Grimaldi e la rifrazione

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Grimaldi e la rifrazione

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Quali fossero le fonti e gli alimenti della sua formazione dottri-

nale ottica, quali gli interlocutori ideali che agirono su di lui e cui egli

potè reagire, risulta abbastanza chiaramente, benché quasi sempre sua

malgrado. Al qual proposito va notato che non è proprio giusto in

modo assoluto incolpare l'epoca e le sue consuetudini per le offese al

dovere di riconoscere a ciascuno il suo: non tutti procedevano a quel

modo, e già tempo addietro Descartes aveva dovuto difendersi dai

rimproveri per non aver menzionato Galileo e per non aver menzionato

Kepler dove sarebbe stato giusto ricordarli.

A quel tempo faceva testo — e rimase a far testo anche oltre il

principio del settecento — l'opera del (( turingopolonico » W itelo o

ViTELLiONE; e Grimaldi dovette conoscerla in quella edizione di Ba-

silea, 1572. ch'è la più diffusa in Italia e comprende anche il libro di

Alhazen, detto Opticae thesaurus, dal quale l'opera di Vitellione mas-

simamente deriva, o anzi ne costituisce il rifacimento, con qualche innesto

da Euclide e da Tolomeo. Oggi più celebre del libro cui si riferisce

— ma naturalmente di minor lama a quel tempo — è l'opera di

Kepler, Ad Vitellionem Paralipomeua, etc. uscita a Francoforte nel

1604. Vedremo a loro luogo le tracce che se ne trovano in Grimaldi;

ma una cosa che per prima avrebbe dovuto far sua, cioè la concretezza

della trattazione, non è riuscito a prenderla.

Nel memorabile anno 1611 (l'anno stesso in cui Kepler pubbli-

cherà la (( Diottrica ») — da Napoli l'uno e da Venezia l'altro — ve-

nivano diffusi fra gli studiosi due piccoli libri immortali. I quali danno

l'occasione di riflettere quanto poco valga, ai fini dell'inquadramento

di uno sfondo storico, la comparazione di certe date: il tale nasceva,

o entrava a scuola, mentre quest'altro moriva... a che serve? La con-

cezione, l'incubazione, la schiusa, eppoi la diffusione delle idee, sono

quattro momenti che possono essere anche lungamente separati nel

tempo, e di cui l'ultimo finisce per avere il maggior peso : io credo che

la storia dell'Ottica ne fornisca più di ogni altra esempi frequenti e

casi estremi (si ricordi quello di Sjvellius).

Anche per autori eosì celebri come quel Maurolycus, (( messa-

nensis », che i francesi chiamavano anche Marulle — l'interprete dei

geometri greci, l'indagatore della secante, il difensor della patria (e

perciò detto (( il secondo Archimede »), uno degli uomini più venerati e

ammirati durante la vita — le opere ottiche finirono per essere vera-

mente a portata di mano dei ricercatori solo con gran ritardo : nel caso

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