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Giuseppe Casale - PoliticaMente

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L’ΑΝΗΡ ΑΡΧΙΚΟΣ DI CICERONE<br />

IL PRINCEPS TRA DEITÀ E “MEDIA” UMANITÀ<br />

La città “semovente”: un’introduzione aristotelica<br />

Martin Heidegger, durante le sue lezioni universitarie, amava rilevare, in Aristotele, la sintesi<br />

della sapienza “naturale” dell'antichità. Una sapienza che, nell’incapacità di scindere l’aspetto<br />

“fisico” da quello morale ed etico-politico, denunciava una concezione della natura come principio<br />

“produttivo”, il quale fa sì che il singolo ente possa “venire alla presenza” fenomenica, dalla nascita<br />

alla morte, in virtù di una “motilità” essenziale 1 . Ancor prima che la modernità c’insegnasse a<br />

ridurre l’esistente alla datità cosale e “ambientale” della res extensa, e con diversi secoli in anticipo<br />

rispetto alla distinzione scolastica e spinoziana tra natura naturans e natura naturata, ad Aristotele<br />

poteva sembrare un’ovvietà affermare che «sin dall'inizio, dobbiamo tener presente che l’ente<br />

proveniente dalla natura, o in tutto o in parte, è qualcosa di mosso» 2 . E, con maggior precisione:<br />

«Ognuno di questi enti, che dalla natura derivano ciò che sono e come sono, ha in esso stesso la<br />

disposizione che avvia (αρχην) la motilità (κινησεως) e l’immotilità (στασεως), dove motilità e<br />

immotilità sono intesi ora rispetto al luogo, ora rispetto all’accrescimento e alla diminuzione, ora<br />

rispetto al mutamento» 3 . Evidentemente, è il moto o, meglio, la provenienza di esso, a permettere di<br />

distinguere enti “da natura” ed enti “artefatti”. Tutto, insomma, sembra rinviare all’osservazione<br />

dell'αρχη e del luogo ove essa si colloca.<br />

Certamente, αρχη, nella sua duplice accezione: innanzi tutto, ciò da cui qualcosa prende avvio, ma<br />

anche ciò che, avviando, si protende insieme con l’oggetto mosso, indirizzandolo e “dominandolo”.<br />

Insomma, inizio e dominio, anzi, più correttamente, inizio e disposizione. In sintesi: principio, dal<br />

punto di vista sia quantitativo (= “spaziale”), sia qualitativo. Ora, mentre gli enti “naturali” (φυσει<br />

οντα) detengono, in se stessi, questo principio, gli “artefatti” (ποιουμενα) collocano la loro<br />

disposizione al moto – dunque, al nascere e al divenire – nell’αρχη altrui, ossia nella τεχνη di un<br />

αρχι-τεκτων: non basta che ne sia il mero costruttore, occorre anche che costui ne sia l’artefice<br />

progettante, il quale, avendo il τελος dell’oggetto già nelle braccia e nella mente, sia in grado di<br />

elaborare l’esatto concetto (ειδος), di prevedere l’immagine (ιδεα) e di provvedere alla compiuta<br />

realizzazione del “prodotto finito”.<br />

Sin qui, non ci sarebbero problemi nell’estendere una simile concezione all’universo mondo<br />

delle “cose”, naturali o meno, comunque esistenti. Cosa dire, però, riguardo alla città? Sicuro,<br />

Aristotele e chi lo precedette la ritenevano un ente naturale, dotato di proprio moto e di propria vita,<br />

con tanto di potenziale conservativo (δυναμις) e di spinta interna, di tipo operativo-migliorativo<br />

(ενεργεια da εν-εργον), che le consente di “possedersi”, sovrana (αυταρχης), nel proprio fine<br />

(εντελεχεια da εν τελει εχει 4 ). Ma se la città si compone di uomini, ciascuno con una propria<br />

specificità naturale, e se essa stessa risulta dall’operazione fondativa, conservativa e migliorativa<br />

altrui, come può definirsi un φυσει ον?<br />

1<br />

A questo proposito, si vedano le risultanze di un corso in particolare di Heidegger, ora disponibili, anche in italiano,<br />

nel saggio “Sull’essenza e sul concetto della φυσις. Aristotele, Fisica, B, 1”, in Segnavia, Milano 1987.<br />

2<br />

Fisica, A, 2, 185a 12.<br />

3<br />

Ivi, B, 1, 192b 13-15.<br />

4<br />

Heidegger, da parte sua, ne ricostruisce il concetto, associando il τελος al particolare stato di quiete che l’ente<br />

consegue, mediante una compiutezza tutta da verificare e mai definitiva: «Il dispiegarsi più puro della sua essenza è da<br />

cercare non là dove la quiete significa cessazione o interruzione del movimento, ma là dove la motilità si raccoglie nello<br />

stare fermo (Stillhalten), e questo stare in sé non esclude, ma include la motilità, anzi non solo la include, ma la schiude<br />

[…]. Il movimento del guardarsi intorno e dell’andare a vedere è veramente la suprema motilità della quietezza del<br />

(semplice) vedere in sé raccolto. Tale vedere è il τελος, la fine, in cui solamente si riprende il movimento del guardare<br />

intorno, e che è essenzialmente motilità (“Fine” non come conseguenza della cessazione del movimento, ma come<br />

inizio della motilità, come mantenimento riprendente il movimento). La motilità di un movimento consiste allora<br />

eminentemente nel fatto che il movimento di ciò che è mosso si riprende nella sua fine, nel suo τελος, e in quanto così<br />

ripreso nella fine, si “ha”: εν τελει εχει: εντελεχεια, l’aversi-nella-fine (das Sich-im-Ende-Haben)» (Segnavia, cit., p.<br />

238).<br />

1


Un’obiezione del genere può essere mossa soltanto quando si sia già cessato di concepire la politica<br />

come innestata, a pieno diritto, nell’alveo dell’ontologia, in quanto scienza di un ordine compreso in<br />

un Cosmo bastevole a sé, nient'affatto dipendente dalla mano o dal pensiero dell'uomo. É su<br />

quest'assunto, invece, che la sensibilità classica apprezzava il vincolo di consustanzialità tra natura<br />

cittadina e natura umana, vedendo l'una come condizione necessaria – ancorché non sufficiente –<br />

all’effettivo inveramento dell'altra, posta la definizione teleologica di ζωον πολιτικον. Beninteso, si<br />

sta parlando dell'uomo come ανηρ, quel “di più” rispetto alla connotazione biologica<br />

dell’ανθρωπος, in base alla quale lo Stagirita poteva permettersi di affermare che chi vive al di<br />

fuori della città rappresenta o un “più-che-uomo”, o un “meno-che-uomo”.<br />

Soprattutto, se di moto pur sempre si tratta, occorrerà, anche nel caso della πολις, considerarne la<br />

direzione: con nessuna meraviglia, nel suo τελος, si scoprirà una (altrettanto “naturale”) coincidenza<br />

con l’attuosa (ενεργητικη) soddisfazione della φυσις umana, riferibile tanto all’individuo, quanto al<br />

genere 5 . Il che sarebbe sufficiente a escludere il concetto di una mera situazione circostanziale, tale<br />

da definire il contesto civico un’eventualità, un’opportunità o un semplice contesto. Tra l’altro, che<br />

la città non “appartenga” al cittadino (e che l’αρχη πολεως non viene prodotta dall’uomo) risulta<br />

evidente dalla precedenza dell’una rispetto all’altro. Sarebbe come dire che il Mondo appartiene al<br />

soggetto: semmai, sarà vero il contrario, posto che l’intero precede necessariamente la parte e che,<br />

se il primo venisse a mancare, anche l’elemento “organico” perderebbe la propria funzione, inibito<br />

dall’impossibilità di alimentare la propria δυναμις e di esercitare la propria ενεργεια nel suo luogo<br />

naturale, cioè nel punto di confluenza con le altrui forze ed energie 6 .<br />

Cicerone e il sussidio naturale dell’auctoritas<br />

Con buona pace dell’“anti-romanesimo” di Heidegger, una concezione simile dovette senz'altro<br />

essere condivisa, al di fuori dell’Ellade, anche nell’Urbe di Cicerone. Ce lo segnala la convinzione<br />

secondo la quale Roma «non è sorta per opera di un solo uomo e di una sola generazione, ma nel<br />

corso di parecchie età e per virtù di molti uomini. Diceva infatti Catone che non vi fu mai ingegno<br />

tanto alto a cui nulla potesse sfuggire, e che neppure tanti ingegni riuniti insieme, senza l’esperienza<br />

che deriva dal trascorrere del tempo, potrebbero in un solo momento storico prevedere tutto e a tutto<br />

provvedere» 7 . D’accordo, uno o più individui fondano la città, e possono pure accompagnarne<br />

idealmente gli sviluppi storici, con una saggia amministrazione e con oculate provvidenze<br />

legislative… Eppure, non si potrà mai stabilire, ex ante, a quali nuove accessioni la cittadinanza<br />

andrà incontro, quali saranno i puntuali comportamenti dei cittadini, quali vicende “cinetiche” ne<br />

determineranno, di giorno in giorno, il suo aspetto costitutivo e non soltanto accidentale. In una<br />

parola, il fondatore, il legislatore o il reggitore, non sono pure i creatori della città! Se così fosse,<br />

costoro dovrebbero collocarsi esternamente, come il burattinaio che ha in vista un proprio, distinto<br />

τελος, muovendo i fili di una “materia civica” a tal punto disanimata, ovvero, così innaturalmente<br />

5 Il problema è esposto in dettaglio da F.D. Miller, “Naturalism”, in The Cambridge History of Greek and Roman<br />

Political Thought, a cura di M. Schofield e C. Rowe, Cambridge 2000. Tuttavia, non sentiamo di condividere i rilievi<br />

con cui Miller, distinguendo la φυσις delle opere “fisiche” da quella delle opere “etiche” di Aristotele, escogita una<br />

soluzione ai presunti non sequitur affiancando, a una natura di per sé “insufficiente”ai fini civilizzazionali, il concorso<br />

di un’arte umana, talvolta, di tipo suppletivo. In questo modo, lo studioso sembra quasi considerare l’azione dell’uomo<br />

come un intervento extra ordinem, estraneo al circolo contenitivo con cui la città accoglie, nutre e orienta i movimenti<br />

esistenziali del “materiale umano” che la compone.<br />

6 La questione può essere considerata da diversi punti di vista, ammettendo l’incompiutezza (innaturale) di quell’uomo<br />

che non si disponga ad appartenere alla πολις, come sostegno attivo alla felicità dell’intera cittadinanza. Niente a che<br />

vedere, cioè, con il rapporto che intercorre tra l’artigiano e la sua opera: costui, pur cessando di esercitare il proprio<br />

mestiere, continuerà a possedere quelle conoscenze tecnico-teoriche che lo qualificheranno come potenzialmente abile<br />

alla produzione. Non così per il cittadino che, se non agisce nella e per la città, non potrà considerarsi compiutamente<br />

uomo (ανηρ). L’ordine civile, collegato all'affermazione dell’identità del singolo, sussiste esternamente nell’unico<br />

amplesso che coinvolge l’umanità, la divinità e il Cosmo. In quest’ottica, nemmeno l’anima può dirsi esattamente<br />

individuale, neppure se considerata secondo gli esiti “ultra-vitali” che potrebbero riguardarla, data la partecipazione<br />

della ψυχη a una logica di dimensione cosmica, attraverso la mediazione cittadina.<br />

7 De re publica, II, 1.<br />

2


indulgente, da assecondarne il progetto in ogni minimo dettaglio, con pedissequa fedeltà,<br />

scongiurando l’evenienza di qualsiasi turbativa o del benché minimo “imprevisto”.<br />

Più che di creatore, dunque, si può parlare di pro-motore, di autore, che agisce già “dal di<br />

dentro”: egli non stringe in pugno l’αρχη κινησεως cittadina, ma coopera con essa, agendo su<br />

dinamiche ed energie proprie e altrui, che egli non suscita ma, piuttosto, indirizza e corregge, ai fini<br />

delle miglior sorti comuni. In sintesi, si tratta della funzione fondamentale dell’auctoritas, cioè di<br />

quella qualità di guida e di garanzia, che si affianca alla motilità di chiunque la riconosca come<br />

legittimo sostegno, atto a sovrintendere alle proprie vicende conservative e accrescitive. Cicerone<br />

pare averlo bene a mente, già nel momento di delineare i tratti dell’optimus orator, il quale esercita<br />

sui concittadini una consuetudine educativa, beneficiandoli con una sapienza pratica rivestita con<br />

persuasiva eloquenza: l’indole del singolo vir/ανηρ, dell’uomo-cittadino, in senso teleologico,<br />

rimane una precondizione generale, che l’auctor ambisce a coadiuvare mediante un’azione<br />

espletiva, in seno alle istituzioni stesse 8 . In questo, il ruolo civile dell’orator ciceroniano (e, come si<br />

vedrà, anche del legislatore e del politico), non è poi così diverso dal quello svolto dal pater nella<br />

famiglia: costui, ancorché non possegga l’αρχη dei figli, deve e-ducare e pro-muovere, in armonico<br />

ed equilibrato sviluppo, le innate propensioni della prole, in modo affatto coerente sia con la<br />

tradizione, di cui essa è frutto, sia con le legittime aspettative di un più vasto ambito, del quale, in<br />

un modo o nell’altro, diverrà parte responsabile 9 .<br />

Risulta assai significativo, per il discorso che andiamo sviluppando, quel mito fondativo,<br />

elaborato per definire l’archetipo della comunità politica. Con esso, Cicerone narra che fu un tempo<br />

in cui gli uomini vivevano selvaggi e dispersi, sfruttando unicamente la loro forza bruta, ignorando<br />

sia i doveri sociali, sia gli obblighi morali, senza né sacra né iura. Ma venne il momento nel quale<br />

un tipo d’uomo, un magnus et sapiens vir, guardando al degrado in cui versavano i suoi simili,<br />

comprese che gli uomini non erano nati per condurre quel genere di esistenza: costui, percependo le<br />

ben più alte potenzialità dello spirito umano, si dette a persuadere i compagni, riunendoli in un<br />

unico legame e indicando loro tutto ciò che è utile e moralmente valido 10 . Contrariamente alla<br />

retorica isocratea e alla sofistica greca, Cicerone non definisce questo fondatore di civiltà soltanto<br />

per le sue abilità comunicative ma, soprattutto, per le sue qualità pratico-sapienziali. Egli sa mettere<br />

la parola a servizio dell’αρχη comune, per realizzare le virtualità presenti nell’animo dei (da<br />

sempre) potenziali cittadini 11 . Questo ingeniosissimus vir non manipola, né ipnotizza l’uditorio,<br />

suggestionandolo e plasmandolo a proprio uso e consumo: egli, anzi, assolve alla funzione, quasi<br />

impersonale, di “rilevatore-rivelatore”. E, per farlo, deve necessariamente inserire la propria opera<br />

in un flusso di esemplarità rivolto alle generazioni avvenire, in un corso civilizzazionale che<br />

configura un processo sempre mobile, collettivo e complesso 12 .<br />

8<br />

«…quaerimus quem auctorem publici consilii et regendae civitatis ducem et sententiae atque eloquentiae principem in<br />

senatu, in populo, in causis publicis esse volumus» (De oratore, III, 63).<br />

9<br />

Su questo aspetto, seppur con qualche diversità nell’impostazione “tradizionale”, vedi anche Aristotele, Etica<br />

nicomachea, X, 9, 1180a 24 – 1180b 13.<br />

10<br />

«magnus videlicet vir et sapiens, cognovit quae materies et quanta ad maximas res opportunitas in animis inesset<br />

hominum, si quis eam posset elicere et praecipiendo meliorem reddere; qui dispersos homines in agris et in tectis<br />

silvestribus abditos ratione quadam compulit unum in locum et congregavit et eos in unamquamque rem inducens<br />

utilem atque honestam […] ex feris et immanibus mites reddidit et mansuetos» (De inventione, I, 2).<br />

11<br />

«Mihi quidem videtur hoc nec tacita nec inops dicendi sapientia perficere potuisse» (ivi, I, 3).<br />

12<br />

«Sic enim statuo, perfecti oratoris moderatione et sapientia non solum ipsius dignitatem, sed et privatorum<br />

plurimorum et universale rei publicae salutem maxime contineri» (De oratore I, 34). E ancora: «Quis enim tibi hoc<br />

concesserit, aut inizio genus hominum, in montibus ac silvis dissupatum, non prudentium consiliis compulsum potius<br />

quam disertorum oratione delenitum se oppidis moenibusque saepsisse?» (I, 36). Anche in altri contesti, e con parole<br />

più adatte all’attualità stringente di una situazione giudiziale, il mito delle origini, sotto mentite spoglie, torna a perorare<br />

la causa della rifondazione etica della città, chiamando alle proprie responsabilità «qui primi virtute et consilio prestanti<br />

extiterunt». Quel magnus et sapiens vir, che parlava ai “bestioni” di civiltà, stimolando il desiderio di una vita comune e<br />

ordinata, viene rievocato, còlto nella costante presenza che accompagna la comunità sin dai primordi. Egli s’incarna, di<br />

volta in volta, in personalità capaci di condurre l’umanità «ex feritate illa ad iustitiam atque ad mansuetudinem», grazie<br />

alla facoltà di percepire le potenzialità virtuose di ciascun elemento della cittadinanza, «perspecto genere humanae<br />

docilitas atque ingenii». Conviene riportare uno dei passi più illuminanti di un’orazione ciceroniana, proposto, appena<br />

3


Il princeps civitatis come ανηρ αρχικος<br />

Ma ciò non basta. Per comprendere appieno il modo in cui una certa classicità concepisce il<br />

rapporto tra la natura umana e quella cittadina, è necessario osservare attentamente l’altra figura<br />

topica, delineata dalla filosofia ciceroniana. Ci si riferisce, ovviamente, all’immagine del princeps<br />

civitatis, così come descritto nel dialogo del De re publica. Poiché i suoi caratteri sono stati trattati<br />

da una nutrita schiera di studiosi, Ettore Lepore in testa 13 , non possiamo aggiungere nulla di nuovo,<br />

se non adottando un particolare taglio interpretativo, in grado di connettere i pregi del politico<br />

esemplare con la con-naturalità tra l’αρχη πολεως e il carattere cosmico dell'αρχη κινησεως,<br />

principialità che sovrasta l’intrigo delle forze e delle energie che muovono la totalità degli enti. E<br />

cominceremo, senz’altro, con l’affermare l’evidente affinità tra il princeps ciceroniano e l’ανηρ<br />

αρχικος di Panezio, sintesi “iconografica” delle riflessioni platonico-aristoteliche sulla funzione del<br />

reggitore sapiente 14 . Ci addentreremo, così, nella trama che descrive l’ottimo cittadino (optimus<br />

civis), nella cui persona si compendiano le eccellenti risorse del βιος θεωρητικος e quelle del βιος<br />

πρακτικος, risultando quei pregi di un βιος συνθετος che pone l’accento sull'attributo “vitale”, più<br />

conforme ad armonizzare la natura umana con la natura cittadina, entrambe comprese<br />

nell'oggettività cosmica di tutte le “cose”. Sulla base di quel nesso analogico, a ritmo concentrico,<br />

che collega, con un filo aureo, l’uomo, la città e il Mondo, al princeps ciceroniano viene assegnato<br />

un ruolo di mediazione ideale, per il tramite della pro-mozione e dell’iniziativa virtuosa che egli<br />

svolge. Un ufficio, questo, che finisce per coincidere con il simbolo “omphalico”: nella<br />

rappresentanza di tipo antropologico, si conserva l’elemento cosmologico, costituito da un<br />

umbiliculus urbis esattamente allineato con l’ umbiliculus orbis, attraverso il quale s’irradia la<br />

sostanza ordinante che compone gli assestamenti mondani 15 .<br />

sopra, in stralci latini. Tradotto, esso rende più o meno così: «Chi di noi, o giudici, ignora che la natura ha operato in<br />

modo che, un tempo, quando non s’era ancora riconosciuto un diritto né naturale, né civile, gli uomini andavano<br />

vagando, isolati e spersi per le terre, e tanto possedevano quanto, con la violenza del braccio e dando morte e ferite,<br />

potevano strappare e tenere per sé? Quelli, poi, che si affermavano primi per virtù e per senno, resisi conto dell’ingegno<br />

e delle altre qualità umane disciplinabili, ma in quel modo dissipate, raccolsero gli errabondi in determinati luoghi e li<br />

trassero dall’originaria ferinità alla giustizia e all’ordine. Nacquero, da ciò, quelle istituzioni per il bene comune che noi<br />

chiamiamo pubbliche, quelle associazioni umane, congiunte in stabile convivenza, che ebbero il nome di città e che,<br />

affermate le norme del diritto divino e umano, vennero cinte di mura» (Pro Sestio, 91). A un occhio sufficientemente<br />

attento, pertanto, non sarà difficile notare che l’immagine rappresenta una costante nei pensieri e nelle parole di<br />

Cicerone, riproponendosi secondo diverse sembianze, in base al frangente politico e al messaggio da rivolgere. Non è<br />

questa la sede per passare in rassegna tutte le variazioni sul tema in argomento. Il che, tra l’altro, potrebbe risultare non<br />

poco stucchevole. Basti concludere, allora, con uno sguardo rivolto al De officiis, ove l’esordio della societas assurge a<br />

monito e metro di paragone, per individuare il fine naturale della comunità politica, in vista del quale occorre dotarsi di<br />

opportuni presìdi, da ergere dinnanzi alla perenne minaccia del caos, che anima l’azione degli audaces, gli spiriti<br />

tirannici: «Nam, etsi duce natura congregabantur homines, tamen spe custodiae rerum suarum urbium presidia<br />

quaerebant» (II, 73).<br />

13 Il princeps ciceroniano e gli ideali politici della tarda repubblica, Napoli 1954. Pur non potendo citare<br />

esaustivamente l’enorme numero di studi che, in Italia e all’estero, si sono occupati dell’argomento, non possiamo non<br />

ricordare il pregio di E. Berti, Il De re publica di Cicerone e il pensiero politico classico, Padova 1963.<br />

14 Questa prossimità è stata ben rilevata, ancorché in chiave prettamente filologica, da M. Schäfer, “Des Panaitios ανηρ<br />

αρχικος bei Cicero. Ein Interpretationsbeitrag zu Ciceros Schrift De republica”, in Gymnasium, LXII, 1960. Seppur<br />

dedicato al solo De officiis, ancora utile è lo studio (anch’esso filologico) di M. Pohlenz, Antikes Führertum: Ciceros<br />

De officiis und das Lebensideal des Panaitios, Leipzig-Berlin 1934.<br />

15 Un’attività “mediale” di questo tipo è riconosciuta anche da Platone, nel momento di definire il λογος αλεθης come la<br />

“corda d’oro” mediante la quale la divinità muove l’anima umana. La città vanterebbe questo λογος per mezzo del<br />

politico-legislatore: più precisamente, costui provvede a universalizzare il λογος particolare della città coniugandolo con<br />

quello cosmico. In tale maniera, l’ορθος λογος del sapiente reggitore convoglierebbe i λογοι individuali che<br />

compongono la cittadinanza, ottenendo un complesso omogeneo (ομολογια) situato a un più alto livello di qualità<br />

virtuosa, più consono a incontrarsi con le direttrici delle varie “logiche” del Mondo (Nomoi, 645ab; 653b). A questo<br />

proposito, facendo riferimento a una struttura “ternaria” semplice (uomo-società-Dio) o composta (uomo-società, storiasocietà<br />

e Mondo-Dio) della comunità dell’essere cosmico osservata dal punto di vista antropologico, Gian Franco Lami<br />

precisa le modalità con cui avverrebbe detta mediazione, che si manifestano già segnalando, nella tradizione platonica<br />

«l’esistenza di un principio “morale”, cui la politica viene subordinata, manifesta nella centralità “dirimente” della<br />

4


Sarebbe proprio questa facoltà di sintonizzarsi al meglio con l’equilibrio che presiede alla logica<br />

universale, a dotare il politico di Cicerone di un’aggettivazione d’eccellenza, cioè di quel munus e<br />

verum decus (anche stavolta) analogo con il più generale principium movendi della totalità ontica.<br />

In poche parole, l’agire dell’ανηρ αρχικος si adeguerebbe, al massimo delle sue possibilità, alle<br />

“strategie” dell’αρχη cosmica, da Cicerone resa nella metafora numinosa del princeps deus.<br />

I “divini” caratteri del princeps<br />

La funzione ordinante del politico esemplare, ovviamente, come natura “vuole”, si esaurisce<br />

tutta all’interno della città. Costui mantiene con la patria una relazione consustanziale, al pari di<br />

quella che si riscontra nella comunità familiare 16 . Al suo interno, egli emerge dall’anonimia<br />

popolare grazie al suo lumen, una “luce” che appartiene intimamente allo spirito (animus): in virtù<br />

di questo, l'ottimo cittadino diffonde il riflesso delle sue qualità noetiche, sulla base di quella forza<br />

(vis/δυναμις) che spinge a uscire da se stesso e a guadagnare la propria attuosa realizzazione (actus<br />

/ενεργεια) in un coinvolgimento che investe il micro-Cosmo cittadino. In tal senso, il princeps si<br />

mantiene in “movimento”, traducendo in provvide azioni ogni sua consapevolezza, ogni sua commozione,<br />

mai assolutizzando la sua αρχη singolare («motu cietur interiore et suo») 17 , né,<br />

tantomeno, la sua indole “privilegiata”. Talento, acutezza, qualità innate e perfezionate, acquisite e<br />

coltivate: tutto, del suo corredo intellettivo, fisico e morale, si coniuga, senza increspature, con le<br />

risorse della cittadinanza, dando riscontro a un andamento pendolare, sincronico e obbediente<br />

all’identico ritmo, tra la cura del valore individuale e la disposizione a ponderare le scelte,<br />

adeguandole alle circostanze più utili per la salute pubblica 18 .<br />

«A te solo (unum) e al tuo nome (nomen) si rivolgerà (convertet) la città intera, a te guarderanno<br />

(intuebuntur) fiduciosi il senato, tutti i buoni cittadini, gli alleati Italici e Latini: tu sarai il solo, a cui<br />

possa affidarsi la salvezza della città» 19 . Per Cicerone, è comprensibile che un soggetto così dotato e<br />

degno venga investito delle più gravi responsabilità, sulla base di un principio di rappresentanza<br />

autorevole (nomen) e verticale (unum) riconosciuta e sostenuta come catalizzatore di un cimento<br />

che riguarda tutti, per fare fronte comune alle potenze del disordine e della disgregazione. In<br />

ragione di ciò, l’eccellenza promanante dalla condotta esemplare dà origine a un processo di<br />

“conversione” (convertet) propiziato da una “legge vivente” che attira su di sé gli sguardi dei<br />

concittadini (intuebuntur), come pegno di salvezza: già, conversione, come la περιαγωγη di<br />

un’opinione collettiva che si rettifica, seguendo la direzione indicata dal buon comando e dal buon<br />

esempio 20 , in grado di incanalare i vortici dinamici ed energetici verso una composizione sinfonica<br />

e con-corde, nel possesso di una stabilità durevole.<br />

Per tutto questo, il rector (tutor, moderator, curator e conservator) civitatis descritto da<br />

Cicerone assume, a buon diritto, anche il titolo di pater patriae, reiterando le medesime evidenze<br />

virili e paterne che sono di pertinenza tanto della guida familiare, quanto del mitico fondatore. Ed è<br />

coscienza e della forza che ne condiziona l’attività. È vero che tale forza proviene alle qualità psichiche dell’individuo<br />

dall’idea-di-bene e che esiste quindi una sua fonte “oggettiva”, esterna a quella “auto-referente” del soggetto pensante.<br />

Tuttavia, proprio nell’affrontare l’argomento gnoseologico, diventa chiaro il processo (morale ed etico) che coinvolge<br />

tutto l’uomo e la sua anima, per transitare dal mondo del divenire, attraverso una completa conversione, a quello della<br />

“contemplazione” dell’essere nella sua luminosità, e poi tornare all’impegno quotidiano» (Socrate Platone Aristotele.<br />

Una filosofia della Polis da Politeia a Politika, Soveria Mannelli 2005, p. 90 nt. 25). Tradizione, quella platonica, cui<br />

dimostra di appartenere anche Cicerone, nell’atto di attribuire alla recta ratio (= ορθος λογος) il carattere<br />

(intenzionalmente) disvelativo di una vera lex che sia naturae congruens, qualificando, in senso morale, il genere di<br />

operatività politica che dovrebbe essere svolta, in misura suprema, dai legislatori e dai politici sapientes (cfr. De re<br />

publica, III, 22, 33 con De legibus, I, 18; I, 33; II, 8).<br />

16<br />

«Ostendas oportebit patriae lumen animi, ingenii consiliique tui» [De re publica, VI.12.12 (nel c.d. Somnium<br />

Scipionis)].<br />

17<br />

Ivi, VI, 26, 28.<br />

18<br />

«omnis res publica […] consilio regenda est, ut diuturna sit. Id autem consilium primum sempre ad eam causam<br />

referendum est quae causa genuit civitatem» (Ivi, I, 26, 41; cfr. anche I, 31).<br />

19<br />

Ivi, VI, 12, 12.<br />

20<br />

«sese splendore animi et vita suae sicut speculum praebeat civibus» (ivi, II, 42, 69).<br />

5


anche per questo, che il suo percorso esistenziale può essere assimilato a un sentiero che lo collega<br />

alla “deità motrice” 21 . Come il princeps deus è collocato in un – diciamo così – “dentro-davanti”<br />

rispetto alla totalità cosmica, così il princeps civitatis (che pure è praepositus e praestans) non<br />

trascende il consesso civile di cui è parte, ma, nella marcia storica, gli si pone alla testa e ne segna il<br />

passo, allo stesso modo in cui si pone la mens rispetto al corpus 22 .<br />

Così, s'illumina di un significato vieppiù profondo la promessa d’immortalità celeste che, nel<br />

Somnium, viene annunciata all’Emiliano: «Ma perché tu, Africano, sia più risoluto a difendere il<br />

bene pubblico, sappi questo: a tutti coloro che hanno salvato, soccorso, accresciuto la patria è<br />

riservato, in cielo, un luogo definito, dove, beati, godono di un presente sempiterno; infatti, a quel<br />

dio supremo (principi deo) che dirige il Mondo (mundum regit), nulla è più accetto dei concilii e<br />

delle unioni tra uomini associati secondo diritto, chiamati città, i cui reggitori e custodi, di qui<br />

partiti, qui torneranno» 23 . Ecco, quanto viene in terra realizzato dall’uomo replica ciò che si<br />

dispiega nella pienezza cosmico-astrale; micro- e macro-Cosmo si muovono all’unisono, secondo<br />

un omologo principio archico, di tipo direttivo-compositivo; immanenza e trascendenza – per usare<br />

nostri concetti – si definiscono reciprocamente, tanto da non potersi propriamente distinguere,<br />

quando il cielo stesso viene tratteggiato romanamente come una splendida città, ove tutto è<br />

predisposto per gli uomini grandi e valenti, assisi nel “senato” della Via Lattea. Socrate aveva<br />

ipotizzato la sede ultra-terrena come un’immensa αγορα in cui si uniscono, in dilettevoli dialoghi, i<br />

migliori tra i cittadini vissuti. E, come Socrate, anche Cicerone colloca la beatitudine in una<br />

tensione veritativa, la quale è premio a se stessa, che s’immagina coincidere con gli spazi<br />

imperturbabili dell’etere: dai essi gli spiriti αρχικοι provengono e a essi fanno ritorno, per consistere<br />

in armonia con quell’ordine universale il cui “ricordo” accompagnò, durante le fatiche pubbliche, e<br />

quanti tentarono di riprodurne i canoni entro le mura cittadina. Finalmente, teoria e prassi, azione e<br />

contemplazione, si condizionano e si integrano alla perfezione, rimettendosi a un’economia che pur<br />

superando, comprende le ragioni dell’esistenza umana 24 .<br />

21<br />

Ivi, VI, 16, 16. Nonostante taluni accenti arditi, ci sembra comunque meritevole di considerazione lo sforzo<br />

comparativo con cui G. Grammatico (“El munus humanum a deo adsignatum en el Somnium Scipionis de Ciceron”, in<br />

Ciceron, un alma ardiente, Santiago de Chile 1994, p. 199) esamina la topica della “via” in Esiodo, Parmenide e<br />

Cicerone. Nel primo, il cammino (οιμος) esistenziale che consente all’uomo di collaborare con il dio nel compito di<br />

ordinare e conservare l’Universo, consisterebbe in una diuturna applicazione virtuosa traducibile nell’operare secondo<br />

giustizia. Parmenide, dal canto suo, vedrebbe nell’οδος il sentiero attraverso cui avviene la mutazione dell’uomo da<br />

essere sensoriale a essere noetico, in modo che, guidato dal ricordo archetipico del mito, egli possa pronunciare una<br />

parola veritiera riguardo a sé, al Mondo e all’essere (λογος αλεθης). Infine, la via virtuosa di Cicerone consisterebbe in<br />

una costante edificazione della spiritualità individuale, stimolata a maggiori aperture e dedizioni, in vista di una<br />

partecipazione comunitaria sempre più ampia e inclusiva, a detrimento – aggiungiamo noi – delle passioni egoistiche<br />

che si celano nella dimensione psichica del “privato”. Al di là delle singole interpretazioni, pare più che condivisibile,<br />

nello studio di Grammatico, l’idea di una “via di vita” prudente, su cui insiste lo stare-in-moto di un uomo che, di<br />

situazione in situazione, modula ritmi e itinerari, nel perseguimento inesausto della propria εντελεχεια.<br />

22<br />

Questo tipo di colleganza teandrica, nelle parole di Cicerone, si sostanzierebbe a partire dall’analogia inerente al tipo<br />

di mens/animus direttivo che è in questione: «mens cuiusque is quisque; deum igitur scito esse» (ivi, VI, 24, 26).<br />

23<br />

Ivi, VI, 13, 13 s. Altrove, come nel De natura deorum, l’attività svolta dal princeps deus viene più chiaramente<br />

definita un «mundi motum regere».<br />

24<br />

Leggendo la narrazione del Somnium, si ha la sensazione che nell’esito beatificante che chiude il De re publica, siano<br />

ricapitolate tutte le attribuzioni teoretiche e pratiche, etiche e dianoetiche, assegnate al princeps nel corso dell’intero<br />

dialogo: è come se la condizione terrena e quella celeste consistessero in una situazione di contiguità. Per agevolare le<br />

rilevazioni, elenchiamo, qui di seguito, le virtuosità peculiari del politico ciceroniano. Egli, infatti, è: summus (I, 5, 9; II,<br />

29, 51; III, 15, 24), optimus (I, 2, 3; I, 3, 59; V, 6, 8), paene divinus (I, 29, 45), beatus (I, 17, 28), exemplar (I, 1, 1; I,<br />

18, 30; II, 42, 69), liber e fortis (I, 3, 4; I, 5, 9), simplex e apertus (III, 15, 24), magno animo praeditus (I, 5, 9),<br />

praestans (V, 1, 1; I, 44, 69), excellens (V, 1, 1), regalis (I, 44, 69), sapiens (II, 29, 51; I, 5, 9; I, 6, 11), politus (I, 17,<br />

28), catus et cordatus (I, 18, 30), peritus (II, 29, 51), prudens (II, 40, 67), industrius (I, 3, 4), armatus (VI, 1 fr. 2),<br />

avidus sapientiae (I, 3, 19), doctus (I, 17, 28), eruditus (I, 17, 29; I, 22, 36), rector et gubernator (I, 29, 51), moderator<br />

(V, 4, 6), tutor et procurator (II, 29, 51), dictator (I, 40, 63; VI, 12, 12), custos et pater rei publicae (I, 41, 64),<br />

magister veritatis et virtutis (III, 3, 4), potens (I, 17, 28), consulens (II, 42, 65), vigilans (I, 3, 4), conservans (I, 35, 54).<br />

A tutto ciò si unisce il possesso di: fides e probitas (III, 5, 8), comitas e benignitas (II, 20, 35), fortitudo e magnitudo<br />

animi (V, 8, 10; I, 2, 2), pudor e continentia (I, 2, 2), modus e congruentia (II, 1, 1), pietas (VI, 16, 16), religio (VI, 16,<br />

6


Il princeps come “specchio”<br />

Al pari dell’iste princeps civitatis, anche ille princeps deus può essere considerato inscritto in<br />

due dimensioni. Nell’uomo, queste corrispondono all’aspetto individuale e a quello comunitario,<br />

mentre, nel secondo, esse equivalgono alla singolarità del “primato” e al suo carattere universale. Il<br />

dio è unus non già in senso “personificante”, esclusivo e monoteistico, ma secondo un’accezione<br />

principiale ad usum hominis, cioè adeguata all’approssimazione concettuale più o meno idonea a<br />

rendere pensabile l’αρχη κινησεως. Prova ne sia l'adozione al plurale del sostantivo divino, a<br />

significare che anche gli dèi partecipano all’eternità del divenire incorporato nella totalità. Simile<br />

discorso vale anche per gli aggettivi summus, extumus e communis, i quali rinviano a un'istanza che<br />

sovrintende all’orientamento che tutto riguarda e in tutto si rifrange. Ma non basta: esso è anche<br />

mens et temperatio mundi, fons et principium movendi, cursus, a indicazione di un’attività<br />

regolativa ed equilibrativa, che modula e governa la traiettoria delle “movenze corpuscolari”;<br />

magister et imperator omnium per la direzione armonica che imprime alla cinetica globale; lex<br />

sempiterna, come logica mondana, immanente alla vitalità perpetua e “circolare”, la quale inizia da<br />

– e termina in – un Cosmo che tutto contiene 25 .<br />

A questa “fissità motrice-modulatrice”, che trova ben più di un’eco nel κυριον platonicoaristotelico<br />

e nell’ηγεμονικον stoico, si assimila mirabilmente la vis se movendi con la quale il<br />

politico di Cicerone fuoriesce dal proprio circolo egotico, per prendersi cura del micro-Cosmo<br />

cittadino, nella “quiete” come nel “movimento”, nell’otium come nel negotium. Senz’altro, la<br />

manifestazione negoziosa più caratterizzante è l’esercizio del consilium e dell’imperium nelle sedi<br />

istituzionali, nell’atto di assumere le misure utili all’interesse comune e conformi alla ratio civilis 26 .<br />

Questo compito implica un’alta dose di coerenza, manifestando la tempra di chi sa opporsi alle<br />

forze contrarie, ora frontalmente, ora prudentemente. Ma anche l’otium svolge una funzione<br />

performativa, specialmente quando esprime l’attività consultiva e pedagogico-persuasiva, praticata<br />

dal princeps nelle vesti di giureconsulto, di patrono, di oratore. Del resto, il buon cittadino è tale se<br />

sa prestare attenzione agli insegnamenti di una pratica sapienza che traluce dalle parole e dalla<br />

condotta, come nel caso dell’«orationi congruens vita » dell’anziano Catone 27 . Anche la presenza, o<br />

il solo ricordo – mitico o storiografico che sia – dell’optimus vir coopera all’utilitas rei publicae,<br />

istruendo le giovani generazioni alla dottrina dell’amor patrio 28 : quanti hanno meritato di essere<br />

considerati di lignaggio quasi divino, contribuirono, in pace e in guerra, alle buone sorti della<br />

comunità. Per ciò sono chiamati patres, assunti nel flusso di quelle energie che confluisce nella<br />

forza operativa della tradizione 29 .<br />

La lunga serie di premesse e, soprattutto, le ultime considerazioni, non condurrebbero a un<br />

risultato utile al nostro ragionamento, se non contribuissero a farci riconoscere, nell’ανηρ αρχικος,<br />

una duplice azione “specchiante”. Speculum e specimen – per usare la medesima terminologia<br />

ciceroniana – il paradigma dell’ottimo cittadino è, sì, bi-direzionale, ma in ragione del sembiante da<br />

riprodurre, rimanendo identico lo sguardo percettore. Per un verso, esso proietta, a favore degli<br />

occhi dei cittadini, l’immagine (benché approssimativa) dell’archetipo motore e ordinante che<br />

27), sapientia (II, 23, 43), diligentia (I, 22, 36; I, 35, 54), industria e disciplina (III, 3, 4), labor (I, 2, 3), usus colendi,<br />

aedificandi, ratiocinandi (II, 3, 4), potestas (I, 29, 45; I, 23, 43), auctoritas (I, 2, 3; I, 45, 69), consilium (II, 34, 51; I,<br />

36, 60; II, 29, 51), aequitas (I, 35, 55), iustitia (II, 43, 69; II, 42, 69), firmitudo (I, 44, 69), clementia (II, 14, 27).<br />

Gettando una rapida occhiata alla pedagogia del politico platonico, si può notare una certa consonanza con l’Alcibiade<br />

primo, soprattutto per quanto attiene al tono ascetico di una tensione all’auto-superamento che, per amore di<br />

comparazione trans-culturale, possiamo cercare, con successo, anche nella lettura filosofica del “Grande Jihad”<br />

islamico.<br />

25<br />

Vedi De re publica, III, 22, 33; VI, 17, 17.<br />

26<br />

Ivi, III, 3, 4.<br />

27<br />

Ivi, I, 1.<br />

28<br />

Ivi, I, 22, 36; V, 3, 5.<br />

29<br />

Anche per l’integrazione effettuale, a fini morali e politici, tra pedagogia e prassi, vedi l’Alcibiade platonico (in<br />

particolare: 118b, 124b, 126a – 129a, 133c – 134a).<br />

7


sovrintende agli andamenti della cinetica mondana; dall’altro, a essere riflessa è la miglior sostanza<br />

umana domiciliata nella città, ossia, l’insieme delle personalità esemplari e autorevoli, atte a<br />

costituire un modello di auto-rappresentazione in cui la cittadinanza possa riconoscersi-permigliorarsi.<br />

Questo basta per rimontare a una fonte platonica della dialettica ciceroniana 30 . E s’inizierà<br />

subito col dire che, nell’Alcibiade primo, il dialogo tra il protagonista e Socrate si concentra<br />

sull’ambizione a essere se stessi, osservando la propria “ipseità” in qualcuno che la rifletta come<br />

specchio: cosa che favorirebbe lo sviluppo di quella σοφια avente, come corollario, l’impegno a<br />

contribuire alla felicità comune. È pur vero che, nel caso di Cicerone, il processo anagogico segue<br />

un itinerario, in qualche modo, diverso. Infatti, è di più immediata e concreta evidenza la tensione<br />

indirizzata alla dedizione pubblica, sintetizzata dall’interrogativo retorico: «Cos’è più grandioso<br />

della virtù posta al governo della città?» 31 . Socrate parla dell’importanza di un buon maestro di<br />

sapienza, senza tuttavia precisare i modi dell’operatività. L’institutio di Cicerone, invece, avvia un<br />

transito più esplicito dal guardare-(ri)conoscere all’agire, grazie alla mediazione di un auctor «il cui<br />

unico compito, nel quale si riassume tutto il resto, è il continuo controllo e il perfezionamento di se<br />

stesso, per mostrarsi ai concittadini come specchio dello splendore dell’animo e della vita, modello<br />

da imitare» 32 . In breve, quel che viene proposto, al di là del “conoscere se stessi”, è subito un<br />

obiettivo “di massima”, coincidente con l’eccellenza di una virtù politica effettivamente (non<br />

eventualmente!) praticata. Guardando a essa, i cittadini potranno davvero pervenire alla concordia,<br />

a quella “comunità di cuori” che pulsano all’unisono. Il motivo è presto detto: in Cicerone – come<br />

nel mondo romano in genere – la rappresentanza “essenziale” assume una più sicura dimensione<br />

corale, che non abbandona l’individuo alle sue responsabilità, lasciandolo solo, davanti al precetto<br />

delfico. Al contrario, costui viene immediatamente e irrevocabilmente immerso nell’habitat civico,<br />

che già gli predispone un modello tangibile 33 , una guida e una condotta storicamente verificabile:<br />

quasi fosse una coscienza estroflessa offerta a tutti e, perciò, suscettibile di diventare coscienza<br />

collettiva e condivisa.<br />

Eppure al di là di tutto, la via platonica e quella ciceroniana non si biforcano, trovando, invece, un<br />

nuovo punto di raccordo nella sezione finale del dialogo greco, quando si prospetta l’opportunità di<br />

utilizzare lo specchio (κατοπτρον) divino per rifrangere un luce virtuosa su di sé e i sui<br />

concittadini 34 . Così, in entrambi i casi, il riflesso continuativo rende l’ottimo cittadino degno di<br />

essere imitato, per quanto possibile, da ciascuno, secondo la misura naturale che compete a ogni<br />

individuo: osservandolo, la città coglie l’occasione per incrociare lo sguardo con la deità,<br />

riscontrando la forma armonica del proprio assetto.<br />

Il princeps e lo status civitatis: tra conservazione e liberazione<br />

A questo punto, sembra opportuno tornare a uno aspetto già illustrato, così da renderlo utile alle<br />

successive dimostrazioni. Ci si riferisce, cioè, alla considerazione secondo la quale, tra il princeps e<br />

la città non sussiste il medesimo rapporto che intercorre tra produttore e artefatto. Quest’ultimo, in<br />

realtà, riguarda il caso della tirannia, in cui il politico altri non sarebbe che il dominus civitatis, il<br />

quale governa in maniera del tutto “auto-referenziale”, disanimando e denaturando l’ente cittadino<br />

per riplasmarlo a suo esclusivo vantaggio: non per nulla, soltanto a questo tipo di regime, Cicerone<br />

30 Soprattutto per quanto concerne la continuità morale-fisica-dialettica, qualche importante spunto di riflessione può<br />

trarsi da P. Boyancé, “Ciceron et le Premier Alcibiade”, Revue des etudes latines, XLI, 1963, sebbene lo studioso,<br />

indugiando alquanto sui problemi della Quellenforschung, stenti a procedere a una comparazione diretta tra il politico<br />

platonico e quello ciceroniano.<br />

31 De re publica, I, 34, 52.<br />

32 Ivi, II, 52, 69.<br />

33 «Figura hominis» (ivi, II, 26, 48).<br />

34 Alcibiade primo, 133c ss.<br />

8


nega addirittura il nome di res publica, rilevandone, per converso, il carattere di res privata 35 . La<br />

teorica del princeps, d’altro canto, trova sponda nella fede repubblicana di Cicerone e, più in<br />

particolare, nella sua predilezione per il quartum genus civitatis (per i Greci, μικτη πολιτεια), unica<br />

formula in grado di combinare, con euritmia, le spinte provenienti dall’αρχη monarchica,<br />

aristocratica e democratica. Ma la nuda formula non dice tutto. A essa, Cicerone associa parimenti<br />

l’immagine del moderator o rector civitatis, dotato di un’autorità liberamente con-sentita, che<br />

s’impone in virtù di un chiaro prestigio. L’espressione non indica semplicemente una carica<br />

ufficiale od onorifica, giacché si tratta di un primato autorevole, ossia dell’azione svolta da qualsiasi<br />

ottimo cittadino in piena conformità rispetto all’ordine costituito 36 . Giuridicamente, essa trova<br />

corrispondenza con la pratica istituzionale del Senato, mens directiva della città, ma non è escluso<br />

che possa connotare, altresì, l’autorevolezza di un console, di un pretore, di un imperator militare,<br />

di un pontefice, di un augure, di un oratore o di un giureconsulto 37 . In quest’ottica, l’auctoritas<br />

rappresenta un elemento che sta a monte dell’imperium, traducendosi non in un potere di comando,<br />

bensì in una legittima facoltà d’iniziativa, di consulenza e di ratifica. Essere auctor publici consili,<br />

quindi, significa proporre, confermare e garantire. Perciò, il cittadino che concentra, nella sua<br />

persona, l’autorità principiale-direttiva della politica cittadina, riveste necessariamente le qualità del<br />

rector, moderator, tutor e gubernator.<br />

Come s’è detto, la figura degli ottimi governanti non implica alcuna riforma costituzionale 38 .<br />

Non sono esattamente degli autocrati, ma dei “re senza corona”. La loro sorte è strettamente legata<br />

all’optimus status civitatis, duci e garanti contro ogni forma di degenerazione. In modo particolare,<br />

la loro presenza si manifesta in tutta la sua importanza allorché l’impianto costituzionale si dimostra<br />

insufficiente a evitare, meccanicisticamente, che le forze individuali o quelle sociali si scontrino<br />

violentemente, come schegge impazzite, a mo’ di elettroni eccitati dalle polarità divergenti che<br />

scompaginano l’ordine organolettico del corpo 39 . Il compito primario, allora, consiste<br />

nell’individuare le misure idonee a conservare e a consolidare. Sotto quest’aspetto, è il caso di<br />

parlare di un princeps libertatis defendenda 40 , che agisce di concerto con tutte le legittime<br />

istituzioni repubblicane, per mantenere la rotta e allontanare qualsiasi motivo di deviazione. Ben<br />

diversa è la situazione in cui la destabilizzazione sia a un tale stadio di avanzamento da rendere<br />

impraticabile qualsiasi correzione mediante la semplice legalità: in tale evenienza, occorre che<br />

35 «Ergo illam rem populi, id est rem publicam, quis diceret tum, cum crudelitate unius oppressi essent universi, neque<br />

esset unum vinculum iuris nec consensus ac societas coetus, quod est populus?» (De re publica, III, 31, 43).<br />

36 Non è possibile riportare l’andamento della diatriba che, nella prima metà del secolo scorso, ha opposto chi riteneva il<br />

il princeps una figura tradizionale dell’assetto repubblicano a quanti, invece, notavano un’accentuazione del principio<br />

monarchico, tale da prefigurare o, almeno, da favorire ideologicamente – ancorché inconsapevolmente – la svolta del<br />

principato augusteo. Sia sufficiente rimandare alle posizioni di R. Reitzenstein, “Die Idee des Principats bei Cicero und<br />

Augustus”, in Nachrichten von der Königlichen Gesellschaft der Wissenschaften zu Gottingen, 1917; E. Meyer,<br />

Caesars Monarchie und das Prinzipat des Pompejus, Berlin 1922; R. Heinze, “Ciceros Staat als politische<br />

Tendenzschrift”, in Hermes, LIX, 1924; A. Oltramare, “La reaction ciceronienne et les debuts du principat”, in Revue<br />

des etudes latines, X, 1932; P. Grenade, “Remarques sur la theorie ciceronienne dite du «principat»”, in Melanges de<br />

l’Ecole française de Rome, LVII, 1940. Potranno sembrare disquisizioni speciose, tuttavia, all’epoca, contribuirono non<br />

poco a coinvolgere anche l’accademia antichistica nel dibattito del costituzionalismo post-bellico, con particolare<br />

riguardo alla carta weimariana e all’assetto parlamentare francese.<br />

37 Vedi, per esempio: De re publica, I, 25; IV, 11; I, 51-69; II,14-15, 56-58; Pro Sestio, 70; 97; 137-139; De oratore,<br />

III, 60; Ep.ad familiares, I, 9, 11; De legibus, III, 28; De imperio Cn. Pompei, 43.<br />

38 È questa la conclusione cui perviene anche lo studio di A. Magdelain, “Le precedents republicains et la double teorie<br />

ciceronienne du «principat»”, in Auctoritas principis, Paris 1947, pp. 1-36, cui si rinvia anche per la raccolta dei luoghi<br />

ciceroniani a sostegno di tale interpretazione.<br />

39 Potrebbe rendersi anche così la descrizione che Cicerone fornisce del clima repubblicano di allora, nel bel mezzo di<br />

conflitti civili provocati dalla poliarchia dei potentes militari, i quali, alla guida delle rispettive fazioni (sectae),<br />

concorrevano alle supreme cariche pubbliche in maniera del tutto irrituale. Si osservi, a titolo esemplificativo, De re<br />

publica, I, 69.<br />

40 Philippicae, IV, 1.<br />

9


l’auctor ad liberandam patriam 41 agisca secondo quanto esige la logica di uno stato d’eccezione,<br />

cioè privato consilio, non potendo fare affidamento su istituzioni ormai ridotte all’inerzia 42 . Non<br />

potendo attendere oltre, costui passa direttamente all’azione: non essendo più tempo di vegliare, il<br />

princeps libertatis recuperandae o revocandae 43 forza gli eventi, come se, in veste di dictator,<br />

proclamasse lo iustitium: una “sosta dello ius”, una sospensione-inattività del diritto che,<br />

momentaneamente, arresta le dinamiche politiche e sociali, collocando la città al di fuori della<br />

storia, per il tempo necessario a somministrare la “terapia” adeguata 44 .<br />

Nonostante la diversità tra le funzioni e i metodi d’azione, non esiste una contrapposizione tra il<br />

“conservatore” e il “liberatore” 45 . Esiste, al contrario, una continuità tra le due figure “archiche”, le<br />

quali, potenzialmente, coincidono con il medesimo tipo prudente che, come “metronomo” della<br />

città, sa cogliere il καιρος nella circostanza concreta, in base all’esigenza del momento.<br />

L’obiettivo è il medesimo, considerando, poi, che nemmeno la seconda accezione del princeps si<br />

pone extra ordinem. Infatti, non assimilandosi a una dittatura “costituzionale” in senso stretto, essa,<br />

a ben vedere, replica l’identica funzione assolta dal fondatore, la cui opera contribuisce affinché la<br />

natura della città – detto in termini heideggeriani – “venga alla presenza”. Il fondatore e il liberatore<br />

non agiscono all’interno di un ordine giuspositivo (di fatto) vigente, ma hanno, alle loro spalle, la<br />

fonte originaria della necessità oggettiva: la stessa che – in senso schmittiano – giustifica la<br />

distinzione tra norma di diritto e norma di attuazione del diritto, tra autorità costituente e autorità<br />

costituita 46 . Tanto l’anomia originaria, quanto lo stato d’eccezione rappresentano, cioè, quel “grado<br />

zero” della legge che, sebbene in assenza di diritto, è tuttavia co-essenziale ai successivi sviluppi<br />

politici e giuridici della società umana. D’altronde, l’auctoritas – di cui sia il “conservatore”sia il<br />

“restauratore” sono dotati – non contiene, forse, un carattere già anomico e pre-giuridico, da cui<br />

pure prende avvio la validazione e, quindi, la giuridicità del sistema potestativo? 47<br />

41 Ivi, II, 26.<br />

42 Anche per tale distinzione, si rinvia alle dimostrazioni di A. Magdelain, Auctoritas principis, cit., con il prezioso<br />

corredo di citazioni riferibili ora al conservator, ora al liberator.<br />

43 Cfr. De re publica, II, 46 ; Philippicae , IV, 1, 16 ; XIV, 19 ; Ep. ad familiares, XII, 24, 2.<br />

44 Sul carattere dello iustitium, così si esprime Dario Sabbatucci: «Quando – sempre in caso di gravi circostanze – un<br />

dittatore o il senato sentivano la necessità di proclamare (indicere) un iustitium, si aveva di fatto la sospensione di ogni<br />

attività pubblica e privata, ma di diritto soltanto la sospensione dell’attività giudiziaria. Era come se si sospendesse la<br />

iurisdictio, e, per effetto di questa sospensione, ogni attività si arrestasse automaticamente, ossia senza divieti specifici.<br />

Quale teoria è dietro tutto questo? Possiamo svolgerla così: con gli iura si è nella storia, senza gli iura se ne è fuori […].<br />

Il momento del tribunale è esso stesso una sospensione di ius (iustitia), sia pure limitata al tempo del processo e alle<br />

sole parti in causa; donde la necessità delle parti in causa di ricorrere ad un avvocato che parli in loro vece, in quanto<br />

esse, prive di iura, è come se non esistessero […] e essendo l’ius la sola garanzia della presenza storica, la sua<br />

sospensione equivaleva ad una sospensione dalla storia» (Lo Stato come conquista culturale. Ricerca sulla Religione<br />

Romana, Roma 1984, pp. 210 s.). Per quanto riguarda più strettamente Cicerone cfr. A. d’Ors, “Ciceron, sobre el estado<br />

de excepcion”, in Ensayos de teoria politica, Pamplona 1979).<br />

45 Questa, invece, pare essere la conclusione di A. Magdelain, Auctoritas principis, cit. pp. 21 ss., di cui non<br />

condividiamo neppure la distinzione tra il valore morale e quello politico del cittadino ciceroniano.<br />

46 I Romani, del resto, furono così consapevoli dell’affinità archetipica tra il fondatore e il restauratore-liberatore, da<br />

attribuire ai cittadini che si distinsero come “salvatori della patria”, il titolo di pater o parens patriae, epiteto di<br />

Romolo. Su quest’aspetto, E. Manni, “Romulus e parens patriae nell’ideologia politica e religiosa romana”, in Il mondo<br />

classico, III, 1931.<br />

47 Su questi aspetti, molto accurata è la disamina di G. Agamben, Stato di eccezione, Torino 2003, il quale, comunque,<br />

prende le distanze dalle tesi di Carl Schmitt in materia. L’autore, in particolare, distingue il piano giuridico della<br />

potestas da quello anomico dell’auctoritas, pur connettendoli in posizione di reciproca dipendenza: «l'elemento<br />

normativo ha bisogno di quello anomico per potersi applicare, ma, d'altra parte, l'auctoritas può affermarsi solo in una<br />

relazione di validazione o di sospensione della potestas» (pp. 109 s.). Eppure, è la loro stessa separazione, tipizzata<br />

dall’esperienza repubblicana di Roma, a scongiurare l’esercizio arbitrario della conduzione politica. Venendo a mancare<br />

questa relazione dialettica, verrebbe a prodursi il fenomeno da Agamben chiamato “totalitarismo”, ma che noi<br />

10


Assimilata a quella del rector, anche l’indole del liberatore non si pone come fattore creativo nei<br />

riguardi della città recuperata. Si può obiettare che, vacillando sotto i colpi dell’eversione (res<br />

publica amissa), quest’ultima riprenderebbe corso e vigore grazie a un intervento dall’“esterno”.<br />

Ma si tratta pur sempre di un soccorso “sanitario”, che non domina, né manipola, l’αρχη<br />

dell’“infermo”. Detto con un esempio aristotelico: la disposizione alla guarigione è la natura<br />

fondamentalmente sana del “paziente”. In altri termini, il “medico” possiede, in sé, l’αρχη del<br />

“trattamento terapeutico”, senza per questo sovrastare o plasmare la φυσις del “malato” 48 .<br />

Personalità e individualità<br />

È davvero poco probabile che, a Roma, la figura del princeps, nella sua duplice veste, sia stata<br />

una “novità” introdotta da Cicerone. Quando ne fa menzione nell’epistolario, il filosofo non la<br />

presenta affatto come una propria “invenzione”, adoperata per meglio suggestionare i concittadini 49 .<br />

La disinvoltura con cui ne parla, anzi, fa pensare diversamente, considerando, per giunta, la<br />

ricorrenza di un luogo abbastanza diffuso nella letteratura pre-ciceroniana. In effetti, Cicerone<br />

riconosce il titolo di princeps civitatis alle maggiori personalità del passato e della<br />

contemporaneità. Già nel De oratore (I, 211), si offre la descrizione sommaria del rector, che<br />

appare come un paradigma già noto, peraltro applicato a taluni uomini della tradizione, quali P.<br />

Lentulo, Q. Metello, Ti. Gracco padre, Scipione Emiliano e C. Lelio. Di conseguenza,<br />

l’idealizzazione dell’immagine procede di pari passo con la glorificazione del nome di Roma.<br />

Infatti, è nel mos maiorum che l’immagine e l’azione concreta dell’ottimo cittadino confluisce,<br />

confondendosi nel pantheon della civiltà romana, smarrendo i tratti della propria specificità<br />

individuale per aderire all’oggettività compatta del cosiddetto “precedente autorevole”.<br />

Secondo un’opinione assai ripetuta, formatasi sulla scia di Mommsen e Carcopino, Cicerone<br />

avrebbe sviluppato la topica del princeps per attribuire a se stesso questo attributo, sia come<br />

conservator (vantando il titolo di pater patriae, peraltro, già riconosciutogli per avere, da console,<br />

smascherato e sbaragliato la congiura catilinaria) sia come liberator (prima, quale ideologo della<br />

fronda anti-cesariana prima, poi, come strenuo oppositore di Antonio) 50 . Tuttavia, da un’accorta e<br />

sistematica lettura degli scritti, emerge, più che un vanto, un atteggiamento ottativo: non un “io<br />

sono”, ma un “io desidererei essere”, compiutamente, un princeps civitatis. D’altronde, la condotta<br />

degli ultimi anni, sino all’estremo sacrificio della vita, conferma un’attitudine “al servizio”, anziché<br />

all’autocompiacimento.<br />

Abbiamo indugiato su tale aspetto non per ingrossare il numero delle apologie ciceroniane, bensì<br />

per introdurre un discrimine fondamentale che riguarda l’ανηρ αρχικος: quello tra personalità e<br />

preferiremmo definire con altre aggettivazioni, storicamente meno connotate (e, perciò, meno imputabili di<br />

anacronismo), affini all’autocrazia o, tutt’al più, alla licenza assolutistica.<br />

48 A maggior chiarimento, piace riportare una cospicua porzione della glossa di Heidegger alla Physika B, anche per i<br />

risvolti d’attualità che vi si contengono: «La τεχνη può soltanto venire incontro alla φυσις, può favorire più o meno il<br />

risanamento, ma, come τεχνη, non potrà mai sostituirsi alla φυσις e diventare, al suo posto, l’αρχη della salute come tale.<br />

Ciò potrebbe avvenire solo se la vita come tale divenisse un artefatto producibile “tecnicamente”; ma se ciò avvenisse,<br />

in quello stesso momento non ci sarebbe più salute, né nascita e morte. Talvolta sembra che l’umanità corra<br />

all’impazzata verso questa meta: che l’uomo produca tecnicamente se stesso. Se ciò riuscirà, l’uomo avrà fatto saltare in<br />

aria se stesso, cioè la sua essenza come soggettività, e l’avrà fatta saltare in quell’aria dove l’assoluta assenza di senso<br />

vale come unico “senso”, e dove il mantenimento di questo valore appare come il “dominio” umano sul globo terrestre.<br />

In questo modo, la “soggettività” non è superata, ma soltanto “sopita” nel “progresso eterno” di una “costanza” da<br />

cinèsi. Questa è l’opposizione estrema alla φυσις – ουσια» (Segnavia, cit., pp. 211 s.).<br />

49 Vedi Ep. ad Quintum fratrem, III, 5, 1; ad Atticum, VII, 3, 2 e VIII, 11, 1.<br />

50 Cfr. A. Magdelain, Auctoritas principis, cit., pp. 27 s. Certo, questo sentimento dovette essere davvero forte, se spinse<br />

Cicerone a porre in esatta connessione il proprio destino, di vittoria o di sconfitta, con la sorte della città: «Fatum enim<br />

meum est sine re publica nec vinci posse nec vincere» (Philippicae, XIII, 30).<br />

11


individualità. A questo proposito, sarà forse utile tracciare una sommaria definizione delle due<br />

sfere, in grado di distinguerne gli aspetti. Con individualità, infatti, intendiamo una disposizione<br />

identitaria e orizzontale dell’Io storico, distinzione e discontinuità del soggetto singolare rispetto al<br />

Mondo, indole e carattere, nell’accezione differenziale della virtus di colui che agisce e sceglie per<br />

se stesso o, meglio, parla con “voce propria” e a proprio nome. Nella personalità, invece, si tratta di<br />

guardare al Sé come categoria dell’essenziale, fenomeno di continuità e sovrasingolarità verticale,<br />

coscienza “tipica” che considera, assorbendole, le ragioni degli accidenti plurali, coinvolte in una<br />

responsabilità morale che supera (pur non negandole) le ricadute sul singolo: dalla personalità<br />

derivano azioni oggettive, “fatidiche” e “cosmiche”, che nulla hanno da condividere con la<br />

ricompensa, assumendo stabile dimora nello spazio fluente tradizione.<br />

Ebbene, è chiara la pertinenza del rector-conservator ciceroniano all’àmbito della personalità.<br />

Lo si evince già dalle argomentazioni della Pro Sestio, ove – con la celebre formula dell’otium cum<br />

dignitate – il genere collettivo e sovra-individuale degli ottimati diviene l’elemento “mentale”,<br />

l’animus/νους di una città che, finalmente, riguadagni la coincidenza tra aristocrazia del sangue e<br />

aristocrazia dello spirito. Del resto, la cosa è resa vieppiù evidente nelle occasioni in cui si applica,<br />

al “conservatore”, la nozione di auctor publici consilii: quella che, nel diritto pubblico romano,<br />

definisce la funzione tipica del Senato. Se, da un lato, ciò esprime una sorta di sineddoche,<br />

indicando la “parte” per il “tutto”, dall’altro, se ne ricava il significato di una prassi direttiva,<br />

inserita organicamente nello status civitatis, secondo un’assimilazione antitetica rispetto<br />

all’evenienza di una città bicefala. Anzi, per quanto possa essere eccezionale, la virtù del princeps<br />

non potrà mai collocarsi al di sopra della “logica” cittadina: il publicum consilium esercitato dal<br />

Senato trova ispirazione e risorsa nell’iniziativa dell’ottimo cittadino che ne fa parte, il quale, a sua<br />

volta, “istituzionalizza” il proprio agire rendendolo strumentale all’αρχη πολεως.<br />

Si potrebbe sospettare che un tratto di maggiore individualità appartenga invece al princeps<br />

“liberatore”, che viene in soccorso della patria agendo “fuori dagli schemi”, in piena autonomia e<br />

senza ratifiche ufficiali. Ma l’obiezione viene facilmente respinta, allorché a essa si opponga la<br />

considerazione di un vindex libertatis, il quale interviene per “restaurare”, vocato da una ufficio che<br />

trascende il suo esclusivo interesse, rendendo “archica”, e altrettanto “oggettiva”, la sua decisione.<br />

Pensiamo a Cincinnato, che smise di arare soltanto per il tempo necessario ad assolvere alla<br />

dittatura, tornando, poi, alla vita dei campi; a Furio Camillo, che si reputò indispensabile soltanto<br />

nell’ora dell’emergenza; oppure a Coriolano, che rinunciò ai propositi che opponevano la sua<br />

ambizione alla salus rei publicae, andando incontro alla morte.<br />

Per illuminare quest’aspetto, basterà riferirsi a un solo episodio, realmente vissuto da Cicerone.<br />

Nell’allocuzione gratulatoria, cui attribuiamo il nome Pro Marcello, l’oratore parla dinanzi a<br />

Cesare, ormai dittatore perpetuo, elogiandolo per aver posto fine alla guerra civile, pacificato la<br />

repubblica e riammessi alle loro fortune, perdonandoli, molti senatori di parte pompeiana. Missione<br />

del momento, per Cicerone, è infatti sfruttare la stima di cui gode presso Cesare, per ottenere la<br />

riabilitazione dei vinti, in conformità al suo antico programma di concordia. Alcuni interpreti<br />

moderni si sono sdegnati, a causa della piaggeria dell’orazione, non considerando il tentativo<br />

d’influenzare, il più possibile, le scelte dell’autocrate, in nome dei comuni interessi culturali e<br />

filosofici. In particolare, l’attenzione dei critici si sofferma su un passaggio, in cui Cicerone<br />

commenta le parole con le quali Cesare, un giorno, avendo notizia di una congiura ordita nei suoi<br />

riguardi, aveva affermato di essere vissuto abbastanza per acquistarsi la gloria ambita: «Ho<br />

ascoltato malvolentieri quella tua affermazione piena di dignitosa saggezza: “Ho vissuto abbastanza<br />

a lungo, sia rispetto ai miei anni, sia rispetto alla mia gloria”. Se proprio lo vuoi, hai vissuto<br />

abbastanza forse rispetto agli anni, aggiungiamo pure rispetto alla gloria, se lo desideri: ma di certo<br />

troppo poco rispetto alla patria, che è ciò che più importa. Per questo motivo, lascia da parte – ti<br />

prego – questa saggezza da filosofo nel disprezzare la morte: non essere un sapiente a nostre<br />

12


spese!» 51 . Lusinga? Forse, se non si considerasse il rimprovero celato nelle maglie del discorso 52 . Il<br />

quale prosegue, ricordando che il governante vive non solo per sé ma, anzitutto, per la città,<br />

avvertendolo altresì che, se non ristabilirà Roma nelle sue fondamenta, anch’egli ne otterrà danno,<br />

poiché la sua fama sarà monca, il suo ricordo controverso, peregrino di opinione in opinione, come<br />

“anima in pena” senza sede 53 . La vicenda, pur in via surrettizia, condensa le ragioni per le quali<br />

Cicerone non si schierò tra i cesariani, nonostante le forti riserve nei riguardi di Pompeo. Di Cesare<br />

talvolta si vanta l’amicizia, si apprezzano l’ingegno e altre eccezionali doti, ma non si condividono<br />

gli atteggiamenti e le finalità politiche. Egli può anche essere il pacificatore che libera dal disordine<br />

civile (peraltro, anche da lui provocato), ma come può incarnare la personalità del princeps, se bada<br />

principalmente ad appagare il suo Io? se la dedizione pubblica è “strumentale”, se considera il<br />

governo della città funzionale a un’ambizione fine a se stessa? Poco male, sino a quando il<br />

vantaggio comune e quello individuale corrono paralleli; molto male, qualora le strade dovessero<br />

divaricarsi, essendo scontato l’oggetto della preferenza.<br />

La “teoria delle quattro personae”: pedagogia del cittadino ragionevole<br />

Se, finora, abbiamo parlato d ciò che meglio contraddistingue l’optimus vir, resta da chiedersi<br />

quale sia il pensiero di Cicerone rispetto al cittadino – diciamo pure – ordinario. Se ignorasse la<br />

componente più che maggioritaria della città, gli esiti del suo discorso, date le precedenti<br />

considerazioni sulla φυσις πολεως, risulterebbero contraddittori o, quanto meno, parziali. In effetti,<br />

non lo sono, giacché il filosofo non manca di tenere conto della varia umanità che popola lo spazio<br />

pubblico. Cosa che si evince non soltanto dalle orazioni in cui definisce il programma del cosiddetto<br />

consensus omnium bonorum, ma anche dalla pedagogia civile espressa nel De officiis. Tra gli intenti<br />

fondamentali, v’è quello di rivolgersi a quegli ampi strati di popolazione composti dai boni cives,<br />

dotati di risorse materiali e morali adeguate alle politiche più provvide per la città e, in caso fosse<br />

necessario, idonei mobilitarsi a difesa della repubblica e a sostegno delle iniziative dei principes.<br />

Come recita il sottotitolo a questo scritto, si tratta di un’umanità “media”, in senso aristotelico, cioè<br />

sufficientemente “virile” (vir/ανηρ) da collocarsi a metà strada, tra l’eccellenza dell’elemento<br />

“archico” e il novero dei semplici “privati”, al di sotto del quale si colloca soltanto quell’umanità di<br />

tipo esclusivamente “antropico” (homo/ανθρωπος). Tutto sommato, il bonus di Cicerone potrebbe<br />

corrispondere allo σπουδαιος di Aristotele, cioè quel potenziale governante che, sapendo ben<br />

obbedire, sarebbe anche in grado di ben comandare.<br />

Ora, quel che maggiormente rileva, nel messaggio rivolto a questa larga fetta di cittadinanza, è<br />

l’indirizzo educativo che passa sotto il nome di “teoria delle quattro personae” 54 . Ciò che lo rende<br />

interessante e, per certi versi, originale, è l’implicazione sia con la personalità, sia con<br />

51 Pro Marcello, 25 (tr. it. di F. Gasti, Orazioni cesariane, Milano 1997).<br />

52 Seguiamo gli spunti che provengono dall’originale analisi di E. Narducci, “Cicerone e un detto di Cesare. Nota a pro<br />

Marcello 25 sgg. e a Cato maior 69”, in Cicerone e i suoi interpreti. Studi sull’Opera e la Fortuna, Pisa 2004, il quale,<br />

oltre a rettificare «la valutazione troppo sbrigativamente negativa» nella versione espressa in Atene e Roma, XXVIII,<br />

1983, rileva la consonanza del messaggio con talune affermazioni contenute in altre opere ciceroniane.<br />

53 Riportiamo, qui di seguito tradotti (vedi nota precedente), alcuni stralci dei passaggi successivi, davvero importanti<br />

per i temi toccati, che spaziano dal debito verso la patria al discrimine tra ammirazione (relativa all’individualità) e<br />

gloria (che appartiene alla personalità): «Io ti darei retta soltanto se tu vivessi per te solo o se tu fossi nato ancora per te<br />

solo. Invece le tue imprese ti hanno legato alla salvezza di tutti i cittadini e all’intera repubblica. […] A questo punto tu<br />

vuoi limitare la durata della tua vita, tenendo conto non della salvezza della repubblica ma della serenità del tuo animo?<br />

E se io dicessi che tutto ciò non è sufficiente neppure per la gloria? […] Fa in modo – ti prego – che la tua virtù divina<br />

non sia destinata ad avere più ammirazione che gloria, poiché la gloria è l’illustre e generale fama dei grandi meriti sia<br />

verso i propri concittadini, sia verso la patria, sia verso l’intero genere umano. Dunque questa è la parte che ti rimane, ti<br />

resta questo atto, in questo ti devi impegnare fino in fondo: organizzare la repubblica e goderne tu per primo in grande<br />

tranquillità e pace; quando avrai pagato alla patria il tuo debito e, ormai sazio di vivere, avrai soddisfatto la natura<br />

stessa, allora, se vorrai, dirai di aver vissuto abbastanza a lungo. […] Non bisogna pensare che la tua vita è questa che<br />

consta di corpo e anima [spiritu]: la tua, io dico, è quella vita che sarà viva nel ricordo di ogni generazione, che i posteri<br />

tramanderanno, che la stessa eternità conserverà sempre. A quest’ultima devi pensare, a quest’ultima ti devi mostrare:<br />

essa già da tempo ha molti motivi per ammirarti e ora ne aspetta anche per lodarti» (25-28).<br />

54 Collocabile, specificamente, in De officiis, I, 107-121<br />

13


l’individualità. Aspetto, quest’ultimo, che può essere inserito tra le innovazioni dell’etica stoica in<br />

versione romana, attenta alla più ampia porzione di un genere umano, còlto anche nelle valenze<br />

differenziali, non appiattendo la dottrina sulla figura normativa del sapiente 55 .<br />

In ogni caso, il denominatore comune dell’intera teoria è il decorum (καλον, in Panezio),<br />

condotta e sembianza esteriore, conseguente alla conformità della logica soggettiva con la logica<br />

cittadina 56 . Insomma, la “teoria delle quattro personae” integra il viatico per ottenere una “bellezza”<br />

morale e comportamentale. Ma in cosa consistono queste personae? Cicerone le menziona<br />

singolarmente. La prima attiene al potenziale che, idealmente, compete a tutti, consistendo nel<br />

possesso completo e unitario della virtù: in estrema sintesi, è quell’ottimità paradigmatica che,<br />

affine all’immagine del τελειος platonico, definisce il termine di riferimento del vir. La seconda<br />

persona, cui si sovrappone la prima, indica, invece, la natura specifica e identitaria dell’individuo,<br />

cui ciascuno deve rimanere fedele, per non confondere il proprio Io con quello e altrui, sviluppando,<br />

al meglio, i caratteri della propria indole 57 . La terza, che è il prodotto degli accidenti e delle<br />

circostanze mutevoli (casus, tempora, aetates etc.), consiste nella posizione sociale<br />

momentaneamente occupata, mentre la quarta dipende, piuttosto, dalle scelte individuali,<br />

riguardanti soprattutto i “percorsi professionali” e l’attività che s’intende svolgere.<br />

Si evince, perciò, relativamente a ciascuna coppia, il concetto di un’incorporazione del secondo<br />

termine nel primo: da un lato, l’individualità nella personalità; dall’altro, la libertà nella necessità.<br />

Questo avviene in concomitanza con una duplice configurazione del messaggio e del destinatario:<br />

se rivolta al princeps, tale pedagogia mira a favorire una prudenza esattamente sintonizzata con i<br />

modi e i tempi del βιος cittadino; se parla al bonus “mediamente” virtuoso, aspira a conciliare le<br />

esigenze dell’interesse comune e le attitudini individuali, onde ottenere l’assolvimento appropriato<br />

degli officia, con tutto ciò che di benefico ne consegue per la società di cui si è parte e per<br />

l’espressione della propria umanità 58 .<br />

55 Tra gli altri, anche C. Gill, “Personhood and Personality: The Four-Personae Theory in Cicero, deOfficiis I”, in<br />

Oxford Studies in Ancient Philosophy, VI, 1988, attribuisce la paternità della teoria a Panezio, sminuendo, tuttavia, gli<br />

apporti originali introdotti da Cicerone, quali l’aggiunta della terza e della quarta personae, presumibilmente assenti<br />

nella lezione del filosofo greco. Su questo e su altri aspetti dell’intero trattato, più equilibrato è il giudizio di E.<br />

Narducci, “Una morale per la classe dirigente”, in Cicerone, I doveri, Milano 1994. Maggiormente oculato, invece, è un<br />

altro intervento di Gill, vòlto a marcare la differenza tra la concezione etica del De officiis e quella moderna: utilizzando<br />

i medesimi concetti sviluppati da Alasdair MacIntyre (After Virtue, London 1981) a proposito dell’Etica nicomachea,<br />

Gill riconosce nella prima un doppio piano di osservazione: uno, di tipo teleologico, guarda alla natura del soggetto<br />

umano in riferimento al suo grado di “superlatività”, ossia di compiutezza; l’altro, di tipo sociale, considera il soggetto<br />

inserito in un complesso di ruoli e pratiche, ciascuno ispirato a un relativo modello di virtù . L’etica moderna, invece,<br />

pur distinguendo tra soggetto e soggetto, si sosterrebbe su una psicologia priva di qualsiasi riferimento morale,<br />

risultandone un individualismo e uno scetticismo assoluto che misconoscono l’obiettività della vita sociale o, nella<br />

migliore delle ipotesi, in un anarchismo elitario e aristocratico, prossimo a una certa lettura del pensiero di Nietzsche.<br />

56 De officiis, I, 94-98.<br />

57 Si tratta di una “tolleranza” per la diversità, espressa da Cicerone quando, per esempio, si afferma: «Ut enim in<br />

corporibus magnae dissimilitudines sunt […] sic in animis existunt maiores etiam varietates» (I, 107); «Innumerabiles<br />

aliae dissimilitudines sunt naturae morumque, minime tamen vituperandorum» (I, 109).<br />

58 Pur non rilevando esattamente la “duplicità pedagogica” che tentiamo di rappresentare, anche Ninfa Bosco, a<br />

proposito del De officiis, sostiene: «Se ancora consiglia di seguire la natura, o la ragione, non vuole con questo indurre<br />

l’uomo ad adeguarsi il più impersonalmente possibile all’ordine cosmico, o anche solo all’unica e immutabile<br />

razionalità umana. Al contrario, gli chiede piuttosto di non fare violenza alla propria natura di uomo ma anche di<br />

individuo, comportandosi in maniera più che razionale, ragionevole. […] Il termine stesso di officium è significativo.<br />

Esso evoca piuttosto l’idea di un compito, di cui la società ci investe, che non di una vocazione, alla quale la natura ci<br />

chiami. L’officium muta perciò a seconda della condizione sociale di ciascuno e delle circostanze; è specifico, limitato,<br />

condizionato e personale. A differenza dell’unico dovere universale e assoluto di seguire la ragione, l’officium mi<br />

obbliga qui e ora e soltanto nisi quod impedierit. Al tempo stesso ciascuno dei miei officia copre solo una piccola parte<br />

del mio dovere. Può venir meno, ma intanto non mi esonera dagli altri miei doveri, e può perfino entrare in conflitto con<br />

essi. Inoltre è il mio personale dovere; deve essere compiuto da me, non da altri; deve conciliarsi con altri miei doveri;<br />

se ciò non riesce, pone un problema, di nuovo, personale, che tocca a me solo risolvere» (Idee e concezioni della<br />

giustizia nelle civiltà occidentali, Torino 1968, pp. 193 ss.).<br />

14


Ma, in concreto, per quale motivo tutto ciò non si articola in un’etica individualistica e anticonvenzionale?<br />

In realtà, il cittadino ciceroniano, per essere realmente tale, non può porsi in<br />

conflitto con la morale pubblica. Per giunta, nello scegliere gli studia sulla base della nostrae<br />

naturae regula, non si deve agire contro l’universam naturam 59 . Queste puntualizzazioni sembrano<br />

fornire una risposta soddisfacente alla domanda. L’espressione dell’individualità non contrasta con i<br />

requisiti della personalità, poiché il potenziale della prima è condizionato dall’autorevolezza della<br />

seconda. La “media” umanità è abilitata a seguire i modelli di eccellenza che le si propongono, nel<br />

tentativo di stimolare una virtù, se non proprio ottima, conforme alla “cinetica” del vivere civile.<br />

Guardando più da vicino i tratti della seconda persona, ci si spiega perché il monito a “essere se<br />

stessi” non genera conflitto con le aspettative comunitarie e cittadine 60 . A prima vista, le scelta di<br />

enumerare le differenze tra gli stili e i temperamenti umani sembrerebbe ispirarsi al principio<br />

dell’autodeterminazione, per quanto concerne i mezzi da utilizzare e gli scopi da perseguire,<br />

commisurati a un concetto, tutto privato, di felicità. Eppure, a smentire quest’impressione<br />

“libertaria”, bastano gli exempla elencati da Cicerone: si tratta di oratori, condottieri, uomini dotti e<br />

magistrati, o anche semplici cittadini, tuttavia resi celebri da un loro gesto eroico. Per la mentalità<br />

romana, è più che ovvio incapsulare i contenuti della pedagogia civile nel ritratto esemplare. Il che<br />

riguarda pure il metodo ciceroniano, che tematizza la filosofia morale esibendo uno stuolo di figure<br />

storiche. L’obiettivo, evidentemente, non è esaltare delle individualità belle, ma irrimediabilmente<br />

isolate e gelose dei loro meriti. Si tratta, invece, di additare delle incarnazioni virtuose, collegate<br />

nell’unica trama che conduce all’utilitas rei publicae. Piuttosto, le differenze interindividuali – non<br />

a caso, talvolta definite associando caratteri morali e peculiarità fisiche – sono invocate a sostegno<br />

della competizione “agonale” per un più diffuso vantaggio: in sostanza, i boni cives dovrebbero<br />

impiegare le rispettive energie per gareggiare nel contribuire alle fortune sociali, politiche o militari,<br />

consolidando la propria identità e, a un tempo, conquistando l’ammirazione altrui.<br />

La virtù inutile e quella dannosa<br />

Allora, è chiaro: questa declinazione “al plurale” degli atteggiamenti e delle identità non<br />

equivale ad ammettere qualsiasi atteggiamento e qualsiasi identità. Di sicuro, sono respinti i<br />

caratteri vitiosa, essendo accolte, tutt’al più, quelle dissimilitudines naturae morumque, per lo<br />

meno, minime vituperandorum 61 . Sta di fatto che, alla molteplicità delle opzioni “naturali”,<br />

corrisponde la preminenza, in ciascun individuo, di una specifica virtù. E non ogni virtù può essere<br />

accettata! Alcune, infatti, possono comportare un dispendio vano, se non addirittura nocivo, a carico<br />

della città. Probabilmente, ciò può destare meraviglia, eppure, per Cicerone, una medesima qualità<br />

può risultare buona, se considerata in via assoluta, ma non altrettanto, se sviluppata in modo<br />

abnorme a danno di altre. Si potrebbe osservare che, nel secondo caso, oggetto di condanna è,<br />

anziché la virtù, bensì l’applicazione distorta che può riguardarla. E, certamente, Cicerone presta<br />

molta più cura alla traduzione in opera che non al valore nominale. Proprio per questo, si dovrà<br />

tenere conto dell’impostazione induttiva, in forza della quale il fenomeno assume una valenza<br />

primaria. L’unico modo per certificare un’identità è badare all’atto, ossia risalire dall’agire<br />

59 De officiis, I, 110.<br />

60 Taluni aspetti della teoria paneziano-ciceroniana sembrerebbero anticipare gli studi sulle relazioni interpersonali<br />

condotti dalla moderna psicologia sociale. Tant’è, che Erving Goffman, nel suo “The Social Looking-Glass: A<br />

Sociological Perspective on Self-Development” (in The Self: Psychological and Philosophical Issues, Oxford 1977),<br />

legge il De officiis come un “manuale” per rispondere, nel modo più proficuo possibile, alle reazioni suscitate in altri<br />

dal proprio comportamento, all’interno di un processo di auto-osservazione e di auto-correzione. Questo e altri autori<br />

finiscono per condividere la prospettiva di Cicerone, attenta a riconoscere, nell’individuo, un fascio di ruoli comunitari<br />

e sociali, desunto a partire da un quadro di altrettante funzioni necessarie alla convivenza umana. Tuttavia, si<br />

riscontrano anche importanti differenze. Sopra ogni cosa, occorre considerare che, in Goffman (ma anche in Rorty e in<br />

altri ancora), l’ispirazione eminentemente psico-sociologica trova espressione in un metodo “datoriale” e descrittivo;<br />

quanto alla filosofia civile di Cicerone, invece, si opera su un terreno più schiettamente morale e pedagogico, per<br />

indirizzare le azioni individuali su una (cor)retta misura armonica, suggerendo il modo in cui il temperamento, o anche<br />

ill singolo gesto, possa accordarsi “naturalmente” con mores e instituta.<br />

61 Vedi nota 56.<br />

15


all’essere, sino a farli coincidere: «virtus in usu sui tota posita est» 62 è l’adagio che echeggia, come<br />

sottofondo, in tutta la produzione ciceroniana, quale costante che accompagna il pensiero dal De re<br />

publica sino alle Tusculanae disputationes, dove il filosofo negherà qualunque alibi, persino a chi<br />

invocasse la costrizione a propria esimente. Perciò, non sarà buona virtù quella dei “contemplativi”<br />

che antepongono il vero al bene, eccedono nella teoresi e, così, disinteressandosi della prassi,<br />

ignorano pure le esigenze cittadine 63 . Non sono lodevoli quelli che esagerano in beneficientia e in<br />

liberalitas o che elargiscono in modo indifferenziato, poiché infiacchiscono l’operosità dei<br />

beneficiati, offendono la giustizia, acuiscono le invidie, esasperano le parzialità e, nella peggiore<br />

delle ipotesi, esercitano ricatti psicologici 64 . Né è migliore quella categoria di industriosi che,<br />

concentrandosi sulle proprie attività, finiscono per conoscere soltanto il proprio lucro, trascurando<br />

le patrie vicende 65 .<br />

Fin qui, è abbastanza agevole consentire con la rilevazione delle virtù – se si preferisce, delle<br />

condotte – ora inutili (perché dannose), ora dannose (perché inutili). La faccenda tende a<br />

complicarsi, però, quand’è il momento di occuparsi delle ambivalenze della magnitudo animi. Se<br />

correttamente intesa, essa marchia a fuoco il tipo αρχικος. Ma come porsi davanti a una qualità così<br />

eccezionale, quando è da taluni impiegata in modo assai controverso? È il caso, quest’ultimo, dei<br />

cosiddetti “personaggi paradossali” 66 , che noi, approssimativamente, assoceremmo a uno spirito<br />

“tutto genio e sregolatezza”, il quale turba i giudizi del filosofo, costringendolo a difficili posizioni,<br />

assunte tra mille travagli e altrettanti rammarichi. È, la grandezza d’animo, quella bella virtù<br />

(μεγαλοψυχια) che pure appartiene al tiranno platonico: la stessa che muove a memorabili imprese,<br />

che sollecita al primato chi progetta e agisce “in grande”, senza farsi vincere dai timori. Senza<br />

amalgamarsi con altre più ponderate doti, essa tende a insuperbire, procurando l’assolutizzazione<br />

dell’Io. L’abbiamo già visto, per esempio, in Cesare, da Cicerone così stimato per l’abilità politica,<br />

la tempra e il coraggio, eppure così biasimato per la spregiudicatezza, le prevaricazioni, l’arroganza<br />

e la smodata ambizione: quasi che, nel medesimo soggetto, albergassero non soltanto pregi<br />

indiscutibili, ma anche vizi tanto “magnetici” da ridurre i primi in loro potere 67 . Constatarlo diviene<br />

ancor più doloroso, quando si considera l’occasione mancata! 68<br />

Altro esempio, di non minore interesse, è costituito dalla figura di Catilina. Il suo ritratto, già<br />

delineato nelle requisitorie che da lui prendono il nome, si completa nelle descrizioni della Pro<br />

Caelio. Se, nelle ore concitate della congiura, le parole del console avevano concentrato, nella sua<br />

persona, le maggiori depravazioni che possano essere concepite a Roma, adesso, lontani da<br />

emergenze e repressioni, l’oratore può riconoscere le qualità non comuni di questo novello<br />

Alcibiade, in fatto di forza fisica e psichica, di resistenza alla fatica e alle privazioni, di capacità<br />

persuasive, di ingegno e di carisma. Se ne ottiene, perciò, il profilo di un abile demagogo, che<br />

intreccia crimini mostruosi e mirabili doti (varia multiplexque natura), agevolato da questi stessi<br />

contrasti nel simulare e dissimulare virtù, ammaliando anche i più avveduti 69 .<br />

62 De re publica, I, 2.<br />

63 Vedi De officiis, I, 28, oltre a numerosi passi del libro I del De re publica.<br />

64<br />

Vedi De officiis, I, 42 ss.<br />

65<br />

Ivi, I, 25 ss.<br />

66<br />

Cfr. A. La Penna, “Il ritratto «paradossale» da Silla a Petronio”, in Aspetti del pensiero storico latino, Torino 1978.<br />

67<br />

De officiis, I, 26 e 43.<br />

68<br />

«Est autem in hoc genere molestum, quod in maximis animis splendidissimisque ingeniis plerumque existunt honoris,<br />

imperii, potentiae, gloriae cupiditates!» (ibidem).<br />

69 Pro Caelio, 12 ss. In questo luogo, Cicerone confessa che, in un primo momento, persino lui si era lasciato ingannare.<br />

Per una più diffusa analisi sul “paradosso catilinario”, vedi E. Narducci, “L’amico e l’adulatore. Cicerone e i pericoli<br />

della simulatio”, in Cicerone e i suoi interpreti, cit. Per quel che ci riguarda ora, conviene almeno accennare a<br />

un’ulteriore accusa rivolta a Catilina: nello sferrare gli attacchi più infuocati, Cicerone gli imputa volentieri l’istigazione<br />

al parricidio. Difatti, egli è un nemico pubblico e, pertanto, un attentatore dell’αρχη cittadina, associata al simbolo<br />

dell’autorità paterna. Aprire una nuova digressione su quest’elemento ci allontanerebbe troppo dal filo del<br />

ragionamento. Nondimeno, l’archetipo del pater-princeps nel Cicerone platonico meriterebbe di essere sviluppato in<br />

maniera ben più approfondita.<br />

16


Ecco un altro talento “sprecato”, trasformatosi da potenzialmente benefico a effettivamente<br />

malefico. Perché la virtù “signorile” tenga fede alle sue promesse, riversando i propri frutti in quel<br />

“terreno di coltura” che è la città, occorrono senz’altro dei correttivi. Tra questi, Cicerone rintraccia<br />

una sorta di ascesi della (e nella) pratica, tale da disciplinare il soggetto agente, collocandolo a<br />

giusta distanza, dalla quale osservare (de-spicientia) il potere e il successo, assegnando loro il<br />

dovuto valore. Il tutto, beninteso, è commisurato a un concetto di sé ponderato in maniera da<br />

considerarsi, sempre, tendenzialmente “in passivo” nei riguardi di quanto eccede la durata – per non<br />

dire l’importanza – di una sola vita 70 . Ciò vale a costituire un sicuro parametro per descrivere,<br />

altresì, il “riflusso” dei meriti individuali nella tradizione. Pegno d’immortalità, quest’esito è il<br />

precipitato dell’antecedenza della città sul cittadino, sulla base di una considerazione ontologica,<br />

prima che morale 71 .<br />

Ovvio, la tensione al bene comune rappresenta la ratio efficiens del princeps 72 . Ma è altrettanto<br />

palese un più generale principio, violato il quale, il prezzo da pagare sarebbe l’estinzione<br />

dell’umana civiltà. Esso vuole che l’utilità del singolo, anche del più benemerito, non pretenda di<br />

sostituirsi alla logica degli universi 73 . Parliamo di ogni utilità, di qualunque genere si tratti. È<br />

l’ultimo aspetto su cui ci attarderemo, ma vale la pena concludere dicendo cosa non è e cosa non fa<br />

il buon e – men che mai – l’ottimo cittadino di Cicerone.<br />

C’è un passaggio, nel De officiis, in cui viene proposto l’illustre caso di Catone Uticense,<br />

insuperabile esempio di coerenza tra pensiero e azione 74 . Costui coltivò la perpetua constantia, con<br />

tale radicalismo, con un atteggiamento così consequenziale, da preferire il suicidio, piuttosto che<br />

adeguarsi a una città governata da Cesare, presumibilmente in maniera tirannica. Se appropriata per<br />

Catone, la medesima scelta, fatta da altri, potrebbe costituire una decisione tutt’altro che lodevole.<br />

Come il governo della città, così l’eroismo non è richiesto a tutti: onori e oneri vanno assunti<br />

secondo gradus dignitatis. Ma il ragionamento sarebbe incompleto, se non si aggiungesse un<br />

importante corollario. Il gesto estremo, infatti, non può, né deve rispondere a un criterio di<br />

universalità (in senso, diciamo pure, “kantiano”): se tutti i cittadini, all’unisono, nell’identica<br />

situazione, volessero emulare Catone, l’intera civitas si estinguerebbe, sotto i colpi inferti<br />

dall’autolesionismo individuale, per mano dei delusi, degli insoddisfatti, dei traditi etc. Così, il<br />

celebre suicida, benché elogiato, rimane nella penombra, lungi dal costituire un modello<br />

raccomandabile. Peraltro, s’è visto che non ogni gesto, per quanto eccezionale, introduce nella<br />

dimensione della personalità. Affinché questo avvenga, occorre omologare le decisioni all’αρχη<br />

πολεως, ossia, tenendo in supremo conto l’utilitas rei publicae. Del resto, sono espliciti i motivi del<br />

divieto a suicidarsi che, nel Somnium, viene fatto a Scipione.<br />

Inutile esporsi al proprio danno senza “giusta causa”; addirittura, è preferibile rischiare persino<br />

la propria fama, purché sia ciò propizio alla città, piuttosto che darsi la morte per “amor di sé” 75 .<br />

70 Per avere contezza di quanto si va dicendo, non v’è nulla di meglio che lasciarsi guidare direttamente dal discorso di<br />

Cicerone e, in particolare, da quella fine disamina psicologica che, unita alla lezione morale, si offre in De officiis, 1,<br />

61-92. Tra le altre cose, sulla scorta delle derivazioni dichiaratamente platoniche, da essa s’impara a negare il nome di<br />

virtù alla grandezza d’animo, quand’è disgiunta dalla giustizia e dalla prosperità comune; a distinguere la semplice<br />

audacia dalla fortezza, a seconda che il “movente” sia la cupidigia o l’utilità diffusa; a riconoscere la differenza tra chi<br />

sprezza la gloria soltanto per vivere tranquillo, e chi la non reputa una ricompensa, credendola indice e conseguenza<br />

naturale di un retto agire.<br />

71 È questo il principio che, in fin dei conti, sostiene l’immagine di un politico in grado di agire in modo così<br />

“impersonale” da assimilarsi alla città e alle sue leggi: «optandum […] ut ii, qui praesunt rei publicae, legum similes<br />

sunt » (De officiis, I, 89); «est igitur proprium munus magistristratus intellegere se gerere personam civitatis<br />

debereque eius dignitatem dignitatem et decus sustinere» (I, 124). Ma vedi anche le definizioni del magistrato come lex<br />

loquens e lex animata nel corso del De legibus. Sul rapporto d’immedesimazione-inclusione tra merito soggettivo e<br />

tradizione cittadina, si tengano presenti i rilievi di G. Garbarino, “Il concetto etico-politico di gloria nel De officiis di<br />

Cicerone”, in Tra Grecia e Roma, Roma 1980.<br />

72 De officiis, I, 67.<br />

73 Ivi, III, 26.<br />

74 Ivi, I, 111 ss.<br />

75 Ivi, I, 83 s.<br />

17


Allora, molto meglio affidarsi al rigore di Attilio Regolo, che risponde alla crisi con inusitato<br />

eroismo, foriero di morte certa, sì, ma nell’interesse generale 76 . Catone e Attilio Regolo: in qualche<br />

modo, entrambi suicidi, entrambi eroi; ma, l’uno eroe di se stesso, l’altro eroe della patria. Benché<br />

encomiabile, la “smodata” fedeltà a una formula ideologica traligna in idolatria, radicalizzando il<br />

mezzo sino al punto di confonderlo con lo scopo. In fin dei conti, il profilo psico-spirituale è lo<br />

stesso del “dottrinario”, accorto solamente alla propria δυναμις intellettuale e morale, ai limiti del<br />

narcisismo. È netto il contrasto con l’immagine dell’uomo “archico”, cui è estranea qualunque sorta<br />

squilibrio, foss’anche a favore di un coraggio sovrumano. Sotto questo punto di vista, per quanto il<br />

paragone possa sembrare assurdo, il tipo “catoniano” condivide molto del tipo “paradossale” di cui<br />

ci siamo occupati: inutile o dannoso, nell’astensione come nell’eversione, entrambi assolutizzano la<br />

dimensione egotica, esaurendo in se stessi i destini della città.<br />

Eppure, comunque vada, anche le loro vicende saranno assorbite nel piano di armonia globale, il<br />

quale fa giustizia di ogni asperità, levigando i picchi di virtù autoreferenziale, che “disturbano” la<br />

cinetica complessiva. Quel piano-λογος, che non è il Progetto, né il Pensiero: più semplicemente, è<br />

il senso veridico di “come va il Mondo”, da niente dominato, da nessuno penetrato. Neppure<br />

dall’ανηρ αρχικος, che può almeno sospettarne le direzioni, a patto di voltarsi indietro.<br />

76 Ivi, III, 99 ss.<br />

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