Grimaldi e la rifrazione

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Grimaldi e la rifrazione

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Ma più oltre (XXXII, e altrove) pare che senta il bisogno di aderire

anche lui alla convenzione di chiamare fissi o permanenti quei colori

che sempre appajono in un dato corpo appena s' illumina con « lu-

mine puro ac sincero » cioè con luce bianca.

Io osserverò che vi sono proposizioni di autori notissimi — Mau-

ROLico tra i primi, poi molti altri — che non si sarebbe - saputo

neanche come formulare senza la suddetta ammissione. Esse dicono

press'a poco così: (( Qualunque superficie illuminata di pura luce emette

una luce secondaria colorata del suo colore; quanto piìi il colore di

una superficie è conforme alla luce che lo illmnina, tanto più intensa

è la luce secondaria che ne potrà essere riflessa o diffusa ; o — sott' altra

forma — ciascun corpo appare più luminoso in quel lume che è del

suo proprio colore» (\). Sono espressioni di grandi ottici e si può

star certi che sotto la forma difettosa celano una verità, ma la crepa

logica è sin troppo visibile finché non venga sanata dalla intesa di

assumere come colori propri e permanenti dei corpi, cp.ielli eh' essi

mostrano quando sono investiti da luce bianca, e dalla ammissione

che quando appajono in un corpo tali colori essi sono il risultato di

certe sue disposizioni materiali e della luce insieme. Così il termine

(( colore proprio » dei corpi sottintende una convenzione-definizione,

quasi anchilosata in una abbreviazione estrema, in funzione pragma-

tistica di (( economia di pensiero ». Coni' era da aspettarsi, vi ricasca

spesso anche Grimaldi, come p. es. quando dice che un oggetto visto

per rifrazione appare con colori non suoi; ove è implicita l'am-

missione che ne abbia di suoi.

Invero, il concetto di colore permanente non può, storicamente,

essere sottovalutato: esso è la prima lontana radice di qualsiasi futura

affermazione nel campo della specificità dei rapporti tra materia e

luce, anche dove tali rapporti non abbiano più nulla che fare col

(1) Quando Grimaldi fa presente e avanza come obiezione (XLV) che i

corpi dotati di colori cosiddetti permanenti non si vedono dello stesso colore

sotto diverse luci, come si può constatare nel proscenio dei teatri dove le luci

artificiali si preferiscono a quelle del sole, egli non fa che ripetere questa stes-

sissima cosa — dunque perfettamente nota a chi parlava di colore perma-

nente — e con ciò dinientica o vuole ignorare in qual senso era presa tale

« permanenza », ciò che invece egli sa tanto bene da averlo esposto lui stesso in

altri passi del libro.

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