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Teresa Gatto

ROSA

E LE SUE

SORELLE

ROMANZO

EDIZIONI


Teresa Gatto

ROSA

E LE SUE

SORELLE

ROMANZO

EDIZIONI


Dedicato a mia nonna Rosa Margherita Grimaldi

(16 marzo 1893 - 23 luglio 1937)

*

Ringrazio tutte le voci narranti che mi hanno dedicato un po’ del

loro tempo e della loro memoria, in particolare Felice Bertola e

Bartolo Mascarello, formidabile conversatore che ho avuto la fortuna

di conoscere prima che lasciasse questo mondo.

Ringrazio Lucia del bar Baraonda di Lipari, per il conforto, e Luigi,

per il suo contributo alla Teoria dei tre giocatori.

ISBN 88 -902677-4-7 978-88-902677-4-1

Edizioni

Via Neive, 77 - 12050 Castagnito - (Cn)

Tel. 0173 21 01 81 - Fax 0173 21 01 89

www.antares-online.it

Stampato presso: Arti Grafiche Dial - Mondovì

Luglio 2007


Prefazione dell’Autrice

Naturalmente dovrei dichiarare che i personaggi di questa storia sono

inventati e che ogni riferimento a persone e situazioni vere è puramente

casuale, e infatti lo dichiaro.

Non vi è qui alcuna pretesa di oggettività, né di fedeltà storica: non mi

interessano i fatti in sé, quanto la coscienza che li vive, li amalgama e

li fa propri: non la cronaca, ma le personali prospettive.

Tuttavia, ogni parola che qui leggerete mi è stata raccontata da qualcuno.

Ho mescolato le carte e i tasselli del mosaico, ed è nato un coro

in cui le singole voci si sono confuse l’una nell’altra. Le voci della mia

terra natale, che mi hanno raccontato una storia collettiva.

Ci sono soprattutto le storie di tante donne, che ho ascoltato e poi scelto

di far sembrare una sola per comodità narrativa e per loro sconcertante

somiglianza. È a questo femminile ferito che il libro è dedicato.

Tutto questo per dire che per me non importa chi ha vissuto che cosa,

quando o perché.

Importa cosa ha sentito, capito, assimilato, imparato.

Importa come ha usato la sua creatività per riportarlo ad altri, come lo

ha filtrato attraverso le emozioni e la sua visione del mondo; importa

il bisogno di esprimersi, il coraggio di esporsi e di andare oltre.

Il racconto vero è colui che racconta.

È la storia dei suoi cambiamenti verso la saggezza mentre si misura col

destino.

Se posso raccontare, o essere raccontato, vuol dire che ho vissuto, e lo

scrittore è solo il tramite attraverso cui le storie si manifestano.

Per me le storie, come per i narratori antichi, devono insegnare qualcosa

mentre divertono, trasmettere in codice le esperienze, stimolare

domande, alleviare dolori, risparmiare errori. Le storie sono delle

mappe per i viaggiatori curiosi del mondo.

Non importa chi ha vissuto davvero quel che racconto, quel che conta

è che qualcuno lo ha vissuto.

Forse voi stessi, prima o poi. Anche se non siete mai stati qui.


La vita va vissuta

lontano dal paese: si profitta e si gode

e poi, quando si torna, come me a quarant’anni

si trova tutto nuovo. Le Langhe non si perdono.

E le donne non contano nella famiglia.

Voglio dire, le donne da noi stanno in casa

e ci mettono al mondo e non dicono nulla

e non contano nulla e non le ricordiamo.

Ogni donna c’infonde nel sangue qualcosa di nuovo,

ma s’annullano tutte nell’opera e noi,

rinnovati così, siamo i soli a durare.

Siamo pieni di vizi, di ticchi e di orrori

- noi, gli uomini, i padri - qualcuno si è ucciso,

ma una sola vergogna non ci ha mai toccato,

non saremo mai donne, mai ombre a nessuno

Cesare Pavese, Antenati

Cesare Pavese, I mari del Sud

Debbo prima scrivere il mio terzo libro, che parlerà d’Alba.

Ma un libro su Alba, è meglio scriverlo in Alba o lontano da Alba?

Beppe Fenoglio, diario 1954


Grazie a te ho una barca da scrivere, un treno da perdere

E un invito all’hotel Supramonte dove ho visto la neve

Sul tuo corpo così dolce di fame così dolce di sete.

Passerà anche questa stazione senza far male

Passerà questa pioggia sottile come passa il dolore

Ma dove, dov’è il tuo cuore?

Fabrizio De André, Hotel Supramonte

‘Perché le donne non erano come noi.’ Pippo del bar, classe 1962


Era nata ad Alba, in Piemonte, nei primi anni ‘60.

Non raccontava mai a nessuno dei posti della sua provenienza, perché

quei luoghi, e la memoria che li accompagnava, erano sempre stati per

lei una specie di vergognoso segreto.

Un fatto di cui inspiegabilmente non si poteva né si doveva parlare.

Una ferita da nascondere.

Se non si è mai stati in un posto, le cose che lì sono successe non sono

mai davvero accadute per noi, e se sono capitate non ci riguardano di

persona; nei romanzi polizieschi, si chiama ‘avere un alibi’.

Nella disperata ricerca di un alibi, la bambina invidiava i figli degli

immigrati, quelli che avevano almeno un genitore di un altro posto,

magari del Sud Italia, o del Veneto, per non parlare dei rari bambini le

cui madri avevano nomi esotici e venivano da paesi lontani.

Invidiava perfino i figli degli zingari per lo stesso motivo, perché erano

di passaggio. Transitavano coi loro carrozzoni lungo le rive del Tanaro,

alla periferia della città, si fermavano un tempo e dopo un po’ sparivano

così com’erano venuti, con grande sollievo di tutti i cittadini per

bene che temevano per la sicurezza dei loro possedimenti.

A volte sognava che gli zingari la rapissero, che le insegnassero a suonare

la fisarmonica davanti al fuoco di notte, la lasciassero camminare

scalza tutto il giorno e correre nei prati lungo il fiume, con le lunghe

gonne e gli orecchini tintinnanti.

Mentre lei doveva stare ferma e composta, parlare da signorina e solo

se veniva interrogata, pena l’essere redarguita con espressioni deluse

ed epiteti carichi di rimprovero quali ‘cavallona’, ‘maschiaccio’ etcetera.

La mamma e la nonna paterna usavano quelle parole contro di lei

come fossero insulti o peggio rabbiose bestemmie, e la bambina ogni

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volta pensava che invece saltare come un cavallo grande o correre

come un deprecabile maschio fosse la cosa più desiderabile del mondo,

non sapendo più se credere a se stessa o a loro.

I suoi dubbi si sciolsero verso i sette anni, quando le confessarono che

non era vero che Gesù Bambino portava i regali la notte di natale: la

bambina ci rimase malissimo, ne dedusse che se le avevano mentito su

una cosa così importante potevano ingannarla su qualsiasi altra, e decise

che non si sarebbe mai più fidata dell’opinione di nessun adulto.

Avrebbe fatto finta di obbedire, nella spasmodica attesa dell’età in cui

sarebbe stata libera di decidere di sé.

Nel frattempo, era ossessionata da ciò che era lontano; a tutti chiedeva

da dove provenissero, quali luoghi avessero visitato, e se tra i loro

antenati c’era qualcuno che fosse semplicemente di un altro posto

bastava a riempirla di invidia e meraviglia, a dilatare la sua fantasia

verso orizzonti lontani e più vasti.

La maggior parte dei ragazzini che frequentava era originaria della

piccola città, ma almeno alcuni viaggiavano, durante le vacanze

estive. Lei no.

I suoi non avevano la cultura del viaggio. Era nata lì; i suoi genitori, i

nonni e tutta la sua schiatta, ovunque la rigirasse e la guardasse, erano

di lì, e le radici, i rami, le foglie, ogni sua cellula erano impastati di

terra fertile, di tartufi e fieno, di uve nere e uve bionde immobili a

maturare sotto il sole d’agosto e raccolte d’ottobre, quando le prime

nebbie salivano strisciando lungo i fianchi delle colline e impregnavano

di umido la terra e il cielo.

Per tutta l’infanzia e la tormentosa adolescenza che ne seguì non fece

altro che sognare che sarebbe fuggita, sarebbe stata di un altro posto,

avrebbe inventato e costruito scientemente un’altra vita.

Tentò ostinatamente di cancellare dal corpo il ricordo di ogni odore e

forma di langa, la traccia pericolosa di una cultura che le aveva fatto male.

Vagabondò per il mondo imparando lingue e dialetti diversi, mescolandosi

a sapori, odori e amori esotici e strambi, e per un po’ funzionò:

misurandosi col mondo, imparò a correre sulle sue gambe.

Lo sapeva di non dover tornare.

Non si può reprimere il desiderio, specie quello inconscio: prima o poi

salta fuori e ti fa fare scelte di cui poi spesso ti penti, o come minimo

stenti a riconoscere come tue. Solo se sei onesto, dopo un po’ riesci a

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dire questo sono io, questa scelta è parte di me, anche se prima di

viverla non lo sapevo.

Non si può nemmeno nascondere ciò di cui siamo fatti, ciò che chiamiamo

destino, aveva tentato di farlo ma alla fine perse.

Così si decise a tornare, giusto per dare un’occhiata, senza troppo

rumore né attenzione, un po’ da turista.

E invece conobbe Giò.

Lui era tutto ciò che Rosa non avrebbe, non dico voluto, ma nemmeno

immaginato di volere.

La sua famiglia aveva abitato sulle Langhe dalla notte dei tempi. Il

padre e la madre avevano persino lo stesso cognome, perché erano nati

e cresciuti in una piccola frazione su una collina dove eran tutti parenti,

e dove un tempo ci si arrampicava incolumi solo nella bella stagione,

col carro trainato dai buoi, oppure a piedi.

Anche i suoi erano contadini; lui raccontava sempre che suo nonno si

alzava alle quattro della mattina per zappare, e alle dieci, quando Giò

bambino si alzava, lo trovava seduto in cucina che faceva colazione

con pane e salame, la soma d’aj e un pintone di barbera. Il nonno era

stato il suo eroe, il suo maestro, il suo idolo. Fin da piccolo, gli aveva

insegnato a bere il vino per il piacere e non per il vizio.

Anche Giò era contadino dentro, parlava poco e detestava viaggiare,

era cresciuto fumando sigari e giocando a biliardo nei circoli dell’azzardo

bui e fumosi dove nessuna donna ha mai messo piede.

Ah, le donne! Le donne in Langa son sempre state quelle che accudiscono

l’uomo e la sua casa, lavorano come muli e gli allevano i figli.

Le donne non contavano; portavano in grembo i figli dell’uomo perché

il suo cognome e i suoi beni potessero durare, poi se ne andavano,

dimenticate. Silenziose e obbedienti, date per scontate. A volte feroci e

amare. Ammalate di solitudine. Mai ringraziate.

Le femmine sono delle lecce, dicevano i vecchi giocatori con aria di

disprezzo, e le lecce nel tressette sono le carte che non fanno punto,

che non valgono nulla.

Soprattutto da questo lei aveva voluto fuggire.

A volte lo spiava, mentre al circolo giocava a biliardo e parlava insieme

agli altri uomini, vecchi partigiani con il doppio dei suoi anni,

imprenditori di successo e avvocati parassiti, mediatori esperti nel

comprare e nel vendere, logori puttanieri e lingere rovinate dai vizi,

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igorosamente in quel dialetto che lei non sapeva pronunciare. Un parlarsi

e un guardarsi di sfuggita, con la mano stretta intorno ad un bicchiere,

e quel rispetto di maschi guardinghi che annusano e valutano il

territorio. Lui non dava confidenza a nessuno, non sbagliava mai un

tiro, e gli altri gli portavano rispetto, giravano al largo e gli offrivano

da bere anche quando perdevano.

Che aveva a che fare con lui? Perché non riusciva a spostare il suo centro

di attenzione lontano da quel punto pericoloso e irresistibile che lui

rappresentava?

All’inizio era stato facile, lo aveva scelto perché era molto gentile e

schivo quel tanto che bastava per sollecitare tutta la curiosità del

mondo senza farle paura. Lo scelse un po’ per noia un po’ perché voleva

farsi un regalo, ed era un po’ che non avvicinava un uomo.

Lui non sembrava avere tanta pratica di donne, ma al tempo stesso

sembrava così sicuro di sé delle proprie opinioni dei propri gesti da

ispirare calma e fiducia in chiunque si fosse premurato di osservarlo.

Di certo a lui non importava di attirare l’attenzione del prossimo, meno

che mai delle donne, e trattava tutti allo stesso modo, senza sedurre né

aggredire, semplicemente limitandosi all’essenziale. A lei piacque

molto questa semplicità, che unita all’ammirazione che lui le riservava,

la fece sentire al sicuro.

Scambiando la sua riservatezza per timidezza, decise di prendere l’iniziativa

e di avvicinarlo, ma invece di usare la seduzione con cui era

stata abituata a interagire con gli uomini, usò la franchezza, fu se stessa,

e così invece di conquistare fu conquistata.

Dopo un po’ si rese conto che quello che l’aveva attratta di lui era il

suo potere. Non era un potere materiale, dovuto a qualche circostanza

esterna, era invece una forza che emanava dalla sua persona, da un suo

centro silenzioso e nascosto, e che lui non usava, forse non ne era neppure

cosciente. Fu l’amore di lei a dargli questa consapevolezza.

Il nutrimento d’amore che lei gli mandava a ciclo continuo lo rendeva

fiero e grato, gli si accumulava dentro attraverso un rifiorire continuo del

desiderio che lei non gli permetteva mai di esaurire. Si sentiva ogni giorno

più forte, più pieno di possibilità, e così quando lei gli propose di andare

via insieme lui tagliò tutti i ponti con la vita di prima e la seguì.

Conobbe lati di sé di cui ignorava l’esistenza, la passione, l’umorismo,

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la gioia, il gusto per l’avventura. Lei, semplicemente fu felice: si sentiva

al centro di un universo di energia pulsante, un passaggio di luce

che riceveva passione e la trasformava in amore, tenerezza, comprensione,

creatività.

Poi una notte fece un sogno che la turbò.

Erano nella loro stanza da letto affacciata sul mare, e la brezza entrava

leggera attraverso la finestra. Anche nel sogno si trovavano nella stanza,

ma era giorno, e Giò si alzava dal letto mettendosi a riempire frettolosamente

le valigie. Lei lo guardava stranita e gli chiedeva, dove

vai, che sta succedendo, e lui rispondeva senza alzare la testa, devo tornare

da mia madre, ha bisogno di me, mentre continuava a infilare le

sue cose alla rinfusa nella borsa.

Si svegliò in preda all’angoscia che le attanagliava la gola, col cuore

che percuoteva ferocemente il petto e le tempie. Apparentemente non

era successo niente, Giò continuava a dormire beato al suo fianco, la

luna illuminava il mare in lontananza, eppure non bastò a rassicurarla;

lei sapeva distinguere piuttosto bene gli incubi dai sogni premonitori.

Infatti dopo poco tempo Giò cominciò a cambiare, e lei capì con disperazione

che si stava preparando all’addio.

Volle tornare alla sua città, dove sua madre nel frattempo si era

ammalata per davvero, ma non fu solo per sua madre che tornò, fu

perché gli prese la paura di essere così tanto cambiato da non potersi

più riconoscere.

Era cambiato per lei, era diventato forte grazie a lei, ma invece di continuare

a darle il suo amore com’era giusto che fosse, cominciò ad

accumulare il potere che riceveva per liberarsi di lei. Si mostrava sempre

più avaro, e farle del male diventò la sua tentazione quotidiana, il

demone segreto che si impossessò di lui.

Non vivevano più insieme, anche se continuavano a vedersi, ma un po’

di meno.

Adesso era lui che dettava le condizioni della relazione, la riempiva

ancora di tenerezze quando erano soli, ma poi si alzava dal letto e scappava,

e davanti agli amici le diceva serio, ricordati bene che a me nessuna

donna mi comanda.

Aveva scoperto che lei era una donna proprio come tutte le altre donne in

carne e ossa di questo mondo, e non quell’essere ideale che aveva imma-

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ginato e adorato da lontano: ma soprattutto aveva scoperto che alla fine

lui le donne amorevoli le disprezzava, come aveva visto fare a suo padre.

Le donne non le aveva mai capite e ne aveva paura.

Fatto sta che lei incautamente era tornata per seguirlo ed era rimasta

intrappolata.

Non sapeva se restare e abbandonarsi al ridicolo destino che dopo tanto

peregrinare l’aveva riportata al punto di partenza, oppure se fare uno

sforzo sovrumano e tentare di liberarsi una volta per sempre.

Ma lì c’era qualcosa di lei di cui le importava moltissimo. Forse non

era neppure Giò, ma Giò in qualche modo c’entrava, era stato la porta

d’ingresso, l’elemento scatenante. Forse si trattava di una storia da

chiudere prima di andarsene per mai più tornare, un tributo da pagare

al passato, un insegnamento da cogliere, anche se non sapeva ancora

di cosa si trattasse.

Così decise di incominciare da lì, a ricostruire la tela strappata della

sua identità smarrita e ancora incompleta, per tamponare il dolore dell’abbandono

e del tradimento.

Era nata ad Alba, in mezzo alle Langhe, e qui era tornata intorno ai

quarant’anni.

2 febbraio, Mattina di Candelora

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*

Uscì di casa che era ancora buio, e camminò per kilometri a testa bassa

lungo la provinciale, prima nel traffico della città, poi, a mano a mano

che saliva, sempre più nella solitudine, il naso tuffato nella sciarpa di

lana riscaldata dal fiato, le mani nei guanti e i guanti nelle tasche del

giubbotto. Tutti i giorni all’alba si metteva in cammino furiosamente,

ostinatamente, fissando in terra la striscia di brina che marcava il confine

tra l’asfalto e la terra, sforzandosi di non pensare a niente. Oppure

contava i numeri dei passi, o dei respiri, o degli alberi. Cercava di

costringere i muscoli del torace a respirare a fondo, e la mente a non

pensare, a non tornare ossessivamente sulla ferita che le faceva male,

la ferita dell’assenza di Giò.

Quando fu in cima alla salita di Diano alzò finalmente il capo, e vide

sorgere il sole in lontananza.


Dopo la furia dello sforzo fisico allentò la tensione di gambe e polmoni,

decelerò il passo, e dopo un momento si sentì felice di poter far

parte di quella bellezza, di avere gli occhi per guardarla, il respiro per

annusarla, le gambe per misurarla.

Percepì acutamente che la terra era ancora viva, e si stava risvegliando

sotto le carezze timide del sole. Dopo l’immobilità gelata e arida dell’inverno,

la linfa ricominciava a muoversi. Proprio come me, pensò,

che ti ho perso otto mesi fa e ho creduto di morire, mi sono rannicchiata

in silenzio sotto le piogge e sotto la neve, e ho aspettato che il

cuore paralizzato tornasse a battere, che un po’ di calore si muovesse

dall’interno per scaldarlo.

Si era fidata della natura, e infatti il miracolo era accaduto. Respirò

profondamente.

Qualche contadino aveva acceso un fuoco per bruciare i cumuli di

foglie secche, qualcun altro stava già potando i filari ordinati delle viti,

le preziose pianticelle che hanno trasformato una Langa di condannati

alla fame in ricchi e sofisticati cittadini del mondo.

Sulla volta del cielo c’erano il sole e la luna, uno di fronte all’altro, le

montagne lontano scintillavano, e c’era silenzio. La natura era piena di

rispetto.

Rammentò che era il giorno sacro di Candelora, il momento dell’anno

in cui si celebra il ritorno alla vita dopo l’inverno. (1)

Percorreva palmo a palmo le colline perché aveva deciso di ascoltarle

e di conoscerle.

Fino ad allora si era fidata dei racconti degli altri, degli scrittori, dei

vecchi e dei suoi genitori, ma non ne aveva un’esperienza sua. Quando

ho vissuto qui, pensò, da bambina e da adolescente, non avevo abbastanza

presenza nemmeno per ascoltare me stessa: perciò sono ritornata,

per avere la mia personale esperienza di questo posto.

Doveva scoprire cosa era successo prima di lei, conoscere il terreno e

la pianta che l’avevano germogliata. Trovare gli ingredienti per la

pozione magica che l’avrebbe fatta guarire.

Quindi ora se ne andava in giro annusando come un cane avido, fingendo

di sonnecchiare come un gatto silenzioso, e ascoltava quel dialetto

largo, osservava i movimenti e i gesti, i modi di dire, la fisiognomica

degli uomini e delle donne delle colline; si confrontava con quello

che ricordava e con quello che non sospettava nemmeno.

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Sedette per qualche momento su un paracarro, lanciò lo sguardo sulla

corona di alpi che correvano tutto intorno all’orizzonte verso nordest.

La mente trovò un varco nel silenzio e le portò un pensiero nuovo.

- Chissà com’era mia nonna, che non ho conosciuto ma che mi ha

lasciato il suo nome in eredità, e come troppe contadine di Langa ha

patito la vita fino a morirne in un’età in cui una donna dovrebbe invece

fiorire ed essere felice. Morì giovane, forse di troppe gravidanze, o

troppo lavoro, troppa ignoranza troppa religione che imponeva il sacrificio

e non contemplava la ribellione, né la fuga, ma solo il ruolo triste

e la postuma glorificazione dell’essere una vittima.

Mi ricordo quando sentii parlare di lei la prima e forse unica volta della

mia infanzia.

Gli zii erano soliti venire a vegliare a casa nostra in città nelle sere

d’inverno, quando i lavori in campagna erano fermi, e in quelle occasioni

gli uomini si radunavano in cucina per giocare a carte: le donne

invece, e io con loro, si riunivano in una stanzetta e lavoravano a

maglia, o all’uncinetto, mentre facevano i loro discorsi.

Di solito mi sdraiavo sul sofà, e mi rilassavo al suono del loro cicaleccio,

respiravo il loro odore di femmine godendomi il contatto

caldo delle schiene, come un cucciolo di cane, come un vitellino.

Zia Caterina una volta aveva detto che sembravo al vitellino piccolo

della Rossa, e io ero stata contenta, perché amavo le sue tre mucche,

le chiamavo per nome, e a volte aiutavo lo zio a preparare il

loro pasto, mescolando il mangime e l’acqua col bastone di legno

nei secchi moplen, dove loro impazienti tuffavano il grande muso

umido. Le mucche mi piacevano perché avevano la faccia mansueta,

erano lente e calde e sapevano di buono, e a volte mi permettevano

di stare in groppa al loro collo possente, o mi portavano in giro

appollaiata sul rabastu, il carretto senza ruote che trasportava il

fieno strisciando per terra.

Anche la cugina Giovanna, quando mi affidavano a lei che era già

grandicella, mi portava nella stalla e voleva che fingessi di essere il

vitellino piccolo, e le succhiassi le mammelle come quelle della

mucca; io lo facevo perché avevo paura che per vendicarsi dei miei

rifiuti lei dicesse che ero stata cattiva, ma chiudevo il naso e non respiravo

perché le sue mammelle puzzavano. Da allora, mi fido o diffido

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delle persone a seconda che il loro odore mi piaccia o no.

Con le zie e la mamma invece mi sentivo al sicuro, e finiva che mi cullavo

tra il sonno e la veglia abbrancando qua e là brandelli di discorsi.

Una sera sentii questo nome, Rosa, accompagnato da sospiri e commozione;

intuii che doveva trattarsi di qualcuno morto da tempo di una

cosa misteriosa e temuta chiamata ‘emorragia’, o forse di un’altra

ancora più terribile chiamata ‘parto’, o tutte e due insieme; in più,

doveva trattarsi di una specie di vergogna, perché la mamma e la zia

abbassarono notevolmente la voce quando pronunciarono quelle parole,

per poi tornare ai toni normali quando ripresero i pettegolezzi.

Il giorno dopo, facendo finta di niente, mi avvicinai alla mamma e le

domandai sottovoce, mettendomi la mano aperta a lato della bocca,

come quando si dicono i segreti:

- Mamma, chi è Rosa? -

E mia madre distrattamente rispose:

- Era tua nonna, mia madre, ma è morta da così tanto tempo che nemmeno

me la ricordo. -

Fece un lungo sospiro e mi apparve di colpo triste, allora mi sentii

vagamente in colpa per aver tirato in ballo l’argomento.

- Tu invece non morirai mai, vero mamma? - domandai preoccupata.

- Io? Certo che no, altrimenti chi si occuperebbe di te e di papà? - rise e

mi abbracciò forte senza prendermi troppo sul serio. Contenta di aver

riportato la mamma alla gioia, tornai ai miei giochi, ma quella sera pregai

lungamente il mio confidente gesù bambino perché non si portasse

mai via la mia mamma (a quel tempo pensavo ancora che lui esistesse).

Quello che mi preoccupava veramente era la notizia che quella Rosa

era mia nonna; se era mia nonna, poteva capitarmi di fare la stessa fine;

nella parentela non si faceva altro che sottolineare chi aveva preso

qualcosa da chi: e se io avessi ereditato da lei quelle terribili malattie?

Pensai, devo ricordarmi di questi nomi, perché a me non deve capitare,

io non voglio morire di quelle cose tanto brutte. Ero ossessionata

dalla paura di morire. Ma poi, quando dopo attente indagini scoprii che

la malattia chiamata parto si prendeva solo se una era sposata, e aveva

dei bambini, decisi fermamente che non mi sarei mai sposata, così

finalmente mi tranquillizzai.

Poi mi dimenticai di Rosa, né nessuno mai più la nominò in mia presenza.-

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18

*

Le era ritornata in mente sei mesi prima, quando stava per compiere

quarantadue anni.

Stava lavorando a un progetto sulla cultura femminile, era il principio

di agosto. (2)

Giò l’aveva lasciata, e lei passava il tempo cercando di lavorare, usando

la disciplina per centellinare il dolore a piccole dosi, per non

lasciarlo uscire tutto d’un fiato temendo che ne sarebbe stata travolta.

C’era un’afa bestiale in pianura, così prese l’auto e cercò refrigerio sui

monti verso Mondovì.

Non conosceva bene la provincia di Cuneo, e automaticamente si

diresse verso un posto dove il suo uomo l’aveva portata in gita un anno

prima, il bosco sopra alla Certosa di Pesio.

Lasciò l’auto sul piazzale ed entrò nel monastero.

Fece il giro dei chiostri godendosi il fresco e il silenzio, sostando un

po’ nel prato dove insieme a Giò aveva ammirato le querce secolari.

L’anima di Giò amava quel posto, e lei lo aveva amato attraverso i suoi

occhi. Adesso quel posto le parlava di lui.

Il punto più bello del monastero era la vecchia chiesa: si affacciava a

strapiombo sopra un impetuoso torrente dalle acque verde smeraldo,

sul quale anticamente i monaci avevano costruito un mulino.

Lasciandosi alle spalle la gloria della luce e del verde del bosco, si entrava

nella chiesa immersa nella penombra, odorosa di legno e di cera.

C’era un braciere di bronzo vicino all’ingresso, davanti alla statua

della Vergine: bruciò dell’incenso che aveva portato, e quando la fragranza

cominciò a diffondersi sedette in un banco e si rilassò.

Si sentiva a casa, tra le braccia della Madre, e finalmente liberò il

fiume della sua tristezza: pianse su tutto quello per cui era necessario

piangere, una parte della vita che era finita, lo smarrimento e la confusione

che provava, la solitudine e l’incertezza per la nuova direzione

da prendere che ancora non sapeva intuire. Chiese un aiuto, un sostegno,

e alla fine la sua mente smise di lottare. Non poteva farci niente,

solo fermarsi e aspettare.

Una grande pace e un profondo silenzio calarono in lei. Si sentì vuota

e rilassata.

Ebbe voglia di posare la pancia sulla terra riscaldata dal sole, e sentire


il contatto rassicurante del suo corpo.

Così uscì nel prato e si sdraiò al sole, appoggiando l’ombelico sul tepore

della terra, annusando l’odore dell’erba come faceva da bambina, e

si addormentò chiedendo quale sarebbe stata la prossima tappa del suo

cammino.

Si svegliò dopo una mezz’oretta, piena di energia e ristorata.

Uscì dalla porta principale e si arrampicò sul sentiero a lato della

Certosa, che si inoltrava nel bosco accompagnando il corso impetuoso

di un torrente affluente del Pesio.

Le venne voglia di risalire il letto dell’acqua saltando da un masso

all’altro, arrampicandosi lungo le sporgenze delle rocce, più veloce che

poteva. Era un gioco che faceva a volte con Giò quando andavano a

camminare nei boschi. Poteva farlo anche da sola, per una volta.

Corse in salita fino allo sfinimento, per una ventina di minuti, ridendo

e gridando come una bambina. Quando si fermò, era nel profondo del

bosco; sentiva il suono dell’acqua tra le rocce, i canti degli uccellini, il

ritmo del cuore nel petto.

Cercò una pozza piuttosto profonda, si tolse gli scarponi e gli abiti, e

si immerse fino alla cintola nell’acqua gelida, mentre tutta la sua pelle

rabbrividiva di piacere.

Senza riflettere su quel che stava facendo, raccolse un po’ d’acqua nell’incavo

delle mani e se la versò sul capo, disse a se stessa, io ti battezzo

perché sei nata di nuovo, e il tuo nome è Rosa.

Rosa?

Ma Rosa è solo il mio secondo nome, scritto in calce a un documento

di nascita e mai più usato. Nemmeno i miei parenti più stretti lo sanno,

che mi chiamo Rosa. Giusto mia madre, sempre che l’idea sia stata

sua. Dove l’avrà pescato quel nome, mia madre?

Ma poi, come una finestra prima chiusa che si apre all’improvviso, la

mente si affacciò sulla tenue traccia dell’esistenza di sua nonna, e sulla

sua decisione di bambina di non fare figli per non morire di parto.

Comprese perchè il suo corpo non era mai riuscito a portare alla fine

una gravidanza.

Subito dopo, provò il desiderio di sapere qualcosa di lei.

Rosa era la radice della sua radice, la linea interrotta della sua ascendenza

femminile, la parte mancante del suo nome; cos’era successo

alla sua parte mancante?

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Discendere da una rosa all’improvviso le piacque.

La rosa era la parte mancante.

Adesso che era adulta, non ebbe più paura della nonna, anzi, avvertì la

presenza del suo spirito, vicino, pronto a sostenerla.

Sentì la voglia di riprendere il cammino dove lei si era fermata, e portarlo

a compimento. Avevano quasi la stessa età, e vite assai diverse. O

forse no.

Lei è morta giovane, e io, io che cosa ho lasciato morire in me?

In quel momento, per la prima volta nella sua vita, il pensiero della

nonna dal destino triste contemporaneamente le mancò e la riempì.

Sentiva il vuoto e il pieno di un’assenza. Dove sei, nonna?

Come posso restituirti voce per protestare, occhi per piangere, gambe

per correre libera, emorragia che si ferma, rivincita, risarcimento? Chi

sono io?

Dammi la mano, un cuore aperto, un ventre sano, un destino migliore.

Dimmi la tua storia, una storia perché io la racconti. C’è una donna da

guarire.

La mattina dopo di buonora andò a bussare all’ufficio dell’anagrafe.

Non avevano tempo per lei, ma la lasciarono scartabellare a suo piacere

nei vecchi libri.

Era eccitante annusare la polvere dei secoli passati, sentir scorrere

sotto le dita la pergamena giallastra, osservare le firme artificiose e

svolazzanti di persone già tutte morte, i timbri del regno d’Italia, e poi

dell’era fascista.

Alla fine la trovò.

Rosa Margherita Grimaldi era nata a Diano il 16 marzo 1893, aveva

vissuto silenziosamente su questa terra senza lasciare altre tracce che

la data del matrimonio col nonno, il 9 ottobre 1923, e quella della

morte, avvenuta nell’ospedale di Alba il 23 luglio 1937.

Con le fotocopie dei documenti in mano e le gambe che tremavano

uscì dal Municipio e si andò a sedere su una panchina della piazza.

Come poteva emozionarsi così per una sconosciuta?

Si guardò intorno, era tutto ordinato, pulito, restaurato di recente.

Chissà com’era stata quella piazza cent’anni prima, quando Rosa era

bambina e magari correva sul sagrato della chiesa dopo la messa

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domenicale, coi vestiti della festa i nastri nei capelli e le sottane lunghe.

Toccava i fogli come se quelle date scarne avessero potuto parlare, trasmetterle

un qualche segnale. Poi chiuse gli occhi e la vide.

- È l’estate del 1937.

Rosa seduta a gambe strette, la pancia prominente da fine gravidanza,

cuce nella penombra della stanza. Le gelosie sono accostate per proteggere

il fresco, fuori le cicale impazzano e il sole dell’estate brucia

la terra.

La sua figlia più piccola siede sul pavimento di legno appoggiata alla

macchina da cucire, e canta una filastrocca inventata sul momento.

Per tutta la vita Francie continuerà a cantare, nei momenti di benessere

come in quelli della solitudine, canterà di gioia e di nostalgia come

la sua bella mamma.

La voce è un’eredità, un segno di riconoscimento che si è trasmesso di

madre in figlia in questa famiglia.

Mia mamma Francie cantava le canzoni romantiche di Claudio Villa e

Nilla Pizzi, quando ero bambina e lei sbrigava le faccende di casa sempre

profumata e ben vestita, con addosso le collane di bigiotteria e gli

orecchini con le clips, come una regina nel suo piccolo feudo.

La nostra casa di città modesta e decorosa, sempre tirata a lucido.

La mia infanzia costellata di profumi di ragù e di cera per pavimenti,

di papaveri e papere, e granada, rose d’Atene e lacrime sul viso. (3)

Sono cresciuta in una famiglia dove tutti cantavano, e possedevano

enormi giradischi a valigetta con i 33 giri di musica folk. Ho imparato

a cambiare i dischi di vinile senza far grattare la puntina e a ballare da

sola nella cucina molto prima di saper leggere e scrivere. Riconoscevo

i dischi dal colore delle etichette e dalle copertine.

Ce n’era uno diverso da tutti gli altri, forse il residuato di un juke-box,

che aveva da un lato Michelle dei Beatles e dall’altro Il testamento di

De André, che io ascoltavo affascinata senza capirne il significato ma

rapita dai suoni delle voci e degli accordi. Fu allora che nacque il mio

amore per la voce di Fabrizio De André, che poi accompagnò per sempre

la mia vita.

Tornando al folk dello spazzacamino e del mazzolin dei fiori (4), a quei

tempi ogni pranzo o ricorrenza lieta di famiglia era una scusa per ripas-

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sare il repertorio popolare da cima a fondo. I canti degli alpini e i lazzi

degli ubriaconi, le canzoncine licenziose in dialetto e i pezzi forti del

liscio locale si mescolavano con assoluta casualità nell’euforia scatenata

dal vino, dall’allegria, dal piacere di stare insieme; tutta la schiera

degli zii canterini si esibiva tenendosi allacciata per la vita, coi visi

vicini, protendendo la gola nello sforzo di un finale o di un acuto particolarmente

difficile. Io ascoltavo e imparavo, qualche volta mi facevano

anche provare da solista perchè avevo una bella vocina.

Mia madre aveva una tonalità da soprano potente e ben modulata, con la

quale sapeva tessere canto e controcanto al primo ascolto di un motivo.

Mi ricordo che le brillavano gli occhi, e mentre cantava sorrideva, io

la vedevo così bella che vivevo nel terrore che un giorno o l’altro qualche

uomo ce la portasse via, a me e a papà; e infatti gli uomini la guardavano

in un modo che allora non capivo, ma che temevo e detestavo.

Lei non se ne preoccupava, anzi, si vedeva che le piaceva essere al centro

dell’attenzione, farsi ammirare come un felino che fa le fusa.

Amava moltissimo mio padre, e questa era un’altra cosa, era puro

gioco; se invece di fare la bambina bigotta mi fossi lasciata conquistare

dalla femminilità di mia mamma, avrei imparato molto prima a essere

una vera donna.

Quando fu il mio momento, mi ritrovai a cantare le canzoni di Simon

& Garfunkel sugli scalini della basilica del Sacré-Coeur, a Parigi,

intorno al 1983, vestita da maschio e coi capelli rasati.

Oppure sui vecchi moli del porto di Genova, con la mia chitarra e la

mia malinconia, con i nostalgici di Fabrizio De André che alla fine del

mio piccolo concerto mi offrivano da bere, e mi raccontavano le storie

dei bassifondi e degli sfigati del centro storico. Ma questo in un altro

secolo, quando io, figlia delle colline, affondai le mie radici davanti al

mare e vissi la mia boheme appassionata. Ognuno è parte del suo

tempo.

Torniamo a mia madre bambina, che canta

Povia mi, povia ti,

povia mama, povia nina (5)

e cerca Rosa con lo sguardo. Ha da poco compiuto due anni e le piace di

stare nel cerchio di energia di sua madre. È ancora piccina ma sta già arrivando

un’altra sorella, nascerà tra poco, o almeno ci proverà senza riu-

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scirci. In compenso si porterà via la madre: Francie non lo sa, ma quella

è l’ultima volta che vede la mamma viva.

Rosa si porta le mani al ventre con una smorfia di sofferenza che le

leva il fiato, ecco ci siamo, il primo dolore; guarda l’ora, è pomeriggio

inoltrato, da donna esperta calcola che ci vorrà tutta la notte, se ha fortuna

il bimbo nascerà prima del giorno.

Non prima di aver finito di cucire i pantaloni di Maggiorino.

Maggiorino ha dieci anni, cresce come il fulmine, e ha bisogno di un

paio di brache per quest’autunno, quando andrà a Mango a servire per

la vendemmia.

Rosa ha un brivido. Devo finirli in fretta, in fretta. Come se non ci

fosse più tempo. Meno male che il grembiulino per Marta è già pronto,

a ottobre inizierà la prima elementare.

Fitta lancinante nel basso ventre.

Il dolore questa volta è diverso da tutte le altre sette volte in cui ha partorito

in quei quattordici anni dacché si è sposata. Pensa, devo smettere

di fare figli, devo dirgli di stare più attento, ho quarantaquattro anni

e la fecondità di una perra, se non ci sto attenta muoio.

Non aveva mai pensato di poter morire.

I figli le venivano giù dalla pancia con fluida facilità, come pesciolini.

Lavorava fino all’ultimo, poi si coricava una giornata, li tirava fuori,

da una parte contenta dall’altra ogni volta un po’ più stanca, e ricominciava

a lavorare come niente fosse. Se non lavorava, lui si lamentava,

diventava scorbutico e irritabile, e non le rivolgeva la parola.

Mica come quando erano stati fidanzati, quando per strapparle un

bacio furtivo era capace di farsi mezza giornata di cammino: per salutarla,

per toccarle la mano di nascosto sotto al tavolo, perché i parenti

di lei non vedessero.

Rosa non aveva mai capito perché quell’uomo così gentile e sorridente

si fosse trasformato pian piano in un estraneo dopo il matrimonio;

eppure lei era sempre stata gentile, disponibile, innamorata.

Cercava di accontentarlo in tutto, assetata di un complimento, di una

carezza, di un riguardo. Ma lui veniva tardi la sera, le saltava addosso

e dopo cinque minuti russava già.

Quando lei gli diceva che era incinta di nuovo si arrabbiava, e per un

po’ la lasciava stare, ma mai che gli fosse venuto in mente di fare

attenzione.

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Meno male che c’erano i bambini, che la consolavano e le stavano

attorno come i pulcini accanto alla chioccia; quando se li sentiva vicino

Rosa si credeva protetta, pensava che la sua vita non era stata inutile,

e magari a loro sarebbe andata un po’ meglio. Solo con le gemelle

era andata male, erano morte pochi giorni dopo il parto, ma perché

erano venute troppo piccole e deboli. C’era poca sostanza nel suo latte,

non abbastanza per due creature.

Rosa voleva bene al suo uomo, benché lui non avesse niente di speciale.

Era sempre brusco con lei, e appena un po’ amorevole coi figli.

Inoltre, come tanti sulle Langhe, Augusto aveva il vizio del gioco.

Non era mai arrivato a mangiarsi tutto, ma per il gioco si dimenticava

di avere una famiglia da mantenere, si dimenticava dell’onore e perfino

di se stesso; una volta perdette in una sera la paga di un anno di suo

figlio minore che mandava a fare il servitore nei Roeri, davanti al

ragazzo che ingoiava le lacrime dell’umiliazione e gli ripeteva, pa’,

smettila e andiamo a casa, non è serata, mentre Augusto spavaldo per

aver troppo bevuto lo minacciava, lasciami stare, son tuo padre sono io

che comando.

Rosa dovette spesso andare con la testa bassa al negozio di alimentari

di Manera per chiedere la roba a credito, e in sovrappiù sentirsi dire

che se suo marito passava le nottate all’osteria era colpa sua che non

lo sapeva tenere a casa.

L’aveva conosciuto a ventinove anni, quando si cominciava a mormorare

che nessuno l’avrebbe più chiesta in moglie. Lui ne aveva trentadue,

era già vedovo con un bambino piccolo e bellissimo, un moretto

che avrebbero allevato solo per farlo scannare dalla patria nella campagna

di Russia.

Ma in quell’estate del 1937 Rosa per fortuna non poteva saperlo.

Il bimbo le era piaciuto subito. Aveva gli occhi neri e l’aria sveglia, ma

gentile e delicata, e nei primi mesi dopo il matrimonio le aveva dato

molto conforto, un perno intorno a cui organizzare il suo nuovo ritmo

di donna maritata.

Augusto non era interessato a lei come persona, l’aveva conquistata

per il gusto, perché era bella, ingenua, e così arrendevole e dolce da

rasentare il masochismo. Forte come una cavalla da tiro, alta persino

più di lui, coi capelli neri e lunghi fino alla cintura e il portamento da

regina, aveva gli occhi trasognati di bambina che sarebbe stata curiosa

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del mondo se il mondo le si fosse mostrato.

Gli sembrò semplicemente adatta allo scopo, che era quello di mandare

avanti la casa e occuparsi del piccolo Pietro.

La sua famiglia patriarcale e protettiva l’aveva allevata nella bambagia,

inconsapevole e ignara di tutto, specie del fatto che ci sono uomini

che sembrano belli, oppure innocui, o addirittura gentili, che dentro

sé nascondono un cuore gretto, o avido, oppure gratuitamente crudele.

Nessuno le aveva insegnato a difendersi, ad annusare il terreno in cerca

delle trappole prima di avventurarsi nell’ignoto, e lei cadde nell’inganno

dell’innamoramento non appena lo vide.

Lui non sembrava nemmeno un contadino, piuttosto un florido commerciante,

o un mediatore.

Camminava per la strada col cappello di feltro a tesa larga e il mento

sollevato, facendo tintinnare i soldi nelle tasche per darsi dell’importanza,

guardando di soppiatto a destra e sinistra per vedere se la

gente lo notava, e infatti tutti lo notavano e dicevano in giro che era

un blageur; proponeva affari e traffici per i quali non aveva neppure

lontanamente la liquidità o le conoscenze necessarie, ma faceva in

modo che sembrasse sempre colpa di qualcun altro se la faccenda non

andava (e non ci andava quasi mai) a buon fine.

Se qualcuno andava a trovarlo, dopo dieci minuti lui proponeva, vieni,

andiamo nella vigna, solo per far lavorare la gente a scrocco.

Tutti lo sapevano, com’era Augusto, mica era cattivo, aveva solo avuto

il malheur che gli era morta la moglie al primo parto, se l’era scelta

troppo bella e giovane, troppo delicata per i lavori pesanti della campagna.

Tutti sapevano anche che gli piacevano un po’ troppo due cose,

il gioco e le femmine, in quest’ordine.

Rosa era a conoscenza di tutto questo, ma non ci fu verso, lui la lavorò

sul fianco sfinendola con una corte così insistente che alla fine lei gli

disse sì, credendo di andare a star bene solo perché a casa dei suoi a

Diano era stata sempre bene, e non conosceva altro. Non fu così.

La famiglia Grimaldi possedeva molte giornate di terra sulle fertili colline

che da Diano si allungavano dolcemente verso la piana di Gallo

Grinzane, e non aveva mai conosciuto la ristrettezza neppure durante

la grande guerra.

Era una numerosa tribù di fratelli e sorelle, nuore, generi e una folta

nidiata di bambini.

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Rosa quand’era ancora nubile ne aveva cresciuti diversi, tra cui la

cugina Pasqualina, che era rimasta orfana in tenera età, e che poi allevò

a sua volta l’ultima figlia viva di Rosa, mia madre.

Pasqualina l’ho conosciuta che aveva ottantasei anni, una ventina di

discendenti, e moltissima grinta.

Quando la vado a trovare perché mi parli della nonna la prende alla

larga, mi dice che vuole vivere solo il presente, i suoi meravigliosi

nipoti, peccato che non riesce più a camminare senza stancarsi, eh, gli

anni passano per tutti.

Si capisce che ne ha passate di tutti i colori ma non si lamenta, dice che

lamentarsi non serve a niente, e non ha torto, il passato meglio lasciarselo

alle spalle.

Capisco che parlarmi di Rosa l’addolora, capisco che lo fa per me, di

rivangare nel passato che fa male perché dice ad ogni frase, povera

Rosa, che vita grama è andata a fare con tuo nonno, con la rassegnazione

che le donne hanno sempre avuto, e che io ho faticato tanto per

scrollarmi di dosso.

Anche Pasqualina era rassegnata; di suo marito dice buonanima, ma

poi vengo a sapere che la picchiava spesso perché era geloso anche

della propria ombra; ma perché le donne sono così solidali coi loro

aguzzini?

Ah, lo so, un tempo non avevano scelta, ora è per bisogno economico,

o emotivo, o solo per abitudine.

Così si erano sposati, un piovoso mattino di ottobre del 1923, senza

troppi fronzoli, davanti all’ufficiale del Comune di Diano e il giorno

dopo davanti al prete.

Finita la cerimonia, Augusto caricò la sposa sul carretto tirato dai buoi

e se la portò a casa.

A trentatrè anni Augusto aveva già combattuto due guerre: era scampato

al fuoco della campagna di Libia e al gelo del Carso, ed era tornato

al paese come un eroe, con i vestiti frusti e una fotografia sotto

l’ascella di se stesso a cavallo in uniforme.

I compaesani avevano organizzato una festa in suo onore, con la banda

e una pubblica bevuta, e lui aveva tenuto un lunghissimo discorso in

piazza, col mento alzato e le mani sui fianchi in posa marziale, in cui

aveva celebrato se stesso e le proprie avventure come se fosse andato

in capo al mondo, proclamando che, per quanto lunga sarebbe stata la

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sua esistenza, non avrebbe mai dimenticato l’accoglienza ricevuta.

Solo da vecchio, quando la sua brama di vita e di retorica si erano un

po’ smorzate, Augusto trovò un po’ di contatto con la propria verità

interiore, ammise che fare il soldato non gli era mai interessato, e che

lui dopo la disfatta di Caporetto si era nascosto in una grotta per una

settimana insieme a un soldato austriaco, e si erano aiutati come fratelli,

avevano pianto insieme su quell’infamia della guerra, condiviso

il poco che avevano, e studiato come salvarsi la pelle.

Mi confessò che lui aveva sempre e solo sparato in aria, e che qualche

volta aveva visto con i suoi occhi i soldati in prima linea scambiarsi il

cibo con i nemici, perché avevano tutti fame, freddo e nostalgia di casa,

e di Trento e Trieste non gliene importava un fico secco a nessuno.

Un giorno il suo sergente lo aveva spedito con la bicicletta a prendere

una bottiglia di anice in un paese vicino; lungo il cammino gli era

venuta sete e se ne era scolato qualche sorso. Assaggio dopo assaggio,

la bottiglia era vuota quasi per metà; allora Augusto, timoroso delle ire

del superiore, pensò di aggiungervi dell’acqua, accorgendosi con sgomento

che mescolato con l’acqua l’anice diventava torbido. Non

sapendo che pesci pigliare, mezzo ubriaco si era lasciato cadere sotto

un albero, per poi scoprire a tarda sera che il sergente e tutti i soldati

erano stati uccisi, e lui si era salvato grazie alla sua intemperanza.

Nonno Augusto era un amorale, non interpretava il mondo in base a

categorie di giusto o sbagliato, ma in base al proprio sentire, e ai desideri

ardenti che gli suggeriva la propria urgente sensualità; aveva un

istinto animale forte e chiaro, che gli diede l’energia di sopravvivere ed

essere contento fino a ottantaquattro anni, di sopravvivere a tutto e fregarsene

delle opinioni del mondo; aveva un’innocenza sfrontata e prepotente,

seducente, talvolta tenera talvolta violenta, che lo proteggeva

dalle infamie del mondo, ma che gli impediva di capire gli altri, di mettersi

nei loro panni, e anche di accorgersi quando faceva loro del male.

Morì stupito dei suoi ottantacinque anni, travolto nel buio da un’automobile

in corsa che non si accorse di lui, quando ancora gli piacevano

le carte e le donne, sempre in quest’ordine, ancora generoso a spendere

e scommettere, col riso sulle labbra e l’incoscienza irresponsabile di

un bambino.

Era sopravvissuto alla morte delle sue tre mogli e di cinque figli, alla

fame e al lavoro durissimo di mezzadro di alta Langa, aveva adempiu-

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to sempre e con fatica al suo dovere ma voleva sentirsi prima di tutto

libero di disporre di se stesso, cosa che gli riuscì benissimo.

Fu un padre tirannico ed esigente, ma quando si trattò di difendere i

figli fece di tutto, come tenere nascosto il maggiore quando il fascismo

lo chiamò alle armi: Pietro rimase imboscato in una grotta per un anno,

uscendo solo di notte per andare a casa a rifocillarsi, a darsi una lavata,

poi non ce la fece più, si fece trovare, e finì a morire tra gli alpini

nella campagna di Russia.

Quando i Tedeschi arrestarono Maggiorino e Giacomo poco più che

adolescenti, scambiandoli per staffette partigiane, Augusto riuscì a rintracciarli

a Milano nel carcere di San Vittore, a portar loro un po’ di

salame e di pane secco e infine a ottenere miracolosamente la loro liberazione

il giorno prima che li deportassero in Germania. (Lo zio

Maggiorino nel frattempo era sopravvissuto a tre decimazioni, e aveva

fatto voto che se fosse scampato non si sarebbe mai più lamentato di

niente per tutta la vita, promessa che poi mantenne).

Con le figlie Augusto fu meno disponibile, semplicemente le ignorava,

non perché non le amasse, ma perché per lui solo il lavoro contava,

nella vita e nella famiglia, e i maschi rendevano di più. Le donne erano

piacevoli o sgradevoli, ma sempre esterne al mondo dell’uomo.

Quando da vecchio passò dei lunghi periodi con la mia famiglia si

occupava spesso di me, mi portava a spasso con sé in città, o nell’orto

di Manera a raccogliere le fragole, mi accompagnava a scuola facendomi

ripetere la lezione strada facendo, mi viziava, ma non mi trattò

mai come una nipotina: mi trattava da adulta, come fossi una bella

donna da tenere al braccio, da corteggiare, e questo da una parte fu un

bene, perché mi fece conoscere un po’ il mondo, e mi fece sentire

importante e speciale per la prima volta nella mia vita, dall’altra fu un

male perché io avevo bisogno di essere amata, non sedotta e viziata.

La visione del mondo in cui mio nonno viveva sarà stata anche divertente,

ma era corrotta e misogina, e mi mise in contraddizione troppo

presto con il fatto di esser nata femmina, instillò in me il desiderio

feroce di diventare maschio e negare quello che ero, perché quello che

ero o che avrei dovuto diventare mi sembrava brutto e povero, impotente

e noioso in confronto al fascino del libero arbitrio di cui qualunque

uomo, anche il più tonto e balordo, godeva per diritto di nascita.

Non volevo diventare un bell’oggetto da usare, per quanto esserlo

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fosse un’affascinante e comoda tentazione, e mi sembrò di capire che

l’alternativa era diventare qualcuno che usa; fu così che iniziai a fregarmene

delle regole, e se non nel corpo, almeno nella mente diventai

un maschio e cominciai a costruire di nascosto il mio potere.

Questo generò in me una grande confusione, che esplose in modo

drammatico quando diventai adolescente e poi giovane donna; ma a

distanza di anni, sebbene mio nonno sia stato l’inconsapevole origine

di molti miei guai, riconosco anche che la sua provocazione incoraggiò

la spinta vitale che era congelata in me, mi stimolò a lottare, ad

amare il piacere e la gioia, a essere spudorata e decisa, a ribellarmi alle

convenzioni per fare ciò che mi pareva giusto per istinto, e alla fine

posso dire di aver fatto buon uso delle sfide che mi offrì.

Dopo il matrimonio, Augusto portò Rosa a vivere nella cascina di

Manera che aveva ricevuto in eredità alla morte dei genitori, e cominciò

a ingegnarsi su come passare dalla condizione di mezzadro a quella

di piccolo proprietario.

Lavorava sodo, ma ben presto cominciò ad arrivargli un figlio ad ogni

anno che passava: senza contare il fatto che Augusto era capace di giocarsi

in una sera il denaro che doveva bastare per un mese intero. Così

non riuscì mai a possedere di più che pochi fazzoletti di terra grama,

frustrazione che, mescolata alla fatica quotidiana, incoraggiava più che

mai la sua innata voglia di trasgredire e indulgere nei vizi.

Da parte sua Rosa era silenziosa, austera, timida, e Augusto ben presto

cominciò a spazientirsi di quella creatura adorante che gli girava per

casa, che non chiedeva mai niente ma lo faceva sentire perennemente

in colpa con lo sguardo. Al di là del sesso (argomento per cui la creatura

non sembrava nutrire interesse né attitudine) e del lavare, del cucinare,

del pulire, Augusto non aveva altre pretese, e non capiva perché

lei avesse sempre quell’espressione delusa. Lo irritava. Gli faceva

venire voglia di uscire presto la mattina e rientrare tardi la sera. Per

dirla tutta, gli faceva paura.

Paura di aver tradito tutte le possenti aspettative che aveva fatto balenare

ai suoi occhi ingenui e romantici di contadinella, paura che lei si

accorgesse che lui non era quell’uomo sicuro di sé che si pavoneggiava

in pubblico, ma che anzi, era spesso stanco e deluso, bisognoso di

aprirsi, di essere capito e forse aiutato a scalfire il guscio di durezza in

cui aveva dovuto rinchiudere le emozioni.

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Lui non era cosciente di questo bisogno, perché se lo avesse espresso,

lei forse avrebbe potuto accontentarlo.

Invece davanti a tutti quei silenzi e a quegli sguardi imploranti gli veniva

solo l’odio, gli veniva da chiudersi, da essere ancora più duro e cattivo.

Andava all’osteria, dove almeno poteva starsene in santa pace: là

nessuno gli chiedeva niente, e dopo un po’ riusciva persino a distrarsi

con qualche discorso sui prezzi delle uve e dei vitelli, o una partita a

cavallini.

Più la maltrattava più lei si faceva arrendevole, le si arrossavano gli

occhi perché piangeva di nascosto, e le labbra si piegavano in una

smorfia di delusione caparbia.

Non sapeva nemmeno lei quello che voleva, forse gentilezza, forse

tenerezza, ma nessuno le aveva mai spiegato che cosa fosse un uomo,

come capirlo, come accogliere e trasformare il desiderio, come contattare

il suo cuore.

Secondo l’educazione ricevuta, vedeva l’uomo come una specie di

padrone dal cui infinito potere una donna poteva aspettarsi qualche

concessione, se era fortunata, se no bisognava stare zitte e subire. Non

c’erano appelli o alternative a quel potere assoluto.

Lo dicevano i preti, le monache, le leggi, le consuetudini, la famiglia;

non c’era via di fuga. Dove mai poteva andare una donna sola, senza

mezzi materiali, emotivi, mentali?

Rosa viveva in una profonda collera perché si sentiva ingannata, lui era

stato tenero con lei al principio, e per questo si era fidata. Aveva creduto

di appartenere alla schiera delle donne fortunate che si sposavano

per amore. Invece era rimasta intrappolata nelle illusioni romantiche, e

quando lui aveva cominciato a cambiare non ebbe altra via di fuga che

l’estraniarsi dal mondo.

Passava molto tempo abbarbicata alla macchina da cucire perché

aveva la passione della sartoria; quando era sola in casa si rilassava,

cantava con la sua voce melodica e gentile sorridendo ai suoi bambini

e illudendosi ancora di essere una principessa.

Poi lui rientrava, e in pochi minuti lei si rimetteva la maschera del

dolore, lui quella dell’indifferenza, e così continuarono fino alla fine.

Non si capivano, non si spiegavano, non sapevano parlare di sé; come

moltissime coppie prima e dopo di loro, si abbandonarono a vicenda.

Rimasero sotto lo stesso tetto come due estranei, finché la morte non li

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separò, come gli aveva comandato il prete.

Quel luglio del ’37 Rosa si sentiva sola come sempre, e come sempre

pensava di farcela.

D’improvviso si rese conto che non aveva più voglia di continuare, che

avrebbe voluto fuggire da lì con tutta se stessa, ma non c’era alcun

posto dove andare, e allora dentro lei qualcosa si spezzò, il desiderio

disperato di fuggire prese la forma imprevista di un fiume di sangue

che cominciò a riversarsi fuori del corpo.

Fatto sta che quando si decise di chiamare aiuto era già tardi.

Augusto era nei campi, e il piccolo Giacomo dovette correre come un

leprotto per trovarlo, mentre tagliava il fieno in fondo alla riva del

Pecchenino.

Mandarono a chiamare Toppino, che con la sua Balilla offriva un servizio

pubblico di trasporto, l’unico che copriva Manera e tutta la vallata.

Ma Toppino non si trovava, perché era corso a Cortemilia per una

chiamata. Arrivò dopo altre tre ore, quando ormai Rosa era svuotata di

energie e bianca come uno straccio. Per caricarla sulla Balilla dovettero

trasportarla di peso, adagiandola su una scala a pioli messa in orizzontale.

I bambini di Rosa erano saliti tutti e sette sul fienile, e ora se ne stavano

ammutoliti, una fila di occhi e di manine che trattenevano il fiato,

senza veramente capire cosa succedeva ma come storditi, mentre i cani

abbaiavano furiosamente sull’aia attaccati alla catena.

Rosa alzò lo sguardo per un momento e vide le sagome dei suoi bambini

sfocarsi davanti alle pupille. Ebbe paura di mai più rivederli, alzò

una mano come per accarezzarli tutti, e li salutò.

Non si videro più. Lei morì per un embolo all’ospedale di Alba qualche

giorno dopo, il 23 luglio 1937.

Non le dissero nemmeno che la bambina che aveva partorito era morta.

Rosa diceva ai visitatori, andate a vederla, è così bella, ma poi non

chiedeva di vederla lei perché non ne aveva la forza.

Ogni giorno zia Carolina andava a trovarla, e al ritorno passava per

dare ai bambini false e inutili notizie di miglioramenti, vedrete che

domani la mamma torna a casa, e invece la mamma non tornò, nemmeno

da morta.

Per portare a casa la salma bisognava pagare una somma all’Ospedale

per il trasporto, ma Augusto quei soldi non li aveva, e comunque c’e-

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ano altre priorità che quelle sentimentali; al funerale ad Alba ci andarono

solamente Augusto e Gina, la figlia maggiore, seduta sul manubrio

largo della bicicletta del padre, la faccina imbronciata di dodicenne

e il vestito bianco a balze cucito dalla mamma.

Poi vennero le zie della tribù Grimaldi, e si presero le bambine più

piccole.

Le trovarono in un angolo della stalla, coperte di pidocchi e di muco

per il troppo pianto, coi vestitini sporchi e gli occhi spaventati, disorientate

in quella casa che non era mai stata un granché, ma che dopo

la partenza di Rosa era piombata nella sporcizia e nell’incuria.

Le zie indignate caricarono le bimbe sul biroccio col cavallo e le portarono

via, una a Diano e una a Castagnito, le sfamarono e le ripulirono,

cercarono di rasserenarle, e le tennero per circa un anno.

L’estate successiva Augusto mandò Maggiorino, che aveva solo undici

anni ma faceva già il lavoro di un uomo, a ripigliarsi le sorelle.

Maggiorino, felice per la giornata di vacanza, prese la bicicletta e scese

da Manera a Diano, caricò sul sellino la sorellina più piccola e la

riportò a casa, fermandosi di tanto in tanto in qualche cascina lungo la

via a chiedere un pezzetto di pane o un bicchiere d’acqua.

Due giorni dopo andò a riprendersi l’altra, ma il viaggio fino a

Castagnito era troppo lungo per un giorno: gli toccò di fermarsi la notte

a casa della zia Eugenia, il che lo rese assai contento, perché poté dormire

nella stalla coi suoi due cugini maschi, e fare i dispetti a sua cugina

che aveva la sua età, ed era una bambina secca secca e simpatica,

sveglia e furbetta, con due grandi occhi azzurri generosi e una personalità

da generalessa.

Maggiorino le tirò le trecce com’era suo dovere e finse di ignorarla

perché era femmina, ma non si dimenticò di lei, tanto che quando fu

dell’età giusta tornò, e la chiese per moglie.

Lei in guerra aveva perso i genitori e i due fratelli, e le era rimasta tanta

di quella roba che non le sarebbero bastati due mariti a mandarla avanti.

Ma Maggiorino non si faceva certo spaventare dal lavoro, e dopo

aver passato l’adolescenza a far da servitore nella roba altrui, si ritrovò

in breve tempo benestante, possidente, rispettato dal prossimo, con una

famiglia sua.

Quanto a sua sorella Paola, visse ancora qualche anno, poi morì di un

attacco di appendicite una notte che c’era un bombardamento alleato,

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ed era assolutamente impossibile trasportarla all’ospedale di Alba; speravano

che durasse fino alla mattina, ma alla mattina la febbre e l’infezione

se l’erano già bella che consumata, e non rimase che portarla

al camposanto.

La sua tomba durò nel vecchio cimitero di Manera fino agli anni ’60,

era una piccola lapide bianca con un angioletto che aveva solo le ali e

la testa, e io bambina pensavo che quell’angelo era proprio come la zia

Paola, incompiuto.

L’altra sorellina, la più piccola, era mia madre Francie, che sopravvisse

miracolosamente al suo stato di orfana, alle epidemie di influenza e

alla guerra, alle botte delle suore ignoranti che si occuparono della sua

istruzione, e alle molestie che a quei tempi non erano ancora un reato

contro la persona, ma un mezzo diritto dei maschi.

Da mia madre ho imparato che se si ha coraggio si sopravvive a qualsiasi

cosa, mentre lei lo ha imparato da sé.

*

Passarono molti anni.

I figli di Rosa crebbero e andarono ognuno per la sua strada.

Mia madre andò a lavorare ad Alba, dove incontrò mio padre; come

nelle fiabe, si innamorarono, si sposarono, e per quel che poterono, con

gli alti e bassi che la vita offre a chiunque, vissero abbastanza felici e

contenti.

Io avevo cinque o sei anni quando nonno Augusto, che oramai era un

anziano signore in pensione, veniva a svernare a casa nostra, e quasi

tutti i giorni mi portava con sé in giro per Alba.

Era diventato calvo a furia di portare il cappello, ma era sempre spiritoso,

elegante, camicia panciotto e cravatta intonati fra loro, una persona

tutto sommato gradevole, non fosse stato per i terribili sigari che

fumava, con i quali intasava senza riguardo i polmoni di chi gli stava

a tiro. Mentre fumava, seduti su una panchina ai giardinetti davanti alla

stazione, mi raccontava incredibili storie sulla Libia, su come aveva

nascosto dei partigiani in cascina durante i rastrellamenti dei Tedeschi,

o come si distinguono i grappoli dei dolcetti da quelli dei nebbioli, o

delle barbere. Mi sembrava un pozzo di scienza.

A sette anni, ero perfettamente in grado di tenergli testa nel tressette,

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nella scala 40, a cavallini, a marca il re, a briscola. O meglio, così lui

mi faceva credere.

Quando perdeva, mi offriva il gelato, allora indossavamo il cappotto e

andavamo da Alfredo a comprare una vaschetta di gelato gusto crema

e torroncino per la cena di tutta la famiglia. Poi la nascondevamo fuori

della porta d’ingresso nel vano del contatore della luce, e ridacchiavamo

con fare misterioso per tutto il pasto; solo alla fine lui mi faceva un

cenno, allora io mi allontanavo un momento e tornavo trionfante con

la sorpresa del gelato, mentre tutti facevano finta di meravigliarsi e di

non essersi accorti di niente.

Il sabato ad Alba era giorno di mercato, e per le vie della città si radunava

l’ira di dio di gente, che confluiva come una piena da tutte le strade

e i cantoni di Langa, anche i più lontani, vestita bene, pulita, disposta

a spendere, come per una festa.

Casa nostra era il punto di appoggio di tutta la parentela langhetta; fin

dalle sette del mattino cominciavano ad arrivare i fratelli e le sorelle

dei miei genitori, i cugini e i vecchi zii ancora viventi.

Passavano a prendere il caffé, a scaldarsi un momento, a posare una

parte dei pacchetti e delle spese già fatte per poi rituffarsi nella mischia

dietro ad altre commissioni.

Ricordo in particolare lo zio prete, fratello del nonno paterno, che era

lo spauracchio della famiglia perché era anziano, severo, sentenzioso,

e portava ancora la lunga sottana nera e il cappello rigido da sacerdote

nel pieno della contestazione degli anni ’60. A me però la sua alterigia

gesuitica non faceva paura, e una carezza la ricevevo sempre.

Un giorno disse a mio padre: - Questa figlia è intelligente, devi farla

studiare. -

E mio padre: - E se poi a furia di studiare diventa atea? -

- Correremo il rischio - ribatté lo zio - Non si può tenere qualcuno nell’ignoranza

solo perché si ha paura dei suoi dubbi. Né bisogna sprecare

i talenti che Dio ci ha dato -

Mio padre rimase assai stupito dall’inaspettato femminismo del suo

vecchio zio. Io gli fui grata, perché mi stava appoggiando nelle mie

aspirazioni più profonde, e da allora ebbi sempre la sensazione che lui

mi tenesse d’occhio da lontano e mi sostenesse, impressione che dura

ancora oggi dopo tanto tempo che lui è morto.

Lo zio prete veniva da noi in compagnia della perpetua, che io (con

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grande imbarazzo della famiglia) chiamavo zia Agnese perché credevo

che fosse sua moglie, e francamente come tale lui la trattava, le

lasciava in mano le decisioni sui soldi, le dava ordine di cucinare o

comperare questo o quello, e la curò con sincera gratitudine quando lei

fu vecchia e si ammalò di cancro.

Sempre al sabato mattina mia madre a volte lavava la testa a zia

Caterina o a zia Marta, poi metteva loro i bigodini, e in attesa che la

piega pigliasse spettegolavano, pulivano la verdura sul tavolo della

cucina, si raccontavano le ultime.

A me piaceva da matti fare l’assistente, porgere i bigodi e i beccucci al

momento giusto, quando la mamma tirava con maestria la ciocca di

capelli, posava il pettine e allungava la mano col palmo aperto per ricevere

prima il bigodo poi il beccuccio.

Zia Marta mi domandava immancabilmente, da grande farai la pettinatrice?,

io scrollavo la testa e dicevo, no, farò la poetessa. O forse il

geometra, e costruirò le case come mio papà. Ma di più la poetessa.

Mi prendevano in giro, cos’è questa storia della poetessa, non si mangia

mica con la poesia, e chissà cos’avevano da ridere; io mi offendevo

da morire, mollavo i bigodini sul tavolo e andavo dal nonno, gli

tiravo la manica e domandavo se potevamo uscire.

Al nonno non pareva vero di levarsi di torno da tutte quelle figlie, così

ci mettevamo il cappotto e a lui non potevano dire di no.

Le nostre tappe principali erano i portici di piazza Savona, davanti al

Caffé Umberto, e il cortile della Maddalena, dove si svolgevano i mercati

delle uve e dei tartufi.

I trifulau arrivavano presto, si guardavano intorno in attesa dei compratori

facendo finta di niente, come fossero lì per caso, poi aprivano i

loro fazzoletti di cotone colorato e rivelavano il prezioso contenuto,

che mostravano ai possibili acquirenti alzando il palmo della mano,

lodando la qualità, o il grado di maturazione, o raccontando le peripezie

affrontate nella ricerca, mentre i mediatori esaminavano attentamente

le pezzature, il colore, il grado di umidità attenti a non mostrare

le loro vere intenzioni per non far alzare troppo i prezzi.

Visionata la merce, iniziavano le contrattazioni, esclusivamente in dialetto,

ma a quel punto io ero già frastornata dagli odori, dai suoni, dai

colori, qualche volta dal freddo delle prime piogge di ottobre o delle

nebbioline insidiose di novembre, quando però si trovavano i tartufi

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migliori.

Essendo alta poco più di un metro non vedevo le facce, ma ero proprio

a portata di naso, e mi incantavano quei fazzoletti pieni di odore selvatico,

le mani nodose e grandi di quegli uomini che soppesavano delicatamente

il frutto della loro fatica, il brusio delle voci e delle grida.

E poi finalmente veniva il momento più atteso, quando entravamo

all’Umberto e seduta al tavolino come i grandi potevo gustarmi una

cioccolata calda, o un monumentale gelato pistacchio e stracciatella.

Il nonno mi trattava come una morosa, mi mostrava agli amici, e a me

piaceva moltissimo essere al centro dell’attenzione come un delizioso

soprammobile.

Percepivo confusamente che da me emanava qualcosa che attraeva le

persone, come se avessi avuto dentro un magnete che potevo espandere

o contrarre a mio piacimento, a cui qualcuno si rivelava più sensibile,

altri meno, ma nessuno indifferente.

Mi dava fastidio se qualcuno mi toccava, specialmente le donne che

avevano la manìa di mettere le mani addosso ai bambini degli altri, ma

mi ero accorta che lasciarsi guardare o toccare dagli adulti poi dava

sempre diritto a un premio se erano soddisfatti.

Il premio maggiore lo ricevevo la domenica, quando nonno Augusto

mi portava allo Sferisterio Mermet.

Era un semplice spiazzo di terra battuta circondato da muraglioni altissimi

su due lati, mentre lungo gli altri due correvano le gradinate di

cemento per gli spettatori, sovrastate da una tettoia di plastica. Al centro,

si giocavano le partite di pallone elastico, il passatempo preferito

della gente di Langa.

Fino agli anni ‘60 non c’era angolo sperduto di paese che non avesse

il suo cortile per il pallone elastico, che oltre al ballo a palchetto con

l’orchestra di liscio era il divertimento dei giorni di festa.

Ogni occasione era buona per dar due pugni a un pallone; la domenica

pomeriggio dopo la siesta, o dopo la messa, le sere d’estate aspettando

la frescura della notte, i giovanotti si fasciavano il pugno con un

fazzoletto e improvvisavano una partita, ma al Mermet la domenica si

andava a vedere il campionato di serie A.

Il pallone elastico era un gioco di due squadre composte da quattro elementi,

un battitore (che era anche il capitano), una spalla che stava a

centro campo e due terzini; i giocatori colpivano la palla coi pugni, e

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dovevano farla finire nel campo dell’avversario senza che questi riuscisse

a rimandarla indietro.

C’era tutto un sistema complicato per segnare i punti che per me bambina

era troppo difficile, perciò mi limitavo a intuire l’andamento delle

partite osservando le espressioni di esultanza o delusione sulle facce

dei tifosi dell’una e dell’altra squadra.

Al nonno, e di conseguenza anche a me, piaceva un giocatore che si chiamava

Felice Bertola, era un uomo bello, uno splendido campione, e tutti

lo osannavano, gli gridavano dagli spalti ‘Felice, sei il migliore!’, oppure

‘Forza Bertola!’, tendendogli le mani attraverso le grate, come degli innamorati,

perché lui li faceva divertire, li faceva emozionare.

Io e il nonno ci piazzavamo sempre nell’angolo degli scommettitori.

C’era un vecchietto alto e magro, col naso schiacciato e le dita adunche

che andava gridando come una cantilena la posta in gioco, a quanto

davano vincente la squadra campione o l’avversaria e il risultato di

ogni manche. Scommettevano su qualsiasi cosa, persino su quanti

passi avrebbe fatto Bertola prima di lanciare la palla, o entro quanti

minuti avrebbe fatto il punto o i mezzi punti, erano ossessionati.

Sebbene una partita potesse durare anche tre ore, il pallone elastico era

un gioco molto veloce, perciò la girandola delle scommesse richiedeva

attenzione e un continuo aggiornamento; il pagamento era immediato,

probabilmente in certi casi era anche illegale, ma era bellissimo

vedere quei vecchietti scaltri e agili che maneggiavano le grosse banconote

rosa da diecimila lire facendole scorrere come un fiume in

piena da una tasca all’altra, con particolare riguardo della propria.

Funzionava così. C’erano gli scommettitori più legati a Bertola, altri a

Feliciano, o a Berruti, nel senso che promuovevano maggiormente il

loro beniamino, col quale poi dividevano quello che guadagnavano.

Chi voleva scommettere si avvicinava al banditore, gli allungava una

certa somma in modo discreto, e costui cominciava a cantilenare ‘el

gieug ed Bertola, el gieug ed Bertola’, finché qualcuno ci stava e metteva

anche lui i soldi; fatto il punto, il vincitore ritirava il denaro, e il

banditore si teneva la percentuale.

Mi piaceva ascoltare lo scambio delle opinioni tra gli spettatori.

Di Bertola si diceva che fosse un giocatore astuto e appassionato al

tempo stesso, studiava l’avversario nei suoi punti deboli e quando si

stufava di dare spettacolo cominciava a piazzargli dei tiri bassi,

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imprendibili e magnifici, per dargli il colpo di grazia. Quando vinceva,

rideva come un ragazzo e gli brillavano gli occhi dalla soddisfazione,

gli piaceva far felici i tifosi, che lo ricompensavano osannandolo come

un idolo.

Berruti invece aveva un gioco più generoso e meno calcolatore, una

concentrazione implacabile da chirurgo, la carica di un treno in corsa.

Aveva un carattere ombroso, così dicevano, più nervoso e complesso,

e infatti la sua carriera durò di meno, ma non fu meno amato.

I giocatori erano vissuti dai tifosi come fossero roba loro. Anche dopo

la partita, c’era chi li seguiva, spiava i loro movimenti.

Se Bertola si fermava a dormire ad Alba dopo la partita, gli scommettitori

calcolavano che forse avrebbe visto gli amici, o magari qualche

ragazza, e il giorno dopo sarebbe stato più stanco del solito, quindi

puntavano sull’avversario. Se invece andava a casa subito, si aspettavano

una più facile vittoria e puntavano su di lui.

Una volta Bertola uscì da casa nel pomeriggio, dopo essersi fatto un

sonnellino. Si era verso la fine del campionato, i tempi per il recupero

cortissimi perché si giocava quasi tutti i giorni, e lui era piuttosto stanco.

Fece il solito giro del paese per prendere una boccata d’aria, e

incontrò due operai di Millesimo che stavano ristrutturando un rustico.

Questi lo apostrofarono, e lui, che era un compagnone, si fermò a

scambiare quattro parole: si lasciò scappare che aveva mal di testa, che

quel giorno proprio non aveva voglia di giocare, due parole sul tempo,

e se ne andò.

I due mollarono baracca e burattini e corsero ad Alba prima di lui,

andarono a scommettere su Feliciano, si giocarono una fortuna, coinvolgendo

anche un gruppo di amici, sicuri della vincita. E invece, dopo

un po’ di bicarbonato e un inizio leggermente scarso, Bertola ignaro si

riprese, e guadagnò la partita, rovinando i due compari.

Verso la metà della gara immancabilmente passava il venditore di

panini e bibite, e io seducevo il nonno perché mi comprasse pane e

salame crudo. Poi mi sedevo beatamente sullo scalino di cemento e

mangiavo con metodo, scrollando le briciole dalla mia gonnellina a

pieghe, bevendo l’aranciata con la cannuccia, mentre il nonno

andava a scommettere, lui pensava che non capissi ma io capivo perfettamente.

C’erano delle cose che gli adulti facevano di nascosto, facendole sem-

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are un segreto, e io non riuscivo a capire perché andassero taciute,

mentre di altre si poteva parlare; ma avevo capito che quando si trattava

dei segreti degli adulti c’era sempre un sentimento di vergogna

mista a paura, una sensazione fastidiosa che non mi piaceva incontrare

e mi faceva sempre stare male.

Per questo, almeno quando potevo, facevo finta di non capire, così gli

adulti non si dovevano vergognare.

Nonno Augusto era anche un cultore del biliardo.

Mi ricordo bene i pomeriggi che abbiamo trascorso in quelle sale riservate

nel retro dei bar, il Firmin di Borgo Moretta o il più nobile

Centrale nella piazza del Duomo, soffitti bassi e luci soffuse, impregnate

di fumo, piene di uomini silenziosi, che parevano muoversi a

passo di danza intorno ai grandi tavoli foderati in verde.

Ho passato ore e ore a guardarli, eclissata in un angolo buio, appollaiata

su di un alto trespolo che sembrava un seggiolone per infanti e

che invece serviva per vedere quel che accadeva sui tavoli.

Durante le partite, ogni giocatore si avvicinava al tavolo solo quando

era il suo turno, si prendeva un tempo per studiare la traiettoria più

facile, o la più sicura, o la più spettacolare a seconda del suo grado di

abilità, poi posizionava la stecca, si piegava a 90 gradi sul biliardo,

prendeva la mira facendo scorrere la stecca avanti e indietro tra il pollice

e l’indice della mano sinistra, infine colpiva con la destra, a volte

un tiro morbido, lento, di precisione, a volte un tiro secco, deciso, che

faceva schioccare le biglie e le mandava a colpire ripetutamente le

sponde rimbalzando da un lato all’altro, facendo strage di birilli.

Quando qualche giocatore azzeccava un tiro particolarmente buono,

non tanto per il risultato quanto per l’abilità o il coraggio dimostrati,

un brivido di approvazione si diffondeva nella sala, qualcuno mormorava,

qualcuno annuiva o schioccava le dita, ed era una specie di riconoscimento,

di gratifica.

Il premiato di solito faceva finta di niente, ma se era un novizio, o un

giocatore mediocre, non riusciva a nascondere l’imbarazzo e la contentezza

di essere ammirato, e allora faceva qualcosa di stupido, tipo

soffiarsi il naso o sistemarsi i pantaloni, raschiarsi la gola con qualche

colpo di tosse, grattarsi la testa per guardare intorno, oppure ordinare

un altro caffé alla cameriera.

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Gli altri giocatori e gli spettatori si tenevano in disparte per non intralciare

i movimenti del tiratore, ma senza perdere di vista il campo

neppure per un momento; qualcuno attendeva il proprio turno appoggiato

alla stecca diritta, qualcuno addossato alla parete con le mani

conserte, un piede sul pavimento e l’altro al muro, qualcuno apriva un

pacchetto di sigarette, ne accendeva una da cui faceva un paio di tiri

particolarmente intensi per fare scorta di nicotina, poi tornava a

concentrarsi al tavolo da gioco lasciandola consumare nel posacenere,

mentre la nuvola di fumo si propagava all’intorno.

I più bravi avevano sempre qualche vecchietto perdigiorno disposto a

marcare i punti sulla lavagna coi gessetti, gli altri facevano a turno tra

di loro.

Nessuno guardava mai l’ora, solo quando la partita finiva si tiravano

su il polsino della camicia e controllavano se c’era ancora il tempo per

un’altra sfida, o se invece era ora di andare a casa per la cena.

Dopo cena non c’era problema, persino di settimana i bar chiudevano

dopo la mezzanotte, e se non c’era da andare a mangiare, non c’era

altro scopo per rientrare a casa dalla moglie.

Lì sembravano divertirsi di più.

Lì le donne non entravano, e quando entravano per sbaglio i giocatori

perdevano la concentrazione, si giravano a guardare anche solo con la

coda dell’occhio, scattava qualcosa, come una sottile competizione, un

impulso automatico che li distraeva e gli faceva perdere la tranquillità.

Lo trovavo molto strano, ma mi era chiaro perché le donne non ce le

volevano.

Nessuno invece trovava da dire a che una bambina di sette anni stesse

lì per tanto tempo: io dal canto mio trattenevo perfino il fiato perché

nessuno mi notasse e gli venisse in mente di cacciarmi via. Avevo

imparato presto a essere una bambina silenziosa, e stare lì nascosta e

introvabile in mezzo a quegli uomini mi tranquillizzava. Potevo

rendermi evidente o invisibile a mio piacimento.

Anche il nonno sembrava diverso quando era lì, diventava di buon

umore, generoso con me sul mangiare e sul bere, sui dolci e sui

soldini da mettere nella bissula, come lui chiamava il salvadanaio.

I giocatori, tutti maschi, avevano età diverse, alcuni erano decisamente

anziani e venivano perlopiù di pomeriggio, altri di mezz’età, padri di

famiglia che comparivano verso sera ancora con gli abiti da lavoro

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addosso, altri quasi ragazzi, che marinavano la scuola e il doposcuola

per venire ad allenarsi, e sognavano di diventare campioni

per far colpo sulle donne, fare i soldi facili, e soprattutto non dover

più studiare.

Imparai le regole del gioco alla goriziana, il preferito del nonno, che

prevede due biglie, un pallino, e una serie di birilli disposti a rombo nel

centro del tavolo, di cui uno è rosso, e tutti gli altri sono bianchi.

Bisognava colpire la propria biglia con la punta della stecca (ben

impomatata col gessetto blu), centrare la biglia dell’avversario e

mandarla a buttar giù la maggior quantità di birilli possibile, eventualmente

centrando anche il pallino. A seconda della combinazione dei

birilli caduti venivano contati i punti, secondo un sistema complicato che

non mi riuscì mai di capire a fondo ma che a loro pareva chiarissimo.

Mai una discussione, mai una lite; tutto era strettamente codificato e

previsto, le regole del gioco ma anche quelle del comportamento.

C’era una tacita ma evidente gerarchia tra quei maschi, di cui cercavo

di capire il funzionamento.

Il prestigio non dipendeva dalla ricchezza del coniuge o dall’eleganza

dei vestiti, o dall’avvenenza, come accadeva tra le femmine.

Dipendeva dalla presenza, e in parte anche dall’abilità al gioco.

C’erano uomini che quando entravano tutti si giravano a guardarli con

rispetto, altri timidi e impacciati che nessuno salutava, altri ancora che

qualcuno salutava all’arrivo ma poi si confondevano inosservati sullo

sfondo anonimo della tappezzeria.

C’erano i simpatici a cui venivano le battute pronte, a cui veniva

perdonato quasi tutto, i brillanti che offrivano generosamente da bere

per farsi perdonare d’aver avuto fortuna, i petulanti che abbordavano

chi capitava e si vantavano ad alta voce pur di farsi notare, ma i veri

boss erano i più silenziosi, non davano confidenza a nessuno, non

parlavano mai di sé, si esprimevano coi gesti e con gli sguardi,

qualche rara opinione che diventava subito modo di dire, e tutti capivano.

Il bar era una specie di famiglia, dava calore umano e sicurezza, dava

libertà di esserci o non esserci, di partecipare o starsene in disparte, di

primeggiare o aggregarsi, ciascuno secondo la sua natura e i suoi

umori. Non c’erano obblighi né responsabilità. Era rilassante.

Qualunque uomo solo, o mal maritato, oberato dai debiti o dagli

affanni, incapace di gestire la propria vita emotiva, era sicuro di potersi

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ifugiare nel suo bar preferito dove nessuno lo avrebbe giudicato, né

gli avrebbe chiesto niente: lo avrebbero lasciato in pace, regalo che

non poteva avere da nessun altra parte.

Di donne invece ce n’erano di due categorie, e questo era vero ai tempi

di Rosa come ai miei.

L’uomo aveva una moglie, che dal momento del matrimonio sostituiva

la madre nell’accudimento della sua persona (lavare, stirare, cucinare,

ordinare la casa, comperargli gli abiti e la biancheria, assisterlo in caso

di malattia etc.); lei lo aspettava a casa, e usciva solo per andare a

lavorare, fare la spesa, accompagnare i figli a scuola.

La moglie non era considerata una persona, era un ruolo, e ben preciso

era il codice di comportamento da tenere con lei, che comprendeva una

specie di formale rispetto, il riconoscimento del tetto coniugale, del

cognome, delle responsabilità materiali nei confronti suoi e dei figli.

In cambio di questi pesanti obblighi, l’uomo aveva il diritto informale,

a seconda del suo potere personale ed economico, di avere delle amanti

(oppure andare colle puttane), non dare nessuna presenza emotiva, non

ringraziare mai, pretendere di essere servito, ricorrere a maltrattamenti

verbali o fisici, non avvisare se tardava, e così via.

Sulla moglie legittima nessuno poteva fare battute pesanti, specialmente

a sfondo sessuale, perché la moglie legittima (come la madre e

le sorelle) era un’estensione delle proprietà e dell’onore dell’uomo.

Poi c’erano le altre donne, le nubili, le separate (e dopo il referendum

le divorziate), insomma quelle che non avevano un proprietario, che

comprendevano tutta la gamma del ‘divertimento’, della libera

fantasia, dell’uso senza impegno, persino della creatività.

Nessuna di questa donne era considerata rispettabile. Di loro, si

poteva e in un certo senso si doveva parlare, specie riguardo alla

disponibilità sessuale: serviva ad aumentare la reputazione dell’uomo.

Al pari delle mogli legittime, non erano considerate persone, era solo

l’uso che era diverso. Non avevano diritti, ma almeno erano libere di

disporre di sé.

Il pagamento delle loro attenzioni, qualunque esse fossero, avveniva

subito, sotto forma di soldi o cene o regali, e la liberatoria immediata

consentiva agli uomini di rilassarsi, di non temere il confronto

emotivo, di sentirsi padroni della situazione. Non dovevano assumersi

pesi o responsabilità, né ruoli.

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Di queste donne si poteva fantasticare e sparlare, mentire sognare

illudersi, frequentavano i bar i dancing e gli sferisteri, la davano via

facilmente e con generosità, e con generosità venivano ricompensate.

Purché non chiedessero niente.

Non avevano diritto di pretendere niente perché né la legge, né la

religione, né l’opinione degli uomini erano dalla loro parte, anzi, erano

tutti concordi nel biasimarle.

L’uomo cercava questo tipo di donna, condivideva con lei le parti più

segrete e giocose di se stesso, faceva e diceva cose che mai e poi mai

avrebbe osato con la propria moglie, ma subito dopo disprezzava colei

che gli si era concessa troppo facilmente.

Man mano che crescevo e mi accorgevo d’esser donna, mi piaceva

sempre meno quella gabbia di condizionamenti e costrizioni alla mia

libertà e alla mia sessualità che la società mi voleva imporre.

Non mi ci volle molto tempo per capire cosa ci si aspettava da una

donna, quanto all’adattarmi era un altro paio di maniche.

Per prima cosa, giunta alle soglie dell’adolescenza, feci come hanno

sempre fatto tutte le donne del mondo che volevano preservare la

propria libertà, rinunciai al ruolo stabilito, e non sapendo come

salvare altrimenti la mia integrità, mi travestii da maschio.

Cominciai a stravolgere la mia natura puntando sulla competizione, la

cultura, il potere, l’indipendenza, e altre cose di minor conto

come infarcire i discorsi di parolacce e praticare il sesso solo come

valvola di sfogo della tensione fisica, o come metro di valutazione

dell’autostima.

A quattordici anni rinunciai a collant e minigonne, a ventiquattro

rinunciai alla maternità. Cominciai ad avere problemi alimentari e a

nasconderli accuratamente dietro una facciata di intellettuale altezzosa

e distaccata.

Cominciai ad accanirmi in modo spietato contro il mio corpo.

Come le femministe degli anni ’70 alla cui scuola ero cresciuta,

mi allenai per anni a disobbedire e confutare le regole, a essere

perennemente inviperita con gli uomini e continuamente intenta a

competere con loro, per dimostrare quanto ero in gamba e degna di

essere considerata una loro pari, se non addirittura superiore.

Desideravo il loro status, e il riconoscimento della mia uguaglianza.

Una persona e non un soprammobile.

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Non mi rendevo conto che chi disobbedisce alle regole implicitamente

le riconosce come chi obbedisce, solo che fa più fatica perché rema

controcorrente.

E neppure che se si desidera l’approvazione di qualcuno si continua a

ribadire la sua superiorità. Bisogna arrivare ad approvarsi da sé.

Rilassarsi e fare quello che si ritiene giusto fare.

Vivevo in un efficiente cervello fuori del corpo.

Il mio corpo da parte sua continuava a sentirsi e ad agire sempre come

un soprammobile, sia quando lo adornavo da vetrina con tacchi a

spillo e vestiti vertiginosi, sia quando lo imbruttivo con disordini e

trascuratezza e chili di troppo. Un corpo-oggetto che odiavo, che mi

dominava con i suoi bisogni e veicolava i miei disagi con mio grande

disappunto.

Finché i tempi iniziarono a cambiare, e insieme a milioni di altre donne

cominciai a domandarmi quale fosse la mia vera identità, il mio posto

nel mondo, il mio vero potere.

Capii che dovevo vivere per me. Che un uomo non è un ansiolitico, e

le relazioni non sono un baluardo contro la paura della morte, o della

vecchiaia o della solitudine.

Cominciai a lasciar stare gli uomini. A non considerarli più il centro

della mia vita, l’origine delle mie disgrazie, il nemico da abbattere.

Cominciai a capirli. Ad apprezzare quelli che si mettevano in

discussione e cercavano di essere onesti, a perdonare quelli che mi

avevano fatto del male. Qualche volta a incontrarli con lealtà.

Finché tornai ad abitare il mio corpo, le mie emozioni, e finalmente fui

pronta per l’amore. -

*

- Una volta, avrò avuto venticinque anni, venne l’usciere della banca

dove lavoravo a portarmi il caffé.

Era stato un partigiano, sicché quando avevo un po’ di tempo libero

andavo sempre nel suo sgabiotto sul retro a far due chiacchiere, a

domandargli di raccontarmi qualche episodio della guerra, di quando

avevano preso Alba ai Tedeschi nel ’43 (6), di com’era Fenoglio lo

scrittore da ragazzo, o di com’era stato vivere in clandestinità sulle

Langhe.

La mia generazione aveva perso tutte le sue battaglie, e dunque mi

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interessava capire le diverse ragioni e le conseguenze per una

generazione che invece apparentemente aveva vinto.

Alla fine avevo capito che il tempo che passa livella tutto, e vincitori

o vinti il confine tra i torti e le ragioni è sempre labile e improbabile, e

la memoria dell’uomo corta e ingannevole. Dopo un po’ di tempo,

vincitori e vinti lasciano tutti questo mondo, e dei fragori delle battaglie

giustamente non resta nulla. A volte restano le lezioni apprese, ma solo di

rado, perché quando non si è pagato di persona, quando non si è provato

il dolore o l’ideale sulla propria pelle, è facile cadere nella retorica.

Al di là dei grandi argomenti, a cui per altro non era minimamente

interessato, l’usciere Coletti, che si era ritrovato a fare il partigiano

solamente perché aveva l’età giusta e voglia di far casino ma non

aveva avuto lo stomaco di arruolarsi nelle camicie nere perché era

buono d’animo, era una miniera di aneddoti.

La sua totale e schietta passione per il pettegolezzo aveva stimolato in

lui una formidabile tempra di narratore. Raccontava i fatti degli altri

con dovizia di particolari, con un piacere un po’ morboso ma genuino

per il finale a sorpresa, per l’esclusività della notizia, per la risata o

l’espressione di sorpresa che strappava all’interlocutore.

Il cruccio di Coletti era il dover per forza diventare vecchio. Mi

diceva sempre, che me ne faccio di questo corpo da anziano, ah, se

potessi tornar giovane, con quelle belle femmine che c’erano allora!

Quando cominciava a ricordare io stavo in silenzio, mi piaceva il suo

dialetto largo della langa bassa.

- Lo sa lei che quando avevo diciassette anni ero già orfano, e facevo

il mantenuto di una prostituta che era una gran signora e che mi aveva

adottato. Vivevamo all’hotel Miramare di Portofino, e andavamo tutte

le sere a un ricevimento.

La mia morosa aveva quasi trent’anni (pensi un po’ che a me

sembrava vecchia!) e frequentava tutta la gente bene della Riviera,

faceva un sacco di grana, ma io ero il suo beniamino, il suo giocattolo.

Siamo stati insieme tre o quattro anni. Era una gran bella vita.

Poi è scoppiata la guerra e son tornato ad Alba, sono andato a fare il

partigiano.

Anche a fare il partigiano c’è stato il suo bello.

Avevamo sempre una fame da suonatori, sa, gente di vent’anni,

facevamo di corsa una collina in salita in meno di mezz’ora, eravamo

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sempre in movimento, a scappare dai Tedeschi o dai Repubblichini, a

fare da staffetta, organizzare qualche azione, cercare da mangiare.

Una volta avevamo avuto una soffiata che il parroco di una frazione

dell’Alta Langa teneva imboscato un allevamento di galline, e così

siamo andati a requisirle. Gli abbiamo fatto un po’ di interrogatorio per

vedere se ci dava qualcosa di sua spontanea volontà, ma lui sotto sotto

era sempre stato fascista, i partigiani non poteva vederli, spergiurò che

non aveva niente, e allora per vendetta glieli abbiamo ammazzati tutti

i suoi polli, sparandoci sopra col mitra, ridendo come dei cretini, e poi

li abbiamo distribuiti a quelli del paese.

Eravamo teste un po’calde, facevamo cose da grandi anche se fino al

giorno prima eravamo stati ragazzini. E poi eravamo sempre sotto

tensione, sa, chi si lasciava catturare veniva fucilato, o appeso a un

gancio da macellaio. Quanti ne ho visti, con la gola squarciata da un

gancio appesi a un albero.-

Gli vengono gli occhi lucidi, poi scrolla la testa e so che pensa ai suoi

amici morti, allora non dico niente e aspetto. Ma lui si riprende quasi

subito.

- Comunque sono sopravvissuto. Dopo la guerra eravamo un bel giro di

amici, ad Alba, e ce la tiravamo un po’ da eroi; ci trovavamo di solito

all’hotel Savona, allora si mangiava da dio ed era un locale elegante.

Annesso al ristorante c’era il bar, dove si ritrovavano negli anni ’50 e ’60

i veri cittadini albesi: chissà perché, lì quelli dei paesi non ci venivano.

Potevi incontrarci all’ora dell’aperitivo Fenoglio lo scrittore o Pinot

Gallizio, il pittore d’avanguardia, personaggi che erano assai avanti coi

tempi e son poi diventati famosi; ma non si creda che la gente li amasse

o li apprezzasse come adesso che sono morti e li sbandierano per farsi

la pubblicità; quando Fenoglio pubblicò il suo primo romanzo in tutta

Alba se ne vendettero sì e no venticinque copie, e tutti lo fermavano

per strada per chiedergli come mai traducesse dal dialetto invece di

scrivere in un italiano colto alla D’Annunzio come si usava allora.

Per non parlare di Gallizio, che era comunista e aveva regalato un

terreno agli zingari vicino a Tanaro perché ci andassero a vivere.

Un giorno Gallizio disse a Giacomo Bianco, il produttore di vini, che

gli avrebbe regalato un quadro per il suo matrimonio. Bianco lo

teneva talmente in poco conto che non andò mai a prenderlo.

Solamente anni dopo Gallizio ebbe la sua rivincita.

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Un pomeriggio, proprio davanti al Savona si fermò un camioncino

della RAI, scesero giornalisti e operatori, e fecero un’intervista al

pittore trattandolo come un personaggio importante.

Bianco era presente e lo apostrofò ‘domani vengo a prendere quel

quadro che mi hai regalato!’, ma Gallizio gli disse che ormai l’offerta

era scaduta, e se Bianco voleva un suo quadro se lo doveva comperare.

Bisogna dire che Bianco imparò la lezione, perché in vecchiaia,

quando era oramai un imprenditore ricco e famoso in tutto il mondo

per i suoi baroli, diventò un mecenate e protettore di artisti.

Comunque, il Savona non era un cenacolo di cultura, era un posto

normale, solo di un certo stile, specie per quanto riguardava i vini e la

cucina.

Si parlava di calcio, di affari, ci si interessava del prossimo, delle

vecchie e nuove fortune, degli amori, specie quelli clandestini, e in

genere si spettegolava, per esempio su chi poteva essersi impadronito

del tesoro della IVª Armata dopo l’armistizio dell’8 settembre ‘43, una

montagna di soldi che si diceva sparita nei pressi di Alba e mai più

ritrovata.

Le femmine? Ah, dopo la guerra sembrava che le donne fossero

dappertutto, la guerra le aveva rese più spregiudicate, più autonome,

più libere. Lavoravano in fabbrica, portavano a casa uno stipendio. Lo

sa lei cosa voleva dire uno stipendio sicuro nella civiltà contadina?

Voleva dire ottenere rispetto, libertà.

Anche se nell’Italia democristiana e clericale del dopoguerra le donne

preferivano ancora sempre sposarsi, per la prima volta avevano la

possibilità teorica di non farlo e scegliere la propria vita diversamente.

Comunque, secondo me, le donne si conquistano sempre nella stessa

maniera, qualunque sia il loro grado di istruzione o di libertà.

Tanto per dirle, io e i miei amici avevamo un conto aperto nel più bel

negozio di lingerìa di via Roma a Torino, e ci mandavamo le nostre

amichette a servirsi, poi noi passavamo a pagare, sa, la cosa faceva

sempre un discreto colpo. - E mi strizza l’occhio.

Come dicevo prima, un giorno Coletti venne a portarmi il caffé alla

scrivania, cosa che non aveva mai fatto. Aveva una faccia un po’ da

misterioso: mi disse piano, madamin, posso parlarle in confidenza?

- Certamente - gli dissi.

Si appoggiò al tavolo con tutte e due le mani, sporgendosi in avanti

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verso di me.

- Ci sarebbe un mio amico, sa, che l’ha vista uscire dalla banca e si è

innamorato di lei. -

Mi rimase la tazzina a mezz’aria. Proseguì:

- Il mio amico non vorrebbe disturbarla, ma le manda a dire che sarebbe

molto onorato di fare l’amore con lei, per una sola volta. Si rende conto

di non essere più….ehm, particolarmente prestante, e quindi si offre di

pagarle il disturbo. Se lei accetta, è disposto a darle due milioni per una

notte. Che ne dice? -

Posai la tazzina, e mi veniva da ridere. Pensavo che scherzasse, e infatti

domandai: - Sta scherzando, spero. -

- Niente affatto. -

- E chi sarebbe questo suo amico? - domandai fissandolo dritto negli

occhi. Rimase imperturbabile.

- Non lo conosce. Ma ha davvero perso la testa per lei. Che cosa le

costa farlo contento? -

- Dica al suo amico che sono lusingata delle sue attenzioni ma non se

ne fa niente. E con questo ho chiuso l’argomento. -

Provò a insistere.

- Ma si rende conto che potrebbe guadagnare in un’ora due mesi di

stipendio? E poi che le importa, se non le piace lui, chiuda gli occhi.

Son sicuro che, data l’età un po’ avanzata, si tratta di pochi minuti. -

- Ora sta diventando volgare. Non sono interessata, va bene? -

- Non se la prenda, madamin, faccia conto che non le ho detto niente.-

Si allontanò scrollando il capo e borbottando:

- Io non vi capisco a voi donne, siete sedute sulla vostra fortuna e non

ve ne rendete conto. Se io fossi donna, sarei stata di sicuro la più ricca

e felice puttana d’Italia. -

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*

- A questo proposito, mi viene in mente la controversia imbarazzante

sulle puttane, che non si esaurì con la legge Merlin (7), e che da

sempre pone la società di fronte alla tematica mai veramente affrontata

del sesso ammalato e represso.

Negli anni ’50 ad Alba c’era una cosiddetta casa chiusa in vicolo del

Pozzo, che veniva gestita da una madama anzianotta, ma di proprietà


era di un tizio benestante, che sedeva nei primi posti tra i notabili del

bar Savona e non aveva mai lavorato in vita sua.

A quei tempi la prostituzione era legale, era anche socialmente tollerata

(con chiara incongruenza, per i maschi era una consuetudine e un

vanto usufruirne, mentre per le donne era una condanna esercitarla).

Periodicamente la tenutaria del bordello faceva il giro promozionale

per le vie principali della città accompagnando in processione le

ragazze appena arrivate, sicché gli uomini avevano la possibilità di

visionare la merce nuova, rifarsi gli occhi e prenotare appuntamenti,

mentre le donne oneste abbassavano lo sguardo e deviavano il percorso

nelle vie laterali, avvolte negli abiti di lusso e adorne dei gioielli che

connotavano il loro status di mogli ricche che dovevano stare zitte,

sopportare le corna e sorridere alle cene d’affari dei mariti.

Poi i casini furono chiusi, con l’intento di far cessare lo sfruttamento

legalizzato del corpo femminile da parte dello Stato, ma le donne a

pagamento continuarono a germogliare davanti ai falò notturni lungo

le statali o sotto forme camuffate, diventando via via entreineuses nei

locali notturni e poi cubiste d’assalto nei privé delle discoteche, non

più donne perdute ma provvisorie lavoratrici in nero che sfruttavano

l’effimera stagione della loro bellezza per fare i soldi facili con cui

mantenersi all’università, avviare un’attività onesta per conto proprio,

o pagare casa e cibo ai mariti parassiti e ai figli rimasti in Nigeria, in

Ucraina, a Tirana o a Bari.

Anche le mogli continuarono a essere le stesse, però più evolute,

magari andavano a vedere lo spogliarello dei maschi una volta

all’anno alle cene della festa della donna, oppure facevano le scambiste

rispondendo agli annunci fermo posta sui giornali illudendosi così di

essersi liberate, mentre il giorno dopo tornavano a casa e ricominciavano

a sgobbare gratis per comprarsi la santità e il diritto a lamentarsi.

In sostanza, l’uguaglianza conquistata consistette per lo più

nell’equiparazione dei vizi.

Da quando la prostituzione è stata dichiarata illegale, è diventata un

affare vergognoso anche per i maschi (a meno che le puttane non siano

d’alto bordo, e i clienti molto ricchi, nel qual caso la si chiama in modo

diverso e più discreto e sembra una faccenda da artisti fighetti,

pornostar e furboni politico-televisivi che si muovono in un mondo di

privilegio dove tutto è concesso).

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La vergogna non deriva dalla consapevolezza di aver ridotto a merce

l’energia sacra che dà la vita e il piacere, bensì dalla svalutazione

sociale che colpisce chi non è in grado di procurarsi gratis un bene di

consumo così fondamentale come il sesso.

E le donne, che lucrano su un bene che ai maschi appare di prima

necessità, vengono biasimate assai di più delle multinazionali che

vogliono accaparrarsi l’acqua o il gas o il petrolio, delle consorterie

che vogliono rubare il tempo, o i voti, o la libertà di coscienza e di

espressione della gente.

Alcuni ritengono che certe prostitute siano esseri illuminati e

compassionevoli che vengono sulla terra per dare consolazione a

quegli uomini che nessuno vuole, per contenere la loro aggressività

che altrimenti scaricherebbero sulle altre donne o sulla società; sicché

quando passiamo lungo le statali potremmo rivolgere un pensiero di

gratitudine a quelle donne che sorridono, e domandarci subito dopo chi

è stato a condannare il sesso, a renderlo una colpa e non un evento

sacro in sé, chi è stato a mortificare nella donna la capacità di dare e

ricevere liberamente piacere e calore sentendosi una sacerdotessa della

vita e non un peccaminoso strumento del diavolo; chi è stato infine a

condannare nell’uomo il suo bisogno dell’energia della donna, il suo

bisogno di desiderarla e gratificarla, e tornare ancora da lei, suo unico

legame con il corpo della madre terra.

L’energia maschile quando viene disconnessa dal principio femminile

diventa distruttiva: per esempio, se l’uomo non può dare piacere alla

donna perché la sua madre sessuofoba lo ha fatto sentire sporco, o

colpevole per i suoi istinti, allora egli odierà il potere che la donna ha

su di lui, e per sentirsi forte (e punire sua madre) la stuprerà, o la

schiaccerà, o la condannerà a morte (quest’ultima opzione dopo

l’Illuminismo in Europa e in America non esiste più).

D’altro canto l’energia femminile disconnessa dal suo complementare

diventa divorante e invasiva.

Ecco perché nel mondo prevalgono da un lato il capitalismo/madre che

fagocita tutto in nome di una gratificazione senza limiti, e dall’altro lo

sfruttamento sconsiderato e violento delle risorse del pianeta e dei

suoi abitanti.

In questo nostro universo duale dove lo scopo ultimo è mantenere

l’equilibrio, il femminile è il principio che crea la vita, e il maschile è

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il principio che la distrugge. Più la femmina crea, più il maschio deve

distruggere: quindi, se le donne riducessero drasticamente la propria

fertilità, gli uomini ridurrebbero i conflitti. Ma bisogna prima guarire

il sesso, che è il luogo simbolico dove le loro energie si incontrano.

Al livello animale il sesso è funzionale alla procreazione, ma a un

livello superiore di coscienza l’energia sessuale può essere trasformata

in forza guaritrice e fatta circolare nel corpo grazie alla meditazione,

oppure può contribuire all’elevazione spirituale: ma ha comunque

bisogno della presenza di due partner di sesso opposto.

L’unica pratica davvero dannosa per il sesso è la repressione, perché

porta gravi squilibri mentali e depravazioni. -

*

- Nel desiderio di ricostruire la visione maschile delle donne all’ombra

della quale sono cresciuta, vado a trovare il mio amico Domenico che

da anni si è trasferito a Parigi, e per campare compravende via internet

vecchie auto americane. Anche lui non si è dimenticato delle Langhe

dove è nato e cresciuto, ma se non fosse per il suo anziano padre che

ancora vive qui, non ci verrebbe mai.

Quando torna ne approfitta per imbastire qualche affare, e tra una

chiamata e l’altra del suo telefonino fa il giro dei bar a rivedere i

vecchi amici, tutti, nel giro di 24 ore, poi stremato riprende l’aereo e

per un anno nessuno lo vede più.

Ex bullo di periferia, da giovane aveva la passione del blues e del rock

and roll, e girava per i locali della provincia di Cuneo travestito da

Elvis Presley, di cui conosceva a memoria ogni canzone; qualche volta

faceva da spalla a vecchie glorie ormai sul viale del tramonto quando

tenevano dei concerti nei dancing della regione, oppure animava le

notti romantiche e soffuse dei piano bar cantando i successi di

Baglioni, mandando in visibilio le ragazzine coi suoi occhi verdi e la

voce profonda da cantante di colore.

Domenico sa tutto o quasi sulle prostitute e su coloro che le frequentano,

e finalmente comincia a sviscerare l’argomento raccontandomi

questo fatto.

- Una sera (fai conto, sarà stato l’84, io avevo ventun anni) vado al bar

Firmin e trovo il mio amico Morando che guarda la partita alla tele con

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una faccia scura e vagamente sagrinata.

Mi siedo vicino a lui, mi offre da bere, poi mi chiede se lo accompagno

in un posto con la mia auto, dato che i carabinieri gli hanno

appena ritirato la patente per eccesso di velocità.

Dice che deve andare ad Alessandria per una faccenda urgente; calcola

che tra andare, stare e tornare ci vorrà un tre ore, per mezzanotte siamo

di nuovo qui.

Alla fine mi convince, tanto non ho niente da fare.

Strada facendo, scopro che stiamo andando da due infermiere di

Genova, che tre sere a settimana fanno le puttane ad Alessandria, in un

tugurio del centro storico. Ormai è tardi per incazzarsi, avrei dovuto

ricordarmi prima che tipo è Morando.

Mentre guido sto attento alla nebbia, così spessa che si taglia col

coltello, così non sto a sentire lui che mi illustra le prestazioni amatorie

delle due signore, di cui è (mi pare di intuire) affezionato frequentatore.

Fatto sta che arriviamo, posteggiamo davanti al portone, e saliamo

delle luride scale scrostate che puzzano di muffa e minestrone. Sono

sempre più perplesso.

Invece il mio amico sembra a suo agio, suona il campanello con un fare

sicuro di sé, saluta la megera in vestaglia che ci apre come fossimo

vecchi conoscenti, e mi precede all’interno.

Lo squallido ingresso dell’alloggio è adibito a sala d’aspetto, con tre

sedie di metallo appoggiate alla parete, un tavolino col posacenere

sporco, una cicca spenta appiattita sul pavimento di maiolica stinta, e

persino qualche numero vecchio di Novella 2000.

Come dal dottore della mutua.

Comincio a sentirmi ridicolo, ma il ridicolo deve ancora venire.

Dopo circa un quarto d’ora che Morando è sparito in fondo al corridoio,

qualcuno suona alla porta. Arriva la donna in vestaglia, ma

invece di aprire la porta mi chiede se posso nascondermi dietro una

tenda verde che sta di fronte a me: è per la privacy, mi dice.

Mi alzo, sollevo la tenda credendo che sia un passaggio per un’altra

stanza, e invece trovo una nicchia nel muro, larga e profonda quanto

una libreria. La donna mi fa cenno di sbrigarmi, allora mi appiattisco

lì dietro, mentre lei apre al nuovo cliente, che entra, si siede in sala al

posto mio e inizia subito a fumare perché magari è un po’ teso.

Io mi domando se ha notato la punta delle mie scarpe numero 45 che

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sporgono dalla tenda e penso a un film di Dario Argento.

Non so cosa fare, in quello spazio ristretto mi manca il fiato e maledico

Morando, ma per fortuna la donna torna quasi subito e fa passare il

tipo, così posso tornare a sedermi. Un’altra decina di minuti e il mio

amico torna tutto soddisfatto, possiamo andare.

Il viaggio di ritorno viene allietato dai racconti delle sue prodezze, e

capisco che lui va con le puttane per sentirsi dire che è il migliore, loro

glielo dicono, fanno finta che lui le fa impazzire di piacere, urlano e

gemono e gli gridano basta!, e Morando contento gli lascia pure la

mancia.

A me lui faceva un po’ pena, come faceva a cascarci così, era proprio

un bambino. Mi sa che per lui le puttane erano una specie di antidepressivo.

Niente a che fare con l’amore, niente a che fare neppure col

sesso; è come avere l’approvazione della mamma che sei davvero un

bravo bambino.

Il mio amico Morando non potrà mai permettersi una relazione con una

donna, può solo mendicare il finto orgasmo di una puttana che lo fa

sentire potente e importante per un breve momento.

Poi se ne torna al bar e si sente un vero uomo tra gli uomini, ha

qualcosa da raccontare di veramente gagliardo, è riuscito a far gridare

basta a una puttana, non so se mi spiego.

Mi hanno raccontato che la settimana dopo tornò con un altro nostro

amico, Gino il camionista, che aveva fama di essere superdotato.

L’infermiera li fece passare uno dopo l’altro, e quando Morando stava

per uscire lo prese per un braccio e gli disse maliziosa: - Se la prossima

volta mi riporti il tuo amico ti faccio scopare gratis -.

Domenico ride divertito, sgranocchia un’oliva, ne sputa il torsolo, apre

il suo frigo anni ’60 e si versa una bibita, poi con calma si siede di

nuovo a cavalcioni della sedia e mi guida ancora alla scoperta di questo

sottobosco maschile costellato di vizi insospettabili e disagio.

- Poi venne la moda delle brasiliane - ridacchia tra sé e sé, e prosegue:

- Quasi tutte le settimane veniva qualcuno nella mia officina e abbassando

la voce mi diceva con fare malizioso, sono stato in Brasile (o a

Cuba, o a Santo Domingo, o in Romania) aspettando che io abboccassi

e domandassi, allora, dai, racconta.

Le storie erano sempre uguali.

La donna dei loro sogni l’avevano incontrata per caso in un locale

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notturno, in albergo, al ristorante; si erano innamorati a prima vista; lei

era sempre bellissima e straordinaria, lui sicuramente il suo primo vero

amore.

Non avevano mai conosciuto femmine come quelle, generose, calde,

sensuali, devote; mica come le nostre, fredde e pretenziose. Il

Sudamerica e la Cortina di Ferro sembravano offrire ai poveri sfigati

del nostro continente l’abbraccio maliardo delle sirene, un po’ come

era stato per la generazione prima quando andavano a sposarsi a

Salerno o a Reggio Calabria con in mano una fotografia e la mediazione

di un sensale, che in cambio di un cappotto sponsorizzava le

ragazze del meridione a prendersi un langhetto con la vigna la stalla la

cascina. Ma allora erano altri tempi.

Peccato che tutti si scordassero che le brasiliane e quelle dell’est erano

spesso delle morte di fame che avrebbero detto ti amo anche a un

paracarro pur di farsi sposare e levarsi dalla miseria o dalla strada.

Sai come andava a finire? Che se le sposavano, le portavano qua, e poi

dopo un po’ quelle se ne andavano con uno più giovane e col passaporto

in tasca. I più furbi rimanevano in famiglia e le mantenevano di nascosto

dalle mogli, ma questo non li metteva al riparo dalle delusioni.

Altri invece più ingenui mollavano tutto e si rovinavano per loro.

Avevo un amico sfigatissimo, bravo come il sole, ma sfortunato con le

ragazze.

Quando uno è sfigato con le donne a quindici, sedici anni, credimi, è

un marchio, un trauma che poi a levarselo è un casino. Quando non

cominciano a circolare voci che sei un gay.

Se esci due o tre sere con una e poi non le salti addosso, lei racconterà

alle amiche che sei sicuramente gay. Se invece le salti addosso, lei si

sentirà obbligata a dirti di no, perché altrimenti passa per una ‘facile’,

e in effetti anche tu ti aspetti che ti dica di no, bisogna sudarsele un

poco le cose, ti pare?

È un po’ stupido, lo so, ma noi uomini abbiamo bisogno di credere che

siamo speciali; se una ti dice di no per un po’ e poi riesci a farle dire

sì, vuol dire che dice no a tutti ma per te che sei speciale fa un’eccezione.

Una garanzia della sua serietà e della tua autostima. Mi segui? -

Faccio segno di sì con la testa ma i teoremi di Domenico un po’mi

fanno ridere un po’ mi amareggiano.

- E comunque, siamo già migliorati da quando se una non era vergine

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nessuno la voleva. Adesso sappiamo di non essere il primo, però ci

illudiamo di esserlo. Ma proseguiamo, ti stavo parlando del mio amico

sfigato.

Gaspare rimase senza una fidanzata per molto tempo: si accontentava

di andare ogni tanto con una prostituta per sentire un po’ di calore.

Finché si innamorò di una di loro e si fidanzò con lei.

A quel punto cercò di farla uscire dal giro, ma lei era abituata a

guadagnare un mucchio di quattrini e non voleva andare a fare la commessa

o la coadiuvante senza reddito nel suo negozio solo per far

piacere a lui, che per di più viveva ancora con sua madre e le era succube

in tutto e per tutto.

Per un po’ cercò di farsela andar bene, ma dovette attraversare l’inferno

dei pregiudizi e della possessività maschili.

Lei da parte sua considerava il suo lavoro con lo stesso distacco e con

la stessa scrupolosa professionalità di un chirurgo o di un ginecologo,

e a pensarci bene non faceva tanta differenza. Anzi, quando erano

insieme la domenica lei, con totale freddezza, gli raccontava gli

aneddoti assurdi e salaci che le capitavano con la clientela.

Tipo quelli che pagavano per farsi maltrattare o insultare. O per

strisciare ai suoi piedi, succhiarle gli alluci o la biancheria, e via di

questo passo.

La cosa strana è che pochi pagavano per fare l’amore, come deve fare

l’uomo con la donna, e quei pochi lo volevano fare senza protezione,

per il brivido del rischio da contagio, fregandosene di spargere possibili

figli ai quattro venti; i più pagavano per lasciarsi andare a vivere le

loro fantasie più inconfessabili, rappresentarle senza sentirsi giudicati,

regredire fino a uno stadio infantile in cui si potevano liberare le

pulsioni più nascoste e renderle gioco alla presenza di una ‘mamma’

disponibile e disposta ad assecondare ogni più assurdo capriccio. Farsi

lusingare, toccare, succhiare, senza dover restituire niente, senza

faticare. Il denaro sostituiva l’impegno, l’interesse, la generosità

dell’essere maschio e dover dare qualcosa di se stessi.

In ogni caso, Gaspare si fece una cultura sui desideri segreti dei maschi

repressi, ma non riuscì mai a darsi una ragione che proprio la sua

donna fosse la tramite di quelle operazioni a metà strada tra la catarsi

terapeutica e la malattia mentale.

Alla fine la lasciò, ma da quel giorno ebbe rispetto delle donne che

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accettano di compiacere gli sfizi di chi non sa dare altro che soldi e

disprezzo.

Ah, poi finalmente ha conosciuto una ballerina ucraina e si è sposato.

Lei per lui ha smesso di ballare nei night e lavora a cottimo in una di

quelle cooperative che sfruttano le operaie fingendo che siano socie,

senza ferie e senza mutua, ma hanno un bel bambino biondo e si

amano. -

Io dico: - Ma Domenico, non ti sembra strano che adesso che è sfruttata

e sottopagata nessuno, nemmeno suo marito, trova da ridire, mentre

prima che guadagnava tanto ed era libera tutti si indignavano? -

- È strano il mondo, né? - risponde lui. - Non gli piace chi vive fuori

dalle regole.

A quei tempi, intorno ai diciott’anni, quando ci capitava una ragazza

bruttina, che non ci piaceva ma ci stava, ci facevamo un giro e poi

cercavamo di sbolognarla a un amico: così, per il gusto di farci degli

scherzi.

Un giorno mi arriva in officina un rappresentante, sai di quelli colla

station-wagon, la giacca appesa all’attaccapanni dietro al sedile,

cravatta intonata alla camicia.

Io avevo circa vent’anni, lui quasi trenta, era già separato dalla moglie,

per me era una specie di guru del sesso e della conquista.

Mi racconta che un giorno si stava annoiando e aveva chiamato il 12,

il servizio informazioni della compagnia dei telefoni. Aveva attaccato

bottone con la telefonista, ma che bella voce hai, chissà come sei

carina, vorrei tanto conoscerti, fatto sta che alla fine lei gli svela il suo

nome e gli dà appuntamento al Paradise (hai presente quella discoteca

un po’ da truzzi sulla statale per Mondovì) per il sabato successivo.

Si mettono d’accordo sull’abbigliamento per riconoscersi, ma il mio

amico ci va vestito diverso, non vuole comprare a scatola chiusa. E

infatti la ragazza non gli piace, sicché non si fa riconoscere e taglia la

corda.

Poi viene in officina, gonfia un po’ la faccenda e mi chiede se sono

interessato a farci qualcosa. Io che ero un affamato di prima categoria

gli dico subito di sì. Lui mi sgancia il numero di telefono.

Chiamo la ragazza, che di nome faceva Maristella, faccio finta di essere

il mio amico, mi invento qualcosa, le chiedo scusa per non essere

andato all’appuntamento al Paradise e le assicuro che la domenica

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successiva la vado a prendere a casa. Abitava in un paesino sperduto

delle valli cuneesi.

La domenica dopo lavo la macchina, mi metto elegante e parto per

Cuneo pregustando la mia avventura sessuale, complimentandomi con

me stesso per la mia spregiudicatezza.

Ci incontrammo nella piazza fredda del paesino, lei aveva diciotto anni

ma sembrava una contadinotta di tredici vestita per la prima comunione,

con le guance rosse e la borsetta bianca. Era la prima volta che un

ragazzo le dava un appuntamento. E io che mi aspettavo una spregiudicata

nave-scuola!

Mi ha fatto una pena, e in più mi son sentito un verme.

Non mi osavo a mollarla lì, sicché ho mascherato come potevo la

delusione e l’ho invitata a bere qualcosa nell’unico locale del paese,

una specie di circolo Acli coi vecchietti che giocavano a carte bestemmiando

ad alta voce e la televisione sparata a mille. Davano il film ‘Lo

squalo’, me lo ricordo come se fosse adesso.

Abbiamo guardato il film senza dirci una parola, poi l’ho accompagnata

a casa mentre lei si guardava la punta delle scarpe tenendo il

mento basso e stringeva la borsetta; le ho detto, ciao stammi bene, e

scusami.

Anche tu, mi ha risposto.

Il giorno dopo il rappresentante torna per il suo giro e comincia a farmi

delle domande sulla ragazza, ma io non gli do la soddisfazione, gli dico

che è andato tutto benissimo, e gli faccio capire che l’argomento è

chiuso. Ricordo di aver pensato che a tutto c’è un limite, anche nel fare

gli stronzi.

Lui veniva spesso a stuzzicarmi, gli piaceva sentirsi una specie di

guida, di iniziatore di ragazzini, solo per sentirsi importante, mica

perché gli importasse di noi. Voleva essere ammirato.

Forse parlava delle donne con tanto disprezzo perché lo avevano preso

in giro da bambino, o aveva paura di non valere niente, o magari di

avere il pisello troppo piccolo, sai a volte uno ci sprofonda nelle paure

se non ha il coraggio di parlarne con qualcuno; ma quando sono

cresciuto ho capito che non potevamo far pagare alle donne i nostri

problemi e le nostre insicurezze.

Se una donna ti prende in giro per le tue insicurezze è solo un’arrivista,

ma se ti accetta per come sei allora ti ama sul serio. Per noi uomini

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è terrificante l’idea di mostrare le nostre insicurezze, ma se non

tiriamo giù le maschere non possiamo sentire neppure l’amore. -

- E poi venne l’epoca dei disc-jockey. Ti ricordi che verso la metà degli

anni ’70 ci fu il boom delle ‘radio libere’, quando chiunque poteva

affittare una frequenza e trasmettere di tutto? Ma il vero protagonista

delle radio libere, tra un notiziario scopiazzato dalla cronaca dei

giornali e un programmino di liscio con dediche in diretta, era lui, il

disc-jockey, abbreviato di-jei.

C’era un tipo sui trent’anni che si faceva chiamare ‘Roby one’, che

teneva due o tre rubriche fisse su una radio locale, e quando non

parlava alla radio viveva al bar, dove dava appuntamento alle sue

adoranti ascoltatrici. Era sguaiato e brutto come la fame ma aveva un

carisma incredibile, altrimenti non mi spiego come riuscisse ad

abbindolare tutte quelle ragazzine.

Era sposato con una più vecchia di lui che non fiatava mai, e quando

fiatava si prendeva una tale saccata di botte che doveva girare per

giorni con gli occhiali scuri per nascondere i lividi. Quella donna lo

amava talmente, si fa per dire, che non lo ha mai denunciato, non lo ha

mai lasciato, si contentava di essere l’unica legittima, aspettando solo

che lui passasse di moda, diventasse grasso e calvo e bisognoso di lei.

Roby one condensava la sua profonda e plurima esperienza del mondo

femminile in un aforisma che spacciava ad ogni bevuta con gli amici:

el fumre venta ciuleje e patleje (le donne bisogna scoparle e picchiarle),

regola che lui seguiva da anni con successo.

Reclutava le sue amanti tra le minorenni disadattate dell’alta

borghesia, piene di soldi e spasmodicamente bisognose di affetto e di

attenzione. Lui l’attenzione gliela dava, mandava fiori e cioccolatini e

romantiche dediche via etere, e loro in cambio lasciavano che abusasse

di loro, a volte con due o tre insieme, oppure compiacevano lui e i suoi

amici nei festini della cocaina e del post-discoteca nei sabato sera

annoiati.

Una sera Roby mi portò con sé a una di quelle baldorie in una villa di

ricconi, vicino a Cuneo. Mi aveva invitato perché gli avevo detto che

non ero mai andato con una donna.

Ad un certo punto della serata lo trovai che stava nel letto con due, un

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po’ brillo: lui cominciò a chiedere loro, chi vuole fare un favore a

Domenico che è amico mio e si sente tanto solo?

Mi sembrò un califfo losco e sporco.

Le ragazze, gasate dall’idea di compiacerlo, si lanciarono su di me, ma

io ebbi pena di loro e di me stesso, dissi, non è così che me l’ero

immaginato, e per fortuna me ne andai, mentre lui sghignazzava e mi

dava del codardo. Roby aveva la capacità di istigare nelle donne il

bisogno di farsi fare del male.-

*

- Mio nonno aveva un cugino alla lontana che di nome faceva

Secondino. Nella Langa a volte si usava battezzare i figli coi nomi in

ordine di apparizione, Primo, Secondo, così, per comodità.

Abitava dalle parti di Borgomale, aveva poca terra e tanti figli, una

cascina tutta cadente e diverse bestie nella stalla che teneva all’ingrasso,

ma soprattutto aveva il vizio del gioco, e per via delle carte si era

mangiato via via tutti i guadagni.

Quando morì, la parentela al gran completo si radunò come di consuetudine

per la veglia funebre e la recita del rosario la sera prima del

funerale.

Io ero nelle ultime file dei parenti, non me ne importava niente del

cugino, ci ero andata perché fin da bambina mi piaceva ascoltare la

litania del rosario, il coro monotono e consolante del latino popolare

che storpiava le parole e conciliava il sonno.

Ero seduta vicino allo zio Giorgio, un omone simpatico che aveva

sempre fatto il commerciante di bestiame, e aveva passato una vita nei

fori Boari di mezzo Piemonte a fare da mediatore, accumulando una

discreta fortuna in terre e appartamenti. Possedeva due camion suoi, con

cui trasportava le bestie al macello, o i tori alla monta, e occasionalmente

faceva il sensale di matrimoni, perché era un pettegolo e in fondo

gli piaceva la faccenda di far accoppiare esemplari di buona razza.

Aveva un certo occhio nel valutare le qualità e i difetti fisici, come

quando andava alla fiera di Cravanzana e guardava con lo stesso

godimento le contadine giovani e le vitelle della Coscia.

Zio Giorgio era un vecchio miscredente, sosteneva che i preti non

avevano il diritto di intervenire negli affari privati della gente, meno

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che mai nelle camere da letto, che il sesso con la religione non

c’entrava un fico secco, e che le donne erano delle stupide perché andavano

a raccontare al prete le loro faccende. Senza contare che i preti erano

degli uomini anche loro, anche se facevano finta di essere superiori.

Quando lui entrava nei suoi argomenti anticlericali zia Marta si

tappava sempre le orecchie, gli diceva indignata, sei uno scrusùn, che

era come dire maleducato ma un po’ peggio, allora lui le pizzicava il

culo e le diceva ridendo, però quando siamo a letto ti piace questo

vecchio scrusùn, eh, moglie! Allora lei brontolava qualcosa, si faceva

rossa e gli diceva, ma va’, sei sempre lo stesso, ma non negava niente.

Fatto sta che nel bel mezzo di un paternoster lo zio si chinò verso di

me e mi sussurrò all’orecchio:

- Certo il cugino Secondino ne ha bisogno di preghiere se deve farsi

perdonare tutte le sue malefatte! -.

Capii subito che non riusciva a tenersi, che aveva bisogno di sgravarsi

la coscienza. Camuffando la mia curiosità gli sussurrai all’orecchio:

- Perché, che cosa ha combinato di tanto grave? -

Lo zio abboccò. - A Secondino gli piacevano troppo le femmine. A lui

e a tuo nonno. Lo so perché li frequentavo, li conoscevo bene. -

- A te invece no, eh?, non ti piacevano mica? - gli diedi una gomitata

perché non si poteva mica ridere a un funerale.

- Sì, anche a me, ma quand’ero giovane, poi mi sono sposato con tua

zia, e da allora son stato bravo.-

- Che c’è di male se gli piacevano le donne? Non è mica un reato. -

dissi.

- Sì, ma lui se la faceva anche con sua figlia. -

Tacque un momento per riprendere fiato, ormai l’aveva detto.

Poi riprese.

- Te la ricordi sua figlia Mariarosa, buonanima, che ha avuto dieci

bambini? -

- Certo che me la ricordo, e sapevo anche che il suo primo figlio lo

aveva avuto a sedici anni, prima di sposarsi. -

- Secondino disse che sua figlia l’aveva disonorata un carpentiere

siciliano di passaggio, ma non è mica vero, il bambino era figlio suo.

Se un estraneo gli mette incinta la figlia cosa fa un padre che si rispetti?

Va, acchiappa il tipo e lo costringe a prendersi le sue responsabilità.

Ma Secondino non fece niente perché non c’era nessun siciliano,

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inventò la storia per nascondere che il padre era lui.

Si tenne in casa la figlia incinta, il figlio-nipote, finché non trovò uno

che se la sposasse e se la portasse via. Che vita grama che ha fatto,

povera Mariarosa! Suo marito era un bravuomo, per la carità, però era

alcolizzato, sempre pieno di debiti. E lei, nonostante la vita che

faceva, è sempre stata gentile, di buon umore. Anche se non avevano

abbastanza da mangiare per sé, un posto alla loro tavola c’era sempre

per chiunque si presentasse.

Dovevi vederla com’era bella Mariarosa a sedici anni, aveva i capelli

lunghi fino alle ginocchia. Piaceva perfino a me. Suo padre era

vedovo da tanti anni, c’è da capirlo. -

Non c’era un granché da capire, secondo me, ma non commentai. Ero

esterrefatta.

Zio Giorgio mi disse: - Se non mi credi, guarda là in prima fila, il figlio

di Mariarosa, non vedi che è il ritratto di Secondino? -

Gli credevo eccome. Quando ero bambina Secondino, che era già un

vecchio, ci aveva provato a molestarmi ogni volta che gli capitavo a

tiro. Io, come tutti i bambini, non avevo mai detto niente a nessuno, ma

avevo paura di lui e cercavo di stare sempre vicino alla mamma

quando lui veniva a casa nostra a trovarci.

Alzai lo sguardo sul figlio di Mariarosa e non ebbi più dubbi.

Lo zio aggiunse: - Io non ti ho detto niente, ovviamente. -

- Lo sa qualcun altro? - domandai.

- Lo sappiamo io e te. -

Forse già pentito della confidenza fatta, riprese il filo sul requiemeternam

e non tornò mai più sull’argomento.

Rimasi seduta a occhi chiusi nel mio angolino.

Sapevo tutto, sulle civiltà contadine che praticavano l’incesto per

ignoranza e necessità. Sapevo tutto, sugli abusi verso i minori. Ma

toccarlo con mano era differente.

Passai il resto della serata a maledire Secondino e a pregare per

Mariarosa buonanima.-

*

- C’erano in Alba alcuni bar che erano fortemente caratterizzati dai

‘giri’ dei frequentatori; tutti sapevano esattamente chi si poteva trovare e

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dove, che cosa si faceva in un certo posto e persino a che ora.

La cultura del bar, dell’osteria, del circolo, è stata sempre un elemento

importante della vita di provincia dei paesi freddi, dove gli inverni

erano lunghi, e i divertimenti rari.

Il bar è il ritrovo degli uomini.

Ad Alba il più antico era il Centrale, situato nella piazza principale a

lato del Duomo e di sbieco al Municipio.

Nella struttura era simile agli altri, ma in due cose differiva, nell’eleganza

degli arredi e nel pubblico che lo frequentava.

Appena varcato l’ingresso che si apriva sotto i portici della piazza si

veniva accolti dai soffitti affrescati e dai grandi specchi, e serviti da

abili e discreti camerieri in livrea che sapevano a memoria i gusti dei

loro clienti. Da un lato, si trovava la saletta da the per le signore e le

coppiette del pomeriggio, con la tappezzeria damascata rosso imperiale e

abat-jour a goccia alle pareti; più avanti, due sale per le carte coi

tavoli rivestiti di panno verde sempre ben tirato, e in fondo due stanze

per il biliardo, stecca, boccette e carambola.

Al Centrale ci andavano gli avvocati, i notai, i farmacisti, i grossi commercianti

che avevano i loro floridi negozi nella vicina Via Decumana.

Lo frequentavano di primo pomeriggio, dall’una alle tre per il caffé del

dopopranzo e una partitina, e poi naturalmente la sera, quando accadevano

sfide memorabili a colpi di cartoni di panettoni, o di spumanti, o

di cognac d’annata perché non si poteva giocare a soldi, non almeno

fino a una certa ora.

Si favoleggiava che da qualche parte nel centro storico ci fossero

diverse bische clandestine, con tendaggi preziosi, tavoli verdi,

ingresso con parola d’ordine riservato a privilegiati pieni di contanti,

ma era impossibile accedervi se non si veniva presentati, né essere

sicuri della loro effettiva esistenza, sebbene molti giurassero che amici

di amici ci fossero stati.

Le sale da gioco di ogni ordine e grado erano il pallino dei maschi

albesi, e venivano tollerate perché la loro esistenza a suo modo garantiva

l’ordine pubblico. Le autorità non intervenivano finché qualche

vittima spennata o qualche moglie indispettita non sporgeva regolare

denuncia; allora si faceva gran rumore sulla brillante operazione che

aveva sventato l’illegale attività, ne parlavano con falso stupore i

giornali, c’era un po’ di sapido scandalo cui tutti fingevano di

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indignarsi, e poi si ricominciava come prima.

A volte nei pomeriggi d’estate nonno Augusto mi portava al bar

Bonelli, che si trovava all’angolo tra piazza Savona e corso Italia. Era

uno dei miei preferiti, perché il padrone, che si chiamava Alfredo, era

gentile coi bambini, con gli stessi soldi faceva dei gelati più grandi che

negli altri posti, e in più era molto paziente quando un bambino si

mostrava indeciso su quale gusto prendere e continuava a cambiare

idea. Dopo un po’ diceva, io fossi in te prenderei limone e cioccolato,

e il bambino chissà perché era subito d’accordo; per molto tempo ho

pensato che Alfredo leggesse nella mente dei clienti.

Il nonno mi parcheggiava a un tavolino dove la moglie di Alfredo mi

dava un’occhiata ogni tanto, e saliva un momento al piano di sopra,

nell’immancabile sala da gioco, a vedere se c’era qualche mano

interessante di poker.

(Ora che ci penso, quando gli uomini erano soli tra loro e vedevano

passare una donna molto attraente e sensuale dicevano ‘quella sì che è

una bella mano’, oppure, ‘con quella lì mi farei proprio una mano’, con

questa interessante sovrapposizione di tre significati accomunati dal

piacere, donna bella, atto sessuale, e partita a carte.)

Al sabato succedevano le partite migliori.

Venivano giocatori da tutti i paesi, specie dall’Alta Langa.

All’alba andavano al mercato grosso e sbrigavano le loro faccende, poi

si piazzavano da Alfredo e ci rimanevano ininterrottamente fino al

lunedì mattina, quando stanchi come bestie e pelati come pollastri, ma

soddisfatti, andavano a prendere la corriera per Bossolasco o per

Mombarcaro, e tornavano alle loro cascine e alle loro terre (quando

non se le erano giocate, perché arrivavano anche a quello).

Nessuno sapeva come facessero a resistere tanto, senza dormire, senza

mangiare, accendendo una sigaretta dietro l’altra tanto che la stanza, i

vestiti, e tutte le suppellettili puzzavano di fumo in modo irreparabile, e

l’aria era così spessa che i giocatori si vedevano a malapena in faccia.

C’erano i bari di professione, quelli con le carte segnate, che vivevano

del gioco e aspettavano al varco i polli da spennare; giravano per Alba

sempre ben vestiti, oziavano nei bar eleganti in attesa delle giornate

buone, ma quando individuavano la preda e cominciavano una partita

andavano avanti anche per nottate intere rivelando un’insospettabile

resistenza alla fatica.

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Qualche volta la moglie di Alfredo saliva di sopra a portare le bibite e

svuotare i posacenere e mi permetteva di accompagnarla, ma bisognava

stare attenti a non fare rumore, l’atmosfera era tesa ed elettrica,

c’era più silenzio e rispetto che in chiesa la domenica.

Solo quando la mano finiva, e il vincitore compiaciuto allungava le

mani per prendersi il piatto coi soldi, la tensione si scioglieva, c’erano

i commenti, le bestemmie, le risate, i colpi di tosse.

Il bar Firmin era di tutt’altra pasta.

Intanto era situato in periferia, al Borgo Moretta, un po’ più distante da

casa nostra, perciò ci andavamo di meno.

Allora la Moretta, che adesso è nel centro di Alba, era praticamente un

piccolo paese a sé stante ai margini della città, con gli abitanti che si

conoscevano tutti, i negozietti di generi alimentari, il tabacchino, i

locali più o meno malfamati dislocati intorno al santuario che i

borghigiani eressero qualche secolo fa per ringraziare la Madonna di

essere scampati alla peste.

Non ho tanti ricordi di quel posto, allora cerco qualcuno che me ne

racconti, che mi parli di quei tempi, gli anni ’60 e ’70.

Trovo un mio coetaneo ormai quarantenne, che ha aperto a sua volta

un bar; gli chiedo se posso andare a parlargli, mi dice di sì, quando

vuoi, allora io vado, ordino un caffé, tiro fuori dalla borsetta penna e

taccuino, mi metto comoda, ma a quel punto lui diventa riservato,

quasi restio.

Gli domando, vuoi che torni in un altro momento, magari ora hai da

fare, e lui dice nicchiando, no, ora va benissimo, ma è in imbarazzo,

non mi guarda negli occhi.

Faccio finta di niente, e gli faccio qualche domanda. Alla fine capisco.

Lui non si siede con me al tavolino perché semplicemente non si fa.

Ci si siede solo coi propri pari, io come donna non merito il privilegio.

Così mi fa capire che mi sta già facendo un favore a parlarmi, uno

strappo alla regola, cos’è questa storia di voler essere trattate alla pari,

sento chiaramente che la cosa lo disturba, lo spiazza, come se pensasse

fra sé ma da dove viene questa qui, non le sa le regole? Uno si siede a

un tavolino con una donna solo se è interessato a farci qualcosa.

Sedersi a un tavolino è già un avvio implicito di un rituale di corteggiamento.

E io invece sono qui proprio perché le regole le voglio contestare tutte,

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facendo finta che non le capisco. Fare l’ingenua con gli uomini premia

quasi sempre.

Decido di dargli corda, non ho voglia di sfidarlo perché mi serve la sua

collaborazione: mi alzo, vado davanti al bancone, lui si mette dietro al

solito posto e sento che con quel diaframma del bancone e della

pedana si sente più sicuro.

Per sottolineare le distanze mi parla dandomi le spalle, mentre lustra la

macchina del caffé, forse è un po’ genato dalla mia presenza. A certi

uomini non piace essere guardati negli occhi in una conversazione

normale. Non da una donna che potrebbe piacergli.

Ma ecco che arriva Domenico a salvarmi. Entra nel bar, mi riconosce,

mi sorride e viene verso di me. Si siede al mio tavolo e ordina da bere.

Il barista è sorpreso che ci conosciamo, ma vedere che sono amica di

un suo amico lo fa sbottonare.

- Stavamo parlando del Firmin dei tempi d’oro - annuncio a Domenico,

come per avvisarlo che non deve introdurre altri argomenti.

- Eh, che bella gioventù che abbiamo avuto. - Sospira il barista.

- Con la mia compagnia di amici abbiamo cominciato a frequentare il

bar Firmin a undici anni e abbiamo smesso ben dopo i venticinque,

quando ha chiuso. -

Mentre parla si avvicina, si siede e finge di rivolgersi a Domenico, il

quale in realtà sa già tutto perché c’era. Ma non importa.

- Ti ricordi, il bar era piccolino, col bancone in fòrmica blu: c’era la

sala sul davanti, che dava sulla strada, e il dehors sul controviale.

Vicino all’ingresso c’era il juke-box coi successi del momento, quasi

sempre in funzione, con le monete da 100 lire.

Più avanti c’era il trespolo con il televisore e due file di sedie davanti,

dove si guardava la partita quando la Juventus giocava fuori casa,

perché quando giocava in casa noi prendevamo la corriera tutti insieme

e andavamo a Torino allo stadio Comunale, con le sciarpe bianconere

al collo, a fare il tifo.

Una volta io e il mio amico Gigi non avevamo una lira sulla pelle, e

abbiamo scavalcato il muraglione dello stadio per entrare gratis. I poliziotti

ci avevano visto e ci minacciavano da basso coi manganelli, se

scendete vi facciamo un culo così, ma noi abbiamo saltato lo stesso e

ci siamo confusi tra la folla, non ci hanno mica preso. A vent’anni

correvamo come il vento. Una soddisfazione!

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Sul retro del bar Firmin c’era la stanza del biliardo, che puzzava di

sigaretta ed era sempre buia; chissà come, ci avevano infilato anche un

tavolino da ping pong da una parte.

Di sopra, una saletta riservata per il gioco delle carte. A cosa giocavamo?

A scala quaranta, a poker, a tarocchi, a mitigatti, a cocincina.

Giocavamo sempre di soldi, mica cifre grosse, però sempre di soldi,

sennò non ti divertivi. Il vero divertimento non era giocare, era il

brivido dello scommettere.

Scommettevamo praticamente su tutto, sul calcio, sul pallone elastico,

sul biliardo, ma anche su cose stupide, che ne so, a chi arrivava per

primo in piazza Savona saltando su una gamba sola, oppure a chi

saliva fino a Manera di corsa contro uno in bici, o ancora a chi faceva

il pupazzo di neve più grosso, quasi sempre a forma di genitali giganteschi.

Avevamo tutti l’ossessione del sesso, non è che concludessimo

granché, ma in compenso ne parlavamo continuamente.

L’altra ossessione erano le scommesse, forse era il brivido del rischio,

perché, ti ripeto, non ci fregava niente dell’oggetto.

Per esempio. Una volta un tale si doveva sposare e andare in viaggio

di nozze.

Combinazione in settimana c’era il mega torneo annuale di bocce, di

cui lui era appassionato. Scommette con Giors che se lui riuscirà a

partecipare al torneo Giors si dovrà rasare i capelli alla mohicana, con

la striscia verticale sul cranio dipinta in tinta biondo-platino.

Bene, il tizio si sposa, parte per la luna di miele a Montecarlo, ma al

giovedì sera racconta alla mogliettina che va a comprarsi le sigarette,

e in due ore e mezzo ci raggiunge al Firmin.

Non so come gli andò a bocce, ma ebbe la soddisfazione di vincere la

scommessa e tagliare personalmente i capelli a Giors che ce li aveva

lunghi fino alle spalle.

Che cosa raccontò alla moglie? Nessuno si preoccupa della moglie, e

comunque quello che la moglie pensa è meno importante dell’ammirazione

degli amici.

L’altra nostra specialità (oltre alle mangiate e alle bevute senza cognizione

naturalmente) erano gli scherzi. C’era Simone che era un fuoriclasse

nell’inventare scherzi mancini.....Una volta che era a Torino gli

viene voglia di farsi tagliare i capelli, allora telefona al suo barbiere ad

Alba spacciandosi per il rappresentante della Kerastase e gli dice lo so

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che è tardi, ma sto finendo il giro, avrebbe la cortesia di aspettarmi una

mezz’oretta?

Dopo viene ad Alba, arriva che è quasi ora di chiudere ma il barbiere

gli dice che lo fa passare lo stesso tanto sta aspettando un cretino di

rappresentante che deve arrivare da Torino. Simone si fa servire barba

e capelli, e al momento di uscire, già sulla porta dopo aver pagato si

volta e dice: ‘Ah, a proposito!, sulla strada ho incontrato un rappresentante

che mi ha detto di dirti che non aveva più tempo di passare e

proseguiva per Bologna!’.

Il barbiere aveva solo più da ammazzarlo, ma poi la sera gli pagò da

bere perché in effetti era stato un gran bello scherzo: e poi conveniva

essere sportivi perché se no la brutta figura la facevi due volte.-

A quel punto Domenico sta ridendo come un matto e deve rilanciare

con un ricordo suo:

- E quando abbiamo convinto il fabbro a scommettere che avrebbe

battuto Simone in una corsa fino in cima a corso Enotria? -

E mentre l’altro già sghignazza si gira verso me e racconta:

- Il fabbro era convinto di essere imbattibile nella corsa, perciò accettò

la scommessa: solo che quando si slanciò come un forsennato per i due

kilometri di salita arrivò un’auto di compari da dietro, Simone salì sul

cofano e si fece portare, mentre tutti quelli che assistevano alla scena

ridevano con la pancia in mano; solo negli ultimi cento metri Simone

saltò giù, e fresco come una rosa passò davanti al fabbro proprio sulla

linea del traguardo.

Subito al fabbro non dissero niente perché volevano sfotterlo un po’ e

riscuotere la scommessa: lui bruciava come il fuoco, ma quando seppe

la verità fu ancora peggio, dovette ingoiare il rospo, tanto più che

oramai aveva pagato da bere a tutti. Avevamo una specie di codice

morale, chi si dava troppe arie prima o poi veniva ridimensionato. -

Il barista annuisce e riprende la palla: - Ma torniamo al Firmin. Di lato

al televisore c’era un pezzo fondamentale, la cabina del telefono. Delle

grane, per quel telefono.

La cabina era insonorizzata col polistirolo, così veniva usata da tutti

quelli che non potevano chiamare da casa, perché a casa c’erano i

genitori, o le sorelle, o le mogli, insomma orecchie indiscrete. Ti sentivi

soffocare, là dentro, specie se quello prima di te aveva fumato, ma

almeno nessuno ti sentiva. C’era sempre la fila per telefonare alle

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morose; se c’era dentro uno dei più giovani il suo tempo scadeva

presto, e c’era sempre qualcuno dei grandi che bussava e sbraitava,

disbrògliati matòt!, e giù un bestemmione, abbi rispetto dei vecchi!,

ma poi i ‘vecchi’ quando entravano ci stavano delle ore a dire cretinate

alle loro amichette, e guai se li disturbavi.

Tutto si complicava quando erano le morose a telefonare al bar.

Oppure le mogli, che facevano i controlli. Firmin non sapeva mai cosa

rispondere per non mettere nei guai i suoi clienti, e così diceva immancabilmente,

peccato che non hai chiamato prima, è appena uscito.

Ricordo che c’era un tizio, brutto come la fame, che aveva un’amante.

Un giorno l’amante telefona, si danno l’appuntamento; dopo dieci

minuti telefona anche la moglie e il barista non riconoscendola le dice

scocciato, ma se gli ha parlato poco fa, allora lei risponde, poco fa non

ero io, era la sua puttana!

Così è venuta fin lì per riprenderselo, ha fatto una scenata tale davanti

a tutti che quel poveraccio non si è più osato a metter piede al Firmin

per tre o quattro mesi. -

Mentre il barista ridacchia di gusto entrano un paio di avventori. Lui ci

dice, scusatemi, torno tra poco, si alza e va al bancone.

Mi giro interrogativa verso Domenico, e lui, come se niente fosse,

come se mi leggesse nel pensiero, continua la storia dalla sua

personale prospettiva.

- Tutti facevano una gran propaganda su quello che combinavano, ma

alla fine chi comandava erano le mogli, e loro le tradivano solo per il

gusto di fargliela sotto il naso, un po’ come rubare la marmellata alla

mamma. Ma alla fine tornavano sempre a casa.

Erano pochi quelli che sarebbero stati capaci di cuocersi un uovo o

lavarsi un paio di calzini, o badare a se stessi senza dipendere da una

donna. Dopo essersi fatta la storia con l’amante immancabilmente

declamavano contriti, torno dalla mia Famiglia, e invece tornavano

alla vita comoda.

E qui ti devo aprire una parentesi.

A quel tempo noi più giovani non pensavamo alle donne come degli

esseri umani, ma come oggetti da desiderare, quasi irraggiungibili,

almeno finché non ti sposavi. Un po’come da bambini collezionavamo

le figurine dei calciatori, da mettere in bella mostra nell’album e

scambiare con gli amici.

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Dopo il matrimonio la moglie rimaneva un oggetto, ma diventava ufficialmente

di tua proprietà, il che ti garantiva un certo rispetto sociale,

specialmente se la sminuivi pubblicamente; sebbene l’uomo dipendesse

completamente dalla moglie nella gestione della sua vita quotidiana

peggio di un lattante, doveva sempre dare l’impressione che fosse lui

a comandare, a decidere, ad avere l’ultima parola.

Senza contare che quando hai la sicurezza del possesso, l’oggetto

posseduto perde di attrattiva, per quanto bello e prezioso possa essere.

Forse il problema è che le donne per noi uomini sono una responsabilità,

dobbiamo sempre mantenerci all’altezza delle vostre aspettative, e

alla fine la paura del giudizio è più forte del bisogno di ricevere amore.

Ma torniamo ai nostri vent’anni.

Quando uno rimorchiava una tipa interessante di solito se la teneva per

sé, ma quando non gli interessava più, in uno slancio di solidarietà

maschile cercava di passarla a qualche amico.

C’era un giro di mansarde clandestine in affitto nei dintorni di Alba, di

cui avevamo un po’ tutti le chiavi, e di cui usufruivamo a turno;

avevamo dei segnali concordati per far capire dall’esterno se la stanza

era occupata o no, così non accadevano sorprese. Ma nelle mansarde

le ragazze a cui tenevamo non ce le portavamo, perché la ragazza a cui

tenevi non potevi farla passare per una facile.

Quando una ragazza ti piaceva eri portato a pensare che era venuta solo

con te, che eri il suo primo uomo, mentre se una ti piaceva solo così

così allora cercavi di far partecipare anche gli amici. Mi segui?-

- Non tanto. -

- Non dico che fosse giusto, lo so anch’io che è stupido, ma era così

che ragionavamo allora, cerca di capirmi, va bene?-

- Va bene -

- Ci fu un periodo in cui si diceva che facevamo i filmetti porno con le

telecamere, ma ti posso assicurare che non è vero, non eravamo dei

depravati, solo dei gran superficiali.

Dovevamo dimostrare che facevamo tanto sesso e non ci innamoravamo

mai, e la quantità di sesso raccontato era un indice dell’ammirazione

che potevi riscuotere. Ma il gioco sottile era che non dovevi

essere tu a raccontare delle tue conquiste, perché così non ci credeva

nessuno; bisognava fare la confidenza a un amico, che poi altrettanto

in confidenza spargeva la voce arricchendo di particolari l’accaduto;

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allora chissà perché, ci credevano tutti e le tue quotazioni salivano.

Addirittura poteva capitarti che qualcuno venisse da te e ti chiedesse se

gli presentavi qualcuna di seconda mano. -

Gli avventori escono, il barista torna al nostro tavolo e riprende a parlare:

- A volte perdevamo tutta una sera d’estate seduti nel dehors del Firmin

a sparare cazzate, a prendere in giro quelli che erano un po’ più bonaccioni,

a organizzare scherzi, oppure delle vendette verso quelli di altre

bande. Non attaccavamo mai per primi, ma se qualcuno veniva nel

nostro bar a stuzzicare, allora era una questione di puntiglio, la sera

dopo partivamo in gruppo e ne veniva fuori una rissa spettacolare.

Eravamo solidali tra di noi.

Una volta venne uno di Torino, e cominciò a provocare, lasciando la

macchina accesa sul marciapiede davanti al bar, la musica a tutto

volume, insomma uno strafottente. Quando uscì cominciammo a

seguirlo, eravamo in cinque su un millecento, l’abbiamo tallonato per

quindici kilometri, fino a Montà: non volevamo mica fargli niente, solo

fargli capire che doveva stare alla larga; ma quello si è cagato sotto e

ci ha denunciato.

Dovemmo fare una colletta per pagarci l’avvocato, mettemmo i soldi

un po’ per uno.

La mattina del processo l’avvocato ci squadrò ben bene, poi scelse tra

noi quelli che avevano la faccia meno da desbela, i due più piccoli, gli

disse di lavarsi, farsi la barba, mettersi giacca e cravatta e presentarsi

in tribunale. Abbiamo anche vinto la causa.

Magari all’una di notte uno saltava su e diceva, son stufo di giocare a

carte, andiamo a fare il bagno al mare, allora si partiva e si andava fino

ad Alassio, in Liguria, a casa del Drin, e lì ricominciavamo a giocare,

a fare i cretini in spiaggia fino alle cinque del mattino, poi al primo bar

che apriva andavamo a fare colazione e dormivamo fino a mezzo

giorno. E si ricominciava il giro.

Una volta abbiamo comprato in società un pulmino usato, hai

presente l’ottoecinquanta che avevano anche i carabinieri: lo usavamo

per andare a fare le corse a Tanaro.

L’abbiamo tenuto un paio d’anni, poi una volta che eravamo bevuti gli

abbiamo dato il giro, allora lo abbiamo abbandonato al suo destino, e

dopo un po’ la piena del fiume se lo è portato via.

Al Firmin era come essere a casa, anzi meglio, perché lì nessuno ti

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disturbava, o ti ordinava quello che dovevi fare. C’era del rispetto, dei

vecchi verso i giovani e dei giovani verso i vecchi, questo era il bello,

eravamo di tutte le età, ma eravamo amici e solidali tra di noi.

I nostri padri ci trovavano un lavoro diverso quasi tutti i giorni, ma

stare al bar era molto più interessante che fare l’apprendista lattoniere

o il tornitore, o il magazziniere. Marinavamo il lavoro come prima

avevamo marinato la scuola: quasi nessuno di noi è andato oltre la

seconda liceo o la terza enologica.

Ah, sì, la domenica andavamo a fare le scampagnate a Belbo, a

prendere i pesci e i granchi d’acqua dolce con le mani; sempre senza

donne, ovviamente.

Non è che le donne non ci piacessero, ma ce le vedevamo a parte,

ognuno la sua; le donne non erano come noi, e quelle poche che

venivano erano come rimorchi.

Venivano a vederci giocare a biliardo e poi rompevano i coglioni,

andiamo a casa, andiamo a vedere le vetrine, proprio mentre tu ti stavi

divertendo da morire.

No, nessuno di noi si sarebbe mai sognato di fare lo stesso per loro, di

andare in un loro posto di donne e aspettarle. I nostri padri non lo

avevano mai fatto, e nemmeno noi.

Erano come di un’altra razza. Non avevamo niente da spartire con loro,

noi ci divertivamo così, per conto nostro. Loro non lo so, come si

divertissero. Non era un nostro problema.

Il diversivo del sabato sera era il ‘puttan tour’. Partivamo col solito

pulmino e andavamo fino a Torino per vedere le puttane di corso

Massimo, andavamo a salutarle, quelle ci guardavano e dimenando i

fianchi e la lingua dicevano, vuoi scopare, bello?, e noi giù a ridere.

Magari stavamo un po’ lì a parlare con loro, senza combinare niente: il

sesso ci imbarazzava e ci faceva paura, le donne ancora di più, ma

andare là in gruppo ci metteva coraggio.

Poi venne l’epoca dei travestiti, e andavamo a vedere anche loro, nella

zona di corso Re Umberto; però coi travestiti non parlavamo, li

guardavamo da lontano: erano più feroci, distanti, ci turbavano, non ci

facevano allegria come le puttane.

Quando è finita? Poco alla volta, i più si sono sposati, qualcuno è

morto di eroina, o di AIDS, qualcuno è anche finito a fare il barbone a

Genova, o a Torino. Qualcuno ha ereditato e in breve tempo si è

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mangiato tutto malamente, a causa delle cattive compagnie.

Qualcuno ha fatto i soldi, qualcuno anche due o tre figli. Io ho resistito

fino a trent’anni senza lavorare, un bel record, ma poi ho dovuto

cedere - adesso ride compiaciuto - beh, almeno ho goduto. -

Mi parla di uno del bar che ha fatto una gran fortuna, facendo del gioco

d’azzardo il suo lavoro, di più, una fonte di creatività, diventando uno

dei giocatori di biliardo più bravi di tutti i tempi. E allora mi viene

voglia di conoscerlo, il campione di questi uomini che non amano le

donne.

Con l’aiuto di Domenico lo rintraccio nelle vicinanze di Orbassano,

tetra cintura torinese, in un capannone industriale con parcheggio

d’asfalto sul davanti, illuminato nella notte dai fari arancione, lucido

per l’umido della nebbia che sale dalla campagna o scende dal cielo.

Un posto dove nessuna donna andrebbe mai da sola. Un posto che di

notte trasuda minaccia, di giorno bruttezza.

Il locale è un circolo privato, con tessera e consumazione obbligatoria.

All’ingresso è situato il bar, spartano e illuminato a giorno dai neon

bianchi: chissà perché penso a un obitorio. Al di là di una porta a vetri,

il salone da gioco con le luci soffuse e una spessa cortina di fumo di

sigaretta che galleggia a mezz’aria. Una ventina di tavoli da biliardo,

sempre occupati.

Si disputano continuamente tornei, a singoli, a coppie, a squadre. I

punti si marcano su tabelloni elettronici. Qui i giocatori sono seri,

concentrati, le schiappe non sono ammesse, solo quelli bravi, e anche

quelli bravi aspettano il loro turno.

Ma la star è lui; vengono da tutto il nord Italia per sfidarlo, per

vederlo giocare, per imparare una mossa.

Angelo Sarti è un artista, a volte concede all’avversario un vantaggio

di duecento punti per una partita ai duecentocinquanta, in più lui gioca

con una mano legata dietro la schiena e riesce lo stesso a vincere;

oppure l’avversario usa la stecca regolamentare e lui il bastone della

scopa, e riesce lo stesso a vincere. Si muove come un acrobata, un

ballerino sul palcoscenico, flessuoso e concentrato. Sorride a se stesso.

In più, è un sottile politico.

Potrebbe vincere sempre, ma non lo fa, sennò addio divertimento.

Quelli coi soldi (che poi sono quelli che gli danno da vivere) cominciano

ad arrivare solo dopo le due di notte; industrialotti annoiati,

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cultori della materia, lingere di ogni ordine e grado, magnaccia coi

portafogli pieni di biglietti da cinquanta euro che hanno già fatto il

primo giro a riscuotere dalle ragazze del marciapiede: lui per due o tre

sere li lascia vincere, dieci, venti milioni di vecchie lire, poi l’ultima

sera gli dà il colpo di grazia e magari gliene barba un’ottantina tutti in

un colpo. Però loro si sono divertiti per una settimana, e pagano senza

battere ciglio.

Gente che è capace di depredare il prossimo senza alcuno scrupolo,

capace di sfruttare e picchiare a sangue un’albanese o una rumena di

quindici anni, di fronte a un tavolo da biliardo diventa improvvisamente

un signore, rispettoso delle regole, docile pagatore, un bambino

che gioca e non ha paura di perdere. I maschi si inchinano sempre alle

gerarchie della potenza virile.-

*

Quando nonno Augusto morì, lei si trovava alle soglie dell’adolescenza.

Senza più sostegno, crollò come un sacco vuoto. Furono anni difficili,

e per lei cominciò il lungo calvario attraverso le dipendenze.

Durante gli anni della giovinezza, scoprì man mano che si poteva

dipendere dal cibo, dal sesso, dal superlavoro, dalle relazioni. Tutta

roba in apparenza poco distruttiva, ma capace di creare molto subdolo

dolore, tanta illusione e molta crisi di astinenza.

Decise di andarsene, non sapeva perché ma era sicura che se solo fosse

riuscita a sradicarsi dal posto dov’era nata sarebbe guarita da tutti i

mali e da tutte le sue ossessioni.

Non era completamente vero, ma in quel momento era la decisione più

sensata. Non esisteva ancora la cura per suoi disturbi.

Quando ripassava per Alba, si domandava ogni volta perché mai fosse

nata lì, visto che non c’era niente che stimolasse in lei l’amor patrio.

Aveva rifiutato e perso la connessione con la sua terra madre, con le

sue antenate. La connessione col femminile. La connessione col corpo.

Detestava quel susseguirsi infinito e immutabile di colline, il colore

estraneo del cielo che le pareva sempre grigio a ogni stagione, la

freddezza degli inverni e il perbenismo di facciata che nascondeva ad

ogni costo tragedie e ferite.

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Manco a farlo apposta, durante le scuole elementari aveva avuto

un’insegnante che aveva corretto accuratamente il suo accento,

depurando la sua parlata da ogni inflessione piemontese.

Quando la sua gente parlava, quell’accento le dava fastidio, la faceva

vergognare. Si sentiva diversa, di nessun posto o forse di tutti ma

certamente non di quello.

Andava a vivere in un posto e in breve tempo imparava il dialetto,

prendeva gli accenti, e le sembravano sempre bellissimi.

Aveva dimenticato persino i nomi delle vie della sua città.

- Finché conobbi Giò e accadde qualcosa.

A volte mi piace pensare che il destino decide in anticipo che sarà di

noi, ma come un esperto giocatore scopre lentamente le sue carte, e ci

dà l’illusione che sia la nostra mente razionale a scegliere. Solo alla

fine il disegno del mosaico si rivela, di solito troppo tardi perché ci

possiamo difendere, o sottrarre alle nostre responsabilità.

Dico questo perchè quando lo conobbi Giò mi parve un ragazzo

inoffensivo, privo di qualunque attrattiva rispetto ai miei gusti un po’

snob, e non ebbi alcuna premonizione né avvisaglia di quel che

sarebbe stato, che mi avrebbe portato tanta gioia e tanto dolore.

Quando lui dopo tre anni di convivenza decise di stabilirsi nuovamente

tra le colline dove eravamo nati a me sembrò un’idea originale e

temendo di perderlo lo seguii. Fu un errore.

Una volta ritornati qui, precipitammo nel baratro dei nostri nodi irrisolti.

Ho imparato che ogni luogo possiede un’aura, un’atmosfera specifica

che è frutto della sua conformazione fisica, del clima, delle vibrazioni

lasciate nei secoli da coloro che vi hanno abitato o transitato, delle

culture che lo hanno cambiato.

Noi assimiliamo le vibrazioni del luogo dove siamo nati, alle quali

rimaniamo sempre sensibili. Sono frutto dei pensieri e delle azioni dei

nostri avi, tutto quello che essi hanno prodotto in termini di emozioni,

esperienze, inavvertibili ma spesse tracce che impregnano l’aria e

galleggiano intorno a noi, che ci spingono e ci piegano a ripetere le

stesse scelte, a trovarle normali, familiari.

Per questo viaggiare è utile ai cambiamenti, perché confrontandoci con

vibrazioni differenti impariamo a percepire con distacco quelle abituali e

a non darle per scontate. Confrontarsi apre la mente.

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Spesso andare a vivere lontano rende diverse le persone, più aperte agli

stimoli, più ricettive, ma se non c’è consapevolezza di questo processo,

non appena si torna indietro le vecchie strutture si riattivano,

riprendono potere, condizionano di nuovo con lo stesso vigore di

un tempo.

Noi eravamo nati in un posto dove gli uomini e le donne non erano

uguali, dove i comportamenti erano strettamente codificati a seconda

del sesso.

Dove non c’era amicizia tra l’uomo e la donna.

Dove il sesso non era un’espressione d’amore ma di sfruttamento.

Dove il matrimonio era una negazione di libertà per l’uomo e una

schiavitù travestita da privilegio per la donna.

Eravamo stati amici per anni, avevamo condiviso pensieri ed emozioni.

Ma nel momento in cui pensammo di ufficializzare il nostro legame io

diventai una moglie, lui cominciò a comportarsi da marito, e non

dividemmo più niente se non una montagna di condizionamenti.

Tornato nel suo ambiente, Giò finì per ammalarsi, di una malattia

subdola che poche volte viene riconosciuta, pochissime volte dichiarata,

quasi mai curata: questa malattia è la depressione.

Era figlio di genitori depressi e gravemente assuefatti agli psicofarmaci,

era un depresso egli stesso, ma come tanti tamponava la sua condizione

con la tossicodipendenza, che dava un’apparente struttura euforica alla

sua quotidianità.

Purtroppo la sua dipendenza era associata a droghe legali e socialmente

accettate come la nicotina, l’alcol, il gioco delle carte, la vita

notturna, il superlavoro, e quindi lui poteva tranquillamente negarla,

anzi, con la tipica onnipotenza dei tossicodipendenti viveva nell’illusione

di avere tutto sotto controllo, di avere scelto deliberatamente per

se stesso quella vita, che in apparenza gli piaceva e che non era

disposto a cambiare.

Finito l’entusiasmo dell’innamoramento e della novità che per un certo

periodo lo aveva eccitato e acceso, gli aveva dato allegria e benessere,

il vortice oscuro della depressione cominciò a risucchiarlo.

All’inizio non fu evidente, ma pian piano Giò cominciò a spegnersi, a

diventare silenzioso e apatico; ricontattò i vecchi amici e riprese ad

andare in giro con loro fino all’alba per le sale del bingo e di ogni tipo

di azzardo, diede inizio a una nuova attività che gli occupava il doppio

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del tempo e lo tramortiva di stanchezza, iniziò a lasciarmi sempre più

sola, finché un giorno mi disse piangendo di vero dispiacere, non

provo più niente per te.

Non provava più niente neppure per se stesso, neppure per il mondo,

ma questo non lo disse.

Disse invece che la relazione con me gli portava via troppe energie, e

che aveva la nostalgia delle notti in bianco a giocare a carte. Che voleva

scoparsi altre donne senza impegno. Disse che voleva starsene da solo.

Che non aveva più sogni né desideri. Tornò da colei che non aveva mai

veramente lasciato, la sua madre-malattia. E così compresi il sogno

premonitore di due anni prima.

Dico questo perché sarà capitato a molte persone di essere state lasciate

inspiegabilmente dopo essere state felici.

Di aver tormentato senza sosta il partner per cercare di capire perché

assurdamente se ne va senza spiegare che gli succede, visto che non ha

qualcun altro, e magari dice che quell’amore è stata l’esperienza più

importante della sua vita, e magari ci vuole ancora bene, ma ‘non è più

come una volta’.

A volte mente, si è innamorato di qualcun altro e non vuole farlo sapere

perché poi il passato muore e la vita cambierà per sempre. Si sente in

colpa perchè scopa con qualcun altro e assurdamente non si rende

conto che la vera colpa è stata lasciar morire un sentimento senza

nutrirlo, o peggio, averlo mantenuto in piedi in un’ipocrita apparenza

quando già era morto da tempo.

Ma se non mente, vuol dire che è malato. La depressione, la tossicodipendenza,

per non parlare delle malattie mentali più gravi, si mangiano

l’anima delle persone, corrodono le capacità affettive, divorano le relazioni.

Non potete farci niente.

Proverete la tentazione di Orfeo che, avuto dagli dei il permesso di

tornare agli Inferi per recuperare la sua amata morta, non resistette alla

tentazione di voltarsi indietro per vedere se lei lo seguiva e la perdette

per sempre.

Se volete salvare qualcuno non voltatevi indietro a ripensare a quanto

siete stati felici insieme, non cercate di rivedere quel volto amato

sorridere di nuovo; dovete focalizzare la vostra attenzione su come

uscire voi dall’inferno della sofferenza. Forse l’altro vi seguirà, forse

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no, ma lo saprete solo quando sarete fuori. Solo allora potrete voltarvi

per guardare se vi ha seguito. Dovete correre il rischio.

Se l’altro vi chiede aiuto portatelo da un dottore dell’anima, e se siete

fortunati guarirà.

Ma prima deve riconoscere che non è l’amore che è finito, solo le sue

forze, e che non è il partner che gliele divora, ma la sua malattia.

Debellata la malattia, l’amore ritorna. Oppure si trasforma, magari

diventa amicizia, o gratitudine, o comunione, ma ritorna a essere

qualcosa di chiaro che non fa più soffrire.

Amare un depresso è pericoloso; se non riconosce i segni della

malattia, il partner può impazzire di dolore nel tentativo di capire quel

che sta succedendo, può vedere minata la sua autostima nel sentirsi

abbandonato apparentemente senza motivo, può sentirsi dissociato tra

quello che lui sente come vero e quello che l’altro dice, può sentirsi

solo dietro un muro di incomunicabilità e silenzio, può veder

disgregarsi la sua vita, i suoi progetti, i suoi affetti, e rendersi conto che

è assolutamente impotente.

Può solo mettersi in salvo.

Io invece, che ero affetta da co-dipendenza relazionale, rimasi alle

costole di Giò.

Un co-dipendente è uno (ma di solito è ‘una’) che si sente necessario

a qualcuno che ha una dipendenza, che vuole salvare qualcuno che sta

male e non si rende conto di avere lo stesso problema. Sono i salvatori

compulsivi, si attaccano a qualcuno e gli devono cambiare la vita a

tutti i costi. Quando ci riescono, perdono l’interesse, ma il copione del

loro dramma prevede quasi sempre il fallimento dell’azione salvifica,

sicché, da veri drogati, niente trovano tanto attraente quanto il loro

amante distruttivo e sempre più avaro e indifferente, senza il quale non

possono assolutamente vivere.

Il co-dipendente pensa che se si comporterà nel modo giusto l’altro lo

amerà, e assai poco realisticamente crede che l’amore dell’altro

dipenda da lui. Si porta dentro un profondo senso di indegnità, che tenta

inutilmente di riscattare ogni giorno col sacrificio di sé e l’ostinatezza.-

Giò era come suo nonno, e lei riscrisse il copione di Rosa. Attraverso

il suo dolore, Rosa rinacque e soffrì un’altra volta. Il vecchio dramma

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trovò nuovi interpreti. E lei, dopo essere invano fuggita, raccolse

l’eredità che aveva tanto temuto.

Ma la vera eredità non era di morire anche lei a quarantaquattro anni,

era di morire a qualcosa di vecchio e già visto per tentare di trovare una

soluzione diversa, un rinascere. Questa era l’eredità della nonna,

un’opportunità di ricerca spirituale, una possibilità di andare oltre i

condizionamenti dell’illusione e dell’infelicità e diventare se stessa,

come donna e come persona.

Come primo passo, dovette sperimentare fino in fondo il dolore della

dipendenza.

Ostinatamente, cercò di convincere Giò a tornare, a restare, anche se

era spento, stanco, apatico, e dell’uomo che aveva amato non restava

più niente.

Lui cominciò a maltrattarla, a umiliarla. Sopportò a lungo, convincendosi

che con la pazienza l’avrebbe riconquistato.

Arrivava a casa sua la domenica sera dopo aver giocato a carte o a

biliardo per tutto il giorno, se si era divertito o aveva vinto dei soldi

magari aveva voglia di far l’amore, ma in realtà si masturbava dentro

il suo corpo; lei si illudeva che in quel guscio vuoto ci fosse qualcuno, e

cercava di percepire ancora qualche sfumatura del suo amore; ma lui non

aveva più energie, era intossicato, puzzava di fumo. La sua carne si era

come avvizzita e aveva perso consistenza, sembrava carta velina.

Durava poco, poi si addormentava stremato sul suo petto.

Lei non si muoveva nemmeno, perché sperava che quel sonno lo

avrebbe ristorato un po’, e si addormentava con l’illusione che fosse

tornato per rimanere, fosse tornato quello di un tempo; ma il più delle

volte piangeva in silenzio, e sentiva scorrere sulla sua faccia tutte le

lacrime delle donne, pensava a sua nonna che forse aveva pianto nella

stessa maniera, e si rendeva tristemente conto che con tutta la sua

cultura e le rivendicazioni di libertà alla fine si era ridotta come lei, a

piangere per il dolore di un aguzzino senza alcun riguardo per il proprio.

Quando si svegliava, Giò se ne andava, a volte senza neppure salutare,

a volte baciandola appassionatamente, ma sempre senza dire né quando

né se sarebbe tornato.

Qualche volta dormiva tutta la notte, si svegliava il giorno dopo a mezzogiorno,

mangiava in silenzio quello che lei gli preparava, poi con

qualche scusa frettolosamente ritornava alle carte, al lavoro, al fumo.

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Dopo tre anni di relazione e un anno e mezzo di torture, finalmente lei

trovò la forza di dire basta e si allontanò. Le avevano spiegato che

l’unico modo per liberarsi da una dipendenza era praticare l’astinenza

dalla sostanza. La sua sostanza era Giò.

*

Prese un aereo che andasse ancora una volta il più lontano possibile, e

si rifugiò a Buenos Aires, dove aveva degli amici che le trovarono un

impiego come interprete in un’agenzia giornalistica.

Non che l’Argentina fosse un posto allegro: era un paese devastato

dalla corruzione e da decenni di malgoverno che si era avvicendato alla

terribile dittatura militare, un paese dove gli amici degli amici avevano

costruito una rete di privilegi e si erano comperati e venduti allegramente

lo Stato con la scusa delle privatizzazioni accumulando enormi

fortune, tutto alla luce del sole e nell’apparente legalità, con qualche

assassinio eccellente di giornalisti troppo intraprendenti e ficcanaso.

Aveva scelto l’Argentina semplicemente perchè era lontana.

Lavorava sodo, e la domenica andava in giro per il mercato di San

Telmo a guardare i ballerini di tango che si esibivano per le strade, tra

le bancarelle che vendevano foto stinte di Eva Perón, pizzi e

grammofoni, anticaglie di ogni genere.

Sedeva nello storico caffé Dorrego e guardava la gente passare: alcuni

si davano appuntamento lì e poi andavano via insieme, altri conversavano,

altri soli come lei prendevano da bere e stavano un po’ a

leggere o a scrivere sui tavolini consunti di legno scuro. Lo aveva fatto

a Parigi, a Londra, a Madrid, ad Atene, a Gerusalemme, a Rio e

persino a Toronto e Nuova Delhi, di mettersi in fondo a un bar a

leggere un libro senza aspettare niente, solo per guardare con piacere

la vita e il suo movimento perenne, fascinoso, sempre diverso,

apparentemente inutile, ma in fondo lei che ne sapeva di cosa avesse

davvero senso in questa vita?

Le piaceva l’umanità della gente, il riso e il pianto, lo sguardo, la

gentilezza, il tocco della mano, il gesto di porgere il cibo o il passo

della danza, la rassicurava ritrovare negli altri le tracce di se stessa;

solo dopo cominciava ad appassionarsi alle differenze, al suono delle

lingue ai sapori alle usanze alla storia di un popolo o di una città.

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I ballerini di tango le piacevano più di tutto, perché ballavano con

furore e distacco nello stesso tempo, facevano scena di appassionati

per accalappiare l’obolo dei turisti, ma poi esibivano anche qualcosa di

autenticamente argentino e tanghèro come il sudore e la fatica, le

scarpe consumate, una cucitura di troppo sui costumi di raso attillati o

sulle calze a rete, e un’evidente malinconica povertà da barrio di periferia.

Il tango non era il passato dell’Argentina, era il presente, che faceva

finta di essere retorico (come a dire, noi non siamo più quelli là), ma

invece era più vivo e vero che mai, in quanto poesia quotidiana della

povera gente. Sotto i lustrini della propaganda di stato c’era la sofferenza

del popolo, la rassegnazione del popolo, l’indifferenza del

popolo, strascichi della paura che tutti avevano provato durante gli

anni delle dittature, conseguenze della certezza di non avere nessuno

di cui fidarsi o a cui affidarsi per salvare il paese.

La sua amica Sara, ex giornalista della radio di stato ora in pensione,

ex sindacalista, comunista, era anche la sua unica confidente; passavano

lunghe serate a sorseggiare mate sulla terrazza del suo bilocale al

decimo piano vicino a Puerto Madeiro, a conversare amabilmente

prendendo il fresco; anche Sara quando parlava di politica si guardava

intorno con sospetto, e non diceva mai i nomi delle persone, e quando

Rosa glielo faceva notare rispondeva che agli Argentini era rimasto il

vizio della paura, il terrore della polizia, l’irrazionale timore di essere

spiati, o di essere il prossimo a venir trascinato via nel cuore della

notte.

Sara detestava il tango, diceva che era un’operazione pubblicitaria a

uso e consumo degli Europei, che da sempre dettavano ai

Sudamericani le mode e i gusti da seguire.

Lei stessa negli anni ’50 era venuta in Europa e aveva vissuto per anni

la bohème parigina, aveva frequentato Picasso e tutto l’esistenzialismo

possibile, e aveva passato il resto della vita a domandarsi perché aveva

finito per tornare in un paese dove si sentiva da sempre in esilio.

Proveniva da una famiglia di ebrei askhenaziti immigrati dalla Russia

dopo la rivoluzione, ma era atea e laica, e pensava sempre alla Francia

e all’Italia come a un’occasione mancata.

Nel tempo in cui rimasero insieme alleviò la solitudine di Rosa

narrandole infinite storie, a volte dolci spesso tristi, di tutto quello che

aveva visto nella sua lunga vita, e quando andavano insieme per le vie

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di San Telmo le indicava scuotendo il capo le scritte anonime dipinte

sui muri, che ripetevano tutte ‘no se olviden de Cabezas’, non dimenticatevi

di Cabezas, il giornalista barbaramente ucciso dalla mafia

argentina. E infatti lei lo ricordava ogni giorno, laicamente, con la sua

indignazione, la passione civile, il coraggio e l’amore per i giovani.

Ogni giovedì pomeriggio Rosa prendeva un permesso, si recava alla

Plaza de Mayo e girava per la piazza con le madri e le nonne dei

desaparecidos, che sfilavano in silenzio tenendosi per mano, con un

foulard bianco in testa e i ritratti dei figli assassinati e dei nipoti

rubati dal regime appesi al collo; ogni volta Rosa pensava che il mondo

era uguale dappertutto, le donne fanno i figli e gli uomini li indottrinano

e poi li scannano. Lei non ne aveva fatti per questo, per risparmiarli,

perché non fossero degradati a carne da cannone, a consumatori, a

fedeli, a numeri anziché persone.

Un giorno sentì che era il momento di tornare in Italia, di rincasare

sulle colline e mettersi alla prova. Il cuore le faceva ancora male, ma

poteva sopportarlo, a patto di non rivedere Giò.

Era venuto il momento di capire.

Andò a cercare un suo amico sciamano, che curava le persone dai mali

dell’anima e del corpo chiamandoli squilibri energetici, e una volta le

aveva detto che creando il vuoto dell’ascolto possiamo cambiare le

situazioni.

La guarigione consisteva nel rimettere in movimento le situazioni

interiori bloccate, perché la vita è flusso, progresso, e la morte è

ristagno, e quando vogliamo cambiare qualcosa nella nostra vita

dobbiamo cominciare dall’interno di noi stessi.

Le aveva anche spiegato che per guarire servono tre ingredienti:

-la consapevolezza che permette di vedere senza giudicare, come uno

specchio che riflette

-l’accettazione di quello che accade in quanto esperienza

-il desiderio che dà motivazione a cambiare costi quel che costi

Sentendo di avere finalmente a disposizione tutti e tre gli ingredienti,

Rosa bussò alla sua porta in cerca di aiuto. Ugo le sorrise, la abbracciò,

la fece sdraiare sul materasso giapponese nella stanza in penombra, e

insieme si misero a meditare.

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Poi lo sciamano iniziò a esplorare la sua schiena, premendo con le dita

i punti di una mappa invisibile che a lui sembrava esser chiara; sotto il

suo tocco, scariche di energia calda le attraversavano il corpo.

Dopo una ventina di minuti, mentre il rilassamento progrediva, Rosa

cominciò a scivolare da una dimensione di realtà a un’altra di sogno

vigile, in cui piano piano veniva assorbita.

Vedeva scorrere immagini vive davanti agli occhi, come in un film che

venisse proiettato sullo schermo interno della mente.

La parte che era ancora presente disse, Ugo, vado in una visione, lui

disse va bene e lei si lasciò andare perché lui era in grado di accompagnarla.

Conosceva già quel tipo di evento, era la reminiscenza di una vita

passata, e sapeva che quando una simile memoria si risveglia spontaneamente

è perché deve essere completata, ed è sempre una grande

possibilità di guarigione.

Sapeva anche che, per quanto traumatica fosse stata l’esperienza

originaria, rivivendola non si prova dolore fisico, dato che non abbiamo

più il corpo che lo subì, ma solo il dolore emotivo, che costituisce il

nucleo del trauma e che rimane incapsulato nel tessuto della coscienza

da un’incarnazione all’altra.

Tuttavia, il solo fatto di riviverlo lo scioglie, e se ne comprendiamo le

ragioni la nostra coscienza guarisce.

Rosa decise di andare incontro a quell’esperienza, di lasciarsi scivolare

nel film e osservare.

Si ritrovò bocconi, con la testa girata verso il basso, e non era più sul

lenzuolo bianco dello studio di Ugo, ma su un pavimento freddo tutto

cosparso di sangue ed escrementi. Non sentiva il freddo, ma sapeva

che era così perché era scossa dai tremiti.

Giaceva per terra respirando debolmente: capì che aveva subito delle

torture, e che stava morendo.

In quel momento Ugo girò il suo corpo in posizione supina, e qualcun

altro lo fece anche nell’altra dimensione; sollevò a fatica le palpebre, e

vide in volto il suo aguzzino, un ufficiale nazista, atletico e biondo, con

gli occhi azzurri come il ghiaccio e la divisa da SS.

Quegli occhi la guardavano soddisfatti, trionfanti, lei sentì i suoi che si

annebbiavano mentre una forza gentile la risucchiava verso l’alto,

verso la sommità della testa. Gli occhi dell’assassino erano quelli di

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Giò. Li aveva riconosciuti anche se la faccia era diversa.

L’ultimo pensiero che formulò con tutta la volontà e la disperazione

prima di scivolare nel coma fu “Io ritornerò e tu mi dovrai amare”.

Dopo assistette al processo della sua morte così come si era svolto

allora, ma ora aveva la facoltà di fermare ogni fotogramma ed esaminare

i dettagli con lucidità.

Era stata assassinata, e nel momento della morte aveva promesso al

suo torturatore che si sarebbero reincontrati, e lui l’avrebbe amata,

cosa che puntualmente era accaduta.

Comprese come si creano i legami karmici tra le persone, con una

scarica di energia emotiva che esplode dal nostro desiderio insoddisfatto

nel momento della morte e ci aggancia a un altro essere nella vita

successiva.

Sentì dentro sé una voce: ‘L’amore non può essere frutto di una

costrizione. Deve essere un dono che nasce dalla libertà. Non dal

desiderio di potere.’

Allora capì.

Aveva passato la sua vita presente a desiderare l’amore ma vivendolo

inconsciamente come una forma di supremazia, di controllo.

Questo aveva portato Giò a essere attratto da lei e poi a entrare in

competizione.

Adesso, lui se n’era andato perché non voleva più farle altro male,

mentre lei inconsciamente voleva ancora che gliene facesse. Finché

poteva indurlo a farle del male, aveva il controllo su di lui. Poté

finalmente comprendere la struttura mentale inconscia della vittima,

un oscuro e insospettabile attaccamento al potere sull’aguzzino.

Giò l’amava molto, ma non riusciva a fare a meno di darle dolore

perché quello era il suo modo di controllare la propria paura di lei. E

questa era la sua struttura mentale inconscia di sadico.

Nel lato oscuro della vittima c’è il bisogno di controllo, nel lato

oscuro del persecutore c’è la paura di essere controllato.

Sentì che aveva la possibilità di scegliere un destino diverso.

Disse basta, voglio lasciarti andare, voglio esser libera da questo gioco,

e anche tu sei libero.

In quel momento, Ugo le premeva forte la testa sulla sommità del

cranio, e lei sentì lucidamente il soffio fluido dell’anima scivolare via

dal corpo pacificato. Era morta.

83


La visione si dissolse.

Tornò nel mondo di qua stremata ma alleggerita, con un tremendo

silenzio dentro.

Ugo le stese addosso una coperta e la lasciò a riposare nella penombra.

Aveva il viso rigato di lacrime.

Nel silenzio del riposo poco a poco le tornò in mente tutta la storia.

- Ero una giovane ebrea tedesca di nome Ruth, arrestata durante una

retata e rinchiusa in un campo di lavoro nazista. -

I ricordi della regressione cominciavano con il forte impatto emotivo

della cattura e della paura che ne era seguita.

- Nonostante la violenta propaganda antisemita del regime, all’inizio

degli anni ’40 nessuno in Germania sapeva ancora esattamente che

cosa accadesse nei campi di lavoro per ebrei, che venivano reclutati a

forza per lavorare e sparivano nel nulla.

Provenivo da una famiglia borghese colta e benestante, che fino a quel

momento non aveva mai vissuto in maniera antagonista le radici

ebraiche e la cittadinanza tedesca.

Tuttavia ero orgogliosa di essere ebrea, cioè parte di un retaggio

speciale, antico e in qualche modo diverso da ogni altro, e fino

all’ultimo momento della mia vita che stava per concludersi in

tragedia non dubitai mai della eccezionalità del mio destino.

Insieme a decine di altri prigionieri impauriti e increduli mi ero

ritrovata in fila per il riconoscimento dell’identità e l’assegnazione

degli alloggi e dei compiti.

Avevo paura anch’io, ma mi rassicuravo col calore della rabbia e dello

sdegno di fronte all’ennesima ingiustizia che il mio popolo stava subendo.

Lui era un ufficiale delle SS, aveva poco più della mia età e lo stesso

mio orgoglio, la stessa convinzione che l’appartenenza a una razza o a

una nazione conti di più del cuore di un individuo, il tutto applicato a

un popolo che in quel momento si era dichiarato nemico del mio,

quello ariano-tedesco.

L’avevo notato mentre passava in divisa al di là del filo spinato, con la

testa alta e un frustino tra le mani nervose, in attesa che i suoi uomini

eseguissero gli ordini e smistassero i prigionieri: all’improvviso lui si

era girato, mi aveva fissato come per valutarmi, e io per orgoglio non

avevo abbassato lo sguardo.

84


Avevo sentito di piacergli, di aver catturato il suo sguardo, e non

volevo che mi guardasse come una preda. Ero giovane e consapevole

della mia bellezza, e mi piacque suscitare desiderio in un uomo che in

quel momento aveva in mano il nostro destino, provare la sensazione

di avere per un attimo potere su di lui. Il calore di quel potere cancellò la

paura che provavo, e la rabbia unita all’orgoglio mi diede il coraggio

di sfidarlo.

L’ufficiale ariano abbassò gli occhi davanti alla prigioniera ebrea. Un

brivido ci attraversò entrambi da parte a parte.

Aveva provato attrazione per me, e io per lui, ma come era possibile,

sarebbe stata un’umiliazione troppo grande per tutti e due ammettere

di desiderare qualcosa che si sta odiando, o peggio, disprezzando.

Infatti quel desiderio scivolò nel segreto del nostro subconscio, e si

trasformò in un gioco di crudeltà: in un attimo concordammo le parti,

lui sarebbe stato il mio carnefice, io la sua vittima.

Tornò poco dopo con due sgherri, mi fece portare via, picchiare e

violentare da loro per tutta la notte, gustandosi tutto il mio dolore,

eccitandosi per il potere che si era ripreso, di dominarmi completamente,

di potermi possedere attraverso quei maschi che erano i suoi esecutori,

di controllare attraverso quel gioco la paura di ciò che l’aveva attratto

di me, il mio corpo e la mia anima femminile di una razza inferiore.

Io non mi lamentavo e non chiedevo pietà, non ero consapevole del

pericolo che correvo, mi ero chiusa in me sperando che prima o poi si

sarebbero stancati e mi avrebbero lasciata stare. Alla fine anche lui mi

volle prendere, e dato che avevo vinto io mi picchiò fino ad annientarmi.

Poi andò a lavarsi, a cambiarsi, ma io lo aspettai per morire, lo sapevo

che sarebbe ancora venuto una volta; volevo guardarlo negli occhi, per

dimostrargli che non avevo avuto paura di lui.

Avevamo trasformato un’attrazione in uno scontro di potere, perché

l’amore non era possibile, data la situazione che ci rendeva nemici, e

data soprattutto la nostra struttura psichica, tutta organizzata intorno

alla competizione.

Mentre rivedevo il film di quella mia vita compresi il meccanismo per

cui l’amore ‘va a male’ e diventa perversione.

Mi fu chiaro che all’origine della perversione c’è sempre una vibrazione

di desiderio, che potrebbe diventare amore, ma che spesso viene

distorta dalle nostre sovrastrutture mentali ed emotive. Chi si difende

85


dall’amore deve usare il controllo: ma quando il desiderio si incanala

nel controllo diventa distruzione e causa dolore.

Dovevamo imparare ad amare liberamente, io senza controllo, lui

senza paura. Ci saremmo mai riusciti? Cosa spingeva la mia anima a

sperimentare ancora e ancora il ruolo della vittima? -

86

*

Rosa entrò nel locale di Giò con passo fermo e noncurante, come una

cliente qualsiasi. Aveva resistito per tre mesi, ma poi aveva ceduto al

desiderio di rivederlo anche solo per un momento, una dose, un goccetto,

una sniffata di lui.

Era vestita di rosso dalla testa ai piedi, il suo colore preferito e anche

quello che esaltava meglio le forme del suo corpo.

Ordinò qualcosa, aspettò che Giò la servisse, bevve in fretta, pagò, si

girò verso l’uscita. Un’esca perfetta.

La raggiunse una voce imperiosa e suadente al tempo stesso:

- Non mi dai nemmeno un bacio? -

Non era la voce di un uomo che vuole bene, era la voce di un padrone.

Si voltò, e rispose: - Non si sa mai come comportarsi con te, se ti si

saluta ti giri dall’altra parte, se ti si ignora ti offendi, ti rendi conto che

sei un tipo difficile? E comunque cosa vuoi? -

Giò si avvicinò, le afferrò i capezzoli fino a farle quasi male, poi disse:

- Un giorno o l’altro te lo faccio vedere quello che voglio. Tanto alla

fine torni sempre. -

La tirò a sé, le stampò un bacio sulla guancia, come un marchio, poi si

ritrasse. Rosa era ipnotizzata, ma gli disse qualcosa tipo, sei uno

stupido, e se ne andò in fretta.

Lavorò tutto il giorno ininterrottamente, ma quando alla sera salì in

auto per tornare a casa e si rilassò un momento si rese conto che non

aveva fame, aveva voglia di vomitare.

Un’incontenibile nausea le stava salendo dallo stomaco, mescolata a

una collera furibonda. Fu così veloce che ebbe appena il tempo di

entrare in casa e correre in bagno, dove vomitò ripetutamente.

Cominciò a rivedere le immagini della mattina, e si rese conto che

nelle parole e nei gesti di Giò non c’era amore, neppure rispetto, c’era

una pura e semplice volontà di sopraffazione, di riprendersi l’oggetto


che voleva ribellarsi alla sua signoria. C’era il sadico.

Questa volta lo aveva visto nella sua nuda verità, e non le sembrò più

carino, né attraente, né interessante. Le venne voglia di ucciderlo, no,

di disfarsi di lui, meglio ancora, di non lasciarlo più avvicinare.

Mentre continuava a vomitare, si ricordò di un rispettabile amico di

suo padre che quando era ragazzina le tirava i capezzoli ogni volta che

la incontrava da sola da qualche parte e aveva una luce laida negli

occhi. Non si era mai permessa di sentire quanto schifo e quanta

rabbia le faceva perché tutti dicevano che l’amico di papà era simpatico

e burlone, e lei temeva che in caso di protesta l’avrebbero rimproverata

per mancanza di senso dell’umorismo.

Poi si ricordò di una volta che era stata ricoverata in ospedale per un

intervento chirurgico, e quando il primario la veniva a visitare le

perquisiva la vagina sotto le coperte con la scusa di controllare le

ferite, e lei non si muoveva perché aveva le flebo infilate dappertutto,

era mezza rincretinita dai farmaci e aveva paura di lui, era sicura che

se si fosse messa a strillare lui l’avrebbe punita, o come minimo avrebbe

negato tutto, dall’alto della sua rispettabilità. Solo anni dopo aveva

scoperto che lui aveva abusato di altre giovani pazienti, e

nessuna lo aveva mai denunciato. Lui nel frattempo era andato in

congedo con una pensione favolosa.

Si ricordò di tutto all’improvviso, della puzza della cugina Giovanna,

dell’odore di vecchio dell’uomo che la molestava nella stalla, e fu

assalita da un’onda violenta di schifo e ribellione, la prima della sua

vita di fronte agli abusi che aveva subito. La prima volta che riconosceva

un abuso come tale e non lo scambiava per amore, o cura, o

attenzione, o piacere.

Sentì nel profondo di se stessa che poteva dire di no: non voleva più

essere oggetto, vittima consenziente, non voleva più adescare, né

ottenere qualcosa in cambio di lasciarsi toccare, né essere posseduta né

subire in silenzio. E nemmeno vergognarsi di essere donna. Più

niente. Libertà. Silenzio. Pace.

Quando la piena della rabbia e del pianto finì si sdraiò sotto una

coperta, abbracciò un cuscino e finalmente si addormentò.

Qualche giorno dopo, elaborò questa teoria.

Immaginiamo che la vita assomigli a un tavolo da gioco.

87


Seduti a questo tavolo ci sono tre giocatori, molto concentrati sulla

partita.

Il gioco si chiama per esempio ‘ viviamo l’esperienza del dolore’.

Dei tre giocatori, uno è il Carnefice, il secondo è la Vittima, il terzo è

il Terapista.

La vittima subisce il dolore, il carnefice lo infligge, il terapista lo

combatte.

L’esperienza del dolore diventa possibile in presenza di tre elementi: la

fede nella sua esistenza, la lotta di potere, la complicità.

Mentre giocano, i partecipanti se la prendono l’uno con l’altro, litigano

su chi ha ragione, maledicono la malasorte (non sto a descrivere la

scena, tutti sanno perfettamente le dinamiche dei tavoli da gioco),

fingono di volersene andare indignati ma poi sono, ovviamente, tutti

d’accordo nel restare e continuare.

Giocano e si identificano con il ruolo, finendo per giocarlo per tutta

la vita.

I tre giocatori sono strettamente legati tra loro da un rapporto di

dipendenza: hanno bisogno l’uno dell’altro per sviluppare questa

esperienza.

Se nel corso del gioco uno cambia ruolo, tacitamente lo cambiano

anche gli altri allo scopo di mantenere l’equilibrio.

L’unica forza in grado di far finire il gioco, e portare guarigione, è il

riconoscimento della sua inutilità. Bisogna alzarsi dal tavolo e smettere.

Ma non è così semplice: prima bisogna accorgersi che si sta semplicemente

giocando, il che è assai difficile, perché dalla culla alla

tomba ci viene imposto un condizionamento che ci obbliga a occupare

il nostro posticino al tavolo, ereditato come un dovere, un

comandamento da chi ci ha preceduto (famiglia, educazione,

religione, razza, nazione etc.); il posticino al tavolo ci dà quella

tremenda sicurezza che è il riconoscimento della nostra appartenenza

al mondo, della nostra presunta identità.

Il sistema non vede di buon occhio coloro che tentano di smascherare

il gioco, e preferisce la finzione dei bari alle verità dei guastafeste.

I guastafeste che si sono avvicendati nella storia sono stati i grandi

maestri spirituali, coloro che vanno dicendo aprite gli occhi,

smettete di giocare e di credere al gioco, disidentificatevi. Ma pochi

li ascoltano.

88


I maestri guastafeste chiedono di rinunciare alla sicurezza che dà il

potere, chiedono di lasciar perdere la falsa identità e andare dentro

l’anima, chiedono di riconoscere nell’altro non più il ruolo nel gioco

ma l’essere umano uguale a noi. I maestri chiedono di sostituire il

controllo con l’amore.

Seduto al tavolo da gioco, ciascuno vuole affermare il proprio punto

di vista e a causa dei suoi condizionamenti è assolutamente convinto

della propria oggettività.

Invece si vince solo se si rinuncia al proprio punto di vista, e ci si

assume il rischio di smettere il gioco. Ma per far questo si deve accettare

la perdita apparente; si deve accettare di perdere il potere, la

sicurezza, la supremazia. Si deve consentire all’ego di sbriciolarsi, e

all’altro di andarsene.

La vittima può rinunciare al suo bisogno di controllare occultamente il

persecutore, e di sentirsi buona e santa: deve accettare di riconoscere il

proprio potere anziché proiettarlo all’esterno per non prendersene la

responsabilità.

Il carnefice deve capire che può usare il potere per rendere felice

qualcuno anziché per schiacciarlo, accettando la propria paura

invece di volerla leggere negli occhi delle vittime: il carnefice può

imparare a gestire la paura attraverso la generosità e non attraverso

la crudeltà.

Il terapista deve capire che può davvero curare qualcuno solo se

smette di credere alla sua versione dei fatti, e si focalizza sui lati sani

dei pazienti, li incoraggia, smettendo di usare il dramma degli altri due

per sentirsi importante. Curare qualcuno significa indicargli la strada

per alzarsi dal tavolo. Significa alzarsi dal tavolo per primi e dare

l’esempio. Medico, cura te stesso.

La vittima può sviluppare forza.

Il carnefice può sviluppare coraggio.

Il terapista può sviluppare libertà.

Se dal punto di vista giuridico e morale c’è e ci deve essere differenza

tra chi fa il male o lo riceve, dal punto di vista spirituale non c’è,

perché finché non abbiamo dato, ricevuto, curato e soprattutto

89


compreso il dolore, non ce ne possiamo liberare. Semplicemente ci

limitiamo a sperimentarlo sotto tutte le angolazioni fino a poterlo

trascendere comprendendone l’assoluta inutilità.

Nella sua ultima incarnazione Rosa era stata ebrea, ed era morta in un

campo di sterminio.

Era una specialista del ruolo della vittima. Come sua nonna.

Ma a differenza di lei si è alzata dal tavolo.

È rimasta là seduta per tanto di quel tempo, vita dopo vita, e solo

adesso ha cominciato a immaginare che potrebbe esserci qualche altro

gioco possibile, per esempio ‘viviamo l’esperienza della gioia’.

Ma è un gioco per cui, come collettività, non abbiamo ancora esplorato le

regole, è un gioco ancora da inventare; per non parlare della difficoltà

di trovare dei compagni di gioco.

La gente in generale è terrorizzata dalla gioia, non sopporta a lungo

nemmeno la sua dimensione ridotta, che è il piacere.

Per poter vivere nella gioia dobbiamo estirpare le programmazioni

negative che sono state instillate nella profondità delle nostre coscienze,

il senso di colpa e il concetto di scarsità che ci costringe a considerare

l’altro come un concorrente pericoloso. Queste convinzioni sono

associate a un’esperienza emotiva di dolore, e sia chiaro che il dolore

è la sostanza stupefacente più eccitante che ci sia.

Per chi si sente quasi morto, il dolore almeno è qualcosa. Ma sviluppa

dipendenza. Chi si abitua a soffrire fa una fatica tremenda a smettere.

La gioia invece non è eccitante, è morbida e vasta. La gioia è per i vivi.

90

*

Durante le vacanze di Natale Rosa fece un sogno molto intenso.

Viveva in una bellissima casa a due piani molto luminosa e circondata

da un giardino. Al piano di sotto abitava Andrea, un amico di Giò che

conosceva di vista. Lei aveva una gatta rossa, lui un gattone nero che

andava sempre a caccia insieme alla sua gatta. Nel sogno, tutta

l’atmosfera era rilassata e confortevole.

Quando si svegliò al mattino si sentiva euforica e inquieta. Cercò

sull’elenco il numero di Andrea e gli lasciò un messaggio in segreteria,

chiedendogli di incontrarlo. Non sapeva perché, ma aveva la sensazione


che quel sogno le volesse dire qualcosa, e sperava che incontrandolo

avrebbe capito.

Lui richiamò il giorno dopo, dicendole che potevano vedersi anche

subito.

Andò a trovarlo a casa sua il sabato pomeriggio e naturalmente

parlarono di Giò tutto il tempo.

Andrea fu molto gentile, a tratti formale ma paziente e ospitale.

Non avendone ricavato un granché, Rosa pensò che sarebbe finita lì,

ma inaspettatamente lui la invitò a tornare, e così fece tutti i sabati per

quattro mesi.

Andrea cominciò a parlarle di sé, e si rivelò diverso da come l’aveva

sempre immaginato; in quel periodo della sua vita non stava bene, si

sentiva solo, annoiato dalla gente, stufo delle numerose donne che lo

inseguivano come una preda da cacciare a causa della sua bellezza.

Rosa aveva sempre pensato che Andrea fosse un uomo cattivo perché

aveva fama di essere un torturatore di donne, un seduttore che non si

innamorava mai, un uomo assolutamente da evitare; infatti lo aveva

sempre evitato, e anche in quel frangente si ripropose di tenerlo bene a

mente. Ma aveva deciso di incontrarlo fino a che non avesse capito

qual era il messaggio che lui le doveva trasmettere.

In quei mesi in cui lo frequentò egli si rivelò inaspettatamente gentile

e premuroso; mentre conversavano, Rosa si sentiva man mano avvolgere

in una nuvola di calore che la consolava, e che non provava da

tanto tempo. A volte il desiderio di rivederlo era così urgente che si

ritrovava a contare i giorni che la separavano dall’incontro successivo.

Trascorrevano qualche ora a parlare o ascoltare musica. Rosa era

stupita e confusa nel suo altalenarsi di emozioni. Poi ricordava a se

stessa che Andrea era semplicemente uno che sapeva come trattare le

donne. Le rigirava come burattini, e dopo essersi divertito un po’ le

buttava annoiato come bambole rotte. Lui non si concedeva mai, era

così rigido che non riusciva mai a lasciarsi andare, e questo a un

livello molto segreto e profondo lo faceva soffrire tremendamente, ma

era così abile ad accontentare le donne che poi restava prigioniero delle

tele che tesseva intorno alle sue vittime.

Rosa gli piaceva, la stimava come persona, e infatti le fece un grande

regalo, non approfittò di lei.

Un giorno le disse: - Io e te abbiamo una cosa in comune, il disincanto.

91


Abbiamo avuto dalla vita tutto quello che una persona fortunata può

sperare di ottenere, un lavoro che ci piace e ci assicura una vita agiata;

sesso e amori; salute e intelligenza; abbiamo girato il mondo. Abbiamo

dato fondo a tutte le cose per cui normalmente la gente tiene viva la

speranza: ci manca di fare un figlio, ma arrivato a questo punto non

credo che serva, rimanderebbe solo la mia domanda di una quindicina

d’anni. Mi sai dire che cosa resta ancora da vivere, dopo aver raggiunto

il disincanto? -

Senza attendere risposta aggiunse:

- Non credere che sia disperato, o depresso. Sono disincantato ma non

deluso. Solo che arrivato a questo punto della mia vita non so più dove

andare. E così mi sono seduto in questa bella casa che vedi e non vado

da nessuna parte. Navigo a vista, guadagno soldi a palate, e passo i

sabati sera a giocare a carte. In attesa che qualcosa mi risvegli,

magari una donna speciale. Forse l’amore è una consolazione, ma è

così raro che non a tutti capita. -

Rimasero in silenzio, ascoltando la musica dello stereo.

Rosa ci pensò un po’ su e poi gli rispose:

- Dopo il disincanto rimane che non si ha più niente da desiderare e

dunque da perdere, ci si può mostrare come si è veramente e quindi si

è liberi. Rimangono gli altri, con cui condividere quello che si ha, o si

è, finché la morte non ci chiama. Forse rimane l’anima: ma sull’anima

non sono tanto certa, a volte son sicura che esiste, a volte no, non come

anima individuale. Magari esiste una grande anima collettiva dove

vanno a finire tutte le nostre esperienze quando il nostro piccolo ego

personale sparisce. -

- Sarebbe bello se fosse così - disse lui sospirando.

Andrea la provocava e allo stesso tempo la faceva sentire al sicuro,

le faceva desiderare di lasciare che fosse lui a condurre il gioco, un

gioco in cui le parole erano solo divertimento e finzione, ma poi a

tratti diventavano vere, e non c’era mai preavviso su quali fossero

vere e quali no.

Le offriva il suo sontuoso divano, sistemava cuscino e coperta, le preparava

caffé e biscotti, ma poi manteneva le distanze come se stesse

semplicemente facendo l’infermiere. A Rosa piacevano le sue interminabili

conferenze sul nulla, la distraevano dal dolore.

Quando nonostante tutto cominciarono a scivolare troppo in fretta

92


verso un’intimità emotiva e sottile, lui le disse che era una donna davvero

speciale, ma lui era amico di Giò, e non avrebbe mai e poi mai

fatto qualcosa che potesse dispiacergli: non disse che cosa, ma era

chiaro; in più, non voleva avvantaggiarsi della sua vulnerabilità.

Disse solo: - Non bisogna mai approfittare di una donna che è in un

momento di fragilità emotiva, non sarebbe leale. - E poi cambiò

discorso, certo che lei avesse capito.

Quello che Rosa ne dedusse fu che forse era attratto da lei, ma non

avrebbe mai dato spazio a quell’attrazione, perché voleva bene a Giò

più di quanto ne volesse a lei. Era giusto. Loro erano amici da tantissimo

tempo.

L’ultima volta che si videro gli confessò che cominciava a sentire la

sua mancanza. Allora le disse che non si sarebbero più frequentati:

- Lui un giorno ti rivorrà indietro, e tu tornerai sempre da lui. -

E prima che lei parlasse aggiunse:

- Puoi dire quello che vuoi tanto non cambierò opinione. Come sai, io

le donne le conosco bene, e conosco bene anche te. Volevo che smettessi

di soffrire e ti ho sempre detto che lui non ti ama, ma io non so

dov’è la verità. Lascialo andare, è anche capace che torna. E se non

torna da te, è proprio uno stupido -

Rosa capì due cose, primo, che le stava chiedendo di non cercarlo più

perché si sentiva in difficoltà, secondo, che era un uomo davvero leale,

verso il suo amico, verso se stesso, e anche verso di lei.

L’aveva protetta dalla sua confusione in un momento in cui lei non ne

sarebbe stata capace.

Rinunciando alla sua seduzione, la aiutò a guarire dalla sua.

*

- Ho conosciuto la famiglia di Giò a piccoli passi.

Lui viveva con me nel mio mondo ma non voleva mai farmi partecipare

al suo: sosteneva che non ci si unisce a una famiglia, ma a un

individuo, che le famiglie vanno tenute fuori dalle relazioni d’amore;

teoria affascinante, ma invece, per come siamo condizionati dalle

famiglie, è importante sapere da dove uno proviene, perché se vedi

come sono suo padre e sua madre, sai anche cosa aspettarti.

Sua madre la incontrai perché fu lei a convocarmi a casa sua quan-

93


do già vivevo con Giò da due anni.

Un giorno, mentre stavo scendendo dalla sua auto Giò mi disse, ah,

mia madre vuole parlare con te, dice se vai a trovarla domani

pomeriggio quando sarai ad Alba.

- Da sola? -

- Sì, da sola. Se non ti va, le dico che hai da fare. - Era un po’

esitante.

- No, va bene. Dille che sarò da lei per le tre. -

Leggevo tra le righe dei silenzi di Giò come sulla carta stampata, e

sentivo tutto il suo voler restarne fuori, da quella questione di donne.

Invece io mio malgrado ero emozionata.

Sapevo che sua madre era malata.

La trovai seduta su una sedia a rotelle nella stanza da pranzo, colle

tapparelle oscurate in pieno pomeriggio, segno del suo lutto personale

e della sua personale tristezza. Il corpo gonfio e lento degli

infermi costretti all’immobilità.

Un odore di medicine aleggiava nell’aria: l’odore della malattia.

- Buongiorno signora, sono Rosa - dissi, e mi chinai per baciarla su

una guancia.

Sorprendentemente si aggrappò alla mia manica, e in una smorfia di

improvviso pianto disse piano: - Lo vedi come sono ridotta. -

Il suo corpo era scosso dai singhiozzi. Fui sorpresa da quel pianto, e

istintivamente la abbracciai, anche se era una sconosciuta. La tenni

stretta per qualche momento, e lei si rifugiò nel mio abbraccio come

una bambina spaventata; fu il suo modo di chiedermi scusa se non

mi accoglieva diversamente, e fu il mio modo per risponderle che

andava bene così.

Ci rilassammo. Lei si asciugò gli occhi con la manica della vestaglia

e inaspettatamente sorrise.

- E così sei mia nuora. Sei una bella ragazza -

Mi guardava in modo curioso, coi suoi occhi azzurro cielo ingenui e

timidi. Gli stessi occhi di Giò.

Ero stupita dai suoi cambiamenti così repentini, ma specialmente dal

fatto che stavo cercando di fare bella figura con lei.

- Dicono che sei molto intelligente. Sono contenta per mio figlio.

Anche lui è intelligente, ha sempre letto un sacco di libri, da

perderci il sonno. -

94


Facemmo i discorsi delle donne, così piacevoli e inutili. Discorsi

che ruotano intorno a un uomo amato, e sottilmente conteso.

Mentre accarezzava con la punta delle dita il cerchietto d’oro che

avevo al polso d’un tratto mi chiese: - Tu vuoi bene a Giò? -

- Sì, gli voglio bene - risposi.

Mi guardò negli occhi e sospirò.

- Oggigiorno le donne sono diverse dai miei tempi, non vogliono più

sacrificarsi per la famiglia. Io ho vissuto per i miei figli, ma sai che

ti dico, che li ho viziati troppo. Mi dispiace che ti lascio un uomo

troppo viziato. Non sa fare niente in casa, non gli ho insegnato

niente. Ai miei tempi gli uomini bisognava servirli in tutto. -

- Giò sta imparando a cucinare, a lavare la roba. -

Mi guardò incredula. - Gli fai lavare le mutande?-

Schivai l’insidia : - Ho grande stima per un uomo che sa badare a se

stesso. -

Scrollava la testa. - Chissà se hai ragione tu. Ma se ti fai rispettare,

va bene; io non sono mai riuscita a farmi rispettare dai miei figli:

eppure li ho trattati come principi.-

Poi mi tocca le maniche del tailleur e mi chiede se è di lana, e commenta

che il rosso mi sta benissimo. Mi prende la mano, me la stringe

e dice tua mamma è fortunata ad avere una figlia femmina,

almeno le figlie femmine ti stanno vicino, i maschi non hanno

nessuna pazienza.

Io penso, dipende da come si educano, ma non voglio farle del male,

e nemmeno convincerla a smettere di adorare il genere maschile

come se fosse una specie divina. Mi fa perfino tenerezza, anche se

con quell’atteggiamento da vittima imperatrice deve aver arrecato i

suoi danni.

Ha allevato i figli maschi con una sottile convinzione di superiorità,

di tutto-dovuto, investendoli dell’adorazione un po’ rancorosa di chi

invidia il padrone e si sente investito della sua luce riflessa.

Non li ha amati, quei figli maschi, non li ha nutriti col calore della

tenerezza, ha castrato le loro emozioni e il loro lato morbido nutrendoli

con l’alterigia di essere superiori.

E adesso loro le girano al largo, non le fanno mancare niente ma non

la toccano, non la accarezzano, non la guardano, esattamente come

ha fatto lei con loro quando erano piccoli.

95


Quando me ne vado, mi sento un po’ triste. Per le madri sole, per i figli

chiusi in se stessi, per le giovani donne che cadono nella trappola di

competere con le suocere per riverire un uomo illudendosi di comandarlo,

un uomo che gliela farà pagare e che le renderà infelici.

Non la incontrai più a tu per tu per diverso tempo, ma quando seppi

che era ormai alla fine decisi di tornare da lei per salutarla. Io e Giò

non ci parlavamo più, ma conoscevo le sue abitudini, perciò studiai

un orario in cui ero sicura che non mi sarei imbattuta in lui. -

96

*

- Dalla cima della collina, la casa di riposo domina il paese e la

campagna intorno; immersa nel verde, è una costruzione moderna,

irreprensibile, con grandi vetrate colorate e marmi tirati a lucido con

la cera.

Cerco di Rina al bancone delle informazioni, mi spediscono al terzo

piano, quello dei malati terminali.

Un’infermiera gentile mi accompagna nella stanza e mi dice

sottovoce che Rina sembra incosciente ma percepisce tutto.

Mi lascia sola: io avvicino una sedia al letto, mi metto tranquilla.

Rina sembra un palombaro, attaccata alle macchine che garantiscono i

suoi ritmi corporali, respirare, alimentarsi, evacuare.

Gli aghi e i tubi immacolati entrano ed escono dal suo corpo

disegnando una geografia dell’emergenza che avrà una sua ragione

di praticità ma nessun rispetto per il decoro e la dignità personali.

Mi domando dove finisca il rispetto e dove cominci l’accanimento

terapeutico, quando uno non è più libero di decidere di sé: ma poi

penso che chiunque, finché è vigile, si aggrappa a un barlume di vita

anche nelle condizioni più miserabili. E comunque, non sembra che

provi dolore.

Anche Rina, immobile nel letto con le sbarre, impotente a muoversi

come una neonata, si aggrappa a quel poco di vita che le resta non

di sua volontà, ma perché così sta scritto nel suo codice genetico.

La malattia terminale si organizza per spegnere a poco a poco le

riserve di energia vitale, finché non molliamo la presa e sfiniti ci

lasciamo scivolare via dal corpo. Sembra che il coma serva a facilitare

questo distacco, e solo una lunga consuetudine alla meditazio-


ne consente di vivere il passaggio in modo cosciente.

Non vedo Rina da quasi tre anni: il suo corpo è ridotto della metà,

di nuovo snello come quello di una fanciulla sotto il lenzuolo

candido, i capelli cortissimi che evidenziano il profilo aquilino non

hanno più la brutta permanente cotonata e tinta di un falso biondo da

donna anziana, ma una spontaneità da bambina anche se sono

bianchi: il pallore delle guance è illuminato a sprazzi dai grandi

occhi azzurro cielo che si spalancano ogni tanto, sfuocati e distanti.

Rina sembra galleggiare in quello spazio intermedio di semi-incoscienza

che prelude al sonno profondo.

Noto il lavoro accurato e sfibrante che la malattia ha compiuto sul

suo corpo e sul suo spirito. Tre anni fa era ancora nel pieno del

vigore e della lucidità, e si dibatteva nella disperazione di una morte

annunciata; quando ero andata a trovarla mi aveva detto, come farò

ad affrontare tutto ciò, e si torceva le mani bagnate di lacrime.

Invece ora ce l’ha quasi fatta, proprio questo mi viene di pensare,

che tra poco la sua prova sarà terminata. Lottando da sola contro

questo male terribile, Rina ha conosciuto il coraggio.

È stata una donna immobile e inerte per tutta la vita, e ora che

l’immobilità vera ha invaso ogni fibra del suo organismo, lei ha

sperimentato la forza.

Come è implacabile la vita, quando vuole insegnarci qualcosa.

Se Rina avesse vissuto come è andata incontro alla morte, la sua vita

sarebbe andata in modo assai diverso. Se solo lo avesse saputo, di

essere piena di coraggio.

Avrebbe lottato per se stessa invece di subire le scelte degli altri.

Avrebbe protestato che no, non le stava bene di non poter mai

decidere niente.

Avrebbe gridato la propria solitudine al di là della cappa di sicurezze

materiali e sociale rispettabilità in cui si era seppellita.

Avrebbe forse dichiarato a gran voce che quelle imposizioni che

erano state la famiglia, il matrimonio, la religione, la morale, non le

avevano mai dato nessun conforto né fede, ma anzi, l’avevano

paralizzata sotto una coltre di paure, di infinito rancore, e segrete colpevoli

fantasie di ammutinamento.

Infine, avrebbe forse cercato un altro modo di essere creativa che

non fosse l’ammalarsi fino a morire di una malattia rarissima e

97


feroce che riproduceva a livello simbolico la paralisi della sua anima.

Invece è andata così. A chi non usa i suoi talenti verrà tolto anche

quello che ha, sta scritto nel vangelo di Gesù.

A modo suo, Rina si è anche vendicata, perché a causa della malattia i

suoi famigliari si sono accorti della sua esistenza e non hanno più

potuto ignorarla.

Ora sembra assopita, ma la macchina del cuore segnala che c’è stata

un’accelerazione da quando mi sono seduta, come se lei sapesse

quello a cui sto pensando, o addirittura fosse lei a trasmetterlo alla

mia mente. Quella volta in cui eravamo da sole mi aveva detto, tu

mi piaci perché sei intelligente, capisci le cose senza che ti vengano

spiegate.

Le sfioro con le mie dita la fronte sudata, mi sembra così fragile che

potrei farle male con un soffio. Anche se non mi riconosce, so che

qualcosa in lei avverte la mia presenza, mi legge nel pensiero, sente

la mia sincera gratitudine. Sente che non la giudico.

Ammiro chi attraversa con dignità la disperazione.

Sono grata a coloro che mi salvano da un destino di dolore mostrandomi

i loro errori.

Rina mi ha permesso di capire che si può anche decidere di dedicare la

vita ai figli e alla famiglia, ma sarebbe bello poterlo scegliere consapevolmente.

Che non bisogna lasciarsi schiacciare anche se si ha paura di non

farcela a stare in piedi da soli.

Che chi non rispetta se stesso non avrà mai il rispetto di nessuno.

Sono venuta per dirle addio e ringraziarla.

È sola in questo letto come è stata sola sempre. Nessuno la tocca,

nessuno la abbraccia, nessuno le sussurra amore mio, non aver

paura, passerà presto, lasciati andare; allora glielo dico io, bisbigliandole

all’orecchio, ti voglio bene Rina, e in quel momento è

assolutamente vero, non c’è alcuna distanza tra la mia anima e la

tua, sono la figlia femmina che volevi, l’amicizia femminile che non

hai saputo costruire, la madre che non ti ha sostenuta, la nuora che

ti piaceva e che un po’ temevi.

Ieri notte ho sognato il tuo funerale; eri vicino a me, invisibile a

tutti, e mi dicevi sorridendo, non preoccuparti, tutto questo è necessario,

lo sai che la morte non esiste.

98


Grazie Rina, porterò con me la tua esperienza. Insieme a quella di

Rosa. Esperienza uguale. Uguale alla mia; e se io ho una chance, è

anche grazie a voi.

Quando esco dalla casa di riposo vado a fare una passeggiata nel

parco, mi siedo su una panchina al sole e rimango per un po’ in

silenzio a respirare, con la testa vuota e il cuore rilassato.-

*

- Quando guardo queste colline, sento il dolore delle donne che qui

hanno vissuto, sopportando la loro condizione senza mai osare il

dubbio che fosse possibile cambiarla.

Non si deve soffrire per l’abbandono, quando si è sempre stati soli.

Perché se incontro c’è stato, non finisce mai. Le relazioni cominciano

e finiscono, si interrompono e riprendono secondo un ritmo di respiro

spesso caotico, che segue l’altalena precaria delle emozioni e la

casualità degli accadimenti esterni; gli amori invece, una volta che

sono nati, non muoiono più.

Gli amori grandi rendono le relazioni difficili, perché portano allo

scoperto tutto ciò che stava nascosto sotto il livello della coscienza

e dell’abitudine.

Gli amori trasformano la nostra idea di noi stessi e ci provocano a

cambiare. Bisogna accettare che dopo non saremo più gli stessi di

prima, qualcosa di noi morirà e nascerà in altra forma; ed è qui che

le relazioni vanno in crisi. Per amare totalmente bisogna aver accettato

l’idea della morte.

Gli uomini e le donne poche volte hanno comunicato veramente.

Non si sono quasi mai incontrati al di là della connessione tra i genitali.

Hanno mescolato il sangue nei figli che hanno generato, processo che

madre natura ha così ben architettato in ogni suo automatico dettaglio; per

il resto, si sono scambiati poche e contraddittorie emozioni, non i fluidi

sottili dei cuori, meno che mai lo spirito, e sono rimasti degli estranei.

L’amore non può servire solo a procreare i figli.

L’amore deve elevare la coscienza. -

*

99


Pedro guardò sua madre che a pochi passi da lui giaceva immobile

nel letto.

- Sta morendo - pensò, e poi aggiunse, quasi rivolto a lei: - Forza

madre, tra poco sarai libera -.

La malattia progressiva le aveva tolto prima l’uso delle gambe, poi

della parola, e infine di quasi tutto il corpo.

La voglia di vivere, l’aveva persa tanto tempo prima.

Un corpo smisurato, flaccido, inerte come una grande carcassa in cui

restava imprigionata un’anima ancora vigile. Ora però pareva immersa

in un sonno profondo, sicché lui poteva studiarla senza imbarazzo.

Pedro non si era mai fermato accanto al capezzale di sua madre prima

di allora. Aveva inconsciamente procastinato quell’evento perché

aveva paura di cosa avrebbe sentito se si fosse dato il permesso di

sentire. Ma arriva sempre un momento in cui non c’è più tempo, e il

momento dopo è già troppo tardi.

La grande balena pallida si era incagliata tra le lenzuola bianche, e da

lì non si sarebbe più mossa per l’eternità.

- È da questo corpo che sono uscito - e pensò a se stesso piccolo,

arrotolato dentro a quel corpo, ma non sentì nulla, solo un lieve fastidio,

come uno schiacciamento nella gola, e nessun conforto. Tossì.

- Questo è sempre stato il problema con te, madre. Per quanto ti

cercassi, per quanto ti guardassi, non ho mai sentito niente. Forse sei

sempre stata morta, e questa malattia ti ha solo portata allo scoperto.-

Non ebbe pena per lei, anzi gli uscì un fiotto di rabbia dalla gola,

come un conato di vomito di bambino.

- Mi sono sempre sentito solo, finché la solitudine è diventata l’unico

abito che riesco a indossare, come un’armatura che non so se mi

soffoca o mi protegge. Perciò madre, lo so che cosa stai provando, io

l’ho misurata per tutta la vita la disperazione di essere seppelliti vivi,

e tu non hai mai fatto niente per me. Ti rendi conto che non mi hai

mai abbracciato? -

Si accorse di aver stretto i pugni e contratto le mascelle seguendo

l’impeto dei pensieri.

Si accorse di un umido che gli appannava la vista.

Si accorse che se qualcuno in quel momento si fosse avvicinato per

toccarlo avrebbe ricevuto un cazzotto sui denti.

Pensò a Soledad, che gli diceva non mi abbracci mai se non ti cerco

100


io. E poi gli diceva, devi ancora sempre punire tua madre attraverso

me? Quando la smetterai e ti lascerai amare? -

Come si incazzava alle parole di Soledad, alla sua psicanalisi da

quattro soldi: non gliele aveva mai perdonate, anche se sapeva che

erano vere.

L’aveva maltrattata, tradita, abbandonata, solo perché doveva negare

quello che ora all’improvviso gli appariva così evidente: lo scopo

della sua vita era sempre stato punire sua madre per non averlo amato

abbastanza.

Non c’era mai stato veramente nient’altro.

Aveva sviluppato fin da bambino una strana abilità a rendersi

invisibile. Glielo aveva insegnato la mamma: anche lei si rendeva

invisibile, lasciava lì il suo grande corpo a sfaccendare in cucina,

mentre l’anima se ne volava via lontano, e mentre lavava i piatti o

stirava cumuli di vestiti immaginava una grande festa da ballo con

l’orchestra, dove lei piroettava fino all’alba con l’abito lungo e il giovanotto

più bello del paese, e insieme vincevano il primo premio.

Oppure quando si sdraiava sul letto e immaginava lente carezze, e

romantiche passeggiate nel bosco e paroline dolci e mazzi di fiori,

per non riconoscere quel corpo estraneo che le saltava sopra e si

sfogava dentro lei in cinque minuti senza mai guardarla, senza dirle

mai che bella che sei.

La mamma non sapeva che Pedro aveva occhi speciali e antenne

sensibili di bambino troppo saggio appena nato, e capiva tutto, ma

soprattutto che la mamma era infelice ma mai e poi mai avrebbe

contemplato la possibilità di ribellarsi.

E che cosa poteva decidere un bambino, se non che lo scopo della

sua minuscola vita sarebbe stato difendere la mamma, essere la sua

àncora, votarsi interamente alla sua salvezza. Salvarla da che cosa

non gli era chiaro, ma quando la mamma lo guardava con occhi

bisognosi e pieni di tenera rapace aspettativa e diceva orgogliosa alla

gente: - Questo è il figlio che mi assomiglia più di tutti gli altri -

sapeva di aver fatto bene, sapeva che tra lui e la mamma c’era un

patto segretissimo di soccorso (da parte sua) che sarebbe stato

ricambiato con un’eterna preferenza. Sarebbe stato sempre suo e di

nessun altra.

Quando la mamma si assentava con l’anima lui cercava di seguirla,

101


ma non sapeva che cosa sognare e si perdeva per strada, rimaneva

confinato in uno spazio di vuoto silenzio, dove non accadeva mai

niente, dove non si sentiva niente, e tutto diventava di pietra.

I sogni della mamma erano di pietra, morti, erano un anestetico per

non sentire il dolore della vita, per non dover mai scegliere di vivere

qualcos’altro; ma il bambino non poteva saperlo, e si abituò a quel

nulla perché era l’unico modo di avere la mamma.

Fuori, nessuno se ne accorgeva. Anzi, man mano che cresceva e si

faceva uomo, tutti provavano ammirazione per quella scorza dura e

inattaccabile che come una seconda pelle gli si era ispessita attorno

all’anima.

Poteva giocare a poker per ore senza che un solo muscolo della sua

faccia tradisse i pensieri, freddo e distante, facilmente vincitore.

Nessuno era interessato alle sue emozioni, lui meno di tutti, voleva

solo essere lasciato in pace e irridere di nascosto l’autorità, la

famiglia, i preti e in generale tutte le regole che non fossero le sue.

Era cresciuto sfuggendo le donne sebbene fosse bello, biondo e

azzurro col fisico da atleta. Le donne non lo vedevano perché lui non

voleva avere a che fare con loro, non ne avvertiva alcuna necessità,

gli era bastata la pesantezza infelice di sua madre che lo aveva fatto

sentire troppo responsabile in un momento della vita in cui lui

avrebbe avuto bisogno di essere sostenuto e nutrito. Le donne erano

un peso, una grana, un limite alla libertà.

Le donne erano incapaci di decidere, così succubi dell’uomo, così

fastidiosamente piene di bisogni e richieste, così INCONTENTABILI.

Lui non sarebbe mai stato vittima dei capricci delle donne come i

suoi amici e i suoi fratelli.

Ce n’era solo una che Pedro frequentava, e ammirava, anche se lei

non ne era al corrente, né di essere l’unica, né dell’ammirazione. Si

chiamava Soledad, e una volta alla settimana, alle nove e un quarto

di ogni venerdì sera, gli faceva un massaggio.

Lui si lavava e si profumava, si metteva dei begli abiti, poi si recava

da lei, suonava il campanello, salutava, si spogliava e si sdraiava sul

lettino da massaggio, caldo d’inverno di morbide coperte d’angora,

fresco d’estate di profumi esotici e dolci musiche orientali.

Le mani silenziose e sensibili di Soledad erano l’unico legame che

102


aveva col mondo delle donne, parlavano un linguaggio di cura e

rispetto che notte dopo notte raggiunse il bambino, e prendendolo per

mano lo riportò nel mondo.

Ci vollero dieci lunghi anni, in cui le mani di Soledad, per il solo

fatto di ascoltarlo senza domandargli niente, fecero accadere il

miracolo; il bambino tornò indietro dal mondo di pietra dei sogni di

sua madre. Una notte gli accadde all’improvviso di sentire l’umida

traccia del pianto sgorgare e lavare l’azzurro asciutto delle sue iridi,

e un piccolo, tenero dolore tra il petto e la gola: un’altra volta sentì

un acuto piacere tra le gambe, un fuoco che seguiva docile il respiro

della presenza femminile che danzava intorno a lui.

Cominciò a farle dei regalini, e a pensarla anche quando non era

venerdì, magari il mercoledì, quando era il suo giorno libero e lui

andava al mare da solo, si sdraiava a fumare sulla spiaggia affollata

e non parlava a nessuno se non era interrogato, oppure tutte le sere

che trascorreva (fin da quando aveva dodici anni) appeso a una

macchinetta del video-poker nei bar e nei circoli d’azzardo più

esclusivamente maschili della città.

L’aspettativa di rivederla gli faceva compagnia durante tutta la

settimana, e il ricordo delle sue mani gli si era insinuato nelle

cellule del corpo a tal punto che gli bastava chiudere gli occhi per

sentirlo.

Non si era mai chiesto come fosse il corpo di lei, o che cosa lei

desiderasse, perché gli era in realtà difficile immaginare che gli altri,

specie le donne, avessero un corpo senziente, o dei sentimenti, o dei

bisogni, dato che ignorava anche i propri.

Di Soledad sapeva poco perché lei durante le sedute non parlava

quasi mai, anche se negli anni aveva visto cambiare, sopra la

mensola degli oli profumati, le foto degli uomini che lei frequentava.

Una notte alzandosi dal lettino sentì il desiderio di abbracciarla, e

glielo manifestò. Percepì il suo imbarazzo, che gli fece piacere, non

era una cosa troppo professionale farsi abbracciare dai clienti, ma poi

lei lo guardò, non ebbe paura, e disse sì. La strinse forte fino a farle

quasi male, poi ringraziò e se ne andò turbato.

Tornò ad abbracciarla sempre più a lungo ogni venerdì dopo il

massaggio, finché fu chiaro a tutti e due che quello era il momento

che aspettavano per tutta l’ora.

103


Una notte lei prese la decisione.

Lo invitò per un the, e quando calò il silenzio lo cinse tra le braccia,

e lo baciò sulle labbra. Disse ora basta essere tristi, e all’inizio non

fu chiaro se parlava di sé, o di lui, o di tutti e due.

Toccando il suo corpo per tutto quel tempo aveva letto tra le pieghe,

incisa dentro la pelle, la storia della solitudine di Pedro, e senza

accorgersene aveva imparato ad amarla, a leggerla e rileggerla finché

si era resa conto che era anche la sua propria solitudine, camuffata

dietro la missione di toccare il dolore degli altri senza essere vista.

Si tolse i vestiti, e per ore e ore si lasciò guardare, e ogni singolo

pezzo del suo corpo venne alla luce e prese forma, sensazione, odore,

sentimento, emozione, solo perché lui lo guardava e lo annusava, e lo

toccava in silenzio. Nel giro di una lunghissima notte, lui le restituì

la grazia di essere messa al mondo che lei gli aveva trasmesso in quei

dieci anni.

Ma dopo un po’ il demone della depressione di sua madre venne a

reclamarlo. Per sfuggirle, lui ricominciò a frequentare i bar e a star

solo, e si ritrovò a pensare che Soledad lo aveva ingannato.

Sembrava tanto evoluta, e invece anche lei voleva che lui la sostenesse,

voleva la sua presenza, l’attenzione, la perfezione.

Voleva che lui prendesse delle decisioni, la portasse a vivere da

qualche parte lontano, voleva sapere tutto di lui, anche quando lui

aveva voglia di non parlare con nessuno per giorni interi. Gli aveva

levato il gusto del gioco, degli amici, del bar, lo aveva cambiato al

punto che lui non riusciva più a riconoscersi.

Pedro non provava più piacere per la sua vecchia vita, ma gli

sembrava che non potesse esisterne un’altra. Era confuso, e la

confusione non gli piaceva, lo faceva sentire inadeguato.

Più lui taceva più lei parlava, e quando non funzionavano le domande

dirette cominciava a sedurlo, a manipolarlo, amore, ti dispiacerebbe

parlarmi? Certo che mi dispiace. Nessuna donna deve dirmi

che cosa devo fare, hai capito?

Ma lei non capiva e si metteva a piangere, e quando piangeva a lui

veniva voglia di farle ancora più male.

Così senza neanche accorgersene ritirò fuori il vecchio giochino che

gli aveva insegnato la mamma, di assentarsi lasciando lì il guscio

104


vuoto del corpo. Lei però lo amava, e se ne accorse subito, gli disse

che non le stava bene, allora lui prese la sua roba e se ne andò,

sbattendo le chiavi di casa sul tavolo e pensando deluso, sei come

tutte le altre, solo un po’ più furba.

Non le aveva più rivolto la parola da quel giorno, nemmeno tra sé e

sé. Lei non si rendeva conto di quanto lo aveva ferito, lui si era

fidato e lei ne aveva approfittato, come sua madre. Non mi aprirò

mai più. Starò solo. Tornerò ad abituarmi.

Quando lei passava per strada, il suo corpo urlava dal desiderio di

toccarla, ma lui si tratteneva, oh come era bravo a mostrarsi indifferente,

dopo tutto si era allenato per anni! Si girava dall’altra parte, e

se lei cercava di contattarlo non rispondeva. Bastava non toccarla.

Provò a fare l’uomo normale, andò a letto con un’altra, cercò di

convincersi che quest’altra donna non voleva niente da lui e per questo

lui avrebbe potuto amarla, ma si rese conto di essere un uomo

maledettamente fedele, e di non avere veramente voglia di occuparsi di

costei che era confusa, piena di problemi e scopava con lui solo per

far rabbia a suo marito.

La grande balena pallida sussultò nel sonno ed emise un lamento.

Era tutta sudata, i capelli appiccicati alla fronte e il respiro affannato,

forse per il caldo, forse per i sogni.

Dove sei madre, irraggiungibile come sempre.

Di nuovo si rese conto che gli restava poco tempo, per riuscire a

dirle tutto quello che doveva ancora cominciare a dirle, tutto l’odio,

tutto l’amore, tutto il bisogno, il risentimento, la mancanza, il desiderio,

tutto quanto l’aveva legato a lei come un naufrago prigioniero a

un’isola deserta, ma come, come fare?

Madre aiutami, almeno per una volta. Lasciami libero dal tuo dolore.

Il tuo dolore non è colpa mia. Non è colpa mia. Colpa mia. Mia.

Le lacrime cominciarono a scorrere sulle sue guance silenziosamente.

Come se avesse sentito, lei aprì gli occhi di colpo e lo fissò.

Un’ombra di tenerezza balenò in fondo al suo sguardo azzurro

cielo, così almeno gli parve. Sentì le proprie mani rispondere, e

posarsi sul viso della madre in una specie di carezza. Poi si

avvicinò a lei e la baciò delicatamente sulla fronte sudata. Non ci

fu nient’altro da dire.

105


Lei si addormentò serena, con le mani nelle mani di quel figlio fatto

uomo. La notte successiva morì nel sonno.

Dopo lui pensò, che devo fare ora?

Lo sapeva bene. Doveva andare a trovare Soledad e dirle che

l’amava. Che non aveva mai smesso di amarla. Che non aveva più

paura. O forse non avrebbe detto niente e lei avrebbe capito lo

stesso. No, no, glielo avrebbe detto, lei ne sarebbe stata molto felice.

Scritto tra il 2004 e il 2007 all’isola di Lipari (ME), ad Alba (CN),

all’hotel Stella Maris di Punta Chiappa di Camogli (GE), e infine a

Reggio Emilia.

106


Donne

Abbiamo impiegato secoli per guadagnare il diritto

di avere un’opinione, accesso alla cultura, libertà di movimento

Disporre dei frutti del nostro lavoro,

fare l’amore quando e con chi ci piace davvero

Dare la vita solo se ce la sentiamo.

Adesso ci tocca il lavoro più duro

Sostenere noi stesse

Vincere l’urgenza di essere necessarie

L’impulso di controllare il padre il compagno il figlio

E la tentazione di santificarci

recitando la parte della vittima

Il senso della donna sta nell’essere

E non nel possedere.

Non più ‘io ti amo’,

bensì ‘io sono l’amore’.

107


NOTE

(1)

Imbolc, 2 febbraio; in gaelico ‘imbolc’ significa ‘nel grembo’ ed è la festa

che celebra le prime manifestazioni del ritorno alla vita. E’ anche il giorno

sacro a Brigid, dea celtica del fuoco, della guarigione e della lavorazione

del ferro, e musa dei poeti. La comunità si riunisce per renderle

omaggio e per risvegliare la vita con la luce dei fuochi e delle candele,

delle risate, della poesia, della musica, dell’arte e dei racconti. E’ stata trasformata

dalla tradizione cristiana nel giorno di santa Brigida, o

Candlemas, la festa della purificazione della Vergine Marta, giorno in cui

le candele della chiesa vengono benedette per tutto l’anno.

Cfr. Curott, Phyllis, Il sentiero della dea, Sonzogno ed., 1999

(2)

Lughnassad , 1° agosto, celebrazione del primo raccolto, in cui si ringrazia

la terra per i suoi doni. È anche una veglia per il dio celtico del

sole, Lugh, che scende negli inferi al tramonto. Viene festeggiato con

giochi e corse, danze e fuochi rituali. I Sassoni chiamavano quella festa

del raccolto hlafmaesse o lammas, festa del pane. I Romani celebravano

la nascita di Diana... dea degli animali della foresta della luna.

Cfr. Curott, Phyllis, Il sentiero della dea, Sonzogno ed., 1999

(3)

Riferimento a titoli di canzoni in voga tra la fine degli anni ’50 e inizio

dei ’60: ‘Papaveri e papere’, cantata da Nilla Pizzi, ‘Granada’ cantata

da Claudio Villa, ‘Rosa d’Atene’ eseguita da Nana Moskouri, e

‘Una lacrima sul viso’ di Bobby Solo

(4)

Titoli di canzoni tradizionali

(5)

Povera me povera te, povera mamma, povera bimba

(6)

Alba fu liberata dall’occupazione tedesca e repubblichina dai

Partigiani nel novembre del 1943, e resistette eroicamente per 23 giorni.

L’episodio è raccontato nel romanzo di Beppe Fenoglio, I ventitré

giorni della città di Alba, Einaudi

(7)

Il 20 settembre 1958 entrò in vigore in Italia la legge Merlin che aboliva

le case di tolleranza fino ad allora affidate al controllo dello Stato

108


(dal 1883). Questa legge fu fortemente voluta dall’anziana senatrice

Merlin, socialista, ex partigiana.

Da notare che all’epoca la frequentare le case chiuse non era considerato

dalla Chiesa cattolica un peccato per cui confessarsi, mentre lo era

il provare desiderio sessuale.

Le ragazze venivano fatte ruotare da un posto all’altro ogni 15 giorni

(quindicina) per impedire loro di creare legami emotivi troppo stretti

con i clienti, ed erano scrupolosamente controllate dal punto di vista

medico.

Il casino era anche un salotto di intrattenimento, un luogo di iniziazione

al sesso per i giovani maschi, un cenacolo di goliardia. La ‘marchetta’

era il gettone che dava diritto a 5 minuti di intrattenimento privato

con una ragazza: un quarto d’ora costava circa 1000/2000 lire nel

1958; lo stesso tempo nel privé di una discoteca con una cubista nel

2003 costava mediamente 150 euro. Ufficialmente nei privé (che sono

dei salottini dietro una tenda con il buttafuori ne che sorveglia l’ingresso)

non avvengono rapporti sessuali completi (perché sarebbe

reato), ma le ragazze sono nude e si fanno toccare e accarezzare, toccano

e accarezzano, e inoltre pare che la concorrenza delle ragazze dell’est

disposte a tutto abbia ulteriormente reso ambigua la qualità delle

prestazioni

Le ragazze di solito vengono pagate a percentuale in base a quanti

privé concludono: il cliente deve sceglierle mentre ballano sul cubo,

ma se nessuno le sceglie possono ballare anche tutta la notte per un

fisso minimo che rasenta la gratuità (informazioni desunte da un colloquio

privato con una professionista).

Dizionario dei termini piemontesi utilizzati nel testo

(alcuni sono italianizzati)

Barbàre (Barbé) ^ = sottrarre con l’astuzia

Bìssula (Bìssora) ^ = salvadanaio

Blageur (Blagheur) ^

= millantatore, uno che si pavoneggia

*

109


Cavallona = ragazza che si comporta in modo troppo vivace e sconveniente,

invadente

Dehors = struttura di solito coperta esterna a un locale pubblico, con

tavolini e sedie

Desbèla (Dësbela) = giovanotto o bambino (maschio) scalmanato

^

Desbruiése (Dësbrojesse) = sbrigarsi

Frusto = logoro

Genato (Genà) = impedito, non a proprio agio (cfr. il francese gené)

Gieug (Gieugh) = letteralmente, gioco; nel pallone elastico, termine

tecnico usato per segnare il punteggio

^

Lingera (Lingera) = uomo che vive di espedienti, poco affidabile e

scroccone

^

Lingerìa (Lingerìa) = biancheria intima femminile

Madamìn (Madamin) = signora, vocativo (simile al francese Madame)

Malheur (Maleur) ^ = sfortuna, cattiva sorte

Man(o) = partita a un gioco (volgarmente atto sessuale, donna attraente)

Matòt (Matòt) = ragazzo

Marcare il re (Marché ^

o rè) = gioco di carte tradizionale

Palchetto (Palchét) = deformazione dal francese parquet, pavimento di

legno che ricopriva le piste dei balli popolari che venivano montati

nelle piazze paesane, sovrastati da un tendone, per il ballo liscio con

l’orchestra durante le feste patronali

Perra (Përra) = coniglia

^

Sagrinato (Sagrinà) = costernato

Sgabiotto (Gabiòt) = bugigattolo, postazione

^

Scrusùn (Scroson) = maleducato, rozzo

Soma d’aj (Sòma d’àj) = usanza langarola di stropicciare uno spicchio

d’aglio fresco su una fetta di pane poi cosparsa di olio

Tressette (Tresèt) = gioco di carte tradizionale

^ Trifulau (Triforáu) ^ = cercatore di tartufi

Tutto un altro paio di maniche = tutta un’altra faccenda

Vagné (Vagné) = vincere (cfr. il francese gagner)

Vegliare (Vjè) = antica usanza langarola, per cui nelle sere d’inverno le

famiglie si riunivano coi vicini nel caldo delle stalle e trascorrevano alcune

ore a ‘vegliare’ raccontando vecchie storie o commentando avvenimenti.

110


Se posso raccontare, o essere raccontato, vuole dire che ho

vissuto, e lo scrittore è solo il tramite attraverso cui le storie si

manifestano...

Le storie sono delle mappe per i viaggiatori curiosi del mondo.

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