maggio-giugno - Carte Bollate

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maggio-giugno - Carte Bollate

Anno 1 n. 4 / 2006

maggio - giugno

GLI SPIONI DEL MINISTERO

Una squadra speciale del Dap per

controllare detenuti, agenti penitenziari,

volontari e personale

carcerario. Disposizioni inquietanti

che bisogna bloccare subito.

APOLIDE? COS’E’?

Un nostro detenuto da tre anni

combatte contro la burocrazia per

avere un documento. Il guaio di

avere padre bosniaco, madre serba

e di essere nato nella ex Yugoslavia.

INTERVISTA / ARTICOLO 21

Sono 60 i detenuti che usufruiscono

dell’articolo 21 e alla fi ne dell’anno

saranno 100. Ne parliamo

con il responsabile del quinto reparto,

Michele Scarano.

“IO, VIOLENTATORE”

Un detenuto del sesto reparto si

racconta. Fra ricordi, fantasmi del

passato e voglia di riscatto.

CARCERE = SOCIETÀ

In carcere si riproducono le stesse

miserie e ipocrisie del mondo libero.

Rifl essioni sui comportamenti

di alcuni detenuti che parlano della

“loro” dignità.

I TATUAGGI OGGI SONO DI MODA.

IN CARCERE LO SONO SEMPRE STATI

Tatuarsi perché? Un’arte antichissima oggi diventata di moda che prima

era appannaggio solo dei detenuti. Un segno per distinguersi, di sfi da,

spesso per sconfi ggere la noia. I pericoli sanitari di farlo in carcere con

strumenti non adeguati. Una guida su cosa non si deve fare e perché non

si deve fare. Le testimonianze di alcuni detenuti di Bollate.


Un intoccabile in galera (per poco)

Quando le porte delle carceri si richiudono dietro un nuovo giunto, non

ci fa fa piacere. piacere. Chiunque Chiunque esso esso sia. Non ci fa piacere perché crediamo che il car- carcarcere sia sia una una delle delle cose cose più più devastanti devastanti che che esistono. Non abbiamo, quindi, gioito

quando abbiamo abbiamo appreso appreso che un potente, un un uomo uomo molto molto potente, potente, si è presen-

tato a a Rebibbia Rebibbia a a seguito seguito della della sua condanna definitiva. Ma nello stesso tempo

dobbiamo dire dire con con molta molta franchezza franchezza che non ci sono neppure piaciute tutte le

dichiarazioni retoriche, pelose, falsamente umanitarie da parte di politici del

suo schieramento e da altri che per semplificare chiamiamo bipartisan bipartisan.

In galera, i i potenti, potenti, in in genere genere non non durano durano molto. molto. Si Si trova trova sempre sempre la scapscap- patoia per non fargliela fare. In questo caso, grazie alla ex Cirielli, l'età di Cesare Cesare

Previti ha ha contato molto per i domiciliari con due ore di permesso giornaliero

per uscire. uscire. Le Le galere galere sono sono piene piene di persone che scontano pene per reati meno

gravi di di quello di di Previti, Previti, eppure eppure i

i bipartisan non se se ne ne interessano. interessano. In galera

galera

restano anche anche persone persone che che sono incompatibili con con il il regìme regìme penitenziario penitenziario e ci

restano perché perché non non contano contano nulla, nulla, sono sono dei dei poveracci, poveracci, dei dei poveri cristi, non

hanno amici potenti, non sono sono depositari depositari di di molti molti segreti, segreti, non hanno favorito

acquisti di ville, ville, né né hanno hanno partecipato partecipato alla alla ”battaglia ”battaglia di Segrate” per annettersi

la Mondadori.

A Pisa è internato un detenuto che pesa 270 chili. Non può sdraiarsi

e dorme seduto, costretto costretto a a defecare defecare sul pavimento. Quando cade per terra,

devono chiamare chiamare i i pompieri. pompieri. Deve Deve scontare scontare 11 11 anni anni e e 4 4 mesi mesi per per lesioni personali

e e reati reati legati agli stupefacenti. Ha avuto quattro infarti al miocardio ed

un'embolia polmonare, polmonare, è è invalido al al 90%. 90%. Eppure Eppure ci ci sono problemi a conce-

dergli i domiciliari. Tutto Tutto questo questo nella nella nostra nostra civilissima civilissima Italia. Nei confronti di

questo detenuto detenuto non non ho ho letto letto commenti

commenti bipartisan bipartisan, , l'ex presidente del Senato,

Marcello Pera Pera non non si si è è affrettato ad ad andare andare a Pisa Pisa né né l'ex l'ex guardasigilli guardasigilli Roberto

Roberto

Castelli, uno uno dei dei ministri ministri più più inutili, inutili, ma ma anche anche più più pericolosi, ha proferito

verbo. Per Previti, invece, Castelli dopo aver espresso solidarietà ha affermato:

” È cominciata la dittatura della sinistra ”. Inutile fare commenti!

Con Cesare Previti in galera e Silvio Berlusconi disarcionato sembra

finire un'epoca. Ma Ma non non è è così così semplice. semplice. Previti Previti è è quello quello che che appena diventato

ministro dichiarava

“ Non faremo prigionieri prigionieri” prigionieri ” e la sua baldanza proveniva dalla

certezza di di essere essere un intoccabile. Non Non solo. solo. Era Era (ed (ed è) anche il il depositario depositario di

di

mille segreti, segreti, l'uomo che che per per almeno almeno tre tre decenni decenni ha ha indicato indicato a a Berlusconi Berlusconi quelquel-

lo che doveva fare fare in campo economico e legislativo cominciando dall'acquisto

della villa S. S. Martino Martino di di Arcore Arcore per per pochi pochi milioni. milioni. Un'eminenza Un'eminenza grigia, grigia, l'uomo

l'uomo

che consiglia Berlusconi Berlusconi di di ”

” ”scendere scendere in campo campo” campo ” così da arginare i suoi debiti e

risolvere i i problemi problemi della giustizia. giustizia. Col Col tempo tempo avremo la legge sulle sulle rogatorie,

rogatorie,

falso in bilancio, legge legge Cirami, lodo lodo Schifani, Schifani, legge ex Cirielli ecc. Padrone e

socio sono sono così così tranquilli tranquilli e e quest'ultimo, quest'ultimo, il il socio, socio, va va ripagato ripagato piegando il potere

legislativo agli agli interessi interessi del padrone, padrone, costruendo costruendo a a colpi colpi di maggioranza un'in- un'in- un'intera

legislazione legislazione a favore favore dell'amico e e sodale Cesare.

Qualcosa, però, però, non non ha ha funzionato funzionato e e Cesarone Cesarone è è definitivamente definitivamente concon- dannato. Lui, Lui, Silvio, Silvio, invece invece se se l'è l'è cavata. cavata. Ma Ma non c'è da preoccuparsi troppo.

Cesare Previti Previti non parlerà, non chiarirà nulla della ricchezza ricchezza di Berlusconi, di

come ha fatto fatto i i soldi, soldi, delle delle sue sue spericolate avventure finanziarie. Né racconterà

come mai la Mondadori, con una sentenza discutibile, fu data a Berlusconi e

come mai il giudice di quella sentenza si dimise e andò a lavorare nello studio

di Cesare Previti. Previti. Altro Altro che che i ”pizzini” di Provenzano. Non c'è bisogno di mes- mes- mes-

saggi. Fra i due c'è c'è troppa troppa complicità e gli scheletri scheletri resteranno resteranno negli negli armadi.

armadi.

È stata l'epoca l'epoca del del berlusconismo. berlusconismo. Il Il nuovo nuovo governo governo dovrà dovrà lavorare lavorare molto,

molto,

e in profondità, per rompere quest'esperienza, cominciando a fare una vera

legge sul sul conflitto d'interesse e interessandosi anche dei detenuti che non concon-contano nulla. Anche di quello che pesa 270 chili.

Adriano Todaro

EDITORIALE


Sommario

Editoriale

Un intoccabile in galera (per poco) pag.3

Lettere in redazione pag.4

Gli spioni del ministero pag.5

Cos’è apolide? Un piatto tipico? pag.7

Emergency / La forza della solidarietà pag.8

Reclami & Reclami pag.10

Sport / Verso la seconda categoria pag.11

Droga / Le tabelle Fini-Giovanardi pag.12

Salviamo la Costituzione pag.13

Sillabe storte e secche come un ramo pag.14

Dibattito / La precarietà del lavoro pag.14

Raccontarsi / Io, violentatore... pag.15

Pagina rosa pag.16

Il carcere come specchio della società pag.17

Vivicittà a Bollate / Una bella giornata di sport pag.18

Inserto / Tatuaggi pag.19

Amnistia e indulto pag.24

Convegno sul carcere. Il nostro giornale aderisce pag.25

Art. 21 / Entro l’anno 100 detenuti al lavoro esterno pag.26

Volontariato / Dalla cronaca nera all’amicizia pag.28

Incontro con un monaco di Bose pag.29

Pensieri liberi, pensieri ristretti pag.30

Amnesty / 20 mila i detenuti nel braccio della morte pag.32

Sindacato di polizia peniteniaria / Carceri al collasso pag.33

Nelle carceri italiane, 450 anziani pag.33

L’isola dei famosi pag.34

Spigolature carcerarie pag.36

Morire di carcere pag.37

Quello che non si dice pag. 38

I numeri pag. 38

cartebollate@libero.it

Questo numero di carteBollate

è stato chiuso in redazione

alle ore 18,30 di lunedì

12 giugno 2006

in proprio

Il disegno di copertina è di

Santi Sindoni

Quello a pag. 4 è di

Gabriele Galati e Moreno Mele

Quello a pag. 32 è di

Dario Valentini

I guai peggiori di questo mondo,

non li provoca colui

che racconta quello che sa,

ma colui che racconta

più di quello che sa

redazione

Il nuovo

carteBollate

via c. belgioioso, 120

20157 milano

direttore responsabile

adriano todaro

impaginazione e grafica

alessandro de luca

vincenzo mennuni

paola pandiani

revisione testi

daniela tarini

hanno collaborato, a vario titolo,

a questo numero:

ananke

mauro brambilla

lucia castellano

antonio cirianni

davide ditail

fabio fossati

andreas fulde

testimoni di geova

francesco giordano

gellért hegedus

francesco ironico

biagio cerbone liberti

mujo mujic

franco palazzesi

livio peppino

francesco ribezzo

teresa

tina

simone turetta

libero vanutelli

responsabile tecnico

mario curtone

stampa

Questo periodico è stato realizzato

grazie al contributo della

cooperativa Articolo 3

Registrazione Tribunale di Milano

n. 862 del 16 novembre 2005


Cari lettori,

”ospiti” dell'Istituto di Bollate, mi

rivolgo a voi per riflettere su alcuni problemi

che ritengo si possano risolvere

al più presto, consentendo a tutti una

convivenza e un miglioramento della vita

all'interno della casa di reclusione. Occupandomi

della manutenzione ordinaria

dei fabbricati (Mof), ho la possibilità di

muovermi in tutto l'istituto. Pertanto,

ho potuto constatare che vengono, continuamente,

commessi tanti piccoli atti

vandalici, contro beni comuni. Non solo,

ma si spreca abbondantemente acqua e

energia elettrica che, come tutti sanno,

scarseggiano.

Questa mia critica non è fine a se

stessa, ma nasce dall'esigenza di preservare

quanto ci permette di condurre

una vita dignitosa. A tal fine invito tutti

quanti ad assumere un comportamento

più responsabile, per non danneggiare

l'intera comunità carceraria.

A mio parere, basterebbero solo piccoli

accorgimenti e avere un po' di buona

volontà, per fare funzionare tutto nel

migliore dei modi.

Si sa, ormai, da tempo, che l'acqua è

un bene prezioso e che in molti Paesi la

LETTERE IN REDAZIONE

Contro il vandalismo

nel nostro carcere

gente muore a causa della sua scarsità.

Perché sprecarla, dunque? Dovremmo

soltanto chiudere i rubinetti dopo

averla utilizzata, evitandone l'inutile

sciupìo.

Anche l'energia elettrica potrebbe

essere risparmiata se non si lasciassero

luci e televisori accesi nelle celle vuote.

Per non intasare le tubature, non si

dovrebbe lasciare incautamente cadere

alcun oggetto nelle docce o nei lavandini.

Che dire, poi, delle prese di corrente

staccate dai muri, dei cavi dell'impianto

elettrico divelti, cioè strappati dalla loro

sede, quella dell'impianto dello stesso

fabbricato?

Forse qualcuno crede di sfogare la

propria rabbia su queste cose, pensando

di nuocere alle istituzioni. Secondo me

si sbaglia proprio, perché siamo solo noi

a rimetterci!

Al contrario, sarebbe più proficuo

preservare e avere cura di ciò che ci

serve. Sono convinto che l'educazione e

il rispetto di noi stessi e degli altri potrebbero

permetterci di condurre un'esistenza,

quantomeno, accettabile.

carteBollate 4

L'Istituto di Bollate ci sta offrendo

tanta disponibilità per migliorare la qualità

della vita carceraria. Non sarebbe

saggio cogliere queste opportunità per

vivere meglio?

Davide Ditail

Detenuto premiato

dal ministro

Un nostro compagno detenuto,

Claudio Marongio, del terzo reparto,

ha vinto un premio prestigioso da

parte del ministero dell'Ambiente. Si

tratta di un progetto di pannelli solari

da applicare nel carcere. Dopo la consegna

del premio, avvenuta a Roma,

il ministro dell'Ambiente in carica,

Matteoli, ha avuto parole di incoraggiamento

per il lavoro del nostro

compagno.

Il progetto si basa su uno studio

dell’acqua consumata in carcere

soprattutto per le docce e la soluzione,

per risparmiare, attraverso un sistema

di pannelli solari.

Sul prossimo numero del giornale

cercheremo di approfondire i risultati

che hanno portato il nostro compagno

a ricevere il prestigioso premio “Sviluppo

e Ambiente”.


GLI SPIONI DEL MINISTERO / Denuncia de il manifesto

SQUADRA SPECIALE PER CONTROLLARE

DETENUTI, AGENTI, VOLONTARI E

PERSONALE CARCERARIO?

Disposizioni inquietanti del Dap immediatamente da bloccare

Tra la fine del governo Berlusconi e

l'inizio di quello di Romano Prodi, in

quei giorni d'interregno, il capo del Dap

(Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria),

Giovanni Tinebra ha inviato

una serie di ordini di servizio tesi a creare

una rete di intelligence interna alle carceri

per controllare e monitorare in modo

“continuativo e centralizzato” tutte le attività

che avvengono nelle carceri italiane, i

collegamenti con il mondo esterno, le attività

del personale e degli agenti di polizia

penitenziaria.

Questo è quanto risulta da un'interrogazione

della deputata del Prc, Graziella

Mascia al ministro della Giustizia Clemente

Mastella. Si tratterebbe di 250 poliziotti

a livello regionale e per singolo carcere,

distratti dai loro compiti istituzionali e

scelti personalmente dal capo dell'Ufficio

ispettivo Salvatore Leopardi, preposte a

non meglio indicate attività informative e

operanti “nell'assoluta riservatezza degli atti

compiuti”.

Il tutto parte dall'ordine di servizio

n. 2 del 2006, firmato il 9 maggio scorso

dallo stesso Leopardi, quando governo e

presidente della Repubblica non si erano

ancora insediati. Dall'ordine di servizio si

viene a sapere che le strutture periferiche

possono operare solo dietro “espressa richiesta”

del capo e che devono trasmettere a

Leopardi “prontamente e tempestivamente”,

“ogni dato o notizia anche parziale ritenuta

significativa”.

Le attività d'intelligence non si limiterebbero

alle indagini sui detenuti in

41bis (come affermato il 26 maggio dopo

l'interrogazione di Mascia), ma si allargherebbero

ai detenuti ordinari e perfino,

come parrebbe dalla circolare preparatoria

firmata da Giovanni Tinebra, a chiunque

operi nelle carceri.

Il 7 febbraio 2006, Tinebra getta le

basi per l'opera di Leopardi comunicando

a tutti i provveditori regionali che “l'ufficio

per l'attività ispettiva e di controllo, con la

collaborazione di articolazioni periferiche di

prossima istituzione sul territorio”, avrebbe

provveduto sia ad una attività centralizzata

di gestione e controllo di dati già acquisiti,

sia ad attività d'intelligence e investigazione

vere e proprie. Scrive testualmente Tinebra

che le future articolazioni si occuperanno

di: 1) acquisizione, analisi e monitoraggio,

continuativi e centralizzati, di elemen-

La direzione: “A Bollate nessun controllo”

Di questa incredibile e inquietante vicenda, abbiamo chiesto alla direzione

del nostro carcere di fugare qualsiasi dubbio in proposito. Ecco quanto ci ha

dichiarato la vice direttrice Cosima Buccoliero: “Per quanto mi consta, lo scopo

dell’attività nonché la sua organizzazione della quale si parla nell’articolo,

risponderebbe ad altri scopi e, comunque, è tutto in fase di progettazione.

Comunque posso affermare con certezza che nell’istituto di Bollate non esiste

un controllo del genere”.

ti documentali e dei dati informativi di

natura fiduciaria riguardanti ciascuna delle

persone sottoposte al 41bis;

2) esame comparato, sempre continuativo

e centralizzato, di tutti gli elementi e

dei dati acquisiti;

3) acquisizione, analisi e monitoraggio,

continuativi e centralizzati, di tutti i possibili

canali di collegamento, intramurario

ed extramurario;

4) approfondimento informativo degli

eventuali canali di collegamento, anche

extramurario;

carteBollate 5

Chi è il capo del

Dap

Giovanni Tinebra

Nato il 15 giugno 1941 ad Enna,

è stato Procuratore della Repubblica

di Nicosia dal 1983 sino al 1992

quando è stsato nominato Procuratore

della Repubblica del Tribunale di

Caltanissetta, incarico che manterrà

sino al 2001 quando passerà al Dap.

Ha gestito importanti indagini

fra cui quelli relativi agli omicidi

di Giangiacomo Ciaccio Montalto,

Antonio Saetta e Rosario Livatino,

ma ha anche indagato sulle stragi di

Pizzolungo, Chinnici, Capaci e via

D’Amelio. Personaggio, dunque,

molto importante, capace e impegnato

che spesso, nei pubblici dibattiti,

ha preso posizioni, che potremmo

definire democratiche, sulle carceri e

contro la mafia (“senza dubbio una

organizzazione criminale, ma, per certi

versi, è anche un modo di pensare molto

diffuso...”).

Proprio per questo si fatica a

comprendere questa circolare e proprio

per questo è necessario fare subito

chiarezza. Abbiamo detto personaggio

importante e come tale con paga

adeguata. Il suo stipendio annuo è

attorno a 180 mila euro. Il capo del Dap,

però, proprio perché responsabile della

Polizia penitenziaria, ha un’indennità

aggiuntiva - contrattata con il governo

di volta in volta - che supera le 200

mila euro l’anno. Quindi, in totale,

Tinebra porta a casa ogni anno attorno

ai 400 mila euro che contano anche a

fini pensionistici.

5) eventuali sviluppi di indagini preliminari

all'esito dell'approfondimento

informatico qualora questo evidenzi ipo-


tesi di reato (come richiesto dalla Dnaantimafia).

L'ordine per Leopardi è di avviare

“tempestivamente” i “contatti preliminari”.

E Leopardi si muove. A marzo, con l'aiuto

del direttore del carcere di Sulmona, Giacinto

Siciliano, inizia a costruire la sua rete,

convocando a Roma i vari provveditori. A

voce indica i punti su cui dovrebbe operare

l'intelligence: la criminalità organizzata, il

terrorismo internazionale, il terrorismo

interno e le attività anarco-insurrezionaliste.

Come si vede, maglie molto larghe

dove ci potrebbe stare dentro di tutto, da

un direttore di carcere non allineato, agli

agenti troppo morbidi, passando per chi in

carcere opera come volontario con l'ausilio,

si suppone, di meccanismi tecnologici

per intercettazioni ambientali, telefoniche

e della corrispondenza.

Sono disposizioni inquietanti che pensavamo

residui del passato. Il capo del

Dap, Giovanni Tinebra, è stato nominato

poco tempo addietro procuratore generale

di Catania. Speriamo che con lui si dissolvino

anche queste idee pericolose, per non

far ripiombare l'Italia nei dossier personali.

Il nuovo governo ha il dovere di bloccare

sul nascere queste deviazioni istituzionali.

Sindacati

di polizia e politici:

“Fare chiarezza”

Nessuna smentita è venuta dal Dap di

largo Daga. Si sono fatti sentire, invece,

attraverso un lungo comunicato i maggiori

sindacati di Polizia penitenziaria

(Fp-Cgil, Fp-Cisl, Uil, Pa, Osapp, Uspp

e Siappe) preoccupati dell’ipotesi di una

rete di spionaggio parallela e illegale nelle

carceri italiane.

I sindacati chiedono ai nuovi responsabili

del ministero un confronto “anche

a tutela del personale” che ricordano essere

“agenti di polizia come tutti gli altri e già da

tempo svolgiamo funzioni di polizia giudiziaria

sotto il coordinamento della magistratura”.

Se non si fa chiarezza, continua il

comunicato dei sindacati “c’è il rischio che

i cittadini maturino un’idea sbagliata del

compito gravosissimo che svolgiamo”.

Secondo i sindacati c’è grande malessere

fra i 44 mila agenti italiani per la ristrettezza

delle risorse e “le voci ricorrenti su un

clima interno ai vertici saturo di sospetti”.

A conferma di ciò, i sindacati citano l’au-

Alessandro Margara: “L’ufficio ispettivo

non può avere compiti di spionaggio”

Alessandro Margara, storico magistrato di sorveglianza, è stato a capo del Dap

dal 1997 al 1999. Da sempre alfiere di una visione “critica” e “non custodialista”

del carcere, afferma che “Dietro iniziative come quella che il manifesto ha reso noto,

mi pare ci sia una vecchia idea di fondo: che il carcere tutto sommato è un ambiente

che può sempre servire ad operazioni di polizia. Ora, questa non è un’idea nuova, già

durante gli ‘anni di piombo’ le carceri speciali erano state usate come una fonte di

informazioni più che un luogo di nascita per eventuali collaborazioni, anche perché in

quel contesto non è che ne nascevano molte. Ma all’epoca almeno il discorso si limitava

ad un’area di detenuti ben specifica, come oggi potrebbero essere quelli sottoposti al 41

bis”. Ma procedure come quelle denunciate, sono legali? Il giudizio di Margara è

netto: “Assolutamente no. Ci sono sempre stati forti sospetti, se non timori, che controlli

e intercettazioni di qualche genere si estendessero a tutto l’ambito penitenziario,

compresa l’alta sorveglianza dove ci sono molti reclusi per reati mafiosi. Ma il controllo

dei detenuti o di determinati ambienti già oggi è possibile con strumenti che possono

ben prescindere da quelli descritti negli ordini di servizio da voi resi noti. E comunque

usare strumenti tecnologici di tipo “americano”, ha bisogno di una giustificazione che

venga da fonti ben più alte di quella di un particolare dirigente di un determinato

ufficio. Serve comunque il controllo della magistratura: che tutto nasca così, quasi con

naturalezza, attraverso disposizioni impartite neanche dal direttore del Dipartimento

ma da un semplice dirigente mi pare molto grave”.

Quello ispettivo, che ufficio è? Secondo Margara è molto strano che controlli

simili siano demandati a questo ufficio. “L’ispettivo – sottolinea l’ex capo del

Dap – per definizione, interviene solo di fronte a precise difficoltà, con posizioni e

responsabilità ben determinate. Avergli dato compiti di intelligence è come averlo messo

in tenuta permanente effettiva, sempre sul piede di guerra. Se fosse così, sembrerebbe

una sorta di Ufficio per il controllo democratico che rievoca memorie davvero infelici...

Quello che sconcerta è che il carcere diventi un settore di polizia: la nostra Costituzione

dice ben altro... Via Arenula (sede del ministero-ndr) non può stabilire un vero

cordone ombelicare con tipici interventi di polizia”.

mento dei carichi di lavoro e il blocco del

turn over, elementi che impediscono un

lavoro sereno. Con i tagli al comparto -

continua il comunicato - mancano perfino

i soldi per la benzina, tanto che spesso i

servizi di scorta operano al di sotto delle

norme di sicurezza.

Tutto questo in presenza del giro di vite

previsto dalla Cirielli, gli effetti perversi

della Bossi-Fini e della nuova legge sulle

droghe. Il Dap ha comunicato, proprio

alcuni giorni fa, che nei 207 penitenziari

italiani è stato raggiunto ad aprile il numero

record di 61.392 reclusi: il picco più

alto da 15 anni a questa parte. In pochi

mesi la sola Cirielli ha portato dietro le

sbarre 3 mila persone in più, mentre i

detenuti extracomunitari sono ormai il

40% del totale.

Prese di posizioni, su questa vicenda,

anche da parte dell’associazione Antigone

e di alcuni politici.

Per Patrizio Gonnella, presidente di

Antigone “l’avvicendamento ai vertici del

carteBollate 6

Dap è un’occasione che non può andare

sprecata. Per il carcere quelli passati sono

stati anni di scarsa trasparenza, mentre è

ineludibile garantire al meglio la funzione

rieducativa della pena, con la quale non c’entrano

nulla meccanismi di controllo diffusi e

illegali”.

Dello stesso avviso Giuseppe di Lello,

magistrato e neosenatore di Riforndazione

comunista. Secondo Di Lello “Fra i compiti

istituzionali della Polizia penitenziaria

non c’è quello di svolgere attività di intelligence.

Le uniche intercettazioni legali sono

quelle disposte dalla magistratura per ipotesi

di reato specifiche”.

Angelo Bonelli, capogruppo dei Verdi

alla Camera, chiede, invece, di aprire subito

un’indagine: “Se le notizie fossero confermate

saremmo di fronte a fatti inquietanti e

intollerabili per un Paese civile. Un servizio

segreto autonomo, creato all’insaputa dei

ministri competenti e in assenza di governo

è un fatto di una gravità inaudita. Bisogna

fare piena luce”.


“COS’È APOLIDE? UN PIATTO TIPICO?”

La testimonianza di un nostro detenuto alle prese con

l’ordinaria burocrazia, guerra e smembramenti delle nazioni

Mi chiamo Mujo Mujic, quello che

sto raccontando potrebbe sembrare

un racconto d'appendice, invece, è quello

che sto subendo.

Sono nato ventisette anni fa in Croazia

(ex Yugoslavia) da una famiglia di etnia

diversa, padre bosniaco, madre serba.

Ho trascorso la mia vita nella speranza di

poter aiutare in qualche modo sia la mia

famiglia che me stesso.

Purtroppo, fin dall'età di sette anni

la mancanza di scelte e mezzi mi hanno

portato a frequentare il sottobosco della

malavita; dovevo cavarmela da solo, non

perché i miei genitori non volessero aiutarmi,

ma per il sistema. Perciò, iniziai a

fare dei piccoli furti per poter vivere, poi

con l'età che avanzava, il piccolo furto si

trasformò in rapina

Nel 1990, in Yugoslavia, scoppiò la

guerra civile. Avevo dieci anni ed ero più

solo che mai, abbandonato al mio destino.

Se oggi qualcuno mi chiedesse come

riuscii a sopravvivere a tre anni di bombardamenti,

non saprei cosa rispondere,

anche perché ho cercato di cancellare il

ricordo di quei momenti.

Vista la situazione, decisi di passare

clandestinamente in Italia, sognando di

trovare la mia America. Su questo mi ero

sbagliato. Il mio sogno finì dopo solo un

mese, quando fui arrestato e portato nel

carcere minorile.

In carcere conobbi una brava educatrice

che prese a cuore il mio caso e

riuscì a farmi capire che, oltre ai furti e le

rapine, esisteva un altro modo per vivere.

Ne fui convinto.

Decisi di cambiare la mia esistenza e

di iniziare un percorso di vita corretto,

all'insegna dell'onestà e del lavoro. Ero

molto giovane ed ero certo che questo

cambiamento mi avrebbe dato molte

soddisfazioni e la possibilità, un domani,

di crearmi una famiglia tutta mia.

Per fare questo dovevo avere dei documenti.

Il ministero dell'Interno chiamò

la Croazia per potermi identificare. La

Croazia rispose che Mujo Mujic, in quel

Paese, esisteva solo come schedato per

vari reati contro il patrimonio, non come

membro della popolazione croata. Mi

chiesi come era possibile questa cosa,

visto che ero nato all'ospedale di Zagabria.

Purtroppo, prima della guerra civile

nessuna legge prevedeva l'obbligo di registrazione

dei nascituri sul libro anagrafe

dell'ospedale.

Così non fui registrato, praticamente

io non esistevo. Lo Stato croato, dopo

la guerra, ottenne la sua indipendenza e

vennero così cambiate tutte le leggi. Feci

molti tentativi per avere dei documenti

croati, ma loro mi negarono la cittadinanza.

Non mi persi d'animo. Mio padre era

bosniaco, pertanto, come figlio potevo

chiedere la cittadinanza bosniaca.

Fu un'altra delusione. Il consolato

mi rispose che, essendo nato in Croazia,

nazione con cui avevano avuto un

sanguinoso conflitto, non intendevano

accettarmi. Continuai il mio percorso alla

ricerca di una nazionalità e provai con la

Serbia, dato che mia madre apparteneva

a quella etnia. La risposta fu la stessa della

Bosnia.

Non sapevo più dove rivolgermi,

vedevo tutta la mia buona volontà di

rifarmi una vita sgretolarsi come un muro

di sabbia.

Nel 1994 il tribunale dei minori di

Milano decise in merito al mio affidamento

e al conseguente permesso di soggiorno

che mi fu concesso per un anno,

anche se non avevo i documenti.

Ripresi quella speranza che era venuta

a mancare e cominciai a sentire il desiderio

di avere una famiglia.

Iniziai la mia nuova vita, lavorando

come aiuto cuoco, visti i risultati positivi,

il tribunale decise di continuare con

l'affidamento fino al ventunesimo anno

di età.

Dal 1997 al 1999 la mia vita aveva

preso la svolta desiderata. Finalmente

potevo essere un “Signor qualcuno” in

seno alla società. Poi tutto questo improvvisamente

terminò e io mi ritrovai ancora

una volta senza lavoro in mezzo alla strada.

Cercai un lavoro in nero, cosa non

facile. La gente aveva timore di tenere un

extracomunitario, per lo più con precedenti

penali. Solo alcuni spregiudicati mi

carteBollate 7

avrebbero dato lavoro in nero con uno

stipendio da fame, praticamente erano

degli sfruttatori.

Passarono i giorni, la fame e il freddo

cominciarono a farsi sentire. Perciò,

ripresi a rubare e fui arrestato.

Tradotto a S. Vittore conobbi, ancora

una volta, una volontaria che prese a

cuore la mia situazione al punto che, pur

trovando molti ostacoli nel percorrere

l'iter burocratico, riuscì a farmi attribuire,

dal tribunale civile di Milano, lo status

d'apolide (cittadino del mondo).

Nonostante abbia ottenuto codesto

riconoscimento, sono circa tre anni che

combatto per avere un documento. Ho

chiesto anche agli educatori del carcere.

Purtroppo, non per colpa loro, sembra

che ottenere un documento in Italia sia

un' impresa molto ardua.

In Italia la legge per gli apolidi esiste

solo fino alla sua attribuzione. Dopo di

che c'è solo un vuoto incolmabile. Nessun

ufficio è informato sul da farsi, nel

caso in cui un apolide avesse bisogno di

un documento d'identità.

Dopo vari tentativi, ebbi un incontro

con un responsabile del comune il quale,

dopo aver ascoltato le mie richieste, mi

chiese il certificato di nascita.

Mi sembrò veramente che si rasentasse

l'assurdo, forse avevo capito male e

con gentilezza gli ripetei che ero apolide.

Questo signore, che ricopriva un posto

importante all'interno del comune, mi

disse: “Ma cos'è un apolide? Un piatto tipico

slavo?” Non intendo esternare cosa ho

provato in quel momento dentro di me.

Purtroppo, sono ancora nelle stesse

condizioni di prima, pur avendo una

certificazione di apolide. A cosa serve

tutto questo, se poi la burocrazia non mi

permette uno status regolare?

Vorrei che questa mia storia vissuta

fosse di monito ai lettori. Non sempre

si sceglie la strada sbagliata nella vita. A

volte, sono proprio quelli che ti giudicano

ad importi quella strada. Mujo Mujic

(testimonianza raccolta da

Mario Curtone)


EMERGENCY: EMERGENCY LA FORZA DELLA SOLIDARIETÀ

ATTIVA FRA I DETENUTI DI BOLLATE

Uno stand all’Idroscalo gestito dal nostro carcere

Nata a Milano nel 1994, Emergercy

ha lo scopo di fornire assistenza

medico-chirurgica alle vittime delle

guerre e, soprattutto, delle mine

antiuomo, costruendo e gestendo ospedali

nelle zone maggiormente colpite.

L’associazione decide i suoi interventi

basandosi su due criteri di selezione:

l'effettivo bisogno di assistenza medico

chirurgica specializzata da parte della

popolazione e la scarsità o la mancanza

di altri interventi umanitari analoghi

nel Paese.

Parallelamente alle attività mediche

di assistenza alle vittime della guerra,

in Italia Emergency promuove iniziative

e campagne di solidarietà, di

sensibilizzazione e di diffusione di una

cultura di pace.

Per questo motivo, Gino Strada,

medico chirurgo e fondatore dell'associazione,

è venuto qui da noi a Bollate.

Nel teatro, gremito, ci ha raccontato

quello che fa la sua associazione non

governativa e non lucrativa.

Con un look da sessantottino

impenitente e la competenza professionale

dettata dalla profonda conoscenza

dei problemi delle zone disastrate, si è

dimostrato un personaggio eccezionale;

con enfasi ed il piglio di chi crede

fermamente in quello che fa, si è ben

districato nel raccontarci della confusione

e la scarsa informazione che vi

è nel ginepraio dei conflitti mondiali;

guerre dimenticate, altre non interessanti

a livello mediatico, altre nascoste

e taciute con il menefreghismo e

la complicità delle agenzie di stampa

mondiali. Emergency fa quello che

può, lo sa far bene e fa tanto: ospedali

da campo, centri chirurgici, protesi,

il tutto per le vittime civili dei conflitti

che sono il 90% nel mondo; dal

1994 sono oltre 1.800.000 i pazienti

curati gratuitamente, e numerosi sono

i programmi in corso per costruire

nuovi centri chirurgici, ricostruzioni

di villaggi, assistenza alle vedove, centri

pediatrici, centri di riabilitazione e

produzione protesi, forniture di molti

strumentari chirurgici.

L ' a s s i s t e n z a

sanitaria ai prigionieri

è una delle

altre attività che

fa l'associazione,

argomento che ci

tocca direttamente

e ci coinvolge

perché anche

noi lo siamo.

Gino Strada ci ha

spiegato quanto

fanno nelle prigionidimenticate

nel mondo,

completamente

assenti anche di

una parvenza di servizio sanitario e

di assistenza; senza di loro i detenuti

sarebbero alla mercè di malattie e

decessi.

Sull'argomento Strada ci ha informato

che hanno fatto anche dei tentativi

per entrare con la loro équipe

sanitaria in un paio di carceri america-

“Dal 1994, oltre

1.800.000 pazienti sono

stati curati gratuitamen-

te in ospedali, cliniche

e centri di riabilitazione

gestiti da Emergency”

ni come, Guantanamo e un altro, e gli

sono state negate le autorizzazioni perché

carceri in regime di massima sicurezza.

Su questo diniego si è dilungato

in un discorso antiamericano che io

non condivido perché non mi sembra

che tutti i guai di questo mondo sono

causati solo dagli americani.

carteBollate 8

Basta vedere cosa succede in Cina

dove i diritti civili sono all’ultimo

posto e dove esiste ancora la pena di

morte.

In questo Paese, altre organizzazioni

non governative come Amnesty

International e Reporter sans frontiere

stanno lavorando per migliorare le

condizioni di vita di questo popolo e

credo che l’appoggio di Emergency sia

fondamentale.

Altri interessanti incontri con

l'équipe di Emergency sono stati fatti

all'area trattamentale ed altri ci saranno,

andando più nel dettaglio con spiegazioni

e filmati delle singole guerre.

Nel mese di maggio c’è stato anche un

mercatino all'Idroscalo di Milano dove

l'associazione ha venduto dei prodotti

per auto finanziarsi; presente anche

uno stand del nostro carcere dove un

paio di detenuti in articolo 21 hanno

venduto i prodotti donati dagli stessi.

La già conosciuta generosità dei

detenuti di Bollate non si è smentita

nemmeno questa volta, e tutti ci siamo

impegnati per il successo dello stand.

Presso la biblioteca centrale vi è anche

la possibilità di iscriversi all'associazione

versando un contributo in base alle

proprie possibilità.

Franco Palazzesi


Ecco cosa fa

Emergency

Chirurgia

Chirurgia di guerra, Chirurgia d’urgenza

e traumatologica, Chirurgia generale

e ricostruttiva.

Medicina

Medicina interna, Ostetricia e ginecologia,

Pediatria, Pronto soccorso,

Medicina di base, Assistenza sanitaria ai

prigionieri.

Riabilitazione

Fisioterapia, Produzione di protesi e

ortosi, Cooperative per disabili, Assistenza

agli organi e alle vedove.

Programmi completati

Ruanda (1994), Reparto di chirurgia

e reparto di ostetricia e ginecologia,

Kigali.

Eritrea (2000), Chirurgia di guerra.

Ospedale Mekane Hiwet, Asmara.

Cambogia (1999-2002), Quattro

posti di pronto soccorso, Distretto di

Samlot.

Algeria (2003-2004), Centro di riabilitazione

e produzione protesi, Medea.

Angola (2003-2004), Centri sanitari,

Provincia di Benguela.

Iraq (1995-2005), Due Centri chirurgici

per vittime di guerra a Sulaimaniya

e Erbil - Due Centri di riabilitazione

a Diana e Dohok, 22 posti di pronto

soccorso.

Programmi in corso

Afganistan, Centro chirurgico per vittime

di guerra, Kabul - Centro Medicochirurgico,

Anabah - Centro chirurgico

per vittime di guerra, Lashkargah - Centro

di maternità, Anabah - 26 posti di pronto

soccorso e centri sanitari - Assistenza alle

vedove e agli orfani - Assistenza sanitaria

ai prigionieri.

Cambogia, Centro chirurgico per vittime

di guerra, Battambang - 1 posto di

pronto soccorso, O’Tatiek - 2 Cliniche

mobili.

Iraq, Centro di riabilitazione e produzione

protesi, Sulaimaniya - Formazione

professionale e cooperative per disabili.

Nicaragua, Sostegno sanitario alla

Casa de la Mujer, Granada - Centro

“Nei conflitti contemporanei, il 90% delle vittime sono civili.

“Dal 1994, anno

della fondazione, fino

al 2004, le spese soste-

nute sono state di 84,7

milioni di euro con

un’incidenza dei costi di

gestione pari

al 5,11 per cento”

pediatrico, Managua (in costruzione).

Sierra Leone, Centro chirurgico e

pediatrico, Goderich.

Sri Lanka, Ricostruzione del villaggio

Punochchimunai - Fornitura di strumentario

chirurgico all’ospedale di Nagoda.

Sudan, Reparto di chirurgia, Al Fashir,

Darfur - Centro pediatrico, campo profughi

Mayo (Khartoum) - Centro regionale

di Cardiochirurgia Salam, Khartoum (in

costruzione).

Ogni anno la guerra distrugge la vita di milioni di persone nel mondo.

Emergency fornisce assistenza medico-chirurgica gratuita e di elevata qualità

nelle zone di guerra.

Promuove una cultura di pace, solidarietà e rispetto dei diritti umani”

I detenuti di Bollate per

Lo striscione donato dalla redazione di carteBollate ad EMERGENCY

carteBollate 9


Gentilissima dottoressa Lucia Castellano,

con la presente desidererei sottoporle

un piccolo problema.

Come lei ben saprà, nel momento

in cui nelle nostre celle si devono sostituire

le lampade usurate, le stesse sono

sostituite con delle lampade da 60 watt,

che producono una luce molto bassa per

la superficie che devono illuminare con

la conseguenza che si fatica non poco,

soprattutto a leggere in particolar modo

per le persone di una certa età.

Capisco molto bene la necessità di

tenere sotto controllo la spesa dell'energia

elettrica, tuttavia esistono in commercio

delle lampade a basso consumo che con

un voltaggio di 100 watt hanno un consumo

inferiore alle lampade attualmente

in uso.

Naturalmente non si pretende che sia

l'Amministrazione penitenziaria a fornircele.

Le chiediamo soltanto di dare la

possibilità, a chi lo desidera, di acquistarle

tramite extra vitto.

Certo della sua sensibilità, la ringrazio

anticipatamente.

Antonio Cirianni 1° Reparto

Gentilissima dottoressa,

l’organizzazione dei colloqui continua

ad essere una spina nel fi anco sia dei detenuti

che dei familiari. Più volte è stato

promesso che il servizio sarebbe migliorato

ma anche sabato 22/04/06 i familiari

sono stati in attesa per diverse ore prima

di fruire dell’istituto del colloquio.

Abbiamo ritenuto doveroso chiedere

spiegazioni agli agenti di servizio i quali

purtroppo hanno lamentato che con noi

del primo reparto fruiscono del colloquio

anche l’infermeria, il secondo reparto,

l’articolo ventuno, il sesto reparto e i lavoratori

dell’azienda W.S.C. oltre alla carenza

di personale operativo. Molte volte

abbiamo sollevato il problema di staccare

la domenica dal sabato per dar modo ai

familiari che durante la settimana sono

impegnati con il lavoro, di consumare un

colloquio in più nei giorni di riposo, anche

questa richiesta è caduta nel dimenticatoio,

facendoci perdere un prezioso

colloquio mensile.

RECLAMI & RECLAMI

Quello che non riusciamo a capire e

perché uno spostamento così facile possa

dare problemi. Se non viene assegnata la

domenica al primo reparto viene assegnato

al terzo e viceversa.

Che sia così

diffi cile calcolare

un giorno a giro

per donare un’ora

con i familiari al

detenuto?

Mancata presenza

della signora

direttrice con delle

riunioni mensili

di reparto.

Alla staccata

e al terzo reparto

lei è presente

ogni mese con il

tempismo di un

orologio svizzero,

informandosi dell’andamento del reparto

e di cosa non va, mentre al primo reparto

i detenuti sono abbandonati a se stessi.

Non ci risulta nessun pericolo di virus

contagioso al primo reparto.Come mai

questa disparità di trattamento?

Il campo sportivo: sono due anni che

il campo sportivo è solo una chimera.

Non si riesce a capire perché un carcere

all’avanguardia, come dovrebbe essere

questo, è penalizzato anche nelle cose

più semplici. Noi pensiamo che il campo

sportivo non deve necessariamente essere

in uso solo della squadra di calcio. Il campo

è nato per dar modo a tutti i detenuti

di trascorrere due ore nel verde e non solo

a pochi privilegiati come gli appartenenti

alla squadra di pallone.

Altro reclamo importante riguarda

le sezioni del reparto: abbiamo accettato

silenziosamente la chiusura delle sezioni,

anche se ci sono state addossate colpe non

nostre ma che riguardavano solo un paio

di zelanti personaggi che lungi da loro il

coraggio di farsi avanti assumendosi le

proprie responsabilità, hanno permesso

che tutto il reparto fosse penalizzato.

È inaccettabile però che nelle sezio-

ni non ci sia mai l’agente di servizio. La

maggior parte di chi lavora, oppure frequenta

la scuola, deve sgolarsi a chiamare

l’agente il quale pur sentendo e vedendo

che chi sale appartiene alla sezione a lui

carteBollate 10

assegnata, lascia il mal capitato ad aspettare

a volte anche più di trenta minuti.

Noi le chiediamo: se un detenuto

sta male, oppure ha un attacco cardiaco

che necessita urgentemente

delle

cure di un sanitario,

come può

salvarsi? Quando

l’agente stanco di

sentire gridare si

decide fi nalmente

a salire al piano, il

detenuto può essere

morto oppure

aver subito lesioni

irreversibili.

A questo probabilmente

non ci

si pensa.

Speriamo che

questo nostro pensiero

non sia premonitore. Noi speriamo

che non debba mai succedere.

Nel ringraziarla per l’attenzione, attendiamo

fi duciosi una sua esauriente

risposta.

Cordiali saluti.

I detenuti del primo reparto

(seguono 106 fi rme)

RISPONDE LA DIRETTRICE

LUCIA CASTELLANO

LAMPADINE DA LETTURA

Le lampadine da 60 watt sono utilizzate

per evitare eccessivo consumo di energia.

M'informerò se è possibile, con lo stesso consumo,

aumentare il voltaggio, come sostiene

il signor Cirianni.

COLLOQUI

L'organizzazione del settore è stata

recentemente rivisitata e abbiamo provveduto

a distribuire, nell'arco del mese, i colloqui

spettanti a ciascun reaparto il sabato

e la domenica. Inoltre, abbiamo provveduto

a chiamare il detenuto a colloquio

appena i familiari entrano al block house,

in modo da evitare le attese dei familiari

nelle salette. È inoltre possibile fruire del


l'area verde, vista la stagione estiva. Spero

che questi accorgimenti siano sufficienti a

migliorare l'organizzazione. Alla fine del

mese di giugno chiederò agli operatori un

feed back sul nuovo assetto organizzativo.

Saranno gradite proposte e suggerimenti da

parte dell'utenza.

RIUNIONI DI REPARTO CON IL

DIRETTORE

Purtroppo, non sempre riesco a mantenere

l'impegno di una riunione mensile con

ogni reparto. Non c'è discriminazione tra

un reparto e l'altro, cerco di dare la priorità

alle situazioni che mi sembrano più urgenti.

Il primo reparto, che lamenta la mia

assenza, è ben supportato da un buon gruppo

di polizia penitenziaria, un educatore e

un agente di rete a tempo pieno. Definirsi

“abbandonati a se stessi” mi sembra un po’

eccessivo.

CAMPO SPORTIVO

La fruizione del campo sportivo, a

turno, per i vari piani di ogni reparto, è

stata eliminata, per mancanza di personale.

Per ora è appannaggio della sola squadra

di calcio, anche perché uno dei due campi

SPORT / Calcio

I DETENUTI VERSO LA

SECONDA CATEGORIA

La squadra del nostro carcere, ha battuto

l’Aldini bariviera di Milano per 3-0

(goal di Emanuele Palmieri e doppietta di

El Faiz Abdluahet, “Raul”).

L’ultima partita che si disputerà domenica

11 giugno sarà la decisiva per la

seconda categoria. Ricordiamo ai lettori

che il progetto ideato dalla direzione della

II casa di reclusione di Milano, ha riscosso

successo grazie alla preziosa disponibilità

del presidente della squadra, Cosima

Buccoliero (vice direttore del carcere) e

alla capace collaborazione di Nazzareno

Prenna, allenatore, nonché insegnante di

educazione fisica del Ctp di Limbiate.

La squadra del carcere, formata in

prevalenza da stranieri, è nata per merito

dei giocatori che si sono distinti nelle varie

partite di campionato interno, disputate

tra detenuti dei vari reparti.

Poi, per continuare questo progetto

sportivo e formare un team che potesse

misurarsi anche con dei club esterni, venne

chiamato Nazzareno Prenna.

Nazzareno, dopo avere convocato tutti

i giocatori delle varie sezioni, ha scelto una

rosa di atleti che, impegnandosi con determinazione

e volontà, hanno dato vita a un

gruppo competitivo di calciatori.

La squadra , così creata, che per motivi

burocratici prende il nome di "II casa di

reclusione", è stata iscritta al campionato

Uisp (Unione italiana sport popolari), dove

si è distinta vincendo la Coppa disciplina.

Successivamente, terminata questa

esperienza positiva, venne iscritta al campionato

di terza categoria.

Il nostro mister ha dovuto affrontare,

malgrado l'ottimo lavoro, numerose diffi-

coltà nel corso del campionato. Tra queste,

soprattutto, le varie sostituzioni dei giocatori

, dovute sia all'uscita dal carcere, sia al

fine pena, ma anche per le varie espulsioni

dal territorio italiano verso il loro Paese

d'origine.

Perciò, altri hanno dovuto, improvvisamente,

subentrare ed essere allenati sul

campo in breve tempo. Questo non ha

impedito al nostro Nazzareno di lavorare

carteBollate 11

è stato sacrificato al cantiere recentemente

aperto per la costruzione di due nuovi padiglioni.

Ne riparleremo dopo la pausa estiva,

cercando di estendere la fruizione del campo

a tutti i detenuti che lo desiderino.

PRESENZA DELL'AGENTE SUL

PIANO

Succede che durante la pausa pranzo dei

colleghi, un agente debba far servizio su due

piani. È sempre conseguenza della carenza

di personale che affligge questo Istituto. Mi

risulta però che, in caso di urgenze, non ci

sia mai stato alcun ritardo nel soccorso.

con quella grande determinazione che lo

distingue, riuscendo a formare i nuovi

giocatori, nei tempi previsti, per la disputa

delle successive partite.

La squadra del carcere, per ovvi motivi,

è stata costretta a disputare tutte le partite

sul proprio terreno di gioco.

Se conquisterà la categoria superiore,

dovrà avere la possibilità di poter accedere

ai campi esterni. Altrimenti, a che sarebbe

servita la fatica e la volontà di reinserimento

dimostrata?

Fra gli spettatori anche il telecronista

Bruno Pizzul a cui abbiamo chiesto un

parere sulla bufera che coinvolge il calcio

italiano. Secondo il telecronista “anche gli

arbitri sono uomini e come tutti gli uomini

possono commettere degli sbagli voluti o

non. Quando si entra nel giro di persone

poco scrupolose, non è facile poi ritornare

sui propri passi. Comunque, non bisogna

fare conclusioni affrettate perché i mezzi di

comunicazione a volte esagerano. È meglio

aspettare che la giutizia sportiva faccia il

proprio corso”.

Ma Lippi avrebbe dovuto dimettersi

dopo lo scandalo che coinvolgeva la Gea e

di riflesso il figlio?

Anche se è stato coinvolto il figlio

– continua Pizzul – non doveva dimettersi.

“Lamento solo – soggiunge il telecronista

– la mancata convocazione di Panucci che

per una incompatibilità di carattere ha privato

la nazionale di un ottimo elemento”.

Bruno Pizzul da tempo è impegnato

nel sociale con un rapporto molto intenso

con le carceri. Secondo il suo parere, “lo

sport ha un ruolo molto importante ai fini

del resinserimento del detenuto se è fatto,

praticato e concepito nella giusta maniera a

tutti i livelli”.

Mario Curtone


Le tabelle Fini-Giovanardi sulle droghe

UN PASTICCIO PERICOLOSO CHE CI

TRASFORMA IN DELINQUENTI VIRTUALI

Cancellare al più presto questo obbrobrio giuridico

“Quindici Quindici o venti spinelli, cinque strisce

di coca, coca, dieci iniezioni iniezioni di eroina, cinque

compresse di ecstasy o anfetamine: queste le

quantità massime massime consentite per il consumo

personale, il cui superamento introduce una

presunzione di spaccio e apre la porta a una

condanna da sei a venti anni di carcere”.

Il messaggio che ha accompagnato la

diffusione delle tabelle predisposte dalla

Commissione chiamata a precisare la

disciplina introdotta con la legge 2 febbraio

2006 n. 49, è chiaro e univoco, pur

se resta tutta da verificare la sua resistenza

di fronte alla complessità del reale.

I pilastri della svolta repressiva in atto in

tema di stupefacenti e tossicodipendenze

sono noti: l’assimilazione delle droghe

leggere a quelle pesanti, l’aumento

abnorme delle pene per la detenzione

ai fini diversi dal consumo personale

(elevate nel minimo a 6 anni), la drastica

diminuzione delle ipotesi di applicabilità

dell’attenuante della lieve entità del fatto

(esclusa dalla legge n. 251/2005 nel caso

di reato commesso da un recidivo), l’aumento

– qualitativo e quantitativo – delle

sanzioni amministrative, comunque previste

per l’uso di qualunque stupefacente

in qualunque quantità.

È in questo contesto che mutano mutano il

di Livio Pepino*

Con la responsabilità

tabellare il sospetto si

trasforma in prova:

la storia insegna che dal

sospetto spacciatore si può

passare al sospetto

terrorista, al sospetto

criminale, all’untore

ruolo e la funzione delle tabelle previste

dal testo unico n. 309/1990: da indicatore

delle sostanze vietate a improprio sostituto

del giudice nell’accertamento della

finalità della detenzione.

Il nuovo comma 1 bis del testo unico

sugli stupefacenti prevede, infatti, la pena

di reclusione da sei a venti anni e la

multa da 26.000 a 260.000 euro per

chi “importa, mporta, esporta, acquista, riceve a

qualsiasi titolo o comunque illecitamente

detiene sostanze stupefacenti o psicotrope

che per quantità, in particolare se superiore

ai limiti massimi indicati con decreto del

ministro della Salute, emanato di concerto

con il ministro della Giustizia sentita

PROSPETTO RIEPIGOLATIVO PER LE PRINCIPALI SOSTANZE STUPEFACENTI

SOSTANZA DOSE MEDIA

SINGOLA (IN MG) (1)

MOLTIPLICATORE

VARIABILE (2)

QUANTITÀ

QUANTIT À MASSIMA

DETENIBILE (IN MG

DI PRINCIPIO ATTIVO)

la presidenza del Consiglio dei ministri

- Dipartimento nazionale per le politiche

antidroga, ovvero per modalità di presentazione,

avuto riguardo al peso lordo complessivo

o al confezionamento frazionato,

ovvero per altre circostanze dell’azione,

appaiono destinate a un uso non esclusivamente

personale”.

E in due mesi di lavoro la solerte

commissione ministeriale ha stabilito,

per ciascuna sostanza, la “dose media

singola” (corrispondente alla “quantità

di princìpio attivo per singola assunzione

idonea a produrre in un soggetto tollerante

e dipendente un effetto stupefacente o

psicotropo”), il “moltiplicatore variabile”

(“individuato in base alle caratteristiche

di ciascuna classe di sostanze e con particolare

riguardo al potere di indurre alterazioni

comportamentali e scadimento

delle capacità psicomotorie”) e, infine, la

“quantità massima detenibile” (determinata

dal prodotto della dose singola e del

moltiplicatore).

Inutile dire che questa individuazione

preventiva dello spacciatore virtuale è

priva di ogni attendibilità fattuale e stravolge

i princìpi fondamentali dell’equità,

della logica e del diritto. Bastino alcuni

flash.

SOSTANZA LORDA

IN GRAMMI

N. DI COMPRESSE (3)

Eroina 25 10 250 1,7 (15%) 10 ass.

Cocaina 150 5 750 1,6 (45%) 5 ass.

Cannabis

(marijuana e hashish)

NUMERO DI DOSI/

ASSUNZIONI (3)

25 20 500 5 (10%) 15 – 20 ass.

Mdma (ecstasy) 150 5 750 5 compr. 5 ass.

Amfetamina 100 5 500 5 compr. 5 ass.

Lsd 0,05 3 0,150 3 francobolli 3 ass.

(1) “Quantità di principio attivo per singola assunzione idonea a produrre in un soggetto tollerante e dipendente un eff etto stupefacente o spicotropo”.

(2) “Individuato in base alle caratteristiche di ciascuna classe di sostanze e con particolare riguardo al potere di indurre alterazioni comportamentali e scadimento della

capacità psicomotoria”.

(3) Questo dato, pur essendo fornito dal governo, ha solo valore orientativo.

carteBollate 12


Primo. Moltiplicare per un numero

determinato la “dose media singola”

(anche a ritenere tale concetto dotato di

una qualche dignità scientifica) può indicare,

in ipotesi, il margine di pericolosità

di assunzioni ravvicinate nel tempo, ma è

strutturalmente inidoneo a dire alcunché

sulla finalità della relativa detenzione:

definire spacciatore per legge chi detiene

16 anziché 15 spinelli è del tutto irrazionale

e privo di riscontri nelle più comuni

massime di esperienza.

Secondo. La civiltà dei moderni ha

abbandonato il sistema delle prove legali:

nessuno può essere ritenuto colpevole in

base alla direzione del volo degli uccelli,

o al numero delle testimonianze d’accusa,

o alla status dell’accusatore. La condanna

esige, in ogni caso, un giudizio in concreto

sorretto dal vaglio critico delle prove

acquisite: cioè esattamente ciò che viene

escluso dal sistema delle tabelle.

Terzo. Per rendere praticabile questo

distorto meccanismo, la legge ha costruito

un inedito diritto penale dell’apparen-

za: secondo il comma 1 bis dell’art. 73

del testo unico n. 309 si è colpevoli non

se si spaccia, ma se le sostanze detenute

“appaiono destinate a un uso non esclu-

sivamente personale” (sic!). sic!). sic! La domanda

al novello Giustiniano è d’obbligo: cosa

accade se la detenzione (data la quantità)

sembra destinata allo spaccio, ma in concreto

si accerta al di là di ogni ragionevole

dubbio che così non è?

Quarto. La responsabilità tabellare

realizza, a ben guardare, l’introduzione

nel sistema “del tipo d’autore” o, in altri

termini, la trasformazione del sospetto

in prova: la storia insegna, peraltro, che

dal “sospetto spacciatore” è agevole passare

al “sospetto terrorista”, al “sospetto

delinquente” o all’untore untore di manzoniana

memoria.

C’è quanto basta per drastici interventi

demolitori della Corte costituzionale e

prima ancora, nei limiti della sua competenza,

della magistratura. Sperando che

non ce ne sia bisogno, avendo la nuova

maggioranza parlamentare la possibilità

di cancellare subito, con un tratto di

penna, questo scempio etico e giuridico.

*Sostituto procuratore generale di Torino.

da Fuoriluogo n. 4

Pena di reclusione da 6 a 20 anni e la multa da 26.000

a 260.000 euro per chi “importa, esporta, acquista,

riceve a qualsiasi titolo o comunque illecitamente detiene

sostanze stupefacenti o psicotrope se superiore ai limiti

massimi indicati...”

SALVIAMO LA COSTITUZIONE. VOTIAMO NO*

Il 25 e 26 giugno il popolo italiano

si recherà alle urne per il referendum

sulla Costituzione. È un voto, quello del

referendum, importantissimo. La Costituzione

italiana non è soltanto la legge

fondamentale del Paese; è il patto con cui

si stipula la condivisione di un insieme di

valori, di princìpi, di regole essenziali che

tutti devono osservare ed impegnarsi a

realizzare, quale che sia il programma delle

forze che – assumendolo come cornice e

punto di riferimento della propria attività

politica – si confrontano e si scontrano

democraticamente per chiedere e ottenere

il consenso dei cittadini. Con la modifica

di oltre 50 articoli della Costituzione, il

precedente governo ha introdotto un falso

federalismo, mettendo in pericolo l’unità

nazionale, colpendo elementari diritti dei

cittadini, delle lavoratrici e dei lavoratori,

indebolendo i poteri di importanti

organi costituzionale. Per queste ragioni

chiediamo, a tutti coloro che lo possono

esercitare, di votare NO al referendum del

25 e 26 giugno.

Se fosse una partita di calcio,

ecco le formazioni in campo

La squadra del 1948

De Gasperi, Moro, La Pira,

Dossetti, Lazzati, Croce,

Einaudi, Valiani, Calamandrei,

Parri, Nitti, Saragat, Pertini,

Nenni, Togliatti, Amendola,

Terracini.

La squadra del 2005

Berlusconi, Previti, Dell’Utri,

Tremonti, Berruti, Bondi,

Schifani, Sgarbi, Bossi,

Borghezio, Calderoli, Castelli,

La Russa, Fini, Nania.

Buona parte dei nomi della prima squadra sono nelle enciclopedie,

non solo in quelle italiane. Buona parte dei nomi della

seconda sono negli elenchi degli indagati, dei patteggiati, dei

condannati. In un Paese normale i giocatori della prima squadra

sarebbero custoditi nelle memoria e nella stima di ogni cittadino.

In un Paese normale molti dei giocatori della seconda squadra

sarebbero custoditi da guardie o da infermieri professionali.

carteBollate 13

*da www.beppegrillo.it


SILLABE STORTE E SECCHE

COME UN RAMO

di don Fabio Fossati

Con quest'articolo comincio una

collaborazione continuativa con

carteBollate.

Inizio male: sono in clamoroso ritardo

sulla consegna del pezzo, mi sono seduto

alla scrivania col tempo contato e tra pochi

minuti devo rientrare in istituto per consegnare

l'articolo! Sono abituato a scrivere

articoli – ormai lo faccio da tanti anni

– ma di solito scrivo su giornali “confessionali”,

sui bollettini parrocchiali dove posso

dire di essere a casa mia e dove l'ascolto da

parte del “pubblico” è garantito (se non

altro per la passione inveterata dei parrocchiani

al pettegolezzo e alla critica del

malcapitato prete di turno).

Qui, invece, mi trovo “in trasferta” e

mi domando come vincere le inevitabili

diffidenze che possono sorgere, leggendo

le parole del cappellano che non è mai

una figura neutra. Scrivere per carteBollate

significa, infatti, scrivere per diversissime

categorie di persone: per credenti e non

credenti, per agnostici o indifferenti, per

credenti cristiani e credenti non cristiani

(musulmani o altro), per cattolici o protestanti,

per gente di sinistra o di destra

(o di centrosinistra o centrodestra, non

vorrei urtare la suscettibilità di qualcuno),

per giustizialisti o garantisti… e l'elenco

potrebbe andare avanti ancora per molto.

Allora, per onestà, è giusto dichiarare

all'inizio i propri criteri personali di giudizio

e le proprie appartenenze, così da dare

a tutti delle chiavi di lettura appropriate

circa i miei futuri articoli.

Dichiaro due semplici criteri del mio

modo di considerare la realtà.

Il primo, fa riferimento ad un'indimenticabile

poesia di Montale, mia grande

passione affettiva e intellettuale. Ve la

riporto tale e quale, pensando che non

abbia bisogno di alcuna spiegazione ulteriore:

”Non chiederci la parola che squadri

da ogni lato / l'animo nostro informe, e

a lettere di fuoco / lo dichiari e risplenda

come un croco / perduto in mezzo a un

polveroso prato. / Ah l'uomo che se ne

va sicuro / agli altri ed a se stesso amico

/ e l'ombra sua non cura che la canicola

/ stampa sopra uno scalcinato muro. /

Non domandarci la formula che mondi

possa aprirti / sì qualche storta sillaba e

LA PRECARIETÀ DEL LAVORO

AL CENTRO DI UN DIBATTITO

Il tema del lavoro è stato al centro di un dibattito

– organizzato dalla nostra redazione – il 4 maggio scorso

cui hanno partecipato

una quarantina di detenuti,

rappresentanti delle

istituzioni, professori della

scuola. L’idea di un dibattito

del genere dove poter

discutere della precarietà

del lavoro, della festa del

primo maggio, di come la

società si stia globalizzando

nel mondo lavorativo, è

partita da un gruppo di

giovani che, dall’11 marzo

scorso, sono detenuti in

questo istituto per aver

cercato di impedire una

manifestazione fascista.

Un tema, quello del

carteBollate 14

secca come un ramo. / Codesto solo oggi

possiamo dirti / ciò che non siamo, ciò che

non vogliamo”.

Sono un credente, ma dichiaro anche

la mia ricerca. So bene cosa non voglio,

fatico di più a capire cosa voglio e in quale

direzione camminare. Cerco compagni di

strada che mi accompagnino, qualunque

sia la loro cultura o la loro religione. Il carcere

è un interessante luogo di confronto e

di discussione, soprattutto per l'incessante

possibilità che mi dà di dialogare con

uomini concreti, con le loro storie, le loro

sconfitte e le loro straordinarie vittorie.

Il secondo fa riferimento a quattro

brevissimi scritti che hanno cambiato la

mia vita e quella di tante donne e tanti

uomini. Si tratta dei vangeli che riportano

la vicenda umana di Gesù di Nazareth.

Lì trovo criteri di giudizio, passioni

umane ed intellettuali capaci di orientare

una vita, modelli di umanità e di ricerca

appassionanti. Le parole di quel povero

di Nazareth diventano gli occhiali con cui

interpretare la realtà, le sue degenerazioni

e le sue inesauribili potenzialità.

Con l'onestà disarmata suggerita da

Montale e con la passione forte del Vangelo

vorrei cimentarmi in questa avventura

di dire sempre quello che penso a proposito

del carcere e di coloro che lo abitano.

Spero di poterlo fare dal prossimo

numero, accompagnato dall'ascolto critico

e benevolo di ciascuno di voi.

lavoro, esiziale per tanti giovani che la precarietà confina

in una zona grigia senza prospettive. Il dibattito ha visto

numerosi interventi e,

com’è naturale, alcune

polemiche che si sono

trascinate anche dopo

il dibattito, nei giorni a

venire.

D’altronde, lo scopo

dell’iniziativa era proprio

questo: suscitare la

curiosità, l’interesse di

tutti, stimolare la mente,

il pensiero in un settore

spesso trascurato. A

questo seguiranno altri

dibattiti su altri temi e

speriamo di fare meglio

organizzativamente.

Lib. Van.


IL CORAGGIO DI RACCONTARSI

“IO, VIOLENTATORE. FRA FANTASMI

DEL PASSATO E RICORDO DELLE VITTIME”

Detenuto nel sesto reparto di questo

carcere, mi è stato chiesto – da

un detenuto-redattore di carteBollate – di

scrivere sul progetto al quale ho aderito

assieme ad altri 18 compagni con reati

simili ai miei.

Ebbene, eccomi qui davanti ad un

foglio bianco con una penna in mano a

fare i conti con la mia vergogna ed i miei

sensi di colpa (ho abusato di due donne

durante altrettante rapine) e a dover sintetizzare

sette mesi di lavoro di gruppo

nei quali, oltre a toccare particolari molto

intimi e a prendere coscienza del male

fatto, si è anche lavorato sulle cause di un

tale odioso e disgustoso reato.

Purtroppo mi trovo tra l'incudine e il

martello perché da una parte ci sono le

regole scritte e sottoscritte dall'équipe e

da noi che ci vietano di parlare di ciò che

emerge dal nostro lavoro nei gruppi e, dall'altra

parte, mi trovo di fronte la morale

delle altre persone che giudicano il mio

reato come schifoso e meschino.

Certo, non sarò io a far cambiare l'opinione

di chi ci disprezza e non è nemmeno

mio compito farlo, però posso almeno

spezzare una lancia a nostro favore iniziando

col dire che se ora ci troviamo a Bollate

è innanzitutto perché abbiamo capito di

aver fatto qualcosa di orribile e, in secondo

luogo, per evitare in futuro di reiterare il

reato, acquisendo strumenti buoni e atti

al riconoscimento dei sintomi e delle emozioni

che provavamo al momento del reato

e quindi ad avere un campanello di allarme

per “fermarci prima”.

Nel lavoro che facciamo con l'équipe,

ci viene insegnato a controllare l'aggressività

riconoscendo in anticipo i pensieri

che ci portano ad avere un atteggiamento

violento e di conseguenza un comportamento

aggressivo; ci insegnano ad esorcizzare

i nostri fantasmi delle vite passate o,

quantomeno, a conviverci pacificamente

sapendo che in noi portiamo ricordi e

vissuti spesso sconvolgenti ed incredibili

per il rancore e l'odio che hanno gettato

nelle nostre vite quando ancora, forse,

non sapevamo nemmeno cosa fossero tali

emozioni.

Non voglio trovare scusanti o arrampicarmi

sui vetri come potrà sembrare a

molti. Voglio solo, con chiarezza, parlare

per me stesso, perché non me la sento

di parlare anche a nome di altri. Porto

dentro di me un mondo di brutte cose ed

esperienze negative che spesso mi è difficile

somatizzare e che

per troppo tempo

ho tenuto chiuso

dietro a porte

impossibili da

aprire per le mie

braccia corte se

non con l'aiuto

degli specialisti.

Il problema vero

è che quando ero

fuori, non vedevo

la necessità di

andare da uno specialista

e anzi mi

sarei vergognato di

farlo. Oggi, dopo

varie analisi e test

che per me sono

stati richiesti dal

tribunale, e dopo

essere stato dichiarato

seminfermo

di mente, mi viene

da pensare che

forse andare da

uno psichiatra mi

avrebbe evitato di fare del male e portarmi

addosso tutti questi sensi di colpa che

spesso la notte mi attanagliano il cuore e

mi bloccano il respiro.

Voglio anche fare un paragone, se mi è

concesso, tra il carcere di San Vittore dove

mi trovavo sino a sette mesi fa e dove il

mio reato conviveva con me, cristallizzato

in quella parte della memoria dove non si

guarda mai e qui a Bollate dove, invece, mi

trovo a farci quotidianamente i conti per il

lavoro con l'équipe in cui volente o nolente

ne devo parlare per forza perché è alle vittime

che si deve pensare ed ai problemi che

gli ho causato più che a me stesso.

Qui a Bollate la parola “rieducazione”

ha un senso e per me è già molto. Voglio

carteBollate 15

dire inoltre che per noi 19, che abbiamo

preso parte al progetto, non sono previsti

benefici diversi da quelli di un comune

detenuto e quindi se siamo qui è per una

scelta ponderata e dettata dalle nostre

coscienze. Per quello che mi riguarda, penso

che il poter assicurare alle mie vittime che

non ci sarà un'altra

volta, sia già qualcosa

dal momento che le

scuse probabilmente

servirebbero a poco e

per me, sapere di aver

vicino degli specialisti

disposti ad aiutarmi

anche quando uscirò,

è un arma vincente.

Forse è difficile

per qualcuno capire

ciò che affermo, ma,

per ciò che mi riguarda,

gli abusi sessuali

commessi, fuoriescono

e sono del tutto

estranei al mero desiderio

sessuale, ma

sono spinti da qualcosa

di più profondo

che ho scoperto qui

col lavoro che compio

e con i contatti con

uno psichiatra. Non

voglio dire che da qui

uscirò un angelo puro

e casto, ma per la prima volta vedo una via

d'uscita a quei problemi che mi trascino

dietro da troppo tempo.

Concludo per coloro i quali non vogliono

sentir parlare di reati come il mio, con

una citazione dello scrittore Daniel Pennac

che dice: “Uno dei diritti del lettore è quello

di non leggere”.

Ringrazio la direzione del carcere di

Bollate, in particolar modo la direttrice,

per l'occasione che ci ha offerto, l'équipe

coordinata dal dottor Giulini per il progetto

e per la loro disponibilità ed infine

la redazione del giornale carteBollate per lo

spazio che dà anche alle nostre idee ed ai

nostri pensieri.

Simone Turetta


Quando avevo quindici anni, insieme

alla mia mamma e a mia sorella, ci

siamo dovute spostare dal mio paese natale

al nord Italia. Arrivando qui sapevo che

tutto sarebbe cambiato. Non c'erano più

le feste del paese, le bancarelle ricche di

dolciumi, i nostri giochi da bambini, le

passeggiate insieme agli amici. Qui le strade

erano larghe, piene di traffico, palazzi

alti e tanta afa. In un paese che non era il

mio, l'unica cosa di cui ero contenta era

rivedere il mio papà. Lui era alto, biondo,

occhi azzurri, aveva uno stile simile a quello

di Cary Grant e con i suoi bambini era

la persona più dolce del mondo.

Nonostante le parole di mia madre, che

era il maresciallo di famiglia, lui ci amava

tantissimo e ci difendeva sempre quando

eravamo poco ubbidienti e facevamo tutto

al contrario.

Io, come tante altre ragazze di quell'età,

tenevo tanto alla mia silhouette e allora

erano le volte che me la dovevo vedere con

il sosia di Cary Grant.

Veniva dal lavoro e, se era molto stanco

e un po' arrabbiato, per farmi mangiare

metteva sul tavolo la sua cintura. Questa

era la cosa che mi spaventava di più. Ma

più spesso mi faceva vedere 10 lire e allora

avevo più appetito.

Adesso io ho sessant'anni e, trovandomi

qui, questi ricordi mi rallegrano molto.

Mi fanno pensare alla mia infanzia difficile,

ma bellissima. Sì, non si può tornare

indietro! E anche quando si hanno degli

scheletri nell'armadio, ognuno di noi però

ha dei ricordi che fanno ringiovanire per

un attimo.

Teresa

Tante domande

sul dopo

In genere tutti noi abbiamo esempi da

seguire; per lo più sono persone irreprensibili,

mai cadute.

Perché, invece, non prendiamo ad

esempio chi, dopo essere caduto nell'errore,

trova la forza di rialzarsi? Chi ha voglia

LA PAGINA ROSA

Questa “Pagina rosa” è aperta alla collaborazione delle donne

detenute delle varie carceri italiane che vogliono far conoscere i loro pensieri.

di lottare per cause giuste? Chi ha

coraggio di vivere gioie e dolori,

vittorie e sconfitte, con lo stesso

ardore?

E chi non ha i mezzi e desidera

rialzarsi, come viene aiutato?

Cosa fare di chi, uscendo

dal carcere, dopo essersi assunto

le proprie responsabilità per gli

errori commessi, lotta per sentirsi

utile e vuole avere un controllo

maggiore della propria vita?

Come pilotare il corso della

vita futura, in direzioni precise,

se vengono a mancare le necessità

primarie?

È vero che chi è responsabile

è motivato a lottare e forse

a sopportare prevaricazioni, per

ottenere rispetto di sé. Ma credo

che in certe situazioni sia molto

difficile perseguire questo scopo.

Si dice che all'uscita uno

stuolo di assistenti sociali sarà lì

pronto in attesa del detenuto per

supportarlo nelle varie difficoltà

e far sì che rientri tra le persone

per bene ed irreprensibili, quelli presi

come esempio da seguire. Questo è quanto

si dice e si legge nel Codice di procedura

penale.

Ma poi la realtà è ben diversa!

Quante e quali sono le proposte che

provengono dallo Stato per il reinserimento

del reo nella società? Come fa una società

come la nostra, che si ritiene tanto civile,

a permettere che una volta scarcerata la

persona non si ritrovi in situazioni peggiori

di quando era entrata? Quanti si ritrovano

senza un tetto sotto cui dormire, senza un

lavoro, senza nessuno che si curi di loro?

È questo il modo corretto di reintegrare

un “reo”, lasciandolo solo senza possibilità

di crearsi una nuova vita, in un mondo di

pescecani dove il pesce solo, spesso non ha

scampo? Alle domande “quando esco dove

andrò? Che farò?” pochi sanno rispondere

e, all'avvicinarsi dell'uscita, nessuno

risponde. Eppure all'uscita dal carcere,

spesso si sentono queste domande. Anche

per i più duri arriva il momento di queste

carteBollate 16

SOFFOCO

Soffoco. Sprofondo nel buio.

Cerco un appiglio ma non lo vedo.

Chiusa in un recinto

di ferro e cemento

dove l'aria è pesante da respirare

dove tutto si ripete all'infinito

niente cambia

è un tormento.

Ecco…

Uno spiraglio di luce.

Cerco di aggrapparmi

di tenere ferma quell'immagine

dentro la mia mente

perché nella realtà

è solo un abbaglio.

Tina

domande. Chi affitterà una casa a chi

come referenza porterà il carcere? Nessuna

associazione o organizzazione umanitaria è

sorta per cercare di risolvere questo problema.

Meglio aiutare i cani randagi, ampliare

i canili. C'è un numero verde a cui rivolgersi

se vedi un cane abbandonato, e se

vedi un uomo abbandonato, a chi telefoni?

Forse ai carabinieri, perché potrebbe essere

un malintenzionato.

Chi abbandona i cani viene punito, e

noi non siamo abbandonati all'uscita dal

carcere? Chi dobbiamo punire?

Il Comune aiuta chi non ha soldi per

l'affitto, e chi è in carcere e non può pagarsi

l'affitto, come viene aiutato affinché non

finisca nella schiera dei clochards alla fine

del suo calvario?

Eppure, un folto gruppo di persone

entra in carcere per dare supporto a chi

è detenuto. Dobbiamo convincerci che le

parole aiutano, ma poi, come i piccioni che

ci circondano, volano via.

Ananke


IL CARCERE COME SPECCHIO DELLA SOCIETÀ / Riflessioni

LE STESSE MISERIE E IPOCRISIE,

MA SENZA INGANNI E ALIBI

Superare certi atteggiamenti per una maggiore dignità

Caro amico detenuto, un giorno affermasti

che nel caso avessero messo

un sex offender vicino a te, avresti anche

potuto commettere qualche sciocchezza,

allungandoti magari la pena in nome

della tua dignità. Sono certo che neanche

tu eri convinto di quello che dicevi.

Il progetto d'inserimento dei sex

offender è senza dubbio un tasto delicato

che coinvolge tutti sul piano emotivo e,

data la sua specificità, le legittime differenze

d'opinione appaiono ampiamente

controverse, ma non è questo il punto in

discussione.

Comunque sia, non voglio entrare

in merito ad un giudizio morale, non

spetta a me e, in ogni caso, rispetto il tuo

pensiero.

In discussione è il valore che ciascuno

di noi dà alla dignità. Ti chiedo quindi

quello che ti chiesi allora: non pensi a

loro? A tua moglie e ai tuoi figli? Che ne

sarà di tua moglie condannata ad essere

una “vedova bianca”? Condannata a

portarti i vestiti puliti tutte le settimane

per anni? Che ne sarà dei tuoi figli che

cresceranno senza l'affetto di un padre?

Come cresceranno? Credi che saranno

orgogliosi di te, del gesto compiuto in

nome della tua dignità?

Quale dignità quando una madre

ottantenne è perquisita prima di incontrare

un figlio in galera, quando una

moglie porta un dolce preparato con le

sue mani e lo vede quasi smembrato per

essere ispezionato, quando i figli sono

costretti a festeggiare il Natale in un carcere,

pur di trascorrerlo con il loro papà?

No caro amico, non è questa la dignità

che intendo io.

Troppe volte qui tra le mura del carcere

sento compagni che parlano di dignità

e in nome di questa giustificano parole e

comportamenti che sono l'esatto contrario

della dignità.

Io per dignità non parlo con gli “sbirri”,

io per dignità non vado alla casermetta

a lavorare per i miei “carcerieri”, io per

dignità non cambio il mio modo d'essere,

io per dignità...

Se è questa la concezione della dignità,

non sono d'accordo. Non esiste dignità

senza libertà.

È vero, il carcere abbruttisce e, invece,

dovrebbe riabilitare; ma non dobbiamo

addebitare le responsabilità solo

alle istituzioni. Troppo comodo scaricare

sugli altri le proprie responsabilità; è da

vigliacchi.

Quando sento detenuti che ricordano

con nostalgia i propri trascorsi in “vere

galere”, quando li sento vantarsi delle

prodezze compiute, ostentando lo stesso

orgoglio del neo dottore che si è laureato

con centodieci e lode, come se avessero

compiuto chissà quali mirabili imprese,

allora pongo solo due domande a queste

persone: 1) delle prodezze compiute, di

cui andate tanto fieri, cosa è rimasto? 2)

le vostre coraggiose epiche battaglie, dove

vi hanno portato?

Vi trovate male a Bollate perchè non

lo considerate un “carcere vero”, affermate

di preferire le celle chiuse perché,

almeno, ci sono meno tarantelle, meno

biciclette, in pratica affermate che un carcere

meno duro e più umano fa male.

Mi raccontano che anni fa, a San

Vittore, era permesso l'ingresso di diversi

generi, dall'abbigliamento all'alimentare.

Poi scoprirono che assieme a questi,

entrava di tutto e, di conseguenza, si

arrivò addirittura alla perquisizione dei

neonati, perchè anche nei pannoloni era

nascosta la droga; queste cose me le avete

raccontate voi.

Conseguenza di ciò, tanti generi merceologici

sin allora permessi, furono vietati.

Ecco allora che il carcere anziché

aprirsi, renderlo più vivibile… è diventato

più rigido.

Non avete riflettuto che, probabilmente,

i mali causati dalla troppa libertà,

non dipendono dalla stessa, ma dall'incapacità

dei singoli di viverla ed apprezzarla.

Quanto poi a certi codici comportamentali

dettati dai “tradizionali carcerati”

che dimentichi dell'evoluzione

continua del genere umano, insistono nel

carteBollate 17

tramandare ai nuovi giunti, confermo ciò

che ho più volte ripetuto: evidentemente

c'è una buona dose di “masochismo”,

perché è pura follia inventare regole per

stare peggio in galera.

Invece di instaurare un corretto rapporto

solidale tra detenuti, senza ipocrisie

e contraddizioni, ecco formarsi una sorta

di “onorata cupola” per cui il più forte

deve avere sopravvento sul debole. E da

qui tutta una sorta d'inutili, quanto fatue

regole, dettate più sul riconoscimento

gerarchico, peraltro fondato sul nulla, che

non sulla ragionevolezza e il buon senso.

Giustappunto per stare peggio.

Fa niente, poi, se accanto al letto

esponete immagini sacre e la foto di

padre Pio e la domenica andate a messa.

È questa l'apoteosi dell'ipocrisia più becera.

Vi domando ancora: è questo il codice

dei vostri valori?

Ho avuto più occasioni per esprimere

la mia opinione su questi argomenti e mi

sono sempre sentito dire: per forza sei un

“regolare”, che ne sai tu di galera? Hai la

presunzione di volere cambiare, ma qui

siamo in galera e le cose funzionano così.

È questa mentalità che si deve cambiare.

Certo avete ragione, avete più esperienza

di me in fatto di galera, ma

non stiamo discutendo del mio vissuto

carcerario, stiamo parlando della dignità.

Anni passati dietro le sbarre, non è vita.

Non ci vedo dignità; vedo più semplicemente

un'esistenza disperata.

Senza dignità non esiste neanche il

rispetto di se stessi. Quando sei arrestato

e ti mettono le manette ai polsi, quando

ci troviamo incatenati insieme ad altri

disperati e percorriamo i corridoi di un

tribunale con addosso gli occhi di tanti,

ammanettati e tirati al “guinzaglio” come

cani, quando ci troviamo “ingabbiati”

come animali allo zoo, preferirei sprofondare

nel nulla tanta è la vergogna che

provo, mi sento un verme, la mia dignità

violentata. E senza dignità non vivo.

Non esiste dignità senza libertà.

Mauro Brambilla


VIVICITTÀ A BOLLATE:

una bella giornata di sport

Lo sport fa bene al corpo e aiuta a liberare le tensioni che

ognuno di noi accumula durante il giorno, inducendo un

comportamento più corretto e privo di pregiudizi o rivalità di

ogni sorta.

La gara podistica di domenica 30 aprile, all'interno del carcere

di Bollate, ne è stata la dimostrazione. Infatti, i 135 iscritti,

provenienti da tutti i reparti, impegnandosi con entusiasmo in

questa gara, hanno dato vita ad una sana manifestazione sportiva.

Il vincitore Michele Reddavide ha percorso gli 11,700 km in 56

minuti, seguito da Edoardo Vega Morales e da Zaharia. Gli altri

concorrenti si sono difesi con onore, terminando la gara stremati,

ma soddisfatti. La premiazione, alla presenza del presidente Uisp,

è stata effettuata dalla dottoressa Cosima Buccoliero che ha pure

consegnato il premio disciplina alla squadra di calcio del carcere

che gioca in terza categoria. Infine, è stato offerto un rinfresco

servito dalla cooperativa di catering.

Anch'io ho partecipato con piacere alla manifestazione in

quanto, distogliendoci dalla solita ”routine” del carcere, ci ha

consentito di trascorrere una giornata serenamente. Alla fine, ci

siamo sentiti anche noi stanchi, ma soddisfatti.

Pertanto, ci auguriamo tutti che queste manifestazioni si

ripetano ancora.

Leghisti

senza storia

Sembra incredibile con tutti i

problemi che abbiamo, eppure i

consiglieri regionali della Lega Nord

hanno presentato un progetto-legge

per sostituire l'attuale bandiera della

Regione Lombardia, inserire nelle

targhe automobilistiche lombarde il

simbolo di San Giorgio e istituire un

inno ufficiale lombardo.

Attualmente il simbolo lombardo

sulla bandiera è la rosa Camuna che

i leghisti vogliono sostituire con l'effigie

di San Giorgio probabilmente

ritenuta più “lumbard” della rosa.

E, come sempre, dimostrano di non

conoscere per nulla quelle tradizioni

e quella storia che dicono di voler

difendere.

Il popolo dei Camuni era presente

in Valle Canonica fin dall'età del

ferro e forse ancora prima. Le 350

mila incisioni rupestri, tra le quali la

rosa Camuna, sono un bene prezio-

Libero Vanutelli

so, tutelato dall'Unesco come patrimonio

dell'umanità. Il simbolo fu

scelto dopo un approfondito studio

nel momento della formazione della

Regione Lombardia.

Forse ai leghisti dà fastidio che

in Mesopotamia, ancora prima del

primo millennio avanti Cristo, sia

esistita una civiltà con simboli praticamente

uguali a quelli dei Camuni.

Gli studiosi ritengono molto probabile

un contatto e uno scambio di

conoscenze tra quei popoli scuri di

carnagione e i nostri avi lombardi,

fin dall'età preistorica, avvenuto nel

bacino del Danubio.

D'altra parte è molto chiaro che

tutte le grandi civiltà nascano tra

il Tigri e l'Eufrate ed hanno poi

gradatamente contaminato tutto il

mondo. Non solo.

I primi uomini comparsi sulla

faccia della terra, erano africani. Se

ne facciano, quindi, una ragione i

leghisti.

Quando difendono la “tradizione”,

le “nostre radici”, essi non fanno

carteBollate 18

altro che difendere quei popoli del

passato di pelle nera.

Gli eccessi del

ministro

Avevano detto che con la nuova legge

sugli stupefacenti solo gli spacciatori

sarebbero andati in galera. Infatti, lunedì 15

maggio, due ragazzi di 21 e 19 anni, sono

stati arrestati dai carabinieri di Catanzaro

perché trovati in possesso di uno spinello e

3 grammi e mezzo di hascisc.

Sarebbero questi gli spacciatori? Solo

la pochezza, l’insulsaggine, la distanza

siderale con i problemi dei giovani, con

la realtà, poteva far partorire questo

mostro giuridico che risponde al nome di

Giovanardi-Fini.

L’ormai ex ministro Giovanardi ha

affermato che l’arresto è stato “un eccesso

di zelo da parte di due militari”. Lui, il

ministro, non ha eccessi. L’unico eccesso è

l’essere diventato ministro.


TATUARSI IN CARCERE PERCHÉ?

Testimonianze dal nostro carcere

e informazioni sul corretto uso del tattoo

Perché questo

inserto

Diciamo subito, per una questione di

correttezza, che l’idea di interessarci

dei tatuaggi in carcere, non è nostra.

Qualche tempo addietro, abbiamo

ricevuto dalla Giunta regionale della

Regione del Veneto alcuni importanti e

preziosi libretti che parlavano, appunto,

di tatuaggi in carcere.

Ne abbiamo parlato in redazione e, a

poco a poco, l’idea è stata fatta propria e

abbiamo cominciato a lavorare su questo

tema.

Come si legge da questi libretti “Una

parte importante del lavoro dell’Unità

Operativa Riduzione del Danno si svolge

all’interno degli Istituti Carcerari Veneziani.

Gli operatori conducono un laboratorio

per i detenuti sul tatuaggio e sui

rischi connessi alla sua pratica senza gli

accorgimenti igienici/preventivi necessari,

col fine di evitare la trasmissione di infezioni

e malattie trasmissibili attraverso

l’uso comune di strumenti e materiali non

sterili. Parlare di tatuaggi (la cui pratica

continua ad essere diffusissima all’interno

delle carceri) offre la possibilità di parlare

anche in termini più estesi di prevenzione

secondaria; attraverso il tatuaggio si

affrontano argomenti legati al materiale

usato (inchiostro, filo, macchinette artigianali

e soprattutto aghi)...”.

Siamo partiti dunque da qui, dal

problema della prevenzione e abbiamo

interrogato chi si è tatuato, abbiamo

cercato di capire le motivazioni di coloro

che scelgono di tatuarsi e come hanno

fatto. E abbiamo offerto loro delle schede

pratiche per la salvaguardia della loro

salute.

Tatuarsi oggi a Bollate. Perché?

Ringraziamo l’Attività Riduzione del

Danno del Comune di Venezia, che

tiene un laboratorio del tatuaggio nel

carcere di Venezia, che con i loro materiali

ha permesso la pubblicazione di

questo inserto.

Cenni storici, origini e

diffusione del tatuaggio

Ripercorrere la storia del tatuaggio è ripercorrere la storia dell'uomo. Dai documenti

e dai reperti storici giunti fino a noi è certo che il tatuaggio veniva praticato

fin dai tempi della preistoria presso un gran numero di popolazioni.

La civiltà che per prima sviluppò la pratica e la tecnica del tatuaggio, portandolo

ad un livello molto vicino a quello da noi conosciuto, fu quella egizia. E sempre gli

egiziani, grazie ai loro numerosi contatti commerciali e culturali con altre popolazioni,

contribuirono a diffondere la pratica del tatuaggio in altre culture ed in altre

zone del mondo. In questo modo, partendo dall'Egitto (2800-2600 a.C.), il tatuaggio

raggiunse l'isola di Creta, la Grecia, la Persia e l'Arabia. In seguito, la Cina, la

Birmania e il Giappone.

Dopo il 1100 a.C. il tatuaggio interessò le isole del Pacifico e la Nuova Zelanda,

dove le popolazioni polinesiane, attraverso una particolare tecnica detta Moko,

svilupparono una cultura ed una pratica del tatuaggio che tanto affascinò i primi

marinai che sbarcarono in quelle isole verso la fine del XVII secolo.

Il tatuaggio approdò anche in Europa, ma la sua diffusione fu progressivamente

disincentivata dall'avvento del Cristianesimo, che ne vietava esplicitamente la pratica,

fino ad essere quasi completamente dimenticato.

Fu verso la fine del '600 che il tatuaggio venne riscoperto in Europa grazie al

ritorno in patria di quei marinai che avevano viaggiato nei mari del Sud e che erano

venuti a contatto con la cultura e la popolazione polinesiana. Anche il termine inglese

tattoo, da cui l'italiano tatuaggio, il francese tatuage e il tedesco tatowirung, ha

un'origine polinesiana (in polinesiano tattaw significa “battere” e richiama il suono

prodotto dalle bacchette durante la realizzazione di un tatuaggio).

Dalla fine del '700, il tatuaggio suscitò l'interesse anche delle famiglie nobili ed

aristocratiche. Tatuatori cominciarono a lavorare a bordo delle navi, nei porti, nei

circhi itineranti. Verso la metà del XIX secolo esistevano già tatuatori professionisti.

Il primo fu Martin Hildebrant, il quale operava nell'America del Nord e la pratica

fu rivoluzionata da Samuel O'Reilly, il quale nel 1880 inventò la macchinetta elettrica.

Questa invenzione, oltre ad una maggior rapidità d'esecuzione ed ad un minor

dolore, favorì lo sviluppo del tatuaggio e divenne una vera e propria mania.

Dal '900 in poi si diffuse soprattutto fra i militari, i quali insieme ai simboli

patriottici associavano o preferivano motivi erotici e volgari.

Questo fu uno dei motivi, ma ovviamente non il solo, che portò l'opinione

pubblica a considerare il tatuaggio come una pratica immorale e ad associarla a

delinquenti, prostitute e persone di bassa estrazione sociale.

Il giudizio sul tatuaggio cominciò così ad oscillare tra forma d'arte ed espressione

di “devianza”, tra opera dalla valenza artistica e atto illegale.

Negli anni Sessanta nuovo grande boom del tatuaggio sull'onda dei movimenti

della controcultura (hippes, rochers, bikers…) e anche grazie alla figura carismatica

di attori e cantanti. Oggi la cultura e la pratica del tatuaggio è un vero fenomeno di

moda e di massa: si tatuano la casalinga e il bancario, il ragazzino e la rockstar e lo si

può fare dal parrucchiere o negli studi specializzati. I veri alternativi sembrano essere

quelli che non hanno ceduto alla tentazione di tatuarsi o, quantomeno, non hanno

dimenticato il valore antico, magico, rituale, spirituale e culturale che forse guidò il

primo uomo ad incidere la propria pelle con un segno indelebile.

carteBollate 19


TATUAGGI

Una cultura solo carceraria?

A Bollate sono in tanti ad averli,

ma pochi disposti a parlarne

Quando ci siamo posti in redazione

come parlare dei tatuaggi

a Bollate, qualche redattore ha sottolineato

subito che coloro che hanno i

tatuaggi, difficilmente vogliono parlarne.

Eppure percorrendo i corridoi

di questo carcere, vediamo tantissimi

detenuti con tatuaggi più o

meno evidenti sulle parti scoperte

del corpo.

Bollate, quindi, non fa eccezione

(e come potrebbe!) dal resto delle

carceri italiane. E poi, perché carceri?

Ormai il tatuaggio è di moda,

anche fuori dal carcere.

Una moda che non accenna a

diminuire, anzi è sempre più in

aumento; i tatuaggi, nell'ambiente

carcerario dove i più se li fanno per

la prima volta, è un vero e proprio

”culto”, un modo per distinguersi

dagli altri, una moda, e, qualche

volta il segno distintivo di un'appartenenza

religiosa. Da una parte

c'è chi ritiene che il tatuaggio sia

qualcosa di fossile, di antiquato,

di volgare, di cui ”al giorno d'oggi”

nessuna persona ragionevole può

più occuparsi; all'estremo opposto

c'è chi sostiene che il tatuaggio sia

COSA NON SI

DEVE MAI FARE

Non si deve mai usare lo stesso ago per

tatuare persone diverse.

Non si devono mai usare aghi non

sterilizzati in maniera non corretta.

l'espressione di un'identificazione,

un’icona, una rappresentazione dell'Io,

l'imprimere il ricordo di un

amore, di un fatto importante della

vita, di qualcosa che ha lasciato una

traccia e così si continua ad ornare il

proprio corpo.

È noto che ogni uomo possiede

una propria mitologia ed eleva al

rango di simboli, persone reali o

mitiche. Questa è una delle ragioni

per cui si diffondono i tatuaggi.

Però in carcere i tatuaggi vengono

fatti con strumenti improvvisati e

non sterilizzati, correndo ogni tipo

di rischi e favorendo il diffondersi

RIGUARDO ALL’AGO

PERSONE SIEROPOSITIVE

COSA NON SI

DEVE MAI FARE

Per le persone sieropositive è

assolutamente sconsigliato farsi tatuare

da persone non professioniste e/o in

luoghi non idonei a questo tipo di

pratica.

PERCHÉ NON SI

DEVE FARE

Venendo a contatto con il sangue

l’ago può essere veicolo di contagio di

malattie trasmissibili con il sangue o

altri liquidi organici come l’epatite C

(HCV), B (HBV) o l’HIV (AIDS o

SIDA); inoltre, dopo un primo utilizzo,

l’ago può rovinarsi o spuntarsi e quindi

è inutilizzabile per un nuovo lavoro.

Un ago non sterilizzato può trasmettere

infezioni e altre malattie anche gravi.

carteBollate 20

di molte malattie infettive ed è una

delle cause di diffusione di malattie

trasmissibili ed infezioni all'interno

degli Istituti penitenziari.

Se in carcere non c'è alcuna possibilità

di avere strumenti sterilizzati

(il regolamento non permette la pratica

del tatuaggio), sembra altrettanto

difficile ottenere informazioni e

indicazioni pratiche sui principali

comportamenti a rischio per la salute.

La pratica del tatuaggio in carcere

è punita disciplinarmente (come

avviene anche per il piercing, l'autolesionismo

e il tentato suicidio)

in base all'art. 77 del regolamento

penitenziario. Oltre alle possibili

sanzioni disposte dal Consiglio di

disciplina (richiamo, ammonizione,

esclusione dalle attività, isolamento,

ecc.), l'infrazione disciplinare può

comportare la perdita dello sconto di

pena per buona condotta (liberazione

anticipata, detrazione di 45 giorni

PERCHÉ NON SI

DEVE FARE

Per una persona sieropositiva,

le infezioni, anche le più banali,

conseguenti ad un tatuaggio possono

essere pericolose; pertanto il tatuaggio

dovrebbe essere sconsigliato.

per ogni semestre di pena espiata).

Ma, allora, cos'è che spinge a

tatuarsi nonostante i rischi?

Di certo c'è che oggi assistiamo

alla pratica del tatuaggio tra persone

e in contesti assai diversi tra

loro. La diffusione del fenomeno

ha certamente contribuito a renderlo

più complesso anche all'interno

del carcere. In passato il tatuaggio

era parte integrante della cultura

carceraria e, contemporaneamente,

dello stereotipo del ”galeotto” o della

persona ”deviante”. Attualmente il

tatuaggio in carcere può assumere

significati diversi. Pur rimanendo

simbolo di contrapposizione e di

”sfida” (e quindi anche segno di

riconoscimento ed appartenenza ad


un gruppo), può esprimere contemporaneamente

significati legati alla

cultura del corpo maturata nella

società (bellezza, moda, mania, arte,

imitazione ecc.).

In altre parole, il tatuaggio in

carcere, così come tutti i comportamenti

a rischio per la salute, oggi più

che in passato, è collegato al ”fuori”

e maggiormente condizionato nei

suoi significati dalle differenze culturali

e religiose, dall'appartenenza di

genere, dal singolo contesto penitenziario.

Questo perché, come è ovvio,

con il passare del tempo non sono

cambiate solo le pratiche del tatuaggio

e la società, ma anche il carcere e

la sua popolazione.

Quello che è più importante è

l'aspetto dei rischi che si corrono

riguardo alla salute. Tutti quelli che

si fanno il tatuaggio sono a conoscenza

del regolamento penitenziario.

Nonostante questo, ci si tatua

ugualmente. È chiaro che una percezione

del rischio sommaria, basata

su informazioni insufficienti e per di

più all'interno di un'istituzione tota-

COSA NON SI

DEVE MAI FARE

Quando si fa un tatuaggio non bisogna

mai agire con l’ago sopra un neo presente

sulla pelle o sua altre lesioni cutanee.

È altamente sconsigliato tatuare parti

della pelle che presentino cicatrici o altre

lesioni patologiche come la psoriasi.

NEI E CICATRICI

RIGUARDO AL COLORE

COSA NON SI

DEVE MAI FARE

Non si deve mai prelevare con l’ago il

colore direttamente dal suo contenitore

originale.

Non si deve mai usare il colore per

tatuare diverse persone, oppure la

stessa persona in momenti diversi,

prelevandolo dallo stesso contenitore.

Non si devono mai utilizzare colori

non idonei al tutaggio come colori e

coloranti adatti ad altri impieghi (ad

esempio il Ducotone) oppure ottenuti

in modo “improvvisato” (es. il nero

fumo, che col tempo diventa bluastro).

le, difficilmente permette di adottare

comportamenti sicuri a tutela della

propria salute e di quella altrui anche

se di fronte ad un carcere meno

PERCHÉ NON SI

DEVE FARE

Agire con l’ago sopra un neo è molto

pericoloso in quanto potrebbe innescare

un processo di trasformazione dello

stesso neo da lesione benigna a maligna.

Inoltre usare il tatuaggio per nascondere

un neo può ritardare la diagnosi in caso

di trasformazione malanomatosa.

Tatuare una zona di pelle che presenti

cicatrici, magari con l’intento di

coprirle, è sconsigliato per l’inestetismo

ancora maggiore che causerebbe; infatti

sulla pelle normale il colore potrebbe

mostrarsi opaco e ben disteso mentre

sopra le cicatrici potrebbe apparire

lucido e grinzoso.

Inoltre la possibile presenza di sacche

d’aria sottocutanee, riempiendosi di

colore, potrebbe causare delle macchie

impreviste che rovinerebbero il

disegno.

carteBollate 21

PERCHÉ NON SI

DEVE FARE

Anche il colore può essere infettato

dall’ago e diventare veicolo di malattie,

quali ad esempio l’epatite.

Nel tatuaggio permanente il colore viene

depositato dall’ago al di sotto della

pelle, pertanto l’utilizzo di colori non

idonei a questo tipo d’impiego, può

causare allergie, infezioni, intossicazioni

e avvelenamenti.

oppressivo il tatuaggio perde il suo

”fascino”, sia come comportamento

di sfida, sia come pratica per passare

il tempo e la noia. Ciò significa che

il regìme più o meno oppressivo di

un istituto carcerario, può contribuire,

tra le altre cose, ad incentivare

o scoraggiare (come qui a Bollate),

i comportamenti a rischio per la

salute.

Ma è possibile promuovere la salute

in un contesto che produce sofferenza

e malattia?

Abbiamo voluto sentire alcune

testimonianze di detenuti di Bollate

che hanno praticato il tatuaggio.

Le testimonianze

MOMO tatuatore semiprofessionista.

Ha tatuaggi in tutto il corpo.

Perché il tatuaggio?

È un abbellimento del corpo fatto

in situazioni particolari della mia

vita. Da chi te lo sei fatto fare?

Uno in Germania, uno in Indonesia

e gli altri in carcere, da solo o

tramite compagni su mio disegno.

Qual è per te il suo significato?

Un ricordo, un soggetto che mi

piaceva.


Conosci i rischi del tatuaggio

collegati alla salute?

Certo, ma io li ho fatti in sicurezza

anche quelli in carcere sterilizzando il

materiale.

Sai che è una pratica non consentita

dal regolamento?

Si, ma li ho fatti di nascosto, qualche

volta mi hanno visto ed ho preso

un richiamo.

MASSIMO ha un tatuaggio sulla

parte destra della testa, e afferma:

“Nelle carceri è molto facile convincersi

con un riconoscimento tramite

un tatuaggio. Questo, almeno nel

mio caso, accaduto durante il primo

periodo detentivo in istituto minorile.

Quando affermo che lo si fa per un

riconoscimento personale, lo faccio

indicando solo uno dei motivi che

possono portare a tatuarsi. In realtà i

motivi sono molti e i più disparati.

Allo stesso tempo si deve anche

considerare il fatto che, in istituti

di detenzione, il tatuaggio non è

consentito. Questo divieto è imposto

per differenti motivazioni, vado ad

elencare alcune di queste: in primis si

vuol evitare ‘il marchio di fabbrica’,

ma questo è solo una facciata del reale

motivo, poiché, almeno in passato,

molti tatuaggi avevano un significato

di appartenenza, di identificazione

con un gruppo.

Mentre un'altra cosa sono le trasmissioni

di malattie del tipo ‘epatite’

che possono essere trasmesse perché

non ci sono i dovuti controlli sanitari,

perché non consentiti all'interno dell'istituto

detentivo.

Tuttavia io stesso, ho tatuaggi fatti

in passato e, devo comunque affermare

che, se potessi tornare indietro (sognare

è consentito), non farei più delle

CANCELLARE UN TATUAGGIO

COSA NON SI

DEVE MAI FARE

Se si è deciso di rimuovere un vecchio

tatuaggio di cui ci si è pentiti o non

si è più soddisfatti, è assolutamente

sconsigliata la pratica del “fai da te”.

CHI NON PUO TATUARSI

COSA NON SI

DEVE MAI FARE

Non tutti possono essere tatuati! Il

tatuaggio è assolutamente sconsigliato

nei:

• diabetici

• emofiliaci

• epilettici

• portatori di pace-maker

• persone allergiche ai metalli

• portatori di malattie cutanee (psoriasi

ecc.).

N.B. In tutti i casi i portatori di patologie

di qualsiasi tipo devono consultare un

medico di fiducia prima di sottoporsi

ad un tatuaggio.

stupidaggini del genere, riconoscendo

che una persona, non ha alcun bisogno

di farsi conoscere tramite dei segni sull'epidermide.

Basta solo essere se stessi

nel comportamento”.

WINNY un ragazzo giovane con

diversi tatuaggi.

Perché hai fatto i tatuaggi?

PERCHÉ NON SI

DEVE FARE

Pratiche improvvisate di rimozione di

un vecchio tatuaggio risulterebbero

totalmente inutili e rischierebbero di

provocare gravi ed irreversibili danni alla

pelle peggiorando la situazione estetica.

carteBollate 22

PERCHÉ NON SI

DEVE FARE

Può essere nocivo per un diabetico

per eventuali complicanze infettive o

metaboliche.

Per un emofiliaco, data la scarsa capacità

di coagulazione del sangue, le ferite

provocate dall’ago potrebbero causare

emorragie.

Sottoporre un epilettico all’azione

dell’ago potrebbe essere la causa di una

crisi epilettica.

Il campo elettromagnetico della

macchinetta in funzione potrebbe

interferire sul regolare funzionamento

del pace-maker.

Per persone allergiche ai metalli o ad

altre sostanze, il tatuaggio potrebbe

essere pericoloso e causare patologie

allergiche anche di grave entità.

Nei portatori di patologie cutanee,

potrebbe aggravarsi la malattia di base

(esempio la psoriasi). Patologie cutanee

possono innescare isomorfismo reattivo

sul tatuguaggio.

Li ho fatti da ragazzo seguendo la

moda del momento.

Li rifaresti?

No, e con l’esperienza di adesso non li

avrei fatti, avrei riflettuto di più.

Cosa rappresenta il tatuaggio?

Ma.. non lo so, avevo 14 anni quando

li ho fatti.

Conosci i rischi collegati alla salute?

Sì e conosco alcuni miei compagni

che hanno preso malattie, la pelle li ha

rigettati, non si vede più il colore e sono

rimasti dei segni bruttissimi. Alcuni se li

sono tolti raschiandoseli con un chiodo

incandescente, con tutti i rischi del caso.

Sai che è una pratica non consentita?

Sì, ma li ho fatti ugualmente, comunque

i più li ho fatti fuori, per noia, per

provare, per imparare; tutti in carcere si

cerca di praticare qualcosa, poi quando

siamo fuori ci si pente.


PROTEGGERE UN TATUAGGIO

COSA NON SI

DEVE MAI FARE

Non si deve mai lasciare scoperto un

tatuaggio appena terminato o non

ancora completamente guarito.

Anche la crema usata per proteggere il

tatuaggio appena finito, o durante la sua

guarigione, non deve mai essere usata

da diverse persone e/o prelevata sempre

dallo stesso contenitore.

La crema non va mai stesa sul tauaggio a

mani nude e senza guanti di protezione

monouso.

PABLO sudamericano, da molti anni

in Italia con molti tatuaggi.

Perché hai fatto i tatuaggi?

Ho iniziato a farli quando ero agli

arresti domiciliari e poi ho continuato a

farli in carcere, li ho fatti perché hanno

caratterizzato dei fatti importanti della

mia vita.

Qual è il significato?

Dipende dal disegno, ognuno mi

ricorda qualcosa, l’arresto, la condanna,

il ritorno in carcere...

Conosci i rischi del tatuaggio collegati

alla salute?

Si, ho cercato però di sterilizzare in

qualche maniera gli attrezzi.

Sai che è una pratica non consentita?

Si ma non ci si pensa molto, i rischi,

nella sofferenza del carcere, fanno parte

del vivere quotidiano.

Ti sei pentito di averli fatti?

Solo alcuni, gli altri li rifarei.

Cosa pensi dei nuovi tatuaggi, quelli

non collegati al vissuto carcerario

come i tribali?

Penso che i tribali sono solo una

moda, in realtà non rappresentano niente,

invece il vero tatuaggio deve avere una

propria storia, deve parlare.

a cura di Franco Palazzesi

(le schede e altre notizie sui tatuaggi, sono

tratte dai materiali prodotti dall’Unità operativa

Riduzione del danno delle carceri

veneziane)

PERCHÉ NON SI

DEVE FARE

Un tatuaggio appena terminato è come

una ferita aperta che se non viene curata

e protetta può essere causa di infezioni.

Anche la crema può diventare veicolo

di contagio, soprattutto se usata da

più persone e prelevata dallo stesso

contenitore.

Per fasciare il tatuaggio non si devono

usare garze e tessuti perché le loro

fibre potrebbero inserirsi nella ferita

compromettendone la cicatrizzazione.

COPRIRE UN TATUAGGIO

COSA NON SI

DEVE MAI FARE

Anche in questo caso è sconsigliato

rifarsi al “fai da te” o rivolgersi a tatuatori

non competenti e professionali.

carteBollate 23

Cosa pensi dei tatuati?

Credo sia un’attrazione, però è da

stupidi farli in carcere, in ogni caso è

una pratica che non finirà mai; credo che

sarebbe giusto regolamentarla rendendola

lecita.

Come credi che sia cambiata la

pratica del tatuaggio rispetto agli anni

passati?

Una volta si facevano dei tatuaggi

assurdi: la pistola, la scritta “mamma

perdonami”, la scritta “sono stanco” in

un piede e nell’altro “anch’io”, spada

con serpente, una lacrima tatuata vicino

all’occhio, i tre o cinque puntini sulla

mano ecc. tutti con un significato collegato

alla malavita.

Oggi si usa fare i tribali, scritte celtiche,

cinesi, dragoni, non collegati all’ambiente

carcerario però sempre fatti grossolanamente

e con colori non giusti.

PERCHÉ NON SI

DEVE FARE

Per coprire un tatuaggio è necessario

studiare in modo molto attento, accurato

e professionale il nuovo disegno da

sovrapporre a quello vecchio, sia per

quanto riguarda forma e dimensioni, sia

per quanto riguarda la colorazione.

Rivolgersi ad un tatuatore non

competente per effettuare una copertura

rischierebbe di creare un danno ancora

maggiore di quello che si voleva

cancellare.


AMNISTIA E INDULTO

SI RICOMINCIA CON IL

BALLETTO PARLAMENTARE

In 56 anni, 47 mila detenuti graziati

Le amnistie nell’Italia repubblicana

sono state venti. La più celebre, firmata il 22

giugno 1946, è quella che prende il nome

dall’allora Guardasigilli Palmiro Togliatti

che liberò 11.800 detenuti politici

L’ultima fu firmata il 10 aprile 1990 da

Francesco Cossiga e furono così cancellati

soprattutto i reati non finanziari, puniti con

una pena non superiore ai quattro anni. Ne

beneficiarono circa 13 mila detenuti. Nelle

carceri italiane, allora, erano detenuti circa

la metà di quanti sono diventati oggi.

Sono oltre 47 mila, invece, le grazie

concesse negli ultimi 56 anni; tra il

1948 e il 1991 tra i beneficiari ci sono

280 ergastolani. Il maggior numero di

provvedimenti di clemenza (2.777) si è

avuto nel 1953, con Luigi Einaudi capo

dello Stato, che complessivamente nel suo

settennato ha “perdonato” 9.000 detenuti.

Ma in assoluto il presidente che ha concesso

più grazie è stato Giovanni Gronchi: oltre

13 mila tra il 1964 e il 1971. Picchi ci sono

stati anche con Giuseppe Saragat (più di

ottomila nel suo settennato) e Giovanni

Leone (oltre settemila).

E nella storia repubblicana c'è anche

un caso di grazia concessa senza domanda

del condannato o di suoi parenti e senza

proposta del Guardasigilli. Risale al

1965, con Giuseppe Saragat presidente.

A beneficiarne fu un cittadino jugoslavo,

che da 18 anni scontava una condanna

all'ergastolo. La grazia istruita d'ufficio,

insieme a quella in favore di altri tre

jugoslavi, che però ne avevano fatto

domanda, venne concessa nell'ambito di un

accordo che garantiva un pari trattamento a

italiani detenuti in Jugoslavia. Negli ultimi

anni c'è stato un calo nella concessione

delle grazie.

Amnistia

L'ex presidente Carlo Azeglio Ciampi

ne ha firmate 11: l'ultimo a beneficiarne è

stato nello scorso mese di aprile Alessandro

Del Cecato, condannato a 30 anni di

reclusione. L'uomo aveva già scontato

12 anni di carcere duro in Thailandia,

prima di essere estradato in Italia. Tra

i provvedimenti di grazia più clamorosi

assunti da Ciampi quello a favore di Alì

Agca, l'attentatore del Papa. Ciampi ha

firmato il provvedimento di clemenza il 13

giugno del 2002.

Era da tempo che il lupo grigio aveva

chiesto il perdono dello Stato: lo aveva già

fatto nel 1987 e nel 1994, ma in quelle

occasioni le sue domande erano state

respinte. Destinatari dei provvedimenti

di grazia sono stati anche condannati per

reati di terrorismo. E in alcuni casi non

Il provvedimento di amnistia può essere generale cioè applicabile a tutti i delitti

punibili con una pena non superiore a una certa misura - in genere 3 o 4 anni

di reclusione - ma può essere anche particolare, applicabile quindi a determinate

categorie di di reato. Con l’amnistia si estingue il reato

sono mancate le polemiche: come quando

nel 1985 Sandro Pertini concesse la grazia,

dopo la sua dissociazione dal terrorismo

a Fiora Pirri Ardizzone, condannata per

associazione sovversiva, e figlia della

seconda moglie di Emanuele Macaluso;

era stato proprio l'esponente politico

a segnalare il suo caso al presidente e

Giuseppe Tatarella arrivò a denunciare a

una procura l'allora segretario generale del

Quirinale Antonio Maccanico.

Tra i terroristi graziati c'è Marco Pisetta,

considerato il primo “pentito” della storia

Indulto

dell' eversione di sinistra, ed ex brigatisti,

come Annunziata Francola, condannata

nel processo Moro quater a 24 anni, Paolo

Baschieri, Claudio Cerica, Paolo Maturi,

Manuela Villimburgo e Marinella Ventura.

Anche Ciampi ha graziato un ex terrorista:

l'ex senatore socialista Domenico Pittella,

condannato con sentenza definitiva, nel

1993, a 12 anni e un mese di reclusione

per reati legati all' attività delle Brigate

rosse. A beneficiare di provvedimenti di

clemenza sono stati, anche nel 1996, 24 ex

terroristi altoatesini ritenuti responsabili

di reati non di sangue e due anni dopo

quattro persone condannate per attività

eversiva e azioni anti italiane compiute in

Alto Adige all'inizio degli anni Sessanta.

E ancora: tra i graziati ci sono anche

l'ex esponente di Avanguardia Nazionale

Giovanni Di Lellio e l'ex terrorista dei Nap

Giorgio Panizzari. Non solo ex terroristi:

a ottenere la grazia sono stati anche

protagonisti di casi clamorosi di cronaca:

come Luciano Lutring, noto alle cronache

degli anni '60 con il nome di “solista del

mitra”, perché era solito nascondere la sua

arma preferita dentro la custodia di un

violino, che fu “perdonato” nel 1976 da

Giovanni Leone.

Nel 1986 fu, invece, Francesco Cossiga

a graziare l'ergastolano Renzo Ferrari, detto

“il veterinario del bitter”, in carcere dal

1962 per aver ucciso con una bottiglia di

bitter misto a stricnina, il marito della sua

amante. Sempre alla presidenza di Cossiga

risale la grazia ad Elisa Spinelli, una zingara

che, come Sofia Loren nel film “Ieri,oggi

e domani”, aveva messo al mondo 11

dei suoi 14 figli, pur di non scontare un

residuo di pena di 14 mesi per rapina. Fu

Sandro Pertini nel 1984 a mettere fine alla

detenzione dell'ergastolano Raoul Ghiani,

accusato di aver ucciso nel 1958 Maria

Martirano, moglie di Giovanni Fenaroli.

Mentre è stato Scalfaro nel 1993 a graziare

Massimo Carlotto, lo studente padovano

(oggi scrittore di successo) accusato e

condannato per l'omicidio di Margherita

Magello nel gennaio 1976 e da allora

proclamatosi sempre innocente.

L’indulto è un provvedimento di clemenza a carattere generale che a differenza

dell’amnistia non estingue il reato, ma cancella in tutto o in parte la pena inflitta con

una sentenza definitiva.

Sia indulto che amnistia devono essere approvati dal Parlamento, con una

maggioranza dei due terzi di ciascuna Camera

carteBollate 24


CONVEGNO NAZIONALE SUL CARCERE / Padova

L’APPELLO AL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA

SOTTOSCRITTO DAL NOSTRO GIORNALE

L'assemblea dei detenuti, operatori,

magistrati, lavoratori in ambito

carcerario, volontari, cappellani e giornalisti,

che si è tenuta nel carcere di Padova il

26 maggio 2006, sui temi del carcere e dell'informazione,

sottopone al ministro della

Giustizia, on. Clemente Mastella, alcune

osservazioni propositive in ordine ai tanti,

gravi e annosi problemi che affliggono le

condizioni di vita e di lavoro dentro gli

istituti penitenziari e nell'area penale esterna.

Esiste una proposta organica di riforma

strutturale dell'ordinamento penitenziario,

elaborata da Alessandro Margara, già a

capo dell'Amministrazione penitenziaria e

presidente del tribunale di sorveglianza di

Firenze, e da Francesco Maisto, sostituto

procuratore generale della Repubblica di

Milano, e già presidente del tribunale

di sorveglianza di Milano. Tale riforma,

oltre che l'organicità, ha il pregio di non

comportare costi aggiuntivi a carico dell'Amministrazione.

In molte sue parti,

inoltre, potrebbe divenire operativa senza

necessità di percorsi parlamentari. Quindi,

fondamentalmente, potrebbe trovare

avvio semplicemente a partire dalla volontà

e responsabilità politica, in tempi brevi

e dunque adeguati alle necessità.

Tra le urgenze, ormai drammatiche,

che vivono le carceri perdura quella del

gravissimo sovraffollamento, che mortifica

le condizioni di vita dei detenuti e

umilia la dignità professionale di operatori,

assistenti sociali, educatori, agenti

di polizia penitenziaria, direttori e anche

dei volontari. Per affrontare concretamente

tale problema si impongono decisioni

legislative e parlamentari, in ordine a

provvedimenti deflativi. Ma una misura

di rafforzamento, ampliamento e rispetto

delle piante organiche del personale, nelle

sue varie funzioni e articolazioni, potrebbe,

nel frattempo, contribuire a migliorare la

situazione. Così pure vanno ampliate e rese

più celeri le possibilità di misure alternative

alla detenzione, rafforzando gli organici

dell'area penale esterna. Lo stesso vale per

una maggiore e migliore destinazione di

risorse finalizzate alle attività trattamentali,

a quelle formative e culturali, al lavoro

penitenziario.

Il miglioramento, possibile in tempi

immediati, delle condizioni di detenzione

passa anche attraverso l'applicazione in

tutte le sue previsioni del Regolamento

penitenziario, varato nel 2000. Importanza

particolare va attribuita a misure e

strutture che garantiscano l'affettività delle

persone recluse e dei loro congiunti, come

già si sperimenta positivamente in alcuni,

rari, istituti.

Drammatica è la questione della salute

in carcere. La carenza di fondi e la riforma

“inceppata” hanno determinato una grave

situazione, tale per cui mancano a volte gli

stessi farmaci salvavita e la copertura del

personale sanitario, sia a livello medico,

sia a livello infermieristico. A tale situazione

occorre porre mano con decisione,

per garantire un diritto costituzionalmente

rilevante, considerando anche il grande

numero di persone tossicodipendenti,

alcoliste o portatrici di disagio psichico

ristrette.

Sul piano legislativo crediamo vadano

radicalmente riviste le leggi sulle droghe,

sulla recidiva (“ex Cirielli”) e sull'immigrazione.

Sono proprio queste le normative

responsabili da sole della maggior parte

degli ingressi nel sistema penitenziario,

spesso per reati di poco conto (sugli 89.887

ingressi nel corso del 2005, ben 9.619

hanno riguardato cittadini stranieri, ristretti

in carcere senza aver commesso reati che

non siano la violazione delle norme sull'immigrazione).

Viceversa, nuove leggi

vanno introdotte, a partire dall'istituzione

del Garante nazionale dei diritti delle persone

private della libertà. Naturalmente, se

queste sono le priorità, molti altri sono i

provvedimenti legislativi che auspichiamo

il nuovo Parlamento vorrà affrontare nel

corso della legislatura, a partire dal varo del

nuovo Codice penale.

Infine, vi sono leggi approvate nella

penultima legislatura, proposte dall'allora

governo di centrosinistra, che vanno finalmente

e integralmente applicate (legge

“Smuraglia", legge “Finocchiaro", legge di

riforma della sanità in carcere ecc.).

Se queste sono solo alcune delle neces-

carteBollate 25

sità e delle urgenze (molte altre, infatti,

si potrebbero enumerare), non di meno

appare centrale e rilevante che la, o le, figure

che verranno a breve nominate ai vertici

del Dipartimento dell'Amministrazione

Penitenziaria, abbiano caratteristiche, professionali

e umane, di attenzione, sensibilità,

competenza, che ci facciano sentire

garantiti riguardo i punti su esposti.

Nel rispetto delle prerogative, ci pare

dunque necessario rivolgerLe anche questa

esortazione: che al vertice del Dap vengano

insediate figure che abbiamo queste caratteristiche.

Le chiediamo, in questa occasione, la

disponibilità a incontrare una delegazione

che meglio, con maggiore organicità e nel

dettaglio, possa esporLe le nostre proposte

e osservazioni, che proprio nell'occasione

di questa partecipata assemblea abbiamo

potuto raccogliere, definire e condividere.

In Iraq si continua

a morire e a

spendere soldi

Ancora morti in Iraq. Ogni giorno civili

iracheni sono uccisi in un Paese ormai

completamente distrutto, con città senza

acqua, senza cure mediche, senza nessun

tipo di assistenza, affamati. Ora, dopo i 19

morti di Nassiriya, un altro morto italiano,

Alessandro Pibiri, e altri feriti, alcuni gravissimi.

Altro che “missione di pace”! Lì,

come in Afganistan si continua a morire.

Inoltre la guerra irachena costa a noi

tutti una cifra enorme che potrebbe essere

meglio utilizzata nel nostro Paese. La missione,

sino ad oggi, è costata circa 1.534

milioni di euro pari a circa 3.000 miliardi

di lire, mentre gli aiuti alla popolazione

locale si aggirerebbero attorno ai 16

milioni di euro. In pratica, oltre il 90%

delle risorse stanziate dal Parlamento, sono

andate a coprire i costi delle operazioni

militari.

E hanno ancora il coraggio di chiamarla

“missione di pace”?


TRATTAMENTO VERSO LA LIBERTÀ / Il quinto reparto

ENTRO LA FINE DELL’ANNO, 100 I DETENUTI

CHE USCIRANNO PER LAVORARE

A colloquio con il responsabile Michele Scarano

Nei primi anni di vita di questo istituto

(dalla fine del 2000 alla fine del

2004) i detenuti ammessi ad usufruire

dell'articolo 21 dell'Ordinamento penitenziario

quello che prevede la possibilità di

uscire dal carcere per lavorare e fare ritorno

alla sera, sono 41.

Sembra un numero esiguo,

eppure è un numero che col tempo

cambia velocemente anche perché

la direttrice Lucia Castellano si

pone l'obbiettivo di incrementare

il numero dei ristretti che potranno

usufruire di questo beneficio per il

trattamento, il recupero e l'inserimento

sociale. Se nel 2005 i beneficiari

di questo trattamento sono

stati 60, alla fine del 2006 dovrebbero

arrivare a 100 detenuti.

Un intero reparto è stato destinato

a questi detenuti, il quinto.

Arrivare a 100 detenuti in articolo

21 è certamente un progetto ambizioso,

ma nello stesso tempo, lo stesso, è

diventato un po' uno dei numerosi fiori

all'occhiello di questo istituto. Lo si è capito

molto bene quando nello scorso aprile,

la direttrice – con quattro educatori e la

segreteria tecnica – ha incontrato i detenuti

del quinto reparto. Un incontro cordiale,

soddisfacente per tutti, soprattutto per i

detenuti che hanno colto nelle risposte

della direzione la volontà di continuare

questo importante esperimento.

Ma in cosa consiste l'articolo 21 e

come è gestito questo reparto? Lo abbiamo

chiesto al responsabile del reparto Michele

Scarano da 23 anni nella Polizia penitenziaria.

Pugliese, 41 anni, due figli, Scarano

ha, per 17 anni, prestato il suo servizio in

qualità di ”matricolista” nella casa circondariale

di S. Vittore. Nel 2000, in occasione

dell'apertura del carcere di Bollate, ha

avuto il compito di creare e organizzare

l'Ufficio matricola con la mansione di vice

capo ufficio e, dopo un apposito corso

di specializzazione, diventare capo matricola,

uno dei settori più importanti del

carcere, un po' il cuore che fa funzionare

tutto l'istituto. A lui, quindi, rivolgiamo

alcune domande. Michele Scarano ci accoglie

senza divisa, in borghese, dinoccolato

come un personaggio da film western, ma

nello stesso tempo con molta disponibilità.

Signor Scarano, ci racconti brevemente

come è arrivato al quinto reparto?

Nel maggio 2005, la direttrice, d'accordo

con il comandante, mi chiese di allestire,

organizzare e coordinare, quella che

sarebbe poi divenuta la sezione adibita ai

detenuti ammessi all'articolo 21. Intuendo

il progetto della dottoressa Castellano di

potenziare il percorso trattamentale dei

detenuti in questa direzione, mi sono sentito

ben disposto ad una nuova esperienza

di lavoro che tuttora trovo viva ed interessante,

ma non prima di aver superato l'iniziale

titubanza nel lasciare un incarico che

mi aveva pur sempre motivato e gratificato

per circa 21 anni.

Vuol spiegare cos'è l'articolo 21 e in

che cosa consiste?

È la possibilità, concessa al detenuto,

di svolgere un'attività lavorativa all'esterno

dell'istituto in cui è ristretto o internato.

L'art. 21 dell'Ordinamento penitenziario,

può essere concesso a tutte le tipologie di

detenuti e con qualsiasi posizione giuridica,

ad eccezione di alcune categorie di

carteBollate 26

detenuti di particolare spessore criminale,

per cui la legge pone delle limitazioni

all’accesso del beneficio, se non addirittura

uno sbarramento completo (ad esempio

detenuti appartenenti alla criminalità

organizzata che non collaborano con la

giustizia) e solo a seguito di accertata

adeguatezza allo svolgimento di

lavoro esterno, mediante stilatura di

relazione di sintesi a cura dell'apposita

équipe. In un secondo momento,

e solo in seguito a richieste da parte

di attività esterna, la direzione redige

un apposito Programma di trattamento

da inoltrare al magistrato di

Sorveglianza o autorità competente

per una eventuale approvazione.

Nel Programma di trattamento,

saranno indicate le tassative prescrizioni

cui il detenuto dovrà attenersi,

come l'orario di uscita/rientro

dall'istituto, il percorso da seguire

nei tempi e con i mezzi stabiliti per

il raggiungimento del posto di lavoro e

viceversa ecc.

Quali le funzioni e i compiti del

corpo di Polizia penitenziaria che opera

nel quinto reparto?

Non differisce da quello svolto da colleghi

assegnati agli altri reparti, salvo per

i momenti in cui questi svolgono servizio

di controllo esterno; vengono effettuati

interventi a campione, volti ad accertare il

rispetto, da parte dei detenuti, di quanto

previsto dal Programma di trattamento,

verificando, tra l'altro, la loro presenza sul

luogo di lavoro, e che questo si svolga nel

pieno rispetto dei diritti e della dignità.

L'agente preposto a svolgere il servizio

esterno, ha delle specializzazioni?

Non sono richieste particolari specializzazioni,

se non la predisposizione

soggettiva a svolgere con debita cura ed

acutezza, gli interventi di volta in volta

attribuiti.

Lei partecipa con l'équipe, alla chiu


sura ed all'aggiornamento della sintesi?

Su questo sono chiamato istituzionalmente

ad intervenire,

poiché è

mio preciso compito

fornire elementi

utili sui ristretti del

mio reparto ed il

loro comportamento,

sia all'interno

della struttura che

all'esterno, al fine di

eventuali aggiornamenti

delle cosiddette

”sintesi”. È

questo un compito

che mi permette di

accrescere ulteriormente

le mie esperienze

professionali.

Com'è il rapporto

con le persone

detenute al

quinto reparto?

Credo di poter

dire, in tutta onestà, che è buono. Vedete,

io credo che nei confronti di un detenuto

appena conosciuto, non si debbano alzare

subito barriere, che con il tempo si rileve-

Tutela della

salute in carcere

In altra parte del giornale parliamo della

serie di incontri che il dottor Giorgio

Oriani (ex detenuto) ha promosso per

sensibilizzare maggiormente i detenuti

sul problema della salute in carcere.

Non voglio quindi parlare di questi

importanti incontri quanto, piuttosto,

sottolineare come la carenza dei fondi

per la sanità carceraria sia la vera malattia

cronica nel nostro Paese. Per questa ragione

è importantissimo seguire questi incontri

così da imparare come comportarsi con il

nostro organismo ed evitare problemi che

sarebbe difficile eliminare nel tempo.

In Italia con oltre il 60% dei casi, sono

sempre in agguato le malattie infettive,

virali, alimentari e dermatologiche.

Seguono gli infortuni provocati da attività

sportive di vario genere.

Imparare come tutelare la propria

salute in carcere è, quindi, di vitale

importanza. Dobbiamo preservare la

rebbero sicuramente difficili da abbattere,

ma ritengo si debba seguire la linea di un

civile dialogo.

Ogni reparto o

istituto è diverso

dall'altro, e

questo è noto

anche al detenuto

stesso,

quindi ciò che

maggiormente

mi preme,

al momento

dell'arrivo di

questi nel mio

settore, è informarlo

circa

l'organizzazione

del reparto

stesso.

Tramite

colloquio

informativo gli

saranno fornite

indicazioni

su disposizioni

interne e quant'altro, con l'intento da

parte mia, di cercare, per quanto di mia

competenza, di conciliare eventuali esigenze

e problematiche da risolvere. Con

nostra salute e sperare di capitare, nel

caso di una malattia, nelle mani di un

medico coscienzioso perché come ristretti

non abbiamo molta scelta. Approfittiamo

della disponibilità e della professionalità

di Giorgio Oriani per preservare la

nostra salute, il bene più grande che

possediamo.

Cerchiamo di fare di tutto per uscire

dal carcere sani come siamo entrati, non

malati.

Antonio Cirianni

Costerà di più

scrivere a casa

Prima di togliere il disturbo, il governo

Berlusconi ha voluto farci un regalo. La

corrispondenza normale non costerà più

45 centesimi, ma 60 con un bell’aumento

del 33%.

Dopo aver trasformato gli sportelli

delle Poste in banche (in esclusiva

nazionale e senza gara di appalto abbinate

alla banca Mediolanum di proprietà dello

carteBollate 27

questo semplice modus-operandi, e non

avendo dovuto scontrarmi, fino ad ora,

con significative problematiche gestionali

ed interpersonali (tra me, il personale di

Polizia penitenziaria ed i detenuti), posso

dire in linea generale di avere un buon

rapporto con tutti.

Quali considerazioni si sente di fare

per il futuro?

Personalmente reputo l'articolo 21

molto importante per il percorso riabilitativo

del detenuto.

Ho sempre dato importanza all'esperienza

accumulata col passare del tempo,

convinto che questa giovi al miglioramento

dei progetti che andranno via

via attuati, forte anche del fatto che la

direttrice Lucia Castellano, crede fortemente

all'ampliamento del reparto e

conta di portare a cento, il numero dei

detenuti beneficiari di tale trattamento,

entro l'anno.

La mia volontà a migliorare l'organizzazione

del servizio e la vivibilità delle

persone ristrette al quinto reparto è garantita.

Mario Curtone

Francesco Ironico

stesso ex presidente del Consiglio) ora c’è

questa bella novità.

Per i detenuti, quindi, scrivere a

casa costerà di più. L’aumento sembra

cosa da poco, ma se pensiamo che ci

sono 70 milioni di missive affrancate

ordinariamente, si capisce subito quanto

guadagneranno.


VOLONTARIATO IN CARCERE

DA UN EPISODIO DI

CRONACA NERA ALL’AMICIZIA

CON I DETENUTI

Q uesta è la storia di una perso-

Qna Qdopo

Qdopo Q un po’ po’ speciale, in quanto,

un episodio di cronaca nera,

invece di condannare l'autore di un

grave reato, come avrebbero fatto i

media e la maggior parte delle persone,

ha cercato di capirlo e aiutarlo.

Si tratta di Stefania Maggioni, 34

anni, milanese, (mamma ungherese

e padre milanese), che lavora per

un'agenzia di pubblicità a Milano.

Stefania, figlia unica, ha vissuto

in una famiglia serena, amata dai

genitori che, sempre attenti ai suoi

bisogni, le hanno dedicato mille

attenzioni. A 19 anni, per cominciare

ad essere indipendente e mettersi

alla prova, va a vivere a

Pavia dove frequenta l'Università,

laureandosi in economia

e commercio.

Purtroppo, nel 2003

avviene una sparatoria a

Rozzano, ad opera di un

tossicodipendente, in cui

sono coinvolti anche alcuni

passanti, compresa una

bambina in tenera età.

Da quel momento avviene

una svolta. Stefania cambia il

modo di considerare le persone

e i suoi valori fondamentali.

Confronta tutta la sua vita e le

opportunità che le sono state offerte,

con quelle dell'autore dei misfatti di

Rozzano cresciuto, invece, in una

periferia degradata e senza sbocchi,

dove le persone spesso e purtroppo

vengono “bruciate” dalla droga e

dall'emarginazione.

Un amico a cui confida questa

riflessione, le fa conoscere la madre,

già volontaria nel carcere di Opera

presso la “Sesta Opera “che la introduce

nel volontariato carcerario.

Stefania incomincia a frequentare

un corso di tre mesi per volontari,

presso la “Sesta Opera” a San Fedele,

dove incontra assistenti sociali, psi-

cologi, criminologi. Ognuno di loro

spiega il carcere dal proprio punto

di vista.

Al termine di ogni lezione, i lavori

di gruppo consentono l'interazione

tra partecipanti e relatori.

Stefania, dopo l'attestato di qualifica,

deve scegliere fra il volontariato

extra-murario, oppure quello intramurario.

Lei vuole lavorare all'interno

delle carceri, per interagire con i

detenuti dal punto di vista umano. Va

a prestare la sua opera di volontariato

a Bollate perché, per nostra fortuna,

agli incontri di formazione ha conosciuto

anche la direttrice del carcere

di Bollate, Lucia Castellano, dalla

quale rimane piacevolmente colpita

per il suo modo di porsi, la determinazione

e quel giusto compromesso

tra istituzioni e detenuti.

Nel maggio 2004 arriva, per la

prima volta, a Bollate e inizia il suo

percorso, distribuendo nei reparti, a

chi ne ha bisogno, vestiario e scarpe.

Viene, così, a contatto con la realtà

carceraria e le necessità dei ristretti.

carteBollate 28

Per lei non è facile misurare la sua

personalità estroversa nel luogo in

cui si trova, perciò deve affrontare

un'altra sfida.

Io ho conosciuto Stefania e la

considero proprio una bella persona,

una ragazza che quando è qui

con noi, si impegna a infondere

coraggio, una persona che mette a

proprio agio, che ti fa venire voglia

di confidarti e un'ottima ascoltatrice

con un senso critico molto spiccato.

Il detenuto è da lei considerato e

trattato come “amico”.

Il piacere di fare del bene, le consente

di integrarsi, perfettamente,

nell'universo carcerario di Bollate.

Non dorme sugli allori, è sempre in

evoluzione, continua a studiare e a

documentarsi sulle carceri.

Mi confida di aver sempre nutrito

una forte “attrazione” verso i luoghi

chiusi e misteriosi: conventi, monasteri

di clausura …

Dedica quello che le rimane del

suo tempo libero, lavora anche dieci-

dodici ore al giorno, ai suoi affetti,

ai suoi tanti e “veri” amici, ma

afferma che le piace stare anche

in solitudine.

L'esperienza carceraria continua

a farla riflettere sull'egoismo,

non sopporta più

le lamentele senza motivo e

la gente che si crea problemi

inesistenti.

Mi racconta che, tra le

varie attività che svolge all'interno

del carcere, una volta, ha

partecipato alla preparazione di un

rinfresco organizzato dalla cooperativa

“abc la sapienza in tavola” della

staccata.

L'aspetto che più l'ha favorevolmente

impressionata di questa

esperienza, è stato il rapporto di

solidarietà che si è creato tra agenti

e detenuti.

In verità, questo tipo di relazione

nasce quotidianamente, non solo

nelle occasioni speciali.

Il “progetto Bollate”, infatti, realizzando

un carcere in un regìme

”attenuato” dà la possibilità di creare

dei rapporti di fiducia tra le persone,

molto diversi da quelli ancora esistenti

nei vecchi sistemi carcerari.

F. P. P


Incontro con un monaco di Bose

PENA ALTERNATIVA?

PERCHÈ NON PROVIAMO IN

MONASTERO?

Nell'indifferenza in cui spesso viviamo,

fa piacere ed è rassicurante sapere che

la comunità che popola il monastero di

Bose, vicino ad Ivrea, accoglie chiunque

abbia bisogno di essere aiutato. I monaci

che vi abitano offrono il loro sostegno e

disponibilità non solo a chi è in difficoltà,

ma anche a coloro che hanno bisogno di

“fermarsi”, di sostare in silenzio, riflettere

e, naturalmente, pregare.

Abbiamo scoperto questo piccolo,

grande mondo, grazie a un incontro, nel

carcere di Bollate, con Guido, un monaco

della comunità di Bose.

Guido è stato invitato da don Fabio

Fossati, il nostro cappellano, su richiesta

di alcuni detenuti che frequentano la

catechesi.

Perciò, sabato 25 marzo l'abbiamo

incontrato nell'area trattamentale.

Era la sua prima visita in un

carcere. Si tratta di una persona

colta, raffinata e dai

modi garbati; non certo la

classica figura di monaco

che di solito ci immaginiamo.

Guido ci ha raccontato

la vita che conduce

nel monastero di Bose

dove vivono ottanta

persone circa, uomini

e donne che hanno

abbandonato tutto per

tentare di vivere radicalmente

l'evangelo, nel

celibato.

La comunità di Bose, è

nata nel 1965 quando il fondatore,

Enzo Bianchi, decise di

iniziare a vivere, solo, in una casa

affittata presso alcune cascine. I primi

“fratelli” sono arrivati tre anni dopo.

Lo scopo dei monaci di Bose è quello

di aiutare le persone in difficoltà, anche

chi non riesce a tirare la fine del mese.

Molti sono stati ospitati da loro

anche per lunghi periodi. A mio parere,

questi monaci sono delle persone che

fanno veramente del gran bene, seppure

occupandosi sempre della loro comunità.

Ho chiesto a Guido se fosse possibile

“ospitare” presso la loro comunità detenuti

in pena alternativa, e lui mi è sembrato

molto favorevole anche se, per il

momento, non sono ancora attrezzati per

i tossicodipendenti.

Poi, Guido ci ha spiegato come funziona

il monastero, come si vive all'interno di

esso ed ha risposto alle numerose domande

che gli intervenuti gli hanno posto.

“Il monastero nel quale opero come

economo – dice Guido – si è adeguato alle

nuove esigenze e alle più moderne tecnologie”.

Sottolinea anche che i ritmi della giornata,

sono ancora scanditi dalle antiche

regole monastiche di ora et labora e che si

tratta di una vita semplice, tendente all'essenziale:

sveglia alle quattro e mezza per

carteBollate 29

iniziare le preghiere del mattino e dopo

l'udienza dal Priore, lo smistamento dei

compiti della giornata.

“Tutti lavorano, guadagnandosi da vivere

con le proprie mani”, continua il monaco,

elencando le varie attività che, finora,

hanno permesso alla comunità di vivere in

completa autonomia.

I monaci coltivano un orto e un frutteto.

Lavorano in un atelier di ceramica,

in uno di icone, nella falegnameria, in una

casa editrice e nella tipografia. Inoltre, si

occupano della ricerca biblica e catechetica.

Studiano la scrittura e la tradizione

monastica.

Guido asserisce che hanno creato,

persino, un sito internet e usufruiscono

di mezzi moderni come le macchinette

self-service per il caffè e le bevande. Non

vedono la televisione, per non essere sottoposti

a condizionamenti.

Possiedono, invece, una libreria aggiornatissima

con testi moderni ed antichi,

alcuni tradotti da loro e venduti al pubblico

nel loro negozio-spaccio, dove il

visitatore può acquistare i loro lavori,

lasciando un’offerta libera in un apposito

contenitore.

Questo vale anche per il ristorante

sempre super prenotato,

perché si mangia molto bene.

Guido sottolinea che è

stata percorsa molta strada

e come la comunità

sia ora proprietaria

di numerose cascine,

acquistate con i proventi

del lavoro.

Secondo Guido,

è necessario essere

ben convinti della

scelta della vita

monastica, perché è

faticosa e viene vissuta

lontano dalla

famighia d'origine che

si vede solo una volta

all'anno. Lui si ricorda

ancora di quanto fosse contraria

la sua famiglia, quando

prese la decisione di diventare

monaco.

Chissà, forse questa potrebbe essere

una splendida misura alternativa per chi

crede; il prega e lavora disintossicherebbe

l'anima anche ai più incalliti personaggi

che popolano il carcere.

Franco Palazzesi


PENSIERI LIBERI

PENSIERI RISTRETTI

di Francesco Giordano

Chi giudica chi

(detenuti giudici)

Il carcere è un brutto posto, davvero brutto,

dove quotidianamente perlopiù si

evidenziano i lati nascosti delle persone, e

non sono spesso belli da vedere e sentire.

L'imputato è sempre pronto ad esigere

di utilizzare tutti i gradi di giudizio: primo

grado, appello e cassazione, anche nelle fasi

precedenti giustamente pretende che vi sia

correttezza da parte della pubblica accusa.

L'imputato però quando si trova in

carcere e si trasforma in detenuto, spesso,

troppo spesso si converte in giudice,

pronto a giudicare i nuovi arrestati sempre

condannandoli in base agli articoli della

stampa o della televisione, pur sapendo

sulla propria pelle che questi sono sempre

superficiali, mai imparziali, continuamente

sbagliati.

Come mai succede questo? Serve, forse,

a nascondere i propri sensi di colpa verso

chi si è lasciato fuori? Chissà….

Un'altra caratteristica che emerge in

carcere è l'individualismo.

Spesso ci si fa largo a gomitate per

andare verso la Gozzini o il lavoro, o tutto

quello che diventa privilegio, che sappiamo,

all'interno del carcere fa la differenza.

Ancora si evidenzia la voglia di apparire,

di protagonismo e quindi a fronte di forti

eventi tragici che avvengono all'esterno,

immediatamente il detenuto (non la persona

libera o l'imputato) diventa buono,

emerge con grandi offerte, mai sottovoce,

sempre appariscente.

Sì, il carcere è un brutto posto, e forse,

in attesa della sua abolizione, bisognerebbe

pensarci un tot in più prima di trovarsi a

commettere un reato di qualsiasi natura.

Da dove arrivano le madri

di Plaza de Mayo

“Da quanto tempo sono con gli occhi

bendati? Cos'è quest'assordante rumore? Un

aereo, un elicottero, un trapano che sta per

bucarmi la testa?”.

Questo pensava Manuel, solo 22 anni,

ammanettato e con gli occhi coperti da

una lurida benda oramai sporca di sangue,

trascinato dai due gorilla in uniforme della

marina argentina.

Lo tengono sotto le ascelle e ridendo

lo accompagnano sopra l'elicottero che sta

aspettando da circa un quarto d'ora.

Ora, mentre il velivolo si stacca dalla

terra intuisce dove si trova.

Si domanda dove lo porteranno, ma

non prova neanche a chiederlo, tanto non

gli dicono nulla da giorni.

Dopo lunghi interrogatori per avere

notizie, per conoscere nomi degli appartenenti

all'opposizione non vogliono dare

nessuna spiegazione, niente.

Li sente ridere e la puzza d'alcool riempie

presto il piccolo abitacolo.

Manuel, sempre bendato, non vede

dove si stanno dirigendo, ma sente fortemente

come delle urla nella testa che una

meta c'è, e la sente avvicinarsi sempre di

più, lo intuisce perché le grida diminuiscono

man mano che il tempo passa.

Quasi, Manuel, spera non finiscano

mai, per quanto tremende esse siano!

Sente che quel silenzio prefigura qualcosa

di orribile.

Ora pur sapendo di non essere sentito,

né di ricevere risposta chiede: “Dove mi

portate? Dove mi portate?”

L'elicottero non va più avanti, da qualche

minuto gira attorno ad un punto,

Manuel si stupisce che non scende o non

va oltre.

Di colpo silenzio, smettono di parlare

fra loro e dopo pochi secondi si sente

la voce di uno che comunica alla radio:

“Pronto, Generale, siamo sull'obiettivo”.

Dall'altra parte risponde una voce secca

senza anima né onore: “Proseguite”. Finita

carteBollate 30

la breve comunicazione torna il silenzio e

il rumore dello sportello che si apre lo si

avverte in maniera inequivocabile.

L'aria fredda e salmastra colpisce in

pieno il volto di Manuel e da questo

percepisce di trovarsi in mezzo al mare, e

solo da questo lo capisce, non può vedere

che si tratta di una splendida serata, le

luccicanti stelle sono particolarmente lì a

portata di mano, sembrano aspettare quella

di Manuel per portarselo via, ma lui non

vede e non sente questa sera.

I bruti lo afferrano ancora da sotto le

ascelle ed avvicinato di più allo sportello

aperto, viene scaraventato fuori, contemporaneamente

si accorge che continua a

non vedere, ad avere le mani legate dietro

la schiena.

Solo le gambe precipitando si aprono

in un estremo tentativo di fermare quella

mortale caduta. Non sente altro perché

il contatto con l'acqua del mare è crudo,

brutale, violento, inumano.

Il freddo viene come assorbito dalla

paura per quella morte e dal desiderio di

risorgere, magari nelle sembianze della propria

madre, della propria nonna o sorella,

del proprio fratello o figlio, comunque per

continuare a combattere contro la Giunta

dei generali, assassini ed argentini.

Pelle diversa,

occhi uguali

La notizia dell'uccisione del piccolo

Tommaso ha fatto scatenare la solita

canea giustizialista e buonista che mette

tutti assieme l'Italia dei buoni sentimenti.

Facile, chi riesce a scrivere qualcosa di

diverso a fronte di un delitto così atroce?

Eppure, eppure qualcosa bisogna provare

a dire, non ci si può accostare ai

moralisti a pagamento che scorazzano su


tutti, quasi tutti, i giornali. Cosa mai potrà

dire di buono e sensato un Michele Serra

sulla Repubblica?

Leggendo i vari commenti mi pongo

una domanda: come si può pensare che

uno dei nostri bambini può avere più

diritto a vivere di un bambino africano,

brasiliano o palestinese?

Nondimeno, a fronte dei numerosi

crimini per fame o per occupazione della

terra, gli stessi editorialisti, con la morale

applicata all'occhiello, se ne stanno zitti

e buoni.

Certo, quello della Repubblica non è il

solo, anzi è in buona compagnia, persino

il giornale che fu di Gramsci, scrisse che

il macellaio Sharon è diventato “uomo di

pace”. Figuriamoci!

Figuriamoci che bell'esempio di moralità

possono dare gli editorialisti di questi

giornali ai cittadini italiani per crescere con

buoni e sani principi. E sto parlando di

giornali certo non tra i peggiori: Se questi

sono i nostri esempi quale presente possia-

200 morti + 1

Venerdì 12 maggio è un giorno come

tanti. I quotidiani hanno titoli su

D'Alema, le intercettazioni calcistiche, la

debolezza del dollaro, il vertice fra Morales

e Chavez.

In quel venerdì, però ci sono altri

due episodi simili e differenti. A Senago,

alle porte di Milano, la città della moda

e dell’opulenza, un rumeno di 27 anni,

clandestino, senza fissa dimora, nel

tentativo di impossessarsi di un paio di

pantaloni lunghi da un cassonetto, è

rimasto incastrato da un meccanismo che

gli ha rotto l’osso del collo.

Il ragazzo, al momento della morte,

indossava dei bermuda e forse aveva

bisogno anche di un paio di scarpe.

A tantissimi chilometri di distanza, in

un altro Paese, in Nigeria, 200 persone

sono morte carbonizzate. Avevano

tentato d’impossessarsi del petrolio

bucando l’oleodotto. Improvvisamente

una fiammata, il botto e 200 morti,

irriconoscibili.

Per una popolazione che vive con meno

di un dollaro al giorno, la sottrazione

artiginale del petrolio è spesso l’unica forma

di sussistenza, anche se molto pericolosa.

Il cassonetto dove è morto il romeno

mo pretendere e quale futuro potrà esserci

per le nuove generazioni?

Voglio proprio sottolineare che se tutti

i giorni, sui giornali, nelle televisioni,

alla radio ci dicono e fanno vedere che

la giustizia non esiste, che hanno ragione

solo i furbi o chi è forte e ricco, perché

i cittadini devono credere e crescere con

buoni princìpi?

Una cosa è certa, che senza una giustizia

vera non ci potrà mai essere pace, né nel

mondo e neanche nel nostro quotidiano, e

qui dentro vivono quanti ogni tanto emergono

come mostri.

La gente “normale” ci dice che le persone

coinvolte erano persone “normali”, a

me vien da dire: manco per niente!!!

Normale è chi di fronte ai crimini della

guerra o delle occupazioni, dove crescono

muri, si indignano e scendono in piazza

per protestare, e magari bruciano anche le

bandiere di quei Paesi responsabili di quei

crimini, non chi si gira sempre dalla parte

opposta per non vedere. La differenza c'è,

è di una società che si chiama “Volontà

di vivere”. Chissà come si chiama

l’oleodotto.

Riceviamo e

pubblichiamo

”Nessuno può costringere un altro essere

umano a emendarsi. Il cambiamento deve

avvenire nell'intimo dell'individuo ed essere

voluto”. Sono parole di Vivien Stern e

vorremmo iniziare questa nostra breve

considerazione con la parte finale della

solita favola a lieto fine: ”E vissero tutti e due

sposati, felici e contenti”. Questo, almeno, è

quanto sta accadendo realmente nella vita

di un ex detenuto del carcere di Bollate.

Purtroppo, solo in pochi possono dire di

vivere questa situazione. Spesso i cancelli

delle prigioni sono diventate simili a porte

girevoli eppure le biografie dei Testimoni

di Geova stanno a dimostrare come si

possa operare nell'intimo dell'individuo e

portarlo a volere il cambiamento.

Un esempio è quello di Frank Mannino,

amico e compaesano, nonché sodale, del

bandito Giuliano. Mannino partecipò

ad una ventina di rapimenti di persona,

pur non avendo mai ucciso nessuno. Fu

carteBollate 31

eccome, altro che persone normali.

La politica dovrebbe avere più coraggio

per cercare soluzioni per un vero e reale

cambiamento, per un mondo di vera giustizia,

per un quotidiano dove vi siano sane

ragioni per vivere e crescere.

Prendete l'esempio del criminale vigile

di Como, che dopo aver sparato nella testa

di un ragazzo di 18 anni, gira serenamente

per la strada, vive tranquillamente nella

sua casa, non ha fatto un solo giorno di

carcere.

Guardando questa cosa come si fa a

credere nella giustizia? Come mai i moralisti

della Repubblica, del giornale di Gramsci

o di Libero non hanno scritto della loro

angoscia?

Forse che Rumesh non avesse diritto

a vivere serenamente la sua giovane vita?

Forse che i bambini palestinesi hanno

commesso delitti inconfessabili? E quelli

africani sono colpevoli perché hanno la

pelle diversa dalla nostra, ma gli occhi

uguali?

arrestato nel marzo 1950 e condannato nel

1952 a due ergastoli e a 302 anni di carcere

con l'unica prospettiva di uscire da morto.

Battezzato, nel 1958, come Testimone

di Geova, Mannino ha dovuto superare

diverse vicissitudini e ingiustizie che

avrebbero potuto influire negativamente

su lui. Nel 1976 ha presentato istanza per

ottenere la libertà. Poco tempo dopo le

autorità del carcere dell'isola di Procida,

dove era detenuto, chiesero la grazia. Il

magistrato di sorveglianza ha scritto che

”rispetto al giovane sanguinario esecutore

degli ordini del bandito Giuliano, è un altro

uomo: del tutto irriconoscibile”.

La grazia è stata concessa il 28 dicembre

1978 dopo 28 anni di carcere e così ha

potuto ritornare a vivere reinserendosi nella

società. Questo recupero è stato possibile

grazie alla Parola di Dio e all'insegnamento

biblico che porta alla nostra attenzione il

secondo dei due più grandi comandamenti:

”Devi amare il tuo prossimo come te stesso”.

Il tipo d'amore menzionato è quello basato

sul principio che significa ”amare ciò che

non è amabile”.

Quando questo comandamento sarà

applicato da ognuno di noi, anche il

percorso di chi ha sbagliato e cerca un

recupero, non sarà difficoltoso come ora.

Testimoni di Geova


Sono 20mila i detenuti nei bracci della

morte nel mondo, nel 2005 sono

state 2.148 le esecuzioni in 22 Paesi e

sono state emesse 5.186 condanne a

morte in 53 Paesi.

Sono i dati di un rapporto redatto da

Amnesty International sull'applicazione

della pena di morte nel mondo nel

quale viene evidenziato che il 94% delle

esecuzioni ha avuto luogo in Cina, Iran,

Arabia Saudita e Usa.

Secondo le informazioni di Amnesty

in Cina vi sarebbero state circa 1.770

esecuzioni, anche se il numero effettivo

potrebbe essere molto più alto: a quanto

riferito da un esperto legale cinese,

sarebbero circa 8.000 i prigionieri messi

a morte nel Paese ogni anno.

Nel corso del 2005 in Iran sono stati

messi a morte almeno 94 prigionieri, in

Arabia Saudita almeno 86. In entrambi

i Paesi, i dati reali potrebbero essere

più alti. Sono invece 60 le esecuzioni

registrate in Usa, più di 1.000 dal 1976,

anno della reintroduzione della pena

capitale. Tuttavia, i dati resi pubblici oggi

sono approssimativi a causa del segreto

che circonda l'applicazione della pena

di morte. Molti governi, come quello

cinese, rifiutano di pubblicare statistiche

ufficiali sulle esecuzioni.

”I dati sulla pena di morte sono davvero

inquietanti: almeno 20.000 persone

stanno contando i giorni che li separano

dal momento in cui lo Stato toglierà loro

la vita – ha dichiarato Irene Khan, segretaria

generale di Amnesty International

– La pena di morte rappresenta l'estrema,

irreversibile negazione dei diritti umani,

poiché è contraria all'essenza stessa dei

valori fondamentali. Spesso è applicata in

modo discriminatorio, a seguito di processi

iniqui o per ragioni politiche. Quando è

frutto di un'ingiustizia può rappresentare

un errore fatale”.

Per fortuna, negli ultimi 20 anni il

numero degli Stati che eseguono condanne

a morte si è dimezzato e nel 2005

è risultato in calo per il quarto anno

consecutivo. Due esempi recenti sono il

Messico e la Liberia dove lo scorso anno

Secondo Amnesty International

SONO 20 MILA I DETENUTI,

NEL BRACCIO DELLA MORTE

la pena capitale è stata abolita per tutti i

crimini.

La Cina da sola totalizza l'80% delle

esecuzioni e si può essere messi a morte

per 68 reati, anche per atti che non

comportano l'uso della violenza, come

la frode fiscale, l'appropriazione indebita

e i crimini legati al traffico di droga.

L'Iran è l'unico Paese che nel 2005 ha

messo a morte minorenni all'epoca del

reato, almeno otto, due dei quali avevano

meno di 18 anni al momento dell'esecuzione.

Gli Usa, in precedenza leader

mondiali in questo campo, hanno messo

al bando le esecuzioni nei confronti dei

minorenni nel marzo 2005.

In Arabia Saudita, prigionieri sono

stati prelevati dalle loro celle e uccisi,

senza che nessuno li avesse informati

della loro condanna

a morte;

altri detenuti,

stranieri o

appartenenti

a minoranze

etniche, sono

stati giudicati

colpevoli e

condannati al

termine di processi

celebrati in

una lingua sconosciuta,

senza

che fosse stato

fornito loro un

interprete.

Negli Usa,

durante il 2005,

due persone

sono state rilasciate

dal braccio

della morte

dopo che era

stata provata la

loro innocenza.

In Bielorussia

e in Uzbekistan,

le autorità

non informano

i prigionieri né

i loro familiari

carteBollate 32

sulla data di esecuzione, negando così la

possibilità di un ultimo saluto. I corpi

dei prigionieri non vengono restituiti ai

parenti e nascosto il luogo di sepoltura.

Il rapporto di Amnesty mette in luce,

inoltre, le conseguenze mortali dei processi

iniqui.

In Giappone, diverse persone sono

state condannate a morte dopo essere

state sottoposte a maltrattamenti, costrette

a confessare crimini mai commessi. In

Paesi come la Bielorussia e l'Uzbekistan

un sistema penale pieno di falle e minato

dalla corruzione, crea terreno fertile

per errori giudiziari. Le esecuzioni in

Uzbekistan avvengono spesso dopo processi

iniqui, a seguito di maltrattamenti

e torture con lo scopo di estorcere confessioni.


Sindacato di polizia penitenziaria (Sappe)

“CARCERI AL COLLASSO.

NON ESISTE SOLO PREVITI”

Sono quasi 62mila i detenuti presenti

nelle carceri italiane, il numero più

alto mai registratosi nella storia della

Repubblica. E oggi sembra che l’unica

attenzione che merita il carcere non è

in relazione alle problematiche di chi vi

lavora 24 ore su 24, ma la condizione di

detenuti eccellenti come Cesare Previti.

”Il sistema penitenziario italiano –

denuncia la segreteria generale del Sindacato

Autonomo di Polizia Penitenziaria

Sappe, il più rappresentativo della

categoria con oltre 12 mila iscritti – è

votato inevitabilmente all’implosione. Ed è

allora prioritario, una volta compiuti tutti

gli adempimenti istituzionali e insediatosi

il governo Prodi, che l’emergenza carceri

venga posta tra le priorità d’intervento del

nuovo esecutivo e del Parlamento”.

Il sindacato ha già scritto al presidente

del Senato, Marini, ed a quello

della Camera Bertinotti per denunciare

la precarietà del sistema carcerario e le

gravi condizioni in cui sono costretti ad

Nelle carceri

450 anziani

L ’associazione Articolo 21 è decisamente

intervenuta sulla vicenda Previti

sottolineando che nelle carceri italiane, ci

sono 450 anziani.

Per loro non ci sono sezioni speciali,

né attenzioni particolari. Un problema,

quello degli anziani in carcere, molto volte

sollevato da chi lavora dietro le sbarre, ma

non recepito dal Parlamento. Almeno

fino all'anno scorso, quando le Camere

hanno approvato la legge “Modifiche al

codice penale e alla legge 26 luglio 1975,

n. 354”, meglio nota come ”ex Cirielli”.

”La pena della reclusione per qualunque

reato (ad eccezione di quelli più gravi) può

essere espiata nella propria abitazione o in

altro luogo pubblico di cura, assistenza e

accoglienza, quando trattasi di persona che,

al momento dell'esecuzione della pena, o

operare gli uomini e le donne del corpo

di Polizia penitenziaria, gravemente sotto

organico.

“Le carceri del nostro Paese – afferma il

Sappe – sono sovraffollate anche a causa di

una miope politica della sicurezza fatta dal

precedente governo che si è solo preoccupato

di ‘sbattere’ in carcere più persone possibili,

senza chiedersi se il carcere era in condizione

di recepirle e di avviare un percorso di

recupero sociale che sia adeguato ai tempi.

“In particolare negli ultimi anni – sottolinea

il sindacato – abbiamo registrato

un notevole incremento di detenuti stranieri,

(circa il 30% del totale della popolazione

detenuta, con punte del 50-60% nel Centro

Nord). Come sostengono alcuni autorevoli

studiosi, al Sud del nostro Paese si sta sostituendo

il Sud del Pianeta, significando con

ciò che masse di diseredati si riversano nel

nostro continente ed in particolare in Italia,

senza alcuna prospettiva futura e con il solo

rischio di finire prima o poi in carcere”.

Secondo il Sappe, l’unico strumento

dopo l'inizio della stessa, abbia compiuto

i settanta anni di età purché non sia stato

dichiarato delinquente abituale, professionale

o per tendenza né sia stato mai condannato

con l'aggravante di cui all'articolo 99

del codice penale”.

Così stabilisce la legge. E così è accaduto

per Previti. Antonino P., 86 anni,

detenuto anche lui a Rebibbia da diversi

anni, resterà invece in carcere. Così come

Luigi G. condannato a 54 anni di detenzione

(ridotti a 30 che è il massimo della

pena prevista in Italia) per una lunga serie

di assegni falsi.

E così la legge ”ex Cirielli” diventa

un ulteriore presa in giro. In un luogo

di privazione come il carcere – continua

l’associazione – i privilegi pesano ancora

di più.

Ed è un privilegio avere una cella singola,

dove non devi condividere il poco

spazio a disposizione con altre persone.

E per il detenuto Previti, rinchiuso nella

sezione transito, cioè di passaggio in attesa

di altra destinazione, l'ambita cella singola

carteBollate 33

di contenimento della penalità nel nostro

Paese, è stato, negli ultimi 100 anni,

quello contemplato dagli atti di clemenza

(amnistia e/o indulto). Inoltre non c’è

stata una politica del passato governo

attenta per quanto riguarda la Polizia

penitenziaria con “un ministro che ha

totalmente abbandonato le carceri e il corpo

di Polizia penitenziaria”. Alla fine dello

scorso dicembre, 500 agenti ausiliari sono

stati congedati dopo un anno di servizio

creando così problemi di personale, contrariamente

a quanto fatto per altri corpi

di polizia.

Per ultimo, il sindacato di polizia

Sappe ha chiesto che si “proceda ad una

seria politica di ammodernamento delle

strutture penitenziarie secondo i migliori

standard europei e in linea con il regolamento

di esecuzione della Legge 354/75, come

modificato nel 2000, al fine di migliorare le

qualità della vita negli Istituti penitenziari,

sia per i detenuti, sia per gli operatori.

“Non possiamo non evidenziare – conclude

il comunicato Sappe – la seria necessità

di mettere in cantiere un progetto di

riorganizzazione complessiva del Dipartimento

dell’Amministrazione penitenziaria,

che tenga in seria considerazione il Corpo di

polizia penitenziaria, dopo 5 anni di totale

abbandono”.

è saltata fuori. E la rabbia di chi aspetta da

anni di avere uno spazio tutto suo, dove

trascorrere le ore e i giorni, cresce.

Così come cresce il malcontento tra

i familiari, in attesa per ore di fare il colloquio.

In quei giorni il via vai di onorevoli

e senatori diretti tutti dall'ex collega

ha ingolfato il carcere. Alcuni familiari

hanno aspettato anche cinque ore fuori

dai cancelli per stare un'ora col proprio

caro.

Magari dopo un viaggio in pullman

iniziato alle 4 del mattino. Per rivederlo

dovranno aspettare un'altra settimana,

come vuole il regolamento: sei colloqui

al mese di un'ora l'uno oppure quattro

telefonate di dieci minuti, a carico del

detenuto.

Gli onorevoli invece possono entrare

tutti i giorni e il detenuto eccellente non

è mai rimasto solo.

Gli altri amici li ha rivisti a casa. I

riflettori accesi sul carcere si sono spenti

di nuovo. Antonino e gli altri anziani continueranno

a scontare la pena in carcere.


L’ISOLA DEI FAMOSI

Brescia: tossicodipendente evade da

domiciliari e chiede il carcere

Si è consegnato alla polizia, dopo essere evaso dai domiciliari,

chiedendo di essere portato in carcere. Ma la sua richiesta non è

stata accolta e così è stato costretto a tornare nella sua abitazione.

Protagonista un 34enne di Coccaglio (Brescia) che stava

scontando agli arresti domiciliari una condanna a sei mesi di

carcere per droga. La scorsa notte ha lasciato la propria abitazione

ed è andato a Brescia. Lì, secondo quanto ha poi dichiarato alla

polizia, si sarebbe iniettato una dose di eroina. Subito dopo ha

deciso di costituirsi chiedendo alla polizia di poter andare in

carcere. La Procura ha però disposto nei suoi confronti gli arresti

domiciliari.

Ansa, 30 marzo 2006

Napoli: agli arresti domiciliari,

scippa anziana che poi muore

È stato identificato il presunto autore dello scippo di 10 euro

a Luisa Scafora, un'anziana donna di Cercola, morta per le ferite

riportate nell'aggressione avvenuta all'inizio di marzo. L'uomo

è un pregiudicato di Volla, Ciro Esposito, di 20 anni, al quale

l'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del Tribunale di

Nola è stata notificata in carcere, dove è stato intanto rinchiuso

per altri reati. È stato anche accertato che il 3 marzo Esposito

era sottoposto al regime degli arresti domiciliari, sempre per

un'accusa di rapina.

Ansa, 14 aprile 2006

Roma: non risponde al figlio,

condannata ad un mese di carcere

La madre non richiama il figlio quindicenne che l'aveva

cercata sul telefono cellulare ed il tribunale di Roma la condanna

ad un mese di reclusione per violazione degli obblighi di assistenza

familiare.

Protagonista della storia, secondo quanto riferito dall' avvocato

Giacinto Canzona, è una sua assistita, G.D.P., quarantaseienne,

romana, separata con un figlio minorenne affidato al padre. Il

processo ha preso spunto da una querela-denuncia presentata

nel 2000 dall'ex marito contro la ex moglie, accusata di essere

venuta meno agli obblighi di assistenza morale e materiale nei

confronti del figlio. In sostanza l'uomo accusava l'ex consorte di

non aver richiamato il figlio, nonostante le ripetute telefonate di

quest'ultimo.

Il processo, incardinato davanti alla quinta sezione del Tribunale

carteBollate 34

penale di Roma, si è concluso con la sentenza di condanna: “Lui

telefonava – è detto nelle motivazioni – alla madre e lei non

richiamava al telefonino. Diceva che avrebbe telefonato, ma non

lo faceva mai”. L'avvocato Canzona ha annunciato che impugnerà

la sentenza.

Ansa, 14 aprile 2006

Ragusa: per detenuto violento una

condanna a tre mesi

A due mesi e quindici giorni di reclusione è stato condannato

ieri mattina in tribunale (giudice monocratico Andrea Reale,

pubblico ministero Giovanni Scarso) l'algerino Haili Faad, 36

anni, ritenuto responsabile di oltraggio e di tentate lesioni,

durante un suo periodo di detenzione al carcere di contrada

Pendente, nei confronti di un ispettore della polizia penitenziaria.

Durante l'ora di aria il detenuto algerino aveva dato del “razzista”

all'esponente della polizia penitenziaria e quindi aveva tentato di

ferirlo al volto con una lametta per la barba.

I fatti si sono verificati il 17 maggio del 2003. Il pubblico

ministero per l'imputato (che era difeso dall'avv. Aida Failla) aveva

chiesto la condanna a tre mesi di reclusione.

La Sicilia, 9 maggio 2006

Milano: pena lieve per gioielliere

che uccise un ladro in fuga

Ha sparato e ucciso un rapinatore che fuggiva dalla sua

gioielleria: Rocco Maiocchi, orefice milanese, è stato condannato

a un anno e sei mesi di reclusione. Reclusione che non dovrà

neppure scontare perché i giudici gli hanno accordato la

sospensione condizionale della pena. Il padre Giuseppe accusato

di lesioni personali colpose, è stato condannato a un mese di

reclusione. È una sentenza destinata a far discutere quella dei

magistrati della Corte d'assise di Milano chiamata a giudicare i

due gioiellieri, padre e figlio, accusati di aver ucciso un giovane

ladro montenegrino che aveva rubato nella loro gioielleria. Non a

caso la prima reazione a caldo arriva proprio dall'ex Guardasigilli,

Roberto Castelli, che plaude “una sentenza recepita come giusta

dal sentimento popolare”.

Contrariamente a quanto si riteneva in un primo momento,

nel caso dei gioiellieri milanesi non è stata applicata la nuova legge

che disciplina la legittima difesa e che ammette la possibilità, per

chi è aggredito in casa propria o nel proprio luogo di lavoro, di

difendersi sparando. Giuseppe Maiocchi ha comunque voluto

ringraziare “chi ha fatto questa legge perché per la prima volta

riconosce che il cittadino che viene aggredito non è uguale a

colui che ha aggredito”. Delusa e incredula, invece, la madre del

ragazzo ucciso: “È terribile: vale così poco la vita di un ragazzo di

21 anni?”. Giuseppe Maiocchi, d'altra parte, si è detto “orgoglioso

di mio figlio”.

Il gioielliere ha spiegato: “Se la perizia balistica non avesse

dimostrato che il colpo decisivo era stato sparato da lui, sarei

arrivato ad assumermi la responsabilità di tutto”. Il 13 aprile

2004 Giuseppe e Rocco Maiocchi, orefici di via Ripamonti


– periferia sud di Milano – avevano reagito alla rapina nel loro

negozio sparando contro i due giovani malviventi in fuga. Questi

si stavano allontanando dopo aver tentato di sfondare la vetrina

della gioielleria con l'auto. Il tentativo era andato a vuoto e i

due erano fuggiti senza neppure la refurtiva. Mihailo Markovic,

ventunenne originario del Montenegro, fu colpito a morte da

Rocco Maiocchi, mentre il suo complice era riuscito a fuggire.

Nei giorni successivi alla rapina l'intero quartiere Vigentino, dove

ha sede la gioielleria, si era schierato a favore dei due orefici. I

negozianti si dichiararono esasperati dal clima di paura innescato

da ripetuti atti di violenza dei quali, la rapina all'oreficeria dei

Maiocchi, era solo l'ultimo.

La Repubblica, 26 maggio 2006

Milano: lo scrittore Pap Khouma

aggredito da dipendenti Atm

Il noto intellettuale e scrittore Pap Khouma è stato aggredito

da due dipendenti in divisa dell'Azienda Tramviaria Milanese

(Atm). Ricostruire lo svolgimento del controllo è utile perché

ancora una volta ci dimostra a quanta arbitrarietà e illegittimità, i

cittadini sono costretti.

Il controllo è stato effettuato quando lo scrittore era già sceso

dal tram da diversi minuti e di conseguenza non rientrava nei

compiti dei controllori di Atm, che invece al grido di “sei a casa

nostra e devi seguire le nostre regole” hanno deciso di effettuarlo

comunque a calci e pugni.

È davvero questa la società in cui vogliamo vivere? La violenza

e il razzismo che sottostanno in maniera evidente a questo tipo

di comportamenti e, in maniera meno evidente ma non meno

grave, a tutta una serie di episodi a cui i cittadini immigrati sono

quotidianamente sottoposti, fotografano una società debole,

spaventata e ottusa, che di fronte alle sue 'incertezza sociali

e culturali si sente legittimata a reagire liberamente con le

aggressioni e gli insulti. Pap Khouma è cittadino italiano, ma

il colore della sua pelle è nero e questo è motivo sufficiente per

scatenare un'aggressività incontrollata da parte di chi le famose

“regole” dovrebbe farle rispettare. No, non è questa la società in

cui vogliamo vivere!

Nel rapporto di Amnesty 2006, l'Italia è uscita ancora

una volta sconfitta, con un livello di rispetto dei diritti umani

giudicato troppo basso per un paese che si definisce civile e

democratico. Il rispetto dei diritti umani non è un concetto

astratto e non può essere accompagnato da deboli giustificazioni:

o siamo pronti, oggi, adesso! a impegnarci perché sia pienamente

realizzato oppure dimentichiamo Pap Khouma e tutti gli episodi

di razzismo e discriminazione che avvengono nei posti di lavoro,

nelle strade, negli uffici pubblici, nelle metropolitane.

E speriamo di non trovarci mai di fronte un controllore

aggressivo, o, in un futuro non troppo lontano, di non essere per

qualche motivo “diversi” dall'ambiente circostante: di non avere

i capelli troppo ricci o un cappellino stravagante, un simbolo

religioso non conforme o un accento troppo strano perché

potremmo venire aggrediti a nostra volta senza che nessuno lo

trovi strano.

Comunicato stampa,

Naga, Arci, Todo Cambia, Sincobas

26 maggio 2006

carteBollate 35

Napoli: parenti non possono assistere

un detenuto in fin di vita

Burocrazia e ritardi organizzativi della Polizia penitenziaria

non avrebbero permesso ai parenti di un detenuto ricoverato

nell'ortotraumatologia del Cardarelli di stargli vicino nelle ultime

ore di vita.

Una storia amara che racconta il suo difensore, l'avvocato

Carlo Fabozzo: “Il mio assistito, Ermete Angelillo di 65 anni, era

piantonato in ospedale da dieci giorni. Aveva partecipato a una

rissa ed era stato colpito da un proiettile alla spalla destra. Ma

i sanitari hanno rinviato di alcun giorni l'intervento chirurgico

perché aveva una glicemia altissima”.

Il primo intoppo venerdì, quando il detenuto è stato operato.

Dalla Procura il Pm Parascandolo ha autorizzato la figlia Concetta

a trascorrere tre ore affianco al padre. “Era stato già operato alla

spalla. Ma quando nel pomeriggio sono arrivata in ospedale, il

piantone non mi ha fatto entrare spiegandomi che dovevo essere

prima identificata nel carcere di Poggioreale. Operazione che

non si poteva fare a quell'ora”, spiega la figlia. Annullata la visita,

Concetta Angelillo è tornata a casa. Ieri, a ora di pranzo, è tornata

nel Cardarelli e solo allora ha saputo che il padre, trasferito in

rianimazione, era deceduto alle 9.30. “Papà in mattinata aveva

chiesto a una signora che nella stessa stanza assiste il proprio

figlio di telefonarmi – racconta la figlia del detenuto – ma la

Polizia penitenziaria gliel'ha impedito minacciando perfino di

sequestrarle il cellulare”.

Il Mattino, 28 maggio 2006

Usa: molesta una bambina,

ma è troppo basso ed evita il carcere

La mancanza di statura lo ha salvato dal carcere. Condannato a

dieci anni di reclusione per aver molestato una bambina, Richard

Thompson non andrà in cella perché è alto un metro e mezzo.

Secondo il giudice americano Kristine Cecava “è troppo basso per

sopravvivere in una prigione statale”.

L'uomo sconterà la condanna con la condizionale, dovrà

indossare un bracciale elettronico e non potrà restare solo nella

stessa stanza con minori di 18 anni. La singolare sentenza emessa

dal giudice della contea di Cheyenne, in Nebraska, ha destato

sorpresa nel mondo della giustizia.

”È strano – ha commentato la portavoce della Coalizione

Contro la Violenza Domestica – che il giudice mostri più interesse

per la incolumità del molestatore in prigione che per la vittima”.

Stupito anche Steve King, secondino del carcere del Nebraska che

il criminale ha appena evitato: “Abbiamo nelle nostre celle detenuti

ancora più bassi di lui – ha osservato la guardia carceraria –. Alcuni

di loro sono duri come l'acciaio”.

La decisione ha però ricevuto il plauso della Organizzazione

Nazionale degli Adulti Bassi di Statura.

Tg Com, 28 maggio 2006


Oriani: medico ed

ex bravo ragazzo

della Staccata

ritornato tra noi Giorgio Oriani, ex

È detenuto della staccata ed insigne primario,

coinvolto suo malgrado, nel triste

episodio dell'ospedale ”Galeazzi” di Milano,

dove s'incendiò la camera iperbarica e

morirono diverse persone.

Oriani, in qualità di responsabile

sanitario dell'ospedale, dopo essere stato

condannato, ha scontato un periodo di

carcerazione in staccata e, adesso, avendo

fruito dei benefici della legge sull'affidamento,

è ritornato qui da noi a Bollate

per tenere un ciclo di conferenze sulla

tutela della salute e la prevenzione delle

malattie in carcere.

Con l'aiuto di medici esperti, Oriani

ha programmato di spiegare la prevenzione

e le diverse patologie nelle varie

discipline specialistiche.

Il primo incontro è avvenuto il 28

aprile scorso ed è stato un successo, sia

per l'argomento trattato, utile e interessante,

sia per com'è stato proposto.

Con un linguaggio chiaro, infatti, è

riuscito a spiegarci un tema complesso. In

altre parole, cos'è il corpo umano, la sua

composizione, le funzioni e le patologie.

Del resto, chi meglio di Giorgio Oriani

conosce i problemi sanitari nel carcere?

Lui stesso li ha vissuti e metabolizzati,

aiutando sempre tutti con consigli da

esperto nella materia.

SPIGOLATURE CARCERARIE

di d Franco Palazzesi

Sono state due ore ininterrotte che

hanno affascinato tutti, tanto è vero che

nessuno ha chiesto la famosa ”pausa sigaretta”.

Invece, gli sono state rivolte molte

domande pertinenti.

Chissà cosa ha provato, tornando tra

noi a distanza di circa un anno e quali

sono stati i suoi sentimenti nel rientrare

dalla porta carraia come uomo ”quasi

libero”. Sentire gli odori e vedere le sbarre,

gli indumenti appesi, i visi in parte

noti, i parenti che entrano o escono dai

colloqui e le divise. Io me lo ricordo,

quando era in carcere. Era diverso, non

aveva la sicurezza di adesso. Il suo sguardo

era incerto e, nonostante fosse già in

articolo 21, il suo pensiero si soffermava

sull'assurdità del carcere. Insomma, una

scelta coraggiosa, una sfida e, soprattutto,

un'opera socialmente utile.

Mi piacerebbe sapere cosa induce

queste persone a ritornare in carcere per

aiutare quelli che sono rimasti, anziché

cercare di dimenticare un luogo di sofferenza,

come, del resto, fa la maggior parte

della gente che esce da qui. Secondo me

queste persone sono veramente eccezionali.

Un concerto di

qualità

Guardando la televisione, spesso

assistiamo inerti a spettacoli senza

significato e privi di qualsiasi approfondimento

culturale. Invece, qui il 5

maggio, il gruppo musicale della staccata,

”Espressione sonora” ha tenuto, presso il

teatro del nostro carcere, un bel concerto,

replicato il giorno dopo. I componenti

del complesso – Gabriele Galati, cantante-chitarrista,

Moreno Mele, bassista

e Roberto Fantinato, batterista – si sono

esibiti in uno spettacolo di un'ora e

mezzo circa, senza mai prendere fiato.

Per l'occasione sono intervenuti, oltre

alla direttrice Lucia Castellano, i professori

della scuola superiore, simpatizzanti

esterni, gli studenti interni e numerosi

detenuti, provenienti dai vari reparti.

carteBollate 36

Le musiche, tratte da un album del

'91 dei ”Timoria”, sono state arrangiate

da Galati che si è avvalso anche di diapositive,

create da lui stesso e da Mele,

per illustrare e raccontare un viaggio

metaforico verso Oriente, ossia un percorso

di crescita interiore. Non si è

trattato, quindi, delle solite musiche che

siamo abituati a sentire alla radio, o delle

classiche ”canzonette”, ma di un vero e

proprio spettacolo di qualità, interessante

sia sotto un profilo musicale che contenutistico.

Probabilmente, un po' troppo

impegnativo per chi si aspettava di ascoltare

musica ”orecchiabile”. Qualche problema

all'acustica ha reso un po' difficile

l'ascolto. È stata, tuttavia, una rappresentazione

completa anche se inusuale,

che la band ha ben gestito con grande

affiatamento e professionalità musicale,

sperimentando nuove vie, musicali e non,

Il fine anno

scolastico...

A nche questo anno scolastico fi nisce, il

Atempo Ado

è “volato” come succede quanle

iniziative sono interessanti, è andato

tutto abbastanza bene anche se un bilancio

vero e proprio si potrà fare a metà giugno

quando la scuola fi nirà uffi cialmente

ed anche la festa organizzata dai professori

e gli studenti sarà stata svolta. I ringraziamenti

sono comunque doverosi per tutti

i professori che con la loro umanità e la

pazienza ci tengono collegati con la vita

reale, fatta di gente come noi. E poi tutte

le persone, e sono tante, che si sono prodigate

perché la scuola funzioni anche se a

costo di molto impegno. L’anno prossimo

verrà formata la classe quinta e quindi ci

sarà il vero lavoro con i primi diplomati

di questo carcere; i problemi organizzativi

ci sono, e per questo è stato convocato

dalla coordinatrice della scuola, professoressa

Fernanda Tucci, un consiglio di classe

dove si cercherà di dipanare la matassa

riguardo al prossimo anno, compreso con

molta probabilità, l’iscrizione alla scuola

dei detenuti del sesto reparto.


XXX NOME E COGNOME

Pasquale Morrone

Cosimo Cirfeta

Raffaele Montella

Giancarlo Bescapè

Santo Tiscione

Detenuto rumeno

Francesco Lombardo

Detenuto italiano

Pierpaolo Capri

Fioravante Langella

Leonardo Marasco

Kamelger Hartwig

“MORIRE DI CARCERE”

DOSSIER MARZO - APRILE 2006 *

ETÀ

53 anni

45 anni

41 anni

45 anni

45 anni

32 anni

42 anni

60 anni

43 anni

44 anni

47 anni

39 anni

DATA MORTE

2 marzo

17 marzo

18 marzo

20 marzo

21 marzo

22 marzo

23 marzo

1 aprile

7 aprile

9 aprile

12 aprile

18 aprile

* da Ristretti Orizzonti, giornale dei detenuti di Padova

CAUSA MORTE

Malattia

Suicidio

Suicidio

Suicidio

Suicidio

Suicidio

Malattia

Suicidio

Malattia

Suicidio

Malattia

Suicidio

ISTITUTO

Poggioreale (NA)

Busto Arsizio (VA)

Viterbo

Lodi

Solliciano (FI)

Secondigliano (NA)

Solliciano (FI)

Modena

Bari

Salerno

Torino

Rovereto (TN)

LA REDAZIONE DI CARTEBOLLATE RICEVE LA

VISITA DELL'UNIVERSITÁ Á DELLA TERZA ET ETÁ

È ormai la seconda volta che il corso di giornalismo giornalismo dell'Università della Terza Età di Cesano Maderno visita la redazione di

carteBollate.

Un incontro era avvenuto il 28 maggio del 2005 e, quest'anno, il 13 maggio, altri corsisti hanno incontrato i redattori del nostro giornale.

Circa trenta persone – accompagnati con molta professionalità e discrezione dall’agente Nicola Frigione – si sono prima recati in biblioteca

dove Roberto Bertoldi ha illustrato come funziona questo importante settore e poi nella saletta cinema, dove Gellért Hegedeus e Mariano

Di Lauro hanno illustrato la parte informatica della biblioteca con i collegamenti on-line con le altre biblioteche del territorio. Un incontro

è avvenuto anche con Santi Sindoni e i suoi quadri, particolarmente apprezzati dai corsisti.

Infine, dopo aver visitato la “stanza dell'affettività”, alla staccata, l'incontro con la redazione.

Qua hanno passato alcune ore ponendo ai redattori domande specifiche sulla fattura del nostro giornale e sul carcere in genere. Alla fine,

i redattori di carteBollate hanno voluto offrire ai corsisti un rinfresco.

Questi incontri rappresentano un momento per aprire concretamente il carcere al territorio, far conoscere all'esterno persone e attività

che si fanno all'interno del carcere, abbattere i luoghi comuni e valorizzare il lavoro di coloro che nel carcere lavorano o scontano la pena.

carteBollate 37


SUOR LETIZIA E FRÀ ONORIO

Quello che non si dice di A.T.

Quest’anno mi sono buttato a sinistra e ho partecipato a due manifestazioni, quella del 25 Aprile e quella

del 1° Maggio, convinto, soprattutto, dalla notizia che alle due manifestazioni sarebbe stata presente Letizia

Moratti, candidata sindaca a Milano ed ex ministra. È stato un piacere vederla sfilare, tutta ben pettinata,

ma con qualche ruga che sui manifesti elettorali invece non si vede. I metri che ha fatto sono stati pochi, ma

d’altronde dobbiamo anche dire che un personaggio del genere è sempre molto occupato. Ci sono le assemblee,

le visite negli ospizi, lo shopping in via della Spiga, i fine settimana al mare. E poi le cene con il caro

Silvio che ha una cucina molto sofisticata che appesantisce. Ecco perché Letizia ha profonde occhiaie. È per

il grande dispendio di energie, per il suo impegno, perché si dedica a tutti noi, soprattutto agli insegnanti e

lavora, lavora, lavora...

I soliti esagitati l’hanno fischiata. Erano fischi prezzolati. Gli gridavano, pensate, Vergogna! Ma vergogna di

cosa? L’hanno accusata di essere la prima volta che partecipava alla manifestazione e lo faceva per accapparrarsi

i voti. Anche il 1° Maggio fischi e grida. Ma qua era stata invitata dal segretario della Camera del Lavoro di Milano, Onorio Rosati, un

tipetto che vedo bene e che penso farà carriera. A questa manifestazione c’erano anche gli insegnanti precari, i licenziati, i senza cattedra,

i genitori che sono costretti a portare a scuola non solo le matite per far disegnare il figlio, ma anche la carta igienica.

A me sembra, questo, un modo per favorire la partecipazione. Tu porti a scuola la carta per pulire il culo al bambino, lo Stato risparmia

soldi che può investire, ad esempio, in Iraq. Un signore vicino a me lamentava il fatto che la Moratti aveva assunto, senza concorso,

migliaia di insegnanti di religione. E allora? Sempre a lamentarsi che mancano i posti di lavoro. Lady Letizia ha creato, così, migliaia di

posti di lavoro.

Chi, invece, non lavorerà più è Luigi Sanfilippo, 71 anni, di Saronno. Mentre lavorava, il 26 aprile, in un cantiere di Caronno Pertusella

è caduto da un carro ponte ed è morto. Era imprenditore di se stesso, ditta individuale. Era lui la ditta e lui l’unico operaio. A me

così piacciono i lavoratori. Mi piacciono liberi di lavorare anche a 71 anni, flessibili, che fanno risparmiare sui costi inutili come i sistemi

di messa in sicurezza sul lavoro, che non fanno scioperi e quando muoiono non rompono le balle con vertenze, sindacati, tribunali,

avvocati. E poi non sempre i sindacalisti hanno tempo per fare le vertenze. Qualche volta sono costretti a manifestare a fianco di Suor

Letizia e frate Onorio.

P.S. - Suor Letizia ha speso 10 milioni di euro per la campagna elettorale e, al grido di “Meno rughe per tutti”, ce l’ha fatta.

Non avete voluto votare Ferrante e adesso, per almeno 5 anni, ve la cuccate. A me che me frega! Io non sono neppure di Milano.

I NUMERI

I bambini

poveri nel mondo

(e i cani)

Non sempre i numeri

sono freddi e aridi.

Spesso danno il senso

compiuto delle cose

su cui ragioniamo.

Con questa rubrica

vogliamo comunicare

anche con i numeri e

questa volta

lo facciamo interessandoci

dei bambini poveri esistenti

nel mondo (e dei cani)

600 milioni

i bambini che vivono in famiglie

che sopravvivono con meno di 1

dollaro al giorno

100 milioni di minori, di

cui due terzi bambine, non

vanno a scuola

Peggio dell’Italia, solo gli USA

con lo 0,12% del PIL

10 milioni di bambini muoiono

ogni anno per malattie facilmente

curabili

150 milioni di bambini

e bambine soffrono di

malnutrizione

0,17% del PIL è quello che

il governo italiano destina alla lotta

alla povertà

Per mantenere un cane, gli italiani spendono, in media,

732,66 euro l’anno. Nelle case degli italiani ci sono più di

9 milioni di cani

carteBollate 38

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