ex actis ministri generalis - OFM

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ex actis ministri generalis - OFM

SUMMARIUM FASCICULI

(An CXXIV SEPTEMBRIS – DECEMBRIS 2005 FASC. III)

EX ACTIS SUMMI PONTIFICIS

1. Lettera al card. Walter Kasper in occasione

del IX Simposio intercristiano

(Assisi, 4-7 settembre 2005) . . . . . . . . . . . . . . . . 295

2. Lettera in occasione della Plenaria della

Congregazione per gli Istituti di vita

consacrata e le Società di vita apostolica. . . . . . . 296

3. Commento al Salmo 121 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 298

4. “Motu proprio” . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 299

1. Litterae Apostolicae “Motu proprio” datae

de Basilicis Sancti Francisci et Sanctae Mariae

Angelorum novae normae decernuntur . . . . 299

2. Lettera Apostolica “Motu proprio”

contenente nuove disposizioni circa le

Basiliche di San Francesco e di Santa

Maria degli Angeli in Assisi . . . . . . . . . . . . . 300

3. Comunicato dell’Ordine dei Frati Minori. . . 301

4. Lettera del Ministro generale a Sua

Santità Benedetto XVI . . . . . . . . . . . . . . . . . . 301

5. Discorso ai Religiosi, alle Religiose e ai Membri di

Istituti secolari e di Società di vita apostolica della

diocesi di Roma . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 302

6. Messaggio per la Giornata Mondiale

della Pace del 1° gennaio 2006 . . . . . . . . . . . . . . 303

7. Decreto della CIVCSVA . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 308

EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

1. Discorso alla Piccola Famiglia Francescana

nel 75° di fondazione. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 309

2. Omelia in occasione della solennità

delle Stigmate . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 314

3. Inizio della Peregrinatio del Crocifisso

di San Damiano ....................................................316

4. Lettera del Definitorio generale

per la Solennità di san Francesco..........................318

5. Carta con ocasión del inicio de las

celebraciones del VIII Centenario de la

fundación de la Orden...........................................321

6. Intervento al Sinodo dei Vescovi sull’Eucaristia ..324

7. Veglia di preghiera per l’inizio ufficiale

delle celebrazioni dell’VIII Centenario

della fondazione dell’Ordine ................................325

8. Eucaristia di apertura del cammino di

preparazione all’VIII centenario della

Copertina: 2 a Priorità: Comunione Fraterna.

(Bronzo di Alfiero Nena - Sorrento)

fondazione dell’Ordine.........................................327

9. Terzo Incontro dei Visitatori con il Ministro

e Definitorio generale ...........................................330

10. Intervento del Ministro generale alla

VII Assemblea dell’UFME...................................336

11. Incontro del Ministro e del Definitorio

generale con le Conferenze OFM slaviche...........343

12. Aos Irmãos da Guiné-Bissau por ocasião

da erecção da Custódia .........................................349

13. Carta con ocasión de la solemnidad del

Nacimiento de nuestro Señor Jesucristo 2005 ......351

VERSUS CAPITULUM GENERALE

EXTRAORDINARIUM

1. In cammino verso il Capitolo

generale straordinario ...........................................355

2. Indizione del Capitolo generale straordinario.......365

3. Itinerario per la contemplazione orante

del Crocifisso di San Damiano .............................366

4. Preghiere per il Capitolo Straordinario 2006........367

E SECRETARIA GENERALI

1. Capitulum Prov. Immaculatae Conceptionis

BMV in Britannia Magna . . . . . . . . . . . . . . . . . . 369

2. Capitulum Prov. Ss. Petri et Pauli de

Michoacan in Mexico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 369

3. Capitulum Prov. S. Antonii in Bolivia . . . . . . . . . 369

4. Electio extra Capitulum

Prov. Ss. Redemptoris in Croatia. . . . . . . . . . . . . 370

6. Electio extra Capitulum Prov. S. Francisci

Assisiensis in Polonia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 370

7. Capitulum Prov. Hiberniae in Hibernia . . . . . . . . 370

9. Capitulum Intermedium Prov. S. Pauli

Apostoli in Melita . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 371

10. Capitulum Intermedium Prov. S. Evangelii

in México. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 371

11. Capitulum Intermedium Prov. S. Michaëlis

in Argentina . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 371

12. Capitulum Intermedium Prov. Americae

Centralis et Panama . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 371

13. Capitulum Prov. Ss. Cordis Iesu in USA. . . . . . . 372

14. Capitulum Prov. Ss. Trinitais in Chilia . . . . . . . . 372

15. Capitulum Cust. Nostrae Dominae Septem

Gaudiorum in Brasilia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 372

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Directio Commentarii «ACTA ORDINIS FRATRUM MINORUM»

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FRATRUM MINORUM

VEL AD ORDINEM QUOQUO MODO PERTINENTIA

IUSSU ET AUCTORITATE

Fr. JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO

TOTIUS ORD. FR. MIN. MINISTRI GENERALIS

IN COMMODUM PRAESERTIM RELIGIOSORUM SIBI SUBDITORUM

IN LUCEM AEDITA

Veritatem facientes in caritate (Eph. 4,15).

Peculiari prorsus laude dignum putavimus,

dilecte Fili, consilium quo horum Actorum

collectio atque editio suscepta est.

(Ex Epist. LEONIS PP. XIII ad Min. Gen.)

ROMA

CURIA GENERALIS ORDINIS


Arti Grafiche Antica Porziuncola – Cannara (Perugia) – 2006


EX ACTIS SUMMI PONTIFICIS

1. Lettera al card. Walter Kasper in occasione

del IX Simposio intercristiano

(Assisi, 4-7 settembre 2005)

Dal 4 al 7 settembre si è tenuto ad Assisi

il IX Simposio Intercristiano, organizzato

dall’Istituto di Spiritualità della Pontificia

Università «Antonianum» e dal Dipartimento

di Teologia dell’Università «Aristotile»

di Tessalonica.

Il tema del Simposio di quest’anno,

«L’Eucaristia nella tradizione orientale ed

occidentale con speciale riferimento al dialogo

ecumenico», è stato introdotto dall’Arcivescovo

cattolico di Corfù, S.E.

Mons. Yannis Spiteris, ed illustrato da sei

studiosi ortodossi ed altrettanti cattolici. Per

il Pontificio Consiglio per la Promozione

dell’Unità dei Cristiani ha preso parte al

Simposio Mons. Eleuterio F. Fortino, Sotto-

Segretario del Dicastero.

Nella Sessione di apertura è stato letto il

Messaggio inviato da Sua Santità Benedetto

XVI.

Al venerato Fratello

Walter Cardinale Kasper

Presidente del Pontificio Consiglio per

la Promozione dell’Unità dei Cristiani

Ho appreso con gioia che ad Assisi, oasi

e richiamo di pace, si tiene il IX Simposio

promosso dall’Istituto Francescano di Spiritualità

della Pontificia Università Antonianum

e dalla Facoltà Teologica dell’Università

Aristotile di Tessalonica, città alla

cui prima comunità cristiana San Paolo ha

inviato due lettere.

Tale iniziativa costituisce una felice occasione

per uno scambio fraterno, nel quale

fare oggetto di riflessione e di approfondimento

temi importanti del patrimonio di fede

comune, analizzando le implicazioni che

esso comporta nella vita cristiana. La ricerca

della piena unità visibile tra tutti i disce-

poli di Cristo viene avvertita come particolarmente

urgente nel nostro tempo e si sente

per questo il bisogno di una più profonda

spiritualità e di un accresciuto amore reciproco.

Il tema che quest’anno viene affrontato,

«L’Eucaristia nella tradizione orientale e

occidentale con speciale riferimento al dialogo

ecumenico», è molto significativo per

la vita dei cristiani e per la ricomposizione

della comunione piena fra tutti i discepoli di

Cristo. Il Concilio Vaticano II ha opportunamente

ricordato «con quanto amore i cristiani

orientali compiono le sacre azioni liturgiche,

soprattutto la celebrazione eucaristica,

fonte della vita della Chiesa e pegno

della gloria futura» (UR 15), ed ha ricordato

che, in forza della successione apostolica,

del sacerdozio e dell’Eucaristia essi «restano

ancora uniti con noi da strettissimi

vincoli» (Ibid.).

Il dialogo e il confronto nella verità e

nella carità, che sarà sviluppato durante il

Simposio, farà certamente emergere la fede

comune insieme a quegli aspetti teologici e

liturgici peculiari dell’Oriente e dell’Occidente

che sono complementari e dinamici

per l’edificazione del Popolo di Dio e che

costituiscono una ricchezza per la Chiesa.

L’assenza della piena comunione non permette

purtroppo la concelebrazione che, per

gli uni e per gli altri, è il segno di quella piena

unità alla quale tutti siamo chiamati.

Sarà in ogni caso un appello ad intensificare

la preghiera, lo studio e il dialogo al fine

di risolvere le divergenze che tutt’ora permangono.

Realizzare la piena comunione dei cristiani

deve essere un obiettivo per tutti coloro

che professano la fede nella Chiesa

una, santa, cattolica ed apostolica, «sia i fedeli

che i pastori e ognuno secondo le proprie

capacità, tanto nella vita quotidiana

quanto negli studi teologici e storici» (UR

8). Il Simposio, che si pone sulla scia di


296 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

analoghe e fruttuose iniziative ecumeniche,

pone in luce l’impegno, la ricerca e lo studio

comuni tesi a chiarire differenze e a superare

incomprensioni. In questa linea, gli

Istituti di insegnamento teologico possono

svolgere un ruolo fondamentale per la formazione

delle nuove generazioni e per offrire

una rinnovata testimonianza cristiana

nel mondo di oggi.

Nell’invocare sui partecipanti la benedizione

del Signore, affinché il Simposio sia

fecondo di apporti dottrinali, culturali e spirituali,

a tutti invio con le parole dell’Apostolo

il mio augurio cordiale: «La grazia di

Nostro Signore Gesù Cristo sia con voi» (1

Tess 5, 28).

Da Castel Gandolfo, 1 settembre 2005

BENEDICTUS PP XVI

[L’Osservatore Romano, 5-6 settembre 2005, p. 5]

2. Lettera in occasione della Plenaria

della Congregazione per gli Istituti di

vita consacrata e le Società di vita

apostolica

Venerato Fratello

Mons. Franc Rodé

Prefetto della Congregazione per gli

Istituti di vita consacrata

e le Società di vita apostolica

In occasione della Plenaria di codesta

Congregazione ben volentieri rivolgo a tutti

coloro che vi prendono parte il mio saluto

cordiale. Saluto in particolare Lei, il Segretario

e quanti lavorano nel Dicastero che Ella

presiede. Unisco ai miei saluti l’espressione

della mia gratitudine e della mia gioia: la gratitudine,

perché con me voi condividete l’attenzione

e il servizio alle persone consacrate;

la gioia, perché attraverso di voi so di rivolgermi

al mondo delle donne e degli uomini

consacrati che seguono Cristo sulla via dei

consigli evangelici e del rispettivo particolare

carisma suggerito dallo Spirito.

La storia della Chiesa è segnata dagli interventi

dello Spirito Santo, che non l’ha

soltanto arricchita con i doni della sapienza,

della profezia, della santità, ma l’ha dotata

di forme sempre nuove di vita evangelica

attraverso l’opera di fondatori e di fondatrici

che hanno trasmesso ad una famiglia di

figli e figlie spirituali il loro carisma. Grazie

a ciò, oggi, nei monasteri e nei centri di

spiritualità, monaci, religiosi e persone consacrate

offrono ai fedeli oasi di contemplazione

e scuole di preghiera, di educazione

alla fede e di accompagnamento spirituale.

Soprattutto, però, essi continuano la grande

opera di evangelizzazione e di testimonianza

in tutti i continenti, fino agli avamposti

della fede, con generosità e spesso con sacrificio

della vita fino al martirio. Molti di

loro si dedicano interamente alla catechesi,

all’educazione, all’insegnamento, alla promozione

della cultura, al ministero della comunicazione.

Sono accanto ai giovani e alle

loro famiglie, ai poveri, agli anziani, agli

ammalati, alle persone sole. Non c’è ambito

umano ed ecclesiale dove essi non siano

presenti in modo spesso silenzioso, ma

sempre fattivo e creativo, quasi una continuazione

della presenza di Gesù che passò

facendo del bene a tutti (cfr At 10, 38). La

Chiesa è riconoscente per la testimonianza

di fedeltà e di santità data da tanti membri

degli Istituti di vita consacrata, per l’incessante

preghiera di lode e di intercessione

che si innalza dalle loro comunità, per la loro

vita spesa a servizio del Popolo di Dio.

Non mancano certamente prove e difficoltà

nella vita consacrata di oggi, così come

negli altri settori della vita della Chiesa.

«Il grande tesoro del dono di Dio - avete ricordato

a conclusione della precedente Plenaria

- è custodito in fragili vasi di creta (cfr

2Cor 4, 7) e il mistero del male insidia anche

coloro che dedicano a Dio tutta la loro

vita» (CIVCSVA, Istruzione Ripartire da

Cristo n. 11). Piuttosto che enumerare le

difficoltà che incontra oggi la vita consacrata,

vorrei piuttosto confermare a tutti i

consacrati e consacrate la vicinanza, la sollecitudine,

l’amore della Chiesa intera. La

vita consacrata, all’inizio del nuovo millennio,

ha davanti a sé sfide formidabili, che

può affrontare soltanto in comunione con

tutto il Popolo di Dio, con i suoi Pastori e

con il popolo dei fedeli. In questo contesto


si inserisce l’attenzione della Congregazione

per gli Istituti di vita consacrata e le Società

di vita apostolica, nella vostra Plenaria

che affronta tre tematiche ben precise.

La prima riguarda l’esercizio dell’autorità.

Si tratta di un servizio necessario e prezioso,

per assicurare una vita autenticamente

fraterna, alla ricerca della volontà di Dio.

In realtà è lo stesso Signore risorto, nuovamente

presente tra i fratelli e le sorelle riuniti

nel suo nome (cfr Perfectae caritatis,

15), che addita il cammino da percorrere.

Soltanto se il Superiore da parte sua vive

nell’obbedienza a Cristo ed in sincera osservanza

della regola, i membri della comunità

possono chiaramente vedere che la loro

obbedienza al Superiore non solo non è

contraria alla libertà dei figli di Dio, ma la

fa maturare nella conformità con Cristo obbediente

al Padre (cfr ibid., 14).

L’altro tema scelto per la Plenaria riguarda

i criteri per il discernimento e l’approvazione

di nuove forme di vita consacrata. «Il

giudizio sulla loro genuinità e sul loro uso ordinato

- ricorda la Costituzione dogmatica

Lumen gentium, parlando dei carismi in generale

- appartiene a coloro che detengono

l’autorità nella Chiesa; ad essi spetta soprattutto

di non estinguere lo Spirito, ma di esaminare

tutto e ritenere ciò che è buono» (n.

12). È quanto cercate di fare anche voi in

questi giorni, non dimenticando che il vostro

lavoro prezioso e delicato deve svolgersi in

un contesto di gratitudine a Dio, il quale anche

oggi continua ad arricchire di sempre

nuovi carismi la sua Chiesa con la creatività

e la generosità del suo Spirito.

Il terzo tema da voi affrontato riguarda la

vita monastica. Partendo da situazioni contingenti,

che pure richiedono concreti interventi

saggi ed incisivi, il vostro sguardo intende

spaziare sul vasto orizzonte di questa

realtà, che tanto significato ha avuto e conserva

nella storia della Chiesa. Voi cercate le

vie opportune per rilanciare nel nuovo millennio

l’esperienza monastica, di cui la Chiesa

ha anche oggi bisogno, perché riconosce

in essa la testimonianza eloquente del primato

di Dio, costantemente lodato, adorato, servito,

amato con tutta la mente, con tutta l’anima,

con tutto il cuore (cfr Mt 22,37).

EX ACTIS SUMMI PONTIFICIS

297

Infine, mi è grato rilevare che la Plenaria

si colloca nella cornice della solenne celebrazione,

che il Dicastero ha promosso nel

40° anniversario della promulgazione del

Decreto conciliare Perfectae caritatis sul

rinnovamento della vita religiosa. Auspico

che le fondamentali indicazioni offerte allora

dai Padri conciliari per il cammino della

vita consacrata continuino ad essere anche

oggi fonte di ispirazione per quanti impegnano

la loro esistenza al servizio del Regno

di Dio. Mi riferisco innanzitutto a quella

che il Decreto Perfectae caritatis qualifica

come “vitae religiosae ultima norma”,

“norma suprema della vita religiosa”, e cioè

la “sequela di Cristo”. Un’autentica ripresa

della vita religiosa non si può avere se non

cercando di condurre una esistenza pienamente

evangelica, senza nulla anteporre all’unico

Amore, ma trovando in Cristo e nella

sua parola l’essenza più profonda di ogni

carisma del Fondatore o della Fondatrice.

Un’altra indicazione di fondo che il

Concilio ha dato è quella del generoso e

creativo dono di sé ai fratelli, senza mai cedere

alla tentazione del ripiegamento su se

stessi, senza mai adagiarsi sul già fatto, senza

mai indulgere al pessimismo e alla stanchezza.

Il fuoco dell’amore, che lo Spirito

infonde nei cuori, spinge a interrogarsi costantemente

sui bisogni dell’umanità e su

come rispondervi, sapendo bene che solo

chi riconosce e vive il primato di Dio può

realmente rispondere ai veri bisogni dell’uomo,

immagine di Dio.

Ancora un’indicazione vorrei raccogliere

tra le molte significative consegnate

dai Padri conciliari nel Decreto Perfectae

caritatis: è l’impegno che la persona consacrata

deve porre nel coltivare una sincera

vita di comunione (cfr n. 15), non soltanto

all’interno delle singole fraternità,

ma con tutta la Chiesa, perché i carismi

vanno custoditi, approfonditi e costantemente

sviluppati «in sintonia con il Corpo

di Cristo in perenne crescita» (Mutuae relationes,

n. 11).

Ecco i pensieri che mi preme affidare alla

vostra riflessione sulle tematiche affrontate

dai lavori della Plenaria. Io vi accompagno

con la preghiera e, mentre su di voi e


298 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

sulla vostra attività invoco l’aiuto di Dio e

la protezione della Vergine Santissima, quale

pegno del mio affetto, a ciascuno invio la

mia Benedizione.

Da Castel Gandolfo, 27 settembre 2005,

memoria di S. Vincenzo de’ Paoli.

BENEDICTUS PP. XVI

3. Commento al Salmo 121

Udienza generale, Mercoledì, 12 ottobre 2005

SALUTO ALLA

CITTÀ SANTA DI GERUSALEMME

1. È uno dei più belli e appassionati Cantici

delle ascensioni quello che ora abbiamo

ascoltato e gustato come preghiera. Si tratta

del Salmo 121, una celebrazione viva e partecipe

in Gerusalemme, la città santa verso

la quale ascendono i pellegrini.

Infatti, subito in apertura, si fondono insieme

due momenti vissuti dal fedele: quello

del giorno in cui accolse l’invito ad «andare

alla casa del Signore» (v. 1) e quello

dell’arrivo gioioso alle «porte» di Gerusalemme

(cfr v. 2); ora i piedi calpestano finalmente

quella terra santa e amata. Proprio

allora le labbra si aprono a un canto festoso

in onore di Sion, considerata nel suo

profondo significato spirituale.

2. «Città salda e compatta» (v. 3), simbolo

di sicurezza e di stabilità, Gerusalemme

è il cuore dell’unità delle dodici tribù di

Israele, che convergono verso di essa come

centro della loro fede e del loro culto. Là,

infatti, esse ascendono «per lodare il nome

del Signore» (v. 4), nel luogo che la «legge

di Israele» (Dt 12,13-14; 16,16) ha stabilito

quale unico santuario legittimo e perfetto.

A Gerusalemme c’è un’altra realtà rilevante,

anch’essa segno della presenza di

Dio in Israele: sono «i seggi della casa di

Davide» (cfr Sal 121,5), governa, cioè, la

dinastia davidica, espressione dell’azione

divina nella storia, che sarebbe approdata al

Messia (2Sam 7,8-16).

3. I «seggi della casa di Davide» vengono

chiamati nel contempo «seggi del giudizio»

(cfr Sal 121,5), perché il re era anche il

giudice supremo. Così Gerusalemme, capitale

politica, era anche la sede giudiziaria

più alta, ove si risolvevano in ultima istanza

le controversie: in tal modo, uscendo da

Sion, i pellegrini ebrei ritornavano nei loro

villaggi più giusti e pacificati.

Il Salmo ha tracciato, così, un ritratto

ideale della città santa nella sua funzione religiosa

e sociale, mostrando che la religione

biblica non è astratta né intimistica, ma è

fermento di giustizia e di solidarietà. Alla

comunione con Dio segue necessariamente

quella dei fratelli tra loro.

4. Giungiamo ora all’invocazione finale

(cfr vv. 6-9). Essa è tutta ritmata sulla parola

ebraica shalom, «pace», tradizionalmente

considerata alla base del nome stesso

della città santa Jerushalajim, interpretata

come «città della pace».

Come è noto, shalom allude alla pace

messianica, che raccoglie in sé gioia, prosperità,

bene, abbondanza. Anzi, nell’addio finale

che il pellegrino rivolge al tempio, alla «casa

del Signore nostro Dio», si aggiunge alla

pace il «bene»: «Chiederò per te il bene» (v.

9). Si ha, così, in forma anticipata il saluto

francescano: «Pace e bene!». Tutti abbiamo

un po’di anima francescana. È un auspicio di

benedizione sui fedeli che amano la città santa,

sulla sua realtà fisica di mura e palazzi nei

quali pulsa la vita di un popolo, su tutti i fratelli

e gli amici. In tal modo Gerusalemme diventerà

un focolare di armonia e di pace.

5. Concludiamo la nostra meditazione

sul Salmo 121 con uno spunto di riflessione

suggerito dai Padri della Chiesa per i quali

la Gerusalemme antica era segno di un’altra

Gerusalemme, anch’essa, «costruita come

città salda e compatta». Questa città - ricorda

san Gregorio Magno nelle Omelie su

Ezechiele - «ha già qui una sua grande costruzione

nei costumi dei santi. In un edificio

una pietra sostiene l’altra, perché si mette

una pietra sopra l’altra, e chi sostiene un

altro è a sua volta sostenuto da un altro. Così,

proprio così, nella santa Chiesa ciascuno

sostiene ed è sostenuto. I più vicini si sostengono

a vicenda, e così per mezzo di essi

si innalza l’edificio della carità. Ecco perché

Paolo ammonisce, dicendo: “Portate i

pesi gli uni degli altri, così adempirete la


legge di Cristo” (Gal 6,2). Sottolineando la

forza di questa legge, dice: “Pieno compimento

della legge è l’amore” (Rm 13,10).

Se io infatti non mi sforzo di accettare voi

così come siete, e voi non vi impegnate ad

accettare me così come sono, non può sorgere

l’edificio della carità tra noi, che pure

siamo legati da amore reciproco e paziente».

E, per completare l’immagine, non si

dimentichi che «c’è un fondamento che

sopporta l’intero peso della costruzione, ed

è il nostro Redentore, il quale da solo tollera

nel loro insieme i costumi di noi tutti. Di

lui l’Apostolo dice: “Nessuno può porre un

fondamento diverso da quello che già vi si

trova, che è Gesù Cristo” (1Cor 3,11). Il

fondamento porta le pietre e non è portato

dalle pietre; cioè, il nostro Redentore porta

il peso di tutte le nostre colpe, ma in lui non

c’è stata alcuna colpa da tollerare» (2,1,5:

Opere di Gregorio Magno, III/2, Roma

1993, pp. 27.29).

E così il grande Papa san Gregorio ci dice

cosa significa il Salmo in concreto per la

prassi della nostra vita. Ci dice che dobbiamo

essere nella Chiesa di oggi una vera Gerusalemme,

cioè un luogo di pace, “portandoci

l’un l’altro” così come siamo; “portandoci

insieme” nella gioiosa certezza che il

Signore ci “porta tutti”. E così cresce la

Chiesa come una vera Gerusalemme, un

luogo di pace. Ma vogliamo anche pregare

per la città di Gerusalemme che sia sempre

più un luogo di incontro tra le religioni e i

popoli; che sia realmente un luogo di pace.

BENEDETTO XVI

[L’Osservatore Romano, 13 ottobre 2005, p. 4]

4. “Motu proprio”

1. Litterae Apostolicae “Motu proprio”

datae de Basilicis Sancti Francisci et

Sanctae Mariae Angelorum novae normae

decernuntur

Totius orbis homines peculiarem in modum

Sancti Francisci Basilicam in urbe Assisio

respiciunt, ubi servantur et custodiuntur

mortales exuviae Seraphici Sancti, nec-

EX ACTIS SUMMI PONTIFICIS

299

non Basilicam Sanctae Mariae Angelorum,

quae insignem parvam Portiunculae ecclesiam

concludit: prima Ordini Fratrum Minorum

Conventualium demandatur, altera

Ordini Fratrum Minorum committitur.

Romani Pontifices, sua ex parte, singularia

usque vincula et peculiarem sollicitudinem

de Templis istis Maioribus Franciscalibus

propter eorum praestantiam atque

dignitatem demonstrarunt eaque suae iurisdictioni

recte obnoxia voluerunt. Saeculorum

decursu Fratres Minores Conventuales

et Fratres Minores suam per sollicitam operam

suasque testificationes Sancti Francisci

spiritum et charisma vivum servarunt, eius

evangelicum pacis, fraternitatis bonique

nuntium ubique terrarum effundentes.

Quo opera efficacius communiterque evolvantur,

quae Assisii in Basilicis Sancti

Francisci (una cum Sacro Coenobio) et

Sanctae Mariae Angelorum (una cum Coenobio)

explicantur, et pastorale Dioecesis

Assisiensis-Nucerinae-Tadinensis ministerium

agendum, unaque simul cum pastorali

actione, quae per propriam Conferentiam

regionalem nationalemque Episcoporum

absolvitur, Nobis est visum commodum

praesentem iuris disciplinam commutare,

quam Decessor Noster Paulus VI, recolendae

memoriae, Motu proprio “Inclita toto”,

die VIII mensis Augusti anno MCMLXIX

de Basilica Sancti Francisci (una cum Sacro

Coenobio) et per Deliberationem ex Audientia

diei XII mensis Maii anno

MCMLXVI, Basilicam Sanctae Mariae Angelorum

(una cum Coenobio) respicientem,

statuit, normas ad hodiernas necessitates

aptando.

Idcirco quae sequuntur decrevimus:

I. Basilicae Sancti Francisci coniunctoque

Sacro Coenobio, atque etiam Basilicae

Sanctae Mariae Angelorum, veluti Legatum

Nostrum, S.R.E. Cardinalem destinamus,

cuius, licet iurisdictione haud fruatur, per

moralem auctoritatem munus erit arta communionis

vincula inter sacra loca memoriae

Assisiensis Pauperculi perpetuandi et Apostolicam

hanc Sedem. Papalem ipse Benedictionem

impertire in celebrationibus poterit,

quibus ipse in sollemnioribus ritibus

liturgicis praesidebit.


300 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

II. Episcopus Assisiensis-Nucerinus-Tadinensis

iurisdictione posthac fruetur, quae

de ecclesiis religiosisque domibus iure statuitur,

quod ad omnia pastoralia opera spectat,

quae Fratres Minores Conventuales Basilicae

Sancti Francisci itemque Fratres Minores

Sanctae Mariae Angelorum praestant.

III. De omnibus inceptis, quae quandam

pastoralem implicationem secum ferunt,

memoratorum Ordinum Fratres consensum

poscere et obtinere debent Episcopi Assisiensis-Nucerini-Tadinensis.

Is autem iudicium

audiet Praesidis Conferentiae Episcoporum

Umbriae, quod ad incepta Regionis

Umbriae pertinet vel Praesidis Officii Conferentiae

Italiae Episcoporum, quod ad ampliora

coepta attinet.

IV. De sacramentorum in memoratis

Basilicis celebratione Codicis iuris canonici

vigent normae et eae quae exstant in

Dioecesi Assisiensi-Nucerina-Tadinensi.

Sancti Francisci demum filios cohortamur,

quibus hae Basilicae committuntur, ut

normas servent has quae hoc motu proprio

ostenduntur, in sincerae communionis spiritu

cum Episcopo Assisiensi-Nucerino-Tadinensi,

et per eum, cum Episcoporum Conferentia

regionali nationalique.

Haec auctoritate Nostra decernimus et

statuimus, contrariis rebus minime quibuslibet

obsistentibus.

Datum Romae, apud S. Petrum, die IX

mensis Novembris, in dedicatione Basilicae

Lateranensis, anno Domini MMV, Pontificatus

Nostri primo.

BENEDICTUS PP. XVI

2. Lettera Apostolica “Motu proprio” contenente

nuove disposizioni circa le Basiliche

di San Francesco e di Santa Maria

degli Angeli in Assisi

Da tutto il mondo si guarda con speciale

considerazione alla Basilica di San Francesco

in Assisi che conserva e custodisce le spoglie

mortali del Serafico Santo e alla Basilica di

Santa Maria degli Angeli, che racchiude in sé

la insigne chiesetta della Porziuncola: la prima

è affidata all’Ordine dei Frati Minori

Francescani Conventuali e la seconda all’Ordine

Francescano dei Frati Minori.

Romani Pontefici, da parte loro, hanno

sempre avuto singolari vincoli e speciale sollecitudine

per questi due Templi Maggiori

francescani propter eorum praestantiam atque

dignitatem e li hanno voluti finora soggetti

direttamente alla loro giurisdizione.

Lungo i secoli i Frati Conventuali ed i Frati

Minori con la loro sollecita opera e la loro testimonianza

hanno tenuto vivo lo spirito ed

il carisma di San Francesco, diffondendo nel

mondo intero il suo messaggio evangelico di

pace, di fraternità e di bene.

Considerata l’esigenza di realizzare una

più efficace intesa tra le attività che si svolgono

sia nella Basilica di San Francesco

(con annesso Sacro Convento), sia nella

Basilica di Santa Maria degli Angeli (ed

unito Convento) e la pastorale della Diocesi

di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino,

e anche con la pastorale promossa a livello

regionale e nazionale dalle rispettive Conferenze

episcopali, ci è parso utile modificare

l’attuale disciplina giuridica, così come

regolata dal nostro venerato Predecessore,

Papa Paolo VI di f. m. mediante il M.

p. “Inclita toto”, dell’8 agosto 1969, per

quanto riguarda la Basilica di San Francesco

(con annesso Sacro Convento), e mediante

la Decisione ex Audientia, del 12

maggio 1966, per quanto attiene alla Basilica

di Santa Maria degli Angeli (ed unito

Convento), aggiornandone le norme alle

odierne necessità.

Disponiamo e stabiliamo pertanto quanto

segue:

I. Alla Basilica di San Francesco e all’annesso

Sacro Convento, come anche alla

Basilica di Santa Maria degli Angeli, assegniamo

come Nostro Legato un Cardinale

di S.R.C., il quale, pur non godendo di giurisdizione,

avrà il compito di perpetuare con

la sua autorità morale gli stretti vincoli di

comunione tra i luoghi sacri alla memoria

del Poverello e questa Sede Apostolica.

Egli potrà impartire la Benedizione Papale

nelle celebrazioni che presiederà in occasione

delle maggiori solennità liturgiche.

II. Il Vescovo di Assisi-Nocera Umbra-

Gualdo Tadino d’ora innanzi avrà la giurisdizione

prevista dal diritto sulle chiese e sulle

case religiose per quanto riguarda tutte le


attività pastorali svolte dai Padri Conventuali

della Basilica di San Francesco e dai Frati

Minori di Santa Maria degli Angeli.

III. I Padri Francescani, Conventuali e

Minori, per tutte le iniziative che hanno risvolti

pastorali, dovranno pertanto chiedere

ed ottenere il consenso del Vescovo di Assisi-Nocera

Umbra-Gualdo Tadino. Questi,

poi, sentirà il parere del Presidente della

Conferenza Episcopale Umbra per le iniziative

che hanno riflessi sulla Regione umbra

o della Presidenza della Conferenza Episcopale

Italiana per quelle a più ampio raggio.

IV. Quanto alla celebrazione dei sacramenti

nelle Basiliche suddette valgono le

norme del Codice di diritto canonico e quelle

vigenti nella Diocesi di Assisi-Nocera

Umbra-Gualdo Tadino.

Esorto quindi i Figli di San Francesco, cui

sono affidate le due menzionate Basiliche, ad

attenersi con generosa disponibilità alle norme

esposte in questo Motu proprio in spirito

di sincera comunione con il Vescovo di Assisi-Nocera

Umbra-Gualdo Tadino e, per suo

tramite, con la Conferenza Episcopale regionale

e con quella nazionale.

Nonostante qualunque cosa in contrario.

Dato a Roma, presso S. Pietro il 9 novembre

2005, anniversario della Dedicazione

della Basilica Lateranense, primo anno

del Nostro Pontificato.

BENEDETTO XVI

(L’Osservatore Romano - 20 Novembre 2005)

3. Comunicato

dell’Ordine dei Frati Minori

Roma, 23 novembre 2005

Quali Responsabili e Custodi del Santuario

della Porziuncola e della Basilica di

S. Maria degli Angeli in Assisi - affidata

dalla Chiesa al nostro servizio e animazione

pastorali - intendiamo comunicare ufficialmente

la nostra posizione in merito al recente

“Motu proprio” del Papa Benedetto

XVI, relativo alla riorganizzazione giuridica

e pastorale del suddetto Santuario.

Come “Frati minori” abbiamo a cuore,

prima di tutto, l’annuncio del Vangelo all’uomo

di oggi e l’accoglienza dei tanti pellegrini

che frequentano la Basilica di S. Ma-

EX ACTIS SUMMI PONTIFICIS

301

ria degli Angeli. Siamo certi che la Chiesa,

nella sua sapienza e con la sua opera, si propone

di custodire e far conoscere la ricchezza

del carisma di S. Francesco e di S. Chiara,

testimoni autentici - ancora oggi - di una

vita rinnovata nell’amore, nella pace e nella

riconciliazione tra tutti gli uomini.

L’esperienza degli anni recenti ci porta a

testimoniare la buona e fruttuosa collaborazione

esistente tra i Responsabili della Patriarcale

Basilica di S. Maria degli Angeli e

il Vescovo diocesano di Assisi, Nocera Umbra

e Gualdo Tadino, Mons. Sergio Goretti.

Pertanto, la nuova configurazione giuridica

con le peculiari modalità di collaborazione,

prescritta dal “Motu proprio”, tra il

Santuario e i nostri Pastori, ci trova pienamente

favorevoli e desiderosi di continuare

tale collaborazione. Siamo fiduciosi che il

provvedimento citato permetterà una ancor

più proficua cooperazione pastorale e una

efficace comunione ecclesiale, tra i frati

operanti nel Santuario e la Chiesa, diocesana

e universale.

Desideriamo altresì ribadire la nostra filiale

obbedienza e la nostra comunione con

il Santo Padre e con il nuovo Vescovo diocesano

da lui designato - Mons. Domenico

Sorrentino - per il bene della stessa Chiesa e

del popolo di Dio.

FR. MASSIMO RESCHIGLIAN

Ministro provinciale OFM dell’Umbria

FR. JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO

Ministro generale OFM

4. Lettera del Ministro generale a Sua Santità

Benedetto XVI

Roma, 25 novembre 2005

Beatissimo Padre,

il 19 novembre u. s., mentre ero a

Bruxelles per il conferimento del “mandato

missionario” a diversi Frati del nostro Ordine,

ho appreso che la Santità Vostra aveva

emanato il Motu proprio “De Basilicis

Sancti Francisci et Sanctae Mariae Angelorum”,

con il quale provvede alla riorganizzazione

giuridica e pastorale delle due insigni

Basiliche francescane di Assisi.


302 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

Rientrato in sede, sento il dovere, innanzi

tutto, di esprimere alla Santità Vostra la

profonda e filiale gratitudine dell’intero Ordine

dei Frati Minori e mia personale, per il

nuovo segno di paterna attenzione e sollecitudine

che la Santità Vostra offre ai Frati Minori

custodi della “insigne chiesetta della

Porziuncola” e testimoni, con la loro sollecita

opera, dello spirito e del carisma di S. Francesco

presso l’insigne Santuario mariano.

Rendendomi poi interprete dei sentimenti

di “caritativa e gioiosa” obbedienza e

disponibilità del nostro Ordine alla Sua

apostolica sollecitudine, desidero confermarLe

che le nuove disposizioni contenute

nel “Motu proprio” sono da noi tutti accolte

con sincera adesione a quanto da Lei stabilito,

e che intendiamo continuare, e nel

possibile potenziare, anche per il futuro una

proficua e leale collaborazione con la Chiesa,

diocesana e universale, in uno spirito di

efficace comunione con la Santità Vostra e

il Pastore della Chiesa particolare di Assisi-

Nocera Umbra-Gualdo Tadino.

Depongo intanto ai Suoi piedi il rinnovato

impegno di testimoniare - ancora oggi - il

messaggio di pace, di fraternità e di bene che

ci hanno consegnato il Serafico Padre S.

Francesco e S. Chiara, mentre Le chiedo con

filiale confidenza di voler contare su noi tutti

Frati Minori e di aiutarci con la Sua Apostolica

Benedizione a restare, anche per il futuro,

“sempre sudditi e soggetti” ai piedi della

Chiesa nostra Madre, mentre mi professo

con sentimenti di vivissima gioia

Suo dev.mo ed obb.mo figlio

FR. JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO, OFM

Ministro Generale

5. Discorso ai Religiosi, alle Religiose e ai

Membri di Istituti secolari e di Società

di vita apostolica della diocesi di Roma

Città del Vaticano, Aula Paolo VI,

10 dicembre 2005

Signor Cardinale,

venerati Fratelli nell’Episcopato

e nel Presbiterato,

cari fratelli e care sorelle!

È una grande gioia per me incontrarvi

quest’oggi nel clima spirituale dell’Avvento,

mentre ci prepariamo al Santo Natale.

Saluto con affetto ciascuno di voi, religiosi

e religiose, membri di Istituti secolari e di

nuove forme di vita consacrata, presenti

nella Diocesi di Roma, dove svolgete un

servizio quanto mai apprezzato, ben inserendovi

nelle varie realtà sociali e pastorali.

Un pensiero particolare rivolgo a quanti vivono

nei monasteri di vita contemplativa e

che sono a noi spiritualmente uniti, come

pure alle persone di vita consacrata provenienti

dall’Africa, dall’America Latina e

dell’Asia che studiano a Roma o qui trascorrono

un tratto della loro esistenza, partecipando

essi pure attivamente alla missione

della Chiesa che è nella Città.

Un saluto fraterno rivolgo al Cardinale

Camillo Ruini, che ringrazio per le parole

rivoltemi a nome di tutti. Da sempre i consacrati

e le consacrate costituiscono nella

Chiesa di Roma una preziosa presenza, anche

perché offrono una peculiare testimonianza

dell’unità e dell’universalità del Popolo

di Dio. Vi ringrazio per il lavoro che

svolgete nella vigna del Signore, per l’impegno

che ponete nell’affrontare le sfide

che l’odierna cultura pone all’evangelizzazione

in una metropoli ormai cosmopolita

com’è la nostra.

Il complesso contesto sociale e culturale

della nostra Città nel quale vi trovate ad

agire domanda da parte vostra, oltre una

costante attenzione alle problematiche locali,

una coraggiosa fedeltà al carisma che

vi contraddistingue. Sin dalle origini, in

effetti, la vita consacrata si è caratterizzata

per la sua sete di Dio: quaerere Deum. Vostro

primo e supremo anelito sia, pertanto,

testimoniare che Dio va ascoltato e amato

con tutto il cuore, con tutta l’anima, con

tutte le forze, prima di ogni altra persona e

cosa. Non abbiate paura di presentarvi, anche

visibilmente, come persone consacrate,

e cercate in ogni modo di manifestare la

vostra appartenenza a Cristo, il tesoro nascosto

per il quale avete lasciato tutto. Fate

vostro il ben noto motto programmatico

di San Benedetto: «Niente sia anteposto

all’amore di Cristo».


Certo, tante sono le sfide e le difficoltà

che voi oggi incontrate, impegnati come siete

su vari fronti. Nelle vostre residenze e nelle

opere apostoliche voi siete ben inseriti nei

programmi della Diocesi collaborando nei

vari rami dell’azione pastorale, grazie anche

al collegamento che svolgono gli organismi

di rappresentanza della vita consacrata come

la Conferenza Italiana Superiori Maggiori e

l’Unione delle Superiore Maggiori d’Italia, il

Gruppo Istituti Secolari e l’Ordo Virginum.

Proseguite su questo cammino rinsaldando

la vostra fedeltà agli impegni assunti, al carisma

di ogni vostro Istituto e agli orientamenti

della Chiesa locale. Tale fedeltà, lo sapete,

è possibile quando ci si mantiene fermi nelle

piccole, ma insostituibili fedeltà quotidiane:

anzitutto fedeltà alla preghiera e all’ascolto

della Parola di Dio; fedeltà al servizio degli

uomini e delle donne del nostro tempo, secondo

il proprio carisma; fedeltà all’insegnamento

della Chiesa, a partire da quello sulla

vita consacrata; fedeltà ai sacramenti della

Riconciliazione e dell’Eucaristia, che ci sostengono

nelle situazioni difficili della vita.

Parte costitutiva della vostra missione è

poi la vita comunitaria. Impegnandovi a

realizzare comunità fraterne, voi mostrate

che grazie al Vangelo anche i rapporti umani

possono cambiare, che l’amore non è

un’utopia, ma anzi il segreto per costruire

un mondo più fraterno. Il Libro degli Atti

degli Apostoli, dopo la descrizione della

fraternità realizzata nella comunità dei cristiani,

rileva, quasi come logica conseguenza,

che «la Parola si diffondeva e si moltiplicava

grandemente il numero dei discepoli»

(At 6,7). La diffusione della Parola è la

benedizione che il Padrone della messe dà

alla comunità che prende sul serio l’impegno

di far crescere la carità nella fraternità.

Cari fratelli e sorelle, la Chiesa ha bisogno

della vostra testimonianza, ha bisogno

di una vita consacrata che affronti con coraggio

e creatività le sfide del tempo presente.

Di fronte all’avanzata dell’edonismo,

a voi è richiesta la coraggiosa testimonianza

della castità, come espressione di un cuore

che conosce la bellezza e il prezzo dell’amore

di Dio. Di fronte alla sete di denaro, la

vostra vita sobria e pronta al servizio dei più

EX ACTIS SUMMI PONTIFICIS

303

bisognosi ricorda che Dio è la ricchezza vera

che non perisce. Di fronte all’individualismo

e al relativismo, che inducono le persone

ad essere unica norma a se stesse, la

vostra vita fraterna, capace di lasciarsi coordinare

e quindi capace di obbedienza, conferma

che voi ponete in Dio la vostra realizzazione.

Come non auspicare che la cultura

dei consigli evangelici, che è la cultura delle

Beatitudini, possa crescere nella Chiesa,

per sostenere la vita e la testimonianza del

popolo cristiano?

Il Decreto conciliare Perfectae caritatis,

di cui commemoriamo quest’anno il quarantesimo

anniversario di promulgazione,

afferma che le persone consacrate «davanti

a tutti i fedeli sono un richiamo di quella

mirabile unione operata da Dio e che si manifesterà

nel secolo futuro, mediante la quale

la Chiesa ha Cristo come unico suo Sposo»

(n. 12). La persona consacrata vive nel

tempo, ma il suo cuore è proiettato oltre il

tempo e all’uomo contemporaneo spesso

assorbito dalle cose del mondo testimonia

che il suo vero destino è Dio stesso.

Grazie, cari fratelli e sorelle, per il servizio

che rendete al Vangelo, per il vostro

amore ai poveri e ai sofferenti, per il vostro

sforzo nel campo dell’educazione e della

cultura, per l’incessante preghiera che si innalza

dai monasteri, per la multiforme attività

che voi svolgete. La Vergine Santa, modello

di vita consacrata, vi accompagni e vi

sostenga perché possiate essere per tutti

“segno profetico” del regno dei cieli. Io vi

assicuro il mio ricordo nella preghiera e di

cuore tutti vi benedico.

BENEDETTO XVI

[© Copyright 2005 - Libreria Editrice Vaticana]

6. Messaggio per la Giornata Mondiale

della Pace del 1° gennaio 2006

NELLA VERITÀ, LA PACE

1. Con il tradizionale Messaggio per la

Giornata Mondiale della Pace, all’inizio del

nuovo anno, desidero far giungere un affettuoso

augurio a tutti gli uomini e a tutte le


304 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

donne del mondo, particolarmente a coloro

che soffrono a causa della violenza e dei

conflitti armati. È un augurio carico di speranza

per un mondo più sereno, dove cresca

il numero di quanti, individualmente o comunitariamente,

si impegnano a percorrere

le strade della giustizia e della pace.

2. Vorrei subito rendere un sincero tributo

di gratitudine ai miei Predecessori, i

grandi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo

II, illuminati operatori di pace. Animati dallo

spirito delle Beatitudini, essi hanno saputo

leggere nei numerosi eventi storici, che

hanno segnato i loro rispettivi Pontificati, il

provvidenziale intervento di Dio, mai dimentico

delle sorti del genere umano. A più

riprese, quali infaticabili messaggeri del

Vangelo, essi hanno invitato ogni persona a

ripartire da Dio per poter promuovere una

pacifica convivenza in tutte le regioni della

terra. Nella scia di questo nobilissimo insegnamento

si colloca il mio primo Messaggio

per la Giornata Mondiale della Pace:

con esso desidero ancora una volta confermare

la ferma volontà della Santa Sede di

continuare a servire la causa della pace.

Il nome stesso di Benedetto, che ho scelto

il giorno dell’elezione alla Cattedra di

Pietro, sta ad indicare il mio convinto impegno

in favore della pace. Ho inteso, infatti,

riferirmi sia al Santo Patrono d’Europa,

ispiratore di una civilizzazione pacificatrice

nell’intero Continente, sia al Papa Benedetto

XV, che condannò la Prima Guerra

Mondiale come «inutile strage»1 e si adoperò

perché da tutti venissero riconosciute

le superiori ragioni della pace.

3. Il tema di riflessione di quest’anno —

«Nella verità, la pace» — esprime la convinzione

che, dove e quando l’uomo si lascia

illuminare dallo splendore della verità,

intraprende quasi naturalmente il cammino

della pace. La Costituzione pastorale Gaudium

et spes del Concilio Ecumenico Vaticano

II, chiusosi 40 anni or sono, afferma

che l’umanità non riuscirà a «costruire un

mondo veramente più umano per tutti gli

uomini su tutta la terra, se gli uomini non si

volgeranno con animo rinnovato alla verità

della pace»2. Ma quali significati intende richiamare

l’espressione «verità della pace»?

Per rispondere in modo adeguato a tale interrogativo,

occorre tener ben presente che

la pace non può essere ridotta a semplice assenza

di conflitti armati, ma va compresa

come «il frutto dell’ordine impresso nella

società umana dal suo divino Fondatore»,

un ordine «che deve essere attuato dagli uomini

assetati di una giustizia sempre più

perfetta»3. Quale risultato di un ordine disegnato

e voluto dall’amore di Dio, la pace

possiede una sua intrinseca e invincibile verità

e corrisponde «ad un anelito e ad una

speranza che vivono in noi indistruttibili»4.

4. Delineata in questo modo, la pace si

configura come dono celeste e grazia divina,

che richiede, a tutti i livelli, l’esercizio

della responsabilità più grande, quella di

conformare — nella verità, nella giustizia,

nella libertà e nell’amore — la storia umana

all’ordine divino. Quando viene a mancare

l’adesione all’ordine trascendente delle cose,

come pure il rispetto di quella «grammatica»

del dialogo che è la legge morale

universale, scritta nel cuore dell’uomo5,

quando viene ostacolato e impedito lo sviluppo

integrale della persona e la tutela dei

suoi diritti fondamentali, quando tanti popoli

sono costretti a subire ingiustizie e disuguaglianze

intollerabili, come si può sperare

nella realizzazione del bene della pace?

Vengono infatti meno quegli elementi essenziali

che danno forma alla verità di tale

bene. Sant’Agostino ha descritto la pace come

«tranquillitas ordinis»6, la tranquillità

dell’ordine, vale a dire quella situazione che

permette, in definitiva, di rispettare e realizzare

appieno la verità dell’uomo.

5. E allora, chi e che cosa può impedire

la realizzazione della pace? A questo proposito,

la Sacra Scrittura mette in evidenza nel

suo primo Libro, la Genesi, la menzogna,

pronunciata all’inizio della storia dall’essere

dalla lingua biforcuta, qualificato dall’evangelista

Giovanni come «padre della

menzogna» (Gv 8,44). La menzogna è pure

uno dei peccati che ricorda la Bibbia nell’ultimo

capitolo del suo ultimo Libro, l’Apocalisse,

per segnalare l’esclusione dalla

Gerusalemme celeste dei menzogneri:

«Fuori... chiunque ama e pratica la menzogna!»

(22,15). Alla menzogna è legato il


dramma del peccato con le sue conseguenze

perverse, che hanno causato e continuano

a causare effetti devastanti nella vita degli

individui e delle nazioni. Basti pensare a

quanto è successo nel secolo scorso, quando

aberranti sistemi ideologici e politici

hanno mistificato in modo programmato la

verità ed hanno condotto allo sfruttamento

ed alla soppressione di un numero impressionante

di uomini e di donne, sterminando

addirittura intere famiglie e comunità. Come

non restare seriamente preoccupati, dopo

tali esperienze, di fronte alle menzogne

del nostro tempo, che fanno da cornice a

minacciosi scenari di morte in non poche

regioni del mondo? L’autentica ricerca della

pace deve partire dalla consapevolezza

che il problema della verità e della menzogna

riguarda ogni uomo e ogni donna, e risulta

essere decisivo per un futuro pacifico

del nostro pianeta.

6. La pace è anelito insopprimibile presente

nel cuore di ogni persona, al di là delle

specifiche identità culturali. Proprio per

questo ciascuno deve sentirsi impegnato al

servizio di un bene tanto prezioso, lavorando

perché non si insinui nessuna forma di

falsità ad inquinare i rapporti. Tutti gli uomini

appartengono ad un’unica e medesima

famiglia. L’esaltazione esasperata delle

proprie differenze contrasta con questa verità

di fondo. Occorre ricuperare la consapevolezza

di essere accomunati da uno stesso

destino, in ultima istanza trascendente,

per poter valorizzare al meglio le proprie

differenze storiche e culturali, senza contrapporsi

ma coordinandosi con gli appartenenti

alle altre culture. Sono queste semplici

verità a rendere possibile la pace; esse diventano

facilmente comprensibili

ascoltando il proprio cuore con purezza di

intenzioni. La pace appare allora in modo

nuovo: non come semplice assenza di guerra,

ma come convivenza dei singoli cittadini

in una società governata dalla giustizia,

nella quale si realizza in quanto possibile il

bene anche per ognuno di loro. La verità

della pace chiama tutti a coltivare relazioni

feconde e sincere, stimola a ricercare ed a

percorrere le strade del perdono e della riconciliazione,

ad essere trasparenti nelle

EX ACTIS SUMMI PONTIFICIS

305

trattative e fedeli alla parola data. In particolare,

il discepolo di Cristo, che si sente insidiato

dal male e per questo bisognoso dell’intervento

liberante del Maestro divino, a

Lui si rivolge con fiducia ben sapendo che

«Egli non commise peccato e non si trovò

inganno sulla sua bocca» (1Pt 2,22; cfr Is

53,9). Gesù infatti si è definito la Verità in

persona e, parlando in visione al veggente

dell’Apocalisse, ha dichiarato totale avversione

per «chiunque ama e pratica la menzogna»

(22,15). È Lui a svelare la piena verità

dell’uomo e della storia. Con la forza

della sua grazia è possibile essere nella verità

e vivere di verità, perché solo Lui è totalmente

sincero e fedele. Gesù è la verità

che ci dà la pace.

7. La verità della pace deve valere e far

valere il suo benefico riverbero di luce anche

quando ci si trovi nella tragica situazione

della guerra. I Padri del Concilio Ecumenico

Vaticano II, nella Costituzione pastorale

Gaudium et spes, sottolineano che non

diventa «tutto lecito tra le parti in conflitto

quando la guerra è ormai disgraziatamente

scoppiata»7. La Comunità Internazionale si

è dotata di un diritto internazionale umanitario

per limitare al massimo, soprattutto per

le popolazioni civili, le conseguenze devastanti

della guerra. In molteplici circostanze

e in diverse modalità, la Santa Sede ha

espresso il suo sostegno a tale diritto umanitario,

incoraggiandone il rispetto e la pronta

attuazione, convinta che esiste, anche nella

guerra, la verità della pace. Il diritto internazionale

umanitario è da annoverare tra le

espressioni più felici ed efficaci delle esigenze

che promanano dalla verità della pace.

Proprio per questo il rispetto di tale diritto

si impone come un dovere per tutti i popoli.

Ne va apprezzato il valore ed occorre

garantirne la corretta applicazione, aggiornandolo

con norme puntuali, capaci di fronteggiare

i mutevoli scenari degli odierni

conflitti armati, nonché l’utilizzo di sempre

nuovi e più sofisticati armamenti.

8. Il mio grato pensiero va alle Organizzazioni

Internazionali e a quanti con diuturno

sforzo operano per l’applicazione del diritto

internazionale umanitario. Come potrei

qui dimenticare i tanti soldati impegnati


306 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

in delicate operazioni di composizione dei

conflitti e di ripristino delle condizioni necessarie

alla realizzazione della pace? Anche

ad essi desidero ricordare le parole del

Concilio Vaticano II: «Coloro che, al servizio

della patria, sono reclutati nell’esercito,

si considerino anch’essi ministri della sicurezza

e della libertà dei popoli. Se adempiono

rettamente a questo dovere, concorrono

anch’essi veramente a stabilire la pace»8.

Su tale esigente fronte si colloca l’azione

pastorale degli Ordinariati militari della

Chiesa Cattolica: tanto agli Ordinari militari

quanto ai cappellani militari va il mio incoraggiamento

a mantenersi, in ogni situazione

e ambiente, fedeli evangelizzatori

della verità della pace.

9. Al giorno d’oggi, la verità della pace

continua ad essere compromessa e negata,

in modo drammatico, dal terrorismo che,

con le sue minacce ed i suoi atti criminali, è

in grado di tenere il mondo in stato di ansia

e di insicurezza. I miei Predecessori Paolo

VI e Giovanni Paolo II sono intervenuti più

volte per denunciare la tremenda responsabilità

dei terroristi e per condannare l’insensatezza

dei loro disegni di morte. Tali disegni,

infatti, risultano ispirati da un nichilismo

tragico e sconvolgente, che il Papa

Giovanni Paolo II descriveva con queste

parole: «Chi uccide con atti terroristici coltiva

sentimenti di disprezzo verso l’umanità,

manifestando disperazione nei confronti

della vita e del futuro: tutto, in questa

prospettiva, può essere odiato e distrutto»9.

Non solo il nichilismo, ma anche il fanatismo

religioso, oggi spesso denominato fondamentalismo,

può ispirare e alimentare

propositi e gesti terroristici. Intuendo fin

dall’inizio il dirompente pericolo che il fondamentalismo

fanatico rappresenta, Giovanni

Paolo II lo stigmatizzò duramente,

mettendo in guardia dalla pretesa di imporre

con la violenza, anziché di proporre alla

libera accettazione degli altri la propria

convinzione circa la verità. Scriveva: «Pretendere

di imporre ad altri con la violenza

quella che si ritiene essere la verità, significa

violare la dignità dell’essere umano e, in

definitiva, fare oltraggio a Dio, di cui egli è

immagine»10.

10. A ben vedere, il nichilismo e il fondamentalismo

fanatico si rapportano in modo

errato alla verità: i nichilisti negano l’esistenza

di qualsiasi verità, i fondamentalisti

accampano la pretesa di poterla imporre

con la forza. Pur avendo origini differenti e

pur essendo manifestazioni che si inscrivono

in contesti culturali diversi, il nichilismo

e il fondamentalismo si trovano accomunati

da un pericoloso disprezzo per l’uomo e

per la sua vita e, in ultima analisi, per Dio

stesso. Infatti, alla base di tale comune tragico

esito sta, in definitiva, lo stravolgimento

della piena verità di Dio: il nichilismo

ne nega l’esistenza e la provvidente

presenza nella storia; il fondamentalismo

ne sfigura il volto amorevole e misericordioso,

sostituendo a Lui idoli fatti a propria

immagine. Nell’analizzare le cause del fenomeno

contemporaneo del terrorismo è

auspicabile che, oltre alle ragioni di carattere

politico e sociale, si tengano presenti anche

le più profonde motivazioni culturali,

religiose ed ideologiche.

11. Dinanzi ai rischi che l’umanità vive

in questa nostra epoca, è compito di tutti i

cattolici intensificare, in ogni parte del

mondo, l’annuncio e la testimonianza del

«Vangelo della pace», proclamando che il

riconoscimento della piena verità di Dio è

condizione previa e indispensabile per il

consolidamento della verità della pace. Dio

è Amore che salva, Padre amorevole che

desidera vedere i suoi figli riconoscersi tra

loro come fratelli, responsabilmente protesi

a mettere i differenti talenti a servizio del

bene comune della famiglia umana. Dio è

inesauribile sorgente della speranza che dà

senso alla vita personale e collettiva. Dio,

solo Dio, rende efficace ogni opera di bene

e di pace. La storia ha ampiamente dimostrato

che fare guerra a Dio per estirparlo

dal cuore degli uomini porta l’umanità, impaurita

e impoverita, verso scelte che non

hanno futuro. Ciò deve spronare i credenti

in Cristo a farsi testimoni convincenti del

Dio che è inseparabilmente verità e amore,

mettendosi al servizio della pace, in un’ampia

collaborazione ecumenica e con le altre

religioni, come pure con tutti gli uomini di

buona volontà.


12. Guardando all’attuale contesto mondiale,

possiamo registrare con piacere alcuni

promettenti segnali nel cammino della

costruzione della pace. Penso, ad esempio,

al calo numerico dei conflitti armati. Si tratta

di passi certamente ancora assai timidi

sul sentiero della pace, ma già in grado di

prospettare un futuro di maggiore serenità,

in particolare per le popolazioni martoriate

della Palestina, la Terra di Gesù, e per gli

abitanti di talune regioni dell’Africa e dell’Asia,

che da anni attendono il positivo

concludersi degli avviati percorsi di pacificazione

e di riconciliazione. Sono segnali

consolanti, che chiedono di essere confermati

e consolidati attraverso una concorde

ed infaticabile azione, soprattutto da parte

della Comunità Internazionale e dei suoi

Organi, preposti a prevenire i conflitti e a

dare soluzione pacifica a quelli in atto.

13. Tutto ciò non deve indurre però ad un

ingenuo ottimismo. Non si può infatti dimenticare

che, purtroppo, proseguono ancora

sanguinosi conflitti fratricidi e guerre

devastanti che seminano in vaste zone della

terra lacrime e morte. Ci sono situazioni in

cui il conflitto, che cova come fuoco sotto

la cenere, può nuovamente divampare causando

distruzioni di imprevedibile vastità.

Le autorità che, invece di porre in atto quanto

è in loro potere per promuovere efficacemente

la pace, fomentano nei cittadini sentimenti

di ostilità verso altre nazioni, si caricano

di una gravissima responsabilità:

mettono a repentaglio, in regioni particolarmente

a rischio, i delicati equilibri raggiunti

a prezzo di faticosi negoziati, contribuendo

a rendere così più insicuro e nebuloso il

futuro dell’umanità. Che dire poi dei governi

che contano sulle armi nucleari per garantire

la sicurezza dei loro Paesi? Insieme

ad innumerevoli persone di buona volontà,

si può affermare che tale prospettiva, oltre

che essere funesta, è del tutto fallace. In una

guerra nucleare non vi sarebbero, infatti,

dei vincitori, ma solo delle vittime. La verità

della pace richiede che tutti – sia i governi

che in modo dichiarato o occulto possiedono

armi nucleari, sia quelli che intendono

procurarsele –, invertano congiuntamente

la rotta con scelte chiare e ferme,

EX ACTIS SUMMI PONTIFICIS

307

orientandosi verso un progressivo e concordato

disarmo nucleare. Le risorse in tal modo

risparmiate potranno essere impiegate in

progetti di sviluppo a vantaggio di tutti gli

abitanti e, in primo luogo, dei più poveri.

14. A questo proposito, non si possono

non registrare con rammarico i dati di un

aumento preoccupante delle spese militari e

del sempre prospero commercio delle armi,

mentre ristagna nella palude di una quasi

generale indifferenza il processo politico e

giuridico messo in atto dalla Comunità Internazionale

per rinsaldare il cammino del

disarmo. Quale avvenire di pace sarà mai

possibile, se si continua a investire nella

produzione di armi e nella ricerca applicata

a svilupparne di nuove? L’auspicio che sale

dal profondo del cuore è che la Comunità

Internazionale sappia ritrovare il coraggio e

la saggezza di rilanciare in maniera convinta

e congiunta il disarmo, dando concreta

applicazione al diritto alla pace, che è di

ogni uomo e di ogni popolo. Impegnandosi

a salvaguardare il bene della pace, i vari Organismi

della Comunità Internazionale potranno

ritrovare quell’autorevolezza che è

indispensabile per rendere credibili ed incisive

le loro iniziative.

15. I primi a trarre vantaggio da una decisa

scelta per il disarmo saranno i Paesi poveri,

che reclamano giustamente, dopo tante

promesse, l’attuazione concreta del diritto allo

sviluppo. Un tale diritto è stato solennemente

riaffermato anche nella recente Assemblea

Generale dell’Organizzazione delle

Nazioni Unite, che ha celebrato quest’anno il

60o anniversario della sua fondazione. La

Chiesa cattolica, nel confermare la propria

fiducia in questa Organizzazione internazionale,

ne auspica un rinnovamento istituzionale

ed operativo che la metta in grado di rispondere

alle mutate esigenze dell’epoca

odierna, segnata dal vasto fenomeno della

globalizzazione. L’Organizzazione delle Nazioni

Unite deve divenire uno strumento

sempre più efficiente nel promuovere nel

mondo i valori della giustizia, della solidarietà

e della pace. Da parte sua la Chiesa, fedele

alla missione ricevuta dal suo Fondatore,

non si stanca di proclamare dappertutto il

« Vangelo della pace ». Animata com’è dalla


308 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

salda consapevolezza di rendere un indispensabile

servizio a quanti si dedicano a

promuovere la pace, essa ricorda a tutti che,

per essere autentica e duratura, la pace deve

essere costruita sulla roccia della verità di

Dio e della verità dell’uomo. Solo questa verità

può sensibilizzare gli animi alla giustizia,

aprirli all’amore e alla solidarietà, incoraggiare

tutti ad operare per un’umanità realmente

libera e solidale. Sì, solo sulla verità di

Dio e dell’uomo poggiano le fondamenta di

un’autentica pace.

16. A conclusione di questo messaggio,

vorrei ora rivolgermi particolarmente ai credenti

in Cristo, per rinnovare loro l’invito a

farsi attenti e disponibili discepoli del Signore.

Ascoltando il Vangelo, cari fratelli e

sorelle, impariamo a fondare la pace sulla

verità di un’esistenza quotidiana ispirata al

comandamento dell’amore. È necessario

che ogni comunità si impegni in un’intensa

e capillare opera di educazione e di testimonianza

che faccia crescere in ciascuno la

consapevolezza dell’urgenza di scoprire

sempre più a fondo la verità della pace.

Chiedo al tempo stesso che si intensifichi la

preghiera, perché la pace è anzitutto dono di

Dio da implorare incessantemente. Grazie

all’aiuto divino, risulterà di certo più convincente

e illuminante l’annuncio e la testimonianza

della verità della pace. Volgiamo

con fiducia e filiale abbandono lo sguardo

verso Maria, la Madre del Principe della Pace.

All’inizio di questo nuovo anno Le chiediamo

di aiutare l’intero Popolo di Dio ad

essere in ogni situazione operatore di pace,

lasciandosi illuminare dalla Verità che rende

liberi (cfr Gv 8,32). Per sua intercessione

possa l’umanità crescere nell’apprezzamento

di questo fondamentale bene ed impegnarsi

a consolidarne la presenza nel mondo,

per consegnare un avvenire più sereno e

più sicuro alle generazioni che verranno.

Dal Vaticano, 8 Dicembre 2005.

BENEDICTUS PP.XVI

1 Appello ai Capi dei popoli belligeranti (1o agosto

1917): AAS 9 (1917) 423.

2 N. 77.

3 Ibid. 78.

4 Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata mondiale

della pace 2004, 9.

5 Cfr Giovanni Paolo II, Discorso alla 50a Assemblea

Generale delle Nazioni Unite (5 ottobre 1995), 3.

6 De civitate Dei, XIX, 13.

7 N. 79.

8 Ibid.

9 Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace

2002

10 Ibid.

[© Copyright 2005 - Libreria Editrice Vaticana]

7. Decreto della CIVCSVA

Congregatio

pro Institutis Vitae consacratae

et Societatibus Vitae apostolicae

Prot. n. 39082/2005

Il Ministro Generale dell’Ordine dei Frati

Francescani Minori ha chiesto la facoltà

di potere incardinare dei religiosi nelle nuove

fondazioni di Russia-Kazakistan e Thailandia,

da lui direttamente dipendenti, in

deroga al prescritto degli artt. 168 e 169,1

delle Costituzioni Generali.

Considerate le particolari circostanze e

le ragioni addotte a fondamento della suddetta

petizione, questa Congregazione per

la Vita consacrata e le Società di Vita apostolica

concede quanto richiesto, confidando

che sia comunque garantita un’accurata

formazione religiosa, spirituale e teologica

delle nuove vocazioni.

Nonostante qualsiasi cosa in contrario.

Dato dal Vaticano, il 13 maggio 2005

+ PIERGIORGIO SILVANO NESTI


EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

1. Discorso alla Piccola Famiglia Francescana

nel 75° di fondazione

Assisi, 11 settembre 2005

IN CAMMINO... «IN MEZZO

AL MONDO CON I FRATELLI»

Saluto

Sono veramente contento di essere

con voi, care Sorelle della Piccola Famiglia

Francescana (PFF), per esprimervi

la vicinanza, comunione e ammirazione

di tutto l’Ordine dei Frati Minori e mia

personale.

Vicinanza e comunione, poiché siamo

parte della stessa Famiglia. Con modalità

diverse, infatti, viviamo nella Chiesa, “in

mezzo al mondo con i fratelli”, lo stesso carisma

francescano e continuamente rinnoviamo

quel forte legame che la stessa vostra

Fondatrice riconosce quando scrive: «Il Padre

celeste ha affidato la nostra chiamata in

mezzo al mondo ai nostri Padri; alla loro

opera sacerdotale animata dallo Spirito

Santo. Lodiamo e ringraziamo il Padre celeste

perché dà ad essi vigilante e sollecita

cura per il compimento in noi della sua divina

volontà»1. Ritrovandoci oggi insieme

vogliamo riaffermare il nostro essere una

famiglia che ha il fulcro della propria spiritualità

in ciò che l’Altissimo rivelò a Francesco

e Chiara2, ma desideriamo anche rinnovare

l’impegno di una fraterna e rispettosa

collaborazione3, continuando a

camminare insieme in reciproca stima e rispetto,

come fecero Fr. Ireneo Mazzotti e

Vincenza Stroppa.

Ammirazione, perché nel silenzio, “in

mezzo al mondo” (piena secolarità), a volte

in circostanze molto difficili, vivendo “nella

cella dell’anima” una intima unione con

Dio4, cercate di incarnare il Vangelo nel

cuore di questo mondo affamato di Vangelo,

come fecero Francesco e Chiara, Fr. Ireneo

e Vincenza.

Grazie, Sorelle della PFF, per la vostra

testimonianza, per quanto fate in seno alla

Famiglia francescana e, in suo nome, nella

Chiesa e nel mondo. Grazie anche a voi, carissimi

Fratelli Assistenti, perché continuate

la “vigilante e sollecita cura” di queste

Sorelle. Come fece Fr. Ireneo, abbiate un

grande amore per San Francesco e un grande

desidero di aiutare le Sorelle della PFF a

vivere la spiritualità francescana. Come Fr.

Ireneo, amate profondamente l’Istituto, abbiate

il forte desiderio di conoscere la finalità

e natura della PFF, approfondite il significato

della secolarità, della consacrazione

e della missione, proprie delle Sorelle

della PFF.

Tornare all’essenziale

In questo clima di famiglia vorrei condividere

con voi alcune riflessioni che mi

stanno a cuore e credo siano importanti per

voi, come per noi, per meglio rispondere alla

nostra vocazione e missione oggi, tornando

all’essenziale, e al programma di vita

che ci ha proposto Giovanni Paolo II all’inizio

di questo terzo millennio: guardare

il passato con gratitudine, preparare il futuro

con speranza, vivendo il presente con

passione5.

Viviamo un momento storico caratterizzato,

tra l’altro, da mutamenti veloci, anzi,

vertiginosi, che ci portano a parlare di cambiamento

epocale. In questo contesto come

si situa la vita consacrata e quella degli Istituti

come il vostro, che vogliono vivere la

loro consacrazione nel mondo e vivere nel

mondo in base ad essa?

Molti utilizzano tre parole per fare una

diagnosi della situazione. I pessimisti dicono

che ci troviamo in una situazione di caos,

usando questo termine come sinonimo di

confusione e di disorientamento; altri parlano

di “notte oscura”, nel senso di un periodo

fatto di incertezze e di buio; altri ancora

di una situazione di tramonto, dove non c’è


310 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

posto per uno stile di vita simile al vostro.

Gli ottimisti utilizzano invece le stesse parole

ma con significato opposto. Essi affermano

che il caos è il segno di nuovo inizio;

la “notte oscura” è la condizione perché nasca

qualcosa di nuovo; il tramonto è la fase

che lascia il posto all’aurora.

Non so chi avrà ragione, ma mi trovo

d’accordo con quanto diceva Papa Giovanni

Paolo II, quando affermava che viviamo

un momento «delicato e faticoso»6, che deve

essere caratterizzato da un rinnovato impulso.

La situazione che stiamo attraversando

esige da noi, infatti, di non addomesticare

le parole profetiche del Vangelo per

adattarle ad un comodo stile di vita ma di

accogliere lo Spirito e di sentire l’intima urgenza

evangelica del “nascere di nuovo” (cf

Gv 3, 3) a livello personale ed istituzionale.

Nel vostro caso questo “nascere di nuovo”

comporta, tra le altre esigenze, quella di

vivere una piena consacrazione a Dio (attraverso

i voti) nel mondo (piena secolarità),

non solo vivendola in mezzo alle normali

attività laicali, ma quasi derivandola

da esse.

Partendo dalle vostre “fonti” vorrei vedere

insieme a voi le conseguenze e le sfide

di tutto ciò.

Voi sentite l’urgenza di andare, «senza

riserve, senza indugi»7, incontro al mondo

per «abbracciarlo tutto nella vostra carità»8

ed «essere nel mondo la bontà di Gesù, la

pazienza di Gesù, il piegarsi dolce di Gesù…»9.

Voi volete, come voleva Vincenza,

«aprire le menti, educare le intelligenze, dare

le conoscenze, il sapere e tutto per concorrere

alla conquista, al possesso della verità»,

coscienti che «formare l’uomo è il più

alto lavoro umano ed il dono più grande»10,

ma anche che ciò implica, prima di tutto,

una adeguata formazione

• che vi porti ad «assimilare progressivamente

gli stessi sentimenti di Cristo verso

il Padre»11, «assimilare i suoi sentimenti

e la sua forma di vita»12, guardando

al Padre, il formatore che attraverso

lo Spirito infonde in noi i sentimenti del

Figlio, unica “forma”;

• che sia integrale e prenda in considerazione

la persona nella sua totalità perché

sviluppi “armonicamente” le proprie doti

fisiche, psichiche, morali e intellettuali;

le varie dimensioni della persona

umana; che duri quanto la vita stessa13;

• che sia carismatica e approfondisca la

conoscenza di Francesco e di Chiara, di

Fr. Ireneo e di Vincenza, e che, sotto l’azione

dello Spirito Santo, dia la possibilità

alle Sorelle di assumere e interiorizzare

tutti i valori propri della PFF. Per

questo è necessario siano radicati i valori

umani, spirituali e carismatici che permettano

a ciascuna di voi di vivere in

una «fedeltà creativa»14;

• culturale, cioè «al passo con i tempi e in

dialogo con le ricerche di senso dell’uomo

d’oggi»15.

• esperienziale (attenta alla vita) e pratica,

così da trasformare in opere ciò che si

impara.

Voi siete chiamate a camminare «nella

celeste grazia della consacrazione», «per le

vie del mondo», con i vostri fratelli, «nello

studio, nel lavoro, nelle responsabilità della

vita umana»16, «in mezzo a tutto e lontano

da tutto»17, e a «vivere con il Signore per

portalo fuori, nel mondo, perché l’uomo lo

cerchi, lo trovi…»18. Questa alta missione

comporta, come diceva Vincenza, di sentire

l’urgenza «di crescere, di conoscere, di

amare Gesù, urgenza di unione con lui»19;

comporta di ripartire da Cristo. Tutto ciò

vuol dire:

• essere memoria vivente della forma di

vita di Gesù (testimonianza di vita) attraverso

la consacrazione, mediante i tre

consigli evangelici assunti con i voti20, e

fare di ciò la prima forma di apostolato e

di evangelizzazione: «Qual è la meta del

tuo agire? Che cosa desideri, che cosa

vuoi – si domanda Vincenza –, se non di

rivelare nelle tue azioni, nel tuo operare,

il Signore e il suo amore?»21;

• alimentare una particolare comunione

d’amore con Lui, identificarsi con Lui,

farlo diventare il centro della vita e della

missione: «Non dimenticate mai che la

nostra vocazione, la vocazione della PFF

nel mondo – dice la Stroppa –, è il nostro

vivere con il Signore nell’intimo del nostro

cuore…»22;


• ritrovare il primo amore, la scintilla ispiratrice

da cui è iniziata la sequela, per

poter superare ogni difficoltà, per poter

osare, per poter vivere in fedeltà creativa23;

• fare della Parola di Dio l’alimento per la

vita, per la preghiera, per il cammino

giornaliero, il principio di unificazione

della propria vita, l’inspirazione per un

costante rinnovamento e per una vera

creatività apostolica24;

• una vita sacramentale intensa, particolarmente

per quanto riguarda l’Eucaristia e il

sacramento della Riconciliazione;

• una vita «afferrata da Cristo»25, «toccata

dalla mano di Cristo, raggiunta dalla sua

voce, sorretta dalla sua grazia»26, alimentata

dalla preghiera e dalla contemplazione

intensa che apra la porta per entrare

«nel paradiso della cella interna».

Nulla può giustificare che Gesù passi ad

occupare un secondo o terzo posto nella

nostra vita. Egli deve essere il primo:

«Sì, ci sono delle occupazioni che pur

sono buone, ma che però, con buona cortesia,

possiamo lasciare ad altri, perché

ci resti il tempo per la preghiera: acqua

che disseta, pane che nutre, ristoro d’amore,

intimità che vivifica, che riceve e

dà forza trasformante nello Spirito Santo.

E come si perviene a questa preghiera?

Proprio con il martirio del bisogno di

lui, la volontà di rivelarlo, di darlo alle

anime nelle nostre azioni»27. È Vincenza

a dirci ancora: «considerate, sorelle, la

necessità della preghiera; nulla può sostituire

la preghiera. È un fatto d’amore,

il cuore esce dalla preghiera più mondo,

più puro. La grazia del Signore lo trasforma,

lo unisce, per Gesù, a Dio-Amore…

Pregate nell’intimo di voi stesse,

sole con il Signore del vostro cuore; pregate

con la comunità dei fratelli; pregate

con la Chiesa, madre e maestra»28.

Questo progetto di vita che, è la comunione

di vita con Gesù, esige da voi di assumere,

sempre secondo l’indole secolare che

vi distingue, alcuni strumenti ascetici, particolarmente:

• il silenzio, per ascoltare e parlare con il

Signore;

EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

311

• la mortificazione, per godere l’Amore;

• l’obbedienza assoluta, per correre sicure

e spedite (cf. Santa Chiara), senza inciampi,

all’Amore;

• la povertà di spirito per essere completamente

dell’Amore.

In questo cammino di comunione con

Lui per «rivelarlo» al mondo e di «speciale

grazia di intimità»29, avete un esempio molto

concreto da seguire: Maria, la «vergine

fatta Chiesa»30. È sempre la vostra Fondatrice

a dirci: «Fin dall’inizio fu questo il

fondamento della nostra PFF: vivere, come

la Madre nostra, la vita interiore con le tre

divine Persone nella cella segreta dell’anima

nostra. È lei che con amore di Madre…

ci ha insegnato e ci insegna a entrare in intimità

col Padre, col Figliolo, con lo Spirito

Santo. Il grande desiderio del suo cuore è

che le sue figlie le assomiglino»31. È Maria

che ci insegna il cammino. Maria diventa

non solo colei che è da pregare, ma colei

che è da imitare, perché, come ci ha ricordato

molte volte Giovanni Paolo II, lei è il

vero discepolo.

Identità in cammino…

Tutto questo fa parte del vostro e nostro

carisma, che è una realtà storica, viva, dinamica,

in cammino. La nostra è un’identità

sempre in movimento, che si apre a continui

sviluppi e che, partendo dall’ispirazione

fondante, si arricchisce costantemente nella

misura in cui sappiamo leggere e interpretare

i segni dei tempi alla luce del Vangelo.

Per questo motivo è necessario rileggere

il nostro carisma – francescano e della

PFF – e reinterpretarlo alla luce dei segni

dei tempi, tenendo cioè presenti gli avvenimenti

che segnano una determinata epoca

della storia; attraverso di essi il cristiano si

sente interpellato da Dio e chiamato a dare

una risposta evangelica, lampi di luce nella

notte oscura dei popoli, lampi generatori di

speranza.

Senza questo sforzo di rilettura e di reinterpretazione

finiremmo per fissarci, per ripeterci,

per annullare i sogni più profondi e

per perdere, poco per volta, la gioia contagiosa

della fede. Il Signore ci parla attraverso

gli avvenimenti della storia. A noi spetta


312 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

di ascoltarlo in essi e di cogliere la sua presenza

sempre all’opera, per diventare segni

di vita leggibili in un mondo assetato di un

cielo nuovo e di una terra nuova. Non possiamo

accontentarci di magnificare le opere

dei nostri antenati; piuttosto, dobbiamo ispirarci

ad esse per adempiere il compito che ci

è affidato nel nostro frammento di storia32. È

il momento «di riproporre con coraggio l’intraprendenza,

l’inventiva e la santità»33 di

Francesco di Chiara, di Fr. Ireneo e di Vincenza.

Non possiamo farne a meno, perché la

Chiesa, il mondo e le diverse forme di vita

consacrata ce lo chiedono.

Servendoci della parabola del «vino

nuovo in otri nuovi» (Mc 2,22) e applicandola

alla nostra vita, credo si possa dire che

noi, Frati Minori, e voi, Sorelle della PFF,

abbiamo del buon vino. Il vino della fedeltà

di tanti Fratelli e Sorelle, che riempie di vigore

quanti hanno la possibilità di gustarlo.

Il vino della generosità di giovani, adulti e

anziani che, nelle più diverse attività, si impegnano

senza calcoli egoistici per la costruzione

del Regno. Il vino della gioia di

tanti Fratelli e Sorelle che, con la loro vita,

manifestano la bellezza della sequela di

Cristo. Sì, nelle nostre “cantine” c’è vino

buono. Molti Fratelli e Sorelle hanno buona

volontà e fanno sforzi generosi alla ricerca

di nuove risposte ai nuovi interrogativi che

ci pone il mondo di oggi. In molti Fratelli e

Sorelle c’è la volontà ferma di vivere le

priorità della nostra vita per renderla più visibile

e significativa.

Se il vino è buono, tuttavia qualcosa

manca, qualcosa non funziona. Penso che

con troppa frequenza ci manchi l’audacia

evangelica per passare all’altra riva, per

lanciare il giavellotto più in là, per prendere

il largo (cf Lc 5,4). Penso che ci manchi il

coraggio di convertirci in profezia del futuro,

per non limitarci ad essere memoria del

passato34. Penso che ci manchi la fede nella

forza evangelica della nostra forma di vita35.

Credo che ci manchi tutto questo e che

soffriamo invece di un eccesso di realismo,

timore e apatia. Abbiamo bisogno di più intensità

nel vivere ciò che già stiamo vivendo,

ma con una certa svogliatezza. Dobbiamo

accettare come sfida veramente urgente

la conversione a livello individuale e a livello

istituzionale; dobbiamo accettare che

non basta più rinnovare lo spirito (vino), ma

che è necessario creare strutture adeguate

che lo contengano (otri). Sorelle e Fratelli, è

l’ora della creatività, è l’ora della rifondazione.

La rifondazione

Abbiamo detto che la vita consacrata, la

nostra vita francescana e la vostra vita di sorelle

della PFF forse si trovano in un tempo

di “letargo”, di stanchezza e priva di passione.

In questo contesto la rifondazione

produce un effetto sveglia, chiamandoci ad

iniziare una nuova giornata, a inaugurare

una nuova primavera. Allo stesso tempo,

con “forza e dolcezza” insieme, è per noi

urgente camminare senza scosse, ma senza

pause. In questo senso possiamo dire che la

rifondazione sia:

• fedeltà creativa, cioè fedeltà che non

guardi solo al passato, ma che tenga conto

del presente e anticipi il futuro;

• rilettura e “re-incarnazione” del carisma,

nella sua dimensione spirituale e missionaria,

nella realtà culturale di oggi;

• chiamata alla radicalità, al ritorno alle

radici e alle fondamenta, per essere più

significativi, e insieme recupero di una

certa visibilità della nostra vita/missione,

che parta dalla qualità della vita;

• revisione delle strutture, sia mentali che

materiali, in modo che siano al servizio

della vita e così che la vita animi le strutture.

Ciò a cui la rifondazione tende è, quindi,

di tornare alle fondamenta, all’essenziale

della nostra “forma vitae” – come direbbe

l’ultimo Capitolo generale OFM –, per incarnarla

oggi in nuove forme e nuove strutture

che, tenendo conto dei segni dei tempi,

rendano più visibili i valori evangelici del

nostro carisma e, con esso, più significativa

la nostra vita e missione. Dobbiamo avere il

coraggio di tornare all’essenziale, se vogliamo

veramente costruire una grande storia.

Non basta più parlare di rinnovamento,

rivitalizzazione, rilancio, ristrutturazione…,

è necessaria una vera rifondazione, o

fedeltà creativa, che dia alla nostra vita una


nuova fisionomia. Non bastano più i rimedi

o le pezze, è necessario mettere il buon vino

della nostra “forma vitae” in otri nuovi. Per

saziare la nostra sete, non possiamo più

continuare a usare cisterne screpolate, che

non possono contenere l’acqua (cf Ger

12,13). È necessario “essere pellegrini” alla

«Sorgente di acqua viva» (Ger 12,13),

che sazia definitivamente quella sete (cf Gv

4,10ss), che tante volte ci tormenta, di valori

che danno senso alla nostra vita.

Con la rifondazione si pretende di costruire

la casa – la nostra vita e missione –

sulla roccia (cf Mt 7,21-27) e di non limitarsi

a riparare o a decorare la facciata.

Rifondare significa centrarsi su ciò che è essenziale

e non su ciò che è secondario e che

è di moda, come dice anche un proverbio:

“Chi si sposa con la moda, resta subito vedovo”.

Rifondare è tornare alle radici, senza

dimenticare ciò che sta all’orizzonte.

Rifondare non significa fondare una nuova

“forma vitae”, ma creare nuovi modi di viverla

oggi perché sia più radicale, vitale e

feconda. La rifondazione tende a rivitalizzare

la vita e missione, dandole strutture

adeguate che non sfigurino la vita e non

rendano sterile la missione. In sintesi, si

tratta di fare noi oggi, ciò che farebbero

Francesco, Chiara, Ireneo e Vincenza.

D’altra parte la rifondazione è l’antidoto

alla stanchezza, all’apatia, alla routine e alla

ripetitività. La rifondazione mette in moto

la testa, i piedi e il cuore. Essa è poi strettamente

legata alla formazione permanente

e, quindi, ad opzioni che si concretizzano in

strutture sempre leggere (niente può essere

pensato come definitivo) e a strategie che

abbiano implicazioni molto concrete a partire

dalla cura pastorale delle vocazioni fino

alla formazione, all’evangelizzazione, alla

vita fraterna, alle forme di governo e alla

spiritualità stessa. Per noi della Famiglia

francescana la rifondazione ha molto a che

fare con l’“itineranza”, con il sentirsi in

cammino, in ricerca, senza fissa dimora, come

“pellegrini” e “forestieri”, consapevoli

che la patria è altrove. La rifondazione ci

farà ritrovare la fiducia e la forza evangelica

della nostra vita se l’abbiamo persa, o la

potenzierà se si è indebolita.

EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

313

Da questa profonda convinzione invito

tutte le Sorelle della PFF a entrare in questo

processo, senza la pretesa di voler vedere

subito i risultati, perché, come dice un ritornello:

“nessun seme arriva a vedere il proprio

fiore”. In questo cammino non vi devono

però nemmeno essere soste che bloccherebbero

un processo ineludibile, se

desideriamo un futuro per la nostra “forma

vitae”. Ricordiamo l’ammonimento del Talmud:

«Non siete tenuti a terminare la vostra

opera, ma non siete liberi di non incominciarla».

È questa una responsabilità che

dobbiamo assumere con coraggio e creatività,

sentendoci come “sentinelle del mattino”

e lavorando per costruire un futuro pieno

di speranza, avendo gli occhi sempre fissi

nel Signore.

Movimenti della rifondazione

La rifondazione è un processo dinamico

che comporta tre movimenti essenziali:

centrarsi, concentrarsi, decentrarsi.

Centrarsi in ciò che per noi deve essere

tutto: «il bene, tutto il bene, il sommo bene»,

come diceva il nostro padre Francesco36.

Per questo motivo «avere il cuore rivolto

al Signore»37 deve essere la priorità

delle priorità. Abbandonare «ogni impedimento»

o mettere da parte «ogni preoccupazione»

per poter «servire, amare, adorare

il Signore Iddio, con cuore puro e con mente

pura»38. Ecco la grande sfida di tutti i seguaci

di Gesù sul modello di Francesco, di

Chiara, di Ireneo e di Vincenza.

Concentrarsi sull’essenziale per evitare

la frammentazione e la dispersione. Ecco

l’importanza di discernere quali sono le

priorità della vostra forma di vita, francescana

e secolare.

Decentrarsi per uscire verso il mondo, il

vostro e nostro chiostro, e per testimoniare

e proclamare che solo Lui è l’onnipotente

(cf LOrd 9), coscienti di non essere chiamati

a vivere per noi stessi, ma per gli altri, per

far conoscere il Regno di Dio.

Centrarsi, concentrarsi, decentrarsi: tre

movimenti essenziali per una vera rifondazione

della vita francescana. Centrarsi, concentrarsi,

decentrarsi: tre movimenti inseparabili.

Centrarsi, concentrarsi, decentrar


314 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

si: tre movimenti che interrogano la nostra

vita e missione e che ci chiamano a tornare

all’essenziale, senza dimenticare le chiamate

che ci vengono dalla storia.

Concludendo

Care Sorelle, cari Fratelli, vorrei finire

queste mie riflessioni chiedendovi – sempre

tenendo presente la volontà della vostra

Fondatrice – la collaborazione con tutta la

Chiesa e particolarmente con l’Ordine dei

Frati Minori, “mediante la preghiera e il sacrificio”,

nell’attività apostolica. Vorrei

chiedervi di fare tutto il possibile per far conoscere

e amare, particolarmente tra i giovani,

il Serafico Padre San Francesco. Vi

chiedo, inoltre, di “offrirvi come vittime al

Cuore di Gesù”, per la santificazione delle

anime e particolarmente per me e per i Frati

Minori, in questa vigilia dell’VIII Centenario

della Fondazione dell’Ordine francescano.

Penso di non tradire il pensiero di Francesco,

di Chiara, di Ireneo e di Vincenza se

finisco chiedendovi di non cedere alla tentazione

della stanchezza e della delusione,

così diffusa nella nostra società e nella vita

consacrata, ma di vivere con entusiasmo la

vostra vocazione francescana secolare che

richiede, come qualunque vocazione specifica,

dei sacrifici, di seguire la croce, delle

rinunce… ma che è umanamente ricca, piena

e appagante.

Come vi diceva il Fr. Ireneo, vi dico anche

io: Vogliatevi bene, carità fraterna…

carità fraterna!

FR. JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO, OFM

Ministro generale

1 La vita dell’amore, II,127.

2 Fin dal primo Regolamento, in vigore dal 26

dicembre 1929, viene proposta una forma di vita

consacrata mediante i tre voti, in piena secolarità

(“in mezzo al mondo”) e secondo la spiritualità

francescana.

3 Come fece P. Ireneo rispettando la vostra decisione

di consacrarvi al Signore con i voti (cf 50º

di fondazione, 26), cosi anche noi vogliamo

rispettare le vostre scelte e il vostro cammino di

consacrazione nel mondo.

4 Cf o.c. 223. L’unione con Dio attraverso una vi-

ta intensa di contemplazione, insieme ad un

apostolato attivo, sono le finalità della vostra

consacrazione.

5 Cf Novo millennio ineunte, 3.

6 Vita Consacrata (=VC) 13.

7 La vita dell’amore I,74.

8 o.c. I,61.

9 o.c. I, 49.

10 o.c. I,19.

11 VC 65.

12 VC 18.

13 Cf VC 69.

14 VC 37.

15 Ripartire da Cristo 18.

16 La vita dell’amore II,59.

17 o.c. II,7.

18 o.c. II,76.

19 o.c. II,115.

20 I voti nella nostra comune spiritualità sono visti,

soprattutto, nel loro contenuto positivo di libertà

interiore, di carità, di completa adesione a Cristo.

21 o.c. II,77.

22 o.c. II,76.

23 Cf Ripartire da Cristo 22.

24 Cf o.c. 24.

25 VC 25.

26 VC 40.

27 La vita dell’amore II, 77.

28 o.c. II,98-99.

29 VC 16¸Ripartire da Cristo 22.

30 San Francesco, Saluto alla Vergine Maria, 1.

31 La vita dell’amore II,37-38.

32 Cf San Francesco, Ammonizione 6.

33 VC 37.

34 Novo millennio ineunte, 3.

35 Cf VC 63.

36 San Francesco, Lodi di Dio altissimo, 4.

37 San Francesco, Regola non bollata 22,19.

38 San Francesco, o.c. 22,26.

2. Omelia in occasione della solennità

delle Stigmate

Santuario della Verna, 17.09.2005

ALLA SCUOLA DI SAN FRANCESCO

Gal 4, 14-18, Lc 9, 23-26

Carissimi fratelli e sorelle,

vi saluto con le parole di Paolo ai Galati

augurandovi «pace e misericordia» da parte

di Dio, il «Padre delle misericordie».

Siamo saliti oggi sulla santa montagna

della Verna per lasciarci guidare dal “crocifisso

della Verna”, Francesco d’Assisi; per

contemplare il suo e nostro Signore, Gesù

Cristo povero e crocifisso e per seguirlo fino

alle ultime conseguenze.


Siamo saliti con il fiato sospeso, consapevoli

che l’incontro con Francesco, nel cui

corpo sono impresse le stigmate del Signore,

non ci può lasciare come prima. Il “Poverello

di Assisi” ci rimanda sempre a Colui

che, abbracciando la croce, è morto per i

nostri peccati, e lui ci ricorda, come ha detto

l’attuale Pontefice, Benedetto XVI, proprio

alla Verna il 17 settembre 1988, che «la

vera carta d’identità del discepolo di Gesù è

la comunione con la croce». Non c’è sequela

senza croce. È Gesù stesso a dircelo: «Se

qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi

se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e

mi segua».

Il Vangelo che abbiamo ascoltato è un

compendio della vita cristiana, lo specchio

su cui il discepolo deve far riflettere il proprio

volto (cf Gc 1, 22-25). Per il discepolo,

pertanto, non c’è altra strada, altro cammino,

se non quello seguito dal suo Maestro e

Signore, il cammino della passione e risurrezione.

Se il discepolo può dire «per me il

vivere è Cristo» (Fil 1, 21), non può fare a

meno di vivere nella propria carne la stessa

passione del suo Signore

Ma che cosa significano le stigmate nella

vita di Francesco? Perché questo dono

così straordinario?

Francesco, vero «amante e imitatore» di

Gesù, come dice di lui Santa Chiara (TestsCl

5), nella Verna si presenta a noi come

l’uomo appassionato, innamorato del suo

Signore. Dice San Bonaventura: «In lui

l’incendio indomabile dell’amore per il

buon Gesù si era sviluppato in vampe e

fiamme di carità così forte, che le molte acque

non potevano estinguerlo» (LegM XIII,

2). Francesco ha posto la sua mente, la sua

anima e tutto il suo cuore nel Signore (cf

3LAg 14-15). Francesco si sente tutto del

Signore e sente che il Signore è tutto per lui,

fino al punto di potergli dire, nella preghiera

che compose proprio qui, dopo aver ricevuto

le stigmate: «…Tu sei il bene, il sommo

bene… Tu sei bellezza… Tu sei gaudio

e letizia… Tu sei tutto, ricchezza nostra a

sufficienza…» (LodA 1-7).

Chi può dire questo in momenti di grande

sofferenza, fisica e spirituale, come quelli

che stava vivendo Francesco, se non un

EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

315

vero innamorato? Sì, la sua vita è la storia

di un grande amore, folle e appassionato per

Gesù. È la forza dell’amore che lo ha unito

a Gesù, anche corporalmente e visibilmente.

È l’amore che lo ha trasformato «tutto

nel ritratto visibile di Cristo crocifisso»

(LegM XIII, 3). È l’amore che lo ha portato

a identificarsi pienamente, attraverso le

Stigmate, con l’amato: «Il verace amore di

Cristo aveva trasformato l’amante – dice

san Bonaventura – nell’immagine stessa

dell’amato» (LegM XIII, 5). Adesso può

dire con san Paolo: «io porto le stigmate di

Gesù nel mio corpo» (Gal 6, 17). In questo

contesto le stigmate di Francesco sono come

il sigillo, il “sì” di Dio, all’amore appassionato

del Poverello. D’ora in poi potrà dire

con l’Apostolo: «Sono stato crocifisso

con Cristo e non sono più io che vivo, ma

Cristo vive in me» (Gal 2, 20).

Le stigmate sono anche un segno chiaro

e tangibile di appartenenza di Francesco a

Gesù. Nell’antichità gli schiavi venivano

stigmatizzati come proprietà del loro padrone

e come segno della protezione che il padrone

esercitava su di loro. D’altra parte,

come afferma la Sacra Scrittura, chi sarà segnato

con la croce sulla fronte, sarà salvato.

La croce è il sigillo di appartenenza a Dio in

Gesù (cf Ap 7, 2ss; Ez 9, 4). Come Paolo

che si vanta di portare nel suo corpo le stigmate

di Gesù (cf Gal 6, 17) e quindi di essere

«apostolo» (Gal 1, 12) e «servo di Gesù

Cristo» (Rm 1, 1), così anche Francesco

si può vantare di appartenere a Gesù, di essere

“amico di Gesù”, “servo del Signore”,

di essere tutto suo.

Non era forse quanto lui stesso cercava,

allorché rimase nudo davanti al vescovo di

Assisi? Iniziava così la lunga spoliazione di

tutte le cose per legarsi povero a Cristo povero

e immedesimarsi in Lui. Da allora fino

alla cristofania della Verna, la vita di Francesco

è stata toccata dalla mano di Gesù, fino

a raggiungere una comunione d’amore

con Lui, così intima e forte da trasformare

l’amante nell’amato. L’amore per Cristo,

che per primo ha amato noi (1Gv 4, 10.19),

spinge il discepolo ad avere la stessa vita

dell’amato.


316 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

Cari fratelli e sorelle, la festa delle Stigmate

ci parla d’amore e ci parla di appartenenza.

Amare vuol dire seguire, uscire dal

proprio io, decentrarsi, smettere di pensare

a se stessi e stare nell’amato. Ma questo

amore che conduce alla sequela è possibile

soltanto in chi ha conosciuto l’amore di Gesù

per lui. Non si segue Gesù per amarlo, si

segue perché, avendo conosciuto l’amore di

Gesù per noi, uno è disposto ad amare fino

alle ultime conseguenze.

Cari fratelli e sorelle, nel 1224 san Francesco

salì su questa santa montagna. Salì

per incontrarsi con il suo Signore, «teso –

come dice Bonaventura – alla ricerca del

volere di Dio, a cui bramava con sommo ardore

di conformarsi in tutto e per tutto»

(LegM XIII, 4). Dopo circa 800 anni, l’ascesa

di Francesco al monte rimane tuttora

immagine dell’itinerario che ogni cristiano

deve percorrere per incontrare il Signore,

per conoscere la sua «santa e vera volontà»

(PrC 5) e conformarsi in tutto al suo volere.

Il piccolo Francesco diventa così nostro

maestro spirituale. Seguiamolo per qualche

istante, guidati dal racconto che Bonaventura

fa delle stigmate, e san Francesco, l’uomo

dalla “debole voce” (Giovanni Paolo

II), ci insegnerà che per incontrarsi con Dio

è necessario, prima di tutto, salire.

Sì, come san Francesco, anche noi dobbiamo

incamminarci verso il «monte eccelso»,

luogo dell’incontro con il Signore.

La vita cristiana è sempre una salita, una

purificazione del cuore, una morte a se

stessi, un rinnegare se stessi, un morire alle

opere del peccato. Paolo parla di crocifissione

della carne per vivere una vita secondo

lo Spirito (cf Gal 5, 24s). Salire su

un «monte eccelso» esige, allora, una vera

morte al peccato, un orientamento nuovo

della propria esistenza, una vera conversione

che tocchi il nostro essere nelle sue

profondità.

San Francesco ci insegna, inoltre, che

per incontrarsi con Cristo è necessario, anche,

andare in disparte. Sì, come Francesco

anche noi dobbiamo lasciarci condurre “in

disparte dalla Providenza”, cercare la solitudine,

per “dedicarsi più pienamente a

Dio”. In questa nostra società, dominata

dalla fretta e dal rumore, si fa urgente cercare

la quiete. Soltanto chi è separato dal rumore

delle cure terrene, soltanto chi ha un

cuore libero da tutto ciò che impedisce il

“salire”, potrà, come Francesco, «sentirsi

inondato con maggior abbondanza dalla

dolcezza della celeste contemplazione»

(LegM XIII, 1) e così vedere la gloria del

Crocifisso.

È necessario poi, come ci dice ancora

Francesco, discendere dal monte. Si deve

rifare la strada che ci ha portato alla cima

del «monte eccelso», per incontrarsi con gli

uomini e le donne nostri fratelli e sorelle.

Discendere, ma trasformati, trasfigurati,

portando in noi, come Francesco, «l’effigie

del Crocifisso, raffigurata non su tavole di

pietra o di legno dalla mano di un artefice,

ma disegnata nella [nostra] carne dal dito

del Dio vivente» (LegM XIII, 5). Chi si è incontrato

con Gesù, chi si è lasciato trasformare

da Lui e in Lui, non può tornare in

mezzo al mondo come prima, ma, come

Francesco, deve essere e manifestarsi come

“altro Cristo”.

Cari fratelli e sorelle, il Signore ci concede

questo momento di grazia e di intimità

con Lui: lasciamo «che le piaghe del Signore

siano impresse nel nostro cuore». Allora

saremo veramente suoi e Lui sarà tutto per

noi: il bene, ogni bene, il sommo bene,

gioia, amore, bellezza, ricchezza, mansuetudine,

custode, difensore e rifugio. E con

san Francesco, lo “Stigmatizzato della Verna”,

lo acclameremo dicendo: «… grande e

ammirabile Signore, Dio onnipotente, misericordioso

Salvatore».

«La grazia del Signore nostro Gesù Cristo

sia con il vostro spirito, Fratelli. Amen»

(Gal 6, 18).

FR. JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO, OFM-

Ministro generale

3. Inizio della Peregrinatio del Crocifisso

di San Damiano

San Damiano, Assisi, 24 settembre 2005

PORTATE OVUNQUE IL SEGNO

DELL’AMORE DEL PADRE


Carissimi fratelli, carissime sorelle,

il Signore vi dia pace!

1. Otto secoli fa, un giovane di nome

Francesco, veniva di frequente a visitare

questa chiesa, sostava in preghiera silenziosa

davanti al grande crocifisso che pendeva

proprio sopra l’altare, guardava gli occhi

grandi e luminosi di questo Crocifisso e, dai

suoi occhi grandi e luminosi si lasciava guardare.

Il giovane Francesco era inquieto, cercava

qualcosa e non si accontentava di quel

che aveva trovato fino a quel momento. Aveva

nutrito sogni grandi, di gloria, di successo,

di realizzazione personale, però quei sogni

grandi erano andati in frantumi. E allora aveva

iniziato a percorrere una via diversa, nutrita

di silenzio e di preghiera. Aveva cominciato

a lasciarsi provocare dalle situazioni

che incontrava. I poveri e i lebbrosi vivevano

situazioni così diverse da quelle del mondo

agiato e potente al quale lui era appartenuto

fino a quel momento.

2. In quel contesto, la preghiera del giovane

Francesco cominciava a diventare

umile e aderente alla propria realtà: «Altissimo,

glorioso Dio, illumina le tenebre de lo

core mio». La presunzione di sapere già

quel che voleva dalla vita lasciava ora il posto

alla preghiera del povero, del cercatore,

del mendicante di luce! Ed è proprio in questo

clima di preghiera e di apertura del cuore,

che – finalmente – il Crocifisso dagli occhi

grandi e luminosi lo guarda, gli parla

con dolcezza e lo interpella aprendogli gli

occhi: «Francesco, non vedi che la mia casa

cade in rovina? Va’ e riparamela»! Francesco

risponde con tutto l’entusiasmo della

giovinezza: «Lo farò volentieri»! E con la

disponibilità ingenua, sincera e concreta

che sempre lo caratterizzerà, comincerà a

restaurare materialmente questa piccola

chiesa in cui ci troviamo. Piccola chiesa

certo, ma che Francesco intuirà come il

cuore contemplativo del nostro carisma

francescano, il luogo dove Chiara e le sorelle

continueranno ad attingere forza dalla

contemplazione amorosa del suo Crocifisso,

specchio per contemplare la vita stessa

di Dio e via per accedervi.

3. Ora voi, carissimi fratelli e carissime

sorelle, partendo da qui con la peregrinatio

EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

317

del Crocifisso per raggiungere tutte le province

dell’Italia, vi inserite nel solco di

Francesco e di Chiara. Che la peregrinatio

del Crocifisso di san Damiano sia un portare

ovunque il più grande segno dell’amore

del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo

per l’intera umanità e per ciascuno di noi.

Portare questa croce significhi portare il segno

potente dell’amore di Dio «che ci ha

tanto amati da donare il suo Figlio per noi».

Portare questa croce sia portare l’annuncio

della Pasqua: in Gesù glorificato e innalzato

sulla croce il male, il peccato, la morte

sono già state vinte e si apre per noi la possibilità

della vita eterna, della vita piena ed

autentica. Portare questa croce sia portare

l’annuncio bello e gioioso che nessuno è

talmente lontano da Dio da non poter essere

avvicinato da quel Dio che ha manifestato

la sua vicinanza estrema a ciascuno di noi

proprio nel morire in croce della morte del

maledetto, del malfattore, dello schiavo.

4. L’iniziativa della peregrinatio sia,

perciò, anzitutto e soprattutto una iniziativa

di evangelizzazione del mondo giovanile. E

come questo Crocifisso ha saputo ascoltare

le domande, le inquietudini, i sogni che si

muovevano nel cuore del giovane Francesco,

sappiate anche voi mettervi in ascolto

dei giovani che incontrerete! Prima di dare

le vostre risposte sappiate anche voi ascoltare

le loro domande. E sappiate a vostra

volta suscitare domande che aprano gli occhi

all’assunzione gioiosa della vita come

un dono da vivere responsabilmente e con

amore, perché possa trovare la sua pienezza

di significato nel dono di sé per amore.

Che la peregrinatio sia perciò l’occasione

per avviare un movimento di evangelizzazione,

di preghiera, di ricerca in cui i giovani

si sentano accolti e guardati con amore

dal Crocifisso. Solo così potranno a loro

volta lasciarsi aprire gli occhi da Lui, lasciarsi

illuminare il cuore, schiodare le mani

e i piedi, sciogliere la lingua e diventare

testimoni dell’amore smisurato di Dio per

ognuno di noi.

5. Il Crocifisso di san Damiano ha dato

fiducia al giovane Francesco, affidandogli

una missione grande e impegnativa. Sappiate

anche voi fare altrettanto! Coinvolge-


318 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

te i giovani il più possibile nelle varie iniziative

che realizzerete. Non considerateli

destinatari passivi delle vostre proposte, ma

soggetti ai quali lo stesso Crocifisso si rivolge

per affidare loro grandi responsabilità:

«Non vedi che la mia casa cade? Coraggio

va’ e riparamela»! Che grazie alla

peregrinatio molti giovani possano scoprire

di essere chiamati ad assumere un ruolo attivo

e costruttivo nella Chiesa, nella società

civile, nel mondo! E che sentendosi coinvolti

in prima persona possano essi stessi

trasformare la propria vita in un dono d’amore.

6. Nell’affidarvi questo mandato desidero

esortare ognuno di voi a mettervi in

sintonia col Crocifisso, con la sua logica e

con il suo messaggio. La semplicità, la fiducia,

la povertà di mezzi, perfino una certa

ingenuità caratterizzino le vostre iniziative,

perché la potenza di Dio si manifesta

proprio nella debolezza del Crocifisso e la

sua sapienza si manifesta nell’apparente

stoltezza della croce. Abbiate coraggio,

siate capaci di osare, impiegate tutta la

fantasia e la creatività che sono nel nostro

DNA francescano. Abbiate fiducia! Parafrasando

quel che Francesco dirà in altra

occasione: «Se quest’opera viene da Dio,

ci penserà Lui a farla conoscere»! Fate vostro

l’atteggiamento di Maria, la Vergine

fatta Chiesa, che proprio nella raffigurazione

del crocifisso di san Damiano è ritratta

con una mano al mento, nell’atteggiamento

della contemplazione e con una

mano rivolta al crocifisso, nell’atteggiamento

di chi indica la via; ed i suoi occhi

guardano il Figlio in croce, attingendo alla

sorgente del dono, e guardano il discepolo

amato, accogliendolo come proprio figlio.

Sappiate anche voi contemplare e additare

il Crocifisso, sappiate anche voi accogliere

il dono della Sua vita e, per questo dono,

sappiate accogliere tutti coloro che Lui

vi donerà come fratelli.

Il Signore vi manda e vi accompagna!

Portate ovunque la sua croce! Portate ovunque

la sua vita!

FR. JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO, OFM-

Ministro generale

4. Lettera del Definitorio generale per la

Solennità di san Francesco

Roma, 4 ottobre 2005

LA FRATERNITÀ SEGNO

PER IL MONDO D’OGGI

O dilectissimi fratres, audite me,

audite vocem patris vestris

Cari Fratelli,

il Signore vi dia pace!

Ringraziamo Dio Padre perché, anche in

occasione della Festa di san Francesco, si

rinnova l’opportunità per continuare il dialogo

fraterno, cominciato con voi all’inizio

del nostro servizio come Definitorio generale,

e per esprimervi il nostro augurio, perché

su ciascuno di voi e sulla Fraternità universale

siano sempre effuse con abbondanza

le benedizioni del Signore.

Disponendoci ad ascoltare la voce del nostro

padre e fratello Francesco, che sopra ogni

altra cosa desiderava vivere da figlio di Dio e

fratello di tutti gli uomini, vogliamo condividere

con voi il suo sogno più bello, che per

ogni Frate Minore è al tempo stesso vocazione

e provocazione: manifestare la paternità

amorosa di Dio e, quindi, costruire una Fraternità

universale. Il desiderio di fraternità è,

infatti, proprio dello spirito francescano e lo

stesso Francesco volle che tale termine comparisse

nella denominazione del suo Ordine:

«Voglio che questa fraternità sia chiamata Ordine

dei Frati Minori» (1Cel 38), per meglio

esprimere la novità che il Signore gli aveva

ispirato. Anche l’ultimo Capitolo generale ci

ha poi esortato a vivere la santità di Dio nella

nostra vita fraterna che, costituendo una Priorità

del nostro progetto di vita, è insieme dono

e compito, grazia e responsabilità verso i

nostri Fratelli, tutti gli uomini e tutte le creature.

Vogliamo, dunque, condividere non tanto

una riflessione teorica ma le nostre esperienze,

dove abbiamo visto il manifestarsi

della fraternità nell’aiuto reciproco e generoso

tra le Province e il Definitorio generale,

nell’animazione e nelle visite ai Fratelli, nell’accoglienza

che ogni volta incontriamo. Per

tutto questo vi ringraziamo e diciamo: «Laudate

e benedicite mi’ Signore, e rengraziate e

serviateli cum grande humilitate» (Cant).


1. In ascolto di frate Francesco

In questo giorno di festa vogliamo stringerci

attorno al nostro padre san Francesco,

desiderosi di ascoltare le sue parole, che ci

parlano con amorosa semplicità e profonda

convinzione della sua vita, fattasi interamente

dono per il Signore e sua eredità per noi.

Francesco sa che il Signore è stato buono

con lui e che la fraternità nasce dall’esperienza

di un Dio che è relazione d’amore

nella Trinità. In questo amore Francesco

scopre la paternità di Dio e si sente figlio;

sperimenta di essere fratello di Gesù, il

Figlio amato dal Padre; vive questo amore

che unisce nello Spirito Santo. L’amore

trinitario è dunque il modello che ispira la

vita fraterna perché sia una vera famiglia (cf

Rnb 9,10-11; Rb 6, 8-9).

Per Francesco la fraternità è rivelazione

di Dio; la via attraverso cui il Signore mostrò

la sua volontà come progetto per una

vita eminentemente evangelica. È il santo

Vangelo, infatti, che propone Gesù come

fratello dell’umanità nel mistero della sua

Incarnazione e Passione (cf 2Lf 56), nella

sua umiltà e povertà. Considerando così la

fraternità di Cristo tra noi, ci è rivelato il

fondamento della vita evangelica.

2. Imparando ad essere fratelli

Quando ogni giorno ci guardiamo in

questo specchio (cf 4LAg 15-16) per diventare

fedeli a quel dono che il nostro padre

san Francesco ci ha lasciato come rivelazione

del Signore, la nostra condivisione

si fa supplica di intercessione: «Salve,

sancte Pater, patriae lux, forma Minorum,

virtutis speculum…». Alla scuola di Francesco

impariamo che per sentirci fratelli di

tutti dobbiamo avere prima un atteggiamento

filiale con Dio. La tenerezza e l’amore

per i fratelli sono conseguenza della

felicità di avere Gesù per fratello e della

consapevolezza che il Signore si dona e si

fa presente nel fratello. Quindi, l’amore

fraterno è infuso dallo Spirito Santo nel

cuore per servire e per obbedire spiritualmente

al fratello, e, come ci insegna san

Francesco, per vivere la fraternità c’è bisogno

di possedere lo Spirito del Signore e

le sue sante opere (cf Rb 10,10). Se siamo

EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

319

in grado di riconoscere con umiltà di aver

bisogno di imparare a vivere da fratelli,

condividendo la vita e testimoniando insieme

i valori evangelici, allora la fraternità

diventerà modello d’ogni famiglia

umana, anzi di più, si trasformerà in un

luogo di incontro con Dio ed in una benedizione

(cf 1Lf 6). La fraternità, infatti, è il

frutto che germoglia e fiorisce nella terra

feconda dell’esperienza viva di un rapporto

filiale col Padre e di un rapporto fraterno

con Gesù Cristo.

Il singolare contributo di Francesco alla

Chiesa e alla storia è la sua ingenua e incredibile

utopia di una fraternità evangelica ed

universale. È questa fraternità quella che

crea rapporti nuovi ed originali fra le persone

e con tutto il creato e che diventa testimonianza

provocante per il nostro mondo.

Lo sguardo fraterno ed innocente di Francesco

può però nascere in noi soltanto se riusciremo

a liberarci dalla tentazione così forte

del potere e del possedere, che sono delle

vere sfide per la Fraternità. Si tratta di sfide

concrete che raccogliamo ogni giorno nell’esperienza

delle nostre visite fraterne, dalle

relazioni dei Visitatori generali o negli incontri

con i Ministri provinciali, quando ci

accorgiamo che stiamo distruggendo la fraternità:

• cercando prestigio, onori e comando, più

che servire;

• anteponendo il nostro progetto e i nostri

interessi a quelli della Fraternità;

• preferendo le identità di gruppo e le affinità

etniche e culturali alla famiglia spirituale;

• non condividendo tutto quello che siamo

e abbiamo;

• essendo incapaci di riconoscere che abbiamo

fatto del male e di chiedere perdono

o di offrirlo (cf Lmin 7-10).

Bisognerà chiedere ogni giorno al Signore

che ci conceda l’umile fedeltà al dono

di essere fratelli. Se, infatti, non si

guarda con occhi nuovi la realtà della persona,

non potrà nascere e mantenersi viva

l’utopia della fraternità e la fede per cui

l’altro, al di là dei suoi sbagli e delle sue

debolezze, può essere realmente mio fratello.


320 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

3. Illuminare il mondo con il segno

della fraternità

Se la fraternità è parte fondamentale della

nostra spiritualità dobbiamo vivere quello

che il Capitolo generale ha chiamato “la

santità fraterna” e le sue conseguenze. Ci

spinge su questa strada anche la consapevolezza

che la fraternità è un nostro contributo

all’evangelizzazione, perché essa diventa

per se stessa il modo migliore di evangelizzare:

“la nostra forma di vita è il primo

modo di evangelizzare” (Sdp 42). Nella

Chiesa, che si riscopre come comunione, la

fraternità è un segno visibile che siamo

chiamati a custodire e manifestare.

Da tempo ormai usiamo l’espressione

fraternità-in-missione che ha anche questo

significato: nella misura in cui siamo fraternità,

siamo già anche “in missione”. La fraternità

non si costituisce prima della missione,

ma proprio il nostro essere fraternità

è la prima modalità della nostra missione.

Ogni gesto di fraternità diventa così un gesto

missionario e, d’altra parte, sappiamo di

non essere stati chiamati per noi stessi, ma a

diventare una fraternità per la salvezza del

mondo.

«Le nostre Fraternità e i nostri posti di

lavoro assumono la sfida etica di essere segni

che suscitano il desiderio di un altro

cammino di convivenza e di relazione:

quello che conduce alla pienezza della vita

mediante la via del dialogo». Questo abbiamo

dichiarato nel Capitolo Generale 2003

(Sdp 31), ma occorre esaminare i nostri

comportamenti e verificare se abbiamo veramente

assunto questa sfida etica, facendo

entrare il dialogo nelle nostre Case e nei nostri

posti di lavoro.

Nessuna opera, per quanto sia importante,

può esimersi da questa responsabilità. Come

siamo responsabili della continuazione di

quelle opere in cui molti Frati hanno speso le

loro migliori energie apostoliche, così, nei

confronti della Chiesa, siamo responsabili di

offrire sempre un segno della possibilità di

vivere in fraternità. Ad ogni forma di missione

ed apostolato vogliamo perciò sempre associare

il segno di una fraternità vissuta. Anche

in questo ambito desideriamo richiamare

l’attenzione su alcune sfide:

- privilegiare nelle scelte pastorali quelle

che sono più in consonanza con la nostra

forma di vita;

- lasciarsi «sedurre dai chiostri dimenticati,

dai chiostri inumani dove la bellezza

e la dignità della persona sono continuamente

offuscate» (Sdp 37), vivendoli all’interno

di un progetto di vita fraterna

che sia luce per il mondo;

- essere vicini alla gente, condividendo la

nostra vita e missione con le sue gioie e

difficoltà;

- sottolineare il valore particolare della vita

fraterna nei territori di missione ad

gentes, per annunciare al mondo l’amore

capace di superare le divisioni di razza,

colore, tribù;

- avere come criterio nella ristrutturazione

di presenze e opere quello di mantenere

viva un’autentica vita fraterna.

La crisi di fede e dell’etica del nostro

tempo ci interroga sulla reale possibilità

della comunione. All’inizio della storia della

Chiesa lo Spirito di Dio ha costituito un

popolo nuovo prendendolo dalle genti e ha

così offerto a tutto il mondo la possibilità di

vivere la comunione con Gesù. Lo stesso

Spirito ci spinge oggi ad essere nel mondo

un segno della realtà di questa possibilità.

4. Conclusione

Nel maggio 1226 San Francesco scrive il

piccolo Testamento di Siena. In esso il suo

sentimento di unità fraterna varca i confini

dello spazio e del tempo: «benedico tutti i

miei frati che sono ora in questa Religione e

quelli che vi entreranno sino alla fine del

mondo», e la sua prima preoccupazione è che

i suoi frati vivano come fratelli: «sempre si

amino tra loro come io li ho amati e li amo».

Con l’avvicinarsi della morte vediamo

come a frate Francesco, che aveva rinunciato

a tutto, rimanga un solo desiderio: essere

più vicino ai suoi fratelli. Per questo il suo

biografo ci racconta che, poco prima di

passare da questo mondo al Padre, si fece

leggere quel brano del Vangelo di Giovanni,

di cui tanti passaggi aveva già inserito

nella Regola non Bollata. Le ultime parole

di Francesco, come quelle di Gesù nell’Ultima

Cena, sono per l’unità dei suoi Frati:


«Padre santo, custodisci nel Nome tuo coloro

che mi hai dato, affinché siano una cosa

sola come noi» (Rnb 22,45). È con questo

desiderio che vuole andare incontro a

sorella morte che, qualche mese prima,

aveva cantato nel Cantico della fraternità

universale: «Laudato si’, mi’ Signore, per

sora nostra Morte corporale» (Cant).

Quest’ultimo episodio della vita di Francesco

– rimeditato quasi al termine dell’Anno

dell’Eucaristia, mentre il Sinodo dei Vescovi

è riunito a riflettere proprio su questo

grande mistero – ci ricorda che la fonte che

sostiene e anima la nostra fraternità è il mistero

di Cristo, che ha dato la sua vita perché

noi diventassimo fratelli e cercassimo

di costruire ogni giorno legami, visibili e invisibili,

di fraternità.

Alla fine di questo mese di ottobre 2005

il Definitorio generale si riunirà con tutti i

Maestri di noviziato del nostro Ordine ai

piedi di Santa Maria degli Angeli per dire

con una parola forte e decisa la volontà di

andare con spirito rinnovato verso l’VIII

Centenario del nostro Ordine. Lì invocheremo

lo Spirito di Dio perché ci renda ancora

più profondamente segno di fraternità per la

salvezza del mondo.

La benedizione del nostro Serafico Padre

ci accompagni in questo cammino.

I vostri fratelli del Definitorio generale

FR. JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO, OFM (Min. Gen.)

FR. FRANCESCO BRAVI, OFM (Vic. Gen.)

FR. AMARAL BERNARDO AMARAL, OFM (Def. Gen.)

FR. AMBROGIO NGUYEN VAN SI, OFM (Def. Gen.)

FR. FINIAN MCGINN, OFM (Def. Gen.)

FR. JAKAB VÁRNAI, OFM (Def. Gen.)

FR. MIGUEL J. VALLECILLO MARTÍN, OFM (Def. Gen.)

FR. SIME SAMAC, OFM (Def. Gen.)

FR. MARIO FAVRETTO, OFM (Def. Gen.)

FR. LUIS G. CABRERA HERRERA, OFM (Def. Gen.)

FR. JUAN IGNACIO MURO ARÉCHIGA, OFM (Def. Gen.)

FR. SANDRO OVEREND RIGILLO, OFM (Seg. Gen.)

Prot. N. 096095

EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

5. Carta con ocasión del inicio de las celebraciones

del VIII Centenario de la

fundación de la Orden

ES EL MOMENTO DE DISCERNIR

321

Roma, 4 de octubre de 2005

Solemnidad de nuestro padre san Francisco

Queridos hermanos, queridas hermanas:

El Señor os dé la paz.

El 8 de diciembre pasado os escribí presentándoos

el proyecto La gracia de los orígenes,

aprobado por el Definitorio general

para conmemorar el VIII Centenario de la

fundación de la Orden. Hoy me acerco de

nuevo a vosotros para anunciaros que el inicio

de la primera etapa de dicho proyecto y,

con él, el inicio de las celebraciones del

VIII Centenario será el día 29 de octubre de

2005.

Esta primera etapa durará todo el año

2006.El Definitorio general ha pensado en

esta fecha por coincidir con la clausura del

II Congreso Internacional de Maestros de

Novicios O.F.M., que se celebra durante este

mes de octubre en Santa María de los Ángeles,

la Porciúncula (Asís).

Los actos previstos para iniciar dicha

etapa son dos. El día 28, a última hora de la

tarde, haremos una peregrinación desde la

Basílica de Santa Clara (Asís), donde las

Hermanas Clarisas custodian desde hace siglos

el Crucifijo de San Damián ante el cual

oró tantas veces san Francisco, hasta la

Iglesita de San Damián, donde terminaremos

con una vigilia de oración. El día 29 a

las 11, 00, en la Basílica de Santa María de

los Ángeles (Asís), tendremos la solemne

celebración de la Eucaristía, al final de la

cual se hará entrega de una reproducción

del Crucifijo de San Damián a los hermanos

allí presentes, tal como se sugiere en el proyecto

La gracia de los orígenes.

En ambas celebraciones participarán,

junto con los miembros del Definitorio general,

todos los participantes al II Congreso

de Maestros de Novicios O.F.M. y los hermanos

llegados a Asís para tal ocasión. Todos

los hermanos y hermanas serán bienvenidos/as

a dichas celebraciones, especial-


322 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

mente a la Eucaristía del 29. Soy consciente,

sin embargo, que pocos podrán estar físicamente

presentes en Asís ese día a causa

de las distancias. A todos y a todas, sin embargo,

pido vuestra oración por el éxito del

Centenario. Por otra parte, ruego a todos los

Ministros y Custodios que programen en

sus respectivas Entidades una celebración

especial para iniciar esta primera etapa del

Centenario, tal como prevé el proyecto La

gracia de los orígenes.

Esta primera etapa del Centenario está

centrada, como bien sabéis, en el tema del

discernimiento. Siempre, pero especialmente

durante el año 2006, todos los hermanos

estamos invitados a realizar un análisis profundo

(sentido etimológico de discernimiento)

de la situación en que nos encontramos,

tanto a nivel personal como institucional, para

elegir lo que es bueno según el querer de

Dios, los criterios del Evangelio y la forma

vitae que prometimos observar fielmente el

día de nuestra profesión, y plasmarlo luego

en un proyecto coherente de vida personal y

fraterno, objetivo del año 2007, conscientes

que sólo así podremos celebrar con gozo el

don de nuestra vocación, objetivo previsto

para el 2008-2009.

Este análisis/discernimiento, para que

nos lleve a una renovación profunda de

nuestra vida y misión, objetivo final del

análisis/discernimiento ha de ser realizado

desde la fe y en actitud de escucha obediente

a las inspiraciones del Señor. En este contexto

os recuerdo algunos medios que se

han de privilegiar tanto en la vida personal

como fraterna durante este año.

La oración

Una oración prolongada, sin reloj, y

“afectiva”, como la de Francisco (cf 2Cel

95). Una oración “vinculante”, a través de

la cual podamos comprender que Dios bendice

(decir bien) nuestras opciones (cf Gn

32, 27).

La escucha atenta de la Palabra de Dios

Una escucha sapiencial e interpelante,

que nos lleve a acoger la Palabra como alimento

para la vida y para el camino diario.

Una escucha que nos lleve a la obediencia,

a la apertura incondicional y a la plena disponibilidad

a las exigencias de la Palabra, y,

de este modo, podamos decir con Francisco:

“Esto es lo que quiero, esto es lo que pido,

esto es lo que deseo cumplir con todo mi

corazón” (1Cel 22).

La escucha de cuanto nos dice y pide la

Iglesia, en cuanto Hermanos Menores y

consagrados

La Iglesia, a la que deseamos amar como

la amó Francisco (cf 2Regla 12, 4; Testamento

de Siena 5), es el espacio vital en el

que, como Hermanos menores, queremos

vivir el Evangelio (cf CCGG 1, 1). Es necesario,

por tanto, escucharla desde una actitud

de “obediencia caritativa” (cf Adm 3).

La escucha de cuanto nos dice y pide

Francisco

Hemos profesado “seguir incesantemente

a Cristo en el mundo actual según la forma

de vida y la Regla de san Francisco” (CCGG

126). Esto nos exige una escucha reverente y

cordial de nuestro padre y hermano el Poverello

de Asís, para poder ordenar nuestra vida

según su “forma vitae” (cf CCGG 6, 2) y

“observar siempre la vida y Regla de los

Hermanos Menores” (CCGG 5, 2).

La escucha del Señor en los signos de

los tiempos (cf Lc 12, 56)

A través de los cuales nos sentimos interpelados

por el Señor de la historia y

llamados a dar una respuesta en cuanto

Hermanos Menores. En este momento de

gracia que vamos a iniciar, el Señor nos

invita a escuchar su voz en los acontecimientos

de la historia y a detectar su presencia

siempre actuante. Como nos recuerda

el documento final del Capítulo

general de 2003, por nuestra parte, los

signos de los tiempos “requieren reconocimiento,

lectura, interpretación y juicio

a nivel personal y en el seno de la fraternidad”

(Sdp 6).

Para nosotros Hermanos Menores el

discernimiento y la escucha han de hacerse

ciertamente a nivel personal pero también

en diálogo con los hermanos. Es por ello

que pido a cada hermano el que privilegie


en su propia vida momentos prolongados

de retiro y de encuentro consigo mismo

(moratorium), preguntándose una y otra

vez “Señor, ¿qué quieres que haga?”, como

lo hizo Francisco hace ahora precisamente

800 años. Pido también a los Ministros,

Custodios y Guardianes que programen

y fomenten todo tipo de encuentros de

reflexión fraterna, tanto a nivel local como

provincial, en los que todos nos sintamos

motivados a preguntarnos: “¿Qué hemos

de hacer hermanos?” (Hch 2, 37) y en los

que, en clima de gran familiaridad (cf 2Regla

6, 7-8), sea posible una confrontación

serena y fraterna que nos acerque lo más

posible a la objetividad de las situaciones

que hemos de analizar y a asumir lo que

agrada al Señor y lo que es bueno para la

fraternidad.

El Capítulo de Pentecostés 2003 nos

recordaba la urgencia de “acoger el Espíritu”,

de “nacer de nuevo” (Jn 3, 3) y de

“no domesticar las palabras proféticas del

Evangelio para adaptarlas a un estilo de

vida cómodo” (cf Sdp 2). El Señor nos

ofrece este tiempo de gracia, esta ocasión

propicia para convertirnos. Sepamos acogerla,

tanto a nivel personal como fraterno.

Y para terminar os pido a todos/as que

oréis por el fruto de esta primera etapa del

Centenario con esta u otra oración:

Oh alto y glorioso Dios,

• al celebrar “la gracia de los orígenes”,

queremos mirar a Francisco, a Clara, a

los hermanos y hermanas que nos precedieron.

Por ellos y por todo el bien que

has derramado sobre nuestra Orden y sobre

nuestra Familia en estos 800 años de

historia y de gracia: todo honor y toda

gloria a ti que eres el bien, todo bien, sumo

bien (cf AlD 3). Al mismo tiempo

queremos reproducir con audacia la creatividad

y la santidad de Francisco (cf

VC 37); queremos recordar y contar la

gran historia de nuestra Fraternidad, pero

sobre todo queremos escribir el tramo

de historia que nos corresponde (cf VC

110); queremos cantar las obras de nuestros

antepasados, pero especialmente

queremos inspirarnos en ellas para hacer

EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

323

la parte que nos corresponde en este momento

de gracia que nos ha tocado vivir

(cf Adm 6); queremos ser memoria del

pasado, pero sobre todo profecía del futuro

(NMI 3). Por ello te pedimos:

Ilumina las tinieblas de nuestro corazón:

• para que distingamos lo que viene del

Espíritu y lo que le es contrario (cf 1Ts 5,

21);

• para que sintamos la urgencia de la conversión,

tanto a nivel personal como institucional;

• para que volvamos a lo esencial de nuestra

experiencia de fe y de nuestra espiritualidad;

• para que podamos leer e interpretar a la

luz del Evangelio los signos de los tiempos

(cf Lc 12, 56).

Danos fe recta, esperanza cierta y caridad

perfecta:

• para no caer en la tentación de la resignación,

de instalarnos, de repetirnos, de anular

los sueños más profundos y de perder

poco apoco la alegría de nuestra fe;

• para no domesticar las palabras proféticas

del Evangelio y adaptarlas a un estilo

de vida cómodo;

• para que no desoigamos tu voz en los

acontecimientos de la historia: el grito

que nos viene del mundo de los excluidos,

de la muerte de tantos inocentes y

de tantas personas golpeadas por la injusticia,

manipuladas y marginadas.

Danos sentido y conocimiento Señor para

cumplir tu santa y veraz voluntad, de

tal modo que podamos:

• nutrir con la fuerza liberadora del Evangelio

a nuestro mundo fragmentado y

hambriento de sentido, tal como hicieron

en su tiempo Francisco y Clara de Asís;

• ser signos legibles de vida para un mundo

sediento de un “cielo nuevo y una

tierra nueva” (Is 65, 17);

• dar a luz una nueva época en la que todos

puedan acercarse hacia la paz y el bien ;

• elaborar y llevar a cabo nuevos proyectos

de evangelización para las situaciones

actuales.


324 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

Padre bueno:

Haz que a la escuela del Evangelio asimilemos

los sentimientos de tu Hijo y

aprendamos a seguirlo fielmente. Señor

nuestra riqueza: Confírmanos en la fidelidad

a tu Evangelio. Espíritu Santo consolador:

Haz que nuestra Orden mantenga siempre

vivo y operante el anuncio misionero

del Evangelio. “Virgen hecha Iglesia”: Alcánzanos

de tu Hijo la gracia de volver a lo

esencial de nuestra forma de vida. Padre y

hermano Francisco: Vela constantemente

por estos hijos tuyos. Amén.

Fraternalmente

FR. JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO, OFM

Ministro general

Prot. N. 096157

6. Intervento al Sinodo dei Vescovi

sull’Eucaristia

Città del Vaticano, 08.10.2005

IL PANE DELLA PAROLA E IL PANE

DELL’EUCARISTIA

Santo Padre, Eminenze

ed Eccellenze reverendissime,

Fratelli e Sorelle: il Signore vi dia Pace!

Il mio intervento fa riferimento ai numeri

46-48, e come corollario ai nn. 39.54.55-56,

dell’Instrumentum laboris, dove viene ribadita

l’«unità delle due “mense”, quella della

Parola e quella del Pane» (Giovanni Paolo II,

Lett. Ap. Mane nobiscum Domine, 12; cf. IL

46), per sottolineare l’importanza della Parola

non solo per la comprensione del mistero

dell’Eucaristia, ma anche per la vita e la spiritualità

di ogni credente in Cristo.

La mia riflessione prende avvio da una frase

di san Francesco d’Assisi. Scrive il Poverello:

«niente possediamo e vediamo corporalmente

in questo mondo dello stesso Altissimo,

se non il corpo e il sangue, i nomi e le

parole mediante le quali siamo stati creati e redenti

“da morte a vita” (Lettera ai chierici, 3).

Una lezione sapienziale

Sappiamo che il Poverello, da quando

udì la voce del Crocifisso di San Damiano,

visse per realizzare in pienezza il desiderio

più profondo del suo cuore: seguire Cristo

fino ad identificarsi in Lui sul monte della

Verna. Ma il Cristo che Francesco seguì, e

propose di seguire con la sua vita evangelica,

non è un Gesù «immaginato» o «sognato»,

ma Colui che vede nel «corpo e sangue

del Signore» e «nelle sante parole del Signore»

(cf Testamento, 8.13; Ammonizione,

I.XX; Lettera ai chierici, 3), dando così alla

sua fede un punto di riferimento oggettivo

e accogliendo il modo scelto dal Signore

per rivelarsi all’uomo.

E tanta e tale fu la fede di Francesco nel

«corpo e sangue» e «nelle sante parole» che

non solo le due «mense» alimentano la sua

vita e motivano le sue scelte, ma queste meritano

ogni onore e venerazione, poiché per

il «santissimo corpo e sangue del Signore...

tutte le cose che sono in cielo e in terra sono

state pacificate e riconciliate a Dio onnipotente»

e «in virtù delle parole di Cristo si

compie il sacramento dell’altare» (Lettera

all’Ordine, 12; cf Test 11-12; IL 40.63-64).

Il pane di vita

L’azione dello Spirito e la «conoscenza

della Parola attraverso la Liturgia, colloca

l’intuizione sapienziale di Francesco nella

linea della tradizione della Chiesa, brillantemente

sintetizzata dal Concilio Vaticano II:

«la Chiesa ha sempre venerato le divine

Scritture come ha fatto per il corpo stesso

del Signore, non tralasciando mai, soprattutto

nella sacra liturgia, di nutrirsi del pane di

vita prendendolo dalla mensa sia della parola

di Dio e sia dal corpo di Cristo» (DV 21).

La «venerazione» per la mensa della Parola

è essenziale per sedersi alla mensa del

«corpo di Cristo», poiché, dice sant’Ireneo:

«il vino mescolato nel calice e il pane confezionato

ricevono la parola di Dio e diventano

Eucaristia, cioè corpo e sangue di Cristo»

(Contro le eresie) o, come scrive san

Francesco: «non ci può essere il corpo e

sangue di Cristo se prima non è santificato

dalla parola» (Lch 2).

La Parola di Dio, infatti, proclamata nell’Eucaristia

annuncia ciò che il sacramento

realizza, rivelando alla comunità ecclesiale il

significato dell’azione sacramentale. È es-


senziale anche per un altro motivo: se è vero

che l’Eucaristia realizza, «per antonomasia»,

la presenza di Cristo in mezzo a noi, è altrettanto

vero che si può vedere il Signore solo

se i nostri occhi vengono illuminati dalla Parola

ascoltata nello Spirito, che è l’ispiratore

della Parola: «la sacra Scrittura deve essere

letta ed interpretata – dichiara la Dei Verbum

– con l’aiuto dello Spirito Santo mediante il

quale è stata scritta» (n. 12).

Alcune indicazioni

Per «fomentare l’intimo legame tra l’annuncio

e l’ascolto della Parola di Dio e il

mistero eucaristico» (Paolo VI, Eucharisticum

mysterium, 12), bisogna che la Parola

di Dio, proclamata nell’Eucaristia ed accolta

nella fede dall’assemblea dei fedeli, sia la

prima, fondamentale e necessaria forma di

comunione con Gesù Cristo. Non si può fare

comunione con il Signore, mangiando il

suo corpo, se prima non si è fatta comunione,

accogliendolo nella sua Parola.

Nonostante, però, una maggiore sensibilità

verso la «mensa» della Parola, questa

nella realtà quotidiana della Chiesa non ha

il posto centrale che le compete. Spesso i fedeli

fanno ancora fatica a riconoscere la

presenza del Signore nella Parola di Dio che

viene proclamata, ancora di più a riconoscere

il suo carattere profetico, di una Parola

destinata a realizzarsi nella celebrazione.

C’è bisogno, allora, di un cambiamento

di mentalità e di prassi pastorale. Questo

esige, tra l’altro, che:

• i pastori abbiano una seria formazione

biblica e liturgica, perché siano in grado

di suscitare lo stupore per il mistero eucaristico

e per il mistero della Parola;

• l’omelia ponga la Parola di Dio in riferimento

anzitutto alla celebrazione sacramentale:

sia, cioè, mistagogica e non si trasformi

in catechesi che ha altri spazi nella

vita della comunità ecclesiale (cf IL 47);

• i documenti del Magistero, l’insegnamento

teologico e l’esercizio del ministero

pastorale sottolineino l’importanza

della Parola di Dio, invitino i fedeli ad

una sua lettura frequente e meditata, li

educhino a stimare e ad amare il pane

della Parola come hanno appreso per

EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

grazia a stimare e ad amare il pane dell’Eucaristia;

• ogni progetto di evangelizzazione deve

essere animato dalla Parola, centrato sulla

Parola ed orientato all’obbedienza alla

Parola di Dio.

Anche con l’attuazione di queste indicazioni

la Parola di Dio diverrà «alimento per

la vita, per la preghiera e per il cammino

quotidiano» (CIVCSVA, Ripartire da Cristo,

24), così che, in una società profondamente

ferita dal relativismo, la Parola celebrata

e vissuta possa essere un effettivo

punto di riferimento sul quale edificare la

vita della comunità e la vita personale di

ogni credente.

FR. JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO, OFM

Ministro generale

7. Veglia di preghiera per l’inizio ufficiale

delle celebrazioni dell’VIII Centenario

della fondazione dell’Ordine

Assisi, Basilica S. Chiara, 28.10.2005

CAMMINIAMO INSIEME

325

Care Sorelle Clarisse: «Salute e pace»

(LErm 1). In voi saluto tutte le Sorelle Povere

di Santa Chiara sparse nel mondo. Le

mie prime parole, in questa notte di grazia,

desiderano esprimere riconoscenza per ciò

che siete nella Chiesa e nella Famiglia Francescana;

per il vostro amore di sorelle verso

di noi, vostri fratelli, Frati Minori. So quanto

pregate e vi sacrificate per la Chiesa, per

i Frati Minori e, in particolare, per me. Grazie

di tutto. La vostra preghiera è la migliore

manifestazione del vostro grande amore.

Continuate ad essere fedeli alla vostra vocazione

nella Chiesa e nella Famiglia francescana:

rialzate le membra cadenti del

Corpo ineffabile di Cristo (cf 3LAg 8)!

Cari Fratelli: «Il Signore vi dia pace». Vi

saluto e abbraccio tutti, mentre vi ringrazio

per la vostra presenza in questa Basilica che

gelosamente custodisce due tesori: i venerati

resti della «pianticella del beatissimo

padre Francesco» (RsC 1,3) e il Crocifisso

davanti al quale, all’inizio della sua conver


326 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

sione, era solito pregare san Francesco. In

voi, cari Ministri, saluto tutti i Ministri e

servi delle diverse Fraternità provinciali e

tutti i Frati che vi sono stati affidati. Saluto

in modo speciale i Maestri dei novizi e, in

loro, tutti i Formatori dell’Ordine, che ringrazio

per il loro servizio, e tutti i formandi.

Oggi cominciamo il cammino che ci

condurrà alla celebrazione de la grazia delle

origini, alla celebrazione, nel 2009, dell’VIII

Centenario della Fondazione del nostro

Ordine. In questo contesto sento il bisogno

di chiedere a tutte le Sorelle Povere

di Santa Chiara e a tutti i Frati Minori: camminiamo

insieme! Abbiamo bisogno gli uni

delle altre per essere fedeli alla nostra vocazione.

Se Francesco e Chiara sono due nomi

che non possono essere separati, come a ragione

ebbe a dire il venerato papa Giovanni

Paolo II, allo stesso modo noi e voi non possiamo

camminare separati. Le nostre vocazioni

e missioni sono complementari:

«complementarietà fra la predicazione del

Vangelo, svolta da Francesco e dai suoi frati,

e la vita contemplativa nella povertà e

nella penitenza, abbracciata da Chiara e dalle

sue sorelle» (Giovanni Paolo II). Solo

camminando insieme saremo fedeli alla volontà

di Francesco e Chiara.

Come ben sappiamo nell’anno 2006 ci lasceremo

guidare dalla domanda: «Signore,

che vuoi che io faccia?», ovvero dal tema del

discernimento. Credo che questa domanda e

questo atteggiamento debbano essere molto

presenti nella nostra vita di Frati Minori e di

Sorelle Povere di Santa Chiara. Nessuno – né

voi, né noi – deve sottrarsi alla fatica di riscoprire

la «leggenda divina» di Francesco e

di Chiara (Giovanni Paolo II); di discernere

e cercare ciò che meglio corrisponde a quanto

«ci mostrò e insegnò con la parola e con

l’esempio il beatissimo padre nostro Francesco,

di lui [Cristo] vero amante e imitatore»

(TestsC 5); di prendere la decisione di avere

il cuore costantemente rivolto al Signore; di

porre la propria mente, il proprio cuore e la

propria anima nel Signore (cf 3LAg 12-13).

«Signore, che vuoi che io faccia?». Care

Sorelle, cari Fratelli, in questo anno di grazia,

che inaugureremo ufficialmente domani,

ricordiamo il nostro proposito (cf 2LAg

11), cosicché con «corsa veloce» e «passo

leggero» (2LAg 12) possiamo percorrere

con più sicurezza la via dei comandamenti

del Signore (cf 2LAg 15).

L’icona che i nostri occhi contemplano, il

famoso “Cristo di San Damiano”, è testimone

della prolungata orazione di Francesco e

Chiara. Non abbiamo testimoni diretti dell’orazione

di Chiara davanti all’immagine di

questo Crocifisso, ma certamente lo deve

aver contemplato molte volte, così come lei

stessa chiede ad Agnese di fare: «Alla fine

dello stesso specchio contempla l’ineffabile

carità, per la quale volle patire sull’albero

della croce e su di esso morire» (4LAg 23).

Da questa contemplazione nascerà la sua trasformazione

in Lui, da essa trarrà la forza necessaria

per mantenersi fedele al proposito di

seguire Cristo povero e grazie ad essa potrà

caricarsi della croce dell’infermità che porterà

per molti anni. Di Francesco, invece,

non solo abbiamo notizia della sua frequente

preghiera davanti a questo crocifisso, ma ci è

giunto anche il testo usato dal Poverello nei

momenti di ricerca della volontà del Signore.

Si era intorno all’anno 1206 e il giovane

Francesco stava passando una vera “notte

oscura dell’anima”. In questa situazione prega

incessantemente:

«Altissimo, glorioso Dio,

illumina le tenebre de lo core mio.

E damme fede dritta,

speranza certa e caritade perfetta,

senno e cognoscemento, Signore,

che faccia lo tuo santo

e verace comandamento» (PCr).

In questo momento di buio la ricerca di

Francesco si trasforma in orazione perché il

Signore illumini la sua notte, gli manifesti

la sua volontà e gli dia la forza per compierla.

Cari Fratelli e care Sorelle, durante questo

primo anno dell’itinerario giubilare anche

noi siamo invitati a metterci davanti al

Crocifisso, in un clima di orazione e di

apertura del cuore; siamo invitati a lasciarci

guardare dai suoi grandi e luminosi occhi,

ad ascoltare la sua dolce ed interpellante

voce, che oggi come ieri ci ripete: «Va’ e

ripara la mia Chiesa…». Permettiamo a


Cristo, come al cieco nato o al giovane

Francesco, di aprire gli occhi del nostro

cuore in questo anno di grazia, perché conosciamo,

e con la sua grazia adempiamo,

in ogni momento il suo «santo e verace comandamento».

Mentre ci disponiamo a ciò, seguendo

l’esempio di Francesco, preghiamo:

«Altissimo, glorioso Dio», che i nostri

cuori siano sempre rivolti verso di te, per

camminare secondo i tuoi comandamenti e

compiere sempre la tua santa volontà.

«Onnipotente, santissimo, altissimo e

sommo Dio», concedici un cuore saggio e

intelligente per non deviare dal giusto cammino

e distinguere il bene dal male.

«Signore solo Dio, che compi meraviglie»,

che il tuo alito soffi su di noi per renderci

capaci di osare nel nome di Gesù;

stendi la tua destra e guidaci con forza e misericordia

sulla via evangelica che rivelasti

a Francesco; sii nostra forza e salvezza, perché

camminiamo in fedeltà, giustizia e rettitudine

di cuore.

«Dio onnipotente, misericordioso Salvatore»,

aumenta la nostra fede, speranza e carità

e, per conseguire le tue promesse, concedici

di amare e compiere il tuo «santo e

verace comandamento».

«Altissimu, onnipotente, bon Signore»,

in questa notte di grazia ti presentiamo tutti

i Frati dell’Ordine: quelli che vivono con

gioia la loro vocazione francescana, perché

tu li confermi nel cammino iniziato; quelli

che sono tentati di volgere indietro lo sguardo,

perché sentano la tua vicinanza; gli anziani,

perché non diminuisca la loro fede;

gli adulti, perché non venga meno la loro

speranza e il loro amore per te e, attraverso

di te, per tutti gli uomini e le donne, nostri

fratelli e sorelle; i giovani, perché pongano

la loro mente, l’anima e il cuore in te, somma

bellezza e ricchezza a sufficienza; i sani,

perché non dimentichino mai che la forza

viene da te; gli infermi, perché trovino in te

la loro consolazione.

Signore, resta con noi, ora e sempre.

Fiat. Fiat. Amen.

EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

FR. JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO, OFM

Ministro generale

8. Eucaristia di apertura del cammino di

preparazione all’VIII centenario della

fondazione dell’Ordine

S. Maria degli Angeli-Assisi, 29.10.2005

SIGNORE,

CHE VUOI CHE IO FACCIA?

1Ts 5,12-24; Sal 115,12-19;

Lc 12,54-59; 3Comp 6

327

Carissimi Fratelli e Sorelle,

il Signore vi dia pace!

È stato il Capitolo generale del 2003 a

volere fortemente che si continuasse con gli

incontri formativi per i responsabili della

formazione (cf Sdp, Proposte 1), ribadendo

così la centralità che essa riveste per il presente

e il futuro dell’Ordine. Il II Congresso

Internazionale dei Maestri dei Novizi

OFM che oggi si chiude, sotto lo sguardo

materno di Santa Maria degli Angeli, in

questa suggestiva cornice della Porziuncola,

va incontro a questa richiesta e sottolinea

l’importanza di questa tappa formativa.

L’anno di Noviziato, infatti, ha come principale

obiettivo quello di accompagnare il

Novizio nell’esperienza della sequela radicale

di Gesù Cristo secondo la forma di vita

francescana (cf RFF 190-192).

Grazie, cari Maestri, per il vostro lavoro e

la generosa dedizione! Con l’insegnamento

della parola e, soprattutto, con l’esempio della

vita voi mostrate ai Novizi «la bellezza

della sequela del Signore» (VC 66), in sintonia

con le scelte evangeliche che ci trasmise

Francesco. Portate il nostro saluto ai Frati,

che sono con voi nelle Fraternità formative, e

ai Novizi che il Signore vi ha affidato.

Noi Frati minori iniziamo oggi il cammino

che ci porterà in questi anni, mentre

facciamo grata memoria dell’VIII Centenario

della nostra fondazione, a celebrare il

dono della nostra vocazione e ad accogliere

la grazia delle origini. Ringrazio tutti voi

che oggi siete qui e quanti di voi vorranno

farsi nostri compagni di strada, perché è

proprio della storia di Francesco e del nostro

Ordine di non essere viandanti solitari,

ma sempre accompagnati da donne e uomini

con cui condividere la storia, per camminare

insieme verso il Signore della gloria.


328 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

Per questo, se le mie parole oggi sono rivolte

in particolare ai Frati, esse sono però anche

per tutti coloro che con noi intraprenderanno

questo viaggio.

Il progetto La grazia delle origini, preparato

dal Definitorio generale per la celebrazione

degli 800 anni di approvazione della

protoregola, prevede che nell’anno 2006, anniversario

della conversione di Francesco,

l’Ordine faccia una specie di anno sabbatico,

per discernere ciò che il Signore ci sta chiedendo,

a livello individuale e istituzionale, in

questo periodo delicato e faticoso, ma anche

ricco di speranze (cf VC 13).

Questo primo momento del nostro cammino

giubilare sarà incentrato sul discernimento.

In questo contesto il Signore della

storia ci invita, ancora una volta, per mezzo

dell’Apostolo, ad esaminare tutto, per

tenere ciò che è buono (cf 1Ts 5,21), e ci

chiede di riconoscere, leggere ed interpretare

alla luce del Vangelo i segni dei tempi

(cf Lc 12,54-59) attraverso i quali ci interpella

(cf Sdp 6).

Così durante quest’anno, guidati dall’esempio

di Francesco, ci porremo ancora

una volta la domanda: «Signore, che vuoi

che io faccia?» (3Comp 6). Mentre ce la poniamo,

come accadde a Francesco nel lontano

1206, sento il Signore che ci chiede,

come fece quel giorno a Spoleto con il Poverello:

Frati Minori, dove state andando?

Chi può esservi più utile: il padrone o il servo?

E a ciascuno di noi oggi ripete anche,

come allora a Francesco: Ritorna sui tuoi

passi (cf 3Comp 6).

Cari Frati, nel periodo della sua conversione

Francesco diventò lui stesso domanda:

«Signore, che vuoi che io faccia?». Egli

è il credente che cerca e che prega: «illumina

le tenebre de lo core mio» (PCr 1). È il

povero che, come Maria, si mette in atteggiamento

di totale disponibilità per compiere

prontamente la volontà del Signore.

Davanti alla scelta se servire il servo o il

padrone 800 anni fa Francesco decise, in maniera

radicale e definitiva, di seguire il Signore

secondo la forma del santo Vangelo,

che lo stesso Altissimo gli aveva rivelato (cf

Test 14). In questa prima tappa del Centenario

della nostra fondazione facciamo memo-

ria della conversione di Francesco, con il

proposito di ripercorrere il cammino interiore

di conversione che fece il Poverello, per

vivere con nuovo entusiasmo quanto abbiamo

promesso nella nostra professione.

Se siamo decisi a domandarci, in atteggiamento

di obbedienza: «Signore, che vuoi

che io faccia?», anche noi sentiremo l’invito

del Signore a scegliere tra il padrone e il

servo, a ritornare sui nostri passi, a ricominciare,

a convertirsi, a credere al Vangelo (cf

Mc 1,15). Sì, ritornate, convertitevi: è l’invito

che costantemente risuona nel nostro cuore.

Ritornate, convertitevi: è l’appello che ci

lancia la Chiesa, quando ci invita alla «fedeltà

creativa» (VC 37). Ritornate, convertitevi:

è l’urgenza che in modo chiaro ci ha

manifestato il Capitolo di Pentecoste 2003;

l’urgenza di accogliere lo spirito, di nascere

di nuovo, di tornare all’essenziale, di

conformare la nostra vita alle esigenze radicali

del Vangelo (Sdp 2), di convertirsi, così

da scegliere anche noi definitivamente il padrone,

lasciando per sempre il servo.

Per poter ascoltare questa pressante chiamata

alla conversione, è necessario ripercorrere

l’itinerario di Francesco: appartarsi

un poco dal tumulto del mondo, rientrare in

sé stessi e cercare nell’intimità del cuore (cf

1Cel 6). Speriamo – attenti e vigilanti come

sentinelle (cf Is 21,11-12) – che il Signore ci

mostri la sua volontà. Come Francesco abbiamo

bisogno di scoprire ciò che Dio ha

posto in noi: la sete di incontrarlo e, incontratolo,

il desiderio di seguirlo. La luce viene

da dentro, dal profondo. Come Francesco

abbiamo bisogno di rientrare nel nostro cuore

e, guidati dal cuore di Dio, entrare nel suo

stesso cuore passando per il nostro.

«Signore, che vuoi che io faccia?». È

questo, cari Fratelli, il momento di entrare

nella grotta, fuori della città, e lì, come

Francesco 800 anni fa, lasciarci avvolgere

interiormente dal fuoco divino e riempirci

di nuovo fervore; è il momento di pregare

nel segreto il Padre, il Dio eterno e vero,

perché ci manifesti la sua vita e ci insegni a

compiere la sua volontà (cf 3Comp 16).

«Signore, che vuoi che io faccia?».

Spesso ci sentiamo legati, ingabbiati, prigionieri

di noi stessi e della nostra storia.


Aneliamo alla libertà, ma non sappiamo come

muoverci. Forse è giunto il momento

non tanto di fare, ma di lasciarsi fare; non

tanto di sforzarsi, ma di abbandonarsi; non

tanto di essere protagonisti ma di lasciare

che l’Altro lo sia.

«Signore, che vuoi che io faccia?». È la

grande domanda di Francesco e deve essere

anche la domanda della nostra vita in questo

momento di grazia. Molte volte siamo

disorientati. Vorremmo vedere, sapere, conoscere

il futuro, avere certezze e punti saldi

di riferimento. Ma non sempre spunta la

luce e spesso alle domande si sovrappongono

altre domande, a un’idea si sovrappongono

altre idee. Così nella battaglia tra l’alba

e il tramonto, tra il caos e un nuovo inizio,

tra l’intuizione di qualcosa di nuovo

che sta germogliando e il disorientamento

… si insinua in noi il dubbio. La luce e le tenebre

sembrano abbracciarsi e la pace fondersi

con l’angoscia.

Avremo il coraggio di entrare nella grotta

come Francesco? Avremo la forza di domandarci,

con assoluta disponibilità, «Signore,

che vuoi che io faccia?».

Cari Fratelli, abbiamo bisogno di liberarci

delle maglie arrugginite dell’individualismo,

della noia, della routine, della rassegnazione.

Abbiamo bisogno di conversione,

di nascere di nuovo, di discernere ciò che

il Signore ci chiede nel qui e ora della nostra

storia. Abbiamo bisogno di ascoltare di nuovo

il grido di Dio e il grido degli uomini.

Ma per arrivare a questo abbiamo bisogno

di fermarci, di fare una sosta nel cammino

– moratorium – di entrare nella grotta,

per incontrarci con noi stessi e riprendere il

cammino in verità e autenticità, per nascere

di nuovo (cf Gv 3,8). Abbiamo bisogno di

fermarci per essere colpiti dalle esigenze

della forma vitae che abbiamo professato.

Abbiamo bisogno di fare una sosta nel cammino

per lasciarci portare dal vento dello

Spirito, che soffia dove vuole: noi ne sentiamo

la voce, ma non sappiamo di dove viene

e dove va (cf Gv 3,8). Abbiamo bisogno di

entrare nella grotta per poter essere casa,

tempio, sede e dimora dello Spirito che continua

ad alitare sul nostro caos (cf Gn 1,2).

Così, animati dal suo soffio anche noi, come

EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

329

Francesco, entreremo nella storia, mostrando,

offrendo e suscitando la vita.

E anche dopo aver ascoltato una prima

risposta dal Signore e aver detto, come Maria,

il nostro «avvenga di me quello che hai

detto» (Lc 1,38) o, come Francesco, «lo

farò volentieri, Signore» (3Comp 13), continueremo

a chiedere: «Signore, che vuoi

che io faccia?», perché la vita non è un progetto

chiuso, ma aperto. Allora il Signore

continuerà a domandarci: «Chi può esservi

più utile: il padrone o il servo?» e a dirci,

con pazienza ma con insistenza: ritornate,

convertitevi! La conversione, infatti, è un

processo di identificazione con Cristo che

non finisce mai. Così saremo capaci di iniziare

sempre di nuovo, ma allora la nostra

vita sarà dinamica e avremo allontanato il

timore, la noia, la routine e tutto quello che

oggi ci lega e ci impedisce di «nutrire, mediante

l’offerta liberatrice del Vangelo, il

nostro mondo diviso, disuguale e affamato

di senso, così come fecero nel loro tempo

Francesco e Chiara d’Assisi» (Sdp 2). Avremo

allontanato tutto ciò che è contrario allo

Spirito (cf VC 73), saremo segni leggibili

per un mondo assetato di un cielo nuovo e

di una terra nuova (cf Sdp 7) e potremo contribuire

a far sorgere una nuova epoca (cf

Sdp 2).

Iniziamo quest’anno di grazia che, come

abbiamo detto, vuole essere una chiamata al

discernimento e alla conversione. Mettiamoci

in cammino, esortandoci gli uni gli altri,

ammonendo quanti sono disorientati,

rianimando coloro che hanno perso il coraggio,

sostenendo i deboli. Mettiamoci in

cammino con gioia – «siate sempre lieti», ci

diceva l’Apostolo – pregando incessantemente.

Il cammino è lungo e non è privo di

difficoltà, ma non siamo soli: «Colui che vi

chiama è fedele e farà tutto questo» (1Ts

5,24). Mettiamoci in cammino con gli occhi

fissi sulla Vergine fatta Chiesa, la piena di

grazia, che con il suo fiat illumina il nostro

andare. Mettiamoci in cammino per poter

celebrare il dono della nostra vocazione e

accogliere la grazia delle origini.

FR. JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO OFM

Ministro generale


330 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

9. Terzo Incontro dei Visitatori con il

Ministro e Definitorio generale

Roma, Curia generale, 14.11.2005

LA VISITA CANONICA

AL SERVIZIO DELLA CRESCITA

DELLE PERSONE E DELLE ENTITÀ

La Visita canonica è regolata dal Codice

di Diritto Canonico1, dalle nostre Costituzioni2

e dagli Statuti Generali3, dagli Statuti

per la Visita canonica e Presidenza del Capitolo

provinciale4, e da altri documenti della

Chiesa. Spetta al Ministro compiere la Visita

canonica, personalmente o per mezzo di

Delegati (cfr. SSVC 1). Durante la Visita canonica,

il Visitatore “rappresenta il Ministro

e agisce in suo nome” (SSVC 8 §1). Anche

quando abbia caratteristiche giuridiche particolari,

senza dubbio, la Visita canonica deve

essere compiuta in quello spirito che

Francesco indica per la visita ai fratelli.

1. La Visita canonica nella mente di san

Francesco

S. Francesco considerava la visita ai fratelli

come uno dei suoi impegni primari e,

quando ormai non poteva più visitarli a causa

«della malattia e debolezza» del suo corpo

(2Lf 3), decise di scrivere lettere e di inviare

«messaggeri» per continuare a servire

e ad amministrare «le fragranti parole» del

Signore (2Lf 2-3).

Cosciente dell’importanza di tali visite e

di tale servizio o ministero, nella Regola

non bollata egli scrive: «Tutti i Frati che sono

costituiti ministri e servi degli altri Frati,

distribuiscano nelle Province e nei luoghi in

cui saranno i loro Frati e spesso li visitino e

spiritualmente li esortino e li confortino»

(Rnb 4,2). Questa stessa esortazione si trova

nella Regola bollata con alcune sfumature

che mi sembrano importanti: «I Frati, che

sono ministri e servi degli altri Frati, visitino

e ammoniscano i loro Frati e li correggano

con umiltà e carità» (Rb 10,1).

Dal contesto in cui si incontrano questi

testi possiamo ricavare alcune indicazioni

importanti riguardanti il tempo, gli obbiettivi

ed il modo di realizzare la visita ai Frati,

così come la intendeva san Francesco.

Relativamente al tempo, la visita ai Frati

deve avvenire il più spesso possibile. È importante

notare come nel testo della Regola

non bollata si dice che i ministri e servi devono

visitare «spesso» i Frati. Questa annotazione

temporale scompare nella Regola

bollata, probabilmente perché il numero dei

Frati andava aumentando considerevolmente

e l’Ordine si stava espandendo ogni giorno

di più dal punto di vista geografico. Nonostante

questa omissione, però, nulla ci autorizza

a pensare che il pensiero di

Francesco fosse cambiato. Nella vita di

Francesco è chiara l’importanza data alla

persona, il che comporta, da parte dei ministri

e servi, lo stare sempre vicini e visitare

spesso i fratelli.

Lo scopo della visita ai Frati è duplice:

uno lo potremmo definire positivo e l’altro

negativo. Questo duplice scopo Francesco

lo esprime attraverso i verbi e le espressioni

«servire e amministrare le fragranti parole»

del Signore, «ammonire», «correggere»

e «confortare».

È importante sottolineare che il primo

obiettivo della visita è quello di “evangelizzare”

i Frati comunicando loro «le parole del

Signore nostro Gesù Cristo, che è il Verbo

del Padre, e le parole dello Spirito Santo,

che sono spirito e vita (Gv 6,63)» (2Lf 3).

Tenendo presente il testo biblico di Paolo

(cfr. 2Cor 2,14-15), che è alla base del testo

di Francesco, il Ministro, o il Frate che visita

gli altri Frati, è chiamato a rivelare la presenza

di Cristo nel mondo, essendo lui stesso

il profumo di Cristo, per ottenere altrettanto

dagli altri. La visita ai Frati è così uno

strumento privilegiato per essere evangelizzati

e, allo stesso tempo, per evangelizzare.

Questo medesimo aspetto, che abbiamo

chiamato positivo, appare anche nell’uso del

verbo «confortare», usato da Francesco in

questo stesso contesto. Nella visita i ministri

e servi devono «confortare», cioè, devono

comunicare un incoraggiamento, affinché i

Frati vivano secondo lo spirito (cfr. Rnb

5,7), in obbedienza alla volontà del Signore(cfr.

SV 15). In altre parole, la visita deve

spingere i Frati a far crescere la vita dello

spirito e «stimolare tutti e tutto dal buono al

meglio (cfr. CCGG 213)» (SSVC 3).


Però dato che Francesco è perfettamente

cosciente della presenza del peccato all’interno

della fraternità, non si può fare a meno

di ricordare anche gli altri obiettivi della

visita, che mirano alla conversione del Frate:

«ammonire» e «correggere». Né il Ministro

né il suo «messaggero», il Visitatore,

possono rimanere indifferenti di fronte al

peccato del Frate, ma devono ammonire e

correggere i Frati che hanno peccato (cfr.

CCGG 213).

Infine, sul modo di realizzare il servizio di

visitare i Frati Francesco è molto chiaro. Il

Ministro e servo, o chi in suo nome compie

la visita ai Frati, deve usare con questi dolcezza

e forza, carità e, al tempo stesso, chiarezza.

Ciò è evidente dall’uso di espressioni

come le seguenti: quando debba «ammonire»

e «correggere» (Rb 10,1), il Ministro, o il

Visitatore, deve farlo con umiltà, senza superbia

e vanagloria (cfr. Rb 10,7), senza «turbarsi

o adirarsi per il peccato o il male del

fratello» (cfr. Rnb 5,7), con familiarità e benignità

(cfr. Rb 10,5) e sempre mosso dalla

familiarità e dall’amore verso il fratello (cfr.

Am 11,2; 25). Deve però farlo anche «diligentemente»

(cfr. Rnb 5,5), perché dovremo

rendere conto se un fratello si perde a causa

di un nostro silenzio (Rnb 4,6)5.

2. Preparare e celebrare bene la Visita canonica

Affinché la Visita canonica dia i frutti sopra

indicati, deve essere preparata e celebrata

in modo adeguato. Solo così, la Visita canonica

sarà un vero kairós per i Frati della

Provincia visitata e per lo stesso Visitatore.

Preparare e realizzare bene la Visita, da

parte del Visitatore, significa:

• Essere ben informato sull’ambiente religioso

e sociale in cui vivono e lavorano i

Frati che deve visitare. Oltre ad indagare

sulle condizioni attuali della vita e della

missione dei Frati, è opportuno conoscere

anche la storia della Provincia che si

deve visitare, poiché può accadere che

questa stia condizionando il presente

della vita e della missione dei Frati. Questo

aspetto è stato recepito dalle nostre

Costituzioni generali quando chiedono

EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

331

al Visitatore che abbia «cura di rendersi

conto delle condizioni dei Frati »

(CCGG 213; cfr. SSVC 3 §1).

• Essere disposto a dedicarle il tempo necessario:

«Il Visitatore, nel compiere il

suo ufficio, impieghi la debita sollecitudine;

non visiti i luoghi troppo velocemente…»

(SSVC 14 §1). Prefissare un

tempo troppo breve per questo servizio

potrebbe portare i Frati a pensare che la

Visita sia una pura formalità da espletare.

I Frati hanno bisogno di essere ascoltati

e questo presuppone tempo6.

• Verificare la vita della Provincia e dei

Frati. Gli Statuti per la Visita Canonica

e la Presidenza del Capitolo provinciale

parlano di una «accurata verifica» del

governo della Provincia, così come della

vita dei Frati (cfr. SSVC 1), che presuppone

che le sia dato il tempo necessario.

• Conoscere bene la legislazione dell’Ordine

(gli Statuti per la Visita, gli Statuti

generali e, ovviamente, le Costituzioni

generali) e la legislazione particolare

della Provincia (gli Statuti particolari).

• Conoscere il cammino che l’Ordine sta

compiendo, soprattutto le Priorità del

sessennio, e sentirsi in sintonia con esso.

Da parte della Provincia visitata, preparare

e realizzare bene la Visita significa:

• Mettersi in una disposizione di ascolto e

di apertura verso ciò che lo Spirito dirà ai

Frati grazie a questa mediazione fraterna

e giuridica; questo comporta pregare, da

soli e in fraternità, per la riuscita della Visita.

• Lasciarsi interpellare dal Visitatore, o dal

Ministro, che accompagna la Visita con le

sue esortazioni.

• Entrare in un processo di crescita e, quindi,

di conversione, per «non addomesticare

le parole profetiche del Vangelo e adattarle

ad un comodo stile di vita» (Sdp 2).


332 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

• Parlare con sincerità, «secondo verità nella

carità» e «fiduciosamente» (cfr. SSVC

25 §1), tanto degli aspetti negativi come

di quelli positivi.

• Superare l’«io» per entrare nella dimensione

del «noi», passare dal progetto individuale

al progetto fraterno e dal progetto

provinciale al progetto dell’Ordine.

• Garantire un clima di libertà in cui ciascuno

possa esprimere ciò che ritiene utile

per la costruzione della fraternità (cfr.

SSVC 23).

• Tener pronti tutti i libri che sono oggetto di

Visita, le informazioni sulla Provincia che

possono aiutare il Visitatore nel suo compito

(cfr. SSVC 18) e le relazioni dei diversi

settori della Provincia (cfr. SSVC 19).

3. La Visita canonica: momento propizio

per la conversione

Stabiliti i presupposti per una buona preparazione

e realizzazione della Visita, questa

deve aver di mira, soprattutto, il rinnovamento

della qualità della vita dei Frati

della Provincia da visitare, o, se si preferisce

usare la terminologia della Costituzioni

generali: «incrementare e rafforzare lo spirito

francescano» (CCGG 199) e «promuovere

lo spirito di fraternità e l’osservanza

della Regola e delle Costituzioni generali»

(CCGG 213).

Chiamati a suscitare nei fedeli «un vero

anelito alla santità, un desiderio forte di conversione

e di rinnovamento personale», è necessario

da parte nostra «un rinnovato impegno

di santità» (VC 39), sentendo «l’urgenza

evangelica del “nascere di nuovo” (Gv 3,3) a

livello personale ed istituzionale» (Sdp 2).

La qualità della vita coinvolge tutta la

persona in ogni sua dimensione: personale,

fraterna e missionaria.

Per quanto riguarda la dimensione personale,

la qualità della vita esige di camminare

con autenticità, nella trasparenza, nella

verità con se stessi. La qualità della vita è

incompatibile con la “doppia vita” o con le

conseguenze che si hanno nella “cultura del

cellofan” e della superficialità. Essa esige

un lavoro a livello profondo, a livello dei

sentimenti, a livello degli atteggiamenti,

che poi si traducono in comportamenti. Il

Visitatore non può accontentarsi del “mero

adempimento” esteriore, ma ha il compito

di esaminare attentamente se questo adempimento

è manifestazione o no degli atteggiamenti

profondi.

Il Visitatore, partendo dalla situazione

concreta del Frate, cercherà di aiutarlo a

porsi in cammino per vivere fedelmente e

responsabilmente i suoi obblighi in quanto

Frate Minore, o a non volgersi altrove in

questo cammino già iniziato. Ciò significa

che il Visitatore cercherà di entrare, con tutto

il rispetto certamente, ma senza passività,

nella vita del fratello, e non accontentarsi

solamente di ciò che fa. In questo modo la

visita sarà un momento forte dell’accompagnamento

spirituale e vocazionale del fratello.

In questo contesto è importante, anche,

che il Visitatore discerna qual è il miglior

posto per ciascun Frate. La

realizzazione vocazionale non ha motivi

per opporsi alla realizzazione umana, piuttosto,

molte volte quella è aiutata da questa.

Guardare alla qualità di vita di ogni Frate,

significa prestare particolare attenzione

alla sua formazione permanente e ai pericoli

dell’individualismo e dell’attivismo, nei

quali con frequenza possono cadere i Frati.

Riguardo alla dimensione fraterna, la

qualità della vita suppone, per noi Frati Minori,

una relazione interpersonale basata

sulla familiarità (cfr. Rb 6,7), sull’uguaglianza

(cfr. CCGG 41), sul perdono reciproco

(cfr. VFC 26), sul rispetto e l’accettazione

della diversità (cfr. CCGG 40), sulla

comunicazione profonda (cfr. VFC 29-34) e

sullo sviluppo delle virtù umane che caratterizzano

una relazione «sana» con gli altri

(cfr. CCGG 39, VFC 27).

Riguardo alla dimensione evangelizzatrice

o missionaria, la qualità della vita fraterna

esige testimonianza e coerenza (cfr. CCGG

103); ricerca costante di nuove forme di

evangelizzazione e di nuove presenze (cfr.

VC 12); una formazione permanente e iniziale

adeguata alle situazioni storiche che stiamo

vivendo (cfr. FP e RFF); una preparazione

solida intellettuale e pastorale (cfr. Ratio Stu-


diorum 28-30) e opzioni di vita e di missione

in consonanza con il nostro essere minori.

Come si può vedere la qualità di vita presuppone

l’«uscire dal secolo», ovvero, uscire

dalla mentalità del mondo per impegnarsi

nella sequela di Cristo, per radicarci in Cristo,

vivendo le Priorità dell’Ordine, che altro non

sono se non le priorità contenute nella Regola

e nelle Costituzioni generali. Detto altrimenti:

presuppone necessariamente la fedeltà

a quanto abbiamo promesso nella Professione:

«Osservare il santo Vangelo del nostro Signore

Gesù Cristo, vivendo in obbedienza,

senza nulla di proprio e in castità» (Rb 1,1),

per «seguire più da vicino le orme di Gesù

Cristo» (CCGG 5 §2). Ritengo necessario insistere

su questa fedeltà. Il Visitatore non può

incrociare le braccia di fronte a gravi mancanze

a quanto promesso nella Professione,

come possono essere le mancanze contro i

voti o contro la vita fraterna. Il Visitatore non

può rimanere a guardare in silenzio di fronte

ad atteggiamenti mediocri né, tanto meno,

giustificarli. Dobbiamo ricordarci di quanto

ci dice il documento finale del Capitolo di

Pentecoste 2003: «Vediamo la necessità di

non addomesticare [e qui diremmo di non

permettere che altri lo facciano a causa del

nostro silenzio] le parole profetiche del Vangelo

per adattarle ad un comodo stile di vita»

(Sdp 2), a una vita mediocre. Dobbiamo piuttosto

richiamare costantemente alla conversione

e suscitare nei Frati l’urgenza evangelica

di convertirsi e credere nel Vangelo (cfr.

Mc 1,15) che abbiamo professato, di camminare

dietro a Cristo, cosa che, tra le altre esigenze,

comporta di «ritrovare il primo amore,

la scintilla ispiratrice da cui è iniziata la sequela»

(Ripartire da Cristo 22c).

In questo contesto considero necessario

e urgente che la Visita costituisca un «riferimento

rinnovato alla Regola» (VC 37),

poiché, come ha detto il papa Giovanni

Paolo II nel suo messaggio all’ultimo Capitolo:

«nella Regola e nelle Costituzioni del

vostro Ordine “è racchiuso un itinerario di

sequela» (Giovanni Paolo II, MCap 3,2).

In questo senso la Visita può essere il

primo passo che ci porta alla «rifondazione»

dell’Ordine, compito che considero urgente

all’inizio di questo terzo millennio e

EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

333

mentre ci stiamo avvicinando all’VIII Centenario

della sua fondazione.

4. La Visita canonica: momento di grazia

per costruire una Fraternità locale e

provinciale

Con frequenza si sente dire che il nostro

Ordine è una federazione di Province e la

Provincia una federazione di Case. Non entro

in questo momento in merito alla verità

o meno di questa affermazione. Ciò di cui

sono convinto è che l’individualismo è una

malattia abbastanza frequente nella vita religiosa,

come nel nostro Ordine.

Uno degli obiettivi primari della Visita

canonica deve essere la costituzione di una

autentica fraternità locale e provinciale.

Non una fraternità che non rispetti la persona,

né persone il cui progetto di vita non rispetti

l’opzione, per noi fondamentale, della

vita in fraternità.

Per giungere a una solida costruzione

della fraternità locale e provinciale le Priorità

per questo sessennio sottolineano con

forza l’importanza del Progetto di vita fraterna

e del Progetto di vita provinciale, come

strumento per «gettare in avanti» (pro =

davanti e icere = gettare), per progredire

nella vita che abbiamo abbracciato, concentrandoci

sugli elementi essenziali della nostra

forma vitae (cfr. Sdp 2).

Perché il progetto raggiunga questo fine

deve rispondere alla identità carismatica

(nel nostro caso francescana) e alle «esigenze»

della persona che vuole crescere in

questa identità. Deve rispondere a tre domande

fondamentali: Chi sono/Chi siamo?

Di chi desidero/desideriamo essere e chi desidero/desideriamo

essere? Cosa desidera

Dio da me/da noi in questo momento concreto

che sto/stiamo vivendo come fraternità

locale e come fraternità provinciale?

Nel cuore del Progetto sta la volontà di

«cominciare sempre di nuovo», di discernere

per saper «distinguere ciò che viene dallo

Spirito da ciò che gli è contrario (VC

73c)» (Sdp 7), la volontà di camminare e

cercare, scrutando i segni dei tempi e interpretandoli

alla luce del Vangelo (cfr. Sdp 6),

per decidersi per nuovi cammini di fedeltà

creativa (cfr. Sdp 3). Una fraternità locale o


334 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

provinciale che non vive in questo atteggiamento

corre il rischio di fermarsi, di ripetersi,

di perdere a poco a poco la gioia contagiosa

della fede.

Il Progetto di vita fraterno e il progetto

di vita provinciale devono, poi, garantire un

“minimo” al di sotto del quale non si può

parlare di vita francescana. Questo minimo

è costituito da:

• La qualità della vita di orazione (personale

e di fraternità) e della celebrazione

della nostra fede, in particolare dell’Eucaristia

e della Riconciliazione.

• La qualità della vita fraterna con tutto

quello che comporta, come abbiamo già

detto prima.

• La coerenza delle opzioni della fraternità

locale o provinciale con la nostra professione

da «minori» e le necessità dell’uomo

di oggi.

• La formazione permanente come cammino

di conversione.

Il Visitatore deve fare un’«accurata verifica»

di tutti questi elementi e presentare

proposte concrete che, in comunione con le

opzioni dell’Ordine, aiutino i Frati a crescere

nell’identità carismatica e nella fedeltà

creativa. Un’entità, locale o provinciale,

che al termine della Visita è come quando

l’ha iniziata, è il miglior esempio di una Visita

mal preparata e peggio realizzata, è un

ottimo esempio di mancanza di vita.

Certamente non tutto dipende dal Visitatore,

ma questi può fare molto per mettere

in cammino le entità e i Frati in letargo e per

accelerare la marcia di quelli che già sono

in atteggiamento di ascolto dei segni dei

tempi e di risposta evangelica a un mondo

come il nostro, «affamato di senso, così come

fecero nel loro tempo Francesco e Chiara

d’Assisi» (Sdp 2).

5. La Visita canonica: un momento di grazia

per costruire la Fraternità universale

In forza della professione il Frate minore

entra a far parte della fraternità universale.

Sebbene la Provincia sia il luogo dove si

concretizza l’incardinazione giuridica del

Frate all’Ordine e dove la maggioranza di

essi vivranno e realizzeranno la propria

missione, tuttavia essa non può essere concepita

come fine a se stessa, né come una

istituzione a fianco dell’Ordine.

La Visita canonica può essere un momento

privilegiato per aiutare la Provincia

ad uscire da se stessa e ad aprirsi alla solidarietà

con gli altri Frati ed entità dell’Ordine.

In questa prospettiva vorrei sottolineare

quanto segue:

• È importante presentare alla Provincia i

Progetti e le necessità dell’Ordine, in particolare

i Progetti missionari. Come Frati

dobbiamo crescere nel sentimento di appartenenza

all’Ordine e le Province devono

crescere nella solidarietà con l’Ordine

a tutti i livelli: con il personale, con gli

aiuti economici, con nuove idee per una

maggior fedeltà creativa. In questo senso

gli Statuti per la Visita canonica segnalano,

tra gli obiettivi della stessa, quello di

«promuovere presso i Frati la coscienza

di essere partecipi della vita e dell’attività

di tutto l’Ordine» (SSVC 3 §1).

• Per crescere nel sentimento di appartenenza

è poi fondamentale presentare il

cammino che l’Ordine ha percorso negli

ultimi anni. Vi sono entità che corrono il

rischio di compiere un cammino parallelo

nell’ambito della formazione (permanente

e iniziale) e in quello delle opzioni

di evangelizzazione. Se lo facessero, sarebbe

molto pericoloso sia per l’Ordine

che per le entità in questione. Come vengono

attuate nell’entità visitata le indicazioni

dell’Ordine in rapporto allo stile di

vita, alla formazione e all’evangelizzazione?

La Visita canonica, in questo senso,

è un momento propizio per fare una

seria valutazione. A questo riguardo bisogna

tener presente quanto affermano

gli Statuti per la Visita canonica: «far sì,

insomma, che ciascuno osservi meglio

ciò che nei documenti e nella legislazione

della Chiesa e dell’Ordine è sancito»

(SSVC 3 §1).

• «La collaborazione interprovinciale –

nella formazione e negli studi, nella missione

ad gentes e nelle missioni al popolo,

nelle situazioni di frattura e nei pro-


getti comuni – è il futuro dell’Ordine»

(Sdp Proposte del Capitolo generale,

16). La Visita canonica deve aiutare i

Frati a prendere coscienza di questa esigenza,

così che durante la celebrazione

del Capitolo si prendano le opportune

decisioni.

• Dato che nella formazione si gioca il

presente ed il futuro dell’Ordine, la Visita

deve prestarvi una particolare attenzione.

Non senza motivo uno degli

obiettivi proposti negli Statuti per la Visita

canonica consiste nel «promuovere

la formazione sia continua che iniziale,

tanto scientifica e ministeriale che professionale»

(SSVC 3 §1; cfr. 28).

• Posto che siamo stati chiamati per evangelizzare,

la Visita deve essere un momento

privilegiato per valutare come

viene attuata la missione dell’Ordine

dalla Provincia (cfr. SSVC 27).

• Non si può, infine, dimenticare che, per

poter compiere il suo ministero di animazione,

l’Ordine, in questo caso il governo

dell’Ordine, ha bisogno di conoscere

la realtà in cui vivono i Frati e la

realtà delle specifiche Entità. Per questo

è molto importante che la relazione della

Visita sia realista e contenga anche

proposte per il futuro. In questo contesto

intendo ricordare che il Visitatore «rappresenta

la persona del Ministro e agisce

in suo nome» (cfr SSVC 8 §1), non è il

rappresentante del Ministro provinciale

presso la Curia generale. Comportatevi

di conseguenza. Il miglior servizio che

potete prestare alla Provincia visitata e

all’Ordine stesso è stilare una Relazione7

dettagliata, in cui sono chiaramente indicati

gli aspetti positivi e gli aspetti negativi

della vita e della missione dell’Entità

visitata (SSVC 21). In questo modo la

lettera che il Ministro generale scriverà

dopo la Visita non sarà una pia esortazione

che lascia il tempo che trova, ma

risponderà alle necessità della vita della

Provincia. Non si tratta di fare «bella figura»,

ma di aiutare l’Entità visitata a

crescere e a camminare. E questo comporta

«correggere», quando sarà necessario,

e «stimolare» tutti e in ogni occa-

EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

335

sione per passare dal bene al meglio (cfr

SSVC 3 §1). La Relazione può aiutare i

Frati della Provincia a crescere nella fedeltà.

Conclusione

Cari fratelli Visitatori, desidero terminare

questo intervento ringraziandovi fin da

ora per aver accettato questo servizio che,

senza dubbio, è delicato e molto importante.

Nel nominarvi per questo ufficio il Ministro

generale e il suo Definitorio hanno riposto in

voi molta fiducia, così come i Frati dell’Entità

che dovete visitare si aspettano molto

dal vostro servizio. Sono convinto che non

deluderete queste speranze.

Salutate da parte del Ministro e dei Definitori

tutti i Frati che incontrerete. Contate

sulla mia preghiera, perché il Signore vi illumini

e vi faccia il dono della sapienza nel

compimento del vostro servizio.

«Che il Signore vi benedica e vi protegga».

FR. JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO, OFM

Ministro generale

1 Il Codice di Diritto Canonico (=CIC) si occupa

della Visita canonica al canone 628.

2 Costituzioni Generali (=CCGG) 213.

3 Statuti Generali (=SSGG) 155.

4 Statuti per la Visita canonica e la Presidenza

del Capitolo provinciale (=SSVC), Roma, 1995.

5 Questi aspetti della Visita, il tempo, gli obiettivi

ed il modo di condurla, si trovano raccolti negli

attuali SSVC, particolarmente all’art. 3.

6 Oggi i Frati, con frequenza, soffrono di solitudine,

anche vivendo con altri nella stessa casa. La

comunicazione non si può dare per scontata. La

visita è un momento adatto per l’ascolto tranquillo,

attento e rispettoso del fratello, cercando

di “porsi nei panni” del fratello. Toccherà al Visitatore

aiutare a discerne e, a volte, prendere decisioni,

ma la prima cosa è l’ascolto.

7 Anche se gli Statuti della Visita parlano di una

sola Relazione alla fine della stessa, da qualche

tempo la prassi che si segue è che le Relazioni

siano tre: una alla fine della Visita, prima del Capitolo.

Questa Relazione deve essere molto breve,

con indicazioni sull’idoneità dei candidati al

ruolo di Ministro provinciale e con alcune indicazioni

sulla vita e la missione dell’Entità visitata

che aiutino il Ministro generale nella stesura


336 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

della lettera che invierà al Capitolo. Sui candidati

ad essere Ministro è importante tenere presente

quanto dicono gli SSVC al n. 44. Si tenga anche

presente che i risultati dell’ultima votazione

per i candidati al compito di Ministro provinciale

non si possono comunicare alla Provincia. La

seconda Relazione è al Capitolo. Deve essere

chiara e deve trattare gli aspetti positivi e negativi

della vita della Provincia, offrendo ai Capitolari

le piste adatte per migliorare la vita e la missione

dei Frati. La terza è al Ministro generale alla

fine del Congresso capitolare. Una prima parte

può coincidere con la relazione fatta al Capitolo,

ma si devono anche compilare i diversi formulari

e informare delle decisioni capitolari e dell’andamento

del Congresso capitolare. Qualora ci

fossero “casi riservati” si dovrà informare il Ministro

generale con una relazione separata.

10. Intervento del Ministro generale alla

VII Assemblea dell’UFME

Kalwaria Zebrzydowska, Polonia,

23 novembre 2005

INSIEME PER SERVIRE

IL VANGELO DELLA SPERANZA

L’Assemblea dei Ministri provinciali

OFM d’Europa si tiene in un momento particolarmente

significativo per la nostra Fraternità

universale, per le Fraternità locali e

provinciali e per ogni Frate. Nei giorni 28-

29 ottobre 2005, infatti, abbiamo ufficialmente

iniziato ad Assisi il cammino di preparazione

che ci condurrà nel 2009 alla celebrazione

dell’VIII centenario della

fondazione dell’Ordine. Le celebrazioni

inaugurali nella Basilica di Santa Chiara, a

San Damiano e in S. Maria degli Angeli sono

state caratterizzate da un’icona, il Crocifisso

di San Damiano, e da un avvenimento,

la conclusione del Congresso Internazionale

dei Maestri di Noviziato.

L’icona rimanda a ciò che sta all’inizio

della vocazione di Francesco; l’avvenimento

ci ricorda gli inizi del nostro proposito di

seguire Cristo, secondo il carisma vissuto e

proposto dal Poverello di Assisi. Entrambi

ci sollecitano a “stare” di fronte al Crocifisso

per conoscere la volontà del Signore su

di noi; ci invitano ad accogliere la sua grazia

per realizzare oggi il «suo santo e vera-

ce comandamento» (PCr). E questo ogni

giorno della vita, soprattutto, in questa prima

tappa del nostro itinerario giubilare che

ha come contenuto il discernimento e come

pro-vocazione il Crocifisso di San Damiano,

«per scegliere ciò che è buono secondo

la volontà di Dio, per riassumere i criteri del

Vangelo e la nostra forma vitae che abbiamo

promesso di osservare, per ripartire con

rinnovato impegno ad annunciare nel mondo

il Vangelo di Cristo» (cf. Lettera per l’inizio

delle celebrazioni e Indizione del Capitolo,

4 ottobre 2005).

Si tratta, detto diversamente, di un atteggiamento

spirituale e di un itinerario che

hanno come scopo di celebrare con gratitudine

la grazia delle origini, rivivendola alla

luce delle sfide che la Chiesa e gli uomini e

le donne del nostro tempo pongono alla vita

francescana.

Per percepire, allora, la risposta del Crocifisso

alla nostra domanda, «che cosa vuoi

che io faccia?», è necessario non solo riscoprire,

personalmente e in Fraternità, la grazia

delle origini, ma anche rileggere il «nostro

essere Fraternità in missione, secondo lo specifico

dei Frati Minori, accogliendo la chiamata

ad andare “nel mondo intero”, ad annunciare

“agli uomini la pace e la penitenza”

e a riscoprire il volto del lebbroso e di Gesù

Cristo, Signore povero e crocifisso» (La grazia

delle origini, Anno 2006, p. 16).

L’Unione Europea

La riscoperta della nostra identità e la rilettura

della nostra missione comportano

l’essere attenti non solo ai “segni dei tempi”,

ma anche ai “segni dei luoghi” per

comprendere cosa viene chiesto a noi Frati

Minori per servire il Vangelo e l’uomo. E

noi, Frati Minori di questa Assemblea e Frati

Minori di tutto il Continente, siamo anche

cittadini europei. Allora l’incontro dell’UF-

ME 2005 è di grande rilevanza per i “segni”

rintracciabili nell’attuale storia e nei luoghi

del Continente europeo.

Dalla precedente riunione dell’UFME,

avvenuta a Lourdes nel novembre 2003,

nella quale ho parlato su «L’Europa ci chiama»,

per la costruzione della Casa europea

sono stati compiuti passi importanti, che


possono essere sintetizzati nelle seguenti

date: 1° maggio 2004, sono entrati a far parte

dell’Unione Europea dieci nuovi Paesi

(anche alcuni Paesi dell’Est ed altri che ne

hanno fatto richiesta), passando da 15 a 25

Paesi; 10-13 giugno 2004, la maggioranza

della popolazione europea, 453 milioni su

700 milioni, è stata chiamata ad eleggere

732 membri del nuovo Parlamento di Strasburgo;

18 giugno 2004, i Capi di Stato e di

Governo dei 25 Paesi membri dell’Unione

Europea hanno approvato a Bruxelles il

“Trattato Costituzionale”.

Sono questi avvenimenti storici e, soprattutto,

tappe importanti per la realizzazione

del sogno concepito dai padri fondatori

dell’Unione Europea – Adenaur, De

Gasperi, Monet, Schuman e Spaak – e coltivato

fattivamente, negli ultimi cinquant’anni,

da quanti hanno operato per fare

degli Stati europei, dell’ovest e dell’est,

del nord e del sud, una grande “famiglia”,

capace di passare dalle reciproche diffidenze

alla condivisione di un grande patrimonio

di valori, attraverso organismi istituzionali

idonei a guidare un numero crescente di

Stati, promovendo l’unità nella diversità.

Ai lavori sempre in corso per la costruzione

della “famiglia” europea non possono

essere assenti gli operai della Vigna del Signore:

per essere davvero una “famiglia”

questa «Europa ha bisogno di un salto qualitativo

nella presa di coscienza della sua

eredità spirituale. Tale spinta non le può venire

che da un rinnovato ascolto del Vangelo

di Cristo. Tocca a tutti i cristiani impegnarsi

per soddisfare questa fame e sete di

vita» (Giovanni Paolo II, Ecclesia in Europa,

[EiE], 120, Esortazione Apostolica post-sinodale

su Gesù Cristo, vivente nella sua

Chiesa, sorgente di speranza per l’Europa,

28 giugno 2003).

Quale Europa sognare?

Questo impegno tocca tutti i cristiani, in

primo luogo per il numero consistente dei

membri della Chiesa: 280 milioni di cattolici

(40% della popolazione), 144.000 sacerdoti

diocesani, 10.000 diaconi, 62.000 religiosi

e 350.000 religiose, 34 Conferenze

episcopali; ma soprattutto per la vocazione

EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

337

originaria della comunità cristiana: essere

luce e lievito, in ogni momento storico,

presso ogni cultura e popolo «per contribuire

dall’interno a modo di fermento alla santificazione

del mondo» (LG 31). «L’interesse

che la Chiesa nutre per l’Europa – dichiara

l’Es. Ap. Ecclesia in Europa – nasce

dalla sua stessa natura e missione. Lungo i

secoli, infatti, la Chiesa ha avuto legami

molto stretti con il nostro Continente, così

che il volto spirituale dell’Europa si è andato

formando grazie agli sforzi di grandi missionari,

alla testimonianza di santi e di martiri,

e all’opera assidua di monaci, religiosi

e pastori. Dalla concezione biblica dell’uomo,

l’Europa ha tratto il meglio della sua

cultura umanistica, ha attinto ispirazione

per le sue creazioni intellettuali e artistiche,

ha elaborato norme di diritto e, non per ultimo,

ha promosso la dignità della persona,

fonte di diritti inalienabili» (EiE, 25; cf anche

Giovanni Paolo II, Discorso al corpo

diplomatico, 12 gennaio 2004).

Da qui la sfida per la Chiesa di «non disperdere

questo prezioso patrimonio e di aiutare

l’Europa a costruire se stessa rivitalizzando

le radici cristiane che l’hanno originata»

(EiE 25). Richiamo quanto mai

opportuno dal momento che il “Trattato Costituzionale”,

sebbene sia “strumento” importante

per il futuro dell’Europa, ignora

ogni riferimento a Dio e alle radici cristiane.

L’omissione non è stata una distrazione involontaria,

le ragioni apportate sono talmente

superficiali da coprire anziché indicare la

motivazione del silenzio (cf J. Ratzinger, Riflessione

su culture che oggi si contrappongono,

Subiaco, 1° aprile 2005). Tanto da fare

gridare Giovanni Paolo II: «Non si tagliano

le radici dalle quali si è nati!» (Angelus,

20 giugno 2004). In realtà il “Trattato” è lo

specchio dell’attuale spiritualità dell’Europa,

che, originariamente cristiana, ha come

patrimonio comune il secolarismo.

Il grido di Giovanni Paolo II è indice

senz’altro di una grande sofferenza per una

verità storica ignorata, ma anche forte richiamo

a mettere il Vangelo al centro della

vita dei popoli che stanno completando la

loro unificazione; consegna alle «future generazioni»

di un sogno che ha coltivato


338 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

lungamente nel suo cuore e confidato in occasione

del conferimento del premio “Carlo

Magno” della città di Aquisgrana il 24 marzo

2003. Dopo essersi domandato in quella

circostanza: «Qual è l’Europa che oggi si

dovrebbe sognare?», ha dichiarato: «Penso

a un’Europa nella quale le conquiste della

scienza, dell’economia e del benessere sociale

non si orientano a un consumismo privo

di senso, ma stanno al servizio di ogni

uomo in necessità e dell’aiuto solidale per

quei paesi che cercano di raggiungere la meta

della sicurezza sociale. Possa l’Europa,

che ha sofferto nella sua storia tante guerre

sanguinose, divenire un fattore attivo della

pace nel mondo! Penso a un’Europa la cui

unità si fonda sulla vera libertà. La libertà di

religione e le libertà sociali sono maturate

come frutti preziosi sull’humus cristianesimo...

Penso a un’Europa unita grazie all’impegno

dei giovani. Con tanta facilità i giovani

si capiscono tra di loro, al di là dei confini

geografici! Come può nascere, però, una

generazione giovanile che sia aperta al vero,

al bello, al nobile e a ciò che è degno di sacrificio,

se in Europa la famiglia non si presenta

più come un’istituzione aperta alla vita

e all’amore disinteressato? Una famiglia

della quale anche gli anziani sono parte integrante

in vista di ciò che è più importante:

la mediazione attiva dei valori e del senso

della vita. L’Europa che ho in mente è un’unità

politica, anzi spirituale, nella quale i politici

cristiani di tutti i paesi agiscono nella

coscienza delle ricchezze umane che la fede

porta con sé: uomini e donne impegnati a far

diventare fecondi tali valori, ponendosi al

servizio di tutti per un’Europa dell’uomo,

sul quale splenda il volto di Dio. Questo è il

sogno che porto nel cuore e che vorrei affidare...

alle generazioni future».

Il sogno di Giovanni Paolo II, vero Profeta

di un’Europa nuova, è la sintesi di un

lungo ministero che si è andato maturando

in oltre 700 interventi dedicati per esteso o

in parte all’Europa, e che ha ispirato i due

Sinodi dei Vescovi per l’Europa (1991 e

1999) allo scopo di individuare cammini

concreti per «offrire nuovamente agli uomini

e alle donne dell’Europa il messaggio liberante

del Vangelo» (EiE 29).

Un nuovo annuncio del Vangelo

Il primo ad accogliere l’invito di Giovanni

Paolo II a sognare un’Europa nuova è

stato il suo successore, Benedetto XVI.

Nella prima Udienza generale del 27 aprile

2005, infatti, ha spiegato che il nome scelto,

evocando la straordinaria figura di san Benedetto

da Norcia, «costituisce un punto di

riferimento per l’unità dell’Europa e un forte

richiamo alle irrinunciabili radici della

sua cultura e della sua civiltà». La scelta,

però, va coniugata con l’invito a «prendere

il largo», cioè con l’urgente necessità di annunciare

il Vangelo nel mondo di oggi (cf

Benedetto XVI, Omelia in S. Paolo fuori le

mura, 25 aprile 2005).

Siamo sulla linea della Dichiarazione finale

del 1° Sinodo dei Vescovi per l’Europa:

«L’Europa non deve semplicemente fare

appello alla sua precedente eredità cristiana:

occorre infatti che sia messa in grado

di decidere nuovamente del suo futuro nell’incontro

con la persona e il messaggio di

Gesù Cristo» (n. 2).

È un compito di tutti i membri della

Chiesa che è in Europa. In questa opera un

ruolo specifico viene affidato alle persone

consacrate, che hanno nel loro DNA la tensione

tra la memoria e la profezia. Pertanto,

come hanno avuto un ruolo fondamentale

«nell’evangelizzazione dell’Europa e nella

costruzione della sua identità cristiana», così

devono averlo oggi, «in un momento nel

quale è urgente una “nuova evangelizzazione”

del Continente» (EiE 37).

Tenendo presenti alcuni aspetti che caratterizzano

l’attuale volto culturale e sociale

dell’Europa – come l’offuscamento

della speranza, lo smarrimento della memoria

e dell’eredità cristiana, la paura del futuro,

la frammentazione dell’esistenza, l’affievolirsi

della solidarietà e l’emergere di

un’antropologia senza Dio e senza Cristo

(cf EiE 7-9) – il contributo peculiare che

oggi le persone consacrate possono offrire

al Vangelo della speranza in Europa consiste

nell’essere “annuncio” del primato di

Dio, come risposta al bisogno del trascendente;

nella testimonianza della fraternità

evangelica, come via privilegiata per rendere

possibili nuove relazioni tra le persone


e i popoli; nel prendersi cura dei più bisognosi,

per rispondere alla sfida delle nuove

forme di povertà e di emarginazione; nell’essere

disponibili a «prendere il largo»,

nonostante il calo numerico dei membri dei

vari Istituti, per offrire la Parola di vita ad

altri popoli e ad altre culture, allargando così

i propri orizzonti (cf EiE 38).

I Frati Minori e l’Europa

Le nuove sfide che l’Unione Europea

lancia anche a noi Frati Minori sono una

sollecitazione provvidenziale dello Spirito

a «prendere il largo», ad andare “oltre” i nostri

limiti e le nostre povertà, per osare nuovi

cammini, per servire il Vangelo e servire

l’uomo in “questo luogo” in cui siamo ed

operiamo. Il sogno, infatti, di Giovanni

Paolo II è stato deposto anche nei nostri

cuori: non possiamo soffocarlo con i nostri

“problemi interni” o intrappolarlo con visioni

di basso profilo, ma dobbiamo accoglierlo,

custodirlo ed assecondarlo come

nuove possibilità per ridare vivacità, autenticità,

fascino alla nostra vocazione e alla

nostra missione.

Come concretizzare, però, tale sogno?

Quale contributo offrire alla costruzione

della “Famiglia europea”, una famiglia

aperta ad altre famiglie del mondo? L’anno

di “discernimento”, che abbiamo appena

iniziato, è una vera grazia: un tempo favorevole

per leggere i “segni dei tempi” per

comprendere quali sfide ed appelli aspettano

da noi una risposta. Un’indicazione precisa,

alla domanda «che cosa dobbiamo fare?»,

ci viene intanto dall’Esortazione Ap.

Ecclesia in Europa: partecipare alla missione

della Chiesa sintetizzata in tre verbi: annunciare

il Vangelo, celebrare il Vangelo e

servire il Vangelo.

Tre mandati che ci interpellano come

persone consacrate, ma anche come persone

che hanno scelto di vivere «il Vangelo

nella Chiesa, secondo la forma osservata e

proposta da san Francesco» (CCGG 1,1).

Anche noi, infatti, abbiamo una storia da

raccontare: san Francesco e santa Chiara,

che subito hanno «preso il largo», e innumerevoli

Fratelli e Sorelle che, lungo i secoli,

hanno contributo in modo significati-

EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

339

vo a formare il volto spirituale dell’Europa.

Abbiamo anche una storia da scrivere, anzi

desideriamo e vogliamo “narrare” agli uomini

e alle donne dell’Europa di oggi, e di

domani, una nuova storia, affinché insieme

si possa lodare il Signore, che è «ogni bene,

tutto il bene».

Nella presentazione del documento La

grazia delle origini sintetizzavo così lo scopo

del nostro itinerario verso la celebrazione

dell’VIII centenario dell’Ordine: «tornare

all’essenziale della nostra forma di vita,

rileggendola e reincarnandola nell’odierna

realtà culturale; rimanere fedeli al nostro

carisma e allo stesso tempo tener presenti le

esigenze del mondo attuale, anticipando il

futuro». Penso che sia un richiamo importante

per non “bloccarci”, da una parte, a

causa delle oggettive difficoltà in cui si trova

a vivere gran parte delle nostre Fraternità

in Europa, e, dall’altra, di fronte alle sfide

che sempre più numerose premono per entrare

nella nostra “agenda” (cf L’Europa ci

chiama, Lourdes, 20 novembre 2003).

L’essenziale ci è stato riproposto dalle

cinque priorità dell’Ordine, che ci dicono

con chiarezza «ciò che oggi è veramente essenziale

per vivere la sequela di Cristo e per

porre la nostra forma vitae a servizio della

Chiesa e del mondo» (Seguaci di Cristo per

un mondo fraterno, Presentazione). Altra

“guida” per discernere l’essenziale, l’abbiamo

nell’itinerario proposto a ciascun Frate,

alle Fraternità locali e provinciali per la celebrazione

del dono della nostra vocazione.

Tale itinerario è articolato in tre tappe e per

ciascuna tappa popone una parola chiave,

una meta, dei mezzi e dei gesti significativi,

ed è animato dalla tensione a «rifondare la

nostra vita e missione sugli elementi essenziali

della nostra “forma vitae”» (La grazia

delle origini, p. 12).

È vero che Conferenze, Province e Frati

hanno già iniziato questo itinerario, anche

con percorsi concreti o con una programmazione

triennale con scadenze precise,

sorretti dalla certezza che la vita francescana

ha qualcosa da dire al mondo di oggi e di

domani. La ricerca dell’essenziale, tuttavia,

deve continuare per capire che cosa i Frati

Minori europei possono e devono fare nel e


340 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

per l’Unione Europea. I “segni” dei luoghi,

oltre che dei tempi, in questo caso sono decisivi.

Mi permetto, allora, di indicare alcune

piste di riflessione per individuare che

cosa possa fare l’UFME.

Insieme per l’Europa

L’Unione Europea è ancora un cantiere

aperto e ciascuno, secondo le proprie responsabilità

e carismi, deve portare il proprio

mattone per la costruzione dell’edificio

comune. Ma le problematiche e le sfide sono

così ampie e complesse che nessuno “da

solo” può incidere negli orientamenti religiosi,

culturali, sociali ed economici. Per

rendersene conto si pensi ai problemi collegati

con la dignità della persona umana, la

famiglia, la libertà religiosa, le migrazioni e

i diritti umani; alle grandi scelte dell’Unione

Europea che ricadranno non solo sui suoi

membri, ma avranno influenza anche in altre

parti del mondo, come l’impegno per la

pace e per la difesa dell’ambiente, la lotta

contro la povertà...; alle sfide legate alla secolarizzazione,

alla progressiva secolarizzazione

del Continente, al relativismo morale,

alla divisione dei cristiani, al pluralismo

religioso e alla collaborazione tra le

varie religioni; alla crisi, infine, delle vocazioni

al sacerdozio e alla vita consacrata,

proprio quando crescono bisogni e richieste.

È indispensabile, allora, associarsi, partecipare

attivamente a “strutture” di condivisione,

collaborare se si vuole insieme capire

che cosa e come offrire una risposta

significativa ed adeguata.

Se «il ruolo delle istituzioni internazionali,

legate e operanti sul territorio europeo»,

è «per molti aspetti determinante nel

cammino per disegnare il volto nuovo del

Continente» (EiE 113), allo stesso modo in

campo ecclesiale “strutture” di comunione

e di collaborazione sono oggi indispensabili

per annunciare, celebrare e servire il Vangelo

della speranza in Europa. Infatti, scrive

Giovanni Paolo II nella Ecclesia in Europa,

le Chiese particolari non possono rispondere

da sole alle sfide attuali: «c’è bisogno di

un’autentica collaborazione tra tutte le

Chiese particolari del Continente» (EiE 53).

Una “struttura” per promuovere la collabo-

razione è stata la convocazione e la celebrazione

dei due Sinodi dei Vescovi per l’Europa.

Le Assemblee sinodali sono state

«una preziosa opportunità di incontro, di

ascolto e di confronto»; un’occasione per

recepire l’appello che lo Spirito rivolge oggi

alle Chiese che sono in Europa e per formulare

«utili orientamenti per rendere più

visibile il volto di Cristo» (cf EiE 3). In questa

prospettiva va visto anche il Consiglio

delle Conferenze Episcopali Europee

(CCEE): è uno strumento efficace per ricercare

insieme “vie nuove”, per mettere in comune,

attraverso lo «scambio dei doni»,

esperienze e riflessioni e per condividere

comuni orientamenti pastorali (cf EiE 53).

Sempre su questa linea è da menzionare la

collaborazione tra la CCEE e la KEK, la

Conferenza delle Chiese europee (organismo

ecumenico di cui fanno parte 123

Chiese e 25 organizzazioni associate nel

Continente), per affrontare insieme alcune

sfide, come la riconciliazione tra popoli e

culture, la custodia del creato, l’approfondimento

della comunione con gli Ebrei e la

cura dei rapporti con l’Islam.

E noi Frati Minori? Non possiamo essere

dei “navigatori solitari”: non si arriva così

all’altra riva! Sì, «non si può affrontare il

futuro in dispersione» (Ripartire da Cristo,

30) e il futuro della vita e della missione

dell’Ordine sta nella collaborazione tra le

Province, tra le Conferenze e tra queste e le

Province. Questo anche se siamo riusciti a

“selezionare” l’essenziale; anzi l’essenziale

per noi Frati Minori europei è imboccare

decisamente la strada della collaborazione

– anche con gli altri Istituti della Vita consacrata

e, in particolare, con gli altri membri

della grande Famiglia francescana –, se vogliamo

vivere con rinnovato entusiasmo la

nostra vocazione e ridare significatività alla

nostra missione.

Si è detto che è determinante per il futuro

dell’Europa la “Carta Costituzionale” e

noi abbiamo già la nostra “Carta Costituzionale”,

che definisce il nostro Ordine, di

cui fra poco celebriamo l’VIII centenario di

fondazione, come Fraternità (cf CCGG

1,1). Tale definizione esprime la nostra

identità, contiene un programma di vita, in-


dica un modo specifico di comprendere ed

esprimere le nostre relazioni con Dio, con

gli altri e con il creato, e di porsi a servizio

della Chiesa e del mondo. L’essere una Fraternità,

pertanto, non solo esige relazionecollaborazione-solidarietà-condivisioneservizio

reciproco, ma qualifica e determina

il nostro essere presenti e il nostro

operare nella Chiesa e nel mondo (cf Consiglio

Plenario 2001, Fraternità in missione

in un mondo che cambia, p. 5). L’operare

insieme scaturisce, in definitiva, dall’essere

una Fraternità, i cui membri condividono la

stessa avventura (cf CCGG 1,1-2).

Penso che sia stata proprio questa consapevolezza

a far sorgere l’UFME, che, il nome

stesso lo dice, vuol dire: Frati Minori insieme

per l’Europa, tanto più che fanno parte

dell’UFME Frati Minori dell’Europa

dell’ovest e dell’est, del nord e del sud. Si

tratta di una ricchezza incredibile di storia,

di tradizioni, di culture e di spiritualità – anche

di una ricchezza “quantitativa”, nonostante

il calo numerico i Frati Minori sono

7.956 –, e per questo di possibilità concrete

per cercare e percorre insieme alcune vie

per testimoniare ed annunciare, secondo il

nostro specifico carisma, il nome di Gesù

Cristo, fonte di speranza per tutti in Europa.

«Testimoni eloquenti del primato Dio»

«In un contesto contaminato dal secolarismo

e assoggettato al consumismo»,

dall’«apostasia silenziosa», in cui si vive

«come se Dio non esistesse» (EiE 38.9), la

prima via da percorrere è quella di essere testimoni

della dimensione trascendente dell’esistenza,

del primato assoluto di Dio,

«costantemente lodato, adorato, servito,

amato con tutta la mente, con tutta l’anima,

con tutto il cuore» (Benedetto XVI, Lettera

in occasione della Plenaria della Congregazione

per gli Istituti di vita consacrata e

le Società di vita apostolica, del 27 settembre

2005). Poco prima di essere eletto Papa,

il Card. J. Ratzinger, parlando a Subiaco

dell’Europa il 1° aprile 2005, ha detto: «Abbiamo

bisogno di uomini che tengono lo

sguardo dritto verso Dio, imparando da lì la

vera umanità. Abbiamo bisogno di uomini

il cui intelletto sia illuminato dalla luce di

EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

341

Dio e a cui Dio apra il cuore, in modo che il

loro intelletto possa parlare all’intelletto degli

altri e il loro cuore possa aprire il cuore

degli altri. Soltanto attraverso uomini che

sono toccati da Dio, Dio può fare ritorno

presso gli uomini» (cf anche EiE 116). È

quanto vuole san Francesco: uomini che desiderano

avere «sopra ogni cosa lo Spirito

del Signore e la sua santa operazione, di

pregarlo sempre con cuore puro» (Rb 10,8-

9). Non è per caso che la prima priorità ci

ricorda: dallo «spirito di orazione e devozione»

deriva la capacità di testimoniare

che Dio è l’unico assoluto, l’unico onnipotente,

l’altissimo e buon Signore, l’unico

bene, ogni bene, tutto il bene, l’unica realtà

desiderabile e da desiderare» (Seguaci di

Cristo..., 1ª priorità, 7); che il primo mezzo

suggerito da me per compiere un vero discernimento,

in questa prima tappa delle celebrazioni

per l’VIII centenario di fondazione

dell’Ordine, sia stato «un’orazione

prolungata, senza orologio e “affettiva”, come

quella di Francesco. Una preghiera

“vincolante”, attraverso la quale poter comprendere

che Dio benedice (dice bene) le

nostre scelte» (cf Lettera per l’inizio delle

celebrazioni, 4 ottobre 2005).

Ma nel contesto dell’Assemblea dell’UFME,

però, il discernimento dovrebbe

portarci ad individuare dove e come realizzare

insieme delle presenze (almeno qualche

presenza) in cui sia visibile il primato

Dio e sia punto di riferimento, – «in ogni

ora e in ogni tempo, ogni giorno e interrottamente»

– per lodare, adorare, magnificare,

rendere grazie «all’altissimo e sommo

eterno Dio» (cf Rnb 23,11).

«Passione per l’umanità»

Dalla passione per il Cristo, che si concretizza

nella volontà di seguire le orme di

Cristo e che continuamente si rinnova attraverso

lo «spirito di orazione e devozione»,

scaturisce la nostra «passione per l’umanità»,

che costituisce la nostra ragion

d’essere: inviati da san Francesco «a due a

due per le diverse parti della terra, annunciando

agli uomini la pace e la penitenza»

(1Cel 12,29) e dalla Chiesa: «andate con

Dio, fratelli, e come egli si degnerà di ispi


342 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

rarvi, predicate a tutti la penitenza» (1Cel

13,33).

Giovanni Paolo II, aprendo le porte al

terzo millennio, e Benedetto XVI, all’inizio

del suo ministero petrino, ci hanno riproposto

l’invito a «prendere il largo». La Chiesa

che è in Europa ci ha indicato il contenuto

dell’andare: annunciare il Vangelo della

speranza ad un’Europa che sembra averla

smarrita. Dobbiamo, allora, essere pronti ad

«ascoltare le nuove chiamate dello Spirito,

cercando di individuare... le urgenze spirituali

e missionarie del momento presente»

(Giovanni Paolo II, Messaggio al Congresso

Internazionale sulla vita consacrata, 26

novembre 2004).

Come individuare le nuove chiamate e,

soprattutto, come rispondere ad esse? Come

ho messo in evidenza nell’Assemblea di

Lourdes, l’assottigliamento delle forze e delle

energie potrebbero scoraggiarci a «prendere

il largo». Ma «se ripartissimo da Assisi

per ricostruire l’Europa?». Fu questa la provocazione

che il mio predecessore, Fr. Giacomo

Bini, lanciò all’UFME nel 1998, proprio

qui in Polonia. E questo voleva dire: ripartire

da Assisi verso il mondo (non solo

l’Europa!) per annunciare il Vangelo, «dimenticando

il “regno” delle nostre Province,

che blocca ogni collaborazione...; rinnegando

il “nostro regno” comodo e individualistico,

che soffoca la nostra vitalità e tradisce la

nostra vocazione» (in Acta Ordinis,

III,1998,282). Accogliamo di nuovo quella

pro-vocazione, come stimolo a concretizzare

la nostra passione per il Vangelo in una o più

iniziative comuni dell’UFME, anche se poi

viene portata avanti da una Conferenza o attraverso

la collaborazione di più Province.

Come aiuto per la riflessione e le decisioni

voglio segnalare un’iniziativa di evangelizzazione,

sorta nel 2000 ad opera di

quattro Cardinali europei – J.-M. Lustiger

(Parigi), C. Schönborn (Vienna), J. da Cruz

Policarpo (Lisbona) e G. Danneels (Bruxelles)

–, per rispondere alla sfida: come annunciare

la Parola nelle grandi città del

Continente? È nata così l’idea del “Congresso

Internazionale per la nuova evangelizzazione

(CINE) – con incontri, dibattiti,

concerti, esposizioni, laboratori, serate di

festa e momenti di preghiera –, che si è tenuto

nel 2003 a Vienna, nel 2004 a Parigi,

nel 2005 a Lisbona nei primi giorni di novembre,

e che si terrà a Bruxelles nel 2006

e a Budapest nel 2007.

Dal momento, però, che dall’essere

Frati e Minori deriva lo stile missionario

dell’Ordine, allora qualsiasi scelta venga

fatta per annunciare il Vangelo all’uomo

delle città, dei villaggi, delle campagne o

ai crocicchi delle strade, questa può arricchirsi

mediante altre incarnazioni dell’unica

passione per l’umanità: la promozione

del dialogo ecumenico, l’impegno per la

pace e la salvaguardia del creato, la solidarietà

con i più poveri, la condivisione del

pensiero francescano sull’uomo e sul mondo,

ecc.!

Responsabili del nostro futuro

«La cura delle vocazioni è un problema

vitale per il futuro della fede cristiana in

Europa e, di riflesso, per il progresso spirituale

degli stessi popoli che l’abitano; è

passaggio obbligato per una Chiesa che

voglia annunciare, celebrare e servire il

Vangelo della speranza» (EiE 39). È anche

un problema vitale per il nostro Ordine,

particolarmente in Europa, come già ho

sottolineato nella precedente Assemblea

dell’UFME. Ed ora ribadisco l’urgenza

dell’impegno di tutti per un’adeguata pastorale

delle vocazioni. Abbiamo a disposizione

documenti, sussidi, esperienze;

sappiamo quali sono le cose importante da

fare: preghiera, testimonianza, invito

esplicito a condividere la nostra vocazione

e la nostra missione.

È giunto il momento di attuare quanto

sappiamo; soprattutto dobbiamo fare della

cura pastorale delle vocazioni una scelta

prioritaria di ogni Provincia e Conferenza,

cercando e ricercando collaborazione, promovendo

incontri tra Province e tra Conferenze

per scambiarsi le esperienze, i metodi,

per incoraggiarsi vicendevolmente e, infine,

per verificare come e dove possiamo

agire insieme. C’è spazio qui per investire

fantasia e creatività.

Ma ne vale la pena, perché «è ancora grande

il fascino di Francesco e di Chiara di Assi-


si sui giovani» (Giovanni Paolo II, Messaggio

al Capitolo 2003, 5); perché è bello condividere

ciò che si ritiene sommamente prezioso,

come la sequela di Cristo, povero e

crocifisso; perché «non è vero che la gioventù

pensa soprattutto ai consumi e al piacere... La

gioventù vuole cose grandi, vuole il bene... »

(Benedetto XVI, Discorso ai pellegrini tedeschi,

25 aprile 2005; cf anche EiE 39). La XX

Giornata Mondiale della Gioventù deve farci

riflettere: convocati da Giovanni Paolo II ed

animati da Benedetto XVI circa un milione di

giovani sono affluiti a Colonia alla ricerca di

Gesù per poterlo adorare!

Conclusione

Cari Fratelli Ministri, permettetemi una

parola conclusiva che consiste in una presa

di coscienza, in un augurio e in una preghiera.

L’Europa dell’est e dell’ovest «va costruendosi

sempre più come “unione”: questo

deve spingere i cristiani verso l’unità»

(cf EiE 118). Ecco il senso della mia enfasi

sulla collaborazione. Del resto l’«Unione

dei Ministri provinciali d’Europa» non sta a

sottolineare proprio questo aspetto? Resta,

come è evidente, la grazia e il dovere per

ciascuno e per tutti di vivere i valori peculiari

del carisma francescano «per offrire all’umanità

disorientata, logorata e priva di

memoria, testimonianze credibili della speranza

cristiana, “rendendo visibile l’amore

di Dio, che non abbandona nessuno” e offrendo

“all’uomo smarrito ragioni vere per

continuare a sperare”» (Giovanni Paolo II,

Messaggio al Congresso..., 2); come resta

la necessità e l’esigenza della comunione

con tutti i membri del Popolo di Dio: «la vita

consacrata, all’inizio del nuovo millennio,

ha davanti a sé sfide formidabili, che

può affrontare soltanto in comunione con

tutto Popolo di Dio, con i suoi Pastori e con

il popolo dei fedeli» (Benedetto XVI, Lettera

in occasione della Plenaria...).

Nel 2006 celebreremo il Capitolo generale

straordinario ad Assisi. Nella Lettera di

indizione del 4 ottobre 2005 ho scritto: «abbiamo

deciso di darci un tempo per fermarci

e per riflettere insieme, per sostare in attento

ascolto di ciò che il Signore ci chiede,

EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

per confrontarci su come meglio assumere

quanto ciascuno ha promesso..., per ripartire

con rinnovato impegno ad annunciare tra

i fratelli e le sorelle nel mondo il Vangelo di

Cristo». Mi auguro che i Ministri provinciali

d’Europa, grazie anche a questa VII Assemblea,

vi contribuiscano con riflessioni

arricchenti e con proposte capaci di dare per

davvero nuova linfa alla nostra forma vitae.

È tempo di discernimento! «Signore,

aiutaci a convertirci! Dona a tutti noi la grazia

del vero rinnovamento! Non permettere

che la tua luce in mezzo a noi si spenga!

Rafforza tu la nostra fede, la nostra speranza

e il nostro amore, perché possiamo portare

frutti buoni!» (Benedetto XVI, Omelia

per l’Apertura dell’XI Assemblea del Sinodo

dei Vescovi, 2 ottobre 2005).

FR. JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO, OFM

Ministro generale

11. Incontro del Ministro e del Definitorio

generale con le Conferenze OFM slaviche

Assisi, 1 dicembre 2005

È IL MOMENTO

DI PREPARARE IL FUTURO

343

Questo incontro del Definitorio generale

con le Conferenze Slaviche risponde ad

una decisione del Capitolo di Pentecoste

2003. Volendo promuovere un dialogo più

profondo tra il Ministro generale insieme al

Definitorio generale e le Conferenze, il Capitolo

stabilì che il Ministro generale ed il

Definitorio generale si incontrassero con

ogni Conferenza o insieme di Conferenze

(cfr. Proposta del Capitolo generale, 2).

Già ci siamo riuniti con la COPEF e la

MEFRA, oggi unificate nella COTAF, con

la Subsahariana e la COMONA, oggi Conferenza

Africana e Terra Santa, e con la

COMPI. Ora ci incontriamo con le vostre

due Conferenze e già abbiamo fissato le date

dell’incontro con la CONFRES e le quattro

Conferenze dell’America Latina. Personalmente

mi sono incontrato anche con la

Conferenza Anglofona.


344 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

Degli incontri tenuti precedentemente

tutti siamo rimasti molto contenti. Spero

che lo saremo anche in questa circostanza.

Approfittiamo di questa bella occasione

per ascoltarci e per parlarci gli uni agli altri

con “familiarità”, come vorrebbe il nostro

padre san Francesco. Tutti ne usciremo

beneficati.

1. Contesto dell’incontro

Questo incontro del Ministro generale

insieme al Definitorio generale con le Conferenze

Slaviche e di queste tra di loro, si

inserisce nel contesto della preparazione

dell’VIII Centenario della fondazione dell’Ordine

e nel contesto liturgico dell’Avvento.

Personalmente credo che questo sia un

ambito molto appropriato. La preparazione

dell’VIII Centenario - che già abbiamo iniziato

ufficialmente ad Assisi nei giorni 28 e

29 ottobre e che la Conferenza Sud Slavica

ha iniziato l’8 di ottobre in Croazia, insieme

a tutta la Famiglia Francescana -, ci invita a

porci in cammino per poter celebrare “La

grazia delle origini”. In questo primo anno

di preparazione siamo costantemente invitati

alla conversione, al discernimento, per

poter tornare all’essenziale e, in questo modo,

iniziare il processo di rifondazione dell’Ordine,

all’inizio di questo III millennio.

L’Avvento, poi, iniziava invitandoci a svegliarci

dal sonno, a spogliarci delle opere

delle tenebre e a rivestirci delle armi della

luce (cfr. Rm 13, 11-12). In definitiva, anche

l’Avvento ci invita alla conversione, a

cambiar vita o, quanto meno, a progredire

dal buono al meglio.

Vegliate, ponetevi in cammino,

preparate il futuro

Accogliendo il doppio invito che ci viene

dalla celebrazione dell’VIII Centenario

della fondazione dell’Ordine e del tempo di

Avvento nel quale ci troviamo, la mia prima

parola a voi, cari fratelli delle Conferenze

Slaviche, sia la stessa che disse a tutti domenica

scorsa il Signore: «State attenti, vigilate…vigilate»

(Mc 13,33-37).

Lo scorso Capitolo generale ci ha ricordato

quello che lo Spirito chiese a tutta la

Chiesa durante il Concilio Vaticano II (cfr.

GS 4): che riconosciamo, leggiamo, interpretiamo

e giudichiamo, alla luce del Vangelo,

i segni dei tempi, perché siano «fari

generatori di speranza» (Sdp 6) in un mondo

come il nostro in cui non c’è alcun motivo

di speranza e, in questo modo, essere noi

stessi «segni leggibili di vita per un mondo

assetato di “nuovi cieli e nuova terra” (Is

65,17; cfr. Ap 21,1)» (Sdp 7). Per questo,

però, ci ammonì, facendo sue le parole di

Giovanni Paolo II, che non è sufficiente

leggere i segni, ma che è necessario contribuire

ad «elaborare e attuare nuovi progetti

di evangelizzazione per le odierne situazioni»

(Sdp 8).

Per leggere i segni dei tempi, però, e attuare

nuovi progetti di evangelizzazione, è

necessario essere desti, vigilare per cogliere

il passaggio di Dio nella nostra vita e scoprire,

così, questi «lampi di luce presenti

nella notte oscura della nostra vita e dei nostri

popoli» (Sdp 6). Ci è chiesto di essere

«sentinelle del mattino» (Is 21,11-12) che

annunciano l’arrivo del nuovo giorno e

mettono in guardia contro atteggiamenti di

sicurezza che possono condurci a dimenticarci

di tenere l’olio nelle nostre lampade

(cfr. Mt 25,1ss). Ci viene chiesto valore, audacia

e coraggio evangelici e creatività, come

quella che ebbero in altri tempi Francesco

e Chiara (cfr. Sdp 8) e tanti altri fratelli

lungo la nostra storia otto volte centenaria.

Ci è chiesto discernimento per «tornare all’essenziale

della nostra esperienza di fede»

(Sdp 2).

Questo discernimento deve essere fatto

in una doppia prospettiva: prendere coscienza

delle situazioni personali ed istituzionali

che si oppongono alla nostra forma

vitae per denunciarli e contribuire al loro

superamento, e scoprire, in mezzo alle crisi,

l’opera che il Signore realizza in noi e nei

nostri fratelli, l’opera che il Signore realizza

anche attraverso di noi e nonostante i nostri

limiti (cfr. Sdp 7).

Vorrei, cari fratelli, che ci interrogassimo

su entrambi gli aspetti. Questo incontro può

essere una buona occasione per farlo. Però

non basta. Dovete mettere le vostre Province

in questo atteggiamento di discernimen-


to, per distinguere «ciò che viene dallo Spirito

da ciò che gli è contrario» (VC 73), e

così tenerci «ciò che è buono» (1Ts 5,21).

È il momento di preparare il futuro. Non

possiamo accontentarci di essere memoria

del passato. Dobbiamo essere profezia del

futuro (cfr. NMI 3). Non possiamo aspettare

che il futuro ci raggiunga, dobbiamo anticiparlo,

«prendendo il largo» (NMI 1). E

di fronte alle difficoltà che questo comporta

non si può dire, e nemmeno pensare: lo

farà chi verrà dopo! Ciascuno deve assumersi

la propria responsabilità. Non assumerla

sarebbe un grave peccato di omissione.

Dico grave perché se oggi perdiamo sei

o più anni, questo tempo non è più recuperabile.

E la storia ci giudicherà.

Cosa siete disposti a fare perché le vostre

Entità entrino in questo atteggiamento di discernimento

che ci è chiesto dall’attuale

momento che stiamo vivendo nell’Ordine e

nella nostra società?

Accogliete ciò che lo Spirito ci chiede

Lo Spirito ci parla attraverso tante mediazioni.

Tra queste ci sono i segni dei tempi,

dei luoghi e delle persone. Tocca a noi

ascoltare il sussurro dello Spirito e rispondergli

con audacia e coraggio, come fece

Francesco 800 anni fa.

Migliorate la qualità della vita

e della missione dei fratelli

che vi sono stati affidati

Una delle esigenze del momento è, senza

dubbio, dare qualità alla nostra vita e

missione. A questo guarda, precisamente, la

rifondazione di cui abbiamo bisogno e che

desideriamo nel nostro Ordine e, di conseguenza,

nelle nostre Province e Custodie.

Se per rifondazione intendiamo il ritorno alla

grazia delle origini per rispondere meglio

alle sfide che ci lancia l’odierna situazione,

è certo anche che vogliamo continuare ad

essere significativi per l’uomo di oggi e, per

quanto è possibile, potenziare questa significatività.

Se prima la nostra visibilità e la nostra significatività

erano assicurate da alcune delle

nostre strutture e dei nostri servizi, già

ora, ma soprattutto nei tempi che si avvici-

EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

345

nano, la vita consacrata, e con essa la vita

dei Frati Minori, sarà visibile e significativa

nella misura della sua qualità. E questo

vale anche per i vostri paesi.

È vero che, contrariamente a quanto succede

nelle altre Province d’Europa, nelle

vostre non è ancora chiara la diminuzione

numerica. So che le vostre Entità godono di

buona salute, almeno numericamente parlando.

Per questo, con voi, rendo continuamente

grazie al Signore, il “grande elemosiniere”.

Però per l’amore che provo per

voi, non vi posso nascondere la paura che

ho che vi possa sorprendere il giorno della

crisi senza essere preparati. Una crisi che

colpisce soprattutto la vita e la missione.

Guardate che cosa è successo in alcuni

Stati della vecchia Europa che erano molto

clericali, avevano abbondanza di vocazioni,

dove la Chiesa aveva molto potere e nei

quali aspetti politici, religiosi e nazionalisti

erano strettamente uniti. Dopo che entrarono

a contatto con il mondo secolarizzato, le

Chiese locali andarono immediatamente in

crisi – mancanza di vocazioni, negazione di

qualsiasi potere alla Chiesa …–, una crisi di

purificazione e di rinnovamento, certamente,

ma non per questo meno dolorosa.

Che succederà nei vostri paesi entro 10

anni? “Non sono profeta, né figlio di profeta”,

ma credo che sia facile indovinarlo: la

secolarizzazione ed il laicismo scuoteranno

fortemente la vita e la missione dei fratelli a

voi affidati, con un forte svantaggio per voi

e cioè che tutto questo succederà rapidamente,

senza l’evoluzione lenta e logica che

abbiamo vissuto nei Paesi dell’Europa occidentale.

Però c’è qualcosa di più su cui voglio

richiamare la vostra attenzione: se

guardate attentamente alla vita e missione

dei fratelli che vi sono stati affidati, non vi

rendete conto che la secolarizzazione nei

suoi aspetti più negativi quali sono il consumismo,

il materialismo, l’imborghesimento

e l’assenza di Dio è già ben visibile?

Il maggior rischio che esiste oggi per la

vita consacrata e la vita francescana non sta

nella diminuzione numerica (il numero dipende

da Dio che chiama e da molti fattori

storici e umani), ma nella qualità della nostra

vita. «Accanto allo slancio vitale, capa


346 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

ce di testimonianza e di donazione fino al

martirio», che è evidente anche nel passato

e nel presente delle vostre Entità, dobbiamo

riconoscere che la vera spada di Damocle è

«l’insidia della mediocrità nella vita spirituale,

dell’imborghesimento progressivo e

della mentalità consumistica» (RdC 12).

Non possiamo chiudere gli occhi di fronte

a certe evidenze. Per questo, in nome del

padre san Francesco, vi chiedo: migliorate

la qualità della vita e della missione dei fratelli

che vi sono stati affidati. Non siate meri

amministratori. Siate veri animatori. Non

risparmiate sforzi in questo. Non vi chiedo

di portare a conclusione questo lavoro, perché,

tra le altre cose, è qualcosa di permanente,

però non posso risparmiarvi la fatica

e lo sforzo di cominciarlo.

Migliorare la qualità della vita e della

missione dei frati significa, tra le altre cose:

• Insistere sul primato di Dio. Senza questo

tutti gli altri sforzi saranno sterili. Il

primato di Dio, la ricerca appassionata

dell’Assoluto, è la giusta risposta al secolarismo,

alla comoda indifferenza, allo

scetticismo e alla superficialità nella

quale molte volte vive la nostra società e

anche noi. Qualche volta qualcuno potrebbe

pensare che questo si dà per supposto.

La mia esperienza, però, mi dice

che niente, nemmeno la fede stessa, si

deve dare per scontato. Di fatto l’imborghesimento,

la necessità di una posizione

sociale, la passione per l’efficacia e

l’ossessione per l’autonomia e l’autorealizzazione,

hanno minato profondamente

la vita di fede ed il primato di Dio nella

nostra esistenza. Senza il primato di

Dio la nostra esistenza come Frati Minori

viene a mancare della sua ragione

d’essere. Se dobbiamo dare ragione della

nostra esistenza dobbiamo lavorare instancabilmente

per arrivare ad essere uomini

di fede, uomini di Dio.

• Insistere sulla vita fraterna in comunità.

Per definizione il nostro Ordine è una

Fraternità e noi siamo fratelli, e la nostra

prima forma di evangelizzazione è la vita

fraterna. Non si può pensare né parlare

dei Frati Minori senza una vita fraterna

che sia anche visibile. Dobbiamo ri-

conoscere che in questo abbiamo ancora

molto da camminare. Come presentare

ai nostri giovani l’ideale di vita fraterna

se un numero considerevole di Frati vive

da solo e altri, anche se vivono in comunità,

conducono una vita al margine della

Fraternità? Vi chiedo, cari Ministri, di

pensare seriamente a queste due realtà

che contraddicono, apertamente, il nostro

essere fraternità. La vita in fraternità

si alimenta di una intensa vita di preghiera

personale e comunitaria (quanto

tempo dedichiamo alla preghiera sia personale

che in Fraternità?); di una comunicazione

profonda (di ciò che si fa, che

si pensa e si sente); della comune osservanza

della Regola e delle Costituzioni

(non si possono giustificare certi “privilegi”,

che possono arrivare ad essere vere

ingiustizie); di una missione condivisa

(ciò che uno realizza deve essere pensato,

portato a termine e visto dagli altri

come un lavoro della comunità e fatto in

suo nome). Di tutto questo si alimenta la

vita fraterna e tutto ciò la manifesta. La

vita in comunione fraterna è la sola risposta

valida all’individualismo e all’egoismo,

alla violenza e all’ingiustizia.

• Insistere sulla semplicità, la frugalità e

la libertà interiore. Il consumismo ci

sta invadendo da tutte le parti e ho l’impressione

che sia più forte e distruttivo

nei vostri paesi, fino a poco tempo fa

dominati da sistemi totalitari. Potremmo

mettere sul tavolo molte delle sue

manifestazioni. Vi invito a farlo da voi.

È certo che come risposta a questa invasione

consumistica dobbiamo optare

per una vita semplice, frugale. Non possiamo

essere schiavi delle cose. Solo il

povero è veramente libero. Che cosa ci

viene chiesto in questo campo? Come

aiutare i fratelli a capire che oltre ad essere

Frati siamo anche Minori? Quanto

stiamo dicendo ha a che fare anche con

lo spirito di servizio che deve regnare

tra noi tutti, incominciando da noi Ministri,

come risposta alla sete di potere

e di dominio sugli altri e alla “politica”

che in molte occasioni si presenta per

ottenere questo potere. Solo chi è di-


sposto a servire, può ritenere con “diritto”

di essere il primo.

• Insistere sulla gratitudine della vita e del

servizio. Viviamo immersi in una cultura

utilitaristica e tecnocratica. Viviamo in

un mondo dove tutto si vende e tutto si

pretende di comperare. È la legge del

commercio. In questo contesto, le persone

facilmente sono apprezzate in rapporto

«alla loro immediata funzionalità»

(VC 104) sopravvalutando colui che porta

contributi ed emarginando chi non ne

porta. Questo criterio, spesso condiziona

le stesse scelte apostoliche. Si scelgono

quelle che “rendono” di più, dal punto di

vista economico e si lasciano altre che

non rendono tanto. Senza gratuità la vita

consacrata e la nostra vita di Frati Minori

non è compresa. Senza gratuità non si

può parlare di amore.

Viviamo in un momento nel quale solo

coloro che hanno optato decisamente per

un’autentica qualità della vita potranno

mantenersi. Ciò vale anche per voi, cari fratelli

delle Conferenze slaviche: solo la qualità

della vita potrà mantenervi sul cammino

iniziato. Solo qualità della vita potrà assicurarvi

la visibilità e la significatività nella società

mutevole nella quale anche voi vivete.

Per questo vi ripeto: migliorate la qualità

della vita e missione dei fratelli che vi sono

stati affidati.

Promuovete la collaborazione interprovinciale

e delle vostre Province con l’Ordine

Il futuro della vita consacrata e della nostra

stessa vita risiede nella collaborazione

interprovinciale (all’interno della medesima

Conferenza), delle Conferenze tra di loro e

di tutte le Entità con i Progetti dell’Ordine.

Sono tante e di tale importanza le sfide che

ci sono proposte oggi, che non possiamo andare

ciascuno per conto proprio. Vi ripeto

qui ciò che si è detto nella recente assemblea

dell’UFME: «non possiamo essere navigatori

solitari: non si arriva così all’altra sponda!».

«Non possiamo affrontare il futuro

nella dispersione» (RdC 30).

Nella situazione attuale, siamo chiamati a

collaborare, se vogliamo offrire una risposta

significativa e adatta alle sfide che ci si pre-

EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

347

sentano. Non possiamo continuare a vivere

chiusi dentro le mura delle nostre Province,

per “belle” che ci sembrino, preoccupati solo

di risolvere i nostri problemi. Chiudersi

oggi, significa optare per la morte.

In questo contesto desidero, una volta di

più, ringraziarvi per la collaborazione nei

progetti dell’Ordine, particolarmente nei

progetti missionari, ma desidero, anche, incoraggiarvi

a potenziare questa collaborazione.

Per questo considero come presupposti

essenziali quanto segue:

• Recuperare il nostro essere Fraternità.

Anche se suona come una ripetizione, e

suona male, sento la necessità di dirlo

ancora una volta: non siamo una federazione

di Province, siamo una Fraternità

che ha nella Provincia una delle sue

strutture fondamentali. Siamo una Fraternità.

Questa è la nostra “carta costituzionale”,

una carta che oltre ad esprimere

la nostra identità, esprime anche un

modo di lavorare nella Chiesa e nel mondo:

gli uni a fianco degli altri, gli uni

“volti” verso gli altri.

• Avere chiaro il senso di appartenenza all’Ordine.

Crescere nel senso di appartenenza

all’Ordine. Finché continuiamo a

pensare che fondamentalmente apparteniamo

ad una Provincia e solo in casi

straordinari siamo chiamati a dimostrare

la nostra appartenenza all’Ordine, non c’è

molto da fare nel campo della collaborazione.

All’inizio non era così e nemmeno

ora, io penso, dovrebbe essere così. Il Frate

entra a far parte della Fraternità universale

e, ordinariamente, vive e realizza la

sua vocazione in una Provincia.

• Discernere l’essenziale. Finché una Provincia

non entra in questa dinamica, troverà

sempre ragioni (o non-ragioni) per

non collaborare, soprattutto quando questa

collaborazione esige il “lasciare”

qualcosa di proprio.

Però, in quali ambiti siamo chiamati a

collaborare? Distinguo tra collaborazione

fra le vostre Province e la collaborazione

con l’Ordine. Per non dilungarmi troppo mi

limito a elencarli.

Fra le vostre Province. Vi chiedo che

prestiate attenzione alle Province “bisogno


348 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

se” di personale nella vostra zona. Penso alla

Provincia della Repubblica Ceca, il cui territorio

è uno dei più secolarizzati d’Europa,

e questo si ripercuote sul numero delle vocazioni.

Penso alla Fondazione di San Francesco

in Russia/Kazakistan, che sta lavorando

nella implantatio Ordinis e in un vasto campo

di attività apostoliche, con uno scarso numero

di Frati. Penso alla “presenza” bizantina

in Ucraina, bisognosa di personale e in

modo particolare di formatori. Penso alla

stessa Provincia di Zara che ha penuria di vocazioni,

ma un gran numero di presenze.

C’è un altro tipo di collaborazione che

credo, prima o poi, si imporrà ed è nella formazione

intellettuale. Per quanto tempo la

Polonia potrà mantenere cinque Centri di

studi? Perché in Croazia non si può pensare

ad una facoltà francescana? Personalmente

sono convinto che ne guadagnerebbe il

francescanesimo slavo e ciascuna delle Province

che lo formano. Vi invito a riflettere

seriamente e serenamente su questo.

Credo anche che sarebbe buona cosa una

collaborazione interprovinciale nell’ambito

della formazione, in modo particolare di

quella permanente. Esercizi spirituali per

diverse Province, corsi di formazione per

Guardiani, formatori, economi…

La collaborazione delle vostre Province

con l’Ordine la vedo, soprattutto, nei seguenti

campi: personale per le case dipendenti

dal Ministro generale, personale per i

progetti missionari dell’Ordine (abbiamo

urgente bisogno di personale per la Terra

Santa ed il Marocco) e personale per i Centri

di Studio e ricerca (abbiamo bisogno di

personale per la PUA, per la Commissione

Scotista e per il Collegio di San Bonaventura

a Grottaferrata). Parlando di questi Centri

penso specialmente alla Conferenza Sud

Slavica che ha scritto pagine veramente

gloriose nella Commissione Scotista e nella

Pontificia Accademia Mariana. Rinuncerete

a continuare a scrivere questa stessa

gloriosa storia? Si tratta di fare determinate

scelte. A volte dobbiamo rinunciare a qualcosa…

Una volta di più si tratta di una gerarchia

nelle nostre scelte.

Già da ora grazie per l’attenzione che

presterete a queste chiamate.

Alcune attenzioni particolari

Guardando alla vostra realtà, che certamente

non mi è sconosciuta, credo che dovete

prestare attenzione ad alcuni aspetti

importanti per la crescita nella fedeltà creativa,

così come ci è richiesto dalla Chiesa

oggi (cfr. VC 37).

La formazione permanente. Lo abbiamo

detto molte volte, ma è necessario continuare

a ripeterlo: senza formazione permanente

non si può parlare di formazione iniziale.

Senza formazione permanente formeremo,

a volte, i frati all’osservanza, ma essa

salterà appena essi si sentiranno “sicuri”.

Nelle vostre zone ho sentito questa frase

che tanto mi ha fatto riflettere: “oggi facciamo

ciò che ci dicono, domani faremo ciò

che fanno”. Abbiamo una grossa responsabilità

di fronte al presente e al futuro della

nostra vita e missione e della vita e missione

di coloro che verranno dopo. Che cosa

stiamo facendo a livello di formazione permanente,

in modo che questa sia un vero

processo di conversione e motore della

“rifondazione”?

La formazione iniziale. Il Signore, dentro

la crisi generale che stiamo vivendo,

continua a benedire la maggior parte delle

vostre Entità con un buon numero di vocazioni.

Questa è una grazia, ma anche una responsabilità.

È un dono che bisogna saper

accogliere, accompagnare, formare correttamente.

Sento la necessità di insistere sull’accompagnamento

personalizzato. L’accompagnamento

non garantisce tutto, ma

senza di esso il terreno è abbandonato a

qualche sorpresa. D’altra parte l’accompagnamento

è fondamentale se vogliamo formare

alla fedeltà e non solo all’osservanza e

alla disciplina. In questo contesto vi chiedo

che prestiate molta attenzione alla formazione

di formatori, accompagnatori e testimoni,

e non solo di maestri.

L’evangelizzazione. Siamo stati chiamati

per andare e testimoniare che solo Lui

è l’Onnipotente. Nel campo dell’evangelizzazione

quello che fate è molto e buono.

Così mi hanno detto molti dei Vescovi che

ho incontrato durante le mie visite fraterne

alle vostre Province. Però, anche qui non

basta continuare a fare ciò che facciamo.


Dobbiamo essere creativi. Dobbiamo

aprirci a nuove forme di evangelizzazione

che possano anche corrispondere meglio

alla nostra forma di vita in fraternità. Perché

non ci chiediamo con serietà e serenità,

in atteggiamento di vero discernimento,

che cosa ci stanno chiedendo la

Chiesa e la società attuale, per prendere le

decisione opportune? Nel campo dell’Evangelizzazione

dovete prestare particolare

attenzione al dialogo ecumenico e interreligioso.

È questa una esigenza del nostro

essere Frati Minori. È una esigenza soprattutto

per chi vive, come alcuni di voi, in un

paese caratterizzato da altre confessioni

cristiane e altre religioni.

L’economia. È questo un aspetto che ha

molto a che vedere con la nostra vita giacché,

come sappiamo per esperienza, molti

dei problemi, anche vocazionali, incominciano

dall’economia. Questa è francescana

solo se è trasparente, solidale e austera. Come

stiamo in questo ambito? Non credete

che se ci fosse più trasparenza, più solidarietà

e più austerità avremmo il necessario,

e più, per la nostra vita e missione?

Conclusione

Cari fratelli Ministri di queste Conferenze

Slaviche. Sono cosciente che la vostra

missione in questi momenti non sia per

niente facile. Conosco alcune delle situazioni

nelle quali vi trovate che sono certamente

difficili. D’altra parte so che se cercherete

di portare a termine tutto quello che

vi ho detto e a cui ho accennato, molti vi rifiuteranno.

Questa è una situazione che, anche

se nessuno lo desidera, senza dubbio

dobbiamo essere pronti ad affrontare. Ed è

meglio il rifiuto perché si è cercato di fare

qualcosa nella giusta direzione, che l’applauso

perché si è detto di sì a tutti.

Nella vostra missione contate sulla vicinanza

del Definitorio e mia personale.

Per il vostro lavoro in favore dei fratelli

contate, anche, sulla nostra gratitudine. E

che in tutto vi accompagni la benedizione

del Signore.

EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

FR. JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO, OFM

Ministro generale

349

12. Aos Irmãos da Guiné-Bissau por

ocasião da erecção da Custódia

Bissau, Guiné-Bissau, 07.12.2005

Muito amados Irmãos

da Custódia da Guiné-Bissau,

Vim de Roma até a Guiné-Bissau no

exercício do serviço de animação fraterna

que me foi confiado pelo Capítulo Geral e

para testemunhar e reconhecer publicamente,

em nome da Fraternidade Universal da

Ordem, o estado actual de crescimento e

maturidade da vossa Entidade que, de Fundação

passa à Custodia. Com grande afecto

e carinho, com o coração transbordante de

alegria e de esperança, dirijo a todos vós e a

cada um dos Irmãos que aqui vive e testemunha

a nossa vocação e missão franciscana,

a minha saudação fraterna: O Senhor

vos dê a Paz!

A Erecção da Custódia Franciscana em

terras da Guiné-Bissau é para todos nós um

momento de graça e de grande júbilo, mas

também uma grande responsabilidade e desafio.

Ela assinala um importante ponto de

chegada mas também um significativo ponto

de partida no processo histórico de crescimento

e maturidade da vossa jovem Entidade.

Com a celebração deste acto, assinalamos

oficialmente a feliz conclusão de uma

etapa importantíssima no longo e trabalhoso

processo histórico da implantação da Ordem

e do Carisma Franciscano na Guiné-

Bissau. Esta fase durou 70 anos e nela se reconhecem

três momentos significativos de

evolução e maturidade.

O primeiro momento foi iniciado há precisamente

70 anos com a chegada do primeiro

grupo de missionários franciscanos

vindos da Província Portuguesa dos Santos

Mártires de Marrocos para fundar a Missão

da Guiné. Deste grupo pioneiro recordamos

de modo muito especial a figura dinâmica e

incansável de Frei Pedro do Araújo que, à

frente dos seus Irmãos, desbravou o mato,

transpôs rios e lançou-se na evangelização

deste Povo, chegando às suas aldeias, aos

seus arrozais e navegando nas suas pirogas.

O segundo momento inaugurado, há

precisamente 50 anos, viu chegar uma


350 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

Equipe dinâmica de Irmãos missionários enviados

da Província de Santo Antônio de Veneza

para a Fundação Franciscana da Guiné.

Deste grupo distingue-se a energia carismática

e o génio organizador de Frei Settimio

Ferrazzetta, depois justamente nomeado primeiro

Bispo da Igreja da Guiné-Bissau. Foi

a fase do lançamento de fundamentos e da

estruturação material e espiritual da Igreja e

da Ordem na Guiné-Bissau.

Durante muito tempo as duas torrentes

da única Missão franciscana correram, paralelamente,

como realidades separadas e

dependentes das suas Províncias de origem.

Não faltaram, certamente, entre as

duas partes, importantes momentos de frutuosa

colaboração, sobretudo no campo de

formação dos jovens candidatos locais à

Ordem. Também não terão faltado momentos

de uma certa rivalidade e compreensível

concorrência entre vós no campo do

trabalho. O Senhor, porém, serviu-se também

desta mediação humana para oferecer

à Igreja e à Sociedade Guineense serviços

de qualidade na ordem da formação, da

educação escolar, da saúde, da assistência

social, etc.

O terceiro momento desta fase começou

quando o Senhor se dignou dar-nos a graça

dos Irmãos locais, filhos desta terra da Guiné-Bissau.

O mesmo Senhor ensinou-vos

como devíeis viver e testemunhar o Santo

Evangelho em estreita colaboração fraterna

entre as duas realidades missionárias. Com

efeito, a chegada dos jovens Irmãos nativos

da Guiné-Bissau introduziu mudanças profundas

na consciência e no modo de presença

e testemunho franciscano na Guiné,

obrigando as duas partes a uma colaboração

mais estreita. Os frutos disso não se fizeram

esperar. Hoje já temos um bom grupo de

Irmãos guineenses e numerosas vocações,

que justificam o paço que estamos a dar,

pois são a garantia da continuidade e do

crescimento da Ordem no futuro deste País.

A Erecção da Custódia, hoje, inicia uma

fase completamente nova na história da presença

e testemunho franciscano nesta Igreja

e nesta Sociedade. As diferentes torrentes

unem-se para formar uma única Entidade, a

Custódia da Guiné-Bissau, que integra har-

moniosamente Irmãos de diferentes origens

e culturas, numa fraternidade inter provincial,

inter cultural e internacional.

A nova situação coloca-vos sérios desafios

a que tereis de responder com coragem

e determinação se quereis ser testemunhas

fiéis do Evangelho e do Carisma Franciscano

na Sociedade guineense. Recordamos

apenas alguns de entre os muitos desafios

que tentes em frente:

1. Ser sinal de unidade e colaboração fraterna

que ultrapasse as vossas diferenças

de origem nacional, provincial, cultural,

linguística e étnica. Pois a sociedade guineense

confrontada com rivalidades étnicas,

regionais e partidárias, por vezes,

politicamente manipuladas, necessita de

ver nos Irmãos de São Francisco o sinal

profético da fraternidade universal reconciliada

e pacificada. Esta unidade,

inspirada num projecto comum da Custódia,

deve tornar-se visível em todos os

aspectos da vida e actividade dos frades

e das fraternidades. Deve traduzir-se em

um projecto comum de vida fraterna;

uma economia unificada de comunhão

de bens, partilha e solidariedade fraterna

e respeito recíproco, evitando tudo o que

pode favorecer complexos de superioridade

e de inferioridade entre os irmãos.

2. Construir uma Fraternidade Custodial

aberta à comunhão e colaboração com a

Ordem, quer a nível universal quer a nível

regional ou da Conferência. Deveis

resistir à tentação de fechar-vos em vós

mesmos e ficar isolados do resto da Ordem,

devido à língua e às distâncias. Encorajamo-vos

a participar nos programas

e encontros tanto da Ordem como da

Conferência. De outra parte, deveis trabalhar

no sentido de construir uma verdadeira

fraternidade entre os Irmãos provenientes

da Europa e os Irmãos nativos

da Guiné Bissau. No nosso mundo dividido,

este é um testemunho que eu não

duvidaria em chamar profética.

3. Trabalhar para uma sólida formação humana,

intelectual, espiritual e franciscana

dos Irmãos para garantir boa qualidade

de vida e de testemunho evangélico

segundo o carisma de São Francisco e


prepará-los a serem capazes de encontrar

repostas novas para os novos desafios

que a sociedade e a Igreja da Guiné vos

colocam hoje. A vossa presença na Guiné

Bissau será aquilo que for a formação.

4. Dar prioridade à formação Permanente

que é o “húmus” e a condição necessária

para uma formação inicial credível e frutuosa.

Encorajamos a continuar com o

programa que tendes de dar formação

adequada aos jovens Irmãos que poderão

ser chamados a assumir a formação na

Custódia.

5. Trabalhar no sentido de prever o futuro

da Entidade quanto à sua subsistência

econômica. Pois a maturidade de uma

Entidade é também medida pela sua capacidade

de responder economicamente

às suas necessidades mais ordinárias.

6. Preparar as condições para acolher e cuidar

com dignidade os irmãos idosos e

enfermos. Hoje os irmãos locais são jovens

e robustos, mas amanhã, alguns

serão cansados, velhos e enfermos, terão

necessidades de encontrar acolhimento e

cuidados condignos.

7. Realizar a tradução fiel do carisma e dos

valores franciscanos segundo a índole e

os valores autênticos da cultura e das sãs

tradições guineenses.

8. Penso que seja chegado o tempo de parar,

ao menos por um certo tempo a construção

de novas estruturas de modo a fazer-se

todo o possível para reforçar as estruturas

pessoais. Desta depende

verdadeiramente o futuro desta nossa

Custódia na Guiné Bissau.

O nascimento da vossa Entidade tem lugar

neste ano que iniciamos as celebrações

do VIII Centenário da Fundação da Ordem

e do carisma Franciscano. Tendes diante

dos olhos o modelo do jovem Francisco no

início da sua caminhada espiritual. Este

tempo favorável da celebração da graça das

origens há de ser uma fonte de inspiração,

um forte apelo à conversão e à renovação

espiritual a nível pessoal, comunitário e estrutural

na vossa jovem Entidade. Durante

este período da refundação da Ordem, todos

nós somos chamados:

EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

351

• a voltar às origens e a alicerçar a nossa

vida, vocação e missão no essencial do

nosso carisma e espiritualidade franciscana;

• a confrontar o nosso modo de ser e de viver,

bem como a nossa maneira de realizar

a missão hoje, com o espírito de São

Francisco e com as exigências do seu

projecto de vida evangélica expresso na

Regra e nas Constituições que prometemos

observar fielmente no dia da nossa

profissão;

• a operar o processo da refundação da Ordem

apoiados nas prioridades definidas

pelo Capítulo Geral 2003.

Caríssimos Irmãos, concluo minhas palavras,

reiterando a minha mais sincera e

cordial felicitação ao novo Governo da

Custódia e a todos vós. Tanto eu, Ministro,

como o Definitório Geral estaremos muito

próximos de vós para vos ajudar em tudo o

que pudermos e em tudo o que necessitais.

Coragem, esta é a vossa hora de fazer grata

memória do passado, para viver com paixão

o presente e abrir-vos com confiança ao futuro.

Novamente agradeço às Províncias de

Portugal e de Veneza por tudo o que têm feito

na Guiné e tudo o que continuarão a fazer

por esta jovem Entidade.

Confio-vos à protecção da Bem-aventurada

Virgem Maria, Mãe da Igreja e Mãe da

Ordem Franciscana.

Sobre todos invoco a bênção do Seráfico

Pai São Francisco.

FR. JOSÉ RIDRÍGUEZ CARBALLO, OFM

Ministro geral

13. Carta con ocasión de la solemnidad

del Nacimiento de nuestro Señor Jesucristo

2005

HOY OS HA NACIDO UN SALVADOR

“Sapientia Altissimi, fortiter suaviterque disponens

omnia: veni ad docendum nos viam prudentiae”

(Alleluia pro feriis Adventus, die 17

mensis decembris)


352 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

A todos los Hermanos y Hermanas:

Paz y Bien!

En la noche santa del nacimiento de Jesús,

el ángel del Señor nos trajo un evangelio,

que era una gran alegría para todo el

pueblo: “hoy os ha nacido un Salvador, el

Mesías, el Señor” (cf Lc 2, 11).

Hoy la Historia –la del hombre con Dios,

la de Dios con el hombre- ha llegado a plenitud,

porque la Palabra de Dios, la Palabra

que todo lo ilumina, se hizo carne y plantó

su tienda entre nosotros (cf Jn 1, 24), y amaneció

para todos la Luz sin ocaso, el Sol de

justicia, el Día de la salvación.

Hoy, con Cristo, apareció la benignidad

de Dios (cf Tit 2, 11), la misericordia salió

al encuentro de los míseros, la pureza se

ofreció a los manchados, la gracia amaneció

para los pecadores.

Hoy, en Cristo, la lealtad y la fidelidad se

han encontrado, la justicia y la paz se han

besado, la fidelidad ha brotado de la tierra y

la justicia ha bajado a nosotros desde el cielo

(cf Sal 85).

En verdad, nace Jesús y reina nuestro

Dios, nace para nosotros un niño y nos llega

con él la alegría, se nos da un hijo y él es

nuestra paz, nuestro bien, nuestra salvación

(cf Is 52, 7).

Hoy, en Cristo, se ha revelado la victoria

de nuestro Dios y la pueden contemplar todos

los confines de la tierra (cf Sal 98, 3).

Hoy también nosotros contemplamos el

misterio de la Palabra hecha carne, Palabra

eterna del Padre, que estaba junto a Dios y

que puso su tienda entre nosotros; hoy hemos

visto su gloria, gloria de Hijo único del Padre,

lleno de gracia y de verdad (cf Jn 8, 14).

Todo lo que el hombre en su finitud había

podido pedir con su oración, todo lo que

Dios en su magnificencia le hubiese podido

dar, todo se halló cumplido por la encarnación

del Hijo de Dios, pues la salvación que

hasta entonces la fe esperaba, porque le había

sido prometida, es ahora salvación que

la fe abraza, porque ha sido ya realizada.

Navidad, un misterio para discernir

la verdad del rostro de Dios

Una tentación constante para el hombre,

tentación nacida de la soberbia espiritual,

ha sido la de fabricar ídolos de Dios, en los

que proyectamos las fantasías de nuestro

deseo de grandeza. Ese dios ídolo, obra de

nuestras manos, que sabe todo lo que nosotros

pretendemos saber, y puede todo lo que

nosotros deseamos poder, es necesariamente

nuestro rival, pues él solo ocupa enteramente

el lugar que todos queremos ocupar.

Y al mismo tiempo que nos postramos ante

ese rival y nos hacemos sus adoradores,

descubrimos que somos también sus naturales

imitadores, pues en realidad lo hemos

fabricado a nuestra imagen y semejanza. De

ahí que, desde el principio mismo de nuestras

idolatrías, experimentamos que somos

rivales, no sólo de un remedo de divinidad,

sino también unos de otros, todos de todos,

pues todos queremos ocupar el lugar del

ídolo que hemos fabricado.

Pero viene en ayuda de nuestra debilidad

la gracia del Señor. En efecto, el misterio

que contemplamos en la celebración litúrgica

de la santa Navidad, permite que nos

acerquemos con discernimiento a la verdad

del rostro de Dios.

Delante de nuestros ojos está sólo un niño,

la debilidad de un niño, la verdad de un

niño, algo tan cercano y tan pequeño que

podemos envolverlo en la ternura de una

mirada, y, sin embargo, ese niño es también

para nosotros la verdad de Dios, ese niño es

para nuestra fe «el esplendor de la gloria

eterna [...] y espejo sin mancha» (4CtaCl

14), ese niño es «aquel cuya belleza admiran

sin cesar todos los bienaventurados

ejércitos celestiales, cuyo amor [...], cuya

visión gloriosa hará dichosos a todos los

ciudadanos de la Jerusalén celestial» (cf

4CtaCl 10-13).

En la noche santa, el ángel del Señor dijo

a los pastores: «Encontraréis un niño envuelto

en pañales y acostado en un pesebre»

(cf Lc 2, 12). Y nosotros, como aquellos pastores,

encontramos un niño, un hombre hijo

de hombre, un verbo humano, que es casi

siempre silencio y por veces llanto. Y, sin

embargo, delante de los ojos de nuestra fe está

«el Verbo de Dios, Dios Hijo de Dios» (cf

León Magno, Tratado XXI, 2).

Delante de nuestros ojos está la humildad

del hombre, y nuestra fe contempla la


majestad de Dios. Vemos sólo la debilidad

de un niño y en la fe adoramos la fuerza de

Dios. En este niño el amor ha unido el tiempo

con la eternidad, la naturaleza impasible

de Dios con la naturaleza pasible del hombre

(cf León Magno Tratado XXI, 2).

Dios, nuestro Dios, no se presenta como

el rival a quien hemos de temer, sino como

el pequeño a quien hemos de cuidar y el

hermano a quien hemos de amar.

Navidad, un misterio para discernir

la verdad del rostro del hombre

Tentación seductora ha sido para el hombre,

desde el principio, la de ser como Dios,

y no precisamente como el Dios creador,

que es siempre amor fuente de vida, sino

como el ídolo de Dios, criatura del hombre,

sujeto de un poder caprichoso que es sólo

fuente de muerte. Desde el principio pretendemos

levantar torres que lleguen hasta

el cielo. Desde el principio huimos de nosotros

mismos.

Ahora, el misterio de la santa Navidad

pone delante de nuestros ojos el rostro de un

hombre nuevo para una nueva creación.

Obedeciendo el mandato del ángel del

Señor, fuimos con los pastores a Belén, y encontramos

a María y a José, y al niño acostado

en el pesebre (Lc 2, 16). Y allí aprendimos

los sentimientos de Cristo: allí se anula toda

vanidad y desaparece toda rivalidad; allí se

recrea en la pobreza la humildad, en la humildad

la alegría, en la alegría la alabanza;

allí se hacen huéspedes de nuestra casa el

consuelo del amor, la compasión entrañable,

la comunión en el Espíritu.

A toda prisa fuimos a Belén y hallamos a

nuestro Salvador, al Mesías, al Señor, y sentimos

sobre la faz de la tierra el vuelo de la

paz que se nos ofrecía desde el cielo. ¡Misterio

inefable de la divina sabiduría!: el Señor

ha venido para servir; el Mesías ha sido

ungido por el Espíritu para sanar y liberar;

el Salvador ha nacido niño para atraernos a

sí y reconciliarnos con nuestra pequeñez; la

Palabra de Dios se hizo hombre para que los

hombres volvamos a nuestro hacedor y reconozcamos

al que nos ha dado la vida, para

que seamos libres los que éramos escla-

EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

353

vos, y nos veamos enaltecidos a la condición

de hijos de Dios los que, por nuestra

desobediencia, nos habíamos alejado como

extraños de su casa (Cf. Leon Magno, Tratado

XXV, 5).

En la noche santa fuimos a Belén, y la

gracia nos abrió los ojos de la mente para

que conociésemos el misterio de un nuevo

nacimiento: la humanidad de la que el hombre

se había ausentado envidioso de Dios,

Dios, en Cristo Jesús, la había abrazado

enamorado del hombre (cf Fil 2, 6-7).

En la noche santa de Navidad, contemplando

a Dios pequeño y pobre, aprendimos

a reconocerle en todos los pequeños y en todos

los pobres de la humanidad, y la ternura

de nuestro afecto por el Niño de Belén, se

nos hizo en las manos pan para los hambrientos,

vestido para el desnudo, cercanía

para el enfermo, compasión para el encarcelado,

ayuda para el necesitado.

Navidad, un misterio para discernir

la verdad de nuestra forma de vida

Quienes por la profesión hicimos entrega

de nuestra vida a Dios sumamente amado,

y nos pusimos en camino, bajo la acción

del Espíritu Santo, para seguir más de cerca

a Jesucristo nuestro Señor, necesitamos vivir

atentos a las diversas mediaciones en las

que se nos manifiesta la voluntad de Dios,

si es que queremos responder con fidelidad

a la llamada que de Dios hemos recibido.

Así, en discernimiento, vivió desde su

conversión el hermano Francisco de Asís;

así, en discernimiento, nos sentimos llamados

a vivir nosotros, especialmente en este

primer año de preparación al VIII Centenario

de la fundación de nuestra Orden, pues,

como el hermano y padre Francisco, también

nosotros queremos llevar una vida radicalmente

evangélica.

Mediación luminosa para el conocimiento

de la divina voluntad fue para Francisco,

y está llamada a serlo también para nosotros,

la Palabra de Dios, muy particularmente la

que es proclamada en las celebraciones litúrgicas

de la comunidad eclesial.

A todos vosotros, mis hermanos, quiero

hacer llegar unas palabras de nuestro seráfico

padre, en las que ha quedado reflejado su


354 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

amor a la Palabra del Señor: «Y porque el

que es de Dios escucha las palabras de

Dios (cf. Jn 8, 47), nosotros [...], debemos,

no sólo escuchar y hacer lo que dice Dios,

sino también custodiar [...] y los libros litúrgicos

que contienen las santas palabras,

para que en nosotros vaya calando la celsitud

de nuestro Creador y él vaya percibiendo

nuestra sumisión. Por eso, amonesto a

todos mis hermanos y les animo en Cristo a

que, dondequiera que encuentren las palabras

de Dios escritas, las veneren como mejor

puedan [...], honrando al Señor en las

palabras que él pronunció (cf. 1 Re 2, 4).

Pues son muchas las cosas que se santifican

por medio de la palabra de Dios (cf. 1

Tim 4, 5) y en virtud de las palabras de

Cristo se realiza el sacramento del altar.»

(Carta a la Orden 34-37).

La palabra de Dios, proclamada en la

Eucaristía –en toda celebración litúrgica- y

acogida en la fe, es la primera, fundamental

y necesaria forma de nuestra comunión con

Cristo el Señor. No podremos comulgar, comiendo

el cuerpo del Señor, si antes no hemos

comulgado creyendo la palabra del Señor:

No desearemos su cuerpo, si no deseamos

su palabra; no recibiremos su cuerpo,

si no escuchamos su palabra. ¡Palabra de

Dios acogida, palabra que llena de gozo el

corazón, palabra que suscita el canto, palabra

que se nos vuelve en lo más íntimo de

nosotros mismos diálogo de amor con el

Amor, palabra que busca la plenitud de su

verdad en nosotros por la comunión sacramental

al cuerpo del Señor!

Esa Palabra, en la que Dios se nos entrega,

también lleva en su entraña noticia del

Ungido de Dios, del Mesías Jesús, pues él

nos habla en toda la Escritura, de él habla la

Escritura, y él es la Palabra que estaba junto

a Dios y que se hizo carne y habitó entre

nosotros.

De ahí que no sólo nos sentimos interpelados

por la Palabra que se proclama, sino

que también contemplamos, para

aprender y discernir, los misterios de la Palabra

encarnada. Y así, en este tiempo de

gracia de la santa Navidad, fijamos los

ojos de la fe en este niño que ha nacido para

nosotros, en este hijo que se nos ha dado

Y, siguiendo en esto nosotros el ejemplo

de la bienaventura Virgen María, «la

madre de toda bondad» (cf Tomás de Celano,

Vida primera, 21), queremos guardar

todas estas cosas, meditándolas en nuestro

corazón (Lc 2, 19).

Conclusión

Que todos y cada uno de los hermanos

llevemos en el corazón la oración de la Iglesia

que vive en actitud permanente de adviento:

«Oh Sabiduría, ven y muéstranos el

camino de la salvación».

Que a todos os ilumine la luz de Cristo.

Que a todos os alcance la bendición que es

Cristo. ¡FELIZ NAVIDAD!

Roma, 8 de Diciembre de 2005,

solemnidad de la Inmaculada Concepción

FR. JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO OFM

Ministro general


VERSUS CAPITULUM GENERALE

EXTRAORDINARIUM

1. In cammino verso il Capitolo generale

straordinario

“La vocazione dell’Ordine oggi”

Un testo di ieri per l’oggi

Lettera del Ministro generale

Carissimi Ministri, Custodi

e Fratelli tutti:

il Signore vi dia Pace!

Come ho scritto recentemente, nella presentazione

de «La grazia delle origini»,

avremo l’opportunità di celebrare l’ottavo

centenario della fondazione del nostro Ordine.

Per prepararci a questo grande evento,

nel 2006 si svolgerà ad Assisi il Capitolo

generale straordinario, in cui inizieremo un

cammino di discernimento e di rinnovamento

dell’Ordine, che è uno degli scopi di

questa celebrazione.

Il Definitorio generale ha nominato una

Commissione per la preparazione del Capitolo

generale straordinario, i cui membri sono:

Fr. Francesco Bravi, Vicario generale,

Fr. Ambrogio Van Si Nguyen, Definitore

generale, Fr. Thaddée Matura, Fr. Hermann

Schalück, Fr. Giacomo Bini e Fr. José M.

Arregui. Questa ha proposto che tutte le

Fraternità dell’Ordine leggano e approfondiscano

la Dichiarazione del Capitolo generale

di Madrid (1973): La vocazione dell’Ordine

oggi. Pertanto ve la inviamo come

guida di lavoro in modo da lasciarci coinvolgere

nella preparazione alla celebrazione

del Capitolo generale.

Poiché è importante il lavoro e il coinvolgimento

di tutte le Entità e di tutti i Frati

dell’Ordine, chiedo ai Ministri e ai Custodi

di:

• far pervenire una copia di questo testo

ad ogni Frate della rispettiva Entità;

• stimolare i Frati a leggere e ad approfondire

il testo personalmente e in Fraternità;

• esortare i Frati a rispondere in modo comunitario

alle domande che vengono offerte

come aiuto ulteriore;

• chiedere che le risposte delle Fraternità

siano inviate alla Curia provinciale/custodiale,

perché questa le sintetizzi, in

non più di tre cartelle, e le faccia pervenire

alla Segreteria del Capitolo generale,

presso la Curia generale, entro il mese

di agosto 2005.

Tanto la Commissione per la preparazione

del Capitolo generale come il Definitorio

generale sono convinti che il testo proposto

per lo studio e l’approfondimento,

sebbene sia del 1973, conservi tuttora vigore

e attualità. Personalmente penso che la

lettura, l’approfondimento e la meditazione

della Dichiarazione del Capitolo generale

di Madrid, La Vocazione dell’Ordine oggi,

possa esserci di grande aiuto per il rinnovamento

che ci attendiamo con il Capitolo generale

e con la celebrazione dell’ottavo centenario

dell’approvazione dell’Ordine.

Ringrazio ancora una volta i Ministri e i

Custodi per il loro servizio di animazione

dei Frati. Ringrazio anche tutti i Frati dell’Ordine

per l’impegno nel cercare di «dare

sempre più qualità» alla loro vocazione di

Frati Minori.

Roma, 1 gennaio 2005

FR. JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO, OFM

Ministro generale

Presentazione della Dichiarazione«La vocazione

dell’Ordine oggi»

Chiamati ad attualizzare continuamente

la nostra forma di vita, riproponiamo oggi


356 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

ai Frati la Dichiarazione del Capitolo generale

del 1973, «La Vocazione dell’Ordine

oggi».

L’Ordine dei Frati Minori, accogliendo

l’invito del Concilio Vaticano II, che auspicava

per tutti i religiosi il «continuo ritorno

alle fonti... e l’adattamento alle mutate condizioni

dei tempi» (Perfectae Caritatis 2),

diede inizio a questo processo di rinnovamento.

Venne quindi intrapreso quel lungo

ed impegnativo cammino di riflessione, sostenuto

da numerose ricerche storiche, teologiche

e spirituali sulle origini, e da esperienze

concrete di rinnovamento, che portò

anche a decisioni legislative. Fu così che,

due anni dopo il Concilio, nel Capitolo del

1967, si lavorò a lungo sulle Costituzioni

generali per adattarle alle prospettive aperte

dal Concilio stesso, mentre sei anni più

tardi, nel 1973, il Capitolo generale di Madrid

volle presentare, sotto forma di Dichiarazione,

redatta in forma moderna, semplice

e accessibile, una visione dell’identità

francescana nel cuore del mondo contemporaneo.

Ne risultò, in linea con i documenti

conciliari, una sintesi entusiasta di scoperte,

proposte, interrogativi ed esperienze,

venute dal passato e situate nel presente.

L’accoglienza riservata dall’Ordine a questa

dichiarazione fu molto positiva: fu un’ispirazione

per molti Frati e il documento

base per la formazione dei giovani.

I temi fondamentali che la Dichiarazione

affronta furono ripresi in seguito da diversi

Capitoli, documenti dei Ministri generali

e dalle Commissioni che si sono succedute

nel corso degli anni. Redatta nel

fervore conciliare, essa mantiene un tono di

speranza, invita tutti a un serio esame di coscienza

e resta un documento incoraggiante

e ottimista.

Per preparare l’ottavo centenario (1209-

2009) dell’approvazione della Forma vitae,

ci è sembrato che rivisitare questo testo potesse

stimolare la riflessione di tutti i Frati

sulla rifondazione – la riattualizzazione –

del progetto evangelico, che la Regola propose

e che la Dichiarazione, su invito del

Concilio, ha adattato ai tempi presenti. Il riprenderne

la lettura trent’anni dopo, personalmente

e in Fraternità, non sarà quindi un

gesto nostalgico, ma un confronto con l’oggi.

• Che fine hanno fatto le prospettive aperte

da questo testo?

• Di ciò che è stato proposto che cosa è ancora

attuale per ciascuno di noi?

• Come rispondere oggi alle provocazioni

della Dichiarazione? Come passare dalla

teoria alla prassi? Con quali decisioni,

gesti, passi nuovi e inediti?

• Si trovano nel testo dei punti o delle sottolineature

oggi superati?

• Ci troviamo di fronte a situazioni e sfide

nuove sulle quali la Dichiarazione tace?

• In un momento di grandi trasformazioni

e di crisi delle nostre Entità, quale speranza

custodiamo e quale speranza proponiamo

al popolo cristiano?

Roma, 11.12.2004

La Commissione «Forma Vitae»

LA VOCAZIONE DELL’ORDINE OGGI

Dichiarazione del Capitolo generale

di Madrid/1973

Presentazione

1. Uomini del nostro tempo e consacrati

a Dio, anche noi frati minori, ci sentiamo da

più parti interpellati sul senso della nostra

scelta di vita e sul carattere specifico della

vocazione del nostro Ordine oggi.

Innanzitutto è Cristo che ci chiama a vivere

il Vangelo oggi, nella trama di questo

nostro tempo.

È la Chiesa, che con la lettera inviata dal

Papa Paolo VI al nostro Capitolo generale,

ci rivolge questa domanda: «qual è il vostro

compito nella Chiesa, qual è la vostra vocazione

specifica nel mondo di oggi?».

È il mondo stesso nel quale viviamo,

che, agitato da varie tensioni, e insieme pieno

di simpatia per san Francesco, si rivolge

a noi, ci domanda chi siamo e in che modo

possiamo aiutarlo.

Ma, in fondo, siamo noi stessi, radunati

in Capitolo per sottoporre a verifica le nostre

Costituzioni generali, che, come del resto

altre volte è stato fatto nella storia della

nostra famiglia, ricerchiamo la nostra iden-


VERSUS CAPITULUM GENERALE EXTRAORDINARIUM

tità e il carattere specifico della nostra vocazione

oggi.

2. A queste domande noi vorremmo dare

una risposta sincera con questa dichiarazione.

Essa non vuole essere né una esposizione

di tutti gli elementi costitutivi della vita

francescana, né un documento spirituale, e

ancora meno un trattato teologico. Piuttosto

essa si propone di riprendere alcuni elementi

essenziali di ciò che è stato detto sulla

vocazione francescana, di esprimerli in

una maniera sintetica e incisiva e, in tal modo,

presentarli come una affermazione di alcuni

valori, propri della vocazione dell’Ordine,

che a noi sembrano oggi particolarmente

significativi. Tale dichiarazione

vuole, nello stesso tempo, tenere conto dei

nuovi problemi che sono sorti in questi ultimi

tempi e alla loro luce precisare certe

scelte già fatte. Essa è un invito pressante a

incarnare nella nostra vita concreta, con degli

impegni precisi, i temi sui quali si è già

realizzato nell’Ordine un consenso generale.

Questa dichiarazione non vuole restare

lettera morta. Ogni provincia, tenendo conto

anche della relazione del Ministro generale

«sullo stato dell’Ordine», si dovrà sforzare

di sottoporla alla riflessione dei fratelli,

onde arrivare a concretizzare qualcuno

dei punti che in essa sono particolarmente

sottolineati.

Introduzione

3. Frati minori, noi esprimiamo innanzitutto

la nostra fiducia nel carisma un tempo

dato a Francesco d’Assisi e riconosciuto

dalla Chiesa: carisma che a tutt’oggi è vivo

e attuale come ne fanno fede tante voci dentro

e fuori il cristianesimo. Docili a questo

carisma di Francesco, che ha saputo cogliere

le aspirazioni profonde del suo tempo,

anche noi siamo spinti a guardare con attenzione

il mondo nel quale viviamo e ad

ascoltare le richieste e le contestazioni che

ci vengono rivolte dai nostri fratelli. Noi

dobbiamo la nostra esistenza come fraternità

all’esperienza storica di Francesco e

del suo Ordine e intendiamo restare a lui fedeli.

Accogliendo nella fede il Vangelo del

Signore, Francesco ha avuto coscienza di

essere inviato al mondo con i suoi fratelli,

357

per testimoniare con la sua scelta di vita e

per proclamare con la parola la conversione

al Vangelo, la venuta del Regno di Dio e la

manifestazione del suo amore in mezzo agli

uomini. La coscienza di questa missione

dava a lui dinamismo spirituale, mobilità,

audacia nell’inventiva, e lo spingeva in

mezzo agli uomini, cristiani o no, per condividere

con essi, nella loro situazione concreta,

la sempre giovane e gioiosa Buona

Novella. L’invito, rivolto un tempo a questo

uomo, ci riguarda e ci interpella anche oggi:

tocca a noi coglierlo e viverlo, nella certezza

di rispondere così alle attese e ai bisogni

degli uomini del nostro tempo.

4. Noi riconosciamo la differenza che

esiste tra la figura di Francesco e noi che a

lui ci richiamiamo, tra ciò che noi proponiamo

come progetto e la realtà concreta del

nostro Ordine. La crisi del mondo e della

Chiesa che ci coinvolge, la realtà attuale

dell’Ordine (numerose defezioni di fratelli,

invecchiamento della nostra fraternità, crisi

di fiducia nella nostra vocazione, come ha

sottolineato anche il Ministro generale nella

sua relazione «sullo stato dell’Ordine»),

ma soprattutto la nostra volontà di voler essere

fedeli al Vangelo, ci spingono oggi a ricominciare

da capo, anzi esigono da noi una

più profonda conversione di cuore. La situazione

richiede da noi rinnovamento nella

fede, inventiva, coraggio, accettazione di

rischi e nuove e pronte decisioni. Nonostante

la nostra fragilità, noi vogliamo impegnarci

in questa via, e per questo indichiamo

i punti che a noi sembrano imporsi

con maggiore forza.

1. Vangelo e la fede

5. Al centro della vita francescana, come

appare evidente dagli scritti di Francesco e

da altri testi, c’è un’esperienza di fede in

Dio, realizzata nell’incontro personale con

Gesù Cristo. Tutto il progetto evangelico,

sotto qualunque aspetto lo si consideri (preghiera,

fraternità, povertà, presenza in mezzo

agli uomini), rinvia costantemente alla

fede. Le esortazioni continue della Regola

sulla ricerca di Dio, sul suo primato assoluto

ed unico nella vita dei frati, sulla adora


358 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

zione e l’amore che a Lui sono dovuti, sul

cammino nella sequela di Cristo e la vita secondo

il Vangelo, sull’apertura al soffio sovranamente

libero dello Spirito, sul primato

e la perseveranza nella preghiera; le motivazioni

evangeliche proposte ad ogni comportamento

dei frati (contemplazione, digiuno,

preghiera, modo di vestire, povertà,

lavoro, mendicità, cibo) mostrano che alla

radice di tale scelta di vita c’è un’esperienza

originale di fede in un Dio che è Amore.

6. Questa esperienza è stata vissuta da

Francesco in un contesto culturale e religioso

molto diverso dal nostro: ma ciò nonostante

essa resta un fatto esemplare anche

per la nostra situazione. Noi viviamo in un

momento in cui molte sicurezze, facilitazioni

ed anche illusioni sulla fede crollano,

e noi siamo spinti, al di là dei punti periferici,

al cuore stesso della nostra opzione cristiana:

la nostra fede in Dio e Padre di Gesù

Cristo. Questa fede non è pura conoscenza

razionale o riflessione teologica, non è semplice

ripetizione di formule, sistema ideologico

o cieca adesione volontaristica, ma è

scoperta graduale e vitale accoglienza della

realtà di Dio e dell’uomo alla luce di Gesù

Cristo. Dono gratuito dello spirito di Gesù

«senza del quale noi non possiamo far nulla»

(Gv 15,5), questa fede accettata liberamente

è il solo fondamento solido sul quale

si possa costruire una vita di preghiera, di

celibato, di fraternità, di povertà e di servizio.

7. Noi sappiamo che non è facile vivere

una simile esigenza, difficile da esprimersi

in formule precise, mai completata, sempre

da rinnovare e che ci spinge costantemente

a nuovi inizi. Non possiamo perciò accontentarci

di parole, né pretendere di avere

una risposta a tutto; dobbiamo piuttosto, all’interno

della fede del popolo di Dio, assumere

umilmente e onestamente l’onere di

una ricerca difficile e le relative incertezze

comuni a tanti uomini.

8. Un tale cammino nella fede dà una dimensione

profonda alla nostra ricerca spirituale

fatta individualmente o in comune; e

soltanto essa sosterrà la nostra preghiera.

Difatti, tutto ciò che si può dire sulla preghiera

intensa, sulla solitudine, sulla neces-

sità di scambi spirituali profondi, si fonda

su questa affermazione fondamentale della

fede. Senza aver timore delle questioni critiche

che la vita e il mondo ci pongono, noi

dobbiamo costantemente verificare questa

fede: e questo potrà rendere più stabile ancora

il fondamento ultimo del nostro progetto.

Se ci sforzeremo di vivere così, noi,

anche attraverso la ricerca, potremo testimoniare

che Dio è vivo, che Gesù è il Signore,

che lo Spirito è la forza che ci anima.

Allora le nostre fraternità potranno divenire

dei luoghi di risveglio della fede, dei luoghi

di preghiera e di riferimento evangelico per

noi e per gli altri nostri fratelli che cercano

un senso alla loro vita.

2. Vita nella Chiesa

9. Questo approfondimento della fede, al

quale ci richiamano la nostra vocazione e la

situazione attuale, non può essere affrontato

e portato avanti fedelmente se non in comunione

con la Chiesa. «II senso e il servizio

della Chiesa fanno parte integrante della

nostra vocazione».

Nei secoli XII e XIII sorsero numerosi

movimenti evangelici per affrontare i problemi,

e spesso gli scandali, della Chiesa.

Molti presero posizione contro la Chiesa,

perché la giudicavano infedele a quel Vangelo

che essi volevano vivere. Francesco,

invece, pur soffrendo per le manifeste debolezze

della Chiesa del suo tempo, ha voluto

restare in piena comunione con essa. E

così fece non per una tattica opportunistica,

ma per un amore profondo e una obbedienza

sincera al volere di Cristo, che ha affidato

la sua Chiesa a Pietro e ai suoi successori.

Questa Chiesa, strutturata nei vari ministeri,

era per Francesco il luogo privilegiato

che Dio si è scelto per fare udire la sua autentica

parola ed in cui Gesù si rende presente

e vivo nei suoi sacramenti. Francesco,

pur conoscendo debolezze che esistevano

nella Chiesa, mai cessò di amarla e di considerare

i chierici come suoi maestri e signori,

cosciente di essere lui stesso un peccatore.

10. Anche oggi le strutture della Chiesa

sono frequentemente oggetto di critica, poiché

sono, secondo il parere di molti, come


VERSUS CAPITULUM GENERALE EXTRAORDINARIUM

un ostacolo alla fede e al Vangelo. Le critiche

e la contestazione alla «istituzione» acquistano

toni violenti e duri, e molti, anche

tra noi, l’abbandonano, sia pure soltanto interiormente.

11 - Noi, invece, vogliamo amare questa

Chiesa con tutto il cuore e vogliamo restare

in comunione con essa, anche se riconosciamo

che il suo volto, così come noi cristiani

lo riproduciamo, appare talvolta

deformato. Noi sappiamo che è nella Chiesa

che possiamo accogliere e sviluppare il

nostro carisma, perché essa è inviata per

mantenere nel mondo la fede in Dio, la presenza

viva di Gesù e del suo Spirito, e per

lavorare per la realizzazione del Regno (cfr.

Lc 17, 20-21). Senza dubbio, la nostra forma

di vita, nella misura in cui sarà vissuta

con fedeltà al Vangelo, contesta con forza la

mediocrità e la fragilità delle persone e delle

strutture. Nello stesso tempo però, sull’esempio

di Francesco, vogliamo essere nella

Chiesa uomini di pace e di riconciliazione,

amando tutti i nostri fratelli cristiani e testimoniando

obbedienza e rispetto ai vescovi

e soprattutto «al signor Papa».

3. Fratelli fra gli uomini

12. Il Signore ci ha chiamati a vivere secondo

il Vangelo, non da soli, ma in una comunità

di fratelli. È in essa e per mezzo di

esso che si realizza la nostra vocazione, poiché

la comunità è il luogo privilegiato del

nostro incontro con Dio. Noi vogliamo vivere

non soltanto l’uno accanto all’altro, tesi

verso il medesimo fine e aiutandoci a raggiungerlo,

ma piuttosto volgendoci gli uni

verso gli altri, per amarci vicendevolmente

come il Signore ci ha dato l’esempio e il comando.

Noi dobbiamo considerarci tutti

fratelli, dimostrarci rispetto, manifestarci

con semplicità tutte le nostre necessità, renderci

i più umili servizi, evitare le dispute,

le mormorazioni, la collera, i giudizi negativi;

in breve, dobbiamo amarci con le opere

e non solo a parole; e questo con la tenerezza

di una madre con i suoi bambini.

13. Un tal genere di vita fraterna, significata

e nutrita dall’Eucaristia, sacramento di

unità e di carità, implica la condivisione

materiale e spirituale, la ricerca di Dio e di

359

Gesù nella preghiera comune, gli scambi e

le interpellanze fraterne, la verifica dei nostri

rispettivi impegni, e abitualmente la vita

vissuta insieme. La scelta di questa forma

di vita, fatta dopo matura riflessione, sottoposta

alla prova del tempo ed espressa pubblicamente

davanti a Dio e alla Chiesa, ci

lega in modo permanente alla comunità dei

nostri fratelli. Essa comporta altresì la scelta

del celibato per il Regno (cfr. Mt 19, 12),

che, fondato sulla promessa e la chiamata di

Gesù, favorisce la realizzazione di questo

tipo di vita.

14. La nostra fraternità vuole essere un

incontro di uomini chiamati, sotto la forza

dello Spirito, da differenti ambienti sociali

e culturali, che si sforzano di creare tra di

loro veri legami di amicizia, di rispetto, di

mutua accettazione; essa non è semplicemente

un gruppo di lavoro sia pure apostolico.

Nella fraternità tutti sono fratelli, uomini

eguali benché differenti, liberi e corresponsabili.

Anche se essa esclude strutture

pesanti e minuziose, comporta però il necessario

servizio di unità e coesione esercitato

dai «ministri e servi» della fraternità, ai

quali i frati debbono obbedire. In questo

modo, ricercando insieme ciò che piace al

Signore, accettandosi vicendevolmente, limitando

la propria libertà per quella degli

altri, sottomettendosi alle esigenze della vita

comunitaria e alle strutture indispensabili

della fraternità, i frati vivono la vera obbedienza

di nostro Signore Gesù Cristo.

15. La fraternità non è una realtà chiusa

in se stessa: essa, per il suo intrinseco dinamismo,

si apre a tutti gli uomini che sono

per noi una manifestazione del Cristo. Noi

dobbiamo amare ed accogliere con benevolenza

amici e nemici, sia che essi vengano a

noi, sia che noi andiamo verso di loro. Con

coloro che lo desiderano, noi potremo cercare

delle nuove forme di relazione con la

famiglia francescana.

Quantunque costatiamo che il nostro

mondo è diviso in classi sociali e in categorie

ideologiche, noi ci rifiutiamo di giudicare

gli uomini sulla base di queste classificazioni.

Consapevoli che è nostro dovere essere

in ogni luogo i testimoni del Vangelo,

noi, nei nostri contatti, non dobbiamo met


360 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

terci in dispute, fare del proselitismo, anche

religioso. Senza alcuna pretesa, vogliamo

essere operatori di pace, cortesi, gioiosi,

sottomessi a tutti, praticando, se è necessario,

la non-resistenza (cfr. Mt 5,39) e convinti

che non siamo altro che servitori di

una Parola più grande di noi. Con il nostro

amore limpido e benevolo noi vogliamo testimoniare

a tutti quelli che incontriamo il

valore insostituibile di ogni persona.

16. Situati in un mondo, dove le strutture

economiche, sociali, politiche influiscono

sull’uomo e, attraverso forme sottili di

manipolazione, gli impediscono di essere

veramente libero, noi non possiamo rimanere

indifferenti di fronte a tale stato di cose,

né accettare situazioni in cui l’uomo non

può vivere da uomo, a causa del sottosviluppo

o dello sfruttamento. Per questo, in

nome della carità e della giustizia, e, proprio

per essere fedeli alla nostra vocazione

di «araldi della pace», noi siamo chiamati a

combattere questi mali e a lavorare per la liberazione

degli oppressi e degli oppressori,

annunciando loro la conversione e la fede al

Vangelo (cfr. Mc 1,15).

17. Se noi sapremo vivere, «non a parole

ma a fatti», la vera fraternità fra noi; se

invece di chiuderci in noi stessi, ci apriremo

a tutti gli uomini con i quali ci sarà dato di

entrare in contatto, noi risponderemo all’attesa

del mondo che, minacciato dalla spersonalizzazione

e dall’anonimato, aspira

profondamente alla comunità. Allora, noi

potremo, insieme ad altri uomini, cristiani e

no, svolgere un ruolo di fermento nella costruzione

di una umanità, che non sia una

massa di individui solitari e spersonalizzati,

ma una comunione fraterna in Cristo.

4. Servi di tutti

18. Il nome di «Frati Minori» che noi

portiamo esprime non soltanto un’esigenza

di fraternità, ma anche quella di un umile

servizio («minorità»). Già all’interno del

nostro gruppo noi siamo invitati a obbedire

gli uni a gli altri e, quando un incarico ci

conferisce una certa autorità, dobbiamo cercare

di escludere ogni volontà di dominio e

di potere, e compiere invece i servizi più

umili.

19. Di fronte a tutti, poi, sottomessi ad

ogni creatura per amore di Dio, dobbiamo

presentarci, in quanto comunità e in quanto

individui, come piccoli, come servi, che

nessuno teme, perché essi cercano di servire,

non di dominare, né di imporsi sia pure

per fini spirituali. Un tale atteggiamento richiede

lo spirito di infanzia, la piccolezza,

la semplicità e un ottimismo risoluto di

fronte agli uomini e agli avvenimenti. Dobbiamo

accettare l’insicurezza a livello delle

istituzioni e delle idee, l’incertezza di fronte

all’avvenire; dobbiamo riconoscere di essere

deboli e vulnerabili, «servi inutili» (Lc

17,10), e che solo Dio è forte. Contribuiremo

così, da parte nostra, a ridare alla comunità

cristiana il volto del suo Signore, che è

«venuto per servire e non per essere servito»

(cfr. Mt 20, 28).

5. Discepoli del Cristo povero

20. La nostra Regola e la nostra vita consistono

nel seguire in tutto le orme di Gesù

Cristo. E poiché egli si è fatto povero per

noi, noi pure siamo chiamati a servire il Signore

nella povertà, nell’umiltà come stranieri

e pellegrini in questo mondo. La povertà

vissuta nella sua duplice dimensione,

spirituale e sociale, si propone a noi come

un impegno particolare e duraturo.

21. La povertà di Francesco aveva radici

essenzialmente evangeliche e presupponeva

anzitutto un atteggiamento interiore di

totale spogliamento per il Regno e di assoluta

dipendenza nei confronti di Dio, fonte

unica di ogni bene e di ogni ricchezza. Ma

essa si è manifestata in una maniera tutta

particolare, rendendo così credibile la predicazione

evangelica agli uomini del suo

tempo. Mentre il mondo monastico medievale

sfruttava con il proprio lavoro le sue

proprietà fondiarie, che gli assicuravano la

sussistenza, Francesco non ha voluto per sé

e per i suoi frati alcuna proprietà. Egli e i

suoi compagni, a imitazione di Cristo e degli

Apostoli, totalmente liberi per annunciare

il Vangelo, hanno cominciato a vivere da

itineranti. La loro sussistenza era garantita

dal lavoro presso terzi e, eventualmente, come

ultima risorsa, dal ricorso alla elemosina

cercata di porta in porta. Anche se l’evo-


VERSUS CAPITULUM GENERALE EXTRAORDINARIUM

luzione del primitivo movimento ha portato

a necessari adattamenti (accettazione di

«luoghi», di case, di chiese per l’uso dei frati),

resta fermo il rifiuto di Francesco di essere

inserito in certe strutture della società;

lo stesso si deve dire per il rifiuto del denaro

e l’esigenza di una vita povera.

22. In una situazione socio-economica

differente, c’è bisogno di vedere come oggi

possiamo mantenere l’essenziale della nostra

scelta di povertà. Nel passato l’Ordine,

attratto dalla scelta di povertà di Francesco,

ha sempre reagito, con più o meno vigore,

contro la naturale tendenza agli accomodamenti.

Oggi siamo sollecitati ad esprimere

la stessa esigenza. La carenza della proprietà

fondiaria, la penuria dell’alloggio, la

sussistenza assicurata dal proprio lavoro, la

precarietà dell’impiego, sono ai nostri giorni

la condizione normale della maggior parte

degli uomini del nostro; e ancora più importante

è la moltitudine di coloro che vivono

in condizioni disumane. Tenendo conto

delle situazioni locali, bisogna pertanto portare

avanti la ricerca per vivere come “i piccoli”

di oggi. Condividendo questa situazione,

ma senza accettare le strutture che

mantengono tanti dei nostri fratelli nella

miseria, noi cercheremo di essere insieme

con loro, il lievito di una società nuova

chiamata a partecipare in modo pieno alla

salvezza operata da Cristo (Rm 11,12).

23. Se riusciremo a vivere così, potremo

svolgere un ruolo di contestazione nei confronti

della società di produzione e di consumo.

Non avere proprietà, vivere con il

proprio lavoro, in modo semplice, modesto

ma decoroso, rifiutare di soccombere alla

pubblicità che mira solo al consumo, ci darà

il vero senso dei beni materiali, ci riavvicinerà

di più ai poveri, agli emarginati, ma anche

a tutti coloro che, non trovando senso

nella società dell’abbondanza, cercano una

vita più spoglia e più libera.

24. La nostra povertà evangelica implica

la condivisione di ciò che noi abbiamo, non

solo tra noi, ma anche con coloro che sono

nel bisogno materiale e spirituale.

Liberati da ogni timore per la povertà

cha abbiamo scelto, vivendo gioiosamente

di speranza basata sulla Promessa, noi po-

361

tremo testimoniare agli uomini del nostro

tempo che questo mondo ha un senso che lo

trascende e lo spinge verso un futuro che

noi chiamiamo: Gesù Cristo.

25. Ponendoci nella linea del «Cantico di

frate sole», noi estendiamo la nostra simpatia

e attenzione fraterna alla natura, che oggi

è minacciata dalla condotta irresponsabile

e avida della società industriale e di consumo.

La terra che noi abbiamo ricevuto

gratuitamente dall’amore di Dio, vogliamo

umanizzarla attraverso un dominio che la

renda totalmente fraterna e al servizio di

tutti. Così noi daremo soddisfazione all’inquietudine

del nostro tempo e insieme mostreremo

quale è la ragione del nostro atteggiamento:

questa creazione ha un’origine di

Amore, che le dà un senso: l’emergere di

una umanità fraterna, radunata nel Cristo,

attraverso il quale e per il quale il mondo è

stato creato.

6. Il lavoro dei frati

26. II lavoro è una necessità legata alla

nostra professione di povertà. Francesco e i

suoi compagni esercitavano lavori molto

diversi (cura dei lebbrosi, lavoro presso la

gente, predicazione). In rapporto all’insieme

della vita religiosa medievale, Francesco

introduce una concezione e una pratica

nuova: il lavoro presso terzi come mezzo di

sussistenza. Questo lavoro non era clericale

nel senso attuale della parola, perché in origine

il piccolo gruppo era formato dalle persone

più diverse, delle quali solo alcuni erano

sacerdoti. I frati esercitavano, quando

era possibile, quel mestiere o quella professione

che conoscevano, oppure ne imparavano

uno. Questo lavoro era un’occasione

di incontro con il popolo e un mezzo di

evangelizzazione. Tale novità non è sopravvissuta

allo sviluppo dell’Ordine e al suo

graduale inserimento negli schemi della vita

clericale e monastica. In seguito, l’Ordine

si è impegnato soprattutto nel lavoro ministeriale

(ministeri sacerdotali, predicazione,

studio), nell’assistenza sociale (cura dei

malati, assistenza ai poveri, promozione

delle classi abbandonate) e nel lavoro domestico

all’interno dei conventi compiuto

da coloro che non erano chierici.


362 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

27. In questi ultimi tempi, prendendo

parte allo sviluppo generale della vita religiosa,

influenzati anche da alcune esperienze

di altre comunità, noi stiamo riscoprendo

un aspetto del lavoro quale Francesco lo

aveva intravisto. Nelle nostre fraternità il

lavoro e le occupazioni cominciano a diversificarsi.

Se il lavoro ministeriale, il servizio

delle nostre opere, come pure i lavori

domestici interni impegnano legittimamente

la maggior parte dei frati, è possibile però

sempre più frequentemente vedere frati che

esercitano differenti lavori e professioni retribuite

all’interno di imprese e di istituzioni

che non appartengono né all’Ordine né

alla Chiesa. Tale orientamento ci sembra

pienamente conforme alla nostra vocazione,

perché ci inserisce in modo speciale nella

società, ci fa lavorare alla sua costruzione

e ci avvicina a coloro che vivono del loro

lavoro. Pur essendo questo orientamento

un cammino del futuro, esso ci ricollega ad

una delle intuizioni delle nostre origini.

28. Crediamo, perciò, che i frati possono

esercitare ogni lavoro e ogni professione

compatibili con la vita cristiana e francescana.

Pur riaffermando la necessità di lavorare

per le nostre opere o a servizio delle

istituzioni organizzate dalla Chiesa, riconosciamo

l’importanza del lavoro presso terzi,

come forma di servizio e di testimonianza

che in modo tutto particolare ci fa vicini

ai nostri fratelli.

29. Un tale impegno comporta, senza

dubbio, anche dei limiti. Limiti umani, poiché

dobbiamo stare attenti a non essere

schiavi del lavoro o del guadagno e a conservare

la nostra libertà di uomini nei confronti

di un mondo con strutture disumanizzanti.

Limiti propri al nostro genere di vita:

ciò che per noi deve avere la precedenza assoluta

è la ricerca di Dio (interiorità, solitudine,

preghiera), la vita fraterna, la disponibilità

agli altri, la povertà e il rifiuto del potere.

Un lavoro che abitualmente ci

impedisse di condurre tale vita, che è il nostro

compito essenziale, non può essere accettato.

30. Riconoscendo nel lavoro il perfezionamento

della creazione, il completamento

dell’uomo e la sua partecipazione al destino

dell’umanità, noi, compiendolo con competenza

e fedeltà, dobbiamo sapere però che

non ha senso se non per il riferimento al Padre

che lavora senza sosta nel mondo (cfr.

Gv 5,17) per frane la terra dei viventi.

7. Araldi della pace nel nostro mondo

31. La missione essenziale della nostra

fraternità, la sua vocazione nella Chiesa e

nel mondo, consiste nella realizzazione

vissuta del nostro progetto di vita. Noi crediamo

che, sforzandoci di vivere l’esperienza

della fede nella comunità cristiana,

creando una fraternità di amore e di servizio

aperta a tutti, vivendo nella povertà,

partecipando alle speranze dei poveri, possiamo

essere un « segno » della nuova

umanità riunita intorno a Gesù Risorto per

la potenza del suo Spirito. Il nostro contributo

alla costruzione della Chiesa e dell’umanità

è principalmente di questo genere:

noi vogliamo dare testimonianza soprattutto

con la nostra vita.

32. Da ciò consegue che la parola che

annuncia e spiega quello che Dio ha compiuto

in Gesù Cristo e che continuamente

compie in noi e nel mondo, fa inscindibilmente

parte della nostra missione, percepita

da Francesco nel Vangelo della missione

e confermata dal mandato della Chiesa.

Tutti dobbiamo avere il coraggio di «rendere

conto della speranza che è in noi» (1Pt

3,15). Quelli che hanno ricevuto il ministero

sacerdotale annuncino la parola secondo

le esigenze proprie di tale ministero; ma tutti

i frati devono testimoniare, anche con le

parole, il Signore Gesù. Particolare attenzione

dovremo prestare ai cristiani che oggi

si sentono disorientati, agli uomini e alle

donne che sono in cammino verso la fede o

ai gruppi di cristiani che in forme e modi

vari sono desiderosi di costituire delle comunità

di vita.

33. La nostra volontà di creare nel cuore

stesso di un quartiere di città una comunità

fraterna, in cui gli uomini più diversi condividono

la vita, i beni, il lavoro; una fraternità

che rifiuta il potere per essere serva, e

che sceglie uno stile di vita che la riavvicina

ai poveri e la rende sensibile alla sorte di

tutti gli oppressi, comporta senza dubbio, lo


VERSUS CAPITULUM GENERALE EXTRAORDINARIUM

si voglia o no, delle ripercussioni sociali e

politiche. Ci si guarderà bene dall’identificare

questa nostra volontà con qualche corrente

politica, qualunque essa sia, o dal lasciarla

strumentalizzare dall’una o dall’altra

tendenza. Piuttosto ci si preoccuperà di

spingere le esigenze delle Beatitudini fino

alle estreme conseguenze. Così noi potremo

dimostrare la possibilità – sempre relativa,

però, poiché nessun successo può essere

identificato con il Regno di Dio – di una comunità

in cui l’uomo è libero, è accettato

come un fratello, rispettato nella sua dignità.

34. A partire da qui e tenendo presente la

nostra vocazione di pace, ci sarà possibile

partecipare davvero ai problemi, alle lotte

sociali e politiche di oggi. Ma ciò esige una

informazione molto seria, che ci faccia evitare

infatuazioni sentimentali, giudizi sommari

ingiusti, dichiarazioni irresponsabili e

che ci permetta un’analisi obiettiva delle situazioni.

Inoltre se ci sforzeremo di vivere

tra noi la giustizia e la condivisione, se

prenderemo parte, secondo le nostre possibilità

e i nostri carismi, alla sorte e al lavoro

dei poveri, degli emarginati del nostro

tempo, allora noi avremo il diritto e il dovere

di unire la nostra voce a quella degli oppressi.

Ma questo lo faremo per amore della

persona che riconosceremo in ogni uomo,

qualunque sia il gruppo sociale al quale

esso appartiene. Così, lavorando per la pace,

noi faremo progredire la realizzazione

del Regno di Dio, nel quale non devono più

esistere muri fra gli uomini, né dominazione:

«non più schiavo né libero... poiché tutti

siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3, 26-28).

35. Quello che è stato detto nei confronti

della società, vale, in parte, anche per la

nostra missione nella Chiesa. Se vivremo

realmente secondo il Vangelo, la fede, l’amore

vicendevole, la povertà, l’esercizio

dell’autorità come servizio, potremo essere

in seno alla Chiesa un fermento di inquietudine

e di contestazione evangelica. Ma proprio

qui si nasconde una tremenda esigenza,

poiché il male e lo squilibrio sono innanzitutto

dentro di noi; accontentarci di una

contestazione puramente verbale nei confronti

degli altri, sarebbe solo una ipocrisia.

363

8. Il senso delle strutture

nella nostra fraternità

36. La descrizione del nostro progetto

mostra chiaramente che noi non siamo una

organizzazione strutturata in vista di uno o

più compiti precisi da attuare. Noi siamo

una comunità di fratelli che, all’interno della

comunione della Chiesa e insieme a tutti

coloro che sono animati dallo spirito di

Francesco, vogliono semplicemente vivere

un tipo di vita evangelica, convinti che proprio

questo costituisce un contributo speciale

alla globale testimonianza dei cristiani.

37. Tutto ciò che è necessario come

struttura e che fa di noi un «Ordine» (Ordo

Fratrum Minorum) ha lo scopo di garantire

la comunione fraterna tra noi e con la Chiesa,

affinché la nostra testimonianza sia sempre

e sempre di più evangelica. Questo è il

senso fondamentale dell’autorità nella nostra

fraternità, sia a livello locale e provinciale,

che a livello di tutto l’Ordine. I frati

che sono investiti di autorità garantiscono il

legame e l’unità tra i fratelli, li stimolano

nella loro responsabilità cristiana, li confermano

nella loro vocazione evangelica e

francescana, li aiutano ad uscire dal loro

isolamento, per inserirli in una comunione

più vasta. È questo soprattutto il compito

del Ministro generale della fraternità, il

quale, mediante scambi frequenti e contatti

personali, mantiene l’unità dei frati sparsi

nel mondo e li rappresenta al centro dell’unità

della Chiesa.

38. Garantiti e assicurati questi legami

fondamentali – c’è ancora molto da fare in

questa direzione – sono state lasciate autonomia

e libertà molte ampie, ancora non

sufficientemente esercitate, alle fraternità,

alle Province, ai raggruppamenti culturali o

regionali. Le leggi necessarie mirano a garantire

la sussidiarietà ed eventualmente a

proteggerla contro la negligenza o l’irresponsabilità.

In ogni modo, dobbiamo insistere

di più sul dialogo e sul contatto personale

tra i frati e i loro ministri che non sulla

molteplicità e la precisione delle leggi.

39. All’interno dei gruppi (fraternità, province,

Ordine) sarà fatto largo spazio alla

partecipazione di tutti alle varie responsabi


364 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

lità. Dobbiamo tuttavia vigilare perché la

pluriformità, che è un bene, non conduca all’isolamento

dei singoli gruppi, ma che siano

previsti contatti e scambi a livello sia dei

responsabili, sia dei frati dei diversi gruppi.

40. Nella elaborazione delle proprie leggi

l’Ordine sceglierà una propria strada:

eviterà l’anarchia e il frazionamento, conserverà

l’agilità e l’adattabilità, in modo

che, periodicamente, in ogni Capitolo generale,

siano realizzati possibili rinnovamenti

e revisioni.

È così che noi potremo vivere secondo le

parole di Francesco: coscienti di aver fatto

ben poco finora, essere sempre pronti a ricominciare

la conversione evangelica alla

quale siamo chiamati.

[Acta Capituli Generalis Ordinarii Ordinis

Fratrum Minorum, Madrid 1973, Curia Generalis

Ordinis, Roma 1973, pp. 491-502]

PER LA RIFLESSIONE

A

• Lettura e approfondimento personale.

• Impressioni e risonanze nella condivisione

fraterna.

B

• Domande.

“La Vocazione dell’Ordine oggi” nn. 1-11

1. «La Regola e vita dei frati minori è questa,

cioè osservare il santo Vangelo del

Signore nostro Gesù Cristo…» (Rb

1,1).

Per ritrovare la fede vera nel vissuto

quotidiano si richiede contemporaneamente

la passione per la ricerca del volto di Dio e

il distacco radicale da ogni cosa.

Quali ostacoli concreti rimuovere e quali

mediazioni (strutture) personali e fraterne

proporre per la riattualizzazione della nostra

vocazione e missione?

2. «Qual è il vostro compito nella Chiesa,

qual è la vostra vocazione specifica nel

mondo di oggi?» (Paolo VI).

Francesco e la primitiva Fraternità hanno

dato una risposta a questi interrogativi

avvicinando la Chiesa al mondo del loro

tempo.

Come ci rapportiamo alla nostra Chiesa

e come possiamo farci più presenti in mezzo

alla gente per migliorare il dialogo tra

Chiesa e mondo?

“La Vocazione dell’Ordine oggi” nn. 12-30

3. «Se la madre nutre e ama il suo figlio

carnale, quanto più premurosamente

uno deve amare e nutrire il suo fratello

spirituale?» (Rb 6,8).

La paura, la mancanza di fede e l’individualismo

vanno spesso insieme, paralizzando

il nostro cammino ed erigendo muri di

chiusura e di divisioni…

Come continuare ad approfondire le nostre

relazioni personali in vista di una Fraternità

più autentica, più contemplativa, più

missionaria?

4. «I frati non si approprino di nulla…»

(Rb 6,1). «Io lavoravo con le mie mani…

Voglio fermamente che tutti i frati

lavorino… Imparino ... per dare l’esempio

e tener lontano l’ozio…» (2Test

20-21).

Come vivere oggi queste prescrizioni

della Regola e del Testamento con le rispettive

attualizzazioni delle nostre CCGG (Art.

72-82)?

Che tipo di sobrietà e solidarietà possiamo

praticare personalmente e in Fraternità?

“La Vocazione dell’Ordine oggi” nn. 31-40

5. «Beati i pacifici … Sono veramente pacifici

coloro che … conservano la pace

nell’anima e nel corpo» (Am 15).

Riconciliati con noi stessi e con i fratelli,

condividendo nella nostra carne le stesse

lacerazioni del nostro mondo (cf SdP 20),

come possiamo concretamente portare la

pace al nostro mondo e quali difficoltà incontriamo?

6. «Perseverate nella disciplina e nella

santa obbedienza, e adempite con proposito

buono e fermo quelle cose che gli

avete promesso…» (LOrd 10).

Quali mediazioni, quale ambiente fraterno-religioso,

quali strutture significative (personali,

relazionali, dell’habitat) riteniamo

importante valorizzare per riqualificare la no-


VERSUS CAPITULUM GENERALE EXTRAORDINARIUM

stra vocazione e missione? Quali invece riteniamo

di impedimento a un cammino evangelico,

personale e fraterno, più spedito?

2. Indizione del Capitolo generale straordinario

Prot. 096130

Carissimi Fratelli,

il Signore vi dia Pace!

Stiamo per iniziare ufficialmente il cammino

di preparazione che ci porterà nel

2009 alla celebrazione dell’VIII Centenario

di fondazione del nostro Ordine. Inizieremo

il 29 ottobre 2005 alla Porziuncola, presso

Santa Maria degli Angeli (Assisi), e per tutto

l’anno 2006 ci metteremo in attento

ascolto della Parola, per riscoprire, alla luce

dello Spirito, la volontà di Dio Padre per la

nostra Fraternità e per ciascuno di noi. Ci

faremo guidare dalla domanda che sta all’inizio

della vocazione di Francesco: «Signore,

che cosa vuoi che io faccia?», perché

siamo convinti che se, come il nostro Fondatore,

permetteremo al Crocifisso di parlare

al nostro cuore, allora anche noi saremo

travolti dalla dirompente novità del Vangelo,

ci lasceremo coinvolgere e affascinare

totalmente da esso e saremo nuovamente

pronti a spogliarci di quanto ci è di ostacolo

nel seguire le orme del Signore nostro

Gesù Cristo (cf Rnb 22,2), perché solo Lui

sia la meta della nostra vita.

Vogliamo in questo modo riscoprire la

grazia delle origini, per ritornare alle fonti

della nostra storia, della nostra vocazione,

non per ricordare nostalgicamente le meraviglie

di un grande passato, ma per abbeverarci

alla freschezza di quelle acque e, rinvigoriti,

riprendere con forza e fedeltà il nostro

cammino nella Chiesa e tra gli uomini e

le donne del nostro tempo.

Rispondiamo a questo invito al rinnovamento

e alla ri-fondazione del nostro Ordine,

accogliendo di nuovo le provocazioni

che già ci venivano dalla Dichiarazione del

Capitolo generale del 1973. Facciamo ancora

oggi nostre queste sfide ma, come è

stato fin dagli inizi della nostra storia, camminando

insieme, come una sola Fraternità

che, pur dispersa nel mondo, vive di un so-

365

lo Spirito. Per questo abbiamo deciso di

darci un tempo per fermarci e riflettere insieme,

per sostare in attento ascolto di ciò

che Signore ci chiede, per confrontarci su

come meglio osservare quanto ciascuno di

noi ha promesso nel giorno della sua professione,

per ripartire con rinnovato impegno

ad annunciare tra i fratelli e le sorelle

nel mondo il Vangelo di Cristo (cf 3Comp

57).

Con questi sentimenti nel cuore, osservato

quanto stabilito, con l’autorità della

Regola (Cap. VIII), confermata dalle Costituzioni

generali (190,2), con questa mia lettera

CONVOCO UFFICIALMENTE IL CAPITOLO GE-

NERALE STRAORDINARIO

Il Capitolo si svolgerà sotto il motto la

grazie degli origini e sarà una verifica della

nostra vita di Frati Minori alla luce della

Regola bollata e delle sfide che ci vengono

dal momento storico che stiamo vivendo.

Nei lavori ci si avvarrà dell’Instrumentum

laboris che sta preparando la Commissione

Forma Vitae e che sarà inviato in anticipo a

tutti i capitolari. Secondo le nostre leggi,

«tutti i frati possono far pervenire al Capitolo

generale, per mezzo del Ministro provinciale

o Custode, oppure direttamente, le

proprie opinioni o le proposte che interessino

il bene dell’Ordine». Per essere discusse

in Capitolo, queste questioni devono avere

l’approvazione del Capitolo, a norma del

Regolamento capitolare (cf SSGG 135,2;

CCGG 189,3).

Indizione del Capitolo

Sede del Capitolo, che si svolgerà dal 15

settembre al 1 ottobre 2006, sarà la DO-

MUS PACIS, presso il CONVENTO DEL-

LA PORZIUNCOLA in S. MARIA DEGLI

ANGELI (ASSISI). Sono convocati a Capitolo

tutti i frati che secondo la nostra legislazione

hanno diritto e dovere di partecipare,

e cioè: Il Ministro generale, il Vicario

generale, i Definitori generali e il Segretario

generale (cf CCGG 192,1); l’ultimo ex

Ministro generale (cf SSGG 136,1); tutti i

Ministri provinciali e il Custode di Terra


366 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

Santa (cf CCGG 192,2); il Segretario generale

per l’Evangelizzazione e il Segretario

generale per la Formazione e gli Studi, il

Procuratore generale (cf SSGG 136,2.1), i

Custodi delle Custodie autonome e quelle

che dipendono dal Ministro generale (cf

SSGG 136,2.2) e i Presidenti delle Federazioni

(cf SSGG 136,2.3).

Inoltre, ogni Ministro provinciale, la cui

Provincia abbia una Custodia dipendente,

provveda affinché dette Custodie eleggano

un delegato, «a norma degli Statuti particolari,

come legittimo vocale nel Capitolo generale»

(cf SSGG 136,3). Ogni Conferenza

dei Ministri provinciali elegga, «a norma

degli Statuti della stessa Conferenza, un frate

laico professo solenne tra i fratelli che dimorano

nel territorio, quale legittimo vocale

nel Capitolo generale» (SSGG 136,4).

Inoltre, con il beneplacito del Definitorio

generale, convoco a Capitolo Fr. John

Vaughn, ofm, e Fr. Hermann Schalück,

ofm, ex Ministri generali; Fr. Thaddée Matura,

ofm, membro della Commissione Forma

Vitae.

Ciascun Vocale è convocato personalmente

ed è tenuto a partecipare per tutta la

durata del Capitolo; tutti sono tenuti ad essere

presenti nel pomeriggio del 14 settembre

2006, nella Sede del Capitolo.

Ulteriori decisioni, informazioni e materiale

per la preparazione saranno inviate a

tempo debito dal Segretario del Capitolo.

Preghiere per il Capitolo

Poiché, inoltre, bisogna sempre rendere

grazie «al donatore della grazia, dal quale,

come crediamo, scaturisce ogni bene sommo

e ogni dono perfetto» (2LAg 2,5), stabilisco

che in tutto l’Ordine a partire dall’1

maggio 2006 si invochi il dono dello Spirito,

perché guidi con la sua luce e la sua forza

il Capitolo.

Ai Ministri provinciali e Custodi verranno

inviate le invocazioni da inserire nel breviario;

essi poi curino di farle pervenire ad

ogni frate. Verranno inviate anche schemi di

celebrazioni tematiche in sintonia con i

punti fondamentali del prossimo Capitolo. I

Ministri e Custodi curino di farli pervenire

alle Fraternità locali. I vari testi saranno ri-

portati anche sul sito web dell’Ordine

(http://www.ofm.org). Naturalmente è bene

adattarli con creatività alla situazione delle

singole Entità e Fraternità.

Prego ciascun Frate di offrire il suo impegno

per preparare questo momento con il

contributo della sua riflessione e della sua

preghiera, perché la celebrazione di questo

avvenimento possa diventare un momento

importante per la vita di ciascuno.

All’intercessione del nostro padre e fratello

san Francesco, di santa Chiara, sua

umile pianticella, di tutti i santi e di Maria,

Vergine fatta Chiesa e regina dell’Ordine,

affido, infine, i lavori e la riuscita di questo

Capitolo generale straordinario, perché il

nostro Ordine possa progredire nella santità

di vita per il bene della Chiesa e la salvezza

di tutti gli uomini.

Vostro fratello e servo

Roma, 4 ottobre 2005

Solennità del serafico padre san Francesco

FR. JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO, OFM

Ministro generale

FR. SANDRO OVEREND RIGILLO , OFM

Segretario generale

________

A tutti i Membri

del Capitolo generale straordinario 2006

LORO SEDE

3. Itinerario per la contemplazione

orante del Crocifisso di San Damiano

Un giorno Francesco passò accanto alla

chiesa di San Damiano, quasi in rovina e abbandonata

da tutti. Condotto dallo Spirito,

entra a pregare, si prostra supplice e devoto

davanti al Crocifisso… L’immagine di Cristo

crocifisso, dal dipinto, gli parla movendo le

labbra: «Francesco, – gli dice chiamandolo

per nome – va’, ripara la mia casa che, come

vedi, è tutta in rovina» (2Cel 10).

Celebrando gli 800 anni della fondazione

dell’Ordine dei Frati Minori, vogliamo

riflettere sull’esperienza che segnò l’inizio

della conversione di Francesco e guardare

insieme a lui al Crocifisso di San Damiano.


VERSUS CAPITULUM GENERALE EXTRAORDINARIUM

Consegnandoti questo Crocifisso, desideriamo

offrirti un aiuto per la preghiera.

Come Chiara e Francesco, tante sorelle e

fratelli, di fronte ad esso si sono sentiti accolti

e chiamati a seguirlo, così anche oggi

si rivolge a te, perché tu possa ascoltare la

sua voce.

Mettiti ai suoi piedi, guardalo con i tuoi

occhi, contemplalo col cuore, aderisci a Lui

con la volontà, assecondalo nei tuoi sogni,

imitalo con la tua vita.

Rimani dove Lui si fa incontrare, ascoltalo,

«guardalo, consideralo, contemplalo,

desiderando di imitarlo»; metti nelle Sue

mani tutto quello che ti suggerisce e ti fa intuire;

collabora con Lui.

La domanda di Francesco sia anche la

tua: «Signore, cosa vuoi che io faccia?».

Il “metodo” qui suggerito non deve imprigionare

la tua contemplazione: sarà il Signore

a guidare il tuo cammino e a suscitare

in te novità di vita!

Itinerario

Il breve itinerario proposto può essere

utilizzato nella preghiera personale, in fraternità

o in gruppo e si suggerisce di usarlo

in modo creativo, tenendo conto delle diverse

culture.

Inoltre, per dare frutto, questo “metodo”

ha bisogno di essere applicato con apertura

di cuore, pazienza e perseveranza.

Ogni momento di questo itinerario spirituale

richiede di saper sostare senza fretta né

preoccupazioni, vivendo questo tempo nella

gratuità della comunione con l’Amato.

1. Disponiti alla contemplazione

• Disponiti alla contemplazione attraverso

il silenzio, il raccoglimento interiore e la

pacificazione del cuore.

• Invoca l’aiuto dello Spirito perché «ti

purifichi, ti illumini e ti accenda interiormente».

2. Prega con san Francesco

• «Altissimo, glorioso Dio, illumina le tenebre

de lo core mio…».

3. Contempla il Crocifisso

• Contemplalo per un tempo prolungato.

• Permetti allo sguardo del Crocifisso di

raggiungere il tuo cuore.

• Immedesimati in uno dei personaggi.

4. «Illumina le tenebre de lo core mio»

Lasciati interrogare dal Signore:

• Quali sono le tue «tenebre»?

• Chi è al centro dei tuoi desideri?

• Vivi «una fede retta, una speranza certa

e una carità perfetta»?

• Quale obbedienza presti al “santo e verace

comandamento” ?

5. Restituisci al Signore

• Concludi questo tempo di comunione riprendendo

e personalizzando la preghiera

davanti al Crocifisso.

• Assumi un impegno per tradurre e incarnare

la preghiera nella vita quotidiana.

Preghiera davanti al Crocifisso

Altissimo, glorioso Dio,

illumina le tenebre de lo core mio.

E damme fede dritta,

speranza certa

e caritade perfetta,

senno e cognoscemento, Signore,

che faccia lo tuo santo

e verace comandamento. Amen.

367

4. Preghiere per il Capitolo Straordinario

2006

Invocazioni per le Lodi

(cfr. LOrd VII, 50-51)

(nelle formule rivolte al Padre)

Onnipotente, eterno, giusto e misericordioso

Dio, infondi il dono del tuo Spirito sul

nostro Capitolo generale:

• concedi a noi miseri di fare, per la forza

del tuo amore, ciò che sappiamo che tu

vuoi e di volere sempre ciò che a te piace.

(nelle formule rivolte a Cristo)

Signore Gesù Cristo, che hai promesso

di essere presente dove due o tre sono radunati

nel tuo nome,

• effondi sul Capitolo generale il tuo Santo

Spirito, perché riscoprendo la grazia


368 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

delle origini della nostra Fraternità, possiamo

seguire le tue orme.

Intercessioni per i Vespri

(cfr. Rb XII,4; 2Cel VI, 10)

(nelle formule rivolte al Padre)

Padre fedele nell’amore, assisti la nostra

Fraternità che si prepara a vivere il Capitolo

generale:

• fa’ che stabili nella fede cattolica, osserviamo

la povertà, l’umiltà e il santo Vangelo

del Signore nostro Gesù Cristo, che

abbiamo fermamente promesso.

(nelle formule rivolte a Cristo)

Signore Gesù Cristo che hai chiamato il

tuo servo Francesco per riparare la tua

Chiesa,

• illumina le tenebre del nostro cuore, donaci

fede diritta, speranza certa, carità

perfetta, sapienza semplice perché possiamo

fare la tua volontà

Preghiera per la Fraternità

(Ispirate a Rnb V e XVI e LOrd)

Ti preghiamo, Signore,

per la nostra Fraternità.

• Perché amiamo e custodiamo le nostre

anime e quelle dei nostri fratelli.

• Perché ovunque e sempre ci mostriamo

tra noi familiari, manifestandoci l’un

l’altro con fiducia le nostre necessità.

• Perché camminiamo insieme, non secondo

la carne ma secondo lo Spirito,

nella rettitudine della nostra vita e ci sosteniamo

e ci correggiamo l’un l’altro

con umiltà e discrezione.

• Perché ci guardiamo dal turbarci e adirarci

per il peccato o il male di un fratello,

ma ci aiutiamo spiritualmente come

meglio possiamo.

• Perché non abbiamo alcun potere o dominio

soprattutto fra di noi e ci comportiamo

come ha detto e fatto il Signore.

• Perché non diciamo e non facciamo del

male al fratello e, anzi, per carità di spi-

rito, volentieri ci serviamo e ubbidiamo

a vicenda.

• Perché non ci allontaniamo dai comandamenti

del Signore, vagando fuori dell’obbedienza,

ma perseveriamo nei comandamenti

del Signore che abbiamo

promesso, per seguire il Santo Vangelo e

la nostra forma di vita.

• Perché con le parole e con le opere possiamo

annunciare al mondo intero che

nessuno è onnipotente se non Dio solo.

• Perché sappiamo evangelizzare evitando

liti e dispute, mettendoci a servizio di

tutti e confessando di essere cristiani, e,

quando vedremo che piacerà al Signore,

riusciamo ad annunciare esplicitamente

la sua Parola.

• Maria Immacolata, avvocata dei poveri e

Regina dell’Ordine dei Minori, intercedi

per noi presso il tuo santissimo Figlio,

Signore e Maestro nostro. Amen.

Preghiera

Altissimo, onnipotente, bon Signore, ci

presentiamo davanti a Te noi tutti, Frati Minori.

Quelli che vivono con gioia la loro vocazione

francescana, perché tu li confermi

nel cammino iniziato; quelli che sono tentati

di volgere indietro lo sguardo, perché sentano

la tua vicinanza.

Gli anziani, perché non venga meno la

loro fede, la loro speranza e il loro amore

per te; i giovani, perché pongano la loro

mente, l’anima e il cuore in te, somma bellezza

e ricchezza a sufficienza.

I sani, perché non dimentichino mai che

la forza viene da te;gli infermi, perché trovino

in te la loro consolazione.

Signore, illumina il cammino del nostro

Ordine: fa’ che, attraverso il Capitolo generale,

tutti riscopriamo la bellezza della nostra

vocazione, e possiamo cantare, con

cuore libero e puro, le tue meraviglie.

Signore, resta con noi ora e sempre. Fiat.

Fiat. Amen!

dalla preghiera del Ministro generale

al Crocifisso di S. Damiano - nov. 2005


1. Capitulum Prov. Immaculatae Conceptionis

BMV in Britannia Magna

In the Provincial Chapter of the Province

of the “Immaculate Conception of the

B.V.M” in Great Britain, canonically celebrated

at the New Hall School, Chelmsford,

under the presidency of the General Visitator,

HARRINGTON BR. JEREMY, the following

friars were elected on the 18th July 2005:

Minister Provincial:

COPPS FR. MICHAEL

Vicar Provincial:

MCGRATH FR. BRIAN

Provincial Definitors:

BARRALET FR. ROGER

GRAY FR. REGINALD

HIGHTON FR. EDMUND

MULHOLLAND FR. SEAMUS

YATES FR. PHILIPPE.

The General Definitorium, in its session

of the 6th September 2005, carefully

examined these elections and approved

them.

Prot. 096057

E SECRETARIA GENERALI

2. Capitulum Prov. Ss. Petri et Pauli de

Michoacan in Mexico

El día 18 de julio de 2005, en el Capítulo

de nuestra Provincia SS. Pedro y Pablo

de Michoacán en México, celebrado regularmente

según las disposiciones del Derecho

en la casa “S. María de Gracia” de la

Ciudad de Acámbaro, Guanajuato, bajo la

presidencia del Visitador General, COVILI

LINFATI FR. ISAURO, miembro de la Provincia

de la Santísima Trinidad de Chile, resultaron

elegidos:

Ministro Provincial:

GÓMEZ MARTÍNEZ FR. EULALIO

Vicario Provincial:

DURÁN FUERTE FR. SERGIO

Definidores Provinciales:

CHÁVEZ GARCÍA FR. FLAVIO

HERNÁNDEZ MARTÍNEZ FR. RAÚL

LUNA ALVAREZ FR. OCTAVIO

MUÑOZ GUTIÉRREZ FR. ENRIQUE

PÉREZ CASTILLO FR. J. SANTOS

RANGEL MENDOZA FR. SALVADOR.

El Definitorio General, en la Sesión ordinaria

celebrada el 6 de septiembre de

2005, tras un minucioso examen de las Actas

aprobó dicha Elección.

Prot. 096003

3. Capitulum Prov. S. Antonii in Bolivia

El día 18 de julio de 2005, en el Capítulo

de nuestra Provincia Misionera San Antonio

en Bolivia, celebrado regularmente

según las disposiciones del Derecho en la

casa “Beato Juan XXIII” de la “Ciudad de

la Alegría”, bajo la presidencia del Visitador

General, CARVAJAL FR. RODRIGO DE JE-

SÚS, resultaron elegidos:

Ministro Provincial:

SAPPI FR. MARTÍN

Vicario Provincial:

PESOA FR. AURELIO

Definidores Provinciales:

CABAO FR. VICTOR

CARTAGENA FR. WILLIAM

ECKERSTORFER FR. ROBERTO

HERBAS FR. JORGE

ROCHA FR. JUSTO.

El Definitorio General, en la Sesión ordinaria

celebrada el 6 de septiembre de

2005, tras un minucioso examen de las Actas

aprobó dicha Elección.

Prot. 096037


370 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

4. Electio extra Capitulum Prov. Ss. Redemptoris

in Croatia

Nel Congresso Definitoriale della nostra

Minoritica Provincia “SS. Redemptoris” in

Croazia, regolarmente celebrato il 21 giugno

2005 nella Casa di Split, sotto la presidenza

di TOLIC FR. ZELJKO, Ministro provinciale,

secondo le disposizioni del Diritto,

è stato eletto extra-capitolo:

come Definitore provinciale:

GRBAVAC FR. JOSIP

ufficio vacante per la rinuncia del suo predecessore

Simunivic Fr. Ljubomir.

Questa elezione è stata ratificata dal Definitorio

generale, il 6 settembre 2005.

Prot. 096033

5. Electio extra Capitulum Prov. Catalauniae

S. Salvatoris ab Horta in Hispania

El día 18 de junio de 2005, en la sesión

del Definitorio de nuestra Provincia de S.

Salvador de Horta en Cataluña-España, celebrado

regularmente de acuerdo con las

disposiciones del Derecho en la Curia provincial,

bajo la presidencia de VILÀ I VIRGI-

LI FR. FRANCESC, Ministro Provincial, fue

elegido extra- capitularmente:

para el oficio de Definidor provincial:

MASANA I MOLA FR. JORSEP M.

oficio vacante por la renuncia de su predecesor,

Utrillo i Oriol Fr. Marc.

El Definitorio General, en su sesión del

día 6 de septiembre de 2005, tras un minucioso

examen de las Actas aprobó dicha

Elección.

Prot.095992

6. Electio extra Capitulum Prov. S.

Francisci Assisiensis in Polonia

Nel Congresso Definitoriale della nostra

Minoritica Provincia S. Francisci Assisiensis

in Polonia regolarmente celebrato nella

casa di Poznan, sotto la presidenza di BU-

CHCIK FR. ADRIAN A., Ministro provinciale,

secondo le disposizioni del Diritto, il giorno

15 luglio 2005, è stato eletto extra-capitolo:

come Vicario provinciale

PIECHOTA FR. BENIGNY Z.

perché il suo predecessore, Fr. Ernest K.

Siekierka, è stato chiamato alla Curia Generale

di Roma per prestare il suo servizio

nella Segreteria generale con l’incarico di

Vice-Segretario Generale del nostro Ordine.

Questa elezione è stata ratificata dal Definitorio

generale il 6 settembre 2005.

Prot. 096023/384

7. Capitulum Prov. Hiberniae in Hibernia

In the Provincial Chapter of the Franciscan

Province of Ireland, canonically celebrated

at the Franciscan College, Gormanston,

Co. Meath, under the presidency

of the General Visitator, DOYLE BR. MATH-

IAS, the following friars were elected on the

7th July 2005:

to the office of Minister Provincial

O LAOIDE BR. CAOIMHÍN

to the office of Vicar Provincial

COLLINS BR. SEÁN

to the office of Provincial Definitors:

CONDREN BR. JOSEPH

JONES BR. BERNARD

MCGRATH BR. BRENDAN

MCKENNA BR. HUGH

O’LEARY BR. RORY.

The General Definitorium, in its session

of the 13th September 2005, carefully examined

these elections and approved them.

Prot. 096100/440/S05

8. Electiones Cust. S. Francisci Solano in

Hispania

El día 30 de marzo de 2005, en el Capítulo

Custodial de nuestra Custodia de S.

Francisco Solano en España, Dependiente


de la Provincia de S. Francisco Solano del

Perú, celebrado regularmente según las disposiciones

del Derecho en la casa de Logroño

en España, bajo la presidencia del

Ministro provincial, GARCÍA FR. JOSÉ DEL

CARMEN, resultaron elegidos:

Custodio:

FERNÁNDEZ FR. DIONISIO

Vicario custodial:

RUBIO FR. JUAN JOSÉ

Consejeros de la Custodia:

DIEZ FR. ADOLFO

LOMBRAÑA FR. FELIPE

PALACIOS FR. JESÚS.

El Definitorio General, en la Sesión ordinaria

celebrada el 13 de septiembre de

2005, tras un minucioso examen de las Actas

aprobó dicha Elección.

Prot. 096098

9. Capitulum Intermedium Prov. S.

Pauli Apostoli in Melita

In the Provincial Chapter of the Franciscan

Province of the “ST. PAUL” in Malta,

canonically celebrated at the House of

Valletta, under the presidency of the

Provincial Minister, GALEA BR. PAUL, the

following friars were elected on the 6th

June 2005:

Provincial Definitors:

COLEIRO FR. MARTIN

GHIRLANDO FR. MARCELLO

MAGRO FR. STEPHEN

MICALLEF FR. MARCELLINO

The General Definitorium, in its session

of the 1st October 2005, carefully examined

these elections and approved them.

Prot. 096019

10. Capitulum Intermedium Prov. S.

Evangelii in México

El día 8 de julio de 2005, en el Capítulo

intermedio de nuestra Provincia del Santo

Evangelio en México, celebrado regularmente

según las disposiciones del Derecho

E SECRETARIA GENERALI

en la casa “San Juan Bautista”, Coyoacán,

México D.F. bajo la presidencia de ANAUT

ESPINOZA FR. MANUEL, Ministro provincial,

resultaron elegidos

como Definidores Provinciales:

DE LA VEGA GRANADOS FR. JESÚS

EDUARDO

DOMÍNGUEZ ROJO FR. JORGE

MEDINA PALMA FR. JUAN

MURILLO HERNÁNDEZ FR. JUAN PEDRO

SANTILLÁN PÉREZ FR. GONZALO.

El Definitorio General, en la Sesión ordinaria

celebrada el 1 de octubre de 2005,

tras un minucioso examen de las Actas

aprobó dicha Elección.

Prot. 096111

11. Capitulum Intermedium Prov. S. Michaëlis

in Argentina

El día 27 de agosto de 2005, en el Capítulo

intermedio de nuestra Provincia Franciscana

de San Miguel en Argentina, celebrado

regularmente según las disposiciones

del Derecho en el santuario “Nuestra Señora

de la Merced”, en la ciudad de Corrientes,

República Argentina, bajo la presidencia

de SCOZZINA FR. LUIS ANTONIO, Ministro

provincial, resultaron elegidos:

como Definidores Provinciales:

DANIELLI FR. RAÚL OSVALDO

FERREIRA FR. PABLO

GAYTE FR. ÁNGEL GABRIEL

RODRÍGUEZ FR. JORGE GUSTAVO.

El Definitorio General, en la Sesión ordinaria

celebrada el 1 de octubre de 2005,

tras un minucioso examen de las Actas

aprobó dicha Elección.

Prot. 096135

371

12. Capitulum Intermedium Prov. Americae

Centralis et Panama

El día 13 de octubre de 2005, en el Capítulo

intermedio de nuestra Provincia de

Centroamérica y Panamá, celebrado regularmente

según las disposiciones del Dere


372 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

cho en la Casa de Retiro “Monte San Francisco”

en Puerta Parada, Guatemala, bajo la

presidencia del Ministro provincial, PALMA

HENRÍQUEZ FR. ERNESTO, resultaron elegidos:

para el oficio de Definidores Provinciales:

GONZÁLEZ FR. ARMANDO

LENIHAN FR. MIGUEL

LÓPEZ FR. ATILIO

PASTRÁN FR. FRANCISCO

RAMÍREZ FR. OSVALDO

VELASCO FR. NELSON.

El Definitorio General, en la Sesión ordinaria

celebrada el día 20 de octubre de

2005, tras un minucioso examen de las Actas

aprobó dicha Elección.

Prot. 096195

13. Capitulum Prov. Ss. Cordis Iesu in

USA

In the Provincial Chapter of our

province of the “Sacred Heart” in the

USA, regularly celebrated according to the

norms of Canon Law and held on the 15th

June 2005 in the Double Tree Inn in

Chesterfield, Missouri, presided by the

Visitator General, MCLELLAN FR. DANIEL,

a member of our Franciscan Province of

the “Holy Name”, in the USA, the following

friars were elected:

for the office of Minister Provincial:

DOCTOR BR. JOHN

for the office of Provincial Vicar:

CAPALBO BR. KENNETH

for the office of Provincial Definitors:

JENNRICH BR. MICHAEL

LAUSE BR. JAMES

PARÉ BR. PAUL

PERRY BR. MICHAEL

POSADAS BR. J. ANTONIO

SPENCER BR. WILLIAM.

The General Definitorium, in its session

of the 20th October 2005, carefully examined

the acts of these elections and approved

them.

Prot. 096203

14. Capitulum Prov. Ss. Trinitais in Chilia

Los días 24 y 25 de octubre de 2005, en

el Capítulo de nuestra Provincia de la Santísima

Trinidad en Chile, celebrado regularmente

según las disposiciones del Derecho

en la casa “Alvernia” en San Francisco de

Mostazal, bajo la presidencia del Visitador

General, HUERTA MURO FR. JUAN MARÍA,

miembro de la Provincia del Beato Junípero

Serra, resultaron elegidos:

Ministro Provincial:

WOUTERS FR. ROGELIO

Vicario Provincial:

CONCHA FR. JORGE

Definidores Provinciales:

ANDRADE FR. SANTIAGO

CASTILLO FR. PEDRO

HERNÁNDEZ FR. JUAN DE DIOS

MC-MAHÓN FR. FRANCISCO JAVIER

MORALES FR. BOLDY.

El Definitorio General, en la Sesión ordinaria

celebrada el 9 de noviembre de

2005, tras un minucioso examen de las Actas

aprobó dicha Elección.

Prot. 096232

15. Capitulum Cust. Nostrae Dominae

Septem Gaudiorum in Brasilia

El día 20 de octubre de 2005, en el Capítulo

de nuestra Custodia de las Siete Alegrías

de Nuestra Señora en Brasil, celebrado

regularmente según las disposiciones del

Derecho en la convento “S. Francisco” de

Campo Grande, bajo la presidencia del Visitador

General, BAHLMANN FR. JOHANNES,

miembro de la Provincia de la Inmaculada

Concepción de la B.V.M., resultaron elegidos:

Custodio:

DA SILVA FR. ERIVAN MESSIAS

Vicario de la Custodia:

CARRARO FR. LEODIR

Consejeros de la Custodia:

ALVES PEREIRA JÚNIOR FR. ALUÍSIO

CARRARO FR. ANACLÉCIO

DO NASCIMENTO FR. ROBERTO MIGUEL

GOMES DE FIGUEIREDO FR. WANDERLEY.

El Definitorio General, en la Sesión or-


dinaria celebrada el 1 de diciembre de 2005,

tras un minucioso examen de las Actas

aprobó dicha Elección.

Prot. 096270

16. Electiones extra Capitulum Prov. Bavariae

S. Antonii Patavini in Germania

Nel Congresso Definitoriale della nostra

Minoritica Provincia di “S. Antonio di Padova”

in Baviera, Germania, riunito nella

Casa di Norimberga, regolarmente celebrato

sotto la presidenza di WAGNER FR. MAXI-

MILIAN, Ministro provinciale, secondo le disposizioni

del Diritto, il giorno 2 novembre

2005, sono stati eletti extra-capitolo:

come Vicario Provinciale:

FR. NATHANAEL HAUSNER

ufficio vacante per la rinuncia del suo predecessore,

Thum Fr. Johannes;

come Definitore Provinciale:

RIEGER FR. RAFAEL

ufficio vacante per la elezione del suo predecessore

Hausner Fr. Nathanael a Vicario

Provinciale.

Queste elezioni sono state ratificate dal

Definitorio generale il 1° dicembre 2005.

Prot. 096261

17. Custodiae S. Francisci Assisiensis in

Guinea-Bissau erectio

DECRETO

O Definitório Geral na sessão de 20 de

outubro de 2005, regularmente celebrada na

Cúria Geral de “Santa Maria Mediatrice”

em Roma, sob a presidência do Ministro

Geral, Rodríguez Carballo Fr. José,

segundo a norma do direito comum e

próprio da nossa Ordem, procedeu à ereção

da Custódia dependente da Província

Vêneta de “S. Antonio de Pádua” em Itália,

com denominação oficial

CUSTÓDIA “S. FRANCISCO DE ASSIS”

DA GUINÉ-BISSAU

E SECRETARIA GENERALI

com todos os direitos e os deveres previstos

na nossa legislação. O presente decreto

entra em vigor no dia 6 de dezembro de

2005.

FR. JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO, OFM

Ministro Geral

FR. SANDRO OVEREND RIGILLO, OFM

Secretário Geral

Cúria Geral da Ordem dos Frades Menores

Roma, 1 de dezembro de 2005.

Prot. 096102/ 116 – M05

18. Electiones Cust. S. Francisci Assisensis

in Guinea-Bissau

O Definitório provincial da Província

Vêneta de S. Antônio de Pádua, reunido sob

a presidência do Ministro Provincial MIELE

FR. BRUNO, na casa “Madonna di Rosa” em

S. Vito al Tagliamento, no dia 17 de

novembro de 2005, examinou os resultados

da votação consultiva dos frades de

profissão solene, inscritos nas duas

Fundações operantes em Guiné Bissau, e

elegeu os Superiores da Custódia “S.

Francisco de Assis” dependente da

Província acima citada. Foram eleitos:

para a Função de Custódio:

DIAS VICENTE FR. JOÃO

para a Função de Conselheiros:

DALLA BARBA FR. GIORGIO

DJATA FR. AUGUSTO

FALCÃO FR. JORGE

UGLIELMON FR. MARIANO G.

O Definitório Geral, na Sessão

definitorial do dia 2 de dezembro de 2005,

examinou as Atas enviadas à Cúria (Prot.

332/05; 332 a/05) para a necessária

ratificação, segundo a norma do art. 189 dos

EEGG, e aprovou estas Eleições.

Prot. 096314/ 157/ M 05

19. Visitatores generales

373

– Ottenbreit Fr. Stefano, Prov. Immaculatae

Conceptionis BMV, Brasile, Vis.


374 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

Gen. Assistens pro Fratribus Prov. S. Antonii

Patvini, Brasile, in Germania degentibus:

22.05.2005; prot. n. 095643.

– Locatelli Fr. Fiorenzo, Prov. Tusciae S,

Francisci Stigmatizati, Italia, pro Prov.

Bononiensis Christi Regis, Italia:

20.09.2005; prot. n. 096042.

– Gerritsma Fr. Franciscus, Prov. Ss.

Martyrum Gorcomiensium, Olanda, pro

Prov. Saxoniae S. Crucis, Germania:

20.09.2005; prot. n. 096117.

– Ortíz Fr. Eugenio Horacio, Prov. S. Michaëlis,

Argentina, Vis. Gen. Assistens

pro Cust. “Fray Luis Bolaños”, Paraguay:

20.09.2005 ; prot. n. 095632.

– Zahner Fr. Paul, Cust. Aut. Helvetiae

Christi Regis, Svizzera, pro Prov. Thuringiae

S. Elisabeth, Germania:

05.10.2005; prot. n. 095782/360-S05.

– Williams Fr. Peter, Prv. Immaculatae

Conceptionis BMV, Gran Bretagna, pro

Fratern. Inter-Prov. in Lusaka, Zambia:

09.12.2005; prot. n. 096281/313/05.

20. Domus suppressae

– Casa religiosa “Residencia dos Franciscanos”,

São Cristovão, Sergipe, Brasile:

06.09.2005; prot. n. 096064.

– Carrick-on-Suir, Carrick-on-Suir, Co.

Tipperary, Irlanda: 10.11.2005; prot. n.

096229.

– Terenure, 103 Terenure Road West in

Dublin, Irlanda: 10.11.2005; prot. n.

096229.

– Casa Religiosa, Ingolstadt, Germania:

09.12.2005; prot. n. 096299.


E SECRETARIATU

PRO FORMATIONE ET STUDIIS

1. Pontificia Università Antonianum

1. Inizio del nuovo Anno Accademico

Roma, 14.10.2005

TENDERE VERSO

LA LUCE E LA VERITÀ

Carissimi Fratelli e Sorelle che prestate

servizio alla Pontificia Università Antonianum,

autorità accademiche e officiali, chiarissimi

professori e studenti, il Signore vi

doni la sua Pace! All’inizio di questo nuovo

Anno Accademico vi giunga il mio saluto,

unito all’augurio di pace di san Francesco.

Come sapete il 29 ottobre 2005, alla Porziuncola,

l’Ordine dei Frati Minori inizierà

ufficialmente la preparazione alla celebrazione

degli 800 anni della sua fondazione.

Nel prossimo triennio, dunque, l’Ordine

sarà impegnato in un processo che ho voluto

chiamare di “rifondazione”. Con esso ho

inteso esprimere l’esigenza di ritornare all’essenziale

del nostro carisma, per viverlo

con fedeltà creativa, in un tempo caratterizzato

dalla complessità e dalla multiculturalità.

Le celebrazioni dunque saranno il segno

visibile di questa volontà di ritrovare il

fondamento. È evidente che per giungere a

tale scopo, indispensabile sarà, da parte di

tutti, una profonda e coraggiosa riflessione,

che ci aiuti a recuperare i cardini della nostra

vita e a distinguere ciò che, nel corso

dei secoli, ci ha appesantito da ciò che ci ha

arricchito, così da poter trovare le strade

che oggi siamo chiamati a percorrere.

Mi auguro e mi aspetto, in questo senso,

che la Pontificia Università Antonianum sia

uno dei luoghi privilegiati in cui attuare

questa riflessione, aiutandoci a rispondere

alla domanda che abbiamo posto all’inizio

del cammino di preparazione alla celebrazione

del nostro centenario: «Signore, che

cosa vuoi che io faccia?». È questa la do-

manda che sta all’inizio dell’itinerario di

conversione di Francesco d’Assisi, e che ci

guiderà per tutto il 2006, ma vorrei che fosse

anche l’interrogativo alla base del cammino

e della ricerca della nostra Università.

Esso, infatti, esprime il profondo desiderio

di luce e di verità, che era radicato nel cuore

di Francesco d’Assisi e che vorrei animasse

il cuore di tutti noi.

Dopo l’episodio nella chiesetta di San

Damiano Francesco si mette, infatti, in un

atteggiamento di ricerca autentica e di conversione.

Lascia progressivamente le sue

certezze, le sue sicurezze e la tranquillità di

una vita comoda e inizia una peregrinazione

che è soprattutto interiore. Così egli attua

subito ciò che crede di aver capito, ma non

esita di volta in volta ad abbandonare ciò

che ha compreso per una verità più piena

che progressivamente gli si fa incontro. Vediamo

allora Francesco che prima fa il muratore

e restaura le chiese in rovina di Assisi,

poi veste l’abito dell’eremita, poi accoglie

i fratelli, in un continuo evolversi di

quella forma di vita che lo porterà, sul monte

della Verna, alla piena conformazione

con Colui che per tutta la vita l’aveva chiamato

a sé, facendolo sempre più uscire da se

stesso. Questa estasi permanente del santo

di Assisi non mi pare distante dall’esperienza

di ogni uomo che ha fatto della sua vita

una ricerca della verità. «Chi cerca la verità

va oltre le sue idee preconcette, i suoi interessi

personali, per sottomettersi a ciò che

s’impone come vero all’intelligenza, impegnandosi

nella ricerca e accettando di esserne

trasformato» (Il sapore della parola

3.1.b).

Abbiamo bisogno di uomini e donne che

abbiano il coraggio di affrontare questo

viaggio faticoso, che, oltre ad una grande libertà

interiore, richiede un altrettanto impegnativo

senso di responsabilità. Come sempre

ripeto, anche a voi mi sento di dover di-


376 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

re: «Non possiamo accontentarci di magnificare

le opere dei nostri antenati; piuttosto,

dobbiamo ispirarci ad esse per adempiere il

compito che ci è affidato nel nostro frammento

di storia» (Sdp 3). La gloriosa tradizione

del pensiero francescano, infatti, avrà

tanto più valore quanto più vi si saprà attingere

per annunciare oggi il Vangelo di sempre,

ma con una freschezza e una forza rinnovate.

Questa è la missione che vi attende e per

la quale questa Università dovrà impegnare

tutte le sue forze. È in questa direzione che

si muove anche il Progetto Accademico,

che lo scorso maggio abbiamo presentato e

alla cui realizzazione continueremo ad impegnarci

insieme, cosicché l’Antonianum

possa continuare a crescere come un Centro

Universitario Francescano sempre più qualificato.

In quell’occasione affermavo che

una delle esigenze fondamentali per il raggiungimento

di questa meta è quella di

mantenere un dialogo costante con il carisma,

la tradizione e il cammino dell’Ordine

e, allo stesso tempo, di farsi interpellare dai

pressanti interrogativi che vengono dal

mondo, per cercare delle risposte insieme

agli uomini e alle donne del nostro tempo.

Accanto ad una ricerca appassionata,

profonda e qualificata sarà, perciò, importante

mantenere vivo anche l’atteggiamento

dell’ascolto. La ricerca di Francesco nasce,

infatti, dall’ascolto. Il santo di Assisi fin

dall’inizio è stato un attento ascoltatore:

dall’ascolto ha imparato a guardare e ad affrontare

la realtà. Francesco ascolta la Parola

di Dio, è sempre in ascolto della voce della

Chiesa, ascolta il grido dei lebbrosi del

suo tempo e il suo ascoltare diventa servizio

all’altro. Francesco è servo della Parola,

della Chiesa, di ogni uomo nel bisogno, ma

in modo nuovo, efficace, perché parte da

ciò che l’altro chiede e non da ciò che lui

pensa che l’altro abbia bisogno. Come dicevo

nella lettera Il sapore della parola, «L’ascolto

di una parola veritiera genera un nuovo

modo di vedere e opera sempre una

profonda trasformazione.… Lo Studio è

una delle strade verso questo ascolto nuovo

dell’uomo e del mondo. Esso, infatti, ci libera

dalla paura della nobile fatica del pen-

sare, mentre noi ci accontentiamo spesso di

ripetere formule e idee altrui. Ci libera ancora

dalla paura del silenzio, per prendere

una certa distanza dalla realtà. Da qui nascono

parole nuove per dare alla luce una

nuova vita, oltre le parole usurate dall’abitudine

e dall’ovvietà. Un simile percorso

porta con sé la sofferenza di ogni nuova nascita,

insieme alla gioia della scoperta»

(3.2.a). Consapevole che si tratta di un cammino

faticoso, fatto di espropriazione e di

grande povertà, non esito a chiedere prima

di tutto a voi, e a tutti quei Frati a cui il Signore

ha dato la grazia di approfondire i

suoi misteri e quelli dell’uomo attraverso lo

studio, di dirci parole nuove, non consumate

dall’uso, per ri-conoscere nel mondo di

oggi, nell’uomo di oggi, le impronte lasciate

da Cristo e seguirle come al suo tempo fece

Francesco.

L’Università diventa così, nella sua più

genuina tradizione, luogo di incontro e di

confronto, di riflessione e di comunicazione

e già per se stessa segno profetico in una

società che ha sempre più paura di ciò che

non conosce e gli è estraneo. L’accoglienza,

la stima e la fiducia nell’altro sono invece

sempre stati uno dei punti di forza della tradizione

francescana, come ci testimonia

con grande delicatezza anche la fine del Sacrum

Commercium, quando i frati conducono

su un alto colle Madonna Povertà e, come

dice il testo, «le mostrarono tutt’intorno

la terra fin dove giungeva lo sguardo, dicendo:

“Questo, signora, è il nostro chiostro”».

Non è dunque così strano se pochi

anni dopo ritroviamo i Frati Minori perfettamente

inseriti nelle più grandi Università

europee. Parigi, Oxford, Bologna diventano

i nuovi chiostri dei francescani. Il chiostro

non è più un luogo riservato ai monaci, ma

è il luogo in cui gli uomini e le donne si incontrano,

si conoscono, camminano insieme

e l’Università è per eccellenza uno di

questi luoghi. Non possiamo permetterci di

perdere questo stile che da sempre ci ha caratterizzato.

Servendomi ancora di immagini,

amo pensare alla nostra Università più

come ad un’agorà che come ad un tempio

del sapere; a una piazza dove uomini e donne

possono incontrarsi, trovarsi, sentirsi a


casa; ad un luogo aperto a tutti, in cui tutti

si sentono accolti e a cui a ciascuno è data

voce.

FR. JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO, OFM

Ministro generale e

Gran Cancelliere della PUA

2. Autorità Accademiche

E SECRETARIATU PRO FORMATIONE ET STUDIIS

– Prefetto Congregazione Educazione

Cattolica:

Em. Rev.ma Card. Zenon Grocholewski

– Segretario Congregazione Educazione

Cattolica:

Ec. Rev.ma Mons. J. Michael Miller

– Gran Cancelliere:

Rev.mo Fr. José Rodriguez Carballo

Ministro Generale OFM

– Vice Gran Cancelliere:

M.R. Fr. Francesco Bravi

Vicario Generale OFM

– Rettore Magnifico:

Fr. Johannes B. Freyer

– Vice-Rettore:

Fr. Manuel Blanco

– Decani:

Fr. Vincenzo Battaglia

Facoltà di Teologia

Fr. Priamo Etzi

Facoltà di Diritto Canonico

Fr. Stéphane Oppes

Facoltà di Filosofia

Fr. Giovanni Claudio Bottini,

Facoltà di Scienze Bibliche e Archeologia

– Presidi:

Fr. Paolo Martinelli

Istituto Francescano di Spiritualità

Fr. Roberto Giraldo

Istituto di Studi Ecumenici

Fr. Pietro Messa

Scuola Superiore di Studi Medievali

e Francescani

Sr. Mary D. Melone

Istituto Superiore di Scienze Religiose

– Officiali Maggiori:

Segretario Generale:

Fr. Marek Wach

377

Direttore della Biblioteca:

Fr. Marcello Sardelli

Economo:

Fr. Augusto Micangeli

– Consiglio del Rettore:

Fr. Johannes B. Freyer

Rettore

Fr. Manuel Blanco

Vicerettore

Fr. Vincenzo Battaglia

Decano della Facoltà di Teologia

Fr. Priamo Etzi

Decano della Facoltà di Diritto Canonico

Fr. Giovanni Claudio Bottini

Decano della Facoltà di Scienze Bibliche

e Archeologia

Fr. Stéphane Oppes

Decano della Facoltà di Filosofia

Fr. Marek Wach

Segretario Generale

– Commissione di Disciplina:

Fr. Czeslaw Teklak,

Facoltà di Teologia

Fr. Heinz-Meinolf Stamm

Facoltà di Diritto Canonico

Fr. José Merino

Facoltà di Filosofia

– Uffici e Officiali

• Segreteria

Segretario Generale: Fr. Marek Wach

Vicesegretario Generale e Direttore della

Segreteria: Fr. Giulio Barocco

Addetto Segreteria: Dott. Valeriano Fiori

• Biblioteca

Direttore: P. Marcello Sardelli

Addetti alla Biblioteca: Fr. Trinidad

Huertas, Sig.ra Francesca Lagana, Sig.ra

Angela Umukoro, Dott.ssa Maria Grazia

Presti

Consiglio della Biblioteca: Fr. Marcello

Sardelli, Fr. Vincenzo Battaglia, Fr. Priamo

Etzi, Fr. Stéphane Oppes

• Economato

Economo: Fr. Augusto Micangeli

• Commissione Economica

Fr. Manuel Blanco, Fr. Marek Wach, Fr.

Martín Carbajo Núñez

• Ufficio Editoriale

Direttore Ufficio Editoriale: Fr. Augusto

Micangeli


378 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

Consiglio Editoriale: Fr. Augusto Micangeli,

Fr. Vincenzo Battaglia, Fr. Priamo

Etzi, Fr. Stéphane Oppes, Fr. David

Jaeger, Fr. David Volgger

• Rivista “Antonianum”

Direttore della rivista Antonianum: Fr.

David Jaeger

Segretario della rivista: Fr. Moacyr Malaquias

Junior

• Ufficio Informatico

Direttore: Fr. Martín Carbajo Núñez

• Uffici Vari

Portineria-Fotocopie: Fr. José Luis

Orozco Guerrero

3. Apertura ufficiale dell’Anno accademico

2005-2006

PUA, Roma, 8 novembre 2005

ALLA SCUOLA DEL

BEATO GIOVANNI DUNS SCOTO

Carissimi Fratelli e Sorelle che prestate

servizio alla Pontificia Università Antonianum,

autorità accademiche e officiali, chiarissimi

professori e studenti, carissimi “socii”

della Commissione Scotista, il Signore

vi doni la sua Pace!

Ringrazio il professor Antiseri che, con

la sua lezione magistrale, ci ha guidati sulla

via di una positiva riscoperta della contingenza.

Questa segna, infatti, variamente ma

ampiamente la cultura, il sentire e la società

del nostro tempo. Vediamo, però, che esiste

una via positiva per percorrerla e che, come

abbiamo appena ascoltato, già san Bonaventura

ne aveva tracciata una. L’Itinerarium

mentis in Deum, è alla lettera una

“via”, un itinerario, un cammino attraverso

la contingenza del cosmo e dell’uomo, il limite

fuori e dentro di noi, che si fa, positivamente,

accesso all’Assoluto, a Dio. Siamo

di fronte della traduzione bonaventuriana

della vicenda umana e spirituale di frate

Francesco che sapeva scoprire, ascoltare e

contemplare l’altissimo, onnipotente, bon

Signore nelle creature e attraverso le creature,

anche là dove, agli occhi dei più, sembrava

essere negato. Chiamando fratello e

sorella ogni creatura e le cose più umili, le

realtà in cui la limitatezza è più evidente,

san Francesco afferma il manifestarsi della

sovrana e amorevole paternità di Dio in esse.

Egli, così, riconosce e loda l’Assoluto

nel contingente: nella “creatura mondo”, la

«sora nostra matre Terra», nell’erba che «al

mattino fiorisce e germoglia, alla sera è falciata

e dissecca» (Sal 90,6), in tutti gli animali,

anche i più piccoli od insignificanti,

come le api e i vermi (cf 1Cel 80ss), in sorella

cenere, simbolo eloquente della caducità

e transitorietà della nostra realtà. Ma

anche il limite dell’uomo si fa motivo di lode:

nella estrema fragilità di fratello corpo,

nei «fratelli cristiani lebbrosi», in «sora nostra

morte corporale», nelle sorelle sofferenze

e infermità. Nemmeno la povertà morale,

infine, si sottrae a questa logica, perché

Francesco la sa trasformare in lode: per

i fratelli briganti, per frate lupo, per i «sacerdoti

poverelli di questo mondo» e anche

per i ricchi che vivono nel lusso.

Così, sulle orme di san Francesco, il beato

Giovanni Duns Scoto, nella cui memoria

liturgica, oggi abbiamo voluto far tenere la

Prolusione per l’apertura del nuovo anno

accademico della nostra Università, si rivela

molto attento al valore intrinseco della

contingenza e del finito. Egli, nella sua famosa

dottrina dei trascendentali disgiuntivi,

affermando che ogni essere esistente deve

considerarsi, per necessità ontologica, finito

o infinito, eleva di fatto la finitezza dell’uomo

viatore alla dignità di predicato trascendentale

e poiché, come Scoto dimostra

nel De Primo Principio, Dio è l’unico essere

infinito, allora il finito, il possibile e il

contingente, altro non sono, in un certo senso,

che l’aspetto più proprio di tutto ciò che

non è Dio, del mondo e dell’uomo. A differenza

dell’itinerario di san Bonaventura,

che si basa sull’immagine e somiglianza del

mondo e dell’uomo con Dio, la via di Scoto

a Dio si fonda, dunque, proprio sulla radicale

diversità e alterità del mondo e dell’uomo,

contingenti, da Dio, che è infinito e necessario.

Da Bonaventura a Scoto è passata solo

una generazione, ma anche allora i tempi

correvano e, nell’arco di quella generazione,

cambiò radicalmente il modo di pensare


E SECRETARIATU PRO FORMATIONE ET STUDIIS

e di affrontare la realtà. Tramontato Agostino,

si era ormai imposto Aristotele, ma i

Frati Minori, con Francesco, hanno continuato

ad affermare che il mondo e l’uomo,

comunque li si concepisca, de te, o Altissimo,

portano significazione. Per arrivare a

Dio non si devono cercare, sembra dirci

Scoto, i tratti comuni tra l’Assoluto ed il

contingente, quanto invece la essenziale ed

ineliminabile differenza ed alterità esistente

tra Infinito e finito. È questa la via “nuova”

di Scoto, che aprendosi alla visione

“laicizzante” e “secolarizzante” di Aristotele,

la sa iscrivere in una visione cristiana del

mondo, dell’uomo e della storia, come è la

visione francescana.

Il beato Giovanni Duns Scoto ci ricorda,

così, che anche nel campo della conoscenza,

della cultura e dello studio, il possibile

ed il contingente possono costituire la condizione

di apertura al Necessario e all’Assoluto.

Piuttosto di un “pensiero forte”, che

corre il rischio di voler garantire l’esistenza

dell’Assoluto – quasi fosse la potenza del

pensare umano ad assicurare l’esserci di

Dio e non, invece, la sua infinità ed assolutezza

– Scoto propone un pensiero umile,

povero, “francescano”, che si fa invocazione

e vocazione, preghiera e pellegrinaggio,

verso l’Assoluto. Comprendiamo in questa

cornice la tradizionale particolare attenzione

che nella tradizione francescana sono

sempre state riservate alla libertà ed alla

storicità dell’uomo, alle sue verità, povere e

pur sempre verità.

Il secolo che ci siamo appena gettati alle

spalle, il ventesimo dell’era cristiana, legato

a doppia mandata col razionalismo e con

una fede smisurata nelle capacità della ragione,

è stato il secolo dei sedicenti pensieri

“forti”, delle ideologie, di visioni del

mondo ambiziosamente omnicomprensive

e, perciò, tendenzialmente violente, di due

grandi guerre mondiali e di altri numerosi

conflitti. L’insegnamento del beato Duns

Scoto ci presenta, invece, una ragione conscia

dei propri limiti e della sua essenziale

adesione alla contingenza, e che è, pertanto,

attenta alle verità degli altri. Un tale insegnamento

indica oggi, per l’uomo di buona

volontà intento a costruire un mondo mi-

379

gliore, una via privilegiata su cui incamminarsi

con sapienza e amore. La venerata

memoria di Paolo VI presentava in tale luce,

già nel 1966, la dottrina scotiana: «Contro

poi il razionalismo – scriveva il Papa –

[Giovanni Duns Scoto] ha rilevato i limiti

della ragione nella conoscenza delle verità

rivelate e la necessità di queste ultime per il

raggiungimento del fine ultimo, al quale

l’uomo è stato destinato» (PAOLO VI, Alma

parens, n. 18).

«In processu generationis humanae

semper crevit notitia veritatis», «La conoscenza

della verità è sempre cresciuta nel

progredire del genere umano» (Ordinatio

IV, d. 1, q. 3, n. 8): Scoto manifesta una

profonda sensibilità ermeneutica che lo rende

uomo per i nostri tempi, più che medievale.

Quasi facendo eco al Dottore Serafico,

che insegnava come «nulla in questa vita

può essere conosciuto in maniera piena»

(«nihil in hac vita scitur plenarie», Quaestiones

disputatae de scientia Christi, q. IV,

ad 22), Scoto ci invita ad una attenzione e

ad un ascolto dell’altro, del diverso da me.

Nella via del progresso dell’uomo sembra

invitarci ad una pacifica accoglienza intellettuale

di chi non la pensa come me, ma

che con me condivide il limite, la contingenza,

la storicità, forse la mia stessa sete di

Assoluto. Nella mia lettera Il Sapore della

Parola su la vocazione intellettuale del

Frate Minore oggi, scritta in occasione della

elevazione del nostro Antonianum a Pontificia

Università, esortavo i Frati, e soprattutto

quelli impegnati nello studio e nel

dialogo con le culture, ad assumere atteggiamenti

di rispettoso ascolto ed attenta ermeneutica,

atteggiamenti così necessari per

poter accogliere gli altri ed il totalmente Altro:

«La ricerca della Vita, della Verità e del

Bene, sconfinato oceano di luce, richiede

un’intelligenza appassionata e insieme attenta

e rispettosa perché, dato che il manifestarsi

della verità non è mai immediato, la

ricerca non può essere che insonne ermeneutica»

(Il Sapore della Parola, 3.1).

Mi auguro che la passione per la ricerca

della “Via, Verità e Vita” possa accendere le

menti, oltre che i cuori, di tutti coloro che si

accostano al pensiero francescano in gene


380

AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

re e, in particolare, a quello del beato Giovanni

Duns Scoto. Vorrei qui ricordare specialmente

i Frati che lavorano in maniera

umile, nascosta, ma con grande amore, nella

Commissione Internazionale Scotista. A

loro il grazie di tutto l’Ordine per quanto

hanno fatto finora e perché ci stanno riconsegnando

l’opera di un Frate, che con il suo

pensiero ha segnato profondamente anche il

nostro modo di essere Frati. Il mio ricordo

va anche a Fr. César Saco, che per tanti anni

ha lavorato con competenza e amore nella

Commissione Scotista. Al Signore della

vita innalziamo la nostra preghiera per lui e

per tutti quanti hanno lavorato nella Commissione

Scotista. A tutti l’augurio che,

mentre ci prepariamo a celebrare l’VIII

Centenario della nascita del nostro carisma,

impariamo dal beato Giovanni Duns Scoto

a viverlo nella fedeltà, ma sapendo, con

creatività, renderlo significativo per il nostro

tempo.

FR. JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO, OFM

Ministro generale e Gran Cancelliere

2. Incipiamus Fratres! II Congresso Internazionale

dei Maestri di Noviziato

dei Frati Minori

Verna-Assisi, 08-29.10.2005

1. Cronaca

Dall’8 al 29 ottobre 2005 è stato celebrato

il II Congresso Internazionale dei Maestri

di Noviziato dell’Ordine dei Frati Minori.

Il Capitolo Generale del 2003 ha incoraggiato

ad avere molta fiducia nelle

possibilità di questi incontri internazionali.

Il precedente Congresso dei Maestri di Noviziato

è stato celebrato nel 1988.

Le Case di Noviziato nell’Ordine sono

attualmente 80 e secondo le statistiche date

dai Maestri nel Congresso, in questo anno

circa 550 Novizi hanno cominciato l’anno

della prova. Almeno una quindicina di questi

Noviziati sono Interprovinciali, la comunità

formativa è composta cioè da frati di

diverse Entità che collaborano per garantire

una formazione più adeguata. Diversi Noviziati

ospitano Novizi di altre Province.

Ormai la ricerca di collaborazione in questo

campo è in netta crescita.

I Maestri presenti al Congresso sono 73

e provengono da 73 Entità e da 43 Paesi diversi.

Una vera scommessa di internazionalità!

Il Congresso è organizzato dalla Segreteria

Generale per la Formazione e gli Studi,

che ha promosso quasi due anni fa una

consultazione previa di tutti i Maestri di

Noviziato nel mondo per una verifica di alcuni

ambiti (criteri di ammissione e di discernimento;

i Noviziati Interprovinciali;

rapporto con il Postulato, maturità umana e

educazione alla preghiera ecc.) e sulle loro

attese riguardo ai temi del Congresso.

Il Congresso è stato anzitutto un momento

di formazione permanente per i Maestri

stessi, partendo dalla figura del formatore,

per poi passare ai novizi nel processo

di accompagnamento, fino a riflettere verso

quale Vita religiosa francescana formiamo

oggi.

La prima settimana del Congresso,

dall’8 al 16 ottobre, è stata vissuta al Santuario

della Verna, come un tempo di sosta e

di riflessione più intensa per i Maestri. Nella

Celebrazione Eucaristica di apertura il

Ministro generale ha invitato i Maestri ad

essere riconoscenti per il servizio che svolgono.

Inoltre, il Ministro ha condiviso con

loro la sua esperienza di Padre Sinodale a

Roma. Nel corso della prima settimana i

partecipanti si sono conosciuti e hanno condiviso

le rispettive situazioni di formatori.

Si è riflettuto quindi sul formatore tra “grazia

e prova” nel suo ministero. Ci hanno

aiutato Fr. Seamus Mullholland, da Canterbury

(Inghilterra) e P. Amedeo Cencini, religioso

canossiano. L’accoglienza della Fraternità

del Santuario è stata ottima e ci ha

aiutato nella conoscenza reciproca.

Dal 16 al 29 ottobre il Congresso è continuato

a S. Maria degli Angeli (PG), presso la

Casa “Aristide Leonori” della COMPI. Anche

qui ci siamo sentiti veramente in famiglia

grazie all’accoglienza discreta ed efficiente

dei fratelli. Nella seconda settimana ci

siamo fermati sul noviziato tra “grazia e prova”,

approfondendo soprattutto le aree del

discernimento e dell’accompagnamento,


E SECRETARIATU PRO FORMATIONE ET STUDIIS

grazie alla competenza di Fr. Massimo Reschiglian,

ofm, Ministro provinciale dell’Umbria.

Fr. Ferdinando Uribe (Colombia),

ha presentato una lettura attualizzante della

Regola. Fr. Nestor Schwerz, Segretario generale

per l’Evangelizzazione ha presentato

la formazione per l’evangelizzazione, mentre

Fr. Joe Rozansky, vice Animatore generale

GPIC, ha parlato della formazione per

Giustizia, Pace, Integrità del Creato.

Fr. Johannes Freyer (Germania) Rettore

della Pontificia Università Antonianum ha

animato due giornate di ritiro dedicate alla

pedagogia francescana della preghiera.

Nel corso della terza settimana ci siamo

interrogati per quale Vita religiosa francescana

stiamo formando, per quale futuro della

nostra stessa fraternità. Ci hanno accompagnati

nell’ordine Fr. Giacomo Bini, ex Ministro

generale dell’Ordine e l’attuale Ministro

generale, Fr. José R. Carballo. Fr. Juan M.

Ilarduia (Spagna) ha presentato la mediazione

formativa del progetto personale.

Frutto del lavoro del Congresso è la Lettera

ai Ministri e Custodi, che è riportato in

questo stesso numero.

Il Congresso è stato ritmato da momenti

di preghiera comune che ne hanno segnato

profondamente lo stile e la qualità. I luoghi

francescani, dalla Verna ad Assisi alla Valle

reatina, hanno fatto il resto con il loro intatto

fascino.

I momenti di fraternità sono stati arricchiti

dalle diverse espressioni culturali e

linguistiche, rendendo colorata e animata la

nostra convivenza.

Il Ministro generale ha condiviso con i

partecipanti tutta l’ultima settimana, rendendosi

disponibile anche all’ascolto personale

dei frati. Il Definitorio generale al

completo è rimasto con noi negli ultimi due

giorni, incontrando i Maestri delle rispettive

Conferenze.

Il Congresso è stato l’occasione preziosa

per fare il punto su questa tappa della formazione

iniziale, verificarne l’andamento e

la graduale trasformazione e cercare di

proiettarci verso il futuro. Lo scambio internazionale

ha aperto gli orizzonti di tutti,

rivelando anche la sostanziale tenuta e fedeltà

alla tradizione di questa tappa. Si è

messo a fuoco con forza il nucleo del cammino

proprio del Noviziato, che è quello di

favorire l’incontro personale con il Signore

e di iniziare alla vita francescana. La sfida è

quella di accompagnare la maturità umana

dei candidati per disporre della necessaria

libertà interiore per entrare in un’esperienza

profonda e trasformante.

Il Congresso è stato veramente l’occasione

per riflettere sulle attuali sfide della

formazione e un’esperienza di autentica comunione

e di crescita nel senso di appartenenza

a una Famiglia internazionale come

quella dell’Ordine dei Frati Minori.

FR. MASSIMO FUSARELLI, OFM

2. Omelia del Ministro generale

Santuario della Verna, 09.10.2005

CON FRANCESCO

PER SEGUIRE IL CRISTO

Is 25, 6-10; Fil 4, 12-14. 19-20; Mt 22, 1-14

381

Cari Fratelli partecipanti al II Congresso

Internazionale dei Maestri dei Novizi

OFM: Il Signore vi dia pace!

1. È con gioia che vi do il benvenuto su

questo monte santo, sul quale ormai da 800

anni «la mano del Signore continua a posarsi»

(cf. Is 25, 0). Benvenuti sul monte delle

Stimmate, dove il Signore tolse definitivamente

il velo che copriva la mente di Francesco

(cf. Is 25,7) e da dove il Poverello di

Assisi, nostro padre e fratello Francesco, si

trasformò in “icona” vivente e visibile del

Crocifisso. Benvenuti al “calvario francescano”,

dove l’“amante si trasformò nell’amato”

(LegM XIII, 5). La grazia del luogo e

l’intercessione dello “stimmatizzato della

Verna”, ci aiuti a porre la «nostra mente, la

nostra anima e il nostro cuore» (cf. 3LAg

12-13) in Colui “la contemplazione del quale

ristora” (4LAg 11), per trasformarci, interiormente

ed esteriormente, per la contemplazione,

«nell’immagine della sua divinità»

(3LAg 13).

2. Il Servo di Dio Giovanni Paolo II durante

la sua visita al Monte della Verna affermò:

«Qui è nato il francescanesimo».

L’espressione, in un primo momento, po


382 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

trebbe sembrarci strana e tuttavia, riflettendoci

sopra profondamente, scopriremo facilmente

la gran verità che vi si nasconde.

Di fatto, se l’obiettivo ultimo della nostra

vocazione è l’identificazione con Cristo per

essere «memoria vivente del modo di vivere

e di mettere in pratica di Gesù» (VC 22),

assumendo «i suoi sentimenti e la sua forma

di vita» (VC 18), fino ad «una particolare

comunione di amore con Lui» (CdC 22),

non c’è dubbio che è qui alla Verna che la

vocazione di Francesco si fa chiara definitivamente

e giunge alla sua pienezza. L’incontro

con il Crocifisso è il punto di partenza

del cammino vocazionale di Francesco.

L’incontro con il Crocifisso della Verna è il

culmine della sua conformazione a Cristo

(cf RFF 36). Da questo momento, infatti,

Francesco potrà dire con Paolo: «Per me vivere

è Cristo» (Fil 1,21), per questo, «non

sono più io che vivo, ma Cristo vive in me»

(Gal 2,19-20). Qui Cristo “nasce” e si “incarna”

definitivamente in Francesco, qui

Francesco si “cristifica” e “nasce” definitivamente

per Cristo, qui nasce il francescanesimo.

Quello che nacque ad Assisi, giunge

al suo compimento alla Verna.

3. A distanza di 800 anni Francesco ci si

presenta come «vero amante e imitatore» di

Cristo (cf. TestsC 5). «Il Figlio di Dio si è fatto

nostra via» (cf. Gv 14,6) e il beato padre

Francesco ce lo mostra, «con la parola e con

l’esempio» (TestsC 5). Il piccolo e indotto

Francesco, in tutta la sua vita, però specialmente

qui alla Verna, si presenta a noi come

un vero padre spirituale, e il suo magistero,

fatto di parola e di esempio, continua ad essere,

per tutti noi suoi figli, lampada che illumina

l’oscurità del nostro cammino.

4. In questo giorno di grazia, cari fratelli,

lasciamoci guidare da questo maestro di

spirito. Che il nostro cuore arda nell’ascoltare

la sua lezione magistrale dalla cattedra

della Verna, così come ce la trasmette san

Bonaventura nella sua Leggenda maggiore.

5. Tenendo presente il racconto della trasfigurazione

del Signore, il Dottore Serafico

scrive: «sotto la guida della divina Providenza»,

Francesco «sale su un monte elevato

e solitario chiamato la Verna». Egli,

che si era proposto di salire costantemente

verso Dio (cf LegM XIII, 1), sale verso il

Tabor francescano, la Verna, per incontrarsi

con «il Signore santo, Dio unico», con

colui che Francesco canta, proprio in questo

luogo, dopo l’impressione delle Piaghe, come

il «bene, tutto il bene, il sommo bene»

(LodAl 1.3). Francesco, cercatore instancabile

del «grande e ammirabile Signore, Dio

onnipotente e misericordioso Salvatore»

(LodAl 6), desidera incontrare il Dio che per

lui è tutto – Deus meus et omnia – ed è per

lui che sale al monte, luogo tradizionale

dell’abitazione del Signore. Sale, quale

nuovo Mosè, non mosso dalla curiosità,

quanto con l’unica aspirazione «investigare

il beneplacito divino, al quale desiderava

conformarsi in tutto» (LegM XIII, 1).

6. Francesco ci insegna che per conoscere

la volontà del Signore è necessario “salire”

e “ricercare”. La salita, nel vocabolario

evangelico e paolino, esige la rinunzia a se

stessi, il morire alle opere del peccato esige

la crocifissione della carne per vivere una

vita secondo lo Spirito (cf Gal 5,24). Salire,

nel vocabolario francescano, comporta la liberazione

da tutto ciò che è superfluo, esige

la purificazione e l’itineranza del cuore,

comporta dare un nuovo orientamento alla

propria esistenza. Salire, in definitiva, esige

la conversione, lasciare che la nostra vita

sia «toccata dalla mano di Cristo, guidata

dalla sua voce e sostenuta dalla sua grazia»

(VC 40), perché altrimenti verremmo meno

al nostro proposito. Dall’altra parte “ricercare”

comporta impegno, dedicazione, abnegazione

di se stesso, austerità. In tal modo

“salire” e “ricercare” si integrano a vicenda.

Non è possibile conoscere la volontà

del Signore, e meno ancora seguirla (cf.

PCr 5), senza le esigenze che comportano

ambedue le attitudini – salire e ricercare –

che sono profondamente attive.

7. Francesco sale per stare. Il Poverello

sente la necessità di ritirarsi «nel punto più

recondito della solitudine, in un posto tranquillo,

abbandonando il frastuono delle folle»

e in tal modo «affidarsi più liberamente

al Signore». Non è la solitudine per la solitudine,

che Francesco cerca. È la solitudine

del cuore abitato, del cuore innamorato, la

solitudine come condizione per stare con la


E SECRETARIATU PRO FORMATIONE ET STUDIIS

persona che si ama. Imitando Gesù che si ritirava

di frequente in “un luogo appartato”

per entrare in comunione piena con il Padre,

anche Francesco ama la solitudine, la

cerca, pratica l’appartarsi. Nella solitudine,

assorbito completamente nella contemplazione

e nell’orazione, Francesco incontra

ciò che resta, trova ciò che è vero, scopre

l’ amarezza inevitabile di ciò che pare dolce

e la dolcezza sorprendente di ciò che appare

amaro, scopre a chi dire, senza che l’inganno

divori le parole: «tu sei tutto per

me»: la sapienza, la bellezza, la sicurezza,

la gioia, la giustizia, tutta la ricchezza a sufficienza,

la dolcezza... (cf LodAl).

8. Francesco sale per stare e sta per discendere.

La sosta sul monte l’aveva trasformato,

trasfigurato. D’ora in poi non potrà

star solo: «Scende dal monte l’uomo angelico

Francesco, portando con sé l’effige

del Crocifisso..., impressa dal dito del Dio

vivente nelle membra della sua carne»

(LegM XIII, 5). Chi si è incontrato con Colui

che è tutto non può tacere più. “Attenzione

al silenzio della lingua”, però parla la

stessa carne. Francesco si sforza di guardare

“il segreto reale” del quale è depositario,

però è lo stesso Signore che “parla” attraverso

il suo corpo, nel quale aveva impresso

“quei segni” (cf LegM XIII, 5). D’ora in

avanti il “maestro” Francesco parlerà più

con l’esempio che con la parola.

9. Cari Fratelli Maestri, il Signore ci invita

al banchetto che ha preparato per noi

(cf Mt 22,1-14). Ci nutre con il suo corpo e

il suo sangue, vero banchetto per tutti coloro

che credono in lui e mangiano la sua carne

e devono il suo sangue (Gv 6,22ss); ci

nutre con la sua parola, “alimento per la vita,

per la preghiera e per il cammino di ogni

giorno” (CdC 24); ci nutre e si mostra a noi

come il nostro cammino con le parole e con

l’esempio del padre san Francesco (cf TestsC

5), particolarmente in questa circostanza

che riunisce alla Verna tutti i Maestri dei

Novizi dell’Ordine. Nutriamoci del suo corpo

e del suo sangue, mossi dalla fede – attenzione

a non accostarsi al banchetto senza

essere vestiti dell’ “abito nuziale” (cf Mt

21,11-14) –; alimentiamoci con la sua parola,

attraverso la quale mostrerà a noi come a

383

Francesco quello che sarà “più gradito a

Dio” (cf LegM XIII,5) e contemplando l’itinerario

di Francesco sul monte della Verna,

diventiamone l’immagine fedele, visto che

questo itinerario continua ad essere esemplare

«per la vita e la formazione dei frati

del nostro tempo» (RFF 39).

10. Sì, anche come formatori e Maestri

abbiamo bisogno di salire, abbiamo bisogno

di convertirci; abbiamo bisogno di fermarci

e di rimanere per ampi spazi di tempo

in preghiera prolungata e fervorosa, abbiamo

bisogno di scendere per mostrare Cristo

ai fratelli che ci sono stati affidati, attraverso

la nostra parola e l’esempio. Non c’è un

altro modo per formare. Il Maestro dei novizi

non forma solo né principalmente trasmettendo

concetti, per quanto necessari

siano. Il Maestro forma solo se ha l’esperienza

dell’incontro personale e profondo

con Cristo. In caso contrario sarà un semplice

insegnante, o, ciò che è peggio, un

semplice ciarlatano. Come potremo indicare

il cammino se noi stessi non lo conosciamo?

Come potremo far vedere le difficoltà

del cammino e anche le sue bellezze se non

le abbiamo sperimentate prima? Come potremo

insegnare con le parole se nello stesso

tempo non siamo eloquenti con la vita?

11. La nostra missione in quanto Maestri

e formatori dei fratelli che ci sono stati affidati,

consiste principalmente nell’accompagnarli

verso la conoscenza, «più profonda e

viva di Gesù Cristo» (RFF 191), verso la

configurazione a Lui. Se l’obiettivo ultimo

della formazione è «la assimilazione progressiva

dei sentimenti di Cristo verso il Padre»

(VC 65), fino a giungere alla «piena

maturità di Cristo» (Ef 4,13), è necessario

che noi Maestri e formatori mostriamo ai

nostri fratelli «la bellezza della sequela del

Signore». Per fare questo a noi è richiesto

come primo requisito quello di essere «persone

esperte nelle vie che conducono a

Dio», perché solo così saremo capaci di

«accompagnare gli altri in questo percorso»

(VC 66).

12. Cari Fratelli Maestri, so per esperienza

personale – dal momento che ho avuto

la grazia di accompagnare i novizi per 12

anni – che la vostra missione non è facile.


384 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

No, non è facile per noi salire, stare e scendere.

E non è facile accompagnare gli altri

in questi tre movimenti di uno stesso cammino,

quello della conversione e per questo

della formazione. La croce si fa presente

più volte di quelle che vorremmo nella nostra

vita e nella vita dei fratelli che accompagniamo.

Non possiamo comunque dimenticare

quanto ha detto in questo luogo il

17 settembre 1988, colui che oggi è il Papa

Benedetto XVI: «La vera carta di identità

del discepolo di Gesù, è la comunione con

la croce». Non c’è sequela senza croce.

Dobbiamo tenerlo fortemente presente e

dobbiamo fare tutto il possibile perché i nostri

fratelli lo comprendano.

13. Con forza e con profonda convinzione

vi dico: “Non abbiate paura”. Come Paolo

potremo dire: «tutto posso in colui che mi

da forza» (Fil 4,13). Attraverso di lui nulla

è impossibile (cf. Lc 1,37). E neanche c’è

qualcosa di impossibile per colui che crede

e che ama. Mettiamoci in cammino!

FR. JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO, OFM

Ministro generale

3. Telegramma di Benedetto XVI

Città del Vaticano, 20.10.2005

Grato per devoto messaggio, inviato unitamente

ai Maestri Noviziato riuniti in Congresso

presso la Verna, Sommo Pontefice

ricambia premuroso pensiero, auspicando

che provvido incontro susciti rinnovati propositi

autentica fraternità sull’esempio di

san Francesco d’Assisi e generoso impegno

nell’opera nuova evangelizzazione; mentre

invoca copiosi doni e lumi celesti per buon

esito lavori di cuore invia implorata benedizione

apostolica.

CARD. ANGELO SODANO

Segretario di Stato

4. Lettera ai Ministri e ai Custodi

S. Maria degli Angeli, 28 ottobre 2005

Cari Fratelli,

il Signore vi dia pace!

Noi, Maestri di Noviziato di tutto l’Ordine,

siamo convenuti al Monte della Verna e

ad Assisi dall’8 al 29 ottobre di questo anno

di grazia 2005, rispondendo all’invito del

Ministro Generale, dopo le indicazioni del

Capitolo Generale e il lavoro di preparazione

della Segreteria Generale per la Formazione

e gli Studi. E’ stata per noi, provenienti

da 73 Entità e da 43 Paesi, un’opportunità

unica di pregare, riflettere e

condividere le nostre distinte realtà, la bellezza

della nostra vocazione ed il servizio

che svolgiamo nelle Case di Noviziato dell’Ordine.

Abbiamo vissuto il Congresso all’inizio

della preparazione all’ottavo centenario

di fondazione dell’Ordine. In questi

giorni siamo cresciuti nella coscienza di essere

una fraternità internazionale e plurale,

con la ricchezza e le difficoltà che questo

comporta.

Abbiamo gustato l’attualità del nostro

carisma, guardando a S. Francesco, “uomo

del futuro” e a tutta la nostra tradizione carismatica:

il carisma è vivo ed è sempre da

realizzare di nuovo, per noi, per i fratelli

che verranno e per tutti gli uomini di buona

volontà. Con passione, audacia e creatività

vogliamo guardare al futuro. Abbiamo anche

preso atto della grande fragilità personale,

fraterna e istituzionale delle nostre

realtà, che a volte rallenta il cambiamento e

altre volte ci chiede misericordia e accompagnamento.

Siamo stati confermati allora

nella speranza che il Signore continua a realizzare

in mezzo a noi la sua opera, per il bene

della Chiesa e del mondo intero in questo

tempo di grandi e rapidi cambiamenti.

Abbiamo riflettuto sulla figura del formatore

e sul cammino formativo dei novizi.

Abbiamo riconosciuto la grazia e il dono

d’essere formatori. È un servizio a volte difficile,

eppure sappiamo che costituisce per

noi oggi la risposta personale alla nostra

stessa vocazione. Siamo consapevoli che

possiamo accompagnare efficacemente i

novizi solo se accettiamo di crescere con loro.

Abbiamo reso grazie a Dio per i circa

cinquecentocinquanta novizi presenti oggi

in tutto l’Ordine, realtà che ci incoraggia

nel nostro impegno.

Abbiamo riflettuto sulle difficoltà che si

incontrano in questo servizio e che di frequente

diventano “prove” per noi formato-


E SECRETARIATU PRO FORMATIONE ET STUDIIS

ri; prove che, affrontate con docilità allo

Spirito del Signore, possono diventare occasione

di crescita per noi stessi e per la fraternità

intera.

Riconosciamo il noviziato come una tappa

di iniziazione molto importante perché

prepara al dono di sé con la professione. Il

candidato «continua il discernimento e

l’approfondimento della propria decisione

di seguire Gesù Cristo nella Chiesa e nel

mondo secondo lo spirito di San Francesco»

(RFF 190), per arrivare a proclamare

col suo stesso entusiasmo: «Questo è ciò

che voglio, questo è ciò che bramo, questo è

ciò che desidero con tutto il cuore»» (1Cel

22)

Proponiamo a voi, nostri Ministri e Custodi,

tre punti di riflessione e di proposta

che ci sembrano particolarmente importanti

ed urgenti per rilanciare non solo la tappa

del noviziato, ma la nostra stessa vocazione

evangelica in ascolto dei segni dei tempi:

– La nostra consapevolezza come formatori.

– Il Noviziato tra CPV, Postulato, Professione

Temporanea e Formazione Permanente.

– Il formatore nella Fraternità formativa.

1. La nostra consapevolezza come formatori

1. Siamo consapevoli che il Noviziato è

un processo di profonda conversione. Attraverso

la preghiera, la vita fraterna e la missione,

il lavoro e lo studio nello spirito della

minorità, si può acquisire e approfondire

l’identità francescana, in modo tale che i

novizi imparino ad assumere loro stessi la

responsabilità di custodire la propria vocazione

di frati minori.

2. Siamo consapevoli dell’importanza di

riscoprire oggi la Regola quale fonte d’ispirazione

carismatica. Auspichiamo che la celebrazione

della “Grazia delle origini” ispiri

noi tutti a vivere con fedeltà più intensa la

vita evangelica che abbiamo professato.

3. Siamo consapevoli della bellezza di

formare i novizi all’incontro personale con

Gesù Cristo: a questo fine occorre offrire

una vera e propria pedagogia della preghiera

nel solco della nostra tradizione carisma-

385

tica e spirituale, attraverso esperienze concrete

di contemplazione e di missione.

4. Siamo consapevoli della necessità di

rafforzare il processo di crescita della maturità

umana dei novizi, attraverso un’attenzione

più profonda all’area affettivo-sessuale

e relazionale-vocazionale, per assumere

come una grazia la donazione totale di

sé per il Regno.

2. Il Noviziato tra CPV, Postulato, Professione

Temporanea e Formazione

Permanente

1. È necessario porre maggiore attenzione

nel periodo precedente il Noviziato –

Cura pastorale per le vocazioni, accoglienza

vocazionale e Postulato – alla maturità

umana e cristiana ed all’accompagnamento

personale, condizione perché il candidato

abbia la libertà interiore per accogliere la

proposta della vita francescana.

2. Assicurare la continuità tra il Noviziato

e il tempo della professione temporanea,

attraverso un itinerario formativo che permetta

al candidato di identificarsi con la vocazione

dei frati minori, specie attraverso

l’accompagnamento personale e la formazione

specificamente francescana. Per questo

raccomandiamo che ogni Entità sviluppi

un progetto concreto e integrato di formazione

che abbracci le tappe della CPV,

del Postulato, Noviziato, Professione Temporanea

e della Formazione Permanente, in

sintonia con il progetto provinciale e con le

altre indicazioni dell’Ordine. Questo progetto

richiede il sostegno e la collaborazione

dei Ministri/Custodi e dei loro Consigli.

3. Garantire la continuità formativa dopo

la professione solenne, in modo che tutta

la Fraternità provinciale/custodiale diventi

realmente corresponsabile nella formazione,

attraverso un’opzione più chiara e

incisiva per la Formazione permanente, sostenendo

così l’inserimento dei nostri candidati

nelle fraternità locali.

4. Occorre lavorare per superare quella

contraddizione tra ideale francescano e vita

concreta dei frati nelle fraternità locali, che

spesso diventa non tollerabile, in situazioni

gravi e manifeste, che possono diventare

motivo di disorientamento e persino di


386 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

scandalo per i candidati. La conseguenza

può essere l’abbandono dell’Ordine o l’adattamento

passivo a quelle stesse contraddizioni.

Siamo consapevoli che la qualità spesso

così bassa della vita e della testimonianza

dei frati e delle nostre Fraternità non può farci

rinunciare a presentare in modo oggettivo

e realistico la nostra forma di vita. Avvertiamo

dunque l’urgenza di centrarci sull’essenziale

della nostra vita, che consiste nel ripartire

dal Vangelo, così come lo abbiamo abbracciato

nella nostra Professione.

3. Il formatore nella Fraternità formativa

1. Proponiamo che nelle Entità si curi la

formazione adeguata dei futuri formatori,

prima del loro impegno diretto, in modo

particolare nell’area della formazione umana

e del carisma francescano.

2. Proponiamo che i Ministri e Custodi

ricordino e garantiscano ai formatori la propria

formazione permanente e aggiornamento

insieme alla priorità del loro servizio

e dell’accompagnamento dei candidati su

altri eventuali ministeri, anche per evitare

assenze eccessive dal Noviziato.

3. Proponiamo che nelle Entità si favorisca

maggiormente la fraternità formativa, in

modo che il lavoro del maestro sia coadiuvato

nell’accompagnamento di tutto il processo

formativo. Questo richiede un clima

di dialogo e di collaborazione e la definizione

chiara e condivisa del ruolo di ciascun

fratello nell’équipe. Anche la fraternità stabile

è corresponsabile insieme all’équipe

formativa nella crescita dei novizi all’interno

della vita di una fraternità tutta formativa

ed evangelizzatrice (cfr. RFF 125).

4. I Noviziati Interprovinciali siano sostenuti

e incoraggiati. In essi maturi sempre

più la collaborazione fattiva tra le Entità interessate,

a partire dalla condivisione dei

criteri formativi nelle tappe precedenti.

Consegniamo queste nostre riflessioni a

voi, Fratelli Ministri e Custodi e attraverso di

voi a tutti i nostri Fratelli sparsi nel mondo,

perché possiamo crescere insieme nel comune

servizio alla formazione permanente e iniziale,

rafforzando la speranza e la fiducia in

quel futuro che già inizia e cresce tra noi per

l’azione dello Spirito del Signore.

Come formatori siamo consapevoli della

responsabilità che ci è affidata e anche dei

nostri limiti. Vogliamo continuare a camminare

insieme ai novizi per rinnovare e vivere

oggi con più slancio e audacia la bellezza

della nostra vocazione di Frati Minori.

Tutto questo affidiamo all’intercessione di

Maria, Vergine fatta Chiesa, di S. Francesco,

il Poverello, e della pianticella S. Chiara.

I MAESTRI DI NOVIZIATO OFM

Prot. 096236

Visto dal Definitorio generale il 9 novembre 2005

5. Relación del Ministro general al II° Congreso

Internacional de Maestros de Novicios

Asís, 27 de octubre de 2005

LA FORMACIÓN FRANCISCANA

EN TIEMPOS DE REFUNDACIÓN

Punto de partida

Nuestra Orden, particularmente después

del Capítulo de Pentecostés 2003 y en plena

sintonía con tantos otros Institutos de vida

consagrada, habla de la necesidad de “volver

a los esencial”, de la “urgencia de acoger

el Espíritu y renacer de nuevo”, de volver

a los fundamentos, sin olvidar los retos

que nos vienen de la Iglesia y de la sociedad

actual. El programa es ciertamente exigente,

pues no afecta sólo a la superficie o fachada

de nuestra vida y misión, sino a lo nuclear

de la vivencia de la “forma vitae”

franciscana hoy.

En este contexto deseo tratar el tema “La

formación franciscana en tiempos de refundación”.

Lo hago con mucho gusto, aunque

también con temor. Gusto porque la formación

ha sido y sigue siendo mi pasión. Miedo

y temor porque se trata de un tema clave

en nuestro proceso de renovación profundo.

La Orden es y será según la formación que

damos y recibimos. No dudo pues en decir

que la formación entendida como “un proceso

de continua conversión del corazón”1

que nos permite “abrir el corazón al Evangelio

en la vida diaria”2, el conocimiento de

uno mismo y la búsqueda de la voluntad de


E SECRETARIATU PRO FORMATIONE ET STUDIIS

Dios3, es la columna vertebral, la piedra angular,

de todo este proceso de refundación.

En mi exposición partiré fundamentalmente

de mi experiencia, acumulada en los

muchos años dedicados directamente a la

formación. También partiré de los documentos

de la Iglesia4 y de la Orden5, sin olvidar

las últimas reflexiones llevadas a cabo

por la vida consagrada6. Con ello deseo que

nos mantengamos en los surcos ya trazados

por la tradición carismática y formativa de

nuestra Orden, permaneciendo abiertos a la

necesidad de abrir nuevas sendas y de repensar

nuestros modelos y procesos formativos

constantemente, para adaptarlos a las situaciones

cambiantes de la sociedad y, como

consecuencia, del sujeto de la formación.

Algunos principios básicos de la formación

Teniendo en cuenta esta doble necesidad -

partir de la experiencia acumulada, dentro y

fuera de la Orden, durante estos años postconciliares

y mantener viva la necesidad de

continuar, sin desfallecer, la búsqueda de

nuevos itinerarios formativos, que nos lleven

a una renovada fidelidad vocacional y a una

presencia más significativa en la Iglesia y en

la sociedad-, pienso que a estas alturas en

nuestra Orden ya podemos hablar de algunas

“certezas” adquiridas respecto de la formación.

He aquí las que me parecen mayormente

aceptadas, al menos a nivel teórico.

La formación ha de ser integral

Ante todo es necesario recordar, para sacar

las consecuencias oportunas, que la formación

ha de ser integral7, es decir, ha de tener

en cuenta a la persona en su totalidad

para que pueda desarrollar, de un modo armónico,

sus dotes físicas, psíquicas, morales

e intelectuales y todas sus dimensiones;

humana, espiritual y carismática8. A su vez,

para que la formación sea integral ha de

abarcar todos los ámbitos de la vida franciscana,

tal como aparecen en la Regla, las

Constituciones Generales y las Prioridades

de la Orden, “poniendo sumo cuidado en facilitar

la integración armónica de los diferentes

aspectos”9.

Uno de los errores del método formativo

387

en el pasado fue el de formar fragmentariamente

a la persona y, en consecuencia, también

al Hermano Menor. En muchos casos

se insistía demasiado en una dimensión, olvidando

otras también fundamentales; o se

favorecía el desarrollo de unas dotes, dejando

de lado otras igualmente importantes.

Como consecuencia, con frecuencia, se ha

dado un desarrollo parcial y no integral de

la persona.

Si no queremos formar “personalidades

fragmentadas”, hemos de impulsar y favorecer

la formación integral de la persona de

tal modo que, en todo momento, ésta se presente

“toda entera”, siempre en camino en

el seguimiento de Jesús, identificándose no

tanto con lo que hace, sino sobretodo con lo

que es.

La formación ha de ser personalizada10

Cada uno de nosotros somos seres irrepetibles,

“ejemplares únicos”. Y cada uno

de nosotros responde a la llamada del Señor

desde su situación única y original. Esto

comporta que la formación ha de ser “apropiada”

al proceso de cada uno, debe adecuarse

al ritmo real de crecimiento de cada

sujeto, para que los valores que la formación

a la vida consagrada intenta trasmitir

puedan ser asimilados, “a través de un síntesis

sapiencial y personal”11, por cada uno.

Esto comporta, entre otras mediaciones,

un acompañamiento personalizado que,

partiendo de la realidad concreta de cada

formando estimule a cada uno de ellos a la

meta de toda vida consagrada: “la conformación

con el Señor Jesús y con su total

oblación”12. Este acompañamiento posibilitará

el verificar el estado de interiorización

de los valores, interiorización que comporta

que los valores sean escogidos libremente,

sean auténticamente estimados y que se

dé un comportamiento armónico con ellos.

En este contexto compartimos plenamente

la afirmación de Vita Consecrata: “El principal

instrumento de formación es el coloquio

personal, que ha de tenerse con regularidad

y cierta frecuencia, y que constituye

una práctica de comprobada e insustituible

eficacia”13.


388 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

Si en el pasado, dada la homogeneidad de

los llamados, tal vez era suficiente prestar

atención a la formación del grupo, hoy, dado

el carácter único de cada uno -sea por las diferencias

de edad y de experiencias individuales,

sea por el diverso grado de cultura

humana y cristiana que traen-, sin descuidar

al grupo, se ha de dar mucha importancia a

cada persona, afinque se encuentre “un justo

equilibrio entre la formación del grupo y de

cada persona, entre el respeto a los tiempos

previstos para cada fase de la formación y su

adaptación al ritmo de cada uno”14.

Al hablar de la formación personalizada

hemos de tener en cuenta el factor tiempo. El

tiempo no lo soluciona todo, pero en una sociedad

como la nuestra y dada la situación

que viven hoy los jóvenes, tomarse un tiempo

adecuado es indispensable: “A la formación

inicial, entendida como un proceso evolutivo

que pasa por los diversos grados de la maduración

personal -desde el psicológico y espiritual

al teológico y pastoral-, se debe reservar

un amplio espacio de tiempo”15.

La formación ha de ser experiencial.

Puesto que el seguimiento de Jesús es

una vida, y no una simple ideología, la formación

a la vida consagrada ha de ser experiencial16,

es decir, debe favorecer la experiencia

concreta del estilo de vida y de los

valores propios de nuestra “forma vitae”.

También aquí hemos de señalar que en el

pasado la formación pecó de ser demasiado

teórica, de mirar sobre todo a la asimilación

de contenidos, de ser demasiado magisterial.

La formación hoy, sin olvidar los contenidos,

ha de mirar sobre todo a la asimilación

de los valores propios del carisma, a la

“progresiva asimilación de los sentimientos

de Cristo hacia el Padre”17. Y para ello la

formación ha de tocar los cuatro centros vitales

de la persona: La inteligencia con los

contenidos; el corazón, en cuanto sede de

los sentimientos; las manos, es decir, ha de

ser práctica; y los pies, es decir, debe ayudarnos

a andar por la vida.

La formación ha de ser permanente

Es más, la formación es por su propia naturaleza

permanente. Los consagrados no

somos llamados ni consagrados de una vez

para siempre. La plenitud a la que somos

llamados se alcanzará sólo por gracia después

de la muerte. De este modo, si nadie

puede decir en verdad que se ha conformado

completamente con Cristo, objetivo último

de la formación, esto quiere decir que la

formación es tarea de toda la vida y que por

tanto es un proceso que “no acaba nunca”18.

Si nadie “podrá jamás suponer que ha completado

la gestación de aquel hombre nuevo

que experimenta dentro de sí, ni de poseer

en cada circunstancia de la vida los mismos

sentimientos de Cristo..., ninguno puede estar

exento de aplicarse al propio crecimiento

humano y religioso”19. Limitar la formación

a una determinada “estación” de la vida

sería renunciar a la posibilidad de crecer

en la conformación con Cristo y en la adhesión

al carisma y a la misión del propio Instituto.

También aquí se pueden aplicar las

palabras de San Bernardo: “no progresar

equivale a regresar”. La vida o progresa hacia

la madurez o emprende el camino de la

regresión y de la autodestrucción. De ahí

que hemos de estar siempre dispuestos “a

comenzar de nuevo”20.

Pero hay algo más, la formación permanente,

considerada como un proceso de

continua conversión del corazón, es una

exigencia intrínseca de la consagración religiosa”21,

exigencia de la fidelidad creativa

a nuestra vocación y misión y “es el humus

de la formación inicial”22.

Todo esto comporta que la formación

inicial se engarce con la formación permanente,

“creando en el sujeto la disponibilidad

para dejarse formar cada uno de los días

de su vida”23, y que en cada Entidad haya

un Proyecto de formación permanente

que contemple cada ciclo vital, en modo tal

que la fidelidad creativa venga potenciada y

cada persona encuentre un cometido diverso

que realizar, un modo específico de ser,

de servir y de amar.

La formación ha de ser progresiva y

gradual24

Según la ley de la progresividad, la formación

se efectúa gracias a un proceso evolutivo

lento -evolución progresiva”-, por lo


E SECRETARIATU PRO FORMATIONE ET STUDIIS

que necesita de “un amplio espacio de tiempo”25

para la asimilación de los valores y la

transformación de los sentimientos y de los

comportamientos. La gradualidad de la formación

es por tanto una exigencia, como ya

hemos indicado hablando de la personalización,

de adaptarla al grado de evolución del

sujeto y a su capacidad de asimilación de

los valores.

Aun cuando se tenga siempre en cuenta

el conjunto de los contenidos que se han de

trasmitir y de los valores que se han de “internalizar”,

en cada una de las etapas se han

de acentuar algunos de ellos, por considerarlos

más apropiados para esa fase y como

base para otros. Esto evitará que el crecimiento

de la persona sufra interrupciones,

regresiones o contradicciones y asegurará

la unidad del camino formativo. Por otra

parte, el proceso evolutivo comporta que

cada etapa formativa sea considerada como

una continuación de la precedente y como

preparación para la siguiente.

La formación ha de ser acompañada

Puesto que en el proceso formativo de lo

que se trata en último término es de transmitir

una “forma de vida” según el carisma

del propio Instituto más que transmitir un

doctrina, la formación más que de maestros

necesita de testigos, de trasmisores que autentifiquen

la palabra con su vida.

Aun siendo Dios Padre, que mediante el

Espíritu infunde en el corazón de los llamados

los sentimientos del Hijo, el formador

por excelencia, sin embargo se sirve de mediaciones

humanas, “poniendo al lado de

los que Él llama algunos hermanos y hermanas

mayores”. Éstos tienen la responsabilidad

de mostrar la belleza del seguimiento

de Jesús, de acompañar a los llamados en

las vías del Señor y de alimentar sus vidas

con doctrina sólida y con la vida de oración,

de tal modo que a lo largo de toda su vida

los consagrados puedan vivir con plenitud

la entrega de su amor y su entusiasmo por

Cristo26.

Este acompañamiento, que se manifiesta

particularmente necesario y eficaz durante

la formación inicial, se ha de considerar

también necesario para el resto de la vida,

389

particularmente en “los primeros años de

plena inserción en la actividad apostólica”27,

a fin de conseguir el “verdadero crecimiento

en Cristo”28 para el resto de toda la

vida.

Todo esto hace que sea urgente formar

“acompañantes” y formadores, que a una

formación humana adecuada unan una profunda

experiencia de Dios y una clara experiencia

de los caminos que llevan a Dios

“para poder ser así capaces de acompañar a

otros en este recorrido”29. En esta formación

nos jugamos mucho. La experiencia

nos dice que muchas veces la crisis de la

formación se deben a la falta y a la crisis de

formadores. Por ello “dedicar [a la formación,

permanente e inicial], personal cualificado

y adecuada preparación es tarea prioritaria.

Debemos ser sumamente generosos

en dedicar tiempo y las mejores energías a

la formación”. Sin esto, “todos los planes

formativos y apostólicos se quedan en teoría,

en deseos inútiles”30.

Retos principales de la formación hoy

Teniendo en cuenta estas “verdades adquiridas”

sobre la formación nos preguntamos

ahora: ¿cuáles son los retos principales

a los que se enfrenta hoy la formación en

nuestra Orden? Entre los muchos que se podrían

señalar, me limito a algunos que me

parecen los más urgentes en estos momentos.

Formar en y a la fidelidad

La fidelidad viene del término latino fidelis,

que significa fe. Y más que un acto

aislado o una serie de actos, la fe es una actitud

vital, que afecta, compromete y “expresa”

a la persona entera. Se trata, por tanto,

de una disposición interior, habitual y

permanente que mueve desde dentro a toda

la persona y la impulsa a comportarse en

coherencia consigo misma y con sus opciones,

hechas en libertad y responsabilidad.

La fe, además, tiene siempre un sentido

y una estructura esencialmente personal.

Brota de una persona y se dirige a una persona.

Por eso se es fiel -o infiel- a alguien.

Propiamente hablando, no creemos cosas o

noticias, sino en y a alguien, que a su vez


390 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

nos ofrece noticias que nosotros aceptamos

porque nos fiamos de él.

Aquí reside la diferencia fundamental entre

fidelidad y observancia. La fidelidad, al

igual que la fe, hace referencia a una persona;

mientras que la observancia hace referencia a

una ley y consiste en su cumplimiento.

Cierto que sería erróneo contraponerlas,

pero sería igualmente peligroso no distinguirlas.

La fidelidad verdadera incluye la

observancia, pero no se identifica con ella,

sino que la supera. Por otra parte, la observancia

es sólo parte de la fidelidad. Se puede

ser observante y no ser fiel. El ejemplo

más claro nos lo ofrecen los fariseos o el hijo

mayor de la parábola evangélica (cf Lc

15, 11-32). Son observantes, pero no son

fieles.

La observancia no exige amor, sino

cumplimiento. En la observancia lo que importa

es dar una respuesta siempre igual,

siempre la misma. “Hoy lo mismo que ayer.

Y mañana lo mismo que hoy”. De este modo

fácilmente se cae en la rutina, en la costumbre,

el cansancio, el aburrimiento, el desencanto

y la decepción, y de ahí, a la abierta

decepción y a la ruptura definitiva sólo

hay un paso.

La fidelidad, en cambio, se entiende, sobre

todo, como alianza de amor, como verdadera

amistad. Y la lógica propia y la actitud

fundamental de una alianza y de una

amistad no es la simple observancia, ni el

mero cumplimiento de unos compromisos,

sino que es una fidelidad creativa31, siempre

en crecimiento, siempre viva y dinámica,

siempre ascendente y progresiva: “Hoy,

más que ayer, pero menos que mañana”.

Una fidelidad así ahuyenta la rutina y la mediocridad

y, por consiguiente, el cansancio,

el aburrimiento, la decepción y la ruptura.

La primera exigencia de la formación es

pues la de formar en y para la fidelidad, a

una persona: la persona de Jesús. Jesús debe

situarse en el centro mismo de todo el

proceso formativo. Es por ello que el gran

servicio que puede y debe hacer la formación

es la de ayudar -nunca suplir-, al hermano

en formación a descubrir a Jesús como

lo que es, una persona, para luego a

amarlo como amigo.

Esto no se puede dar por descontado.

Uno puede hacer la profesión solemne sin

haberse encontrado con la persona de Jesús.

En este caso la ideología tomará el lugar de

Jesús, con todo lo que una simple ideología

puede llevar consigo: fundamentalismo, divorcio

entre vida y “doctrina”, frustración....

Por otra parte, no basta descubrir a

Jesús como persona. Es necesario descubrirlo

como amigo. Y tampoco esto puede

darse por descontado. Podemos formar,

porque tal vez así nos han formado, en una

concepción de Jesús sólo como la persona

que exige y no como el amigo que “habiendo

amado a los suyos que estaban en el

mundo, los amó hasta el extremo” (Jn 13, 1)

y se entregó por nuestra salvación. Sólo así

uno podrá darlo todo por él. Sólo así las exigencias

más radicales del seguimiento de

Jesús podrán ser fuente de gozo. Jesús no

puede aparecer nunca como el rival de la

autorrealización, sino como el amigo que lo

pide todo, porque antes lo dio todo.

Sólo quien haya hecho este doble descubrimiento,

Jesús como persona y como amigo,

podrá hacer suya la confesión de fe de

Tomás: “Señor mío y Dios mío” (Jn 20, 28).

Sólo quien crea en Jesús como persona y

como amigo podrá decir con Francisco:

“Deus meus et omnia”. Sólo una persona

que haya encontrado a Jesús en su vida y

haya gustado de su amistad, por la alegría

de tal encuentro, podrá venderlo todo y seguirlo

con la radicalidad que tal seguimiento

comporta (cf Lc 18, 28).

Formar en y para la perpetuidad

La fidelidad de la que hemos hablado

implica perpetuidad. A su vez la perpetuidad

es una dimensión esencial de la totalidad.

“La perpetuidad es la totalidad en el

tiempo”32. Un don, si es total, es perpetuo y

definitivo, al menos en su intencionalidad.

Por su semejanza con la de Cristo, la donación

en la vida consagrada y, en consecuencia

también en la vida franciscana, es, en

palabras de Pablo VI, “don absoluto e irrevocable”33.

Esto plantea un problema, y no secundario.

Si el ser humano está condicionado y

medido por la temporalidad, los jóvenes de


E SECRETARIATU PRO FORMATIONE ET STUDIIS

hoy lo están todavía más. La palabra “definitivo”

parece haber sido borrada de su vocabulario.

Su lugar parece haber sido ocupado

por “part time”34. Por otro lado, la

cultura del “zapping” parece haberles condicionado

más de lo deseado35.

Surgen entonces las preguntas: En la sociedad

de hoy, con los jóvenes que nos llegan,

¿es posible exigirles que den una palabra

definitiva? Y si lo es, como siempre ha

afirmado la Iglesia, con qué fuerzas contamos?

Y todavía: ¿cómo formarles para

mantener definitivamente la palabra dada,

el compromiso adquirido, superando su

condición temporal?

Personalmente no veo otra salida que no

sea contemplar la vida consagrada desde la

perspectiva de Dios, es decir, como una vocación

o llamada de Dios a seguir “más de

cerca” a Jesús. “No me habéis elegido vosotros

a mi, yo os elegí a vosotros” (Jn 15,

16), dirá Jesús. No somos religiosos o franciscanos,

ni lo serán nuestros formandos,

por propia iniciativa. Es Dios quien nos ha

llamado, quien nos ha “tomado detrás del

ganado” (cf. Am 7, 15), o tal vez pasó a

nuestro lado cuando estábamos “echando

las redes” y entonces nos dijo, como a los

primeros discípulos, “venid en pos de mi”

(Mt 4, 19). Es él quien, como a Mateo, nos

ha “visto” sentados al telonio” y nos dijo

“sígueme” (Lc 5, 25), o quien entró en nuestra

vida y nos pidió, como a María, nuestro

consentimiento (cf. Lc 1, 26-38). Es Dios

quien nos ha llamado, y es él quien nos capacita

para responder, día a día, año tras

año, toda la vida: “Sé de quien me he fiado...”.

En Dios llamar es dar, y puesto que la

vocación es don, éste es definitivo: “Los

dones de Dios son irrevocables” (Rm 11,

29). Dándonos el don de la vocación, nos

da también una permanente capacidad de

respuesta, porque “fiel es Dios” (1Co 1, 9).

Nuestra fidelidad no se apoya, por tanto, en

los “carros y caballos” o en nuestra “sabiduría”

y en nuestra fuerza. Dios escogió a

los débiles para confundir a los fuertes...,

“para que nadie pueda gloriarse ante Dios”

(1Co 1, 29). “Todo lo puedo en aquel que

me conforta” (Flp 4, 13), dirá Pablo. Nues-

391

tra fidelidad no se apoya en nuestras propias

fuerzas, sino en la fidelidad inquebrantable

de Dios.

Pero los dones de Dios no son cerrados,

sino germinales, y por ello toca a quien los

recibe cultivarlos y hacerlos crecer. Los dones

de Dios no son estáticos, son siempre

dinámicos, llamados a desarrollarse y dar

fruto abundante. Es aquí donde entra de lleno

la llamada a la fidelidad creativa. Mientras

la custodia de un don material consiste

en guardarlo y conservarlo, la fidelidad a un

don dinámico, como la vocación, consiste

en hacerlo crecer (cf. Mt 25, 14-30). La verdadera

fidelidad es siempre creativa y creadora.

No basta, por tanto, con enterrar el talento

en la tierra para entregarlo cuando llegue

el amo. No basta resistir, perseverar. Es

necesario caminar hacia delante, crecer

constantemente, “reavivando” el don de la

vocación que hemos recibido (cf. 2Tm 1, 6).

Es necesario, como Francisco, comenzar

siempre de nuevo, sentirse siempre al inicio36,

y proponerse, cada día, “realizar

obras todavía más grandes”37. Sólo así se

puede perseverar hasta el final38, en el firme

propósito de “llevar una vida radicalmente

evangélica”39. Sólo así la llamada se convierte

en respuesta y el don se transforma en

tarea y conquista.

Todo el proceso formativo -desde el cuidado

pastoral de las vocaciones hasta la formación

permanente en las distintas “estaciones

de la vida”-, ha de inscribirse en este

proceso evolutivo de desarrollo, de cultivo,

y que lleve a madurez la vocación, así como

a una respuesta definitiva al Señor.

Esto presenta algunos desafíos a la formación,

tanto inicial como permanente. Me

limito a señalar los principales. Durante la

“etapa” del cuidado pastoral de las vocaciones,

el anuncio de la vocación, la propuesta

y el discernimiento han de ser muy honestos

y exigentes40. Durante las etapas de formación

inicial y las distintas “estaciones”

de la vida a las que ha de acompañar la formación

permanente41, los muchos desafíos

que cada una de las etapas presenta pienso

que se podrían sintetizar en uno: formar en

lo esencial. Dicha formación exige: formar

para la decisión, en un mundo de indecisos;


392 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

formar para una apasionada responsabilidad,

en una sociedad donde todos hablan de

derechos y privilegios y pocos quieren asumir

las correspondientes responsabilidades

y deberes; formar para el riesgo, en un tiempo

donde todo se quiere asegurar; formar

para la fraternidad y la comunión, en un

mundo de solitarios; formar para vivir con

lo suficiente, en estos días donde a unos falta

lo necesario y otros no saben qué hacer

con lo que les sobra; formar para la austeridad,

en una sociedad de opulencia; formar

para la búsqueda constante de Dios como la

única razón absoluta para abrazar la vida religiosa,

en un momento en el que parece

que la cuestión de cuántos somos y qué hacemos

atormenta nuestros corazones y reseca

nuestras almas, y cuando la mayor parte

de nuestras fuerzas se centran y se gastan en

buscar soluciones para conservar o potenciar,

no necesariamente para recrear, nuestra

“diakonia”42; formar para la soledad en

un mundo de solitarios llenos de miedo y en

el que estamos llamados a dar testimonio de

verdadera comunión con todos a través del

voto de castidad.

Por otra parte, no podemos hablar de formación

inicial sin hablar de la formación

permanente. Ésta es condición para aquella.

De ahí que “la formación inicial debe engarzarse,

por tanto, con la formación permanente,

creando en el sujeto la disponibilidad

para dejarse formar cada uno de los

días de su vida”43. Nuestros candidatos y

hermanos en formación inicial deben tomar

clara conciencia de que el seguimiento de

Cristo según la forma de san Francisco que

iniciaron en las primeras etapas de su formación44

no termina con la profesión solemne.

Deben igualmente tomar conciencia

de que la formación permanente es un “proceso

de continua conversión del corazón” y

por tanto una “exigencia de la fidelidad creativa”45.

Es por ello que “la formación no

acaba nunca”46. Sólo así la formación podrá

“inspirar constantemente el camino de crecimiento

y de fidelidad”47.

Formar en la responsabilidad y la libertad

La vocación es una llamada estrictamente

personal, una llamada que hace a la per-

sona responsable en cuanto que la hace capaz

de responder y la urge a responder. La

gracia se hace compromiso y el don se convierte

en quehacer.

El término responsabilidad proviene del

latín respondere que expresa la acción recíproca

de spondere: empeñarse, obligarse,

comprometerse. La responsabilidad es pues

la capacidad de responder de algo que uno

ha aceptado, o mejor, la capacidad de responder

a alguien, o ante alguien, al cual uno

se vinculó por un compromiso.

Pero uno sólo es realmente responsable

de aquello que acepta libremente. La verdadera

libertad no consiste en hacer lo que

uno quiere, sino en hacer lo que uno debe.

Por otra parte: uno es verdaderamente libre

sólo si asume la responsabilidad de llevar

adelante su proyecto vocacional como persona

y, en nuestro caso, como cristiano y

franciscano. Responsabilidad y libertad

van, por tanto, de la mano.

El proyecto formativo debe tener presente

esta doble exigencia. Debe ayudar a

crecer en una libertad que lleve a asumir

con seriedad y responsabilidad la opción

vocacional, y como consecuencia, a vivir

“con coherencia y en plenitud los compromisos

libremente asumidos”48, y “la exigencia

del don total de sí mismo en la profesión

de los consejos evangélicos”49. La

formación debe, al mismo tiempo, dar responsabilidad

y exigirla, siendo conscientes

que “decir ‘sí’ a la llamada del Señor, asumiendo

en primera persona el dinamismo

del crecimiento vocacional, es responsabilidad

inalienable de cada llamado”50. En este

contexto se entiende que la formación ha

de ser exigente; exigencia que no tiene nada

que ver con la rigidez. La formación ha de

intentar lograr una “progresiva integración

entre la exigencia evangélica de radicalidad

y el respeto de la libertad y originalidad de

la persona”51.

No es el permisivismo el que crea responsabilidad

y lleva a la verdadera libertad.

La exigencia forma parte del crecimiento

de las personas, las cuales para alcanzar la

madurez requerida, necesitan ser provocadas

para dar lo mejor de sí misma, de acuerdo

a las posibilidades52.


E SECRETARIATU PRO FORMATIONE ET STUDIIS

A este punto creo necesario hacer dos

aclaraciones. La primera es que la exigencia

de la que estamos hablando no se logra

a través de “imposiciones autoritarias”, sino

“mediante el diálogo paciente y confiado,

la comprensión de las necesidades de

cada uno, el nutrimento espiritual y la comprobación

constante de las motivaciones

personales a la luz de las motivaciones

evangélico-espirituales”53. La segunda

aclaración es que esta exigencia no nace de

la necesidad de observar una norma, impuesta

desde el exterior, sino que nace del

carácter mismo de la consagración religiosa

que comporta, entre otras cosas, “una profunda

exigencia de conversión y de santidad”54,

que se manifiesta en una “pertenencia

más estrecha al Señor”55 y una configuración

con Cristo, hasta el punto de

identificarse con Él y asumir “sus sentimientos

y su forma de vida”56. Comporta

también una vivencia “radical” de las exigencias

del bautismo57. Esta vivencia radical

lleva consigo seguir a Cristo “más de

cerca”, hacer de Jesús “el todo” de la propia

existencia58, viviendo cada día “el radicalismo

del don de sí mismo”59, con un “corazón

indiviso”60. En definitiva, quien “se deja seducir

por él”, lo arriesga todo por él61, pues

entiende que el “dejarlo todo” (cf. Lc 18,

28) para seguirlo, sigue siendo un programa

de vida válido “para todas las personas llamadas

y para todos los tiempos”62. Los consagrados

y, si cabe, más todavía los Hermanos

Menores, estamos llamados a hablar en

el mundo el lenguaje del evangelio en su

lengua materna: el radicalismo. Nuestra vida

está tan estrechamente unida al radicalismo

evangélico, que éste no puede ser desvirtuado63.

Esto exigirá, entre otras cosas, la

formación de “una conciencia evangélicamente

crítica respecto a los valores y antivalores

de la cultura” actual64.

La exigencia pues, es una dimensión intrínseca

al seguimiento de Cristo en la vida

consagrada y en la vida franciscana. Contamos,

ciertamente, con la debilidad que es

propia de todo ser humano, pero al mismo

tiempo somos conscientes y no podemos renunciar

al “primer objetivo de la vida consagrada”

que “es el de hacer visibles las ma-

393

ravillas que Dios realiza en la frágil humanidad

de las personas llamadas”65.

Respecto de la responsabilidad hay otro

aspecto que me parece fundamental subrayar.

Aun cuando la vocación tenga siempre

una dimensión personal, como justamente

hemos señalado anteriormente, sin embargo

dicha vocación nunca aísla a la persona

que ha recibido la llamada, sino que la congrega

y la une a otras personas, particularmente

a quienes han sido llamados a vivir la

misma forma de vida.

Para el llamado la vocación/llamada se

hace convocación y en consecuencia la responsabilidad

se hace corresponsabilidad.

Nadie está llamado a responder en solitario,

sin ninguna relación con otros. Para nosotros,

la llamada personal tiene necesariamente

una dimensión comunitaria y fraterna

que nos lleva a vivir en la fraternidad los

unos “vueltos” hacia los otros, en reciprocidad.

La corresponsabilidad tiene muchas manifestaciones.

Entre ellas, tal vez la más importante

y difícil, está la corrección fraterna.

Importante porque debe partir del amor

hacia el hermano. Difícil porque no es fácil

hacerla sin herir ni humillar, y no es fácil recibirla.

A pesar de esta dificultad, los hermanos

no podemos renunciar a ejercerla, pues se

trata de un derecho fundamental y un deber

ineludible. Cada uno tiene el derecho a ser

ayudado por los hermanos, de manera que

pueda responder mejor a la vocación que ha

recibido. Al mismo tiempo, cada uno tiene

el deber de ayudar a sus hermanos en esa

misma respuesta. Y el mejor modo para

ayudar a alguien a vivir su propia vocación

es amar y ser amado, lo cual significa dar

primacía a la persona frente a las estructuras

y a las obras.

Llevado a la formación esto quiere decir

que una de las exigencias formativas es la

de formar para esta corresponsabilidad en la

“animación” vocacional de los demás. Desde

un principio el hermano ha de tomar conciencia

de haber sido llamado a vivir en fraternidad,

lo que, entre otras cosas, comporta

que cada uno es responsable, no sólo del

don que él ha recibido, sino también de la


394 AN. CXXIV SEPTEMBRIS-DECEMBRIS 2005 – FASC. III

vocación de los hermanos66 que el Señor ha

puesto a su lado para vivir la misma “forma

de vida”67. Es necesario también formar de

tal modo que al mismo tiempo que se acepta

con humildad la corrección que nos viene

de los hermanos, la hagamos movidos por

el amor al hermano que “peca”.

Formar la persona para vivir la pasión

por Cristo

El Congreso Internacional de la vida

consagrada utilizó dos iconos. El primero

fue el de la samaritana (cf. Jn 4, 5-42). Este

icono nos coloca delante de una realidad

que “persigue” a todo hombre: La sed de

plenitud: “Nos hiciste Señor para ti y nuestro

corazón está inquieto hasta que descanse

en ti”, será la confesión del “buscador de

pozos” y del creyente Agustín.

La cultura post-moderna no favorece

ciertamente el que podamos saciar la sed

que nos atormenta en la “fuente de agua que

brota para la vida eterna” (Jn 4, 13). Lejos

de orientarnos hacia el “manantial de aguas

vivas” nos estimula constantemente para ir

a “sacar agua” de “cisternas agrietadas que

el agua no retienen” (Jr 2, 13). La ideología

neoliberal, sustentada por la cultura mediática,

propaga valores que nos apartan de ese

manantial, y la misma religiosidad y espiritualidad

típica de la post-modernidad, cuya

expresión máxima es la llamada New Age,

empuja, particularmente a los más jóvenes,

a pasar del “hard” de la fe al “soft” de un

sincretismo y subjetivismo religioso que,

lejos de llevar a un encuentro personal con

el Dios revelado en Jesús, lleva al misticismo

esotérico, al holismo sagrado y al ecologismo

profundo, sin excluir, antes o después,

la misma muerte de Dios68.

Frente a este impacto, los consagrados

seguimos afirmando que “la vida consagrada

sólo conseguirá nacer de las cenizas del

incendio post-moderno si recupera la experiencia

fundante de Dios”69; seguimos confesando

que “la persona de Jesús, el Cristo,

es el centro de nuestra vida”70; seguimos

afirmando que “la profundidad y totalidad

de esta pasión por Cristo vendrá casi espontáneamente

a ser participación total e

incondicional en su pasión por la humani-

dad”71; y seguimos afirmando con el Concilio

Vaticano II que “la norma última de la

vida consagrada es el seguimiento de Cristo,

tal como se propone en el Evangelio” y

que por tanto esa norma “ha de tenerse por

todos los institutos como regla suprema”72.

Todo ello quiere decir que la vida consagrada,

teológicamente hablando, encuentra su

fundamento en Cristo, hasta tal punto que

los consagrados tratamos de hacer contemporáneo

el modo de vivir de Jesús y las opciones

que lo caracterizaban: “Gracias al

Espíritu que nos fue concedido, quienes

pertenecemos a la vida consagrada intentamos

ser memoria del estilo de vida y de liminalidad

de Jesús de Nazaret”73.

Todo esto está exigiendo que desde

las primeras etapas de formación nos propongamos

y propongamos a nuestros jóvenes

“un proyecto contracultural fundado en

una profunda y sólida experiencia de Dios y

en una radicalidad en el seguimiento de

Cristo”74. También exige que desde la formación

inicial se preparen hombres y mujeres

de oración, para los que la oración sea

una necesidad para toda la vida; hombres y

mujeres cuyas etapas de la vida sean acompañadas

por una vida intensa de oración75,

seguros que es desde ahí, desde un encuentro

personal, íntimo y profundo con Cristo

en la oración, desde donde nacerá el propósito

o proyecto de una vida informada toda

ella por la presencia de Cristo, de una existencia

polarizada por Él, aprendiendo a cultivar

los mismos sentimientos de Cristo

(Flp 2, 5)”76. Sólo así podremos desarrollar

una función terapéutica para la humanidad

sedienta de Dios.

¿Como nos preparamos y preparamos a

nuestros hermanos más jóvenes para esta

tarea tan compleja, delicada y fascinante?

¿Qué exigencias comporta?

La formación para este encuentro con

Cristo entraña:

• Formarnos y formar en la experiencia de

fe. Esto comporta, en primer lugar, asumir

la fe como raíz, corazón y fundamento

de nuestra vida y misión. Supone,

también, educarnos y educar en un fe

que no es un simple conocimiento racional,

una simple reflexión teológica, una


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simple repetición de fórmulas o un simple

sistema ideológico o ciega adhesión

voluntarística, sino encuentro persona