ogni rimedio”.<br />

Il millepiedi ringraziò per il suggerimento ed arrancando al meglio andò nel bosco dove -<br />

infatti - trovò il gufo che su un ramo sonnecchiava dondolando un poco la testa.<br />

Era vecchio, spelacchiato, ma il millepiedi si disse che nonostante ciò forse era veramente<br />

la Saggezza e l’esperienza in persona. Si sentì rinfrancato e alla prima occasione, allorché<br />

il gufo aprì un occhio, attirò la sua attenzione e gli espose la sua pena.<br />

Il gufo non rispose subito, dapprima strabuzzò gli occhi, si dimenò un poco riaggiustandosi<br />

l’e<strong>qui</strong>librio e poi, datosi una scrollatina di ali rispose:<br />

“Tutto <strong>qui</strong>?”<br />

“E ti pare poco?” piagnucolò il millepiedi.<br />

“Non è un problema - insistette il gufo - Non è un problema. Ascolta che cosa devi fare. Devi<br />

diventare un bipede. Quindi vai da un cerusico e fatti tagliare tutte le gambe. Eccetto due,<br />

59


naturalmente, possibilmente appaiate”.<br />

60<br />

Davis Bonfatti<br />

Il millepiedi ci pensò un poco e convenne che la “trovata” era un capolavoro di accortezza,<br />

perciò ringraziando e rimuginando il suggerimento ricevuto si rimise sulla via di casa. Ma<br />

d’improvviso ecco gli scrupoli, i timori, e tanti nuovi interrogativi. Fece dietrofront ed<br />

eccolo di nuovo davanti al gufo. Senza tanti preamboli ne richiamò l’attenzione e:<br />

“Gufo - cominciò - ma chi mi garantisce che potrò superare l’operazione? E dopo, chi mi<br />

dice che quando sarò un bipede potrò ancora contare qualcosa? E chi mi assicura che…”<br />

“Oh basta - replicò secco il gufo - Credi che io abbia tempo da perdere per approfondire il<br />

come e il dove certe faccende possono finire? Non ti basta che ti abbia enunciato il principio<br />

della soluzione al tuo problema? Mica posso occuparmi anche delle bazzecole!”<br />

E ridatosi una scrollatina di ali dondolò un poco per accomodarsi meglio sul ramo e si mise,<br />

per così dire, a sedere.<br />

Poi chiuse gli occhi alla luce, anche per rientrare più intensamente nell’estasi in cui - talora<br />

- anche i grandi strateghi della politica amano rifugiarsi.<br />

§ § §<br />

Ora è lecito ritenere che taluni si domandino che cosa c’entri la favoletta del millepiedi con la<br />

riforma delle istituzioni. Giusto. Perché, allora, vuol dire che non l’ho saputa raccontare.<br />

Gli "Invadenti" - Il millepiedi


Davis Bonfatti<br />

Gli "Invadenti" - Un computer del Medioevo<br />

Un computer del Medioevo<br />

Fra i primi ricordi che ho di ragazzo fu quando sentii magnificare dalla gente di campagna<br />

un certo Giovanni Pico della Mirandola conte della Concordia.<br />

Morì giovanissimo - mi dicevano - avendo vissuto tra il 1463 e il 1494. Bello, ricco, filosofo,<br />

credente in Dio, sebbene all’epoca di Papa Innocenzo VIII fosse stato accusato di essere<br />

un eretico. Accusa lacerante anche per un mite coltissimo giovane come Pico, che poteva<br />

facilmente portare alla condanna più atroce.<br />

Parlava con intensa passione – quella gente - del loro Pico. Specialmente nelle sere d’estate<br />

buie ma piene di lucciole giganti, seduti a circolo sulle aie già ripulite dalle erbacce per<br />

accogliervi come un rito il grano da essiccare al sole.<br />

Me ne parlavano per esaltarne la sua memoria prodigiosa che oggi si direbbe da computer,<br />

ricordando episodi (tramandati da epoca in epoca) di rara sapienza, di amicizie con uomini<br />

del tempo che si chiamavano Poliziano, Ficino e Lorenzo il Magnifico che poi era quello<br />

che faceva più effetto. Cose grandi - insomma - che accendevano la fantasia e la bandiera<br />

paesana. Era - per dirla tutta - “un cavallo di razza”, salvato per un pelo dalle scomuniche<br />

papali (vedi caso del destino) da un Borgia che in certe faccende era indubbiamente un<br />

esperto.<br />

Pico della Mirandola conte di Concordia - se oggi lo potesse - così scriverebbe sul marmo<br />

della sua tomba:<br />

… scrisse l’orazione sulla dignità dell’Uomo, che dai contemporanei fu<br />

considerato il “manifesto dell’umanesimo”. Filosofo, letterato, leader della<br />

cultura tra il Medioevo e il Rinascimento, nulla o ben poco di tutto questo<br />

lasciò nella mente del volgo popolare e d’insegnamento per i posteri.<br />

Ma questo l’hanno detto anche altri.<br />

§ § §<br />

La verità è che restarono - indelebili - soltanto i ricordi di certi episodi al servizio di una<br />

memoria prodigiosa. Tutto il resto contava poco. Eccezione fatta - forse - per un’intensa<br />

storia di un amore infelice che indubbiamente contribuì a rendergli più breve la vita.<br />

61


Piero Gobetti<br />

62<br />

Davis Bonfatti<br />

Ebbi a trovarmi, ancora giovanotto, in una serata d’autunno umida e fredda del 1924 in una<br />

via centrale della mia città quando dalle finestre di uno studio notarile venivano gettati<br />

mobili, carte, libri in un rogo che si andava allargando rapidamente. Nello spingi spingi mi<br />

capita tra le mani un libretto. Faccio per gettarlo alle fiamme ma d’istinto mi trattengo.<br />

Metto il libretto in tasca e me ne vado. D’attorno a baraonda si urla e si canta “chi se ne<br />

frega della galera… “.<br />

A casa guardo il libretto: s’intitola “Risorgimento senza eroi”. E’ stato stampato da un certo<br />

Cappelli di Rocca San Casciano che non ho idea dove si trovi.<br />

Quattro capitoli compongono il testo che con crudo realismo dicono cose finora a me<br />

sconosciute aprendomi a molteplici interrogativi.<br />

Questo il mio primo “incontro” con Piero Gobetti.<br />

§ § §<br />

E’ passato qualche anno e mi trovo intruppato in una fumosa vettura ferroviaria di terza<br />

classe di un treno che “corre” verso il nord. Attorno ad un giovane pallido, magro, vestito in<br />

modo indefinibile, un gruppetto chiacchiera. Talvolta animatamente. Fra le mani di qualcuno<br />

circola una specie di quaderno. Allungo gli occhi e leggo: “Rivoluzione Liberale”. Domando<br />

chi è il “lui” che tiene la discussione. Mi risponde il “lui” stesso: “sono Piero Gobetti”.<br />

L’episodio del rogo, del libretto sottratto alle fiamme, gli interrogativi che dalla sua lettura<br />

mi vennero, tutto in breve mi è davanti. Nel discorrere che continua, molti termini come<br />

“socialismo liberale”, “capitalismo industriale e lavoratori”, oppure “democrazia e riforma<br />

agraria” entrano lentamente nella mia mente, ma mi attirano. Così è stato il secondo ed<br />

ultimo e unico mio fortuito (o fortunato) incontro con Piero Gobetti.<br />

§ § §<br />

C’è ancora un episodio che mi porta a Gobetti. Coinvolto in certi ludi di regime chiamati<br />

“Litorali della cultura” mi trovo ad argomentare con altri giovani su questo o quel tema,<br />

di futuro e di “vittoriose certezze”. Si facevano anche dei nomi ed io butto il mio: “Piero<br />

Gli "Invadenti" - Piero Gobetti


Davis Bonfatti<br />

Gobetti”. Forse ho sbagliato. Un gerarca mi tocca lieve la spalla e mi dice secco di lasciar<br />

perdere. A quel tempo andava così.<br />

§ § §<br />

Ma la figura storica di Piero Gobetti non può essere considerata soltanto in forza di labili<br />

valutazioni dettate da imprevedibili incontri.<br />

Nel periodo delle vicende parlamentari “aventiniane” - per esempio - del 1923-24, che in<br />

un certo senso favorirono il consolidamento del fascismo su una democrazia populistica allo<br />

sbando, Piero Gobetti si dedicò ad un’intensa attività anche attraverso scritti su “il Baretti”<br />

da lui fondato, evidenziando in tal modo il suo caratteristico impegno di organizzatore<br />

culturale.<br />

Mario Bernardi Guardi - storico e pubblicista - così parla di Gobetti:<br />

“ …un laico che ammirava don Sturzo, un antisocialista convinto che avrebbe<br />

celebrato nel deputato Giacomo Matteotti ucciso nel giugno del 1924 da<br />

una banda di sciagurati, l’alfiere della democrazia, un fiero antifascista che<br />

avrebbe difeso contro la normalizzazione dell’era mussoliniana”.<br />

Sempre su Gobetti (come su Oriani) si leggano anche le acute riflessioni di Claudio Pogliano<br />

in “Piero Gobetti e l’ideologia dell’assenza”, edito dal De Donato di Bari, nel 1976.<br />

Da parte sua Paolo Spriano in una corrispondenza giornalistica annotava:<br />

“ Si manifesta ormai un’altra tipica tendenza gobettiana: quella di<br />

approfondire i termini ideali dei problemi, di andare al di là del concretismo<br />

salveminiano nell’affrontare le grosse questioni teorico-politiche”.<br />

Nel corso delle sue prime esperienze nel gennaio del 1919, Piero Gobetti - così almeno è<br />

dato a noi di annotare - fa pubblicare sulla sua rivista due scritti antitecnici rispettivamente<br />

di Balbino Giuliano dal titolo “ Perché sono un uomo d’ordine” e di Antonio Gramsci su<br />

“Stato e Sovranità”.<br />

Quanto a dire un episodio di autentica cultura politica che il PCI fingerà sempre di<br />

ignorare.<br />

Queste “ospitalità” non piacciono però a taluni delle sinistre di quei tempi, prigionieri di<br />

limitati orizzonti. Nel maggio del 1920 Gobetti pubblica un articolo intitolato “La nostra<br />

fede”, “ e subito troviamo che Palmiro Togliatti si dimostra il più in<strong>qui</strong>eto fra gli in<strong>qui</strong>eti<br />

come Terracini e Amadeo Bordiga - gran condottiero del” Partito Comunista d’Italia” di<br />

quell’epoca - nel criticare aspramente gli ideali di Gobetti. Egli tuttavia non demorde dalle<br />

sue tesi e il 20 dello stesso mese così risponde seccamente alle critiche: “ Per rispondere<br />

alle intemerate del signor Togliatti e dei suoi amici, dovrei mettermi a dimostrare che io<br />

non sono così sciocco come lui dice e che lui non è così serio come crede”.<br />

Battaglie d’altri tempi, si dirà. Esatto, ma il metro di misura degli ideali fra liberalismo e<br />

socialismo reale già la dice lunga se proiettati al futuro…<br />

Gli "Invadenti" - Piero Gobetti<br />

63


Davis Bonfatti<br />

Anche per il settimanale “La rivoluzione liberale” che Gobetti dirige, egli sollecita ed<br />

ottiene scritti di Croce, Gentile, Mondolfo, Prampolini, Cosmo ed Einaudi che segue con<br />

particolare favore “ il giovane rivoluzionario liberale senza complessi”.<br />

Come si evince chiaramente lo scopo primario delle collaborazioni sollecitate ed ottenute<br />

è quello di una critica della filosofia di Marx e del Partito Socialista Unitario dal punto di<br />

vista liberale, con qualche eccezione come quelle di Mondolfo. Gobetti non è visceralmente<br />

antisocialista: vuole soltanto capire e far capire criticamente il bolscevismo e perché i<br />

comunisti tendano sempre a litigare con i socialisti. E, ancora, perché non si debba<br />

liberamente non credere alla “Rivoluzione di Ottobre”. Tanto più che i principi informatori<br />

del Soviet non sono nella realtà amati dal popolo e che - in fondo – le opere di Lenin e<br />

di Trotskij sono (secondo Gobetti) la negazione del socialismo vero, ed in particolare del<br />

sistema socialista rivolto al futuro, nell’ambito del libero progresso economico, nel ripudio<br />

della repressione quale inevitabile sbocco logico dell’esperimento bolscevico.<br />

Il “senno di poi” dirà che infatti vennero gli Stalin e gli stalinisti, vennero i brigatisti ma<br />

anche il brigantaggio, vennero i crolli delle ideologie imperialiste non soltanto dell’Est, il<br />

crollo di paesi retti da regimi federativi, caddero uomini ed ideali, guerre note e guerre<br />

taciute. Siamo ancora alle incertezze che Gobetti mai esitò a denunciare.<br />

Resta ancora oggi - nella sua ideale purezza d’intenti la gioventù di Piero Gobetti il cui<br />

pensiero, anche se siamo al 2000, non sembra lecito dimenticare.<br />

Piero Gobetti negli anni attorno al 1920<br />

64<br />

§ § §<br />

Un seppur sommario ricordo della vita breve ma intensa di questo giovane liberale,<br />

di un tempo che soltanto a misura sembra lontano, sarebbe improprio senza talune più<br />

approfondite considerazioni.<br />

L’anno 1920 è quello della grande svolta per Piero Gobetti. Inizia la polemica con Gentile e<br />

persino con Sorel e Salvemini. Approfondirà conoscenza e concetti con Gramsci, prenderà<br />

qualche abbaglio sui valori idealistici e libertari del “giovane Mussolini socialista” e sulla<br />

Russia dei Soviet attraverso il concetto di Trotskij che, marxista, “volle… una rivoluzione<br />

anarchica, la sola che potesse non essere reazionaria… “.<br />

Il 1920 fu anche il tempo che vide concludersi il suo rapporto con la “Lega Democratica”<br />

che si era rivelata incapace di un’efficace azione politica di fronte al problema operaio.<br />

Si badi: il concetto di un bolscevismo liberale, liberatore di energie, distruttore di universi<br />

decadenti e creatore di mondi nuovi non è soltanto di Gobetti. È largamente condiviso<br />

in vari schieramenti intellettuali animati dalla voglia di svecchiare ed è positivamente<br />

salutato anche in alcune frange futuriste e fasciste. Ma poi Gabetti chiuderà questo capitolo<br />

considerando l’inutilità di proporre in Italia un esperimento rivoluzionario del genere russo,<br />

riaffermando che se rivoluzione dev’esserci dovrà avvenire soltanto nelle forme legali dello<br />

Gli "Invadenti" - Piero Gobetti


Davis Bonfatti<br />

Stato liberale, garantendo il buon governo e difendendo l’iniziativa privata. Frutto di un<br />

liberalismo nuovo come iniziativa popolare, impegno creativo delle masse, adesione alla<br />

lotta politica contro le classi ottusamente conservatrici.<br />

Ed è sintomatica, a questo proposito, la polemica sia pure garbata che egli conduce in questo<br />

periodo con i nazional-liberali, una nuova formazione della Destra moderata promossa di<br />

Luigi Einaudi, Giovanni Gentile, Gioacchino Volpe, Widar Cesarini Sforza ed altri.<br />

Su un punto sembra continuamente insistere il Gobetti liberale: “ …il problema non è<br />

quello di sostituire la democrazia capitalistica e borghese con un sistema collettivistico,<br />

ma quello di farla vivere, forte, moderna, compiuta nella nuova coscienza operaia, ansiosa<br />

non di sovvertire ma di partecipare, di farsi nazione e Stato.”<br />

Passano gli anni e Gobetti con il massimo della buonafede continua a muoversi entro un<br />

gratificante schema ideologico che procede dal basso con capacità di offrire una forma di<br />

coesistenza e di collaborazione di tutti gli elementi produttivi quale unico rimedio contro<br />

i trust e contro i rapaci sindacati operai istituiti burocraticamente, così com’egli diceva<br />

parlando della rivoluzione sovietica.<br />

Oggi, alle soglie del duemila, quali risposte possono dare i partiti ed i politologi alle attese<br />

di giustizia e verità che animano l’uomo?<br />

Gli "Invadenti" - Piero Gobetti<br />

65


Davis Bonfatti<br />

Preistoria - Storia – guerra e dopoguerra<br />

Di statura medio alta, capelli bianchissimi ancora folti e ben composti, spedito nel passo, un<br />

bastone senza pretese più a “far da compagnia” che a reggere gli anni.<br />

L’incontro sovente al mattino sui sentieri ombreggiati attorno alla pensione che lo ospita nel<br />

periodo estivo dalle parti del valico dei Mandrioli.<br />

Una pensione-soggiorno senza pretese quanto ridente di biancore e di fiori. Un poco isolata<br />

quel tanto che basta per attenuare i rumori della vita che s’affanna talvolta per un niente.<br />

Forse è stato un uomo d’arme, forse un nobile al tramonto, uno studioso. Forse niente,<br />

tant’è naturale così com’è.<br />

Dal saluto educato dei primi incontri allo scambio riservato di qualche affrettata opinione,<br />

passa qualche tempo. Poi avviene che un giorno, grazie alla comune “testata” di un<br />

quotidiano che entrambi teniamo in mano, si aprono le prime misurate confidenze. Ci<br />

presentiamo (solo il cognome, che di lui non afferro neppure) semplicemente, senza titoli,<br />

residenze od altro. Ritengo che entrambi si abbia poi avuto il buon gusto di indagare per<br />

saperne di più.<br />

66<br />

§ § §<br />

Quel mattino il “nostro quotidiano” porta in terza pagina un titolo: “Le Tre Regine d’Italia”.<br />

Incontrandomi mi domanda se l’ho già letto. Ipocritamente nego e lui non aggiunge altro.<br />

Subito ho l’impressione di averlo un poco deluso, ma poi il nostro conversare approda ad<br />

altre rive e l’interrogativo resta.<br />

Riportare che cosa era detto nell’articolo può non essere importante anche perché dai più<br />

già conosciuto, ma quel che ricordo è che rileggendone il testo provai un profondo senso<br />

di meditazione per la singolarità delle conclusioni: Margherita per la sua bella cultura e<br />

la perfetta distinzione dei modi; Elena per il grandissimo cuore perennemente rivolto alle<br />

vicende dei più umili; Maria Josè per avere intensamente amato i princìpi della libertà<br />

secondo i postulati crociani. “Tre Regine” tutte degne - secondo l’autore - di portare sul<br />

capo la corona d’Italia.<br />

Se è vero che le istituzioni passano, che i confini sono friabili, che tutto è mutevole, quello<br />

Gli "Invadenti" - Preistoria - Storia – guerra e dopoguerra


Davis Bonfatti<br />

che non dovrebbe mai passare è il rispetto per chi abbia occupato il suo posto con la dignità<br />

richiesta dal suo rango e dal proprio onore.<br />

§ § §<br />

A distanza di molto tempo ancora m’insegue un pensiero pervaso di accorata amarezza: che<br />

l’anziano interlocutore di quell’occasionale giorno fosse per caso l’autore di quella nota<br />

giornalistica storica e del “commento” che <strong>qui</strong> senza merito ho cercato di riassumere? Non<br />

mi perdonerei mai il tradimento di un fasullo diniego alla lettura, buttato là, così, come<br />

una cattiveria.<br />

Gli "Invadenti" - Preistoria - Storia – guerra e dopoguerra<br />

67


Davis Bonfatti


Davis Bonfatti<br />

Lettere mai spedite<br />

Gli "Invadenti" - Preistoria - Storia – guerra e dopoguerra<br />

69


Davis Bonfatti


Rev/mo Mons. Vescovo,<br />

Davis Bonfatti<br />

Gli "Invadenti" - Vescovo Gioacchino Muccin<br />

S .E . Mons.<br />

Vescovo Gioacchino Muccin<br />

32100 BELLUNO<br />

Mi hanno raccontato un flash - come si dice oggi da qualche parte - che mi prendo la libertà<br />

di segnalarle senza secondo scopo alcuno. Se poi la E. V. vorrà darmi riscontro, ne sarò<br />

particolarmente lieto.<br />

“Signore - disse un vecchio prete che aveva perso la nozione del tempo e della memoria -<br />

c’è <strong>qui</strong> un uomo e una donna che si vogliono sposare: che debbo fare?”.<br />

“Accompagnali alla loro casa - rispose il Signore - Dona all’uomo un paio di calzari con<br />

le suole di legno e alla donna calzari di pezza, più un tegame con pomodoro spremuto<br />

mescolato con un po’ d’olio e di sale. Poi benedicili in mio nome affinché così restino, nel<br />

bene e nel male, finché morte non li separi”.<br />

“Poi cosa faccio?” - domandò ancora il vecchio prete.<br />

“Poi ritorna alla mia Chiesa ed aspetta che io ti chiami”.<br />

(Aprile 1979)<br />

71


Reverendo,<br />

72<br />

Davis Bonfatti<br />

Mi è capitato un incontro che mi sembra giusto non tenere soltanto per me come un<br />

segreto.<br />

È una mattinata splendida di luglio. Cammino lentamente per un sentiero montano dalle<br />

parti del valico dei Mandrioli, ammirando la natura tosco-romagnola laddove si “scontrano”<br />

i calanchi romagnoli col verde toscano, quando m’imbatto in un personaggio vestito così e<br />

così, ma di gradevole aspetto, seduto su di un masso.<br />

Mi saluta con un “Buona giornata a lei” che mi colpisce per la tonalità della voce. Ricambio<br />

il saluto, sento desiderio di riposarmi un poco e siedo sul terrapieno costoso quasi di fronte<br />

a lui.<br />

Ci scambiamo subito qualche opinione di circostanza sulla frescura dell’ombra alpina, sul<br />

tempo che rapido passa, sul piacere della lettura nel silenzio incantato della natura, e <strong>qui</strong>…<br />

estrae da una specie di bisaccia un fascicoletto piuttosto sgualcito dalla copertina rossiccia.<br />

Cerco con gli occhi di carpirne il titolo ma non ci riesco e, arido come sono per natura,<br />

penso subito per quale motivo l’individuo - come si dice - desideri attaccare bottone.<br />

“Vede - mi dice - se lei ha un briciolo di tempo vorrei leggerle di un episodio ormai lontano<br />

(lo chiamò proprio così: “episodio”) <strong>qui</strong> descritto e di cui, forse sbagliando, trovo una<br />

sconcertante certezza. Vuole?”.<br />

Dico di sì, più meccanicamente che convinto, ed ascolto. E cominciò a leggere.<br />

Ascolti anche lei, reverendo, poi - se vorrà - un giorno mi dirà la sua.<br />

Un giorno Gesù se ne stava seduto sulla soglia di una grotta, durante uno di quei periodi di<br />

ritiro di cui si ha notizia anche dai Vangeli. D’un tratto venne avanti, dal fondo del deserto,<br />

un uomo che gli si avvicinò, gli fece un saluto con la mano e dopo qualche esitazione prese<br />

a parlargli dicendo all’incirca:<br />

Tu sicuramente sai che mio fratello è morto: l’ho ucciso io. Mia madre è morta anche<br />

lei, dopo un’estenuante vecchiezza di dolori. Mio padre non l’ho più visto da anni.<br />

Gli "Invadenti" - Don Piero Altieri<br />

Rev. Mons. Prof.<br />

Don Piero Altieri<br />

47023 CESENA


Davis Bonfatti<br />

Forse le sue ossa giacciono in qualche grotta. Io invece non posso ancora morire. Io, la<br />

morte, debbo solo pensarla. Se morissi potrei dimenticare ma vivendo la morte è con<br />

me, dentro di me, sopra le mie spalle dilaniante dalle calure, dalla sabbia che punge,<br />

dai rimorsi. Il mio nome è Caino.<br />

Sono venuto a cercarti perché ti ho visto varie volte, ho ascoltato le tue parole, ho<br />

amato i tuoi messaggi di libertà per chi vuole amare solo Dio.<br />

Chi tu sia io non lo so bene, ma certamente non sei una mente chiusa. Tu certamente<br />

sai anche cose che non dici. Per questo sono venuto.<br />

E’ necessario che ti dica che sono pentito del delitto che ho commesso?<br />

Eppure oltre al mio pentimento sento anche le lame fredde di certe domande che<br />

tagliano il cuore, il cervello, la carne. Mi chiedo: quando dovrò morire che cosa potrò<br />

dire a Colui che dispone dei nostri destini? Ho sentito dire che quando il corpo finisce<br />

di respirare, il nostro “io” che chiamano anima, vive ancora e un giorno verrà giudicata<br />

secondo il concetto di merito e di colpa.<br />

Ho sentito anche altri invece, che dicono che quando il corpo non respira più, niente più<br />

respira, niente più pensa, niente più vive.<br />

Io non so chi dica il giusto: se i pagani delle isole oppure noi i fedeli di Abramo. Tu,<br />

certo, lo sai. Ma io non sono venuto a chiederti chi di costoro dice il giusto. Io non<br />

merito questi doni. Io sono venuto ad esprimerti soltanto un mio pensiero: chiedo di<br />

non essere perdonato”.<br />

Ti ho detto che sono pentito, ma se è destino che io possa morire, io chiedo che non mi<br />

si usi misericordia alcuna. Proprio perché sono pentito chiedo che il castigo rimanga su<br />

di me. Anche quando il Signore solleverà un giorno le mie ossa. Io sono pentito ma non<br />

chiedo di essere perdonato.<br />

Ecco: sono venuto a dirti che se un giorno tu sarai presso Dio, vorrei che tu gli dicessi<br />

che Caino non s’è pentito per timore della pena. Se Caino è stato grande nel suo delitto,<br />

non vuole essere minore nella violenza contro di sé. Il mio pentimento non mi deve dare<br />

nessuna consolazione, non un diritto alla misericordia.<br />

Chiedo a Dio di restarmi davanti nemico. Se nessuno mi perdona io sono meno abietto.<br />

Se tu sarai presso Dio, non pronunciare una sola parola buona per me. Tu, se verrà<br />

il momento di dire qualcosa, parla a Lui solo per chiedergli di negarmi misericordia,<br />

qualora avessi la viltà di chiederla o di solo sperarla. E non voglio nemmeno che la<br />

morte - come dice taluno - cancelli ogni traccia.<br />

Gesù non rispose. Caino restò lì, muto, alcune ore poi prese ad incamminarsi nella direzione<br />

del sole che stava calando fin quando diventò un punto nero assorbito dalle ombre della<br />

sera.<br />

Gli "Invadenti" - Don Piero Altieri<br />

(marzo 1989)<br />

P.S. Si leggerebbe nelle Sacre Scritture che il Signore ebbe a dire: “Chi alzerà la mano<br />

contro Caino subirà vendetta sette volte sette”.<br />

73


Gentili signore, cari amici,<br />

74<br />

Davis Bonfatti<br />

Vengo alla conclusione della mia non so quanto interessante chiacchierata.<br />

Gli "Invadenti" - La Conferenza<br />

La Conferenza<br />

In un prossimo futuro, sicuramente più vicino di quanto si pensi, gli americani “bianchi”<br />

diventeranno gruppo di minoranza. Molto prima che questo avvenga, la presunzione che<br />

il cittadino americano tipico sia qualcuno che in linea diretta discenda da una famiglia<br />

europea, sarà un fatto trapassato.<br />

Già oggi un americano su quattro definisce se stesso come ispanico e non bianco. Se<br />

perdureranno le attuali tendenze nell’immigrazione e nei tassi di natalità, all’inizio del<br />

2000 la popolazione ispanica sarà cresciuta almeno del 21%, la presenza asiatica del 22%,<br />

i neri dell’11% ed i bianchi poco più del 2%. A circa metà del 2000 gli ispanici arriveranno<br />

vicino ai 120 milioni mentre quella bianca non crescerà affatto.<br />

Passato il 2050 il residente americano medio sui 70 anni di età sarà originario dell’Africa,<br />

dell’Asia, del mondo ispanico e delle isole del Pacifico: sempre e comunque di un luogo<br />

diverso dall’Europa.<br />

Il problema razziale americano, sollevato da varie indagini, pone interrogativi enormi e<br />

suggestivi per tutto il restante del mondo e per l’Europa in particolare, sia per la sua portata<br />

politica, che commerciale ed agroindustriale, oltre a quello di una società multirazziale. Ma<br />

a farci ben mente, questo mondo nuovo è già presente e costituisce il futuro irreversibile<br />

dell’America.<br />

§ § §<br />

Viene detto da più parti che oggi, quando il 1990 è già passato, l’ostacolo principale<br />

alla modernizzazione della Cina, cioè il successo della relativa trasformazione sociale<br />

ed economica, è costituito dalla caparbia resistenza che una cultura bimillenaria di<br />

ininterrotta tradizione contrappone all’idea stessa del cambiamento, come minaccia alla<br />

propria sopravvivenza. Da <strong>qui</strong> sono più i dubbi che vengono manifestati e gli interrogativi<br />

che vengono posti che le risposte che vengono date.<br />

Nel frangente una cosa, tuttavia, si può ipotizzare: che i cinesi vivono nell’attesa di un


Davis Bonfatti<br />

qualcosa di inevitabile. Non escluso il crollo di una dinastia - chiamiamola così - che non sa<br />

più governare e <strong>qui</strong>ndi ha perso il mandato “del cielo”. Ma questa crisi può presentarsi in<br />

molti modi, fra cui quello che l’impero si sfaldi in vari segmenti nazionalistici. Fra meno di<br />

cento anni sarà tutto da ridisegnare non escludendo il ricorso alle armi.<br />

Taiwan potrebbe essere stato il prologo, Tian’anmen un intermezzo, e ancora non è ben<br />

chiaro se Hong Kong venga considerato un preludio o un’affittanza più o meno prorogabile.<br />

Ma queste sono soltanto delle parentesi varieggiate di un impero enorme, non si sa bene<br />

quanto forte e quanto vulnerabile insieme.<br />

§ § §<br />

Sia per gli Usa che per la Cina le sintomatiche sono nell’aria sempre più spessa. Perciò<br />

vengono ammesse le “svolte” sia umane che sociali per l’uno che per l’altro paese.<br />

Gli "Invadenti" - La Conferenza<br />

(Novembre 1990)<br />

75


Caro Antonio,<br />

76<br />

Davis Bonfatti<br />

Gli "Invadenti" - On. Antonio Patuelli<br />

On. Antonio Patuelli<br />

ROMA<br />

Perdonami se ti faccio perdere qualche minuto per parlarti delle cooperative e dell’evoluzione<br />

del loro sistema.<br />

L’evoluzione, del nostro sistema agricolo, cammina da tempo verso nuove strategie<br />

operative: non prenderne cognizione sarebbe errore. Non ridisegnarne i termini economicoproduttivi<br />

un errore ancora più grosso.<br />

Le correlazioni, dirette ed indirette, tra l’attività produttiva ed altri fattori, sono diventate<br />

così strette e complesse che si parla ormai (quasi esclusivamente) di agro-alimentare, agroindustria,<br />

agro-marketing e termini similari in tutta naturalezza.<br />

Nel campo organizzativo delle cooperative già si affacciano concetti come la costituzione<br />

di un “Consorzio Cooperativo Transnazionale” con il compito principale di favorire l’importexport<br />

dei prodotti agricoli reciproci. Poi da cosa nasce cosa…<br />

In questa visione già s’intravede una nuova centralità dell’agricoltura non più come attività<br />

primaria e prevalente, tipica dei paesi industrializzati, ma come attività che concorre a<br />

disegnare nuove strategie di sviluppo.<br />

Una questione pregiudiziale per adeguare la capacità delle imprese cooperative a muoversi<br />

nel mercato, rimane basilare la riforma della cooperazione della quale si parla da anni senza<br />

alcuna volontà unanime di realizzarla: quasi si temesse il crollo generale di un baraccone<br />

ricco soltanto di vetustà.<br />

Ricordare a te agricoltore, figlio di agricoltori di una Romagna generosa e culla di cooperative,<br />

quali sono i problemi che domandano urgente soluzione, mi sembra un’offesa. Non mi<br />

sembra offensivo ripetere a te, uomo politico d’onore, che non intervenendo significherebbe<br />

soltanto il consolidamento delle molteplici debolezze in atto.<br />

Un cordiale abbraccio.<br />

(dicembre 1988)


Davis Bonfatti<br />

Gli "Invadenti" - On. Dr. Giovanni Goria<br />

On. Dr. Giovanni Goria<br />

ROMA<br />

Il Governo, di cui lei è alla guida dalla fine di luglio ‘87, forte - si fa per dire - di trenta<br />

ministri e sessantuno vice ministri, più una dozzina di sottosegretari ”ombra”, possiamo<br />

convenire che ha visto giusto.<br />

Il numero ed i ruoli di questo mezzo battaglione, se vi comprendiamo i portaborse per<br />

l’indotto, appare sufficiente per avviare l’affossamento della nostra prima Repubblica e non<br />

soltanto di un Governo come spesso è accaduto.<br />

Lei è il tipico prodotto piemontese della crisi di un sistema ormai entrato nella fase finale<br />

della sua decomposizione. Potrà al massimo, fatto salvo il solito intervento dello “stellone”<br />

che non di rado protegge il nostro Paese, far scrivere nel libro della storia che ai giovani<br />

tutto dev’essere perdonato.<br />

Ma la Storia dirà pure che allo sfascio vi hanno contribuito in quarant’anni di barbare<br />

influenze, in molti. Abbiamo avuto vecchi marpioni della politica, demagoghi incalliti,<br />

sindacalisti irrispettosi della Costituzione, cooperativisti arraffoni, l’arroganza delle<br />

mafie, l’indisciplina dei partiti, imprenditori disonesti, terroristi travestiti da lavoratori, la<br />

burocrazia più stracciona e la licenza del diritto contrabbandata per libera democrazia.<br />

Anche per lei vale il principio che tutto ha un inizio e tutto una fine. Perciò una volta<br />

che sarà disarcionato, non si metta anche lei - se possibile - fra i tanti che pretendono la<br />

rivincita. Si faccia prima le ossa.<br />

Con rispettosa cordialità.<br />

(Agosto 1987)<br />

77


Costituzione manomessa<br />

Egregio Direttore,<br />

78<br />

Davis Bonfatti<br />

Gli "Invadenti" - Resto del Carlino 14/08/1988<br />

Resto del Carlino 14/08/1988<br />

LETTERE<br />

Dal 1° febbraio in tutte le edicole è in gratuita distribuzione un libretto con il testo ufficiale<br />

della Costituzione Italiana. L’iniziativa, più che lodevole, è da considerarsi opportuna perché<br />

il “Popolo Italiano” – in nome del quale la Carta Costituzionale è stata emanata – potrà così<br />

constatare e valutare come e quanto (in quarant’anni di vita) le sue norme siano state<br />

disattese, stravolte, ignorate, violate, “adeguate”, taglieggiate e <strong>qui</strong>ndi vanificate.<br />

Davis Bonfatti, Cesena (FO)


Davis Bonfatti<br />

Alto Giurista della Corte Costituzionale<br />

Gli "Invadenti" - Alto Giurista della Corte Costituzionale<br />

ROMA<br />

Una volta veniva detto che in Italia “siamo tutti dottori”. Poi si disse che a nessun pensionato<br />

dello Stato veniva mai negata una croce di cavaliere. Ma in entrambi i casi si trattava di<br />

battute.<br />

Oggi invece non è una battuta se diciamo che tutti si sentono “opinionisti”.<br />

L’argomento non importa. Non c’è trasmissione televisiva o radiofonica, della carta stampata<br />

o congressuale, negli uffici, botteghe, salotti, autobus, treni ecc. in cui nel mucchio non uno<br />

ma tre, dieci, cento non si sentano opinionisti, con pretesa di essere creduti.<br />

Si dirà che questa è democrazia, libertà di opinione, intellettualità. Bene: ma proprio che<br />

proprio non c’è chi dichiari un “Me ne frega niente perché - tanto - io rimango subordinato<br />

esecutore?”.<br />

Con tanti opinionisti a sballare qual è l’opinione vera? Dice: “Non c’è. Quella vera devi<br />

fartela da te”. Ma se non ce l’ho in quale reato incorro? Lei - signor giurista dai molti gradi<br />

- me lo vuol far sapere?<br />

Ricordo che a noi bambini la bisnonna raccontava che per un qualcosa di simile all’opinionismo<br />

a un certo filosofo diedero da bere la cicuta. Ma oggi - la cicuta - non mi pare sia più di<br />

moda.<br />

Grazie per la risposta, signor Giurista.<br />

(Febbraio 1991)<br />

79


I miliardi in TV<br />

Egregio Direttore,<br />

80<br />

Davis Bonfatti<br />

Gli "Invadenti" - Resto del Carlino 11/01/1988<br />

Resto del Carlino 11/01/1988<br />

LETTERE<br />

A parte il fatto personale che non compro prodotti troppo reclamizzati per senso di “ribellione”<br />

al sistema, mi sembra che sia esasperante quel distribuire milioni e miliardi per giochi,<br />

concorsi e <strong>qui</strong>z vari o per faraoniche reclamizzazioni. Ora sarebbe da ingenui pretendere<br />

di muovere “crociate” contro queste situazioni, però lo Stato potrebbe approfittarne per<br />

introitare i miliardi di cui tanto abbisogna. Basterebbe che chi elargisce “premi” a questo o<br />

a quel titolo, fosse anche tenuto a versare allo Stato eguale importo.<br />

Davis Bonfatti, Cesena (FO)


Nobile signora,<br />

Davis Bonfatti<br />

Gli "Invadenti" - Quando FIAT è “voluntas dei”<br />

Quando FIAT è “voluntas dei”<br />

Dopo l’ac<strong>qui</strong>sto dell’Alfa Romeo e della Galbani alimentari, l’impero economico degli Agnelli<br />

si è ulteriormente allargato. Ma non le scrivo per questo. Il fatto è (sembra) che l’8 % circa<br />

di questo “impero” dovrebbe approdare nell’area delle attività produttive del cesenate.<br />

Per il “Gruppo Agnelli” (Fiat, Lancia, Autobianchi, Ferrari, Alfa e dintorni più l’indotto in<br />

generale, che spazia dai missili alle assicurazioni, dall’editoria alle telecomunicazioni,<br />

dalla Juventus agli Hotel, dall’agroalimentare ai tessili, alla borsa, alle acque minerali, alle<br />

valvole cardiache fino al leasing) quest’approdo a Cesena appare del tutto fortuito e, forse,<br />

nemmeno vero.<br />

Ma per il cesenate potrebbe essere (senz’altro sarebbe) non dico importante ma,<br />

economicamente parlando, determinante. Giusto?<br />

Bacio le mani Donna Mariasole Agnelli Teodorani Fabbri, cesenate honoris causa.<br />

(dicembre 1986)<br />

81


Caro direttore,<br />

82<br />

Davis Bonfatti<br />

Gli "Invadenti" - Dr. Indro Montanelli<br />

Dr. Indro Montanelli<br />

Direttore de “Il Giornale”<br />

MILANO<br />

Un amico da Londra mi scrive che tempo addietro in un locale di quella capitale, tra<br />

l’imbarazzo di quanti erano presenti, si è dato uno “spettacolo” dal titolo: “Hey Luciani”,<br />

un quasi musical in chiave rock sulla vita, ma soprattutto sulla morte, di Papa Albino Luciani<br />

da Canale d’Agordo nel bellunese, chiamato Giovanni Paolo Primo.<br />

La commedia – se così si può chiamare – traeva ispirazione dal libro-scandalo di David<br />

Yallop “In God’s name” (nel nome di Dio), centrato sull’ipotesi che Papa Luciani fosse<br />

stato assassinato perché stava progettando una radicale riforma delle gerarchie vaticane,<br />

maturata fin dai tempi in cui era Patriarca di Venezia.<br />

Sulla scena – venne riferito – accadde di tutto: il cardinale Villot suona la batteria, il gran<br />

maestro Licio Gelli è un mafioso italo-americano, Marcinkus indossa vestiti femminili sotto<br />

la tonaca e ordisce speculazioni finanziarie. Dietro le <strong>qui</strong>nte la musica si scatena mentre<br />

una ragazza in reggicalze rosse e parrucca viola introduce i “quadri scenici” dove agiscono<br />

guerriglieri arabi, rivoluzionari sudanesi, amazzoni armate di mitra e tanti cartelli con<br />

svastiche, simboli massonici e comunisti ed altre insegne del genere per poi arrivare al<br />

gran finale con Papa Luciani, poche ore prima della sua morte, intento a compilare un<br />

lungo elenco di esponenti vaticani implicati in complicati abusi. A questo punto il Papa beve<br />

qualche sorso da un bicchiere e lentamente si assopisce stringendo fra le mani lo scritto<br />

appena ultimato e che qualcuno subito provvede a far sparire.<br />

Non ricordo – caro direttore – chi fu a dire che tutto fa spettacolo, ma su questa premessa<br />

mi pare di poter dire che sembrano essersi frantumati anche gli ultimi pallidi limiti della<br />

decenza umana. A Londra – in nome di non so che cosa – s’è giocato a spiazzare non soltanto<br />

un dogma religioso ma anche le regole del buon gusto.<br />

Può anche essere stato un esperimento, ma c’è da augurarsi che abbia insegnato qualcosa,<br />

se è vero che il pubblico, alla fine, è rimasto di gelo, indeciso se darsi alla fuga o protestare,<br />

oppure fare qualcosa d’altro, tanto era evidente che i tentativi di spacciare strampalate<br />

bidonerie sotto le spoglie artistico-avveniristiche-storiche-informative non trovano più<br />

nessuno capace di dirigerle.<br />

Con molta cordialità.<br />

(Febbraio 1986)


Monsignore,<br />

Davis Bonfatti<br />

Gli "Invadenti" - Don Pietro Galavotti<br />

Rev. Mons.<br />

Don Pietro Galavotti<br />

Protonotario Apostolico - S. C. Cause Santi<br />

00120 CITTÀ del VATICANO<br />

Ora che il Capo dello Stato d’Israele chiede con pertinace insistenza al “Sovrano della Città<br />

del Vaticano” il riconoscimento diplomatico, e siccome ritengo che questo non può essere<br />

concesso sino a quando lo Stato d’Israele non restituirà la Città Santa di Gerusalemme alle<br />

tre Religioni monoteistiche con la sua internazionalizzazione e non rispetterà la spartizione<br />

della Palestina deliberata dall’Onu, come si devono comportare i cattolici italiani?<br />

I cattolici, che come tali sono membri della Chiesa, rimangono però anche membri di uno<br />

Stato. Quindi come tutti i membri della comunità statale, i cattolici italiani sono obbligati di<br />

cooperare ai compiti e finalità dello Stato italiano che - come arcinoto - riconosce lo Stato<br />

d’Israele. Però come membri della Chiesa, i cattolici italiani sono obbligati a difendere i<br />

concetti (gli interessi) cattolici dovunque, sia in Italia (sede della Chiesa universale) che<br />

in Palestina, patria carnale di Gesù Cristo: per cui non sono tenuti a riconoscere lo Stato<br />

d’Israele.<br />

E allora - Monsignore - che devono fare i cattolici italiani se le cose stanno così com’io le<br />

ho capite?<br />

Con profonda considerazione<br />

(Febbraio 1991)<br />

83


84<br />

Davis Bonfatti<br />

Gli "Invadenti" - On. Egidio Sterpa<br />

On. Egidio Sterpa<br />

Ministro per i rapporti col Parlamento<br />

ROMA<br />

La Jugoslavia, artificiosa costruzione statale messa faticosamente insieme in funzione antiitaliana<br />

all’indomani della prima guerra mondiale, sta attraversando da tempo tensioni<br />

interne fortissime. La molteplicità delle lingue, delle etnie, delle religioni e le difficoltà<br />

economiche insanabili la stanno frantumando.<br />

In queste condizioni ritengo che si possa ripensare sia al trattato di Osimo che regalò la zona<br />

B del mai istituito “Territorio Libero di Trieste” alla Jugoslavia con la “benedizione” di tutti<br />

i nostri partiti (tranne missini e liberali), sia allo stesso trattato di pace del 1947. La verità<br />

e la storia ci ricordano la presenza millenaria della Serenissima Repubblica di Venezia in<br />

quelle terre e la vasta cultura istriana, giuliana, fiumana, dalmata e romana: in altri termini<br />

dell’Italia.<br />

Parlare <strong>qui</strong>ndi di una nostra nuova presenza in quelle regioni, di una risistemazione dei<br />

confini, di una revisione della cattiveria e dell’ingiustizia di Osimo, non è da ritenersi<br />

impensabile. Nulla, in politica estera, è fermo e immutabile. Non solo (o non soltanto) per<br />

le poche migliaia di italiani ancora in Istria e in Dalmazia, ma per le centinaia di migliaia di<br />

profughi venuti in Italia per sfuggire alle vendette ed alle barbarie ipocritamente sobillate.<br />

Non mi dispiacerebbe conoscere - onorevole ministro – il suo parere.<br />

(Ottobre 1990)


Signorina ministro,<br />

Davis Bonfatti<br />

Gli "Invadenti" - On. Prof/ssa Franca Falcucci<br />

On. Prof/ssa Franca Falcucci<br />

ROMA<br />

Io sono un suo ammiratore. Non sono democristiano, m’interesso direttamente della scuola<br />

non essendo insegnante, né genitore, né studente. Eppure lei mi piace.<br />

Oh, non mi confonda onorevole ministro: non parlo dell’aspetto fisico.<br />

Lei mi piace perché tutti ce l’hanno con lei. Perché è il ministro più impopolare dell’odierna<br />

Repubblica nostrana. Perché non si trova uno straccio non dirò di parlamentare o di<br />

politologo, ma nemmeno di docente o di studente che prenda le sue difese. Neanche un<br />

semplice bidello, niente. Persino nel suo vasto e multiforme partito non le lesinano critiche<br />

anche velenose. Non di rado interessate.<br />

La stampa le dà addosso in ogni circostanza. Le opposizioni parlamentari hanno chiesto<br />

più volte la sua testa. La maggioranza di governo le ha votato di malavoglia la fiducia solo<br />

per salvare un Governo traballante, per motivi che gli inglesi definirebbero di “stupidity<br />

universal bomb”.<br />

Ma è risaputo che l’humour anglosassone è molto diverso dal nostro. Noi siamo più allegroni.<br />

Non so se mi comprende.<br />

Tanto è vero che gli studenti hanno trovato in lei un bersaglio facile con quel tam-tam del<br />

“Ucci ucci diamo fuoco alla Falcucci” ed altri ancora di gusto dubbio.<br />

Lei è così signora da evitare di chiarire che le responsabilità dello sfacelo della scuola<br />

italiana le portano (più di lei) molti illustri - si fa per dire - predecessori e quelli, in tempi<br />

non ancora lontani, che pretendevano il diploma facile, la laurea politica idealmente<br />

sostenuta da sociologi bombaroli teorizzatori di una società d’egualitari. E difesa, anche,<br />

da certi genitori per i quali è più importante il “pezzo di carta” da sbattere in cornice che<br />

il pensoso apprendere della scienza.<br />

Mi sovviene che se la sono presa con lei per via dell’ora di religione. Ma lei non ha fatto<br />

che “dar seguito” a un concordato che discende niente di meno che da un evento chiamato<br />

storicamente “Mussolini-Gasparri” che poi, attraverso tempi che inesorabili passano, è<br />

stato - diciamo - consolidato da un altro capo di governo chiamato Craxi e ratificato dal<br />

85


Parlamento a grande maggioranza.<br />

86<br />

Davis Bonfatti<br />

Lei dirà che non ho citato i liberali che pure fanno parte del governo detto del “pentapartito”.<br />

Bene: l’ho fatto di proposito per non dare l’impressione di ricordare a lei che i liberali, visto<br />

il pateracchio, hanno votato contro.<br />

Lei - inoltre - viene criticata perché vorrebbe “eliminare” l’insegnamento della storia<br />

antica.<br />

Personalmente non sono d’accordo, ma le riconosco almeno il coraggio di avere suggerito una<br />

(pur che sia) riforma. Si lamentano perché lei ha ridotto i giorni di lezione: ma che poteva<br />

fare quando certe leggerezze del potere dei sindacati predicano l’avvento di settimane<br />

lavorative ancora più corte?<br />

Lei, signorina ministro, è lo specchio della nostra società. Anziché prendersela con lei molti<br />

dovrebbero prendersela con se stessi. E <strong>qui</strong> può comprendere facilmente il dove, il quando<br />

e il perché, essendo lei uno dei rari tecnici ad occupare poltrone politiche.<br />

Certo, la scuola italiana (fatte le solite rare eccezioni) è un catafascio, ma lei, fin che può,<br />

resista alle critiche e creda nella mia stima.<br />

Gli "Invadenti" - On. Prof/ssa Franca Falcucci<br />

(Marzo 1987)


Signor Ministro,<br />

Davis Bonfatti<br />

Gli "Invadenti" - On. Dr. Giovanni Goria<br />

On. Dr. Giovanni Goria<br />

ROMA<br />

Lei non è certamente tenuto a ricordare la lettera che le mandai nell’agosto del 1987<br />

all’epoca delle sue vicissitudini politiche ad altissimo livello istituzionale. A quei tempi<br />

furono in molti (anche del suo partito) a muoverle critiche talora impietose. Io fui, da<br />

semplice cittadino, a difenderla con spirito liberale e comprensivo.<br />

Le scrissi - in altri termini – che ai giovani tutto doveva essere perdonato: a patto che una<br />

volta disarcionato non si mettesse fra i tanti che pretendono la rivincita.<br />

Se gli anni passano per me, passano anche per lei on. Goria. Il suo temperamento piemontese<br />

ha molte analogie con quello delle genti di Romagna.<br />

Questo dovrebbe ricordarle che non essendo più «un giovane a cui tanto perdonare»<br />

l’eventuale ripetersi di passate vicende sarebbe - come si dice - diabolico. Specie in un<br />

settore, come quello agricolo, da anni impantanato in sventurate avventure.<br />

Come vede non domando alcunché. Non si pretende nemmeno che lei cambi le assistenze<br />

(se ce ne sono ancora) ai produttori ed alle loro cooperative. Si vorrebbe soltanto il cambio<br />

della mentalità assistenziale. Si vorrebbero approfondite le linee del compianto Marcora<br />

che di lei fu maestro e che per gli agricoltori resta l’incarnazione di una rimpianta età.<br />

Transitando dalle parti di Cesena venga al «Fruttadoro». Troverà, con la nostra accoglienza<br />

cordiale, una targa bronzea murata da anni nel frontale dell’edificio che certamente<br />

potrebbe ricordarle almeno un capitolo della sua vita politica.<br />

“RUSTICUS”<br />

87


Davis Bonfatti


Davis Bonfatti<br />

Una Romagna chiamata “Fruttadoro”<br />

Gli "Invadenti" - On. Dr. Giovanni Goria<br />

89


Davis Bonfatti


Davis Bonfatti<br />

Gli "Invadenti" - Romagna è …<br />

Romagna è …<br />

Dante la pose “tra il Po, il monte, la marina e il Reno”. Grosso modo vi comprese anche<br />

Bologna che non ne fa parte poiché i confini della “Regione Romagna” vengono siti dal Sillaro<br />

fino alla confluenza nel Reno, poi da questi alla sua foce e dallo spartiacque appenninico al<br />

mare di Punta Focara fra Cattolica e Pesaro.<br />

Dentro questi limiti coesistono peraltro, per molteplici motivazioni, oltre alle due province<br />

di Ravenna e Forlì con Rimini, anche territori toscani di Arezzo, Firenze e del bolognese;<br />

quasi tutto il Montefeltro ed altri di Pesaro e Urbino, non esclusa la Repubblica di San Marino<br />

che – geograficamente parlando - romagnole non sono.<br />

La Romagna appare dunque abbastanza ben delineata e, per quanto si sappia, esprime<br />

un’identità etnica che si dice risalga al tempo dei Celti che vi s’insediarono nel V secolo<br />

a.C.<br />

È vero che la Costituzione repubblicana del 1948 l’ha abbinata all’Emilia, ma è parere di<br />

molti che sia stato un “disguido”, perché la Romagna per le sue particolari caratteristiche<br />

geografiche, etnografiche, i dialetti diversi, la storia e le tradizioni, l’economia, i secolari<br />

concetti di libertà e di pensiero, la sua atavica indipendenza, l’hanno da sempre distinta<br />

dalle regioni contermini.<br />

“Nessun’altra regione - come scrive la Vianello Di Renzo - può vantare tanta varietà di<br />

paesaggi come la Romagna: un trapezio di terra corroso nella parte montana da torrenti<br />

che a valle diventano fiumi talvolta sregolati; lassù a volte magra e stentata fino a mostrare<br />

l’ossatura dei suoi calanchi nei Mandrioli o dell’alto Bidente, quaggiù grassa, polposa,<br />

incredibilmente fertile di terre arate, vigneti e di frutteti”.<br />

“Fruttadoro di Romagna”, come s’usa dire oggi sui mercati e sulle mense europee.<br />

91


Davis Bonfatti<br />

Il “Concetto Fruttadoro” e la realtà<br />

Si era discusso a lungo, verso la fine del ‘67, in taluni bar della periferia di Cesena e dei<br />

comuni del comprensorio spesso in un mare di fumo - non di rado tra un marafone e l’altro -<br />

di come fare un’organizzazione di buon livello cooperativo capace di interessare veramente<br />

i produttori ortofrutticoli grandi e piccoli e, possibilmente, giovani d’età.<br />

Nelle discussioni, talvolta anche non pacate, era nato - si fa per dire - anche il nome da dare<br />

alla cooperativa: “FRUTTADORO di ROMAGNA”; con quel “Fruttadoro” tutto d’un pezzo in<br />

barba ad ogni regola.<br />

Per la verità “storica” l’insegna sortì involontariamente allorché, con l’impeto oratorio<br />

romagnolo che a turno personalizzava i promotori, uno sbottò fuori con un “Ciou burdél,<br />

mo la frota l’è òr” che fece colpo.<br />

Veramente di cooperative in giro ne esistevano già molte in zona, qualcuna anche sui generis<br />

tanto per non smentire le tradizioni ma, per un verso o per l’altro, tutte già “accasate” con<br />

tanto di bandiera. E una Bandiera, in Romagna, è “la” Bandiera. E provatevi a sostenere il<br />

contrario.<br />

Quando - poi - i discorsi si facevano più analitici e buttati sui soldi, ecco qualcuno venir<br />

fuori per dire che le cooperative erano già tante, che i grossi produttori preferivano trattare<br />

direttamente con gli esportatori e che, volendo, fin dall’epoca del papato in Romagna,<br />

esistevano i bagarini pronti dietro l’uscio. Un mercato fatto così - insomma - ma che grazie<br />

a Dio tirava, e certe argomentazioni proiettate al futuro erano in pochi ad ammetterle.<br />

92<br />

Gli "Invadenti" - Il “Concetto Fruttadoro” e la realtà


Davis Bonfatti<br />

Questa pubblicazione (un semplice “spaccato” di vita contemporanea) viene cordialmente<br />

offerto alla lettura dal<br />

“GRUPPO FRUTTADORO di ROMAGNA” - CESENA<br />

che sul mercato europeo dell’ortofrutticoltura opera da oltre vent’anni, con l’apporto di<br />

3.500 produttori, con il marchio: PRODOTTO GARANTITO.<br />

Questo prodotto è ottenuto con l’applicazione della tecnica biologica di lotta integrata e di<br />

lotta guidata, costantemente seguite dallo staff dei tecnici agricoli delle Coop componenti<br />

il Gruppo Fruttadoro. Analisi di laboratorio continue, per campione, ne garantiscono la<br />

perfetta rispondenza alle norme di Legge. Pertanto il Gruppo Fruttadoro garantisce che il<br />

prodotto contenuto in questa confezione è sano, garantito, e può essere consumato da tutti<br />

per beneficiare delle qualità organolettiche e vitaminiche che questo frutto contiene.<br />

Nel settore dei surgelati è presente con i marchi: OROGEL, MARMELLATE SOLOFRUTTA,<br />

FRUTTADORO DI ROMAGNA.<br />

L’avvio promozionale del “Fruttadoro” non è stato facile. Diffondere l’iniziativa, spiegarne<br />

i concetti, convincere gli increduli, collo<strong>qui</strong>are non di rado con chi a farsi convincere ci<br />

teneva poco, era impresa ardua.<br />

Girare per le campagne, dal cesenate al ravennate, fino al ferrarese, era facile solo a<br />

dirsi.<br />

Creare d’attorno fiducia e credito, domandare una firma (talvolta qualche mille lire) sulla<br />

parola, in ambienti che prima di darti una mano intende vedere chiaro se la mano che<br />

chiede è pulita, è cronaca tutta da raccontare…<br />

Una cronaca talvolta disadorna, fredda; talvolta esaltante, umana, sempre viva che ancora<br />

continua dilatata nel tempo e sviluppata nel progresso.<br />

Gli "Invadenti" - Il “Concetto Fruttadoro” e la realtà<br />

93


Tra cronaca e storia<br />

E tutti (o quasi) dissero O.K.<br />

94<br />

Davis Bonfatti<br />

Saranno I postumi dell’effetto Golfo Persico a suggerirne scioccamente l’immagine ma<br />

in giro c’è l’impressione che il mondo cooperativo Italiano sia tutto preso - o quasi - da<br />

grandi manovre prima di intraprendere la grande battaglia che non potrà che essere<br />

transnazionale.<br />

E così quando è stato detto che non era più il tempo di concorrenze all’interno della<br />

cooperazione ma di affrontare il mercato e che bisognava aggiornarsi proprio nell’interesse<br />

dei produttori operando secondo economie di scala e secondo analisi di mercato che<br />

tenessero conto dei costi e dei benefici, ecco tutti a dire O.K. che così andava bene. Anche<br />

perché, al momento, non venivano offerte idee sostitutive per la sopravvivenza economica<br />

del sistema cooperativo. Qualcosa di simile, del resto, va accadendo anche nel mondo<br />

sindacale.<br />

L’idea cooperativa nata oltre cent’anni fa principalmente come Opera di Mutuo Soccorso<br />

Nell’ambito di un principio sociologico insito nel solidarismo cattolico, è stato via via stravolto<br />

da motivi tecnici e da opportunità di comodo, specie allorquando bandiere politiche la<br />

fecero propria fino a depauperarne statuti e intenti. E su tante piccole debolezze si costruì<br />

talvolta una debolezza più grande. Patrimoni ingenti economici e morali buttati nel rusco<br />

per iniziative soltanto sulla carta o nel deserto.<br />

Gli "Invadenti" - Tra cronaca e storia


Davis Bonfatti<br />

Gli "Invadenti" - Il ridisegnamento<br />

Il ridisegnamento<br />

Di questa immagine oggi se ne tenta il ridisegnamento attraverso accorpamenti, confluenze,<br />

fusioni anche non indolori per arrivare ad una più diffusa cultura cooperativa d’impresa, in<br />

una nuova managerialità, secondo un processo di ristrutturazione il cui prezzo economico,<br />

ideologico, strategico resta tutto da definire.<br />

Il futuro dell’agricoltura è anche il futuro della cooperazione. Le incertezze ed i rischi<br />

impliciti di una liberalizzazione dei mercati agricoli, costituiscono anche per le cooperative<br />

agricole un problema non indifferente a causa di un mercato agroalimentare profondamente<br />

cambiato rispetto al passato tradizionale.<br />

In questo contesto le cooperative e le loro organizzazioni di più elevato grado vengono a<br />

contatto con imprese di portata nazionale ma soprattutto con grandi gruppi transnazionali<br />

che controllano quote sempre maggiori negli scambi dei prodotti e specialmente condizionano<br />

il sistema agroalimentare nella fase decisiva della distribuzione avendo un rapporto diretto<br />

con la domanda.<br />

95


Restare alla pari<br />

96<br />

Davis Bonfatti<br />

Ora, fusioni od accorpamenti più o meno all’italiana a parte, o viene costruito qualcosa<br />

di più avanzato di quanto viene fatto in altri Paesi o si va a “confondersi” con loro. In<br />

quest’ultima evenienza c’è chi raccomanda di “mettersi con i più forti” con la volontà di<br />

almeno restare alla pari.<br />

Insomma, cambiali per pagare il costo delle innovazioni le cooperative possono anche essere<br />

indotte a rilasciarle, ma con la firma in bianco lo dubitiamo.<br />

Se già oggi nessuno regala più niente, figuriamoci domani.<br />

Anche la varata costituzione di società finanziarie fra enti bisognosi di risanamento e<br />

centrali cooperative pur sempre gelose di passate autonomie, non saranno esperienze facili<br />

da superare in presenza dei grandi processi di trasformazione dei sistemi produttivi e dei<br />

nuovi rapporti internazionali 1993.<br />

Ci sembra essere nel vero chi sostiene che il benessere viene giocato solo nel rapporto<br />

tra capitalismo, democrazia e libertà e che il pericolo più grosso che corriamo è quello di<br />

pensare che il presente possa essere gestito come il passato e il futuro come il presente.<br />

Conclusione: strategie operative da discutere per il loro consolidamento le nostre cooperative<br />

di base indubbiamente ne hanno a tutto campo. Ma è giusto che sia così.<br />

Davis Bonfatti<br />

Gli "Invadenti" - Restare alla pari


- 18 cooperative ed enti consorziati<br />

- 9 stabilimenti di lavorazione<br />

- 3.000 soci produttori<br />

- 1106 dipendenti fissi o stagionali<br />

Davis Bonfatti<br />

- 1.250.000 ql di prodotti (tra freschi, surgelati e confetture)<br />

- 160 miliardi di fatturato (1990)<br />

- 2 laboratori scientifici di ricerche e sperimentazioni<br />

Gli "Invadenti" - La struttura “Fruttadoro”<br />

La struttura “Fruttadoro”<br />

- ~ 7.000 ettari associati per i conferimenti di prodotti freschi al “Fruttadoro” e per i<br />

surgelati “Orogel”<br />

Della produzione conferita dai soci, oltre 850.000 <strong>qui</strong>ntali sono destinati al mercato del<br />

prodotto fresco ed il rimanente viene assorbito dalla surgelazione per il marchio “Orogel”<br />

ed a quello delle confetture.<br />

Più del 60% della produzione (principalmente del prodotto fresco) viene collocato sui<br />

mercati esteri. Nel complesso le celle-frigo presentano una capacità totale di oltre 300.000<br />

<strong>qui</strong>ntali. Investimenti vari nelle strutture per circa 49 miliardi nel corso dei primi venti anni<br />

di attività del “Gruppo”.<br />

Ulteriori sviluppi sono in corso per le associate:<br />

“VITRO-PLANT” per la moltiplicazione in vitro delle piante,<br />

“SEMEDORO” per lo sviluppo dei servizi collettivi<br />

e “CAPORALI” per la produzione delle mostarde di Romagna “ Orofrutta “<br />

97


Davis Bonfatti


Davis Bonfatti<br />

Documenti e Commenti<br />

Gli "Invadenti" - La struttura “Fruttadoro”<br />

99


Davis Bonfatti


Davis Bonfatti<br />

Gli "Invadenti" - Il commento<br />

Il commento<br />

E’ appurato che se una grande industria deve licenziare un migliaio di operai, tutta la<br />

nazione viene fatta agitare di commozione e il Governo si dimostra subito disponibile per<br />

imporre sacrifici. Ma se la progressiva desertificazione dei territori agropastorali collinari<br />

e montani del nostro paese denuncia che 50 o 60.000 addetti hanno dovuto abbandonare<br />

l’attività e sono rimasti senza possibilità di altri impieghi, l’avvenimento non fa neppure<br />

notizia.<br />

§ § §<br />

Al cameriere che a complemento del pranzo vi suggerisce osse<strong>qui</strong>oso “una fresca fetta<br />

di asahi miyako dark green per dessert”, non opponetegli la vostra faccia stupita - quel<br />

cameriere - avendo letto quanto di recente pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della nostra<br />

repubblica - ha inteso soltanto offrirvi una fetta di anguria.<br />

§ § §<br />

A me l’hanno raccontata così: Pinocchio non “morì” quando si trasformò in un bambino in<br />

carne ed ossa: Pinocchio restò tale per tutta la vita come lo costruì Mastro Geppetto. Anzi:<br />

divenne adulto, invecchiò, ebbe un figlio. Morì amareggiato - è vero – ma per via del figlio,<br />

della vita grama vissuta, per le cose che gli avevano fatto dire e che lui (Pinocchio) mai si<br />

era sognato di dire. E poi quel figlio tutto sbagliato, sempre in giro per le piazze a portar<br />

bandiere e cartelli della contestazione, dove l’unica cosa da fare era di urlare invettive e<br />

quella da non fare era di lavorare.<br />

Ora Pinocchio è li, morente, e chi gli è accanto sente nel rantolo l’ultima preoccupazione: la<br />

sorte di quelle sue “tre vacche nella stalla” e che qualcuno dovrà pur badarci perché non si<br />

può aspettare a lungo che il figlio ritorni per prendersi cura di un bene messo su impiegando<br />

- diceva - una vita.<br />

§ § §<br />

“Intendiamo promuovere un’azione di risanamento economico finalizzato alla difesa e allo<br />

101


Davis Bonfatti<br />

sviluppo dell’occupazione in coerenza con l’utilizzazione delle risorse esistenti e attraverso<br />

iniziative, che riducano l’inflazione, rilancino la produttività, introducano un rigore che,<br />

nel rispetto dell’e<strong>qui</strong>tà, riordinino e rendano efficiente il sistema economico nazionale”.<br />

Il “documento” che abbiamo riportato per intero (dove c’è tutto di tutto) è lo stralcio di un<br />

programma di governo di un partito che si dice vada per la maggiore.<br />

Sintassi a parte, la prosa ci ricorda i re<strong>qui</strong>siti prescritti nel “regolamento ferroviario” del<br />

1938 dove (per il trasporto delle damigiane) gli involucri dovevano essere “flessibili ma<br />

abbastanza rigidi, resistenti all’urto ma non duri”.<br />

102<br />

§ § §<br />

Ormai sembrano tutti d’accordo: la nostra Costituzione non va più bene. Ha appena<br />

quarant’anni ma ne dimostra molti di più.<br />

In verità nacque condizionata, e in più parti distorta, dalle ossessioni. Perciò evirò l’Esecutivo<br />

attribuendo esagerati poteri al Legislativo.<br />

Viziata da un certo tipo di ultraparlamentarismo e da enfasi predicatorie, oggi mostra la<br />

corda. Una sua revisione è urgente.<br />

§ § §<br />

In pratica - in Italia - non si è ancora fatta né una politica anticongiunturale seria né si sono<br />

attuate le riforme di cui abbiamo bisogno. Si è discusso, si è polemizzato, ci si è talvolta<br />

incattiviti ma l’appuntamento con la realtà è stato sempre rinviato. AI massimo si sono fatti<br />

dei rattoppi per decreto che poi si sono regolarmente scollati.<br />

L’agricoltura (per parlare di casa nostra) ha una struttura produttiva ancora sostanzialmente<br />

sana. Però chiede punti fermi. Segnali precisi lungo una rotta non dichiarata. Sia sui suoi<br />

problemi interni che con l’estero.<br />

Dicevano i nostri padri che bisogna sapere navigare: siano le acque alte o basse. L’importante<br />

è avere una pertica per non incagliarsi.<br />

Ecco all’Azienda Italia serve una pertica per non naufragare. Una semplice “pertica” che si<br />

chiama realismo.<br />

§ § §<br />

Nell’uso che è invalso di andare a ripescare tutti gli anniversari, vorremmo che trovasse<br />

posto il ventennale di una famosa lettera che Emilio Colombo, all’epoca ministro del Tesoro,<br />

inviò al presidente del Consiglio Aldo Moro, alle prese con il suo primo e breve governo di<br />

centro-sinistra. La rievocazione sarebbe giustificata da tre motivi: il primo è che quella<br />

lettera (che pure provocò una crisi di governo) rimase sempre un segreto di stato; il secondo<br />

è che essa prefigurò con estrema lucidità i rischi cui il sistema economico italiano andava<br />

Gli "Invadenti" - Il commento


Davis Bonfatti<br />

incontro; il terzo è che oggi, dopo vent’anni, siamo ancora a colluttare con i medesimi<br />

problemi.<br />

§ § §<br />

Contrabbandare le sconfitte come altrettante vittorie sembra essere la nuova «bandiera» di<br />

questa nostra epoca. Ma i conti non tornano. Non tornano da una quarantina d’anni allorché<br />

diedero al nostro Paese norme e «carte» di vita figliastre di quei tempi difficili.<br />

Per mille segni (culturali, economici, sociali, politici) la necessità di profonde riforme<br />

istituzionali non è più procrastinabile. Anche contrabbandando per libertà democratiche le<br />

debolezze istituzionali si può morire.<br />

§ § §<br />

Quarant’anni fa un mostruoso diktat tolse all’Italia antiche terre venete costringendo mezzo<br />

milione di giuliani, dalmati ed istriani all’esodo più drammatico del nostro dopo guerra.<br />

Giornate fatte di speculazioni ignobili, di silenti ufficiali ancor oggi ripetuti, di rabbia<br />

impotente e di nostalgie amare alimentarono la diaspora di quelle genti.<br />

Gli "Invadenti" - Il commento<br />

103


Davis Bonfatti


Davis Bonfatti<br />

Gli "Invadenti" - Quando la storia si ripete<br />

Quando la storia si ripete<br />

I ricordi lontani sono come il primo amore: difficili da dimenticare. Se il mio primo amore<br />

aveva nome Olga, il ricordo inciampa nei Consorzi Agrari.<br />

Attorno agli anni trenta del 1900 mi trovo anonimo accompagnatore di Carlo Pareschi che<br />

per via di certi precedenti è un poco di casa con Mussolini dal quale un giorno si fa ricevere<br />

per esporre con “cameratesca franchezza” uno sconsolato parere sulle disfunzioni della<br />

Federconsorzi e di taluni Cap di quei tempi.<br />

Il Duce ascolta e dice: “... Provvederemo!” Poi come parlando al vento conclude: “...purché<br />

non finisca tutto con un colpo di spugna”.<br />

La storia - come noto- ama ripetersi. Arriviamo agli anni ‘60 e per circostanze più forti<br />

del mio scarso potere mi faccio ricevere a Roma da un certo rag. Leonida Mizzi che alla<br />

Federconsorzi è conosciuto da una moltitudine. Espongo al ragioniere i motivi di un diffuso<br />

malessere sulla gestione di taluni Consorzi Agrari e poi aspetto adeguate risposte. Il cav.<br />

Mizzi resta un poco in silenzio, si passa una mano fra i capelli grigi ben curati, schiaccia<br />

un bottone da una tastiera ed al messo che compare nella stanza dice, rivolto a me: “Si<br />

accomodi”. E siccome indica la porta esco.<br />

Passano ancora trent’anni e siamo ai giorni nostri. Molti personaggi sono nel frattempo<br />

entrati ed usciti dagli accoglienti saloni federconsortili di Roma e dintorni. Diversi sono<br />

scomparsi dalla vita terrena. Ma quello che non è mai scomparso è quello strano malessere<br />

che praticamente da sempre ha accompagnato (e solo gli storici di queste cose troveranno<br />

i perché) le vicende della Federconsorzi e dei suoi Consorzi periferici.<br />

Dicono che il futuro dell’Ente sia nelle mani del Banco di Santo Spirito (e dei giapponesi).<br />

Può darsi. Ma sarebbe più rassicurante se il tutto fosse nelle intenzioni del solo Spirito<br />

Santo.<br />

Ma questa è una battuta ignobile di cui mi vergogno.<br />

RUSTlCUS<br />

105


Questa sera corsa tris<br />

Vi partecipano:<br />

- Cesena<br />

- Un ippodromo<br />

- Alcuni cavalli<br />

- Diversi personaggi<br />

- Una decina di miliardi di lire<br />

- Una folla urlante per un cavallo che vince<br />

- Altra folla urlante per un cavallo che “rompe”<br />

106<br />

Davis Bonfatti<br />

Raccontano che tutto (o quasi) cominciò col cavallo. Da secoli. Non ci sono battaglie,<br />

trasporti, collegamenti, fughe che non abbiano avuto per protagonista l’intelligenza, il<br />

coraggio, la duttilità di questo animale. Un nobile tra nobili.<br />

Nella Roma dei cesari avere un cavallo era titolo di merito. Arrivò perfino a “valere un<br />

regno”. Almeno così fa dire Shakespeare a Riccardo III alla battaglia di Dsoworth nel 1485.<br />

Ma era solo un’invocazione.<br />

Fu familiare (il cavallo) agli indoeuropei e, assieme, ai popoli turco-arabi. A sua patria<br />

d’origine può essere citato il territorio stepposo sito tra l’Asia e L’Europa dalle parti del Mar<br />

Caspio. Più tardi, dopo la sua diffusione unita all’ammirazione di “animale superiore”, lo<br />

troviamo sia presso gli Egizi ed i Sumeri che gli Assiri. Arabi ed Ebrei furono tra i primi che<br />

usarono il cavallo per il traino del “carro di guerra”. Nei film western il cavallo fa rivivere<br />

intense pagine da epopea.<br />

Carne, latte, pelle per le necessità della vita dell’uomo sono il cardine di questo animale.<br />

Anche se, da qualche parte; questo utilizzo viene definito cannibalismo.<br />

Dal Bucefalo di Alessandro ai giorni nostri è però negli ippodromi che il cavallo meglio<br />

esprime talune delle sue molteplici capacità. E quando si è voluto dare una misura alla<br />

Gli "Invadenti" - Questa sera corsa tris


Davis Bonfatti<br />

potenza del motore, non si è trovato di meglio che chiamarlo “cavallo vapore”.<br />

É l’unico animale che sia riuscito (con l’elefante) ad avere un nome e un posto nella<br />

storia.<br />

Ci sarebbero anche le oche, ma questo non fa testo.<br />

Per quanto possa apparire non credibile, viene detto che le prime corse al trotto<br />

(documentabili) vennero disputate nelle Olimpiadi antiche; cosa che non sarebbe disdicevole<br />

se ai tempi odierni venissero reinserite. Addirittura si ha notizia di una gara effettuata nel<br />

445 a.C. vinta da Pataikos nella città di Dime.<br />

Nell’era moderna sono parecchi i paesi che si contendono l’onore di aver dato per primi<br />

l’avvio delle corse al trotto come, più o meno, le intendiamo oggi. Pare (il condizionale è<br />

d’obbligo) che la prima gara sia stata disputata in Russia nel 1775 mentre le prime “piste”<br />

ufficiali siano state costruite in America (Long Island) nel 1825 ed in Francia (Cherbour) nel<br />

1836.<br />

In Italia il documento più antico che si conosce sarebbe il manifesto della “Corsa per Sedioli”<br />

organizzata a Padova il 13 agosto del 1908 in quella grande piazza che veniva chiamata (ed<br />

ancora si chiama) Prato della Valle. Ma già dopo qualche decennio già si correva in Romagna<br />

ed in altre regioni e fin da allora si scommetteva sui risultati.<br />

§ § §<br />

A Cesena - per dirne una - è tradizione che ai primi di settembre si corra all’ippodromo del<br />

Savio - in un impianto per le gare in notturna fra i più moderni esistenti - il Campionato<br />

Europeo di trotto con la formula del vincere, nella stessa serata – due prove su tre.<br />

Gli "Invadenti" - Questa sera corsa tris<br />

107


I.<br />

II.<br />

108<br />

Davis Bonfatti<br />

É stato detto, per antiche ragioni, che se a Cesena non ci fosse l’ippodromo<br />

bisognerebbe inventarlo. Tanto meglio: così non c’è niente da inventare ma tutto<br />

da vedere. E chi volesse saperne di più sul mondo del trotto, sui cavalli, sui drivers,<br />

sugli artieri e “faccendieri” che attorno a questo mondo ruotano, non cerchi <strong>qui</strong> la<br />

risposta. Vada di persona a coglierne l’essenza.<br />

Il “miracolo” dello sport del trotto non è dato dalle luci o dal mondo barracandiero<br />

che lo circonda: è dato da un qualcosa di più che sta a monte dove si creano le<br />

premesse per l’ultimo atto che avverte “i cavalli si avviano alla partenza”.<br />

Quello che segue poi è soltanto fantasia che la folla accompagna con l’urlo talvolta<br />

gioioso, talvolta deluso. Come per tutte le cose.<br />

Sono tentato. Il rischio è parte integrante della mia indole. Ci provo. Nell’androne<br />

sotto le vaste tribune mi butto nella mischia per tentare un cinquemila di fortuna.<br />

La ressa è molta ma confido di farcela.<br />

Errore. Dall’altoparlante una voce annuncia che” i cavalli si avviano alla partenza”<br />

ed allora tutti scappano fuori mentre i vetri calano sulle custodie, a chiudere i residui<br />

multicolori biglietti del gioco.<br />

Mi ritrovo solo nell’androne che sembra ancora più grande a rigirarmi fra le mani il<br />

cinquemila scampato. Dalla folla viene l’urlo: “Ha rotto, ha rotto”, ma non sento<br />

alcun rumore di qualcosa che si è infranto.<br />

Forse debbo farmi una cultura.<br />

III. Dice: “Beh, che ci vuole per suonare una campana?”.<br />

IV.<br />

E invece no. La campana, quando si tratta di corse al trotto con cavalli in pista in<br />

disaccordo, bisogna suonarla così e cosà e non diversamente. La legge è uguale per<br />

tutti, almeno all’ippodromo. Poi via in gruppo serrato dietro la decapottabile bianca<br />

con le ali a rientrare. “Angelo” e lucciola insieme. Che per via dei zik zik gialli di<br />

coda, quando le cose non vanno bene, obbliga a rifarle.<br />

Fra i giovani, oggi - cavalcando potentissime moto dalle strutture tecniche altamente<br />

elaborate o al volante di possenti automezzi 4x4 - impera il Cross, il Trial, il Country,<br />

il fuoristrada e qualche altra diavoleria.<br />

Attraverso queste speciali competizioni od anche soltanto per diletto, i piloti<br />

prendono diretti contatti con la natura, convinti di fare dello sport nell’ecologia.<br />

Ci sembra che se sport è, vero è anche che (ecologicamente parlando) è una forma<br />

di abbruttimento dell’ambiente.<br />

Gli "Invadenti" - Questa sera corsa tris


V.<br />

VI.<br />

Davis Bonfatti<br />

Al di fuori di una prospettiva di esagerata industrializzazione sportiva o dilettevole,<br />

condurre un mezzo meccanico “fuori strada” non vale certamente una passeggiata a<br />

cavallo sullo stesso percorso.<br />

E’ come vivere dal di dentro della natura.<br />

Le discipline ippiche sembrano (a parere degli intenditori) il mezzo migliore per<br />

rilanciare decisamente l’immagine del cavallo. I 18.000 del “parco trottistico”<br />

italiano ed i circa ottomila di quelli “da sella” sono ancora pochi: oltretutto limitati<br />

nell’impiego a costi spesso proibitivi.<br />

Ben di più si potrebbe fare attuando una politica più attuale a partire dagli<br />

allevamenti. Per portare alla possibilità di tutti il cavallo.<br />

VII. Dice: Parliamo del cavallo?<br />

- Parliamone - dico<br />

-<br />

-<br />

-<br />

-<br />

-<br />

-<br />

-<br />

-<br />

-<br />

-<br />

-<br />

-<br />

-<br />

-<br />

-<br />

-<br />

-<br />

Il cavallo è nobile.<br />

Beh?<br />

Anche quando tira un carro.<br />

E allora?<br />

Il cavallo, quando corre forte, sembra che le sue gambe non tocchino terra.<br />

E con questo?<br />

Come Mennea ai suoi tempi.<br />

Chissà com’è contento.<br />

Il cavallo?<br />

No, Mennea.<br />

Che c’entra?<br />

Chi?<br />

Mennea.<br />

Ma non si parlava del cavallo?<br />

E allora?<br />

Allora niente. Ciao.<br />

Ciao.<br />

Gli "Invadenti" - Questa sera corsa tris<br />

109


VIII.<br />

IX.<br />

X.<br />

XI.<br />

XII.<br />

XIII.<br />

110<br />

Davis Bonfatti<br />

All’ippodromo, se vi capita di guardare su verso l’alto della tribuna, dove regnano<br />

sotto vetro i santoni della cronaca, non potete non notarlo.<br />

Stakanovista preciso, con qualunque tempo, non manca mai. Il giorno dopo, sulle<br />

cronache, racconta tutto. Anche quello che tu - distratto - non hai visto. Il suo volto<br />

non dice niente; fa eccezione il pelo rossiccio. Ed un sorriso largo che non si sa bene<br />

fino dov’è canzonatorio. É un tipo. Nella “galleria dei ricordi del Savio” - un giorno<br />

– ci starà meritatamente.<br />

Uno che conosco di vista e che di mestiere ha fatto lo scassinatore, mi ha confidato<br />

che non è importante quello che c’è dentro la cassaforte della Società corse quanto,<br />

piuttosto, la cassaforte stessa. Vero pezzo da museo.<br />

Il miglior punto di osservazione in un ippodromo (per un buongustaio in cerca di<br />

emozioni “trottistiche”) è quello sulla prima curva dopo l’arrivo. E’ lì che si captano<br />

dopo la conclusione della prova i complimenti reciproci, non sempre fraterni, che i<br />

protagonisti si scambiano.<br />

“007: giudice o spia” potrebbe sembrare il titolo di un film d’azione. E invece no.<br />

Più semplicemente è l’auto blu notte che a fari spenti, guatando nel buio,<br />

dall’interno della pista segue ogni corsa. I cavalli, muniti di paraocchi, forse la non<br />

la vedono, ma i loro conduttori no, la vedono benissimo. E la temono. Perché da<br />

quell’abitacolo talvolta viene trasmesso un ordine che - ingigantito dagli altoparlanti<br />

- suona così: “numero quattro: squalificato”. E dalle tribune al parterre non di rado<br />

un’imprecazione boia sale al cielo come un tuono estivo.<br />

Gridare festoso della folla, luci sfolgoranti nella notte, inno nazionale, bandiera,<br />

un mucchio di gente d’attorno a stringere come in un grande abbraccio Pershing,<br />

cavallo vincitore dell’Europeo sulla grande pista di Cesena. Lui è abituato alle grandi<br />

vittorie, ma un titolo è sempre un titolo.<br />

Perciò alla premiazione abbassa un poco la sua testa superba di bellezza per ricevere<br />

la corona di alloro. Ne addenta un rametto, così, tanto per ricordare che la vittoria<br />

è stata - anche - sua.<br />

L’inno della sua patria lo accoglie per la premiazione. Il titolo europeo è suo.<br />

Lindstedt, dondolandosi composto e lieve a bordo del sulki, si toglie il casco in segno<br />

di rispetto. I biondi capelli resi più vividi dalle luci, lo fanno sembrare un vikingo da<br />

leggenda: approdato vincente dopo aver domato la contesa.<br />

Gli "Invadenti" - Questa sera corsa tris


XIV.<br />

XV.<br />

XVI.<br />

XVII.<br />

Davis Bonfatti<br />

Lui - nella storia - è il caro grande “vecchio” della trottistica e quando corre lui c’è<br />

di mezzo la bandiera e la gente di Romagna s’incendia e vorrebbe il miracolo. Ma<br />

i miracoli - pur sulla pista resa magica dalla tecnica - sono duri a venire. Anche le<br />

con<strong>qui</strong>ste hanno un limite. Ti abbraccio vecchio generoso Delfo.<br />

Tra luglio e settembre, nonostante la “stazza” che con tenacia tenta di ridurre,<br />

è come una bandiera “sbattuta dai venti”. Però com’è capace lui di condurre le<br />

“pubbliche relazioni” di più non è possibile. Nemmeno col turbo. Imprevedibile,<br />

instancabile, impuntuale da sempre (qualche volta anche uomo di toga) è il “cavallo<br />

vincente” del Savio e dell’Arcoveggio. Quando non vince, quantomeno si piazza.<br />

La corsa sfila via veloce sulla pista che sembra di seta grigia. Tutti la vedono, la<br />

seguono, la commentano.<br />

Ognuno a proprio uso e consumo. Soltanto lui - la voce - insiste potente in una specie<br />

di radiocronaca, illudendosi di essere ascoltato. E di non sbagliare.<br />

Improvvisamente s’è stancato del sulky, delle briglie, del driver, della capretta, delle<br />

cure dell’artiere, delle frustate nei fianchi, del gridare della folla. Ha piantato tutto<br />

e s’è messo in proprio. Libero. Di sorpresa è “scappato dalla cuccia” e si è buttato in<br />

pista. Inanella giri su giri a coda dritta, ogni tanto sgroppando a balzi. Poi stramazza<br />

esausto.<br />

Fulminato dalla gioia di sentirsi libero.<br />

XVIII. Ogni tanto sulla pista resa più vivida dalle luci, si rincorrono un trattore col coperchio<br />

che trascina una grande scopa; un trattore senza coperchio che spinge un’altra<br />

grande scopa e un’autobotte che spolvera acqua. Ma nessuno scommette un soldo<br />

su di loro.<br />

XIX.<br />

XX.<br />

Una corona di alloro al collo del cavallo vincitore, una coppa al proprietario, una<br />

medaglia al guidatore. E tante feste d’attorno di addetti e di intrusi a sgomitarsi in<br />

primo piano per la foto di rito dell’eterno Calbucci.<br />

Se anche mi ha fatto fesso la colpa non è sua.<br />

L’ho “giocato” forte e vincente perché occulte vie mi avevano mormorato il suo<br />

nome. E sono stato al gioco. Alla sgambatura mi era sembrato un dio. Scattante,<br />

lucido, potente. Bella la criniera alla brezza della notte. Alla partenza l’ho seguito<br />

palpitando, l’ho visto anche in testa, poi alla seconda curvatura l’ho perso nel<br />

mucchio. All’arrivo era in coda, buon ultimo. E volgendo un poco la testa verso il<br />

Gli "Invadenti" - Questa sera corsa tris<br />

111


XXI.<br />

XXII.<br />

112<br />

pubblico ghignava anche, il bastardo.<br />

Davis Bonfatti<br />

Lo chiamano driver ma è soltanto un modo come un’altro per dare l’impressione di<br />

conoscere la lingua inglese. Ma il punto non è questo. L’importante sta nel capire<br />

come faccia a tenere, in contemporanea, le redini, il cronometro, il frustino e, non<br />

di rado, un secondo marcatempo.<br />

Maniscalco: una professione la cui origine si perde nella notte dei tempi. E’ (quasi)<br />

una scienza. A volte basta aumentare o spostare di mezzo millimetro il ferro nello<br />

zoccolo del cavallo per ottenere risultati che, diversamente, non verrebbero. Una<br />

ricerca oculata, difficile, paziente dove ogni cavallo costituisce un’esperienza.<br />

XXIII. Nell’archivio fotografico della vecchia e gloriosa Società Cesenate Corse al Trotto la<br />

sua immagine di “padrone di casa” è presente a migliaia. In particolare non manca<br />

mai alle premiazioni. Puntuale, compito, sorridente, distinto nei modi e nel vestire si<br />

porta appresso con disinvolta natura la propria stazza. Non è il “capo” della società,<br />

ma viene subito dopo.<br />

XXIV.<br />

Lo studio privato con finestra grande a guardare una piazza importante di Cesena è<br />

come un museo: ingombro di trofei, foto, lettere autografe incorniciate, manifesti<br />

di ieri e dell’altro ieri. E tanti ricordi. Una stanza che vale la pena di visitare, se lui<br />

permette.<br />

Lui, lei e un ragazzo. Rossiccio di pelo lui, spessi ricciolini biondi su capelli corti lei,<br />

tarchiatello con occhiali e capelli color stoppa cotta nel vino il ragazzo. Provengono,<br />

indubbiamente, dalla vicina spiaggia di Cesenatico ed altrettanto indubbiamente<br />

sono del Nord Europa.<br />

Siedono compostamente in tribuna a mezza costa, non parlano e non si agitano.<br />

Nemmeno quando il finale della gara è incerto. Guardano la folla; l’ambiente, le<br />

corse con distacco.<br />

Passa il gelataio a scomodar la gente con la cassetta ingombrante ed ognuno dei tre<br />

si serve. Il ragazzo preferisce un ghiacciolo.<br />

Alla terza corsa passano prima il piadinaro con le fette imbottite di prosciutto e poi<br />

il solito ragazzo dalla cassetta ingombrante con la Coca-Cola e l’acqua tonica e i tre<br />

si servono nuovamente.<br />

Alla quarta disputa l’uomo scende al piano e ritorna con pacchetti di noccioline e<br />

lupini. Mangiano con metodo, lentamente. I gusci dei lupini non finiscono a terra ma<br />

vengono riposti nel cartoccio: educatamente.<br />

Ripassa alla <strong>qui</strong>nta tornata l’addetto alle bevande e il rifornimento idrico si ripete<br />

puntuale mentre in pista la solita disfida tra uno dei Bald e il Clementoni (con il<br />

Gli "Invadenti" - Questa sera corsa tris


Davis Bonfatti<br />

Bechicchi a fare da terzo incomodo) passa veloce.<br />

Ancora ripassa il petulante venditore dalla cassetta ingombrante e il ragazzo frigna<br />

a lungo un qualcosa che non capisco ma non becca niente.<br />

Escono alla penultima gara, uno dietro l’altro in fila a passo ritmato. Anch’io - dopo<br />

l’ultima sconfitta al totalizzatore - esco mentre le grandi luci si spengono. Fra gli<br />

appassionati qualcuno ride e qualche altro impreca piano.<br />

Alla pizzeria d’angolo chi c’è? Ci sono loro tre, perbacco, davanti ad una pizza grande<br />

così e due boccali di birra scura. Al ragazzo acqua minerale (grande). All’Ippodromo<br />

del Savio - di sera - ci si va anche per passare qualche ora così.<br />

Gli "Invadenti" - Questa sera corsa tris<br />

113


Davis Bonfatti


Davis Bonfatti<br />

Quando le lucciole sembrano lanterne<br />

Gli "Invadenti" - Questa sera corsa tris<br />

115


Davis Bonfatti


Sole, pinete, spiagge infuocate,<br />

terme sorgive, donne abbronzate.<br />

Verdi colline, calanchi argentati,<br />

fiori da miele a cento sui prati.<br />

Frutteti, fragole, orticoli a josa,<br />

bietole e grano su terra buona.<br />

Se intensa è la vita del romagnolo,<br />

nelle campagne più forte è il lavoro.<br />

Bello al mattino, quando all’aurora<br />

canta col gallo la “gramadora”.<br />

Gabbiani, rondini, lucciole a sera,<br />

grilli in concerto per l’atmosfera.<br />

Cavalli al trotto al “Savio” d’estate,<br />

“rustide” di pesce col Sangiovese.<br />

Sapore di mosto nell’aria autunnale,<br />

neve d’inverno nelle contrade.<br />

Un marafone giocato alla buona,<br />

un valzer volato alla birbona,<br />

una cantata andando in campagna,<br />

… beh questa è Romagna<br />

Davis Bonfatti<br />

Gli "Invadenti" - … Questa è Romagna<br />

… Questa è Romagna<br />

117


La sabbia stanca<br />

A fine settembre<br />

La sabbia ormai stanca<br />

M’accoglie svogliata.<br />

118<br />

Tenue è il sole<br />

Più tran<strong>qui</strong>llo il mare<br />

Dopo gli assalti a luglio.<br />

Qua e là qualche luce a sera<br />

Più a richiamar ricordi<br />

Che a goder la vita.<br />

Davis Bonfatti<br />

Gli "Invadenti" - La sabbia stanca


Pensione-soggiorno per vecchi ed anziani<br />

d’inverno in riviera vicino a Lavagni.<br />

Coppie a rimorchio i passi tremanti,<br />

un ombrello a bastone a reggere gli anni.<br />

Davis Bonfatti<br />

Diverse signore a gruppo ciarliere,<br />

parlano fitte in cento maniere.<br />

Tre vecchi discutono urlate opinioni,<br />

ma sembran tre sordi di un solo copione.<br />

Quattro alle carte fan lo scopone<br />

tra un mare d’insulti ad ogni occasione.<br />

Un gruppo vociante discute a più mani<br />

(Craxi, Zanone, Andreotti, Fanfani)<br />

e vengon risolti problemi e magagni,<br />

di oggi, di ieri e di dopodomani.<br />

Ma l’ora del pranzo ormai s’avvicina,<br />

i gruppi si sciolgon e il mare respira.<br />

Ritmico sbattere di piatti e posate,<br />

a tavola sembrano tutti affamati.<br />

La minestrina, la formaggina,<br />

il riso in bianco, l’acqua salina.<br />

La mela cotta, la pera matura,<br />

latte al mattino e a cena il budino.<br />

Il telefono s<strong>qui</strong>lla: “c’è la Cesira?”<br />

no - prego - io sono la Elvira di Pisa.<br />

Mimose a josa, fiori sui prati,<br />

ardite colline d’ulivi argentati.<br />

Gabbiani in volo, vele sul mare,<br />

l’anziano a Lavagni ritorna a sognare.<br />

Gli "Invadenti" - Pensione-Soggiorno in Riviera<br />

Pensione-Soggiorno in Riviera<br />

119


L’Onda<br />

Burrascosa l’onda,<br />

d’impeto sulla scogliera<br />

urlando s’abbatte, sfinita,<br />

come atleta sul traguardo<br />

per la vittoria ambita.<br />

120<br />

Davis Bonfatti<br />

Gli "Invadenti" - L’Onda


Dalla finestra di casa mia<br />

che guarda spaziosa sulla via cittadina,<br />

vedo passare ogni mattina<br />

un’alta, magra svelta vecchina.<br />

Cappellino di feltro un po’ smunto,<br />

frappa celeste sull’abito stinto,<br />

guanti, stola, borsetta d’argento,<br />

un ombrellino stile ottocento.<br />

Né da dove tu venga conosco<br />

perciò stasera immaginare mi piace<br />

di lietamente con te conversare<br />

nel tuo piccolo lindo salotto.<br />

Carta a fiorami alle pareti,<br />

pelle di orso sul pavimento,<br />

un grosso vaso di terracotta<br />

un diploma intestato Cecilia Carlotta.<br />

Dolce, vivace Cecilia Carlotta,<br />

a più di ottant’anni ancora è uguale<br />

nella voce, nel gesto, in quel modo di fare<br />

di un tempo lontano che non puoi scordare.<br />

Il tempo di quando era bello danzare<br />

al ritmo di un valzer leggero e giocondo,<br />

il tempo di quando, un fiore baciato,<br />

languido il cuore faceva sognare.<br />

Davis Bonfatti<br />

Gli "Invadenti" - Cecilia Carlotta<br />

Cecilia Carlotta<br />

121


Stanotte in tre<br />

Io,<br />

il cielo, il mare,<br />

stanotte in tre,<br />

la stessa donna vorremmo amare.<br />

122<br />

In tre al buio,<br />

in braccio all’onda calda,<br />

quando l’estate sogna,<br />

quando l’estate canta.<br />

Si gonfia il vento,<br />

il mare respira,<br />

lenta s’adagia<br />

l’onda alla riva.<br />

Stanotte il cielo<br />

io e il mare,<br />

la stessa donna<br />

vorremmo amare.<br />

Vivide stelle<br />

suoni lontani,<br />

dimmi mare<br />

che cosa brami.<br />

lo,<br />

il cielo, il mare,<br />

stanotte in tre<br />

la stessa donna vorremmo amare.<br />

Davis Bonfatti<br />

Gli "Invadenti" - Stanotte in tre


Innamorarmi di te fu facile<br />

quel dì sulla collina,<br />

quando del campo ti offersi un fiore<br />

e tu - semplicemente - mi dicesti “amore”.<br />

É vero: arrossisti un poco<br />

ma non nascondesti il viso<br />

e quando ti guardai negli occhi<br />

vi ritrovai il sorriso.<br />

In fretta poi passarono,<br />

nello sfiorire gli anni;<br />

tempi, stagioni, gioie<br />

temprate dagli affanni.<br />

Se oggi ancor tornassimo<br />

- Lidya - su quello stesso prato,<br />

ritroveremmo (certo) il fiore<br />

di quel dì rigermogliato.<br />

Che se per noi la vita,<br />

l’amore stesso ha fine,<br />

soltanto la natura, il cielo i prati…<br />

il Creato tutto non avrà mai fine.<br />

Davis Bonfatti<br />

Gli "Invadenti" - Senza fine<br />

Senza fine<br />

123


Un giorno di piova<br />

Un giorno di piova<br />

un ritrovo di anziani<br />

tre balli in famiglia<br />

ricordi lontani.<br />

124<br />

Un disco che suona<br />

alla vecchia maniera<br />

al “ Bagno Mirella”<br />

sulla Riviera.<br />

Nel lento danzare<br />

l’anziana tardona<br />

si fa palpeggiare<br />

fingendo un caschè.<br />

Arzillo il vecchietto<br />

s’aggrappa alle tette<br />

tenute ben salde<br />

dal busto di stecche.<br />

Starnazza un moccioso<br />

“dov’è la mia nonna”<br />

ma quella già balla<br />

cantando yiè yiè.<br />

Un giorno di piova<br />

un ritrovo di anziani<br />

un ballo in famiglia<br />

ricordi lontani.<br />

Davis Bonfatti<br />

Gli "Invadenti" - Un giorno di piova


Come dono d’amicizia<br />

mi regalò un orologio:<br />

quadrato, dorato, da tavolo,<br />

che da anni, ormai - batte dei giorni<br />

le ore.<br />

Volendo mi può far ricordare<br />

con un trintillio l’appuntamento.<br />

Ho riprovato - talvolta - a farlo,<br />

ma all’appuntamento nessuno<br />

più è venuto.<br />

Lui continua a batter l’ore,<br />

chiedendo solo un po’ di cura,<br />

un ricordo, un nome, un sospiro<br />

e della molla… un giro.<br />

Davis Bonfatti<br />

Gli "Invadenti" - L’orologio<br />

L’orologio<br />

125


Il mio presepe<br />

Presepe mio di quand’ero bambino:<br />

un angioletto dorato sul capannino,<br />

una stellina a coda argentata<br />

(alta e lontana) sulla montagna.<br />

126<br />

Bue, asinello, San Giuseppe, la Madonna<br />

e - <strong>qui</strong>eto - nella cesta a paglia,<br />

bambìn Gesù che fa la nanna.<br />

Adesso il mio presepe è fatto<br />

di ricordi e di nostalgia<br />

e, a guardar d’attorno vedo,<br />

che non soltanto il tempo è volato via.<br />

Davis Bonfatti<br />

Gli "Invadenti" - Il mio presepe


Attraverso campi arati<br />

sono venuto su per il fosso<br />

senza far rumore<br />

e all’ombra di una siepe in fiore<br />

l’ho trovata:<br />

ch’era lunga e stesa e addormentata.<br />

Dormiva il suo bel sonno leggero,<br />

come di notte distesa sul suo letto<br />

e adagio con la calma del respiro<br />

le si gonfiava e le si abbassava il petto.<br />

Ha aperto un occhio appena<br />

e poi “lasciatemi dormire” ha detto<br />

ed io mi son messo giù,<br />

lungo e steso accanto a lei<br />

e per dormire ancora<br />

nessun dei due ci ha pensato più.<br />

Davis Bonfatti<br />

Gli "Invadenti" - ...<br />

...<br />

127


Davis Bonfatti


Davis Bonfatti<br />

Gli "Invadenti" - ...<br />

Maschera per due<br />

129


Davis Bonfatti


LA SCENA<br />

Davis Bonfatti<br />

Gli "Invadenti" - Maschera per due<br />

Maschera per due<br />

Un salotto arredato con gusto moderno. Televisione telefono, divano, poltrone.<br />

Tavolo da gioco per quattro in un angolo. Luci indirette appropriate.<br />

PERSONAGGI<br />

- Anna<br />

- Luca<br />

Abiti appropriati. Età sulla trentina.<br />

§ § §<br />

ANNA: … si può sapere quali pensieri vai rimuginando?<br />

LUCA: Se sapessi che i miei capelli conoscono i miei pensieri, non esiterei a tagliarli; come<br />

disse quel generale prussiano.<br />

ANNA: Sei certo che si trattasse di un generale prussiano?<br />

LUCA: No, ma rende l’idea.<br />

ANNA: Calvo saresti decisamente orribile.<br />

LUCA: La maggioranza delle donne non la pensano così.<br />

ANNA: Lo ha detto il prussiano?<br />

LUCA: No, gli amatorilizzatori.<br />

ANNA: … gli?<br />

131


LUCA: Amatorilizzatori.<br />

ANNA: E che bipedi sono?<br />

LUCA: Più semplicemente gli amatori.<br />

ANNA: Se lo dici tu... (s<strong>qui</strong>lla il telefono).<br />

132<br />

Davis Bonfatti<br />

LUCA: (all’apparecchio)… pronto… sì, te la passo… è <strong>qui</strong>.<br />

ANNA: (all’apparecchio). Pronto… ah, sei tu… niente, si sta facendo una conversazione<br />

cretina… non lo so, è per la faccenda del prussiano…<br />

LUCA: Puoi anche tacere.<br />

ANNA: … no, niente, è lui che mi supplica di sorvolare… sì, sempre per la faccenda del<br />

prussiano calvo… No, non c’entra.<br />

LUCA: Ora sì che non la fermi più.<br />

ANNA: (sempre al telefono) ... senti, ora stacco. Ne riparleremo… no, noi non si esce<br />

stasera, dobbiamo risolvere dei problemi…<br />

LUCA: Uffa, basta. Non avete di meglio?<br />

ANNA: … no, no… è sempre lui che sbuffa… sì il prussiano… mah, non so, dice che si farà<br />

tagliare i capelli…<br />

LUCA: Cosa?<br />

ANNA: Dice di andare dall’Arnaldo. Fa dei tagli perfetti… Ciao, a domani, ciao.<br />

LUCA: Ma dico, era proprio necessaria una conversazione cosi idiota? Poi si lamentano<br />

perché il telefono è costoso.<br />

ANNA: Almeno quella parlava.<br />

LUCA. Io sono muto?<br />

ANNA: Spesso, caro. Troppo spesso.<br />

LUCA: Non capisco. Non vorrai dire…<br />

ANNA: Si voglio, voglio… sei in casa fra sì e no due sere la settimana e quando ci sei la scena<br />

è fiacca se non silenziosa. Oppure scrivi a macchina. Ecco. Scrivi a macchina. Così disturbi<br />

anche. Una cosa infernale.<br />

LUCA: E adesso?<br />

ANNA: Adesso vuoto il sacco e poi non so cosa farò.<br />

LUCA: Non un dramma, spero… (Suona il telefono).<br />

ANNA: Ancora! (stacca il ricevitore) …Pronto … sì, che c’è? ... (a Luca)… prendi, è per te.<br />

Gli "Invadenti" - Maschera per due


Davis Bonfatti<br />

LUCA: Pronto… Anna? … Non lo so, scusa, aveva detto che era per me… Niente, non sta<br />

accadendo niente. Non accade mai niente… Te la passo. (porge ad Anna il telefono) … ma<br />

era per te, “cara”<br />

ANNA: Pronto… ah, sei tu. Non avevo capito… ma niente, che cosa vuoi che ci sia… ma<br />

niente ti dico. Tu piuttosto, che vuoi? … va bene, va bene, sei scusata, ma che vuoi? …<br />

Senti Rita, ti ho già detto che ci vedremo domani… Niente, ho già detto che sei scusata…<br />

insomma, una semplice discussione tra me e Luca.<br />

LUCA: (rassegnato) … Addio!<br />

ANNA: (a Luca) Dice di mandarti al bar così ti calmi; che poi tu sai che cosa vuol dire.<br />

LUCA: Digli che è una lurida pettegola gelosa. Diglielo!<br />

ANNA: (mostrando il telefono) Prendi, diglielo tu. (Luca prende il telefono e chiude) …<br />

Senti, perché dovresti andare al bar?<br />

LUCA. Fatti miei.<br />

ANNA: Fatti miei? Mi sembra che a questo punto siano anche fatti nostri. Di noi due. Visto<br />

che Rita ti ci manda. Al bar.<br />

LUCA: Un accidente! (s<strong>qui</strong>lla di nuovo il telefono)<br />

ANNA: (più svelta di Luca riprende il telefono)... Qui casa Rinaldi, chi parla? Sì, ma chi<br />

parla?<br />

LUCA: Chi è?<br />

ANNA: Tiè, ecco chi parla.<br />

LUCA: (al telefono) Dica… Ah, è lei… no, questa sera non è possibile. Sono occupato.<br />

Una riunione di famiglia. Passi dal mio studio domani… Quando vuole, prendo appunto…<br />

Arrivederla.<br />

ANNA: Ipocrita.<br />

LUCA: (posando l’apparecchio) Scocciatori. C’è lo studio, la segreteria telefonica, il<br />

sostituto… Nossignori, a casa bisogna telefonare. Rompere a casa, bisogna.<br />

ANNA: E sméttila. L’ipocrisia è degradante. Quella voce ha telefonato altre volte. L’ho<br />

riconosciuta subito. Non ti sembrerebbe meglio dire le cose col loro nome?<br />

LUCA: Nome un corno.<br />

ANNA: L’hai detto!<br />

LUCA: Non dire stupidaggini. Dimmi piuttosto cosa significa che “ha telefonato altre volte”?<br />

Supposizioni, le tue. Ecco, supposizioni stupide. Insinuazioni. Come se il mio lavoro fosse<br />

facile, senza tentazioni…<br />

ANNA: Chiamale tentazioni…<br />

Gli "Invadenti" - Maschera per due<br />

133


LUCA: Ora basta!<br />

134<br />

Davis Bonfatti<br />

ANNA: Però t’incavoli! Straparli e salta fuori pure il bar.<br />

LUCA: Smettila.<br />

ANNA: Piantala tu, piuttosto. Perché non è soltanto Rita a parlare di certe cose.<br />

LUCA: Come, come… quali cose. Adesso non tirarti indietro come il tuo solito.<br />

ANNA: Il tuo socio Armani, per esempio.<br />

LUCA: E che c’entra Armani oltre a farti il cascamorto d’intorno?<br />

ANNA: Roba fritta e rifritta e lo sai.<br />

LUCA: Rifritta fin che vuoi ma puzza.<br />

ANNA: Puzza sì, se non altro per le fatiche che fa per giustificare certe tue assenze… Potrei<br />

stancarmi.<br />

LUCA: E io della tua gelosia.<br />

ANNA: Ma non sono cretina. E senza il… prussiano. E il maschio a mezzo servizio.<br />

LUCA: Bene. Sai allora che faccio?<br />

ANNA: Sì. É un’ora che vuoi farlo e ancora non sai che scusa trovare… (lieve gesto di<br />

protesta di Luca) … Lascia andare. Vai, vai pure… (quasi come un sussurro) ipocrita.<br />

LUCA: Non lo dire due volte.<br />

ANNA: (forte) Ipocrita tu e il tuo biondo amico, “quello che conta” per essere chiari.<br />

LUCA: Ne hai detta una di troppo. (esce in fretta)<br />

ANNA: (dopo congrua pausa, si accende una sigaretta, va al telefono e con calma forma<br />

un numero) … pronto Rita? … sì, è andato. Sbattendo la porta ma è andato. Vieni, vieni<br />

presto… Non importa, il vestito non importa. Vieni subito… Ti amo, Rita. Ti aspetto…<br />

(abbassa lentamente il telefono, abbassa fino alla penombra le luci della stanza, avvia il<br />

giradischi che trasmette a volume basso una musica dolcissima, poi si stende sul divano<br />

aspirando lentamente la sigaretta…)<br />

Lentamente: SIPARIO<br />

Gli "Invadenti" - Maschera per due


Davis Bonfatti<br />

Tre documenti da (non) buttare<br />

Gli "Invadenti" - Maschera per due<br />

135


Davis Bonfatti


Davis Bonfatti<br />

Tre documenti da (non) buttare<br />

A rileggere taluni documenti a cinquant’anni di distanza riguardanti eventi che dal 1939 al<br />

1946 interessarono in modo determinate le sorti del nostro paese, essi ci appaiono come<br />

ancora collocati in un’immotivata area di parcheggio.<br />

Il lavorio politico-diplomatico di quegli anni di anteguerra, guerra e dopoguerra era stato<br />

non breve ed intenso, sotterraneo nelle incertezze, brutale nelle premesse e per taluni<br />

“tradimenti”, ostico e punitivo nelle sue conclusioni.<br />

Era il 23 agosto 1939. Non più di quattro bandiere rosse con la svastica nera in campo<br />

bianco penzolano pressoché inerti sulla facciata interna dell’aeroporto di Mosca. Molotov<br />

per la Russia e von Ribbentrop per la Germania hitleriana dopo pochi preamboli firmano<br />

un protocollo d’intesa per “salvaguardare la pace fra i popoli”. Così, almeno, si esprimono<br />

le agenzie di stampa che a sorpresa annunciano l’evento. Tra le righe del comunicato da<br />

qualche parte si arriva ad ipotizzare un quasi “sostegno esterno” del Vaticano, memori<br />

che il 2 marzo del 1939 Pio XII si era premurato rivolgere al mondo un “appello per la pace<br />

minacciata” e che il 24 successivo aveva ripetuto con angoscia lo storico “Nulla è perduto<br />

con la pace. Tutto può esserlo con la guerra”. Ma nel corso della storia anche recente, più<br />

volte i pontefici saranno chiamati a queste angosciose prove…<br />

Nelle realtà - in quei giorni agostani - si sanciva di fatto tra due paesi dominati da regimi<br />

a severa dittatura la spartizione dell’Europa, con le conseguenze distruttive, gli errori e le<br />

ipocrisie ormai arcinote che largamente influenzarono anche l’Italia nonostante il famoso<br />

proclama “O Roma o Mosca” di mussoliniana memoria. Il più spietato comunismo ed il<br />

più spietato nazifascismo volevano far credere che per “salvaguardare la pace” si erano<br />

amalgamati.<br />

Era una beffa, ma qualcuno ci cascò e milioni di esseri umani ci lasciarono la vita. Ma non è<br />

di questo che intendiamo parlare.<br />

§ § §<br />

Il “punto” che c’interessa è il ricordo di tre documenti.<br />

Ecco il primo. E’ di Benito Mussolini e s’intitola:<br />

Gli "Invadenti" - Tre documenti da (non) buttare<br />

137


138<br />

“Il tempo del bastone e della carota”.<br />

Davis Bonfatti<br />

Viene pubblicato il 9 agosto del 1944 per far conoscere come i fatti e gli avvenimenti si<br />

svolsero nei mesi tragici - nei mesi più tragici - della storia d’Italia: una storia che potrà<br />

essere e sarà a suo tempo completata ma non potrà mai essere smentita e dove nella stessa<br />

vicenda e nelle sue fatali conseguenze è contenuta la morale di una Italia “oggi crocifissa”,<br />

ma dove - anche - (conclude l’autore) già si delinea all’orizzonte il crepuscolo mattinale<br />

della resurrezione.<br />

Un preciso concetto valutativo apre il documento mussoliniano. Ecco cose dice:<br />

“Un dato di fatto della catastrofe italiana dell’estate 1943 è che l’origine<br />

prima è dovuta alla Francia e si riconnette a una data: quella dell’8<br />

novembre 1942, allorché aprì all’America le porte del Mediterraneo mentre<br />

gli inglesi si tenevano prudenzialmente al largo. Così fin dal primo momento<br />

apparve chiaro che lo sbarco di un’annata americana nel Mediterraneo (con<br />

la “benedizione” russa e i tradimenti) costituiva un evento di grande portata<br />

strategica destinata a modificare - se non a capovolgere - il rapporto delle<br />

forze in quel settore che in Italia fu da sempre considerato, se non proprio<br />

decisivo, certo della massima importanza…“.<br />

La pubblicazione di Mussolini racconta poi per una cinquantina di pagine la “sua storia<br />

di un anno” e di un popolo “in mille pezzi stracciato, con quell’eterna ansia e fatica del<br />

“ricominciare” che sembra il privilegio e la condanna del popolo italiano”.<br />

In genere - accade - che i fatti storici siano sovente se non dimenticati, almeno accantonati<br />

o, più spesso, interpretati a seconda dei fini che si vogliono raggiungere. Ma il farlo è un<br />

errore.<br />

§ § §<br />

Il secondo documento - per tanti versi lasciato sbiadire - porta la data dell’agosto 1946 e<br />

viene da Parigi. Trattasi del discorso che Alcide De Gasperi, capo del governo provvisorio<br />

del tempo, tiene alla cosiddetta “Conferenza della Pace” davanti - come scrissero i giornali<br />

dell’epoca - al “Tribunale dei Vincitori” forte di ben ventuno membri in rappresentanza<br />

di altrettanti ex avversari, tutti protesi a “farci pagare misfatti e colpe” che di fatto,<br />

nemmeno la dichiarazione di Quebec aveva convalidato nonostante le pressioni di Stalin e<br />

dei rappresentanti di Jugoslavia e di Albania.<br />

Alla conferenza parigina il riscatto che l’Italia aveva già in gran parte pagato non ebbe<br />

obiettiva considerazione. Testimonianze oculari come quella dell’on. Brusasca affermano<br />

che la nostra delegazione fu trattata “come imputati tenuti in camera di sicurezza fino<br />

all’ingresso in aula dei giudici”. Soltanto l’americano Byrnes e un olandese ebbero per i<br />

rappresentanti della “nouvelle Italie” qualche cenno di incoraggiamento.<br />

In quel clima dove preminenti erano l’ostilità e la fretta di chiudere il “capitolo italiano”,<br />

Alcide De Gasperi cominciò il suo dire…<br />

“ Prendo la parola - disse - in questo consesso mondiale ben persuaso che<br />

tutto è contro di me: e soprattutto lo è la mia qualifica di ex nemico, che mi<br />

Gli "Invadenti" - Tre documenti da (non) buttare


Davis Bonfatti<br />

fa considerare come imputato e l’essere citato <strong>qui</strong> dopo che i più influenti di<br />

voi hanno già formulato le loro conclusioni.<br />

Ebbene, permettete che vi dica con la franchezza che un alto senso di<br />

responsabilità impone in quest’ora storica a ciascuno di noi, che questo<br />

trattato è, nei confronti dell’Italia, estremamente duro”.<br />

E concludeva:<br />

“Come italiano non vi chiedo nessuna concessione particolare, vi domando<br />

solo di inquadrare la nostra pace nella pace che ansiosamente attendono gli<br />

uomini e le donne di ogni Paese senza sostare su labili espedienti… “.<br />

§ § §<br />

La “terza documentazione” viene il 13 agosto, sempre del 1946 e sempre da Parigi, dalla<br />

“Conferenza della Pace”.<br />

Trattasi del discorso che Molotov pronuncia, a nome della Russia e Paesi satelliti ad essa, in<br />

aperta risposta alle posizioni dell’Italia.<br />

Quello che Molotov ebbe a dire, non rifuggendo a taluni effetti retorici, lo abbiamo<br />

integralmente desunto non dalle agenzie di stampa (spesso affrettatamente riassuntive) ma<br />

dall’ufficiale “Supplemento n°4 del 15/8/1946 di Notizie Sovietiche”. Vediamone qualche<br />

frammento.<br />

“ Abbiamo ascoltato il discorso - dice il russo - del signor De Gasperi a<br />

proposito del progetto di trattato con l’Italia. Se questo discorso rispecchia<br />

in modo giusto la politica della nuova Italia, merita di essere considerato<br />

con attenzione, tanto per quel che è stato detto quanto per quel che è stato<br />

omesso. In ogni caso non si può lasciare senza risposta un discorso di rigetto<br />

del trattato di pace e che può suscitare molti dubbi.<br />

L’Italia fascista, che edificava il proprio benessere sulla base dell’espansione<br />

e dell’occupazione di piccoli stati, si è screditata agli occhi dei popoli ed è<br />

arrivata al fallimento.<br />

Voi avete sentito che il signor De Gasperi ha concentrato la sua attenzione<br />

sulla giustificazione delle pretese italiane che riguardano la parte occidentale<br />

della Venezia Giulia, compresa la città di Trieste, eccitando le passioni nei<br />

riguardi di questo problema.<br />

… l’Unione Sovietica considera poi con estrema cautela richieste quali, ad<br />

esempio, quella di accordare ai cittadini di qualsiasi Stato straniero, diritti<br />

uguali a quelli dei cittadini italiani … “<br />

§ § §<br />

A soltanto nostro personale avviso abbiamo voluto di proposito non addentrarci nei tre<br />

Gli "Invadenti" - Tre documenti da (non) buttare<br />

139


Davis Bonfatti<br />

documenti citati. Li abbiamo voluti soltanto ricordare perché meritevoli (secondo noi) di<br />

essere fatti conoscere “per intero” alle giovani generazioni di questo fine secolo e di quelle<br />

future per le considerazioni e valutazioni che l’onestà storica vorrà trarre.<br />

140<br />

Gli "Invadenti" - Tre documenti da (non) buttare<br />

(marzo 1991)


Davis Bonfatti


Davis Bonfatti


Davis Bonfatti


Gli “Invadenti”<br />

Un flash per una vita<br />

Davis Bonfatti<br />

Sommario<br />

Un flash per una vita 11<br />

80: Una giornata (quasi) qualsiasi 41<br />

Bipedi e Quadrupedi Documenti e Commenti inutili<br />

Personaggi Interpretati Così 47<br />

Un “Uomo Qualunque” e dintorni 49<br />

Un prete 53<br />

Adeodato detto “Gustavo” 55<br />

Al tramonto di un secolo 56<br />

Salmo per l’anno 2000 57<br />

Un Maggiore T.O. 58<br />

Il millepiedi 59<br />

Un computer del Medioevo 61<br />

Piero Gobetti 62<br />

Preistoria - Storia – guerra e dopoguerra 66<br />

Lettere mai spedite 69<br />

Vescovo Gioacchino Muccin 71<br />

Don Piero Altieri 72<br />

La Conferenza 74<br />

On. Antonio Patuelli 76<br />

On. Dr. Giovanni Goria 77<br />

Resto del Carlino 14/08/1988 78<br />

Alto Giurista della Corte Costituzionale 79<br />

Resto del Carlino 11/01/1988 80<br />

Quando FIAT è “voluntas dei” 81<br />

Dr. Indro Montanelli 82<br />

Don Pietro Galavotti 83<br />

On. Egidio Sterpa 84<br />

On. Prof/ssa Franca Falcucci 85<br />

On. Dr. Giovanni Goria 87


Davis Bonfatti<br />

Una Romagna chiamata “Fruttadoro” 89<br />

Romagna è … 91<br />

Il “Concetto Fruttadoro” e la realtà 92<br />

Tra cronaca e storia 94<br />

Il ridisegnamento 95<br />

Restare alla pari 96<br />

La struttura “Fruttadoro” 97<br />

Documenti e Commenti 99<br />

Il commento 101<br />

Quando la storia si ripete 105<br />

Questa sera corsa tris 106<br />

Quando le lucciole sembrano lanterne 115<br />

… Questa è Romagna 117<br />

La sabbia stanca 118<br />

Pensione-Soggiorno in Riviera 119<br />

L’Onda 120<br />

Cecilia Carlotta 121<br />

Stanotte in tre 122<br />

Senza fine 123<br />

Un giorno di piova 124<br />

L’orologio 125<br />

Il mio presepe 126<br />

... 127<br />

Maschera per due 129<br />

Maschera per due 131<br />

Tre documenti da (non) buttare 135<br />

Tre documenti da (non) buttare 137

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