Scarica l'articolo integrale in PDF - Neuroscienze.net

neuroscienze.net

Scarica l'articolo integrale in PDF - Neuroscienze.net

EVOLUZIONE DEGLI STATI EMOTIVI, ANSIA DI STATO E DI TRATTO Abstract 1 MARCELLO ANDRIOLA* In questo breve saggio cercherò di dimostrare come una tecnica di rilassamento (in questo caso quella di Dinamica Mentale messa a punto una trentina di anni fa dal dott. Marcello Bonazzola e portata avanti dall’Accademia Europea C.R.S. I. D.E.A. con sede in Dalmine (BG) e sedi secondarie sparse un po’ in tutta Italia col compito di portare avanti il progetto pilota di cibernetica sociale) sia capace di abbassare il livello d’ansia sia di tratto che di stato. Nella prima prova su un campione rappresentativo dei partecipanti al Master “Dinamica della mente e del comportamento” tenutosi il giorno 13.09.03 a Vicenza presso la ex sede del corso di Laurea di Ingegneria Gestionale in Via Cialdini 2. E’ stato somministrato due questionari S.T.A.I. Forma Y‐ 1 e 2 messi a punto da O.S., Organizzazioni Speciali Firenze del 1989 su items Consulting Psychologist Press‐ Palo Alto, California, su un campione di 35 Adulti Lavoratori età media composta da 19 uomini e 15 donne. Coordinatore dell’esperimento è stato lo psicologo abilitato Aldo Frandi istruttore di Dinamica Mentale e ricercatore impegnato dell’Accademia Europea. Keywords: ansia di tratto, ansia di stato, psichismo, ansia, nevrosi, stress. Permalink: http://www.neuroscienze.net/?p=1574 * International Institute Of Humankind Studies. Dipartimento di biologia evoluzionistica “Leo Pardi”. Gruppo di Scienze Cognitive, Università degli Studi di Firenze. Via Del Proconsolo, 12, 50122 Firenze ‐ E mail: marcello15@libero.it


SOMMARIO Evoluzione degli stati emotivi, ansia di stato e di tratto........................................................................................1 2 Marcello Andriola* ..............................................................................................................................................................1 Introduzione ..........................................................................................................................................................................3 Lo psichismo, origini ..........................................................................................................................................................3 Ansia..........................................................................................................................................................................................4 Tabella riepilogativa dei disturbi d’ansia ..................................................................................................................4 Risultati ottenuti medie e deviazioni standard .......................................................................................................6 Pulsione ...................................................................................................................................................................................7 Conflitto: l’interpretazione freudiana .........................................................................................................................8 L’interpretazione kleiniana .......................................................................................................................................... 10 Terapia dell’ansia patologica ....................................................................................................................................... 11 Scissione ............................................................................................................................................................................... 12 Il concetto di scissione nel pensiero freudiano e kleiniano ............................................................................ 13 Nevrosi.................................................................................................................................................................................. 16 Nevrosi d’angoscia e nevrosi fobica.......................................................................................................................... 16 Nevrosi ossessiva.............................................................................................................................................................. 16 Nevrosi traumatica........................................................................................................................................................... 17 Stress, nella visione medica.......................................................................................................................................... 17 La medicina psicosomatica........................................................................................................................................... 19 Bibliografia.......................................................................................................................................................................... 22


INTRODUZIONE Come Ciano, l’antica divinità romana dalle due facce, anche l’ansia ha due facce. Una è quella naturale, positiva insita nella specie umana quale forza trainante per modellare il comportamento del bambino e dell’adulto. Serve ad affrontare il normale processo di crescita, la maturazione psicologica del piccolo è favorita dalla spinta a vincere le proprie tensioni. L’ansia in questo caso ha una valenza positiva perché si contrappone all’apatia e frena la tendenza all’inattività dovuta all’autocompiacimento. (M. Farné, 2003) L’ansia quindi può essere visto come un perenne stimolo vitale. Dall’altra faccia di Ciano troviamo uno stato ansioso che può rovinare la propria e l’esistenza di chi li vive accanto. Il nevrotico ansioso è come chiuso in se stesso, occupato nei suoi problemi, terrorizzato, senza riuscire a occuparsi in modo efficace, di se e degli altri. Guardiamo più da vicino con una breve analisi antropologica come l’uomo abbia sviluppato nella sua storia evolutiva la capacità adattiva ad occuparsi al mondo dentro e fuori di sé tramite la macchina meravigliosa detta psichismo. LO PSICHISMO, ORIGINI Lo psichismo è l’insieme di facoltà cognitive elaborato dal Genere Homo e dai suoi antenati diretti per il controllo ambientale (per mezzo della tecnologia) e sociale (attraverso relazioni e linguaggio). Il prodotto terminale, ma non evolutivamente finale, dello psichismo è la mente umana. In questo senso, lo psichismo è più un processo che non un livello di stato dell’intelligenza e del suo supporto fisico, il cervello. A partire da 100 milioni di anni fa, i Primati vedono selezionata una crescente flessibilità cognitiva (una mente non prestrutturata nella fisiologia, ma elaborata nell’ambiente fisico e sociale) che porta, attorno a 15 milioni di anni fa, a un’intelligenza generalizzata (senza scopi specializzati) e all’intelligenza sociale. (Y. Coppens, 2000) Quest’ultima viene definita «machiavellica», in quanto si basa sull’inganno reciproco e sullo sfruttamento delle abilità nelle relazioni sociali per ottenere vantaggi fisici e non (quali le alleanze di potere). Da questo periodo, fino a 2 milioni di anni fa, lo psichismo torna verso una sorta di specializzazione, con un incremento di modularizzazione (separazione di funzioni nei settori cerebrali), producendo la comprensione del mondo naturale, che appare oggi innata come la grammatica, e l’intelligenza tecnologica, attraverso cui, senza specializzazione anatomica, l’uomo è in grado di risolvere i problemi di sopravvivenza di se stesso, della famiglia e della specie. L’utilizzo consapevole del fuoco, a partire da 400.000 anni fa, dimostra come tale acquisizione tecnica abbia avuto una forte influenza più sullo psichismo che non sulla semplice sussistenza, attraverso una maggior sicurezza e un’estensione delle ore di luce praticamente illimitata con ampie retroazioni sociali. Il picco di questa fase dello psichismo è raggiunto con l’acquisizione del linguaggio parlato (probabilmente non prima di 200.000 anni fa). A tal punto, lo psichismo mostra una seconda fase di crescente fluidità cognitiva, fino al completamento del tipo di intelligenza generalizzata tipico della mente umana. (A. Salza, 2000) Il Neolitico, con la totale gestione delle risorse ambientali, sembra aver completato il processo 10.000 anni fa, anche se troppo poco si conosce dell’influenza delle accelerazioni tecnico‐percettive subite dallo psichismo negli ultimi cento anni. L’architettura della mente è un prodotto dello psichismo, attraverso fasi successive. (F. Facchini, 1995) Nella prima fase, il cervello contiene tutti i processi del pensiero, ottenuti dall’interazione tra un’intelligenza generalizzata e le porte percettive verso la realtà. La fase due vede, attorno al nucleo generalizzato, il proliferare di moduli specializzati di intelligenza e pensiero, con domini circoscritti (tecnico, linguistico, sociale, ambientale), anche se forse il linguaggio ha avuto funzioni più di collegamento che non una vera e propria autonomia, in rapporto alla 3


percezione dall’esterno. Nella terza fase, si aprono le comunicazioni a due vie tra l’intelligenza generalizzata (nucleo dello psichismo) e i vari domini, di modo ché si avvia un flusso di retroazione con la percezione del mondo. Il prodotto finale è una sorta di modulo cognitivo di meta rappresentazione, lo psichismo umano. Ritagliarsi un posto in un mondo così competitivo non è stato facile, per superare le prove giornaliere a cui l’Homo era sottoposto, ha dovuto munirsi di un sistema nervoso tale da metterlo in grado di guadagnare prontamente la fuga (come nel caso fosse attaccato dai grandi felini presenti nella savana), o di attaccare prontamente le proprie prede (nel caso di attività di caccia o predazione in genere. L’uomo ha convissuto per milioni d’anni con uno stato d’ansia capace di metterlo nelle condizioni migliori per interagire con l’ambiente, trovando evidentemente poi, il modo di ridurre, e tenere sotto un buon controllo questo stato fisiologico. Vediamo più da vicino cosa si intende per ansia e quali risvolti ha nel quadro psicoanalitico e medico. ANSIA Si può intendere l'ansia come uno stato affettivo spiacevole, contraddistinto da sentimenti di incertezza, di insicurezza, di paura che si collegano ad una sensazione, spesso vaga e indefinita ma sempre penosa, di pericolo: come se qualcosa di minaccioso incombesse sulla persona, obbligandola ad una specie di ritrazione (o di difesa) rispetto alla sua normale vita di relazione, all'azione in corso, ai suoi compiti ed ai suoi progetti. (U. Galimberti, 2002) Questa situazione affettiva è spesso accompagnata da fenomeni somatici, quali agitazione più o meno marcata, senso di costrizione e soffocamento, tensione muscolare, spasmi, accelerazione del ritmo cardiaco, e così via; sono modificazioni collegate al sistema nervoso autonomo e soprattutto all'azione del sistema simpatico. (R. J. Blumenschine, J. A. Cavallo, 2000) Le basi biologiche dell'ansia rimandano alla caratteristica attività delle zone mesencefaliche, ipotalamiche e limbiche attraverso una complessa rete di collegamenti tra loro e con zone della neo‐ corteccia particolarmente nei lobi frontali, nonché all'azione dei mediatori neuro‐chimici, particolarmente al metabolismo dell'adrenalina e della nor‐adrenalina. (M. F. Bear, W. B. Connors, A. M. Paradiso, 2002) Vista in quest'ottica l'ansia acquista i contorni di un’emozione spiacevole in cui intervengono aspetti di ordine esperienziale e di ordine obiettivo viscerale e motorio, nonché modifiche di ordine affettivo e cognitivo. (M. Andriola, 2008) TABELLA RIEPILOGATIVA DEI DISTURBI D’ANSIA NOME DESCRIZIONE Disturbo di panico Attacchi di panico frequenti, che si manifestano in periodi discreti e che iniziano con la comparsa improvvisa di un’intensa apprensione, di timore o di terrore, spesso associati con sentimenti di disgrazia imminente. Agorofobia Ansietà legata al rifiuto di luoghi o situazioni dalle quali può essere difficile o imbarazzante fuggire, o nelle quali è difficile ottenere aiuto nel caso di un attacco di panico. Disturbo ossessivo‐ compulsivo Disturbi d’ansia generalizzati 4 Caratterizzato da ossessioni, che causano una forte ansietà e angoscia, e/o compulsioni che neutralizzano l’ansia. Ansia eccessiva e preoccupazione che persiste per almeno sei mesi.


Fobia specifica Ansia clinicamente significativa provocata da esposizione a certi tipi di situazioni particolarmente paurosi, che inducono per lo più un comportamento d’evitamento. Fobia sociale Ansia clinicamente significativa provocata da esposizione a certi tipi di situazioni sociali o di prestazione, che portano spesso a comportamento d’evitamento. Disturbo post‐ traumatico da stress 5 Rivivere un evento estremamente traumatico accompagnato da sintomi di aumentata eccitazione e dall’evitamento di stimoli associati con il trauma. Tabella 1 Fonte adattata da Amarican Psychiatric Association. Tratto da M. F. Bear, W. B. Connors, A. M. Paradiso, Neuroscienze, Masson, Milano, 2002, p. 701 E’ stato stimato che ogni anno in Italia più del 22% dei maschi e del 9% delle femmine soffrono di uno dei disturbi d’ansia conosciuti elencati nella tabella n. 2. Ciò che caratterizza specificamente l'ansia rispetto al fenomeno emozionale in genere è la sua tendenza a durare maggiormente nel tempo, la sua pervasività psichica via via crescente, ed il senso di insicurezza che induce nella persona. Queste caratteristiche possono tuttavia essere di portata molto lieve in quell'ansia che si può definire «normale» (nel senso di comparire saltuariamente nella quasi totalità degli individui) che assume piuttosto le caratteristiche di un allarme di fronte ad un «pericolo» esterno e che svolge, quindi, una positiva funzione di messa in allerta dell'organismo in situazioni percepite di particolare difficoltà, accrescendone l'attenzione e le capacità di reazione e di prestazione. Per es.: l'ansia che si può provare di fronte ad un esame, di fronte ad un compito in cui le probabilità di riuscita appaiono dubbie, di fronte ad una situazione che appare con scarse possibilità di controllo, e così via. È questa un'ansia, constatabile anche nel mondo animale, che è legata strettamente alla sopravvivenza ed allo sviluppo della specie, e che si può instaurare su schemi di passate esperienze via via generalizzandoli ed utilizzandoli attraverso la memoria e l'apprendimento. Si tratta inoltre di un'ansia che può defluire rapidamente e spontaneamente soprattutto se si riescono a mettere in atto reazioni adeguate alla situazione, oppure anche soltanto con la scomparsa del pericolo avvertito. Occorre tuttavia rilevare che le risposte da individuo ad individuo a queste forme di ansia possono essere molto diverse, che in vari casi lo stato ansioso tende a persistere e ad acuirsi anche in assenza di specifici pericoli esterni. Questo perché, in realtà, nell'essere umano le dimensioni dell'ansia si complicano enormemente rispetto all'animale, non si incanalano sul binario degli istinti bensì sulle loro rappresentazioni, filtrate da schemi cognitivi complessi, dalla storia culturale, dai tabù e dalle inibizioni delle pulsioni sessuali ed aggressive, dai meccanismi di posposizione e di trasformazione dei soddisfacimenti istintuali, dalle regole e dalle esigenze della vita sociale, e così via. È in definitiva nel rapporto dell'uomo con gli altri uomini (come nota G. Benedetti) e con il proprio mondo interno di proibizioni, di regole, di rappresentazioni, di vicissitudini affettive e di sentimenti, e soprattutto di conflitti, che occorre cercare il luogo dell'ansia. Ed è da questo punto di vista – che colloca nella capacità di integrazione e di rispondenza dell'Io al suo mondo interno ed esterno il nocciolo dell'ansia – che diventano abbastanza deboli i confini tra ansia normale e ansia più grave, di ordine nevrotico e patologico. Se l'individuo non possiede mezzi psichici sufficienti per rispondere alla situazione con decisioni idonee e con adeguate ristrutturazioni del proprio mondo cognitivo‐affettivo, l'ansia di tipo situazionale tende a trasformarsi in forme più gravi e generalizzate che, ovviamente, possono


instaurarsi anche al di là di ogni contingenza situazionale. Tra queste la più diffusa (ed anche la meno grave) è quell'ansia di tipo generalizzato «flottante», in cui i sentimenti di apprensione e di insicurezza possono dominare – saltuariamente ma anche largamente – l'individuo, dilatando le interpretazioni degli eventi esterni ed il proprio senso di inadeguatezza, facendo apparire i compiti più difficili, l'ambiente più ostile, i giudizi altrui meno favorevoli e così via. Diventa più chiara in questi casi l'eziologia interna dell'ansia, il suo rimando ad un pericolo che viene dal «di dentro» dell'individuo piuttosto che dall'esterno, in cui l'«oggetto pericoloso» non ha contorni netti e non affiora come tale alla coscienza, se non attraverso le dimensioni sintomatologiche. Nell'ottica freudiana, cui si devono magistrali analisi dell'ansia, questo pericolo si collega soprattutto ai conflitti pulsionali interni, alla paura delle pulsioni di base sessuali ed aggressive ed alla loro rimozione infantile: l'Io si difende con l'ansia di fronte al pericolo di essere travolto da questa oscura minaccia interna. E quando non è in grado di controllare l'ansia in modo corretto attiva meccanismi di difesa inconsci, per rimuovere il pericolo, per proiettarlo fuori di sé, e così via. È in tale quadro che l'ansia può trasformarsi in fobie, in paure i cui oggetti sono largamente filtrati dall'ordine del simbolico e dal mondo interno delle rappresentazioni: sembra più facile difendersi da un nemico esterno che da uno interno: in realtà si tratta di un irrigidimento nella prigione sintomatologica che rende più problematica la remissione dell'ansia. Anche al di là dell'ottica psicoanalitica in senso stretto, quasi tutti gli orientamenti psicologici e psichiatrici vedono nell'ansia una genesi che rimanda a situazioni conflittuali interne, a nodi non risolti nella storia psichica infantile e nel mondo delle relazioni primarie: nodi che esperienze successive di vita possono aggravare anziché risolvere. Se è vero che l'Io umano non è per sua natura adatto alla libera soddisfazione degli istinti specie quando si confronta con il principio di realtà (come ha notato Anna Freud), è anche vero che un peso importante acquistano nella formazione dell'ansia esperienze frustranti e di disapprovazione provate nelle relazioni interpersonali (H. S. Sullivan), oppure gravi attentati che vengono commessi ai valori esistenziali della persona (R. May) e così via. Non bisogna inoltre sottovalutare il fatto che condizioni generali della vita sociale possono riflettersi sul mondo individuale ed intrapsichico, rendendo maggiore l'insicurezza, più difficile la formazione della identità personale e dell'autocollocazione esistenziale e sociale. Potrebbe essere, questo, il risvolto negativo, sul piano esperienziale e adattivo, di una vita sociale fattasi per certi versi molto più mobile e libera e per altri versi dominata da problemi che sfuggono alla dimensione ed al controllo individuale (in certe posizioni di ruolo, comunicazioni spesso così mediate da escludere il rapporto interpersonale, consapevolezza di armi pericolose a livello planetario, e così via). Queste dimensioni, per così dire, sociali dell'ansia non vanno enfatizzate troppo ma sicuramente non ignorate anche all'interno della ricerca e della pratica terapeutica su casi più specificamente di interesse clinico. RISULTATI OTTENUTI MEDIE E DEVIAZIONI STANDARD STATO A MEDIA Deviazione 6 Adulti lavoratori età media 38 anni Maschi 1296 femmine 1007 36 39,93 9,7 11 Adulti lavoratori età media 38 anni ‐esperimento Maschi 19 femmine 16 24,69 23,68 5,7 3,70


standard TRATTO A MEDIA Deviazione standard 7 36,47 41,27 9,6 9,68 Tabella 2 Tratto da O.S. Organizzazioni Speciali. Firenze 1989 32,47 32,5 6,62 8,61 Dai dati ottenuti si nota che il campione sottoposto al test sia prima del rilassamento che dopo ha evidenziato un livello d’ansia assai più basso di quello della media nazionale. Per ansia di tratto si intende quello stato d’ansia abituale, ordinario, per ansia di stato si intende quello rilevato in un dato momento dopo condizionamenti particolari come quello derivato dopo una tecnica di rilassamento. L’esperimento, ha dimostrato come l’uso abituale od occasionale del rilassamento psico‐fisico abbia un benefico effetto nel tenere sotto controllo lo stato d’ansia. Nelle sezioni successive cercherò di spiegare l’origini dello psichismo e cos’è l’ansia e gli stati patologici conseguenti. (M. Andriola, 2008) PULSIONE Con pulsione si traduce in italiano il termine tedesco Trieb, utilizzato da Freud per indicare quelle spinte che orientano il comportamento umano senza predeterminarne una meta e richiedere un oggetto fisso. Quando si tratta di comportamenti istintuali, fissati ereditariamente e presenti in forma pressoché identica in tutti gli individui di una stessa specie, Freud non usa il termine Trieb ma quello di Instinkt. La pulsione, a differenza degli istinti, non implica un comportamento preformato nel suo svolgimento e adattato al suo oggetto, ma una variabilità di meta, la contingenza dell’oggetto, ed una spinta forte se pur relativamente indeterminata. Il termine Instinkt è pertanto riservato da Freud, come sottolineano Laplanche e Pontalis, agli schemi filogenetici originari: quali, p. es., i fantasmi originari della vita intrauterina, della scena primaria, della castrazione e della seduzione. Scheda 1 Fantasia ( dal gr. fantàzŌ, appaio). Il concetto di fantasia riveste nella letteratura psicoanalitica numerosi significati, partecipando delle ambiguità inerenti all'uso quotidiano del termine. Da un lato ci si riferisce ad esso in quanto attività immaginativa (sognare ad occhi aperti, fantasticare), come contrapposta al pensiero ed al comportamento adattativo; dall'altro, in quanto attività mentale inconscia, che accompagna ogni pensiero, sentimento, comportamento, e che può divenire o no cosciente. Quest'ultima accezione del termine e del concetto è quella che più propriamente contraddistingue la ricerca psicoanalitica, rispetto ad altre metodologie di indagine e di osservazione. La psicoanalisi ha, infatti, per oggetto peculiare di studio la fantasia inconscia e le sue varie manifestazioni nel transfert. Nell'opera di Freud, il termine Phantasien compare la prima volta negli Studi sull'isteria, dove Breuer e Freud sottolineano la frequenza e l'importanza dell'attività di fantasia nell'isterico, considerandola inconscia e avvicinandola agli stati ipnoidi. Nelle Minute teoriche per Wilhelm Fliess del 1897, Freud già la indica come la via indiretta per


raggiungere le «scene primarie» alla base dell'eziologia dell'isteria e la descrive in quanto facciata psichica costituita per sbarrare l'ingresso ai ricordi, sottolineando – come approfondirà ne L'interpretazione dei sogni – che le fantasia si formano sulla base di cose udite, e successivamente utilizzate, che combinano esperienze vissute e cose udite, fatti passati (dalle vicende dei genitori e degli antenati) e cose viste con i propri occhi, ed hanno pertanto una struttura paragonabile a quella del sogno, in quanto come i sogni possono venire analizzate anch'esse come «formazioni di compromesso». Tratto da J. Laplanche e J.-B. Pontalis, Enciclopedia della Psicoanalisi, Laterza, Bari, 1973, vol. II, pp. 161-167. In base a questa distinzione, la pulsione è in Freud un «concetto limite tra lo psichico ed il somatico», che consiste in un processo dinamico costituito da una spinta che, quando opera, promuove uno stato di eccitazione psichica o tensione (fonte), che orienta l’individuo a un’attività, geneticamente determinata ma largamente modificata dall’esperienza individuale e dal rapporto con l’ambiente, che intende sopprimere lo stato di tensione o di eccitazione (meta). La pulsione ha un oggetto, definibile come «ciò in relazione a cui, o mediante cui la pulsione può raggiungere la sua meta». L’oggetto è, per Freud, «l’elemento più variabile della pulsione»; non è ad essa «originariamente collegato», ma connesso soltanto in forza della sua proprietà di rendere «possibile il soddisfacimento»; può consistere anche in «una parte del corpo del soggetto; e può venire mutato «infinite volte durante le vicissitudini che la pulsione subisce nel corso della sua esistenza».Il concetto di pulsione è nel pensiero di Freud strettamente legato a quello di conflitto. CONFLITTO: L’INTERPRETAZIONE FREUDIANA Il concetto di conflitto psichico, inteso come relazione antagonistica tra esigenze diverse all'interno dell'individuo, è implicitamente alle radici della stessa concezione strutturale freudiana della personalità fin da quando, nel 1920‐23, Freud introdusse per la prima volta il termine Es (mutuato da George Groddeck) ad indicare «il grande serbatoio» della libido, il polo pulsionale della personalità, che entra dinamicamente in conflitto con le altre due istanze della personalità stessa: l’Io e il Super‐Io . (S, Freud, 1976) Il conflitto è, cioè, condizione imprescindibile della vita psichica individuale poiché la psiche stessa possiede, secondo la formulazione di Freud, una struttura conflittuale; tuttavia egli collega immediatamente conflitto e nevrosi. Il 21‐V‐1894, in una lettera a Fliess, Freud indicava il conflitto come terzo punto sotto cui classificare le nevrosi e specificava: il conflitto coincide con quella che io considero la difesa. Comprende i casi di nevrosi acquisite in persone che non sono anormali per eredità. Si tratta, in questo momento storico dell'evoluzione del pensiero freudiano, di conflitto inteso come scontro tra desiderio e interdizione, tra istinto e mondo esterno. Nel breve scritto Il sogno del 1900 Freud – come già aveva fatto nella parte de Il materiale e le fonti del sogno dedicata ai «sogni tipici» (1899) – interpreta la sensazione onirica del movimento inibito come espressione di «un contrasto d'impulsi, un conflitto di volontà»; ne La psicopatologia della vita quotidiana del 1901, il conflitto è posto al centro dell'interpretazione dei lapsus verbali, dei disturbi del discorso, delle azioni casuali o sintomatiche. La situazione conflittuale è qui vista come relazione antagonistica tra desiderio e interdizione proveniente dal mondo esterno, come testimonia l'esemplificazione clinica proposta da Freud: «una paziente che intraprende una breve gita a Budapest contrariamente alla mia volontà, ma con forte proposito proprio, si giustifica di fronte a me dicendo che ci va soltanto per tre giorni, ma 8


commette un lapsus e dice: solo per tre settimane, facendo così capire che, a mio dispetto, preferirebbe rimanere tre settimane anziché tre giorni in quella compagnia che io ritengo per lei inadatta». Scheda 2 Desiderio. Per Freud è uno dei poli del conflitto difensivo, ossia dello scontro fra desiderio e interdizione. Nella concezione freudiana bisogno e desiderio non si identificano: mentre il bisogno trova soddisfacimento con la specifica azione che procura l'oggetto adeguato, il desiderio è indissolubilmente legato a «tracce mnestiche», cioè è appagato quando riesce a ripristinare i segni legati alle prime esperienze di soddisfacimento e quindi a determinare la ricomparsa della percezione presente in quelle esperienze. Istinto. Il concetto di Istinto è stato talvolta utilizzato nella letteratura psicoanalitica come traduzione del termine freudiano Trieb, che in accordo al pensiero di Freud è meglio reso dal concetto di pulsione. Quando Freud si pone il problema se esista nell'uomo una formazione psichica ereditaria, in qualche modo analoga all'Istinto degli animali (1915), si serve invece del termine Instinkt. In tal caso si tratta di un elemento filogeneticamente acquisito dalla specie umana, «di un nucleo dell'inconscio, di una sorta di attività mentale primitiva, una sorta di sapere che sfugge a un’esatta definizione, qualcosa che assomiglia a una preparazione alla comprensione» nelle parole di Freud, che riguarderebbe in particolare i processi della vita sessuale e quelle che egli definisce fantasie primarie. Queste ultime verrebbero ereditate e sarebbero presenti nell'individuo indipendentemente dalla sua esperienza. Nel 1908 con Teorie sessuali dei bambini e le osservazioni sull'analisi del piccolo Hans, contenute nell'opera, il concetto di conflitto riafferma tutta la propria centralità. Esso si configura con chiarezza come conflitto tra istinto e mondo esterno, allorché Freud illustra in che modo i bambini si pongono la domanda da dove vengano i bambini. (S. Freud, 1976) È allora che essi debbono far fronte, contemporaneamente, al proprio desiderio di accettare la «favola della cicogna», imposta dall'autorità degli adulti, e al proprio impulso a formulare altre «possibili spiegazioni, per cui avvertono una preferenza di natura pulsionale», e che si trovano così a vivere un conflitto psichico dal quale può ben presto originarsi una ‘scissione psichica’. La spiegazione connessa con l'‘essere buoni’, ma altresì con la sospensione della riflessione, diventa quella dominante, cosciente; l'altra spiegazione, per la quale il lavoro esplorativo ha nel frattempo fornito nuove prove, cui tuttavia non è consentito di essere valide, diventa quella repressa, “inconscia”. Viene in tal modo a costituirsi il complesso nucleare della nevrosi. Freud non presta ulteriore attenzione alle conseguenze che tale conflitto può avere sull'istinto epistemofilico, sul processo di conoscenza, sull'ulteriore sviluppo mentale, il suo interesse è focalizzato sullo studio delle pulsioni, ed è seguendo questo filone che nel 1909 con Osservazioni su un caso di nevrosi ossessiva (Caso clinico dell’uomo dei topi ) egli perviene al riconoscimento del conflitto mentale come evento assolutamente intrapsichico, non soltanto nel suo sviluppo ma anche nella sua genesi. Qui egli riconosce il conflitto tra amore ed odio come punto di origine della nevrosi, anche se non si spinge ad elaborare una vera e propria teoria degli affetti restando vincolato a concetto di pulsioni delle quali gli affetti non sono, per lui, che sottoprodotti. 9


Freud, dunque, sebbene intuisse fin dagli Studi sull’isteria l'esistenza di impulsi e rappresentazioni inconciliabili all'interno dell'individuo, e comprendesse ch'essi erano alla base della sofferenza umana e dei disturbi mentali, non colse del tutto come le persone soffrissero per le idee e i sentimenti contrastanti e ambivalenti verso sé e i propri cari, né quanto complicate fossero le vicende di queste idee e questi sentimenti, legati agli oggetti, nel proprio mondo interno e nei rapporti col mondo esterno. Ci diede tuttavia molti elementi di questa fondamentale presenza del conflitto all'interno degli individui e nei rapporti sociali, e dei vari motivi e modi attraverso cui si genera e si manifesta; tali elementi si ritrovano per lo più nelle differenti spiegazioni di ordine topico (conflitto fra sistemi e istanze; fra conscio e preconscio, separati dalla censura, fra principio del piacere e principio di realtà; fra Es, Io, Super‐Io) o di ordine economico‐dinamico (conflitto fra pulsioni sessuali e pulsioni dell'Io o di autoconservazione; fra libido rivolta a un oggetto esterno e libido rivolta verso l'Io; fra pulsioni di vita e di morte dopo il 1920) che del conflitto egli dà. D'altra parte non si può del tutto separare le varie teorie di Freud sul conflitto, dal suo continuo ricorso all’Edipo, struttura relazionale di per sé conflittuale e soggiacente, come giustamente sostengono Laplanche e Pontalis (1967), a qualsivoglia gioco delle pulsioni e delle difese e a tutta la riflessione freudiana su esse. L’INTERPRETAZIONE KLEINIANA Chi ha sviluppato ed esteso le idee di Freud sul conflitto psichico è Melanie Klein, il cui pensiero al riguardo sintetizza ad un livello di comprensione maggiore i problemi aperti da Freud e raccoglie e risolve molti suoi dubbi e incertezze. Freud in Al di là del principio del piacere aveva riaffermato, con l'ipotesi metapsicologica di pulsioni di vita e di morte, la centralità dell'ambivalenza nel conflitto. Abraham, studiando la psicosi e in particolare gli stadi maniaco‐depressivi, aveva collegato la contemporanea presenza di amore e odio al rapporto primario con la madre, sia istituendo l'ambivalenza come categoria genetica che specifica la relazione oggettuale di ogni fase dello sviluppo della libido, sia individuando gli effetti ed i conflitto generati dall'ostilità verso l'oggetto e dall'incorporazione cannibalica del seno materno. M. Klein, sollecitata da Abraham nella sua seconda analisi con lui, sviluppò l'ultima teoria sulle pulsioni di Freud e le indicazioni di Abraham; ella descrisse come Eros e Thanatos operino in stretto antagonismo e conflitto nella mente umana fin dai primi giorni di vita, e i vari modi in cui l'amore e la distruttività si compenetrino sempre nei rapporti con gli oggetti, essendo l'amore per la madre fin dall'inizio strettamente congiunto con intenti ostili e distruttivi (e non successivamente, come per Abraham, che ipotizzava un primo stadio preambivalente e la comparsa dell'ambivalenza con la dentizione) in concomitanza, non necessaria, a esperienze di frustrazione e privazione, o di disagio interno. La sua opera è uno sforzo di descrizione di questo conflitto intrapsichico, che domina tutta la vita umana, e dei differenti tentativi che gli individui attuano per alleviarlo e risolverlo o al contrario eliminarlo e negarlo, già all'interno della precoce relazione col seno e con la madre. Per la Klein il conflitto non è più, come pur sempre era per Freud, un conflitto fra la violenza delle passioni e la morale e l'autorità che le inibiscono, siano pur esse oggetti interni e non regole esterne, ma soprattutto un conflitto morale inconscio, che genera nell'individuo inibizioni cognitive ed emotive ed è causa di ogni sofferenza psicologica, se non viene integrato, elaborato e compreso. Possiamo quindi dire che la Klein risponde con i suoi scritti e il suo lavoro clinico alle «prove, cui tuttavia non è consentito di essere valide», a cui Freud nella sua opera alludeva e che in parte accantonava. L'osservazione di Fritz, nonostante sia il suo primo scritto, mette bene in luce la sua futura teoria del conflitto: 10


11 1) conflitto ed inibizione epistemofilica si accompagnano e sono strettamente collegate al sadismo e all'invidia inconscia, che sostituiscono alla reale bontà e al valore del sé e degli oggetti un «essere buoni» di natura compiacente, timorosa e superficiale; 2) il conflitto può essere risolto non attraverso la diminuzione delle «passioni», o dell'odio o dell'ostilità in particolare, quanto attraverso il loro riconoscimento e la piena assunzione di esse e dei loro effetti sul sé e sugli oggetti; ciò comporta gravi ansietà, dolore, rinunce e perdite, e un grosso e lento lavoro psichico (passaggio dalla posizione schizo‐paranoide alla posizione depressiva; 3) il conflitto è di natura emotiva ma anche cognitiva, come soprattutto Bion e Money‐Kyrle svilupperanno in seguito. La Klein evidenziò sostanzialmente come la causa dei conflitti del bambino e dell'adulto siano gli intensi sentimenti inconsci sperimentati nelle relazioni. Questi vengono proiettati, introiettati e scissi dal soggetto, che intende evitare di sentirsi cattivo e provare dolore. L'uso dei meccanismi difensivi ammala e confonde l'individuo, e lo precipita in un conflitto per cui egli non sa più chi è cattivo e chi è buono, che cosa è vero e che cosa è falso, quale è la realtà e quale è la fantasia. Il bambino, già piccolissimo, come l'uomo maturo, hanno però desiderio di conoscere e trovano sollievo nella conoscenza, che si accompagna strettamente ai sentimenti di amore e di gratitudine. La risoluzione del conflitto è permessa solo dall'integrazione di esso, tramite il riconoscimento dell'ambivalenza dei sentimenti, che in parte è rimossa nell'individuo e in parte è scissa e proiettata negli oggetti interni ed esterni, e attraverso gli sforzi di riparazione degli oggetti di amore, indispensabili alla vita e ad ogni forma di crescita umana. Scheda 3 Posizione depressiva. Secondo Melanie Klein è una fase dello sviluppo infantile analoga al quadro clinico della depressione. Essa si costituisce verso il quarto mese ed è in genere superata entro il primo anno di vita; consiste essenzialmente nell'angoscia di distruggere o perdere la madre e viene superata dal bambino mediante due processi: l'inibizione della propria aggressività e la riparazione fantasmatica dell'oggetto materno; questa, in particolare, si concreta nella restituzione dell'integrità all'oggetto amato, che viene introiettato in modo stabile e rassicurante, e nella vittoria delle pulsioni di vita sulle pulsioni di morte. La posizione depressiva può ripresentarsi nel corso dell'infanzia e, nell'età adulta, nel lutto e negli stati depressivi. TERAPIA DELL’ANSIA PATOLOGICA Se parte dell'ansia può rimettersi spontaneamente, se una certa tolleranza alla «sofferenza psichica» di questo tipo è necessaria, restano pur sempre situazioni che vanno affrontate con opportune terapie, soprattutto i casi di ansia nevrotica o comunque grave. La terapia si avvale di due fondamentali vie di approccio: una sul piano biochimico attraverso quei farmaci comunemente noti come Ansiolitici, appunto; l'altra sul piano psicologico attraverso un approccio psicoterapeutico. Questo si avvale di forme, tecniche e metodi differenti derivati dalle varie scuole e orientamenti della psicologia: psicoanalisi e psicoterapie derivate da essa, forme di ordine esistenziale, relazionale, non‐direttivo, socio‐cognitivo, cognitivo‐comportamentale (tra cui quelle utilizzanti tecniche basate sul c. biofeedbak), ecc. In contesti psicologici e medici possono impiegarsi anche forme di rilassamento, training autogeni, ecc. Nel campo dell'ansia possono essere particolarmente utili psicoterapie brevi


(short‐term ) che hanno il vantaggio della rapidità dell'intervento ed anche del contenimento della spesa. In sviluppo sono – per motivi pratici ma anche teorico‐clinici – psicoterapie di gruppo. La sostanza minimale di ogni intervento psicologico dovrebbe comunque essere quella di riportare la persona in sintonia con il proprio interno e con l'ambiente, di accrescere la sua capacità di affrontare con realismo le situazioni, di aiutare il processo di consolidamento della propria identità ed il senso della relazione inter‐umana. In molti casi di ansia la collaborazione medico‐psicologo (e la contemporaneità di trattamento farmacologico e psicologico short‐term ) si rivela particolarmente utile per aiutare il soggetto ad affrontare l'emergenza e quindi ad inserirsi in eventuali trattamenti di maggior durata. SCISSIONE Sul finire del sec. XIX, molti disturbi psicopatologici furono descritti, soprattutto in Francia, con i termini di «doppia coscienza», «personalità multipla», «sdoppiamento della personalità», «dissociazione dei fenomeni psicologici». Con essi si intendeva porre in risalto quel fenomeno da tempo già descritto in letteratura (vedi i racconti di E. A. Poe, e romanzi come Il doppio di Dostoevskij, Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde e Il dottor Jekyll e Mr Hyde di R. L. Stevenson), per cui un individuo in determinati casi può essere diviso in se stesso in due o più persone, che possono ignorarsi reciprocamente e perseguire sul piano del comportamento e del pensiero mete e finalità diverse e contrapposte. Freud stesso partì nella sua esplorazione della mente umana dai fenomeni di scissione, influenzato in parte certamente da Janet e dalla psichiatria francese ed in seguito da Breuer, ma diversamente da questi autori abbandonò molto presto il concetto di scissione sostituendovi quello di inconscio, di rimozione e di conflitto psichico. Così, da un lato, Freud estese il processo di scissione a tutti gli uomini, dimostrando con le sue nuove teorie come in ogni persona esistesse un'area psichica inconscia, rimossa e separata dalla coscienza; dall'altro, relegò il termine in secondo piano, utilizzandolo solamente per designare la divisione dell'apparato psichico in più sistemi (inconscio e preconscio‐conscio) e istanze (Es, Io, Super‐Io) o per indicare la divisione dell'Io in una parte che osserva e in una che è osservata. Nonostante egli abbia ripreso negli ultimi anni della sua vita il termine, assegnando ai fenomeni della scissione una loro specifica importanza, è a Melanie Klein, piuttosto che a Freud, che si deve la loro centralità in psicoanalisi. La scissione è, infatti, nel suo sistema teorico un elemento di base, sia quale modalità precoce con cui opera la mente, sia come causa dei disturbi psichici. Lavorando con i bambini, Melanie Klein presto si accorse di come i meccanismi di scissione costituissero la primissima difesa dell'Io nei confronti dell'angoscia e della distruttività e iniziò ad esplorarne le varie forme. Successivamente, anche stimolata dagli studi e dalle osservazioni di W. R. Fairbairn, vi diede un rilievo ancora maggiore, intitolando una delle posizioni del funzionamento mentale posizione schizoparanoide. In essa la scissione sarebbe il modo peculiare al bambino di esperire agli inizi le vicende della vita o anche di non esperirle, frammentando il proprio Io; e si distinguerebbe in alcune forme connaturali allo sviluppo emotivo e cognitivo e in altre, decisamente patologiche. Le prime, di carattere evolutivo, permetterebbero di distinguere le qualità e gli aspetti degli oggetti e della realtà, avviando il processo integrativo; le seconde, di natura difensiva, determinerebbero all'opposto una frantumazione dell'esperienza e una divisione in pezzetti dell'Io, prevalendo in quelle situazioni in cui l'istinto di morte, in personalità già caratterizzate da un Io carente e fragile, viene a dominare su quello di vita. 12


Scheda 4 Posizione Schizoparanoide. Uno dei concetti cardine della teoria psicoanalitica kleiniana è quello di posizione. Con esso la Klein designò sostanzialmente due diverse configurazioni delle relazioni oggettuali: la posizione Schizoparanoide la posizione depressiva. Presenti in modo successivo nello sviluppo del primo anno di vita, esse sono anche operanti alternativamente ed in modo oscillante durante tutta l'esistenza. In questo senso, il concetto di posizione è per la Klein strutturale, e non più cronologico come quelli di fase o stadio libidico utilizzati da Freud ed Abraham, ed indica le differenti caratteristiche dell'Io, delle modalità relazionali, dell'angoscia e delle difese che si manifestano «a più riprese» nel processo di crescita progressiva dell'individuo. Considerando le posizioni «configurazioni specifiche che persistono tutta la vita», alla Klein interessava sottolineare come l'integrazione raggiunta dall'individuo non fosse mai completa nello sviluppo, ma richiedesse una costante e continua elaborazione dei conflitti che l'esistenza comporta. La posizione depressiva non prenderà così mai completamente il posto della posizione Schizoparanoide, anche se una sua buona elaborazione nei primi anni dell'infanzia funzionerà da solida base per affrontare gli eventi futuri con minor angoscia, in modo più realistico e maturo, e più creativamente. Il che — dal suo punto di vista — suggerisce sia che in ogni momento di vita (soprattutto di fronte a situazioni di conflitto, cambiamento, separazione e perdita) l'individuo possa riadottare modalità di comportamento e relazionali più primitive e già abbandonate, sia che il neonato — benché funzioni prevalentemente in un'ottica schizoparanoide — non sia sempre scisso e perseguitato e che fin dagli inizi operino in lui i germi della successiva posizione depressiva. IL CONCETTO DI SCISSIONE NEL PENSIERO FREUDIANO E KLEINIANO Ripercorrendo più in dettaglio la storia del concetto in psicoanalisi, se, come abbiamo detto, Freud in un primo momento ha abbandonato il termine spiegando essenzialmente con i concetti di inconscio, di conflitto psichico, di difesa e di rimozione i fenomeni sottesi al processo di scissione, non si può non sottolineare com'egli vi sia ritornato in una fase finale della sua elaborazione teorica a proposito del feticismo e della psicosi, parlando di una specifica «scissione dell'Io». Questa sarebbe una difesa particolare, che permetterebbe la coesistenza simultanea nell'Io di due opposti atteggiamenti, che non verrebbero ad influenzarsi reciprocamente, né produrrebbero alcuna sorta di compromesso. Nel feticista, l'Io crederebbe nello stesso tempo sia che la donna non ha un pene, sia che ce l'abbia (l'oggetto feticcio), mantenendo entrambi i punti di vista attivi e separati. Nella psicosi, non sarebbe (come nel feticista) la castrazione che verrebbe denegata da una parte dell'Io sotto l'effetto degli impulsi pulsionali, ma la realtà stessa, a cui verrebbe sostituita una vera e propria «costruzione delirante». Lo psicotico conserverebbe anch'egli come il feticista una percezione corretta della realtà, ma nello stesso tempo se ne distaccherebbe totalmente attraverso il delirio al fine di evitarne gli elementi penosi e spiacevoli o di soddisfare le pulsioni. La scissione dell'Io implicherebbe quindi per sfuggire ad un conflitto, secondo l'ultimo Freud, un'alterazione dei rapporti fra l'Io e la realtà e sarebbe operante 13


non unicamente nelle perversioni e nella psicosi, ma anche nella nevrosi e nei comportamenti infantili. Questi sono molto spesso connotati da un conflitto insanabile fra le pretese delle pulsioni e quelle della realtà e comporterebbero, come ogni nevrosi adulta, una certa «spaccatura dell'Io», variabile da persona a persona. Le conclusioni raggiunte da Freud negli ultimi anni della sua vita furono anticipate dalla Klein nel suo lavoro fin dal 1919‐20. Ella si imbatté immediatamente, nell'analisi infantile, nella compresenza nei bambini di atteggiamenti contrastanti e reciprocamente indipendenti e vide nella scissione dell'oggetto un processo fondamentale agli inizi della vita, che mise in connessione sia all'immaturità dell'apparato percettivo infantile, sia all'ambivalenza innata. La scissione fu pertanto da lei descritta, in un primo tempo, nel contesto dell'unificazione dell'oggetto e del Sé e in rapporto alla proiezione e all’introiezione. Ella in sostanza osservò come nel gioco e nelle fantasie i bambini distribuissero in vari personaggi diversi aspetti di se stessi e degli oggetti tenendoli ben separati per padroneggiare i loro conflitti interni. Questa divisione del buono e del cattivo, dell'odio e dell'amore, del reale e del fantastico, avrebbe secondo la Klein non solo una funzione difensiva, ma permetterebbe di mettere ordine nei rapporti oggettuali, di classificarli e di differenziarli, facilitando col tempo l'integrazione e l'elaborazione della posizione depressiva. Scheda 5 Proiezione. Con proiezione si intende in psicoanalisi un processo difensivo inconscio mediante cui si attribuiscono ad altri sentimenti, desideri, qualità personali, e persino oggetti e parti del sé, ritenuti non desiderabili al proprio interno. Usato per lo più per designare un meccanismo patologico, il termine indica anche dinamismi difensivi rientranti nella normalità e, più in generale, sta a significare che la percezione sensoriale e la strutturazione interna della realtà esteriore sono sempre, almeno in parte, soggettive La prima volta che Freud descrive la proiezione è nel 1894 in Legittimità di separare dalla nevrastenia un preciso complesso di sintomi come «nevrosi d'angoscia». Essa viene in questo scritto da lui definita come una modalità psichica che la nevrosi utilizza per fronteggiare stimoli interni, pulsionali, vissuti come pericolosi. Pochi anni più tardi, in Nuove osservazioni sulle neuropsicosi da difesa, la proiezione è però già presente nel suo pensiero nel senso corrente di meccanismo di difesa, tramite cui si imputa inconsapevolmente ad altri qualcosa che non si vuole riconoscere come appartenente a sé. Il processo di proiezione è sin dagli inizi (si vedano le Minutee teoriche per Wilhelm Fliess, 1892‐97), connesso da Freud a una specifica patologia: la paranoia. Classica è la sequenza ch'egli evidenzia nel caso Schreber: non sono io che lo odio, ma è lui che mi odia; o quella che vede, in Alcuni meccanismi nevrotici nella gelosia, paranoia e omosessualità, sottesa a certi sentimenti di gelosia: non sono io infedele ed ostile, ma tu lo sei e mi tradisci. La proiezione non è comunque da lui attribuita soltanto ai fenomeni paranoidi, ma anche considerata alla base di altre sintomatologie, le fobie, p. es., e vista operante in ogni nevrosi e nella stessa vita quotidiana. Come modalità più generale, la si ritrova in Totem e Tabù, quando Freud tratta della superstizione, della mitologia e dell'animismo, in L'avvenire di un'illusione, e in tutti quei passi in cui egli affronta il tema della costituzione del mondo nel bambino. Sarebbe con il raggiungimento di quest'ultima che il bambino scoprirebbe che l'oggetto buono e quello cattivo costituirebbero un unico oggetto, diversamente colorato a seconda dei momenti dal suo intenso amore o dal suo violento odio. La presa di coscienza della duplicità e contraddittorietà dei propri sentimenti naturalmente determinerebbe un’ulteriore scissione dell'Io e dell'oggetto per eludere la sofferenza per la propria ambivalenza e soprattutto le angosce di natura depressiva, collegate al timore di aver guastato e rovinato irreparabilmente l'oggetto che si ama e il proprio Sé 14


amorevole e capace di buoni sentimenti. La crescita comporterebbe l'elaborazione di tutti quei processi difensivi sorretti dalla scissione (il diniego, l'idealizzazione, l'identificazione proiettiva) e la riparazione costruttiva, e non maniacale, degli oggetti e del Sé. In una seconda fase del suo pensiero, con lo scritto Note su alcuni meccanismi schizoidi del 1946, la Klein iniziò ad interessarsi più approfonditamente alle forme violente e patologiche di scissione, differenziandole progressivamente nel corso della sua opera da quella scissione dicotomica necessaria alla crescita e all'integrazione. Notò innanzitutto come ad ogni scissione dell'oggetto corrispondesse una scissione dell'Io e come questa fosse di natura frammentante e disintegrativa quando nell'individuo predominano l'istinto di morte e la persecuzione e l'idealizzazione. La scissione patologica costituirebbe allora una reazione alla minaccia della distruttività avvertita internamente: una difesa che in realtà finirebbe per porsi al servizio stesso dell'istinto di morte anziché proteggere da esso, in quanto lo spezzettamento dell'Io e delle sue funzioni genererebbe un crescente impoverimento della personalità attraverso lo svuotamento del legame con gli altri e del contatto con sé, la realtà e gli oggetti. Un tale processo spiegherebbe il carattere schizoide, che è indifferente e distaccato nelle relazioni e lontano dalla consapevolezza della realtà emotiva e psichica, e i vari casi di dissociazione e di psicosi, che presentano terribili angosce di annichilimento del Sé, di essere al contempo più persone e di distruzione della realtà. Scheda 6 Thanatos. Con il termine T. ci si riferisce in psicoanalisi all'ultima teoria freudiana delle pulsioni, che vede contrapposte la vita e la morte. L'uso del termine (introdotto nella letteratura analitica da Federn, seppure lo stesso Freud se ne sia servito nella conversazione) designa il carattere radicale, e decisamente speculativo, di questa nuova concezione metapsicologica. In Al di là del principio di piacere del 1919 Freud utilizza a spiegazione del conflitto psichico il dualismo fra pulsioni di vita (o Eros ), che mirano alla sopravvivenza dell'individuo e della specie, e pulsioni di morte (o T.), che tendono alla riduzione completa delle tensioni e a ricondurre l'essere vivente allo stato inorganico. Malgrado le difficoltà da lui incontrate nel fondarlo nell'esperienza concreta e nel farlo accettare dai colleghi, il concetto di pulsione di morte sarà sostenuto continuativamente da Freud nelle sue ultime opere e descritto a partire dalle complesse vicissitudini che caratterizzano interattivamente (fusione e de fusione, in proporzioni svariate) i due insiemi di impulsi. Una delle ragioni per cui Freud vi si atterrà sarà la crescente considerazione del peso e dell'importanza della distruttività umana nell'esperienza clinica e nell'analisi e, in generale, nel comportamento degli individui e dei gruppi. Questa forma di scissione impedirebbe la distinzione e la differenziazione, e dunque l'integrazione, e sarebbe alla base dei disturbi mentali gravi, caratterizzati da intense preoccupazioni persecutorie e depressive, non totalmente accessibili alla consapevolezza in quanto vissute troppo dolorose e laceranti per il soggetto, e da un generale senso di confusione sia nei confronti degli oggetti che rispetto alla percezione di sé e dei propri sentimenti. Si diversificherebbe perciò del tutto da quel tipo di scissione evolutiva tra buono e cattivo, che è alla base dell'individuazione e della facoltà discriminativa e di giudizio (capacità, p. es., di focalizzare la propria attenzione su un aspetto, prescindendo momentaneamente dagli altri e di sospendere la propria emozione per pervenire ad un giudizio razionale e obiettivo) e dei successivi processi di rimozione e di separazione permeabile fra conscio e inconscio. La frammentazione non permetterebbe, infatti, l'accesso al pensiero simbolico maturo e darebbe origine a un tipo di rimozione particolarmente rigido e impenetrabile, per cui l'inconscio rimarrebbe estraneo alla coscienza, e di conseguenza le varie parti della personalità non 15


entrerebbero reciprocamente in comunicazione, né diverrebbero tutte quante consapevoli all'Io del soggetto, producendo quei fenomeni di «sdoppiamento della personalità» e di «personalità multipla», da cui Freud e la ricerca psicoanalitica presero l'avvio. NEVROSI Il termine nevrosi designa quelle malattie del sistema nervoso che, pur avendo una sede anatomica precisa (nevrosi cardiaca, nevrosi digestiva, ecc.), non presentano alcuna lesione. Con Freud tale termine è divenuto sinonimo non più di malattie del sistema nervoso bensì di vari disturbi di personalità. Per Freud i sintomi della nevrosi hanno sempre un significato: sarebbero, infatti, l'espressione simbolica di un conflitto psichico inconscio e costituirebbero un compromesso fra i desideri proibiti e la difesa. Dal punto di vista nosografico la classificazione delle nevrosi ha subito delle modificazioni nel corso dell'opera freudiana. In un primo tempo Freud distinse psiconevrosi e nevrosi attuali. Nelle nevrosi attuali (neurastenie e nevrosi d'angoscia) l'origine andrebbe ricercata nel presente ed i sintomi sarebbero l'espressione diretta di un soddisfacimento sessuale assente o inadeguato. Nelle psiconevrosi invece, i motivi attuali avrebbero soltanto il ruolo di causa scatenante la riattivazione del conflitto psichico infantile. In un secondo tempo, Freud differenziò le nevrosi di transfert (isteria di conversione, nevrosi fobica o isteria di angoscia, nevrosi ossessiva) dalle nevrosi narcisistiche indicando, con queste ultime, le affezioni che la nosografia psichiatrica classica definiva come psicosi (schizofrenia, psicosi maniaco‐depressiva). Accanto a queste suddivisioni, ben presto Freud distinse pure le perversioni, dalle nevrosi, e fra le nevrosi, quelle in cui il conflitto difensivo si traduceva nella formazione di sintomi specifici e isolabili e quelle (nevrosi di carattere) in cui il sintomo era rappresentato dall'intera struttura patologica della personalità o da particolari modi di comportamento e disturbi di carattere. Sicuramente le nevrosi vengono differenziate dalle psicosi e dalle perversioni, seppure i confini non siano sempre facilmente demarcabili. In questo senso si parla di casi limite o borderline per designare tutti quei disturbi psichici al limite fra nevrosi e psicosi, psicosi e perversione, perversione e nevrosi. NEVROSI D’ANGOSCIA E NEVROSI FOBICA La nevrosi di angoscia è una delle due forme di nevrosi attuale insieme alla neurastenia. Si distinguerebbe da quest'ultima in quanto il suo sintomo principale sarebbe l'angoscia. Alla sua origine, differentemente dall'isteria, vi sarebbe un accumulo di eccitazione sessuale, che per l'assente o insufficiente elaborazione psichica si trasformerebbe direttamente in angoscia o in equivalenti somatici di essa (vertigini, dispnea, sudorazione, disturbi cardiaci, ecc.), sprovvisti di contenuto simbolico. Con nevrosi fobica o isteria d'angoscia Freud indicava una nevrosi, il cui sintomo principale è la fobia. Tale sintomo si ritrova anche in altre affezioni nevrotiche e psicotiche senza esserne però il nucleo centrale. Gli oggetti della fobia sono i più numerosi e disparati (animali, malattie, mezzi di locomozione, spazi chiusi e aperti, ecc.) e rappresentano per il soggetto fobico una fonte di intensa angoscia, in quanto simboli di situazioni, oggetti, impulsi inconsciamente temuti e ritenuti pericolosi. La fobia si costituirebbe per Freud similmente all'isteria di conversione, attraverso la rimozione che separa l'affetto della rappresentazione. L'affetto, dapprima trasformato in angoscia, non verrebbe però convertito in sintomi somatici come nell'isteria di conversione, ma sarebbe legato in un secondo momento all'oggetto fobico. NEVROSI OSSESSIVA 16


Nella nevrosi ossessiva il conflitto psichico si esprimerebbe in idee ossessive, in comportamenti coatti e nella lotta contro questi attraverso gesti e condotte rituali. Lo stile di pensiero nella nevrosi ossessiva è ripetitivo, monotono e contrassegnato dal dubbio, dagli scrupoli, dalla ruminazione mentale e dalla superstizione, che alla fine inibirebbe sia l'azione sia la libertà e la creatività dei processi di simbolizzazione. Freud ha evidenziato, come meccanismi di difesa specifici, lo spostamento, l'isolamento e l'annullamento retroattivo, mettendo in luce la forte ambivalenza di questi pazienti verso le figure parentali e la loro prevalente fissazione e regressione alle problematiche di controllo ed espulsione della fase anale. Ha altresì illustrato la relazione sadomasochistica che essi intrattengono con i loro oggetti esterni e interni. Melanie Klein ha invece rilevato come la nevrosi ossessiva possa esser presente già nella prima infanzia e com'essa rappresenti un blocco nello sviluppo e il fallimento del tentativo di dominare e padroneggiare con le modalità tipiche della fase anale le forti angosce persecutorie derivanti dal sadismo e dalla distruttività. I meccanismi ossessivi, le formazioni reattive, il bisogno di controllo sono dunque, sempre per la Klein, l'indice di angosce paranoidi sottostanti, che fanno vivere, alternativamente, il proprio sé e gli oggetti, terrificanti e dannosi, e il segno di una lotta interna all'individuo fra procedure più evolute di rapporto, meno violente e più mitigate dall'amore e dall'interesse per l'oggetto, e la tendenza antilibidica e antiemotiva del narcisismo distruttivo. Quando le modalità anali ed ossessive diventano particolarmente forti e tenaci si avrebbe la nevrosi ossessiva vera e propria. NEVROSI TRAUMATICA La nozione di nevrosi traumatica, utilizzata in psichiatria per indicare tutti quei casi di disturbi psicologici conseguenti ad un trauma (incidenti di varia natura, situazioni belliche, catastrofi, ecc.). Attualmente viene prevalentemente postulata un'origine psicogena e si considera la nevrosi traumatica come un disturbo essenzialmente funzionale. Freud ha sostanzialmente posto in luce come il trauma agisca da elemento scatenante una struttura nevrotica precedente e latente. STRESS, NELLA VISIONE MEDICA Lo stress è un termine della letteratura scientifica, entrato nel linguaggio corrente a significare una reazione stereotipa dell'organismo di fronte a evenienze potenzialmente pericolose per l'integrità psico‐fisica. Nel concetto di stress è pertanto implicito quello di reazione di difesa. Il termine è indissolubilmente legato alla figura e all'opera del fisiologo Hans Selye che lo propose nel 1936 e che volle sintetizzare in un'unica parola una complessa e articolata risposta organismica, che lui stesso definì «adattativa» nei confronti di numerosi stimoli esterni. Nel linguaggio scientifico, si intende spesso come stress la somma delle forze (non importa quali) che comportano una resistenza e, nel linguaggio biomedico, la reazione neuro‐endocrina aspecifica che consegue all'esposizione a qualsivoglia stimolo in grado di evocare, appunto, quella reazione. Lo stimolo in causa è definito stressor. Quest'impostazione concettuale è limitativa rispetto all'originale proposta di Selye, che considerava stress ogni risposta adattativa a eventi nocivi. Per es., l'infiammazione era intesa come tipica espressione di uno stress localizzato; lo shock era inteso come tipica espressione di uno stress generalizzato. Nella definizione attuale di stressor rientra pressoché ogni tipo di modificazione ambientale agente con diverse modalità temporali: acuta, cronica, intermittente, ripetuta. Si possono citare: variazioni dell'ambiente fisico, che provocano sensazioni termiche, acustiche, dolorose; traumi, compresi quelli chirurgici; situazioni conflittuali che si inseriscono nella routine di vita e che riguardano l'ambiente familiare, sociale, i rapporti interpersonali; modificazioni delle precedenti abitudini; tensioni emozionali, ecc. Le modalità con cui gli innumerevoli potenziali stressors vengono «affrontati» dalla 17


reazione adattativa sono molteplici e tutta l'imponente letteratura sullo stress sottolinea l'eterogeneità dei comportamenti e la sostanziale impossibilità di prevedere una particolare risposta a fronte di uno stress che non sia rigidamente programmato sul piano sperimentale. Si può comunque dire che la reazione di stress coinvolge, in primo luogo, il sistema nervoso, centrale ed autonomo, con riflessi immediati sugli apparati endocrino, cardiovascolare, gastrointestinale, immunitario, e anche sul comportamento psichico. Tradizionalmente, e con estrema schematizzazione del processo, si distinguono tre fasi della risposta. La prima fase è la reazione di allarme: se lo stress è di breve durata, tutto si risolve in questa fase; se, viceversa, lo stress si prolunga, sopravviene la fase di adattamento. Questa può durare a lungo e corrisponde al periodo durante il quale l'organismo modifica l'assetto metabolico generale per far fronte agli effetti negativi dello stressor. Può, a questo punto, sopravvenire una terza fase, definita di esaurimento, durante la quale vien meno lo sforzo adattativo e l'organismo rischia di perdere la capacità di resistenza di fronte a eventi lesivi (il medesimo stressor, oppure uno nuovo). Come conseguenza finale dello stress non v'è dubbio che possa insorgere uno stato patologico provocato direttamente o condizionato dalla risposta adattativa; si parlerà allora di distress. Ma non è escluso che per l'organismo la reazione si risolva in un soggettivo miglioramento del tono dell'umore, delle prestazioni intellettive e psichiche e, persino, in un potenziamento delle difese, come se determinati stressors venissero recepiti quali utile allenamento per un programma di molteplici meccanismi adattativi; in queste circostanze, si parla di eustress. Fra gli effetti sistematici rilevabili nella fase di allarme si possono citare gli aumenti della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa, e quelli della produzione epatica di glucosio (neoglicogenesi) e della demolizione dei grassi periferici (lipolisi). Molti effetti sono conseguenza dell'aumentata secrezione di Catecolamine da parte della midollare surrenale e di glicocorticoidi (Corticosteroidi) da parte della corticale surrenale. L'attivazione repentina dell'asse ipotalamo‐ipofisi‐surrene nello stress è emersa fin dai primi lavori di Selye e Cannon come un elemento chiave sia nella fase di allarme come in quella di adattamento. Tuttavia, sono coinvolte anche altre attività ormonali: aumentano i livelli circolanti di prolattina, di ormone dell'accrescimento e di glucagone, mentre si modificano vistosamente i sistemi neurotrasmettitoriali ipotalamici che controllano la maggior parte delle funzioni neurovegetative. Le Catecolamine (o Catecolamine) sono sostanze ad elevata attività biologica, così denominate perché caratterizzate da un gruppo amminico e dalla presenza di un anello fenolico del tipo catecolo (di‐ idrossibenzene). Nell'uomo le catecolamine sono sintetizzate nel cervello, nelle terminazioni nervose postgangliari del sistema nervoso simpatico, e in alcune cellule del sistema cromaffine, particolarmente nella parte midollare delle ghiandole surrenali. In endocrinologia, il termine catecolamine viene spesso usato per identificare gli ormoni della midollare surrenale: adrenalina e noradrenalina. Più correttamente, a queste due sostanze deve aggiungersi la dopamina, che è un fondamentale neurotrasmettitore encefalico e periferico; nella midollare surrenale, peraltro, la dopamina non rappresenta che un prodotto intermedio della biosintesi delle altre due catecolamine. Adrenalina‐Noradrenalina‐Dopamina. Il surrene umano produce catecolamine all'incirca nelle seguenti proporzioni: adrenalina 70‐80%, noradrenalina 20‐30%. La midollare surrenale dev'essere considerata la sola sorgente di adrenalina circolante, mentre, in condizioni fisiologiche, meno importante è il suo contributo al mantenimento della noradrenalina circolante, che origina assai più dalle terminazioni postgangliari del sistema nervoso simpatico. Per la preponderante attività di quest'ultimo, il rapporto fra le due catecolamine è nel sangue praticamente invertito rispetto alla midollare surrenale: la noradrenalina costituisce ca. l'80% della quota ormonale circolante. 18


Anche gli oppioidi endogeni sono interessati. In breve, si verifica un'attivazione «straordinaria», indipendente dal consueto programma genetico, della sintesi e della trasformazione endocellulare della pro‐oppiomelanocortina (POMC), molecola progenitrice dell'ACTH ipofisario e di diversi peptidi oppioidi. I meccanismi in gioco sono diversi: oltre alla liberazione acuta dello specifico releasing hormone ipotalamico, si ha in molte circostanze una liberazione ipotalamica altrettanto vistosa di vasopressina (ormone antidiuretico, ADH). Questa molecola è oggi molto valorizzata proprio per il suo possibile ruolo centrale in molte condizioni di stress. Mentre l'ACTH stimola la secrezione di ormoni della corticale surrenale, soprattutto glicocorticoidi, i peptidi oppioidi hanno principalmente effetti neuromodulatori sull'attività dell'ipotalamo e di altre aree encefaliche coinvolte, p. es., nel controllo del sistema cardiovascolare. Peptidi di derivazione dalla POMC e la stessa vasopressina hanno anche azioni importanti su memoria, attenzione, vigilanza e concentrazione mentale, azioni tutte finalizzate alla migliore efficienza pisco‐comportamentale. Nella letteratura scientifica, e anche in quella divulgativa, il termine di stress ricorre frequentemente quando si prendono in considerazione le cause scatenanti situazioni patologiche diverse, dalla cardiopatia ischemica alle ulcere peptiche, dalle riacutizzazioni di malattie infiammatorie intestinali alle crisi d'asma, dalle sindromi depressive a malattie immunologiche come la malattia di Basedow o l'artrite reumatoide. In alcuni casi, si è arrivati a definire come entità nosologica autonoma (p. es., la gastrite da stress) una condizione patologica che sarebbe specificamente causata dalla reazione adattativa. La cronica esposizione a stressors di varia natura è molto aumentata con lo stile di vita contemporaneo, fino a diventarne una caratteristica. Lo stress è ormai considerato tra i fattori predisponenti per lo svilupparsi di alcune malattie di particolare impatto sociale. Nell'ambito delle malattie cardiovascolari, è riconosciuto un profilo psicologico, definito personalità di tipo A, in cui la reattività agli stressors ambientali è più spiccata, con componenti psico‐dinamiche di aggressività ed iperemotività. I soggetti con questa personalità sembrano maggiormente predisposti allo sviluppo di cardiopatia ischemica. Altre condizioni morbose associate a stress cronico sono l'ipertensione arteriosa, la malattia ulcerosa e alcune malattie infiammatorie croniche dell'intestino. Lo stress ha effetti compositi, prevalentemente di segno negativo, su molta patologia psichiatrica caratterizzata da ansia e depressione; ha un ruolo patogenetico importante in disturbi della funzione sessuale femminile (amenorrea; anovularietà) e maschile (impotenza, eiaculazione precoce). Recentemente, è stata valorizzata la possibile influenza negativa degli stress cronici sull'immunosorveglianza. Alcuni degli ormoni che aumentano in modo vistoso nel corso della risposta adattativa (in primo luogo i glicocorticoidi) esplicano la loro azione anche sul sistema immunitario, diminuendo in modo particolare l'attività immune cellulo‐mediata e l'attività citotossica naturale. Questi effetti potrebbero compromettere l'immunosorveglianza antitumorale e non è escluso che situazioni di stress possano accelerare il decorso di tumori già in progressione, mentre non esistono a tutt'oggi elementi sicuri, che possano far attribuire a queste stesse situazioni un ruolo cosiddetto promozionale nei confronti di cellule trasformate in senso neoplastico. LA MEDICINA PSICOSOMATICA La medicina si presenta come inscindibile dalla malattia, suo oggetto primario rispetto alla ricerca antica del regime della salute; persa la connotazione di scienza olistica (basata sull'osservazione di sintomi e segni, reazioni e comportamenti della persona nella sua interezza) e divenuta «analitica» (basata su analisi di laboratorio e rilevamenti strumentali), posta di fronte alla sempre più evidente complessità dell'organismo umano di cui isola l'aspetto patologico, la medicina sta recuperando «globalità» in una nuova dimensione integrata. Il vertiginoso aumento delle conoscenze mediche, tanto 19


in medicina clinica, quanto in chirurgia, di fronte ai quali sorgono sempre nuovi e pressanti interrogativi sul fronte della bioetica, ha prodotto un proliferare di specializzazioni e subspecializzazioni; di contro, le nuove strategie diagnostiche e terapeutiche si orientano a una stretta collaborazione e integrazione con altre discipline, dalla biologia alla genetica, dalla farmacologia alla cronobiologia e alle neuroscienze La medicina psicosomatica in origine, è un complesso di concezioni a carattere esclusivamente applicativo e in tal senso presenti da sempre, come orientamento terapeutico, nella pratica medica, la medicina psicosomatica ha trovato tuttavia la propria veste dottrinale abbastanza recentemente, nella prima metà del nostro secolo, per opera soprattutto degli statunitensi F. Dunbar e F. Alexander. Il presupposto teorico di tale dottrina, detta più correttamente dell’approccio psicosomatica (al paziente), è la considerazione dell’uomo come inscindibile unità psicofisica: tale principio, noto già all’antica medicina ippocratica e confortato, più modernamente, dai dati sui riflessi condizionati (I. P. Pavlov, 1975), dagli studi sulla funzione del sistema nervoso vegetativo ed endocrino nell’emozione (Cannon) e dalle ipotesi della scuola psicoanalitica, implica che in ogni forma morbosa, e fin anche nel trauma accidentale (è ben nota, infatti, la cosiddetta disposizione all’infortunio) giochino un ruolo, accanto ai fattori somatici, anche i fattori psicologici: la corretta valutazione del grado di importanza di tali fattori nell’eziologia, nella sintomatologia e nella terapia della malattia è appunto l’essenza della medicina psicosomatica. Scheda 7 Alexander, Franz. Psicoanalista e psichiatra di origine ungherese (Budapest 1891 ‐ Palm Springs, California, 1964). Figlio di un professore universitario di filosofia di Budapest, che per primo segnalò al figlio il libro di Freud L'interpretazione dei sogni, fu influenzato notevolmente dal clima culturale familiare e dalla figura stessa del padre. Laureatosi in medicina, divenne, dopo la guerra del 1914‐18, il primo allievo dell'Istituto psicoanalitico di Berlino, poi assistente, avvalendosi di una lunga frequentazione con Freud. Nel 1930 si trasferì a Chicago dove occupò la prima cattedra universitaria di psicoanalisi, e dove creò l'Istituto psicoanalitico di Chicago che, da lui diretto per 25 anni, divenne uno dei grandi centri del movimento psicoanalitico. Nel 1938 Alexander divenne professore di psichiatria presso l'università dell'Illinois. Fu sicuramente il grande pioniere della nuova psichiatria americana ed anche uno degli innovatori più vivaci della psicoanalisi in generale, soprattutto sotto il profilo della terapia: il rapporto tra paziente ed analista, i fenomeni complessi che vi avvengono, i suoi riflessi sulla vita del paziente anche di là del contesto relazionale, furono al centro degli interessi di Alexander. La sua lezione in tema di medicina psicosomatica (cioè sulla genesi psichica e sulle dinamiche psicologiche di molti disturbi organici), le sue tesi sulla possibilità di psicoterapia a breve termine, testimoniano di questa sua ottica di tipo pragmatico: anzi più precisamente di un'ottica diretta al rinnovamento della teoria attraverso il rinnovamento della pratica. Un rinnovamento che si giovò anche del vivace interesse di Alexander per le nuove teorie maturate dalle scienze fisiche e matematiche (soprattutto per il principio di indeterminazione di Heisenberg) da un lato, e per l'attenzione alle linee di tendenza della società contemporanea dall'altro. Le sue idee e le sue tesi sono state d'altro canto al centro di grandi controversie specie all'interno del mondo psicoanalitico, nel cui ambito, come ha notato M. Grotjahn, «per alcuni rappresentavano un progresso mentre per altri non erano che un tipo spurio di psicoanalisi». Dal 1956 fu chiamato a dirigere il nuovo Dipartimento di ricerche psichiatriche del Mount Sinai Hospital di Los Angeles. Tra le sue opere si ricordano: Psychoanalysis of the Total Personality (1930); The Medical Value of Psychoanalysis (1936); Psychoanalytic Therapy (con M. French, 1946; 1950); Foundamentals of Psychoanalysis (1948; Gli elementi fondamentali della psicoanalisi, Firenze 1950); Studies in Psychosomatic Medicine (con M. 20


French, 1948; Medicina psicosomatica, ivi 1962); Psychosomatic Medicine (1949). Di carattere filosofico‐sociale l'opera The Western Mind in Transitions: an Eyewitness Story (Il pensiero occidentale in transizione: una testimonianza, 1960). Tratto da Istituto dell’Enciclopedia Italiana, La Piccola Treccani, Roma, 1995 vol. I p. 279 Più precisamente, essa fa luogo all’importanza delle reazioni emotive nello scatenamento di disfunzioni biologiche. Il momento più significativo di tale indirizzo fu determinato dalla possibilità di individuare alcune malattie la cui origine poteva essere considerata esclusivamente di questo tipo. Si parlò – e si parla tuttora – di patogenesi non causale ma deterministica cioè comportante comunque una scelta da parte del soggetto; non vi è dunque da invocare la causa‐effetto biologica bensì la transazionalità ovverosia l’importanza del contesto relazionale. (S. I. Greenspan, 2002) Fra le malattie di origine psicosomatica, sulla cui eziopatogenesi si era accanita invano la medicina biologica, sono da ricordare l’ulcera gastrica e duodenale, l’asma bronchiale, l’ipertensione arteriosa, la colite ulcerosa, determinate artropatie. Secondo alcune ipotesi psicodinamiche il sintomo fisico esprimerebbe a livello biologico una difesa analoga a quelle determinanti, a livello psichico, la situazione neurotica. Secondo altre, il sintomo rappresenterebbe una specie di «linguaggio d’organo», destinato a comunicare una determinata sofferenza emotiva. (W.W. Dyer, 2002) Dal canto suo Alexander, con la tesi degli «schemi dinamici specifici», ha sostenuto il parallelismo fra determinate malattie e la specificità di certi conflitti. Per es., un’iperparasimpaticotonia (da cui ulcere, colite, asma) testimonierebbe fenomeni regressivi tendenti alla dipendenza, tanto quanto un’ipersimpaticotonia significherebbe l’opposto e in pratica un compenso nel senso dell’attività (ipertensione, emicrania, artrite). D’altro canto il problema della somatizzazione o della psicologizzazione del conflitto ha creato molti interrogativi rimasti senza risposte plausibili. ( G. J. Taylor, 1993) L’ipotesi del francese Marty è che il disturbo psicosomatico possa insorgere in soggetti di scarsa fantasia, con insufficiente «mentalizzazione», con forti tendenze realistiche, con pensiero essenzialmente operativo e pertanto psicologicamente «muti». A sostegno di tale modo di vedere, si cita la generica convinzione degli psichiatri che una nevrosi d’organo sia meno impegnativa per il soggetto che non una (psico) nevrosi. ( G. Lindzey, S. C. Hall, F.R. Thompson, 1982) 21


BIBLIOGRAFIA Andriola M., (2003). “I Fondamenti antropologici della creatività”, Angelo Pontecorboli Editore, Firenze; ‐ (2004). “Motivazione al successo”, Angelo Pontecorboli Editore, Firenze; ‐ (2006). Aggressività umana, risvolti in etologia e in antropologia, “Antropos & Iatria”, Gennaio‐marzo, Nova Scripta, Genova; ‐ (2006). “Le origini neurobiologiche dell’ansia”, Angelo Pontecorboli Editore, Firenze; ‐ (2006). The anthropological principles of creativity, “International Journal of Anthropology”, Pontecorboli, Florens January‐Dicember n. 1‐4 pp. 215‐220; ‐ (2007) Prime culture della regione mediterranea, “Ceglie Plurale”, Ceglie M. (BR) dal n. 56 al 60 Gennaio‐ Maggio; ‐ (2008). Quoziente Emotivo (Qe) e Qi, PsicoLAB, Laboratorio di Ricerca e Sviluppo in Psicologia, 27.03., www.psicolab.net; ‐ (2008). L’Istinto costruttivo: come l’Uomo ha modificato la Natura e se stesso, Pontecorboli, Firenze; ‐ (2008). Manuale per animatore di comunità, Pontecorboli, Firenze, in stampa; ‐ (2008). Psicodramma in azione: un percorso verso la guarigione, Pontecorboli, Firenze, in stampa; ‐ (2008). Neurofisiologia del sistema fonatorio umano, Edizioni Altravista, Pavia; ‐ (2008). Il sacro nell’Antico Egitto, “Quaderni di Etnologia e Archeologia del Sacro”, Alinea Editrice, Firenze; ‐ (2008). Aggressività e Mobbing. Firenze: PsicoLAB, 19.06, www.psicolab.net ; ‐ (2008). Neurobiologia dei Processi Cognitivi Legati alla Memoria, 05.08, www.psicolab.net; ‐ (2008). Reti neurali e Intelligenza Artificiale (IA) PsicoLAB, 29.09, www.psicolab.net; ‐ (2009). Neuroscienze e Antropologia cognitiva, PsicoLab, 13.01, www.psicolab.net; ‐ (2009). Il ruolo dell’oblio nei processi mnemonici, Pisolab, 24.11, www.psicolab.net. Blumenschine R. J., J. A. Cavallo, Comportamento alimentare ed evoluzione umana, “Le Scienze”, Milano, 2000, Quaderni n. 113, pp. 46‐53. Coppens Y., L’origine dell’uomo nella Rift Valley, “Le Scienze”, Milano, 2000, Quaderni n. 113, pp. 16‐22. Dyer W.W., Le vostre zone erronee, Rizzoli, Milano, 2002 pp. 23‐25 Facchini F., Antropologia. Evoluzione, uomo, ambiente, Utet Libreria, Torino, 1995 pp. 120‐132. Farnè M., L’ansia, Il Mulino, Bologna, 2003, pp. 127‐128. Freud S., Casi clinici 4, Il piccolo Hans, Borighieri, Torino, 1976, pp. 13‐25. Galimberti U., Dizionario di psicologia, Garzanti, Torino, 2002, p. 72. Greenspan S. I., L’intelligenza del cuore, Mondadori, Milano, 2002, pp. 3‐12 Laplanche J. e J.‐B. Pontalis, Enciclopedia della Psicoanalisi, Laterza, Bari, 1973, vol. II, pp. 161‐167. Pavlov I. P., Psicologia e fisiologia, Newton Compton, Roma 1975 pp.37‐46 Taylor G. J., Medicina Psicosomatica e Psicoanalisi contemporanea, Astrolabio, Roma, 1993, pp. 25‐29. 22


Come pubblicare su Neuroscienze.net Neuroscienze è una rivista on-line di informazione scientifica che tratta tematiche di Neuroscienze, Psicologia e Scienze Cognitive. Chi può collaborare? Se sei un medico, un neurologo, uno psichiatra, uno psicologo, o se hai conoscenze specifiche di neuroscienze, psicologia o scienze cognitive in genere, Neuroscienze ti offre la possibilità di collaborare inviando i tuoi lavori. Che percorso farà il tuo articolo? Gli articoli ricevuti verranno considerati per la pubblicazione dall’Editorial Board e successivamente inviati ai referee per la valutazione. Come devono essere gli articoli? Per poter essere pubblicato su Neuroscienze, il tuo lavoro deve rispettare le prescrizioni contenute nella pagina “LINEE GUIDA PER GLI AUTORI“. Come inviare il tuo articolo? Per inviare il tuo articolo a Neuroscienze devi essere registrato al portale ed aver effettuato l’accesso con username e password forniti al momento dell’iscrizione. A quel punto potrai accedere direttamente alla zona riservata ed inserire autonomamente il tuo articolo. Linee Guida per gli Autori Tutti i manoscritti sono soggetti a revisione redazionale. La presentazione di un articolo per la pubblicazione NON implica il trasferimento del diritto d’autore da parte dell’autore all’editore. Tutti i documenti sono pubblicati sotto Licenza Creative Commmons. E’ responsabilià dell’autore ottenere il permesso di riprodurre immagini, tabelle, ecc da altre pubblicazioni. Requisiti Titolo, Autore e sottottotitolo: titolo, nome dell’autore e un sottotitolo sono necessari. Parole chiave (keywords): per motivi di indicizzazione, un elenco di 3-10 parole chiave è essenziale. Abstract: Ogni articolo deve essere accompagnato da un Abstract di un massimo di 10 righe.


Note: Evitare le note a piè di pagina. Quando necessario, numerarle consecutivamente e riportare le diciture appropriate a piè di pagina. Bibliografia: nel testo segnalare i riferimenti degli autori (cognomi ed anno di pubblicazione) tra parentesi. L’elenco dei riferimenti deve essere in ordine alfabetico secondo il cognome del primo autore di ogni riferimento. Il cognome di ogni autore è seguito dalle iniziali del nome. Si prega di citare tutti gli autori: ‘et al.’ non è sufficiente. A questi devono seguire: l’anno tra parentesi, titolo, rivista, volume e numero delle pagine. Esempi: Articoli pubblicati su Giornale: Gillberg, C. (1990). Autism and pervasive developmental disorders. Journal of Child Psychology and Psychiatry, 31, 99–119. Libri: Atkinson, J. (2000). The developing visual brain. Oxford: Oxford University Press Oxford Psychology Series. Contributi a Libri: Rojahn, J, e Sisson, L. A. (1990). Stereotyped behavior. In J. L. Matson (Ed.), Handbook of behavior modification with the mentally retarded (2nd ed.). New York: PlenumPress. Pubblica un Articolo Dopo esserti registrato al portale, invia il tuo articolo dalla pagina: http://www.neuroscienze.net/?page_id=1054

More magazines by this user
Similar magazines