VERITÀ - Dipartimento di Filosofia

filosofia.unipd.it

VERITÀ - Dipartimento di Filosofia

Il concetto di verità è da sempre al centro dell’interesse dei filosofi,

in particolare di quelli appartenenti alla tradizione analitica. Almeno

a partire dagli anni ’90 del secolo scorso, il dibattito analitico sulla

verità si è articolato lungo tre assi principali: il deflazionismo, il dibattito

sui cosiddetti truth-makers ed il relativismo.

Il volume intende fornire una rassegna quanto più possibile esaustiva

dei modi in cui oggi i filosofi analitici discutono di verità. Per mezzo

di una serie di contributi diversi (articoli di rassegna, recensioni,

discussioni, note) i quasi trenta autori coinvolti in quest’opera

restituiscono al lettore, da molteplici prospettive, la complessità,

ma anche il fascino, di uno degli ambiti di ricerca più vivaci della

filosofia contemporanea.

Massimiliano Carrara è ricercatore presso il dipartimento di filosofia dell’Università di Padova.

Si occupa prevalentemente di logica filosofica, filosofia della logica e metafisica. Ha pubblicato

numerosi articoli su varie riviste internazionali (Journal of Philosophical Logic, Review of Symbolic

Logic, Synthese, Erkenntnis). Ha trascorso periodi di ricerca presso l’Università di Oxford,

la Columbia University (New York), l’Università di Delft (Olanda) e di Melbourne (Australia).

Vittorio Morato è assegnista di ricerca presso il dipartimento di filosofia dell’Università di Padova,

dove è stato anche docente a contratto di Filosofia del Linguaggio e di Filosofia della Mente.

Ha conseguito il dottorato di ricerca in “Filosofia Analitica” presso l’Università di Bologna e ha

studiato presso le Università della California (Los Angeles), di Oxford e di Cambridge.

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Mimesis Communication

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30,00 euro

SIFA

Società Italiana di Filosofia Analitica

www.sifa.unige.it

Mimesis Edizioni

Filosofie Analitiche / Metafisica

www.mimesisedizioni.it

ISBN 978-88-5750-311-0

9 7 8 8 8 5 7 5 0 3 1 1 0

M. CARRARA - V. MORATO (A CURA DI) VERITÀ MIMESIS

VERITÀ

ANNUARIO E BOLLETTINO

DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI

FILOSOFIA ANALITICA (SIFA) 2010

A CURA DI MASSIMILIANO CARRARA

E VITTORIO MORATO

FILOSOFIE ANALITICHE

METAFISICA


FILOSOFIE ANALITICHE / METAFISICA

n.8

http://www. loso aanalitica.blogspot.com

Collana diretta da Massimiliano Carrara

COMITATO SCIENTIFICO

Andrea Bottani (Università di Bergamo)

Richard Davies (Università di Bergamo)

Pierdaniele Giaretta (Università di Padova)

Diego Marconi (Università di Torino)

Massimo Mugnai (Scuola Normale Superiore - Pisa)

Achille Varzi (Columbia University - US)

DIRETTIVO SIFA 2008/2010

Pierdaniele Giaretta (Presidente), Mario De Caro (Vice-presidente),

Elisabetta Galeotti, Andrea Sereni, Vittorio Morato (Responsabile sito web SIFA).

Partecipano inoltre alle riunioni del Direttivo: Elisa Paganini (Revisore dei conti)

Massimiliano Carrara (Responsabile del Bollettino SIFA),

Andrea Bottani (in qualità di ex-presidente) Michele Di Francesco (rappresentante ESAP)


VERITÀ

Annuario e Bollettino della Società Italiana

di Filoso a Analitica (SIFA) 2010

a cura di

Masimiliano Carrara

e Vittorio Morato

MIMESIS

Filoso e Analitiche / Meta sica


© 2010 – MIMESIS EDIZIONI (Milano – Udine)

Collana: Filosofie Analitiche / Metafisica n. 8

www.mimesisedizioni.it / www.mimesisbookshop.com

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Indice

PREFAZIONE

di M. CARRARA E V. MORATO vii

I Stato dell’Arte 1

LA VERITÀ NEL XXI SECOLO

di S. CAPUTO 3

1 Quel che resta del deflazionismo . . . . . . . . . . . . . . . . 6

1.1 Il problema delle generalizzazioni . . . . . . . . . . . 7

1.2 Il problema della conservatività . . . . . . . . . . . . 10

1.3 Deflazionismo e paradossi . . . . . . . . . . . . . . . 13

2 Fattori di verità . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 16

2.1 Che cos’è il rendere vero? . . . . . . . . . . . . . . . 18

2.2 Verità e fattori di verità . . . . . . . . . . . . . . . . . 23

3 Il ritorno del relativismo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 30

3.1 La semantica relativista e le sue motivazioni . . . . . . 32

3.2 Le alternative al relativismo . . . . . . . . . . . . . . 35

3.3 Le obiezioni al relativismo . . . . . . . . . . . . . . . 40

4 Un bilancio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 44

II Simposio su Conceptions of Truth 59

COMPENDIO DI Conceptions of Truth

di W. KÜNNE 61

I LIMITI DELLA MODESTIA

di A. BIANCHI 65


ii INDICE

VERITÀ, LACUNE E oratio obliqua

di A. SERENI 75

RISPOSTE A DUE CRITICI

di W. KÜNNE 89

1 Dubbi sulla Spiegazione Modesta della verità: risposta ad Andrea

Bianchi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 89

1.1 Non abbastanza modesta? . . . . . . . . . . . . . . . 89

1.2 Troppo modesta? . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 95

2 Un conflitto interno alla teoria di Frege. Risposta ad Andrea

Sereni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 98

III Simposio su Per la Verità 111

COMPENDIO DI Per la Verità

di D. MARCONI 113

PROPOSIZIONI, SCHEMI CONCETTUALI, CIRCOLARITÀ

di P. GIARETTA 119

COMMENTO A Per la Verità

di A. IACONA 127

PAURA DEI FATTI E RELATIVISMO “ARISTOTELICO”

di G. LANDO 133

RISPOSTE AI COMMENTI

di D. MARCONI 137

IV Recensioni 147

RECENSIONE DI P. HORWICH, Truth, 1998

di L. BELLOTTI 149

RECENSIONE DI R. FUMERTON, Realism and the Correspondence Theory

of Truth, 2002

di M. PLEBANI 157

RECENSIONE DI M. DUMMETT, Truth and the Past, 2004

di E. PAGANINI 167


INDICE iii

RECENSIONE DI B. WILLIAMS, Truth and Truthfulness, 2005

di D. FASSIO 173

RECENSIONE DI P. ENGEL E R. RORTY, A qui bon la vérité?, 2005

di A. MARABINI 179

RECENSIONE DI T. MERRICKS, Truth and Ontology, 2007

di G. TORRENGO 187

RECENSIONE DI L. BELLOTTI, Teorie della Verità, 2008

di C. FASCHILLI 195

RECENSIONE DI M. RICHARD, When Truth Gives Out, 2008

di D. MINGARDO 201

RECENSIONE DI G. VOLPE, Teorie della Verità, 2008

di E. SACCHI 213

RECENSIONE DI H. CAPPELEN E J. HAWTHORNE, Relativism and Monadic

Truth, 2009

di D. BELLERI 223

1 Introduzione: Semplicità . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 223

2 Relativismo analitico: semplicità perduta . . . . . . . . . . . 224

3 Stabilità del contenuto . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 225

4 Non-specificità e verità monadica . . . . . . . . . . . . . . . 226

5 Predicati di gusto e contestualismo . . . . . . . . . . . . . . . 228

6 Conclusioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 229

RECENSIONE DI M. P. LYNCH, Truth as one and many, 2009

di B. COLLINA 231

1 Truismi e teorie della verità . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 231

2 La teoria funzionalista della verità di Lynch . . . . . . . . . . 233

3 Conclusioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 235

V Note 237

Gaps E Gluts

di F. BERTO E R. CIUNI 239

ESSERE (CATEGORICAMENTE) e POTER ESSERE e NON ESSERE

di A. BORGHINI 251


iv INDICE

LA VERITÀ DI RORTY

di A. COLIVA 261

1 Rorty e la verità: 1979-2005 . . . . . . . . . . . . . . . . . . 262

2 Marconi critico di Rorty . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 265

3 Vattimo epigono di Rorty . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 267

DEFLAZIONISMO E CONSERVATIVITÀ

di C. DE FLORIO 271

LA VERITÀ IN JACKENDOFF

di C. FASCHILLI 281

VERITÀ “ASSOLUTAMENTE” RELATIVA

di L. MARCHETTONI 287

REALTÀ, VERITÀ E LINGUAGGIO

di E. NAPOLI 295

CREDENZA E VERITÀ

di D. SGARAVATTI 303

NUOVI PROBLEMI DI SOSTITUIBILITÀ salva veritate

di G. SPOLAORE 311

QUALE VERITÀ?

di G. TUZET 317

VERITÀ ANTIREALISTA E PARADOSSO DELLA CONOSCIBILITÀ

di G. USBERTI 325

1 Il paradosso . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 325

2 La soluzione di Dummett e i suoi problemi . . . . . . . . . . . 326

3 La soluzione intuizionista ortodossa . . . . . . . . . . . . . . 327

4 Conclusione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 330

DEFLAZIONISMO E IDONEITÀ ALLA VERITÀ

di M. VIGNOLO 333

VERITÀ E GIUSTIFICAZIONE

di G. VOLPE 339

1 L’utilità esplicativa della distinzione fra verità e giustificazione 343

2 Inferenza della migliore spiegazione . . . . . . . . . . . . . . 346

3 L’Argomento della Spiegazione . . . . . . . . . . . . . . . . 347


INDICE v

4 L’errore dell’Argomento della Superfluità pragmatica: una diagnosi

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 349

5 Considerazione conclusiva. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 353

VI Bollettino SIFA 355

Paolo Casalegno, in memoriam

A cura di E. PAGANINI 361

ELENCO DELLE PUBBLICAZIONI 361

RICORDO DI PAOLO CASALEGNO

di A. BONOMI 367

UNA PICCOLA STORIA

di P. FRASCOLLA 371

AMARCORD

di E. NAPOLI 375

RICORDO DI PAOLO CASALEGNO

di M. SANTAMBROGIO 379

Eventi SIFA 2009 387

VII GRADUATE CONFERENCE DI FILOSOFIA POLITICA 387

II GRADUATE CONFERENCE SIFA 399

VII CONFERENZA DI MEDIO TERMINE

di M. DE CARO 407

Eventi SIFA 2010 413

VIII GRADUATE CONFERENCE DI FILOSOFIA POLITICA 413

IX CONVEGNO NAZIONALE SIFA 423


Prefazione

La verità è per i filosofi uno dei temi di maggior interesse. Riassumere,

anche solo per grandi linee, i principali risultati prodotti in filosofia sul

tema è un’impresa disperata, se non impossibile. Lo è anche se ci si

limita (si fa per dire) alle sole ricerche prodotte in filosofia analitica, posto che

si sia preliminarmente in grado di definire in modo chiaro i confini di ciò che si

intende dicendo “filosofia analitica”. Lo è forse un po’ meno – almeno così ci

è sembrato quando abbiamo iniziato a pensare a questo annuario – se si decide

di limitare ulteriormente l’obiettivo del lavoro alle sole ricerche fatte in questi

ultimi due decenni in filosofia analitica.

Il primo e principale obiettivo di questo volume è proprio quello di provare

a fare una fotografia, si spera non troppo “mossa”, delle ricerche recenti sulla

verità in filosofia analitica. A tale scopo abbiamo dato al volume la seguente

struttura: (a) un lungo lavoro di rassegna che presentasse lo stato dell’arte dei

più recenti indirizzi di ricerca sul tema: il deflazionismo, ifattori di verità ed

il relativismo; (b) una discussione approfondita su due libri recenti sulla verità,

quello di W. Künne Conceptions of Truth e quello di D. Marconi Per la

Verità, libri importanti che hanno segnato il dibattito sul tema; (c) una sezione

di recensioni di alcune delle opere, italiane e straniere, che hanno contribuito

a modellare il dibattito sulla verità negli ultimi anni ed infine, (d), degli articoli

brevi, nello stile della rivista inglese Analysis, su punti specifici, ma non

necessariamente di dettaglio. ∗

Una quota non ristretta di filosofi analitici italiani, ha contribuito al volume.

Oltre agli autori, hanno contribuito coloro che, dopo un call for papers,

ci hanno aiutato a selezionare (anonimamente) gli articoli brevi della sezione

“Note” e coloro che ci hanno aiutato a revisionare le traduzioni di testi scritti

originariamente in inglese.

∗ I contributi di questa sezione, chiamata “Note”, sono stati selezionati con un call for papers

e referati anonimamente.


viii Prefazione

La seconda parte del volume è occupata dal Bollettino della Società italiana

di filosofia analitica (SIFA); in esso sono raccolti gli abstracts delle relazioni

selezionate nei vari convegni organizzati, o patrocinati, dalla Società nel

biennio 2009/2010.

Di certo, il risultato poteva essere migliore per una serie numerosa di ragioni.

Una ci è chiara: se Paolo Casalegno fosse ancora qui con noi ed avesse potuto

dare il suo contributo, questo volume ne avrebbe tratto sicuro giovamento. Le

testimonianze, di alcuni degli amici di Paolo, raccolte nella prima parte del

Bollettino curata da Elisa Paganini, ne sono la prova. Paolo era una persona

dalla straordinaria intelligenza ed umanità.

Ci sono varie persone che dobbiamo ringraziare. Primi fra tutti il Presidente

della SIFA nel biennio 2009/2010, Pierdaniele Giaretta, per aver sostenuto

questo progetto, nonchè il precedente Presidente SIFA, Andrea Bottani, che lo

ha visto nascere e aiutato a crescere. Poi tutte le persone che ci hanno dato

una mano nelle revisioni delle note e delle traduzioni (in particolare, A. Furlan,

P. Leonardi, D. Mingardo ed E. Picardi). Infine tutti quelli che hanno

contribuito a questo progetto. Un grazie di cuore a tutti.

MASSIMILIANO CARRARA

VITTORIO MORATO

DIPARTIMENTO DI FILOSOFIA

UNIVERSITÀ DI PADOVA


Parte I

Stato dell’Arte


La verità nel XXI secolo

Stefano Caputo

Università di Sassari

k stefano.caputo@labont.it

Di verità si è sempre molto discusso in filosofia, per lo meno dai Sofisti

in poi. Se ne è parlato abbastanza anche nella filosofia del XX secolo

tanto nella tradizione filosofica analitica che in quella continentale, anche

se spesso in connessione, se non subordinatamente, ad altre questioni. Per

fare alcuni esempi rilevanti: due degli autori posti solitamente all’origine delle

due rispettive tradizioni, il Wittgenstein del Tractatus Logico-philosophicus

(1921) e l’Heidegger di Essere e Tempo (1927), discutono di verità solo in connessione

ai problemi, rispettivamente, del senso delle proposizioni e del senso

dell’essere. Il dibattito che ha luogo fra i membri del Circolo di Vienna intorno

alla concezione coerentista della verità si sviluppa a partire dalla discussione

sullo statuto semantico ed epistemologico degli enunciati osservativi nell’ambito

del progetto di analisi logico-linguistica del discorso scientifico e di lotta

contro la metafisica. Lo stesso lavoro di Tarski (1935) sulla definizione di

un predicato di verità per i linguaggi formalizzati era mosso dall’esigenza di

fornire un’analisi della nozione di verità scientificamente rispettabile che non

cadesse sotto gli strali della polemica antimetafisica dei neopositivisti. Infine,

per fare un salto in avanti, il dibattito sulla verità in filosofia analitica dalla fine

degli anni ’60 fino agli anni ’80 è stato in gran parte incentrato sul ruolo della

nozione di verità in una teoria del significato in seguito alla pubblicazione, nel

1967, di “Truth and meaning” di Davidson e alle critiche avanzate da Dummett

(1975, 1976) e, preveggentemente, Dummett (1959)) al progetto davidsoniano

di teoria vero condizionale del significato. Naturalmente non sono mancati nel

XX secolo episodi filosofici in cui la verità e nient’altro che la verità è stata


4 La verità nel XXI secolo

al centro della discussione. Basti pensare al Quine proto-decitazionalista di

“Truth and disquotation” (1974), al duello oxoniense, a cavallo fra i ’40 e i

’50, fra Strawson (1950) con la sua teoria performativa della verità e Austin

(1950) difensore di una forma di corrispondentismo alternativo a quello sviluppato

da Wittgenstein e Russell nella fase dell’atomismo logico e, andando

a ritroso, agli albori del secolo, alla pubblicazione nel 1902 nel Dictionary of

Philosophy and Psychology tanto di “Truth”, in cui Moore sosteneva una forma

di teoria della verità come identità fra proposizioni vere e fatti, quanto di

“Definitions of truth” in cui Peirce ripresentava e difendeva la teoria del “limite

ideale”, nonché, per restare alle origini delle concezioni pragmatiste della

verità, alla pubblicazione, nel 1909, di The Meaning of Truth di James. In

questi stessi anni a Cambridge la Correspondence-Renaissance si apriva con

le lezioni tenute da Moore nel 1910 (Baldwin, 1993) e con la formulazione da

parte di Russell della teoria della credenza come relazione multipla in “On the

nature of truth and falsehood” (1912), per poi fiorire brevemente, all’indomani

della Grande Guerra, con l’atomismo logico del Russell di “The philosophy of

logical atomism” (1918) e del Wittgenstein del Tractatus. Di lì a poco infine,

nel 1927, veniva pubblicato “On facts and propositions” di Ramsey, all’origine

delle concezioni deflazioniste della verità.

Ma di episodi, per quanto importanti e gravidi di effetti, appunto si tratta.

Nessuno di questi scritti è stato cioè tale da suscitare una convergenza della

discussione filosofica di quegli anni sul tema della verità, una convergenza tale

da giustificare l’impressione che il problema della verità fosse allora un focus

del dibattito filosofico. Naturalmente questo dipendeva anche dal fatto che

erano tempi in cui molti filosofi, a torto o a ragione, erano ancora interessati a

formulare qualcosa come una visione del mondo nell’ambito della quale molti

problemi potevano trovare posto ma nessuno occupare solitario il centro della

scena: l’era della specializzazione filosofica non era ancora arrivata.

Qualcosa di nuovo si verifica fra la metà degli anni ’80 e i primi anni ’90.

Da una parte alcuni articoli di Hartry Field, a partire da “The deflationary

conception of truth” (1986), e, soprattutto, la pubblicazione nel 1990 di Truth

di Paul Horwich accendono il dibattito intorno alle concezioni deflazioniste

della verità che, per altro, già nel decennio precedente avevano trovato una

radicale formulazione con la teoria proenunciativa di Dorothy Grover, Joseph

Camp e Nuel Belnap (1975) nonché in “Theories of reference and truth” di

Stephen Leeds (1978).

Dall’altra la pubblicazione, nel 1984, dell’articolo “Truth-makers” di Kevin

Mulligan, Peter Simons e Barry Smith e, negli anni seguenti, la diffusione in

Australia delle posizioni realiste di Charles Burton Martin, David Mallet Armstrong

e John Bigelow riportavano l’attenzione della comunità filosofica se non


S. Caputo 5

proprio sulla teoria della verità come corrispondenza per lo meno sull’intuizione

centrale di tale concezione, l’intuizione cioè che se un portatore di verità è

vero allora ci deve essere qualche entità che lo rende vero: nessuna verità senza

fattori di verità (truth-makers).

Un altro episodio gravido di conseguenze, nei primi anni novanta, è la pubblicazione,

nel 1992, di Truth and Objectivity in cui Crispin Wright, partendo

da una discussione critica del deflazionismo, proponeva una concezione pluralistica

della verità secondo la quale anche se il predicato di verità esprime un

unico concetto individuato da una serie di ovvietà accettate da tutti coloro che

lo comprendono, tali ovvietà possono essere soddisfatte da differenti proprietà

dei portatori di verità in diversi ambito di discorso 1 . Il libro di Wright, oltre

ad aprire il dibattito sul pluralismo in teoria della verità, portava l’attenzione

sul problema concernente la relazione fra la nozione di verità e gli ambiti di

discorso cosiddetti “non fattuali”, come il discorso estetico, i giudizi di gusto o

il discorso morale: c’è un senso di “vero” in cui si può ammettere che un certo

tipo di discorso che sembra non descrivere fatti (per lo meno non nello stesso

senso in cui descrive fatti un enunciato come “Torino è in Piemonte”) possa

essere vero o falso? 2 Lo stesso problema era peraltro sollevato in quegli stessi

anni, in una prospettiva deflazionista e non pluralista, da Field in “Disquotational

truth and factually defective discourse” (1994b). Proprio la questione di

come si possa parlare di verità in ambiti di discorso come i giudizi di gusto,

quelli morali, le attribuzioni di conoscenza o i futuri contingenti è al centro di

uno dei principali temi di discussione nel dibattito degli ultimi anni riguardo

alla verità: quello concernente il relativismo (sulla verità), portato alla ribalta

dai lavori di Max Kölbel e John MacFarlane.

Gli anni ’90 sembrano dunque avere offerto al dibattito filosofico sulla verità

di questo primo decennio del XXI secolo tre nuclei di discussione: deflazionismo,

fattori di verità, relativismo.

1 Dopo la pubblicazione di Truth and Objectivity la concezione pluralistica della verità è stata

difesa, oltre che da Wright (2001, 2003), da M. Lynch (2001, 2004, 2009). La differenza

principale fra le due versioni del pluralismo è che Lynch, a differenza di Wright, ammette

l’esistenza di un’unica proprietà denotata dal predicato di verità: una proprietà funzionale

(di secondo ordine) realizzata da diverse proprietà dei portatori di verità. Questa modifica

consente a Lynch di difendere la sua versione del pluralismo da una delle principali obiezioni

sollevabili contro la versione di Wright: quella di rendere invalidi degli argomenti,

intuitivamente validi, in cui compaiono come premesse e conclusioni enunciati appartenenti

ad ambiti di discorso ai quali si applicano diverse proprietà che realizzano le caratteristiche

formali che individuano il concetto di verità.

2 La risposta di Wright era positiva: in tali ambiti discorso la proprietà che ha il ruolo concettuale

della verità è la superasseribilità: una proposizione ha tale proprietà quando è asseribile

giustificatamente e si può essere certi a priori che lo rimarrà di fronte a qualsiasi futura nuova

informazione; dunque la superasseribilità, a differenza della semplice asseribilità, è, come

la verità, una proprietà stabile dei portatori di verità.


6 La verità nel XXI secolo

1 Quel che resta del deflazionismo

Il deflazionismo, com’è noto, non è una teoria della verità ma una famiglia di

concezioni della verità che hanno alcuni tratti in comune (e quanto meno numerosi

saranno i tratti prescelti tanto più numerosa diverrà la famiglia). L’idea

di fondo comune a tutte le concezioni deflazioniste è che la verità non sia una

proprietà sostanziale. Ma che significa questo? La prima tesi con cui i deflazionisti

sostengono la “non sostanzialità” della verità è quella che la verità non

sia una proprietà di cui è possibile fornire un’analisi (e il predicato “è vero” un

predicato di cui sia possibile fornire una definizione esplicita). La seconda tesi

è quella secondo cui tutto ciò che c’è da sapere su tale proprietà sia contenuto

nelle esemplificazioni di una qualche versione dello schema di equivalenza

tarskiano, la partizione fondamentale essendo qui quella fra le versioni dello

schema di equivalenza in cui il predicato di verità viene applicato ad enunciati

(come nel decitazionalismo di Field) e quelle in cui viene applicato a proposizioni

(come nel minimalismo di Horwich). La terza tesi è quella secondo cui

il predicato di verità è solo uno strumento di ascesa semantica (ci permette di

inferire “è vero che p” da “p”) e ridiscesa semantica (ci permette di inferire

“p” da “è vero che p”) e l’ascesa e la ridiscesa semantica sono a loro volta un

fondamentale strumento espressivo, perché ci permettono di asserire cose che,

almeno noi esseri dotati di memoria e tempo finiti, non potremmo asserire se

non avessimo il predicato di verità. Ad esempio se non avessimo il predicato

di verità non potremmo esprimere la nostra accettazione incondizionata di

tutti i teoremi dell’aritmetica, pur non conoscendoli tutti, se non asserendo la

congiunzione infinita:

se “la neve è bianca” è un teorema dell’aritmetica allora la neve è bianca

e se “2 + 2 = 4” è un teorema dell’aritmetica allora 2 + 2 = 4 e. . .

cioè la congiunzione di tutti gli enunciati che esemplificano lo schema

se “q” è un teorema dell’aritmetica allora q.

Allo stesso modo non potremmo esprimere (e dunque presumibilmente nemmeno

pensare) la nostra incondizionata accettazione delle credenze di qualcun

altro, ad esempio Berlusconi, perché nuovamente non potremmo farlo se non

asserendo la congiunzione infinita degli enunciati che esemplificano lo schema:

se Berlusconi ha detto che p allora p.

Ma nessun essere finito può asserire congiunzioni infinite.

Dopo la pubblicazione degli articoli di Field (1986, 1994a,b) e soprattutto di

Truth di Horwich (1990), gli anni ’90 hanno visto, come si è detto, un intenso


S. Caputo 7

dibattito caratterizzato dalla formulazione da più parti di numerose critiche

alla proposta deflazionista, tanto nella versione decitazionale di Field quanto

in quella proposizionale di Horwich. Per quanto riguarda il decitazionalismo

di Field i lavori in cui sono state avanzate e riassunte le critiche fondamentali

sono stati Correspondence and Disquotation di Marian David (1994), e “A

critique of deflationism” di Anil Gupta (1993a); per quanto invece riguarda il

minimalismo di Horwich, nonostante sia stato fatto oggetto di un vero e proprio

tiro al bersaglio da parte dei nemici del deflazionismo, la critica più articolata e

che ha sollevato i punti fondamentali di discussione è “Minimalism” di Gupta

(1993b).

Il motivo per cui i critici si sono particolarmente accaniti sul minimalismo è

probabilmente che la formulazione che Horwich ne dà è particolarmente chiara

e concisa. Il minimalismo consiste in una singola proposizione: la teoria minimale

(MT) è una teoria adeguata della verità. 3 Una teoria adeguata della verità

è una teoria che spiega da sola tutti i fatti essenziali riguardo alla verità, un fatto

essenziale riguardo alla verità essendo un fatto necessario riguardo alla verità e

che in più riguarda solo la verità e nient’altro. La chiarezza della formulazione

facilita la critica: ciò che un critico del minimalismo dovrà fare sarà trovare un

fatto essenziale riguardo alla verità che (MT) non è in grado di spiegare. Ed

è quello che per l’appunto hanno fatto, o cercato di fare, i nemici del minimalismo

(e più in generale del deflazionismo, sostituendo ad (MT), ad esempio,

una sua versione decitazionale). D’altra parte la formulazione del minimalismo

prefigura la forma di difesa che Horwich e i sostenitori del minimalismo

(e, con le debite variazioni, anche sostenitori di altre forme di deflazionsmo)

hanno adottato nei confronti delle critiche: sostenere che lo specifico fatto indicato

dal critico del minimalismo come un fatto recalcitrante alla spiegazione

da parte di (MT) o può essere effettivamente spiegato da (MT) oppure non è un

fatto essenziale riguardo alla verità, e dunque può essere spiegato da (MT) solo

unitamente ad altre teorie (quelle che riguardano cioè l’ambito di fenomeni da

cui dipende essenzialmente quel fatto).

1.1 Il problema delle generalizzazioni

Fra i fatti concernenti la verità che i deflazionisti sono stati accusati di non

spiegare vi sono le generalizzazioni logiche come:

oppure

tutti gli enunciati/proposizioni della forma “p → p” sono veri

3 Quella che Gupta (1993a) chiama appunto la “Tesi di adeguatezza”.


8 La verità nel XXI secolo

se è vero un condizionale ed è vero il suo antecedente allora è vero il

conseguente 4 .

Infatti, anche se dalla teoria minimale (unitamente ad altre teorie, di volta in

volta pertinenti) sono deducibili tutte le esemplificazioni di tali generalizzazioni,

le generalizzazioni stesse non sono a loro volta deducibili dalla lista delle

loro esemplificazioni (e nemmeno dalla congiunzione di esse). Il problema è

particolarmente grave per il deflazionismo perché non solo le generalizzazioni

in questione sono fatti essenziali concernenti la verità che il deflazionismo

dovrebbe spiegare, ma il permetterci di esprimere tali generalizzazioni è, secondo

i deflazionisti, l’unica funzione del predicato di verità. Ed è particolarmente

drammatico per una qualsiasi teoria concernente qualsiasi cosa che la teoria

non riesca a spiegare la funzione fondamentale che quella cosa ha secondo la

teoria stessa: che ne diremmo di una teoria delle aspirapolvere che riconosca

che la loro funzione essenziale è quella di aspirare la polvere ma che non riesca

a spiegare come e perché esse siano in grado di farlo?

Nessuna delle risposte fornite dai deflazionisti, in particolare da Horwich,

in difesa del minimalismo, e da Field in difesa del suo decitazionalismo puro,

sono state del tutto convincenti. Horwich (1998) faceva appello alla particolare

natura delle proposizioni (i particolari oggetti su cui si quantifica nelle generalizzazioni

sulla verità): solo per le proposizioni vale cioè la regola di inferenza

per cui si può inferire da un insieme di premesse che attribuiscono a ciascuna

proposizione (singolarmente presa) il possesso di una certa proprietà la conclusione

che tutte le proposizioni hanno tale proprietà. La caratteristica specifica

delle proposizioni in virtù di cui solo quando si tratta di esse vale tale regola

di inferenza è la loro esistenza in tutti i mondi possibili: questo, unitamente al

fatto che le esemplificazioni delle generalizzazioni di cui si tratta sono verità

necessarie, assicura che non vi sia alcun mondo possibile in cui siano vere tutte

le esemplificazioni della generalizzazione e falsa la generalizzazione stessa,

e che dunque la regola di inferenza preservi la verità. David (2002) ha però

correttamente sostenuto che la risposta di Horwich:

(1) consente di salvare la capacità esplicativa nei confronti delle generalizzazioni

di (MT) solo adottando una nozione di spiegazione molto più robusta

rispetto alla semplice conseguenza logica: le generalizzazioni sono deducibili

da (MT) infatti solo modulo una teoria controversa e sostanziale sulla

natura delle proposizioni e questo diminuisce di molto la neutralità metafisica

del minimalismo stesso (e dunque in ultima analisi la sua natura

deflazionistica);

4 Gupta (1993a,b), Soames (1999), David (2002).


S. Caputo 9

(2) la strategia in ogni caso non funziona per le generalizzazioni le cui esemplificazioni

non sono verità necessarie.

Horwich (2001) sembra invece adottare una strategia diversa, secondo la

quale ciò che ci autorizza ad inferire una generalizzazione è la consapevolezza

di un pattern inferenziale che si riproduce in ogni singolo ragionamento con cui

possiamo derivare singole istanze della generalizzazione. L’esistenza di tale

pattern ci autorizza a pensare che saremo in grado di derivare allo stesso modo

ogni possibile esemplificazione della generalizzazione, e questo ci autorizza ad

inferire la generalizzazione.

La soluzione proposta qui da Horwich non sembra essere sostanzialmente

diversa da quella, elaborata da Field (1994a, 2001a, 2006), che fa uso di ragionamenti

schematici: l’idea di Field è che nella teoria della verità non entrano

solo le esemplificazioni dello schema di equivalenza ma lo schema stesso, e che

lo schema può essere usato come premessa in ragionamenti schematici. Inoltre

una conclusione schematica come:

‘p e q’ è vero se e solamente se ‘p’ è vero e ‘q’ è vero

autorizza una generalizzazione come:

una congiunzione è vera se e solamente se entrambi i suoi congiunti sono

veri.

Naturalmente il nocciolo della questione è se la regola di generalizzazione sia

o meno legittima e se il considerarla legittima non sia semplicemente la negazione

della difficoltà sollevata da Gupta et alii. Considerare legittima la regola

di generalizzazione significa non dare un’interpretazione degli schemi secondo

la quale il contenuto di uno schema non è altro che il contenuto della lista delle

sue esemplificazioni: l’idea di Field è che l’asserzione di uno schema impegna

all’asserzione di sempre nuove sue esemplificazioni, anche quelle che non

fanno parte del linguaggio attuale della teoria, ed è questo impegno a rendere

legittima l’inferenza della generalizzazione. La discussione sul tema è dunque

aperta: le giustificazioni, in ultima analisi psicologico- disposizionali, di

Field e Horwich sono accettabili? 5 Non rimuovono la differenza fra “ritenersi

giustificati ad inferire p” ed “essere giustificati ad inferire p”?

Probabilmente sono state proprio le difficoltà del deflazionismo a rendere

conto delle generalizzazioni a spingere alcuni a formulare delle definizioni di

verità deflazionistiche in spirito ma che, in quanto definizioni, sono in grado di

generare le generalizzazioni volute. É questo il caso di Künne (2003) con la

sua “concezione modesta” della verità o di Hill (2002). La definizione di verità

proposta da entrambi è:

5 Per una risposta negativa cfr. Shapiro (2003).


10 La verità nel XXI secolo

Per ogni x, x è vero se e solamente se esiste p tale che x = la proposizione

che p e p.

La differenza fra le due proposte dipende dalla diversa lettura della quantificazione

che fa uso della variabile enunciativa “p”, interpretata da Hill come

quantificazione sostituzionale e da Künne come quantificazione oggettuale di

ordine superiore su proposizioni (l’idea è che le espressioni che si possono

sostituire alle occorrenze della variabile “p” in una formula non nominano gli

oggetti che sono i valori della variabile ma li esprimono, sono cioè gli enunciati

che esprimono le proposizioni su cui si quantifica nella definizione). I problemi

in cui incorrono queste concezioni dipendono proprio dall’interpretazione

della quantificazione in posizione enunciativa. L’interpretazione sostituzionale

sembra stretta fra la Scilla dell’essere a sua volta chiarita facendo uso della nozione

di verità (il che renderebbe la definizione di verità che ne fa uso circolare)

e la Cariddi dell’essere chiarita come un equivalente di congiunzioni o disgiunzioni

infinite, ma questa interpretazione rende equivalente la definizione a tali

congiunzioni e disgiunzioni infinite e dunque riporta la teoria ai problemi delle

concezioni deflazioniste classiche che si limitano ad identificare la teoria della

verità con la lista dei bicondizionali tarskiani.

L’interpretazione oggettuale proposta da Künne è stata invece accusata di

essere di dubbia intelligibilità (Marconi, 2006), o di essere una versione mascherata

di una concezione corrispondentista che fa un criptoriferimento a stati

di cose (David, 2005). Inoltre ammesso, e non concesso, che le espressioni

del linguaggio ordinario con cui Künne intende chiarire il senso della suddetta

quantificazione ne siano effettivamente esempi (“esiste p e p” dovrebbe essere

inteso, secondo Künne, come “c’è un modo in cui le cose possono essere dette

stare e le cose stanno in quel modo”), tali esempi sono a loro volta intellegibili

indipendentemente dal riferimento alle infinite esemplificazioni di uno schema

come “che p e p”, cioè in modo non sostituzionale?

1.2 Il problema della conservatività

Un nuovo fronte di discussione sul deflazionismo, strettamente connesso a quello

sulle generalizzazioni, è stato aperto dall’articolo del 1998 di Stewart Shapiro,

“Proof and truth: through thick and thin”. Shapiro (e dopo di lui, Ketland

1999, 2005) osservava nell’articolo che la nozione di conservatività poteva essere

usata per dare un senso preciso allo slogan deflazionista che la verità non è

una proprietà robusta o sostanziale: la verità non è una proprietà sostanziale o

robusta perché l’aggiunta del predicato di verità ad una teoria di base produce

una teoria che è un’estensione conservativa di tale teoria. Se infatti l’aggiunta

del predicato di verità permettesse di provare qualche enunciato formulabile


S. Caputo 11

già nel linguaggio della teoria di base che non era però provabile in tale teoria,

allora sembrerebbe che la nozione di verità ci permetta di sapere delle cose sui

fenomeni di cui parla la teoria di base che non eravamo in grado di sapere o

spiegare prima di possedere la nozione di verità. Ma se così fosse allora diventerebbe

difficile capire in che senso la verità non è una proprietà robusta

o sostanziale. Shapiro sottolineava però come i lavori di Gödel sull’incompletezza

dell’aritmetica e di Tarski sulla definizione di vero-in-L presi insieme

forniscano una chiara prova della non conservatività della verità: un predicato

di verità tarskiano per un linguaggio in cui è formulabile l’aritmetica elementare

permette infatti di provare la consistenza di essa, cosa che non è provabile

ma formulabile, in base al primo e al secondo teorema di incompletezza di Gödel,

all’interno dell’aritmetica stessa. D’altra parte aggiungendo all’aritmetica

elementare una teoria della verità fatta solo dai bicondizionali tarskiani si ottiene

un’estensione conservativa della teoria di base, ma non si riesce più, come

aveva sottolineato già Tarski stesso, a provare generalizzazioni come “tutti i

teoremi dell’aritmetica sono veri” (da cui segue la consistenza dell’aritmetica).

L’argomento è in ultima analisi il seguente:

(1) una teoria della verità deflazionista deve essere conservativa (pena la sostanzialità

della verità);

(2) una teoria conservativa non riesce a dimostrare generalizzazioni come “Tutti

i teoremi dell’aritmetica sono veri”;

(3) una teoria della verità che non riesce a dimostrare tali generalizzazioni non

è adeguata (perché non rende conto del potere espressivo del predicato di

verità);

di conseguenza:

(4) Il deflazionismo è una teoria della verità inadeguata.

Le risposte che i deflazionisti hanno tentato di fornire all’argomento si possono

distinguere in due gruppi:

(A) quelle che hanno negato il requisito di conservatività per una teoria deflazionista

della verità;

(B) quelle che hanno negato il requisito di adeguatezza.

Al secondo gruppo si possono ricondurre le risposte di Azzouni (1999) e Tennant

(2002); al primo quella di Halbach (2001), e ad un misto delle due strategie

può invece ricondursi quella adottata da Field (1999). Tennant ha sostenuto

che la consistenza dell’aritmetica è provabile senza far ricorso all’argomento

semantico che fa uso del predicato di verità, con l’aiuto invece di schemi come


12 La verità nel XXI secolo

se “p” è provabile nell’aritmetica allora p

(quelli che Fefferman (1962, 1991) chiama i “reflection principles”). Ketland

(2005) ha però obiettato da una parte che Tennant non fornisce alcuna giustificazione

dei principi di riflessione e che il modo più intuitivo di giustificarli

sembra essere quello di usare la corrispondente generalizzazione che fa uso

della nozione di verità; dall’altra che la possibilità di giustificare la consistenza

dell’aritmetica senza fare uso della nozione di verità non elimina il fatto che

tale nozione possa essere usata per fornire una tale giustificazione, e di tale uso

del predicato di verità il deflazionista non fornisce alcuna spiegazione. Azzouni

(1999) ha invece negato che sia compito della teoria della verità spiegare le generalizzazioni

problematiche, sfruttando la distinzione fra generalizzazioni che

concernono la verità (come quelle concernenti la dipendenza del valore di verità

di un enunciato complesso dai valori di verità degli enunciati componenti)

e generalizzazioni che concernono particolari classi di enunciati/proposizioni

(come sono appunto i teoremi della matematica): se non chiediamo ad una teoria

della verità di dimostrare che tutto quello che dice Berlusconi è vero, perché

dovremmo chiederle di dimostrare che tutti i teoremi dell’aritmetica sono veri?

Ma, come ha osservato Strollo (2010), la proposta di Azzouni finisce per

negare ogni uso al predicato di verità: la differenza fra l’aritmetica e la teoria

su Berlusconi è che non abbiamo buone ragioni per credere nella seconda teoria

e invece ne abbiamo di ottime per credere nella prima: se avessimo buone

ragioni per credere nella teoria secondo cui se Berlusconi dice che p allora p,

potremmo legittimamente chiedere alla teoria della verità di dimostrare che tutto

quello che dice Berlusconi è vero. Allo stesso modo, se abbiamo ragione

di asserire una singola proposizione il predicato di verità può essere usato per

esprimere la nostra accettazione di tale proposizione.

Field (1999) ha tentato una strada che salvi sia il requisito di conservatività

sia il potere espressivo della verità, sostenendo che la dimostrabilità della

generalizzazione “Tutti i teoremi dell’aritmetica sono veri” non dipende essenzialmente

dalla verità ma dalla natura dei numeri naturali: da tale natura dipende

infatti il principio di induzione completa di cui fa uso la dimostrazione del

teorema di correttezza per l’aritmetica. Alla strategia di Field si possono muovere

due critiche: in primo luogo (Shapiro, 2002) vi sono teorie chiaramente

sostanziali (ad esempio teorie matematiche del secondo ordine) che diventano

conservative sull’aritmetica non appena si toglie l’induzione completa (dunque

la non sostanzialità assicurata dalla conservatività senza induzione sembra essere

una non sostanzialità molto tenue); in secondo luogo, le teorie deflazioniste

pure, quelle cioè che non fanno uso di clausole ricorsive, non permettono la

dimostrazione delle generalizzazioni anche ammettendo l’induzione completa

(Strollo, 2010). La morale da trarsi da questi due fatti sembra essere dunque


S. Caputo 13

che l’induzione completa non è l’unica responsabile della possibilità di dimostrare

le generalizzazioni, ma tale possibilità dipenda sia dall’induzione (cioè

dai numeri) sia dalla verità.

La difficoltà di conciliare potere espressivo della verità e conservatività ha

indotto Halbach (2001) a sostenere che il requisito di conservatività non dovrebbe

essere accettato dal deflazionista. La tesi di Halbach è che l’idea deflazionista

della non sostanzialità della verità non si basa sulla conservatività

(l’identificazione di non sostanzialità e conservatività è stata in un certo senso

imposta ai deflazionisti dai loro avversari), ma sulla tesi che l’unica funzione

del predicato di verità sia quella “logica” di permettere l’espressione di

congiunzioni e disgiunzioni infinte tramite generalizzazioni. Se per svolgere

questa funzione la teoria della verità deve essere non conservativa, allora il deflazionista

deve dare il benservito alla conservatività. L’ovvia controbiezione

dei nemici del deflazionismo a questa strategia è che essa sia in effetti una resa

del deflazionismo: è vero cioè che il deflazionista può sostenere che l’idea

della non sostanzialità della verità non dipende solo dalla conservatività, ma è

innegabile che la non conservatività di una teoria su una teoria di base, il fatto

che essa permetta di esprimere e dimostrare sulla realtà di cui parla la teoria di

base cose che non erano formulabili e dimostrabili senza di essa, indebolisce

molto la pretesa di non sostanzialità della proprietà che è oggetto della teoria

stessa. Insomma il potere espressivo del predicato di verità, dati i suoi effetti

non conservativi, sembra essere un buon indizio della sostanzialità della verità

stessa, dunque se il deflazionista accetta in toto tale potere espressivo, insieme

alle sue conseguenze non conservative, egli sembra dover rinunciare ad una

grossa fetta dell’idea di non sostanzialità della verità. Ma se si assottiglia a tal

punto l’idea di non sostanzialità, che cosa resta del deflazionismo? 6

1.3 Deflazionismo e paradossi

L’aspetto del dibattito sul deflazionismo che ha forse più occupato la discussione

negli ultimissimi anni è quello vertente sulla capacità di una concezione

6 Strollo (2010) formula un’originale terza via per conciliare conservatività e potere espressivo

della verità: distinguere fra conservatività globale della teoria della verità e conservatività

locale (limitata cioè ai singoli bicondizionali tarskiani). Il deflazionista può limitarsi a sostenere

questo secondo tipo di conservatività e imputare (adottando una strategia simile a quella

di Field) la non conservatività delle generalizzazioni alla funzione logica dei quantificatori.

Naturalmente al deflazionista rimane il problema di colmare in qualche modo il salto logico

che sussiste fra il potere espressivo di una generalizzazione e quello di una lista, seppure

infinita, di enunciati, posto che, nella sua prospettiva, tutta la nostra conoscenza della verità

è esaurita dalla lista dei bicondizionali (o, nella versione ricorsiva della teoria, dalla lista

delle clausole per la caratterizzazione decitazionale del riferimento).


14 La verità nel XXI secolo

deflazionista di trattare i paradossi semantici. Proprio alla questione dei paradossi

Field ha dedicato il suo ultimo libro, Saving Truth from Paradox (2008),

che presenta all’interno di una trattazione generale del problema dei paradossi

semantici la specifica soluzione di Field in un’ottica deflazionista. La pubblicazione

del libro ha acceso ulteriormente il dibattito sul tema, come dimostra

il Book Symposium ad esso recentemente dedicato su Philosophical Studies 7 .

Il problema rappresentato dai paradossi per il deflazionismo, in tutte le sue forme,

è il seguente: l’accettazione di tutte le esemplificazioni dello schema di

equivalenza e delle logica classica genera contraddizioni. Dunque il deflazionismo

sembra essere stretto fra il rifiuto della logica classica (con il rifiuto del

terzo escluso o l’adesione ad una logica paraconsistente) e una restrizione sulle

esemplificazioni accettabili dello schema di equivalenza.

La mossa della restrizione, adottata da Horwich, è stata sottoposta a svariate

critiche. In primo luogo, come hanno osservato Soames (1999) e Gupta (2006),

essa, data la sua natura ad hoc, sembra privare il deflazionista delle risorse per

spiegare, all’interno della sua teoria, il motivo per cui insorgono i paradossi;

ma, dopo tutto, i paradossi semantici sembrano dipendere, per lo meno anche,

dal concetto di verità e il deflazionismo vorrebbe essere una teoria adeguata

del contenuto di tale concetto. In secondo luogo Armour-Garb (2004) e Gupta

(2006) hanno osservato come tale mossa sembra essere in conflitto con la

funzione espressiva che i deflazionisti assegnano al predicato di verità: perché

l’incrollabile fiducia in Berlusconi da parte di Pippo dovrebbe arretrare di fronte

al proferimento da parte di Berlusconi di una frase che genera i paradossi?

Perché una disgiunzione che contiene come costituente una frase generatrice

del paradosso non dovrebbe cadere nell’ambito della generalizzazione “Una

disgiunzione è vera se e solamente se è vero uno dei disgiunti”? Visto sotto

un altro punto di vista, il problema è che una restrizione sulle esemplificazioni

accettabili dello schema di equivalenza potrebbe essere giustificata solo da

una nozione di verità più sostanziale di quella a cui i deflazionisti possono, e

vogliono, appellarsi (su questo punto vertono alcuni degli articoli apparsi su

Armour-Garb e Beall 2006). Se questo è vero, allora il deflazionista sembra

costretto all’accettazione di una profonda revisione della logica classica: ad

esempio o alla negazione del terzo escluso, come proposto da Field, o, come

proposto da Armour-Garb, all’accettazione di una posizione “dialethista” e di

una logica paraconsistente. Del resto una revisione della logica classica sembra

essere l’unica strada anche per un teorico inflazionista che però abbia a cuore

il potere espressivo del predicato di verità: questo fatto ha portato a sostenere

(Gupta, 2006) che il paradosso del mentitore non comporta alcuno specifico

7 Philosophical Studies, 147 (3), 2010.


S. Caputo 15

problema per il deflazionismo (nel senso che comporta per il deflazionismo gli

stessi problemi che comporta per altre teorie della verità).

Senza dubbio la proposta di soluzione del problema dei paradossi semantici

che negli ultimi anni è stata maggiormente al centro della discussione è quella

formulata a più riprese da H. Field (2003, 2007, 2008) nel contesto più ampio

della difesa della specifica forma di deflazionismo da lui sostenuta. L’approccio

di Field al problema dei paradossi può essere descritto in questo modo:

posto che la validità non ristretta dello schema di equivalenza “tarskiano” è

una condizione essenziale affinché la verità svolga la sua funzione espressiva

e che tale validità non ristretta è incompatibile con la logica classica, qual è

la migliore logica non classica compatibile con la validità non ristretta dello

schema di equivalenza (e dunque con la funzione espressiva del predicato di

verità)? Due condizioni essenziali per candidarsi al ruolo di “migliore” logica

non classica sono:

(i) avere un condizionale che renda veri tutti i bicondizionali tarskiani (compresi

quelli che generano i paradossi) ma che allo stesso tempo possa essere

usato nel ragionamento (cioè possa giustificare un numero sufficiente

di inferenze);

(ii) fornire un modo per classificare gli enunciati che generano i paradossi.

La soluzione di Field, come è noto, adotta l’idea sviluppata da Kripke (1975)

di trattare il predicato di verità come un predicato parzialmente definito adottando

una logica a tre valori (Vero/Falso/Indeterminato) che viene estesa dagli

enunciati semplici a quelli complessi con le tavole di verità di Kleene. Nella

logica che ne risulta non valgono più tutte le esemplificazioni del terzo escluso

(in particolare non valgono quelle in cui il valore di verità di “p” è Indeterminato),

senza che però siano asseribili le negazioni di tali esemplificazioni

del terzo escluso (fatto che genererebbe contraddizioni). Fra gli enunciati che

hanno valore Indeterminato (e che vengono classificati come “non determinatamente

veri” facendo uso del predicato del metalinguaggio “determinatamente

vero”) vi sono quelli che generano i paradossi semantici (perché, come nella

teoria della verità di Kripke, la verità o falsità di un enunciato che contiene

il predicato vero è determinata dalla verità o falsità degli enunciati che non

contengono il predicato di verità). I bicondizionali tarskiani che contengono

gli enunciati “paradossali” risulteranno poi veri introducendo nel linguaggio

un condizionale, diverso da quello materiale, che risulta vero ogni volta che

antecedente e conseguente hanno la stessa valutazione (anche se questa è per

entrambi Indeterminato), un condizionale cioè in cui “se p allora q” significa

“q non è meno vero di p”. I pregi che Field ascrive alla propria soluzione sono

diversi:


16 La verità nel XXI secolo

(1) che essa consente un trattamento unitario dei paradossi e della vaghezza;

(2) che, a differenza di altre soluzioni che rivedono in modi diversi la logica

classica, essa permette una difesa pienamente soddisfacente della sostituibilità

in ogni contesto di “p” e “‘p’ è vero”;

(3) che essa evita il riproporsi di paradossi semantici che fanno uso non del

predicato “vero” ma del predicato “determinatamente vero” (il cosiddetto

problema della “vendetta del paradosso”).

Proprio il secondo e il terzo punto sono stati quelli maggiormente messi in

discussione dai sostenitori di soluzioni alternative al problema dei paradossi,

siano essi simpatizzanti o nemici del deflazionismo, a ulteriore riprova che la

questione del mentitore costituisce a tutt’oggi un problema centrale per chi

voglia fornire una risposta di qualsiasi tipo, ma degna di questo nome, alla

domanda: che cos’è la verità? 8

2 Fattori di verità

Che la ragione per cui è vero che la neve è bianca sia che la neve è bianca e

che la ragione per cui la neve è bianca non sia che è vero che la neve è bianca

sembra essere un’intuizione fermamente condivisa fra tutti coloro che capiscono

il significato della parola “vero”. I filosofi che sono stati particolarmente

colpiti da questo carattere della nozione di verità hanno detto che la verità è

fondata dalla realtà: la verità di una proposizione dipende da come stanno le

cose (di cui parla la proposizione) e da null’altro, ma come stanno le cose non

dipende dall’essere la proposizione vera (se non nel senso che la proposizione,

in quanto vera, ci informa su come stanno le cose). In questa intuizione consiste

il realismo riguardo alla verità. La teoria della verità che più di tutte ha

considerato centrale l’intuizione realista riguardo alla verità e che ha cercato

di renderne conto è la teoria della verità come corrispondenza. La spiegazione

della fondatezza della verità è fornita, secondo i corrispondentisti, dal fatto

che esser vero non è altro che essere in una certa relazione, la corrispondenza

appunto, con certe entità che popolano il mondo.

Negli anni ’80 la teoria della corrispondenza non era più molto in auge, subissata

da svariate critiche e dall’affermazione da una parte delle definizioni di

verità in stile tarskiano, dall’altra dagli approcci deflazionisti alla verità. Contro

8 Nel citato Book Symposium su Philosophical Studies la proposta di Field è discussa da Mc-

Gee (2010), Restall (2010), Shapiro (2010). Una precedente versione della teoria era stata

discussa in Armour-Garb e Beall (2006) che offre un buon panorama delle principali

alternative presenti sul mercato filosofico per trattare il problema dei paradossi semantici.


S. Caputo 17

questa tendenza si levavano solo alcune voci, che risuonavano allora abbastanza

eretiche: quelle di Mulligan, Simons, Smith nell’articolo “Truth-makers”

del 1984 e, negli stessi anni, quelle della “scuola australiana”, con Armstrong 9

e Bigelow (1988). La tesi che veniva da esse difesa era che, anche se la teoria

della corrispondenza era probabilmente sbagliata, per lo meno doveva esserne

salvata l’intuizione fondamentale: se un portatore di verità è vero allora ci deve

essere qualche entità che lo rende tale, in virtù di cui esso è vero. Le entità che

rendono vere le cose vere vennero chiamate truth-makers (espressione tradotta

in italiano con “fattori di verità”). Secondo questi autori una teoria dei fattori

di verità poteva da una parte essere usata per costruire teorie della verità più

adeguate (anche se non definizioni di verità più adeguate) che rendessero conto

in modo soddisfacente delle intuizioni realiste, dall’altra costituire un utile

strumento di indagine in metafisica e ontologia che permettesse di smascherare

i “bari ontologici”, coloro cioè che accettano un’ontologia insufficiente per rendere

conto della verità di specifici tipi di proposizioni (il maestro-baro essendo

in questa prospettiva Quine).

A partire dalla seconda metà degli anni ’90 quello dei fattori di verità è diventato

un tema importante nell’ambito della discussione sulla verità, in un

territorio di confine fra teoria della verità e ontologia in cui si sono scontrate

fondamentalmente due squadre: quella degli amici dei fattori di verità e quella

degli scettici che ritengono, per una ragione o per l’altra, ingiustificata la stretta

connessione fra ciò che è vero e ciò che esiste difesa dai primi. Testimonianza

della vivacità del dibattito sono i diversi convegni organizzati sul tema negli ultimi

anni, da quello tenutosi a Manchester nel 2002 (“Truth-makers”), a quello

di Aix-en-Provence nel 2004 (“Truths and truth-makers: vingt ans après”), a

quello, infine, che si è tenuto a Berlino nell’agosto del 2010 (“Nothing but the

truth”) dedicato al confronto fra deflazionismo e teorie dei fattori di verità. Ai

primi due convegni è seguita la pubblicazione dei rispettivi atti (Beebee e Dodd

(2005) e Monnoyer (2007); sono inoltre usciti il libro di Armstrong dedicato

all’argomento (2004) e, sul fronte opposto degli scettici, quello di Merricks

(2007); recentemente è stato pubblicato un volume che contiene, oltre alla ripubblicazione

dei “classici” del dibattito, una serie di nuovi contribuiti (Lowe

e Rami, 2009). Numerosi infine sono stati gli articoli apparsi in varie riviste

concernenti i vari aspetti del dibattito che si è focalizzato su:

9 Una trattazione esplicita e sistematica della nozione di “fattore di verità” è offerta da Armstrong

solo in Armstrong (2004), ma il cosiddetto “argomento del fattore di verità” per cui

se una proposizione è vera ci deve essere un’entità che la rende vera è ripetutamente usato da

Armstrong fin dai suoi primi lavori di metafisica e filosofia della mente per criticare il fenomenismo

e il comportamentismo (Armstrong, 1961, 1968) e, successivamente, per difendere

un’ontologia degli stati di cose (Armstrong, 1997).


18 La verità nel XXI secolo

(1) l’analisi della nozione stessa di “rendere vero”;

(2) la giustificazione di principi che connettano in modo significativo verità e

fattori di verità (i cosiddetti “principi del rendere vero”).

2.1 Che cos’è il rendere vero?

Cosa significa esattamente che una cosa ne rende un’altra vera, che questa è vera

in virtù di quella? Una buona analisi del rendere vero dovrebbe, come ogni

buona analisi, fornire condizioni necessarie e sufficienti per l’esemplificazione

della relazione, non dovrebbe cioè esser possibile che una cosa e una proposizione

soddisfino l’analisi senza che la prima renda vera la seconda o che non la

soddisfino anche se, intuitivamente, la prima rende vera la seconda. Un’intuizione

preteorica connessa all’uso delle espressioni della forma “a rende Fb”

sembra essere quella secondo cui a rende Fbse e solamente se c’è una qualche

caratteristica di a tale che b è F perché a ha quella caratteristica 10 . Un’idea

generalmente condivisa fra i protagonisti del dibattito sui fattori di verità è che,

nel caso del rendere vero, tale caratteristica sia semplicemente l’esistenza: ciò

che i sostenitori dei fattori di verità sostengono (e che i loro avversari negano)

è che vi siano entità la cui sola esistenza spiega perché una data proposizione

sia vera, essendone dunque, con le parole di Gustav Bergmann (1967), il fondamento

ontologico: una certa entità conterà come un fattore di verità di una

certa proposizione se e solamente se la proposizione è vera perché tale entità

esiste. Chiamerò questo vincolo, che dovrebbe essere rispettato da ogni analisi

soddisfacente del rendere vero, il vincolo della spiegazione.

Le analisi modali

Negli anni in cui il dibattito sui fattori di verità è venuto alla ribalta l’analisi

ortodossa del rendere vero era quella che lo identificava con la necessitazione:

un’entità necessita la verità di una proposizione se e solamente se tale entità

esiste ed è impossibile che essa esista senza che la proposizione sia vera

10 Per un tentativo di fornire una descrizione sistematica delle correlazioni fra enunciati della

forma “a rende Fb” e vari tipi di enunciati esplicativi cfr. Caputo (2005). Sostituendo

ad F “esistente” si ottiene la frase “a rende b esistente” o “a fa esistere b”, che esprime

la dipendenza ontologica di b da a. Non a caso negli ultimi anni il dibattito sul rendere

vero e sul rendere F si è intrecciato con quello sulle nozioni di dipendenza ontologica e

di fondazione (grounding). A questo riguardo cfr. Fine (2001) Correia (2005), Schnieder

(2006a). Al tema della fondazione e della spiegazione non causale stanno lavorando in

particolare due gruppi di ricerca, Eidos di Ginevra e Phlox di Berlino che hanno organizzato

due conferenze sul tema: nel 2008 a Ginevra (“BecauseI”) e dal 30 agosto al 1 settembre

2010 a Berlino (“BecauseII”).


S. Caputo 19

(Bigelow, 1988, Fox, 1987, Oliver, 1996) 11 . Come è stato notato più volte, la

necessitazione non è però una condizione sufficiente del rendere vero (Restall

(1996); Smith (1999) e molti altri dopo di loro). Infatti ogni entità contingente

necessita ogni verità necessaria, ad esempio il mio gatto necessita la verità della

proposizione che 2 + 2 = 4, anche se, intuitivamente, il mio gatto non rende

vero che 2 + 2 = 4: non è l’esistenza del mio gatto che spiega perché tale proposizione

è vera. Inoltre ogni entità ontologicamente dipendente da un’altra

entità rende vera la proposizione che quest’ultima entità esiste: ad esempio il

sorriso di Carola rende vero che Carola esiste anche se non è l’esistenza del sorriso

di Carola che spiega perché è vero che Carola esiste. In questi casi l’analisi

del rendere vero tramite la necessitazione sembra addirittura invertire l’ordine

più ovvio della spiegazione (Smith, 1999, Schnieder, 2006b, Caputo, 2007). La

definizione modale presa in esame dunque viola il vincolo della spiegazione.

La diagnosi di Smith sulla radice di tali problemi è stata che la necessitazione

sia solamente una componente del rendere vero, quella che esplicita

l’idea secondo cui ci sono delle parti di mondo responsabili della verità delle

proposizioni. Ma quale sia la parte di mondo che rende il portatore di verità vero,

dipende dal contenuto rappresentativo del portatore di verità stesso (Smith,

1999, Smith e Simon, 2007). La nozione che dovrebbe catturare la dipendenza

del rendere vero dal contenuto rappresentativo dei portatori di verità è quella

di proiezione. Un’entità è proiettata da un portatore di verità a due condizioni:

(1) che il portatore di verità sia vero;

(2) che non sia possibile che il portatore di verità sia vero e che l’entità in

questione non esista.

Il rendere vero viene dunque definito come la congiunzione della necessitazione

e della proiezione: un’entità rende vera una proposizione se solamente

se essa esiste e la sua esistenza è condizione (metafisicamente) necessaria e

sufficiente per la verità della proposizione.

Tale definizione non costringe più a dire che la proposizione che 2 + 2 = 4

è resa vera dal mio gatto: infatti tale proposizione sarebbe stata vera anche

se il mio gatto non fosse esistito. Purtroppo però anche questa definizione

non fornisce condizioni sufficienti per il rendere vero continuando a violare

il vincolo della spiegazione: in particolare essa costringe a considerare ogni

oggetto esistente necessariamente come fattore di verità di ogni proposizione

necessariamente vera (Caputo, 2005, 2007, Schnieder, 2006b, Rami, 2009). Si

ipotizzi che Dio e il numero 2 siano due entità esistenti necessariamente, in tal

11 La clausola di esistenza viene aggiunta per assicurare la fattività del rendere vero anche nel

caso in cui si ammetta la quantificazione su non esistenti.


20 La verità nel XXI secolo

caso l’esistenza del numero 2 sarebbe una condizione necessaria e sufficiente

della verità della proposizione che Dio esiste, dunque il numero 2, secondo

la definizione di Smith, renderebbe vera tale proposizione. Ma questo sembra

falso perché l’esistenza del numero 2 non sembra avere alcun ruolo esplicativo

nei confronti dell’esser vera di tale proposizione (a meno di non aderire ad una

qualche forma di pitagorismo!). Se, inoltre, il Dio in questione fosse un Dio

creatore di tutto l’esistente, egli dovrebbe avere creato anche i numeri e, in tal

caso, sembrerebbe più corretto dire che è la proposizione che il numero 2 esiste

a essere vera perché Dio esiste e non la proposizione che Dio esiste ad essere

vera perché il numero 2 esiste: si ripropone dunque il problema dell’inversione

dell’ordine della spiegazione 12 .

Le analisi modali del rendere vero sembrano inesorabilmente condannate

all’inadeguatezza.

Le analisi essenzialiste

Se si è d’accordo con Fine (1994) sul fatto che le nozioni modali siano insufficienti

per esprimere verità concernenti l’essenza o la natura delle cose, si potrà

pensare che le definizioni del rendere vero che fanno uso di nozioni modali sono

inadeguate perché il rendere vero è una relazione fra due entità fondata sulle

essenze di tali entità. Il rendere vero dovrà pertanto essere definito non come

semplice necessitazione ma come necessitazione indotta dalle essenze di tutte

o di alcune delle cose coinvolte nella relazione, cioè del fattore di verità e/o

del portatore di verità. Lowe (2007, 2009) ha definito il rendere vero come dipendenza

essenziale della verità di una proposizione dall’esistenza di una cosa:

una cosa rende vera una certa proposizione se e solamente se è vero in virtù

dell’essenza della proposizione che se la cosa esiste allora la proposizione è

vera.

Il riferimento all’essenza del portatore di verità serve a catturare, meglio di

quanto non faccia la nozione di proiezione, le proprietà semantiche del portatore

di verità (posto che si scelgano portatori di verità che possiedono essenzialmente

le loro proprietà semantiche) evitando così i contro esempi cui incorrono

le definizioni modali: ad esempio anche se il numero 2 e Dio esistessero entrambi

necessariamente, il numero 2 non renderebbe vera la proposizione che

Dio esiste perché non è rappresentato dalla proposizione che Dio esiste.

Rami (2009) ha sostenuto che la definizione essenzialista, nella versione di

Lowe, continua a non fornire condizioni sufficienti affinché un’entità renda ve-

12 Smith (1999) ha fornito anche una definizione più complessa che però continua ad incorrere

in tutti i problemi in cui incorre la definizione più semplice riportata nel testo (Gregory, 2001,

Schnieder, 2006b, Caputo, 2005, 2007).


S. Caputo 21

ra una proposizione perché, se fa parte dell’essenza di ogni verità essenziale

di essere vera, allora per tali verità il condizionale “è parte dell’essenza di y

che se x esiste allora y è vera” risulta banalmente vero per ogni x. L’argomento

presuppone però che sia valida l’inferenza da “se p allora è vero in virtù dell’essenza

di y che y è vero” a “è vero in virtù dell’essenza di y che se p allora

y è vero”; una logica dell’essenza però non dovrebbe autorizzare una tale inferenza,

non più di quanto una logica della credenza autorizzi l’inferenza da “se

p allora Pippo crede che q” a “Pippo crede che se p allora q”.

Un’altra obiezione all’analisi di Lowe è che essa pone condizioni troppo esigenti

per il rendere vero, che cioè non fornisca condizioni necessarie per il sussistere

della relazione. Si faccia l’ipotesi di un mondo in cui esistono proprietà

particolarizzate (tropi) come il particolare rossore di questa mela, un’entità la

cui esistenza e la cui identità dipendono da quella della mela. Se il nostro

mondo fosse un mondo di tal fatta (e secondo molti sostenitori dei fattori di

verità lo è) sembrerebbe corretto dire che la proposizione che questa mela è

rossa è vera perché esiste tale rossore e che dunque il rossore rende vera la proposizione.

Ma la proposizione che la mela è rossa non sembra rappresentare

nessun particolare rossore, tant’è che essa sarebbe stata vera anche se la mela

avesse avuto un’altra sfumatura di rosso (qualitativamente o anche solo numericamente

distinta da quella posseduta di fatto): l’essere rappresentato da una

proposizione non sembra dunque essere una condizione necessaria per rendere

vera la proposizione 13 .

Una via d’uscita per il sostenitore della concezione essenzialista del rendere

vero potrebbe essere quella di ricorrere ad un’ontologia e ad una semantica

molto impegnative che ammettono l’esistenza di stati di cose e considerano tali

entità come ciò che è rappresentato dalle proposizioni. Infatti solo il fatto (o

stato di cose sussistente) che la mela è rossa sembra potere essere una cosa non

solo metafisicamente sufficiente per la verità della proposizione che la mela

è rossa, ma che è al contempo rappresentata dalla proposizione (Lowe, 2007,

2009, Caputo, 2005, 2007). E in effetti Mulligan (2003, 2007) sostiene, congiuntamente

ad una versione dell’analisi essenzialista 14 , che gli stati di cose

sono gli unici fattori di verità “immediati”, anche se pleonastici, delle proposizioni

vere. L’immediatezza del rendere vero in questione e la pleonasticità

13 Dato che la proposizione che la mela è rossa non implica che esista una determinata sfumatura

di rosso piuttosto che un’altra, anche l’analisi modale di Smith incorre in questo

problema.

14 L’analisi di Mulligan si differenzia da quella di Lowe perché fa appello all’essenza non solo

del portatore di verità ma anche del fattore di verità. Caputo (2005, 2007) ha notato come

tale analisi impedisca di considerare un’entità la cui esistenza è contingente come ciò che

rende vera la proposizione che tale entità esiste, nonostante il fatto che sembri del tutto

corretto dire, ad esempio, che è vero che Stefano esiste perché Stefano esiste.


22 La verità nel XXI secolo

degli stati di cose dipendono dal fatto che la correlazione necessaria fra la verità

di una proposizione e la sussistenza di uno stato di cose è assicurata dalla verità

a priori dei bicondizionali della forma “è vero che p se e solamente se p”, “lo

stato di cose che p sussiste se e solamente se p” 15 . Naturalmente ammesso, e

non concesso, che i bicondizionali in questione rendano ineludibile l’impegno

ontologico sugli stati di cose, è legittimo chiedersi quanto il rendere vero pleonastico

rispetti il vincolo della spiegazione, cioè in che misura la sussistenza

pleonastica di uno stato di cose possa essere considerata una spiegazione della

verità di una proposizione: uno stato di cose pleonastico infatti sembra essere

l’ombra di una proposizione vera (Caputo, 2007, Horwich, 2009).

Lowe (2007, 2009) ha sostenuto che la difficoltà del fornire fattori di verità

a predicazioni contingenti senza impegnarsi sull’esistenza di stati di cose può

essere superata non mediante una definizione di rendere vero, ma mediante una

teoria del rendere vero che fa uso di due assiomi:

(1) Per ogni proposizione p ci sono uno o più tipi di entità E1,...,En tali che è

parte dell’essenza di p che p è vera se esiste un’entità per ciascuno dei tipi

E1,...,En.

(2) Un’entità e è un fattore di verità per p se e solamente se appartiene (cioè è

un’occorrenza di) ad uno dei tipi di entità Ei che, in base all’assioma (1) è

coinvolto dall’essenza di p (cioè è uno dei tipi, universali, rappresentati da

p).

Purtroppo la formulazione di (2) permette al rossore della mela che sto mangiando

io di rendere vera la proposizione che la mela che stai mangiando tu è

rossa (anche se la tua mela è gialla). La teoria è dunque palesemente inadeguata

perché, posta la fattività del rendere vero, costringe a considerare vere delle

proposizioni false.

Vale la pena di osservare, infine, che tutte le critiche precedenti alle analisi

essenzialiste concedono la legittimità dell’uso, in filosofia, della nozione di

essenza; ma se non si è disposti, come non lo sono molti filosofi, a fare questa

concessione perché si ritiene tale nozione oscura e/o metafisicamente e/o

epistemologicamente illegittima (nonostante il fatto che Fine (1995) ne abbia

fornito una logica formale), allora le analisi essenzialiste appariranno screditate

fin dall’inizio.

15 Volpe (2005) ha, indipendentemente da Mulligan, usato la teoria degli stati di cose pleonastici

per difendere una versione della teoria della corrispondenza. Su tale proposta vedi Caputo

(2009b).


S. Caputo 23

Rendere vero e spiegazioni

Le analisi modali e quelle essenzialiste falliscono perché non riescono a catturare

il vincolo della spiegazione: le analisi modali pongono condizioni troppo

deboli per la spiegazione, quelle essenzialiste troppo forti. Ciò suggerisce di

analizzare il rendere vero tramite il vincolo della spiegazione. Fare ciò significa

pensare che gli enunciati di forma relazionale “a rende vero p” debbano

essere analizzati a partire da enunciati di forma non relazionale come “p poiché

q”. Tutte le concezioni del rendere vero che condividono tale idea possono

dunque chiamarsi concezioni non relazionali del rendere vero (Künne, 2003,

Hornsby, 2005, Schnieder, 2006c, Caputo, 2005, 2007). Si proporrà dunque la

seguente definizione: una cosa rende vera una proposizione se e solamente se

la proposizione è vera perché quella cosa esiste.

L’obiezione che può essere mossa all’interpretazione non relazionale del

rendere vero è che vi sono molti tipi possibili di spiegazioni e dunque il sostenitore

di questa analisi deve spiegare quale tipo di spiegazione fornisce un

enunciato come “è vero che Stefano esiste perché Stefano esiste” (Rami, 2009),

posto che la spiegazione in questione non sembra essere di tipo causale. I sostenitori

dell’analisi non relazionale di solito propendono per la tesi che le spiegazioni

in questione siano spiegazioni concettuali (Schnieder, 2006a,c, Caputo,

2005, 2007). Non basta però asserire che una certa spiegazione è una spiegazione

di un certo tipo: bisogna anche spiegare in generale in che cosa consista

essere una spiegazione di questo tipo, fornire dunque, nella fattispecie, una

semantica di “perché” quando l’espressione è usata per esprimere spiegazioni

concettuali, spiegare come tale semantica sia correlata a quella degli altri usi

della parola e come tutti questi usi siano connessi alla componente invariante

del significato della parola “perché” (a meno che non si voglia sostenere che

la parola è equivoca) 16 . Su questo terreno rimane ancora molto da fare per

rendere accettabili le analisi non relazionali.

2.2 Verità e fattori di verità

Molti filosofi che si occupano dei fattori di verità pensano che vi sia qualche

connessione significativa fra l’esemplificazione della proprietà di essere vero e

l’esistenza di fattori di verità. Questa tesi viene espressa dai cosiddetti principi

dei fattori di verità. I più noti nella letteratura sono:

16 Per un abbozzo di un tentativo in tal senso cfr. Caputo (2005), Schnieder (2006a,c).


24 La verità nel XXI secolo

(M) Il Massimalismo: per ogni portatore di verità vero esiste un’entità che lo

rende vero 17

(A) L’atomismo: per una classe basilare di portatori di verità (le “proposizioni

atomiche”) vale che essi sono veri se e solamente se qualche entità

li rende veri, mentre il valore di verità di tutti gli altri portatori di verità

può essere determinato a partire dal valore di verità dei portatori di verità

nella classe privilegiata 18 .

Ma quali ragioni si possono addurre a favore di (M) o (A)? Sono state

avanzati due tipi di strategie per difendere (M) ed (A):

(i) è stato sostenuto che essi sono necessari per risolvere particolari problemi

filosofici senza “imbrogliare” ontologicamente;

(ii) è stato sostenuto che essi sono necessari per giustificare certe intuizioni

concernenti la verità.

L’utilità metodologica dei fattori di verità

La prima strategia è stata adottata da Armstrong (1997, 2004) e Rodriguez Pereyra

(2000). Secondo quest’ultimo, ad esempio, (M) o (A) sono richiesti per

risolvere il problema degli universali inteso come il problema di spiegare come

sia possibile che due cose abbiano la stessa proprietà. Fornire questa spiegazione

consiste, sostiene Pereyra, nel trovare un fattore di verità per la proposizione

“a e b sono F”, cioè un’entità la cui esistenza implichi che a e b siano entrambi

F. L’obiezione che è stata sollevata da più parti contro questa tesi è che spiegare

come sia possibile che a e b siano entrambi F sembra richiedere di più

che semplicemente postulare un’entità la cui esistenza implichi che sia a che b

siano F. Se così non fosse, infatti, il problema sarebbe di troppo facile soluzione:

basterebbe postulare l’esistenza del fatto che sia a che b sono F (MacBride,

2002, Daly, 2005). Insomma, come ha osservato Merricks (2007), l’appello a

(M) e (A) non è sufficiente di per sé a fornire soluzioni a problemi metafisici

che non siano ad hoc, a smascherare dunque i bari ontologici, l’imbroglio

consistendo, in questo caso, non nell’ammettere l’esistenza di meno entità di

quelle necessarie a spiegare una certa verità (accusa che gli amici dei fattori

di verità avanzano contro le ontologie troppo austere), ma nell’ammettere l’esistenza

di certi tipi di entità solo perché esse possono soddisfare il ruolo di

fattori di verità.

17 Il massimalismo è stato difeso da Armstrong (1997); Mulligan (2003, 2007), Rodriguez-

Pereyra (2005, 2006a, 2009b).

18 Versioni dell’atomismo logico sono state difese da Simons (2000); Smith e Simon (2007).


S. Caputo 25

Naturalmente queste critiche colpiscono solo le analisi relazionali del rendere

vero che fanno uso della nozione di implicazione (metafisica o essenziale).

Ma se si addotta un’analisi non relazionale del rendere vero le cose non vanno

meglio: infatti chi analizza “a rende vero che p” come “è vero che p perché a

esiste” sosterrà da una parte che il rendere vero individua solo un determinato

tipo di spiegazioni, le spiegazioni esistenziali, quelle cioè in cui un certo fatto

viene spiegato con l’esistenza di una certa entità e che, d’altra parte, non tutte

le spiegazioni sono di questo tipo; ad esempio: ciò che spiega perché è vero che

questa rosa è rossa è che questa rosa è rossa e, in tale spiegazione, l’explanans

non è una proposizione che dice che una certa cosa esiste ma una proposizione

che dice che una certa cosa (la rosa) è in un certo modo (rossa).

Fattori di verità ed intuizioni realiste

Coloro che hanno scelto la seconda strategia hanno sostenuto che (M) o (A)

sono necessari per giustificare le intuizioni realiste tanto sulla verità, quali la

distinzione fra verità e asseribilità, (Mulligan e altri, 1984) e la fondatezza della

verità (Rodriguez-Pereyra, 2005), quanto sulla realtà, l’intuizione cioè (difesa

dal realismo metafisico), dell’indipendenza della realtà dalla mente (Armstrong,

1997). Riguardo a quest’ultimo punto Daly (2005) ha però osservato

che accettare uno dei principi del rendere vero non è né necessario né sufficiente

per difendere il realismo metafisico. Si può pensare che la realtà sia

indipendente dalla mente senza accettare che contenga fattori di verità e, d’altra

parte, si può accettare (M) o (A) senza essere realisti, semplicemente perché

si considera dipendenti dalla mente le entità che rendono vere le proposizioni.

Morris (2005) ha sostenuto la tesi ancora più radicale che (M) e (A), lungi dall’essere

utili per difendere il realismo metafisico, possono essere motivati solo

da intuizioni idealiste: infatti se si vuole avere una correlazione così sistematica,

come quella richiesta da (M) e (A), fra verità e fattori di verità si dovrà

ammettere l’esistenza di entità come gli stati di cose o le proprietà particolarizzate

che, secondo Morris (e, prima di lui, secondo Quine e Strawson), sono

modellate sulle caratteristiche sintattico-semantiche del linguaggio, essendo il

riferimento ad esse parassitario sull’uso delle nominalizzazioni. Se questo è

vero, sostiene Morris, un sostenitore di (M) o (A) si impegna non solo sull’esistenza

di un’articolazione linguistica della realtà ma, in ultima analisi, sulla

tesi che ciò che spiega che la realtà è articolata in costituenti di un certo tipo è

che noi usiamo un linguaggio di un certo tipo.

Rodriguez-Pereyra (2005, 2009b), ha invece sostenuto che accettare (M) sia

necessario per giustificare l’intuizione della fondatezza della verità. La fondazione

infatti, sostiene Pereyra, può essere spiegata solo come una relazione


26 La verità nel XXI secolo

ed ogni relazione richieda dei relata; dunque se la verità delle proposizioni è

fondata esistono delle entità che la fondano, cioè appunto dei fattori di verità.

Il punto debole dell’argomento è che si può mettere in dubbio che la fondazione

possa essere spiegata solo nei termini di una relazione (il rendere vero

appunto) fra proposizioni ed altre entità (diverse dalle proposizioni).

Bigelow (1988) ha sostenuto, ad esempio, che l’intuizione sulla fondatezza

della verità può essere catturata dal principio detto della sopravvenenienza

della verità sull’essere: non ci può essere una differenza fra le cose vere in

un mondo possibile e le cose vere in un altro mondo possibile se non c’è una

differenza fra le cose che esistono nei due mondi possibili.

I sostenitori dei fattori di verità hanno però osservato che il principio della

sopravvenienza della verità sull’essere tradisce l’intuizione sulla fondatezza

della verità. Infatti in primo luogo ci sono verità, come quelle necessarie, la

cui dipendenza dall’essere non può essere catturata dal principio della sopravvenienza

(Armstrong, 2004); in secondo luogo, mentre la sopravvenienza fra

ciò che è vero e ciò che esiste, se esiste, è simmetrica, la dipendenza della

verità dalla realtà è asimmetrica (Rodriguez-Pereyra, 2005).

Da parte sua un sostenitore dell’analisi non relazionale del rendere vero può

sostenere, tanto contro il sostenitore dei fattori di verità quanto contro quello

della sopravvenienza, che l’intuizione sulla fondatezza della verità è catturata

da enunciati non relazionali, in particolare da tutti gli enunciati della forma

(G) se è vero che p allora ciò è vero perché p.

Tali enunciati esprimono l’intuizione della fondatezza della verità senza fare

riferimento a una relazione sussistente fra portatori di verità e cose che le

rendono vere (Hornsby, 2005, Melia, 2005, Schnieder, 2006c, Caputo, 2005,

2007): ci può essere fondazione senza fondamenti. Egli può inoltre obiettare

al sostenitore del principio della sopravvenienza che può non esservi nessuna

differenza fra le cose che esistono in due situazioni le quali, ad esempio, differiscono

perché in una delle due è vero e nell’altra non è vero che una certa rosa

è rossa. La differenza infatti non concerne ciò che esiste nelle due situazioni

ma come una stessa cosa (una rosa) è in ciascuna delle due situazioni (Parsons

1999 19 , Dodd 2002, Beebee e Dodd 2005).

19 Parsons offre una caratterizzazione del rendere vero che non implica necessitazione: una

cosa rende vera una proposizione se ci sono proprietà intrinseche di quella cosa tali che, necessariamente,

la proposizione è vera se la cosa ha quelle proprietà (l’analisi non implica la

necessitazione poiché una proprietà intrinseca di una cosa può essere posseduta contingentemente

da essa). L’analisi comporta che due mondi possibili che differiscono perché in uno è

vero e nell’altro non è vero che una certa rosa è rossa differiranno non per quello che esiste

in essi ma per come la rossa (intrinsecamente) è.


S. Caputo 27

Rodriguez-Pereyra (2005, 2009b) ha però correttamente osservato come il

sostenitore dell’interpretazione non relazionale della fondatezza della verità

non possa limitarsi a fare riferimento alla verità ovvia delle spiegazioni che

esemplificano lo schema (G) (verità che è riconosciuta anche dal sostenitore

di (M)), ma debba inoltre spiegare perché tali spiegazioni sono vere senza fare

appello ad entità la cui esistenza garantisca la verità delle proposizioni, ovvero

a fattori di verità. Si conferma dunque come sia un compito urgente, per

un sostenitore di un’interpretazione non relazionale del rendere vero, fornire

un’analisi esauriente del tipo di spiegazioni (concettuali) che vengono fornite

da enunciati come “è vero che la rosa è rossa perché la rosa e rossa”, un’analisi

che: a) non si impegni sull’esistenza di fattori di verità; b) riesca adeguatamente

a rendere conto dell’asimmetria esplicativa fra “è vero che la rosa è rossa”

e la “rosa è rossa” che tali spiegazioni comportano. Un tentativo in tal senso

è stato fatto da Hornsby (2005), Barker (2007): l’idea è quella di spiegare l’asimmetria

fra l’explanandum (“è vero che p”) e l’explanans (“p”) in base alla

dipendenza asimmetrica fra le rispettive condizioni canoniche di asseribilità 20 .

Vale la pena sottolineare come, in una prospettiva deflazionista, non sia un

compito facilissimo rendere conto dell’asimmetria esplicativa fra “è vero che

p” e“p”, posto che in tale prospettiva la teoria della verità è esaurita dai bicondizionali

“tarskiani” e non essendoci niente di più simmetrico, logicamente

parlando, di un bicondizionale. Ma se la fondatezza della verità è un fatto essenziale

concernente la verità, il deflazionismo deve riuscire a renderne conto,

pena il suo essere una teoria inadeguata della verità. Il tentativo fatto da Horwich

(1990, 2009) sembra insoddisfacente. Horwich ha sostenuto infatti che

un’esemplificazione di (G) come “è vero che la neve è bianca perché la neve è

bianca” è l’ultimo anello di un processo esplicativo che parte da alcuni fatti fondamentali,

presumibilmente descritti dalla fisica, che spiegano perché la neve

è bianca e, attraverso il bicondizionale rilevante della teoria minimale, giunge

all’esser vero che la neve è bianca. Ma in tal modo Horwich spiega solo perché,

in virtù della teoria minimale, noi possiamo considerare ogni spiegazione del

fatto che che la neve è bianca come una spiegazione del fatto che è vero che la

neve è bianca, ma non perché possiamo considerare il fatto che la neve è bianca

come una spiegazione del fatto che è vero che la neve è bianca (e non viceversa).

Ciò sembra dimostrato anche dal fatto che noi accetteremmo “è vero che

la neve è bianca perché la neve è bianca” indipendentemente dalla possibilità

20 Caputo (2005) e Schnieder (2006a,c) hanno indipendentemente elaborato a tal proposito

proposte simili. Il primo insiste sulla dipendenza asimmetrica fra la competenza linguistica

sull’explanandum e la competenza sull’explanans estendendo l’analisi a casi paradigmatici

di spiegazioni concettuali come “Pietro è scapolo perché è un maschio adulto non sposato”.

Il secondo sul fatto che la capacità di afferrare le proposizioni cui viene applicato il concetto

di verità è il presupposto (via i bicondizionali “tarskiani”) del possesso del concetto stesso.


28 La verità nel XXI secolo

di spiegare che la neve è bianca in base a qualche fatto più fondamentale: che

la neve sia bianca potrebbe anche essere un fatto primitivo, ma rimarrebbe vero

che è vero che la neve è bianca perché la neve è bianca (Wright, 1992, Vision,

1997) 21 .

Massimalismo o atomismo (o nessuno dei due)?

Finora (M) e (A) sono stati considerati alla pari come due possibili modi per

connettere in modo significativo verità e fattori di verità, ma i sostenitori del

massimalismo come Armstrong (2004), Rodriguez-Pereyra (2005) o Mulligan

(2007) hanno sostenuto che l’atomismo non è in grado di giustificare intuizioni

come quelle realiste o quella della dipendenza: infatti tali intuizioni riguardano

la verità in generale, indipendentemente dai tipi di portatori di verità.

L’atomismo da parte sua può rivendicare il vantaggio di non dovere trovare

fattori di verità per proposizioni che sono funzioni di verità di proposizioni atomiche,

come le negazioni, e che costituiscono uno scoglio per il massimalista.

D’altra parte il massimalista può ribattere che vi sono proposizioni che non

sono né proposizioni atomiche né funzioni di verità di proposizioni atomiche

(come quelle universali e quelle esistenziali) e che è tanto difficile per l’atomista

spiegare come la loro verità sia fondata quanto per il massimalista trovare

fattori di verità per tali proposizioni.

A tal proposito Merricks (2007) ha sostenuto che il teorico dei fattori di verità

è stretto in un dilemma: o rinunciare ad (M) (e probabilmente anche ad (A))

e accettare una connessione più debole fra verità e fattori di verità, perdendo

però la capacità di giustificare le intuizioni sulla verità che egli vorrebbe difendere,

oppure ritrovarsi costretto nei panni del baro ontologico che egli aborre;

dilemma ancora più drammatico se si pone mente al fatto che una delle ragioni

che erano state addotte a sostegno dell’adozione di (M) era stata proprio la sua

capacità di smascherare i bari ontologici 22 .

21 Caputo (2009a) ha cercato di fornire una spiegazione dell’asimmetria esplicativa accettabile

in una prospettiva deflazionista.

22 La discussione sui tentativi di fornire fattori di verità a vari tipi di proposizioni problematiche,

non solo quelle negative e quelle universali ma anche, ad esempio, i condizionali controfattuali,

o le proposizioni concernenti il passato, o le verità modali è ampia e non se ne

può qui dare conto. Tentativi sistematici in tal senso vengono compiuti in Armstrong (2004),

Smith e Simon (2007). Per un quadro generale in chiave critica vedi Merricks (2007). Per

una disamina critica delle varie mosse compiute dai sostenitori del massimalismo per fornire

fattori di verità alle negazioni vedi Dodd (2007). Solo apparentemente meno problematica è,

per il massimalista, l’attribuzione di fattori di verità a funzioni di verità come le congiunzioni

o le disgiunzioni mediante principi come “a rende vera una congiunzione se e solamente

se a rende veri ciascuno dei congiunti” o “a rende vera una disgiunzione se e solamente se

a rende vero uno dei disgiunti” oppure “se a rende vero p e p implica q allora a rende vero


S. Caputo 29

Vale la pena infine ricordare come Milne (2005) abbia proposto una confutazione

a priori di (M): si può dimostrare che (M) è falso usando l’enunciato

“gödeliano”

(R) questa frase non ha un fattore di verità;

l’enunciato è vero perché l’ipotesi che sia falso implica una contraddizione

e, d’altra parte, l’ipotesi che l’enunciato sia vero implica una contraddizione

(e dunque l’enunciato può essere considerato un esempio del mentitore) solo

assumendo (M). Lopez De Sa e Zardini (2006, 2007) hanno sostenuto che

l’argomento di Milne deve essere scorretto perché argomenti strutturalmente

simili permettono di provare evidenti falsità. Rodriguez-Pereyra (2006a) ha

invece sostenuto che l’argomento commette una petizione di principio perché,

sostenere che (R) non è assimilabile al mentitore presuppone il non ammettere

come premessa (M).

Teoria della verità o metafisica?

La difficoltà di giustificare i principi dei fattori di verità a partire da intuizioni

concernenti la verità ha indotto Lewis (2001a,b) a sostenere che tali principi

non riguardano in realtà la verità ma la questione metafisica del fondamento

della differenza fra mondi possibili o, in una formulazione più corretta, quello

del fondamento ontologico dell’esemplificazione di proprietà e relazioni. Il

predicato di verità è usato, nei principi dei fattori di verità, semplicemente

per esprimere in modo finito questa tesi nella sua generalità (secondo l’adagio

deflazionista): pensare che qualche entità renda vero che questa rosa è rossa

significa pensare che ciò in cui consiste l’essere rossa di questa rosa non sia

altro che l’esistenza di una qualche entità. I sostenitori dei principi dei fattori

di verità ritengono che i fatti fondamentali siano fatti esistenziali, che l’essere

della predicazione sia, in ultima analisi, l’essere dell’esistenza: una tesi metafisica

interessante anche se ardua da difendere. Horwich (2009) ha, a mio parere

correttamente, osservato che la diagnosi di Lewis è comunque troppo radicale:

anche ammettendo che quello della correttezza o meno dei principi del rendere

vero sia un problema da risolversi al livello della metafisica e non a quello

della teoria della verità, una metafisica che riuscisse a ridurre ogni fatto ad un

q”. Accettare tali principi infatti non solo espone al rischio di dover considerare fattori di

verità di una proposizione cose che intuitivamente non lo sono, ma rende anche vulnerabile

la teoria (come ha mostrato per primo Restall (1996)) ad argomenti del tipo della fionda, che

costringono cioè ad ammettere l’esistenza di un “grande fattore di verità”, di una singola

cosa che rende vere tutte le proposizioni vere. Per una discussione più recente su questo

aspetto, in particolare sul principio concernente le congiunzioni, vedi Rodriguez-Pereyra

(2006b, 2009a), Lopez de Sa (2009), Jago (2009).


30 La verità nel XXI secolo

fatto esistenziale avrebbe una conseguenza immediata sulla teoria della verità:

infatti se ciò che spiega, metafisicamente, che la neve è bianca è l’esistenza

di una certa cosa, allora l’esistenza di questa cosa spiegherà (in virtù dell’esemplificazione

pertinente di (G) e della transitività della spiegazione) anche

perché è vero che la neve è bianca. Una tale metafisica costituirebbe dunque

una buona dimostrazione della dipendenza della verità non semplicemente da

come stanno le cose ma da quali cose esistono, della dipendenza dunque della

verità dall’esistenza di fattori di verità.

3 Il ritorno del relativismo

Sembra esserci una differenza intuitiva fra quelle che chiamiamo “questioni

oggettive” e quelle che chiamiamo “questioni non oggettive” (e, in alcuni casi,

“soggettive”). È oggettivo se Torino sia o non sia in Piemonte, non è oggettivo

(e persino soggettivo) se il gelato al pistacchio sia o non sia buono. In Truth

and Objectivity Wright sosteneva che un criterio per distinguere i due tipi di

questioni potesse essere individuato nei diversi atteggiamenti che tendiamo ad

assumere nei casi in cui sorge un disaccordo: solo quando si tratta di questioni

del primo tipo (oggettive) l’esistenza di un disaccordo ci autorizza ad imputare

ad almeno uno dei due contendenti un errore, per dirla con le parole di Wright

“un’inadeguatezza cognitiva”; quando si tratta di questioni del secondo tipo,

invece, è possibile un disaccordo senza errori: Andrea e Pietro possono essere

in disaccordo sulla bontà del gelato al pistacchio senza che ciò comporti che

uno dei due si stia sbagliando. Di qui la tendenza dei contendenti non troppo

intolleranti a chiudere la discussione (allorché si tratta di quelle specifiche questioni

soggettive che sono le questioni di gusto) con l’ecumenico de gustibus

non disputandum est.

Un realista riguardo alla verità è uno che pensa che la verità di una proposizione

dipenda unicamente da come è fatto il mondo, più in particolare da come

stanno le cose riguardo a ciò di cui parla la proposizione, e ciò indipendentemente

da quello che si possa credere, anche per le migliori ragioni, riguardo a

quelle cose: se le cose stanno come la proposizione dice che stanno allora la

proposizione è vera e la sua negazione è falsa, altrimenti è falsa ed è vera la sua

negazione: tertium non datur. Dunque quando due persone sono in disaccordo,

quando cioè una ritiene vera una proposizione e l’altra la sua negazione, una

delle due sbaglia. Per un realista riguardo alla verità, dunque, non ci può essere

disaccordo senza errore: non c’è verità senza oggettività.

L’equazione fra verità e oggettività può essere posta in questione osservando

come essa riduca troppo l’ambito di applicazione del predicato di verità

(Wright, 1992). Questa osservazione è particolarmente naturale in una prospet-


S. Caputo 31

tiva deflazionista: se infatti il ruolo essenziale del predicato di verità è quello

di consentirci di esprimere il nostro assenso nei confronti di classi infinite di

enunciati (o di proposizioni), allora il predicato di verità dovrebbe potersi applicare

in maniera generalizzata ad ogni enunciato dichiarativo. Ma gli enunciati

che cadono negli ambiti di discorso prima facie non oggettivi sembrano avere

alcuni dei tratti essenziali che permettono di identificare un enunciato come dichiarativo:

ad esempio possono comparire in enunciati dichiarativi complessi

(“Roma è in Italia o il gelato al pistacchio è buono”), e fungere da premesse

e conclusioni in inferenze intuitivamente valide (“Roma è in Italia, il gelato al

pistacchio è buono, dunque Roma è in Italia e il gelato al pistacchio è buono”).

Del resto sembra del tutto razionale, per una persona che creda che tutto quello

che dice Berlusconi sia vero, inferire “il gelato al pistacchio è buono” da “Berlusconi

ha detto che il gelato al pistacchio è buono”. Dunque, se la verità deve

potere avere la funzione espressiva che ha, essa sembra dover essere neutrale

riguardo alla questione dell’oggettività o non oggettività di un ambito di discorso:

ci deve poter essere verità anche senza oggettività (allo stesso modo che,

come si è visto nel paragrafo dedicato al problema dei paradossi, ci deve poter

essere verità anche con paradossalità).

Ci possono essere varie strategie per estendere il regno della verità oltre i

confini dell’oggettività: ad esempio un deflazionista potrà, come Field (1994a),

distinguere fra un predicato di verità puramente decitazionale e il predicato

“determinatamente vero” connessi in una relazione di genere/specie attraverso

una semantica supervalutazionista; un pluralista, come Wright o Lynch, potrà

sostenere che, negli ambiti di discorso non oggettivi, la proprietà denotata dal

predicato di verità è una forma di asseribilità giustificata. Questi ultimi anni

hanno però visto tornare alla ribalta e occupare il centro della scena filosofica

analitica quella che è sicuramente la più veneranda delle posizioni antirealiste:

il relativismo riguardo alla verità, riproposto alla comunità analitica come teoria

filosoficamente rispettabile (per il resto del mondo filosofico, nonché per

quello delle scienze umane e sociali lo era già da tempo) da Max Kölbel, nel

2002, con Truth Without Objectivity (e, successivamente, in Kölbel 2003, 2004,

2009), John MacFarlane, nel 2003, in “Future contingents and relative truth”

(nonché in MacFarlane (2005b, 2007, 2009b) et alia), seguiti a ruota da Mark

Richard con “Contextualism and relativism”, nel 2004, e da Peter Lasersohn,

nel 2005, con “Context dependence, disagreement, and predicates of personal

taste”. Questi lavori hanno dato vita ad un’intensa discussione testimoniata dai

convegni svoltisi a Saint Andrews (“Truth and Realism”) nel 2004, a Barcellona

nel 2005 (“Relativising Utterance Truth”) e a Torino-Bologna nel 2010

(“Truth (and Relativism)”), dalla pubblicazione dei volumi che raccolgono gli

atti dei primi due convegni (Greenough e Lynch 2006 e Garcìa-Carpintero e


32 La verità nel XXI secolo

Kölbel 2008), di monografie dedicate al tema (Recanati, 2007, Cappelen e Hawthorne,

2009), da un numero monografico di Synthese dedicato all’argomento

(Synthese, 166 (2), 2009), oltre che da una moltitudine di articoli apparsi su varie

riviste. In Italia contributi di rilievo sono venuti da Marconi (2007), cui è

dedicato uno dei due book symposia di questo volume, Iacona (2008), Moruzzi

(2008), Coliva (2009).

3.1 La semantica relativista e le sue motivazioni

Al cuore del relativismo 23 vi è l’idea che il valore di verità di almeno alcune

proposizioni sia determinato non solo da come stanno le cose (dal mondo)

ma anche da qualcos’altro: una prospettiva (Kölbel, 2002), un contesto di valutazione

(MacFarlane, 2005b), un giudice (Lasersohn, 2005), uno standard

(Richard, 2004, Kölbel, 2009). Se si ammette che tale parametro di valutazione

ulteriore rispetto al mondo possa assumere diversi valori, che cioè possano

esistere diversi standard di valutazione, diverse prospettive sulla proposizione

e che nessuno di tali standard o prospettive possa pretendere al ruolo dell’unico

standard corretto, allora si ha il risultato che una stessa proposizione può essere,

irriducibilmente, vera relativamente ad uno standard e falsa relativamente

ad un altro: il relativismo è dunque la tesi secondo cui esistono delle proposizioni

il cui valore di verità è sensibile al (cioè varia col) contesto di valutazione

(MacFarlane, 2005b).

Secondo i relativisti abbandonare la verità assoluta a favore della verità relativa

è una mossa sia filosoficamente rispettabile sia filosoficamente desiderabile.

I motivi per cui la mossa è filosoficamente rispettabile sono due. Il primo

è che i relativisti non aderiscono alla forma di relativismo più contestata nella

storia della filosofia, il relativismo globale (secondo cui il valore di verità di

tutte le proposizioni è sensibile al contesto di valutazione), ma ad una forma

più moderata, secondo cui hanno valore di verità sensibile al contesto di valutazione

solo le proposizioni espresse in certi ambiti di discorso. Il secondo,

e più importante, è che molti relativisti considerano la relativizzazione della

verità come l’estensione di una mossa ampiamente accettata in semantica: la

relativizzazione della verità a mondi possibili e, nella semantica kaplaniana, a

tempi 24 . Il relativista non fa che aggiungere al mondo possibile e al tempo

23 Da ora in poi userò “relativismo” come abbreviazione di “relativismo riguardo alla verità”,

anche se si tratta di tesi diverse, perché in quel che segue tratteremo solo della seconda.

Per una ragione analoga userò “relativisti” come abbreviazione di “relativisti analitici

contemporanei”.

24 Contro la presunta continuità della relativizzazione della verità a contesti di valutazione

rispetto alla relativizzazione a mondi nella semantica formale, vedi Glanzberg (2009).


S. Caputo 33

ulteriori parametri di valutazione (Kölbel, 2008, 2009). Quest’ultima considerazione

non è però condivisa da almeno uno dei due cofondatori del relativismo

analitico contemporaneo, MacFarlane (2005b, 2007, 2009b), secondo il quale

proprio il fatto che la relativizzazione della verità a parametri di valutazione sia

una mossa già ampiamente praticata in semantica formale è un indizio del fatto

che tale forma di relativizzazione non sia sufficiente per assumere una posizione

relativista. La sola relativizzazione del valore di verità delle proposizioni a

parametri di valutazione è infatti compatibile con l’essere assolutamente vere

o false delle asserzioni, alle quali può essere assegnato come valore di verità

assoluto il valore di verità della proposizione relativamente allo standard determinato

dal contesto dell’asserzione stessa. In tal caso però il disaccordo fra

due persone che asseriscano una che il gelato al pistacchio è buono e l’altra

che non è buono non sarebbe maggiore di quello sussistente fra due persone

una delle quali asserisca che piove e l’altra che non piove in due luoghi e/o

tempi diversi. Un autentico relativismo dovrà dunque distinguere fra contesto

dell’asserzione e contesto di valutazione e sostenere che il valore di verità di

una stessa asserzione può variare al variare del contesto di valutazione.

Anche le ragioni per cui i relativisti ritengono il relativismo non solo filosoficamente

rispettabile ma anche desiderabile sono fondamentalmente due. La

prima è che, a partire dalla nozione di verità relativa, può essere fatta la distinzione

fra questioni oggettive e non oggettive e può essere definita una nozione

assoluta di verità: un contenuto (proposizione) sarà non oggettivo se e solamente

se è possibile che sia vero in qualche prospettiva e non vero in qualche altra;

un contenuto è oggettivo se e solamente se non è non oggettivo (se cioè non

è possibile che sia vero in una prospettiva senza esserlo in tutte le altre); una

proposizione, infine, sarà assolutamente vera/falsa se e solamente se è oggettiva

ed è vera/falsa sotto qualche (dunque tutte) le prospettive (Kölbel, 2002).

Un relativista che accetti tale riducibilità (nel senso di definibilità) della verità

oggettiva e assoluta a quella relativa sembra dunque identificare l’oggettività

con l’intersoggettività 25 . La seconda, e più importante, ragione è invece che

il relativismo è il modo più conservativo di rendere conto delle intuizioni concernenti

l’esistenza di casi di disaccordo senza errore: casi cioè in cui si ha

sia l’impressione che due persone asseriscano proposizioni incompatibili sia

l’impressione che a nessuna di esse sia imputabile alcun errore. Le due ragioni

appaiono strettamente connesse se si pone mente al fatto che la possibilità del

sorgere del disaccordo senza errore era proprio il criterio con cui Wright aveva

proposto di distinguere le questioni oggettive da quelle non oggettive.

25 Questa mossa non è obbligatoria per il relativista, a patto che egli ammetta l’esistenza di

due diversi concetti di verità (o di due diverse proprietà denotate, a seconda degli ambiti di

discorso, da uno stesso concetto): la verità assoluta e quella relativa.


34 La verità nel XXI secolo

Gli ambiti di discorso in cui sembra poter sorgere un disaccordo senza errore

sono svariati: i giudizi di gusto, quelli estetici, quelli morali, le attribuzioni

di conoscenza e di proprietà graduabili (che possono essere possedute

in diversi gradi), i giudizi concernenti possibilità epistemiche ed eventi futuri

contingenti 26 .

Kölbel (2009) sottolinea che ciò che il relativista assume come un fatto non

è l’esistenza di casi di disaccordo senza errore (assumere che tali casi esistano

effettivamente è già quasi ammettere che la verità sia relativa a patto che “fare

un errore”, nell’ambito dell’asserzione, sia ritenuto equivalente a asserire qualcosa

di non vero), bensì l’esistenza dell’impressione che questi casi esistano.

Il relativismo è il modo più conservativo di rendere conto di tale intuizione perché

è l’unica teoria che permette di considerarla vera, anche se al prezzo di una

revisione della semantica standard (revisione a sua volta non troppo radicale,

secondo i relativisti, data la natura già relativa della verità nella semantica standard).

Le alternative al relativismo comportano invece, secondo i relativisti,

la negazione di almeno una delle componenti dell’intuizione: dovranno cioè

o negare l’esistenza di un effettivo disaccordo oppure sostenere che uno dei

26 La discussione fra relativisti e antirelativisti avviene di solito su due piani che si intrecciano:

quello della discussione sulle implicazioni filosofiche del relativismo come concezione della

verità e quello della discussione sulle analisi relativiste di particolari ambiti di discorso. I

due piani sono intrecciati perché il più delle volte il relativismo come concezione della verità

viene discusso a partire dalla disamina delle analisi relativiste di specifici ambiti di discorso.

In quello che segue farò riferimento unicamente alla discussione sui giudizi di gusto. La tabella

che segue fornisce alcuni riferimenti per quanto riguarda la discussione sul relativismo

negli altri ambiti di discorso:

Ambiti di discorso Relativisti Tratt. alternativi

Possibilità epistemiche Egan e altri (2005),

Egan (2007), MacFarlane

(2009a)

Attribuzioni di conoscenza MacFarlane (2005a,

2009c)

von Fintel e Gillies (2008),

Hawthorne (2007), Diez

(2008), Bach (2010)

Kompa (2002, 2005),

Brogaard (2008), DeRose

(2004, 2005, 2007)

Futuri contingenti MacFarlane (2003, 2008) Tweedale (2004), Zimmerman

(2007), Brogaard

(2008), Wright (2008),

Moruzzi e Wright (2009),

Iacona (2010)

Proprietà graduabili Richard (2004) Garcìa-Carpintero (2008)


S. Caputo 35

soggetti in disaccordo sbaglia. Il modo in cui il relativista rende conto dell’intuizione,

nell’esempio della discussione sulla bontà del gelato al pistacchio, è il

seguente: la proposizione che il gelato al pistacchio è buono è vera non simpliciter

ma relativamente agli standard gustativi di Andrea, nella sua prospettiva,

e falsa non simpliciter ma relativamente agli standard gustativi di Pietro, nella

sua prospettiva. Poiché è vero di ogni prospettiva che se una proposizione è

vera relativamente a quella prospettiva la sua negazione è falsa relativamente a

quella stessa prospettiva e viceversa, quello che dice Andrea è falso nella prospettiva

di Pietro e quello che dice Pietro è falso nella prospettiva di Andrea.

Dunque Pietro ed Andrea sono in disaccordo ma, allo stesso tempo, nessuno di

essi è accusabile di un errore poiché a nessuno di essi è imputabile la violazione

della norma che bisogna asserire solo cose vere; tale norma infatti deve essere

relativizzata alle rispettive prospettive: ciascun parlante è tenuto ad asserire

solo cose che sono vere nella propria prospettiva Kölbel (2002, 2009) 27 .

3.2 Le alternative al relativismo

Se si pensa che un enunciato contenente un predicato di gusto come “il gelato

al pistacchio è buono” sia valutabile come vero o falso (escludendo dunque

una posizione espressivista in materia) le principali alternative alla semantica

relativista sembrano essere due: il realismo e il contestualismo.

Il realismo

Secondo quello che Wright (2006) ha definito “realismo rampante” l’enunciato

“il gelato al pistacchio è buono” esprime in ogni contesto di proferimento la

stessa proposizione (che il gelato al pistacchio ha la proprietà di essere buono),

la quale ha assolutamente il proprio valore di verità: è vera o falsa a seconda

che l’oggetto abbia o non abbia la proprietà in questione. Di conseguenza se

Andrea asserisce “il gelato al pistacchio è buono” e Pietro asserisce la negazione

dell’enunciato, uno dei due si sbaglia. Boghossian (2006) ha osservato

27 MacFarlane (2005b) offre un resoconto delle norme dell’asserzione, ispirato a Brandom

(1983, 1994), secondo il quale la pratica dell’asserzione, nel caso in cui si tratti di proposizioni

il cui valore di verità è sensibile al contesto di valutazione, comporta che il parlante si

impegni a: 1) ritrattare la propria asserzione se essa è dimostrata essere falsa relativamente

al contesto in cui il parlante stesso valuta la supposta confutazione dell’asserzione; 2) fornire

giustificazioni per la propria asserzione, nel caso in cui essa sia messa in dubbio, la

giustificazione consistendo nel fornire ragioni per la verità della proposizione relativamente

al contesto di valutazione adottato dal parlante; 3) assumersi la responsabilità delle azioni

compiute da qualcun altro sulla base del suo ritenere vera relativamente alla prospettiva del

parlante la proposizione asserita. Come si vede anche nel resoconto di MacFarlane le norme

dell’asserzione sono relativizzate alla prospettiva del parlante.


36 La verità nel XXI secolo

come il realismo semantico (concernente la verità) sia coniugabile col relativismo

metafisico: si potrà sostenere infatti che l’unica proprietà effettivamente

esemplificata sia la proprietà relazionale “buono-relativamente a S” (dove “S”

denota uno standard) e che i parlanti ordinari, quando asseriscono che qualcosa

è (assolutamente) buono (o non buono), dicono il falso perché attribuiscono

all’oggetto una proprietà che non ha.

Wright (2008) ha osservato che c’è un modo di coniugare il realismo semantico

sia con un relativismo metafisico sia con l’accettazione dell’esistenza di

casi di disaccordo senza errore: quello che potrebbe essere definito “pluralismo

ontologico” o “relativismo fattuale” (difeso da Einhauser 2008). Il pluralista

ontologico accetta una semantica standard per “il gelato al pistacchio è buono”:

esso esprime la proposizione che il gelato al pistacchio è buono che è vera in

un mondo se e solamente se in quel mondo sussiste lo stato di cose consistente

del gelato al pistacchio e della proprietà di essere buono. Il pluralista ontologico

sostiene però che fatti come il fatto che il gelato al pistacchio è buono

siano fatti prospettici, fatti che esistono o non esistono solo in una determinata

prospettiva. Andrea e Pietro vivono dunque in due mondi parzialmente diversi

perché solo nel mondo di Andrea esiste il fatto che il gelato al pistacchio è

buono; essi sono in disaccordo, perché nel mondo di Andrea quello che dice

Pietro è falso e viceversa, ma nessuno di essi commette alcun errore perché le

loro asserzioni descrivono correttamente il mondo in cui ciascuno di essi vive.

Mentre la natura realmente antirelativista delle prime due forme di realismo

dipende dal fatto che il soddisfacimento delle condizioni di verità della proposizione

che il gelato al pistacchio è buono non è relativo a nessun parametro

aggiuntivo rispetto al mondo, la natura solo apparentemente realista del relativismo

fattuale/pluralismo ontologico dipende dal fatto che, anche se in esso

il soddisfacimento delle condizioni di verità non risulta nella teoria semantica

relativo ad alcun parametro diverso dal mondo, sono i mondi stessi a moltiplicarsi

con le prospettive. Il pluralista ontologico ottiene la botte piena di una

semantica standard e la moglie ubriaca del disaccordo senza errore al prezzo

(troppo alto?) della moltiplicazione caleidoscopica della realtà.

L’obiezione che i relativisti, e più in generale gli antirealisti, muovono al

realismo rampante è che esso deve ammette l’esistenza, in ambiti come le questioni

di gusto, di fatti oggettivi ma inaccessibili epistemicamente ai parlanti.

Questa tesi è però particolarmente dubbia perché, nei disaccordi che sorgono in

tali ambiti di discorso, ciascuno sembra essere, per dirla con Wright (2006), la

suprema corte d’appello: non sembra cioè esservi nessuna evidenza, acquisibile

da coloro che sono in disaccordo, che possa indurli a mutare razionalmente

opinione (nella terminologia di Wright, le proposizioni sono superasseribili).

Un’obiezione simile può essere mossa dal relativista al realista semantico-


S. Caputo 37

relativista metafisico: egli è cioè costretto ad attribuire un errore sistematico

ai parlanti. Questa obiezione ha però molto meno mordente di quella contro il

realista rampante: il realista semantico-relativista metafisico può infatti ammettere

che ciascuno è l’autorità ultima sul possesso della proprietà relativa (quella

che esiste effettivamente) e trovare qualche spiegazione pragmatica del perché

tendiamo, erroneamente, ad attribuire la proprietà monadica (che non esiste)

e a considerarci sciovinisticamente l’autorità ultima sul possesso di tale proprietà.

Cappelen e Hawthorne (2009) osservano poi come, in una prospettiva

del genere, sia del tutto possibile, anzi auspicabile, che i soggetti in disaccordo

riconoscano il loro errore riconoscendo, ad esempio, che non esiste la bontà

assoluta di un gelato ma solo la bontà relativa, il suo piacere a qualcuno.

Al pluralista ontologico, infine, il relativista può obiettare che egli non riesce

più a spiegare il disaccordo. Infatti il disaccordo consiste nell’asserire dello

stesso mondo proposizioni incompatibili: ma se Andrea e Pietro vivono in

mondi diversi, allora essi non sono più in disaccordo di quanto lo sarebbero due

individui che vivessero uno in un mondo in cui Tartaglia ha colpito il presidente

del Consiglio e l’altro in un mondo in cui non l’ha colpito e che asserissero,

dei rispettivi mondi, l’uno che Tartaglia ha colpito il presidente del Consiglio

e l’altro che non l’ha colpito.

Il contestualismo

Secondo un contestualista un enunciato come “il gelato al pistacchio è buono”

è caratterizzato da un’indicalità nascosta ed esprime dunque proposizioni diverse

al variare del contesto di proferimento. La proposizione espressa in un

contesto C dall’enunciato è , dove

s(c) denota lo standard o la prospettiva determinata dal contesto (che può non

essere quella del parlante). Le difese più sistematiche dell’approccio contestualista

nei confronti di quello relativista sono probabilmente quelle fornite da

Cappelen e Hawthorne (2009) e Recanati (2007) 28 .

28 Recanati presenta la sua posizione come un relativismo moderato (quello che MacFarlane

chiama “contestualismo non indicale”) perché essa ammette l’esistenza di contenuti proposizionali

il cui valore di verità dipende da parametri diversi dal mondo, i lekta, quei contenuti

cui ci si può riferire in maniera puramente decitazionale e che dunque sono trasparenti nella

forma grammaticale superficiale dell’enunciato stesso: ad esempio nel caso di enunciati

temporali come “piove” il lekton sarà la proposizione temporalmente neutra (che non contiene

il riferimento ad alcun tempo specifico) che piove, la quale è il contenuto comune a

diversi proferimenti dell’enunciato in diversi contesti. Come vi sono proposizioni temporalmente

neutrali vi saranno anche proposizioni neutrali rispetto agli standard di gusto, morali,

conoscitivi ecc. Il contenuto completo dell’asserzione però, ciò che il parlante intende comunicare

con essa e sulla cui verità, assoluta, si impegna non è il lekton ma la cosiddetta

proposizione austiniana, cioè il lekton più la specificazione della situazione in cui il parlan-


38 La verità nel XXI secolo

La principale accusa mossa dai relativisti ai contestualisti è quella secondo

cui la semantica contestualista costringe a rinunciare all’intuizione dell’esistenza

di un effettivo disaccordo nei casi in cui si dibatte di questioni non oggettive

(Lasersohn, 2005, MacFarlane, 2007, Kölbel, 2002, 2003, 2008). Se infatti

quello che dice Andrea quando proferisce “il gelato al pistacchio è buono” è

che il gelato al pistacchio è buono per gli standard di Andrea e quello che dice

Pietro quando nega l’enunciato è che il gelato al pistacchio non è buono per

gli standard di Pietro (o se Andrea e Pietro attribuiscono al gelato al pistacchio

due proprietà diverse in dipendenza dai loro standard), allora Pietro e Andrea

asseriscono cose la cui verità non è incompatibile, dunque non sono in disaccordo,

anche se magari possono credere, per un po’, di esserlo. La perdita del

disaccordo è dunque per i relativisti una conseguenza della perdita, nel trattamento

contestualista, di un contenuto comune per le asserzioni di coloro che

dibattono. Il venir meno di un contenuto comune determina inoltre, secondo

i relativisti, un ulteriore problema per il contestualismo: spiegare come, negli

ambiti di discorso in questione, possiamo riportare le asserzioni e le credenze

di altri usando gli stessi enunciati che essi usano per fare quelle asserzioni ed

esprimere quelle credenze, mentre ciò non è possibile quando sono presenti tipiche

espressioni sensibili al contesto (come gli indicali). Ad entrambe le obiezioni

il contestualista può rispondere che esse sono efficaci solo nei confronti

di versioni troppo rozze dell’approccio contestualista (Cappelen e Hawthorne,

2009, Gauker, 2010), in particolare quelle versioni che indicizzano rigidamente

il predicato dell’enunciato al parlante del contesto. Ma se la determinazione

del valore del parametro contestuale può variare a seconda delle intenzioni del

parlante, allora saranno possibili, secondo la distinzione di Lasersohn (2005),

sia usi egocentrici del predicato, in cui lo standard inteso è quello del parlante,

sia usi allocentrici, in cui lo standard inteso è quello di un individuo diverso dal

parlante sia, infine, usi acentrici, nei quali cioè lo standard rilevante è quello di

una comunità di riferimento eventualmente con i suoi esperti (come in Recanati

2007, 2008). I primi saranno all’opera quando, in uno scambio conversazionale,

prevalgono le intuizioni di assenza di errore da parte dei partecipanti (ma

in questi casi non vi sarà effettivo disaccordo), i secondi quando si riportano le

asserzioni e le credenze altrui, gli ultimi infine quando sono forti le intuizioni

di disaccordo (ma in questi casi non vi sarà assenza di errore). In ultima analisi

la strategia del contestualista consisterà ne cercare di fare vedere che ogni caso

te intende che esso venga valutato. Tale situazione potrà essere individuata, oltre che dal

mondo del contesto, dalla specificazione di parametri aggiuntivi; ad esempio, nel caso dei

giudizi di gusto, dalla specificazione di uno standard rilevante nel contesto. Dunque anche

se al livello del lekton la posizione di Recanati è relativista, a quello della proposizione austiniana

e dunque del contenuto completo dell’asserzione, che è il livello rilevante per l’analisi

dei casi di presunto disaccordo senza errore, essa è contestualista.


S. Caputo 39

che il relativista vuole trattare come un caso in cui esiste un disaccordo senza

errore è o un caso in cui non c’è disaccordo o uno in cui non c’è assenza di

errore. Nei casi in cui sia l’intuizione del disaccordo sia quella dell’assenza

di errore siano particolarmente forti una di esse potrà essere imputata a fattori

pragmatici. Ad esempio, se lo standard che determina il contenuto dell’asserzione

è egocentrico, l’intuizione del disaccordo potrà essere imputata al fatto

che i parlanti presuppongono che i loro standard debbano convergere (nel caso

dei giudizi di gusto, estetici o morali si tratterebbe della presupposizione

dell’esistenza di un “senso comune”): in tal caso, anche se le proposizioni asserite

non sono incompatibili fra di loro, la verità di entrambe è incompatibile

con la presupposizione (Lopez de Sa, 2008). Se invece la determinazione dello

standard di riferimento è acentrica, lo standard è cioè quello della comunità

di riferimento, si potrà rendere conto dell’intuizione dell’assenza di errore distinguendo,

come Recanati (2008), fra il riferimento alla comunità attuale e ai

suoi standard effettivi e quello ad una comunità ideale futura caratterizzata dal

fare propri gli standard corretti nell’interpretazione del parlante. L’oggetto del

disaccordo sono comunque gli standard della comunità, ma il disaccordo può

essere senza errore nella misura in cui tali standard non sono fissati una volta

per tutte ed ogni membro (non patologico o eccessivamente idiosincratico) della

comunità ha titolo a proporre la propria interpretazione di come tali standard

dovrebbero evolversi.

Cappelen (2008) e Cappelen e Hawthorne (2009) hanno sostenuto invece

l’alternativa più radicale per il contestualista: mantenere ferma la tesi della non

esistenza di un contenuto comune (dunque negare il disaccordo) e imputare ai

parlanti cecità semantica, cioè un’erronea attribuzione di contenuto alle asserzioni

altrui, determinata dal fatto che si tende a considerare i propri standard,

che determinano quale sia la proprietà attribuita dalle nostre asserzioni, universalmente

validi. Essi osservano come in molti casi i parlanti stessi possono

essere condotti fuori dalla caverna mediante l’osservazione della variabilità dei

giudizi del tipo in questione al variare del modo in cui i soggetti reagiscono a

certi stimoli: all’immagine statica dell’esistenza del disaccordo senza errore bisognerebbe

sostituire, nella descrizione dei singoli casi, l’immagine dinamica

di un rafforzamento inversamente proporzionale delle intuizioni di disaccordo

e di quelle di assenza di errore nel procedere della discussione o, come ha osservato

Iacona (2008), quella di un’alternanza nell’ambito di una stessa discussione

fra interpretazioni oggettive dei predicati coinvolti (mediante il riferimento

a degli standard condivisi da una comunità o dagli esperti) e interpretazioni

soggettive (in cui il predicato esprime una preferenza personale).

Il contestualista sembra dunque avere i mezzi per rendere conto dei fenomeni

linguistici e comunicativi cui il relativista si appella, come del resto ha


40 La verità nel XXI secolo

recentemente riconosciuto il fondatore del neo-relativismo analitico (Kölbel,

2009).

3.3 Le obiezioni al relativismo

Il problema del disaccordo

La maggiore virtù esplicativa della semantica relativista nei confronti di quella

contestualista è, secondo i relativisti, quella di rendere conto in modo semplice

dell’intuizione concernente l’esistenza di un disaccordo senza errori. Diversi

nemici del relativismo hanno sostenuto che questo è proprio quello che il relativista

non riesce a fare. I relativisti sembrano avere problemi in particolare

col disaccordo: o ne prevedono troppo o troppo poco. Cappelen e Hawthorne

(2009) hanno sostenuto che, in casi in cui l’uso dei predicati di gusto è più

chiaramente egocentrico e i parlanti non interagiscono, la semantica relativista,

per lo meno in una versione non sufficientemente elaborata, fornisce previsioni

errate di disaccordo: ad esempio, se un adolescente e uno dei genitori, in

conversazioni separate, asseriscono rispettivamente “questa estate sarà divertente”

e la sua negazione, pensando il primo alla sua prossima vacanza studio

e il secondo al lavoro che lo aspetta per pagargliela, non sembra esservi alcun

disaccordo fra di essi anche se il relativista, sostenendo che “divertente”

si riferisce sempre alla stessa proprietà in tutti i proferimenti, dovrà sostenere

che il disaccordo c’è. Possono però esservi versioni della semantica relativista

che non incorrono in questo problema, come ad esempio quella proposta

da Stephenson (2007) che considera i predicati di gusto come passibili di due

interpretazioni: nella prima il predicato attribuisce una proprietà monadica ma

è soggetto ad una semantica relativista in cui lo standard di valutazione è quello

del parlante; nella seconda il predicato attribuisce una proprietà relazionale

(“essere G per x”) ma è soggetto ad una semantica standard. Nei casi in cui è

più netta l’intuizione dell’assenza di disaccordo è attiva la seconda interpretazione,

negli altri la prima. Il nemico del relativismo può naturalmente replicare

che nemmeno questi ultimi casi (quelli in cui è forte l’intuizione della presenza

di un disaccordo) richiedono la prima interpretazione.

L’obiezione più seria al relativismo riguardo al problema del disaccordo è

però quella secondo cui esso non riesce a rendere conto del disaccordo proprio

nei casi in cui i relativisti sostengono che ci sia. L’obiezione è strettamente

legata ad un’altra altrettanto grave per il relativismo: quella secondo cui,

ammesso che esistano delle proposizioni la cui verità è relativa a contesti di

valutazione, tali proposizioni non possono essere le cose che crediamo o asseriamo.

La stretta connessione fra le due obiezioni dipende dal fatto che le cose

che crediamo e asseriamo sono anche le cose su cui possiamo essere d’accordo


S. Caputo 41

o in disaccordo. Entrambe le obiezioni, con diverse accentuazioni, sono formulate

da Recanati (2007, 2008), Garcìa-Carpintero (2008), Moruzzi (2008),

Moltmann (2009), Boghossian (2009). Il relativista, come si è detto, considera

la relativizzazione a contesti di valutazione della verità delle proposizioni

come analoga alla relativizzazione, a mondi possibili o a tempi, del valore di

verità delle proposizioni neutrali rispetto al mondo o al tempo nella semantica

kaplaniana. Ma proposizioni di questo tipo (il lekton, nella terminologia di Recanati)

non possono essere ciò su cui i parlanti possono essere in disaccordo e

dunque l’oggetto proprio degli atteggiamenti proposizionali e delle asserzioni

dei parlanti. Prendiamo la proposizione neutrale rispetto al luogo espressa da

“nevica”: se Stefano dice a Torino “nevica” parlando al telefono con Giovanni

che è a Palermo, dove c’è il sole, e Giovanni dice “non nevica” essi non si

contraddicono, infatti Giovanni non risponderebbe “ti sbagli, non nevica”. Il

giudicare da parte di Giovanni falsa relativamente al luogo in cui lui stesso si

trova (cioè Palermo) la proposizione, neutrale rispetto al luogo, che nevica non

è sufficiente affinché Giovanni sia in disaccordo con Stefano che giudica vera

relativamente al luogo in cui lui si trova (cioè Torino), la stessa proposizione.

Dunque il contenuto delle asserzioni di Stefano e Giovanni non è la proposizione

spazialmente neutrale che nevica ma la proposizione che piove in un certo

luogo (o che la proposizione neutrale è soddisfatta da un certo luogo). Ma la

stessa cosa vale per le proposizioni con valore di verità relativizzato a standard

negli altri ambiti di discorso per cui i relativisti propongono la loro semantica:

se Pietro asserisce “il gelato al pistacchio è buono” perché giudica vera, relativamente

ai propri standard, la proposizione (neutrale rispetto agli standard)

che il gelato al pistacchio è buono allora, ammesso che sia consapevole della

relatività a standard dell’attribuzione di verità alla proposizione tanto da parte

sua quanto da parte di Andrea (allo stesso modo che Giovanni è consapevole

della relatività a un luogo dell’attribuzione di verità alla proposizione che piove

tanto da parte sua che da parte di Stefano), egli non dovrebbe percepire alcun

disaccordo con Andrea e non dovrebbe poter dire che quello che Andrea dice

è falso, ma al più che è falso nella sua (di Pietro) prospettiva. Ma questo non

sarebbe un vero disaccordo perché, in fondo, il contenuto completo dell’asserzione

di Andrea è che la proposizione è vera nella sua (di Andrea) prospettiva

(non in quella di Pietro).

Boghossian (2009) ha osservato come il resoconto relativista del disaccordo

senza errore (in particolare quello, da lui discusso, di Richard 2004) sembri

stretto in un dilemma: o due soggetti non sono consapevoli delle prospettive da

cui giudicano, e allora possono essere in disaccordo ma non potranno che considerarsi

reciprocamente in errore (atteggiamento sciovinista), oppure ne sono

consapevoli, ma in questo caso non c’è più effettivo disaccordo (atteggiamento


42 La verità nel XXI secolo

tollerante). Il problema di fondo per il relativista è che il suo resoconto del

disaccordo senza errore fa uso di due diverse nozioni di verità: da una parte

una nozione di verità decitazionale (e dunque assoluta), che è quella usata dai

parlanti all’interno delle loro prospettive, permette di descriverli come in disaccordo;

dall’altra la nozione di verità relativa, che è quella usata nella semantica

relativista nel descrivere dall’esterno le condizioni di verità delle proposizioni,

permette di non imputare ad alcuno dei parlanti in disaccordo un errore (nella

misura in cui la norma cui sono soggette le asserzioni è riformulata in termini

di verità relativa). Ma l’uso di ciascuna di tali nozioni di verità cancella gli

effetti dell’altra: l’uso della nozione relativa cancella il disaccordo, l’uso della

nozione decitazionale-assoluta cancella l’assenza di errore. A tal proposito

Moruzzi (2008) osserva che, in base al resoconto in stile brandomiano delle

norme dell’asserzione sostenuto da MacFarlane, due soggetti consapevoli della

semantica relativistica non dovrebbero più dissentire e discutere, essendo

divenuti consapevoli del fatto che l’impegno di ciascuno di essi a difendere

la propria tesi nei confronti della sfida rappresentata dalla tesi contrapposta

è sempre un impegno a difendere tale tesi nella propria prospettiva. Dunque

può esservi dissenso solo essendo ignoranti riguardo alla semantica relativista

delle proposizioni su cui si dissente. Inoltre, una volta dissolto il velo di ignoranza,

risultando infondata ogni discussione sull’argomento, diventerà difficile

imputare ai soggetti un’effettiva credenza riguardo ai contenuti in questione.

Il dilemma di Wright

Wright (2008) sostiene che il relativista deve scegliere fra due alternative, corrispondenti

a due versioni del relativismo stesso. La prima è l’ammissione della

natura non rappresentazionale delle proposizioni per cui propone la sua semantica,

il fatto cioè che esse non rappresentino alcuno stato di cose: se infatti tali

proposizioni rappresentassero un qualche stato di cose, allora la loro verità dipenderebbe

solo dal sussistere o non sussistere di tale stato di cose, da come è

fatto il mondo, e non anche da uno standard, da una prospettiva (la quale, è bene

ricordarlo, non fa parte, secondo il relativista, delle condizioni di verità della

proposizione). L’ammissione che certi ambiti di discorso (ad esempio i giudizi

di gusto o quelli estetici o morali) non abbiano contenuto rappresentazionale,

pur essendo ambiti in cui è del tutto legittima la pratica dell’asserzione, è però

già di per sé sufficiente, secondo Wright, a minare il realismo spesso associato

alla nozione assoluta di verità. Una volta fatto questo si potrà proporre un’analisi

della nozione di verità, di tipo deflazionistico o pluralistico, che ne metta in

luce il carattere neutrale riguardo alla natura rappresentazionale (oggettiva) o


S. Caputo 43

non rappresentazionale (non oggettiva) dei contenuti cui essa si applica, senza

rinunciare con questo alla nozione assoluta di verità 29 .

La seconda alternativa aperta al relativista è invece quella di considerare le

diverse prospettive o standard come costituenti diversi mondi attuali, accettando

il già citato pluralismo ontologico e barattando il recupero di una semantica

standard (con un predicato di verità relativizzato soltanto a mondi) con la

proliferazione prospettica della realtà.

Se il dilemma di Wright è corretto allora il relativismo sembra essere una

soluzione troppo radicale e non necessaria ad un problema reale, il classico

lanciare una bomba per ammazzare un topolino.

“Vero per x”

Una questione finora poco dibattuta ma che costituisce un problema di fondo

per il relativismo è stata sollevata da Marconi (2007, 2010): cosa significa esattamente

“vero relativamente a x”? Il relativista sembra doverlo distinguere sia

da “giustificato relativamente ad uno standard” (perché altrimenti la sua tesi

non meriterebbe più il titolo di relativismo riguardo alla verità, ma di relativismo

riguardo alla giustificazione), sia da “creduto da S” perché, in questa

interpretazione, diverrebbe la tesi banale che crediamo cose diverse. Inoltre,

adottando quest’ultima analisi, il relativista sarebbe costretto in un dilemma.

Se sostiene l’esistenza di due concetti distinti, e non definibili l’uno a partire

dall’altro, di verità assoluta e verità relativa, dovrà ammette che esistono proposizioni

che sono sia assolutamente vere, sia vere relativamente a qualcuno ma

non a qualcun altro, ma allora l’essere vero relativamente ad una prospettiva

non garantirà l’assenza di errore (infatti se la proposizione su cui due soggetti

sono in disaccordo è assolutamente vera ma non vera relativamente ad uno di

essi ciò dovrà dipendere da una qualche sua inadeguatezza cognitiva). Se invece

definisce la verità assoluta a partire dalla verità relativa (come Kölbel 2002,

Richard 2004), allora non potrà considerare nessuna proposizione come assolutamente

vera (perché qualsiasi proposizione può non essere creduta o essere

creduta falsa da qualcuno) 30 . Il relativista di questo secondo tipo, inoltre, non

riuscirebbe a rendere conto della possibilità dell’errore (infatti egli, come si è

visto, definisce l’errore come il credere qualcosa di falso nella propria prospettiva).

Non a caso Kölbel (2002, 2008, 2009) rifiuta l’identificazione di “vero

nella prospettiva di x” e “creduto da x”, a partire da casi che mostrerebbero

29 La possibilità di sostenere una posizione antirealista senza abbracciare il relativismo è difesa

in Coliva (2009).

30 Questo secondo punto è stato sottolineato da Andrea Iacona durante la discussione

successiva alla presentazione di Marconi (2010).


44 La verità nel XXI secolo

come una proposizione possa essere creduta da un soggetto senza essere vera

relativamente ai suoi standard o viceversa. Mostrare una differenza non è però

ancora spiegare tale differenza. I relativisti, forse accecati dalla somiglianza,

al livello del formalismo semantico, fra la relativizzazione della verità a mondi

possibili e la sua relativizzazione a standard di valutazione, devono ancora

fornire un chiarimento soddisfacente della nozione centrale della loro teoria.

4 Un bilancio

In ciascuno dei tre nuclei di discussione sulla verità che sono stati esaminati

rimangono una serie di questioni aperte.

Riguardo al deflazionismo: i due problemi, connessi, delle generalizzazioni

e della conservatività, nonché quello della sua capacità di rendere conto dell’intuizione

della dipendenza (asimmetrica) della verità dalla realtà. Riguardo ai

fattori di verità: il problema di una corretta analisi della nozione stessa di “rendere

vero”, dell’indispensabilità o meno dell’ammissione di fattori di verità per

giustificare l’intuizione della dipendenza e dell’effettiva utilità metodologica

nella ricerca ontologica di uno dei principi del rendere vero.

Riguardo al relativismo: la questione dell’esistenza o non esistenza del fenomeno

stesso che i relativisti vorrebbero spiegare, il disaccordo senza errore;

quella della possibilità per proposizioni la cui verità sia relativa a parametri diversi

dal mondo di essere gli oggetti propri della credenza e dell’asserzione; la

questione della correttezza o meno del dilemma di Wright; il problema, infine,

di fornire un’analisi della nozione stessa di “vero per x” che sfugga al dilemma

fra rendere il dibattito sul relativismo un dibattito su una cosa diversa dalla verità

(la giustificazione) e confinare il relativismo stesso alla, senza dubbio vera,

ma ovvia constatazione della pluralità irriducibile delle opinioni in certi ambiti

di discorso.

A tutto ciò si aggiungono le due questioni della plausibilità della concezione

pluralistica della verità, proposta da Wright e Lynch, e del suo essere o non

essere un’alternativa soddisfacente al relativismo per estendere il dominio della

verità oltre gli austeri confini dell’oggettività, e se una tale alternativa, infine,

possa essere fornita in una prospettiva deflazionista.

Se, per lo meno in filosofia, di tutto ciò di cui si può legittimamente parlare

non si dovrebbe tacere, si discuterà ancora molto di verità nel XXI secolo 31 .

31 Ci sono varie persone ed istituzioni a cui vanno i miei ringraziamenti: Diego Marconi che ha

letto, corretto e commentato questo pezzo, Andrea Iacona che mi ha incoraggiato a scriverlo

e i curatori del bollettino Sifa, Massimiliano Carrara e Vittorio Morato, che me ne hanno

incaricato. Alla lettura della tesi di dottorato di Andrea Strollo devo gran parte della mia

conoscenza del dibattito su deflazionismo e conservatività e Giuliano Torrengo è stata la


S. Caputo 45

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mia fonte principale per la conoscenza del libro di Merricks. Come si suol dire, ultimo

nell’ordine ma non per importanza, ringrazio Alfredo Paternoster, responsabile del progetto

di ricerca cui sto partecipando, come assegnista, presso l’Università degli Studi di Sassari.

Questa ricerca si è svolta dunque anche grazie al generoso finanziamento della Fondazione

Banco di Sardegna.


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Parte II

Simposio su

Conceptions of Truth


Compendio di Conceptions of Truth

Wolfgang Künne

Philosophischen Seminar

Universität Hamburg

k wolfgang.kuenne@uni-hamburg.de

La verità è una stabile ed epistemicamente naturale proprietà delle proposizioni,

ed il concetto di verità ammette una spiegazione non riduttiva.

In breve, è questa l’idea in favore della quale argomento in Conception

of Truth. Come suggerisce il titolo del libro, l’esposizione e la difesa di questa

idea sono intrecciate con un dettagliato esame critico sia delle opinioni rivali

storicamente disponibili, sia di quelle contemporanee.

Nel Capitolo 1, “Alcuni interrogativi a proposito della Verità”, i problemi

oggetto di discussione nel corso del libro sono presentati mediante un diagramma

di flusso e sono messe in evidenza le risposte da difendere. Fornisco le mie

ragioni per ignorare la Teoria dell’Identità (la quale ritiene che le verità siano

fatti), per mettere tra parentesi il Primitivismo (secondo il quale il concetto di

verità resiste ad ogni tentativo di spiegazione) e per evitare il dibattito “deflazionismo/inflazionismo”,

in quanto parte di un gergo filosofico piuttosto forzato.

Spiego, inoltre, che cosa intendo per “realismo aletico” e per “anti-realismo

aletico” ed argomento (contro Alston e D. Lewis) che lo Schema di Equivalenza

“È vero che p, sse p” non può essere usato come arma letale contro ogni

concezione anti-realista della verità.

Nel Capitolo 2, “Un predicato fasullo?”, espongo la tesi dell’identità di Frege,

in accordo con la quale i due lati dello Schema di Equivalenza esprimono

la stessa proposizione, sostengo che questa tesi è compatibile con l’assunzione

che vi siano gaps riguardo ai valori di verità ed inizio a sollevare dubbi (Bolzaniani)

a proposito di questo. Secondo la teoria nichilista della verità, la verità


62 Compendio di Conceptions of Truth

non è una proprietà neppure nel senso più liberale di questa parola. Spiego,

dunque, quale sia questo senso e fornisco una dettagliata esposizione critica

di numerose versioni del nichilismo, incluse la così detta teoria performativa e

tre teorie proenunciative. Il fatto che alcuni candidati al ruolo di portatori di

verità posseggano dei nomi gioca un ruolo chiave nel mio argomento contro il

nichilismo.

Il Capitolo 3, “Diverse tipologie di Corrispondenza”, inizia con un’analisi

della definizione aristotelica della verità, la quale non si appella ad un predicato

diadico come “corrispondere a” ma , piuttosto, apre la strada ad una spiegazione

della verità in termini di corrispondenza rispetto ad oggetti (anziché fatti)

destinata a prevalere per molti secoli. Presento la concezione di Bolzano come

la più vicina allo spirito di quella aristotelica. (In un interludio, commento anche

la nozione di verità oggettuale nell’Acquinate ed in Hegel). Moore e gli

Atomisti Logici, sostituendo i fatti agli oggetti, proponevano una (molto diversa)

idea della corrispondenza ed il tardo Russell riteneva che fossero gli eventi

ciò a cui le verità empiriche corrispondono. Espongo, dunque, queste teorie e

discuto varie obiezioni, come il Mulino di Frege e le Fionde di Gödel e Davidson.

Spesso, l’intuizione che le verità siano, in qualche modo, “rese vere” da

qualcosa d’altro è posta alla base di ogni tentativo di spiegare il concetto di verità

in termini di corrispondenza e si ritiene anche che tale intuizione sopravviva

al loro declino. Io distinguo una lettura “proposizionale” (non-relazionale) ed

una “ontica” (relazionale) dell’espressione “rendere vero” e ne propongo una

valutazione.

Il Capitolo 4, “Dentro e fuori dalle virgolette”, tratta della concezione semantica

della verità propria di Traski, del disquotazionalismo e della loro relazione.

Dopo una dettagliata esposizione del progetto tarskiano per definire

un predicato di verità in un dato linguaggio, prestando particolare attenzione

al suo Criterio di Adeguatezza Materiale, mi concentro su tre interrogativi: (1)

Una lingua naturale (se spogliata del suo vocabolario semantico) si lascia catturare

dalle tecniche di Tarski o dalle varianti davidsoniane di queste stesse? (2)

Qual’era l’ambizione esplicativa di Tarski, relativamente al concetto di verità

e, in particolare, tentò egli di riabilitare una teoria corrispondentista della verità

che si appella al ruolo dei fatti? (In questa sede, si rivela utile prendere in

considerazione il suo bagaglio culturale di filosofia Austro-Polacca.) (3) Tarski

riuscì a raggiungere i suoi obiettivi esplicativi? Nella seconda parte del capitolo,

sollevo obiezioni contro l’affermazione che i due lati di un’istanza dello

Schema Disquotazionale “ ‘p’ è vero sse p” esprimono la stessa proposizione

e contro il modo in cui molti disquotazionalisti cercano di rendere conto dell’utilità

espressiva di “vero”. Infine, spiego e critico l’opinione più circospetta

di Hartry Field, a proposito del rapporto tra verità disquotazionale, linguaggio


W. Künne 63

e traduzione.

Nel Capitolo 5, “Proposizioni, Tempo ed Eternità”, sostengo che i portatori

di verità primari sono non già gli enunciati, i relativi tokens oppure i proferimenti

enunciativi, ma, piuttosto, le proposizioni, concepite come (possibili)

contenuti di alcuni atti linguistici, di alcuni atti mentali e stati. Seguendo Russell,

considero importante pensare alla proposizione che p come al contenuto,

anziché come all’oggetto (intenzionale), di un dato atteggiamento proposizionale

che p, preferendo assegnare l’ultimo ruolo agli stati di cose. I temporalisti

(come gli Stoici, Prior e Kaplan) affermano che la verità è una proprietà instabile

di ciò che può essere detto o pensato, mentre gli eternalisti (come Bolzano,

Frege e Russell) lo negano. Dopo aver distinto diversi tipi di eternalismo e

temporalismo e dopo aver localizzato la posizione di Lukasiewicz nella mia

mappa, porto argomenti a favore dell’idea che abbiamo bisogno del concetto

di proposizione indessicale dotata di stabili valori di verità. Infine, concedo che

concepire le cose che si possono dire e pensare come se fossero caratterizzate

da valori di verità mutevoli, risulta proficuo rispetto all’acquisizione di certe

importanti spiegazioni.

Il Capitolo 6, “Due Argomenti in difesa della Modestia”, inizia con un’esposizione

ed una discussione della teoria minimalista della verità di Paul Horwich.

Difendo questa teoria dalle obiezioni di Davidson e affermo che essa non è minimamente

controversa, poiché sottoscrive il tertium non datur. Poi, presento

la mia opinione personale, che ho soprannominato “la Spiegazione Modesta”.

L’idea principale non è certo elettrizzante e neppure si propone di esserlo: ciò

che noi diciamo o pensiamo è vero, se e solo se le cose sono così come noi

diciamo o pensiamo che siano. La mia proposta è quella di catturare il fulcro

di questo luogo comune attraverso la congiunzione e la quantificazione in posizione

enunciativa. Dopo aver documentato la storia di questa proposta (essa

inizia con Ramsey), mi sforzo di difenderla da diverse obiezioni. La difesa include

un’estesa discussione del contrasto tra quantificazione sostituzionale ed

oggettuale, nonché numerosi argomenti a sostegno dell’opinione che la proposizione

che p è diversa dal convenzionale significato linguistico di “p”, anche

se “p” non è né ambigua né sensibile ai contesti.

Secondo l’anti-realismo aletico, la verità si lascia ricondurre alla giustificabilità.

Nel Capitolo 7, “Verità e giustificabilità”, espongo innanzitutto tre

versioni classiche dell’anti-realismo aletico – il fondazionalismo di Brentano,

il coerentismo neo-Hegeliano e neopositivista ed il consensualismo di Pierce –

e mi concentro sui problemi ad essi peculiari. Procedo, poi, ad esaminare attentamente

la proposta alquanto liberale sostenuta da Putnam per qualche tempo

(la verità consiste nell’accettabilità razionale idealizzata), confrontandola con

la concezione di “anti-realismo globale” propria di Dummett e con le proposte


64 Compendio di Conceptions of Truth

affini fatte da Goodman (la verità è credibilità permanente) e, in uno spirito

esplorativo, da Wright (la verità è superasseribilità). Esibisco varie ragioni di

insoddisfazione, tra le quali figura anche quella che ha portato Putnam stesso a

ritrattare. In seguito, cerco i supportare questa ritrattazione presentando un’obiezione,

che si ispira a ciò che è stato chiamato l’Argomento di Fitch, rivolta

contro tutte le versioni dell’anti-realismo aletico: l’argomento comincia dai

punti deboli nel campo della giustificazione. Concludo la mia questione contro

la tesi dell’identità di Frege e chiudo con un breve sermone contro il pluralismo

aletico.


I Limiti della Modestia.

Alcune riflessioni su Conceptions of Truth di

Wolfgang Künne ∗

Andrea Bianchi

Dipartimento di Filosofia

Università degli Studi di Parma

k andrea.bianchi1@unipr.it

Wolfgang Künne afferma che la verità è una proprietà non relazionale,

stabile ed epistemicamente non vincolata di proposizioni. 1 Sostiene

inoltre che il concetto di verità può essere spiegato in modo da

consentire una specificazione finita di che cosa essa sia. Nel libro, molto ben

documentato, dopo aver esaminato in dettaglio varie concezioni alternative della

verità, propone e difende quella che chiama “la Spiegazione Modesta”, che

può essere resa in notazione simbolica come “∀x(x è vero ↔∃p(x =[p]∧ p))”,

dove la quantificazione esistenziale non-standard in posizione enunciativa, che

Künne si sforza di legittimare (pp. 356–368), è oggettuale (su proposizioni) e

le parentesi quadre formano, “a partire da un enunciato che esprime una particolare

proposizione, un termine singolare che la designa” (p. 337). 2 Secondo

Künne, la Spiegazione Modesta articola il truismo, su cui “tutti i filosofi [...]

∗ Ringrazio Paolo Leonardi, Ernesto Napoli, Marco Santambrogio e Giorgio Volpe per i loro

commenti a precedenti versioni di questo lavoro.

1 Per quanto riguarda la non relazionalità, tuttavia, mi chiedo perché nel libro la risposta

negativa alla Domanda 2 a p. 3 non sia contrassegnata da un asterisco.

2 Per quanto riguarda la quantificazione non-standard, sono utili anche le considerazioni in

Künne (2008, pp. 385–390). Di passaggio, segnalo qui che Paul Horwich ha chiamato

la Spiegazione Modesta di Künne “l’analisi della variabile-enunciato” (Horwich (2005,

p. 458); nell’edizione riveduta l’espressione è stata talvolta rimpiazzata da “la teoria della

variabile-enunciato”).


66 I limiti della modestia

sarebbero d’accordo di tutto cuore” (p. 334), che ciò che diciamo o pensiamo

è vero se e solo se le cose stanno come diciamo o pensiamo che stiano. Per

quanto riguarda i presunti vincoli epistemici sulla verità, su cui la Spiegazione

Modesta intenzionalmente tace, nel capitolo finale del libro viene proposto

un argomento contro ogni forma di anti-realismo aletico, costruito a partire

dal cosiddetto Paradosso della Conoscibilità, spesso erroneamente attribuito a

Frederic Fitch (non da Künne) ma probabilmente dovuto ad Alonzo Church.

Si può imparare molto dal libro di Künne: la competenza storica dell’autore

è davvero impressionante. Il libro, però, non si limita a riportare i risultati altrui

e contiene parecchi contributi filosofici originali e di valore. Per esempio,

ho trovato l’argomento di Künne contro l’anti-realismo aletico estremamente

interessante. Qui, tuttavia, mi occuperò solo della Spiegazione Modesta, sulla

quale nutro alcuni dubbi. Nelle pagine che seguono, darò voce a due perplessità

in un certo senso complementari (nessuna delle quali, mi dispiace dirlo,

è particolarmente originale). In poche parole, suggerirò che per un aspetto la

Spiegazione Modesta non è abbastanza modesta, mentre per un altro lo è troppo:

non è modesta dove, a mio parere, avrebbe dovuto esserlo, e lo è dove

qualcosa di più sarebbe stato necessario.

Per quanto riguarda la prima perplessità, la Spiegazione Modesta mi sembra

non essere abbastanza modesta per via del suo impegno alle proposizioni,

considerate i portatori primari di valore di verità. Come è noto, la questione

è un tema caldo in filosofia. Molti filosofi – Künne tra questi – trovano quasi

oltraggiosa l’idea che le proposizioni non esistano. Molti altri – io, per esempio

– non riescono a credere per un momento alla loro esistenza. Se le cose

stanno così, si dovrebbe concedere che la Spiegazione Modesta è quanto meno

un modo assai discutibile di articolare un truismo su cui “tutti i filosofi [...]

sarebbero d’accordo di tutto cuore”.

Non posso ovviamente sperare di convincere qui Künne, né alcun altro del

suo partito, che sbaglia a credere nelle proposizioni, ma commenterò brevemente

qualcuna delle sue considerazioni in proposito. In un passaggio cruciale,

Künne spiega che il termine “proposizione” può essere introdotto nel discorso

attraverso la seguente trasformazione:

Partendo da un’attribuzione di pensiero o da un resoconto di discorso della

forma:

(I) A V che p,

innanzitutto lo trasponiamo nel formato

(II) Che p è il contenuto del Vn di A,


A. Bianchi 67

dove ‘Vn’ è un nome deverbale (come ‘credenza’ o ‘affermazione’) corrispondente

al verbo (per esempio ‘crede’, ‘afferma’) in (I). Poi adorniamo

il sintagma in (II) con un prefisso:

(III) La proposizione che p è il contenuto del Vn di A.

E infine aggiungiamo il caveat che qualcosa che potrebbe essere pensato

o detto in un modo o nell’altro potrebbe di fatto non essere mai pensato o

detto in alcun modo, nel qual caso alcune proposizioni non sarebbero mai

effettivamente il contenuto del V-are di qualcuno. Si arriva a comprendere

la parola ‘proposizione’ imparando ad accettare, come concettualmente

ovvia, ogni inferenza da un esempio di sostituzione dello schema

(I), passando per (II), al corrispondente esempio di (III), e viceversa, e a

riconoscere la possibilità menzionata nel caveat. Se comprendiamo ‘proposizione’

in questo modo, dobbiamo solo richiamarci al Principio Leibniziano

dell’Indiscernibilità degli Identici per far vedere che vale quanto

segue: se A V che p ma non V che q, la proposizione che p differisce dalla

proposizione che q. (p. 251) 3

Per ragioni in cui non entrerò, Künne crede che, benché gli enunciati siano

usati per esprimere proposizioni, i loro significati non siano proposizioni (pp.

368–373). 4 Pertanto, il suo impegno alle proposizioni si fonda esclusivamente

sulla sua ricostruzione delle pratiche concernenti le attribuzioni di pensiero e

3 Si noti che, benché Künne la chiami una “introduzione alla Schiffer del termine ‘proposizione’

” (Künne, 2008, p. 386), la sua trasformazione non conta come una something-fromnothing

transformation nel senso di Stephen Schiffer (vedi per esempio Schiffer (2000) e

Schiffer (2006, pp. 281–282)), dal momento che l’attribuzione di pensiero o il resoconto di

discorso che sono il suo punto di partenza contengono già una completiva come termine singolare.

Comunque, tra la spiegazione di Schiffer e quella di Künne ci sono certamente molte

analogie. Künne stesso ne sottolinea alcune: “Nell’assumere che il termine ‘proposizione’

sia introdotto attraverso la trasformazione di (I), ‘A V che p’, in (III), ‘La proposizione che

p è il contenuto del Vn di A’, giungo piuttosto vicino alla concezione delle proposizioni elaborata

da Stephen Schiffer in anni recenti. [...] Sono d’accordo con alcune delle sue tesi

principali: i) ‘Ciò che si richiede per la nostra conoscenza delle proposizioni, e tutto ciò

che si richiede, è la partecipazione alle pratiche linguistiche e concettuali che coinvolgono

completive’, e cioè, alla pratica di attribuire ‘atteggiamenti proposizionali’ e di riportare discorsi

per mezzo di completive. ii) ‘Non c’è niente di più nella natura delle proposizioni di

quanto si può evincere dalle pratiche che coinvolgono completive’, e, di conseguenza, (iii) le

proposizioni sono individuate a partire da criteri precedentemente disponibili per valutare i

resoconti di atteggiamento e l’oratio obliqua” (p. 258; le citazioni sono da Schiffer (2000)).

4 Le sue ragioni non hanno nulla a che fare con l’ambiguità o l’indicalità, e si suppone che

valgano per tutti gli enunciati. La tesi, tuttavia, è sorprendente. Siamo abituati ad attribuire

significato agli enunciati servendoci di completive (“ ‘Snow is white’ significa che la neve è

bianca”), ed è del tutto implausibile supporre che queste funzionino diversamente da quelle

che figurano nelle attribuzioni di pensiero e nei resoconti di discorso (“Proferendo ‘Snow is

white’, Giulia ha detto che la neve è bianca”).


68 I limiti della modestia

i resoconti di discorso, come egli stesso riconosce esplicitamente. 5 Se le cose

stanno così, tuttavia, non posso fare a meno di pensare che appoggi su basi

davvero instabili. Saul Kripke, infatti, ha fatto vedere molto tempo fa che le

pratiche concernenti le attribuzioni di pensiero e i resoconti di discorso sono

assai problematiche, tanto da indurlo a dichiarare di non essere “neppure sicuro

che l’apparato delle ‘proposizioni’ non si areni qui” 6 . Per restare all’esempio

di Kripke, possiamo ricorrere al principio di decitazione rafforzato, che è tra

quelli che all’apparenza governano queste pratiche, per concludere sia che (S1)

Peter crede che Paderewski avesse talento musicale sia che (S2) Peter non crede

che Paderewski avesse talento musicale. Qui, Künne prova a ingoiare il rospo

affermando, coerentemente con il criterio di distinzione riportato sopra, che “la

completiva nel proferimento di (S1) non individua la stessa proposizione della

completiva nel proferimento di (S2)” (p. 251 n. 5). Ma allora, non c’è limite

all’ambiguità delle completive nelle lingue naturali, e non sembra che siamo

davvero in possesso di criteri di identità per le proposizioni: la proposizione

che è il contenuto della mia credenza che Paderewski avesse talento musicale,

per esempio, è quella che secondo (S1) è il contenuto della credenza di Peter,

o piuttosto quella che secondo (S2) non è il contenuto di nessuna delle sue

credenze, o un’altra ancora? E che dire della credenza di Künne, ammesso che

l’abbia, che Paderewski avesse talento musicale? 7

A mio parere, l’argomento di Kripke solleva seri dubbi sull’assunzione comune

che le completive siano termini singolari, usati per individuare o riferirsi

a proposizioni. Ora, Künne critica opportunamente alcune alternative, come

quelle di Arthur Prior (pp. 68–77) e di Donald Davidson (pp. 206–208), e si

richiama a un noto argomento, basato su alcune inferenze apparentemente valide,

che sembra giustificare l’assunzione (p. 254; vedi anche Künne (2008,

p. 386), Horwich (1998, pp. 86–90 e pp. 129–130; trad. it. pp. 109–114), e

Schiffer (2000, 2006)). Sfortunatamente, però, non prende in considerazione

un’altra, più recente, proposta, secondo cui le completive sono, o funzionano

come, sintagmi nominali quantificazionali (ovvero, non referenziali), il cui dominio

è costituito da enti passibili di valutazione di verità (presumibilmente,

5 “Dal momento che abbiamo spiegato la nozione di proposizione a partire dalle attribuzioni di

pensiero e dai resoconti di discorso indiretto, dobbiamo riconoscere che per quanto riguarda

l’identità delle proposizioni non ci può essere niente di più di quanto si può evincere dalla

nostra pratica di fare attribuzioni e resoconti del genere” (p. 280). Si veda anche il passaggio

riportato nella nota 3.

6 Kripke (1980, p. 21; trad. it. p. 25); per l’argomento, vedi Kripke (1979).

7 A dire il vero, Künne dice alcune cose interessanti a proposito dell’identità proposizionale

anche nel capitolo 2, dove mette a confronto i criteri di Gottlob Frege con quelli di Bernhard

Bolzano, che preferisce (pp. 42–52). Tuttavia, non sono stato in grado di trovare neppure lì

gli strumenti per rispondere alla domanda nel testo.


A. Bianchi 69

enunciati e rappresentazioni mentali simili a enunciati; vedi Field (1978) per

l’idea di base e Recanati (2004) per uno schizzo veloce). Come ha fatto vedere

François Recanati, questa proposta riesce facilmente a rendere conto della validi

delle inferenze menzionate sopra. Inoltre, offre gli strumenti per spiegare

la verità sia di (S1) che di (S2) senza postulare nessuna ambiguità (il punto è

che le due affermazioni esistenziali hanno due testimoni diversi). Pur essendo

convinto che questa proposta se la cavi meglio delle alternative conosciute,

non la ritengo priva di problemi. Ma il fatto che sia prima facie praticabile

dovrebbe suggerire almeno qualche cautela sulle trasformazioni di Künne, che

ovviamente sono bloccate se è vera.

È forse opportuno sottolineare che queste considerazioni non vanno interpretate

come espressione di una forma più o meno quineana di scetticismo

semantico. Al contrario, do per scontato che proferimenti e atti e stati mentali

abbiano proprietà semantiche (che possono essere specificate), e che le

loro proprietà semantiche inducano una partizione di essi in classi di equivalenza.

8 Forse, per semplificare le cose, ci si può persino spingere a chiamare

queste classi “proposizioni”. 9 Ma se questo fosse tutto ciò cui le proposizioni

si riducono, allora ovviamente a essere considerati i portatori primari di valore

di verità dovrebbero essere i loro elementi piuttosto che esse stesse (come la

citazione da Perry nell’ultima nota mette in chiaro).

Il motivo principale della mia perplessità, comunque, non è tanto l’impegno

di Künne alle proposizioni, quanto piuttosto la sua incorporazione nella

Spiegazione Modesta, ovvero in quella che vorrebbe essere una elucidazione

del concetto ordinario di verità, come a più riprese sottolineato. 10 Per giustifi-

8 In realtà, questo modo di vedere le cose è adombrato da Quine stesso (certamente, non

uno degli eroi di Künne). Nel 1948 scriveva: “I modi in cui si parla o pare che si parli di

solito dei significati si riducono a due: l’avere significato, cioè la significanza, e la identità

di significato, o sinonimia. [...] Il problema di dare una chiara e rigorosa spiegazione

di questi aggettivi ‘significante’ e ‘sinonimo’ (preferibilmente, a mio avviso, in termini di

comportamento) è tanto difficile quanto è importante. Ma certo è che il potere esplicativo

di entità intermediarie apposite e non riducibili chiamate significati è un’illusione” (Quine,

1948, pp. 11–12; trad. it. pp. 12–13). Con un tono più scettico, il punto è ripetuto molto

più tardi: “Anche dando per scontata una soluzione al problema dell’individuazione, l’intera

dottrina delle proposizioni, interpretata letteralmente, sembra un po’ futile. Dopo tutto, la

soluzione consisterebbe in una qualche definizione appropriata di equivalenza tra enunciati;

ma allora perché non limitarsi a parlare di enunciati e di equivalenza, buttando a mare le

proposizioni?” (Quine, 1970, p. 10; trad. it. p. 19).

9 Più o meno in questo spirito, credo, John Perry ha affermato che le proposizioni sono “oggetti

astratti che usiamo per classificare stati ed eventi a partire dalle condizioni che la loro

verità (o qualche altra forma di successo) impone sul resto del mondo”; in quanto tali, “sono

un po’ simili a pesi e lunghezze” (Perry, 2001, pp. 20–21).

10 Per esempio, quando suggerisce che non c’è bisogno di alcuna “strategia per evitare i paradossi

semantici al fine di difendere la spiegazione modesta della verità”, Künne scrive: “Se


70 I limiti della modestia

care questa mossa, Künne si sforza di mostrare quanto sia pervasivo il nostro

impegno pre-filosofico alle proposizioni: “Coloro che sono smaniosi di bandire

ogni riferimento alle proposizioni spesso sembrano non rendersi conto di

quanti termini generali di uso comune nel discorso non-filosofico facciano un

lavoro ‘specializzato’ per ‘proposizione’ ” (p. 252). Il suo elenco include nomi

deverbali come “pretesa”, “credenza”, “congettura”, “assunto”, “giudizio”,

“resoconto”, “dichiarazione”, “supposizione” e “pensiero”, che hanno tutti “letture

sotto le quali sono usati per riferirsi a proposizioni”, nonché nomi che non

derivano da verbi come “assioma”, “dogma”, “principio”, “teorema” e “tesi”.

Inoltre, siamo tutti abituati ad attribuire verità o falsità a pretese, credenze,

congetture, assunti, giudizi, resoconti, dichiarazioni, supposizioni, pensieri, assiomi,

dogmi, principi, teoremi e tesi. Si tratta certamente di un buon punto: è

senza dubbio difficile dire che cosa individuino sintagmi come “la congettura

di Goldbach” o “il teorema di Pitagora” se non degli enti astratti che possono

essere espressi da proferimenti di enunciati differenti in lingue differenti. Tuttavia,

questo non mi sembra sufficiente per portare a casa il risultato desiderato:

un concetto può essere compatibile con l’esistenza di enti di un genere particolare

che abbiano la proprietà che esso significa senza per questo implicarla (si

pensi, per esempio, al concetto di saggezza e all’esistenza degli dei). Mentre è

certamente vero, come mostra Künne, che il concetto ordinario di verità è compatibile

con l’esistenza di proposizioni, è molto più discutibile, e per quanto

posso vedere le sue considerazioni non stabiliscono, che esso (o, più propriamente,

l’assunzione che non sia vuoto, e cioè che ci sia almeno una verità) ci

costringa a credere che queste esistano. Supponiamo che un giorno un filosofo

del mio partito riesca finalmente a convincere tutti che non ci sono proposizioni.

Si smetterebbe di attribuire verità o falsità solo per questo? Dubito che lo si

farebbe, come dovrebbe succedere se Künne avesse ragione. Ci sono un sacco

di altri enti, come i proferimenti (o i loro prodotti, le repliche degli enunciati)

e gli atti e gli stati mentali (o ciò da cui sono forse costituiti, le rappresentazioni

mentali), che, in virtù del fatto che hanno proprietà semantiche di un certo

genere, sembrano essere candidati idonei, perlomeno prima facie, a possedere

la proprietà apparentemente significata dal concetto ordinario di verità. Se le

cose stanno così, però, i concetti di verità e di proposizione non sono costitutivamente

legati nel modo in cui Künne pretende: la Spiegazione Modesta non è

abbastanza modesta per quanto riguarda la questione dei portatori di valore di

le attribuzioni di verità corrono talvolta il rischio di essere paradossali, allora nessuna spiegazione

del concetto ordinario espresso dal predicato di verità che non condividesse questo

aspetto sarebbe fedele: sarebbe opinabile se l’explanans di ‘vero’ fosse protetto dal rischio di

esibire occasionalmente aspetti paradossali. Dopo tutto, l’obiettivo non era quello di trovare

un sostituto al predicato del linguaggio naturale ‘è vero’ che si comporti meglio” (p. 350).


A. Bianchi 71

verità. 11

Passo ora alla mia seconda perplessità, che probabilmente è persino meno

originale della prima. La Spiegazione Modesta, abbiamo visto, punta a specificare

che cosa sia la verità, per mezzo di una spiegazione del concetto. Questa

spiegazione, dice Künne, non va presa come una “riduzione a qualcosa di più

fondamentale”, e cioè come una “analisi scompositiva” (p. 13), ma piuttosto

come una “elucidazione” che faccia vedere le “connessioni” del concetto “con

altri concetti” (p. 338 n. 70). 12 Quando ho preso in esame la resa simbolica

della Spiegazione Modesta con questo in mente, però, sono rimasto alquanto

spiazzato. Nel lato destro del bicondizionale sono usati solo simboli logici.

Quali sono, allora, i concetti ai quali il concetto di verità è connesso dalla

elucidazione proposta? Su questo, Künne è esplicito:

La spiegazione modesta è concettualmente molto snella. [...] Spiega ‘vero’

nei termini di alcuni operatori logici (e del concetto di proposizione).

Pare pertanto ragionevole chiamare la verità una proprietà più o meno logica.

(Solo ‘più o meno logica’, perché il concetto di proposizione non è

un concetto logico). (pp. 337–338)

La tesi per cui la verità sarebbe una proprietà logica, non importa quanto più

o meno, e il concetto di verità potrebbe essere elucidato facendo ricorso solo

a concetti logici (oltre che a quello di proposizione) è abbastanza sorprendente.

13 Si consideri un portatore di valore di verità: almeno nel caso in cui non

sia una verità o falsità logica, il suo essere vero piuttosto che falso non sembra

essere una questione di logica. Non intendo suggerire che Künne la pensi diversamente,

ma allora perché non cominciare a sospettare che la logica sia il

luogo sbagliato dove cercare una risposta alla domanda “Che cos’è la verità?”?

Il sospetto si rafforza quando si tenta di ricavare una risposta dalla Spiegazione

Modesta. Proviamo: la verità è quella proprietà che qualcosa possiede

se e solo se è (identico a) una proposizione e . . . Il problema, naturalmente,

consiste nel trovare qualcosa da mettere al posto dei puntini. È probabile che

la ricerca di una soluzione ci riporti al truismo che si suppone la Spiegazione

Modesta articoli: ciò che diciamo o pensiamo è vero se e solo se le cose stanno

11 A mio parere, se c’è un legame costitutivo, è nella direzione opposta. Mentre, se ho ragione,

non si dà il caso che se non ci fossero proposizioni non ci sarebbero verità, mi sembra più

ragionevole sostenere che se non ci fossero verità (né falsità) non ci sarebbero proposizioni.

Qui comunque non argomenterò a favore di ciò.

12 Sulla differenza tra analisi riduttiva (scompositiva) e analisi connettiva (elucidazione) ha

insistito Peter Strawson, professore di Künne a Oxford, cui il libro è dedicato. Vedi Strawson

(1992, cap. 2).

13 Si noti, inoltre, che, se si combina questa tesi con quella menzionata nella nota 10, si arriva

alla conclusione molto spiacevole che o la logica stessa o il concetto di proposizione sono

paradossali.


72 I limiti della modestia

come diciamo o pensiamo che stiano. Ma davvero questo truismo mobilita solo

concetti logici? L’occorrenza, nella sua formulazione, di parole come “diciamo”,

“pensiamo”, e soprattutto “come”, sembra suggerire altrimenti. Almeno

prima facie, nel truismo di Künne sulla verità paiono essere coinvolte nozioni

semantiche o intenzionali.

Ora, qualsiasi cosa siano, è ragionevole supporre che i portatori di valore di

verità abbiano una struttura, e costituenti che sono in relazione con certi enti

(individui, generi, proprietà e relazioni). Inoltre, il valore di verità del portatore

di valore di verità sembra dipendere da come stanno le cose per quanto riguarda

questi enti. Bisogna ammettere che tutto ciò è piuttosto vago. C’è modo

di renderlo più preciso? In una delle sezioni più affascinanti del libro, Künne

discute la spiegazione della verità di Aristotele in termini di combinazione e separazione

(“∀x (x è una predicazione/credenza vera ↔ l’oggetto e la proprietà

che sono combinati [separati] secondo x sono combinati [separati])”, p. 100),

e successivi sviluppi in termini di corrispondenza basata sull’oggetto (“∀x (x

è una predicazione mentale o verbale vera ↔ ciò che è predicato in x si adatta

all’oggetto di cui è predicato)”, p. 108), che possono essere considerati come

primi tentativi in questa direzione. Per quanto sembri avere qualche simpatia

per spiegazioni del genere (Bolzano ne ha proposta una!), Künne le rigetta a

ragione per via di quello che chiama “il Problema di Procruste”: si basano tutte

sull’ “assunzione che ogni candidato alla verità attribuisca una proprietà a uno

o più oggetti” (p. 317), che è chiaramente indifendibile. Come potrebbe una

spiegazione che fa propria questa assunzione rendere conto, per esempio, della

verità di un proferimento di un enunciato localizzatore-di-caratteristiche come

(S3) “Siccome era piuttosto freddo, è possibile che stia nevicando da molte

ore” (p. 111)? Se questa è la critica principale, tuttavia, la reazione di Künne è

sorprendente. Invece di provare a migliorare l’idea di base, fa marcia indietro,

ed evita “la difficoltà spiegando il concetto di verità in modo che la struttura

interna dei portatori di valore di verità sia lasciata del tutto aperta” (p. 317).

Le nozioni semantiche e intenzionali scompaiono dalla sua spiegazione, e si

finisce, come abbiamo visto, per chiamare la verità “una proprietà più o meno

logica”.

A mio parere, è raccomandabile la strategia opposta. Si dovrebbero piuttosto

esaminare le molte e diverse strutture dei portatori di valore di verità, per

capire come il loro valore di verità dipenda da come stanno le cose per quanto

riguarda gli enti con cui sono in relazione i loro costituenti. Il risultato sarà

probabilmente una caratterizzazione ricorsiva che lega la verità al riferimento,

la fondamentale relazione non-logica che ritengo non possa non essere menzionata

in un’analisi connettiva del concetto di verità. 14 Qualcosa di simile è stato

14 Per evitare fraintendimenti, è bene precisare che sto usando qui la parola “riferimento” in


A. Bianchi 73

suggerito molti anni fa da Hartry Field, prima della sua svolta deflazionistica

(vedi Field (1972, 1978)). In effetti, Künne considera la strategia ricorsiva tarskiana

come una possibile soluzione al problema di Procruste, ma si dimostra

alquanto scettico. Infatti, l’apparato di Alfred Tarski se la cava piuttosto male

con (S3), dato che esso “contiene due connettivi non-estensionali (‘siccome’ e

‘è possibile che’), una costruzione localizzatrice-di-caratteristiche [...], tempi

verbali, e un quantificatore non-standard (‘molte’)” (p. 112). Questo è senz’altro

vero. A mio parere, però, mostra solo che resta da fare ancora molto

lavoro per chiarire la fondamentale relazione tra verità e riferimento, al fine

di ottenere finalmente una risposta soddisfacente alla difficile domanda “Che

cos’è la verità?”. Di qualunque cosa sia più modesta, sono tentato di dire che

ha “gli stessi vantaggi del furto nei confronti del lavoro onesto”, per usare la

memorabile frase di Bertrand Russell (Russell, 1919, p. 71; trad. it. p. 96).

Il che, ovviamente, nulla toglie alla mia grande ammirazione per l’importante

libro di Künne, che spero risulti chiara da queste riflessioni.

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modo diverso da Künne, per parlare della relazione che (quasi) tutti i costituenti non strutturati

di un portatore di valore di verità hanno con un ente (una proprietà, nel caso di un

costituente predicativo). La nozione di riferimento di Künne, al contrario, è strawsoniana:

a riferirsi sono le persone piuttosto che le espressioni (p. 179), e i verbi e le altre espressioni

in posizione predicativa non si riferiscono, ma significano, una proprietà (p. 4). La

questione, comunque, è solo terminologica. A ogni modo, il fatto che Künne ritenga che il

concetto di riferimento sia irrilevante per elucidare quello di verità è segnalato dal fatto che

nell’eccellente indice analitico del libro la parola “riferimento” non ricorre neppure.


74 I limiti della modestia

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Verità, lacune, e oratio obliqua.

Una nota su Conceptions of Truth di Wolfgang

Künne ∗

Andrea Sereni

Dipartimento di Filosofia

Università Vita-Salute San Raffaele, Milano

k sereni.andrea@hsr.it

Wolfgang Künne chiarisce fin dall’inizio della sua ampia trattazione

delle diverse concezioni della verità di ritenere che la verità sia una

proprietà di proposizioni. Quale particolare proprietà essa sia nello

specifico non è rilevante in questa sede. Come prima cosa, comunque, Künne

deve sgombrare il campo da quei nichilisti che dichiarano che, “anche in base

alla accezione più generosa di ‘proprietà’, la verità non è una proprietà” (CT,

p.53). Lungo il suo percorso, egli si sofferma (nella sezione 2.1) a considerare

un dubbio sollevato da Michael Dummett a proposito della compatibilità reciproca

di alcune tesi di Frege sulla verità. Le osservazioni di Künne rendono

l’intera questione degna di essere approfondita. Sarà però prima opportuno

preparare il terreno per la discussione.

Anche se Frege non è strettamente classificabile come un nichilista aletico,

alcune delle sue osservazioni sulla verità sono conosciute per la loro inclinazione

nichilista. Come ci ricorda Künne, Frege è noto per aver sostenuto, “Il

pensiero”, che [AF] “non possiamo riconoscere una proprietà di una cosa senza

allo stesso tempo prendere per vero il pensiero che questa cosa ha questa

proprietà”, così che “a ogni proprietà di una cosa è connessa una proprietà di

un pensiero, cioè la verità”, che [BF] “l’enunciato ‘Sento profumo di violette’

∗ Desidero ringraziare Eva Picardi e Giorgio Volpe per i tanti e preziosi commenti.


76 Verità, lacune, oratio obliqua

ha precisamente lo stesso contenuto dell’enunciato ‘È vero che sento profumo

di violette’, così che sembra, dunque, che niente sia aggiunto al pensiero dal

mio ascrivergli la proprietà della verità”; e che dunque [CF] potrebbe darsi che

“abbiamo qui a che fare con qualcosa che non può affatto essere detto nel senso

ordinario una proprietà” (Frege, 1919b, p. 61; trad. it. p. 48) 1 . L’osservazione

[BF] porta a ciò che Künne chiama la Tesi dell’Identità (mantengo nel seguito

le sigle impiegate da Künne), e cioè che lo schema:

(IDENTITY) la proposizione che p = la proposizione che è vero che p.

vale per una sua qualunque esemplificazione.

Le ragioni di Künne per rigettare la Tesi dell’Identità si trovano nelle sezioni

2.1.3–4. La principale è che, a suo dire, Frege avrebbe avuto criteri inadeguati

per determinare l’identità tra due proposizioni: se questi vengono rimpiazzati

con quelli suggeriti da Bolzano, secondo i quali è una condizione necessaria

affinché due enunciati esprimano la stessa proposizione che “non ci sia alcun

concetto la cui competenza debba essere esercitata solamente nella comprensione

di proferimenti uno di essi” (p. 47), allora (in base anche ad altre considerazioni)

si capisce che i due lati di (esemplificazioni di) (IDENTITY) non

esprimono la stessa proposizione.

Accettare una esemplificazione di (IDENTITY) conduce ad accettare l’esemplificazione

corrispondente di quello che Künne chiama lo Schema di Denominalizzazione

(ma non viceversa, cfr. CT, p. 35, nota 8):

(Den) È vero che p se e solo se p.

Qualunque tesi sia in contraddizione con (Den) sarà anche in contraddizione

con (IDENTITY). E Dummett (1959, pp. 4–5 e 1981, pp. 445–446) ha

suggerito che la tesi di Frege, che qui chiamerò (Lacune [Gaps]), secondo cui

enunciati in cui ricorrono termini singolari privi di riferimento non sono né veri

né falsi, cioè ricadono in una lacuna di valori di verità, è in conflitto con l’accettazione

di (Den) come un principio generalmente valido. L’argomento offerto

da Dummett si basa sull’idea, alla quale farò riferimento nel seguito come ‘la

tesi contestata’, che la subordinata completiva ‘che p’ nell’enunciato (schematico)

‘è vero che p’ dovrebbe essere considerata come un esempio di ciò che

Frege considerava oratio obliqua. Dummett ha suggerito questo argomento in

1 Le lettere di riferimento tra parentesi quadre corrispondono a quelle impiegate da Künne,

con l’aggiunta di indici. Seguo per questo passaggio la traduzione dal tedesco adottata da

Künne. Le altre citazioni nel testo e i relativi riferimenti alle pagine seguono le edizioni

italiane indicate nei Riferimenti bibliografici, con minime modifiche aggiunte. I riferimenti

ai testi di Frege sono forniti sia all’edizione tedesca che a quella italiana, in questo ordine.


A. Sereni 77

(1959, pp. 4–5), e ha argomentato a favore della tesi contestata in varie sedi

(1981, pp. 276–277, 445–446; 1999, p. 267–272; 2000, pp. 10–13). Künne

ritiene comunque che le ragioni portate da Dummett a sostegno della sua conclusione

siano ben lungi dall’essere decisive, ed è su questa affermazione che

mi concentrerò nel seguito.

Vediamo il passaggio di Dummett nella sua interezza (1959, pp. 4-5, trad. it.

p. 72; citato in CT, p. 38):

[AD] Supponiamo che P contenga un termine singolare che ha un senso

ma non ha un riferimento: allora, secondo Frege, P esprime una proposizione

che non ha valore di verità. Questa proposizione non è quindi vera,

e dunque l’asserto È vero che P sarà falso. P non avrà quindi lo stesso

senso di È vero che P, poiché quest’ultimo è falso mentre il primo non

lo è. [BD] Non è possibile fare appello [to plead] che È vero che P non

è esso stesso né vero né falso quando il termine singolare che ricorre in P

manca di riferimento, poiché [CD] la clausola in oratio obliqua che P

sta per la proposizione espressa da P, e si ammette che P abbia un senso

ed esprima una proposizione; il termine singolare che ricorre in P ha in

È vero che P il suo riferimento indiretto, vale a dire il suo senso, e abbiamo

assunto che esso effettivamente abbia un senso. [DD] In generale

sarà sempre incoerente ritenere vera ciascuna esemplificazione di È vero

che P se e solo se P se si concede allo stesso tempo che vi sia un tipo di

enunciati i quali sotto certe condizioni non sono né veri né falsi 2 .

L’ultima frase in [AD] indica chiaramente che l’argomento ha conseguenze

non solo per (Den) – ‘P’ e ‘È vero che P’ avranno diversi valori di verità –

ma anche per (IDENTITY) – dal momento che hanno diversi valori di verità,

avranno anche sensi differenti, e quindi esprimeranno proposizioni differenti.

Per un caso rilevante di ciò che è descritto in [AD], consideriamo l’esempio

dato dallo stesso Künne:

(K) La moglie di Kant era protestante

(TK) È vero che la moglie di Kant era protestante.

Se vale (Lacune), e (K) ricade in una lacuna di valori di verità, allora, in

base all’argomento in [AD], (K) e (TK) avranno valori di verità differenti (ed

esprimeranno proposizioni differenti), e quindi la seguente esemplificazione di

(Den):

2 Nella traduzione italiana di Dummett (1959), l’asserto virgolettato in [D] occorre (correttamente,

seguendo Dummett) tra virgolette standard, e non tra virgolette ad angolo come

riportato qui. Si veda la nota 2 della risposta di Künne.


78 Verità, lacune, oratio obliqua

(Den K ) È vero che K se e solo se K

risulterà falsa. L’argomento di Dummett, se accettato, consiste in quanto segue:

se si accettano come vere tutte le esemplificazioni (che non portano a

paradossi) di (Den), allora si è impegnati ad accettare il principio del tertium

non datur, cioè il principio secondo il quale nessun asserto è né vero né falso

(Dummett, 1978, p. xix); inversamente, accettare (Lacune) equivale a rigettare

il tertium non datur, e ciò è incoerente con l’accettare (Den) come principio

generalmente valido 3 .

Künne richiama questo argomento quando discute la posizione di Horwich,

dal momento che esso costituisce una possibile limitazione al minimalismo di

quest’ultimo (CT, p. 331; un argomento differente ma connesso contro il minimalista

si può trovare in Dummett 2006, pp. 30–31). Tuttavia, Künne non fa

mai di fatto appello all’argomento. Egli anticipa nella sezione 2.1.2, e mostra

in seguito (CT, p. 355), che, attraverso la distinzione tra bicondizionale interno

ed esterno (sulla quale non mi soffermerò), la sua Spiegazione Modesta [modest

account] della verità può risultare compatibile con l’accettazione di (Lacune)

anche se da esso si possono derivare come vere tutte le esemplificazioni (che

non portano a paradossi) di (Den). Al didi questo, Künne ha comunque

ragioni indipendenti per rigettare l’argomento di Dummett.

Künne trova che l’appello [plea] contenuto in [BD] sia “invero molto ragionevole”

(p. 38). Se assumiamo (IDENTITY), cioè assumiamo che (K) e (TK)

esprimano di fatto la stessa proposizione, ne segue, a partire da “un’applicazione

del Principio di Indiscernibilità degli Identici di Leibniz” (ib.), che se (K)

non è né vera né falsa, allora anche (TK) deve essere né vera né falsa. Di per

sé, ciò non può chiaramente costituire una replica all’argomento in [AD], poiché

consiste semplicemente nell’affermare ciò che, nell’esempio in questione,

seguirebbe da (IDENTITY), senza considerare se ciò che ne segue sia o meno

in conflitto con ciò che potrebbe seguire da altre assunzioni di Frege. È al contrario

necessario dimostrare che sia giustificato sostenere che (K) e (TK) sono

identiche, date altre assunzioni di sfondo rilevanti.

Künne è naturalmente pienamente consapevole di tutto questo, e la sua

discussione successiva è dedicata a mostrare che le ragioni offerte in [CD]

per rigettare il suddetto appello soffrono di due generi di difetti: alcune non

sarebbero state accettate da Frege, e altre sono discutibili di per sé.

Künne condivide la convinzione di Dummett, espressa nella prima metà di

[CD], che “la completiva [that-clause] in (TK) designa la proposizione espressa

dall’enunciato incassato [embedded] (K)” (p. 38). Egli ritiene tuttavia che

3 In forma molto schematica, l’argomento è quindi (dove ‘tnd’ sta per ‘tertium non datur):

(Lacune) →¬ tnd; ¬ tnd →¬ (Den); quindi: (Lacune) →¬ (Den); in più, ¬ (Den) →¬

(IDENTITY), quindi: (Lacune) →¬ (IDENTITY).


A. Sereni 79

questo non sarebbe accettabile per Frege, perché “allora egli dovrebbe accettare,

senza riserva alcuna, che essere vero sia una proprietà di certe proposizioni”,

e la citazione [CF] mostra che questo è “esattamente ciò che Frege si astiene

dal fare” (ib.). Il succo dell’argomento è dunque che dal momento che Frege

non avrebbe potuto accettare le ragioni date nella prima metà di [DC] per rigettare

l’appello contenuto in [DB], Dummett non avrebbe mostrato la presenza di

alcun conflitto interno alle posizioni di Frege.

È plausibile pensare che questa replica si basi su una interpretazione di Frege

come un nichilista aletico 4 . Dal momento che questa sembra essere l’unica

critica mossa da Künne direttamente in nome di Frege, un oppositore potrebbe

voler mettere in dubbio una tale interpretazione allo scopo di bloccare la replica

di Künne. Künne non si sta però dedicando qui a una esegesi dei lavori di Frege.

Il suo intento principale è quello di valutare la consistenza reciproca di un certo

numero di tesi indipendentemente rilevanti. Se comunque il nichilismo aletico

di Frege risultasse, per quanto indirettamente, in contrasto con altre assunzioni

che egli chiaramente adotta, o con qualche conseguenza che potremmo giustificatamente

ritenere che segua da esse, allora la replica di Künne porterebbe a un

risultato sgradito: essa non mostrerebbe che non c’è alcun conflitto tra le tesi

selezionate, ma porterebbe al contrario alla luce il fatto che un conflitto anche

più evidente emerge quando ad esse si aggiunge il nichilismo aletico.

Affinché l’argomento in [AD] e la sua difesa in [CD] possano essere corretti,

‘P’ non deve essere né vera né falsa mentre ‘è vero che P’ deve essere falsa.

Secondo Dummett, questo si verifica se abbiamo ragioni per adottare quella che

ho sopra chiamato la tesi contestata, cioè per ritenere che l’operatore ‘è vero

che ...’ introduca un contesto opaco. In contesti di oratio obliqua, come è noto,

la sostituibilità salva veritate di termini coreferenziali fallisce. Potrebbe essere

vero che Ben crede che Le Corbousier era un grande architetto, ma falso che

egli creda che Charles Edouard Jeanneret era un grande architetto, perché Ben

potrebbe non sapere che i due nomi sono entrambi della stessa persona. Frege

ha sostenuto che in questi contesti le espressioni possiedono il loro riferimento

indiretto, cioè hanno come riferimento ciò che in contesti ordinari, trasparenti,

4 Künne non etichetta mai di fatto Frege come un nichilista aletico. Tuttavia egli non sta chiaramente

(e coerentemente con la sua lettura di [CF]) sostenendo che la verità, per Frege, sia

una proprietà di qualcosa d’altro che proposizioni, ma piuttosto che per Frege la verità non è

affatto una proprietà. Sembra quindi legittimo supporre che Künne stia classificando Frege

come un nichilista. Ciò nonostante, il mio uso di “nichilista” in quanto segue non dovrebbe

essere inteso come se comprendesse ogni aspetto della caratterizzazione del nichilismo aletico

discussa da Künne nella sezione 2.2. Un chiarimento adeguato della questione dovrebbe

prendere in considerazione altri aspetti del pensiero di Frege, come la tesi della indefinibilità

della verità (il suo primitivismo, nei termini di Künne), o la stretta connessione tra verità e

asserzione. Non sarà qui possibile approfondire questi aspetti.


80 Verità, lacune, oratio obliqua

costituisce il loro senso. Un termine singolare non si riferirà dunque a oggetti

ma al suo stesso senso, e un enunciato non si riferirà a un valore di verità ma al

pensiero che esso esprime. Proviamo a dissezionare questo complesso di tesi,

applicate a (K), in tre tesi separate:

(i) ‘che K’, in ‘è vero che K’, è un caso di oratio obliqua

(ii) ‘che K’, in ‘è vero che K’, designa la proposizione espressa da ‘K’

(iii) il termine singolare in K (cioè ‘la moglie di Kant’) ha in ‘è vero che K’ il

suo riferimento indiretto.

Abbiamo già notato che Künne è d’accordo con la tesi (ii). Egli non tratta

esplicitamente la questione se (i) sia corretta. Comunque, dubita che (iii) lo

sia.

Un primo dubbio è che non è affatto chiaro in che modo Frege potrebbe

accettare (ii) senza allo stesso tempo accettare (iii). Il punto qui non è (ancora)

quello di stabilire se ‘che P’ in ‘è vero che P’ sia in oratio obliqua. Il punto è

piuttosto che sembra corretto dire che l’unica ragione per cui, secondo Frege,

un enunciato può mancare nel possedere il suo riferimento ordinario è che esso

ricorra in un contesto di oratio obliqua 5 . E in simili contesti tutte le espressioni

possiedono riferimento indiretto. Sostenere (ii) senza allo stesso tempo

sostenere (i) e (iii) non sembra un’opzione aperta per Frege.

Lasciamo questo dubbio da parte. Ci si sarebbe forse potuti aspettare che

le riserve sull’argomento di Dummett, e in particolare sull’attribuzione della

tesi contestata a Frege, fossero basate sulla mancanza di evidenza testuale a

supporto. Già in “Senso e significato” Frege aveva detto che non dovremmo

considerare “il rapporto che intercorre tra il pensiero e il Vero” alla stregua della

relazione che intercorre “tra soggetto e predicato”, e che quando diciamo ‘Il

pensiero che 5 è un numero primo è vero’, questo enunciato “non dice nulla di

più del semplice ‘5 è un numero primo’ ” (Frege, 1892, p. 34; pp. 40–41). E in

[CF] Frege mostra chiaramente di dubitare che sia corretto ritenere che ‘vero’

stia per una proprietà sostanziale. Al contrario, non vi è luogo nel quale egli

sembri suggerire che ‘è vero che’ introduce un contesto di oratio obliqua: né in

“Senso e significato”, dove quell’espressione non si trova elencata assieme alle

numerose costruzioni linguistiche che introducono contesti nei quali le espressioni

possiedono riferimento indiretto (Frege, 1892, pp. 37-40; pp. 43-45), nè

in “Il pensiero”. In generale, la teoria fregeana dell’oratio obliqua non è menzionata

affatto nelle Ricerche Logiche. Abbiamo prove indirette del fatto che,

5 Fatto salvo il caso speciale della citazione in discorso diretto, in cui, secondo Frege, le parole

designano parole (e hanno dunque un riferimento speciale differente dal loro riferimento

indiretto).


A. Sereni 81

al tempo in cui scrisse le Ricerche Logiche, Frege sposasse ancora la sua teoria

del riferimento indiretto. Un rimando ad essa si trova nella “Logica” (Frege,

1897, p. 141; pp. 236–237), che, sebbene sia uno scritto del 1897, è sicuramente

servito come base per la composizione de “Il pensiero”. Frege inoltre la

richiama ripetutamente all’attenzione di Russell nella corrispondenza con quest’ultimo

negli anni 1902-1904 6 . Ancor più rilevante è che la stessa teoria è

brevemente riassunta negli “Appunti per Ludwig Darmstaedter” (Frege, 1919a,

p. 276; p. 401), scritti nel 1919. Ciò nonostante, essa non sembra svolgere

alcun ruolo significativo nell’esposizione delle Ricerche Logiche. Al contrario,

si potrebbe persino credere che vi siano prove contrarie all’attribuzione a Frege

della tesi contestata. Quando, in “Le connessioni di pensieri”, Frege descrive

l’inferenza da ‘A è vero’ e ‘B è vero’ a ‘(A e B) è vero’ (Frege, 1923, p. 39; p.

104), egli aggiunge la seguente nota al primo enunciato: “quando scrivo ‘A è

vero’ intendo più precisamente ‘il pensiero espresso nell’enunciato ‘A’ è vero’

”, parlando quindi del pensiero espresso da ‘A’ e non del pensiero designato

dal sintagma nominale ‘il pensiero che A’. Certo questa non costituisce una

prova decisiva, poiché bisognerebbe motivare ulteriormente che il precedente

suggerimento riguardo ‘A è vero’ si applichi allo stesso modo a ‘è vero che A’.

È nondimeno difficile trovare prove per attribuire a Frege la tesi contestata.

Ad ogni modo, proprio come l’argomento di Künne non è di natura strettamente

esegetica, così nemmeno quello di Dummett lo è 7 . Il modo corretto di

procedere sembra quello di valutare se, nonostante l’evidenza testuale, si possa

dire che la tesi contestata sia una conseguenza di una qualche assunzione di

Frege. Ora, le ragioni che Künne offre per dubitare che (iii) sia corretta sem-

6 Cfr. le lettere di Frege a Russell datate 20 ottobre 1902; 28 dicembre 1902; 21 maggio 1903;

13 novembre 1904; in Frege (NS, vol. II).

7 Dummett non sembra mai affermare che la tesi contestata sia stata in qualche modo sostenuta

o suggerita da Frege. Inoltre, solamente in uno dei passaggi a mia conoscenza in cui

Dummett argomenta a favore di quella tesi egli impiega un argomento che si richiama direttamente

ad altri aspetti del pensiero di Frege rispetto a quelli già considerati (Dummett, 2000,

p. 11): “Frege riteneva che l’oggetto di un atteggiamento proposizionale quale la credenza

sia un pensiero: se Jones crede che Tokyo sia sovraffollata, è il pensiero che Tokyo è sovraffollata

ad essere l’oggetto della sua credenza. In questa prospettiva, dunque, gli enunciati

‘Jones crede il pensiero che Tokyo sia sovraffollata’ e ‘Jones crede che Tokyo sia sovraffollata’

sono equivalenti. Frege riteneva anche che la verità e la falsità si connettano [attach]

primariamente a pensieri, e solo in maniera derivativa a enunciati. L’ascrizione di verità al

pensiero che Tokyo è sovraffollata viene effettuato, in maniera molto naturale, dall’enunciato

‘Il pensiero che Tokyo è sovraffollata è vero’, ed è naturale interpretare l’enunciato ‘È

vero che Tokyo è sovraffollata’ come se effettuasse la stessa ascrizione. Se lo interpretiamo

in questo modo, dobbiamo ritenere che la clausola che ‘Tokyo è sovraffollata’ denoti il

pensiero che Tokyo è sovraffollata, e quindi che costituisca un contesto opaco [...]”. Dummett

chiarisce comunque subito (più che altro per ragioni che qui non sono rilevanti) che la

tesi contestata non deve necessariamente basarsi su questo specifico argomento, e propone

quello che vedremo a breve.


82 Verità, lacune, oratio obliqua

brano convincenti: dato ‘È vero che K’, non c’è alcun rischio di ottenere un

asserto falso se rimpiazziamo, in ‘K’, ‘la moglie di Kant’ con un altro termine

singolare con lo stesso riferimento (cioè nessuno, cfr. CT, p. 39, nota 22)

e senso differente. La sostituibilità salva veritate è preservata. Dovremmo

quindi ritenere che ‘è vero che ...’ introduca un contesto trasparente (ib.). Lo

stesso Dummett (1999, p. 269; 2000, p. 11) riconosce che questo è ciò che le

apparenze suggeriscono. Quindi, affinché il suo argomento in [AD] possa procedere,

è necessario conciliare l’accettazione della tesi (i) con questa evidenza

recalcitrante contro (iii). Ma com’è possibile farlo, dal momento che, almeno

nell’ambito delle idee di Frege, (iii) sembra essere una conseguenza inevitabile

di (i)?

Un modo per procedere è il seguente. Sembra che vi siano due modi di caratterizzare

un determinato contesto come opaco, a seconda che si diano due

condizioni tra loro connesse, ma almeno logicamente distinte. La prima, chiamiamola

‘(FS)’, è che fallisca la sostituibilità salva veritate di espressioni coreferenziali.

L’altra, chiamiamola ‘(RI)’, è che le espressioni posseggano il loro

riferimento indiretto. Anche se si ammette in generale che (FS) e (RI) si danno

congiuntamente, è legittimo chiedersi se una delle due possa essere considerata

come costitutiva di un contesto opaco, indipendentemente dal darsi dell’altra.

Può essere naturale considerare l’occorrenza congiunta di entrambe (FS) e (RI)

come costitutiva di tali contesti. Ma non è obbligatorio farlo. Al contrario, sembra

perfettamente legittimo considerare la relazione tra queste due condizioni

in analogia con la relazione tra la presenza di una malattia (l’avere riferimento

indiretto) e i suoi sintomi (il fallimento della sostituibilità). Se ci manteniamo

all’interno di questa metafora, dovremmo essere disposti ad accettare la possibilità

di casi di malattia asintomatica: potrebbe accadere che alcuni contesti

debbano essere considerati opachi solamente sulla base del fatto che abbiamo

ragioni per sostenere che si dia (RI), anche se non si dà (FS). Chi teme che questa

metafora sia troppo azzardata potrà trovare conforto nel seguente passaggio

dello stesso Dummett (1999, pp. 269–270):

[(FS)] non definisce ciò che significa per un contesto essere opaco: è un

mero sintomo [...]. Un contesto opaco è semplicemente un contesto nel

quale, per una ragione o per l’altra, non si deve ritenere che le parole che

vi ricorrono svolgano il loro ruolo normale. Questo non ci dice quale

ruolo esse svolgano: ci dice solamente che è richiesta una qualche spiegazione

speciale del ruolo che esse svolgono nell’enunciato dato. Se il

contesto ha la proprietà [di essere tale che si dia (FS)], ciò è sufficiente a

mostrare che non si può ritenere che le parole in quel contesto svolgano il

loro ruolo normale; dovrà quindi trattarsi di un contesto opaco. Ma se al

contesto manca quella proprietà, possiamo scegliere se ritenerlo trasparen-


A. Sereni 83

te o ritenerlo opaco; possiamo ritenerlo opaco se vi è qualche altra valida

ragione per pensare che le parole che ricorrono in esso non svolgano il

loro ruolo normale.

Non si dovrebbe credere che questa concezione sia in contrasto con le idee

di Frege. Dopotutto, quando, in “Senso e significato”, introduce l’oratio obliqua,

Frege pone l’accento su (IR) come sua motivazione: “Quando le parole

vengono usate nel modo usuale intendiamo parlare di quello che stanno a significare

[Bedeutung]. Può accadere però di voler dire qualcosa delle parole stesse

o del loro senso. [...] Nel discorso indiretto, ad esempio, si parla di quel che gli

altri hanno detto. È chiaro che pertanto che [...] qui le parole non hanno il loro

significato [Bedeutung] ordinario, ma stanno per quello che solitamente è il

loro senso. Per brevità diremo che nel discorso indiretto le parole vengono usate

indirettamente, ovvero hanno un significato [Bedeutung] indiretto” (Frege,

1892, p. 28; pp. 34–35). Solamente a distanza di pagine, dopo aver sostenuto

che la Bedeutung degli enunciati è costituita da valori di verità, e che la sostituzione,

in un dato enunciato, di termini (o enunciati componenti) che hanno

senso diverso ma stessa Bedeutung deve preservare il valore di verità dell’intero

enunciato (o dell’enunciato complesso), Frege osserva che “possiamo attenderci

eccezioni nel caso in cui [l’intero enunciato] o l’enunciato subordinato siano

nel discorso diretto o indiretto; infatti, come abbiamo visto, in questi casi il significato

[Bedeutung] delle parole non è quello ordinario” (Frege, 1892, p. 36;

p. 42). Chiaramente questa non costituisce una ragione sufficiente a supportare

l’argomento di Dummett in [AD]: bisognerebbe infatti ancora stabilire che è legittimo

intendere un asserto quale ‘è vero che P’ come un contesto nel quale è

giustificato dire, per usare le parole d Frege, che vogliamo parlare del senso di

‘P’ piuttosto che della sua Bedeutung. Sembra tuttavia che sia almeno coerente

con le idee di Frege considerare, come suggerisce la citazione di Dummett,

la sola (RI), piuttosto che (FS) o il darsi congiunto di entrambe le condizioni,

come costitutiva di contesti opachi. Se si guarda a (RI) in questo modo, ci si

può dunque chiedere se sia legittimo ritenere ‘che P’ in ‘è vero che P’ come

un caso asintomatico di contesto opaco 8 . Seguendo il consiglio di Dummett,

dobbiamo trovare “qualche altra valida ragione” per ritenerlo tale, una ragione

diversa dal darsi di (FS).

Una simile ragione è offerta dallo stesso Dummett (1999, p. 271) (cfr. anche

Dummett 2000, pp. 10–13) e rigettata da Künne (CT, pp. 39-40). Si consideri

8 In modo tale che “il fatto che stiamo ascrivendo a [un] pensiero una proprietà che esso

condivide con ogni pensiero espresso da un enunciato ottenuto attraverso sostituzioni estensionalmente

equivalenti effettuate in un enunciato che esprime il pensiero in questione non

implica che non stiamo dopotutto ascrivendo una proprietà a un pensiero” (Dummett, 2000,

p. 11).


84 Verità, lacune, oratio obliqua

il seguente argomento:

(A) John crede che Tokyo è sovraffollata.

È vero che Tokyo è sovraffollata.

Quindi, c’è qualcosa che John crede e che è vero.

L’argomento (A) è valido solo se ‘Tokyo’ contribuisce allo stesso modo al

contenuto delle due premesse, e quindi solo se l‘espressione ‘che Tokyo è sovraffollata’

designa la stessa cosa in entrambe le premesse. Dal momento che

la prima premessa contiene chiaramente un contesto opaco, e quindi la sua

subordinata completiva designa una proposizione, anche la completiva nella

seconda premessa deve designare una proposizione. Ma se è così, replica Künne,

allora di nuovo, come nel caso sopra, stiamo trattando quelle completive

come “designanti oggetti ai quali vengono ascritte proprietà” (p. 40), e sappiamo

già che ciò è incoerente con la posizione di nichilismo aletico espressa da

Frege in [CF]. La risposta di Künne a questo ulteriore argomento è dunque la

stessa mossa in prima istanza, e ci ritroviamo così nella situazione precedente:

se Künne ha ragione, Frege non avrebbe seguito il ragionamento di Dummett.

Ma ci sono altre ragioni per pensare che mantenere sia (Lacune) che la Tesi

di Identità impedirebbe di rigettare l’argomento di Dummett, suggerite da

un’altra osservazione di quest’ultimo nel suo saggio del 1959, (p. 5; cfr. anche

Dummett 1981, pp. 446–447), che sembra particolarmente rilevante in questa

sede:

[ED] In ogni caso, se ci sono enunciati significanti che non dicono nulla

di vero o di falso, allora ci deve essere un uso della parola ‘vero’ che si

applica a proposizioni; infatti se diciamo Non è né vero né falso che

P, la clausola che P deve essere in oratio obliqua, altrimenti l’intero

enunciato sarebbe privo di valore di verità.

Se ‘che P’ non è in oratio obliqua, allora dovremmo considerala un’espressione

tesa a stare per un valore di verità, e di conseguenza dovremmo considerare,

almeno in questo contesto, ‘che ...’ come un operatore che trasforma un

enunciato in un termine singolare (noun-clause) con lo stesso senso ordinario e

lo stesso riferimento dell’enunciato originario. Ma a questo punto finiremo con

l’avere un enunciato in cui ricorre con un termine vuoto, e sappiamo che per

Frege (e Künne non sembra mettere ciò in dubbio) questo avrebbe conseguenze

per il valore di verità dell’intero enunciato.

Tanto peggio per l’enunciato, si potrebbe dire. Ma chi, come Frege, mantiene

(Lacune), non potrebbe accettare questa conclusione. Infatti (Lacune) può

essere vera se e solo se ogni asserto ottenuto sostituendo, nell’enunciato schematico

‘Non è né vero né falso che p’, ‘p’ con un enunciato nel quale ricorre


A. Sereni 85

un termine singolare vuoto è vero 9 . Ammettere, al contrario, che tutte queste

esemplificazioni siano prive di valore di verità renderebbe impossibile mantenere

(Lacune). Dunque, se (Lacune) si può mantenere solamente se tutte le

esemplificazioni appropriate ottenute per sostituzione da ‘Non è né vero né falso

che p’ sono vere, e questo è da escludersi se ritenitamo che ‘è vero che ...’

introduca sempre un contesto trasparente, chiunque mantenga (Lacune) sarebbe

obbligato ad accettare che ‘è vero che ...’, nonostante il non darsi di (FS),

introduca un contesto opaco. Abbiamo quindi buone ragioni per le tesi (i), (ii)

e (iii) viste sopra. Abbiamo qui un candidato più che plausibile per quella ragione

aggiuntiva che Dummett richiede al fine di classificare come opaco un

contesto nel quale non si dia (FS).

Esiste un modo possibile di opporsi all’argomento di Dummett che dovrebbe

essere preso in considerazione, e che può essere suggerito, ed è suggerito

indirettamente da Künne, qualora ci si richiami alla distinzione tra negazione

interna ed esterna. Dato (K), ‘La moglie di Kant era protestante’, il corrispondente

enunciato negato internamente, (¬IK), è ‘La moglie di Kant non era

protestante’, mentre il corrispondente enunciato negato esternamente, (¬EK),

è ‘Non è vero che la moglie di Kant era protestante’. In base alle tavole di

verità che Künne impiega (CT, p. 352), se (K) non è né vera né falsa, (¬IK)

conta essa stessa come né vera né falsa, mentre (¬EK) conta come vera. Ciò

dato, potremmo supplementare (IDENTITY) con il seguente principio:

(FALSITY) la proposizione che è falso che p = la proposizione che nonI p

e distinguerlo da:

(UNTRUTH) la proposizione che non è vero che p = la proposizione che nonE

p.

Se abbiamo (FALSITY), possiamo ora sostenere il seguente principio:

(Lacune = ) La proposizione che non è né vero né falso che p = la proposizione

che nonE p and nonE nonI p

Se sostituiamo ‘p’ con la lacunosa (K), abbiamo che ‘nonE nonI K’ è vera,

‘nonE K’ è anch’essa vera, e quindi l’intera congiunzione è vera. Quindi

l’argomento di Dummett può funzionare a patto che si escluda la possibilità

di sostenere (Lacune = ). Verosimilmente, è proprio perché Künne ha in mente

una strategia simile che egli non prende in considerazione l’osservazione

9 Si noti che (Lacune) non è semplicemente la tesi generale che vi sono enunciati che ricadono

in una lacuna di valori di verità: questo infatti si può sostenere anche per enunciati diversi

da quelli considerati qui, per esempio enunciati nei quali ricorrono termini vaghi.


86 Verità, lacune, oratio obliqua

di Dummett in [ED] 10 . Una cosa è chiara comunque: mentre l’apparato concettuale

richiesto per formulare questa strategia evidentemente non è quello a

disposizione di Frege, il problema segnalato da Dummett avrebbe potuto essere

perfettamente riconosciuto da Frege sulla base di tesi che egli chiaramente

adottava. Così se lo scopo di Künne è di concludere che Dummett non ha

mostrato che vi sia alcun conflitto interno alla teoria di Frege (come il titolo

della sezione 2.1. del suo libro indica), allora questa strategia, al di là dei suoi

meriti specifici, dovrebbe essere messa da parte in quanto irrilevante in questo

contesto.

Se la discussione precedente coglie nel giusto, allora il suo esito è il seguente.

Che ci debba essere un uso di ‘vero’ che si applica a proposizioni, e che

è rilevante in ‘È vero che P’, sembra essere una conseguenza dell’adozione di

(Lacune). Ma quell’uso è in tensione con l’idea che la verità non è una proprietà.

Quindi, se accettiamo la caratterizzazione dell’oratio obliqua suggerita

sopra, il risultato complessivo è ben differente da quello che emerge dalla trattazione

di Künne. Non ci è infatti stato mostrato che, dato il nichilismo aletico,

sia possibile mantenere saldi (Lacune) e (IDENTITY) di contro all’argomento

di Dummett. Piuttosto, è il quartetto formato da quelle tre tesi con l’aggiunta

di ciò che è comunque richiesto in questo contesto, e cioè una adeguata

caratterizzazione dell’oratio obliqua, che si è dimostrato essere instabile.

Bibliografia

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Oxford.

10 Potrebbe non trattarsi esattamente della stessa strategia. Infatti, affinché Künne possa mantenere

(FALSITY) e (UNTRUTH), le proposizioni espresse, in entrambe, da entrambi i lati

delle identità dovrebbero soddisfare i criteri di identità proposizionale di Bolzano, e questo

può essere messo in discussione. In (CT, pp. 352-53) si trovano principi simili formulati in

termini di equivalenza materiale piuttosto che identità proposizionale.


A. Sereni 87

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Risposte a due critici ∗

Wolfgang Künne

Philosophischen Seminar

Universität Hamburg

k wolfgang.kuenne@uni-hamburg.de

1 Dubbi sulla Spiegazione Modesta della verità: risposta ad

Andrea Bianchi

1.1 Non abbastanza modesta?

La prima perplessità di Andrea Bianchi sulla cosiddetta Spiegazione Modesta

della verità è che “non è modesta dove avrebbe dovuto esserlo”.

I sostenitori di tale spiegazione sono impegnati, o piuttosto, dato che

l’uso del plurale potrebbe essere sintomo di un ingiustificato ottimismo da

parte mia, il proponente di tale spiegazione è impegnato a [riconoscere l’esistenza

delle] proposizioni. Bianchi sospetta profondamente delle proposizioni,

e pensa che anche se ci sono tali entità il concetto di verità e il concetto

di proposizione “non [siano] costitutivamente legati nel modo in cui Künne

pretende”.

Per quanto riguarda la denominazione del mio tentativo di spiegare la nostra

nozione ordinaria di verità, il nome che Paul Horwich gli ha dato, “l’analisi della

variabile-enunciato”, va bene, così come va bene “l’analisi del quantificatoreenunciativo”,

perché queste denominazioni mettono in luce una caratteristica

∗ Traduzione di D. Mingardo. Grazie a A. Bianchi, P. Leonardi, E. Picardi, A. Sereni [N.d.C.].


90 Risposte a due critici

importante di tale tentativo. Ma il fatto che il definiens utilizzi la quantificazione

in posizione enunciativa non è il bersaglio delle critiche di Bianchi, quindi

mi atterrò qui all’epiteto “modesta” che ho usato in CT. Una ragione ulteriore

è che le due perplessità di Bianchi giocano garbatamente con quell’epiteto.

Come ho detto, Bianchi è tentato di negare che vi siano proposizioni. Ma

è anche tentato di concedere che vi siano cose come la congettura / il dogma /

l’ipotesi / la supposizione / il teorema che p. Ora questi sono solo particolari

tipi di proposizione, “proposizione” essendo il termine più generale che può

occupare la posizione dei nomi in corsivo. Quindi egli dovrebbe resistere a

una delle tentazioni. In ogni caso, l’impegno all’esistenza delle proposizioni,

nel senso pertinente al mio tentativo di spiegazione, non è un problema troppo

gravoso, o almeno così sono incline a pensare. Supponete che Giovanni,

usando la sua lingua materna, abbia detto che alcuni professori europei sono

dei ricercatori, e che Hans abbia detto esattamente la stessa cosa, sebbene con

parole diverse. Ciò che hanno detto ha come conseguenza logica che alcuni

ricercatori sono professori europei, ed è incompatibile con qualcosa che il più

pessimista Jean ha recentemente detto in francese. Quindi c’è qualcosa che è

stato detto da Hans e Giovanni, da cui segue che alcuni ricercatori sono professori

europei, qualcosa che è incompatibile con qualcosa che Jean ha detto.

Questa cosa – sit venia verbo – non è identica ad alcun atto, sia esso mentale o

linguistico, perché tipi di atti o atti particolari non stanno in relazione di conseguenza

logica o di incompatibilità. Come si può evincere dai miei resoconti di

discorso, questa cosa non è identica a nessuno degli enunciati particolari proferiti

da Hans o Giovanni, e nemmeno ad alcuno dei tipi di enunciati dei quali

essi hanno proferito degli esempi. E non è identica al significato lessicalegrammaticale

condiviso da tali enunciati-type, dato che forse nel 2050 (a causa

dell’ombra lunga di Bologna) i medesimi due enunciati, con significato convenzionale

inalterato, saranno usati per dire qualcosa di falso, quindi qualcosa

di diverso. I filosofi hanno un termine per questa cosa, “proposizione” (“Satz

an sich”, 1 “Gedanke”), e nel linguaggio non filosofico ci sono molti nomi che

designano varie specie di questo genere. La generalizzazione esistenziale indicata

sopra è considerata come cosa naturale nella nostra pratica quotidiana

di riportare discorsi, 2 ed è questa pratica che è rilevante per il mio tentativo di

spiegazione della nostra nozione ordinaria di verità.

1 La nota 7 nel paper di Bianchi mi spinge a implorare i miei colleghi e amici italiani a non

scrivere scorrettamente il nome di battesimo di Bernard Bolzano (come fanno molti austriaci

e tedeschi). Dopo tutto, anche il suo nome di battesimo porta testimonianza del fatto che il

padre del bisnonno della filosofia analitica era nato in Italia.

2 Se una teoria degli enunciati completivi blocca questo passaggio, tanto peggio per quella

teoria.


W. Künne 91

Ma forse questo è troppo affrettato. Davvero queste considerazioni mostrano

che siamo impegnati a una speciale categoria di entità che possono essere

designate da termini singolari? Il sintagma quantificazionale del linguaggio ordinario

‘c’è qualcosa ...’ è sintatticamente transcategoriale. Si consideri ‘C’è

qualcosa che lei è che lui non sarà mai, cioè brillante’ oppure ‘C’è qualcosa

che le piace fare la mattina presto, cioè fare lunghe passeggiate sulla spiaggia’.

Così come gli enunciati apposti mostrano, queste non sono quantificazioni in

posizione di termine singolare. 3 E anche il sintagma ‘una cosa’ è sintatticamente

molto mobile, come si può mostrare modificando leggermente i precedenti

esempi: ‘C’è una cosa che lui non sarà mai’, ‘C’è una cosa che le piace fare’.

Così, forse nemmeno la quantificazione in ‘C’è qualcosa che entrambi hanno

detto’ è in posizione di termine singolare. 4

Questa perplessità sembra essere rafforzata dall’obiezione, oggigiorno abbastanza

di moda, circa la non-sostitutività [mossa] alla teoria che gli enunciati

completivi nei resoconti di discorso o nelle ascrizioni di atti o atteggiamenti

designino proposizioni. Ma questa obiezione (che non viene sollevata da

Bianchi) mi sembra piuttosto debole. Senza dubbio, non potete sostituire salva

congruitate, e tanto meno salva veritate ‘la proposizione che qualche professore

europeo è ricercatore’ alla subordinata in ‘Giovanni disse (replicò, obiettò,

si rallegra, spera,. . . ) che qualche professore europeo è ricercatore’. E però, in

‘Io sono W. K.’ non potete sostituire il pronome di prima persona con il mio

nome senza violare la grammatica: ci si aspetta forse che questo mostri che,

a differenza del mio nome, ‘io’ in bocca a me non designi una persona? La

relazione che intercorre tra N. N. e la proposizione che p, se N. N. ha detto che

p, è significata da ‘x compie un atto di dire il cui contenuto è y’. Analogamente,

la relazione che intercorre tra Eva e la proposizione che il Vesuvio presto

erutterà, se Eva teme che il Vesuvio presto erutterà, è significata da ‘x è in uno

stato di temere il cui contenuto è y’. Quindi non è la relazione che intercorre

tra Gianfranco e Silvio se ‘Gianfranco teme Silvio’ esprime una verità, perché

in questo enunciato ciò che segue il verbo (transitivo) specifica l’oggetto

intenzionale dello stato di G. Se l’ascrizione di timore di tipo “frasale” fosse

da comprendersi come quella di tipo “transitivo”, la sua verità richiederebbe

che Eva soffra di gravi attacchi di eidofobia (vulgo nominalismo) che la fanno

temere la proposizione che il Vesuvio presto erutterà. 5 Si noti che in ‘x compie

3 Cfr. Künne (2007, cap. 3, §§ 3-5), CT, pp. 64 e ss., 361 e ss.. e Künne (2006, pp. 250 e ss.,

272-76), dove argomento che queste quantificazioni dovrebbero entrambe essere classificate

come quantificazioni in posizione di termine generale.

4 Questa è la tesi principale in Rosefeldt (2008).

5 Cfr. CT, pp. 254-61, e il mio 2010, p. 303 e ss.. Il verbo che regge la completiva non ha il

medesimo significato del verbo transitivo omofono, ma questo non è un caso di omonimia

come quella di ‘tasso’, perché ‘x è in uno stato di timore il cui contenuto è y’ e ‘x è in uno


92 Risposte a due critici

un atto di α (è in uno stato di σ) il cui contenuto è y’ la posizione y può accogliere

sia ‘che p’ sia ‘la proposizione che p’. Se la struttura profonda di ‘A

(verbo) che p’ è la struttura superficiale di ‘Il contenuto del (nome deverbale)

di A è che p’ allora la non-sostitutività di ‘che p’ e ‘la proposizione che p’ nel

linguaggio ordinario non mostra che le completive nei resoconti di discorso e

nelle ascrizioni di atti o atteggiamenti non designano proposizioni, non più di

quanto la non-interscambiabilità di ‘Io’ con ‘W. K.’ in ‘Io sono W. K.’ mostra

che il pronome di prima persona in bocca a me non designa una persona. 6

Torniamo alla perplessità circa il tipo di quantificazione. Si confrontino (S),

‘Che nessuno sia infallibile è incompatibile con il dogma dell’infallibilità papale’,

e (S ∗ ), ‘Il fallibilismo è incompatibile con il dogma dell’infallibilità papale’.

Sicuramente, l’espressione ‘è incompatibile con’ ha il medesimo significato in

entrambi gli enunciati, ed è un predicato di primo ordine a due posti, un operatore

che forma enunciati a partire da (coppie di) termini singolari. Possiamo

derivare non solo da (S ∗ ) ma anche da (S) la conclusione:

(∃1) Per qualche x, qualche y: x è incompatibile con y.

Oppure, si confrontino (T), ‘Che ci siano entità astratte ha come conseguenza

logica che non tutto è un particolare’ e (T ∗ ), ‘Il platonismo ha come conseguenza

logica la negazione del particolarismo’. Il verbo ‘ha come conseguenza

logica’ ha lo stesso significato in entrambi gli enunciati, ed è un predicato di

primo ordine a due posti. Sia da (T ∗ ) che da (T) possiamo derivare:

(∃2) Per qualche x, qualche y: x ha come conseguenza logica y.

Su cosa stiamo quantificando in (∃1) e (∃2)? Possiamo mettere “la proposizione”

davanti alle completive in (S) e (T) salva veritate, quindi salva congruitate.

Ciò che i risultanti termini singolari designano è designato anche dalle

completive senza ornamenti in (S) e (T). Ciò che essi designano sono cose dello

stesso tipo di ciò che è designato dai nomi ‘fallibilismo’, ‘platonismo’, e

stato di timore il cui oggetto intenzionale è y’ mostrano ciò che questi significati hanno in

comune. Ci sono anche casi in cui ‘N.N. (verbo)’ non può essere direttamente connesso

con un enunciato completivo ma richiede l’inserimento di una frase della forma ‘il (termine

generale)’. In tali casi, come ad esempio ‘N.N. attacca / difende / valuta ( )’, il verbo è

transitivo. I termini singolari che possono essere inseriti qui, ad es. ‘il dogma che il papa

è infallibile’ o ‘il dogma dell’infallibilità papale’, designano proposizioni che non sono i

contenuti ma gli oggetti intenzionali degli atteggiamenti attribuiti a N.N. Si veda CT, p. 262.

6 Graeme Forbes ha recentemente offerto buone ragioni per affermare l’antecedente (Forbes,

2009). Usando una semantica neo-davidsoniana come cornice per le ascrizioni di atti o atteggiamenti,

egli mostra che trattare un verbo reggente una completiva come se fosse transitivo,

o prenderlo erroneamente per la sua controparte transitiva equivale da un punto di vista semantico

ad assegnare a una proposizione il ruolo di oggetto intenzionale (“tema” nella sua

terminologia) quando in realtà ha il ruolo di contenuto.


W. Künne 93

‘particolarismo’ e dalla descrizione ‘il dogma dell’infallibilità papale’. Quindi

è su proposizioni che stiamo quantificando in (∃1) e (∃2), e poiché facciamo

bene ad accettare le nostre quattro premesse (S) ecc., abbiamo quattro ragioni

decisive per sottoscrivere la tesi che ci sono proposizioni.

Il tipo di impegno in cui si incorre qui è, per così dire, un impegno ontologico

leggero, o un impegno ontico non-filosofico. Supponete che a un filosofo

della matematica che rifiuta il “Platonismo” la figlia piccola chieda se vi siano

numeri primi tra 10 e 20, e che egli imprudentemente risponda “Sì cara, ci sono

diversi numeri primi tra 10 e 20.” E ricordandosi improvvisamente delle sue

posizioni metafisiche prosegua dicendo, “Ma di certo questo è solo un modo

di parlare diffuso e poco accurato: in realtà non c’è alcun numero.” Egli non

si dovrebbe sorprendere se sua figlia non gli chiederà mai più aiuto. Oppure,

supponete che a una filosofa di convinzioni “nominaliste” sia domandato bruscamente,

dal figlio un po’ ribelle, se crede ancora a tutto quello che le hanno

detto i suoi insegnanti alle elementari. “Oh no”, si affretta a rispondere, “credo

solo alcune delle cose che hanno detto”. 7 Ma poi tossisce e aggiunge, con

un tono di voce scoraggiante, “Ma, certamente, in realtà non c’è nessuna cosa

come le cose che hanno detto.” Presumibilmente suo figlio la fisserà ora con

sguardo assente. . . Un filosofo “sospettoso delle entità astratte” come numeri

e proposizioni, osservò una volta Rudolf Carnap, “egli parlerà proprio di tutte

queste cose come chiunque altro, ma con una coscienza inquieta, come un uomo

che nella vita di ogni giorno faccia, pieno di scrupoli, molte cose che non

sono in accordo con gli alti principi morali che va professando la domenica”. 8

Gli impegni ontici non-filosofici si prendono nei giorni lavorativi, per così dire,

non c’è ragione di vergognarsene, e solo tali impegni contano per l’elucidazione

della nostra nozione ordinaria di verità. Per quanto concerne questi impegni,

non sono capace di attribuire molto senso all’immaginare da parte di Bianchi

che un giorno un filosofo del suo “partito” riesca “finalmente a convincere tutti

che non ci sono proposizioni”. (Certo, è un lavoro filosoficamente importante

spiegare la distinzione fra l’uso rilassato di ‘ci sono cose del genere G’ e l’impiego

metafisicamente profondo di tali enunciati, ma questo è un argomento

per un’altra occasione. 9 )

Secondo Bianchi, il famoso caso di Paderewski di Kripke “solleva seri dubbi

sull’assunzione comune che le completive siano termini singolari, usati per

7 Si confronti la distinzione tra l’uso “tranquillo”, “casuale”, o “accomodante” di “esiste” e

il suo uso “onorifico”, “profondo”, o “frenetico” nei tristamente trascurati (piacevolissimi)

articoli di Anderson del 1959 e del 1961. In Künne (2006, pp. 259–261), cerco di mostrare

che tale distinzione può essere mantenuta senza considerare il verbo come ambiguo.

8 Carnap (1950, p. 205; trad. it. p. 326).

9 Cfr. Hofweber (2005) per un serio tentativo di spiegazione. Per quanto riguarda il mio

proprio tentativo (molto differente) si veda la nota 7 più sopra.


94 Risposte a due critici

individuare o riferirsi a proposizioni”. Se ritiene che io condivida questa assunzione

si sbaglia, perché ho fornito diversi esempi di completive che non

designano proposizioni ma piuttosto eventi, proprietà o stati di cose (CT, pp.

252-253). Ma ritengo che le completive nelle ascrizioni di atti o atteggiamenti

proposizionali e nel discorso riportato designino proposizioni, dunque il caso

di Paderewski è realmente pertinente. Ecco dunque un abbozzo del modo in

cui lo tratto. 10 Chiamiamo un’ascrizione (de dicto) di atteggiamento che riveli

completamente il contenuto dell’atteggiamento ascritto “proposizionalmente

determinata”. Dunque ‘Piero crede che il più piccolo numero pari positivo sia

primo’ è proposizionalmente determinata. Al contrario, ‘Peter crede che Paderewski

(non) avesse talento musicale’ è parzialmente indeterminata. In uno

degli usi di Peter il nome esprime per lui il modo di presentazione ‘musicista’

del pianista-statista polacco, chiamiamolo Σ1, e in un altro uso esprime per lui

il modo di presentazione ‘politico’ dello stesso uomo, chiamiamolo Σ2. “Qualsiasi

cosa siano, è ragionevole supporre che i portatori di verità abbiano una

struttura”, sostiene Bianchi. Se ha ragione, possiamo descrivere la situazione

di Peter come segue: la proposizione che è composta da Σ1 e dal senso di ‘avesse

talento musicale’ è accettata come vera da Peter, laddove egli rifiuta come

falsa la proposizione composta da Σ2 e dal senso di ‘avesse talento musicale’.

“Ma allora”, esclama Bianchi, “non c’è limite all’ambiguità delle completive”.

Se restringiamo questa affermazione alle completive che contengono nomi propri

essa è quasi corretta, credo. Non c’è qualcosa come la proposizione espressa

da ‘Paderewski aveva talento musicale’, non più di quanto ci sia qualcosa

come la proposizione espressa da ‘(io) non sono mai stato qui prima’. Ma parlare

di ambiguità qui è fuorviante, perché assimila scorrettamente la situazione

a quella dell’ambiguità lessicale o grammaticale propriamente detta. Ciò di

cui soffrono le ascrizioni sotto esame è piuttosto una parziale indeterminatezza

proposizionale. Normalmente non ci preoccupiamo, né lo dovremmo fare, di

questa indeterminatezza, ma nel caso di Peter dobbiamo farlo. 11

Il concetto di verità e quello di proposizione “non sono costitutivamente

legati”, Bianchi argomenta, perché “ci sono un sacco di altri enti, come i proferimenti

(o i loro prodotti, le repliche degli enunciati) [...] che sembrano essere

candidati idonei, perlomeno prima facie, a possedere la proprietà apparentemente

significata dal concetto ordinario di verità.” 12 Ora la proprietà in que-

10 Künne (1997, pp. 58-62); Künne (2010, pp. 481-484).

11 Per quello che conta, si noti che nella citazione di Bianchi Kripke non afferma di essere

sicuro che l’apparato delle “proposizioni” non funzioni in questa area, e si noti anche che

altrove Kripke enfatizza che non pensa “che l’obiezione che la verità è primariamente una

proprietà di proposizioni [...] non sia importante per un lavoro serio sulla verità [...] al

contrario“ (citato in CT, p. 264, nota 43).

12 In realtà, quello che suppongo è che i predicati di verità ordinari significhino la proprietà di


W. Künne 95

stione è ascritta dal predicato ‘è vero’, non da ‘è vero in L’ o ‘è vero sotto

l’interpretazione I’ o ‘è vero relativamente al contesto C’, – si tratta di verità

simpliciter, di verità non relativizzata. Se uno tiene conto di questo, l’apparenza

prima facie risulta essere ingannevole, o così ho argomentato alle pp. 266–

268: a volte un medesimo proferimento, o l’enunciato particolare che è il suo

prodotto, o la davidsoniana tripla ordinata di tipo di enunciato, persona e tempo,

esprime sia una verità che una falsità, ma non saremmo contenti di dire che

il proferimento ecc. è vero (punto) e falso (punto).

1.2 Troppo modesta?

La seconda perplessità di Andrea Bianchi sulla Spiegazione Modesta è che “[è

modesta] dove qualcosa di più sarebbe stato necessario”. (Non ci dice per cosa

sia necessario questo ulteriore qualcosa.) La mia tesi che la verità è una “proprietà

più o meno logica” (CT, pp. 337 e ss.) è un’affermazione che egli trova

“abbastanza sorprendente”. Sospetta anche che io consideri la logica come il

“luogo” dove uno dovrebbe “cercare una risposta alla domanda ‘Che cos’è la

verità?’ ”. Osserva che “nel caso in cui [un portatore di valore di verità] non

sia una verità o falsità logica, il suo essere vero piuttosto che falso non sembra

essere una questione di logica” evidentemente assumendo che questo fatto

piuttosto ovvio sia motivo di imbarazzo per la Spiegazione Modesta. Qui non

posso fare a meno di pensare che abbia frainteso le delucidazioni che speravo

di aver fornito.

Come dice Bianchi, parto da un truismo sulla verità, e sostengo che questo

truismo sia spiegato dalla Spiegazione Modesta. Lasciate che ne ripercorra i

passi. Si consideri un esempio del truismo:

(M) Ciò che Giovanni ha detto recentemente è vero sse (realmente) le cose

stanno come egli ha detto che stanno.

Ora se ciò che egli ha detto è che alcuni professori europei sono dei ricercatori,

e alcuni professori europei sono dei ricercatori, allora (realmente) le cose

stanno come egli ha detto che stanno, e se le cose stanno come egli ha detto

che stanno allora un qualche completamento di ‘Ciò che egli ha detto è che

..., e (in effetti) . . . ’ esprime una verità. Qui il punto della parola ‘come’ nel

truismo è catturato dalla congiunzione, più precisamente, dall’interazione tra

il secondo congiunto e la specificazione del contenuto di ciò che è stato detto

per mezzo del medesimo enunciato. (Certo, ‘realmente’ e ‘in effetti’ sono solo

ornamenti retorici.) Usando un quantificatore enunciativo e il connettivo ‘e’

possiamo riformulare il lato destro di (M) come segue:

essere vero.


96 Risposte a due critici

(M ∗ ) . . . sse per qualche p, ciò che Giovanni ha recentemente detto è che p, e

p.

Ora sostituiamo entrambe le occorrenze di ‘ciò che Giovanni ha detto’ con ‘x’

e aggiungiamo come ornamento a ‘che p’ (per amor di grammatica) il prefisso

‘la proposizione’. Con ciò otteniamo quel che la Spiegazione Modesta offre come

definiens di ‘x è vero’. 13 A eccezione del concetto di proposizione tutte le

nozioni invocate nel definiens sono espresse da costanti logiche. È per questo

che ho chiamato la proprietà di essere vero “(più o meno) logica”. 14 Se Giovanni

ha detto che alcuni professori europei sono dei ricercatori, allora la verità

di ciò che ha detto certamente non è “una questione di logica”, e applicarvi il

lato destro del definiens di “è vero” non la rende una questione di logica. Come

mostra l’esempio appropriato di sostituzione dell’enunciato aperto dopo il

quantificatore, la verità di ciò che Giovanni ha detto dipende dallo stato delle

università europee al tempo di cui lo ha detto.

Per la cronaca, negli anni che seguirono la pubblicazione di CT tornai mestamente

alla mia teoria originaria della quantificazione in posizione enunciativa.

Era in sostanza la teoria di Arthur Prior (che aveva preso una pagina dal libro

di Wittgenstein), e l’avevo abbracciata tre decadi fa in Abstrakte Gegenstände.

15 La quantificazione enunciativa (non-sostitutiva) è una quantificazione sui

generis: non è quantificazione su niente. Possiamo spiegare i quantificatori

enunciativi in due passi. Passo uno. Si confrontino:

(P) Lei adora il Ponte Carlo, e anche lui lo adora.

(Q) Ella mi disse che la maggior parte degli studenti prendono in giro il

Professor McX e che alcuni lo hanno persino attaccato fisicamente. Se

questo è il modo in cui stanno le cose allora il preside dovrebbe essere

informato.

Prior ci ha reso consapevoli della seguente analogia proportionalitatis: ‘Questo

è il modo in cui stanno le cose’ in (Q) sta all’enunciato in corsivo come ‘lo’

13 Per quanto concerne il problema del “trovare qualcosa da mettere al posto dei puntini” che

Bianchi sembra considerare intrattabile nella mia teoria, ecco qui la soluzione. Primo passo:

la verità è la proprietà che qualcosa, x, ha sse x è una proposizione e le cose stanno realmente

come stanno secondo x. Secondo passo: la verità è la proprietà che qualcosa, x, ha sse per

qualche p, x è la proposizione che p,ep. L’enunciato aperto che segue “sse” è un predicato

che significa la proprietà di essere vero (se l’analisi è corretta).

14 Caveat a parte, è così che anche Horwich e Field la chiamano: cfr. CT, p. 90. Se Bianchi

vuole classificare il concetto di proposizione come una “nozione intenzionale”, non ho

obiezioni. Ma non riesco a individuare alcuna “nozione semantica” nel lato destro del mio

definiens o del truismo che esso è inteso specificare.

15 Künne (2007, cap. 3, § 5).


W. Künne 97

in (Q) sta al nome in corsivo. La pro-forma in (Q) prende il suo contenuto dall’enunciato

a cui si aggancia – è un pro-enunciato anaforico, – proprio come

il pro-nome anaforico in (Q) prende il suo contenuto dal sintagma nominale di

cui fa le veci.

Passo Due. Si confrontino gli argomenti:

(R) Generalmente, se un oggetto è un essere umano allora esso è mortale.

Quindi se Socrate è un essere umano allora Socrate è mortale.

(S) Generalmente, se egli dice che questo è il modo in cui stanno le cose

allora questo è il modo in cui stanno le cose. Quindi se egli dice che la

neve è bianca allora la neve è bianca.

Entrambe le inferenze sono da generale a particolare. Qui abbiamo un’altra

analogia proportionalitatis prioriana: le occorrenze di ‘Questo è il modo in cui

stanno le cose’ in (S) stanno alla sua occorrenza in (Q) sopra come l’occorrenza

di ‘esso’ in (R) sta alla sua occorrenza in (P) sopra. Là le occorrenze erano

anaforiche (proforme di pigrizia), qui le occorrenze sono quantificazionali. Come

un proenunciato quantificazionale, ‘Questo è il modo in cui stanno le cose’

ricopre il ruolo di una variabile enunciativa vincolata. (S) riformula ‘Qualunque

cosa egli dica è vero’ senza usare ‘vero’ o aggettivi sinonimi, e Prior offre

una riformulazione che è meno ampollosa della mia: ‘In qualunque modo egli

dica stiano le cose, così stanno’.

Questa è indubbiamente “una resa molto naturale di ‘per ogni p, se egli dice

che p, allora p’ ”. 16 – Una volta spiegati i quantificatori enunciativi lungo

queste linee, è possibile utilizzarli nel metalinguaggio di una teoria semantica

che dia le condizioni di verità-sotto-una-interpretazione per formule contenenti

quantificatori enunciativi. 17

Ora la mia analisi della nozione di verità basata su quantificatori enunciativi

non è intesa offrire informazioni elettrizzanti: dopo tutto, si suppone che non

sia altro che la riscrittura di un truismo. Non ha più profondidi quanta ne

abbia ‘Una figura piana delimitata da tre linee rette’ come risposta alla domanda,

‘Cos’è un triangolo?’. Bianchi vuole qualcosa di più eccitante della mia

analisi superficiale, qualcosa più simile a ‘x è un triangolo sse x è una figura

piana rettilineare la somma dei cui angoli interni è di 180 o ’. Direbbe che la

16 Prior (1971, p. 38; trad. it. p. 46).

17 Adatto qui un suggerimento fatto da Timothy Williamson sulla quantificazione in posizione

predicativa: Williamson (1999, p. 263) e Williamson (2003); per i quantificatori enunciativi

cfr. anche Hugly e Sayward (1996). Come Ian Rumfitt ha detto di recente, “ non può esserci

obiezione di principio a questo genere di circolarità: i quantificatori oggettuali, infatti, sono

usati per formulare teorie semantiche per linguaggi con quantificatori oggettuali”(Rumfitt,

2011, § 2).


98 Risposte a due critici

prima risposta alla domanda ‘Che cos’è un triangolo?’ ha “gli stessi vantaggi

del furto nei confronti del lavoro onesto”? Credo non lo direbbe. Entrambe le

risposte co-esistono pacificamente, e la prima risposta non è intesa impedire ai

matematici di fare eccitanti scoperte riguardo ai triangoli. Allo stesso modo,

se Bianchi pensa di poter superare le mie riserve riguardo al progetto ricorsivo,

che debitamente registra nell’ultimo paragrafo del suo articolo, buona fortuna

a lui. Se ha successo, ci avrà dato una definizione ricorsiva di ‘vero in L’ per il

linguaggio naturale L che avrà scelto come linguaggio-oggetto per il suo progetto.

Questo sarebbe un risultato eccezionale per lui, ma non competerebbe

con la Spiegazione Modesta, e il successo del suo onesto lavoro non giustificherà

l’accusare persone meno ambiziose come me di ladroneria [in italiano

nel testo N.d.T.]. Spero sia ovvio che dico questo con ironia. Mi è piaciuto

oltremodo meditare sulle riflessioni attente di Andrea sulle mie teorie.

2 Un conflitto interno alla teoria di Frege. Risposta ad Andrea

Sereni

Gottlob Frege sostiene che tutte le esemplificazioni dello schema:

(=) la proposizione che è vero che p = la proposizione che p

esprimono verità. Chiamiamo questa tesi Identità. In CT la rifiuto ritenendola

falsa. Identità deve essere tenuta distinta da un principio che potremmo chiamare

Equivalenza, secondo il quale tutte le esemplificazioni dello schema di

denominalizzazione:

(↔) È vero che p, se e solo se p

esprimono verità. 18

Tutto ciò che è incompatibile con Equivalenza è a fortiori incompatibile

con Identità, ma Equivalenza è più debole: non implica a sua volta Identità.

Frege sostiene anche un principio che chiamerò Lacuna [Gap]: enunciati (non

incassati) contenenti termini singolari vuoti (non citati) esprimono proposizioni

che non sono né vere né false. 19 (In CT ho accettato provvisoriamente Lacuna.

Una spiegazione davvero modesta della verità, pensavo, non deve risolvere una

18 Sereni, come pressoché chiunque altro, omette la virgola. Ripeto (cfr. CT, p. 18), dunque,

che senza di essa (↔) è ambiguo. Certamente la lettura intesa non è È vero che (p sse p).

19 Sereni chiama questa tesi Lacune [Gaps], ma non riesco a vedere più di una lacuna di valori

di verità tra T e F. Egli omette le restrizioni nelle parentesi, e qui come altrove nel suo

commento oscilla tra il chiamare veri gli enunciati oppure le proposizioni. Si può riscontrare

la medesima oscillazione nella sua, e nella mia, lunga citazione da Dummett (1959): si

vedano al riguardo [A] e [D]. Sono sicuro che Sereni non sarà in disaccordo con le mie


W. Künne 99

controversia che va avanti da secoli a colpi di definizioni; piuttosto, dovrebbe

fornire un terreno neutrale ai contendenti.)

Nel suo commento, densamente argomentato, Andrea Sereni avanza ragioni

per dubitare che nella digressione pertinente in CT (pp. 37-42) io riesca a

dimostrare, contro Michael Dummett, che l’accettazione congiunta da parte di

Frege di Identità e Lacuna non porta a ciò che ho chiamato “un conflitto interno

alla teoria di Frege”. Per anticipare: anch’io sono giunto a dubitarne, ma non

proprio per le stesse ragioni.

Si consideri il modo in cui Dummett nel 1959 ha provato a dimostrare che

(Lacuna è incompatibile con Identità perché è incompatibile con Equivalenza):

[A] Dummett Supponiamo che P contenga un termine singolare che ha un

senso ma non ha un riferimento: allora, secondo Frege, P esprime una

proposizione che non ha valore di verità. Questa proposizione non è quindi

vera, e dunque l’asserto È vero che P sarà falso. P non avrà quindi

lo stesso senso di È vero che P, poiché quest’ultimo è falso mentre il

primo non lo è. 20

Io ho affermato che un sostenitore di Identità non si farà impressionare da

[A]. Secondo costui, gli enunciati:

(K) La moglie di Kant era protestante

(TK) È vero che la moglie di Kant era protestante

esprimono la medesima proposizione. Quindi, se la proposizione che (K) ricade

nella lacuna di valori di verità, la proposizione che (TK) non può che

condividerne il destino (proprio come Giorgio Barbarelli da Castelfranco non

avrebbe potuto sopravvivere a Giorgione). Dummett ha provato a bloccare

questa replica a [A]:

[C] Dummett La clausola in oratio obliqua che P sta per la proposizione

espressa da P, e si ammette che P abbia un senso ed esprima una proposizione;

il termine singolare che ricorre in P ha in È vero che P il suo

riferimento indiretto, vale a dire il suo senso, e abbiamo assunto che esso

effettivamente abbia un senso.

revisioni. (Incidentalmente, sia in Sereni che in CT, [D] è citata scorrettamente: qui le

virgolette ad angolo dovrebbero essere sostituite da quelle standard. L’uso che Sereni fa

delle lettere maiuscole schematiche e delle virgolette devia da quello di Dummett, che da

questo punto di vista è più accurato di Frege, Künne e Sereni.)

20 Dummett (1959, p. 4 e ss; trad. it. p. 72) [Commento pedante: al fine di rendere coerente

questo passaggio si dovrebbe sostituire “asserto” con “proposizione espressa da” e

“quest’ultimo (il primo)” con “la proposizione espressa da quest’ultimo (dal primo)”.]


100 Risposte a due critici

[C], afferma Sereni, contiene un “complesso di tre tesi”, che egli prova a

districare, facendo riferimento ai miei esempi (K) e (TK), come segue:

(i) (‘che K’, in) ‘è vero che K’, è un caso di oratio obliqua 21

(ii) ‘che K’, in ‘è vero che K’, designa la proposizione espressa da ‘K’

(iii) il termine singolare in K (cioè ‘la moglie di Kant’) ha in ‘è vero che K’ il

suo riferimento indiretto.

Ho sostenuto che (ii) è corretto ma, ahimè, non accettabile per Frege. Se (ii)

è corretto, allora nel dire che è vero che K attribuiamo la proprietà di essere

vera alla proposizione espressa da ‘K’ e designata da ‘che K’, perché se ‘che

K’ in ‘È vero che K’ è un termine singolare, allora ciò che la precede deve

essere un predicato. Ma Frege ha inequivocabilmente negato che questo sia

quello che facciamo. Egli ha abbracciato ciò che Kotarbinski e Tarski chiamano

Nichilismo: la verità non è un tipo di proprietà, la verità non è nulla che

si possa attribuire ad alcunché, ‘è vero’ è un finto predicato. Quindi, dal punto

di vista di Frege l’argomento [C] non riesce a disinnescare l’obiezione ad

[A] che io ho fatto a nome suo. (A prima vista [in italiano nel testo, N.d.T.],

non vi è nulla di incoerente nel sostenere che la medesima completiva designi

una proposizione in ‘Lei dice / pensa che 4 2 = 2 4 ’ e che non la designi in

‘È vero che 4 2 = 2 4 ’. Dopotutto, la stessa completiva occorre anche in ‘Non

si dà il caso che 4 2 = 2 4 ’, ma quando usiamo questo enunciato come traduzione

di ‘¬(4 2 = 2 4 )’ non pensiamo che esso contenga un designatore di una

proposizione).

Non riesco a capire perché Sereni pensi che Frege “non è strettamente classificabile

come un nichilista”. 22 Frege non solo dubita che la verità sia, come

dice Sereni, “una proprietà sostanziale” ma dubita che sia una proprietà tout

court. Presumibilmente, “è femmina se è una giumenta” non sta per una proprietà

sostanziale, ma dal punto di vista di Frege la sua Bedeutung è una proprietà

(“concetto”), mentre egli nega che ciò valga per ‘è vero’. “Un oppositore”,

sospetta Sereni, “potrebbe voler mettere in dubbio una tale interpretazione

[di Frege] allo scopo di bloccare la replica di Künne”. Potrebbe ben essere

21 Mi sono preso la libertà di mettere tra parentesi una parte di (i). Suggerisco di cancellare

questa parte dal momento che solo un intero enunciato può ragionevolmente essere classificato

come un caso di oratio obliqua. (In realtà, dubito che nel caso in esame ci sia alcunché

che possa ragionevolmente essere etichettato in questo modo. Si veda più sotto.)

22 Egli suggerisce indirettamente che il fatto che Frege consideri ‘vero’ indefinibile potrebbe

andare contro una tale classificazione. Non riesco a vedere che ci sia alcuna tensione qui.


W. Künne 101

così, ma un tale oppositore dovrà faticare molto, prevedo, quando si troverà ad

affrontare passi come questi: 23

[Fr 1892] Si potrebbe essere tentati di intendere il rapporto che intercorre

fra il pensiero e il Vero non alla stregua di quello che intercorre fra Sinn e

Bedeutung, bensì della relazione che sussiste tra soggetto e predicato. Infatti,

si può anche dire: ‘Il pensiero che 5 è un numero primo è vero’. Ma

se osserviamo la cosa più da vicino, ci accorgiamo che questo enunciato

non dice nulla di più del semplice ‘5 è un numero primo’. (Frege, 1892,

p. 34; trad. it. pp. 40–41)

[Fr 1906] Dicendo ‘il pensiero è vero’, si ha l’impressione di ascrivere la

verità al pensiero quale sua proprietà. Avremmo così il caso della sussunzione.

Il pensiero verrebbe sussunto al concetto di vero come un oggetto.

Ma anche qui la lingua ci trae in inganno. Non abbiamo il rapporto di un

oggetto a una proprietà, bensì quello che intercorre fra il Sinn di un segno

e la sua Bedeutung. Nella sostanza, l’enunciato ‘è vero che 2 è un numero

primo’ non dice di più dell’enunciato ‘2 è un numero primo’. (Frege, NS,

p. 211; trad. it. p. 321)

[Fr 1914] Il caso in cui diciamo [...] di un pensiero che è vero è dunque

radicalmente diverso da quello in cui diciamo che l’acqua del mare è salata.

In quest’ultimo caso aggiungiamo qualcosa di essenziale al predicato,

nel primo no. Queste considerazioni confermano che il pensiero si comporta

rispetto al suo valore di verità come il Sinn rispetto alla Bedeutung.

(Frege, NS, p. 252; trad. it. pp. 371–372)

[Fr 1918.] È [...] degno di nota che l’enunciato ‘sento un profumo di

violette’ ha né più né meno lo stesso contenuto dell’enunciato ‘è vero che

sento un profumo di violette’. Pare così che non venga aggiunto niente al

pensiero con l’attribuirgli la proprietà della verità [...] Non potrebbe darsi

che abbiamo qui a che fare con qualcosa che non può esser denominato

una proprietà nel senso ordinario? Nonostante questo dubbio, intendo

per il momento (zunächst) tenermi ancora all’uso linguistico comune, ed

esprimermi come se la verità fosse una proprietà, finché non verrà trovato

qualcosa di più appropriato (etwas Zutreffenderes). (Frege, 1918, p. 61-

62; trad. it. p. 48)

Nel 1918 Frege non intendeva suggerire che la verità sia una proprietà in

un senso straordinario della parola. Egli pensava di essere già in possesso

23 Le traduzioni da Frege sono sempre mie. Le abbreviazioni sono spiegate nella bibliografia.

[Per la traduzione italiana dei passi di Frege – come per quelli di Dummett – impieghiamo

qui le traduzioni italiane attestate e indicate in bibliografia, apportando, dove necessario,

minime modifiche per rispettare le scelte di traduzione di Künne. N.d.T.].


102 Risposte a due critici

di ciò che riteneva essere una concezione “più adeguata”, ovvero l’alternativa

abbozzata in [Fr 1892, 1906, 1914], visto che un anno dopo scriveva:

[Fr 1919.] L’intero enunciato, il cui senso è un pensiero, può avere una

Bedeutung. Tutti gli enunciati che esprimono un pensiero vero hanno la

stessa Bedeutung e tutti gli enunciati che esprimono un pensiero falso

hanno la stessa Bedeutung (il Vero e il Falso). (Frege, NS, p. 276; trad. it.

p. 400)

In fin dei conti, l’evidenza va a favore della seguente ipotesi: se Frege fosse

vissuto abbastanza a lungo da completare la serie delle sue Ricerche Logiche,a

un certo punto avrebbe smesso di “parlare come il volgo” (per usare l’espressione

di Berkeley) e avrebbe comunicato la teoria (presumibilmente) più adeguata

ai lettori della serie. 24 Sia come sia, si noti a futura memoria che in diversi

tra gli estratti sopra riportati Frege invoca Identità come ragione per adottare il

Nichilismo. 25

Ora, cosa pensare della tesi (i) del complesso di tesi di Sereni, che egli chiama

la Tesi Contestata? Per quanto riguarda il suo uso, e quello di Dummett,

dell’espressione latina oratio obliqua in questo contesto, vorrei esprimere una

lieve nota di protesta. Non sorprendentemente, Frege ha usato il termine “ungerade

Rede” (la traduzione tedesca di quell’espressione) per ciò che i grammatici

chiamavano e ancora chiamano il discorso indiretto [indirect speech-reports.

N.d.T], e poi ne ha esteso l’applicazione anche alle ascrizioni di atti o atteggiamenti

proposizionali, come anche i grammatici spesso facevano e ancora

fanno. 26 Dummett e Sereni portano quell’espressione troppo lontano dal suo

habitat originario, penso, quando la applicano a enunciati come ‘È vero (necessario,

probabile, ...) che p’ che non sono usati per ascrivere contenuti a

proferimenti o pensieri. Il punto di (i) diventa più chiaro se lo formuliamo in

questo modo:

(i ∗ ) K, in ‘è vero che K’, ha il suo riferimento indiretto, e cioè, ‘K’ designa

qui il suo senso.

Dato che per Frege il senso di un enunciato è la proposizione che esprime,

egli considererebbe (i/i*) come strettamente equivalente a (ii). Data questa

24 Raramente viene notato che la concezione “più adeguata” di Frege permette l’introduzione

di un predicato che si applica a una proposizione solo nel caso in cui sia vera: ‘x è un modo

di presentazione (Art des Gegebenseins) del Vero’. Cos’è la Bedeutung di questo predicato

se non la proprietà (der Begriff ) di essere vero? Per altro a proposito di tutto ciò, si veda

Künne (2010, pp. 15–24, 307–31, 391–423).

25 Analogamente in Frege (NS, p. 153; trad. it. p. 250).

26 Frege (1892, p. 28; trad. it. p. 35); Frege (WS, p. 246; trad. it. pp. 217–218).


W. Künne 103

stretta equivalenza, sono rimasto molto sorpreso leggendo l’affermazione di

Sereni secondo cui è “difficile trovare prove per attribuire a Frege la tesi contestata”.

Ma mi sembra che questo lasci molto di non detto, perché non è affatto

difficile trovare evidenza per attribuire a Frege il rifiuto di questa tesi (una volta

che sia adeguatamente formulata). Per quanto concerne la tesi (iii), certamente

Frege ritiene che essa sia implicata tanto da (i/i*) quanto da (ii). È la tesi (iii)

corretta? In CT ho fatto notare che la condizione che Frege considera sufficiente

affinché un termine singolare abbia la sua ungerade Bedeutung (riferimento

indiretto) in un certo contesto non è soddisfatta nel caso di enunciati del tipo ‘È

vero che ...a ...’, poiché qui ‘a’ può essere sostituito da qualsiasi altro termine

co-referenziale (o, se è vuoto, da qualsiasi altro nome vuoto) senza che vi sia il

rischio di modificare il valore di verità (o la mancanza di valore di verità) della

proposizione espressa. Per esempio, se in (TK) il termine soggetto è sostituito

da ‘Il suocero di Kant’ o da ‘La vedova di Wittgenstein’ la proposizione espressa

rientra ancora nella lacuna di valori di verità. Ma a questo punto Sereni pone

una domanda che io ho mancato di porre. La non-sostituibilità salva veritate

sive falsitate sive neutralitate è anche una condizione necessaria?

Prima di provare a rispondere a questa domanda, si noti che la sostituibilità

salva v-f-n di per se stessa non offre a Frege buone ragioni per negare (iii).

Frege ha sostenuto esplicitamente che nella oratio obliqua (i.e. nel discorso

indiretto e nelle ascrizioni di atti o atteggiamenti proposizionali) la completiva

designa una proposizione. 27 Ora considerino enunciati della forma

(S) Se qualcuno dovesse asserire che Fa, avrebbe ragione ad asserirlo

(T) Se c’è un essere onnisciente, sa che Fa.

Qui abbiamo una oratio obliqua, eppure possiamo sostituire il termine nella

posizione di ‘a’, in un enunciato che sia una esemplificazione di (S) o di (T)

ottenuta per sostituzione, con qualsiasi altro termine singolare co-referenziale

(o con qualsiasi altro termine vuoto) salva v-f-n. Perché? Perché sia le esemplificazioni

di (S) che quelle di (T) esprimono un pensiero vero (falso, neutrale)

solo nel caso in cui lo esprimano le esemplificazioni corrispondenti di ‘È vero

che Fa’. 28

In effetti, Frege non considera il fallimento della sostituibilità salva v-f-n

tra termini co-referenziali come una condizione necessaria affinché un termine

27 Nella oratio obliqua la “subordinata nominale astratta introdotta da ‘che’ [...] potrebbe essere

vista come un nome, anzi, potremmo dire, come il nome proprio di un pensiero”. (Frege,

1892, p. 37, p. 39; trad. it. p. 43, p. 45). Correggo la spiegazione scorretta di Black della

terminologia di Frege in Künne (2010, p. 291 e ss).

28 CT, p. 92; Künne (2010, p. 418).


104 Risposte a due critici

singolare abbia il suo riferimento indiretto in un certo contesto. Dummett e

Sereni hanno ragione, penso, a sostenere che tale fallimento sta al riferimento

indiretto come il sintomo di una malattia sta a quella malattia. La stessa cosa

vale mutatis mutandis, aggiungo, per il riferimento citazionale. La Bedeutung

citazionale di un particolare esempio [token] di segno è il segno del quale esso

è un esempio. La mancanza di intersostituibilità salva v-f-n tra esempi di segni

che non sono esempi del medesimo segno è solo un sintomo del riferimento

citazionale. Come Frege fa notare, una caratteristica essenziale è che i segni

siano usati per parlare dei segni. Certamente, “‘Espero’ è un termine singolare”

possiede questa caratteristica essenziale, eppure qui si può sostituire ‘Espero’

salva veritate con qualsivoglia termine singolare, e quindi a fortiori con termini

che sono esempi di una parola diversa.

Come Sereni mostra, Frege stesso ritiene che la caratteristica definitoria del

riferimento indiretto sia che in un certo contesto le parole sono usate per “parlare

[...] del loro [proprio] senso”. 29 Enunciati come “La parola inglese presa in

prestito [dal latino, N.d.T] ‘redundant’ significa superfluo” o “Il senso del sintagma

nominale tedesco ‘die grösste Primzahl’ è il più grande numero primo”

forniscono una straordinaria evidenza a supporto di tale tesi. 30 Considerate il

secondo esempio: il termine singolare ‘il più grande numero primo’ non è usato

(invano) per riferirsi a un numero ma è usato (con successo) per riferirsi al suo

stesso senso, che effettivamente è il senso dell’espressione tedesca. L’esempio

mostra che si può avere ungerade Bedeutung senza ungerade Rede. Per quanto

riguarda il discorso indiretto, Frege ritiene, non implausibilmente, che ‘Anna

ha detto in tedesco che il più grande numero primo non è ancora stato trovato’

sia equivalente a ‘Anna ha proferito delle parole tedesche che significano (= il

cui senso è) che il più grande numero primo non è ancora stato trovato’. Qui

la completiva designa il senso del suo proferimento, ossia la proposizione che

esso esprime, cosicché in un certo modo il parlante sta indubbiamente parlando

di una proposizione, e nel far ciò usa una descrizione definita per catturare il

senso del termine che fa da soggetto nel proferimento di Anna.

Ma tutto questo mostra soltanto che Frege non dovrebbe considerare l’assenza

del sintomo del riferimento indiretto nel caso di ‘È vero che Fa’ come una

ragione per negare che ‘a’ abbia il suo riferimento indiretto in questo contesto.

Riterrebbe Frege soddisfatta la condizione definitoria in questo caso? Certamente

no. Egli sosterrebbe che nel dire ‘É vero che Fa’ non parliamo di niente

se non di ciò di cui parliamo anche quando diciamo semplicemente ‘Fa’. Dal

momento che adotta Identità, è obbligato a sostenere questo. Ora se ‘a’ è vuo-

29 Frege (1892, p. 28; trad. it. p. 35).

30 Essi non vengono mai discussi da Frege, ma qualcosa di simile al secondo esempio si trova

nella celebre nota su ‘Aristotele’ di Frege (1892, nota 2). Cfr. Künne (2010, p. 289)


W. Künne 105

to, non possiamo usare ‘Fa’ per parlare di a, e dato che Frege in questo caso

ritiene che il pensiero che Fa non abbia un valore di verità, non può nemmeno

dire che usiamo ‘Fa’ per parlare di un valore di verità. Quindi sembra che egli

debba dire che in questo caso parliamo del concetto (della proprietà) che è la

Bedeutung di F. 31

È su enunciati della forma ‘Non è né vero né falso che p’ che l’accettazione

congiunta di Lacuna, Identità e altri principi fregeani vacilla. In CT ho fatto

notare solamente uno dei problemi cui tali enunciati danno origine. Si assumano

(1) Lacuna, (2) Identità, (3) la sua controparte sulla falsità, La proposizione

che è falso che p = la proposizione che non-p, e (4) l’interpretazione fregeana

del ‘né–né’. È allora possibile derivare da ‘Se non è né vero né falso che la

moglie di Kant era protestante’ primo ‘Non (è vero che K) e non (è falso che

K)’ e infine ‘Non-K e non-non-K’. Questa conclusione ovviamente non riesce

a esprimere una verità. Una collezione di verità non può congiuntamente avere

come conseguenza logica qualcosa di non vero. Quindi uno tra (1,2,3,4) deve

cedere il passo. Sereni sostiene che la via d’uscita che ho suggerito in CT, pur

se plausibile di per se stessa, dovrebbe “essere messa da parte in quanto irrilevante”

per la la questione se vi sia un conflitto interno alla teoria di Frege.

Ha ragione, perché come ho evidenziato, questa via d’uscita richiede che si

abbandoni l’interpretazione di Frege di ‘né–né’.

Non ho preso in considerazione un altro problema cui le negazioni congiunte

di verità e falsità danno origine. È stato messo in luce da Dummett nella pagina

successiva del suo influente articolo. Sono grato a Sereni per avermi fatto

apprezzare la rilevanza di questo passaggio: 32

[E Dummett ] Se ci sono enunciati [dichiarativi, vale a dire] significanti che

non dicono nulla di vero o di falso, allora ci deve essere un uso della

parola ‘vero’ che si applica a proposizioni; infatti se diciamo Non è né

vero né falso che P, la clausola che P deve essere in oratio obliqua,

altrimenti l’intero enunciato sarebbe privo di valore di verità.

Penso che il modo migliore per chiarire questo passo sia il seguente: Se l’enunciato

P avesse la sua Bedeutung abituale nella negazione congiunta, dovrebbe

designare uno dei due valori di verità. Ma secondo quanto dice la negazione

congiunta, ciò che P esprime rientra in una lacuna di valori di verità. Dal punto

di vista di Frege, il fatto che P non designi alcunché priverebbe anche la negazione

congiunta di un valore di verità, dato che Frege considera la mancanza

di Bedeutung come una malattia infettiva. Soltanto se si assume, pace Frege,

che la completiva designi la proposizione espressa dall’enunciato incassato, o

31 Cfr. Frege (NS, p. 209 e ss.; trad. it. p. 320 e ss.).

32 Dummett (1959, p. 5, trad. it. p. 72).


106 Risposte a due critici

equivalentemente, che l’enunciato incassato abbia il suo riferimento indiretto, è

possibile sostenere ciò che la negazione congiunta di verità e falsità dice. Lacuna

può essere mantenuto solo se la verità è ciò che Frege rifiuta: una proprietà

di proposizioni. A cosa conduce questo argomento riguardo a Identità? Se un

difensore di Identità accetta la conclusione dell’argomento, deve essere pronto

ad affermare che ogniqualvolta ascriviamo esplicitamente F-ità ad a implicitamente

ascriviamo la verità alla proposizione che Fa. (Quando “parla come il

volgo” Frege stesso dice qualcosa che suggerisce questo: “a ciascuna proprietà

di una cosa è connessa una proprietà di un pensiero, quella della verità” 33 ). Il

concetto di ascrizione pertinente è neutrale rispetto alla forza assertoria: si può

ascrivere una proprietà a X senza asserire che X la possiede. Questo è quanto

si fa, ad esempio, quando si usa ‘Fa’ come antecedente in un condizionale.

Quindi anche le ascrizioni di verità, siano esse implicite o esplicite, non devono

avere forza assertoria. Dunque, pace Frege, 34 Identità è compatibile con la

negazione di Nichilismo.

Concludo presentando due ulteriori argomenti a favore della tesi di Dummett

per cui Lacuna creerebbe un conflitto nella teoria di Frege. Nel provare

a portare così ulteriore farina al mulino di Andrea intendo manifestare il mio

apprezzamento per il suo commento. Abbiamo innanzitutto l’Obiezione della

Non Ridondanza. 35 È possibile formulare la tesi fregeana che la proposizione

che la moglie di Kant era protestante non è né vera né falsa se si assume Identità?

Se Identità è corretta non abbiamo bisogno di usare ‘vera’ (o qualsiasi altra

parola con lo stesso senso) quando vogliamo affermare, o negare, la proposizione

che p è vera. Ora se la proposizione espressa da (K) manca di valore di

verità allora ‘Non (la proposizione che K è vera)’ esprime una verità. Ma come

si può formulare questa verità senza usare ‘vera’ (o un sinonimo)? Certamente

non si può usare l’enunciato ‘non-K’ per questo scopo; poiché se la proposizione

che K cade sotto Lacuna, la proposizione che non-K la deve seguire. Così

la tesi della ridondanza implicata da Identità è scorretta se Lacuna è corretta.

Al contrario della [E] di Dummett, che argomenta a favore della stessa conclusione,

questa Obiezione della Non-Ridondanza non si regge sull’assunzione di

Frege che in un enunciato che non è usato per parlare di un’espressione o di

un senso la mancanza di Bedeutung (ordinaria) di un termine singolare priva

sempre l’enunciato di Bedeutung. Questa assunzione non è priva di problemi.

Si considerino gli enunciati ‘Re Ahab venerava Baal’ e ‘Un famoso dipinto di

Tiziano raffigura la dea Diana’: essi contengono termini singolari vuoti, e tuttavia

esprimono delle verità. Poiché Ahab non adorava, né il dipinto di Tiziano

33 Frege (1918, p. 61; trad. it. p. 48).

34 Cfr. [Fr 1892]–[Fr 1918] più sopra.

35 Cfr. Künne (2010, p. 415).


W. Künne 107

raffigura, il senso di un termine singolare, il concetto di riferimento indiretto

non è qui di alcun aiuto, o così mi sembra.

Il mio argomento finale potrebbe essere chiamato l’Obiezione delle Regole

d’Inferenza. Nel sistema logico dei Grundgesetze di Frege le inferenze in

accordo con le regole di Contrapposizione e Sillogismo Ipotetico sono deduttivamente

valide. 36 Ora se assumiamo anche che Equivalenza sia corretto, allora

Lacuna non può più essere mantenuta:

(1) Se p allora è vero che p (↔)

(2) Se non è vero che p allora non-p 1; C

(3) Se non-p allora è vero che non-p (↔)

(4) Se non è vero che p allora è vero che non-p 2, 3; SI

Se Lacuna è corretta, allora (4) non è universalmente valida, poiché secondo

(4) la negazione di una proposizione che non è vera è sempre vera, e questo non

è il caso se, come Lacuna sostiene, alcune proposizioni non vere non sono false.

Se Equivalenza forma con Lacuna e con le assunzioni che C e SI siano valide

un quartetto inconsistente, allora a fortiori lo stesso vale per Identità. Dunque

almeno un membro del quartetto deve essere rifiutato. Come i lettori di CT e

della mia risposta all’altro Andrea sanno, io raccomando di rifiutare Identità.

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36 Per i riferimenti bibliografici si veda Künne (2010, p. 415).


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Parte III

Simposio su

Per la Verità


Compendio di Per la Verità

Diego Marconi

Dipartimento di Filosofia

Università di Torino

k diego.marconi@unito.it

Ho iniziato questo breve libro cercando di chiarire la differenza tra verità

e giustificazione. Una proposizione è vera se dice che le cose stanno

come effettivamente stanno: checché ne pensi la Corte Costituzionale

italiana, non c’è differenza fra stabilire come stanno le cose e accertare la verità

(la verità non appartiene a un regno più sublime dell’umile dominio dei fatti).

Inoltre, il modo in cui le cose stanno è indipendente dal fatto che sappiamo

che stanno così. Se nell’Universo ci sono 15.232 pianeti, è vero che c’è quel

dato numero di pianeti, anche se non lo sapremo mai. Una proposizione (per

esempio “Ci sono 15.232 pianeti nell’Universo”) può essere vera anche se non

ne abbiamo e non ne avremo mai una giustificazione. ‘Giustificato’ e ‘vero’

non sono sinonimi; anzi, una ragione per cui possediamo il concetto di verità è

precisamente perché ci serve a distinguere tra il modo in cui le cose stanno e il

modo in cui pensiamo che stiano, magari con ottime ragioni.

Le giustificazioni dipendono da molte cose, e quindi non è sbagliato sostenere

che una proposizione può essere giustificata per chi muove da certe premesse

ma non per chi rifiuta quelle premesse; giustificata per chi adotta certi criteri,

ma non per chi li rifiuta. Ma questo non vuol dire che la verità sia a sua volta

relativa a quelle premesse o a quei criteri. Il Cardinale Bellarmino aveva forse

una giustificazione plausibile delle sue credenze geocentriche, ma questo non

implica che quelle credenze fossero vere, o vere per lui ma non per Galileo e

per noi. La relatività della giustificazione non implica la relatività della verità.

D’altra parte, dire che una credenza è giustificata è dire che ci sono delle

buone ragioni per pensare che sia vera. ‘Giustificato’ non è sinonimo di ‘vero’,


114 Compendio di Per la Verità

ma se si ritiene che un’asserzione sia giustificata si pensa che sia vera. Non

si possono prendere le distanze dalla verità dicendo che la tesi che si sostiene

è “soltanto” giustificata: considerandola giustificata ci si impegna a ritenerla

vera.

Non si tratta di un impegno esorbitante: come ho cercato di far vedere, la

verità è cosa banale e quotidiana. Tutti noi conosciamo innumerevoli verità.

Chi pensa diversamente – chi pensa che non conosciamo e non conosceremo

mai alcunché, perché la conoscenza è impossibile – è ciò che si chiama uno

scettico. Forse lo scetticismo non è in senso stretto confutabile, ma è una posizione

debole (come hanno mostrato, fra gli altri, Austin e Wittgenstein) e

piuttosto imbarazzante: implica ad esempio che ogni articolo scientifico, per

essere davvero convincente, dovrebbe contenere una dimostrazione che l’autore

dell’articolo non stava sognando mente conduceva le sue ricerche. Se, per

evitare questo genere di imbarazzi, si rifiuta lo scetticismo, allora si pensa che

la conoscenza sia possibile: e dire che una proposizione è conosciuta è dire, tra

l’altro, che è vera.

In buona parte della filosofia contemporanea e nel discorso comune, la verità

è stata indebitamente drammatizzata: è stata concepita come cosa più che

umana, che instancabilmente perseguiamo senza mai raggiungerla (tanto che,

pensando di fare di necessità virtù, alcuni hanno sostenuto, assurdamente, che

è meglio cercare che trovare). Questa drammatizzazione ha due radici: da un

lato si confonde tra conoscenza e certezza, tra la possibilità di essere in errore

e il fatto di essere in errore. Possiamo sempre sbagliare, ma questo non vuol

dire che sbagliamo sempre, o anche soltanto spesso. Al contrario, abbiamo

ottime ragioni per pensare, fino a prova contraria, che molte nostre credenze

siano semplicemente vere. Dall’altro lato, si generalizzano indebitamente le

difficoltà che abbiamo sempre incontrato nell’acquisizione di vere e proprie

conoscenze filosofiche, etiche, religiose. In questi ambiti, non sono mai state

molte le proposizioni di cui si è pensato che fossero solidamente giustificate

(anche se forse, almeno in ambito filosofico, sono più di quante normalmente

si ritiene). Ma non c’è nessuna ragione di estendere al concetto di verità in

quanto tale il senso di frustrazione generato – a ragione o a torto – dalla ricerca

filosofica o religiosa, e nemmeno di pensare che il concetto di verità riguardi

propriamente soltanto questi ambiti: il concetto di verità è parte della nostra

vita di ogni giorno, e vi si trova perfettamente a casa propria.

Ho poi sostenuto che non è facile dare un senso preciso all’idea della relatività

della verità, cioè alla tesi che una credenza o un’asserzione può essere vera

per X ma non per Y. Si può certamente sostenere la relatività della conoscenza:

che qualcosa sia considerato una conoscenza dipende dai criteri di giustificazione

che si adottano, e non c’è un punto di vista superiore dal quale stabilire


D. Marconi 115

quali criteri sono quelli giusti. Ma tutto ciò non riguarda la verità. Un modo di

dar senso all’idea della relatività della verità è il relativismo concettuale: non

c’è un modo in cui le cose stanno indipendentemente da come le descriviamo;

la verità dipende dallo schema concettuale adottato. Ma forse il relativismo

concettuale corre troppo. Certo, senza la chimica non si potrebbe pensare che

il sale sia cloruro di sodio; ma il fatto che il sale sia cloruro di sodio dipende

dalla chimica? Se non fosse nata la chimica il sale non sarebbe stato cloruro di

sodio? Se questa conclusione non sembra plausibile, allora è meglio dire che il

modo in cui le cose stanno è reso accessibile da una certa concettualizzazione,

anziché dire che dipende da una concettualizzazione.

Molti pensatori ermeneutici o postmodernisti hanno sfruttato il relativismo

concettuale per attaccare la nozione di fatto. Secondo loro, i presunti “fatti” sarebbero

il risultato di operazioni interpretative e relativi ad esse: qualcosa è un

fatto solo per una certa interpretazione. Questo modo di vedere è abbastanza

plausibile quando, parlando di fatti, si hanno in mente fenomeni come la secolarizzazione

o la crisi delle ideologie; è meno plausibile quando si sta parlando

degli umili fatti della vita quotidiana (il fatto che oggi non si sia tenuto il Consiglio

di Facoltà) o della ricerca scientifica (il fatto che 25 soggetti su 36 abbiano

barrato la casella A). Certo, anche dei fatti “umili” si può pensare che non

siano accessibili se non a partire da uno schema concettuale; ma questo non

implica che non ci siano fatti (ma solo interpretazioni, come diceva Nietzsche

e ripetono i postmoderni), o che i fatti siano in qualche modo inconsistenti. I

fatti non diventano meno ostinati perché sono accessibili solo a partire da uno

schema concettuale: non ci sono scelte interpretative che facciano diventare il

sale solfuro di potassio anziché cloruro di sodio, o che facciano sì che i soggetti

che hanno barrato la casella A siano 31 invece di 25.

Infine, ho cercato di mostrare che le diverse forme di pluralismo sono meno

ovvie e meno ovviamente difendibili di come spesso si ritiene, e che comunque

non implicano necessariamente il relativismo. La posizione secondo cui è

bene che si siano molte alternative tra cui scegliere (molti stili di vita, opzioni

etico-politiche, teorie scientifiche diverse), cioè il pluralismo che ho chiamato

dei Cento Fiori, non è per forza una posizione relativistica: per apprezzare

l’esistenza di molte alternative non è indispensabile pensare che abbiano tutte

lo stesso valore. C’è però chi pensa proprio questo: il pluralista dell’equivalenza,

che rifiuta di stabilire gerarchie tra culture, sistemi morali, forme di vita

diverse. Di per sé, neanche questa posizione è relativistica: il pluralista dell’equivalenza

dice che le alternative hanno lo stesso valore, non che una ha valore

per “noi” e un’altra per “gli altri”. Chi si spinge a sostenere anche questo (“I

fini e i valori sono relativi a coloro che li propugnano”) prende una posizione a

cui è difficile attribuire un senso preciso, come già era stato difficile attribuirne


116 Compendio di Per la Verità

uno al relativismo sulla verità. La posizione diventa comprensibile se si pensa

che i valori dipendono dal loro riconoscimento: qualcosa ha valore per qualcuno

solo se, e per il fatto che, è riconosciuto come valido da quel qualcuno

(soggettivismo). Se è così, è chiaro che una stessa azione, o uno stesso oggetto,

può avere valore per me ma non per te. Ma se non ci sono valori intrinseci, la

scelta per un valore piuttosto che per un altro tenderà ad essere concepita come

una questione di gusto, una preferenza determinata causalmente da circostanze

storiche, biografiche o sociologiche. Non ci sono, a parlar propriamente, né

valori né scelte di valore, ma solo fatti e preferenze (nichilismo).

Si capisce allora come sia possibile sostenere che i valori sono posti in essere

dal riconoscimento di qualcuno (sicché sono valori solo per chi li riconosce)

e al tempo stesso esigere il riconoscimento di tutti i valori, anche quelli altrui. Il

fatto è che non ci sono propriamente valori, né propri né altrui, ma soltanto preferenze

determinate da processi causali, e perciò sottratte al giudizio di valore:

come potrei biasimarti perché preferisci il pistacchio al cioccolato? Sei fatto

così! A questo modo, molti ambiti normalmente considerati luogo di valutazioni

e di scelte vengono sottratti alla discussione, perché non ha senso discutere

dei gusti. Quando c’è dissenso e si deve prendere una decisione comune, non

si tratterà di discutere ma soltanto di contarsi.

Tuttavia, non siamo veramente disposti a riconoscere che le valutazioni morali

siano solo espressione di gusti, e che l’imposizione del suicidio alle vedove

sia di per sé altrettanto rispettabile dell’accudimento degli anziani. Il soggettivismo

nichilista fa torto alle nostre intuizioni morali. C’è un modo di riconoscere

i valori altrui senza rinnegare i propri e senza abolire la dimensione stessa del

valore, come fa il nichilismo? Seguendo Isaiah Berlin e Stuart Hampshire, ho

provato a concepire i contrasti di valore tra persone diverse (società diverse,

culture diverse) sul modello dei conflitti di valore interni alla persona singola.

Tutti siamo soggetti di conflitti tra valori a cui siamo ugualmente sensibili

ma che, in determinate circostanze, esigono scelte diverse e incompatibili. A

prima vista, il conflitto tra sistemi morali o forme di vita sembra di tutt’altra

natura: anche se è vero che ci sono valori (quasi) universalmente condivisi, è

ugualmente vero che non siamo necessariamente sensibili ai valori altrui, al

contrario, a volte non li riconosciamo o li aborriamo. Spesso, tuttavia, i conflitti

di valore con comunità o culture diverse dalla nostra riguardano scelte di

priorità differenti tra valori che anche noi riconosciamo: gli Eschimesi lasciano

morire i loro anziani in nome del benessere collettivo della comunità, che

anche per noi è un valore riconosciuto. In casi di questo genere, la discussione

tra culture è tanto giustificata, e anzi naturale, quanto lo è la discussione che

ciascuno di noi svolge con se stesso quando deve stabilire una priorità tra valori

a cui vuol essere ugualmente fedele. In altri casi, invece, lo spazio per la


D. Marconi 117

discussione non c’è. Se evitiamo di imporre con la forza i nostri valori è perché

lo esige il nostro valore della non violenza, non perché rispettiamo valori che

non riconosciamo affatto come tali.

Il relativismo morale sostiene invece che la discussione è impossibile e insensata:

non c’è un punto di vista esterno da cui giudicare un’altra forma di vita.

Così il relativismo morale è condannato ad un’indulgenza universale: non c’è

comportamento, per quanto abominevole, che possa permettersi di condannare,

se solo è riconducibile a un sistema o ad una forma di vita morale “altra”. E del

resto è dubbio che il relativista morale sia nella posizione di poter criticare il

nostro stesso sistema morale. Cosa che invece abbiamo sempre fatto e tuttora

facciamo: la critica non ha bisogno di un punto di vista esterno o superiore. E

come critichiamo il nostro sistema morale, allo stesso modo possiamo criticare

gli altri.

I relativisti di ogni risma ci esortano a diffidare delle pretese di verità. È un

precetto difficilmente applicabile in generale: la nostra vita si basa sul presupposto

che la maggior parte delle affermazioni dei nostri interlocutori siano non

solo sincere, ma vere. E’ certo ragionevole diffidare di chi avanza pretese di

verità in campo etico e religioso, perché in questi ambiti sono poche le opinioni

le cui giustificazioni siano più o meno unanimemente riconosciute come solide.

Ma non c’è ragione di estendere la diffidenza alla verità in generale, o al

concetto di verità. Tutti i giorni abbiamo bisogno della verità, ed è un bisogno

spesso soddisfatto. Perché non riconoscerlo?


Proposizioni, schemi concettuali, circolarità. Un

commento a Per la Verità

Pierdaniele Giaretta

Dipartimento di Filosofia

Università di Padova

k pierdaniele.giaretta@unipd.it

me difficile commentare un libro con il quale, tenendo conto dei

limiti di spazio e dello scopo del volume, mi trovo d’accordo riguar-

E’per

do a molte delle tesi sostenute e al modo in cui sono argomentate.

Sono meno sicuro di condividere le posizioni espresse nella parte che riguarda

i valori e le questioni etiche, ma solo perché questa problematica mi è meno familiare.

In casi del genere si corre il rischio di finire per dire che meglio di così

non si poteva fare o per aggiustare qualche dettaglio qua e là. Vorrei evitare

l’una e l’altra cosa e affrontare tre importanti temi non affrontati nel libro, ma

connessi con quanto vi è detto. Naturalmente non sono sicuro che le direzioni

nelle quali mi muoverò siano condivise dall’autore.

Il primo tema riguarda alcuni aspetti della formulazione dello schema T di

Tarski, da Marconi introdotto con le seguenti parole:

Per Tarski la caratteristica centrale del concetto di verità, il nucleo del

suo modo di funzionare, si può esprimere dicendo che è vero che P se e

soltanto se P (dove P è una qualsiasi proposizione). Per esempio, se è

vero che l’aereo di Ustica è stato abbattuto da un missile, allora l’aereo di

Ustica è stato abbattuto da un missile; e se l’aereo è stato abbattuto da un

missile – se così stanno le cose – allora è vero che è stato abbattuto da un

missile. Questo principio


120 Proposizioni, schemi concettuali, circolarità

(T) È vero che P se e soltanto se P

è generalmente accettato: quasi tutti ritengono che esso esprima la caratteristica

nucleare del concetto di verità. [Per la Verità, p. 6]

In nota Marconi riconosce che il principio T è stato formulato da Tarski in

modo diverso, cioè nella forma:

x è vero se e soltanto se p

dove x è il nome di un enunciato e p la traduzione dell’enunciato nel metalinguaggio

in cui ne parliamo. Tuttavia le proposizioni sono ciò che gli enunciati

esprimono e molti ritengono che siano esse i “primi” portatori della verità o

della falsità. Per questa ragione Marconi dichiara di adottare la formulazione

in termini di proposizioni. Tuttavia non è del tutto chiaro per cosa la lettera

“P” stia nel principio (T). Sta per un enunciato riguardo al quale si assume che

esprima una proposizione? Così sembrerebbe, se T deve essere considerato

uno schema che può essere esemplificato sostituendo “P” con enunciati che

esprimono proposizioni.

La scelta di Marconi presenta vantaggi e limiti che egli non esplicita e, d’altra

parte, non sarebbe stato il caso di esplicitare. Un vantaggio potrebbe consistere

nel fatto che se si parla di proposizioni, si parla di entità alle quali ha

senso attribuire la verità e la falsità per il modo stesso in cui sono concepite,

cosicché talora si dice che un enunciato paradossale non esprime una proposizione.

Ciò non toglie che riguardo alle proposizioni si possano fare assunzioni

che portano a contraddizione, come mostra il paradosso di Russell-Myhill.

A seconda di come venga concepita, in particolare se in modo russelliano

o freghiano, una proposizione può essere identificata con le sue condizioni di

verità o considerata una presentazione delle sue condizioni di verità. In entrambi

i casi, parlare della verità delle proposizioni sembra più semplice che

parlare della verità di enunciati. Per la natura che hanno, le proposizioni non

possono presentare il problema della connessione tra la verità e il riferimento

delle parti componenti: le parti componenti di una proposizione, qualunque

cosa esse siano, non hanno natura linguistica (a meno che non si tratti di proposizioni

che vertono su espressioni linguistiche). Questo è però un limite. Il

solo parlare di proposizioni (intese come ciò che gli enunciati esprimono o potrebbero

esprimere) non permette di sviluppare una adeguata teoria semantica

del linguaggio.

Si può tuttavia basare la verità degli enunciati direttamente sulla nozione

di verità delle proposizioni, senza connetterla con i riferimenti delle parti

subenunciative. Per esempio, si può dire che per definizione:


P. Giaretta 121

l’enunciato x è vero se e solo se x esprime una proposizione e questa è

vera.

Se, usando la variabile proposizionale p, si assume che la proposizione che

p è vera se e solo se è vero che p ed è vero che p se e solo se p, la definizione

potrebbe essere così semplificata:

x è vero se e solo se c’è una proposizione p tale che x esprime che p e

(si dà il caso che) p.

Se si mettono da parte possibili – peraltro non del tutto infondati – dubbi

sull’uso delle variabili proposizionali, ciò sembra costituire un’ulteriore conferma

della stretta connessione tra la verità e il concetto di proposizione: non è

necessario parlare esplicitamente della verità delle proposizioni per introdurre

il concetto di verità di un enunciato.

Intendendo una proposizione come un modo di stare delle cose, la definizione

di verità di un enunciato x può essere intuitivamente elucidata nel modo

seguente:

x è vero se e solo se c’è un modo di stare delle cose che x esprime e le

cose stanno in quel modo.

Se è consistente assumere che x stia per un modo di stare delle cose, sulla

base di tale assunzione si può ottenere:

x è vero se e solo se le cose stanno nel modo in cui x dice che stanno,

cioè si ottiene il bicondizionale tarskiano per gli enunciati nella sua interpretazione

realistica standard.

Secondo tema. Parlare di proposizioni intendendole come modi di stare delle

cose si presta all’obiezione che non ci sarebbe un modo in cui le cose stanno

indipendentemente da uno schema concettuale. Secondo il punto di vista di

Ian Hacking, così come è riportato da Marconi, lo schema concettuale permetterebbe

di determinare quali proposizioni possono essere vere o false (Per la

Verità, p. 61). Hacking parla però di enunciati e ciò suggerisce un legame tra le

nozioni di schema concettuale e di linguaggio. Marconi può non presupporre,

o prescindere da, questa connessione proprio perché parla di proposizioni, cioè

di ciò che gli enunciati esprimono.

Se gli schemi concettuali sono posti in connessione diretta con le proposizioni

si può sostenere che le proposizioni dipendono da uno schema concettuale


122 Proposizioni, schemi concettuali, circolarità

intendendo la dipendenza nel senso che “certe possibilità sono configurabili in

uno schema concettuale ma non in un altro” (p. 62). Marconi aggiunge: “lo

schema concettuale, per dirlo con una formula, non determina come stanno le

cose, ma che tipi di cose ci sono e come possono stare”. E ancora: “il relativismo

concettuale riesce a dare un senso a ‘vero per X’ perché relativizza non le

credenze o i criteri della loro giustificazione, ma l’ontologia: che tipi di cose ci

sono e in quali relazioni possono stare” (Per la Verità, pp. 62-63).

Giustamente Marconi osserva che “il relativismo concettuale è indipendente

dal relativismo epistemico [. . . ] uno schema concettuale determina quali proposizioni

possono essere vere, dopodichè una proposizione sarà vera se dice

che le cose stanno come in effetti stanno” (p. 63). Secondo Marconi il relativista

concettuale ne deriva illecitamente la tesi che “un modo in cui stanno le

cose dipende da una concettualizzazione: non esiste se non per via di quella

concettualizzazione” (p. 64). Sulla base della considerazione intuitiva che il sale

era cloruro di sodio anche al tempo dei Greci, quando lo schema concettuale

introdotto dalla chimica non era disponibile, Marconi conclude che “ciò che è

relativo (ad uno schema concettuale e a chi lo addotta) non è la verità di una

proposizione ma la sua accessibilità” (p. 65). Nel riepilogo finale dice: “[. . . ]

è meglio dire che il modo in cui le cose stanno è reso accessibile da una certa

concettualizzazione, anziché dire che dipende da una concettualizzazione” (pp.

153-154).

La conclusione è ragionevole, ma resta l’impressione che qualcosa di più si

possa e si debba dire. Se il concetto, ad esempio quello di cloruro di sodio, fa

parte della proposizione, sostenere che la proposizione era vera anche prima

che questo concetto fosse disponibile sembra avere come conseguenza che il

concetto di cloruro di sodio esiste indipendentemente dal suo essere afferrato

nel tempo e nelle circostanze rispetto alle quali la proposizione viene valutata.

Così, dal punto di vista secondo il quale i concetti fanno parte delle proposizioni,

la ragione per la quale la verità della proposizione che il sale è cloruro

di sodio non era riconoscibile come vera al tempo dei Greci è che un pezzo di

questa proposizione non era afferrato, o afferrabile date le circostanze storiche.

Se ne segua un certo platonismo dei concetti, è un dubbio che può venire e che

sarebbe interessante esaminare.

Se invece il concetto non fa parte della proposizione, ma viene solo usato

per configurare un modo di stare delle cose, si pone il problema di quali relazioni

ci siano tra i modi di stare delle cose e i concetti mediante i quali questi

possono essere afferrati. In particolare – ci si può chiedere – uno stesso modo

di stare delle cose può essere afferrato mediante concetti diversi? Possiamo

sensatamente ipotizzare l’esistenza di modi di stare delle cose che non sono

afferrabili mediante alcuno schema concettuale? La nozione generale di cosa,


P. Giaretta 123

o di ciò che con essa si intende, fa essa stessa parte di uno schema concettuale?

Limitiamoci all’ultima domanda. Se la nozione generale di cosa fa parte

di uno schema concettuale, allora la nozione di proposizione in quanto modo

di stare delle cose dipende da uno schema concettuale. A questo proposito

sembrano opportune due osservazioni. La prima è che gli schemi concettuali

non sono tutti della stessa natura e dello stesso livello. La nozione di cloruro

di sodio presuppone il genere di cose delle quali si parla in chimica. Questa

particolare specificazione della nozione di cosa deve essere posseduta per

poter comprendere le proposizioni che riguardano il cloruro di sodio. Si può

dire che il suo possesso costituisce una condizione necessaria per l’accessibilità

delle verità che riguardano il cloruro di sodio. La seconda è che nozioni

intuitivamente collegate, ma appartenenti a schemi concettuali diversi, possono

soddisfare condizioni incompatibili. Ad esempio, nello schema A, ma non

in quello B, si ammette che esista, come una ulteriore cosa, la somma di cose

spazialmente isolate. A seconda di quale di questi schemi venga adottato, si

avranno risposte diverse a domande che riguardano il numero delle cose presenti

in una data regione di spazio. Comunque – è stato detto – non è lo schema

che determina la verità o la falsità di una proposizione piuttosto che di un’altra:

vi è uno stesso mondo che può essere descritto in un modo o nell’altro. Le

descrizioni alternative non sarebbero incompatibili, ma solo presupporrebbero

nozioni diverse di cosa. Tuttavia questa risposta non è così ovvia e scontata

come può sembrare di primo acchito. Si potrebbe sostenere – e ciò potrebbe

risultare più plausibile con concezioni più radicalmente diverse di cosa – che

non vi è un mondo descritto in modi diversi, ma vi sono schemi diversi, associati

a mondi diversi, in ciascuno dei quali si può dare un senso a quanto si dice

nell’altro senza però alcuna garanzia che il senso attribuito sia quello inteso.

Forse qualche argomento in più è necessario per escludere questa possibilità.

Terzo tema. La nozione di modo in cui le cose stanno è certamente vaga

e problematica e, inoltre, può suscitare perplessità il fatto che il suo uso nei

bicondizionali tarskiani richieda di ammettere anche modi impossibili di stare

delle cose, poiché si danno anche proposizioni necessariamente false. Ciononostante,

la nozione di modo in cui le cose stanno ha una sua naturalezza

che emerge quando si considera la nozione di prova. Provare che P significa

provare che le cose stanno nel modo presentato dalla proposizione che P. Alternativamente,

la proposizione che P può essere concepita come l’indicazione

di una costruzione (mentale) la cui esecuzione, o possibile esecuzione, fornisce

la verità della proposizione. In questa concezione la verità si identifica con

l’essere provato o provabile. Si tratta della variante più forte del punto di vista

secondo il quale la verità consiste nella giustificatezza.


124 Proposizioni, schemi concettuali, circolarità

La principale critica che Marconi rivolge alla concezione della verità come

giustificatezza nel senso più forte, giustificatezza3, secondo la quale una proposizione

è vera se e solo se è giustificata3, è che questa nozione di verità risulta

circolare poiché:

Il concetto di giustificazione3 presuppone esplicitamente il concetto di

verità. Anzitutto non è caratterizzabile senza usare il concetto di verità:

la verità della proposizione giustificata è condizione necessaria per essere

una giustificazione3. [Per la Verità, p. 13]

In seguito Marconi giunge ad asserire che “ci sono ...buone ragioni per pensare

che qualsiasi concetto di giustificazione sia direttamente o indirettamente

tributario del concetto di verità” (p. 21). La conclusione è che “questo toglie

spazio ai tentativi di definire la verità in termini di giustificazione (cioè porta ad

escludere quello che si usa chiamare un concetto epistemico di verità), perché

la definizione risulterebbe circolare” (p. 21). Credo che sia difficile contestare

l’esistenza di una circolarità, almeno da un punto di vista intuitivo. Tuttavia

sono forse opportune alcune precisazioni.

La prima. Di per sé tale circolarità non destituisce di ogni interesse il tentativo,

che può essere fatto in sede di logica o filosofia della matematica, di

elaborare una teoria della giustificazioni che sia induttivamente fondata su giustificazioni

elementari di base, comunque queste vengano concepite, come prove

di fatti elementari o come costruzioni elementari. I problemi e le difficoltà

che un tale tentativo può presentare non sono tutti riconducibili alla circolarità

del concepire la verità come giustificatezza.

La seconda. Lo schema T è inteso come una condizione o, forse più esattamente,

come un insieme di condizioni che la verità deve soddisfare per poter

essere considerata tale. Se inoltre si ritiene che solo la nozione di verità soddisfi

lo schema T , si ottiene una caratterizzazione della verità che ha l’effetto

di distinguere la verità da altre nozioni in un modo piuttosto chiaro e intuitivamente

convincente. Nel fare ciò si presuppone, da un punto di vista realista,

che varie nozioni, tra le quali la verità, siano già disponibili e il problema sia

quello di isolarle l’una dall’altra. Tuttavia, sembra del tutto naturale ammettere

anche esemplificazioni dello schema T quali:

(è vero che (non è vero che la neve è bianca)) se e solo se (non è vero

che la neve è bianca)

nelle quali lo schema è, per così dire, applicato a proposizioni che già contengono

la nozione di verità. In tali applicazioni dello schema T la verità è anche

un ingrediente delle proposizioni alle quali viene applicata. Se le proposizioni

sono comunque tali da portare un valore di verità ben determinato, non si


P. Giaretta 125

possono dare esemplificazioni paradossali dello schema T. La cosa è ovvia

per l’esempio fatto, ma ci si può chiedere come ciò sia possibile in generale, e

una risposta può essere data solo elaborando una teoria delle proposizioni che

elimini la possibilità di circolarità autentiche.

Ad un livello ancora più fondamentale, la circolarità si presenta invece come

qualcosa di reale e non evitabile. Non si può, ad esempio, parlare seriamente

della verità senza pretendere di dire cose vere riguardo alla verità e quindi senza

presupporre la nozione di verità. L’attività filosofica ha le sue radici nella

circolarità, anche se persegue lo scopo di evitarla nell’analisi dei concetti e delle

loro connessioni. Si può tuttavia mettere in dubbio che questo scopo debba

essere perseguito o sempre perseguito. Quine, ad esempio, ha sostenuto che il

progetto di giustificare il valore conoscitivo della scienza doveva essere abbandonato

per un progetto di comprensione della scienza da realizzare mediante

una indagine delle modalità di formazione della conoscenza scientifica che possa

avvalersi anche dei metodi della scienza stessa. Così i risultati e i metodi

della conoscenza scientifica sono accettati come mezzi che si possono usare

per cercare di comprendere la stessa attività scientifica. Si tratta di una forma

di circolarità che appare difficile da accettare se il progetto di Quine non è del

tutto privo di finalità giustificative. D’altra parte, Quine stesso aveva visto nella

circolarità una ragione di critica di certe nozioni, quale quella di analitico in

quanto non caratterizzabile, in modo non circolare, sulla base di altre nozioni.

Indipendentemente da quello che si può dire riguardo a specifici casi, sembra

emergere un problema generale. Come discriminare la circolarità che si

può accettare da quella che non si può accettare?


Commento a Per la Verità

Andrea Iacona

Dipartimento di Filosofia

Università dell’Aquila

k ai@cc.univaq.it

Per la Verità è un libro chiaro e ben scritto che affronta alcuni problemi

fondamentali relativi alla verità. Quello che lo rende particolarmente

interessante è la sua capacità di dissipare, con grande lucidità, fraintendimenti

ricorrenti che accompagnano questi problemi. Marconi osserva che c’è

una tendenza diffusa a caricare la verità di implicazioni che hanno ben poco a

vedere con la verità, e ritiene che molto del successo del relativismo sia dovuto

a questa tendenza. In un certo senso, quindi, Per la Verità non è un libro sulla

verità, come invece il suo titolo potrebbe suggerire. Marconi non cerca né di

difendere qualche tesi sulla natura della verità, né di discutere o di divulgare tesi

difese da altri. Piuttosto, il libro verte su alcuni luoghi comuni associati alla

verità: sono luoghi comuni che ispirano gli editorialisti, affascinano le persone

colte e riscuotono ampio consenso tra gli studenti di filosofia del primo anno.

Uno di questi è il luogo comune secondo cui “Non ci sono verità assolute”:

nessuna asserzione, credenza o teoria può essere considerata assolutamente vera.

Marconi traccia due distinzioni cruciali. Innanzitutto, la verità non deve

essere confusa con l’accesso alla verità. Coloro che dichiarano che nessuna

proposizione è assolutamente vera, in realtà vogliono dire che nessuna proposizione

è tale che possiamo essere assolutamente certi che sia vera. La retorica

che solitamente accompagna dichiarazioni del genere si fonda sull’idea che la

certezza assoluta sia una faccenda di infallibilità o di non-rivedibilità: ogni

teoria è soggetta a revisione, anche la scienza è fallibile, eccetera. In secondo

luogo, la conoscenza non deve essere confusa con la certezza. Pur concedendo

che nessuna giustificazione esclude la possibilità di revisioni future, questo


128 Commento a Per la Verità

non implica che niente è conosciuto. Quest’ultima conclusione richiederebbe

l’assunzione ulteriore che sappiamo che p solo se la nostra giustificazione della

credenza che p è in grado di resistere a ogni possibile obiezione. In altri

termini, oltre a non esserci alcuna ragione contro la credenza che p, deve essere

impossibile che ci sia una tale ragione. Tuttavia, assumere questo significa

imporre un vincolo troppo forte sulla conoscenza. L’esistenza di un’obiezione

è una cosa, la sua possibilità è un’altra cosa (pp. 21-37).

Un’osservazione che si può fare a proposito della seconda distinzione è che

esiste un modo diverso, forse migliore, di formulare lo stesso punto. Marconi

parla di esistenza e di possibilità di ragioni e obiezioni, ma questo è fuorviante.

Se esistenza e possibilità sono intese in senso non epistemico, non è chiaro quale

sia la differenza tra una ragione esistente e una ragione meramente possibile.

Si potrebbe argomentare che se una ragione è possibile allora esiste. Quindi, il

senso rilevante deve essere epistemico: una cosa è dire che esiste una ragione

contro la credenza che p della quale siamo a conoscenza, altra cosa è dire che

per quanto ne sappiamo potrebbe esistere una ragione contro la credenza che

p. Solo la prima circostanza esclude che sappiamo che p. Supponiamo che al

tempo t ci siano ragioni per credere che p e non ci siano ragioni contrarie di

cui siamo a conoscenza. Allora possiamo essere nell’una o nell’altra di due situazioni

ben distinte: o non esistono ragioni contrarie, oppure esistono ragioni

contrarie delle quali non sappiamo niente a t, ma che potrebbero essere scoperte

in un momento successivo. Dato che a t non siamo in grado di discriminare

tra queste due situazioni, a t non sappiamo se sappiamo che p. Ciononostante,

possiamo sapere che p a t. Sapere che p a t non implica sapere che sappiamo

che p. Quindi il punto può essere formulato come segue. Pur concedendo che

nessuna proposizione è tale che possiamo essere assolutamente certi della sua

verità, non si può inferire da questo che nessuna proposizione è conosciuta, perché

l’inferenza richiede l’assunzione ingiustificata che sapere implichi sapere

di sapere. Presumibilmente sappiamo molte cose senza sapere di saperle.

Un altro luogo comune di cui il libro si occupa è l’idea che il relativismo morale

sia l’unica concezione accettabile per chiunque creda nella democrazia e

nella tolleranza. Si deve alla diffusione di questa idea il fatto che normalmente

sia considerato politically correct ostentare rispetto o comprensione per le tesi

morali più disparate, mentre sia ritenuto “dogmatico” o “fondamentalista” parlare

di cose come i valori o le verità morali. Marconi argomenta, al contrario,

che una posizione assolutista in materia di moralità non è né meno plausibile

del relativismo morale né incompatibile con la democrazia e la tolleranza. Per

sollevare dubbi sulla sostenibilità del relativismo morale, Marconi considera

l’assunzione pluralista che la coesistenza di tante opzioni diverse – stili di vita,

opinioni politiche, teorie scientifiche e così via – sia una cosa buona. Un


A. Iacona 129

punto cruciale della sua discussione è che, anche se si accetta quell’assunzione,

il relativismo morale non ne consegue. Può essere un bene che esistano

tante opzioni diverse, ma questo non significa che ogni opzione debba essere

moralmente equivalente a ogni altra, o che le proprietà morali di ogni opzione

debbano variare da persona a persona (pp. 91-111).

Per ricavare conclusioni del genere si dovrebbe accettare una forma di soggettivismo

secondo cui qualcosa ha valore per una persona se e solo se la persona

la riconosce come dotata di valore. Ma questo, osserva Marconi, è difficile

da giustificare. Un modo in cui il soggettivista potrebbe attribuire senso alla

sua tesi è quello di ridurre le scelte morali a preferenze individuali determinate

da circostanze storiche, biologiche o sociologiche. Secondo questa concezione,

che Marconi chiama “nichilismo”, è un semplice fatto che qualcosa abbia

valore per una persona. In senso stretto, non esistono sono valori. Le persone

prendono decisioni morali più o meno nello stesso modo in cui scelgono le

marche di sigarette o i vestiti. Così come non si può biasimare una persona perché

fuma Camel o porta una maglia nera, non si può biasimare una persona per

avere certi valori piuttosto che altri. Scegliamo quello che scegliamo semplicemente

perché siamo fatti nel modo in cui siamo fatti. L’obiezione principale

che Marconi solleva a questo proposito è che il nichilismo è in conflitto con

le “intuizioni morali”. Noi biasimiamo gli assassini e i pedofili, non vogliamo

che le vedove commettano suicidio e non siamo disposti a lasciare morire gli

anziani per congelamento. Ma se tutte le azioni sono equivalenti in quanto tutte

esprimono preferenze, non c’è modo di rendere conto di questi giudizi (pp.

118-119).

In linea generale, la critica di Marconi al secondo luogo comune è non meno

fondata della sua critica al primo. La sua discussione della questione specifica

del nichilismo, tuttavia, sembra affrettata. Il nichilismo è in grado di resistere

a obiezioni facili basate sull’appello a intuizioni morali. Anche se da un

certo punto di vista è vero che le azioni sono equivalenti se le scelte morali

si riducono a preferenze determinate da circostanze storiche, biologiche o sociologiche,

da altri punti di vista non lo è. Innanzitutto, nella prospettiva del

nichilismo i dati invocati da Marconi, che portano a pensare che le azioni non

siano moralmente equivalenti, possono facilmente essere spiegati. Una preferenza

può essere in conflitto con altre preferenze che sono costitutive della

linea di condotta di una persona, e pertanto essere condannata dalla persona

stessa per questo motivo. Un assassino può biasimare se stesso per aver ucciso

qualcuno se crede, come risultato della sua storia personale, che sia preferibile

non uccidere. Lo stesso vale per la società. Ci sono preferenze condivise

che determinano l’orientamento morale di un’intera comunità, o dalla maggior

parte dei suoi membri. Così, il semplice fatto che molti europei preferiscano


130 Commento a Per la Verità

non forzare le vedove a commettere suicidio sembra sufficiente per spiegare la

nostra disapprovazione del costume di obbligare le vedove a commettere suicidio.

Ovviamente, si potrebbe controbattere che quello che le nostre intuizioni

morali ci inducono a pensare è non solo che un dato costume sia oggetto di

disapprovazione, ma che sia intrinsecamente sbabliato. Tuttavia, è proprio questa

apparenza di valore intrinseco che il nichilismo considera mera apparenza,

spiegandola sulla base di un fatto.

In secondo luogo, anche se si ritiene che le azioni siano equivalenti rispetto

al loro valore intrinseco, questo non esclude che le differenze tra azioni che

emergono da dati come quelli invocati da Marconi possano essere misurate

sulla base di criteri normativi diversi e non riducibili al valore intrinseco. Il

diritto può essere considerato una fonte di normatività che è almeno in parte indipendente

da considerazioni morali, assumendo che sia finalizzato a garantire

sicurezza, benessere e prosperità. Quindi, è coerente con il nichilismo sostenere

che, pur non essendoci alcuna differenza di valore intrinseco tra le azioni

di un pedofilo e quelle di un collezionista di francobolli, solo il primo viola

leggi che sono fondamentali per la preservazione della nostra società. Dunque

il pedofilo, a differenza del collezionista di francobolli, fa qualcosa di sbagliato

in un senso di “sbagliato” non meno ovvio e condiviso del senso morale che ha

in mente il difensore del valore intrinseco.

Tutto questo non significa negare che il nichilismo abbia bisogno di giustificazione.

L’ipotesi che una credenza sia il risultato di un processo causale

storico, biologico o sociologico di per sé non esclude che la credenza possa

essere valutata come vera o falsa sulla base di criteri esterni a tale processo.

Supponiamo che una persona creda che la neve sia bianca e che le balene siano

pesci semplicemente perché è determinata a crederlo dalla sua storia personale.

Questa supposizione non esclude che la prima proposizione sia vera mentre la

seconda sia falsa: la neve è bianca, ma le balene non sono pesci. Il nichilismo,

per come lo presenta Marconi, implica che il caso delle credenze morali sia

diverso, in quanto oltre a essere determinati ad avere certe credenze, non c’è

modo di attribuire verità o falsità a quelle credenze. O almeno, non c’è alcun

criterio esterno paragonabile quello della verità e falsità. Dunque la questione

che sorge spontanea – e che tuttavia il libro di Marconi non affronta direttamente

– è come questa disanalogia possa essere motivata. Perché la credenza

che la neve è bianca dovrebbe essere diversa dalla credenza che l’omicidio è

un male? Perché la proposizione che l’omicidio è un male, pur essendo creduta

da una persona come risultato di un processo causale, non può essere valutata

come vera o falsa?


A. Iacona 131

A meno che qualche buon argomento sia fornito per motivare una risposta a

domande come queste, il nichilismo resta niente più che un’ipotesi coerente.


Paura dei fatti e relativismo “aristotelico”.

Commento a Per la Verità

Giorgio Lando

Scuola Normale Superiore

k giorgio.lando@sns.it

Farò prima qualche osservazione sulla nozione di fatto in Per la Verità.

Nell’ultima parte abbozzerò invece una varietà di relativismo morale che

Marconi non discute.

Quanto ai fatti, Marconi cita criticamente (p. 7) una distinzione tracciata dal

giudice Colombo e dalla Corte Costituzionale tra accertare i fatti e stabilire

la verità, alla luce della quale il compito dei giudici nel processo penale si

limiterebbe all’accertamento dei fatti di reato e delle relative responsabilità,

escludendo la ricerca della verità. Secondo Marconi questa tesi è assurda se

interpretata letteralmente: accertare i fatti – ossia accertare che le cose stanno

in un certo modo – implica accertare che è vero che le cose stanno in quel modo,

e viceversa. Marconi propone invece che, parlando di fatti e non di verità, si

voglia distinguere il modo in cui il processo penale – limitato nei tempi e nei

mezzi – può accertare che le cose stanno dal modo in cui effettivamente stanno.

Mi sembra però ci sia un’altra interpretazione, non meno plausibile e in grado

di spiegare perché si ammettano “i fatti” e non “la verità” nel novero di

ciò che il processo accerta. L’espressione “la verità” spesso designa non una

singola proposizione vera, ma il complesso di tutto ciò che è vero, come nel

passo evangelico “Io per questo son nato [...]: per rendere testimonianza alla

verità” (Gv 18,37). L’interpretazione universalista è favorita in sintagmi come

“rendere testimonianza alla verità”, “ricerca della verità”, “accertamento della

verità” e, nei testi considerati da Marconi, mi sembra resa probabile dall’assenza

di un contesto che circoscriva l’ambito delle verità di cui si parla: non si


134 Paura dei fatti e relativismo “aristotelico”

discute di specifici processi, ma degli obiettivi del processo penale in generale.

Al contrario, difficilmente l’espressione “i fatti” si riferisce alla totalità dei fatti:

l’ambito dei fatti di cui si parla è in genere delimitato, almeno implicitamente.

Se proprio ci si vuole riferire alla totalità dei fatti, lo si dice espressamente:

Wittgenstein scrive nel Tractatus che “Il mondo è la totalità dei fatti” (sezione

1.1) e che “Il mondo è determinato dai fatti e dall’essere essi tutti i fatti” (sezione

1.11). In uno dei pronunciamenti della Consulta (p. 8), la delimitazione

è poi esplicita: ciò che viene contrapposto alla verità sono i “fatti di reato”.

Colombo e la Corte volevano dunque dire che il processo si deve accontentare

di stabilire fatti ben precisi, attinenti ai reati e alle persone oggetto del

processo (chi ha ucciso chi e perché, chi ha rubato cosa e come, e così via) e

non, ad esempio: ricostruire contesti storici, sociali e politici del reato, se non

servono alla determinazione delle responsabilità; indagare su ininfluenti motivazioni

psicologiche del colpevole; seguire piste su reati diversi. Su tutti questi

argomenti si possono dire molte verità, ma non c’entrano con i “fatti di reato”,

o comunque con i fatti rilevanti per i processi.

Non penso però che il problema siano solo le diverse connotazioni delle

espressioni generali “i fatti” e “la verità”. Anche se ammettessimo che tali

espressioni stanno rispettivamente per la totalità dei fatti e per quella delle verità,

ci si può legittimamente chiedere se le due totalità siano altrettanto estese e

se, a seconda delle esigenze teoriche, sia preferibile avere a che fare con l’una

o con l’altra. La risposta a queste domande dipende da cosa si intende per fatto

e mi sembra che nel libro di Marconi convivano due nozioni di fatto. Da una

parte, negli esempi di linguaggio naturale in cui compare la parola “fatto”, si

intende per fatto un modo contingente e concreto in cui le cose stanno. Siamo

all’incirca nell’ambito delle “materie di fatto” che Hume distingueva dalle “relazioni

tra idee” (Ricerca sull’intelletto umano, sezione IV). È ad esempio il

caso degli enunciati in cui Marconi considera la parola “fatto” “ineliminabile”

(p. 76), come “È rischioso negare fatti che sono sotto gli occhi di tutti”.

Dall’altra, ci sono i riferimenti (sempre prudenti) al problema dell’esistenza

dei fatti e della loro natura di entità pleonastiche o meno. I fatti di questo tipo

hanno uno stretto legame con la verità dei portatori di verità, e questo legame

prescinde dall’essere in gioco o meno verità contingenti e cose concrete. Le

ragioni per pensare che esistano fatti di questo tipo stanno prevalentemente nel

dibattito sui fattori di verità, al quale Marconi non fa mai riferimento.

A volte, nel tentativo di mettere ordine tra le varie nozioni di fatto, si parla

di fatti “funtoriali” (cfr. ad esempio la voce Facts della Stanford Encyclopedia

of Philosophy a cura di K. Mulligan e F. Correia). Si tratterebbe delle entità

che corrispondono agli enunciati tali che, aggiungendo ad essi la clausola (il

funtore) “è un fatto che”, si ottiene un’enunciato vero. Marconi parla di questa


G. Lando 135

espressione nelle pagine in cui valuta l’ipotesi che i fatti siano entità pleonastiche

(p. 77). L’impressione che se ne ricava è che i fatti (che siano pleonastici

o meno) sono comunque in stretto legame con i portatori di verità veri, a prescindere

dal loro argomento: dove ci sono verità ci sono fatti. Potrebbe nascere

il sospetto che il funtore, quando applicato ad un enunciato vero, generi sempre

un altro enunciato vero. È legittimo definire la nozione di fatto in modo

che “è un fatto che” funzioni così, ma allora il dibattito sulla natura dei fatti

non potrà più liberamente servirsi di intuizioni semantiche su occorrenze del

termine “fatto” nel linguaggio naturale. Premettiamo ad esempio il funtore ad

enunciati veri non contingenti o che non riguardano entità concrete: “è un fatto

che 2 + 3 = 5”, “è un fatto che gli scapoli non sono sposati”, “è un fatto

che la felicità equivalga al piacere corporeo prolungato”. Posso assentire agli

enunciati senza il funtore, ma avere intuizioni di falsità o inappropriatezza su

quelli con il funtore: pare sbagliato o strano parlare di fatti in questi casi. Se

il funtore è quello del linguaggio naturale, i fatti funtoriali sono in realtà fatti

humeani, e a certe verità non corrispondono fatti funtoriali.

Tra i pochi contesti in cui invece si giudicherebbero veri gli enunciati con il

funtore spiccano i dibattiti filosofici: per alcuni platonisti matematici e oggettivisti

morali, il primo e il terzo esprimeranno le rispettive convinzioni filosofiche.

Anche per questo mi sembra che Per la Verità (dato che sceglie di non

fare del tutto a meno della nozione di fatto) si sarebbe giovato di una migliore

distinzione tra i fatti humeani e i fatti che derivano dal dibattito sui fattori di

verità: nelle sfere del contingente e del concreto l’esistenza dei fatti è meno filosoficamente

controversa che in etica o in matematica; quindi, almeno in alcuni

casi, la “paura dei fatti” può essere più motivata della “paura della verità”.

Passo al relativismo morale. Per Marconi il nichilismo sui valori è uno

sviluppo naturale del soggettivismo (p. 117). Il soggettivista va incontro a tale

sviluppo quando pretende di riconoscere valori diversi dai propri, ossia valori

che non riconosce lui stesso ma che, essendo riconosciuti da altri, diventano

per questo in un certo senso valori per lui. Si può dar senso a tale pretesa solo

con una riduzione causale delle opzioni di valore: i valori di ciascuno sono in

realtà conseguenza di circostanze oggettive come la costituzione fisiologica, il

contesto in cui vive o l’educazione ricevuta. Così i valori vengono assimilati

alle preferenze: in questo consiste il nichilismo.

Penso ci sia un altro modo, aperto sia al soggettivista che all’oggettivista, di

riconoscere alcuni valori altrui. Si riconosce che qualcosa è giusto, è bene, è

doveroso, è un valore per soggetti con una certa identità. Poiché qui i valori sono

per chi ha tale identità e non sono per chi invece non ce l’ha, si tratta di una

forma di relativismo secondo la definizione di Marconi (p. 50). Consideriamo

le convinzioni etiche di un maschilista: per le donne è giusto prendersi cura


136 Paura dei fatti e relativismo “aristotelico”

della casa e della prole; per gli uomini sono invece attività riprovevoli. C’è qui

una componente causale, come nella via che per Marconi porta dal soggettivismo

al nichilismo. La causa è l’identità dei soggetti. La conseguenza non è

però l’inevitabile riconoscimento di certi valori, ma il fatto che i soggetti dovrebbero

riconoscere quei valori e comportarsi di conseguenza. Il maschilista

non ritiene che le donne, per la loro identità sessuale, non possano fare a meno

di riconoscere come valore la cura della casa e della prole; al contrario constata

e depreca che alcune donne non riconoscono affatto questi valori. Dunque i

valori non sono ridotti a preferenze.

Questo tipo di relativismo non è istanziato solo da convinzioni etiche discriminatorie.

Il concetto di identità qui in gioco sarà sufficientemente malleabile

da ricomprendere, ad esempio, le responsabilità familiari e professionali; le

proprietà costitutive di tale identità non dovranno per forza essere necessarie o

invarianti. La tesi aristotelica secondo la quale per tutto ciò che ha una funzione

(ergon) la virtù consiste nell’adempiere ad essa in modo eccellente (Etica

Nicomachea, 1097b, 22 ss.) può forse essere vista come generalizzazione di

questo tipo di relativismo.

Infine, vediamo come questo modo di riconoscere i valori altrui sia aperto

al soggettivista e all’oggettivista. L’oggettivista riterrà che ci siano principi

morali oggettivi che tengono conto dell’identità dei soggetti: “per le donne è

doveroso ...” oppure “se x è una donna, è doveroso per x ...”. Il soggettivista

riconoscerà principi analoghi e il suo riconoscimento li renderà valori per lui

stesso. Egli tenderà a dare a questi principi forma controfattuale (“se io fossi

una donna, sarebbe doveroso per me ...”) e il loro riconoscimento potrà avvenire

mediante forme di immedesimazione, analoghe a quelle che i simulazionisti

descrivono nel dibattito sulla psicologia ingenua. Di contro i principi relativizzati

o condizionali dell’oggettivista potranno costituire una teoria etica che

tiene conto delle identità dei soggetti, analoga alla teoria psicologica che viene

utilizzata nella psicologia ingenua secondo la cosiddetta “teoria della teoria”.

Il relativismo che ho delineato non può ovviamente spiegare in che senso

facciamo nostri valori del tutto estranei, che non colleghiamo all’identità altrui.

Questo non è un difetto agli occhi di chi condivida lo scetticismo di Marconi a

proposito di tali forme ecumeniche di riconoscimento (p. 115).


Risposte ai commenti

Diego Marconi

Dipartimento di Filosofia

Università di Torino

k diego.marconi@unito.it

DANIELE GIARETTA pone una serie di problemi, interessanti e difficili,

che vanno decisamente al di là delle ambizioni e dei mezzi di un libro

come Per la Verità. Certo senza pretendere di risolvere i problemi,

cercherò di dire qualcosa su due dei punti principali toccati da Giaretta: la relazione

tra “modo di stare delle cose” e schemi concettuali e la circolarità delle

analisi, in particolare per quanto riguarda il rapporto tra verità e giustificatezza.

Il relativismo concettuale fa dipendere l’ontologia dallo schema concettuale:

soggetti che dispongono di schemi concettuali diversi “vivono in mondi

diversi”. Ma, sostengo io nel libro, questa idea è profondamente controintuitiva.

Augusto viveva certo in un mondo diverso dal nostro, perché ai suoi tempi

Pompei era un resort in piena attività e molti templi oggi distrutti erano in piedi

e funzionanti, ma non perché, a quei tempi, il sale non fosse cloruro di sodio.

Se è cloruro di sodio oggi, abbiamo ragione di credere che lo fosse anche allora,

nonostante che i concetti di cloro, di sodio ecc. non fossero disponibili ad

Augusto né ai suoi contemporanei, e che quindi nessuno di loro potesse pensare

o dire che il sale è cloruro di sodio. L’essere il sale cloruro di sodio non era

accessibile ad Augusto, ma questo non vuol dire che il sale non fosse cloruro

di sodio per Augusto (in qualunque senso di “per Augusto” più forte di “nell’opinione

di Augusto”). Le cose stavano già così, per quel che ne sappiamo:

non abbiamo ragione di pensare che il sale sia cambiato da allora ad oggi.

A questo punto, Giaretta osserva che il rapporto tra modi di stare delle cose

(per semplicità, d’ora in poi, stati di cose), proposizioni e concetti resta tuttavia


138 Risposte ai commenti

alquanto misterioso. I concetti sono ingredienti delle proposizioni? Se così

fosse, allora se una proposizione è vera anche quando alcuni suoi ingredienti

concettuali non sono disponibili (cioè non sono afferrati, né afferrabili), sembra

seguirne un qualche platonismo dei concetti: i concetti “esistono” in ogni

tempo, anche se non sono sempre afferrati da qualcuno. Se invece i concetti

non sono ingredienti delle proposizioni, ciò comporta ad esempio che uno stesso

stato di cose può essere concettualizzato in modi diversi? E le nozioni di

cosa e di stato di cose sono esse stesse parte di uno schema concettuale?

A me pare anzitutto che l’alternativa di Giaretta si ponga se concepiamo

le proposizioni in modo freghiano, e meno se le concepiamo in modo russelliano.

Le proposizioni russelliane sono condizioni di verità: stati di cose che

possono sussistere o non sussistere. Se è così, sembra bizzarro pensare che le

proposizioni siano costituite di concetti (piuttosto che di oggetti e proprietà);

ma, certo, si possono anche identificare concetti e proprietà, come ad esempio

fa François Recanati (2008). (Ne risulta qualche problema per la nozione di

afferrare un concetto: si possono afferrare oggetti con le mani, ma non è chiaro

che si possano afferrare proprietà con la mente).

Se invece pensiamo le proposizioni come Frege, e diciamo che hanno condizioni

di verità, è più naturale pensarle come costituite di concetti, come infatti

faceva Frege. Il quale era platonico, e pensava che una proposizione potesse

essere vera anche quando i suoi ingredienti concettuali non sono afferrati da

nessuno, e che quindi i concetti fossero abitatori del Terzo Regno. Io, tuttavia,

non credo che, se non si è russelliani e non si pensano le proposizioni come

stati di cose, sia obbligatorio essere platonici come Frege. Io credo che si possa

dire che una proposizione è vera di un mondo – per esempio, del mondo di

Augusto – anche se in quel mondo nessuno la pensa (Marconi, 2006). Non è

obbligatorio pensare che, se è vero del mondo di Augusto che il sale è cloruro

di sodio, allora i concetti di cloro e di sodio devono esserci anche in quel mondo.

I concetti sono nostri, ma si applicano anche all’ambiente fisico in cui si

muoveva Augusto.

I concetti sono ingredienti delle proposizioni (non russelliane)? Su questo

sono neutrale: mi pare che la risposta dipenda da varie altre scelte sull’identità

ontologica dei concetti e delle proposizioni. Se per esempio si concepiscono

le proposizioni come classi di equivalenza di enunciati e i concetti come enti

mentali, i concetti non sono ingredienti delle proposizioni, perché nessuna

entità astratta è un ente mentale. E così via.

In una prospettiva non russelliana, uno stesso stato di cose può essere concettualizzato

in più modi diversi? Intuitivamente, sembrerebbe di sì: per esempio,

lo stesso processo può essere descritto in termini chimici o in termini fisici

(diciamo che è lo stesso processo perché ha una determinata apparenza fenome-


D. Marconi 139

nica e perché, nelle due descrizioni, occupa lo stesso solido spaziotemporale).

Ma, anche qui, la risposta alla domanda dipende da molte scelte, anzitutto sulla

natura degli stati di cose. In una concezione degli stati di cose come quella

del Tractatus, ad esempio, per cui gli stati di cose sono costituiti di oggetti

in relazione fra loro, le eventuali diverse concettualizzazioni sono solo varianti

notazionali l’una dell’altra, perché la differenza può dipendere soltanto dal

fatto che agli stessi oggetti sono stati dati nomi diversi (ma logicamente equivalenti,

e nell’essenziale lo stesso nome; Tractatus, §3.3411). Anche al livello

delle proposizioni non analizzate non sembra esserci spazio per concettualizzazioni

diverse, perché, anche se proposizioni apparentemente diverse possono

risultare descrizioni dello stesso stato di cose, proprio il fatto che siano descrizioni

dello stesso stato di cose dice che, “in realtà”, sono la stessa proposizione

(Tractatus, §3.341). È chiaro che chi pratica il tema dei “livelli di realtà” deve

avere una diversa concezione degli stati di cose. Sull’ultimo punto, se le nozioni

di cosa e di stato di cose siano esse stesse parte di uno schema concettuale:

mi sembra difficile immaginare un linguaggio in cui non si sia in grado di dire

che le cose stanno così e così. Dunque, se si pensa in termini di schemi concettuali,

le nozioni di cosa e di stato di cose, o nozioni analoghe, devono essere

condivise da tutti gli schemi concettuali. Wittgenstein diceva che la realtà, almeno

come noi la pensiamo, è essenzialmente strutturata (“La forma logica è

la forma della realtà”, Tractatus, §2.18); uno schema concettuale minimamente

efficiente dovrebbe essere in grado di dar conto di questo aspetto essenziale della

realtà, e quindi possedere nozioni equivalenti a cosa e stato di cose. Nel libro

sostengo che il concetto di giustificazione sembra essere tributario del concetto

di verità, e questo rende difficile definire la verità in termini di giustificazione,

perché la definizione sarebbe circolare. Aggiungo inoltre che è anche difficile

pensare di eliminare il concetto di verità a vantaggio di quello di giustificazione

(come a volte ha proposto di fare Rorty 1 ), perché l’eliminazione sarebbe solo

apparente. Giaretta propone tre osservazioni.

(1) La circolarità di cui sopra non toglie interesse ai tentativi di elaborare

una teoria della giustificazione fondata induttivamente su giustificazioni

elementari di base.

Certo; né avevo intenzione di negare la possibilità o l’utilità di una tale teoria.

Quello che mi pare discutibile è che le giustificazioni elementari di base siano

considerate concettualmente indipendenti dalla nozione di verità (ho criticato

la posizione di Dummett a questo riguardo 2 ).

1 Rorty (1995).

2 Per la Verità, p. 20.


140 Risposte ai commenti

(2) Il predicato di verità si applica “naturalmente” anche a proposizioni (come

“È vero che la neve è bianca”) in cui la nozione di verità è già coinvolta. Come

sappiamo, queste applicazioni non comportano necessariamente paradossi.

Una teoria delle proposizioni dovrebbe far vedere a quali condizioni

viene eliminata la possibilità di “circolarità autentiche”.

Qui non sono sicuro di capire bene (la mia conoscenza della revision theory

è antiquata e superficiale), ma, per quel che capisco, sono d’accordo; non mi

pare però che questo punto abbia a che fare con la circolarità della definizione

epistemica della verità.

(3) Può la filosofia evitare la circolarità? Per esempio, non è forse vero che

quando parliamo della verità aspiriamo a dire cose vere sulla verità, e

quindi presupponiamo la nozione di verità?

Si potrebbe replicare: quando parliamo della verità diciamo cose che, avendo

a disposizione i relativi concetti, potranno essere valutate come buone o

cattive, giustificate o non giustificate, convincenti o non convincenti, e, tra l’altro,

vere o false. Forse il nostro atteggiamento, l’orientamento della nostra

ricerca quando parliamo della verità, può essere interpretato solo alla luce del

concetto di verità; ma non dovrebbe esserci bisogno del concetto di verità per

comprendere quello che diciamo quando parliamo di verità, se quello che diciamo

costituisce un tentativo di analisi della nozione di verità. Quindi l’esempio

non mi convince. Tuttavia, penso anch’io che la filosofia produca spesso definizioni

circolari, e che non sempre ciò sia disastroso come ci hanno insegnato. Ci

è stato insegnato ad esempio che le definizioni circolari non vanno bene perché

non sono informative. Una definizione dovrebbe consentirci di afferrare il significato

del definiendum grazie alla nostra comprensione del definiens; ma, se

la comprensione del definiens presuppone che si comprenda il definiendum, sapere

che il definiendum equivale al definiens non ci aiuterà a comprenderlo (per

fare il solito esempio: non più di quanto potremmo imparare lo swahili da un

dizionario monolingue swahili). Ma consideriamo certe para-stipulazioni che

si fanno sovente nel discorso filosofico, quando si dicono cose come: Per “mente”

intenderemo l’insieme dei processi cognitivi imputabili al cervello (non è

un esempio serio). Può essere che la nozione di cognizione presupponga una

qualche nozione intuitiva di mente, ma la stipulazione può avere ugualmente

una sua utilità, perché precisa – un po’ – il senso in cui lo stipulatore intende

usare la parola “mente”. In questi contesti informali, in cui si tratta più che altro

di limitare un po’ l’imprecisione di concetti strepitosamente imprecisi, non

mi pare che la circolarità faccia troppi danni. Diversamente stanno le cose, almeno

in prima approssimazione, quando si propone un’analisi, cioè si cerca


D. Marconi 141

di chiarire il senso di un termine così come è usato nel linguaggio corrente, o

nel gergo della filosofia. In questi casi cerchiamo di caratterizzare un concetto

(ad esempio, verità) mediante un altro concetto che si suppone familiare (ad

esempio, giustificazione); ma se il secondo concetto è in realtà compreso attraverso

il primo (giustificare p è produrre ragioni della verità di p; non della

sua bellezza, o interesse, o accettabilità), non sembra che si ottenga nessuna

chiarificazione sostanziale. E’ davvero così? Alcuni, per esempio Davidson,

hanno sostenuto che per molti concetti filosofici fondamentali (tra cui quello

di verità) non si può far di meglio che cercare di esplicitare le loro relazioni

così come risultano dall’uso, corretto dalla riflessione filosofica 3 . Nessuno di

questi concetti è veramente definibile sulla base degli altri: la definizione risulterebbe

circolare. Si può dire, con Davidson, che queste analisi non devono

essere prese come definizioni (risulterebbero circolari), oppure si può dire che,

in questi casi, le definizioni circolari vanno benissimo, o comunque non c’è di

meglio. (In realtà ci sono anche altre ragioni, più formali, per cui le formulazioni

in questione non possono essere considerate definizioni; ma, insomma,

il punto è che queste nozioni vengono (si suppone) chiarite l’una attraverso

l’altra, in modo circolare). Non so se la posizione di Davidson debba essere

accolta, e nemmeno so quale sarebbe eventualmente la formulazione migliore

(“le analisi non sono definizioni” vs. “le definizioni circolari vanno bene”). Se

venisse accolta, cadrebbe il principale argomento di Quine contro la distinzione

analitico/sintetico.

Si può fare una lettura “davidsoniana” delle concezioni epistemiche della

verità? Forse; forse certe posizioni di Dummett potrebbero essere lette a questo

modo. Nel libro mi occupavo di posizioni più brutali e schematiche, e quindi

tendevo ad essere a mia volta brutale e schematico. Tuttavia, resto poco o per

nulla persuaso dell’autonomia del concetto di giustificazione rispetto a quello

di verità, e perciò mi pare che il circolo:

verità → giustificazione → (verità)

sia davvero troppo breve per essere illuminante.

ANDREA IACONA obietta alla mia distinzione tra obiezioni e obiezioni possibili:

“si potrebbe argomentare che, se [un’obiezione] è possibile, allora esiste”.

Questo potrebbe essere interpretato così: un’obiezione che esiste in un

mondo possibile può essere trasferita tal quale al mondo reale, senza perdita

di potere critico. Se l’interpretazione è questa, la tesi è dubbia: dipende da

quanto simile al nostro è il mondo possibile in questione. Un’argomentazione

3 Davidson (1996).


142 Risposte ai commenti

può contare come obiezione a una tesi, oppure no, a seconda di come è fatto

il mondo; per esempio, un’argomentazione che assume certe premesse e la cui

conclusione è ¬A conta come obiezione ad A in un mondo in cui le premesse

sono vere, ma non in un mondo in cui sono false (forse sarebbe più corretto

dire che in un mondo in cui le premesse sono false l’argomentazione non conta

come una buona obiezione; ma credo che questo fosse dato per scontato).

C’è un altro senso di “obiezione possibile”, che cancelli la distinzione tra

obiezione possibile e obiezione effettiva? Si potrebbe dire: una (buona) obiezione

possibile – meramente possibile – è un’obiezione che, nel mondo reale,

non è avanzata da nessuno. In questo caso ad essere possibile non è il contenuto

dell’obiezione né il suo contare come obiezione, ma l’obiezione intesa come

atto linguistico del produrre una certa argomentazione come obiezione ad una

tesi. In questo senso, Iacona ha ragione: che un’obiezione non venga avanzata

non toglie che, per il suo contenuto, essa conti a tutti gli effetti come un’obiezione.

Tuttavia, non era questo che intendevo quando dicevo (ad esempio) che

“la possibilità di un’obiezione non è un’obiezione” 4 . Non intendevo, cioè, che

se un’obiezione non viene di fatto avanzata da nessuno allora non conta come

obiezione. Quello che intendevo è che dal fatto che siano possibili obiezioni ad

una tesi non segue che quelle obiezioni esistano; o, in altre parole, che se anche

non è contraddittorio che ci siano ragioni contro una tesi A, questo non implica

che quelle ragioni ci siano. Non è contraddittorio che ci siano montagne d’oro,

ma questo non vuol dire che ci siano. C’è differenza tra obiezioni e montagne

d’oro? Ci sarebbe, se un’argomentazione che è un’obiezione alla tesi A in un

mondo possibile fosse un’obiezione ad A in tutti i mondi possibili; ma abbiamo

visto che non è così.

Detto tutto questo, trovo che la riformulazione proposta da Iacona abbia

dei pregi. Per Iacona, il punto è epistemologico. Mettiamo che al momento

t crediamo in una certa tesi A per certe ragioni, e non ci risulti che ci siano

ragioni in senso contrario. Queste ragioni in senso contrario possono esserci o

non esserci, ma in ogni caso noi non siamo in grado di discriminare tra le due

eventualità. Quindi, dice Iacona, al momento t non sappiamo se sappiamo che

A. Ma questo non vuol dire che non sappiamo che A, perché sapere che A non

implica sapere di sapere che A, e quindi, per contrapposizione, non sapere di

sapere che A non implica non sapere che A.

L’argomento, così com’è, assume che abbia ragione Tim Williamson a rifiutare

il “principio di luminosità”:

K(p) → KK(p),

4 Per la Verità, p. 75.


D. Marconi 143

la qual cosa forse non può essere data per scontata. Ma l’argomento può essere

formulato anche facendo a meno di quest’assunzione. Dato che noi abbiamo

ragioni per credere che A e, per quel che ne sappiamo, è possibile che A sia

vera, allora è possibile – per quel che ne sappiamo – che sappiamo che A: la

nostra credenza che A può essere sia vera, sia giustificata (per quel che ne

sappiamo). E quindi (questa è la conclusione che mi premeva raggiungere)

sarebbe irragionevole indebolire la nostra credenza che A, dato che abbiamo

buone ragioni per credere che A e non ne abbiamo, invece, per escludere che

A sia vera e quindi per escludere che la nostra credenza che A costituisca una

conoscenza. Pensare diversamente è confondere conoscenza e certezza.

Vengo alla seconda parte del commento di Iacona, a proposito del nichilismo.

Il nichilismo fa delle opzioni morali una questione di preferenze personali,

e radica le preferenze nella biologia, nella storia e nella cultura. Nel libro,

una delle obiezioni che rivolgo al nichilismo è che esso “non va d’accordo con

alcune nostre intuizioni morali”: in realtà, non siamo disposti ad ammettere

che l’imposizione del suicidio alle vedove sia altrettanto rispettabile dell’assistenza

agli anziani. Su questo punto, Iacona fa due osservazioni. La prima: le

presunte intuizioni morali sono a loro volta suscettibili di analisi nichilistica;

possono essere considerate nient’altro che l’espressione di radicate preferenze.

La seconda: le massime e i comportamenti che le nostre (presunte) intuizioni

morali respingono possono essere rifiutati anche su una diversa base, ad esempio

perché incompatibili con la sicurezza, il benessere e la prosperità della

comunità (incompatibilità che è sancita dal diritto). Sulla seconda obiezione,

che mi pare una variante della posizione utilitaristica, senza stare a ripetere le

tradizionali obiezioni all’utilitarismo, mi limito ad osservare che, nei casi degli

esempi, non sembra esserci proporzione tra il danno (comunque modesto) che

quei comportamenti arrecano alla sicurezza ecc. della comunità e l’indignazione

che suscitano in noi. L’abbandono eschimese dei vecchi può persino essere

considerato di beneficio alla comunità 5 ; in ogni caso, pare difficile motivare il

suo rifiuto con ragioni utilitaristiche. Sulla prima osservazione, non ho molto

da dire. Tentativi di riduzione del tipo di quelli a cui Iacona accenna ci sono

sempre stati, e sono tuttora in corso, oggi soprattutto in versioni evoluzionistiche

e/o neuroscientifiche. Sono spesso interessanti (ci insegnano varie cose

sulla nostra specie), ma, finora, non hanno indotto a trattare l’istanza normativa

morale come un epifenomeno. La cosa può anche essere messa nei termini

in cui la mette Iacona: se anche l’operazione di naturalizzazione superasse le

difficoltà teoriche ed empiriche che incontra e avesse pieno successo, “che una

credenza sia il risultato di un processo causale storico, biologico o sociologico

di per sé non esclude che la credenza possa essere valutata come vera o falsa

5 Per la Verità, p. 125.


144 Risposte ai commenti

sulla base di criteri esterni a tale processo”. Una volta che avessimo stabilito,

mettiamo, che la nostra specie è “naturalmente” altruista e cooperativa, resterebbe

aperto il problema se si debba essere altruisti e cooperativi. Il problema

cadrebbe (forse; non ne sono del tutto sicuro) se ci fossero buone ragioni per

pensare che i giudizi morali, diversamente dalla proposizione che la neve è

bianca, non possono essere valutati come veri o falsi. Emotivisti e neopositivisti

si sono a suo tempo impegnati nel produrre queste ragioni, ma i loro

tentativi non sono risultati del tutto convincenti, e oggi sono poco condivisi.

D’altra parte, se i giudizi morali possono essere veri o falsi, come mai sembra

esserci così poco consenso sul loro valore di verità? 6 . A questa domanda – che,

si noti, muove da una constatazione precisamente opposta a ciò che i progetti

di naturalizzazione danno per scontato – sono state date varie risposte, ma la

questione mi pare aperta.

Trovo che GIORGIO LANDO abbia sostanzialmente ragione quando osserva

che in Per la Verità la nozione di fatto non è usata in modo del tutto chiaro, né

(probabilmente) in modo coerente. Da un lato si parla di fatti come di “modi

contingenti e concreti in cui le cose stanno”, matters of fact humiane o qualcosa

del genere; dall’altro si sostiene che è difficile fare a meno della nozione

di fatto, perché la trasformazione “è un fatto che ...” può essere applicata a

qualsiasi enunciato dichiarativo, e quindi rinunciare ai fatti comporterebbe rinunciare

ad usare enunciati dichiarativi. Ma è chiaro che i fatti (pleonastici?)

generati dalla trasformazione “è un fatto che ...” non sono necessariamente

modi contingenti e concreti in cui le cose stanno: possiamo dire sensatamente

“È un fatto che la felicità equivale al piacere corporeo prolungato” (esempio di

Lando), ma che la felicità equivale ecc. può difficilmente essere considerato un

modo concreto e contingente in cui le cose stanno (quali cose?). Dunque, delle

due l’una: o un enunciato come “È un fatto che la felicità equivale al piacere

corporeo prolungato” viene considerato falso (ma non perché la felicità non

equivalga al piacere corporeo prolungato), o i fatti in generale non sono “modi

contingenti e concreti in cui le cose stanno”.

Un esito di questa dialettica sembra essere, in ogni caso, che non è legittimo

fare appello all’applicabilità incondizionata della trasformazione “E’ un

fatto che ...” per sostenere l’indispensabilità dei fatti nel primo senso. Come

ho detto, l’obiezione mi sembra convincente. Naturalmente, questo non vuol

dire che la nozione di fatto (nel primo senso) non abbia una solida base intuitiva:

che ci sia un “modo in cui le cose stanno” è parte integrante di quella

che ho chiamato “l’intuizione realista”. Si può fare a meno di quella nozione

6 Per la Verità, pp. 40-41.


D. Marconi 145

solo se si rinuncia all’intuizione realista. I nemici dei fatti, postmodernisti ed

ermeneutici, dicono di essere prontissimi a farlo; se poi ci riescano davvero, è

un’altra faccenda (ho citato alcuni esempi che sembrano indicare il contrario;

Per la Verità, pp. 78-79). Ma non si può sostenere che sono impiccati ai fatti

dall’universale applicabilità della trasformazione “È un fatto che ...”.

L’altra obiezione di Lando mi convince molto meno. Lando sostiene che si

riconoscono valori altrui quando si asserisce che “qualcosa ...è doveroso, è un

valore, per soggetti con una certa identità”. Per esempio, un maschilista potrebbe

sostenere che è giusto per le donne (ma non per gli uomini) prendersi cura

della casa e della prole. Prendersi cura della casa e della prole è un valore per

le donne perché hanno quella determinata identità (sono donne); questo non

vuol dire che si prendano cura di tutto ciò per necessità naturale, cioè che siano

forzate a farlo, ma piuttosto – così sostiene il maschilista – che esse dovrebbero

riconoscere quel valore e comportarsi di conseguenza. A me pare che qui ci sia

di mezzo una confusione. Che cosa vuol dire che è un valore per le donne prendersi

cura della casa? Potrebbe voler dire che è bene che le donne si prendano

cura della casa. Ma questa è un’asserzione assolutistica: è l’affermazione di

un valore, che non comporta alcun riconoscimento di valori altrui. Non è questo

che Lando ha in mente. Potrebbe voler dire, in secondo luogo, che le donne

pensano che sia bene che si prendano cura della casa (prendersi cura della casa

è un valore per le donne nel senso che, secondo le donne – nella loro opinione

– è qualcosa che le donne dovrebbero fare). Affermare che le donne pensano a

questo modo (vero o falso che sia) è, in un certo senso, riconoscere un valore

altrui 7 ; ma non è il senso pertinente alla discussione di cui mi occupo. Non c’è

nessuna difficoltà a riconoscere che qualcuno pensa, a differenza di noi, che –

mettiamo – la supremazia della razza bianca o il sangue e il suolo siano valori;

ma questo non è riconoscere valori altrui nel senso in cui ne parlo nel libro 8 e in

cui certi relativisti vogliono sostenere che è possibile riconoscere valori altrui.

Del resto, nemmeno questo è ciò che Lando sembra avere in mente. Quello che

ha in mente è che (per il maschilista, s’intende) le donne dovrebbero pensare

che devono prendersi cura della casa; cioè, le donne dovrebbero riconoscere

come valore il prendersi cura della casa. Questo, a me pare, non è riconoscere

valori altrui, ma asserire che è un valore (proprio? assoluto?) che qualcun

altro riconosca qualcosa come valore, che lo faccia o no. Se anche la maggior

parte delle donne non si sognasse di considerare un valore il prendersi cura

della casa, il maschilista potrebbe ugualmente sostenere che è un valore che lo

considerino come valore. Non c’è qui nessun riconoscimento di valori altrui;

c’è piuttosto l’assegnazione ad altri di un valore. Giustamente Lando richiama

7 Per la Verità, p. 114.

8 Per la Verità, pp. 114-115.


146 Risposte ai commenti

l’idea aristotelica della virtù come adempimento eccellente della propria funzione.

Assegnare a ciascuno la sua propria virtù è decidere che cosa ciascun

essere (che abbia una funzione) deve considerare come valore, data la sua funzione;

non è riconoscere, e tanto meno rispettare l’opinione di altri sul Bene,

o sul proprio bene, come vorrebbe il relativista, ma attribuire a ciascuno il suo

bene, qualunque cosa ne pensi l’assegnatario. È vero che, come dice Lando, il

maschilista coerente accetterebbe il controfattuale “Se io fossi una donna, sarebbe

doveroso per me prendermi cura della casa”; ma, così facendo, egli non

riconoscerebbe un valore altrui, bensì riconoscerebbe che, se fosse X, sarebbe

vincolato ai valori e agli scopi che lui ha assegnato a X. Insomma, riconoscere

un valore di X non può voler dire assegnare a X certe finalità qualunque cosa

ne pensi X stesso.

Bibliografia

Davidson D. (1996). The folly of trying to define truth. The Journal of

Philosophy, 93(6), 263–278. Ristampato in Davidson (2005, cap. 2).

Davidson D. (2005). Truth, Language, and History. Oxford University Press,

Oxford.

Marconi D. (2006). On the mind dependence of truth. Erkenntnis, 65(3), 301–

318.

Recanati F. (2008). Philosophie du langage (et de l’esprit). Folio essais.

Gallimard, Paris.

Rorty R. (1995). Is truth a goal of enquiry? Davidson vs. Wright. The

Philosophical Quarterly, 45(180), 281–300.


Parte IV

Recensioni


Paul Horwich, Truth, Oxford University Press,

Oxford, 1998, II edizione

.

Luca Bellotti

Dipartimento di Filosofia

Università di Pisa

k lucabellotti@quipo.it

si pone come obiettivo principale di dissolvere quelli che

ritiene essere due fondamentali fraintendimenti, collegati tra loro,

sulla nozione di verità: che tale nozione abbia una struttura

L’autore

nascosta che deve essere indagata, e che la spiegazione di certi

basilari principi filosofici (in logica, semantica ed epistemologia) dipenda

dalla scoperta di questa struttura.

La funzione della verità, egli sostiene, non è quella che potrebbe apparire: il

predicato “... è vero” non deve essere inteso come attribuente una particolare

proprietà ad un certo tipo di entità, quanto invece come un predicato che svolge

soltanto un ruolo “logico”. Tale ruolo emerge (come già Quine aveva mostrato

– si veda Quine (1970)) in quei casi in cui si vuole assumere un atteggiamento

nei confronti di una o più proposizioni, pur trovandosi in una condizione di

ignoranza su quali siano esattamente le proposizioni di cui si tratta (o perché

possiamo indicare solo indirettamente la singola proposizione che ci interessa,

o perché vogliamo generalizzare su infinite proposizioni). In questi casi, la

nozione di verità ci consente di costruire un’altra proposizione, strettamente

collegata con quella o quelle originarie, che svolge efficacemente e appieno il

ruolo di oggetto alternativo del nostro atteggiamento.

Che cosa permette alla nozione di verità di svolgere questo ruolo? La risposta

dell’autore è che, per ogni enunciato dichiarativo p, il nostro linguaggio ci

fornisce un enunciato equivalente, che è il seguente:


150 Recensione di Truth

La proposizione che p è vera.

Si noti che, in quest’ultimo enunciato, quello originario è stato trasformato

in un’espressione nominale, e il predicato di verità svolge soltanto il ruolo di

“denominalizzatore”, permettendo di riottenere un enunciato (che queste mosse

possano essere più problematiche di quello che sembra, è stato sottolineato da

Davidson – si veda Davidson (1996)). Tutto quello che ci serve, dunque, è

qualcosa del genere (“MT” sta per “minimal theory”):

(MT) La proposizione che i quark esistono davvero è vera se e solo se i quark

esistono davvero, la proposizione che mentire è male è vera se e solo se

mentire è male, ... e così via.

Il punto è che, secondo l’autore, sulla nozione di verità non c’è bisogno di

assumere niente di più di questo. In altre parole, tutte le funzioni teoriche della

verità possono e devono essere spiegate su questa base – mentre ogni tentativo

di vera e propria analisi concettuale della “proprietà” di essere vero è destinato

al fallimento.

Si tratta, chiaramente, di una visione di tipo deflazionistico. In varie forme,

e con differenze anche rilevanti (alle quali non possiamo neppure accennare

qui), tali concezioni della verità hanno in realtà una lunga e nobile storia: si

pensi a Frege, Wittgenstein, Ramsey, Ayer, Strawson, Quine, e, in tempi più

recenti, tra altri, Field e Brandom. Lo scopo dichiarato dell’autore è di difendere

una forma particolare di questa concezione, dando risposte esplicite a tutte

le principali questioni che tradizionalmente erano state poste con l’intento di

mostrare la sua insostenibilità, e facendo vedere che essere deflazionisti non

significa affatto rinunciare a spiegare il ruolo della nozione di verità nei più

diversi contesti. Si noti che, al contrario di alcuni degli autori menzionati, Horwich

non è ridondantista, né sostiene che il predicato di verità serve per effettuare

atti linguistici non assertori: al contrario, mediante il predicato di verità

costruiamo vere e proprie asserzioni sulle proposizioni a cui lo applichiamo, e

tale predicato esprime un costituente proposizionale irriducibile.

La specifica versione di deflazionismo che l’autore difende è da lui chiamata

“teoria minimale”, per cui possiamo chiamare “concezione minimalista” della

verità l’articolazione e la difesa di questa teoria. La teoria minimale della verità

non contiene altro che ciò che è espresso da esempi non controversi del

seguente schema di equivalenze:

(E) È vero che p se e solo se p.

O anche (scrivendo “〈p〉” per “la proposizione che p”):


L. Bellotti 151

(E ′ ) 〈p〉 è vero se e solo se p.

La tesi fondamentale è che si possano spiegare tutti i fatti rilevanti riguardo

alla nozione di verità semplicemente sulla base della teoria minimale. Questo

obiettivo può diventare ragionevole se, come l’autore, si ritiene che il grosso

del lavoro esplicativo riguardo al rapporto tra la verità e altre fondamentali

nozioni (ad esempio quelle coinvolte nella questione del realismo, nel senso

più generale) sia svolto da opportune teorie su queste altre nozioni, riducendo

al minimo il peso che grava sulla nozione di verità: l’intento è di mostrare che

la rilevanza di una teoria della verità sta proprio nel suo rivelare, in qualche

misura, l’irrilevanza della nozione di verità.

Le principali tradizionali concezioni della verità (corrispondentismo, coerentismo,

pragmatismo, verificazionismo, cui l’autore aggiunge la concezione

per cui la verità sarebbe una qualità assolutamente inanalizzabile – mentre egli

riconosce correttamente che la “concezione semantica” tarskiana è su un altro

piano e non può essere messa accanto a queste) non negano lo schema di equivalenze

(E), quanto piuttosto lo ritengono insufficiente, per una ragione o per

l’altra. È proprio questa presunta insufficienza a essere negata dal minimalismo.

Ci sono vari gradi di “impegno teorico” che una teoria può avere riguardo alle

fondamentali questioni tradizionali connesse alla nozione di verità: l’autore

dichiara subito che il grado di impegno della sua teoria vuole essere il minimo

possibile. Pertanto, il minimalismo non vuole contenere altro che lo schema di

equivalenze (E) (in particolare, esso nega che ci si possa ridurre a una teoria

finita non banale ed esplicita della verità, che si possa dare un’analisi concettuale

di questa nozione, e che essa sia inestricabilmente legata ad altre nozioni,

semantiche o meno); non vuole coinvolgere entità intensionali nel trattamento

dei proferimenti (“utterances”); non vuole essere composizionale (nel senso

specifico che non si assumono certi principi che collegano verità, riferimento e

soddisfacimento, mentre invece si cerca di ottenerli a partire dalla teoria minimale

della verità insieme a opportune teorie minimali delle altre nozioni); non

vuole considerare la verità come una proprietà complessa (e quindi articolabile,

come nelle concezioni tradizionali) o naturalisticamente spiegabile; infine, non

vuole avere intenti eliminativi riguardo alle attribuzioni di verità. Il punto, per

il minimalismo, è che prima vengono le equivalenze, poi viene tutto il resto;

ogni altra concezione è difettosa, non perché “falsa”, ma in quanto rovescia il

corretto ordine esplicativo.

La struttura del libro (quasi sempre di agevole e piacevole lettura, grazie

allo stile chiaro, diretto e coinvolgente dell’autore) è articolata in un capitolo

di introduzione generale, seguito da altri sei capitoli, costituiti da più o meno

approfondite risposte a trentanove domande (in totale) che l’autore formula,

domande sia di carattere generale, tipiche nell’ambito della letteratura (immen-


152 Recensione di Truth

sa e sempre crescente) sul problema della verità, sia più specificamente aventi

il carattere di obiezioni alla concezione minimalista e a certe sue possibili conseguenze.

Questa seconda edizione è uscita a otto anni dalla prima (in contemporanea

all’altro importante volume dell’autore sulla questione del significato:

Horwich (1998)), in seguito al grande successo che ad essa aveva arriso (ne esiste

anche una traduzione italiana, di Massimo Dell’Utri, pubblicata da Laterza

nel 1994, con un nuovo Poscritto dell’autore). Essa contiene alcune modifiche

rispetto alla precedente (ad esempio, sulle questioni dei paradossi semantici,

della vaghezza, della teoria della verità per i proferimenti, della nozione di

corrispondenza ai fatti) e un approfondito Poscritto (che rielabora, con qualche

omissione e qualche aggiunta, quello che si trova nella traduzione italiana

della prima edizione), in cui si tiene conto delle numerose discussioni critiche

che avevano seguito la comparsa della prima edizione. Naturalmente, ci limiteremo

in questa sede a uno sguardo generale, soffermandoci solo su qualche

esempio, e segnalando quelle che a nostro parere sono alcune difficoltà di base

non risolte.

Le aree tematiche dei capitoli (dopo il primo, introduttivo) sono le seguenti:

la questione di quale sia la formulazione precisa e corretta della teoria minimale;

il ruolo esplicativo del concetto di verità; le questioni riguardanti il rapporto

tra verità e metodologia delle scienze (con particolare attenzione al ruolo di

tale nozione nelle dispute sul realismo scientifico); le questioni sul ruolo della

verità in ambito semantico e logico; le difficoltà riguardanti l’adozione delle

proposizioni come portatori fondamentali di verità, e quelle riguardanti una

teoria minimale per i proferimenti; infine, la possibilità di conciliare la visione

deflazionista con l’intuizione corrispondentista di base.

Lo scopo del secondo capitolo è di caratterizzare, nel modo più preciso possibile,

la teoria minimale, e di difenderla dalle più classiche obiezioni contro le

teorie deflazioniste in genere. Sorgono qui tre problemi, a nostro parere particolarmente

scottanti, su cui torneremo alla fine: (1) l’impossibilità di una formulazione

esplicita della teoria minimale; (2) il rifiuto di prendere la via di Tarski,

cioè di definire la verità per un linguaggio, e definirla in termini di riferimento

e struttura sintattica; (3) la questione delle limitazioni alla teoria minimale

imposte dal paradosso del Mentitore (e dai paradossi semantici in genere). Nel

terzo capitolo, sul ruolo esplicativo del concetto di verità (per esempio, per la

funzione delle credenze vere nell’azione, o in ambito epistemologico), l’autore

intende mostrare che questo ruolo (che senz’altro deve essere riconosciuto) non

richiede una teoria della struttura profonda della verità: le equivalenze bastano.

Il quarto capitolo si sposta sugli usi filosofici della nozione, in particolare nei

dibattiti sul realismo. La tesi dell’autore è che la centralità della nozione di

verità rispetto alla questione del realismo (e alle questioni connesse) sia illuso-


L. Bellotti 153

ria: il problema non riguarda la verità, né una sua presunta essenza nascosta,

e anzi, questa nozione (nella misura in cui è impiegata in quest’ambito ragionevolmente

e nei suoi limiti) è interamente spiegata nelle sue funzioni dalla

teoria minimale. Una simile tesi è sostenuta, nel capitolo quinto, riguardo ad

alcuni problemi specificamente semantici, in particolare la caratterizzazione

della comprensione degli enunciati, la fondazione della logica (e la scelta di

una logica rispetto a un’altra), i nomi non denotanti, la vaghezza, la natura delle

asserzioni valutative. Qui l’autore introduce esplicitamente il tema (classico)

del significato come uso, che tornerà molte volte in seguito nel libro, e che è

oggetto dell’altro suo lavoro (vedi sopra). La tesi di fondo (difesa qui contro

alcune classiche obiezioni) è che la comprensione di un enunciato non consiste

nell’esplicita conoscenza delle sue condizioni di verità (benché ci sia di solito

coincidenza tra i due fenomeni), ma invece nella comprensione delle parole e

della struttura sintattica dell’enunciato, vale a dire nella conoscenza del loro

contributo all’uso corretto di tutti gli enunciati in cui compaiono (condizioni

di asseribilità, etc.). Il sesto capitolo ha come oggetto le questioni che sorgono

dall’assunzione delle proposizioni come portatori di verità, e dal tentativo di

estendere ai proferimenti la teoria minimale (concepita, appunto, per le proposizioni).

L’autore ritiene che la verità vada attribuita in primo luogo agli oggetti

degli atteggiamenti proposizionali, e i ben noti problemi sull’esistenza e la natura

delle proposizioni vengono affrontati a partire da un esame della forma

logica delle attribuzioni di credenza. Quanto all’idea che la nozione stessa di

proposizione, in realtà, presupponga quella di verità, l’autore ricorre alla sua

concezione del significato come uso (con la connessa nozione di asseribilità),

evitando così ogni circolarità (a che prezzo, rimane non del tutto chiaro). Per

ogni evenienza, si mostra comunque su quali linee si possa sviluppare una teoria

minimale della verità direttamente per i proferimenti, senza ricorrere alle

proposizioni. Per quanto riguarda, infine, l’intuizione della corrispondenza,

trattata nel capitolo settimo, il punto è che essa contiene in realtà due aspetti

distinti: che le verità corrispondono ai fatti, e che tale corrispondenza è l’essenza

della verità; ora, il minimalista non ha problemi ad ammettere il primo

aspetto, ma nega recisamente il secondo. Anche le altre nozioni semantiche

(riferimento, soddisfacimento, etc.) hanno bisogno di teorie deflazioniste e irriducibili,

ed è illusoria, secondo l’autore, la pretesa di ridurre la nozione di

verità ad esse, come pure è illusorio cercare una riduzione naturalistica di tutte

queste nozioni. Bisogna saper accettare queste teorie così come sono: prima

vengono i principi di equivalenza (pur nella loro banalità), poi deve seguire il

resto, comprese le proprietà che i corrispondentisti attribuiscono (giustamente)

alla verità.

Il Poscritto difende ulteriormente il minimalismo, prendendo in esame e


154 Recensione di Truth

cercando di rigettare ulteriori obiezioni ad esso dirette (da autori come Gupta,

Field, Davidson, Wright, Dummett e altri), o approfondendo alcune risposte

date già nel testo principale. L’autore ritorna, in particolare, sulla tesi per cui le

equivalenze sono sufficienti ad individuare l’uso del predicato di verità; sulla

scelta delle proposizioni come portatori (principali) di verità; sulla questione

della natura della verità stessa, in quanto distinta (se possibile, e questo è discutibile

da un punto di vista minimalista) dalla natura del nostro concetto di

verità; sul carattere normativo della verità; infine, sul problema se essa sia una

proprietà, e in che senso lo sia. Particolarmente interessanti, a nostro parere,

sono qui alcune osservazioni, che fanno riemergere in modo chiaro i tre problemi

sopra indicati a proposito del secondo capitolo, problemi di cui diremo

subito. Horwich asserisce che ciò che costituisce il significato di “vero” è la

nostra disposizione ad accettare quegli esempi dello schema di equivalenze che

possiamo formulare, e ribadisce che non possiamo non avere infiniti assiomi,

in modo irriducibile (da cui sorge la questione immediata di come si possano

esprimere vere e proprie generalizzazioni sulla verità). Inoltre, l’autore osserva

che una strategia di riduzione di tipo tarskiano non può funzionare, a causa dell’infinità

dei possibili primitivi, e che ogni spiegazione delle equivalenze non

potrebbe che contenere a sua volta infiniti elementi (di nuovo, irriducibilmente),

perché dobbiamo spiegare il comportamento di infiniti costituenti proposizionali

diversi. Infine, egli ammette che dobbiamo in qualche modo restringere la

classe degli esempi di equivalenze, per evitare i paradossi semantici, ma non

dà alcuna indicazione su come farlo.

Il problema fondamentale della teoria minimale come teoria della verità,

espresso in termini brutali, è che essa sembra avvicinarsi pericolosamente alla

non esistenza, in quanto teoria. L’autore non si fa troppi problemi di fronte a

questo, riconoscendo esplicitamente, e anzi difendendo, proprio il suo carattere

di lista irriducibile (ma non è affatto chiaro come caratterizzare gli esempi dello

schema che possiamo formulare – che cosa significa, qui, “possiamo”?). Malgrado

tutto, resta alla fine il ricordo spiacevole del celebre paragone di Wilfrid

Sellars (citato dall’autore, p. 107) tra le teorie di tipo minimalista (in generale),

con questo loro carattere irriducibilmente “a lista”, e gli elenchi telefonici. Se

questo paragone può forse essere ingiusto nei confronti della teoria difesa in

questo volume, nondimeno ci risulta difficile trovare, tra tutte le risposte che

vi vengono date alle differenti obiezioni, una replica davvero convincente alla

difficoltà (seria) ad esso sottesa.

Un secondo problema è che la negazione della possibilità stessa di adottare

una qualche strategia “tarskiana” di riduzione sembra troppo forte. L’autore

giustifica tale negazione sulla base della sua scelta delle proposizioni come portatori

di verità, e del carattere assoluto (non relativo a un linguaggio) che la sua


L. Bellotti 155

teoria vuole avere, al contrario di quella di Tarski; ma qualcuno potrebbe vedere

nell’irriducibilità che ne risulta piuttosto una ragione contro queste scelte.

Più in generale, non convince l’idea che il problema, per qualsiasi strategia di

riduzione teorica, sia il fatto che i possibili primitivi sono infiniti, così come

non sembra che la necessità di spiegare il funzionamento di un’infinità di costituenti

proposizionali diversi comporti, di per sé, il carattere irriducibilmente

infinito di qualsiasi possibile spiegazione delle equivalenze (a meno che non si

assuma già una qualche tesi minimalista in tal senso). Certo che, in una prospettiva

(in senso lato) tarskiana, dovremo sempre considerare di volta in volta

linguaggi diversi, e non può esserci nessun linguaggio onnicomprensivo, tale

che una definizione di verità per esso equivalga a una definizione di verità per

tutte le proposizioni; ma questo è proprio uno degli insegnamenti fondamentali

dell’impostazione tarskiana. La teoria di Tarski formula, in realtà, una sorta di

schema di definizioni di “vero in L” per diversi linguaggi L. Certo, si tratta di

uno “schema” che non può essere in nessun senso il succedaneo di una definizione

(dopotutto, è stato proprio Tarski a mostrare che “vero in L”, con “L” variabile,

è indefinibile), e che comporta implicitamente una irriducibile infinità

(possibile già sul singolo linguaggio, se esso ha infiniti primitivi; e comunque

inevitabile quando si considerino i linguaggi possibili, di cui si può sostenere

addirittura che non costituiscono una totalità ben definita). Tuttavia, sembra

che il livello di unificazione teorica e di potenza esplicativa raggiunto, pur entro

questi limiti invalicabili, sia notevolmente superiore rispetto a quello che

si può avere attenendosi al puro e semplice elenco minimale delle equivalenze

sulle proposizioni.

Infine, un terzo problema (connesso al precedente) riguarda il Mentitore e

i paradossi affini. Non sembra esserci nessuna risposta seria, da parte dell’autore

(né nel testo principale, né nel Poscritto), al problema della necessaria

limitazione dello schema di equivalenze: egli si limita a rimandare alle varie

proposte di Kripke, Gupta e Belnap, etc., che però ammettono lacune o revisioni

nei valori di verità, il che ha conseguenze (proprio sulle equivalenze)

difficilmente accettabili per l’autore. Ma ci si può chiedere se questo non sia

invece un problema di tale importanza e di tale natura che una risposta esplicita

ad esso (anche magari troppo drastica, come quella tarskiana) sia necessaria

e qualificante per qualunque resoconto accettabile della verità: il problema,

infatti, tocca proprio l’apparente ovvietà degli schemi di equivalenza, che invece

si mostrano tanto poco innocui da produrre, insieme a pochi altri principi

(apparentemente altrettanto ovvi), i paradossi semantici.


156 Recensione di Truth

Bibliografia

Davidson D. (1996). The folly of trying to define truth. Journal of Philosophy,

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Richard Fumerton, Realism and the

Correspondence Theory of Truth, Rowman &

Littlefield, Lanham, 2002

Matteo Plebani

Dipartimento di Filosofia e Teoria delle Scienze

Università Ca’ Foscari

Venezia

k matteo.plebani@unive.it

Che cosa significa essere realisti e perché dovremmo esserlo? A queste

domande cerca di rispondere Richard Furmenton in Realism and

the Correspondence Theory of Truth. La risposta di Fumerton è che

essere realisti significa accettare alcune tesi, molto generali, sulla natura

della verità; e che conviene accettarle perché sono tesi molto plausibili, in

accordo con il senso comune e così difficili da negare che tutti i tentavi di farlo

hanno prodotto teorie incomprensibili o contraddittorie.

Data la genericità delle tesi a cui ci si impegna, si può essere realisti in molti

modi: il migliore, a detta dell’autore, è abbracciare una teoria della verità come

corrispondenza. Una parte importante del libro è dedicata a chiarire le ragioni

di questa scelta.

Cosa intenda con il termine “realismo” Fumerton cerca di spiegarlo nel primo

capitolo, intitolato “Distinzioni”. L’idea di base è che il realismo che interessa

l’autore è il realismo sulla verità, ovvero il cosiddetto realismo aletico,

da distinguere attentamente dal realismo metafisico.

Realista metafisico (oppure ontologico) viene di solito definito chi si impegna

all’esistenza di certe entità, per esempio enti matematici, universali, proposizioni,

ecc (vedi, per esempio, Shapiro (2005, p. 5)). Si definisce anti-realista


158 Recensione di Realism and the Correspondence Theory of Truth

chi nega che tali entità esistano (vedi Field (1989), per esempio). Fumerton

preferisce definire il realismo metafisico come una tesi “circa il contenuto di

specifiche affermazioni o credenze, affermazioni o credenze circa il mondo fisico,

la morale, gli stati mentali, la causalità, le proprietà, le entità teoriche

della fisica e simili” (p. 2). Riprendendo Alston (1996), Fumerton definisce

realista chi sostiene che (il contenuto di) un certo tipo di affermazioni sono vere,

mentre anti-realista è chi nega che lo siano (pp. 18-19). Le affermazioni in

questione comprendono anche “Le entità del tal tipo esistono” e non si capisce

quali ragioni ci sarebbero per non ritenere vera una tale affermazione, se non

credere che le entità del tal tipo non esistono. Fin qui, quindi, la scelta terminologica

per cui il realismo metafisico sarebbe una tesi sul contenuto di certi

enunciati sembra solo una parafrasi più complicata della definizione standard.

Fumerton risponde che anti-realista può essere anche chi propone di ridurre

gli enunciati su entità problematiche ad enunciati che non si impegnano ontologicamente

a tali entità, lasciandosi aperta la possibilità di ritenere questi ultimi

veri: per esempio, come l’enunciato “l’uomo medio è alto sei piedi” può essere

analizzato in modo tale da non implicare l’esistenza di un uomo medio,

così alcuni idealisti hanno proposto di analizzare gli enunciati sugli enti materiali

come enunciati che vertono unicamente su menti e loro proprietà (p. 21).

Questa non mi sembra una buona ragione per deviare dall’approccio tradizionale:

come faceva notare Alston (1958), una parafrasi non può che conservare

gli impegni ontologici dell’enunciato che parafrasa, per cui un’analisi di un

enunciato che ne riduce gli impegni ontologici non è una parafrasi; e infatti le

riduzioni non hanno mai voluto esserlo. Chi non vuole ammettere gli enti materiali

nel suo catalogo di tutto l’esistente non può che negare che un enunciato

come “I tavoli esistono” sia letteralmente vero, proprio come negare l’esistenza

dei numeri significa non considerare un enunciato matematico come “Esistono

numeri primi maggiori di 100” vero alla lettera (“at face value” come si dice;

vedi Field (1989, pp. 1-4)). Viceversa, una delle ragioni per rifiutarsi di prendere

enunciati del genere alla lettera è proprio ritenere che un certo genere di

entità non esistano. Anche in questo caso, quindi, mi sembra che sarebbe stato

meglio attenersi alla terminologia standard.

In ogni caso, il realismo sulla verità non è nulla di tutto questo: è una serie

di tesi sulla nozione di verità, non sulla natura di cosa esiste, né sul contenuto

di alcune affermazioni.

La prima è una che la verità è una proprietà (p.4): Fumerton spiega che questo

va inteso nel senso “più neutro possibile”, il che vuol dire che non va inteso

come un impegno nei confronti di entità universali come le proprietà. La verità

è una proprietà nel senso che ci sono delle cose che sono vere (o false) e queste

cose sono i portatori di verità (truthbearers). Il realista può restare neutrale cir-


M. Plebani 159

ca la questione di quali siano le cose a cui ascrivere la proprietà di essere vero

(o falso): proposizioni, asserti, enunciati e credenze sono i candidati principali.

L’altra tesi, su cui Fumerton si sofferma a lungo, è che ci sono degli gli

aspetti del mondo, chiamati da Fumerton, di nuovo nel senso più neutro possibile,

fatti (p. 5) , che determinano cosa è vero e cosa falso e questi fatti sono

indipendenti dal nostro rappresentarceli.

Questo non significa che questi fatti si diano indipendentemente da ogni attività

mentale: non solo come notava Searle, ci sono un sacco di fatti che non

potrebbero darsi senza la presenza di una collettività di esseri pensanti (i fogli

di carta nel mio portafoglio varrebbero ancora come 5 euro se non esistesse più

nessun uomo sulla terra?); ma, cosa più importante, il realismo sulla verità deve

essere compatibile con l’idealismo metafisico, ovvero una tesi che nella forma

più estrema implica che tutto ciò che esiste sono menti e le loro proprietà (p.

21). Che realismo sulla verità e idealismo siano compatibili è suggerito, secondo

Fumerton, anche da una considerazione storica: Hume e Berkley, ovvero i

due massimi campioni dell’empirismo britannico, sembrano aver sostenuto entrambi

una qualche forma di teoria della verità come corrispondenza, la teoria

realista per eccellenza (p. 2). Questo è possibile, secondo Fumerton, perché

l’idealismo è compatibile con la tesi che un fatto possa darsi anche senza essere

rappresentato. Per chiarirlo, introduce una notazione che utilizzerà spesso nel

volume: usare la lettera P come una variabile tanto per enunciati (“La neve è

bianca”), quanto per i contenuti di tali enunciati (che la neve è bianca) e anche

per i fatti in grado di rendere vero l’enunciato in questione (l’essere bianca

della neve o il fatto che la neve è bianca) 9 . La tesi di Fumerton è che “il fatto

che P è indipendente dalla sua rappresentazione se non è costituito da uno stato

intenzionale che ha P come oggetto” (pp. 6-7). Il fatto che la neve sia bianca

è indipendente dal fatto che qualcuno creda che la neve sia bianca, nel senso

che la neve avrebbe potuto essere bianca anche in assenza di esseri pensanti in

grado di formarsi tale credenza. Non solo, anche il fatto che io creda che la

neve è bianca – e si tratta di un fatto che riguarda certamente le mie credenze –

è indipendente dal fatto che io o chiunque altro creda che io abbia tale credenza

(p. 6).

Possiamo quindi caratterizzare un realista come chi sostiene che “ogni verità

è resa vera da qualche fatto (aspetto del mondo) che è concettualmente

indipendente” 10 da ogni suo rappresentazione (concettualmente indipendente

9 L’autore usa questo tipo di formulazioni, ma non intende sostenere che esistano fatti (o stati

di cose) possibili, come la sua discussione della teoria della verità come corrispondenza

rende chiaro (pp. 37-41, vedi il resto della recensione).

10 La precisazione “concettualmente” è resa necessaria da alcuni esperimenti mentali. Immaginiamo

che esista al mondo un unico uomo che crede una sola cosa, ossia che qualcuno crede

qualcosa: in questo caso sembra ci sia un fatto P che è costituito dal fatto che qualcuno crede


160 Recensione di Realism and the Correspondence Theory of Truth

da ogni stato intenzionale avente tale fatto come oggetto)” (p. 7).

A chi volesse negare questa idea base del realismo, Fumerton lancia una

sfida (p. 9 e ripresa più volte nel corso del volume): distinguere la propria posizione

sulla verità da quella di chi volesse sostenere che “X è vero” significhi

solamente “qualcuno crede che X è vero”. In generale, se P è equivalente a

“qualcuno crede che P”, allora è equivalente anche (sostituendo il P in corsivo

con la proposizione supposta equivalente) a “qualcuno crede che qualcuno

crede che P” e, per la stessa ragione, “Qualcuno crede che qualcuno crede che

...”: si avvia quindi una “perpetua balbuzie”, in cui l’espressione “è vero” non

scompare mai dall’analisi. Un modo banale per evitare il problema sarebbe

identificare “P è vero” non con “Qualcuno crede che P è vero”, ma con “Qualcuno

crede che P”. Il problema di questa proposta è altrettanto semplice: dal

momento che è possibile che si dia il caso che P senza che qualcuno creda che

P, se la proposta fosse corretta si arriverebbe all’assurdo per cui potrebbe darsi

il caso che P senza che sia vero che P.

Su altri temi, il realista è libero di rimanere neutro. La tesi che ci siano

dei fatti indipendenti dalle loro rappresentazioni è infatti compatibile sia con

l’idea per cui in un mondo senza menti non ci sarebbero verità (ovvero si può

accettare che la verità sia dipendente dalla mente; vedi pp. 11-15), sia con un rifiuto

del principio di bivalenza, secondo cui tra un enunciato e la sua negazione

almeno uno deve essere vero (p. 16).

Un realista può sostenere che la verità dipende dalla mente se ritiene che i

portatori di verità siano enti che dipendono per la loro esistenza dalla presenza

di un essere pensante (come sarebbe il caso se ad essere veri fossero pensieri

o credenze): dato che non c’è verità senza portatori di verità, se questi ultimi

sono mente-dipendenti, anche la verità lo è. Questo è meno ovvio di quanto

Fumerton sembra pensare: Marconi (2006), per esempio, si propone di spiegare

come si possa mantenere fermo il principio che anche se non ci fossero

menti, ci sarebbe comunque qualcosa di vero, anche nel caso in cui i portatori

di verità sono enti mente-dipendenti.

Quanto al principio di bivalenza, secondo Fumerton la teoria della verità

come corrispondenza è perfettamente compatibile con il fatto che alcune rappresentazioni

della realtà siano più fedeli di altre e in questo senso più vere.

L’idea che la verità di un enunciato dipenda dal suo corrispondere alla realtà

può fornire un fondamento all’idea che ci siano vari gradi di verità, dal momento

che la corrispondenza ammette delle sfumature. I valori di verità possono

essere quindi distribuiti lungo un continuum e, come piccoli cambiamenti nella

che P. Tuttavia tale fatto non è concettualmente identico al suo essere creduto, nel senso che

“la proposizione che P non è analiticamente equivalente a nessuna proposizione che descriva

uno stato intenzionale avente P come suo oggetto” (p. 8).


M. Plebani 161

realtà possono gradualmente far diventare un’immagine inadeguata adeguata,

così possono rendere un enunciato falso vero. Lungi dall’essere un problema,

la vaghezza ammetterebbe addirittura una spiegazione naturale all’interno del

framework realista.

Infine, il realismo è compatibile con l’idea che ogni verità sia, in linea di

principio, conoscibile. Nella misura in cui il verificazionismo si riduce a questa

tesi, è quindi ovviamente compatibile con il realismo.

Nel secondo capitolo viene spiegato perché la teoria della verità come corrispondenza

sia da preferirsi ad altre teorie “realiste”, nel senso chiarito nel primo

capitolo. Fumerton in particolare si confronta con il realismo minimale di

Alston (1996). La tesi principale di Alston è che la caratteristica fondamentale

del concetto di verità è espressa nel seguente schema 11 :

(V-schema di Alston) È necessario che: la proposizione che P è vera se e solo

se P.

Si tratta di una variazione sul famoso schema tarskiano:

(V-schema) L’enunciato E è vero in L se e solo se T

dove T è la traduzione nel metalinguaggio dell’enunciato E del linguaggio

oggetto.

Fumerton preferisce lo schema di Alston a quello tarskiano perché ritiene

che quest’ultimo non sia vero necessariamente: sarebbe possibile infatti che

l’enunciato “la neve è bianca” significasse che la neve è nera, se l’Italiano fosse

diverso; e, come Fumerton chiarisce in un paragrafo appositamente dedicato,

ogni analisi della verità espressa nella forma di un bicondizionale deve valere

necessariamente. L’obiezione suona un po’ strana, dato che termini come “la

lingua Italiana” dovrebbero funzionare come designatori rigidi: se in una lingua

L le parole hanno un significato diverso da quello della lingua italiana, la

lingua L non è la lingua italiana 12 .

Le altre critiche mosse sono che il secondo P nel condizionale materiale di

Alston dovrebbe denotare un fatto, il fatto che renderebbe la proposizione che

11 Marconi (2006, p. 6) sostiene che “quasi tutti ritengono che esso [il V-Schema] esprima la

caratteristica nucleare del concetto di verità. In altre parole, è possibile che ci sia altro da

dire, sulla verità, oltre a ciò che è espresso dal principio di Tarski, (T); ma se qualcuno usa

il concetto di verità in modo non conforme al principio non sta parlando di verità, ma di

qualcos’altro”.

12 Un altro problema a cui accenna Alston ha a che fare con il problema del deflazionismo

(ovvero della tesi secondo cui il condizionale tarskiano esprime tutto quanto c’è da esprimere

circa il concetto di verità) nel tradurre enunciati quantificati del tipo “Tutto quello che

Gianni ha detto è vero”. Il problema è noto e discusso, ma non mi è chiaro in che senso il

bicondizionale di Alston lo eviterebbe.


162 Recensione di Realism and the Correspondence Theory of Truth

P vera; ma i fatti, lamenta Fumerton, sono aspetti del mondo, non proposizioni:

truthmakers e non truthbearers; non possono quindi stare in relazioni logiche

con le proposizioni. Lo schema di Alston, che afferma l’equivalenza materiale

(ovvero una relazione logica) tra una proposizione ed un fatto, è quindi

grammaticalmente mal formato. È interessante notare che Alston non può rispondere

a questa obiezione riformulando la sua tesi, limitandosi a dire che gli

enunciati P e“〈P〉 è vero” sono cognitivamente sinonimi (ovvero come farebbe

il tipico deflazionista), dal momento che rifiuta proprio questo tipo di equivalenza.

L’altra critica, più generale, mossa alla definizione di Alston è che per

comprendere un’affermazione di (necessaria) equivalenza materiale, bisogna

comprendere il significato del bicondizionale “se e solo se”, ovvero di un connettivo

vero-funzionale; ma la comprensione dei connettivi vero-funzionali presuppone

una comprensione del concetto di verità 13 e l’analisi di Alston risulta

quindi circolare.

Un’altra teoria 14 che, pur rispettando i canoni realisti, secondo Fumerton,

non fornisce un’analisi adeguata della verità è quella secondo cui una proposizione

non è altro che uno stato di cose (fatto) possibile, le proposizioni vere

sono stati di cose effettivamente realizzati e quelle false stati di cose non realizzati.

Il problema in questo caso è l’impegno ontologico nei confronti dei fatti

possibili: la nozione di uno stato esistente ma non è realizzato è, a detta dell’autore,

semplicemente non comprensibile. Oltre a questo, viene fatto notare,

nella teoria in discussione scompare la distinzione tra ciò che è vero e ciò che

determina ciò che è vero: i fatti realizzati sono le proposizioni vere. “Essere

vero” è quindi una proprietà che non significa stare in una qualche relazione

con qualcosa, ma semplicemente realizzarsi nel mondo.

Il primo passo verso una corretta impostazione del problema della verità è

invece riconoscere che la verità è una proprietà relazionale (pp. 11-12). Se

qualcosa è vero è perché rappresenta correttamente la realtà, ovvero sta in una

qualche relazione con un certo aspetto del mondo. La relazione in questione

è quella di corrispondenza (simboleggiata dalla costante predicativa binaria

C(x,y)), ovvero il tipo di relazione che può istituirsi tra pensieri 15 e fatti.

La corretta analisi della verità è quindi (p. 41):

(CV) ∀p (p è vero se e solo se esiste un qualche x tale che C(t,x) 16

13 Una (breve) difesa di questa (discutibile) tesi si trova a p. 36.

14 Vedi per esempio Chisholm (1976) e Marian (1994).

15 Gli enunciati rappresentano la realtà (e quindi corrispondono ai fatti) solo in quanto

esprimono pensieri.

16 Anche la definizione della verità di Fumerton è espressa con un bicondizionale: non le si

può applicare quindi la stessa obiezione rivolta nei confronti dello schema di Alston (vedi


M. Plebani 163

Resta da chiarire in cosa consista la relazione di corrispondenza: la principale

critica ai teorici della verità come corrispondenza è sempre stata di essere

elusivi su questo punto. Un’opzione che Fumerton scarta (pp. 43-46) è quella

di abbracciare una teoria causale della rappresentazione (e quindi della corrispondenza),

secondo cui “un simbolo rappresenta quello che rappresenta in

virtù del suo essere il prodotto di una certa catena causale” (p. 43). Di solito,

come Fumerton riconosce, più che di teoria causale della rappresentazione,

si parla di teoria causale del riferimento, intendendo che il riferimento di un

nome proprio si trasmette all’interno della comunità dei parlanti attraverso una

catena causale a partire da un battesimo iniziale. La formulazione iniziale della

teoria da parte di Kripke non prevede però una spiegazione causale del battesimo

iniziale (Kripke (1980, p. 97)) e questo mostra, a parere di Fumerton,

che una corretta teoria della rappresentazione non può limitarsi ad evidenziare

i legami causali tra un simbolo e il suo denotato. Oltre a questo, la teoria

fronteggerebbe un altro problema cruciale: un conto è infatti chiarire come i

nomi si riferiscano ad oggetti, un conto è spiegare la relazione che sussiste tra

una proposizione e un fatto; e all’autore non è chiaro come sia possibile una

spiegazione lungo linee causali di tale relazione (p. 44).

Fumerton preferisce quella che chiama, riprendendo Putnam, una teoria

“magica” della relazione di corrispondenza, secondo cui la relazione di corrispondenza

non è definibile, in quanto non è riducibile ad altro. Si possono

dare esempi di tale relazione, ma non si può chiarire in cosa consista a chi non

possegga la nozione di corrispondenza.

A Putnam, che chiamava queste spiegazioni “magiche” proprio per metterle

in ridicolo, Fumerton risponde che le spiegazioni e le definizioni devono pur

avere un termine: a chi dice di non comprendere in cosa consista la relazione di

corrispondenza il nostro autore confessa candidamente di non poter rispondere.

Un’altra obiezione classica al realismo in generale e alla teoria della corrispondenza

in particolare consiste nello sfidare il realista a citare un esempio

di fatto che esisterebbe indipendentemente da ogni sua rappresentazione: qualunque

cosa risponda, si può obiettargli che il fatto in questione è diventato

oggetto della nostra rappresentazione proprio nel momento in cui il realista ha

richiamato la nostra attenzione su di esso. Come sottolinea Fumerton, l’argomento

difficilmente potrebbe essere preso sul serio: che un fatto possa essere

rappresentato non implica che non esisterebbe se non fosse stato rappresentato.

Un altro argomento contro la teoria della corrispondenza diventato famoso è

conosciuto sotto il nome di “argomento della fionda” (slinghshot): se corret-

sopra)? No, a parere di Fumerton, perché i due lati del bicondizionale non sono solo hanno

necessariamente lo stesso valore di verità, ma sono sinonimi (pp. 35-36).


164 Recensione di Realism and the Correspondence Theory of Truth

to, l’argomento 17 dimostrerebbe che la teoria della verità come corrispondenza

implica che esiste un solo fatto a cui tutte le proposizioni vere corrispondono.

La risposta di Fumerton consiste nel rifiutare uno dei principi dell’argomento,

ovvero che proposizioni logicamente equivalenti possano essere sostituite

all’interno di proposizioni complesse salva veritate.

Infine, ai sostenitori del relativismo concettuale (ovvero la tesi che diverse

culture, paradigmi scientifici, ecc. comportano diversi modi di rappresentare il

mondo) viene fatto notare che la loro tesi è compatibile con il realismo sulla

verità: il fatto che alcuni fatti siano accessibili solo all’interno di certi schemi

concettuali non significa certo che siano gli schemi concettuali a creare i fatti;

e il fatto che il modo in cui rappresentiamo il mondo sia relativo alle nostre

scelte culturali non nega certo che la verità di queste rappresentazioni sia determinata

da qualcosa indipendente da esse. Analogamente, viene ribadito come

il realismo sulla verità sia compatibile con il verficazionismo, ovvero la tesi

che ogni verità sia conoscibile.

Alla critica della teoria della verità come coerenza viene dedicato il quinto

capitolo. La teoria afferma che una proposizione P è vera se e solo se è coerente

con un insieme Q di proposizioni credute vere. Il problema principale,

sostiene Fumerton, è proprio come intendere un’affermazione di coerenza. Cosa

rende vero che P è coerente con un insieme di proposizioni credute Q? In

particolare, cosa rende vero che le proposizioni Q sono credute? O si tratta di

un fatto, nel qual caso la teoria non è una vera alternativa al realismo; oppure,

se non ci sono fatti, la proposizione che Q sono credute è vera perché è coerente

con un insieme di proposizioni credute, R. A sua volta, che le proposizioni

R siano credute è vero perché questa proposizione è coerente con un insieme

di proposizioni, S, credute vere. E così via. Questo tipo di regresso è vizioso,

secondo Fumerton, perché tenta di spiegare la verità di una proposizione (che

Q siano credute), attraverso al verità di un’altra proposizione (credere che Q

siano vere è coerente con R).

L’ultimo capitolo, infine, cerca di chiarire uno dei temi ricorrenti del libro,

ovvero la compatibilità tra idealismo metafisico (la tesi che non esiste una realtà

al di fuori della mente) con il realismo sulla verità. Una chiara comprensione

di ciò permetterebbe di recuperare alcune delle (corrette) intuizioni concepite

(erroneamente) come ostacoli ad una concezione realista della verità. Difendere

l’idea che la verità dipenda, in qualche senso, da una realtà indipendente

dalle nostre rappresentazioni è un compito relativamente facile, e in questo

Fumerton riesce bene. Riscattare la teoria della verità come corrispondenza è

molto più difficile: ai suoi sostenitori si è sempre chiesto di chiarire il concetto

di corrispondenza impiegato, e protestare che è impossibile perché si tratta di

17 Fumerton si rifà alla versione fornita in Davidson (1984).


M. Plebani 165

un concetto primitivo difficilmente soddisferà gli scettici. Per renderla plausibile,

bisognerebbe argomentare in modo convincente che tutte le teorie rivali

presentano delle difficoltà insormontabili. Anche su questo punto, si poteva fare

di più: il confronto con il deflazionismo meritava maggiore attenzione, così

come le teorie dei truthmakers (cfr. Armstrong (2004)).

Bibliografia

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University Press, New York, 2004 (trad. it. Verità e

Passato, R. Cortina, Milano, 2006)

Elisa Paganini

Dipartimento di Filosofia

Università di Milano

k elisa.paganini@unimi.it

Consideriamo l’asserto seguente: “Giorgio Napolitano si è grattato l’orecchio

sinistro il 23 maggio 2005 alle ore 15,30”. C’è forse qualcuno

che oggi potrebbe attribuire un valore di verità a questo asserto? Lo

stesso Giorgio Napolitano non ricorda sicuramente se un evento così poco rilevante

è accaduto o no. Né tanto meno chi era con lui quel giorno ha mantenuto

memoria di un evento così banale. Supponiamo inoltre che non si sia conservato

alcun filmato o fotografia di Giorgio Napolitano il 23 maggio 2005 alle

15,30. Possiamo quindi supporre che nessuno oggi sia in grado di attribuire un

valore di verità all’asserto.

Ma chiediamoci ora: l’asserto ha un valore di verità? La maggior parte dei

parlanti risponderebbe senza esitazione che un valore di verità ce l’ha, anche

se nessuno è oggi in grado di stabilire quale sia.

È proprio questa evidenza e l’esigenza di spiegarla che spinge Dummett in

Truth and the Past ad abbandonare l’anti-realismo (una posizione filosofica che

ha difeso per gran parte della sua vita – si veda Dummett (1978, 1991)) senza

per questo abbracciare il realismo (una posizione filosofica che ha sempre criticato

aspramente), ma assumendo una posizione intermedia che egli chiama

“giustificazionismo”. Innanzitutto vale la pena di considerare perché realisti e

antirealisti possono dissentire riguardo al valore di verità di un asserto come


168 Recensione di Truth and the Past

“Giorgio Napolitano si è grattato l’orecchio sinistro il 23 maggio 2005 alle ore

15,30”.

Per un realista il significato di tale asserto è dato dalle condizioni di verità,

cioè dalle condizioni che deve soddisfare il mondo affinché l’asserto sia

vero (nel caso in esame, da ciò che ha effettivamente fatto Giorgio Napolitano

il 23 maggio 2005 alle 15,30), indipendentemente da qualsiasi mezzo a

nostra disposizione per stabilire il valore di verità di questo asserto. Inoltre –

secondo Dummett – il realista assume la bivalenza, assume cioè che ogni asserto

è vero o falso. Quindi, per un realista, l’asserto “Giorgio Napolitano si

è grattato l’orecchio sinistro il 23 maggio 2005 alle ore 15,30” è vero o falso

indipendentemente da quello che possiamo saperne.

Per un antirealista, il significato di un asserto è dato dalle condizioni di verificazione,

cioè da come sarebbe provato (ad esempio, sarebbe provato se si

conservasse una fotografia o un filmato di Giorgio Napolitano il 23 maggio

2005 alle ore 15,30 o se qualcuno ricordasse esattamente che cosa faceva Giorgio

Napolitano il 23 maggio 2005 alle ore 15,30). Un anti-realista fa inoltre

la seguente assunzione nota come “principio di conoscibilità”: se un asserto è

vero, allora è possibile sapere in linea di principio che è vero; ne segue che se

non è possibile sapere (neanche in linea di principio) che un asserto è vero e

non è possibile sapere (neanche in linea di principio) che la sua negazione è

vera, allora l’asserto non è né vero né falso. E questo è appunto il caso dell’asserto

“Giorgio Napolitano si è grattato l’orecchio sinistro il 23 maggio 2005

alle ore 15,30”: noi non siamo in grado di sapere che è vero e non siamo in

grado di sapere che la sua negazione è vera, per un antirealista questo implica

che l’asserto “Giorgio Napolitano si è grattato l’orecchio sinistro il 23 maggio

2005 alle ore 15,30” non è né vero né falso. Questa conclusione molto difficile

da accettare ha una profonda spiegazione metafisica: per l’antirealista il passato,

in quanto passato, non esiste più ed esiste solo nei ricordi e nelle tracce che

si possono ancora rilevare; un asserto su un evento di cui non si conservano

tracce e di cui non ci sono ricordi non è quindi né vero né falso.

Molti parlanti sarebbero inclini a riconoscere come corrette le giustificazioni

metafisiche apportate dall’antirealista (accetterebbero cioè che il passato, in

quanto passato, non esiste più) e tuttavia sarebbero disposti ad accettare che

un qualunque asserto al passato ha un valore di verità indipendentemente dagli

strumenti a nostra disposizione per stabilire tale valore di verità. Dummett si

propone di trovare una giustificazione proprio a questo fatto in Truth and the

Past. Egli sostiene che la ragione è da ritrovarsi in un parallelo fra il modo

in cui comprendiamo gli asserti sullo spazio e quello in cui comprendiamo

gli asserti sul tempo: siamo stati educati a considerare gli asserti sul tempo

in modo parallelo agli asserti sullo spazio e questa è la ragione per cui non


E. Paganini 169

accettiamo la posizione dell’antirealista.

Si consideri più specificatamente che cosa ci permettere di comprendere gli

asserti su spazio e tempo. Per un antirealista così come per un giustificazionista,

il significato di un asserto viene specificato nei termini della sua prova.

Si consideri, ad esempio, l’asserto empirico “Ora piove a Milano” valutato al

momento di proferimento da chi si trova a Milano. In questo caso chi valuta

l’asserto ha a disposizione una prova diretta della sua verità o della sua falsità:

basta che consideri qual è la condizione atmosferica nella città in cui si trova.

Si consideri l’asserto “Ora piove a Oxford” valutato al momento di proferimento

mentre si è a Milano. Per un giustificazionista, chiunque sia a Milano può

capire cosa significa l’asserto senza poterlo verificare direttamente (per poterlo

verificare direttamente dovrebbe essere a Oxford e considerare la condizione

atmosferica lì). In questo caso, per riuscire a comprendere l’asserto, dobbiamo

capire il riferimento del nome “Oxford” e dobbiamo capire che cosa l’asserto

dice che sta accadendo in quel luogo. Per riuscire a capire il riferimento della

parola “Oxford” dobbiamo esserci formati man mano una griglia mentale che

ordina i diversi luoghi della Terra. Per riuscire a capire che cosa l’asserto dice

che sta capitando a Oxford dobbiamo sapere che cosa fungerebbe da prova

dell’asserto, anche se di fatto una tale prova non fosse disponibile a qualcuno.

Il giustificazionista si propone di estendere l’analisi degli enunciati che riguardano

luoghi distanti da chi valuta l’asserto all’analisi degli enunciati che

riguardano tempi non più accessibili per chi valuta l’asserto. In base a questa

impostazione, per comprendere un asserto al passato come “Giorgio Napolitano

si è grattato l’orecchio sinistro il 23 maggio 2005 alle ore 15,30” dobbiamo

esserci formati una griglia mentale che ordina i diversi momenti temporali e

dobbiamo sapere che cosa proverebbe l’asserto nell’istante di tempo a cui si fa

riferimento nell’asserto (nello specifico, il 23 maggio 2005 alle ore 15,30).

È quindi chiaro come il giustificazionista possa assumere una posizione diversa

da quella dell’antirealista. Mentre l’antirealista sul passato connette la

verità o la falsità di un asserto al passato alle prove che sono disponibili in linea

di principio al momento della valutazione dell’asserto, il giustificazionista

che rinnega l’antirealismo sul passato connette la verità o la falsità di tale asserto

alle prove che sono disponibili in linea di principio al periodo di tempo a cui

si fa riferimento nell’asserto. Quando il teorico giustificazionista ammette che,

per comprendere gli asserti su altri luoghi così come gli asserti su altri tempi,

dobbiamo esserci formati una griglia mentale che ordina lo spazio in cui non

siamo (oltre a quello in cui siamo) e il tempo in cui non ci troviamo (oltre a

quello in cui ci troviamo) sta facendo una concessione al realista e sta modificando

la sua teoria in direzione del realismo. L’esistenza della griglia mentale

che ordina lo spazio-tempo implica l’accettazione di un possibile divario fra ciò


170 Recensione di Truth and the Past

che in linea di principio stabilisce la verità di un asserto al tempo e nel luogo

della valutazione e ciò che in linea di principio stabilisce la verità di un asserto

al tempo e nel luogo a cui si fa riferimento nell’asserto. E tale possibile divario

è proprio ciò che assume il realista, infatti per il realista ciò che stabilisce la

verità o la falsità di un asserto è distinto dagli strumenti a disposizione di chi

lo valuta.

Tuttavia, Dummett sostiene che il teorico giustificazionista, sebbene faccia

delle concessioni in direzione del realismo, non si identifica con il realista. Il

giustificazionista infatti resta ancorato all’idea che il significato di un asserto

su altri luoghi e altri tempi è sempre determinato da ciò che proverebbe l’asserto.

Quindi il significato di un asserto è sempre spiegato nei termini della sua

prova diretta, anche se non è stata compiuta da alcun essere vivente o da alcuno

strumento effettivo.

Secondo Dummett, il sostenitore del realismo potrebbe concedere al giustificazionista

che la verità o la falsità di un asserto è legata a una prova possibile,

se non di fatto, almeno in linea di principio. Ma anche se il realista

facesse questa concessione al giustificazionista, secondo Dummett resterebbe

un divario incolmabile fra loro: il sostenitore del realismo assumerebbe che

la prova deve portare sempre a determinare o la verità o la falsità dell’asserto,

mentre il teorico giustificazionista rifiuta questa assunzione e lascia spazio

all’indeterminatezza.

Per riuscire a intendere che la semantica giustificazionista lascia spazio all’indeterminatezza,

occorre considerare asserti che quantificano su quantità infinite

come “Ci sarà un giorno in cui un meteorite atterrerà nel luogo di piazza

Duomo a Milano” o “C’è stato un giorno in cui un meteorite è atterrato nel

luogo di piazza Duomo a Milano” o “C’è un luogo dell’universo oltre il pianeta

Terra in cui c’è vita”. La semantica giustificazionista riflette il modo in

cui in linea di principio conosciamo la realtà. Quello che la nostra mente finita

può fare in linea di principio è di considerare un giorno alla volta o un luogo

alla volta. Per ogni giorno (o luogo) che consideriamo si aprono due possibilità:

o (1) arriviamo a stabilire che l’asserto è vero (perché il giorno o il luogo

in considerazione è proprio quello in cui l’evento si verifica); oppure (2) non

abbiamo stabilito che l’asserto è vero e non abbiamo stabilito che è falso. Qualora

si verifichi la seconda alternativa, non possiamo dedurre che l’asserto non

è né vero né falso. Infatti potremmo scoprire più avanti che l’asserto è vero.

Alla nostra mente finita non è quindi consentito stabilire che l’asserto non è né

vero né falso. E tuttavia, finché non abbiamo stabilito che l’asserto è vero, non

possiamo neanche asserire che l’asserto è vero o falso. La semantica giustificazionista

non è pertanto costretta ad adottare la bivalenza a cui invece, a parere

di Dummett, è vincolata la semantica realista.


E. Paganini 171

Di fatto non è chiaro perché, per Dummett, un realista sia inequivocabilmente

legato a una semantica bivalente. Infatti, un realista potrebbe sostenere che

il significato di un asserto è dato dalle sue condizioni di verità, da come sarebbe

il mondo se l’asserto fosse vero; se un realista è disposto a riconoscere che

alcuni asserti non sono né veri né falsi per come è fatto il mondo indipendentemente

dagli strumenti a nostra disposizione per verificarli, ne deve concludere

che ci sono lacune nella realtà. Se si accetta questa diversa interpretazione

del realismo, ne segue che il realista e il giustificazionista sono molto più affini

riguardo alla possibilità di lacune nella realtà di quanto voglia convincerci

Dummett. D’altra parte, Dummett cerca di convincerci che il realista potrebbe

concedere che la verità o la falsità di un asserto sono legate a una prova almeno

in linea di principio possibile. Forse il realista potrebbe concedere che il

valore di verità di un asserto come “Giorgio Napolitano si è grattato l’orecchio

sinistro il 23 maggio 2005 alle ore 15,30” è connesso con una prova almeno in

linea di principio possibile, ma sicuramente non sarebbe disposto a concedere

che il valore di verità di un asserto come “Ci sarà un giorno in cui un meteorite

atterrerà nel luogo di piazza Duomo a Milano” sia in alcun modo connesso a

un qualunque metodo di prova possibile in linea di principio. Per un realista,

quest’ultimo asserto ha un valore di verità (qualunque esso sia) indipendentemente

dalle prove a nostra disposizione per verificarlo. E pertanto la differenza

fra realisti e giustificazionisti sembra risiedere non tanto nel diverso atteggiamento

riguardo alla bivalenza, ma piuttosto nel diverso atteggiamento riguardo

alla plausibilità di connettere prove almeno in linea di principio possibili al

valore di verità di un asserto.

Bibliografia

Dummett M. (1978). Truth and Other Enigmas. Duckworth, Londra. Trad. it.

La verità e altri enigmi, Milano, Il Saggiatore.

Dummett M. (1991). The Logical Basis of Metaphysics. Duckworth, Londra.

Trad. it. La Base Logica della Metafisica, Bologna, Il Mulino.


Bernard Williams, Truth and Truthfulness,

Princeton University Press, Princeton, 2002

(trad. it. Genealogia della Verità, Fazi, Roma, 2005)

Davide Fassio

EPISTEME

Université de Genève

k davide.fassio@unige.ch

All’inizio del libro l’autore descrive un profondo contrasto nell’atteggiamento

nei confronti della verità formatosi nella cultura contemporanea:

da un lato, le persone dispongono da sempre di una disposizione a scoprire

la verità, a comunicarla agli altri e un rifiuto dell’inganno e della falsità.

Questo atteggiamento positivo nei confronti della verità viene da Williams

definito “veridicità” (truthfulness). Dall’altro lato, si assiste ad un crescente

atteggiamento di sfiducia nella possibilità di raggiungere verità definitive in

alcuni specifici ambiti di ricerca. Tali considerazioni portano ad un sospetto

nei confronti dell’esistenza stessa della verità. Ne emerge una profonda tensione

tra veridicità ed un atteggiamento scettico, relativista o pragmatista nei

confronti della verità. Tale tensione si manifesta nei piu svariati ambiti di ricerca,

ma è particolarmente forte nell’ambito delle scienze umane. In filosofia,

tale tensione si riflette nel dibattito tra postmodernisti, relativisti e pragmatisti,

che Williams definisce “negatori”, in quanto negano l’esistenza della verità,

la sua oggettività o la sua utilità, contrapposti al “partito del senso comune”,

capeggiato da filosofi prevalentemente di area analitica come Moore e Wittgenstein,

che sostengono fermamente che la verità esista e sia una cosa importante.

Williams si schiera apertamente in favore di questi ultimi, ma sostiene che gli

argomenti da loro prodotti a favore dell’esistenza della verità, basati per lo più


174 Recensione di Truth and Truthfulness

su intuizioni riguardanti l’uso delle parole “verità” e “vero” nel linguaggio ordinario,

risolvano troppo semplicemente la questione, ponendo l’attenzione solo

su un ristretto insieme di verità “ordinarie”. Così facendo, i due schieramenti

restano su posizioni distanti e incomunicabili, non risolvendo, anzi acuendo il

contrasto.

Il compito che Williams si pone esplicitamente nel suo libro è quello di risolvere

tale tensione tra esigenza di verità e tendenza al negazionismo a favore

della prima. L’obiettivo di Williams diviene dunque quello di difendere il valore

della verità contro i negazionisti. Egli intende perseguire tale obiettivo

attraverso una narrazione genealogica della veridicità, una ricostruzione fittizia

della storia evolutiva del concetto. Scopo di tale ricostruzione è quello di

fornire un’esplicazione funzionale del concetto medesimo, mostrando le cause

ed i motivi che hanno portato alla sua formazione, rendendone in tal modo

intelligibile la funzione ed esplicitandone il valore. La narrazione genealogica

comincia con la descrizione di uno “stato di natura”. È possibile immaginare

tale stato come una situazione in cui persone diverse facenti parte di una società

condividono un linguaggio. Esse hanno un comune bisogno di cooperazione

per poter sopravvivere, possiedono informazioni e hanno la necessità di metterle

in comune. In questo scenario, si vanno formando due disposizioni ad

essere veridici: una ad acquisire informazioni, un’altra a condividerle. Queste

due disposizioni sono all’origine di quelle che Williams definisce “virtù della

verità”: la Precisione e la Sincerità.

Nel quarto, quinto e sesto capitolo, Williams indaga l’origine genealogica

delle due virtù della verità. L’origine della sincerità va rintracciata nel fatto che

le persone hanno bisogno di riporre una fiducia minima negli altri, di considerare

le loro asserzioni affidabili per poter cooperare all’interno della società e

sopravvivere. Questo fa si che si formino disposizioni a garantire che le proprie

asserzioni esprimano quello che uno crede realmente, vale a dire ad essere

sinceri. La precisione risulta invece essere una conseguenza della progressiva

divisione e specializzazione del lavoro epistemico: questa divisione porta

a una maggiore cura e serietà del soggetto epistemico nel raccogliere informazioni.

Emerge l’esigenza di una ricerca seria della verità, da ottenere tramite

un controllo sulla formazione delle credenze. Tale controllo richiede sforzo

e perseveranza per evitare gli ostacoli incontrati nell’indagine e difendersi da

vizi come la pigrizia intellettuale e la tendenza al pregiudizio.

Secondo il racconto genealogico che Williams ci propone, l’origine delle virtù

della verità sarebbe quindi da ricercarsi in una risposta a bisogni e necessità

umane. Ciò lascerebbe supporre che il valore della veridicità sia strumentale,

dovuto al suo ruolo funzionale di promuovere la collaborazione umana. Williams,

al contrario, sostiene che la veridicità abbia valore intrinseco. Secondo


S. Caputo 175

l’autore, il fatto che la veridicità si sia formata come valore strumentale è compatibile

con il fatto essa abbia assunto un valore strettamente intrinseco, tuttavia

le linee argomentative proposte dall’autore in difesa di questa tesi risultano

essere piuttosto deboli. Esse sono state oggetto di critiche da parte di diversi

autori. In particolare, R. Rorty (2002) avanza due obiezioni contro la tesi che

la veridicità abbia un valore intrinseco: in primo luogo Rorty sostiene che tale

tesi sia dogmatica, data l’assenza di test in grado di rivelare la reale natura delle

ragioni delle persone. La seconda critica è un attacco diretto alla distinzione

intrinsico/strumentale, distinzione di chiaro stampo platonico-aristotelico che

sarebbe stata sicuramente disapprovata dal filosofo di riferimento nel testo di

Williams: Nietzsche.

Negli ultimi quattro capitoli del libro, Williams abbandona il contesto fittizio

del racconto genealogico per passare alla concreta analisi storica. Egli descrive

alcuni importanti cambiamenti realmente occorsi alla nozione di veridicità

in seguito al verificarsi di determinate contingenze storiche e le conseguenze

che tali cambiamenti hanno avuto per l’individuo e la società.

Nel settimo capitolo ritroviamo un interessante excursus storico su Tucidide,

descritto come l’inventore del tempo storico. Williams ritiene che l’opera di

Tucidide segni il passaggio dall’indeterminatezza temporale che era propria del

racconto mitico all’introduzione di una nuova concezione del passato, ora considerato

in relazione temporale col presente e analizzabile secondo i medesimi

parametri spazio-temporali. La nuova concezione del tempo ha importanti conseguenze

sul narratore: lo storico è tenuto a spiegare fatti ed eventi, ricostruire

motivazioni, mantenere una unità esplicativa che sia valida per ogni tempo. Tali

compiti costituiscono un’importante sviluppo nella concezione della veridicità,

in particolare un significativo avanzamento nella virtù della precisione.

Nell’ottavo capitolo Williams mostra come la sincerità abbia storicamente

assunto un ruolo fondamentale nella costituzione di un particolare livello di

autoconsapevolezza dell’individuo: l’autenticità. Qui Willams contrappone il

pensiero di due autori del passato, Rousseau e Diderot. L’autore rifiuta la visione

rousseauiana secondo la quale l’autenticità va raggiunta nella solitudine,

attraverso l’introspezione e l’assoluta sincerità con sé stessi. Secondo Williams,

tale trasparenza della coscienza semplicemente non è possibile. Williams individua

nella descrizione dell’autocoscienza proposta da Diderot il modo corretto

di definire l’autenticità personale. Conoscere se stessi è un progetto senza fine

di auto-creazione e stabilizzazione in cui hanno un ruolo primario le interazioni

sociali. Nell’esercizio di autointerpretazione e comunicazione col gruppo, ciascun

individuo appartenente alla comunità viene coinvolto in un impegno reciproco

nell’attività di stabilizzazione, impegno che richiede uno sforzo costante

ad essere sinceri con sè stessi e con gli altri.


176 Recensione di Truth and Truthfulness

Nel nono capitolo, Williams propone un’analisi della relazione tra veridicità

e politica. Secondo l’autore, le virtù della verità assumono un valore fondamentale

nel mantenimento di una società giusta. Il loro esercizio in un contesto sociale

è alla base di un atteggiamento critico in grado di rendere manifeste possibili

situazioni di ingiustizia sociale. La veridicità comporta un impegno al mantenimento

dell’onestà e della trasparenza e il rifiuto di ogni forma illegittima di

potere.

Nell’ultimo capitolo Williams affronta il problema del valore della verità

in un ambito in cui il partito dei negatori sembra avere la meglio: il contesto

della spiegazione storica. Perché ci sia storia, ci vuole una spiegazione del

passato che abbia una pretesa di verità. Ma qualunque spiegazione richiede

inevitabilmente un certo grado di interpretazione da parte dello storico e di

conseguenza un certo grado di arbitrarietà nella spiegazione. L’arbitrarietà e

la soggettività inevitabilmente implicate da una interpretazione storica vanno a

discapito delle pretese di verità e veridicità dello storico stesso. La replica di

Williams è che, sebbene le ricostruzioni interpretative siano necessariamente

influenzate da considerazioni soggettive e in ultima analisi possano risultare

false, la spiegazione storica mantiene comunque un profondo legame con la verità.

Quest’ultima rimane l’autentico fine, il telos della storia. Le interpretazioni

non sono racconti aventi l’obiettivo di intrattenere un pubblico, ma cercano

di rendere comprensibili i fatti storici, vengono selezionate sulla base della loro

maggiore attendibilità e se non rispondono a canoni veritativi vengono rifiutate.

Il relativismo dell’interpretazione storica non va contrapposto alla sua pretesa

di oggettività: esso riguarda solamente la prospettiva del ricercatore, non l’obiettivo

dell’interpretazione, che è pur sempre quello di essere vera. L’indagine

storica deve rispondere a questo fondamentale requisito di veridicità.

Posto il fatto che la storia abbia ancora un senso, che bisogno abbiamo di

storia? Tale interrogativo si ricollega alla questione centrale posta all’inizio

del libro: che bisogno abbiamo di essere veridici? A tali considerazioni di

chiaro stampo pragmatista Williams risponde proponendo a sua volta una giustificazione

dell’esercizio della veridicità basata su considerazioni di ordine

pragmatico. Egli sostiene che vi sia una profonda relazione costituitasi nella

storia tra liberalismo e veridicità. Il primo aiuta a rendere possibile la seconda,

mantentendo un livello di libertà politica e sociale tale da garantire l’esercizio

delle virtù della verità. Per contro, la società liberale ha bisogno della veridicità

e delle sue virtù per sopravvivere, le quali alimentano un atteggiamento critico

in grado di far emergere ingiustizie e manipolazioni, situazioni universalmente

temute, considerate come mali in un senso assoluto. Ma se l’ingiustizia è

un male assoluto, allora il liberalismo, concepito come forma di governo contrapposta

alla tirannia, si propone come garante della giustizia, ed in quanto


S. Caputo 177

tale merita di essere promosso. Posto il legame tra liberalismo e veridicità, la

difesa del liberalismo risulta essere un buon motivo per essere veridici. Un

motivo che è essenzialmente pratico-morale: la volontà di evitare mali assoluti

quali la violenza e l’ingiustizia. Viene da chiedersi se tale fondazione del valore

della veridicità sul valore assoluto del liberalismo non sia troppo debole.

Essa sembra misurare il valore della verità esclusivamente sulla base di conseguenze

pratico-morali dell’esercizio delle sue virtù. Inoltre, tale fondazione

risulta legata a considerazioni di natura puramente strumentale, e si ripropone

qui un problema discusso in precedenza: fino a che punto il valore della verità

puo essere caratterizzato come intrinseco e non semplicemente strumentale? Si

noti infine che tale fondazione risulta essere dipendente da un’incondizionata,

acritica accettazione dei valori della società liberale.

Alcune ulteriori note critiche. (i) L’intera discussione sul valore della verità

viene condotta senza prima chiarire che cosa sia la verità, senza cioé assumere

una qualche teoria della verità. Williams suppone che il concetto di verità,

nel suo uso ordinario, sia sufficientemente chiaro al lettore, e che comunque la

discussione del valore della verità possa procedere in manera indipendente da

considerazioni riguardanti il significato della verità. Ma queste assunzioni non

sono adeguatamente sostenute da argomenti. È possibile discutere la rilevanza

che un concetto ha per l’individuo, la società e la storia senza supporne almeno

una caratterizzazione di base? Ed è metodologicamente corretto procedere in

questo modo? (ii) Un altro punto critico dell’analisi di Williams riguarda il rigore

e l’attendibilità di un’analisi condotta attraverso una metodologia, quella

genealogica, non particolarmente accreditata nel contesto della filosofia analitica.

Inoltre la narrazione propostaci da Williams è solo un’interpretazione di

come le cose potrebbero essere andate. Il racconto genealogico lascia spazio

ad alternative ricostruzioni fittizie che mostrino diverse funzioni del concetto

di verità. (iii) Voglio infine tornare brevemente sull’obiettivo iniziale che

Williams si era posto: quello di risolvere la tensione tra esigenza di verità e

tendenza al negazionismo. Il risultato dell’analisi di Williams è che la verità ha

un valore e che questo valore è intrinseco e fondamentale per la nostra vita e

la nostra visione del mondo. Questo risultato è davvero rilevante per risolvere

la tensione iniziale? La tesi secondo cui la verità è importante è una buona

risposta alla tesi di alcuni negazionisti secondo i quali la verità non esiste, è

relativa o è soggettiva? C’è davvero un’incompatibilità tra l’apprezzamento

pratico-morale della verità e il suo “deprezzamento” da un punto di vista strettamente

metafisico? Il fatto che sia migliore un mondo in cui si sia veridici non

implica che una cosa come la verità esista e i negatori (almeno alcuni di essi)

non negano l’utilità della verità, quanto piuttosto la sua esistenza.

Nonostante le criticità discusse nel precedente paragrafo, rimangono ampi


178 Recensione di Truth and Truthfulness

spazi per una valutazione positiva dell’opera. Genealogia della verità è un libro

coinvolgente, a tratti illuminante, in grado di aprire nuove prospettive sul

reale valore che il concetto di verità potrebbe avere per noi. Se l’analisi di Williams

si rivelasse corretta, la nozione di verità risulterebbe avere un’importanza

fondamentale per le nostre vite, e i problemi ad essa connessi meriterebbero

un’attenzione che andrebbe ben al di là delle discussioni condotte all’interno

di un contesto strettamente accademico. Il perseguimento della verità e delle

sue virtù sarebbero alla base delle evoluzioni storiche che ci hanno condotto

ad essere quello che siamo, determinato la nostra concezione del tempo e dato

forma alla nostra coscienza individuale, sociale e politica. Senza verità rischieremmo

di perdere la nostra identità, la nostra memoria storica, la nostra libertà.

Per questo, secondo Williams, “se si perde il senso del valore della verità, di

certo si perde qualcosa ed è possibile che si perda tutto” (p. 12).

Bibliografia

Craig E. (2007). Genealogies and the state of nature In Bernard Williams. A

cura di Thomas A., pp. 181–200. Cambridge University Press, Cambridge.

McDermit D. (2004). Review of Williams, B. Truth and Truthfulness. Revista

Hispanoamericana de Filosofia, 34(106), 105–126.

Rorty R. (2002). To the sunlit uplands. London Review of Books, 24(21).

Williams B. (1973). Problems of the Self. Cambridge University Press,

Cambridge.


Pascal Engel e Richard Rorty

A qui bon la vérité?,

Grasset&Frasquelle, Paris, 2005

(trad. it. A cosa serve la verità?, Il Mulino, Bologna,

2007)

Alessia Marabini

COGITO

Università di Bologna

k alessia.marabini2@unibo.it

è liberta di credere che due più due fa quattro. Se questo

viene concesso ne segue tutto il resto”. Sono le parole di Winston,

“Libertà

il protagonista di 1984 di George Orwell18 , torturato dall’uomo di

potere O’Brien, il quale è in preda alla folle fantasia di indurre la vittima a

credere che due più due fa cinque. Sebbene siamo di fronte ad una finzione

letteraria, il modo di interpretare la riflessione di Winston comporta differenze

sostanziali nel nostro modo di intendere il ruolo che riveste la verità.

In Genealogia della verità Bernard Williams (2002, p. 138, ed. it.) fa notare

come Richard Rorty, in Contingency, irony and solidarity, di fronte a questo

scenario prediliga l’interpretazione etica e politica: la riflessione di Winston

significherebbe che ciò che è rilevante non è la verità che due più due fa quattro

ma è la libertà di dirlo, e come in generale tutti i valori siano indipendenti

da una distinzione tra verità e falsità. Eppure, ribatte Williams, abbiamo bisogno

dell’idea che alcune credenze della vittima siano vere, e la possibilità che

questo avvenga, in definitiva, si connette al fatto che alcune cose sono in suo

18 Orwell (1949).


180 Recensione di P. Engel e R. Rorty, A qui bon la vérité?

potere e altre no, nel senso in cui ciò ha a che vedere con l’esigenza di poter

distinguere la fantasia dalla realtà”. Ma per fare questo abbiamo bisogno di

menzionare la verità, contrariamente a quanto afferma Rorty.

Altrove Williams osserva anche che “dato che non si dà alcun mondo in cui

due più due non faccia quattro, giungere a credere che un tale mondo si dia

significa essere portati fuori di testa – o forse si potrebbe piuttosto dire, fuori

dal mondo e dentro la propria testa” (Williams, 2002, p. 138 ed. it). Come

dobbiamo intendere, quindi, l’idea sostenuta da Rorty, che ciò che conta è solo

la libertà di dire qualcosa, indipendentemente dal fatto che sia vera o no?

È contro quest’immagine, che lo stesso Rorty definisce “quietista”, del ruolo

che ricopre la verità all’interno del nostro sistema di credenze e di valori, che

si articolano le riflessioni di Pascal Engel, contenute in À quoi bon la vérité

(d’ora innanzi si farà riferimento all’edizione italiana). Il libro è pensato come

una sorta di dialogo tra i due filosofi Engel e Rorty e riproduce una discussione

tenutasi alla Sorbona nel 2002 per iniziativa del Collège de Philosophie. A una

prima esposizione di entrambi, segue una discussione suscitata da una serie di

domande che Engel pone al suo interlocutore. Ne segue la risposta di Rorty e

la controrisposta di Engel; infine c’è una breve conclusione da parte di ognuno

dei due. Prenderò qui in considerazione, per ragioni di spazio, solo la parte

relativa a Pascal Engel, anche se per ovvi motivi farò talvolta riferimento anche

al punto di vista di Rorty.

Engel parte proprio con una osservazione tratta dalla Genealogia della verità

di Williams, ponendo la questione di quale concetto di verità assumere. In

sintesi, l’idea è che nelle società contemporanee esistono due correnti in apparenza

antagoniste: da un lato, una forte diffidenza nei confronti dei valori della

razionalità, dall’altro l’impressione di essere ingannati dai poteri che si supponeva

dovessero garantire questi valori affiancata da un’esigenza di verità e

fiducia. Tra i modi di indagare sulla verità Engel individua subito un modo che

non ritiene giusto: è il modo che consiste nel contrapporre banalmente un’idea

che diviene in quest’ottica “verofobica”, come quella relativista, postmodernista,

che priva il concetto di qualunque contenuto, ad una concezione che parla

in nome di un’oggettività che appare oppressiva e puritana. L’autore, sebbene

se ne distingua radicalmente, manifesta una simpatia di fondo per alcune idee

di Rorty rivelandoci come egli appaia, all’interno di questa visione manichea,

come una sorta di “cattivo” della storia, erroneamente ritenuto un relativista

postmodernista. Ritiene perciò doveroso procedere con alcune distinzioni al

fine di chiarire correttamente i termini della questione.

Engel colloca Rorty all’interno della tradizione pragmatista piuttosto che

postmodernista, avendo egli offerto, in realtà, argomenti che, pur mostrando

come la verità non abbia l’importanza che le si attribuisce, ne mantengono il


A. Marabini 181

valore etico e pratico. Erede di Peirce, James e Dewey, egli ha acquisito una

posizione originale che risente anche della sua iniziale frequentazione della

tradizione analitica, poi “stemperata” con incursioni nel pensiero di filosofi

come Deleuze, Derrida, Foucault. Il pragmatismo di Rorty sulla verità appare

tuttavia, agli occhi di Engel, molto diverso da quello di Peirce, per le ragioni

che emergeranno nel corso dell’opera. Engel schematizza gli usi che per Rorty

ha l’aggettivo “vero” in una serie di punti:

1. un uso approvativo (“vero” serve per esprimere approvazione nei confronti

di un enunciato);

2. un uso che esprime circospezione (come quando si dice che una credenza

di qualcuno è giustificata, ma non vera);

3. un uso decitazionale.

Se la verità ha un ruolo così poco sostanziale e si rivela una nozione debole,

si spiega perchè essa non possa essere scopo ultimo della ricerca, né norma che

la regoli né può ambire ad altro valore se non semplicemente strumentale.

Engel mette in evidenza anche come questa concezione venga rivendicata a

buon diritto da Rorty come “espressivista”. La verità è utilizzata come espressione

di una condizione di chi parla in quanto espressione di approvazione, e

non ha alcuna pretesa di descrivere il “vero”, come prevede la tradizione relativista.

La visione di Rorty, tuttavia, si distinguerebbe dalle tesi deflazioniste

tout court per il fatto che non intende eliminare il predicato “vero” in quanto

superfluo, ma semplicemente dissipare i falsi miti che lo circondano. E sarebbe

per questa ragione che egli stesso si definisce “quietista” e “ironista” (p. 25).

Dopo una prima esposizione delle tesi di Rorty sul concetto di verità, Engel

passa dapprima a considerare i punti d’accordo e in seguito, con una serie di

quesiti e questioni aperte, i motivi del suo disaccordo con le tesi del filosofo.

Egli condivide con Rorty l’idea che il termine “vero” abbia un senso minimo

dato dallo schema di equivalenza di Tarski, nella sua funzione decitazionale,

tuttavia non ritiene, a differenza di Rorty, che il suo senso si esaurisca in questa

funzione e che questa costituisca la sua unica possibilità di utilizzo.

Sebbene Engel ritenga poco soddisfacente la teoria corrispondentista della

verità, non per questo reputa necessario rinunciare completamente a una concezione

realista della verità a prendere seriamente in considerazione l’opposizione

tra realisti e anti-realisti.

La verità per l’autore rappresenta ancora una norma per la ricerca le cui

implicazioni oggettivistiche risultano essere imprescindibili. Una ridescrizione

della nozione di verità all’interno della nostra pratica, che prescinda da es-


182 Recensione di P. Engel e R. Rorty, A qui bon la vérité?

se, come vorrebbe Rorty, e che faccia appello esclusivamente ai suoi valori di

utilità sociale, appare agli occhi di Engel alquanto dubbia.

È a questo punto che l’autore pone al suo interlocutore una serie di domande

mettendo al tempo stesso in evidenza come la tesi deflazionista, secondo

la quale il termine “vero” non è altro che un dispositivo di asserzione la cui

unica funzione è di permettere di decitare un enunciato, non colga un fatto

fondamentale che concerne la relazione tra asserzione–verità–credenza, ossia

la “normatività” del concetto di verità. La prima questione che Engel (p. 28,

ed. it.) pone a Rorty è come egli possa spiegare questo fatto pur rimanendo

ancorato alle proprie tesi. A dire il vero non è propriamente la verità, precisa

Engel, a essere normativa, ma la verità tramite l’asserzione, essendo la verità

“norma dell’asserzione”. In questo consiste il suo ruolo principale: l’essere una

norma concettuale, cosa che la distingue perfino dal suo essere una norma etica

o epistemica. Fondamentale, infatti, è per un soggetto comprendere il fatto che

un’asserzione o credenza corretta deve essere vera e soddisfare questo requisito

come condizione della sua razionalità. Normativo è quindi il legame che la

verità mantiene con la credenza e con l’asserzione: affermare qualcosa è esprimere

la propria convinzione che l’enunciato è vero. La perplessità che Engel

solleva nei confronti di Rorty è rispetto alla reale possibilità di spiegare la pratica

dell’asserzione, senza il concetto di verità come sua norma: risulterebbe

difficile, infatti, continuare a concepire le nostre credenze come razionali. La

questione che pone a Rorty è dunque come spiegare questo fatto pur rimanendo

ancorato alle proprie tesi.

La seconda domanda (p. 32, ed. it.) concerne ancora l’aspetto normativo

della verità, più propriamente il triangolo verità-asserzione-credenza, declinandolo

sul suo aspetto di “norma di oggettività” per i nostri enunciati e credenze.

Se Rorty mantiene una nozione debole di verità, una delle ragioni addotte

era l’idea che ciò di cui abbiamo bisogno sono “giustificazioni” per enunciati,

non enunciati “veri”. Ma Engel fa osservare che il modo in cui Rorty intende

la giustificazione pone seri problemi a una spiegazione che renda conto

correttamente del suo ruolo all’interno della nostra pratica.

La giustificazione è infatti, per Rorty, sempre “relativa a un uditorio”, mentre

per Engel, quando, ad esempio, diciamo che un enunciato è giustificato

sebbene non vero, sembra piuttosto che opponiamo non semplicemente due

uditori, ma le nostre ragioni per credere l’enunciato al modo in cui le cose

sono in realtà. Qui Engel perviene perciò ad una forma di realismo che non

comporta necessariamente la credenza in una realtà “esterna” assoluta. Non

c’è bisogno di credere a una “realtà” che trascende le nostre asserzioni per impiegare

“vero” in questo senso, ossia per stabilire un’opposizione tra le “nostre

ragioni di credere” e i “fatti”. La tesi dell’indistinguibilità tra “verità” e “asseri-


A. Marabini 183

bilità garantita” che Engel attribuisce a Rorty, non riesce perciò a render conto

di questo importante aspetto che sta alla base della possibilità di fornire un framework

di “razionalità” alle nostre pratiche. Ciò che fa Rorty, inserendosi in

questa tradizione, sarebbe proprio ritenere erroneamente che sia sufficiente il

nostro accordo senza presupporre, come fa invece un pragmatista come Peirce,

una nozione di verità esterna non eliminabile. La nozione di giustificazione

presuppone quella di verità.

In seguito (è la terza domanda) Engel (p. 35, ed. it.) mette in guardia contro

un possibile fraintendimento dell’idea di “normatività” se applicata alla nozione

di verità. Si tratta del senso “protoetico” che essa potrebbe erroneamente

assumere agli occhi di qualcuno, come Foucault o lo stesso Rorty. Nell’ottica

di Engel non si tratta infatti dell’obbligo di dire sempre la verità o della

sua necessità. L’idea è piuttosto che la verità è una norma concettuale e non

etica o epistemica: anche se sono possibili forme di auto-inganno, come il wishful

thinking o la self-deception, il punto è piuttosto che deve esser possibile

riconoscere questi comportamenti come anormali rispetto alle pratiche dell’asserzione

e della formazione di credenze razionali. Il termine “norma” va qui

espunto del suo senso morale per mantenere quello fondamentale di “regola

costituiva di una pratica”: come tale esso non comporta l’esistenza di una proprietà

corrispondente, come intende Rorty. In sintesi, mentre Rorty, a partire

dal presupposto che non c’è una norma come la verità, concluderebbe che non

esiste una proprietà come la verità, Engel ritiene di poter mantenere la sua

concezione normativa come fine ultimo della ricerca senza impegnarsi all’esistenza

della proprietà. La questione che Engel pone a Rorty è dunque se egli

sarebbe disposto ad accettare un ruolo normativo per la verità, di stampo concettuale,

una volta eliminati i presupposti che essa sia anche una norma etica o

epistemica.

Ciò che segue, con la quarta domanda (p. 39, ed. it.), è un’importante

distinzione tra ciò che è il ruolo interno della verità, di stampo normativo e

concettuale, e l’uso che di essa possiamo fare. In altri termini si tratta della

distinzione che anche Williams mette in evidenza (p. 83) tra ciò che possiamo

intendere del suo ruolo, e il modo in cui si dà storicamente il concetto di verità.

E all’interno delle riflessioni di Engel viene citato un passo di Williams (2002,

p. 83) in cui appunto si sottolinea questa distinzione tra i livelli in cui compare

il concetto di verità. In sintesi, non sussisterebbe alcun legame necessario tra il

concetto di verità e la nozione di veridicità o quella di sincerità: queste ultime

riguarderebbero solo l’eventuale atteggiamento da adottare nei confronti della

verità, ossia il modo in cui le attribuiamo un valore o gli usi che ne fanno diversi

gruppi umani, mentre una sua analisi concerne esclusivamente il ruolo che

essa assume e come essa funziona nel nostro sistema di asserzioni e credenze.


184 Recensione di P. Engel e R. Rorty, A qui bon la vérité?

Confondere i due piani significa commettere l’errore che fa Foucault nell’assumere

che la “storia della verità” mostri tutto quanto c’è da dire rispetto a tale

nozione.

In sostanza il punto di Engel è che la tesi concettuale della verità come “norma

costitutiva” all’interno del triangolo asserzioni-credenze-verità va tenuta

ben distinta dalla tesi etica in base alla quale essa è un “valore intrinseco” e

dalla tesi epistemologica per cui è il valore supremo della ricerca. Tuttavia

non si comprenderebbero le virtù della verità (veridicità, sincerità, precisione,

fiducia, le stesse che Williams prende in esame in dettaglio) se non alla luce

di ciò che la nozione concettuale mette in gioco. Engel non vede perciò tra di

esse un legame solo di contingenza, come invece sembrerebbe supporre Rorty.

L’autore si dichiara scettico, infine, sulla reale possibilità di considerare queste

virtù come puramente “strumentali” (“nella lunga durata, come sarebbe possibile

intendere che cosa sia utile se non si sa se è vero?) e di poter mantenere le

virtù di utilità sociale qualora non esistessero quelle aletiche.

L’ultimo punto, col quale si perviene alla quinta domanda, concerne la possibilità

preventivata da Rorty di sostituire il nostro vocabolario sulla verità con

uno più adatto ai nostri scopi, che prevedesse cioè di eliminare il riferimento alle

virtù di verità (veridicità, sincerità, precisione ecc.) con le quali facciamo riferimento

esclusivamente ai valori strumentali: si tratterebbe di introdurne uno

più fedele, secondo il pragmatismo rortyano, che rispecchiasse altri impegni,

i quali sarebbero davvero fini e non strumenti in vista di fini. Esso comprenderebbe

termini come democrazia, dialogo, solidarietà. Ma l’autore manifesta

le proprie perplessità di fronte a uno scenario simile per l’eventualità che in

tal caso, eliminando la distinzione tra verità e giustificazione, non ci sarebbe

alcuna garanzia di sopravvivenza per il concetto di verità. La giusta diffidenza

nei confronti del “Vero” con la maiuscola non deve portarci a rifiutare il “vero”

con la minuscola: cosa sarebbe la solidarietà, replica Engel, senza la fiducia,

che sembra invece presupporre proprio la verità? Termina a questo punto la

parte espositiva del filosofo alla quale segue, dopo un’analoga presentazione

del pensiero di Rorty, la discussione.

Qui Engel ribatte all’accusa mossa da Rorty alla tradizione filosofica analitica,

di focalizzarsi su questioni sterili come il dibattito su realismo e antirealismo

o inutili distinzioni come strumentale/intrinseco o descrizione/espressione.

Rorty paragona ciò che gli analitici chiamano “analisi concettuale” o “chiarificazione

concettuale” ad una ridescrizione mascherata che consiste semplicemente,

data la possibilità di modificare i nostri usi della parole, nel creare

mondi nuovi. Si tratta tuttavia, per Rorty di una prerogativa che non appartiene

solo ai filosofi, i quali non dispongono di alcuna tecnica particolare, ma degli

intellettuali in genere. Allo stesso modo, infatti, i positivisti “ridescrivono”


A. Marabini 185

enunciati come “la tortura è un male” definendoli né veri né falsi, al fine di

ricollocare la ricerca della verità all’interno del paradigma delle scienze empiriche.

Rispondendo a Rorty, Engel sottolinea come le ridescrizioni non siano

in realtà innocue, bensì gravide di conseguenze per i valori, o come considerare

l’idea che la tortura è un male una “espressione di un proprio stato mentale”

sia in realtà cosa ben diversa dal pensarlo come enunciato che esprime una credenza

suscettibile di essere vera o falsa, o ancora, più in generale, come questo

scenario appiattirebbe tutti i discorsi senza consentire di individuare gradi di

oggettività che sembrano invece persistere nei nostri discorsi.

Engel conclude ribadendo come una distinzione tra questioni che hanno

“reale interesse pratico” e questioni “puramente scolastiche” come vorrebbe

Rorty sia mal posta, poiché introdurrebbe alla fine un criterio di demarcazione

tra questioni che hanno senso e altre che non ne hanno, contraria ad un’assunzione

dello stesso Rorty (e la matematica, in quale delle due categorie rientrerebbe?)

e di sapore positivista: l’analogia è con l’opposizione carnapiana tra

questioni “interne” ed “esterne”.

In conclusione, il saggio, di carattere introduttivo, ha il merito di rappresentare

in modo molto chiaro e conciso i termini del dibattito sul tema del

ruolo della verità nella nostra vita. Apprezzabile è l’intento di far comprendere

l’importanza che primariamente riveste il suo aspetto normativo concettuale,

proprio per salvaguardare anche quelle virtù di utilità sociale di cui altri si fanno

giustamente paladini, ma pensando, erroneamente, che si possa facilmente

fare a meno della verità.

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Trenton Merricks, Truth and Ontology, Oxford

University Press, Oxford, 2007

Giuliano Torrengo

Departimento di Filosofia

Università di Torino

k giuliano.torrengo@unito.it

In Truth and Ontology, Trenton Merricks analizza l’idea che la verità dipenda

dall’essere – ossia da cosa esiste e da quali proprietà vengono esemplificate

da ciò che esiste –, avanza una critica dettagliata alla teoria del

fattori di verità (TM) – la tesi che per ogni verità p esiste qualcosa che

rende vero p – e difende, nell’ultimo capitolo, una teoria della verità non basata

sulla dipendenza dall’essere. Vi sono molti modi di articolare l’idea che

la verità dipenda dall’essere, ma TM ha importanza centrale perché qualsiasi

altro modo “sostanziale” di farlo – ossia qualsiasi altro modo che non riduca la

dipendenza della verità dall’essere ad un’ovvietà – risulta essere in fondo equivalente

a TM. Inoltre, Merricks sostiene che qualsiasi tentativo di “indebolire”

TM, limitandone l’applicazione in casi problematici come le verità necessarie e

gli esistenziali negativi, costituisce una mossa che ne tradisce le motivazioni di

partenza. In altri termini, o TM viene abbracciata nella versione massimalista

(ogni verità richiede un fattore di verità), oppure cade ogni motivo per abbracciare

TM. Se vi sono verità prive di fattori di verità, dunque, non dovremmo

sostenere che TM ha delle eccezioni, ma piuttosto che TM è falsa perché la

verità non dipende sempre in maniera sostanziale dall’essere. L’intuizione fondamentale

che motiva TM, dunque, è che la dipendenza della verità dall’essere

non sia mai qualcosa di meramente formale e banale. Molti filosofi inoltre abbracciano

TM perché permette loro di individuare (o, meglio, smascherare) le


188 Recensione di Truth and Ontology

teorie che “ingannano” (“cheat”) nel fornire spiegazioni della verità 19 . Tipicamente,

i sostenitori di TM sfruttano tale dottrina per accusare di inganno le

spiegazioni riguardanti enunciati al passato che ricorrono a proprietà primitive

possedute da entità presenti (ad es. “Sono stato seduto” è vera, perché possiedo

ora la proprietà di essere stato seduto), o le spiegazioni riguardanti verità controfattuali

che ricorrono a proprietà primitive possedute da entità attuali (ad es.

“Giovanni accetterebbe liberamente una tangente da 10.000 euro se gli venisse

offerta” è vero perché Giovanni esemplifica essere tale da accettare una tangente

da 10.000 euro liberamente, nel caso venga offerta). Le due motivazioni

sono, per Merricks, facce della stessa medaglia: l’idea che la dipendenza della

verità dall’essere sia sostanziale non è altro che l’idea che nel richiedere una

spiegazione di cosa rende vero un enunciato non si ricorra semplicemente ad

una versione banale di questa dipendenza. Il sostenitore di TM, dunque, da un

lato deve trovare un modo di fornire fattori di verità anche ai casi problematici,

nei confronti dei quali lui stesso è tentato di dichiarare che la teoria non ha

applicazione (le verità necessarie e gli esistenziali negativi), e dall’altro deve

elaborare una distinzione fra fattori di verità accettabili e fattori di verità “sospetti”

che gli permetta di smascherare le spiegazioni ingannevoli. Gran parte

del libro è dedicato a dimostrare che questi due compiti risultano incompatibili.

Affinché TM articoli l’idea della dipendenza in maniera sostanziale deve

implicare, in primo luogo, l’esistenza di entità complesse costituite da oggetti

e proprietà, come stati di cose, eventi o fatti (o, in alternativa, tropi). Questo è

un costo che si può evitare sostituendo TM con la teoria della sopravvenienza

della verità sull’essere (TSB) – un altro modo di articolare la tesi della dipendenza

della verità dall’essere. Se si articola TSB come una forma sostanziale di

dipendenza, però, ciò risulta essere l’unico, modesto, vantaggio di TSB su TM,

e quindi gli argomenti di Merricks non sono in fondo toccati dalla scelta che

si fa: valgono tanto contro l’idea che ogni verità richieda un fattore di verità,

quanto contro l’idea che ogni verità richieda una base di sopravvenienza non

banale. In secondo luogo, occorre che un fattore di verità di una proposizione

p (o una base di sopravvenienza per la verità di p) necessiti la verità di p. In altri

termini, necessariamente, se il fattore di verità di una proposizione p esiste,

allora p è vera. Questa tesi ha una conseguenza sulla costituzione dei fattori

di verità complessi: essi devono possedere almeno alcuni dei loro costituenti

essenzialmente. Supponiamo che lo stato di cose che Fido è marrone esista,

ma che possa essere costituito da Fido e dalla proprietà di essere nero, anziché

dalla proprietà di essere marrone. Ci sarebbe dunque un mondo dove quello

stati di cose esiste, ma è costituito da Fido e dalla proprietà di essere nero e

19 Su questo senso di “ingannare” in ontologia, si veda T. Sider (2001, cap. 2).


G. Torrengo 189

quindi in quel mondo la proposizione che Fido è marrone è falsa 20 . Il fattore

di verità di tale proposizione, dunque, non può non essere costituito dalla proprietà

di essere marrone. Nel contempo, che un’entità necessiti la verità di una

proposizione p è una condizione solo sufficiente ma non necessaria affinché

tale entità sia un fattore di verità di p. Le verità necessarie sono necessitate

da qualsiasi cosa esista. Se una proposizione è vera comunque stiano le cose,

infatti, è necessariamente vero che se una certa cosa esiste, allora quella proposizione

è vera; quindi qualsiasi cosa soddisfa la condizione di necessitazione

per una proposizione necessaria. Sembra, però, difficile sostenere che il mio

pollice o i miei occhiali siano ciò che rende vero l’ultimo teorema di Fermat. E

più in generale è possibile trovare qualche entità che necessiti una verità p che

nel contempo non sarebbe plausibile ritenere un fattore di verità di p. Ad esempio,

se esistesse un essere necessariamente infallibile, il fatto che questo essere

creda che Giovanni stamattina ha bevuto caffé (ad esempio) necessiterebbe la

verità della proposizione che Giovanni stamattina ha bevuto caffé. Ma ciò che

un essere infallibile crede non sembra essere ciò che rende vera la proposizione

in questione. Piuttosto, dal momento che la proposizione in questione riguarda

Giovanni e il caffé che ha bevuto, è del tutto ragionevole richiedere che il suo

fattore di verità coinvolga in qualche modo Giovanni e il caffé che ha bevuto.

In generale, la tesi della necessitazione va specificata introducendo qualche

vincolo di rilevanza: un fattore di verità per una proposizione p deve non solo

necessitare p, ma anche essere qualcosa “di cui p parla”. Questo perché il fattore

di verità di una proposizione p – se articoliamo la teoria in modo sostanziale

– sta a fondamento della verità di p, ossia è ciò che ci permette di spiegare la

verità di p. In altri termini, è necessario che TM faccia ricorso ad una qualche

nozione di aboutness nel caratterizzare i fattori di verità. Tale nozione non può

essere troppo blanda; in un senso del tutto ordinario, infatti, ci basta comprendere

una proposizione per sapere di cosa essa parli, e quindi una proposizione

può parlare di qualcosa anche senza stare in relazione con ciò di cui parla. Una

storia di fantasmi, ad esempio, parla di fantasmi anche se non esistono fantasmi,

e quindi anche se le proposizioni che compongono la storia non stanno in

relazione con dei fantasmi. La nozione ordinaria di aboutness non è dunque

relazionale, mentre quella che serve al sostenitore di TM implica che vi sia una

relazione fra le cose di cui la proposizione parla e la proposizione (e che queste

cose esistano), ed è dunque una nozione relazionale.

Se TM deve avere un ruolo nello smascheramento di teorie che ingannano

nel fornire spiegazioni di cosa rende vere certe verità, come ad esempio quelle

riguardanti il passato, le verità modali, o quelle riguardanti controfattuali, il

sostenitore di TM deve avere un modo di individuare alcune proprietà come

20 u ciò si veda anche D. M. Armstrong (1997).


190 Recensione di Truth and Ontology

“sospette”, ossia non adatte per fondare la verità degli enunciati in questione.

Tipicamente, il sostenitore di TM ritiene che proprietà “lucreziane” come essere

tale che i Troiani sono stati invasi, proprietà modali primitive come essere

un possibile presidente, o proprietà “suareziane” come essere tale da accettare

una tangente da 10.000 euro liberamente, nel caso venga offerta siano proprietà

sospette, che non possono essere accettate all’interno di una spiegazione

sostanziale di ciò che rende veri gli enunciati pertinenti. Nessuna analisi della

verità, però, può in linea di principio servire a discriminare tali proprietà

da quelle accettabili all’interno di una teoria del rendere vero. Sembrerebbe

dunque che il sostenitore di TM debba già abbracciare una teoria metafisica

completa per poter operare la distinzione, e quindi TM, di per sé, non può essere

di aiuto per dirimere diatribe metafisiche. Gran parte del corpo centrale

del libro è dedicato all’articolazione di questo problema metodologico, e a mostrare

come il sostenitore di TM non riesca a trovare una via d’uscita coerente

da un lato con il compito di fondare tutte le verità nell’essere, e dall’altro con

l’obiettivo di smascherare “gli inganni”.

Merricks prende in considerazione nel dettaglio due casi in cui il sostenitore

di TM è tentato di trovare delle eccezioni alla tesi generale che ogni verità

richiede un fattore di verità: le verità necessarie e gli esistenziali negativi (considerate

assieme alle generalizzazioni). In entrambi i casi, tali esenzioni non

sono motivate dalle intuizioni che stanno alla base di TM, e il suo sostenitore

si troverebbe in difficoltà a non accettare un analogo rifiuto della richiesta di

fornire fattori di verità anche in altri casi. In particolare, chi volesse sfruttare

TM per sollevare contro il presentismo (la tesi che l’intera realtà sia limitata al

presente) il problema delle verità che riguardano il passato, o contro l’attualista

(che ritiene che l’intera realtà sia limitata al mondo attuale) il problema delle

verità modali, si troverebbe in difficoltà a contrastare un analogo rifiuto da parte

dei suoi avversari di fornire fattori di verità in questi casi. Se, ad esempio,

si sostiene che un enunciato come “gli hobbit non esistono” non ha fattori di

verità perché riguarda ciò che non esiste, verrebbe da chiedersi allora perché

le verità che concernono ciò che potrebbe esistere o ciò che esisteva, non dovrebbero

essere ugualmente esentate dalla richiesta di essere fondate in ciò che

esiste. Per lo stesso motivo tentare di fornire fattori di verità per esistenziali

negativi veri ammettendo proprietà come quella di essere tale che gli hobbit

non esistono aprirebbe la strada ad analoghe strategie nei confronti di verità

riguardanti il passato e riguardanti ciò che potrebbe esistere – strategie che tipicamente

il sostenitore di TM smaschera come “inganni” proprio sulla base

di TM. La conclusione di Merricks è che la strategia migliore per il sostenitore

di TM è quella di accettare lo stato totale dell’universo come il fattore di verità

per tutti gli esistenziali negativi. Questa soluzione comporta comunque l’ac-


G. Torrengo 191

cettazione di almeno una proprietà per certi versi sospetta, ossia la proprietà di

essere tale che non vi è altro nell’universo.

Dopo aver analizzato TSB come alternativa a TM, e aver concluso che se

indebolita e intesa in termini di sopravvenienza globale (ogni verità sopravviene

sulla totalità delle cose che esistono), TSB non coglie l’idea fondamentale

di dipendenza sostanziale della verità dall’essere, mentre intesa in senso stretto

come sopravvenienza locale (per ogni verità c’è una un parte di realtà su cui

sopravviene), TSB è sostanzialmente equivalente a TM, Merricks passa a indagare

le accuse che molti sostenitori di TM rivolgono a certe spiegazioni delle

verità riguardanti la modalità, il passato e le situazioni controfattuali. Innanzitutto,

TM implica che almeno alcune proprietà siano possedute essenzialmente

dai fattori di verità, e quindi risulta in fin dei conti incompatibile con qualsiasi

eliminazione della modalità de re. Molti sostenitori di TM, però, vogliono se

non eliminare, almeno ridurre le proprietà modali de re – come ad esempio la

proprietà di essere possibilmente alto due metri che sembrerebbe essere una

proprietà di cui io, come molti altri, godo – attraverso il ricorso a mondi possibili.

Ma questa strategia non è disponibile al sostenitore di TM o di TSB,

soprattutto se non è incline ad accettare un realismo pieno (à la Lewis) nei confronti

dei mondi possibili. Costruire i mondi possibili come rappresentazioni

astratte ci porterebbe infatti a ridurre, ad esempio, il mio essere possibilmente

alto due metri all’essere possibilmente vero che io sia alto due metri. E questo

significherebbe “ribaltare” l’intuizione della dipendenza di essere e verità che

sta alla base di TM e TSB: si farebbe infatti dipendere come stanno le cose nel

mondo attuale dalla verità di alcune proposizioni e non vice versa. Qualcosa

di analogo vale anche nei confronti di certe strategie presentiste che vengono

accusate di inganno dal sostenitore di TM, anche se Merricks chiaramente pone

una differenza fra i due casi. Nei confronti della modalità, infatti, il suo

scopo è quello di argomentare che la modalità de re è irrinunciabile in ogni

caso – indipendentemente da che posizione abbiamo nei confronti del rapporto

fra verità ed essere. Mentre nei confronti delle verità passate, così come

nei confronti delle verità controfattuali, il suo scopo è di far vedere come non

ci siano buoni motivi per sostenere che tali verità dipendano dall’essere, ossia

da come stanno le cose. Ridurre, ad esempio, le verità riguardanti tempi

passati – che per il presentista non esistono, in quanto l’esistenza tout court

si riduce all’esistenza presente – a verità concernenti rappresentazioni astratte

(i cosiddetti tempi ersatz) e le loro relazioni (l’ordine temporale ersatz) con il

presente è andare contro il vincolo di rilevanza a cui i fattori di verità devono

sottostare: le verità al passato riguardano appunto il passato e non delle relazioni

primitive fra rappresentazioni astratte! TM è dunque incompatibile con il

presentismo, e dal momento che Merricks ritiene di avere motivi indipendenti


192 Recensione di Truth and Ontology

per accettare il presentismo, ne conclude che sia TM a dover venire abbandonata

21 . Le verità che riguardano il passato non sono fondate su come stanno le

cose come invece sono molte verità che riguardano il presente. Argomenti analoghi

vengono sollevati nei confronti delle verità condizionali controfattuali e

disposizionali. Ad esempio, i controfattuali che riguardano le decisioni libere

(come “se a Giovanni offrissero una tangente da 10.000 euro, l’accetterebbe

liberamente”), hanno un valore di verità determinato anche se non sono fondati

nell’essere, appunto perché riguardano non come le cose stanno, ma come

starebbero se certe circostanze si realizzerebbero. E la soluzione “suareziana”

di accettare delle proprietà primitive che le fonderebbero è sospetta, non solo

perché tali proprietà del mondo attuale non sembrano essere ciò di cui i relativi

condizionali parlano (e lo stesso vale per i condizionali di disposizione), ma anche

perché l’unico appiglio per la comprensione di tali proprietà sembrerebbe

essere appunto quello di essere tali da fondare la verità dei relativi condizionali.

Ed evidentemente ci troveremmo di fronte ad una spiegazione circolare se

prendessimo questa strada 22 .

Nell’ultimo capitolo Merricks propone la sua teoria della verità. In primo

luogo Merricks distingue fra la teoria della verità come corrispondenza – una

teoria di cosa sia la verità – e TM – una teoria che riguarda il rendere vero,

e la dipendenza della verità dall’essere. Entrambe, inoltre, non sono implicate

dalla tesi che Merricks chiama realismo della verità, ossia l’accettazione

della serie di tutti i bicondizionali tarskiani (non paradossali). La teoria della

corrispondenza condivide con TM la conseguenza che tutte le verità stanno in

relazione con gli esistenti di cui parlano – dal momento che tale conseguenza

è falsa, entrambe vanno rifiutate. Più in generale vanno rifiutate tutte le teorie

che individuano la verità con una relazione fra un portatore e un esistente,

come la teoria coerentista (gli esistenti in questo caso sono le credenze di un

sistema), la pragmatista, e la teoria dell’identità. La conclusione è che la verità

è una proprietà monadica, anche se non intrinseca, delle proposizioni. Non è

intrinseca perché il fatto che una proposizione la esemplifichi o meno spesso

dipende da come stanno altre cose (o da come potrebbero stare, o da come sono

state). Questo può sembrare un prezzo piuttosto alto da pagare, ma Merricks

fa notare come il sostenitore di TM, dal momento che deve rendere conto della

verità degli esistenziali negativi è costretto ad accettare almeno una proprietà

monadica estrinseca: essere tale che non vi è altro nell’universo. Entrambe le

proprietà, inoltre, risultano essere primitive. Ma che la verità sia una proprietà

primitiva non deve preoccupare per Merricks. Così come afferrare l’identità,

una relazione indubbiamente primitiva, ci permette di sapere che essa ha cer-

21 Sul presentismo ersatz di veda C. Bourne (2007).

22 Su questo tipo di proprietà si veda R. M. Adams (1977).


G. Torrengo 193

te proprietà come l’essere transitiva e l’implicare l’indiscernibilità, afferrare la

verità ci permette di sapere che la sua esemplificazione da parte di una proposizione

implica il relativo bicondizionale tarskiano. Per Merricks questo è un

vantaggio della sua teoria nei confronti del minimalismo à la Horwich, che riduce

la verità alla serie di bicondizionali tarskiani lasciando però del tutto non

spiegata la nostra propensione ad asserirli (e di escludere i casi paradossali).

Il fatto che la verità sia una proprietà primitiva, per Merricks, lungi dal creare

problemi di intelligibilità, è dunque ciò che rende il realismo della verità non

misterioso – come invece risulta essere in fin dei conti per il minimalismo. Il

libro di Merricks è estremamente stimolante nella lettura e profondo nel modo

di ricostruire molti argomenti, ma le conclusioni possono lasciare perplessi. Infatti,

il ricorso ad una proprietà primitiva, e al fatto bruto della conoscenza delle

conseguenze che seguono dal suo afferrarla, difficilmente ci permette di fornire

una spiegazione migliore di cosa sia la verità che il semplice asserire che

rispetto alla verità non c’è altro da sapere che ciò che ci dicono i bicondizionali

tarskiani. Inoltre, sembrerebbe che l’unico appiglio che abbiamo per comprendere

cosa voglia dire afferrare la proprietà monadica primitiva della verità sia

appunto che l’afferrarla ci porterebbe ad assentire ai bicondizionali tarskiani.

Ma allora anche in questo caso ci troveremmo di fronte ad una spiegazione

circolare analoga a quella che Merricks imputa alla posizione “suareziana” nei

confronti dei condizionali di libertà.

Bibliografia

Adams R. M. (1977). Middle knowledge and the problem of evil. American

Philosophical Quarterly, 14(2), 109–117. Ristampato in Adams (1987, cap.

6).

Adams R. M. (1987). The virtue of faith and other essays in philosophical

theology. Oxford University Press, Oxford.

Armstrong D. M. (1997). A world of state of affairs. Cambridge University

Press, Cambridge.

Bourne C. (2007). A Future for Presentism. Oxford University Press, Oxford.

Sider T. (2001). Fourdimensionalism. An Ontology of Persistence and Time.

Oxford University Press, Oxford.


Luca Bellotti, Teorie della Verità, ETS, Pisa, 2008

Claudio Faschilli

Dipartimento di Filosofia

Università di Torino

k faschilli@gmail.com

Uno dei passi maggiormente citati nei testi filosofici che si occupano

della verità è il passo aristotelico che recita “dire di ciò che è, che non

è, o di ciò che non è, che è, è falso, mentre dire di ciò che è, che è, o di

ciò che non è, che non è, è vero” (Metaph., 1011b, 25). La frequenza con cui

questa citazione si ripresenta è subito spiegata tenendo conto del fatto che essa

è comunemente considerata il fondamento delle teorie di stampo corrispondentista,

nelle quali la verità è descritta in termini di corrispondenza tra enunciati

del linguaggio e stati di cose del mondo.

Nell’ambito della filosofia analitica, l’altro passo che si è soliti citare quando

si affronta il tema della verità – fors’anche più frequentemente rispetto a quello

di Aristotele – è lo schema espresso nella cosiddetta Convenzione T dal logico

polacco Alfred Tarski, secondo il quale

(T) X è vero se e solo se p

dove X è un nome dell’enunciato p. Traducendo il tutto in un caso concreto,

potremmo, ad esempio, dire che:

“Il gatto corre” è vero se e solo se il gatto corre.

Questo schema altro non è che un tassello della complessa teoria elaborata

dal logico polacco, al fine di giungere ad una definizione rigorosa e soddisfacente

della nozione di verità, o, meglio, di enunciato vero. Nonostante la sua


196 Recensione di Teorie della Verità

evidente analogia con la prospettiva corrispondentista, si deve, tuttavia, tener

conto del fatto che Tarski preferì sempre mantenersi neutrale rispetto ad una

tale interpretazione della sua ricerca.

Ora, le sue tesi sulla verità ed, in particolare, i suoi risultati di carattere

limitativo, sono rimasti a tutt’oggi il punto di partenza e di confronto per ogni

nuova teoria che voglia esprimersi riguardo a tale nozione fondamentale.

Non a caso quindi Tarski è anche l’autore con il quale prende il via il libro

di Luca Bellotti. Questo libro si propone come un “sintetico resoconto”

(p. 10) delle principali teorie formali sulla verità ed è animato dall’intento –

prevalentemente didattico – di guidare nei loro meandri chi ha anche soltanto

un’infarinatura di logica. Intento che, tuttavia, non priva il lettore più esperto

del piacere di veder presentati gli aspetti più complessi e tecnici.

Il tema attorno al quale è costruito il libro è quello della possibilità di fornire

una definizione rigorosa del concetto di verità, considerandolo da un punto di

vista logico-formale, e prestando particolare attenzione alle difficoltà che le

antinomie semantiche, come il paradosso del Mentitore, generano rispetto alle

nostre intuizioni sulla verità.

L’impostazione espressamente introduttiva che caratterizza il libro non consente

di certo un ampio grado di libertà e di creatività al recensore. Di conseguenza,

in quanto segue mi limiterò a presentare sommariamente ciò che è

detto nel testo, al fine di fornire al lettore uno schema generico delle tematiche

in esso sviluppate; schema al quale si potrà dare concretezza soltanto attraverso

la lettura del libro stesso – cosa a cui, del resto, la presente recensione vuole

caldamente invitare.

Il libro di Bellotti è suddiviso in quattro capitoli. I primi due sono dedicati

prevalentemente alla posizione di Tarski; nel terzo è presa in considerazione

la teoria della verità di Kripke; infine, nel quarto, si dà un’idea sommaria di

quelle che sono le teorie più recenti, successive a quella kripkiana.

Il primo capitolo fornisce una presentazione iniziale ed introduttiva al problema

della definizione della verità all’interno della concezione semantica adottata

da Tarski. Come prima cosa sono illustrati quelli che sono i requisiti

affinché una tale definizione possa essere considerata soddisfacente: essa dev’essere

sia materialmente adeguata, sia formalmente corretta. In particolare,

l’adeguatezza materiale si ottiene quando dalla definizione seguono tutte le

equivalenze della forma (T), sopra considerata.

Ora, come l’autore nota, la principale difficoltà cui deve far fronte una definizione

rigorosa del concetto di verità deriva dalla presenza delle antinomie

semantiche, le quali, come il cosiddetto paradosso del Mentitore, “sembrano

mostrare che le nostre più semplici intuizioni sulla nozione di verità, unite ad

alcuni basilari principi logici, conducono quasi immediatamente a contraddi-


C. Faschilli 197

zioni” (p. 10). Ciò che viene quindi mostrato è come Tarski cerchi di superare

tali ostacoli per giungere ad una definizione di verità in grado di evitare la

riformulazione delle antinomie.

La soluzione consiste nel distinguere tra almeno due linguaggi diversi: il

linguaggio oggetto – ossia il linguaggio del quale si parla, agli enunciati del

quale va applicata la nozione di verità – e il metalinguaggio – ossia il linguaggio

all’interno del qual è costruita la definizione di verità e nel quale si parla del

linguaggio oggetto. Questa distinzione permette, infatti, di evitare il ripresentarsi

dei paradossi, dal momento che la definizione di verità e le equivalenze di

forma (T) possono essere formulate solo all’interno del metalinguaggio e non

nel linguaggio oggetto stesso.

Alla definizione di verità si giunge invece introducendo un’ulteriore nozione

tecnica: quella di “soddisfacimento”, che in questo capitolo viene presentata

informalmente, lasciando al capitolo successivo il compito di formulare in modo

più rigoroso l’intera teoria tarskiana. Nello specifico il soddisfacimento è

descritto come “una relazione tra sequenze di oggetti arbitrari e funzioni enunciative”,

dove le funzioni enunciative sono “espressioni aventi struttura analoga

agli enunciati, ma contenenti variabili libere”, così che si può affermare che

“certi oggetti (in sequenza) soddisfano una certa funzione enunciativa se e solo

se quegli oggetti stanno nella relazione denotata da quella funzione enunciativa.”

Segue quindi la presentazione e la discussione di alcune osservazioni di

Tarski sulla teoria semantica della verità, di alcuni problemi del suo trattamento

dei paradossi e di ulteriori osservazioni filosofiche. In questo contesto viene

fatto un primo accenno all’articolo di Kripke (1975), Outline of a Theory of

Truth. L’articolo viene qui citato per rilevare una caratteristica dei paradossi,

che la teoria tarskiana non era stata in grado di afferrare: la paradossalità non

è riconoscibile a partire dai tratti sintattici o semantici degli enunciati contenenti

il predicato di verità, ma viene quasi sempre determinata da circostanze

empiriche sfavorevoli. Bellotti comincia così a delineare alcuni aspetti centrali

della proposta di Kripke, alla quale, come vedremo tra poco, è dedicato l’intero

terzo capitolo.

Il secondo capitolo è ancora dedicato alla teoria di Tarski e si presenta come

un’esposizione più rigorosa dei suoi concetti centrali, i quali sono formulati con

maggiore esattezza, grazie al costante riferimento al lavoro del 1935, Der Wahrheitsbegriff

in den formalisierten Sprachen, traduzione dell’originale versione

polacca del 1933.

L’intento è sempre quello di giungere alla formulazione di una definizione di

enunciato vero, che sia materialmente adeguata e formalmente corretta. Poiché,

tuttavia, l’universalità del linguaggio naturale pone dei dubbi sulla possibilità

di una definizione corretta di enunciato vero, l’indagine si restringe alla consi-


198 Recensione di Teorie della Verità

derazione dei soli linguaggi formali, quelli cioè in cui il senso delle espressioni

viene determinato non ambiguamente dalla loro stessa forma.

Seguendo il procedimento di Tarski, l’autore presenta un esempio concreto

di definizione di verità, considerando il linguaggio del calcolo delle classi.

Riformula quindi più rigorosamente la Convenzione T, la nozione di soddisfacimento

e giunge alla definizione di enunciato vero: “x è un enunciato vero, in

simboli x ∈ Tr, se e solo se x ∈ S, e ogni sequenza infinita di oggetti soddisfa

x” (p. 60), dove Tr denota la classe degli enunciati veri e S l’insieme degli

enunciati.

Il resto del capitolo è dedicato poi all’estensione del metodo di definizione

a quattro tipi di linguaggi, tre di ordine finito - “(1) linguaggi in cui tutte le

variabili appartengono a un’unica categoria semantica; (2) linguaggi in cui il

numero delle categorie delle variabili è maggiore di 1, ma finito; (3) linguaggi

in cui le variabili appartengono a un numero infinito di categorie diverse, ma

sono tali che il loro ordine non supera un certo numero naturale n” - e uno

di ordine infinito - “(4) linguaggi contenenti variabili di ordine arbitrariamente

grande” (p. 69).

Il terzo capitolo è dedicato alla più importante teoria della verità del secolo

scorso dopo quella di Tarski, ossia alla teoria di Saul Kripke. La sua importanza

è dimostrata dall’enorme influenza che essa ebbe rispetto a tutte le teorie

formali elaborate negli ultimi decenni.

L’articolo preso in considerazione è il già citato articolo di Kripke del 1975,

“Outline of a Theory of Truth”. L’autore ci mostra come Kripke mantenga innanzitutto

l’idea - centrale nella letteratura teorica che va dai lavori di Tarski

al suo articolo del 1975 - secondo la quale vi è un unico predicato di verità

applicabile agli enunciati che lo contengono, mentre i paradossi semantici possono

essere evitati introducendo la possibilità di lacune nei valori di verità. A

differenza della letteratura che lo precede, che si limita a dare semplici suggerimenti

a riguardo, Kripke intende invece formulare una vera e propria teoria,

la quale permetta di fornire una precisa e rigorosa definizione matematica di

verità.

Il capitolo descrive, innanzitutto, il metodo di introduzione delle lacune nei

valori di verità; passa poi a presentare la teoria di Kripke e ne discute infine

quelli che sono i suoi pregi e i suoi difetti.

Il capitolo conclusivo delinea invece una mappa essenziale delle teorie successive

a quella di Kripke, considerandone gli aspetti cruciali, al fine di dotare

il lettore di uno strumento in grado di guidarlo nel “paesaggio teorico” più

recente e di fornirgli spunti per un successivo approfondimento.

In primo luogo, sono esposte le posizioni di impostazione semantica: viene

ripresentata la posizione di Kripke; le teorie della revisione di Gupta (1982),


C. Faschilli 199

Herzberger (1982) e Belnap (1982), le quali affermano per ragioni di principio

la circolarità della definizione di verità, che è però resa lecita attraverso un

processo in cui l’estensione approssimata del concetto di verità viene via via

riveduto; la teoria di Barwise e Etchmendy (1987), che considera la verità come

una proprietà non di enunciati, ma di proposizioni, e lavora “in una teoria degli

insiemi in cui si ammettono insiemi non ben fondati, e quindi, intuitivamente,

catene di appartenenza che possono richiudersi su se stesse” (p. 111).

Infine, sono presentate le teorie di tipo assiomatico: le teorie di Aczel e

Feferman (1980), i quali, senza rinunciare alla logica classica puntano ad elaborare

una teoria assiomatica in grado di trattare le lacune nei valori di verità; e

le teorie di tipo supervalutativo (cfr. Friedman e Seard 1987, Cantini 1990), le

quali includono nell’assiomatizzazione il fatto che ogni enunciato dimostrabile

nella logica del primo ordine debba essere dichiarato vero.

Si deve riconoscere a Luca Bellotti il merito di aver scritto un buon resoconto

delle teorie logico-formali della nozione di verità; resoconto che, nonostante

la sua dichiarata sinteticità, ha il pregio di riuscire ad indirizzare ed accompagnare

il lettore nella consultazione dei testi fondamentali relativi a questo

argomento, scopo che dovrebbe essere al centro di ogni testo introduttivo. In

ciò, la completa e ricca bibliografia finale risulta essere un elemento centrale

del libro.

Bibliografia