L'italiano contemporaneo - Comunità Italiana

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L'italiano contemporaneo - Comunità Italiana

Suplemento da Revista Comunità Italiana. Não pode ser vendido separadamente.

Inserto della rIvIsta ComunItàItalIana - realIzzato In CollaborazIone Con I dIpartImentI dI ItalIano delle unIversItà pubblIChe brasIlIane

L’italiano

contemporaneo

ano VII - numero 68


2

agosto / 2009

Editora Comunità

Rio de Janeiro - Brasil

www.comunitaitaliana.com

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ComItato edItorIale

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Mosaico italiano è aperto ai contributi

e alle ricerche di studiosi ed esperti

brasiliani, italiani e stranieri. I

collaboratori esprimono, nella massima

libertà, opinioni personali che non

riflettono necessariamente il pensiero

della direzione.

sI rInGrazIano

“Tutte le istituzioni e i collaboratori

che hanno contribuito in qualche modo

all’elaborazione del presente numero”

stampatore

Editora Comunità Ltda.

ISSN 1676-3220

L’italiano

contemporaneo

Dopo alcuni numeri dedicati a questioni più prettamente

letterarie, Mosaico propone in questo numero una

riflessione su un dibattito che non smette di appassionare:

quello sulla lingua italiana.

La “Questione della lingua” ha diviso linguisti ante litteram

e intellettuali italiani sin dal suo sorgimento. Se prima la questione

era triplice, scegliere fra latino, volgare fiorentino o toscano

e fiorentino colto o popolare, dalla costituzione ufficiale

di una lingua italiana, avvenuta con la presunta unione politica

di un territorio così disomogeneo in vari aspetti come l’ Italia,

la questione è diventata non meno complessa e polemica.

Quale italiano? Esiste un italiano? Gramsci afferma nei Quaderni

dal Carcere che “la lingua è un [...] prodotto sociale, in

quanto espressione culturale di un dato popolo [...]. Nelle lingue

[...] c’è innovazione per interferenze di culture diverse (Q

26, 1930-32); e Pier Paolo Pasolini in Nuove questioni linguistiche

(1964) sottolinea la nascita di una lingua per la prima volta

unitaria, generata dalla società tecnologica con centro a Milano

e Torino: “[...] la lingua tecnico-scientifica, non si allinea

secondo la tradizione con tutte le stratificazioni precedenti, ma

si presenta come omologatrice delle stratificazioni linguistiche

e addirittura come modificatrice all’interno dei linguaggi”.

Questi due intellettuali, così come tanti altri, sono intervenuti

caratterizzando un dibattito che era, ed è ancora, per l’appunto,

non solo linguistico, ma culturale, letterario e politico.

Oggi si continua ancora a discutere su che cosa sia l’italiano

contemporaneo: quello di Firenze, ormai non più centro culturale

di riferimento dell’Italia “separata” dai leghisti, quello della

burocratica e politicizzata Roma, sempre più agonizzante, o

quello di Milano non più capitale degli yuppie, ma riferimento

della stampa e della comunicazione, della moda e soprattutto

rappresentante e rappresentata dalla classe politica al potere

nella figura controversa del suo presidente del Consiglio dei

ministri, un milanese doc, Silvio Berlusconi?

La questione rimane aperta, l’italiano è tutto questo e bene

lo illustrano gli articoli che qui presentiamo nel tentativo di

arrivare forse a un minimo comune denominatore: l’italiano

neo-standard, che unisce le varietà linguistiche e non solo (geografiche,

sociali, ecc.) intorno ad una base comune. Lasciamo

ai lettori il difficile, ma affascinante, compito di risolvere il dilemma:

qual è l’italiano contemporaneo?

Gli editori


Saggi

Maria Cecilia Casini

Firenze capitale della lingua italiana? pag. 04

Elvira Federici

L’italiano contemporaneo: una foto in movimento pag. 09

Anna Palma e Paula Garcia de Freitas

Bella! Ci 6? Allora parliamo in ‘giovanilese’ pag. 14

Elisabetta Santoro

Quale lingua insegnare? Riflessioni sull’insegnamento dell’italiano oggi pag. 17

Massimo Fanfani

Parole della «Costituzione italiana»: opinioni politiche pag. 22

Cecilia Santanchè

La pubblicità politica in classe pag. 27

Patricia Peterle e Girogio de Marchis

L’esperienza del Teletandem in un seminario di traduzione letteraria pag. 31

Rubrica

Francesco Alberoni

Chi innova e ha successo suscita sempre feroci invidie pag. 34

Passatempo pag. 35

“Scrittori viaggiatori fra Italia e Brasile”: pubblica il tuo testo!

Mosaico promuove un concorso per studenti universitari

La Redazione di Mosaico Italiano bandisce un concorso riservato agli studenti di università brasiliane

sul tema: “Scrittori viaggiatori fra Italia e Brasile”.

Gli interessati devono inviare un articolo inedito, redatto in lingua italiana, di max. 12.000 caratteri

(spazi inclusi), in Word – Times New Roman 12, con titolo, nome dell’autore, istituzione di appartenenza,

e-mail ed eventuali note a piè di pagina, entro il 1º dicembre 2009, al seguente indirizzo:

comunitamosaico@gmail.com .

Gli articoli devono vertere sul tema del viaggio di scrittori italiani o stranieri che abbiano avuto esperienze

umane, artistiche o professionali in Brasile; o, viceversa, di scrittori brasiliani o stranieri in Italia.

Il miglior articolo, scelto dal comitato scientifico della rivista, sarà pubblicato su un numero di

Mosaico del prossimo anno, che avrà, appunto, come oggetto il viaggio.

Non saranno presi in considerazione articoli che non rispondano alle esigenze richieste e che presentino

errori ortografici, grammaticali o sintattici.

Aspettiamo dunque i vostri testi e ...in bocca al lupo!

La Redazione

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4

Firenze capitale

della lingua italiana?

La lingua italiana, come è

noto, è figlia del fiorentino,

cioè della lingua della

città di Firenze. Va a Manzoni

il merito di aver riconosciuto

“[...] nel fiorentino il fondamento

genetico dell’italiano

[...]” (DE MAURO, 1993, p.

329); e Ascoli scrive che “[...]

il tipo fonetico, il tipo morfologico

e lo stampo sintattico

del linguaggio di Firenze si

erano indissolubilmente disposati

al pensiero italiano,

per la virtù sovrana di Dante

Alighieri [...]” (ASCOLI,

2008, p. 19); infine, Vitale

afferma che “[...] la lingua comune

nazionale italiana è il

fiorentino, quale è venuto affermandosi

e imponendosi attraverso

una serie complessa

di vicende culturali e sociali

in Italia come lingua di tutta

la nazione nel corso della no-

stra storia civile [...]” ( VITA-

LE, 1960, pp. 221-2).

Ma è ancora il fiorentino,

nei fatti, a rappresentare

il modello di lingua unitaria

per gli italiani? E, nel caso,

a quale fiorentino è necessario

fare riferimento, quando

si tratta di identificare la

filiazione dell’italiano? La

domanda è pertinente, e la

risposta non è scontata. Non

a caso in Italia si è dibattuto

per secoli di “questione della

lingua”, restando adombrato

sotto questa espressione un

problema, oltre che linguistico,

di “egemonia culturale”

(GRAMSCI, 1975, p. 2346),

cioè anche di potere politico.

Potere che da parte fiorentina

tentò di imporre per ultimo,

attraverso la pretesa superiorità

linguistica, il magnifico

Lorenzo de’ Medici, a ratifi-

Maria Cecilia Casini

(Universidade de São Paulo)

care il predominio della sua

città (e della sua famiglia) in

tutt’Italia; tentativo destinato

a fallire, e che segna l’inizio

dell’involuzione, politica ma

anche culturale, dell’Italia in

Europa. A metà ‘500 vanno

definendosi quelle che saranno

per i secoli a seguire le

linee normative della lingua

italiana; come è noto, saranno

le tesi fiorentino-arcaiche

del Bembo, che prevedono

come modelli canonici la

lingua poetica petrarchesca

e quella della prosa boccacciana,

a prevalere, ancora in

gran parte contro i voti dei

fiorentini del tempo: con il

passare del tempo, infatti, la

lingua di Firenze era naturalmente

mutata, e per larga

parte non corrispondeva più

al fiorentino scritto dai grandi

trecenteschi. Ma la norma-


lizzazione politica promossa

dall’avvento del granducato

(1569) investirà anche il campo

della lingua; il parziale

recupero della centralità del

fiorentino dell’uso contemporaneo

ad opera del Varchi non

riuscirà di fatto a ribaltare una

situazione che è già uno stato

di fatto; nel 1612 sarà pubblicato,

con la benedizione medicea,

il primo Vocabolario

degli Accademici della Crusca,

in massima parte fedele

agli orientamenti bembiani.

Secondo i quali orientamenti

la lingua modello d’Italia

è dunque il fiorentino di Petrarca

e di Boccaccio (mentre

Dante rimane escluso dal canone),

vissuti in quell’“aureo”

‘300 in cui la lingua di Firenze

avrebbe toccato il più alto

grado di perfezione della sua

storia. A tale lingua dovrà fare

riferimento nei secoli seguenti

chiunque si cimenti in opere di

scrittura; per quanto riguarda

la lingua parlata, la questione

è più complessa, perché solo

gli appartenenti alle élite culturali

potevano di fatto parlare

in toscano, e in un toscano comunque

fortemente ‘inquinato’

dalle parlate locali; il resto della

popolazione d’Italia si esprimeva

nei vari dialetti nativi.

La maggior parte dei tratti

della lingua di Firenze passati

all’italiano moderno risalgono

dunque ad una fase assai lontana

dello sviluppo della lingua,

quella del fiorentino trecentesco,

denominato “aureo” per

l’estrema perfezione raggiunta.

Fra questi tratti abbiamo:

● l’anafonesi delle due vocali

/e/ e /o/ si chiudono in /i/ e /u/

davanti a consonante laterale

palatale (famiglia, consiglio) o

a gruppo nasale + occlusiva

velare (lingua, lungo, ecc.);

● la chiusura di –e atona in –i

(pronomi atoni mi, ti, si; ME-

LIOREM > migliore; DE > di,

dichiarare e RE > ri, rinunciare;

oggi esiste oscillazione:

deplorare, regnare);

● la vocalizzazione della vibrante

dentale latina nel nesso

/arjo/, con formazione del

suffisso –aio, cui corrisponde

–aro in altre parti d’Italia (macellaio/macellaro);

● l’indebolimento di /a/ pretonico

nelle terminazioni

verbali;

● il dittongo spontaneo di

nuovo, piede;

● la sostituzione analogica

della terminazione della prima

persona plurale del congiuntivo

–iamo a quella delle

desinenze –amo, -emo, -imo

del presente indicativo;

● il passaggio da –ar a –er,

come nel futuro e nel condizionale

(amarò > amerò;

amarei > amerei); parole che

presentano –ar come mozzarella

denunciano l’origine

non toscana.

È possibile però riscontrare

nell’italiano attuale anche

alcuni tratti del fiorentino più

tardo, chiamato “argenteo”

da Arrigo Castellani in contrapposizione

alla ‘perfezione’

del precedente. Fra tali

tratti ricordiamo:

● il tipo breve, prova (senza

dittongo), in sostituzione del

tipo trecentesco brieve, pruova

(con dittongo di è e di ò in

sillaba libera);

● le forme ragliare, teglia, risultato

della palatizzazione di

ragghiare, tegghia;

● le forme verbali dia(no),

stia(no) da dea(no), stea(no);

● i numerali dieci, diciassette,

diciannove, mille, da

diece, dicessette, dicennove,

milia;

● domani e stamani al posto

di domane e stamane (ma si

usa ancora, anche se raramente,

stamane);

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● il tipo me lo (dativo/accusativo),

da lo mi (accusativo/dativo);

● la serie glielo, gliela ecc.,

dall’invariabile gliele;

● ciliegia da ciriegia; piccione

da pippione;

● l’assenza di dittongo dopo

palatale: fagiolo, gioco, figliolo

(anticamente fagiuolo, giuoco,

figliuolo);

● la prima persona dell’imperfetto

indicativo in –o invece

che in –a (io ero e non io

era ecc.);

● le forme dell’indicativo dei

verbi irregolari dare, fare, stare,

andare in sostituzione di

quelle dell’imperativo: dai,

fai, stai, vai (invece di da’, fa’,

sta’, va’); ma in presenza di

enclisi si raddoppia la consonante

e si usa la vecchia forma:

dammi, vacci ecc.;

● la pronuncia a, bi, ci, di...

delle lettere equivalenti, invece

dell’antica a, be, ce, de...;

● la diffusione del costrutto noi

si va, invece di noi andiamo.

Ma, dando per acquisita

storicamente l’origine dell’italiano

dal fiorentino (trecentesco

o no), è ancora giusto,

oggi, parlare di ‘predominio’

fiorentino della lingua comune

a tutti gli italiani? Esiste

ancora - se è mai esistita - una

omologazione linguistica al

fiorentino da parte dell’italiano

del resto d’Italia?

Durante la sua esistenza

l’italiano, come è noto, è passato

per molte crisi di crescita,

e il rapporto con il fiorentino

è cambiato. Soprattutto

a partire dalla seconda metà

del secolo XVIII si comincia a

sentire l’inadeguatezza della

lingua italiana - sia nel registro

orale, sia (meno) a livello

letterario - come moderna

lingua di comunicazione; e il

fiorentino, come modello di

lingua unitaria d’Italia, entra

in crisi. Molti sono i fattori

determinanti questa situazione,

nella maggior parte legati

alle sfavorevoli condizioni politiche

e culturali d’Italia nel

contesto europeo dell’epoca;

ci limiteremo qui a richiamare

la lucida testimonianza di Leopardi,

che comincia con una

riflessione relativa alla mancanza

di una capitale in Italia:

L’Italia non ha capitale.

Quindi il centro della lingua italiana

si considera Firenze [...].

In tutte le monarchie la buona

e vera lingua nazionale risiede

nella capitale. [...] Quando il

centro della lingua non è la capitale,

il che non può essere se

non quando capitale non v’è,

esso non può né pretendere né

esercitare di fatto una più che

tanta influenza [...]. Di più tale

influenza, qualunque sia o sia

stata, non può essere che temporanea,

dipendente dalle circostanze,

e soggetta a scemare,

crescere, svanire, mutar di poco

insieme con esse. Tale influenza

non derivando dall’essere

di capitale, né dall’influenza

politica, non può derivare se

non da quella influenza sociale

che è data da una maggioranza

di coltura e letteratura, e che si

esercita mediante queste. Firenze

e la Toscana ebbero infatti

questa maggioranza dal 300

al 500 [...]. Oggi tanto è lungi

che l’abbiano, che, lasciando la

lingua dove i toscani sono più

ignoranti che qualunque altro

italiano [...], Firenze in letteratura

sottostà a tutte le altre metropoli

e città colte d’Italia [...}.

Il dire che Firenze o la Toscana

debba oggi considerarsi per

centro ed arbitro della lingua

italiana perciocché più secoli

addietro fu preminente in letteratura,

e che la sua letteratura

antica, le debba dare influenza

sulla lingua nazionale moderna,

è lo stesso che dire che

gl’italiani debbono scrivere in

lingua antica e morta, (giacché

la letteratura toscana è morta) e

quelli che seguono a considerar

Firenze per arbitra della lingua

italiana, e questa chiamano

ancora ostinatamente toscana,

sono, e non possono essere che

quegli stessi i quali considerano

e vogliono che la lingua italiana

si consideri e s’adoperi come

morta (Zibaldone, 2122-26, 19

novembre 1821). (LEOPARDI,

1998, pp. 238-40)


È noto che nel corso

dell’‘800, il secolo delle battaglie

risorgimentali e della

tanto desiderata unificazione

politica (1861), vennero

avanzate due possibili grandi

soluzioni al problema della

lingua in Italia: una, monolinguistica,

da parte di Alessandro

Manzoni, che proponeva

come modello l’uso

del fiorentino parlato colto;

l’altra, da parte di Graziadio

Ascoli, che caldeggiava

la formazione di una lingua

comune sovrarregionale grazie

ad apporti dalle varie

parlate d’Italia (una sorta di

“teoria cortigiana” rivisitata).

La soluzione adottata, anche

a livello politico, fu, come

si sa, quella di Manzoni,

che si prestava più di quella

ascoliana ad una immediata

attuazione; il fiorentino occupa

una posizione di rilievo,

come lingua identitaria

e unitaria d’Italia, soprattutto

nel periodo immediatamente

successivo all’unità politica

(in particolare nei pochi anni

in cui Firenze fu capitale del

regno d’Italia, dal 1865 al

1871), e ancora nei due ultimi

decenni del secolo XIX (e

in fiorentino, o toscano, sono

scritti alcuni dei primi capolavori

letterari dell’Italia unita,

come Pinocchio, Cuore,

La scienza in cucina o l’arte

di mangiar bene). Ma già alla

fine del secolo il fiorentino

comincia a perdere progressivamente

la spinta espansiva a

farsi idioma unitario della nazione

italiana, e si accentua

il suo distacco dalle altre lingue

d’Italia; come a dire che

le cose per il fiorentino andavano

meglio in Italia quando

questa era divisa.

Dunque, se “[...] è indubbio

che l’italiano ha incorporato

stabilmente i caratteri

fondamentali della varietà

linguistica di Firenze [...]”

(BRUNI, 2007, p. 41), è anche

vero che soprattutto nel

corso del Novecento questa

varietà ha perso gran parte

del suo prestigio; nella prima

metà del secolo a causa, fra

l’altro, della forte opera di

promozione di Roma come

centro assoluto, anche linguistico,

della nazione, portata

avanti dal regime fascista;

nella seconda metà a causa

del progressivo svincolarsi

della lingua “[...] dalla tradi-

zione umanistico-letteraria

per diventare un’emanazione

della tecnologia, strumento

di pura comunicazione

elaborato non più a Firenze

o a Roma, ma nei centri industriali

del Nord” (ROSSI-

MARONGIU, 2000, p. 108),

del sempre maggiore spazio

occupato da quello che il

linguista Tullio De Mauro ha

definito “italiano popolare

unitario” e della ripresa di

vigore dei dialetti, soprattutto

a partire dagli anni ’60. Ricordiamo

la categorica affermazione

della non esistenza

di una vera e propria lingua

italiana nazionale da parte

di Pier Paolo Pasolini, e alla

polemica linguistica da lui

innescata nel 1964 con la

pubblicazione della conferenza

Nuove questioni linguistiche

su “Rinascita”; testo

che rilanciò in termini nuovi

la vecchia questione della

lingua, riaccendendo l’attenzione

di studiosi e letterati

sulle condizioni linguistiche

d’Italia e sulle modalità del

loro funzionamento.

Come conseguenza di

tanti cambiamenti molti dei

tratti del fiorentino, che in

teoria dovrebbero essere

passati all’italiano, hanno

perduto la loro condizione

di canone e sono retrocessi

alla dimensione locale.

Oggi si ritrovano solo a Firenze

o, dipendendo dal

caso, in Toscana; fuori dalla

Toscana sono spesso percepiti

come letterari o arcaici,

e non vengono identificati

come appartenenti alla lingua

standard. Per esempio,

per quanto riguarda la pronuncia,

quella che dovrebbe

servire da modello a tutti gli

italiani è la cosiddetta “pronuncia

fiorentina emendata”,

cioè “[...] una pronuncia

che rispetta le regole

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fondamentali del fiorentino

ma è privata dei tratti specificamente

ed esclusivamente

toscani, come la gorgia [...]

o le pronunce spiranti delle

affricate palatali [...]” (SO-

BRERO-MIGLIETTA, 2006,

p. 62); ma essa, nei fatti, non

viene assolutamente rispettata

fuori dalla Toscana (e

poco, sempre meno, anche

in Toscana). Tra i tratti del

fiorentino “emendato” che

non riscontriamo nella pratica

dell’italiano standard possiamo

ricordare:

● la distinzione fra le e e le

o aperte e chiuse, da cui le

coppie pèsca/pésca e bòtte/

bótte;

● la distinzione fra la fricativa

intervocalica dentale sorda

[s] e la fricativa dentale sonora

[z], come nelle terminazioni

del passato remoto e in certe

parole (difesi; casa; chiuzi;

cazo);

● il raddoppiamento fonosintattico

(maddai; sopraffare;

cheddici).

Nel 1999, avvicinandosi

la fine del millennio, la

rivista “Italiano & oltre” si

propose di fare un bilancio

dello stato dell’italiano contemporaneo;

in particolare,

nel testo d’apertura intitolato

Commenti Raffaele Simone si

poneva due domande precise:

“[...] che cosa è stato del

fiorentino, cioè del grande

modello che Manzoni aveva

preconizzato adatto a tutti gli

italiani, e, in secondo luogo,

quale modello (se ce n’è uno)

gli italiani hanno, nel frattempo,

adottato? [...]” (“ITA-

LIANO & OLTRE”, 1999, p.

196). La risposta, a entrambe

le domande, è “sconsolante”

(“ITALIANO & OLTRE”,

1999, p. 197): secondo Simone,

“Firenze non rappresenta

linguisticamente nulla per gli

italiani”, che hanno “rifiutato

compattamente” il fiorentino

“malgrado gli sforzi durati

per decenni” 1 (“ITALIANO &

OLTRE”, 1999, p. 196). Questo

rifiuto non avrebbe per

contro implicato l’adozione

da parte degli italiani di un

qualsivoglia altro modello di

lingua unitaria, restando eluso

ancora una volta “il problema

civico di una lingua

per tutti” (“ITALIANO & OL-

TRE”, 1999, p. 197). Il rifiuto

di un “idioma federativo”

avrebbe avuto conseguenze

negative, che stanno sotto gli

occhi di tutti: “[...] una coscienza

linguistica debole e

malcerta, un istinto unitario

assolutamente insufficiente,

una totale incertezza culturale

e linguistica da parte dei

mass media (specialmente

la televisione), l’insensibilità

di questo problema da parte

di ministri e specialisti, una

perdurante disaffezione verso

la lettura e in genere verso la

cultura, l’inesistenza di una

letteratura nazionale capace

di inventarsi e propagare

una lingua media per tutti,

una pervicace resistenza

all’apprendimento universale

di una lingua straniera [...]”;

tutti questi problemi e, inoltre,

la trionfante globalizzazione,

che destrutturerebbe

le competenze linguistiche

“disarticolandole qualitativamente”,

hanno contribuito

a fare dell’Italia “un paese

linguisticamente mediocre

e culturalmente sconfortante”

(“ITALIANO & OLTRE”,

1999, p. 197) e ad aprire il

fianco agli usi e agli abusi

di una lingua selvaggia, refrattaria

a regole e a norme

d’uso. Insomma, la lezione

di Ascoli, che indicava nella

“scarsa densità della cultura”

(ASCOLI, 2008, p. 29) uno

dei principali motivi dell’impossibilità

di avere anche in

Italia una lingua veramente

unitaria (e della decadenza

italiana in generale), continua

ad essere quanto mai

attuale, “con o senza fiorentino”

(“ITALIANO & OLTRE”,

1999, p. 197).

Riferimenti bibliografici

AA.VV. “Italiano & oltre”.

Anno XIV , n. 4, 1999.

Ascoli, Graziadio Isaia.

Scritti sulla questione della

lingua (a c. di C. Grassi).

Torino: Einaudi, 2008.

Bruni, Francesco. L’italiano

letterario nella storia. Bologna:

Il Mulino, 2007.

Castellani, Arrigo. Saggi di

linguistica e filologia italiana

e romanza. Roma: Salerno

Editrice, 1980.

De Mauro, Tullio. Storia

linguistica dell’Italia unita,

Roma-Bari, Laterza, 1993.

Gramsci, Antonio. Quaderni

del carcere (a c. di V.

Gerratana), vol. III. Torino:

Einaudi, 1975.

Leopardi, Giacomo. La varietà

delle lingue (a c. di S.

Gensini). Firenze: la Nuova

Italia, 1998.

1 Nella stessa rivista, il questionario di Neri Binazzi sembra confermare il ‘decadimento’ del fiorentino da lingua

nazionale a una varietà di lingua locale, che riconosce i “tratti forti” della sua identità in “[...] un lessico che ha stretto un

patto di ferro con l’informalità e tradizioni discorsive radicate nel profondo [...]”; La fiorentinità tipica è vitale e popolare,

ivi, p. 207. Del resto già nel 1956 Italo Calvino, nel suo lavoro di trascrizione delle principali fiabe della tradizione

italiana, Fiabe italiane, aveva ammesso di essere intervenuto per abbassare il tono linguistico di fronte alla marcatezza e

al carattere eccessivamente dialettale della lingua delle fiabe toscane.


L’italiano

contemporaneo:

una foto in

movimento Elvira Federici

(Consolato Generale d’Italia in Curitiba)

Quella che parliamo, infatti, è una lingua che continuamente scorre e si rinnova, che

aderisce come una seconda pelle alla società che la usa e che di questa società segnala […]

tanto gli impercettibili mutamenti di una deriva quanto l’onda improvvisa della catastrofe.

(A. Sobrero, 1993)

Nonostante i suo tratti universali

- la lingua è una

facoltà innata e innate

sono alcune procedure generative

della lingua, come

ci ricorda Chomsky - sono

innumerevoli i modi di realizzare

il pensiero e la comunicazione

nelle diverse

lingue e, anche, all’interno

della stessa lingua. Una lingua

si muove, muta, respira

esattamente come accade ai

parlanti. Possiamo ricostruirne

la sua storia e la sua evoluzione

nel tempo attraverso

la dimensione diacronica e

possiamo tentare di osservar-

ne una gamma di fenomeni

in un dato momento, attraverso

la dimensione sincronica.

Con la descrizione sincronica

di una lingua, scattiamo una

foto di chi la parla, fermiamo

per un istante il suo fluire per

osservare più attentamente,

con il fenomeno linguistico,

9


10

quello dei mutamenti storici

e sociologici. La descrizione

sincronica - cosa accade simultaneamente

in una lingua,

quanto alla dimensione semantica,morfologico-sintattica

e pragmatica - è alla base

altresì di una storia, che si

percepisce nella dimensione

diacronica, ricostruita attraverso

la sequenza dei mutamenti

della lingua nel tempo.

Una lingua è un sistema integrato

di sistemi, in dipendenza

della storia di quella lingua

e della storia dei suoi parlanti.

L’ italiano in questo senso

è una lingua emblematica

perché lingua “plurale” all’

interno degli stessi confini

italiani, per effetto della varietà

di repertori linguistici a

disposizione dei parlanti. Le

ragioni sono sia di natura storica

che sociolinguistica.

Come è noto l’ Italia, per

quanto da sempre “nazione”

sul piano storico, culturale e

antropologico, è stata soggetta

per secoli ad una grande

frammentazione politica. Le

città, le signorie e i principati,

hanno favorito, pur all’interno

di una storia comune,

una differenziazione linguistica

e culturale, oltre a quella

ricchezza artistico-architettonica,

che è il tratto peculiare

del Paese.

Questo fatto e altre ragioni

di natura politica hanno ritardato

il formarsi di uno stato

unitario che, per paesi come

la Francia, la Gran Bretagna,

la Spagna si può far risalire

invece ai primi secoli dopo

il Mille. Come Stato unitario

l’Italia si costituisce invece tardivamente,

nel 1861, circa 40

anni dopo un paese del Mondo

Nuovo come il Brasile.

Ciò significa che l’italiano,

per quanto già assestato nelle

fisionomie morfosintattica e

lessicale, dotato di prestigio

come lingua di cultura anche

oltre i confini territoriali,

utilizzato nella forma scritta

su tutto il territorio, tarda a

diventare ufficialmente la lingua

nazionale.

I dialetti si affiancano

all’italiano non esistendo, sul

piano linguistico-strutturale

nessuna differenza di “valore”

tra lingua e dialetti e vanno

a comporre il “ repertorio

di repertori” a disposizione

del parlante italiano.

Possiamo quindi dire che

il sistema linguistico italiano

è un sistema di sistemi che

hanno “[...] da tempo come

lingua guida […] l’ italiano”

(Pellegrini, 1977).

La distanza strutturale tra i

diversi dialetti riferibili all’italiano

non è di molto inferiore

a quella tra le varie lingue romanze:

un parlante siciliano e

un parlante bergamasco non si

capiscono più di quanto uno

italiano capisca uno spagnolo.

I dialetti dunque non sono

semplici varianti regionali

dell’italiano. Fanno, tuttavia,

parte del repertorio linguistico

italiano, come l’italiano

regionale, una variante dello

standard fortemente influenzata

dal dialetto.

Il repertorio linguistico degli

italiani è così costituito di

una pluralità di repertori, che

includono una diglossia (uso

contemporaneo di due lingue,

lo standard e il dialetto

) ma anche un’ampia gamma

di varianti dello standard.

Così, più precisamente, definisce

il sistema linguistico italiano

Gaetano Berruto (1987):

bilinguismo endogeno (determinatosi

per fattori interni,

non dovuto a decisioni politiche

o a migrazioni);

a bassa distanza strutturale

(varietà dello stesso ceppo

romanzo, esposte al contagio

della lingua standard);

con dilalia (entrambi i repertori

sono impiegabili in

sovrapposizione).

Cosa possiamo osservare

alla luce di questa definizione

di Berruto?

L’italiano standard, come

già ricordato, viene a costituirsi

sul toscano-fiorentino

emendato, grazie al prestigio

dei tre grandi scrittori toscani,

Dante, Petrarca, Boccaccio,

che ne compiono di fatto una

sistematizzazione.

Questo modello – che

nel tardivo processo di unificazione

nazionale diventa

occasione di un grande dibattito

sintetizzabile ne “la questione

della lingua” (si pensi

ad Alessandro Manzoni, e al

dibattito con il grande filologo

Graziadio Ascoli, che

profeticamente ipotizzava un

italiano sovraregionale) - lascia

tuttavia per secoli quasi

inalterata la prospettiva dei

parlanti. Il toscano-fiorentino,

che già aveva guadagnato la

sua diffusione non con l’imporsi

come lingua del re, con

la spada o gli editti, ma per

il prestigio sommo dei poeti

che l’avevano di fatto sistemata

morfosintatticamente e

nel lessico, era già modello

delle classi colte delle altre

regioni, al momento dell’unità

nazionale. Lingua scritta,

lingua letteraria. Non ancora

la lingua parlata dagli italiani.

Una scolarizzazione ancora

carente o legata al censo,

la scarsa dimestichezza

con la lettura e la scrittura di

gran parte della popolazione

post-unitaria fa sì che i dialetti

rimangano, localmente

e per lungo tempo la lingua

in uso, cui corrisponde l’italiano

per tutte le forme scritte

e istituzionali.

Nel dialetto si realizza lo

scambio all’interno di una società

che più che di cittadini


è fatta di comunità. Il dialetto

è infatti spesso l’unica lingua

degli emigranti (cosa che spiega

lo strano destino della diffusione

dell’italiano in paesi

come il Brasile, per esempio,

dove piuttosto trova sistemazione

il Taliàn – dialetto veneto

con innesti portoghesi).

Il quadro muta, e vertiginosamente,

in tempi che possiamo

considerare recenti. Il

boom economico della fine

degli anni Cinquanta, l’urbanizzazione,

la migrazione

interna, la scolarizzazione

di massa e, non ultima, la televisione

(De Mauro, 1976)

producono in pochi anni mutamenti

in un contesto linguistico

secolarmente immobile.

E la vera misura del mutamento

sta nel fatto che l’italiano

diventa lingua parlata di tutti

e da tutti, non più solo quella

codificata nella letteratura,

nella scienza, nell’amministrazione,

imposta dallo Stato unitario

a popolazioni sostanzialmente

dialettofone, ma lingua

della comunicazione, con la

gamma di varianti che tenteremo

di prendere in esame.

Se prima si parlava un

massimo di dialetti e un minimo

di italiano, ora il rapporto

si inverte ovunque. Un’amplissima

maggioranza italofona

che sa e usa la lingua riferita

allo standard in relazione

ai contesti comunicativi, si

contrappone ad una esigua

minoranza che parla solo il

dialetto (vedere in proposito il

fenomeno della convergenza

linguistica dei dialetti verso lo

standard, Sabatini, 1990).

I dialetti, sottratti alla funzione

totalizzante di unica

lingua di comunicazione

cominciano a recuperare,

una imprevista funzione di

arricchimento connotativo di

alcuni tratti culturali ( talvolta,

con implicazioni etniche)

nei diversi strati sociali, come

lingua accanto all’italiano; in

questo senso: una varietà a

tutti gli effetti.

La persistenza del dialetto

si può pertanto ascrivere ad

una scelta del parlante che,

nella maggior parte dei casi,

dispone oggi di un ampio repertorio.

Questo tuttavia non

può farci dimenticare che le

poche unità percentuali di

coloro che risultano parlanti

solo il dialetto riguardano:

più vecchi che giovani, più

uomini che donne, più bassa

che alta scolarizzazione, più

realtà rurali e delle periferie

delle grandi città del sud.

Questa premessa, per dare

conto dell’estrema complessità

del sistema linguistico

italiano: sistema di sistemi,

dicevamo, che include quattro

dimensioni di variazione

sincronica, all’interno della

lingua italiana, secondo il

modello sociolinguistico di

Gaetano Berruto (1987) e una

varietà di repertori dipendente

dai dialetti, di cui esistono

diversi modelli di descrizione.

Senza entrare nel merito

dell’efficacia ed esaustività

scientifica dei modelli, possiamo

tuttavia prenderli a riferimento

per “leggere” il sistema

dell’italiano.

Se per standard intendiamo

quella che per ragioni

storico-politiche e di prestigio

culturale, non certo per intrinseche

qualità strutturali, diventa

la lingua franca, questa sarà:

neutra, cioè non marcata

rispetto al dialetto;

normata, attraverso la codificazione

in manuali e canoni;

normale, cioè statisticamente

più diffusa tra i parlanti colti.

Lo standard è, alla lettera,

un punto di riferimento rispetto

al quale descrivere le variazioni.

Variazioni che rappre-

sentano la lingua viva, la lingua

vera (senza contare che lo

stesso standard sembra essere

un bersaglio mobile, tanto è

soggetto a modificazioni)

Il fiorentino del 300 emendato

e contaminato si identifica

come standard, in cui

troviamo una varietà alta: a

base letteraria, italiano colto

formale, scritto e una varietà

bassa: l´italiano di uso medio

o neo-standard, che, non

riguardando solo l’oralità,

rappresenta sempre più una

varietà panitaliana, usata da

parlanti di estrazione regionale,

sociale o culturale diversa.

Nel modello sociolinguistico

di Berruto, che tuttavia

mette in guardia dai limiti della

schematizzazione, la varietà

del repertorio, in dimensione

sincronica, è data dalle seguenti,

rispettive condizioni :

il mezzo fisico o il canale

della comunicazione, diamesia;

la situazione comunicativa,

diafasia;

lo strato o il gruppo sociale

dei parlanti, diastratia;

l’area geografica, diatopia.

Il modello da conto, della

varietà che si determinano se

il parlante è di questa o quella

regione (diatopia); se parla

in un contesto comunicativo

formale o istituzionale o in

quello privato, colloquiale

informale (diafasia); se appartiene

ad un ceto sociale più o

meno colto (diastratia); se usa

il canale verbale o comunica

attraverso altri mezzi di comunicazione,

inclusa la scrittura

(diamesia). Queste varietà,

peraltro possono disporsi

su un continuum e solo raramente:

nel caso di una lingua

scritta, scientifica, altamente

formalizzata, non mescolarsi.

La gamma dei repertori invece,

se ci atteniamo alla pro-

11


12

posta capostipite (Pellegrini

1960) è data da:

italiano standard: non

marcato

italiano regionale: standard

alto, con marche fonetiche

e/o lessicali della regione;

koinè dialettale: dialetto

depurato dei tratti locali più

vistosi, che accoglie suoni e

forme dei grandi centri regionali

ed è fortemente italianizzato

(vedi la koinè romana,

veneta o napoletana);

dialetto locale.

Francesco Sabatini (1985),

peraltro, indica l’italiano standard

e l’italiano di uso medio o

neo-standard, come le uniche

due “varietà” nazionali dell’italiano

contemporaneo. Questa

affermazione quasi provocatoria,

tende a rimarcare un tratto

fondamentale: che l’italiano è

la lingua universalmente parlata

in Italia, a differenza di quanto

accadeva fino a 50 anni fa.

Soffermiamoci sull’italiano

neo-standard, che è non

solo la varietà bassa dello

standard, ma anche il repertorio

che incontriamo sempre

più spesso, ad esempio, nella

comunicazione televisiva dei

talk show come delle soap.

Segno della caratteristica

“unificante” del neo-standard,,

che non riduce la gamma

delle realizzazioni dei

parlanti ma diventa, appunto,

un riferimento. Come tale utile

per apprendenti l’ italiano

come seconda lingua.

Sabatini (1990) individua

14 tratti, dell’italiano di uso

medio o neo-standard. Ne ricordiamo

alcuni:

lui lei loro in posizione di

soggetto (invece di egli, ella,

essi): loro stanno in albergo;

te usato con funzione di

soggetto, in luogo di “ tu”:

vieni anche te;

gli dativo unificato, al posto

di le, loro: quando han-

no chiamato, gli ho detto di

passare;

l’uso pleonastico o affettivo

delle particelle pronominali:

a me mi piace; mi sono

fumato un sigaro;

che relativo, adottato anche

per i casi obliqui (che

prevedono la preposizione +

il/la quale ecc.):

l’ anno che ti ho conosciuto;

che polivalente, connettivo

generico che non consente

di precisare il valore temporale,

causale o consecutivo:

vieni che ti aspettiamo;

l’indicativo in luogo del

condizionale e del congiuntivo:

era meglio se studiavi (sarebbe

stato meglio che avessi

studiato);

la dislocazione a sinistra:

quel vestito l’ho già messo.

Più in generale si osserva:

una semplificazione del

sistema verbale dovuto a costruzioni

prevalentemente

paratattiche; la sostituzione

del congiuntivo con l’indicativo

e della forma passiva con

quella attiva; l’estendersi delle

concordanze a senso, es.

il padre con tutta la famiglia

erano emigrati.

Non è peraltro possibile

soffermarci sugli esiti lessicali

di questa neo-standardizzazione,

data anche l’alta deperibilità

di questi ultimi; ad

esempio, troppo al posto di

molto: troppo bello; assolutamente

con valore affermativo:

assolutamente si!

Questi tratti danno conto

di una lingua veramente

comune, soprattutto parlata

ma non solo, che si costituisce

con la risalita da livelli

sub-standard, di forme prima

relegate nelle aree colloquiali

o triviali ed ora accettate

nella lingua nazionale, i cui

confini sono evidentemente

aperti verso il basso (Sobrero,

1993).

In questo senso è interessante

la definizione di italiano

tendenziale (Mioni, 1983) che

esplicita la tendenza dell’italiano

popolare alla norma di

maggior prestigio. L’italiano

di uso medio o neo standard

sembra individuabile alla

confluenza di questo duplice

movimento: dello standard

verso il basso e del popolare

verso lo standard.

Conclusioni

Al termine di questo breve

excursus, sintetizziamo in

pochi punti la descrizione

effettuata secondo una prospettiva

sociolinguistica.

Il repertorio linguistico degli

italiani è costituito da:

- l’italiano standard, che

trova ovviamente spazio

maggiore nella forma scritta,

e comunque nella comunicazione

più formale dell’istituzione,

della scienza, dell’informazione

(non possiamo

dire della letteratura, tout

court, dato l’alto tasso di

contaminazione linguistica

presente nella produzione

letteraria contemporanea);

- il neo standard o italiano

dell’uso medio che,

oltre a semplificare la morfosintassi

dello standard,

ingloba forme colloquiali e

triviali, che nella dimensione

diatopica, (differenti aree


geografiche) rappresentano

le varianti dell’italiano regionale,

determinatosi per

effetto dell’italianizzazione

del dialetto;

- i dialetti, tanto nella

dimensione regionale che

locale, utilizzati sempre più

spesso in sovrapposizione-

continuità con il neo-standard

(dilalia).

Restano fuori da questa

sommaria trattazione - che

non dà conto, ad esempio

dell’italiano giovanile, del

gergo, delle lingue speciali,

peraltro virtualmente rappresentabili

nel modello

di Berruto - l’italiano fuori

d’Italia, importante sia nella

prospettiva della diffusione

contemporanea sia in quella

del retaggio dell’emigrazione

e l’italiano degli attuali immigrati,

interessante per registrare

il mutamento della fisionomia

demografica e culturale

dell’Italia stessa.

Se per l’italiano degli immigrati

sono ancora in atto

studi i cui risultati non sono

consolidati, dato che il fenomeno

è linguisticamente

e sociologicamente recente,

per l’italiano degli emigranti

e dei discendenti esistono

certamente molti studi.

Di fatto, si può dire che un

italiano degli emigranti non

esiste in quanto tale, trattandosi,

come sappiamo di

fossilizzazioni del dialetto,

contaminato con la lingua

del paese di nuova residenza.

Sappiamo peraltro che,

per ragioni di natura sociologica

e storica – il patimento

di un generale pregiudizio

nei loro confronti- gli italiani

emigrati non hanno tenuto

a conservare la lingua per i

discendenti, cercando anzi,

il massimo grado di integrazione

con l´apprendimento

della nuova lingua.

Quello che rimane, nei

dialetti e dei dialetti, appare

piuttosto un lessico famigliare,

parlato dai nonni,

solo capito dai padri, sostanzialmente

ignorato dai

nipoti (lo scrittore Osvaldo

Soriano racconta che, nella

sua esperienza di bambino,

si era fatto questa idea, sentendo

i nonni parlare una

lingua solo capita e non

parlata dai genitori: più si

diventava vecchi, più si diventava

italiani!). In questo

senso lo studio e la diffusione

dell’italiano contemporaneo

a partire dai discendenti,

nonostante il forte legame

linguistico e culturale con

l´Italia, non è cosa acquisita

né dagli esiti certi.

Benché sotto la spinta di

enormi cambiamenti storicosociali,

l’italiano mostra tuttavia

di godere ottima salute:

nella diffusione- vedere i

prestiti verso le altre lingue e

il numero di studenti, che la

pongono tra le prime quattro

o cinque nel mondo; nella

tenuta strutturale e sintattica;

nella “demodiversità” 1 ,

rappresentata dai dialetti.

Infine, nella sua base lessicale,

praticamente invariata

rispetto alla sua storia secolare:

il vocabolario di base

della lingua italiana (De

Mauro, 1980) è costituito da

circa:

2000 parole Fondamentali

3000 parole ad Alto Uso

2000 parole ad Alta Disponibilità.

Sono ancora quelle della

lingua di Dante.

Riferimenti bibliografici

Berruto, G. Sociolinguistica

dell’italiano contemporaneo,

Firenze 1987.

De Mauro,T. Storia linguistica

dell’Italia unita, Bari,

1963 e 1976

De Mauro, T. Guida all’ uso

delle parole, Roma, 1980

Id. Come parlano gli italiani,

Firenze 1994.

De Mauro, Mancini F.

Vedovelli M. Voghera M.

LIP., Lessico di frequenza

dell’italiano parlato, Milano

1993.

De Mauro, T. La fabbrica

delle parole. Il lessico e

problemi di lessicografia,

Torino 2005.

Lo Duca M.G. Lingua italiana

ed educazione linguistica,

Roma, 2004.

Mioni, A. Italiano tendenziale:

osservazioni su alcuni

aspetti della standardizzazione

in AAVV Scritti

linguistici in onore di G.B.

Pellegrini, Pisa 1983

Pellegrini, G.B. Tra linguae

dialetto in Italia ,(1960) ora

in Saggi di lingua italiana:

storia, struttura, società, Torino

1975

Pellegrini, G.B. Carta dei

dialetti d’ Italia, Pisa 1977

Sabatini, F. L’ italiano

dell’uso medio: una realtà

tra le varietà linguistiche

italiane in Holtus,

Radtke, 1985.

Id. Una lingua ritrovata:

l´italiano parlato, in V. Lo

Cascio (a cura di) Lingua e

cultura italiana in Europa,

Firenze, 1990

Sobrero A., Introduzione

all’italiano contemporaneo,

Roma-Bari, 1993.

1 La parola demodiversità è cominciata ad apparire come calco del neologismo “biodiversità” e sta a significare il

complesso di differenze linguistico-culturali-antropologiche all’interno di un Paese o comunque di un contesto sociopolitico

definito.

13


14

Bella!

Ci 6? Allora

parliamo in

‘giovanilese’

Il “giovanilese”, probabilmente

sempre esistito, se

visto come creazione di

nuove parole ed espressioni a

partire dalla lingua standard e

di variazioni già esistenti, sta

assumendo uno spazio sempre

più ampio in cui manifestarsi

dentro, soprattutto, alla

comunicazione elettronica.

Dai linguisti è definito

Linguaggio Giovanile (LG),

e può essere inteso strictu

senso, come la lingua parlata

dai giovani in determinate

situazioni, una specie

di gergo. Coveri (1988, p.

231) lo definisce come una

varietà utilizzata quasi esclusivamente

nelle relazioni di

peer group, da adolescenti e

postadolescenti (teenagers).

Si tratta, spiega Coveri, di

quella fascia di età (11-19

anni) che, dal punto di vista

linguistico, è caratterizzata

dal passaggio dal linguaggio

infantile alla competenza linguistica

‘adulta’ mentre, dal

punto di vista psicologico, è

il momento della costruzione

dell’identità di sé, quando

i modelli di riferimento e

di comportamento passano

dalla famiglia al gruppo di

coetanei. Ma è definito an-

Anna Palma e Paula Garcia de Freitas

(Universidade Federal de Santa Catarina)

che “[...] un italiano zeppo

di parole e locuzioni filtrate

dalle varietà di lingua parlate

originariamente soltanto dai

giovani [...]” (NOVELLI, [s.

d.]), utilizzato, pertanto, anche

da altre generazioni.

Ce lo immaginiamo e ricordiamo

come espressione

della lingua orale, fenomeno

locale e a volte ristretto a un

unico quartiere o a un gruppo

di amici, la verbalizzazione

dello spirito degli adolescenti,

anticonformisti e desiderosi

di parole o espressioni

che potessero rappresentare,

in modo efficiente ed efficace,

il loro desiderio di essere

e di agire. Non possiamo dimenticarci

dell’importanza

del ruolo delle radio FM in

questo senso, dove programmi

musicali dedicati esclusivamente

ai giovani possono

essere considerati un veicolo

delle espressioni del mondo

giovanile sia a livello locale

che nazionale. Con l’avvento

dei cellulari e dell’Internet,

prende piede anche una diffusione

in larga scala della

sua variante scritta.

Il LG è stato classificato,

quindi, come una varietà diafasica,

cioè, un registro utiliz-

zato dai ragazzi in situazioni

comunicative informali e prevalentemente

orali (D’ACHIL-

LE, 2006) ma, anche nello

scritto, per lo più di carattere

breve, si possono rintracciare

usi propri dei giovani, come

nei graffiti, nei messaggi sms,

blog, ecc. Si tratta di una varietà

diafasica della lingua,

così come diatonica, perché

dipende da fattori geografici

e diastratica, giacché coincide

fino a un certo punto

con l’italiano comune, e che

viene impiegato dai giovani

esclusivamente nelle relazioni

di gruppo.

Possiamo dire che ogni

generazione tende a differenziarsi

da quella precedente e

questo spiega la dinamicità

e la straordinaria capacità di

rinnovarsi del LG, che produce

anche un grande ‘spreco’

linguistico: molti dei lemmi

prodotti e ‘in voga’ per qualche

tempo vengono abbandonati

nel giro di breve tempo

– durano al massimo una

decina d’anni e poi scompaiono.

Ma è ormai sempre

più una convinzione

che la lingua dei giovani

è una varietà

che influisce più

che mai sull’ita-


liano contemporaneo e “[...]

che urge una descrizione

linguistica di questa varietà

tralasciata dai linguisti [...]”

(RADTKE, 1993).

In Italia, pur essendo data

una maggior attenzione al LG

della fine degli anni Ottanta

e inizio degli anni Novanta,

un uso linguistico delle generazioni

più giovani si può individuare

già negli anni Cinquanta

e Sessanta, soprattutto

dopo il Sessantotto, in conseguenza

anche del progressivo

abbandono del dialetto

(D’ACHILLE, 2006).

Secondo Radtke (1993), a

cui si devono le più dettagliate

ed esaurienti esposizioni

critiche del linguaggio giovanile

italiano, questa nuova

lingua si è andata affinando

come realizzazione linguistica

che sostituisce il dialetto

a livello di parlare emotivo,

affettivo e informale. Questo

perché fino agli anni 50-60

si usava l’italiano per le situazioni

formali e il dialetto per

quelle colloquial-familiari.

Da quando nel nord-ovest e

nel centro Italia il dialetto è

quasi scomparso, il bisogno

di comunicare con emotività

ha contribuito a creare il linguaggio

giovanile che nel Sud

si è sviluppato con dieci anni

di ritardo e di cui ora si vedono

i primi accenni.

Una caratteristica notevole

del LG è l’inventività e

varietà espressiva nell’uso

ludico del linguaggio, forse

per un bisogno di espansione

linguistica, forse per il desiderio

di distinguersi da tutti e da

altri gruppi coetanei. Il carattere

di ludico nasce dal gioco

con gli elementi della lingua

standard da cui deriva. Da qui

anche la classificazione di

substandard che è attribuita a

questa varietà linguistica (AL-

BRECHT, 1993). L’intervento

linguistico avviene a tutti i

livelli linguistici. A livello fonetico,

un fenomeno molto

frequente è la distorsione della

catena fonica a fine tabuistico,

come trullo vs. grullo,

cioè, tonto (BANFI, 1992).

Ci sono esempi di deformazioni

giocose, come iao vs.

ciao, abbreviazioni di parole,

come prof per professore e un

fenomeno che va molto forte

che è il raddoppiamento, che

consiste nella reiterazione di

un vocabolo con funzione

intensiva, come ciao ciao, oppure

molto molto.

A livello lessicale, il livello

di analisi che più offre

elementi caratteristici e significativi,

sono frequenti le

cosiddette parole macedonia,

che mischiano due o tre

parole come handicapace,

da handicappato + capace),

i forestierismi, soprattutto

anglicismi come okay, love,

oops!; i termini propri di lin-

guaggi settoriali, della lingua

della pubblicità, il dialetto,

che si nutre di elementi tratti

sia dal dialetto parlato in

famiglia, sia da altri, come

il milanese, il napoletano e

soprattutto il romanesco, da

cui proviene, per esempio,

fico con valore apprezzativo

(D’ACHILLE, 2006).

L’aspetto ludico si riflette

anche a livello frasale (DINALE,

2001) nei giochi di parole, nelle

rime e filastrocche ed espressioni

per mettere un evento in

rilievo, come non ci posso credere!,

non puoi capire!, non

esiste proprio!, ti prego!, più o

meno marcate a seconda del

luogo in cui si danno.

A livello semantico si riscontrano

(SOBRERO, 1993)

estensioni semantiche come

godo per ‘sono contento’,

usato quasi sempre con un

pizzico di ironia, o enorme,

bestiale o pazzesco, per

‘bello, fantastico’. Ci sono

pure risemantizzazioni come

nell’uso della parola bella! nel

senso di ciao! diffusa da Milano

e da Roma; spostamenti di

significato, come gasarsi per

‘darsi delle arie’ o nonno per

‘noioso, obsoleto’ e esagerazioni:

spacco tutto, mi diverto

una follia, ecc. Oltre agli elementi

linguistici, il linguaggio

giovanile gioca anche sugli

elementi extra-linguistici, specialmente

sull’intonazione di

voce e sui gesti.

Secondo Albrecht (1993) è

possibile descrivere “[...] buona

parte del linguaggio giovanile

ricorrendo alla retorica,

più precisamente all’elocutio,

di cui la parte più conosciuta

è l’ornatus [...]” (p. 30). Infatti,

secondo questo autore, il

linguaggio giovanile utilizza

metafore o altri tropi della retorica

tradizionale.

Le tracce giovanili possono

essere incontrate anche

15


16

nello scritto, dove si presentano

come forma di comunicazione

veloce e informale,

per certi versi simile al parlato.

Sono la chat, il blog e gli

sms che si caratterizzano a

seconda del mezzo utilizzato,

il computer o il cellulare.

La velocità di composizione

dei messaggi vincolati a questi

mezzi porta a deviazioni

e a un decadimento, per così

dire, ‘autorizzati’ e poi, a

seconda del mezzo utilizzato,

avremo delle peculiarità

specifiche. Di solito la grafia

utilizzata in questi mezzi è

poco curata e assolutamente

informale, tanto che ricorrono

frequenti errori di demarcazione,

frutto del cattivo uso

della tastiera per la fretta di rispondere

on line. Compaiono

soluzioni grafemiche come

il diffusissimo K al posto del

ch dell’italiano standard – ke,

qualke, anke per che, qualche

e anche (PISTOLESI, 2004) o

l’utilizzazione di abbreviazioni

inventate, molte delle

quali diventate canoniche,

come “6” per la seconda persona

del verbo essere o “xke”

al posto di perché.

Il ludico giovanile si vede

nello scritto attraverso gli

Emoticon, le famose faccette

che accompagnano i messaggi,

attraverso i monogrammi,

cioè, quella unica lettera (o

più lettere) che abbreviano

una parola o un’intera frase

come cmq per comunque e

nn per non o TVB per ‘Ti voglio

bene’.

Se molti elementi propri

del LG hanno una vita effimera,

altri hanno una durata

più lunga e possono perfino

passare alla lingua comune.

È il caso, per esempio,

dell’uso della parola cioè

come segnale di apertura discorsiva,

molto in uso nella

generazione post-sessantot-

tina che piano piano cede

il campo a niente; oppure il

caso di molte voci ed espressioni

di origine dialettale o

gergale (come stare in campana

= tenersi pronto, stare

all’erta) che grazie all’importante

mediazione dell’uso

dei giovani sono entrate o

stanno entrando nel neostandard,

perdendo così la loro

connotazione ‘giovanile’.

Per quanto brevemente

esposto in questo articolo,

possiamo concludere che il

Linguaggio Giovanile è, probabilmente,

l’esempio più

“vivo” di un idioma, la fonte

più ricca e costante di rinnovamento

espressivo e lessicale

di una lingua, rappresentante

dell’anticonformismo salutare

proprio dell’età giovanile. Se

negli ultimi decenni l’importanza

linguistica di questo

substandard è cresciuta tanto

da richiamare l’attenzione di

specialisti, è perché l’espressività

giovanile ha trovato più

spazi, rispetto alle vecchie generazioni,

in cui manifestarsi

ed assumere il carattere di

una variazione linguistica di

largo uso, non più a livello locale

come nei dialetti, da cui,

comunque, continuano ad

attingere. Da qui le influenze

sulle variazioni dell’italiano

standard di cui si è accennato.

Tutti segnali, a nostro parere,

di una più significante

attenzione, dentro la società,

del ruolo svolto dai giovani

anche, e questo non sempre

può essere visto come un

elemento positivo, dal punto

di vista economico, come

consumatori a cui dirigere un

particolare interesse.

Riferimenti bibliografici

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delle caratteristiche generali

del linguaggio giovanile? In

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di Edgar Radtke. Tübingen:

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varietà linguistiche giovanili,

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a cura di Edgar Radtke.

Tübingen: Narr, 1993, pp.

95-108.


Quale lingua

insegnare? Riflessioni

sull’insegnamento

dell’italiano oggi

Non di rado chi insegna

una lingua non materna

si trova in difficoltà

nel momento in cui deve

definire qual è la lingua da

portare in classe e decidere

cosa deve essere considerato

“giusto” o “sbagliato” in

quella determinata lingua.

La questione si fa ancora più

difficile quando la lingua da

insegnare è l’italiano e la

situazione linguistica si presenta

complessa come in Italia

dove, oltre alle variazioni

determinate da normali

fattori extralinguistici, esiste

un repertorio diverso da regione

a regione, influenzato

soprattutto dai diversi dialetti

e dalla stratificazione

sociolinguistica dell’italiano

contemporaneo che rende

difficile l’individuazione di

una norma e di modelli a cui

fare riferimento.

“Tra i due poli

“giusto”/”sbagliato” si situa

una zona grigia, in cui

il parlante nativo può avere

dubbi e incertezze” afferma

Luca Serianni (Prima lezione

di grammatica, Roma-Bari,

Laterza, 2006), constatando

che per definire cos’è l’ita-

liano si parte spesso dalla

norma grammaticale, mentre

sarebbe, invece, indispensabile

considerare anche le

diverse possibilità d’uso che

subentrano in seguito a modifiche

delineatesi nel corso

del tempo e risultanti dalle

influenze reciproche di fattori

come, ad esempio, l’oralità

e la scrittura o i diversi gradi

di formalità. Sempre secondo

Elisabetta Santoro

(Universidade de São Paulo)

Serianni, nel caso dell’italiano,

le incertezze riguardano

una quantità di fenomeni

molto più estesa in relazione

ad altre lingue per almeno

due motivi: 1. la tardiva

affermazione di una lingua

comune e la conseguente

convivenza di più forme che

non sono state filtrate, né sottoposte

al naturale processo

di stabilizzazione delle lingue

parlate da molti secoli;

2. il valore attribuito alla

codificazione grammaticale

da una tradizione letteraria

molto distante dall’effettivo

uso della lingua.

Per decidere come comportarsi

in questa intricata

situazione di partenza, i docenti

potrebbero decidere di

ricorrere al Quadro Comune

Europeo di Riferimento

per le lingue (QCER) 1 , che si

propone di indicare percorsi

di riflessione tanto a chi insegna,

quanto a chi impara

una seconda lingua. E’ nella

sezione in cui tratta dei descrittori

di appropriatezza

sociolinguistica (p. 149) che

il QCER affronta la questione

dei registri e delle varietà

della lingua. Il QCER pro-

1 Il titolo completo del documento è Quadro Comune Europeo di Riferimento per le lingue: apprendimento, insegnamento,

valutazione. E’ uscito in inglese nel 2001 ed è stato pubblicato in italiano nel 2002 (La Nuova Italia, traduzione

di F. Quartapelle e D. Bertocchi).

17


18

pone comportamenti diversi

a seconda dei diversi gradi

di competenza e suggerisce

che solo a partire dal livello

B2 si inizi a considerare

l’appropriazione dei registri

da parte dell’apprendente,

visto che ancora al livello B1

sottolinea che chi impara “è

in grado di realizzare un’ampia

gamma di atti linguistici

e di rispondervi usando le

espressioni più comuni in

registro ‘neutro’”. In altre parole,

l’indicazione del QCER

è che fino al raggiungimento

del cosiddetto livello soglia

gli input testuali rappresentino

una varietà di lingua

neutra e non marcata e che

le produzioni orali e scritte

richieste agli studenti rispettino

le stesse caratteristiche.

La lingua così com’è nella

realtà potrebbe essere utilizzata

in classe solo a partire

dal livello B2, quando

l’apprendente “è in grado di

esprimersi in modo sicuro,

chiaro e cortese in registro

formale o informale a seconda

della situazione o della

persona implicata”. Giungendo

al livello C1, lo studente

“coglie i cambiamenti di registro”

e avrà imparato “a riconoscere

un’ampia gamma

di espressioni idiomatiche e

colloquiali”, anche se solo

al livello C2, quello più alto

secondo il QCER, “coglie

pienamente le implicazioni

sociolinguistiche e socioculturali

del linguaggio di un

parlante nativo e reagisce in

modo adeguato”. La pienezza

e la complessità della lingua

che sta imparando potrebbero,

insomma, essere “rivelate”

solo quando lo studente arriva

a livelli di conoscenza della

lingua molto elevati.

Tutto questo discorso ci

pone di fronte a una prima

questione: esiste la “lingua

neutra” di cui parla il QCER?

E se esiste, quale sarebbe? Si

potrebbe forse trattare di quella

lingua che alcuni docenti si

rammaricano di non riuscire

più a trovare neanche nei film

doppiati, nella voce dei presentatori

radiofonici o televisivi

o nelle rappresentazioni

teatrali, visto che persino in

questi ambienti l’italiano cosiddetto

standard ha lasciato

il posto a quello che è stato

definito semistandard o substandard

e che ammette variazioni

regionali soprattutto

a livello fonetico. Di fatto, il

“mito” dell’italiano standard

o italiano della norma che

non lascia spazio a varietà di

alcun tipo e che si “impara”

dalle grammatiche e nei corsi

di dizione è stato da tempo

superato ed è stato sostituito

da un italiano che vede la

norma in modo più flessibile

e che, come nella comunicazione

“reale”, ammette variazioni

di diverso tipo.

Il riferimento linguistico

non è più la letteratura, che

contiene, tra l’altro, essa stessa

diversi registri e consente

sempre più la penetrazione di

elementi regionali o derivati

da situazioni comunicative

di vario tipo, ma la lingua effettivamente

utilizzata dalla

massa dei parlanti che usano

l’italiano e lo adeguano alle

loro necessità linguistiche,

dando origine nell’uso a variazioni

che, nel corso del

tempo, vengono incorporate

o respinte e alterano quello

che, citando ancora una volta

Serianni, potremmo chiamare

“comune sentimento della

lingua”, espressione coniata

sulla base di quello che nel

diritto viene definito “comune

sentimento del pudore” 2 . Dovrebbero

essere, insomma, gli

stessi parlanti a definire cosa

si può o no ammettere nella

loro lingua e a determinare,

attraverso il loro uso della lingua,

l’accettazione o il rifiuto

dei cambiamenti, superando

l’incertezza e assumendo il

ruolo di “arbitri linguistici”.

Succede, dunque, che a

voler usare in classe una lingua

“neutra”, si correrebbe

il rischio di utilizzarne una

eccessivamente distante da

quella effettivamente presente

nelle situazioni in cui si comunica

in italiano oralmente

o per iscritto. Una lingua

non marcata non potrebbe

infatti corrispondere né alla

comunicazione quotidiana

e informale, né a quella colta,

burocratica o formale, ma

neanche a tutta una serie di

situazioni intermedie in cui

sono praticamente sempre

presenti elementi che difficilmente

potranno essere considerati

“neutri”, visto che

manifesteranno sempre le

caratteristiche di una determinata

situazione comunicativa

e di una specifica comunità di

parlanti.

Va aggiunto che, se è

vero quello che abbiamo affermato

finora, è anche vero

che portare in classe un testo

scritto o parlato in una lingua

“neutra” porrebbe al docente

un ulteriore problema: difficilmente

potrebbe non essere

un testo creato a soli fini didattici

e sarebbe, pertanto, un

testo senza lo spessore enunciativo

e la dimensione culturale

della comunicazione

vera. Diversamente da quella

presente nel materiale auten-

2 Il saggio di Serianni si intitola “La lingua italiana tra norma e uso” ed è apparso in MARELLO, C. & MONDELLI, G.

(a cura di) (1991). Riflettere sulla lingua, La Nuova Italia, Firenze.


tico, la lingua creata apposta

per l’insegnamento sopprime,

infatti, il contesto e le possibilità

interpretative che ne derivano,

impoverendo la comunicazione

ed affidandosi ad

un’artificialità che si distanzia

dalla vita reale e non prepara

gli studenti ad affrontarla.

A quest’ultima riflessione

si collega ancora una domanda:

si può “nascondere” allo

studente la lingua della realtà

finché non arriva ad un livello

avanzato? In che modo

reagirà un apprendente a un

contatto extrascolastico con

la lingua che studia, se non

gli si presentano già in classe

le variazioni che questa

lingua contiene? Anche se

si hanno in mente studenti

che imparano l’italiano fuori

d’Italia e che probabilmente

vedranno nell’insegnante il

loro principale punto di riferimento

linguistico, non si può

non considerare che questi

apprendenti possono facilmente

ascoltare altre voci in

internet, in televisione o al cinema

e che hanno numerose

possibilità di accesso a testi

di vario tipo. Sarà pertanto

necessario considerarli anche

in classe, analizzarli, capire e

far capire agli studenti a quali

ambienti e a quali varietà

appartengono per permettere

loro di orientarsi e di imparare

ad individuare le forme e

i registri che vanno utilizzati

nelle diverse situazioni comunicative

in cui ci si può trovare.

Se l’obiettivo è insegnare

una lingua da utilizzare nella

realtà, devono dunque essere

presi in considerazione anche

in classe i numerosi modelli

che si hanno a disposizione

e non si possono escludere

le infinite trasformazioni che

derivano dai diversi tipi di variazione.

Se pensiamo, per cominciare,

alla variazione diatopica,

ovvero, quella dipendente

dalle diverse influenze regionali

e determinata, pertanto,

da fattori collegati alle aree

geografiche, abbiamo già alcune

classificazioni che, partendo

dall’italiano standard,

ci fanno arrivare fino ai diversi

dialetti che contraddistinguono

linguisticamente l’Italia.

Come abbiamo già visto,

l’italiano standard, ovvero

quello che si ispira ai modelli

dell’italiano scritto, colto e letterario

e che a livello fonetico

e fonologico segue le norme

stipulate, si può considerare

praticamente inesistente nella

vita reale. Di fatto, la varietà

di italiano di gran lunga più

frequente anche tra gli italofoni

di elevato livello culturale

è quella dell’italiano semistandard

o sub-standard che,

sebbene non sia facile da delimitare,

può essere definito

come quella varietà di italiano

che include diversi aspetti

dell’italiano standard comuni

a tutto il territorio nazionale,

ma non ignora le diversità

regionali e non è quindi una

varietà compatta ed unitaria.

Si parla poi di italiano regionale

quando si pensa alla vasta

gamma di fenomeni tipici

delle varie regioni d’Italia che

saranno ovviamente diversi

da regione a regione e che,

pur di provenienza dialettale,

si innesteranno sull’italiano

standard, senza alterarne la

comprensibilità e la capacità

di penetrazione nazionale.

Solo un gradino al di sopra

rispetto ai dialetti, si trovano

poi le diverse manifestazioni

di italiano popolare, proprio

degli strati sociali con un basso

livello di scolarizzazione

e caratterizzato da tratti di

chiara derivazione dialettale

e fenomeni di ipercorrettismo

a tutti i livelli. Oltre alle citate

varietà, è noto che fanno

ancora parte del repertorio

linguistico degli italiani, indipendentemente

dal livello

di istruzione, i diversi dialetti

che, soprattutto in alcune regioni,

in situazioni familiari

e informali, vengono ancora

spesso utilizzati e con cui,

quindi, sarebbe auspicabile

che lo studente straniero

venisse a contatto, almeno

in alcuni momenti del suo

19


20

percorso di apprendimento

dell’italiano, in modo da poter

conoscere appieno la realtà

linguistica italiana e prepararsi

alle diverse situazioni.

La distinzione che abbiamo

appena visto è essenzialmente

basata su caratteristiche

geografiche e considera

soprattutto i possibili influssi

dei dialetti e dei regionalismi

sull’italiano. Si è visto,

comunque, che in alcuni

momenti è già stato necessario

ricorrere anche a fattori

come la provenienza sociale

e il grado di scolarizzazione

per poter spiegare certi fenomeni.

Di fatto, la riflessione

su quella che si è soliti chiamare

variazione linguistica

non si limita alle questioni

geografiche, ma considera

vari altri elementi che, semplificando,

possono essere

inseriti nella variazione diastratica,

diafasica, diamesica

e diacronica.

Come si è già visto, la

lingua cambia a seconda dei

gruppi sociali che la utilizzano.

Si parla per questo tipo

di fenomeni di variazione

diastratica che dipende, tra

le altre cose, dall’età, dalla

professione, dal sesso e

dal livello d’istruzione dei

parlanti. Visto che i parlanti

appartenenti a livelli sociali

più elevati sono quelli con

un più generalizzato accesso

all’italiano standard e di conseguenza

quelli che meno

producono “forme devianti”

rispetto alla norma, si considerano

in questo tipo di variazione

soprattutto le varietà

“basse” come il già citato italiano

popolare o, a seconda

dei casi, la lingua colloquiale

di uso comune. Un altro

aspetto rilevante è, tra gli altri,

quello dell’italiano giovanile

che introduce trasformazioni,

il cui uso viene talvolta

ampliato fino a diventare parte

dell’italiano comune.

Esiste poi la variazione

diafasica in cui la dimensione

del cambiamento è data dalla

situazione comunicativa, così

che si configurano i cosiddetti

registri e le lingue speciali

o settoriali. E’ essenziale in

questo tipo di variazione considerare

i cambiamenti dovuti

alle caratteristiche dei diversi

interlocutori e al conseguente

grado di (in)formalità che ne

deriva e che influenza le scelte

linguistiche di chi partecipa

all’evento comunicativo.

Un ruolo importante ha

anche la cosiddetta variazione

diamesica, ovvero quella

che dipende dal mezzo in

cui la lingua viene veicolata.

Una fondamentale differenza

è quella tra la lingua parlata

e quella scritta che è un’opposizione

che attraversa tutte

quelle che abbiamo citato

finora e, al tempo stesso, ne

è attraversata. Di fatto, la diversa

natura del mezzo utilizzato

per la comunicazione

induce a scelte obbligate che

per molto tempo non sono

state prese in considerazione,

visto che le descrizioni

dell’italiano sono state basate

solo su testi scritti, per

di più di registro formale, e

che queste descrizioni hanno

rappresentato il punto di riferimento

per decidere sulla

correttezza di un enunciato,

indipendentemente dalla

situazione in cui era stato

prodotto. Negli ultimi decenni

questo atteggiamento è

profondamente cambiato

e i numerosi studi condotti

sulla lingua parlata

hanno evidenziato

una serie di notevoli

differenze tra lo scritto

e il parlato. Solo per

fare qualche esempio,

nel parlato si verifica

la frammentazione sintattica

e si osserva la presenza di

enunciati più brevi, spesso

anche non conclusi; ci sono

evidenti pause di esitazione

per la riformulazione, riorganizzazione

e autocorrezione;

viene utilizzato con una frequenza

sempre maggiore il

cosiddetto “che polivalente”;

si semplifica il sistema verbale

di alcuni tempi (aumenta

soprattutto l’uso del passato

prossimo a scapito del passato

remoto) e modi (maggiore

uso dell’indicativo rispetto al

congiuntivo).

Menzioniamo per ultima

la variazione diacronica,

ovvero quella che considera

i cambiamenti che avvengono

nel corso del tempo.

I fenomeni più interessanti

sono spesso quelli che stanno

avvenendo nel momento

stesso in cui la lingua viene

osservata e che verranno interpretati

in modo diverso a

seconda del concetto di norma

a cui si fa riferimento. La

lingua che cambia, dunque,

e che lo mostra in maniera

particolarmente evidente

nel lessico che deve via via

incorporare e riflettere ciò

che si trasforma nel mondo.

Molto meno appariscenti

sono le alterazioni a livello

fonologico e morfosintattico

che avvengono in modo

decisamente più lento e che


necessitano di un periodo

maggiore di assorbimento.

Sappiamo, infatti, che un

cambiamento all’interno di

un sistema linguistico non

avviene praticamente mai in

modo repentino, ma prevede

tempi anche piuttosto lunghi

di convivenza tra la forma

già consolidata e quella nuova

che tende a soppiantare la

prima, occupando parzialmente

o totalmente la sua

area funzionale.

La lingua è dunque sempre

in movimento e viene costantemente

trasformata a vari

livelli. E’ per questo illusorio

credere in una norma fissa e

immutabile che dovrebbe servire

come costante punto di

riferimento per aiutarci a individuare

ciò che si può o non

si può dire, nel nostro caso,

in italiano. Questa consapevolezza

porta inevitabilmente

ad uno spostamento del con-

cetto di norma che si avvicina

all’uso e che riconosce e accetta

il modo in cui gli italiani

effettivamente parlano e scrivono,

considerando che diverse

forme linguistiche possono

anche convivere e che

la descrizione dell’uso deve

tenerne conto.

E’ stato a partire da considerazioni

di questo genere

che a partire dagli anni ’80

diversi linguisti hanno cercato

di dare un nome al “nuovo”

e sempre meno rifiutato

italiano. Da una parte, Francesco

Sabatini in un testo del

1985 ha proposto il concetto

di italiano dell’uso medio che

esemplificava indicando una

serie di tratti fonologici, morfosintattici

e lessicali e che,

a suo parere, si candidava

“ad occupare, dopo secoli

di ostracismo, il baricentro

dell’intero sistema linguistico

italiano”. Poco più tardi, nel

1987, è stata la volta di Gaetano

Berruto che, definendo

l’italiano che chiamava neostandard,

sottolineava l’importanza

delle varietà linguistiche

presenti in Italia e la

necessità che si stabilisse

fra loro un rapporto

dialettico per poter

definire un nuovo

standard non

escludente che non

ignorasse il reale

uso dell’italiano. 3

Possiamo ora tornare

alla domanda

che ci siamo posti fin

dal titolo. Considerando

tutte le variazioni e

i possibili fattori che le

influenzano, qual è l’italiano

che si deve insegnare?

Che cosa si deve considerare

“giusto”? Come spesso

accade, è difficile dare una

risposta univoca e valida in

tutte le situazioni. Abbiamo

visto che molto dipende

dalle situazioni in cui si usa

la lingua che spesso, proprio

grazie ai cambiamenti

in corso, si arricchisce e ci

mette a disposizione diverse

possibilità. Si dice spesso che

l’italiano tende ad un impoverimento

che molti vedono,

per esempio, nell’apparente

perdita del passato remoto

o del congiuntivo. Non mi

pare che sia così. Non ancora,

quanto meno. L’italiano

di oggi vive quella fase di

convivenza di diverse forme

che offrono a chi parla

e a chi scrive maggiori possibilità

di scelta e quindi di

variazioni anche espressive.

Ciò che importa, pertanto,

è che si conoscano a fondo

le possibilità della lingua e

che si impari a distinguere

quali sono le situazioni in

cui possono essere utilizzate,

i diversi contesti in cui una

forma deve essere preferita a

un’altra e gli svariati effetti di

senso che l’uso di una possibilità

invece di un’altra può

creare nel testo orale o scritto

che si sta producendo. Imparare

l’italiano oggi significa

insomma non solo conoscere

e saper riconoscere le varietà

che possiede, ma anche la

loro posizione all’interno del

sistema linguistico. Solo così

la lingua potrà essere usata in

modo consapevole e permettere

agli apprendenti di gestire

la comunicazione con la

necessaria competenza.

3 Il testo di Francesco Sabatini a cui facciamo riferimento si intitola “L’italiano dell’uso medio: una realtà tra le varietà

linguistiche italiane” ed è stato pubblicato in G. Holtus e E. Radtke, Gesprochenes Italienisch in Geschichte und

Gegenwart (Tuebingen, Narr, 1985). Il libro di Gaetano Berruto è, invece, Sociolinguistica dell’italiano contemporaneo.

Dopo la prima pubblicazione del 1987 (Roma, La Nuova Italia Scientifica), è stato ripubblicato nel 1998 dalla Carocci

Editore (Roma).

21


22

Parole della

«Costituzione

italiana»:

opinioni

politiche

Il testo della Costituzione

italiana, promulgato il 27

dicembre 1947, non solo

costituisce il documento fondativo

dell’Italia repubblicana

e la pietra d’angolo della sua

legislazione, ma è una pagina

esemplare anche dal punto

di vista linguistico e, se si

vuole, letterario: semplice e

chiara ma insieme profonda

di memorie e di auspici, ricca

di parole comprensibili a

tutti ma dette con voce seria

e quasi accorata, affinché tutti

si sentano spronati a guardare

avanti, a volgersi al bene comune.

Tanto che proprio per

il suo intrinseco spessore linguistico,

tale testo ha interessato

anche gli specialisti: fra

l’altro, già nel 1971, l’Istituto

per la Documentazione Giudica

di Firenze ne pubblicò le

concordanze a cura di Anna

Maria Bartoletti Colombo e di

recente, per la ricorrenza del

sessantesimo anniversario,

Massimo Fanfani

(Università degli Studi di Firenze)

Tullio De Mauro è tornato ad

analizzare il suo lessico con

un penetrante saggio che accompagna

l’edizione stampata

dalla Utet di Torino 1 .

Se in particolare ci si sofferma

sul lessico, che assomma

a soli 1357 lemmi – e per

tre quarti appartenenti al vocabolario

di base dell’italiano

– ci si rende subito conto

di trovarci di fronte a parole

“importanti”, decisive sia per

il valore che esse assumono

all’interno del contesto costituzionale,

sia per gli echi che

provengono dalla loro storia,

talvolta di secoli. Se, ad esempio,

consideriamo un’espressione

che pur compare una

sola volta nella Costituzione,

“opinioni politiche”, non si

può negare che essa acquisti

un riflesso particolare dal

fatto che è collocata in un articolo

cardine fra quelli che

compongono la tavola dei

principî fondamentali, il ter-

zo, che recita nel suo primo

comma: «Tutti i cittadini hanno

pari dignità sociale e sono

eguali davanti alla legge, senza

distinzione di sesso, di razza,

di lingua, di religione, di

opinioni politiche, di condizioni

personali e sociali» 2 .

Il dettato è chiaro: s’intende

proclamare in modo esplicito

e solenne l’uguaglianza

di ogni cittadino, e insieme

la sua piena libertà di essere

quello che è, sia per ciò che

riguarda la sua natura (sesso e

razza), la sua cultura e le sue

idee (lingua, religione, politica),

le sue condizioni (professione,

classe sociale, censo).

Come l’uguaglianza non va

intesa grossolanamente, così

la libertà non è assoluta, ma

viene circoscritta dalla stessa

carta costituzionale in modo

opportuno e ragionevole,

specie quando si tenga conto

del momento storico in cui

essa fu redatta. Ad esempio,

le “opinioni politiche” che

essa ammette sono quelle

che si fondano sul metodo

democratico e non si appellano

invece ad associazioni di

tipo segreto o militare (articolo

18); che sono fermamente

ancorate alla forma repubblicana

(articoli 54 e 139); che

rinunciano a razzismo, separatismo,

fascismo, ricorso alla

guerra (articoli 3, 5, 11; XIIª

disposizione transitoria), e

così via.

Il principio di uguaglianza

dell’articolo 3 è inoltre ben

scolpito non solo nella “costituzione

formale”, il testo

promulgato allo scorcio del

1947, ma anche nella costituzione

“materiale”, il comples-

1 Segnalo anche il volumetto uscito per la stessa circostanza celebrativa, Io parlo da cittadino. Viaggio tra le parole

della Costituzione italiana, a cura di Maurizio Bossi e Nicoletta Maraschio, Firenze, Regione Toscana, 2008.

2 Per la verità il termine opinioni – senza ulteriore specificazione e quindi in un senso più generale ma che comprende,

com’è ovvio, anche quello delle ‘convinzioni politiche’ – è impiegato altresì negli articoli 68 e 122, nei quali

si afferma, rispettivamente, che i membri del Parlamento e i consiglieri regionali «non possono essere perseguiti per le

opinioni espresse e i voti dati nell’esercizio delle loro funzioni».


so delle norme con cui essa è

venuta concretamente attuandosi

in questo sessantennio.

Ma ancor prima è scolpito in

quella più profonda “costituzione”

immateriale – se ne allude

quando si parla di “pari

dignità sociale” – che ciascun

italiano si porta nell’animo e

che forma il comune sentire

di cui si alimenta la vita della

società e quella dello Stato.

La parità fra i cittadini

– pur coi loro diversi sentimenti,

caratteri intellettuali

e fisici, aspirazioni morali e

materiali – è un valore generalmente

diffuso e ormai così

abbarbicato nelle coscienze,

che quando vien meno ce ne

accorgiamo subito e la cosa

ci ferisce. Del resto si tratta di

un principio talmente ovvio

che vale, o dovrebbe valere,

per gli esseri umani di tutte

le nazioni; un principio che è

stato insegnato dal cristianesimo,

fatto proprio dal pensiero

liberale e democratico,

ma che in fondo è probabilmente

compreso da qualsiasi

uomo onesto, anche se non

conosca san Paolo né abbia

mai letto una costituzione.

E il nostro caso particolare

– l’uguaglianza e la libertà

delle “opinioni” di ciascun

individuo – è sempre apparso

così banalmente scontato che

perfino nel buio del ventre

del Pesce-cane, la saggezza

parlante del “Tonno filosofo”

non può fare a meno di

ricordare a Pinocchio che «le

opinioni, come dicono i Tonni

politici, vanno rispettate».

Tuttavia, a rifletterci bene,

son proprio le “opinioni politiche”,

a differenza delle

altre caratteristiche individuali

che per l’articolo 3

non debbono trasformarsi in

fattori di discriminazione –

sesso, razza, lingua, religione,

condizioni personali e

sociali –, l’elemento attorno

a cui si addensano i problemi

maggiori; quello che, nonostante

ogni dichiarazione di

principio, alla fine si rispetta

di meno e che talvolta può

addirittura dar luogo a disparità

più o meno gravi anche

davanti alla legge oltre che

nei comportamenti quotidiani.

Insomma, mentre quasi

più nessuno se la sente di

affermare la superiorità, ad

esempio, di una razza o di

una classe sociale, troppi si

credono autorizzati a sminuire,

disprezzare o emarginare

le idee politiche altrui; e non

solo le idee, ma talvolta anche

le persone che le professano,

arrivando in certi casi

a manifestare atteggiamenti

intolleranti e punitivi nei

confronti di avversari politici

che, in cuor loro, alla fin

fine riterrebbero di agire per

lo stesso bene comune a cui

anche gli altri aspirano.

Di conseguenza, gli italiani

– a parte i professionisti

della politica o quei pochi

che non hanno nulla da perdere

o magari hanno solo da

avvantaggiarsene –, mentre

non ci pensan due volte a dichiarare

le loro inclinazioni

più varie, restano abbottonatissimi

sulle convinzioni politiche

personali. Solo di rado,

in ambienti favorevoli e in

circostanze che lo consentono,

possono lasciarsi andare

a rivelare qualche scampolo

del loro pensiero. Ma restando

volentieri sul vago, accodandosi

di solito all’opinione

generale, o ripetendo automaticamente

le idee di quella

parte ritenuta più nobile e degna,

ciò che si crede politicamente

“più” corretto.

Non è un caso che le solite

conversazioni quotidiane

sulla politica siano quasi

sempre deludenti, proprio

perché tutti – a meno che

non si trovino fra amici fidati

o con perfetti sconosciuti –

preferiscono giocare a carte

coperte, senza quel confronto

schietto e spassionato che

potrebbe condurre a una coscienza

più chiara della realtà

e a idee migliori. Non è

un caso che anche gli esperti,

nelle più asettiche condizioni

di anonimato, stentino molto

a stanare le preferenze politiche

degli italiani, come si

vede dalle tante lucciole per

lanterne dei sondaggi politici

e degli exit poll.

Per dirla tutta, riguardo

alle opinioni politiche, più

che i principî di libertà e di

uguaglianza dell’articolo 3,

gli italiani sembra che apprezzino

il principio della ri-

23


24

servatezza ricavabile dall’articolo

48 della Costituzione,

dove appunto si dice che il

voto è “segreto”. E così, or

più or meno a seconda delle

circostanze, delle fasi storiche,

dei potenti di turno,

molti di essi nascondono i

loro più intimi convincimenti

politici, trasformandosi in

nicodemi o farisei, in torquatiaccetti

o tartufi, pur di continuare

a sopravvivere come

sosia di se stessi.

Le cause di questa particolare

forma di riserbo, che così

accentuata è raro ritrovare in

altre nazioni, vanno ricondotte

alla nostra storia e alla specificità

stessa del concetto di

“opinione politica”; concetto

che si volle inserire nella Costituzione,

fra gli elementi da

non discriminare, per marcare

con forza la piena legittimità

di ogni posizione ideale

e il ripudio del conformismo

proprio dell’ideologia totalitaria,

dopo che nel ventennio

fascista la libertà d’opinione

era stata conculcata e, confiscando

i beni dei fuorusciti,

si era intervenuti anche sul

piano legislativo contro gli

avversari del regime.

Si tratta dunque, proprio

per ciò, di un tassello importante

della carta costituzionale,

una sorta di professione

di fede nell’Italia che allora

s’incamminava sulla strada

della democrazia e della libertà.

Ma un tassello che ha

un carattere e un peso diverso

dalle altre condizioni potenzialmente

discriminanti,

che indicano peculiarità che

non dipendono dalla volontà

del singolo, ma dalla natura

(sesso e razza) o solitamente

dall’ambiente d’origine (lingua,

religione, classe sociale,

professione); peculiarità

che tutti ci portiamo addosso

in modo indelebile senza

poterle – se non in via eccezionale

– mutare o nascondere.

Invece le “opinioni

politiche” costituiscono quel

complesso di giudizi valori

aspirazioni che è il singolo

a rielaborare e costruire da

sé; derivano dalle sue esperienze

e vicende personali, e

sono continuamente modificate

per riadattarle alla realtà

che cambia, anche quando

sembrano restar inchiodate

ai medesimi ideali. È anche

perché sono un mutevole

sistema di idee sempre in

movimento, che si parla di

“opinioni”, e le si indicano

solitamente al plurale.

Va anche notato che le

opinioni politiche – insieme

alla fede religiosa – rientrano

nella sfera più intima del

nostro essere, costituiscono

la nostra personale raffigurazione

della “città terrena”

e lo strumento concettuale

con cui interpretiamo gli avvenimenti,

ci mettiamo in

relazione con la comunità,

partecipando alla sua vita da

membri attivi e consapevoli.

Per questo siamo così profondamente

affezionati alle nostre

idee, le custodiamo gelosamente,

e non le scambiamo

con quelle degli avversari se

non attraverso conversioni

lunghe e laboriose come le

conversioni religiose.

D’altra parte le opinioni

politiche sono una tessera

estremamente fragile della

libertà dei singoli cittadini,

dato che possono esser facilmente

condizionate dal

potere o possono servire al

potere per condizionarli,

ricattarli, perseguitarli. Di

esempi di soprusi, discriminazioni,

sofferenze a causa

delle idee politiche è piena

la nostra storia, a cominciare

da Dante, che per le sue

posizioni venne condannato

a morte dai suoi concittadini

e fu costretto all’esilio. Ma

anche senza andar lontano,

casi di prevaricazione per

ragioni politiche accadono


quasi quotidianamente sotto i

nostri occhi, anche oggi che

pure viviamo in un regime

tutt’altro che dispotico e violento.

Per questo gli italiani

continuano ad esser sempre

prudenti nel manifestare i

loro orientamenti, preferendo

tacere o dissimulare pur di

non correre i rischi che una

troppo scoperta sincerità potrebbe

comportare.

E allora come si giustificano

le “opinioni politiche”

dell’articolo 3 della Costituzione?

Vista la loro specificità,

si potrebbe esser tentati

di metterle fra parentesi,

come uno di quegli aspetti

della carta che non sono

stati ancora realizzati, un

lontano e quasi inarrivabile

traguardo utile per misurare

quanta strada resti ancora

da compiere per poterci

dire una nazione veramente

libera. Tuttavia la presenza

di quell’espressione è assai

di più di una vaga e utopica

indicazione, perché ci costringe

a guardare a fondo in

noi stessi e nella nostra storia

e, per quanto possiamo, a

cercare di realizzare con coraggio,

giorno per giorno, la

verità di quel principio di tolleranza

politica che ci siamo

dati. Certi che è sempre possibile

raggiungere momenti e

situazioni di autentica concordia

civile, i «tempi aurei

dove ciascuno può tenere e

difendere quella opinione

che vuole» che Machiavelli

ravvisava in alcune epoche

dell’antica Roma; “tempi aurei”

che sono anche davanti

a noi, a portata di mano ogni

volta che rinunciamo ai nostri

pregiudizi, alle falsità

delle ideologie, agli istinti

peggiori che covano in noi:

«Se veramente volete felice

la patria – scriveva un esule

del secolo XIX –, rispettate gli

affetti e le opinioni del vostro

fratello; amatelo come amico

della comune felicità: che se

tale e’ non fosse, se nella discordia

ponesse l’utilità propria

e ’l vanto, non gli date

il tristo piacere di vedervi

congiurati con lui alla vergogna

comune; punitelo delle

sue trame col proteggerlo,

dell’odio suo coll’amarlo».

* * *

Qualche ammaestramento

lo possiamo ricavare dalla

stessa storia linguistica della

nostra espressione. Se infatti

opinione è un latinismo antico,

anche in senso politico

(se ne è visto poco sopra un

esempio di Machiavelli), la

locuzione opinione politica

emerge solo nell’ultimo

decennio del secolo XVIII,

diffondendosi in Italia nel

triennio giacobino, soprattutto

sull’eco dei dibattiti che

infiammarono la Francia rivoluzionaria:

in francese opinion

politique è documentato

dal 1793, in italiano i primi

esempi sono del 1796 3 .

È il nuovo modo di intendere

e di vivere la politica

che si sperimenta da parte

della classe intellettuale

e borghese in quegli anni

di grandi rivolgimenti; è la

consapevolezza dell’importanza

delle idee e del ruolo

decisivo che assume la cosiddetta

opinione pubblica

(anch’esso un concetto che

proprio adesso prende consistenza,

con un valore in

certo senso contrapposto a

quello delle “private” e individuali

opinioni politiche) 4 ; è

il moltiplicarsi di nuovi mezzi

per dibattere, diffondere,

manipolare gli orientamenti

delle assemblee e delle masse;

è, in una parola, il nuovo

clima rivoluzionario che

conferisce al termine, oltre

a una frequenza che prima

non possedeva, un rilievo

eccezionale e una connotazione

prevalentemente

positiva. Tanto che, proprio

per caratterizzare meglio tali

“nuove” opinioni di stampo

democratico e di argomento

prettamente politico, si sente

l’esigenza di creare una

espressione specifica: opinioni

politiche appunto.

Sono numerosi gli intellettuali

che in quegli anni

ne discutono per rivendicarne

i pregi e la libertà (anche

l’espressione libertà d’opinione,

con libertà di stampa,

di pensiero e simili, nasce

adesso), e insieme per deprecare

i regimi autoritari e

dispotici che avversano le

nuove idee creando i rei di

opinioni politiche. Scriveva

3 Vedi in particolare Erasmo Leso, Lingua e rivoluzione. Ricerche sul vocabolario politico italiano del triennio rivoluzionario

1796-1799, Venezia, Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, 1991, dove sono riportati e illustrati numerosi

esempi delle prime attestazioni di opinione politica e di altre espressioni a questa correlate (creare le opinioni, impero

delle opinioni, fanatismo delle opinioni, fermento delle opinioni, contrasto delle opinioni, guerre delle opinioni, rivoluzione

delle opinioni, urto delle opinioni, detenuti per opinioni politiche, libertà delle opinioni, ecc.).

4 Sulla storia dell’espressione opinione pubblica, oltre a Leso, op. cit., pp. 116-118, vedi il saggio in dieci puntate di

Giuseppe Aliprandi, La opinione pubblica: documentazione linguistica, in «Atti e Memorie dell’Accademia Patavina di

Scienze, Lettere ed Arti», LXXVII (1965-65)-LXXXVII (1974-75). Numerosi gli studi sugli aspetti teorici e storici del concetto

di “opinione pubblica”: qui mi limito a segnalare Jürgen Habermas, Storia e critica dell’opinione pubblica, Bari, Laterza,

1971 e la limpida sintesi di Nicola Matteucci, Lo stato moderno. Lessico e percorsi, Bologna, Il Mulino, 1993, pp. 169-188.

25


26

Cesarotti nel Patriottismo illuminato

(1797): «Tutte le

opinioni sono libere: punir

alcuno per semplici opinioni

politiche è atto tirannico e

attentatorio ai diritti dell’uomo».

E in modo analogo

Melchiorre Gioia nella Dissertazione

… Quale dei governi

liberi meglio convenga

alla felicità dell’Italia (1797):

«Un altro principio incontrastabile

si è, che quando

si tratta d’opinione ciascuno

ha diritto alla sua, e l’errore

il più palpabile deve essere

egualmente rispettato che

la verità più evidente; altrimenti

si viene ad erigere

in massima la guerra delle

opinioni, guerra che avendo

tinto di sangue tutti i punti

del globo, con ragione è

condannata dalla giustizia e

proscritta dall’umanità».

Tuttavia, al di là di queste

enunciazioni di principio, la

realtà rivoluzionaria era ben

diversa, sia in Francia che in

Italia. Accecati dal fanatismo

ideologico, coloro che

si proclamavano “sacerdoti

della libertà” erano spesso

i primi a combattere l’opinione

contraria o appena diversa,

ritenuta naturalmente

falsa e dannosa, e a condannare

a morte o alla prigione

non solo chi aveva avuto il

coraggio di manifestarla, ma

anche chi ne era solo lontanamente

sospettato: bastava

aver fischiettato un motivo

che a qualcuno era parso

controrivoluzionario per finire

alla ghigliottina! Abbastanza

esplicito nel rilevare

tali gravi contraddizioni in

cui cadono anche i regimi

liberi, l’Alfieri nel trattato

Della tirannide: «le opinioni

politiche (come le religiose)

non si potendo mai totalmente

cangiare senza che

molte violenze si adoprino,

ogni nuovo governo è da

principio pur troppo sforzato

ad essere spesso crudelmente

severo, e alcune volte anche

ingiusto, per convincere

o contenere con la forza chi

non desidera, o non capisce,

o non ama, o non vuole innovazioni

ancorché giovevoli.

Aggiungerò, che, per maggiore

sventura delle umane

cose, è altresì più spesso necessaria

la violenza, e qualche

apparente ingiustizia

nel posar le basi di un libero

governo su le rovine d’uno

ingiusto e tirannico, che non

per innalzar la tirannide su

le rovine della libertà».

Del forte contrasto fra la

semantica usuale del termine

e il nuovo ambito a cui

esso venne piegato dalla

violenza della realtà rivoluzionaria

fu ben consapevole

il gesuita Lorenzo Ignazio

Thjulen, che nell’adespota

Nuovo vocabolario filosofico-democraticoindispensabile

per ognuno che brama

intendere la nuova lingua rivoluzionaria

(1799), notava a

proposito del lemma opinione:

«Era, ed è, nella lingua

antica vocabolo generale.

Nella lingua Repubblicana

è stato ridotto a senso ristrettissimo.

Per esempio: Libertà

d’opinione, che nella lingua

comune sinora significava di

poter opinare, come ognuno

vuole, in Lingua Repubblicana

significa che solo, ed

unicamente si può e si deve

opinar per Ateismo, Incredulità,

Democrazia, e Libertinaggio.

L’opinare altrimente,

si permette soltanto dai Repubblicani

dove non possono

arrivare con spoglj, esiglj

e fucilature».

Nonostante alla sua origine

l’espressione fosse circondata,

come si vede, da ombre

e mistificazioni, essa si venne

affermando largamente nel

dibattito politico risorgimentale

come indice di libertà

di pensiero e di vera democrazia.

Proprio per questo

suo innegabile carattere nel

Dizionario politico popolare,

pubblicato a Torino nel 1851

da un’associazione di patriotti

liberali, si riservò ampio

spazio alla voce opinione,

con considerazioni interessanti

e auspici che travalicano

quel particolare momento

storico: «Nei paesi retti

dall’assolutismo, dov’è incatenata

la libertà del pensare,

supremo diritto dell’uomo,

l’uomo si disusa siffattamente

dal pensare ai proprii diritti

civili e alle cose poltiche,

ch’egli neppure nel sacrario

della sua coscienza sa portare

opinioni od idee chiare e

definite sulla politica; sicché

là non havvi né opinione individuale

né pubblica. Ma

dove è bandito [proclamato]

il principio della libertà del

pensiero, l’una e l’altra necessariamente

si forma. Quivi,

siccome la base sociale

è la sovranità popolare e il

potere non è di diritto divino

[…], il popolo non solamente

col suffragio universale costituisce

questo potere, ma esercita

sopra esso una continuata

pressione manifestando la

sua opinione sopra la condotta

di lui. Perciò nei paesi

liberi si dice che l’opinione

è l’arbitra del potere, è il tribunale

della coscienza pubblica.

[…] Ma tu, o popolo,

avvezzati a pensare col [tuo]

proprio capo e a vedere cogli

occhi tuoi. Non fidarti delle

lenti e dei telescopii che ti

mettono dinanzi agli occhi i

dottori della politica […]. O

popolo! Sia veramente tua la

tua opinione, ed allora sarà

vero che la voce del popolo

è voce di Dio».


La pubblicità

politica in classe

Cecilia Santanchè

(Università degli Studi “G. d’Annunzio”)

Introduzione

Ad una settimana dalle elezioni

europee del giugno

2009, davanti a un muro nel

centro di Roma, due gruppi

di partiti diversi si sfidavano

per riempire il maggior

spazio possibile con i propri

manifesti. Ciascun gruppo

non poteva coprire il manifesto

dell’altro, ma entrambi

finivano per occultare quelli

già esistenti. Il gran numero

di cartelloni, uno sull’altro,

non si deve soltanto ai tanti

candidati e partiti, ma anche

alla continua campagna elettorale,

diretta o indiretta, che

diventa un tema obbligato

anche per quelli che se ne interessano

poco. L’argomento

può essere stimolante anche

per chi segue l’Italia dal Brasile

o, come dice il titolo, per

discutere con gli studenti in

classe, obiettivo che muove

la stesura di queste note.

La discussione politica

coinvolge in Italia argomenti

di diverso peso e interesse: il

rapporto tra Chiesa e Stato,

l’inserimento o meno degli

stranieri in Italia, le possibilità

lavorative per i giovani,

la manutenzione della città

e soprattutto la corruzione,

attraverso i diversi scandali

che hanno portato in carcere

molti uomini politici. Inoltre,

la politica ha ormai rapporti

stretti e stabili con lo spettacolo,

e non solo perché

persone di spettacolo, come

ormai lo storico esempio di

Reagan ha dimostrato, fanno

parte del mondo politico.

Gli uomini politici partecipano

sempre di più a varietà

televisivi, mentre la loro vita

privata diventa argomento di

discussione nazionale.

Dall’altra parte, i candidati

si rivolgono da tempo

a grandi pubblicitari, e non

soltanto nelle elezioni presidenziali

come nel caso di

Lula in Brasile o dello stesso

Obama negli Stati Uniti, ma

anche singoli politici e amministratori

di vario livello si rivolgono

ogni volta di più alle

agenzie per impostare una

vera campagna pubblicitaria,

tanto che la lotta politica diventa

mediatica.

Va a questo punto osservato

che mentre la pubblicità

usa sempre più forestierismi,

la politica è costretta ad usare

sopratutto la lingua italiana,

cioè l’italiano contemporaneo

e a volte anche le varianti

gergali, per essere sempre più

vicina all’interlocutore.

Naturalmente, non crediamo

che i docenti dovrebbero

manifestare le proprie

opinioni in classe, ma poiché

questo argomento è di grande

interesse nelle lezioni, i

professori di lingua e cultura

italiana potrebbero usare

i vantaggi offerti dal mondo

della pubblicità, anche senza

avere una grande conoscenza

dell’argomento, per uno

studio tanto linguistico come

antropologico.

Una continua

campagna politica

Nel 2006 Romano Prodi venne

eletto come primo ministro,

con un mandato che

durò meno dei quattro anni

stabiliti dalla legge. Con la

successiva campagna elettorale,

nel 2008, è stato eletto

Silvio Berlusconi, ancora oggi

in carica. Nello stesso tempo

si sono tenute le elezioni

in diverse città e regioni per

le varie cariche di amministratori

locali (Sindaco, consiglieri

regionali, Presidenti

della Regione, ecc.): a queste

vanno aggiunte le elezioni

per il parlamento europeo

con sede a Bruxelles. Questo

scritto prende spunto, in particolare,

dalla compagna elettorale

svolta a Roma, per le

elezioni europee, e a Pescara,

27


28

in Abruzzo. In questa ultima

Regione, il Presidente e il Sindaco

di Pescara, sono stati arrestati

in momenti diversi tra

il 2007 e il 2008; per questo,

nel mese di giugno 2009 sono

state indette nuove elezioni

per le due cariche.

In queste ultime occasioni,

si è verificato spesso l’uso

di quella che potremmo chiamare

“pubblicità indiretta”,

cioè messaggi di critica al

governo a nome dell’opposizione,

come in un manifesto,

diffuso molto prima dell’inizio

ufficiale della campagna,

che citava ogni singolo comandamento

(fig.1) accompagnandolo

con un esempio

negativo attuato dal governo.

Ad una scala diversa, in

un quartiere di Roma, la costruzione

di una pista ciclabile

nel 2009, voluta dall’amministrazione

della circoscrizione

retta dai progressisti, è

stata immediatamente criticata

dalla destra, invitando

implicitamente – neanche

tanto - all’adesione a questo

schieramento a causa della

incapacità di governo della

parte avversa.

Il modello americano

Nelle elezioni del candidato

americano alla presidenza

degli Stati Uniti Barak Obama,

si era diffusa la formula,

efficace e incisiva, Yes we

can, a significare la possibilità

di realizzare il cambiamento.

Nello stesso periodo, in Italia,

il Partito Democratico, fondato

come alternativa di centrosinistra,

ha diffuso manifesti

molto simili a quelli del Democratic

Party statunitense,

a volte addirittura usando

traduzioni quasi letterali degli

slogan americani, come Si

può fare. Un manifesto cele-

1 Si fa riferimento a Giacomelli (2006)

brava la vittoria di Obama, siglandola

con un significativo

Il mondo cambia: ciò ha fatto

sì che il candidadato del PD

Valter Veltroni fosse associato

al presidente Obama. A volte

anche in negativo, come nel

caso del manifesto con la foto

di Obama e la frase Yes he

can * Sì, lui può e vicino alla

foto di Veltroni No you can’t

*No, tu non puoi.

Ma la trasposizione da un

contesto elettorale e sociale

ad un altro si è verificata anche

in altri aspetti: per esempio,

alcuni manifesti italiani

presentavano la foto del

candidato circondato dalla

famiglia, secondo un cliché

frequente nella pubblicità

americana. Il rappresentante

dell’UDC Casini, ad esempio,

ha usato questo modello

nella sua campagna (fig. 2),

anche perché veicolava con

maggiore forza i valori della

famiglia, fortemente sostenuti

dall’UDC, partito di salde tradizioni

cristiane.

La professione di fede

Si tratta di un aspetto che influisce

molto nelle scelte di propaganda

di un candidato. Come

si è detto, il manifesto che riproponeva

ciascuno dei Dieci

Comandamenti giocava anche

sul richiamo esplicito alla religione,

cercando di attirare i

voti dei cattolici, anche andando

contro un governo sostenuto

da larga parte di questi.

Così come l’attestazione

di una fede è importante per

il candidato, manifestarsi ateo

può avere un effetto negativo

e provocare un calo di voti. La

dichiarazione di fede ha assunto

quindi un forte significato

aggregante. Daniela Santanchè,

nel 2008 diffuse manifesti

(fig. 3) con la sua foto accom-

pagnata dall’affermazione Io

credo, molto discussa nei blog

per l’uso disinvolto della fede

a scopi pubblicitari. Tuttavia,

questo esempio è servito come

riferimento per il candidato a

sindaco di Pescara Luigi Albore

Mascia che si è presentato,

in una fase iniziale della campagna,

in un atteggiamento

assertivo, accompagnato dalla

mano sul petto e dall’espressione,

che abbiamo già visto, Io

credo. In una fase successiva, è

stato diffuso un altro manifesto

che specificava, più concretamente

e forse più laicamente

Io credo in te rivolto ad un cittadino

colto in compagnia del

candidato ed estensibile, quindi,

a tutto l’elettorato.

Altre strategie per convincere

La pubblicità usa non soltanto

la funzione conativa per

convincere il destinatario ma

anche quella emotiva 1 , come

nel caso dello stesso candidato

Luigi Albore Mascia.

Albore ha infatti un comitato

elettorale ben organizzato e

interessante, piuttosto diverso

dalla media visibile presso gli

altri candidati. La sede del comitato

elettorale, ad esempio,

ha sede in un ufficio luminoso,

con arredi raffinati, pareti

di vetro, dettagli eleganti. A

chiunque entri è prestata la

massima attenzione e vengono

offerti gadget e opuscoli.

Compaiono foto con il candidato

in compagnia di giovani

ottimisti e ben vestiti; i vari

slogan sono accompagnati da

frasi che si rivolgono ai giovani,

come: “[…] L’energia di

ogni giorno e i traguardi che

ci prefiggiamo sono strettamente

legati all’entusiasmo

che ci mettiamo per realizzarli.

Agite con entusiasmo e

sarete entusiasti!”.


Nel primo brano ci sono

parole poco usate (prefiggiamo,

traguardi) ma si riesce a

trasmettere il consiglio conclusivo,

che viene rivolto da

un uomo maturo ai più giovani.

Il discorso in seconda persona

non appare come nelle

pubblicità in forma imperativa,

ma come suggerimento

di un uomo esperto della

vita, concluso dalla retorica

dell’entusiasmo, in carattere

più grandi e senza maiuscola.

E’ quello che ci vuole per i

giovani italiani, demotivati e

con grandi difficoltà ad affermarsi,

ma che appaiono nei

manifesti eleganti e sorridenti,

secondo l’immagine delle

persone di successo. Nella

sede del comitato di Albore,

viene distribuito anche un

opuscolo di quattordici pagine

con il programma elettorale

del candidato sindaco,

che scandisce ad ogni passo

la formula: Io credo in te. Il

fascicolo si conclude con la

frase di Martin Luther King:

“La grandezza nella vita sta

nella grandezza del Sogno in

cui si è deciso di credere”.

Va osservato che la parola

“sogno” viene scritta con la

maiuscola.

Anche altri candidati,

nelle stesse elezioni pescaresi,

hanno privilegiato un

approccio amichevole, come

nel caso di Gabriella Arcieri,

candidata a consigliere, Parliamone

prendendo un caffè;

analogo è il caso della candidata

a consigliere comunale

Paola Marchegiani Per crescere

insieme nella conoscenza;

Ivan Iacobucci, anche lui

candidato a consigliere, invita

nel manifesto ad un aperitivo

con prenotazione nel quale si

discuterà sulla vita notturna

di Pescara.

Ci sono anche quelli che

hanno considerato vantaggioso

non schierarsi né a destra

né a sinistra, ma stare al centro,

usando diversi artifici linguistici

per trasmettere il messaggio.

Già nelle precedenti

elezioni nazionali, la formula

Io c’entro usava la particella

ci per indicare appartenenza

e partecipazione ma richiamando

esplicitamente la parola

centro e quindi inequivo-

cabilmente la posizione del

partito. Molto efficace l’uso di

ossimori, come nella formula

l’estremo centro (fig. 2), dove

l’uso di un aggettivo contrasta

con il sostantivo ed enfatizza

con grande immediatezza la

posizione tutt’altro che estremista

del partito politico pubblicizzato.

Il gioco di parole continua:

ad esempio con gli acronimi:

dalla sigla del partito

UDC, deriva la formula Uno

Di Casa del candidato a consigliere

Carlino o Un Disegno

Comune (fig. 2). L’ambiguità

della parola “comune”, che

richiama immediatamente

l’amministrazione municipale,

viene sfruttata varie volte

come in questo caso o nella

frase Un amico in Comune,

frequente in alcune campagne

per sindaco anche in blog

o homepage, dove si fa riferimento

al carattere amichevo-

29


30

le dell’uomo politico, ma anche

all’incarico nel Comune

a cui il candidato aspira.

All’interno di questi giochi

linguistici, anche i cognomi

vengono sfruttati in modo

creativo. Nelle elezioni a sindaco

di Pescara del 2004, un

candidato, il cui cognome era

Acerbo, aveva sostenuto la

propria campagna con lo slogan

Acerbo è maturato.

In queste ultime elezioni,

ancora a Pescara, Claudio

Cornacchia, detto “Corna”, ha

giocato sullo scherzo con il

proprio cognome, suscitando

inoltre intimità nell’elettorato:

“mi potete chiamare corna

come lo fanno i miei amici”,

richiamando inoltre la popolare

espressione “fare le corna”.

C’è anche chi ha preferito

usare una tonalità scherzosa,

come per esempio Giovanni

Di Iacovo che illustra i suoi volantini

vestito da medico che

ausculta il cuore del Comune,

o propone la somministrazione

di medicinale in gocce o in

pastiglie, o addirittura l’uso di

specifici profilattici.

Come i testimonial delle

pubblicità, i candidati politici

si preoccupano sempre

della propria immagine, enfatizzando

le loro doti fisiche

come nel caso della giovane

candidata a consigliere di Pe-

scara Lea Del Greco. Il suo

volantino, per il resto alquanto

tradizionale, presenta una

foto che ne mette in luce i

lineamenti e i capelli biondi

e ricci, e suggerisce “IMMA-

GINA…” agendo così sulla

fantasia dell’elettore per concludere

“di cambiare DAVVE-

RO”, anche grazie alla giovane

età della candidata, di per

sé garanzia di rinnovamento.

Un’altra candidata a Pescara,

Santroni, avendo un tipo

fisico diverso dai modelli di

bellezza, usa scherzosamente

le sue forme abbondanti per

richiamare la simpatia dell’interlocutore

(fig. 4); il messaggio

iconografico viene inoltre

abbinato alla taglia SX, che

sta ovviamente per sinistra,

ma evoca anche la taglia XL.

“Loro hanno subito l’immigrazione,

ora vivono nelle riserve”

(fig. 5): ci sono infatti anche

manifesti che rivelano la reazione

profonda di alcuni italiani,

soprattutto appartenenti alla

Lega Nord, contro l’immigrazione.

Si tratta di un altro aspetto

molto influente, di fronte al

grande flusso immigratorio in

Europa, e stante la posizione di

molti italiani che associano agli

stranieri i partiti di opposizione.

Conclusioni

La lingua italiana è stata usata

nei manifesti analizzati

con una grande flessibilità e

con diverse espressioni tratte

dall’uso corrente. E’ significativo

anche notare che molti

manifesti usano il presente

dell’indicativo anziché l’imperativo,

storicamente più frequente.

Il volantino di Stefano

Cardelli è un buon esempio:

Io ho delle idee per un nuovo

Stile Pescara. E il seguito rincalza

con il futuro indicativo,

tempo meno frequente nella

lingua parlata: Sosterrò il

commercio cittadino, favorirò

lo sviluppo del centro commerciale

naturale.

È anche interessante considerare

i facsimile delle schede

che vengono distribuiti per

guidare della scelta finale.

In questo caso, non c’è bisogno

di slogan: l’elettore deve

soltanto copiare quello che

viene mostrato, poiché può

essere difficile tra tanti partiti

distinguerne uno, e si ricorre

all’iconografia perché le parole

possono essere eccessive.

La diversità dei testi analizzati

offre molti spunti alla

discussione: naturalmente le

considerazioni svolte sono

solo introduttive e ci sarebbero

diversi temi da sviluppare,

con risvolti tanto linguistici

quanto culturali.

Riferimenti bibliografici

Berruto Gaetano, Sociolinguistica

dell’italiano contemporaneo,

Roma, Carocci,

2002.

Borgarelli Bacoccoli Anna

Lo spot pubblicitario: metafore

e argomentazione, Perugia,

Guerra, 1995.

Desideri Paola, Teoria e

prassi del discorso politico:

strategie persuasive e percorsi

comunicativi, Roma,

Bulzoni Editore, 1984.

Giacomelli Roberto, La

lingua della pubblicità, In:

Bonomi Ilaria, Masini Andrea,

Morgana Silvia, La

lingua italiana e i mass media,

Roma, Carocci, 2003,

p. 223- 248.

Rodendo Graça, Durão

atira miúdos contra Ferro,

In: “Revista Expresso” n.

1530, 23 febbraio 2002,

pp. 65-68.

Stringa Paola, Lo spin doctoring:

strategie di comunicazione

politica, Roma,

Carocci, 2009.


L’esperienza del

Teletandem in

un seminario di

traduzione letteraria

Lavorare con la traduzione

e gli strumenti di questa

pratica può essere un’interessante

e stimolante strategia

per i corsi di laurea in

Lingue e letterature straniere.

La pratica della traduzione

è un’attività che richiede e

motiva, spesso inconsapevolmente,

due tipi di riflessione:

una sulla lingua straniera e

un’altra sulla lingua madre

del traduttore. Processi, questi,

fondamentali a livello accademico,

che possono perfino

aprire porte ancor chiuse

agli studenti universitari che

intendono imparare e conoscere

una nuova lingua e una

nuova cultura. In effetti, come

si accennerà qui in seguito,

l’esperienza della traduzione

trasmette non solo delle

competenze linguistiche, ma

anche, e soprattutto, culturali.

Alla luce di queste premesse,

la cattedra di portoghese

dell’Università di

Salerno e la cattedra di italiano

dell’Universidade Estadual

Paulista di Assis hanno

organizzato un seminario

* O Professor João A. Telles da Universidade Estadual Paulista é o responsável pelo projeto

TeleTandem Brasil. Para maiores informações acesse o site: http://www.teletandembrasil.org

(Universidade Federal de Santa Catarina – Università degli

studi di Salerno/Università degli Studi di Roma III)

italo-brasiliano di traduzione

letteraria via Teletandem

che ha permesso ai partecipanti

di sperimentare un

approccio cooperativo e

parzialmente autonomo alla

pratica traduttiva. I due gruppi

– coordinati dai docenti

Giorgio de Marchis, per Salerno,

e Patricia Peterle, per

Assis, e assistiti dalle rispettive

collaboratrici ed esperte

linguistiche: Filipa Matos e

Alessandra Rondini – erano

formati rispettivamente da

Patricia Peterle * e Giorgio de Marchis

quattro studenti. Il gruppo

salernitano era composto da

due studenti iscritti alla laurea

specialistica (Eleonora

Cuomo e Giuseppe Napoli)

e da due laureandi del corso

di laurea in Lingue e Culture

Straniere (Sergio Standoli e

Salvatore Cerino) 1 ; il gruppo

di Assis era, invece, formato

da quattro studentesse, due

dell’ultimo anno (Aline Fogaça

e Graziele Frangiotti)

e due del penultimo anno

(Maria Amélia Dionisio e

* Patricia Peterle, durante l’esperienza del Teletandem relazionata nell’articolo, era docente di letteratura italiana

presso l’Universidade Estadual Paulista, campus di Assis.

1 Da segnalare, inoltre, la partecipazione al seminario in forma di Tandem presenziale degli studenti Alberto Santoro

e Gisella Sacco.

31


32

Renata Marcon). Tutti i partecipanti

sono stati selezionati

sulla base delle competenze

linguistiche (alcuni studenti

avevano, ad esempio, avuto

modo di svolgere in precedenza

significativi soggiorni

in Italia, in Brasile o in Portogallo

grazie ad accordi di

cooperazione internazionale

o a borse Erasmus) e al loro

rendimento nei corsi di Lingua

e letteratura italiana in

Brasile e Lingua portoghese

in Italia. L’intero progetto

si è svolto nelle settimane

comprese tra il mese di ottobre

del 2008 (scelta della

bibliografia teorica e lezioni

introduttive) e quello di

febbraio del 2009 (revisione

delle traduzioni).

Come testi da tradurre

sono stati selezionati due

racconti: Dritto dritto negli

occhi di Valeria Parrella 2 , per

gli studenti brasiliani, e AA

di Rubem Fonseca 3 , per gli

italiani. Testi di autori contemporanei

che, in modo

diverso, presentavano notevoli

difficoltà da un punto di

vista traduttivo. Per quanto

riguarda il racconto italiano,

due sono state le difficoltà

più evidenti: la prima di

natura culturale (a causa di

una serie di riferimenti alla

realtà sociale napoletana

non sempre immediatamente

comprensibili per degli studenti

stranieri) e la seconda

prettamente linguistica, vista

la presenza del dialetto

napoletano che ha sollevato

il problema di come renderlo

nella lingua portoghese

- visto che il fenomeno dei

dialetti è una caratteristica

della realtà della penisola. Il

testo di Fonseca, invece, ha

posto, in alcuni casi per la

prima volta, gli studenti salernitani

in contatto con la

variante brasiliana della lingua

portoghese e i numerosi

riferimenti alla cultura rurale

del Pantanal hanno costretto

gli studenti italiani a ricorrere

frequentemente all’ausilio

dei collaboratori linguisticoculturali

brasiliani.

Tutti i partecipanti, prima

di cominciare a tradurre,

hanno lavorato su dei testi teorici,

precedentemente concordati

dai docenti, al fine

di discutere, riflettere e problematizzare

alcuni aspetti

e scelte del traduttore e, di

conseguenza, della traduzione.

4 Conclusa la prima fase,

introduttiva e teorica, gli studenti

sono stati organizzati in

coppie italo-brasiliane e hanno

gestito le proprie sessioni

di Teletandem in maniera

del tutto autonoma. In questa

fase, tutti i partecipanti

si sono scambiati i ruoli, in

modo che ognuno potesse

essere alternativamente traduttore

o esperto linguisticoculturale

a seconda del testo

su cui la coppia si trovava a

lavorare. Nel campus di Assis,

gli studenti hanno avuto

a disposizione il laboratorio

multimedia del progetto

Teletandem Brasil, dove,

prenotando la postazione,

potevano usufruire dei vari

programmi esistenti (Skype,

Ovoo, Messanger) per entrare

rapidamente in contatto

con il proprio partner. Gli

studenti dell’Università di

Salerno hanno avuto la possibilità

di realizzare il seminario

presso il Laboratorio di

Teletandem allestito nel Centro

Linguistico d’Ateneo.

Alcuni degli studenti hanno

registrato dei video delle

proprie sessioni e, in alcuni

casi, dei file audio. Tutto

questo materiale, una volta

analizzato, potrà fornire delle

importanti indicazioni sulle

dinamiche di cooperazio-

2 V. Parrella, Dritto dritto negli occhi, in Mosca più balena, Minimum Fax, Roma 2003, pp. 18-32.

3 R. Fonseca, AA, in A cofraria dos espadas, Companhia das Letras, Rio de Janeiro 1998, pp. 55-69.

4 R. Jakobson, Aspetti linguistici della traduzione, in Saggi di linguistica generale, Feltrinelli, Milano 1994 (1963), pp.

56-64 (ed. or. Essais de linguistique générale, Editions de Minuit, Paris 1963); A. Berman, La traduzione e la lettera o l’albergo

nella lontananza, Quodlibet, Macerata 2003, pp. 13-64 (ed. or. La Traduction et la lettre ou l’Auberge du lointain,

Seuil, Paris 1999) ; L. Venuti, L’invisibilità del traduttore. Una storia della traduzione, Armando, Roma 1999, pp. 21-72

(ed. or. The Translator’s Invisibility: a history of translation, Routledge, London 1995).


ne in una traduzione a quattro

mani via Teletandem. Il

risultato dell’interazione tra

gli studenti è stato più che

positivo; in effetti, mentre

discutevano delle rispettive

traduzioni, riflettevano sulla

propria lingua, esercitandosi

al tempo stesso nella lingua

straniera.

Dal mese di novembre

in poi, entrambi i gruppi si

sono riuniti con periodicità

settimanale con i rispettivi

docenti e collaboratori linguistici,

in modo da arrivare

a una versione unica e condivisa

delle varie traduzioni.

I testi che ora si pubblicano

sono proprio il risultato di

questi incontri 5 . Alessandra

Rondini e Filipa Matos hanno

avuto un ruolo fondamentale

per quanto riguarda il buon

esito dell’intero seminario. I

tutor linguistici, infatti, hanno

risolto più di un dubbio, stimolando

gli studenti a riflettere

su nozioni culturali e su

determinate espressioni della

lingua italiana e portoghese

presenti nei due racconti.

Tradurre significa anche

lavorare con delle tradizioni

letterarie (quella di partenza e

quella d’arrivo). Questo atto,

il tradurre, fa sì che un testo

circoli fuori dalla propria tradizione.

Abbiamo così una rilettura

e una disseminazione

dello stesso testo, ma anche di

abitudini e principi che sono

lì quasi “occulti”. Come afferma

Susan Bassnett, è questo

uno spazio caratterizzato dai

segni dell’interdisciplinarietà

e della dinamicità:

Non c’è, infatti, un canone

universale con cui

giudicare i testi, c’è solo

una serie di canoni, che si

muovono e cambiano, con

i quali ogni testo intrattiene

una continua relazione

dialettica. Non può esserci

una traduzione definitiva,

come non possono esistere

una poesia o un romanzo

definitivi; e ogni giudizio

può essere dato solo

dopo aver considerato sia

il processo di creazione di

una traduzione sia la sua

funzione in un contesto

specifico. 6

In tale prospettiva, questo

progetto di traduzione cooperativa

a distanza ha arricchito

e stimolato il lavoro di quanti

vi hanno partecipato: docenti,

lettori e studenti. Non è stata

solo l’occasione per affinare

uno strumento utile, dal punto

di vista linguistico, per praticare

e migliorare la lingua

straniera studiata (e riflettere

su di essa), ma è stato anche

un punto di partenza per studi

futuri di alcuni aspetti di ambito

letterario, in particolare,

quello della letteratura comparata

che, come ha giustamente

colto Armando Gnisci,

offre la possibilità di lavorare

con temi e discorsi che avvicinano

due o più culture:

La letteratura comparata

si propone come lo

studio e il discorso che

cercano di corrispondere a

questo potere della letteratura/letterature,

come loro

compagna e pari, come il

sapere che traduce i valori

della letteratura in discorso

aperto alla pluralità, il discorso

che possiamo fare

tutti insieme e alla pari del

mondo traducendoci gli

uni presso gli atri, nonostante

e pure per grazia

della rete infinita delle reciprocità

e delle differenze. 7

5 In modo da permettere la pubblicazione di entrambe le traduzioni, esito naturale di un progetto altamente collaborativo,

si è preferito rinunciare alla pubblicazione del testo a fronte in originale.

6 S. Bassnett, La traduzione. Teorie e pratica, Bompiani, Milano 1993, p. 24 (ed. or. Translation studies, Routledge,

London 1991)

7 A. Gnisci, La letteratura comparata, in Introduzione alla letteratura comparata, a cura di Armando Gnisci, Paravia-

Bruno Mondadori, Milano 2000, p. XII.

33


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Francesco

Alberoni

Chi innova e ha

successo suscita

sempre feroci invidie

Sta meglio chi non fa nulla, perché così non disturba

Nell’immaginario popolare

nessuno è tranquillo come

un califfo. Invece tutti coloro

che occupano una posizione

di potere vengono continuamente

minac ciati, attaccati e si devono

difendere. Il califfo è insidiato dai

parenti, dai figli che mirano alla

successione. La maggio ranza degli

imperatori romani sono morti

assassinati. Le tragedie di Shakespeare

sui re d’Inghilterra ci danno

un lucido quadro della lotta

spietata e san guinosa che si svolge

attorno al trono. I dittatori,

pensiamo a Stalin, Hitler, han no

conservato il potere sterminando

i potenziali oppositori. Ma ancora

negli ultimi anni Stalin temeva di

essere avve lenato dai suoi medici.

La democrazia rende solo la

lotta me no sanguinosa. Ma non

appena uno è di ventato ministro

o presidente del Consi glio o ha

raggiunto qualche altra carica uf-

ficiale, incominciano gli intrighi

per farlo fallire e prenderne il posto.

Ogni volta che deve affrontare

un problema i nemici lo attaccano

e alcuni suoi collabo ratori com-

plottano nell’ipotesi che falli sca e

arrivi qualcun altro. Chi si propo-

ne una grande meta sa che le vere

diffi coltà non sono mai oggettive,

ma il pro dotto di manovre che de-

ve rintuzzare colpo su colpo, sen-

za distrarsi un istan te. Va meglio a

chi non fa nulla, perché non distur-

ba i gruppi di potere che vo gliono

conservare i loro privilegi. Ma chi

vuol innovare, costruire, cambiare

disturba sempre qualcuno e, se ha

suc cesso, suscita feroci invidie.

È stato Ales sandro Magno a con-

sentire all’arte, alla filosofia, alla

lingua greca di dominare il mondo

antico dal Mediterraneo all’In dia e

alla Cina. Eppure la Grecia ha fe-

steggiato la sua morte dicendo che

era finalmente morto il tiranno. Eppure

non l’aveva mai visto perché

era sempre rimasto a combattere

lontano e l’aveva inondata di ricchezze

e di gloria. Per questo molti

politici, molti imprendito ri, col

passare degli anni, diventano cini-

ci. Perdono quella fiducia nell’es-

sere umano che avevano agli inizi

della car riera e che li portava ad in-

contrare nuo ve persone, a cercare

nuovi partner, nuovi collaboratori,

ad aprirsi a nuove idee, a esplorare

strade nuove, a rischia re, ad inven-

tare. E si inaridiscono, smar riscono

la loro forza creativa. Perché la

creatività è spalancarsi, guardare

il mondo con occhi sempre nuovi

e sempre stupiti, non sospettosi. La

persona crea tiva, lo vediamo nei

grandissimi artisti, a qualunque età

conserva qualcosa del la ingenuità

del bambino, dell’entusia smo e dei

sogni dell’adolescente. Quan do la

perde si spegne.


SOLuZiONi

CruCiverba

CruCiverba

Curiosità: Il primo documento in volgare della

letteratura italiana è il considdetto Indovinello

veronese: databile tra la fine del’VIII e l’inizio

del IX secolo, apparentemente parla dell’aratura

dei campi, ma in realtà allude alla scrittura.

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