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Introduzione

1

COMUNE DI GIOVE (TR)

Su incarico dello Studio Tecnico Quondam Associati il sottoscritto

Dott. Roberto Troncarelli, iscritto all’Ordine dei Geologi della Regione

Lazio al n. 803, ha redatto la presente relazione geologica, ai sensi

dell’art. 13 della Legge n. 64 del 02.02.74, dell’art. 5 del D.P.R.G. Umbria

n. 2739 del 19.05.1982 e del D.P.R.G. Umbria n. 3806 del 18.06.1985.

Lo stesso è stato inoltre redatto in ottemperanza ai disposti delle

“Direttive relative ai criteri di redazione degli studi geologico-ambientali a

supporto dei piani regolatori generali. Linee guida e documentazione per

l’indagine geologica e vegetazionale” redatte dalla Provincia di Terni.

Le indagini, condotte nel pieno rispetto del D.M. 11.3.1988,

riguardante le "norme tecniche per indagini su terreni e rocce...omissis",

e della Circolare del Ministero LL.PP. n° 30483 del 24.09.1988

riguardano la realizzazione del Piano Regolatore Generale (PRG).

Il presente studio geologico-ambientale è stato redatto secondo

quanto previsto dai Criteri di Impostazione delle suddette Direttive

Provinciali per i PRG.

A seguito, quindi, dell’acquisizione ed elaborazione di dati

preesistenti relativi ai territori comunali in esame, e del rilevamento sul

territorio, è stata prodotta la Cartografia di analisi, alla scala 1:10.000.

Dott. Geol. ROBERTO TRONCARELLI – Ordine dei Geologi della Regione Lazio n. 803

P. IVA 01400060560 - C.F. trnrrt64m22m082j - Via Piave 19 – 01100 VITERBO Tel 0761/304872 Fax 0761/322944 e-mail geotecnica64@libero.it


Notizie generali

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Lo studio ha avuto luogo durante gli ultimi mesi dell’anno 2001 ed

è stato così articolato:

− sopralluogo preliminare per l'acquisizione dello stato dei luoghi;

individuazione delle caratteristiche morfologiche ed idrauliche

dei territori in esame;

− rilevamento geologico, geomofologico ed idrogeologico a

campione;

− verifiche di vulnerabilità;

− stima della idoneità dei terreni.

La presente relazione ne riassume gli esiti.

Per completezza di documentazione e per una migliore

comprensione di quanto nel seguito descritto sono state prodotte,

relativamente alle indagini ed alle caratterizzazioni effettuate, le seguenti

elaborazioni grafiche tematiche:

Tavola B2.1: Carta Geolitologica, in scala

1:10.000;

Tavola B2.2: Sezione Geologica;

Tavola B2.3: Carta Geomorfologica, in scala

1:10.000;

Tavola B2.4: Carta dell’acclività dei versanti,

in scala 1:10.000;

Tavola B2.5: Carta della vulnerabilità del

suolo, in scala 1:10.000;

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Tavola B2.6: Carta Idrogeologica, in scala

1:10.000;

Tavola B2.7: Carta della vulnerabilità degli

acquiferi, in scala 1:10.000;

Tavola B2.8: Carta dei sistemi idraulici, in

scala 1:10.000;

Tavola B2.9: Carta dei siti estrattivi e della

vulnerabilità geomineraria, in scala 1:10.000;

Tavola B2.10: Carta Litotecnica, in scala

1:10.000;

Tavola B2.11: Carta della suscettività sismica,

in scala 1:10.000;

Tavola B2.12: Carta della vulnerabilità delle

componenti geologico ambientali, in scala

1:10.000.

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Ubicazione e assetto geomorfologico

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I quattro territori comunali oggetto di studio sono situati al confine

tra la regione Umbria e la regione Lazio ad Est del fiume Tevere.

Il territorio interessato dallo studio si estende per una superficie di

circa 79 km 2 ed è delimitato ad Ovest – Sud-Ovest dai territori della

provincia di Viterbo con i comuni di Graffignano, Bomarzo e Bassano in

Teverina, a Est con il territorio comunale di Amelia, a Nord con il territorio

comunale di Guardea e a Sud - Sud-Est con il Comune di Penna in

Teverina.

Da un punto di vista geomorfologico il territorio in esame è

caratterizzato nella parte più occidentale dalla valle del fiume Tevere che

lo attraversa da Nord a Sud, formando nella parte più settentrionale della

zona in esame il Lago di Alviano.

La presenza del Tevere condiziona in modo diffuso l’intera

morfologia del territorio, che è caratterizzato, infatti, da un andamento

pianeggiante o sub-pianeggiante nella parte occidentale (la zona più

vicina al Tevere) come si può vedere dalla tavola B2.3 (Carta

Geomorfologica).

Verso Est notiamo, invece, una differenza nell’andamento

morfologico tra la parte più settentrionale e quella più meridionale.

La zona più settentrionale, comprendente i territori comunali di

Alviano e Lugnano in Teverina, è caratterizzata da una morfologia

accidentata attraversata da profonde valli, create dagli affluenti di destra

del Tevere, con pendenze medie del territorio comprese tra il 35% ed il

50% (tavola B2.4, Carta delle Acclività dei versanti).

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La facile erodibilità dei sedimenti argillosi, che affiorano per una

buona parte del territorio, ha dato origine ad una vasta area a calanchi

che forma una larga fascia ad andamento Nord Sud lungo il lato Ovest

del territorio di Alviano e Lugnano e che può essere valutata nell’insieme

in circa 14 kmq. In realtà l’area soggetta al potenziale modellamento

calanchivo è da ritenere molto più vasta a causa del processo erosivo in

atto ad ogni evento meteorico, che genera l’arretramento dei cigli di

versante, con la conseguente aggiunta continua di area.

Il paesaggio calanchivo, non si riscontra a Sud del confine dei

Comuni di Lugnano e Attigliano a causa della presenza della copertura

di natura sabbiosa e sabbioso-conglomeratica (tavola B2.3, Carta

Geomorfologica).

I processi erosivi sulla copertura sabbioso-conglomeratica,

stratigraficamente sovrastante ai depositi argillosi, hanno, infatti,

generato una morfologia del tutto differente come si può osservare nelle

zone restanti ed in particolare nelle aree più a Sud, comprendenti i

territori comunali di Attigliano e Giove, dove si nota una morfologia con

forme più dolci e pendenze attenuate (in media del 20%) del territorio,

caratterizzato sempre dall’attraversamento delle valli formate dagli

affluenti di destra del Tevere.

L’intero territorio studiato è attraversato da molti corsi d’acqua che

confluiscono tutti nel fiume Tevere e che hanno una direzione generale

di scorrimento Nord-Est – Sud-Ovest (tavola B2.8, Carta dei Sistemi

Idraulici); di seguito viene data una descrizione dettagliata

dell'andamento dei fiumi e dei fossi e dell'eventuale rischio che essi

comportano per il territorio comunale di Attigliano.

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Infine, sempre per quanto riguarda la geomorfologia della zona

oggetto di studio, sono da segnalare alcune aree in frana all’interno dei

quattro territori comunali.

Per quanto concerne questa problematica, per la maggior parte del

territorio interessato dai movimenti franosi, assume una grande

importanza la natura dei terreni affioranti ed in particolare le

caratteristiche granulometriche, lo stato di addensamento e le qualità

mineralogiche dei terreni superficiali. In particolare la causa principale

dei movimenti gravitativi è la presenza di vaste aree dove affiorano

terreni a comportamento coesivo (argille e terreni argilloso-sabbiosi).

La stabilità geomorfologica in detti terreni è condizionata come

noto dalle forze di coesione che assumono un ruolo fondamentale anche

su pendenze molto basse.

Le acque di scorrimento superficiale, dovute essenzialmente alle

precipitazioni meteoriche, tendono ad abbassare la coesione del terreno

fino a valori che producono, in porzioni più o meno grandi di questo, un

comportamento di un fluido viscoso capace di scivolare o “colare” per

effetto della gravità anche su pendenze piccolissime.

Questi fenomeni occupano superfici molto vaste nel territorio di

Alviano e Lugnano in Teverina, hanno spessori limitati alla parte

superficiale del versante. Tali aree si osservano quasi totalmente sui

versanti acclivi dei corsi d’acqua dei fossi “Cagnata” e “Della Pescara”

dove il veloce drenaggio comporta un processo erosivo più selettivo che

si configura in strette creste (zone sostanzialmente caratterizzate da

fenomeni tendenzialmente di ritiro) e profonde incisioni (caratterizzate da

rigonfiamento) dando vita alla morfologia calanchiva. Le aree a minor

pendenza sono caratterizzate invece da morfologie che ricordano

colamenti ad aspetto mammellonare.

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Gli altri terreni che caratterizzano l’area sono sostanzialmente più

stabili. Le tipologie di frana che si riscontrano sono legati al superamento

degli angoli di riposo dei depositi granulari più o meno sciolti, o a frane

per scalzamento al piede di scarpate da parte di corsi d’acqua ed, infine,

alla particolare altezza di scarpate che può generate tensioni che

possono superare le resistenze offerte dalle forze di coesione e

dall’angolo di attrito del terreno interessato.

Per una maggiore semplicità di esposizione, per la descrizione

delle aree in frana e delle eventuali situazioni a rischio rinvenute è

sembrato opportuno analizzare l'assetto geomorfologico del singolo

territorio comunale di Giove.

• Assetto geomorfologico del territorio comunale di Giove

Il territorio di Giove è caratterizzato da una configurazione

abbastanza articolata. E’ possibile suddividerlo in tre aree che si

distinguono tra loro per una sostanziale differenza di pendenza media.

La prima area si configura in una larga fascia, con asse in

direzione NW-SE, la cui pendenza media è bassa. Infatti tale valore

medio può essere indicato con il 3%, e deriva dalla distribuzione delle

pendenze locali distribuite tra i valori quasi nulli (0,6%), relativi alla fascia

tabulare della piana alluvionale del Fiume Tevere, e i valori massimi del

7% che si raggiungono lungo la fascia pedemontana.

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La seconda area si estende con una morfologia di versante

acclive, con pendenze distribuite tra i valori minimi di 12% e massimi di

25 %; più in generale si può indicare una pendenza media dell’area di

17%.

La terza area ha una morfologia tabulare con pendenze molto

basse. Infatti si tratta della sommità di un vasto plateau tufaceo che,

nell’area di nostra pertinenza, assume valori di acclività mediamente

inferiori all’1%. Il plateau è bordato da una fascia pressoché continua di

affioramenti travertinosi. Il centro abitato del paese di Giove si colloca

proprio su una propaggine travertinosa, la più ad Ovest, del plateau

vulcanico.

Un profilo topografico disegnato lungo un asse ad andamento E-W,

che interessa cioè tutte e tre le tipologie descritte, mette in risalto una

configurazione a gradino determinata dalle due aree suborizzontali,

relative al plateau vulcanico e ai depositi alluvionali, raccordati, tramite

una netta rottura di pendio, dai terreni sedimentari marini.

I terreni vulcanici, evidentemente meno erodibil dei terreni

sedimentari marini, formano un’area a bassa energia morfogenetica

mentre al contrario i terreni sedimentari marini mostrano una

configurazione ad alta energia. E’ su quest’ultimi che si osserva la

presenza di numerose incisioni fluviali ad alvei acclivi e numerosi

compluvi che si dispongono su direzioni centrifughe rispetto alla

copertura vulcanica – travertinosa. Le incisioni più importanti sono

relative agli alvei del Fosso di Giove, del Fosso del Grassaro e del Fosso

della Penna; le altre sono di modesta lunghezza o semplici compluvi

dove si ha scorrimento solo in corrispondenza di eventi meteorici.

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In corrispondenza delle incisioni dei fossi si notano numerose

situazioni di rischio idrogeologico perché possono essere interessate da

movimenti franosi.

L’area a maggiore acclività è caratterizzata dalla presenza di

numerose frane del tipo a scivolamento rotazionale, le quali sono

causate sia dalla natura litologica dei terreni marini, sia dall’acclività.

Le frane sono in maggioranza quiescenti, ma se ne osservano

alcune attive.

Numerose scarpate bordano i cigli di distacco e la variazioni di

litologia, il limite stesso del centro abitato è caratterizzato dalla presenza,

praticamente continua, di scarpate ed elevate rotture di pendio, sia

dovute alla presenza di movimenti franosi, sia dovute alla variazione di

litologia.

Il territorio di Giove è bordato da Fiume Tevere sul lato Sud, dove

forma una pronunciata ansa probabilmente per la presenza di una

lineazione.

La fascia limitrofa all’alveo del Fiume Tevere per tutta la parte che

fa parte del Comune rientra in “fascia di tipo A” per cui in essa, vanno

attuate le “prescrizioni dirette” ai sensi dell'art. 25 previste dal "Progetto

di Piano stralcio per l'assetto idrogeologico - P.A.I." del 2002 (tavola

B2.8, Carta dei sistemi Idraulici).

(tavola B2.4, Carta delle Acclività dei versanti);

L’assetto geomorfologico descritto trova una immediata evidenza

nella carta delle acclività. Qui infatti le variazioni cromatiche mettono

agevolmente in evidenza quanto sopra descritto, cioè l’area a maggiore

acclività corrispondente alle tonalità arancione-viola che borda le aree

verde-gialle a bassa acclività.

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Assetto geolitologico

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Da un punto di vista geolitologico, per un buon inquadramento dei

territori comunali in esame, bisogna innanzitutto dare una visione globale

della storia geologica che ha interessato l’area; per fare ciò bisogna

considerare la storia geologica di una fascia che abbraccia quasi tutta

l’Italia Centrale.

Tale fascia è sita a cavallo di un’importante lineamento tettonico,

noto in letteratura come “Linea Ancona - Anzio”.

Un’analisi di quest’area sotto il profilo stratigrafico mette in risalto

una certa comunanza paleoambientale nel Trias.

In particolare si nota la presenza di facies evaporitiche, con una

marcata evidenza di gessi nelle aree occidentali e nettamente

dolomitiche nelle aree orientali.

L’ambiente era quindi caratterizzato da una vasta piattaforma

lagunare, tidalica evaporitica di tipo bahamiano estesa a tutta l’area.

Questa situazione sembra mantenersi immutata per tutto il Trias

Superiore, nel Lias Medio si osserva una netta differenziazione delle

facies: ad oriente della Linea Ancona – Anzio si imposta una piattaforma

carbonatica di ampia estensione, la ben nota Piattaforma Laziale –

Abruzzese, ad occidente si genera un bacino, altrettanto esteso, noto

come Bacino Umbro – Marchigiano – Sabino.

La sedimentazione nell’area di bacino è rappresentata, fino al

Miocene, da pelagiti calcareo-silicee: come la formazione della corniola e

della maiolica ed infine dalla scaglia calcareo-marnosa.

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Nell’area di piattaforma la sedimentazione è carbonatica a parte

una parentesi Aptiana-Cenomaniana in cui, a causa di una emersione, si

riscontrano abbondanti depositi bauxitici.

Successivamente riprende la deposizione carbonatica che perdura,

seppur con meno intensità, nel Paleogene.

In questo periodo segue un’emersione che comporta una notevole

erosione della piattaforma. Il meccanismo per cui sia avvenuto ciò non

sembra del tutto chiaro.

La suddivisione netta di questi importanti paleoambienti di

piattaforma e di bacino, a partire dal Lias Medio, sembra legata

(Castellarin et Alii, 1978) ad una tettonica disgiuntiva che causa la

formazione della Linea tettonica Ancona-Anzio, ribassante ad occidente i

terreni della ex piattaforma triassica, mentre il settore orientale rimane

rialzato.

Nel Miocene inferiore e medio si osserva una nuova ripresa della

sedimentazione sulla piattaforma dove si depongono, in concordanza,

biocalcareniti e calcareniti di profondità medio basse.

Ad Ovest si ha deposizione di materiali marnosi e argilloso -

marnosi, mentre nelle zone peribacinali (Sabina) si hanno ripetute

alternanze di flussotorbiditi carbonatiche il cui spessore supera, a volte, i

2000 m. Flysch Sabino (Parotto & Praturlon, 1975).

Situazioni simili ma con spessori modesti, si osservano anche

nell’area che si estende da Antrodoco all’Aquilano, fino ai Monti Sibillini.

Nel Serravaliano - Tortoniano si depone a Nord del Gran Sasso la

formazione delle Marne a Pteropodi mentre su tutta la piattaforma, che

tende ad affossarsi, si depone un’altra formazione, molto simile all’altra,

detta delle Marne ad Orbulina.

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Entrambe queste formazioni, di limitato spessore, qualche decina

di metri, indicano il generale approfondimento dell’area ad oriente della

Linea Ancona-Anzio preludendo, quindi, all’arrivo dei Flysch attribuiti al

Tortoniano - Messiniano (Bellotti et Alii, 1978); (Mortari & Tozzi, 1998).

Attualmente le facies Flischioidi sono riscontrabili in una vasta area

che dalla Linea Ancona-Anzio si estende verso Est per alcune decine di

chilometri, mentre a Sud li ritroviamo fino all’altezza dei Monti Lepini. Dati

di perforazione non ci permettono di rilevarli ad Ovest della Linea

Ancona-Anzio.

Nel Tortoniano - Messiniano la Linea Ancona-Anzio è interessata

da una attività tettonica molto complessa legata a sforzi compressivi che

deformano il Bacino Umbro - Marchigiano in anticlinali e sinclinali fino al

suo sollevamento, mentre la Piattaforma, come testimoniato dalla

sedimentazione sempre più terrigena, tende ad affossarsi ed a

smembrarsi con valli sottomarine ad andamento appenninico (Ricci

Lucchi, 1975).

Il forte sollevamento subito dal settore occidentale determina lo

scollamento e la migrazione verso Nord delle strutture.

Si associa così nell’area un forte movimento trascorrente che trasla

le strutture occidentali di una cinquantina di chilometri verso Nord

(Castellarin et Alii, 1978).

Contemporaneamente la sedimentazione flischioide alimentata da

Nord (Castellarin et Alii, 1978) abbandona le aree più meridionali

interessando maggiormente quelle settentrionali fino al Bacino della

Laga.

Questa situazione può essere inquadrata facilmente con un

corrugamento e sollevamento delle aree meridionali con spostamento

della sedimentazione nelle aree più settentrionali.

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Molti autori hanno indicato tale situazione con uno spostamento del

sistema Catena –Avanfossa - Avampaese verso settori sempre più

Nordorientali, ove l’avanfossa è rappresentata proprio dai bacini in cui si

depositavano i flysch (Patacca & Scandone, 1989).

Il moto trascorrente della linea Ancona-Anzio sembra interrompersi

nel Pliocene Inferiore.

In questa fase sembra dominare una componente compressiva da

occidente che determina l’accavallamento dei terreni pelagici del Bacino

Umbro - Sabino sia sulle facies di transizione e di piattaforma a Sud, sia

sui depositi flischioidi della Laga a Nord.

La fase compressiva determina la lineazione articolata di una linea

di accavallamento nota come Olevano-Antrodoco (Salvini–Vittori, 1982).

Questa fase compressiva determina la rotazione delle strutture,

precedentemente ad andamento Nord-Ovest – Sud-Est, in senso orario

fino ad andamento Nord - Sud.

Questa situazione è però rilevabile solo nel settore occidentale.

La sedimentazione nel Pliocene è ormai terminata nel settore

occidentale, sollevato alla fine del Messiniano (Sgrosso, 1986), mentre

continua a Nord e ad Est del settore orientale con avanfosse sempre più

spostate verso l’Adriatico (Patacca & Scandone 1989).

Nel Pliocene Medio - Superiore mentre a Sud e ad Ovest si

evidenziano dei movimenti distensivi che perdurano fino al Pleistocene,

nel settore settentrionale, ad Est dell’Ancona Anzio, riprendono i

movimenti compressivi che sembrano esaurirsi solo nel Pleistocene.

In particolare si assiste allo spostamento delle aree di fossa dai

settori sud-occidentali verso settori nord-orientali o adriatici con

imponenti sovrascorrimenti che tagliano le strutture N-S

precedentemente delineate.

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Questo modello evolutivo dell’area è stato criticato da Sgrosso

(1986) e Mortari & Tozzi (1998); questi ultimi sostengono la presenza di

un Grande Bacino che si estendeva dai Monti Lepini fino alla Marsica,

una fase compressiva (plio-pleistocenica) più recente del modello

predetto e raccorciamenti maggiori di quelli ipotizzati fino allora.

L’assetto litostratigrafico - strutturale del territorio dei Comuni di

Alviano, Lugnano, Attigliano e Giove, è caratterizzato da una notevole

variabilità. I litotipi affioranti si differenziano sia a causa della variazione

nel tempo degli ambienti di sedimentazione, sia a causa dell’attività

tettonica cui si è già fatto cenno nelle pagine precedenti.

I terreni che si osservano in superficie fanno parte di un ciclo

sedimentario, prevalentemente marino, che ha interessato un vasto

areale, indicato in letteratura come “Ciclo Sedimentario Neoautoctono”

(Messiniano –Quaternario).

In particolare, nelle varie ere che hanno interessato il suddetto

Ciclo Sedimentario si possono rinvenire i seguenti ambienti

deposizionali:

Messiniano: si è in fase di regressione marina infatti nella Toscana

Meridionale, Lazio e Umbria si osserva una situazione di

emersione generalizzata, mentre nella fascia tirrenica si

osserva ancora la presenza di bacini evaporitici. I

sedimenti marini depositati vengono quasi del tutto

smantellati dall’azione erosiva.

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Miocene sup. – Pliocene inf.: Si osserva una ampia trasgressione dove

il mare rioccupa gran parte dell’area. Le aree emerse sono

delle dorsali (Castell’Azzara – Monte Razzano e Monti

d’Amelia) e qualche rilievo isolato (M. Soratte e M.

Cetona). Il mare occupa una vasta area probabilmente un

graben in subsidenza detto “Bacino del Tevere” che in

questo periodo si collega al Bacino “Radicofani- Siena” e

con quello della “Val di Chiana”. L’estensione del graben

può essere approssimativamente definito in 200 km di

lunghezza e circa 30 km di larghezza L’asse del Bacino ha

direzione appenninica NNW – SSE. I depositi marini relativi

a questa fase di trasgressione marina si appoggiano quasi

del tutto sul substrato preneoautoctono. Questi sono

rappresentati da litofacies costituite da argille grigio-

azzurre, che perdurano, nella loro sedimentazione, fino alla

base del Pliocene Medio.

Pliocene Medio-Inferiore: si osserva una differenziazione tra l’area ad

occidente del Bacino del Tevere ed l’area dei M. di Amelia.

Sul lato occidentale infatti si osserva una maggiore

tendenza al sollevamento ed il mare si ritira molto di più

che sul lato orientale. Ad occidente si osserva una forte

regressione che porta all’emersione di tutta la fascia

compresa tra gli attuali laghi vulcanici e l’attuale costa

tirrenica. Sul lato orientale, come già detto, la regressione

è molto limitata, solo qualche chilometro, mentre la dorsale

dei Monti di Amelia è interessata da una fase di limitata

subsidenza (Piacenziano?).

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Le litofacies sono caratterizzate da un passaggio in

continuità di sedimentazione dalle argille azzurre a depositi

argilloso-limosi e argilloso-sabbiosi

Pliocene Medio – Superiore: nella fascia occidentale del Bacino del

Tevere e per buona parte della centrale si osservano

depositi in facies prima argillosa poi conglomeratica che

fanno supporre una fase regressiva del mare. Sul bordo

orientale non si rinvengono sedimenti neoautoctoni più

antichi del pliocene medio. Ciò può essere messo in

relazione ad uno spostamento dell’asse del Bacino del

Tevere verso Est a causa di movimenti dovuti alla tettonica

rigida distensiva che ha determinato un generale

sollevamento della fascia occidentale e un modesto

sprofondamento di quella orientale (dorsale dei M. di

Amelia). La fase di sollevamento comunque perdura per

tutto il Pliocene Medio e l’inizio del Pliocene superiore

portando all’emersione di tutta l’area. Le litofacies passano

a sedimenti sabbiosi e conglomeratici con faune di

ambienti salmastro e lacustre (lago Tiberino – Valle del

Nera – Lago di Civita Castellana). In quest’area i depositi

sedimentari marini appoggiano direttamente sul substrato

in facies Umbra.

L’assetto geologico generale dei territori analizzati è meglio

illustrato dalla tavola B2.1 “Carta Geolitologica”; di seguito viene data

una breve descrizione delle unità affioranti nell’area in esame:

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17

− Conglomerati: sono formati da elementi eterometrici delle

formazioni della seria umbra; generalmente si presentano con

scarsa matrice sabbiosa e spigoli dei ciottoli arrotondati. Talora

affiorano debolmente cementati.

− Sabbie gialle e argille sabbiose: affiorano diffusamente nella

fascia centrale dell’area e, dal punto di vista paleogeografico

rappresentano la facies di chiusura del ciclo marino pliocenico. Si

tratta di sabbie gialle e argille sabbiose con intercalazioni di argille

grigie in genere poco consistenti a meno che non siano

disseccate. Si presentano sciolte e talvolta cementate sotto

l’aspetto di crostoni spessi qualche decimetro; nella formazione si

rinvengono anche modesti orizzonti discontinui di conglomerati.

− Tufi: affiorano nella zona centrale e bordano in modo discontinuo

la fascia pedemontana della zona studiata. La formazione

vulcanica che genera il plateau posto alla sommità dell’area viene

attribuita ai Tufi Basali la cui messa in posto ha determinato la

formazione più estesa dell’Apparato Vulsino. Questa formazione

ingloba anche i prodotti lacustri e i prodotti risedimentati. Per cui si

possono osservare variazioni di facies sia in senso verticale che

orizzontale. In generale però sono stati osservati terreni a

prevalente contenuto di elementi vulcanici. Dal punto di vista

petrografico sono definiti come tufi leucititici con affioramenti di

spessore variabile da qualche decimetro a vari metri. Nell’area

sono anche visibili sia prodotti da ricaduta che depositi da flusso

piroclastico.

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− Travertini: i travertini affioranti nella zona sono collegati all’attività

idroterma generata durante le fasi conclusive dell’attività

vulcanica. sono disposti ai margini delle formazioni vulcaniche e si

presentano sia in banche massivi ed estesi di spessore anche

superiore a qualche metro, sia come elementi sparsi.

− Alluvioni: affiorano lungo tutta la fascia interessata dal Tevere. Si

tratta sia di depositi attribuibili ad antichi terrazzi del Tevere che

depositi alluvionali recenti. In tutti e due i casi è stata notata una

notevole eterometria granulometrica con variazioni da grossi

ciottoli e ghiaie fino a sabbie fini e argille.

− Detrito di falda: si tratta di ghiaie costituite da clasti a spigoli vivi,

possono essere pulite o con una matrice limoso-argillosa per lo

più ossidata.

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Assetto idrogeologico

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Il complesso dei terreni alluvionali e Vulcano travertinosi sopra

descritti presenta, seppur per differenti ragioni, condizioni di buona

permeabilità.

La formazione dei terreni del Calabriano inferiore-medio, denota

una notevole variabilità locale della permeabilità dovuta alle differenti

associazioni granulometriche. Per cui si evidenziano orizzonti

psammitico-psefitici di medio-buona permeabilità e livelli più ricchi in

peliti con valori decisamente bassi.

Ne consegue che gli acquiferi presenti nelle tre tipologie litologiche

già messe in evidenza: alluvioni, vulcano-travertinose e depositi

sabbioso-argillosi-conglomeratici, possono avere valori di trasmissività

molto variabili.

I numerosi punti d’acqua utilizzati per il tracciamento delle isopieze

mettono in evidenza la presenza di un acquifero superficiale con

drenaggio radiale contenuto sostanzialmente nei terreni vulcanici e

sostenuto dai sedimenti marini calabriani meno permeabili.

Le isopieze mostrano una certa continuità del gradiente idraulico

tra i vari terreni, in realtà bisogna distinguere differenze locali dovute alla

presenza dei livelli sabbioso-argillosi nella formazione sedimentaria

marina. Questi infatti condizionano il quadro generale con la loro bassa

permeabilità. Per cui la continuità dell’acquifero superficiale è legata alla

presenza di orizzonti psammitici e psefitici, mentre gli orizzonti pelitici

costituiscono acquiclude per tutti.

Nelle alluvioni si deve considerare la presenza di un acquifero

superficiale continuo a falda libera.

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La carta idrogeologica mette in evidenza anche che tutti i corsi

d’acqua per buona parte del loro percorso vengono alimentati dalla falda

superficiale, per cui assumono la qualità di sorgenti lineari. Anche in

questo caso però valgono le osservazioni già fatte riguardo la

disposizione delle isopieze che, per l’area che riguarda i terreni

sedimentari marini del Calabriano, assumono più un aspetto teorico che

reale dovendosi ritenere attendibili solo per le aree ristrette alla presenza

di pozzi.

Le differenti associazioni granulometriche e giaciturali delle

formazioni geolitologiche determinano differenti tipi di acquifero, tra

queste si possono indicare i depositi alluvionali del Fiume Tevere e dei

corsi d’acqua affluenti; i quali costituiscono buoni sistemi serbatoio

formando acquiferi a permeabilità primaria con una buona trasmissività e

buona capacità di immagazzinamento. In questa formazione è da

ritenere probabile la presenza di acquiferi multistrato.

I gradienti idraulici della falda libera, messi in evidenza in

quest’area variano da 0.04 a 0.1.

Nel complesso sabbioso- argilloso-conglomeratico, le isopieze

mostrano un incremento del gradiente con valori dispersi tra 0.19 e 0.25.

Al passaggio tra le due formazioni geolitologiche si nota una

diminuzione di gradiente, a causa delle variazioni di permeabilità, che

possono dare vita localmente a risorgenze (soprattutto al contatto con

facies fluvio - lacustri che nel complesso risultano poco permeabili).

Nell’area interessata da questa formazione le isopieze mettono in

evidenza una chiara interconnessione tra il drenaggio superficiale e

quello freatico; infatti il drenaggio ipogeo alimenta il reticolo fluviale dei

fossi presenti sul territorio, quale il Fosso di Giove, Fosso del Grassaro e

Fosso della Penna.

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Infine si riconosce la presenza di un acquifero superficiale nei

depositi vulcano travertinosi che mostra un drenaggio centrifugo e che

trova il suo acquiclude nelle facies argillose dei terreni sedimentari marini

del Calabriano, al contatto dei quali si osservano sorgenti alcune delle

quali riportate sulla carta.

I gradienti idraulici sono mediamente della falda libera, messi in

evidenza in quest’area variano da 0.06 a 0.13.

Allargando lo sguardo su una maggiore area e facendo riferimento

all’inquadramento generale della geologia dell’area, si può dedurre

anche la presenza di un acquifero profondo imprigionato che trova

alimentazione nei complessi carbonatici della catena Amerina e il tetto

impermeabile nei depositi argillosi. Tale acquifero è da considerare molto

esteso e con acque molto mineralizzate, trova la sua direttrice di

drenaggio principale lungo l’asse della catena dando vita alle sorgenti di

Stifone-Montoro.

Il censimento di un gruppo ragguardevole di punti d'acqua, sulla

base dei dati relativi ai pozzi forniti dalla Provincia di Terni, ha

consentito, tramite l'interpolazione al calcolatore dei relativi livelli

idrostatici, di ricostruire la superficie piezometrica delle falde superficiali

della quale comunque si devono tenere presenti le limitazioni di cui si è

sopra detto. Da questo documento è stata redatta l'allegata “Carta

Idrogeologica” (tavola B2.6, Carta Idrogeologica).

La carta così ottenuta è stata oggetto di successive verifiche ed

integrazioni di campagna, oltre che essere confrontata e compendiata

con carte di più ampia scala.

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Vulnerabilità idrogeologica

22

Per vulnerabilità idrogeologica si intende sostanzialmente la

vulnerabilità del territorio ai movimenti franosi.

Per la valutazione di tale parametro è stato adottato un metodo a

pesi e misure che tenesse conto dei maggiori fattori che influiscono sul

dissesto idrogeologico. In particolare, per lo studio effettuato sono stati

considerati come fattori caratterizzanti: l'assetto geolitologico (tavola

B2.1, Carta Geolitologica), l'andamento delle pendenze (tavola B2.4,

Carta dell'Acclività dei versanti) e l'uso del suolo (tavola B1.2, Carta

della copertura del suolo).

Ad ognuno di questi parametri è stato assegnato un valore

massimo ed uno minimo; tale valore è stato poi pesato rispetto ad un

indice (a scala crescente) valutato esaminando le caratteristiche delle

aree in frana presenti sul territorio e cartografate dall'Autorità di Bacino

del fiume Tevere.

Con tale metodo sono state individuate 4 classi di vulnerabilità

come previsto dall'art. 65 N.T.A. del PTCP.

Il risultato ottenuto è espresso dalla Carta della Vulnerabilità del

Suolo (tavola B2.5), dove si possono distinguere:

– Aree a bassa criticità della componente del suolo;

– Aree a media criticità della componente del suolo;

– Aree a medio-alta criticità della componente del suolo;

– Aree ad alta criticità della componente del suolo.

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23

Per una maggiore chiarezza nella descrizione della vulnerabilità

del territorio è sembrato opportuno analizzare singolarmente il territorio

comunale di Giove.

• Vulnerabilità idrogeologica del territorio comunale di Giove

Dal punto di vista della criticità del territorio (tavola B2.5, Carta

della vulnerabilità del suolo), l’elaborazione dei dati ha permesso di

individuare 4 aree a differente grado di vulnerabilità.

L’aree a più basso grado di vulnerabilità idrogeologica si

individuano nell’ampia area che si sviluppa su basse pendenze a quote

superiori a 290/300 m. slm e nella fascia al di sotto, grosomodo della

isoipsa 90 m. slm. Queste aree sono caratterizzate da una bassa

tendenza alla franosità sia per i tipi litologici che la costituiscono, sia per

le modeste pendenze del terreno.

L’aree a medio, medio-alta alta ed alta criticità si collocano nella

fascia posta alle quote intermedie, la differenzazione tra le aree

sostanzialmente è data dalla presenza o meno di movimenti franosi in

atto e quiescenti, dalla alta acclività e in ultima analisi da fattori locali

quali scarpate o particolari stati di aggregazione della formazione

litologica.

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Vulnerabilità degli acquiferi

24

Per la valutazione della vulnerabilità degli acquiferi è stato adottato

un metodo a pesi e misure che ha tenuto conto dei due maggiori fattori

che influiscono sulla vulnerabilità. In particolare, sono stati considerati

come fattori caratterizzanti: lo spessore del non saturo (copertura) e la

permeabilità dei materiali di copertura degli acquiferi rinvenuti.

Questi due parametri sono stati divisi in scale con dei valori

assegnati; in particolare, per lo spessore del non saturo è stata istituita

una scala con quattro intervalli di spessori e per la permeabilità sono

stati individuate tre classi di permeabilità. Ad ognuna di queste classi è

stato assegnato un peso che ha permesso poi di ricavare una matrice.

Dalla matrice ricavata sono state individuate tre classi di

vulnerabilità ai sensi dell'art. 95 N.T.A. del PTCP.

Il risultato ottenuto è espresso dalla Carta della Vulnerabilità degli

acquiferi (tavola B2.7), dove si possono distinguere:

– Aree a bassa vulnerabilità;

– Aree a media vulnerabilità;

– Aree ad alta vulnerabilità.

In base a questa classificazione è stato possibile individuare sul

territorio studiato una estesa area ad alta vulnerabilità che si estende in

modo articolato sulle aree che uniscono ad una buona o discreta

permeabilità, una bassa profondità della falda.

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Le aree a media vulnerabilità sono le aree in cui ad una medio alta

permeabilità uniscono una discreta profondità della falda o sono

caratterizzate da drenaggio superficiale della falda stessa da parte dei

reticoli fluviali. Queste aree si riscontrano sia sui terreni alluvionali sia

sulle facies sabbioso argillose dei terreni sedimentari del Calabriano.

Infine si distingue una fascia a bassa vulnerabilità che si estende sui

terreni sedimentari marini caratterizzata anche dalla presenza di discrete

profondità dell’acquifero.

Per quanto riguarda il rischio, bisogna dire che è da considerare

basso nell’area più urbanizzata, perché non si evince la presenza di

particolari fattori di inquinamento essendo l’area stessa posta in

posizione elevata rispetto il flusso di drenaggio sotterraneo della falda

freatica, sotto quota 200 m. slm si evince la presenza di scarichi sia di

origine zootecnica sia di origine industriale per cui il rischio idrogeologico

aumenta a valle degli scarichi.

Per la fascia che concerne la piana alluvionale il rischio è dato da

diversi fattori quali: elevata permeabilità dei depositi granulari delle

alluvioni, dalla bassa profondità della falda, dalla presenza di scarichi di

varia natura e dall’attività estrattiva dei materiali granulari.

depuratori.

E’ chiaro che tale rischio può essere mitigato dalla presenza di

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Vulnerabilità geomineraria

26

Per quanto riguarda le attività estrattive presenti sul territorio, si

tratta di cave di pianura per l'estrazione di ghiaia e sabbia che

interessano la valle del fiume Tevere.

Tutti i siti di cava si trovano a valle rispetto al centro abitato di

Attigliano, fatta eccezione per una cava di prestito ubicata ad Est del

centro abitato stesso.

Dalla sovrapposizione della Carta Geolitologica (tavola B2.1),

della Carta Geomorfologica (tavola B2.3) e della Carta della vulnerabilità

degli Acquiferi (tavola B2.7), tramite un processo di matrice a pesi e

misure, è stato possibile ricostruire la Carta dei siti estrattivi e della

Vulnerabilità Geomineraria (tavola B2.9).

Per l'individuazione dei siti estrattivi, sono state considerate solo le

ghiaie e le sabbie che vengono estratte nelle zone di fondovalle, in

quanto considerate le uniche attività estrattive economicamente

redditizie presenti sul territorio, quindi, ai fini della vulnerabilità

geomineraria, rappresentano l'unica risorsa presente sul territorio.

I materiali coltivati nel territorio comunale di Giove, vengono estratti

con scavi che intercettano la falda senza però andare ad interferire con il

deflusso delle acque verso il fiume. È stato visto, da studi

precedentemente effettuati, che l'attività estrattiva presente non incide

sullo sfruttamento della risorsa dal punto di vista idropotabile, in quanto

questo tipo di sfruttamento nelle zone di estrazione sarebbe stato

comunque difficoltoso vista la notevole differenza di quota con l'abitato,

sito a monte delle aree estrattive.

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Per i suddetti motivi, considerato anche il fatto che le attività

estrattive sono concentrate in una zona prettamente pianeggiante e

quindi non influiscono sull'assetto morfologico del territorio, è stato

individuato un livello medio di vulnerabilità geomineraria.

Ad ogni modo, si reputa che la vulnerabilità dei siti estrattivi sia

fortemente condizionata dalle modalità di estrazione, in merito alle quali

si rende necessaria una regolamentazione ai fini di ridurre le situazioni di

rischio sulle componenti ambientali.

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Rischio sismico

28

La valutazione delle differenti situazioni di rischio sismico presenti

sul territorio è stata ottenuta dallo studio sia dell'assetto geomorfologico

(tavola B2.3, Carta Geomorfologica) che dell'assetto litostratigrafico dei

territori comunali studiati (tavola B2.10, Carta Litotecnica).

Ai sensi della Delib.G.R. Umbria 226 del 14 marzo 2001, è stata

redatta la Carta del Rischio Sismico (tavola B2.11) dell'intero

comprensorio dei territori comunali studiati.

Dal punto di vista sismico, i territori comunali studiati sono stati

distinti in diverse zone in base alla concomitanza di particolari

caratteristiche litotecniche dei materiali affioranti e dell'assetto

geomorfologico del territorio su cui affiorano.

In particolare, per quanto riguarda le litologie affioranti nel territorio

comunale di Giove (tavola B2.10, Carta Litotecnica), sono state distinte:

L3: Materiali granulari cementati o molto addensati;

L5a: Materiali granulari sciolti o poco addensati a prevalenza

ciottolosa;

L5b: Materiali granulari sciolti o poco addensati a prevalenza

sabbiosa.

In relazione alle litologie appena dette e considerando i corpi di

frana presenti sul territorio studiato ed il loro grado di attività sono state

individuate le seguenti tipologie di situazioni:

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ZONA E1: zone caratterizzate da movimenti franosi attivi;

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ZONA E2: zone caratterizzate da movimenti franosi quiescenti;

ZONA E3: zone caratterizzate da deformazioni plastiche, alta

acclività associata a giaciture o litologie

sfavorevoli, influenza al pericolo di frana;

ZONA E4: zone con terreni di fondazione particolarmente

scadenti;

ZONA E7: zone di fondovalle.

Sul territorio del comune di Giove, come si può vedere anche dalla

Carta del Rischio Sismico (tavola B2.11), non sono state individuate

aree urbanizzate che rientrano nelle zone E1, E2, E3 ai sensi della

Delib.G.R. Umbria 226 del 14 marzo 2001. Si evince comunque la

presenza di manufatti edilizi sparsi su aree che rientrano nella zona E2.

In ogni caso, ai fini dell'individuazione delle classi si amplificazione

sismica locale, gli studi geologici allegati ai piani urbanistici di attuazione

dovranno essere integrati con prove in situ atte a caratterizzare lo

spessore e la risposta sismica dei terreni di copertura, come previsto

dall'allegato della già citata Delib.G.R. Umbria 226 del 14 marzo 2001.

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Conclusioni

30

Sulla base delle osservazioni e delle indagini effettuate sono state

elaborate le cartografie di sintesi in precedenza commentate.

Dalla sovrapposizione del grado di criticità del suolo (tavola B2.5,

Carta della Vulnerabilità del Suolo) e del grado di vulnerabilità degli

acquiferi (tavola B2.7, Carta della Vulnerabilità degli acquiferi) è stato

possibile individuare le differenti zone di idoneità geologico - ambientale

alla destinazione urbanistica dei territori analizzati.

In particolare, sono state considerate idonee le zone caratterizzate

da una media e bassa criticità della componente del suolo associata ad

una media e bassa vulnerabilità degli acquiferi; non idonee le zone

caratterizzate da un'alta criticità della componente del suolo; idonee

condizionate le zone caratterizzate da una medio-alta criticità della

componente del suolo e da un'elevata vulnerabilità degli acquiferi.

Per avere un quadro generale più dettagliato delle idoneità dei

territori comunali analizzati, si rimanda alla tavola C1 "Carta delle

idoneità geologico-ambientali alla destinazione urbanistica" ed alla

relativa relazione.

Viterbo lì 18 ottobre 2004

In Fede

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