Uomini che odiano le donne - La Repubblica

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Uomini che odiano le donne - La Repubblica

Domenica

La

DOMENICA 8 MARZO 2009

Uomini

che odiano

le donne

Si celebra l’otto marzo

in un clima di emergenza

per l’ondata di stupri

E forse è ora di smettere

di parlare di violenza

sulle donne e parlare

di violenza dei maschi

MICHELE SMARGIASSI ADRIANO SOFRI

ma da quand’è che si va in carcere se si picchia

la moglie?». Damiano Maranò ricorda ancora l’espressione

di sincero stupore sul viso di quell’uomo,

mentre gli metteva le manette. Era uno dei primi arrestati

dal “Pool famiglia” della Procura di Milano.

«Ispettore,

«Pensai fosse uno squilibrato, uno che non si rendeva

conto delle proprie azioni. Quindici anni dopo non lo penso più.

Penso invece che gli uomini, molti uomini, siano davvero lucidamente

cattivi con le donne». La sua autocoscienza di genere (maschile),

l’ispettore Maranò se l’è fatta sul campo. Aprendo centinaia

di porte di casa e trovandoci dietro donne piangenti, sfigurate, sanguinanti,

«anche peggio: legate alla sedia e tagliuzzate col coltello, o

devastate da una pentolata d’acqua bollente». E mariti sbalorditi che

fosse reato. Ricorda i nomi. Tutti, e dire che sono tanti. Ce n’è anche

qualcuno famoso, attori, professionisti.

(segue nelle pagine successive)

di Repubblica

Possiamo, forzando un po’, ricapitolare la storia della

guerra fra noi, i civili, e loro, i barbari, così. Loro vogliono

rubarci le nostre donne e violentarle. Noi li puniamo e accogliamo

le loro donne. Può trattarsi della bella Elena o

del ratto delle Sabine, della Slesia nella Seconda guerra o

della Bosnia di un’ora fa. «Per tutto il Diciannovesimo e

il Ventesimo secolo i racconti di stupro furono pervasi dalla paura

dei neri, degli immigrati e degli outsider razziali... delle persone senza

fissa dimora...»: figurarsi oggi che «noi» diventiamo vecchi e non

facciamo figli, e «loro» sono sfacciatamente giovani e prolifici come

conigli.

Romeni ci invadono e approfittano del buio per aggredire le nostre

donne. Noi, longevi e danarosi, andiamo da turisti in luoghi caldi

a noleggiare bambine: stupro geograficamente differito, pendant

e rivalsa sullo stupro forestiero in patria.

(segue nelle pagine successive)

l’attualità

Se cambiano le regole del calcio

MAURIZIO CROSETTI e GABRIELE ROMAGNOLI

i protagonisti

Il pittore “abos” che divise l’Australia

GIANNI CLERICI

cultura

Von Humboldt, l’esploratore filosofo

AMBRA SOMASCHINI e LUCA VILLORESI

spettacoli

Cinema, il gergo dei set di Hollywood

STEFANO BARTEZZAGHI e ANTONIO MONDA

i sapori

Tokyo, dove la cucina non dorme mai

LICIA GRANELLO e RENATA PISU

Repubblica Nazionale

FOTO HARRI PECCINOTTI, COURTESY DAMIANI EDITORE


28 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 8 MARZO 2009

la copertina

Otto marzo

(segue dalla copertina)

c’è differenza. Poveracci,

ricconi, sconosciuti, celebrità.

Ma dico io, è possibile

che alla fine l’unica cosa

che li accomuna è che

«Non

hanno tutti il pisello fra le

gambe, scusi se non trovo altre parole

Uomini che odiano le donneè il titolo fortunato di

un giallo di Stieg Larsson che ha fatto il giro del mondo.

Lascia la possibilità, almeno grammaticale, che

esistano uomini che non odiano le donne. Ma non

così tanti come vorremmo credere. Se una donna

italiana su tre confida all’Istat di essere stata maltrattata

da un uomo almeno una volta nella vita, i casi

sono due: o c’è in giro un’attivissima task force di

pochi imprendibili maneschi, o un terzo circa di uomini

ha commesso nella vita almeno una violenza

contro una donna. Se una donna su sette è stata picchiata

fra le mura domestiche, vuol dire

che più o meno in una casa su sette

c’è un uomo violento. Che se lo sbatti

fuori di casa diventa violento il doppio

o il triplo (il 64 per cento delle separate

e divorziate ha subito violenze dagli

ex). Per non risparmiarci nessun orrore:

due donne maltrattate su tre hanno

ricevuto «spinte, strattoni, capelli

tirati», una su due «schiaffi, calci, pugni,

morsi», una su quindici un tentativo

di strangolamento.

Che la misoginia violenta esista,

non è oggetto di dubbio. Semmai c’è

da chiedersi se gli uomini siano diventati

più cattivi ultimamente. Come

suggerirebbe il clamore mediatico

sull’“ondata di stupri”. Ma se chiedi a

uno che i dati sulla criminalità li maneggia

da anni, il sociologo bolognese

Marzio Barbagli, ti frena: «Dove il nondenunciato,

il sommerso, supera il 90

per cento è impossibile individuare

tendenze». La violenza misogina è

una zuppa torbida, basta immergere il

mestolo giusto per tirare su brodaglia

a volontà: è stato sufficiente dare vigore

di legge a una parola, stalking(il crescendo

di persecuzioni di un pretendente

respinto descritte dal libro di Fe-

derica Angeli e Emilio Radice, Rose al veleno) e in poche

settimane la polizia ha scovato episodi di

stalking ovunque, da Bari dove l’arrestato (per cranio

rotto) gridava «volevo solo delle spiegazioni!», a

Roma dove è volato addirittura il coperchio di ghisa

di un tombino, a Genova, Torino, Palermo...

Ma un dato storico ce l’abbiamo: gli omicidi. Gli

omicidi vengono denunciati tutti. Per forza. Ebbene,

le statistiche dicono che gli uomini ammazzano

molto più delle donne, e questo non sorprende: siamo

i guerrieri, gli ancestrali titolari della violenza.

Poi, che gli uomini ammazzano soprattutto altri uomini,

e neanche questo sorprende troppo, à la guerre

comme à la guerre. Ma da un po’ sembrano aver

modificato i bersagli. Se nel ‘94 meno di due maschi

omicidi su dieci sceglievano una donna come vittima,

nel 2006 erano già più di tre. Se gli omicidi in assoluto

calano, i femminicidi proporzionalmente

crescono. Del resto, su tre delitti in famiglia, due riguardano

mariti che ammazzano le mogli.

«E allora piantiamola una buona volta di parlare

di “violenza sulledonne” e cominciamo a dire “violenza

degli uomini”». Parla un uomo, Marco Deriu.

Sociologo all’Università di Parma, firmatario dell’appello

La violenza sulle donne ci riguarda”. «Si

parla solo di “difendere le donne”. Ma chi le difen-

Omicidi, stupri in strada, abusi in famiglia, stalking. Si parla molto

di “difendere le donne”. Ma chi le difende? Gli uomini, ovviamente

Così l’uomo aggressore scompare e si vede solo l’uomo protettore:

soldati in città, ronde, voglia di linciaggio. Tutte risposte maschili,

in quella logica proprietaria che è la radice della misoginia violenta

“Maschi per obbligo”

dalla paura alla violenza

MICHELE SMARGIASSI

L’indottrinamento che spinge

a una virilità malintesa

scorre da sempre sottotraccia

in molti spot, libri, film

IL CATALOGO

La foto di copertina

e quelle che pubblichiamo

in questa pagina sono tratte

da H.P., la prima monografia

dedicata al fotografo

Harri Peccinotti,

autore di scatti celebri

(tra gli altri, i calendari Pirelli

1968 e 1969 realizzati

con Derek Birdsall)

e negli anni art director

di Flair, Vanity Fair,

Rolling Stone e Vogue

Il catalogo, che raccoglie

200 illustrazioni, pubblicato

da Damiani (228 pagine,

45 euro), è stato

presentato ieri a Parigi

nello spazio Colette

FOTO HARRI PECCINOTTI, COURTESY DAMIANI EDITORE

de? Gli uomini, è chiaro. Così l’uomo come autore

della violenza scompare, e si vede solo l’uomo protettore.

Soldati per le strade, ronde, tentativi di linciaggio

degli stupratori, perfino la “legge del carcere”:

sono tutte risposte maschili, legali o illegali, ma

tutte dentro la medesima logica proprietaria che

genera la violenza sulla donna: confermano una supremazia,

non la contrastano».

Come si interrompe l’eterno ratto delle Sabine?

Anche nella cultura femminista si fa strada ormai

l’idea che il problema va aggredito intervenendo

sull’altra parte, su chi picchia. A Bologna la Casa delle

donne per non subire violenza, storico rifugio delle

maltrattate, è presa d’assalto: quasi raddoppiato

negli ultimi anni il numero delle richieste di asilo.

Sono soprattutto donne straniere, ma Giuditta

Creazzo rifiuta l’apparente deduzione: «Quando il

violento è uno straniero, è “colpa di una cultura patriarcale”.

Quando è un italiano, è “un problema di

psicopatologia”. Sono due modi di scaricare lontano,

sullo straniero o sul deviante, una responsabilità

che appartiene invece alla normalità della cul-

(segue dalla copertina)

tura maschile». Giuditta coordina da tre anni il progetto

Muvi, il cui programma è presto detto: cosa ne

facciamo degli uomini che menano. Curarli? Punirli?

«Per prima cosa, mettere al sicuro le donne».

Insomma intanto prenderli, isolarli. «Tagliando l’alone

di indulgenza. Quello che fa dire al vicino di casa

o anche al maresciallo di paese che è meglio “non

mettere il dito”, che “si aggiusteranno tra loro”».

Ma finora è tutto un lavoro di difesa, di scudi e

barricate. Corsi di tai-chi per massaie, spray al peperoncino

nella borsetta. Tutto giusto. Ma è come

dire: la guerra è eterna, attrezziamoci. Corsa agli armamenti.

Stefano Ciccone è un pacifista, vent’anni

fa rimase sconvolto da un caso di violenza, passato

alle cronache come “lo stupro di piazza dei

Massimi”. «Soprattutto dalle reazioni. Dai commenti

maschili. Mi accorsi che perfino nel movimento

c’era un fondo di pregiudizio violento».

Qualche anno fa Stefano ha fondato Maschile Plurale,

forse la prima rete di riflessione e intervento

maschile contro la violenza alle donne. Adesso sono

una dozzina di gruppi, da Pinerolo a Parma, da

Quelli che uccidono per amore

ovvero il killer come eroe romantico

ADRIANO SOFRI

Sempre gli uomini (bianchi) si armano per castigare la foia profanatrice degli uomini (di colore).

Il linciaggio serviva a quello. Anche le ronde: regolate, per carità, solo pensionati apolitici

delle forze dell’ordine. Non scandalizzatevi: fra il linciaggio e le ronde c’è un legame tanto più

sottile quanto più rivelatore. C’è una tale guerra di uomini, civili e barbari, che bastonano e sfregiano

e ammazzano donne per amore, che ci si chiede come le donne non abbiano preteso una formidabile

polizia femminile per la loro difesa. In molti ambiti adiacenti — la schiavitù sessuale, la prostituzione

forzata, la tutela dei minori, la violenza domestica — la polizia femminile è il più significativo

progresso del nostro Stato. Quanto a romeni stupratori, veri o immaginati, siamo alle ronde.

In una vignetta lei dice: «Mi sento più sicura: lui adesso esce per fare la ronda, e mi lascia in pace».

Come reagiamo alla frase: «Tutti gli uomini sono stupratori, almeno potenzialmente»? Be’, ci indignamo.

Noblesse oblige. Però abbiamo un dubbio. Non che ci persuada la nozione biologista per

cui ogni maschio animale è un candidato stupratore, e magari ogni femmina una aspirante stuprata.

Pensiamo che sia affare di cultura. Che, come dicono le femministe più riflessive, stupratori non

si nasce, si diventa. Però. Però si tratta di un affare di cultura così antico e longevo da agire quasi come

una seconda natura. Maschi si nasce, uomini si diventa. Per troppo tempo, diventare uomini significava

forzare una donna, «conquistarla», ed esibirne il trofeo coi propri simili.

È cambiato abbastanza, almeno nel nostro pezzo di mondo? È cambiato molto, non abbastanza.

Il maschilismo dimissionario conta molto meno del femminismo che si prende i suoi diritti. La fortuna

del titolo Uomini che odiano le donne non toglie che per secoli, e ancora, gli uomini, spesso i

migliori, abbiano variamente fatto l’apologia degli uomini che ammazzano le donne perché le amano.

Perché sono troppo belle, libere, orgogliose, amabili, come la Nastasja dell’Idiota, o la sua emula,

la Nadia di Rocco e i suoi fratelli, per non essere assassinate per amore. O perché mangiano noccioline,

come «la bimba mia» di via Broletto. Troppo. Se sloggiare il delitto d’onore dal codice penale

è stato così morbosamente arduo, è ancora più difficile sloggiare la mitizzazione dell’assassino di

donne e dello stupratore come eroe romantico. Banalità del male: a incontrarli, gli assassini di donne

e stupratori sono penosamente squallidi. Come noi, appena un po’ di più. Ora che abbiamo capito

(abbiamo capito?) che lo stupro non è solo l’agguato dello sconosciuto che salta fuori dal buio,

ma la violenza che segue la serata, che si compie fra famigliari e amici di famiglia, fra coniugi e fidanzati,

nell’auto in cui lei ha accettato un passaggio o nell’ufficio in cui lui ha lavorato i suoi ricatti,

siamo più vicini all’idea che «tutti gli uomini sono potenziali stupratori». Naturalmente, una tale

ammissione è anche una mezza assoluzione: se siamo fatti così...

È appena uscito un libro di Joanna Bourke, Stupro. Storia della violenza sessuale (Laterza), si occupa

del tema per il mondo anglofono, dalla metà dell’Ottocento a oggi, sciorina un repertorio impressionante

di fantasie maschili passate per scienza e legge. Una donna non può essere penetrata

senza che il suo corpo acconsenta, una donna che torna a casa al buio sotto sotto si augura di essere

assaltata, una donna che dice no, neanche sotto sotto, vuol dire sì... Tutte cose che fanno vergognare,

oggi, mentre si moltiplicano le leggi che colpiscono severamente gli abusi sessuali: e tuttavia

resta schiacciante la percentuale degli stupri che non vengono denunciati, e, fra i denunciati, che

escono impuniti. L’espediente di annoverare lo stupro fra le aggressioni fisiche piuttosto che fra i

crimini sessuali, e renderne meno ambigua la persecuzione giudiziaria, non solo non sarebbe producente,

ma negherebbe la radice decisiva della questione. «Si può dire — scrive Bourke — che lo

stupro è diventato sempre più un’aggressione sessuale». Io penso che la stessa tortura non solo abbia

una componente sessuale, ma sia nella sua quintessenza un’aggressione sessuale. Nella pornografia

(che la si pensi come un manuale di istruzioni, o come uno sfogo liberatore) molti uomini

credono di vedere “che cosa vogliono le donne”, moltissime donne vedono “che cosa vogliono gli

uomini”. Quando la società viene scossa da cambiamenti troppo rapidi e imprevisti e l’insicurezza

diventa la chiave di un potere che non sa dove andare a parare, se non a se stesso, lo stupro diventa

il delitto per antonomasia. È la storia dell’Italia di oggi. L’ho letta lo scorso 21 dicembre in dodici righe

in corpo otto. Occhiello: «Monza e Palermo». Titolo: «Trovati cadaveri di due donne». Testo: «Il

corpo di una donna carbonizzata è stato trovato in un campo alla periferia di Monza. Potrebbe trattarsi

di prostituta. Sempre ieri, sul litorale di Mondello, è stato rinvenuto il cadavere di una donna di

circa trent’anni dai tratti orientali».

Repubblica Nazionale


DOMENICA 8 MARZO 2009

IL DIPINTO

I giorni giganteschi

di René Magritte

(1928)

LA DOMENICA DI REPUBBLICA 29

Torino ad Anghiari a Pietrasanta, ad affermare che

va aperta finalmente una “questione maschile”.

Fanno conferenze, documenti, lezioni. Qualcuno li

chiama “i femministi”, qualcuno peggio. I blogdell’orgoglio

neomaschile come Uomini 3000 li accusano

di «invitare gli innocenti a riconoscersi rei». Ma

soprattutto incassano sorrisini. Battute. Sfottò.

«Accettiamo volentieri il rischio del ridicolo. È un

segnale prezioso. Ci dà la prova della nostra efficacia:

dimostra che sta scattando la reazione difensiva

della cultura maschile».

Cultura potente perché invisibile. Trentacinque

anni fa perfino le femministe rimasero perplesse

quando Carla Ravaioli, giornalista e militante, pubblicò

Maschio per obbligo, antologia dell’indottrinamento

subliminale alla virilità nascosto nella

pubblicità, nei libri di testo, nei copioni del cinema

e della tivù. «Non cambierei quasi nulla di quel libro»,

dice oggi, «se non sottolineare che, in una società

dove la violenza è ormai uno strumento accettato

e quotidiano della politica, la pedagogia del

maschio è ancora più forte, più spudorata, e conta-

Chi va nelle scuole a prevenire

il bullismo di genere si sente

dire: “Problemi da vecchi”

Ma poi la verità viene fuori

gia anche le donne». Se ne accorgono i Medici per i

diritti umani, onlus impegnata nei paesi in guerra

(quindi anche nel nostro, dove la guerra alle donne

è sempre in corso), quando vanno nelle scuole a

prevenire il bullismo di genere con una lezione per

immagini che s’intitola appunto Maschio per obbligo.

Sfilano sullo schermo i poster pubblicitari che

ormai non mostrano più solo donne disponibili a

offrirsi, ma anche uomini che comunque sia se le

prendono: come le “perquisizioni” palpeggianti di

una campagna della Relish, o quel poster di D&G

che sembra sublimare uno stupro di gruppo. I ragazzi

(e le ragazze) annoiati sbuffano: «È un problema

vecchio, roba di voi adulti, tra di noi non c’è più

differenza tra maschi e femmine, siamo alla pari».

Poi scavi un po’. Approfondisci. E la verità viene fuori.

«È vero, io controllo gli sms della mia ragazza». «Il

mio ragazzo mi vieta di andare in gita scolastica con

gli altri». «Mi ha minacciato di far vedere a tutti le nostre

foto intime». «Se la vedo in discoteca con un altro,

la meno». Dice Paolo Sarti, il pediatra che conduce

gli incontri: «Non si nasce col gene della violenza

maschile. Ma è come un virus che s’inocula

molto in fretta, e attende il suo momento per esplodere».

È una malattia, la violenza misogina? «No, ma

anche i guasti socio-culturali hanno un’ezio-patogenesi».

Delicata è la terapia. «Gridare che la violenza

è sbagliata non serve: non si sentono violenti.

L’unica strada è mettere alla berlina i comportamenti

che per loro sono invece premianti: l’arroganza,

i ricatti, le vanterie sessuali. Prendere in giro

i modelli che ammirano, ridicolizzare i maschi dementi

di cui è piena la tivù. Ma bisogna stare molto

attenti: se sono solo le ragazze a ridere, i maschi reagiscono

incattivendosi ancora di più».

Smontare la misoginia violenta dall’interno: è

una parola. In Italia, il maschilismo è ormai assurto

a cultura di governo con le battute guascone di Berlusconi.

Sotto traccia, ma esplode a volte in modi

anche meno ridanciani, come nello showdown del

24 settembre 2003 a Montecitorio, quando alcuni

(poco) onorevoli apostrofarono così le colleghe:

«Altro che Camera dei deputati, vi portiamo in camera

da letto!». Se non è odio misogino quello che

sembra guadagnare terreno ogni giorno, cos’è?

«Paura delle donne», risponde senza esitazione l’ispettore

Maranò, che la sa lunga. «Paura», concorda

Carla Ravaioli. «Paura», insiste Marco Deriu: «Gli

uomini non odiano le donne, ne sono terrorizzati.

Ho analizzato molti casi di cronaca. Nella maggioranza

delle violenze domestiche, il violento cerca

disperatamente di sottomettere la donna di cui in

realtà è debitore, dipendente, senza la quale sarebbe

finito. La violenza misogina di oggi non è il ritorno

del patriarcato, è il sintomo del suo crollo». Ma

attenti, che i calcinacci in testa fanno male.

Repubblica Nazionale


30 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 8 MARZO 2009

l’attualità

Show business

MAURIZIO CROSETTI

Tra vent’anni sarà tanto cambiato che

neppure lo riconosceremo. Forse, o

forse no, ma probabilmente sì. Avrà

più occhi, elettronici e umani. Avrà

più spazi da percorrere e più tempo

per farlo. Avrà l’illusione dell’esattezza

scientifica e la presunzione di saperla usare. Sarà

un calcio meno tecnico e più tecnologico, sempre

più rapido e muscolare, dove le moviole — naturalmente

in campo — faranno scansioni di ogni

azione come se fossero disegni di Leonardo, e si

continuerà a litigare e a sospettare proprio come

adesso: solo, avremo più presunti colpevoli con i

quali prendercela.

E magari sentiremo malinconia di questi giorni

preistorici in cui si litigava per un rigore: però sarà

difficile accusare un sensore di sudditanza psicologica.

La regia dello spettacolo, televisiva, agirà

dentro stadi costruiti apposta, senza settori ospiti,

massimo quarantamila persone. Tutti gli altri a casa,

davanti allo schermo dove la partita si vedrà comunque

meglio. Il telecomando sarà una consolle

che permetterà di costruirsi la propria moviola personale

(anche tu Biscardi). Il gioco sarà dissezionato

in una lunga, continua autopsia e avremo molti

spazi per seguire i consigli per gli acquisti: ad esempio,

l’intervallo tra un tempo e l’altro durerà venti

minuti, cinque più di adesso, e ci saranno quattro

“time out” a partita, due per tempo, due per ogni allenatore.

In apparenza serviranno ad aggiornare le

indicazioni tattiche, nella sostanza saranno solo

contenitori di spot pubblicitari.

Le due esigenze, cioè una più vasta commerciabilità

del prodotto e una maggiore certezza tecnica

che riduca l’errore umano, procederanno insieme

su un terreno minato. Oggi, le pupille degli arbitri

in campo sono otto: arbitro, due assistenti e il quarto

uomo. Diventeranno quattordici: arbitro capo,

due arbitri d’area, due assistenti, quarto uomo e

quinto uomo addetto alla moviola e ai contatti con

gli altri sei.

Tre direttori di gara in campo è l’ultima idea dell’International

Board, ovvero l’organo della Fifa (la

federazione del calcio mondiale) che vigila sulle diciassette

sacre regole del pallone e che — unico ente

supremo — può modificarle. Va detto che in oltre

cent’anni è accaduto rarissimamente, essendo

il football uno degli sport più conservatori, o forse

essendo nato nella seconda metà dell’Ottocento

già quasi perfetto: se piace così com’è in tutto il

mondo, e da sempre, una ragione ci sarà.

Gol fantasma, vittorie o sconfitte sul filo del fuorigioco, arbitri

in sudditanza psicologica... Le polemiche sono sempre più aspre

e il calcio punta a introdurre nuove norme per diventare più esatto,

tecnologico e “vendibile”. Ecco come, selezionando le proposte

sul tappeto, potrebbe essere disputata una partita del futuro

Se cambiano le regole del gioco

Anche se poi, dall’epoca dei padri fondatori inglesi

(26 ottobre 1863, Taverna dei Framassoni,

Great Queen Street, Londra) fino ai giorni controversi

di Collina e Rizzoli, le tavole della legge sono

cambiate proprio poco. Da quel primo regolamento

ufficiale della Football Association, ecco arrivare

in seguito il fuorigioco (1867), arbitro, rigore e reti

nelle porte (1891), calcio di punizione (1895), area

di rigore (1901), regola del vantaggio (1903). Da allora,

la novità più rilevante è stata la sostituzione

dei giocatori infortunati, datata 1968. Poi, a parte il

divieto per il portiere all’uso delle mani su retropassaggio

(1992) e i tre punti per la vittoria (1994,

questa sì una svolta epocale), il calcio ha saputo innovarsi

(oddio) scrivendo i cognomi sulle magliette

e distribuendo agli atleti numeri fissi, talvolta simili

a quelli degli autobus (1995). Totalmente naufragati,

invece, “golden gol” (o “morte istantanea”,

1996: la partita viene vinta dalla prima squadra che

segna nei supplementari) e il suo ancor più sfortunato

gemello “silver gol” (chi segna nel primo tempo

supplementare vince, se poi la frazione si chiude

senza altre reti).

Comunque sia, i due arbitri d’area verranno collaudati

già nella prossima Coppa Italia (la quale

ospitò, anni fa, un non memorabile doppio arbitro

in campo). Nel calcio di dopodomani avremo quasi

certamente il cartellino arancione, via di mezzo

tra ammonizione ed espulsione. E gli allenatori potranno

sostituire un quarto giocatore, ma solo durante

i supplementari. Come dice Zoff, aumenterà

la confusione. Come dice Blatter, il gran capo del

calcio, ci sarà più spettacolo, bisogna solo capire a

quale prezzo.

Proprio il celeberrimo colonnello dell’esercito

svizzero, una specie di dittatore senza veri avversari

(caratteristica dei poteri forti del calcio, non solo

all’estero), da anni cerca di introdurre norme più ludiche,

a volte un po’ carnevalesche, perché il prodotto

più piace e più si vende, più annoia e meno si

guarda. Dunque, la sua famosa (e famigerata) proposta

di allargare le porte, fin qui respinta al mittente,

avrà buone probabilità di essere accolta. Oggi

sono larghe 7 metri e 32 per 2 metri e 44: potrebbero

estendersi a 7 metri e 50 e alzarsi a 2 metri e

mezzo, per la gioia dei portieri. I quali, nell’ormai

lontano 1992 sono stati i protagonisti dell’ultimo

cambiamento regolamentare di un certo peso,

quando venne loro proibito di prendere con le mani

i passaggi all’indietro (intenzionali) da parte dei

compagni.

Poi, è chiaro che le novità più importanti riguarderanno

le due situazioni che da sempre fanno più

Moviole in campo e alla tv:

i novanta minuti saranno

dissezionati in una lunga,

continua autopsia

E con super-intervallo

e time out avremo più spot

discutere, cioè rigori e gol fantasma. Per i falli in

area, i due arbitri supplementari dovrebbero bastare,

tenendo conto che la moviola in campo farà il resto:

verrà azionata da tecnici e supervisionata dal

quinto uomo, in collegamento via radio con i colleghi.

Sarà lui a rivedere in tempo reale le azioni contestate

(e in tv passeranno nel frattempo altri spot

supplementari) per poi comunicare il verdetto all’arbitro

capo, cui comunque spetterà la parola definitiva.

Un giorno potrebbero abolire il fuorigioco

e magari il pareggio attraverso i rigori a oltranza, oppure

quell’americanata degli “shoot out”, i rigori in

Repubblica Nazionale


DOMENICA 8 MARZO 2009

corsa provati senza esito in qualche dimenticabile

torneo estivo. E che dire del “corner corto”, già testato

invano a livello giovanile? Oppure delle rimesse

laterali con i piedi? Torneranno di moda?

Sarà totalmente elettronica la soluzione degli

scabrosi casi da linea bianca: il pallone l’ha superata

oppure no? Era gol o non lo era? Il perimetro di

porta ospiterà i sensori, e il pallone conterrà un dispositivo

che sarà “letto” da questi, dunque senza

margini d’errore (in teoria, perché poche cose sono

fallibili e capricciose come la tecnologia). Il

principale sponsor tecnico planetario, che produ-

ce anche palloni, ha già messo a punto un sistema

che non è entrato in produzione a causa dei costi:

infatti, il regolamento del calcio prevede una necessaria

uniformità a livello mondiale, e tutti devono

poter sostenere le spese di eventuali innovazioni.

Se oggi l’Uefa, guidata da Michel Platini,

spinge per una maggiore democrazia e una più

equa distribuzione delle risorse, domani la ragion

di stato potrebbe ridurre il numero delle federazioni,

lasciando in vita soltanto le più ricche: e queste

si compreranno tutti i giocattoli che vogliono.

Forse, per giocarci da sole.

LA DOMENICA DI REPUBBLICA 31

Corner-tre-rigore, portiere volante

i miracoli del football fai da te

GABRIELE ROMAGNOLI

Ci deve aver giocato perfino Blatter, se mai è stato bambino, cicciottello ma felice. È accaduto

in tutte le parti del mondo, bastava ci fosse un prato, o una spiaggia, anche il cemento

di un parcheggio andava bene. Non era una partita, erano tante in contemporanea, altroché

diretta gol, con rettangoli di gioco senza lati, perpendicolari e paralleli, palloni che volavano

da uno all’altro e venivano rispediti con irritata cortesia. C’erano regole internazionali mai

scritte né codificate, è un mistero come si siano tramandate. Se ne applicavano, quante? Un tot.

L’universo era una forma imprecisa, la vita un pressoché, il gioco una cosa serissima.

Se da qualche parte quel calcio fai da te si gioca ancora, è così che accade: come viene. Per prima

cosa si delimitano le porte. Per pali si usano due sacche. Poi si contano i passi dall’una all’altra.

Le possibilità che la distanza sia la stessa eguagliano quelle di dimostrare il quinto postulato

di Euclide. Quando, inevitabilmente, a un certo punto della partita un tiro supererà il portiere e

quello griderà «Palo!» o, ancora meglio «Traversa!» Borges sorriderà tra le nuvole: «E dicevano che

io avevo fantasia». La seconda operazione si chiama “fare le parti”. I due capitani (rigorosamente

privi di fascia) si trovano al centro «bim bum bam» e chi ha vinto a pari o dispari sceglie per primo

chi vuole in squadra tra i presenti. Poi l’altro ne sceglie due, per compensare. E avanti a due

alla volta fino all’ultimo, lo sciagurato Egidio, il figlio di Loria, l’uomo che incontrate in ascensore,

quello che saluta guardando il pavimento, scende un piano sotto di voi, dove ha studio l’analista.

Ancora una cosa prima di cominciare: si fissano le regole accettate. Poiché non c’è arbitro,

le consolida un patto d’onore tra i giocatori. Non è mai stato chiarito come siano nate queste varianti

al calcio ufficiale, occorre pensare a un legislatore fantasma supremo, una variante infantile

della Grundnorm, la norma fondamentale che il filosofo del diritto Hans Kelsen poneva, presupposta

e non definita, in cima allo Stufenbau, l’ordinamento giuridico. Oppure bisogna chiedersi

dove fosse cent’anni fa, quando la palla cominciò a rotolare, il nonno di Moggi. E comunque:

corner-tre-rigore era (forse è) una delle più diffuse variazioni sul tema del regolamento calcistico.

Induceva i difensori a rinviare in avanti, i portieri a cercare disperatamente di trattenere.

Ogni calcio d’angolo concesso avvicinava la maledizione. Che fosse ineluttabile risultava

dalla secchezza della formula, concepita come la strofa di una “conta”: corner-tre-rigore e non

c’è moviola che tenga. Un’estrema concessione del capitano in superiorità numerica o con la

squadra decisamente più forte dopo aver fatto le parti era: «Voi, portiere volante». Il portiere volante

è già a nominarsi una figurina uscita dall’album FantaPanini, all’incrocio tra Battara e Batman.

È l’eccezione viaggiante, l’eresia che si fa prassi: può abbandonare la porta, avanzare, segnare,

come vuole, quando può. Se la partita si svolge (va) in un campo delimitato lateralmente

da qualche muro occorre (va) un’ultima decisione: vale sponda? Ossia, quando la palla tocca la

parete è fuori o resta in gioco e questo schema diventa un succedaneo della triangolazione?

Triangolazione? Fluidificazione? Ripartenza? In quelle partite saltavano, come le regole, gli

schemi e ciascuno si trasformava, nel suo piccolo va da sé, in una specie di versione giovanile

del Dino Sani (centrocampista brasileiro, non chansonnier petroniano, attenzione) rievocato

da Edmondo Berselli nel Più mancino dei tiri, uno che «vede il calcio come un orizzonte di misconosciuta

razionalità, capace di trasformare mentalmente triangoli scaleni in equilateri, linee

divergenti in parallele, il principio di determinazione in calcolabilità assoluta». Quale è il

risultato? Gol. O, più semplicemente e clamorosamente: divertimento. E quando è che finiscono

le partite? Non mai, spiacenti, ma quasi: quando fa buio.

Repubblica Nazionale


DOMENICA 8 MARZO 2009

i protagonisti

Apripista

MELBOURNE

Dopo cinquant’anni di

Australian Open, ho la

fortuna di essermi creato

una piccola cerchia di

amici, a Melbourne. Tra loro primeggia

George, che condivide la mia passione

per le ricerche rinascimentali sul tennis,

ed è un inesausto collezionista di testi e

memorabilia.

L’amico si è spostato di recente in una

villa vittoriana all’angolo di Fitzroy Gardens

e me ne ha offerto, simbolicamente,

le chiavi. All’interno della sua casa

George conserva e accresce una notevole

collezione di pitture aborigene, che

non posso fare a meno di ammirare, dal

giorno in cui un altro amico, titolare di

una galleria d’arte, ha tentato di spiegarmene

il significato.

Per gli aborigeni, la pittura è più che diversa

dalla nostra rappresentazione di

fatti, dapprima correlati alla religione, in

seguito a umane vicende, a paesaggi, infine

pura astrazione. Per gli antichi abitanti

dell’Australia dipingere significa ritrovarsi

all’interno del Dream Time,

dentro la consapevolezza della creazione

del mondo, della legge dell’esistenza,

che tutti sono obbligati ad osservare.

Creature semidivine

Il Dream Time è il Tempo degli Antenati,

creature semidivine che emersero dal

suolo durante la Creazione, e nelle loro

peregrinazioni suscitarono le montagne,

i fiumi, le piante; gli uomini, gli animali,

dai canguri alle formiche, dall’opossum

al dugongo.

Nel dipingere, dapprima su cortecce

lisciate, con pigmenti d’ocra gialla, argilla

bianca, o carbone, in seguito con i colori

e le tele offertegli dai bianchi, gli aborigeni

rappresentano quel che noi chiamiamo

weltanschauung.

La galleria dei dipinti non ha certo segreti

per George. Ma, nell’assuefarmi, almeno

un poco, ai segni e ai simboli, non

potevo evitar di notare un quadro diverso

dagli altri, un dipinto in parte figurativo,

se una piccola radura racchiusa da

una cerchia di eucalipti veniva attraversata

da un canguro volante. Nel notare la

mia curiosità, George sorrise, per affermare:

«È Namatjira». E, alla mia sorpresa,

prese a raccontarmi la storia che mi

provo a riassumere.

Namatjira venne battezzato Albert

dal prete luterano di un luogo a sua volta

ribattezzato Hermannsburg, a cinque

ore d’auto da Alice Springs. Era il 1902 e,

dopo il genocidio del secolo seguente

Albert Namatjira è stato il primo “abos” a mescolare l’iconografia

del Tempo degli Antenati con l’arte occidentale, e per questa via

il primo a entrare nel “Who’s Who” degli australiani celebri

La sua vita, in altalena tra i successi decretati dai benpensanti

e le persecuzioni dei razzisti, è un esempio di integrazione mancata

Il pittore aborigeno

che fece volare i canguri

agli sbarchi dei primi bianchi, le autorità

avevano intrapreso un tentativo di conversione

di massa degli abos, come venivano

definiti i precedenti proprietari di

quelle terre. Gruppi di nomadi, spesso

incapaci di comunicare tra loro per le

enormi distanze e i duecento dialetti a

volte incomprensibili.

Tra i suoi coetanei della tribù degli

Aranda, Albert si distinse subito, per la

capacità di apprendere l’inglese, e per la

nativa intelligenza. Seguì tutti gli insegnamenti

dei missionari con facilità, ma

d’improvviso, a tredici anni, scomparve.

Era il tempo dell’iniziazione virile, che si

svolge segreta, a volte cruenta, lontano

da occhi indiscreti, nel bush o in qualche

caverna graffita da migliaia d’anni.

Ritornato a Hermannsburg, Albert

venne a trovarsi in difficoltà per le leggi

tribali, che impedivano il suo matrimonio

con Rubina a causa di un tessuto genetico

vietato. Fu così costretto a fuggirsene

con l’amata, a vivere da mandriano

dei bianchi in un luogo remoto, sinché il

divieto tribale venne tolto, e i due furono

riammessi a Hermannsburg.

Al di fuori di un continuo lavoro con le

mandrie, Albert iniziò a dimostrare un

talento creativo che si manifestava nella

decorazione di boomerang e di tavolette

ovali tratte dall’acacia. Un poliziotto

che sorvegliava l’area, MacKinnon,

trovò quei lavori di suo gusto e, nella vivissima

sorpresa generale, ne acquistò

ben dodici, offrendo l’inattesa somma di

cinque scellini. Fu l’avvio di una carriera

che apparve praticabile quando la visita

di un pittore, Max Batterbee, fece sì che

a Namatjira venisse offerta una scatola

di acquarelli, e suggeriti i primi rudimenti

per utilizzarli: con risultati sorprendentemente

positivi.

Per quello che era uno svago, Albert

aveva poco tempo. Con sei figli a carico,

si alzava all’alba per il suo lavoro di mandriano,

sellaio, tuttofare. Sinché un nuovo

pastore, padre Albrecht, prese con sé

GIANNI CLERICI

dieci acquarelli per mostrarli a Melbourne,

e addirittura organizzare una esposizione.

Il successo, e la sorpresa, sollecitarono

la visita della moglie del Governatore

del Victoria, Lady Huntingfield,

che si spinse sino a Hermannsburg per

incontrare Albert.

Cifre astronomiche

Era, nel frattempo, iniziata la Seconda

guerra mondiale, e ad Hermannsburg

venne inviato, quale controllore della

comunità germanica, il primo estimatore

di Albert, Rex Batterbee. Quattro anni

più tardi, nel 1944, Batterbee fu in grado

di organizzare a Melbourne la prima

mostra personale del suo pupillo, che

vendette tutti i trentotto dipinti a prezzi

tra le dieci e le trentacinque ghinee. Cifre

astronomiche per un aborigeno. Il quale,

insieme al successo, ricevette critiche

crudeli, per aver, secondo alcuni, abbandonato

i nativi canoni teosofici in favore

di «una versione approssimativa

della pittura occidentale, con risvolti di

qualche interesse topografico e assolutamente

banale».

Quando il professor Elkin, l’antropologo

di maggior fama, volle inaugurare

una nuova esposizione a Sydney, Namatjira

divenne una personalità, certo

discussa, ma addirittura in grado di figurare,

primo tra gli aborigeni, nel Who’s

Who degli australiani celebri. Insieme al

successo, che gli valse tra l’altro l’abbandono

della baracca per una casetta in

muratura, giunsero difficoltà, sotto forma

di tasse, e dell’obbligo tribale di dividere

i guadagni con una cinquantina di

parenti, secondo una tradizione che

considerava la proprietà bene comune.

Nel bel mezzo di queste difficoltà, il

tour della Regina Elisabetta giunse ad offrire

a Namatjira un onore sin lì negato ai

suoi corazziali. Vestito a nuovo e imbarcato

su un aereo per Darwin, il pittore fu

ricevuto e congratulato dalla Regina e

dal Duca di Edimburgo, e gli fu offerto il

certificato di cittadinanza australiana.

Ragioni in apparenza burocratiche

fecero sì che diritti eguali a quelli dei

bianchi lo raggiungessero solo tre anni

dopo. Nell’istante stesso in cui veniva

pubblicato un elenco di 15.711 aborigeni

che, da una condizione di semi-schiavitù,

venivano ammessi alla “tutela”:

con limitati diritti di spostamento all’interno

della riserva, e divieto assoluto di

acquistare alcolici. Ma la riqualificazione

non sembrò giovargli. Dopo un dissenso

con il suo agente, la richiesta di

quadri diminuì. Non meglio andava la

salute, e Albert si vide costretto al ricovero

per una angina. E, dopo essere stata

maltrattata, la moglie Rubina lo abbandonò,

affermando: «Lui Albert cambiato

adesso. Lui spesso irritato e triste».

Il direttore regionale del Welfare si

chiese pubblicamente se non fosse il caso

di revocargli la cittadinanza. Il suo caso

fu discusso, e i razzisti trovarono modo

di servirsene a dimostrazione della

incapacità degli aborigeni ad adeguarsi

FOTO CORBIS

LA DOMENICA DI REPUBBLICA 33

L’ARTISTA

A sinistra,

un paesaggio

australiano dipinto

da Albert Namatjira;

sopra e in basso,

due fotografie

che ritraggono l’artista

a costumi civili. La situazione si aggravò

quando, in seguito ad una rissa di ubriachi,

e alla morte di due di loro, Albert

venne chiamato a testimoniare, e dovette

difendersi dall’accusa di aver offerto

alcool ai colpevoli.

Intanto, da un viaggio in taxi, era nato

un nuovo caso, e Albert veniva accusato

di aver passato una bottiglia di rum all’autista

aborigeno, tale Henoch Raberaba.

Namatjira non riuscì ad evitare una

condanna a sei mesi, con l’obbligo di lavoro

forzato.

Colori violenti

Mentre si attendeva il risultato dell’appello

alla Suprema Corte, le ricadute

pubblicitarie della vicenda furono

enormi. Pandit Nehru giunse a parlare

di razzismo, mentre, dall’altro lato, il direttore

della Galleria di Stato del Victoria

rifiutava l’esposizione di un quadro,

adducendone «l’insufficiente livello artistico».

Al limite della resistenza, Namatjira

dichiarò: «Non ne posso più.

Quel che desidero è tirarmi una fucilata.

Perché non ci ammazzano tutti? In

realtà, è quello che vogliono».

Mentre la Regina evitava di essere

messa al corrente, la segregazione del

poveraccio finì grazie ad un ricovero per

una crisi di cuore, che ebbe almeno il risultato

di far ritornare presso di lui la moglie,

e di consentire un trasferimento

nell’ospedaletto di Hermannsburg.

Durante il periodo di convalescenza,

Albert riprese a dipingere. Iniziava un

quadro per subito lasciarlo, e rimanere

immobile, in uno stato di sonnolenza, lo

sguardo lontano: i colori dei suoi dipinti

si distinguono da tutti i precedenti per

intensità, quasi per violenza. Quel suo

povero stato vegetativo ebbe a cessare in

seguito all’ultima crisi cardiaca.

Non cessarono le polemiche, e si volle

negargli la sepoltura ad Alice Springs

perché si trovava fuori dai confini degli

Aranda. Uno dei migliori giornalisti australiani

riassunse, sul Sun di Melbourne:

«La deprecabile verità è che bisognerebbe

far davvero qualcosa in favore degli

aborigeni, ma solo cittadini eccezionali

se ne occupano. Siamo tutti responsabili,

ma se un critico obiettivo dicesse

che non ce ne importa nulla, avremmo

serie difficoltà nel contraddirlo».

Par giusto ricordare, a conclusione,

che le scuse ufficiali ad un popolo derubato

delle sue terre e in condizioni di semischiavitù

ci sono state soltanto il 12

febbraio 2008, grazie al Primo Ministro

Kevin Rudd. Forse anche Namatjira

avrebbe apprezzato.

Repubblica Nazionale


34 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 8 MARZO 2009

CULTURA*

Tra Settecento e Ottocento questo prussiano anomalo

attraversò le foreste e scalò le montagne dell’America

latina, tracciando mappe, catalogando fiori,

decifrando i misteri delle civiltà sepolte. Un prototipo degli eroi di Salgari e Verne

ora riscoperto, a centocinquanta anni dalla morte, in un libro pubblicato da Prestel

Il genio di Von Humboldt

LUCA VILLORESI

Von Humboldt? Alexander

Von Humboldt? La

domanda potrebbe

stroncare il concorrente

di ogni telequiz. Un vuoto

di memoria (collettivo),

che appare tanto più singolare se si

considera che pure chi quel nome lo ricorda

finisce spesso per calarlo nei

panni di un avventuroso esploratore.

L’immagine certamente

si addice al personaggio,

autore di un famoso

viaggio attraverso

il Sud America, dal

Rio delle Amazzoni

alle Ande; ma, contemporaneamente,

la definizione suona

fin troppo limitativa

per un uomo che,

mentre fissava i meridiani

e i paralleli

delle nuove carte

geografiche, rileggeva

le leggi del magnetismo

terrestre, decifrava

i misteri dei calendari atzechi,

identificava centinaia

di piante sconosciute, pe-

netrava i misteri dei vulcani...

Botanico, geologo, astronomo,

antropologo... senza dimenticare

il brillante conversatore,

il fine diplomatico, il divulgatore...

e l’uomo che non

aveva paura di schierarsi, ora

contro la schiavitù, ora al fian-

RITRATTO

Von Humboldt

in un ritratto

che lo raffigura

in età più matura

co delle barricate del ‘48. Un genio. E un

genio di successo perché, oltre a essere

riconosciuto come una massima autorità

scientifica da tutte le accademie del

mondo, Von Humboldt è stato anche

uno dei grandi miti popolari dell’Ottocento.

Letame o diamanti, non faceva molta

differenza. Perché la prima dote di Von

Humboldt — un tratto che lo accomuna

alla mente di Leonardo — era la sua capacità

di leggere la natura: un eccezionale

colpo d’occhio sul

particolare, associato a

una grande visione d’insieme.

Von Humboldt

era capace di andare

a scoprire (contro

ogni previsione)

una miniera di diamanti

in fondo alla

Siberia con la stessa

semplicità con la

quale, in Sud America,

trovandosi a

passare davanti a

una grande colonia

di uccelli marini, aveva

analizzato le proprietà

fertilizzanti di

quei giacimenti di guano,

intuendone il futuro economico.

Se in Germania e in Fran-

cia Von Humboldt siede ancora

al suo posto d’onore, tra Kant e

Goethe, in Italia sembra non

avere più la memoria che si merita.

La ricorrenza dei 150 anni

dalla morte diventa così un’occasione

per rispolverare una

biografia davvero fuori dal comune.

Una storia che inizia nel 1769, in un castello

prussiano. Da una famiglia che,

accanto ad Alexander, annovera tra i

suoi geni anche il fratello, Wilhelm, filosofo,

diplomatico, pioniere della linguistica.

Alexander è, ovviamente, precoce.

Gira le università tedesche. Studia

di tutto: fisica, chimica, finanza, storia,

medicina, matematica, botanica.

Nel 1792 Von Humboldt comincia a

lavorare nella società mineraria statale

prussiana. L’esperienza è breve; ma già

delinea le capacità di quell’ingegnere

che migliora le attrezzature di soccorso,

inventa una nuova lampada, si batte

per far ottenere una pensione agli operai.

Gli offrono anche una carriera diplomatica.

Ma la Prussia ad Alexander

Von Humboldt va stretta. Lui è un uomo

del suo tempo. E il suo è un tempo mutevole.

Sono gli anni — illuminati, ro-

SEIT 1707

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in Europa centrale apre aRoma

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mantici, scientifici, avventurosi — che

chiudono il Settecento e aprono le porte

dell’Ottocento. Da una parte i viaggi

di Cook e Bougainville, dall’altra quello

del Beagle di Darwin. Da una parte Linneo

che esplora la Lapponia e mette a

punto la sua nomenclatura, dall’altra il

Jardin royal des plantes di Parigi e i Giardini

reali di Kew. Von Humboldt è lì in

mezzo, come uno spartiacque. Un geografo,

in un tempo dove la geografia è

ancora una materia da scrivere e da riscrivere.

La fine delle guerre napoleoniche

ha liberato e spinto le flotte verso

nuovi orizzonti: Oceania, Africa, il passaggio

a Nord Ovest... esplorazioni, colonie,

traffici. Le piante del Nuovo mondo

non sono più solo una curiosità per i

giardini dei nobili, ma assumono impreviste

valenze commerciali.

Von Humboldt, in compagnia del

medico e botanico francese Aimé Bonpland,

si imbarca per il Sud America nel

1799. È l’inizio di un’esplorazione che,

nell’arco di cinque anni, lo porterà a coprire

9.650 chilometri. Cuba, Venezuela,

Perù, Colombia, Ecuador, Messico.

Risale il Rio delle Amazzoni e l’Orinoco.

Scala le Ande. E una sua ascensione a

quota 5.600 metri, oltre a portare alla

prima descrizione del mal di montagna,

resterà per trent’anni il record d’altitudine

dell’alpinismo europeo. Mangia

tuberi e formiche. Raccoglie una

quantità incredibile di osservazioni:

zoologia, astronomia, vulcanologia.

Per restare alla botanica: Von Humboldt

e Bonpland classificano sessantamila

piante, scoprendone 6.300 fino

allora sconosciute. Intanto scrive con-

Repubblica Nazionale


DOMENICA 8 MARZO 2009

tro la schiavitù, lamenta le condizioni di

vita delle donne, denuncia lo sfruttamento

delle miniere d’argento. Quando

rientra sul vecchio continente, nel 1804,

è già un mito. E fama maggiore (i contemporanei

ritenevano che, dopo Napoleone,

fosse lui l’uomo più conosciuto

in Europa) gli verrà dalla pubblicazione

del resoconto delle sue esplorazioni:

Viaggio nelle regioni equinoziali del

Nuovo mondo, un’opera in 34 volumi

che vedrà la luce in Francia tra il 1807 e il

1833. Von Humboldt si stabilisce a Parigi.

È un’anticipazione degli eroi di Salgari

e Verne. Ma è anche un’autorità accademica.

Un grande divulgatore (uno

scienziato, sosteneva, deve essere un

po’ artista e trasmettere le sue conoscenze),

preso a modello da quel filone

scientifico letterario che all’epoca riscuote

una grande fortuna con le biblioteche

universali e le riviste stile Annales

des voyages. È anche un brillante conversatore:

«Una fontana dai molti zampilli»,

racconterà Goethe, «sotto i quali

basta porre dei recipienti perché essi

siano riempiti da un fiotto rinfrescante

e inesauribile». Von Humboldt si ferma

a Parigi per vent’anni. Di giorno scrive,

studia, sperimenta. Di notte domina i

salotti. Federico Guglielmo II, però, lo richiama

a Berlino. Vuole utilizzarlo come

ambasciatore. Von Humboldt ha

sessant’anni. Ma quando lo zar si offre di

finanziargli un viaggio ai confini orientali

della Russia per la ricerca di giacimenti

minerari parte in quattro e quattr’otto

per un viaggio di quindicimila

chilometri che lo porterà fino all’estremo

della Siberia e ai confini con la Cina.

BOTANICO

Il ritratto

di Alexander

Von Humboldt

dipinto da Joseph

Stieler nel 1843;

a sinistra

e a destra,

alcune tavole

botaniche

realizzate

dal grande

viaggiatore

tratte dal libro

Alexander

Von Humboldt

and the botanical

exploration

of the Americas

edizioni Prestel

L’esploratore annoterà di aver sostato

in 12.244 stazioni di posta; senza aggiungere

troppi particolari perché lo

zar, per concedergli i fondi, gli ha posto

una condizione precisa: non commentare

la situazione del paese.

Von Humboldt non ha paura di

schierarsi. Ed è nemico dei pregiudizi.

Si dice sia omosessuale. E gli vengono

accreditate diverse relazioni, da quelle

giovanili, fino a quelle dell’età matura.

Molto chiacchierata quella con il fisico

Gay-Lussac; assieme al quale, peraltro,

scoprirà quelle due parti di idrogeno e

una di ossigeno che danno vita alla

combinazione dell’acqua. Infine, c’è

anche il profeta dell’ecologia. Perché il

suo approccio alla natura — vista come

una realtà unitaria che chiude cielo, flora,

animali, uomini in un concatenarsi

di cause ed effetti — anticipa molte tesi

moderne, traducendole in precise previsioni.

Vede gli spagnoli che disboscano

i fianchi delle colline nel basso Perù

e prevede ciò che aveva già previsto per

la Lombardia: frane, fonti che si seccano,

alluvioni. «Abbattendo gli alberi che

ricoprono la cima e il fianco dei monti

gli uomini, in tutte le regioni del globo,

in ogni situazione climatica, preparano

calamità per le generazioni del futuro».

Muore a Berlino, nel 1859. Sta finendo

di scrivere il quinto ed ultimo volume

di Kosmos, un «progetto di descrizione

fisica del mondo» che l’ha occupato

per venticinque anni e resta, forse,

l’opera scientifica più ambiziosa del secolo.

Ha novant’anni. E se ne va serenamente

perché in fondo, dice, «la vita è

una gran noia».

LA DOMENICA DI REPUBBLICA 35

Una collezione di sessantamila piante

risalendo Amazzoni e Orinoco

AMBRA SOMASCHINI

Ogni esemplare veniva seccato, pressato tra due fogli di carta e conservato in un

flacone di formalina con il nome, la data e l’ora in cui era stato raccolto. Passiflora,

mimose, dalie, lobelie, rose, acacie, fiori di senna, di cactus, di iperico, come

ibernati. Sono soltanto alcune delle specie botaniche scoperte alla fine del Settecento

tra Cuba, Messico e Ande settentrionali. Sono soltanto un tassello di quel patchwork

di fitogeografia costruito con centocinquanta illustrazioni e materiale inedito

da Hans Walter Lack — direttore dell’Orto Botanico e professore alla Free University

di Berlino — in Alexander Von Humboldt and the botanical exploration of the Americas(Prestel,

288 pagine, 148 euro, 185 dollari), da fine aprile nelle librerie tedesche e da

giugno in quelle anglosassoni, per celebrare il 6 maggio prossimo il centocinquantesimo

anniversario della morte del botanico berlinese.

Lack ha raccolto materiale per sei anni in tutta Europa. Inediti, manoscritti, disegni

e acquerelli recuperati tra il Fitzwilliam Museum di Cambridge, la University Library,

i Tropical and Botanical Gardens di Francoforte. Una ricerca che mette in luce il viaggio

di Von Humboldt in America latina fatto tra il 1799 e il 1804 a piedi, a cavallo, in canoa,

tra Colombia, Venezuela, Ecuador, Perù, Cuba e Messico. L’autore ha analizzato,

estratto e riprodotto i disegni di piante e fiori da lettere, taccuini e quaderni, ma non si

è fermato alla spedizione in Sud America. Ha raccontato per la prima volta come le ricerche

sul campo siano state successivamente pubblicate — in mezzo a mille difficoltà

— a Parigi da Aimé Bonpland e tra Parigi e Berlino da Karl Sigismund Kunth.

Von Humboldt era un botanico ma soprattutto un esploratore. Organizzava viaggi,

scriveva diari e immaginava itinerari tra giungle e foreste, scalava montagne e seguiva

i percorsi dei fiumi dal mare alle sorgenti. Secondo molti la sua è stata la “scoperta

scientifica” dell’America. Mentre l’attraversava, aveva fissato meridiani e paralleli,

redatto mappe, studiato sessantamila piante. Per fare più misurazioni possibili

si era portato dietro telescopi, sestanti, quadranti, cronometri e barometri. E la

spedizione per i pionieri dell’epoca era subito diventata un modello da imitare.

Repubblica Nazionale


36 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 8 MARZO 2009

SPETTACOLI

Cosa si intende per “Regola Eastwood”?

E perché Groucho non è solo il nome del più

noto dei fratelli Marx, ma anche un movimento

della macchina da presa? Un libro appena

uscito in America svela il linguaggio nascosto

parlato da Hollywood tra un ciac e l’altro

parole

Le

Cinema

del

Lo slang segreto

sussurrato sul set

ANTONIO MONDA

NEW YORK

Quando venne chiamato a interpretare il protagonista del

Texano dagli occhi di ghiaccio, Clint Eastwood accettò con

entusiasmo: aveva apprezzato enormemente la sceneggiatura

di Philip Kaufman, al quale era stata affidata anche la regia.

Ma ci mise meno di una settimana per capire che con lui non sarebbe

mai andato d’accordo e che, per dirla con il termine diffuso in seguito

dai publicist, si erano immediatamente create «insanabili divergenze

creative». Con il potere attribuitogli dal suo status di star, chiese ed ottenne

che Kaufman venisse licenziato, assunse in prima persona la regia

del film e finì per firmarlo. Una cosa simile avvenne qualche anno dopo

con Corda tesa, ma in questo caso il regista Richard Tuggle riuscì a mantenere

almeno il nome nei titoli, sebbene fosse stato fatto licenziare da

Eastwood dopo pochi giorni. Si trattò di una vittoria di Pirro, e forse non

è un caso che in seguito Tuggle sia riuscito a dirigere soltanto un altro film.

In seguito a questi episodi, il Directors Guild (il sindacato dei registi)

ha sanzionato il divieto per un attore di far licenziare e sostituire il proprio

regista, ma la regola continua a essere aggirata, grazie alla complicità

di produttori che hanno ben chiara la scala del potere su un set hollywoodiano.

La “Eastwood Rule” è uno dei tanti termini dello slang cinematografico

elencati da Tony Bill in un delizioso libro intitolato Movie

Speak, con il quale l’autore propone un vero e proprio dizionario del

cinema, intervallandolo ad aneddoti e considerazioni sull’industria

dello spettacolo. Bill, che ha prodotto La Stangata, ha un approccio a

metà tra il disincanto e l’affetto nei confronti del proprio ambiente, e usa

il linguaggio veloce del set e delle trattative tra talents(gli attori, dei quali

spiega che non è necessario che abbiano realmente talento) e percenters

(i manager, gli agenti e tutti coloro che sono pagati a percentuale).

Queste alcune delle voci maggiormente significative.

NATIONAL GEOGRAPHIC VIDEO

IL MISTERO DEGLI

SQUALI MARTELLO

Circa 20 milioni di anni

fa apparve una nuova

specie: lo squalo martello.

Come ha potuto evolversi

questo strano animale

marino e, soprattutto,

come è riuscito ad arrivare

fino ai giorni nostri?

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EASTWOOD

DORIS

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GROUCHO

MARX

HORACE

MCMAHON

PRODUTTORE

A Hollywood esiste una differenza

fondamentale tra produttore, produttore

esecutivo e produttore associato.

Il primo è quello che detiene

il vero potere e ha il diritto di ritirare

l’Oscar in caso di vittoria. Il secondo

è identificato come “i soldi” e

spesso viene defraudato del fatto di

aver reso possibile il film. Il terzo

rappresenta un titolo che è poco più

che un contentino per professionisti

che spesso hanno svolto un ruolo

determinante. In Hollywood, Vermont

David Mamet spiega che «il

credit di produttore associato è

quello che dai alla tua segretaria invece

di aumentarle lo stipendio».

DORIS DAY PARKING

È il parcheggio migliore dello studio

cinematografico, riservato storicamente

per contratto all’automobile

della diva.

GROUCHO

La posizione assunta da un interprete

che si abbassa per aiutare il cameraman

nell’inquadratura. La definizione

nasce dall’inconfondibile

modo di camminare di Groucho

Marx.

HORACE MCMAHON

Definizione opposta al “Groucho” È

il termine che indica il movimento

improvviso con cui un interprete

esce improvvisamente dal campo.

Per questo modo di fare il caratterista

Horace McMahon era detestato

dagli operatori hollywoodiani.

SEAGULL/GABBIANO

Uno stacco inutile e fintamente poetico,

girato da registi a corto di idee

con l’illusione di nobilitare la scena.

Tipiche le inquadrature degli uccelli

che hanno dato il nome al lemma.

FIFTY-FIFTY

La tecnica di ripresa che equilibra

un’inquadratura con due personaggi

che dialogano, valorizzando il profilo

migliore degli interpreti in questione

e rispettando nello stesso

tempo il rispettivo star power. Nel

caso di attori di grandissima importanza

l’equilibrio è mantenuto contando

i secondi e i centimetri di presenza

sullo schermo. Tony Bill raccomanda

di non chiedere mai a Barbra

Streisand di recitare sul lato sinistro.

TELEVISIONE

Paddy Chayefsky, il grande sceneggiatore

di Marty e Quinto Potere, la

definiva «democrazia al livello più

basso», mentre Billy Wilder la elogiava

con questa motivazione: «Da

quando è stata inventata anche noi

uomini di cinema abbiamo qualcosa

da guardare dall’alto in basso».

Tony Bill si limita a scrivere a caratteri

cubitali di NON DIMENTICARE

MAI che il suo unico fine è quello di

raccogliere il pubblico più numeroso

possibile di fronte ad una pubblicità.

Oggi alcuni canali televisivi producono

serie degne dei migliori film

hollywoodiani, ma non è un caso che

lo slang della Hbo sia: «It’s not tv, it’s

Hbo».

GREEK/GRECO

L’ordine dato al trovarobe di rendere

incomprensibile una scritta oscena.

“To greek it/Rendere greco qualcosa”

significa ad esempio trasformare

la scritta sul muro “fuck” in

“buck”, e prende origine da un’ammissione

di ignoranza: «Non capisco

cosa significhi: per me è greco».

REMBRANDT

Il nome con cui viene chiamato il pittore

di scena.

Repubblica Nazionale


DOMENICA 8 MARZO 2009

“SIAMO NELL’ORO”

Una delle espressioni che preoccupa

maggiormente i produttori,

ed è quel che annuncia il direttore

di produzione per spiegare che sono

iniziati gli straordinari a doppia

paga.

“PORTATE LA CARNE”

Il modo dispregiativo con cui il regista

comunica al suo assistente di

convocare gli attori sul set.

PERRIER MEETING

Appuntamento che dura meno del

tempo che ci vuole a bere un bicchiere

di acqua minerale, e prelude

generalmente a un licenziamento

in tronco.

BIANCANEVE

MICKEY

ROONEY

ORSON

WELLES

Nella foto

grande

una scena

del film

Viale

del tramonto,

di Billy Wilder

del 1950

JANE

RUSSELL

DISNEY DEATH

La morte provvisoria di un personaggio,

che è riportato miracolosamente

in vita, come avviene per

Biancaneve nel film omonimo e per

Baloo nel Libro della Giungla.

REGOLA CASTLE ROCK

Prende il nome dall’omonima casa

di produzione, fondata da Rob Reiner,

Martin Schafer e altri soci nel

1987. La regola è quella secondo la

quale esistono soltanto quattro tipi

di film: «Buoni film che funzionano,

brutti film che funzionano, buoni

film che non funzionano e brutti film

che non funzionano», dove il termine

“funzionare” intende unicamente

generare soldi.

MICKEY ROONEY

Un movimento rasoterra della macchina

da presa, chiamato così per la

bassa statura del celebre attore. Rooney

non si è mai offeso per la definizione,

e anzi ne ha fatto pubblicamente

motivo di vanto.

“AZIONE!”

È l’ordine con cui si dà il via ad una

scena. Sul set hollywoodiano non è

sempre il regista a dare l’ordine in

questione: molti cineasti amano sottolineare

il proprio potere limitandosi

a muovere leggermente il capo,

altri affidano il compito all’assistente,

ed altri ancora propongono varianti

personali. Martin Scorsese dice:

«Azione, energia!»; Clint Eastwood

sussurra con un filo di voce:

«Inizia pure»; mentre Samuel Fuller

amava sparare un colpo della propria

Luger.

REGISTA

Secondo la “teoria dell’autore” di

Andrew Sarris il regista è il massimo

responsabile artistico di un film. A

Hollywood la teoria di Sarris rappresenta

soltanto una variabile, e

spesso un’eccezione. Orson Welles

definì una volta il regista «una persona

che tiene sotto controllo gli incidenti».

GO WITH THE MONEY

Seguire con la massima cura tutto

ciò che riguarda la star più pagata del

film mettendo in secondo piano il resto.

Pochi cineasti come Welles hanno

rifiutato di accettare questo ordine

da parte del produttore. Registi

con minore personalità replicano

invece l’indicazione perentoria sottovoce

al direttore della fotografia,

facendo bene attenzione che altri interpreti

non si accorgano di quanto

sta avvenendo.

JANE RUSSELL

Dal nome dell’attrice, nota per il seno

molto abbondante. Si tratta di

una sineddoche che intende un’inquadratura

all’altezza del petto.

MARTINI

L’ultima inquadratura della giornata

lavorativa. Chi la pronuncia pregusta

già l’aperitivo serale. In questo

caso, lo slang hollywoodiano utilizza

una metafora e annuncia il momento

in cui si può finalmente evadere

dalla fabbrica dei sogni.

LA DOMENICA DI REPUBBLICA 37

Da amarcord a famolo strano

il vocabolario dei film italiani

STEFANO BARTEZZAGHI

che film l’hai visto?» è un modo di dire sensatissimo: esprime lo

stupore di fronte all’irreale e invita a fare le opportune (ma a volte

«In

scomode) distinzioni fra i diversi piani di realtà. Si sa che vedere

un film rende letterale la metafora (anzi l’ossimoro) del sogno ad occhi

aperti: con la differenza che il sogno lo produciamo noi mentre il film lo

produce il suo produttore, e quindi è meno incertamente dalla parte della

realtà oggettiva. Forse si potrebbe usare anche un’altra domanda: «In

che film l’hai sentito?». Sì, perché dall’introduzione del sonoro alla fine degli

anni Venti, il cinema ha donato alla lingua (o ha amplificato nella lingua)

quantità di espressioni, tormentoni, modi linguistici di atteggiarsi.

Per fare solo gli esempi più rimarchevoli, per diffusione o per attualità, le

pinzillacchere di Totò e i maccheroni di Alberto Sordi venivano subito ripetuti

e imitati anche alla Bovisasca; e, d’altra parte, recentissime cronache

hanno raccontato come la Gessica di Carlo Verdone, con il suo pure

dilagante «famolo strano», ha ispirato un sito che organizzava orge che ora

preoccupano carabinieri e autorità sanitarie. Quel che il cinema dice, lo

spettatore acquisisce e ripete.

Subito dopo gli inizi impacciati in cui dallo schermo si parlava con la

lingua del teatro contemporaneo (il primo film sonoro italiano, nel 1930,

era tratto da Pirandello), il cinema si scontrò con la tenacia dei dialetti italiani,

osteggiata (senza successo e forse senza troppa convinzione) dal fascismo

e poi messa a confronto dal neorealismo con l’inglese e i diversi

idiomi degli Alleati. Da una parte, dunque, l’italiano prezioso e totalmente

artificioso dei telefoni bianchi; dall’altra, la sintesi suprema di Sciuscià,

dove il dialetto lustra e rivernicia le scarpe alla lingua dello straniero liberatore.

Il dialetto resterà una risorsa realistica (Olmi), comica o farsesca

(da I soliti ignoti ai cinepanettoni con le macchiette regionali), ma anche

onirico-enigmatica, se si pensa all’Amarcorddi Fellini, o persino comicoenigmatica,

se consideriamo Massimo Troisi e quel suo arditissimo esperimento

di idioma stretto e veloce.

I conti, però, il cinema li ha dovuti fare soprattutto con la carenza di una

lingua italiana media; se l’è anche costruita quando era il caso, per esempio

importandola via doppiaggio. Le storie della lingua italiana parlano

tutte di quel prezioso «sì...» che abbiamo sostituito a «pronto!» rispondendo

al telefono, o di invenzioni fortunate (come il «picchiatello», per

tradurre pixilated) o sciagurate (come «la città bassa» che vorrebbe rendere

l’intraducibile downtown). Poi però la macchietta, la voce di gergo,

il preziosismo aulico, l’eloquio vano si fanno notare più degli usi medi, che

in italiano tendono subito all’affettazione o alla burocrazia. Così fra Totò

e l’onorevole Trombetta oggi quello strano sembra il secondo, con i suoi

«Permette che mi presenti?» e «Ricordatevi che io sono un onorevole».

Embè? È la vecchia storia dell’eterna commedia dell’arte: maschere e stereotipi,

pierini, brancaleoni e terruncielli, ognuno fornito della sua devianza

linguistica, hanno diffuso quisquilie, viulenza, craniate pazzesche

e «traversate lo cavalcone in fila longobarda». Si può andare per filoni, il

comico, il romantico, il macho, il disinvolto. Nel filone intellettuale furono

per tempo segnalate le incongruenze esistenzialiste in Antonioni, culminate

nel «Mi fanno male i capelli» detto da Monica Vitti (mentre solo di

recente Alberto Arbasino ha lamentato «Noi non parlavamo così» a proposito

della Dolce Vita di Federico Fellini). Qualcosa di analogo si è riscontrato

anche nel filone movimentista, soprattutto su Maledetti vi

ameròdi Marco Tullio Giordana, ma poi i film di Nanni Moretti hanno imposto

locuzioni che corrispondono anche a un modo di vedere il mondo,

da «giro, vedo gente» a «continuiamo così, facciamoci del male».

Perché poi il vero contributo del cinema è quello: suggerisce comportamenti,

ancor prima che frasi e parole. Certi impermeabili, certe acconciature,

certi modi di stare seduti allo sgabello di un bar, la camminata a

gambe larghe che molti spettatori ripetevano all’uscita da un western; e

poi le frasi e gli sguardi d’amore, il modo stesso di farlo, l’amore, ormai; le

battute sdrammatizzanti e quelle di litigio; i modi di esultare. Come Don

Chisciotte viveva in un mondo modellato dai romanzi cavallereschi, così

di volta in volta, caso per caso, ci si può trovare a esportare da Hollywood

(o Bollywood) a Vimodrone, da Cinecittà a Canicattì (con la spassosa aggravante

che già Nando Moriconi era un Don Chisciotte, come ogni suo

successore verdoniano). Il cinema ha influito sul modo di agire, e di «montare»

le nostre azioni, sui nostri ritmi e persino sui nostri visi. Lo ha scritto

Roland Barthes, per poi sottolineare che la somiglianza fisica che riscontriamo

fra molti volti che vediamo per strada e quelli dei divi è dovuta al

fatto che è dalla strada che viene lo stereotipo cinematografico.

Avrà dunque avuto ragione Gianni Celati a intitolare una sua raccolta

di racconti Cinema naturale. Quello che abbiamo visto e che abbiamo

sentito al cinema è quel che c’era già da vedere e sentire, ma che nel passaggio

dallo schermo ha focalizzato la nostra attenzione, modellato i nostri

comportamenti e i nostri corpi, diventando riconoscibile nella sua paradossale

naturalezza.

Repubblica Nazionale


38 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 8 MARZO 2009

i sapori

Capitali del gusto

Allievo di Ezio Santin

(Antica Osteria

del Ponte di Cassinetta,

Milano), Yoshihiro

Narisawa gestisce

“Les Creations

de Narisawa”

Tra i piatti, lo strepitoso

filetto avvolto

nella cenere vegetale

Sushi & sashimi

Il piatto-simbolo –

con e senza riso

nelle due dizioni – prevede

pesce freschissimo,

wasabi, aceto di riso,

zenzero marinato dolce,

salsa di soia

DOVE DORMIRE

GRAND HYATT TOKYO

6-10-3 Roppongi, Minato-Ku

Tel. (+81) 3-4333-1234

Camera doppia da 190 euro

SUMISHO HOTEL

9-4 Nihonbashi-Kobunecho

Tel (+81) 3-3661-4603

Camera doppia da 90 euro

SADACHIYO RYOKAN

2-20-1 Asakusa, Taito-ku

Tel. (+81) 3-3842-6431

Camera doppia da 80 euro

Dai cinque euro di un pasto pronto, ai trecento

della cena da Jiro, maestro ottantenne che crea per solo

dieci clienti alla volta, la metropoli giapponese offre

una varietà gastronomica straordinaria. Per questo

ha ospitato il summit dei più grandi chef del mondo

GREEN HOTEL OCHANOMIZU

2-6, Kanda-Awajicho, Chiyoda-ku

Tel. (+81) 3-3255-4161

Camera doppia da 112 euro

DOVE MANGIARE

ISEHIRO (YAKITORI)

5-4, 1-chome, Kyobashi, Chuo-ku

Tel. (+81) 3-3281-5864

Chiuso domenica, menù da 12 euro

IPPOH (TEMPURA)

4F, Kojun Building, 6-8-7 Ginza

Tel. (+81) 3-3289-5011

Chiuso domenica, menù da 35 euro

SUSHI-KO

6-3-8 Ginza, Hibiya

Tel. (+81) 3-3571-1968

Senza chiusura, menù da 120 euro

YAMADA CHIKARA

1-15-2 Minami-Azabu, Minato

Tel. (+81) 3-5492-5817

Chiuso domenica, menù da 150 euro

DOVE COMPRARE

TSUKIJI FISH MARKET

5-2 Tsukiji

Chuo-ku

Tel. (+81) 3-3547-8011

CHA CHA NOMA TEA SHOP

5-13-14 Jingu-mae,

Omotesando, Shibuya-ku

Tel. (+81) 3-5468-8846

SADAHARU AOKI SWEETS

Tokyo MidTown Galleria B1, 9-7-4

Akasaka, Minato-ku

Tel. (+81) 3-5413-7112

SHINANOYA LIQUOR STORE

1-12-9 Kabukicho

Shinjuku-ku

Tel. (+81) 3-3204-2365

Tokyo

La cucina che non dorme mai

Teppanyaki

Di origine nippocaliforniana,

la piastra

di ferro (teppan) inserita

all’interno del tavolo,

su cui il cuoco salta (yaki)

sottili porzioni di pesce,

carne e verdure

Shabu-shabu

Mezzo secolo di vita

per la cottura fai-da-te:

la parola shabu definisce

il rumore della fettina

di carne intinta

nella pentola di brodo

bollente in mezzo al tavolo

Yakitori

Gli spiedini grigliati, anche

in versioni diverse

dalla tradizione (polpa

e fegatini di pollo), sono

spennellati con una salsa

a base di sakè, salsa

di soia, mirin e zucchero

Tempura

Pesce, frutti di mare

e verdure per la frittura

croccante. La pastella

è preparata al momento

con rosso d’uovo, farina

e acqua ghiacciata,

che non fa assorbire l’olio

LICIA GRANELLO

dove sta il divertimento nell’andare

in un ristorante dove

la roba te la devi cucinare tu?!».

Un attonito Bill Murray commenta

così con Scarlett

«Ma

Johansson il rituale della cena

shabu-shabu in uno dei dialoghi più divertenti di Lost in

translation, film-culto sul senso di dispersione e inadeguatezza

ambientato a Tokyo. Nella città dei ventitré quartieri

(ku) da oltre mezzo milione di abitanti ciascuno, pensare

che un solo stile di cucina li identifichi tutti sarebbe

folle. Al contrario, in nessun’altra capitale del mondo gli

estremi gastronomici sono così distanti. Da una parte, il

massimo della condivisione fai-da-te, con i ristoranti dai

tavoli attrezzati per ospitare al centro il fornello con pentola

di brodo. Dall’altra, l’arte del servizio più raffinata e avvolgente,

grazie alle cameriere-geishe che si inginocchiano

sul tatami di fianco al cliente per servire sushi e zuppe.

In mezzo, tutto quello che avreste voluto sapere sul cibo

e non avete mai osato chiedere: non solo e non tanto a

livello di bocconi proibiti — e quotidianamente serviti,

dalle bistecche di balena al brodo di tartaruga, fino alle interiora

di pesce-palla — quanto nel mirabolante approccio

agli alimenti più comuni e apparentemente banali.

Non si spiegherebbe altrimenti perché, secondo tutte le

guide turistiche di Tokyo, in cima alla top ten dei luoghi imperdibili

da visitare non ci sia un tempio, una strada, un

monumento, ma lo Tsukiji Fish Market, dove ogni giorno

transitano quasi tre tonnellate di pesce. Da lì in poi, nella

città che non dorme mai tutto è possibile, a partire da cinque

euro, il prezzo di un bento (pasto pronto) con riso,

zuppa e pesce caldo, serviti con una tazza di tè verde, fino

ai due-trecento per una cena indimenticabile da Jiro, lo

straordinario ottantenne supermaestro di sushi che dispensa

le sue delizie e uno spettacolo fantastico a dieci fortunati

per turno (scandendo perfino la tempistica degli assaggi

per evitare sbalzi nella temperatura di riso e pesce...).

Proprio la varietà di offerta mangereccia e la profonda cultura

alimentare hanno indotto la créme de la créme dell’alta

cucina internazionale a scegliere Tokyo come sede

del primo summit mondiale di gastronomia, organizzato

da Yukio Hattori, super-chef responsabile della scuola di

cucina più famosa del Giappone, il “Nutrition College”.

Così, pochi giorni fa nei saloni dell’International Forum,

sono sfilati Joel Robouchon e Ferran Adrià, Nobu e Massimiliano

Alajmo, Grant Achatz e Dong Zhenxiang, Heston

Blumenthal e Pierre Gagnaire. Tecniche, ricette, ma soprattutto

la scoperta della felice contaminazione con l’arte

culinaria occidentale, dal pesce crudo alle cotture croccanti,

passando per il rispetto assoluto di colori e principi

nutritivi. Ma il fascino del nippo-food in purezza resta intatto.

Se siete a Tokyo, prima di cominciare a litigare con

bacchette e wasabi, rilassatevi al “New York bar”, ultimo

piano del Park Hyatt Hotel. Mentre vi godete la vista mozzafiato

e sorseggiate un Sakè-Martini, potreste scoprire

Scarlett Johansson seduta al tavolo vicino.

Manzo di Kobe

La carne arriva da bovini

allevati tra musica,

massaggi e dieta a base

di birra. Le finissime

marezzature di grasso

si traducono in consistenza

incredibilmente morbida

Salsa di soia

Prodotta dalla

fermentazione dei fagioli

di soia con acqua, farina

e sale, viene usata da sola

o come ingrediente -

nelle varianti chiara e scura

- in moltissime ricette

Toro

Il “foie gras di pesce”,

la ventresca di tonno rosso

è considerata un boccone

pregiato, sia nei bocconcini

di sushi e sashimi

(i più costosi),

sia nelle preparazioni tataki

Noodles

I lunghissimi spaghetti,

classificati secondo

la farina (udon, grano,

al sud; e soba, grano

saraceno, nel nord), si

servono in zuppa bollente

con carni e verdure

Sakè

Il vino ricavato

dalla fermentazione

del riso vanta un’alta

concentrazione alcolica

Diverse le tipologie:

fruttato, secco, frizzante...

Si serve freddo o caldo

Repubblica Nazionale


DOMENICA 8 MARZO 2009

13 milioni

gli abitanti

della prefettura

35 milioni

gli abitanti

dell’area

200 mila

i ristoranti

nel territorio

173

i ristoranti premiati

con stelle Michelin

L’APPUNTAMENTO

È magica la primavera a Tokyo. Tutto merito dei cherry

blossoms, i boccioli dei ciliegi, che colorano di biancorosa

la città . Nelle due settimane a cavallo

tra fine marzo e inizio aprile, la “hanami season”

sarà punteggiata di percorsi guidati e sakè-party

negli angoli più suggestivi dove ammirare le fioriture,

dallo Shinjyuku Gyoen Garden a Ueno& Sumida parks,

fino alle romantiche mini-crociere davanti alla baia

e lungo le rive erbose del castello di Chidorigafuchi

Nel paese dove si spilluzzica bellezza

e non si mangiano cibi ma suggestioni

RENATA PISU

LA DOMENICA DI REPUBBLICA 39

Nutrirsi di opere d’arte, mangiare colori, un pasto non ordinato intorno alla centralità di una portata ma frammentato

in piccole bellezze, questa la particolarità della cucina giapponese autentica, prima delle contaminazioni.

Paziente e frugale sublimazione della foglia di lattuga, della prugna, del pesciolino, della fettina di zucca

per creare piccoli capolavori, cibo che non si presenta come preda, quindi bandito il coltello assassino, la forchetta dentata.

Basta una lieve presa delle bacchette e questo cibo, che è puro nella sostanza ed elaborato soltanto in omaggio alla

vista, si poggia sulle labbra, morbidamente inghiottito. Come se niente fosse.

È ancora cibo? O è invece, come diceva Roland Barthes, un ornamento? Bello, bellissimo, da mangiare con gli occhi.

Come la nostra pasticceria, l’alta pasticceria, i pasticcini, così perfetti ed elaborati. Un vero ristorante giapponese, ma

anche e forse soprattutto il banco di un negozio di alimentari, sembra far riferimento a schemi di presentazione e di seduzione

che da noi vengono rispettati unicamente per i cibi superflui, i dolci per l’appunto, il lusso del di più che ci si

concede dopo la sazietà. La pasta è la pasta, la bistecca è la bistecca, il pollo è ancora lì con le sue forme animali, ha addirittura

le cosce. Ma un pasticcino, cosa è mai?

A Tokyo è come se tutti vivessero di pasticcini, si nutrissero con sublime aristocratico distacco, con un sospiro. O una

madeleine. Sin da bambini, non si mangiano cibi ma pensieri, suggestioni. Ci pensa la mamma che prepara lo o-bento,

che sarebbe — chi se lo ricorda? — pressappoco il cestino del pranzo dei nostri scolari di un tempo, quelli con il grembiulino

e il fiocco al collo. Nello o-bento, una scatola a scomparti, le mamme mettono colori, minute porzioni del loro

amore, elaborano cibi in forma di Topolino, o dell’eroe dei manga del momento. Oppure crisantemi di riso, giardinetti

di alghe. Anche a teatro, ti servono cibi in un o-bento, microscopiche porzioni di bellezza commestibile. Anche nello

Shinkasen, il treno a alta velocità giapponese, si vendono pasti nello o-bento. O-bento più o meno cari, più o meno raffinati,

ma che delizia è lo o-bento, questa scatola di lacca o di legno o di plastica con dentro un variegato pranzo “bonsai”.

Anche a tavola, a casa o al ristorante, mangiare significa prima di tutto vagare con lo sguardo su un’esposizione di

frammenti presentati tutti assieme artisticamente, seguendo un itinerario dettato dal desiderio, prelevando ora un colore,

ora un altro, senza rispettare la rigidità di un menu. Il pasto si presenta completo su di un vassoio, ordinato minuziosamente

dentro piattini e ciotole, stoviglie decorate con motivi che cambiano a seconda della stagione e hanno forme

e colori in armonia con il clima, con le fioriture, con le sfumature di verde dell’erba, del giallo delle foglie. Mai fiori

di ciliegio in autunno, mai castagne d’estate, l’errore sarebbe imperdonabile, esteticamente scorretto. Nutrirsi è per i

giapponesi un atto supremamente formale ma loro hanno le loro forme, niente a che vedere con le nostre maniere de

table, con i nostri orari canonici, le fatidiche ore dei pasti: si spilluzzica bellezza, si vive di pasticcini.

Repubblica Nazionale


DOMENICA 8 MARZO 2009

le tendenze

Irrinunciabili

FANTASIA RAMAGE

Fantasia ramage

lungo le gambe

con maglietta abbinata

per il collant viola

50 denari di Bombana

LAURA LAURENZI

A RETE

Collant a rete senza

cuciture con raffinato

motivo a cerchi:

è il modello Londra

di La Perla

Il collant compie cinquant’anni, indumento

funzionale e in fin dei conti

prosaico, antipatizzato dagli uomini

per la sua carica antierotica,

sempre più popolare fra le donne per

la sua dirompente praticità. Correva

l’anno 1959 quando Allen Grant sr, della

Glen Raven Mills, fabbrica di tessuti del

Nord Carolina, ideò e realizzò il primo collant,

usando il nylon, «delicato come una ragnatela,

resistente come l’acciaio». Il 1959 è

anche l’anno in cui viene inventata la Lycra,

fibra elastica hi-tech che un giorno avrebbe

rivoluzionato il mondo dell’intimo, dei costumi

da bagno e ovviamente anche dei collant.

Passò ancora qualche anno prima che

le calze lunghe fino alla vita, guardate all’inizio

con diffidenza, diventassero un indumento

di massa. Fu l’avvento della minigonna

a renderlo indispensabile, adottato

prima dalle più giovani e dalle più temerarie,

ma diventato rapidamente un accessorio

cui nessuna donna avrebbe rinunciato.

Era una strada senza ritorno, a cambiare costumi

e consumi, gusti, riferimenti, abitudini.

In fondo il collant aveva antenati celebri

già negli anni Cinquanta: per esempio la calzamaglia

censoria e supercoprente con cui

furono rivestite le gemelle Kessler. Porta un

collant abbinato solo a un maxi pullover

Marilyn Monroe nel film Facciamo l’amore,

ma siamo già nel ‘60. Ne sfoggia uno anche

Sophia Loren mentre balla uno scatenato

rock and roll per Clark Gable ne La Baia di

Napoli, stesso anno. Ma sono sostanzialmente

calzamaglie simili a quelle che si indossavano

sotto la tuta da sci, total black stile

Amleto, o da paggio, pesantissime e grinzose.

Il collant invece fu rivoluzionario per il

suo effetto nudo, perché era una seconda

pelle, ma anche perché liberava la donna

dalla schiavitù del reggicalze e dei gancetti,

scomoda calamita di erotismo. Accompagnava

signore & ragazze nella marcia verso

la libertà, la comodità, l’emancipazione.

Era l’indumento del futuro, indosso a una

spaziale Jane Fonda nei panni stellari di Barbarella

(1968) con stivali super sexy e sguardo

aggressivo.

Apprezzatissimo dall’universo femminile,

fu sempre (e lo è ancora) osteggiato dagli

uomini, che lo hanno vissuto come un defraudante

sopruso. Non a caso dall’ultima

importante ricerca di mercato commissionata

proprio da Lycra, intitolata “Gli uomini

preferiscono le gonne”, risulta che la calza

autoreggente, e non certo lo sterilizzato

collant, sia di gran lunga (nell’ottanta per

cento dei casi) la calza preferita dagli uomini

di tutte le età, regina indiscussa dell’immaginario

maschile.

Mezzo secolo di storia. Nella sua banalità

Era il 1959 quando l’americano Allen Grant senior

realizzò il primo paio. Poi l’avvento della minigonna

li rese indispensabili. Oggi l’Italia è il produttore

leader dell’accessorio più amato dalle donne

(ma detestato dagli uomini), ormai sofisticato e hi-tech

EFFETTO PIZZO

Fantasia effetto pizzo

con motivo di fiori

per il collant firmato

Philippe Matignon

per Goldenpoint

il collant è ormai una certezza, un punto fermo.

E l’Italia è il primo produttore mondiale.

Maculati, operati, tatuati, i collant non sono

più un semplice accessorio, bensì un capo

d’abbigliamento, anzi “il” capo d’abbigliamento

che secondo gli esperti di moda fa

la differenza. Sono un prolungamento dell’abito,

una parte essenziale. Sofisticatissimi,

ricercati, spruzzati di lurex o tempestati

di paillettes, trafitti da oblò, decorati con applicazioni

di ogni tipo, pitonati, leopardati,

mimetici, tribali, a spina di pesce, optical,

scozzesi, gessati, di pizzo o broccato.

Belli o pacchiani, chic oppure

troppo vistosi. Ma soprattutto hitech,

dotati di effetti speciali un

tempo insospettabili: c’è il

collant anti varici, il collant

anti statico, anti fatica,

anti zanzara, anti cellulite,

anti batterico,

il collant che massaggia,

quello che

idrata, quello che

depila, quello dotato di push-up con effetto

lievitante sui glutei, quello che abbronza,

quello che cambia profumo a seconda dell’ora

del giorno o della sera, quello che lenisce

il jet lag.

Il bilancio del settore fino a qualche mese

fa era positivo. «Abbiamo vissuto una stagione

molto favorevole, grazie anche agli stilisti

che, dopo tante collezioni di gambe nude

e dopo tanti pantaloni, hanno rilanciato

alla grande il collant sulle passerelle; e grazie

alle giovanissime, che hanno comprato soprattutto

collant ad alto contenuto-moda

da abbinare alle minigonne», afferma Giovanni

Fabiani, presidente del Centro Servizi

Calza di Castelgoffredo Mantova. Un comparto

che, con le sue 250 aziende, da solo

produce il settanta per cento delle calze vendute

nell’intera Europa, con un fatturato annuo

di un miliardo e mezzo di euro. Una vera

eccellenza del made in Italy. Poi, con la crisi

globale, negli ultimi mesi c’è stato un calo

delle vendite al consumo pari a un cinquesei

per cento, e un crollo verticale degli ordini

all’industria, che a gennaio sono diminuiti

del cinquanta per cento.

Un tempo, prima dell’avvento della Lycra,

i collant duravano meno, si sfilavano

prima: avevano un costo più contenuto ma

finivano prima nel cestino. Quindi se ne

vendevano molti di più. Negli ultimi dieci

anni il consumo si è addirittura dimezzato,

come numero di paia pro capite, ma non

certo come valore di spesa. Ogni italiana oggi

compra in media fra le tredici e le quattordici

paia di calze l’anno (la cifra include collant,

autoreggenti, parigine, gambaletti, leggings,

calze riposanti). Il sessanta per cento

di quello che spende viene speso in collant.

Poco sexy forse, ma indispensabili.

FLOREALE

È trasparente

ma non rinuncia

all’effetto primavera

delle stampe a fiori

il collant Just Cavalli

La calza rivoluzionaria

che inventò le gambe

L’ANNIVERSARIO

Calzedonia celebra

il compleanno

dei collant

con Anniversary,

modello speciale

a tiratura limitata

disponibile dal 30

marzo. Effetto nudo

e alta tecnologia

le sue caratteristiche

TARTAN

Classico motivo tartan,

ma rivisto in nuove

nuances di colore

È il modello

Vivienne di Oroblu

50 anni

di

LA DOMENICA DI REPUBBLICA 41

DAMASCATO

È con disegno

jacquard damascato

il collant Melita

bicolore

di Pierre Mantoux

A POIS

Fondo nero con pois

color glicine

per il collant estroso

ed elegante

di Emporio Armani

A VITA BASSA

Collant velatocoprente

vita

bassa con effetto

Collant

finto gambaletto

e ricamo per Omsa

Repubblica Nazionale


42 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 8 MARZO 2009

l’incontro

Sempreverdi

CARLOTTA MISMETTI CAPUA

Franca Valeri

ROMA

Itempi non sono cambiati. Franca

Valeri nella sua casa di Roma,

nascosta dai pini e per niente in

centro, ha ancora una portiera.

Viene con piccoli passi invisibili a chiudere

le persiane, è quasi ora di cena. I

tempi sono cambiati: la portiera è una

giovane donna indiana, con i capelli color

lava, e porta odore di gelsomino.

«Ecco la portiera», la annuncia quando

la vede entrare in casa, e batte anche le

mani. Come la chiamasse in scena.

«Quando qui si è ventilato di eliminare

la portiera ho chiamato l’amministratore:

ditemelo subito, che io cambio casa.

È assurdo, la vita è già così difficile».

La portiera forse è il punto di vista che

ha scelto per guardare le vite degli altri.

Con distacco, dal basso verso l’alto: la

gente che scende, la gente che sale. Ferma

nello stesso punto, a osservare gli

esseri umani, e un po’ l’Italia e le donne,

e a scriverne ininterrottamente per la

radio, il teatro, la tv, il cinema, e di nuovo

la tv, e ora di nuovo il teatro, per oltre

sessant’anni.

La sua casa è come un bjioux, piena

zeppa di libri, statuine di porcellana, ricordi

di Giuseppe Verdi. Ci sono dei

centrini e un divano con i cuscini di velluto

e per terra le ciotole dei suoi amati

cani, sulle mensole le loro fotografie incorniciate

d’argento. È un po’ antica e

un po’ vanesia, questa casa, non le somiglia

molto: lei sempre così sobria, così

moderna, per sempre giovane nella

mente, e più bella e più giovane quasi

quasi ora che ha ottantotto anni, ma la

pelle come pesca e la frangetta da ragazza.

Solo la voce trema ma in teatro

no, in teatro le viene una forza da leone.

«I medici dicono che è l’adrenalina. Io

dico che è la postura e che sono felice».

Franca Valeri parla poco e brevemente,

così come ha sempre scritto i

suoi sketch: quei monologhi femminili

che sono soliloqui, a guardarli da vicino.

Le piace la brevità, signora Valeri?

«Non è la brevità, è l’essenzialità. Non

mi piace andare oltre l’effetto: specie

nel teatro comico, si prolunga un effetto

che si è già ottenuto». Fu breve anche

il messaggio con cui annunciò alla famiglia

(milanesi, borghesi, ambiziosi)

che aveva deciso di prendere un’altra

strada. «Non avendo il coraggio, non

c’era molta confidenza, scrissi un biglietto

e glielo misi sullo specchio del

bagno: “Ho deciso che faccio l’attrice”,

brevissimo».

La vita che racconta non comincia

con la sua carriera; che poi cominciò

con una bocciatura all’Accademia Silvio

d’Amico, compagni d’esame Nino

Manfredi e Rossella Falk. La vita che

racconta comincia con la musica, che

in questa stanza è presente dappertutto,

come nel suo ultimo libro, Di tanti

palpiti, piccole note sulle donne della

lirica e sulla musica (Baldini Castoldi

Dalai-La Tartaruga, curato da Patrizia

Zappa Mulas). «Mi portavano già all’opera

quando avevo sei anni: un amico di

mio padre, Paolo Buzzi, che faceva parte

del gruppo dei Futuristi, aveva un

palco alla Scala, proprio sopra l’orchestra.

Giuravo che mi sarei svegliata la

mattina dopo per andare a scuola, e i

miei mi mandavano. Buzzi era affascinato

da questa bambina melomane,

che in casa canticchiava le opere. Mi vestivo

con dei vestiti bambineschi, per

queste serate, ma che io consideravo

vestiti da gran sera. Tra cui uno di georgette

fragola, con un nastro di velluto

che mi scendeva dalla spalla. Me lo aveva

portato mio padre da Parigi».

Andava a scuola a via della Spiga questa

bambina affascinata dalle stoffe che

fanno rumore. Poi a diciotto anni aveva

letto tutto Proust: «In francese, regolarmente»,

precisa, «era un ambiente un

po’ snob». «Poi venne la guerra, le leggi

razziali, mio padre era ebreo, andò con

mio fratello in Svizzera. Con mia madre

rimanemmo a Milano, clandestine. Ma

io andavo in giro lo stesso: lo facevo con

un senso di ribellione. Pensavo che i

benpensanti avrebbero vinto, a ripensarci

ora ero terribilmente incauta. Ricordo

che piangemmo la sera che la radio

clandestina annunciò che i nazi erano

entrati a Parigi».

Ora la ascolta la radio? «Poco, anche

la tv quasi non la vedo: per fortuna la sera

lavoro. Le attrici comiche oggi sono

impegnate, stanno attaccate all’attua-

Ha ottantotto anni, la pelle di pesca

e la frangetta da ragazza

Sta alla ribalta da prima della guerra,

in teatro è ancora una leonessa

e adesso ha scritto un libro,

“Di tanti palpiti”,

sulla lirica e le sue donne

Ma è raccontando

le donne di tutti i giorni

che ha fatto ridere

gli italiani. “La mia satira

non si accanisce ma non è bonaria

E guardando le donne nuove, constato

che le vecchie sono le più nuove”

lità, parlano di politica. Ma i commenti

all’attualità sono inevitabilmente qualunquisti».

Il tg? «Se non posso evitarlo.

La vita sociale del Paese sembra che non

faccia più parte della realtà, e degli individui.

La società oggi non esiste».

La bocciatura all’Accademia fu la sua

fortuna, non disse niente ai genitori,

una zia la coprì per tre anni, studiò, incontrò

degli amici: «Allora i giovani avevano

idee, e i grandi li guardavano con

benevolenza, erano attenti a quello che

facevano. Ora tutto questo è abolito».

Non dice scomparso, dice abolito. I giovani

che incontrò erano Vittorio Caprioli

e Alberto Bonucci, con cui fondò

il teatro dei Gobbi che era talmente

avanti che debuttarono in Francia. Finito

lo spettacolo delle undici, se ne andava

alla Cave Saint German, dove cantava

anche Juliette Greco, sola, col tubino

nero di Capucci, a fare i suoi monologhi

in francese; e il critico di le Monde

la recensiva. I grandi che erano attenti,

allora e non ora, si chiamavano Totò, De

Sica, Ennio Flaiano, Federico Fellini,

René Clair.

Le attrici comiche

ora sono impegnate:

stanno attaccate

all’attualità,

parlano di politica...

Ma così si perde

di vista la vita

della gente: la società

oggi non esiste più

FOTO GRAZIA NERI

Facciamo un salto nel presente. I giovani

in tv, questo esercito di aspiranti

artisti dello spettacolo, li vede? «Rifanno

ancora Saranno famosi, che è un film

del 1980. Ma vi venga un’altra idea... In

questo paese non si vede niente da

trent’anni. La spudoratezza di questi

ragazzi? Che noia. Hanno una piccola

bravura, ma il talento è una cosa molto

misteriosa. Il più brillante, quello che si

nota di più, spesso è il peggiore. Il talento

è timido».

E pieno di segreti, come il suo. «Invento

sulla realtà», dice. «Non scrivo mai

una frase che sento, non prendo appunti

su una persona reale, le imitazioni sono

caduche. Sono silenziosa, parlo poco,

osservo molto». Come creava l’effetto

di far ridere raccontando le donne,

dopo tanti anni ancora non si vede: la

comicità è una questione delicata. Saremo

vaghi allora: fanno ancora tanto ridere,

sono malinconiche, sono piene di

difetti, parlano sempre degli uomini, oh

queste donne, li compatiscono, li giustificano,

ne restano deluse, li sognano, li

aspettano; e gli uomini non si vedono

mai. Questo si vede nei suoi sketch, che

qualcuno ha definito feroci. «Ci tengono

tanto le donne agli uomini, e vivono in

una società maschilista. La mia satira

non può né peggiorare né migliorare

questa cosa, è un fatto».

Si è mai offeso nessuno per i suoi personaggi?

«No mai, una volta Mina, ma

fu un equivoco. Che sciocchezza questa

della ferocia: io ho grande fiducia nell’umorismo

e nell’intelligenza delle

donne». Di donne ne ha raccontante

tante: le adolescenti esistenzialiste, le

cesire, le signorine snob, le sciure, le telefoniste,

le mogli dolenti, le innamorate

croniche, le venete solidali, le emiliane

leggere, le romane raffazzonate, le

milanesi permalose, le modaiole, le

mondane, e le portiere appunto. A

guardare su You Tube i filmati, centinaia

e centinaia — o a leggere i testi raccolti,

pochissimi (resta trovabile un

Toh, quante donne! Di Lindau), mentre

purtroppo i dischi della Fonit Cetra non

sono mai stati ristampati — ci si stupisce

delle date. La signorina snob è del

1949, e parla così: «Ho comprato un’isola

vendendo alcuni fronzoli. Costava

pochissimo, e in più c’era l’annuncio su

un giornale inglese, come per una domestica

a mezzo servizio. Divertentissimo.

Sperdutissima, non è riportata

neanche sui mappamondi, di un selvaggiume

orrendo, che se anche ci

pianti la lattuga non ci cresce. Siamo

tutti eccitatissimi».

Parigi o cara, il suo capolavoro, a rivederlo

pare che l’abbia girato Almodovar.

Nei suoi Carnet de Notes, che anco-

ra porta in giro, compaiono in fondo

sempre e solo esseri umani: anche se il

commendatore, l’augusta genitrice, la

mamma petulante, la figlia mammona,

la scostumata, la ragazza da marito, sono

tipi che sembrano socialmente

scomparsi. Il “capoufficio” non lo dice

più nessuno. Ma tra tutte le frasi, la più

lontana, quella che ora un personaggio

non direbbe proprio più è: «Ma che volgarità».

«Non la dicono, ma molti la

pensano. È talmente dilagante che siamo

come impietriti, non si mette più in

conto nemmeno di sottolinearla».

Ha cominciato a scrivere che c’era il

Duce, poi è venuta la lavatrice, poi il divorzio,

il tinello è scomparso, è apparso

il loft e il lettino dello psicanalista. Una

certa morale di facciata, certi matrimoni

saranno diversi? Diversi i rapporti nelle

coppie giovani, diverse anche le donne?

O anche l’emancipazione è presunta, e

forse un po’ presuntuosa oggi? «Certe

donne lavorano tanto per lavorare».

Punto e a capo: «Non lo so se le giovani

coppie siano diverse da quelle che raccontavo

sessanta o trenta anni fa. Molte

vivono con i sintomi di quella libertà morale

che reciprocamente si concedono.

Ma l’uomo e la donna sono sempre

uguali, che siano giovani o vecchi, che

siano legalmente sposati o no: è un fatto

di genere. È sul genere che ho scritto. Ora

che ne faccio di donne nuove, constato

che le vecchie sono le più nuove».

Ci ha osservato a lungo a noi donne,

ma il suo sguardo resta segreto, come

un trucco del mestiere. Signora Valeri, è

benevolo il suo sguardo o no? «Non mi

accanisco. Ma bonaria, benevola, no.

Precisa». Franca Valeri scrive, recita, fa

ancora ridere... e parla, e poi saluta sulla

porta, sempre con affetto e con eleganza.

E, a cercare di essere precisi, c’è

della compassione nel suo sguardo.

‘‘

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