libri - Istituto Italiano di Studi Cooperativi

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libri - Istituto Italiano di Studi Cooperativi

A p re la sezione un’ampia

recensione dei due volumi

pubblicati ultimamente

dal prof. Bruno Jossa e dedicati

a l l ’ i m p resa cooperativa come

a l t e rnativa a quella capitalistica

(due capitoli dell’opera sono

r i p o rtati nella sezione “saggi”).

Fra le segnalazioni, trovano spazio

pubblicazioni dedicate al pre s t i t o

sociale, alla cooperazione

abitativa a proprietà divisa,

al privato sociale e, infine,

alla storia e alla realtà attuale

della cooperazione vista

sotto il profilo peculiare

del rapporto con la dimensione

e d u c a t i v a

L I B R I


La cooperazione

“socialista”

di Bruno Jossa

di Stefano Sacconi

L’ e c o n o m i s t a

napoletano è a un

tempo una figura

a u t o revole nel

panorama degli

studiosi italiani in

materia di

cooperazione e un

a u t o re contro c o rre n t e .

Questo doppio volume,

summa del suo

p e n s i e ro, conferm a

queste caratteristiche

della sua posizione: un

f o rte appro f o n d i m e n t o

dei temi trattati, che

investono la re a l t à

cooperativa come fatto

economico e come

oggetto di studio a

tutto campo; e

l ’ a rgomentazione oggi

non comune a favore

della contrapposizione

netta dell’impre s a

cooperativa a quella

c a p i t a l i s t i c a

Questo ampio lavoro di

B runo Jossa, che in

qualche misura riassume

un pluridecennale

impegno di appro f o n d imento

dell’oggetto cooperativo

dal punto di vista

della scienza economica,

può anche esser letto, volendo,

come una dotta e

appassionata polemica

che ha come bersaglio

M a ffeo Pantaleoni. Anzi,

più esattamente, il celebre

a rticolo con cui quest’ultimo,

nel 1898, demolì la

d i ff e renza di fondo fra cooperativa

di produzione e

i m p resa capitalistica portando

argomenti di qualche

peso a favore dell’ineluttabile

tendenza della prima

a convertirsi, col tempo,

nella seconda, o comunque

a adottarne i

c o m p o rtamenti. Quella

dell’economista napoletano

appare insomma come

una solenne p e ro r a t i o a fav

o re di quella diff e re n z a ,

della peculiarità inconfondibile

dell’impresa cooperativa,

della possibilità – e

necessità – di salvaguardarla

contro i rischi dell’omologazione.

Con quell’intervento di

Pantaleoni a fine secolo,

secondo Jossa, si inaridì

per numerosi decenni la

c o rrente degli studi economici

in materia di impre s a

cooperativa: le apert u re di

M a rx, Mill, Marshall, che in

varia misura avevano dato

c redito alla specificità e alle

prospettive di successo

d e l l ’ i n t r a p re n d e re in cooperativa

come stru m e n t o

di democrazia economica

e di trasformazione sociale,

furono relegate sul bi-

nario morto degli arg omenti

non degni di specifica

attenzione. Un soggetto

buono tutt’al più per

qualche centone privo di

originalità o per qualche

compilazione su commessa.

Per ben sessant’anni

l’economia politica, per

quanto concerne la cooperazione,

entrò in un

periodo di sostanziale afasia,

riservando le sue cure,

secondo i dettami della

scuola marginalista, alla

sola economia capitalistica,

oggetto esclusivo e

idolo privilegiato della sua

r i c e rca .

Infatti, perché la scienza

economica torni a consid

e r a re seriamente la re a l t à

cooperativa in quanto tale

come oggetto di studio, bisognerà

attendere il 1958,

anno della “svolta” di Benjamin

Wa rd, economista

americano di scuola neoclassica

che stabilì le re g ole

di base del funzionamento

di una cooperativa

di produzione in quanto

i m p resa. La rottura da parte

di Wa rd di quel silenzio

restituirà almeno in part e

a l l ’ i m p resa cooperativa la

dignità di materia autonoma

di studio per gli economisti,

aprendo la strada al

teorico dell’autogestione

jugoslava Jan Vanek e poi

al premio Nobel inglese

James Meade.

Questa ripresa d’attenzione,

tuttavia, pur avendo

dato frutti tutt’altro che trascurabili,nell’impostazione

di Jossa non può dirsi

s u fficiente: occorre re b b e

in effetti, egli sostiene, per

p o rtarla fino in fondo, liber

a re l’idea della coopera-


zione da due gravami che

l’annebbiano impedendone

una visione chiara e

pienamente consapevole.

Ostacolando in altre parole,

proprio a causa di tale

persistente insuff i c i e n z a

concettuale, una piena fioritura

della realtà cooperativa,

un compiuto esplicarsi

delle sue potenzialità.

Quali sono tali gravami? In

b reve (e scusandoci con

l ’ a u t o re se l’estrema sintesi

dovesse eventualmente tra -

d i re il suo pensiero), si tratta

da un lato della commistione

impropria che si è

operata, nella considerazione

del fatto cooperativo,

tra le cooperative di lav

o ro, le uniche nelle quali

per Jossa si esprima il potenziale

di trasform a z i o n e

sociale della formula cooperativa

in quanto ribaltamento

del rapporto fra i

ruoli e pesi rispettivi di capitale

e lavoro, e altri tipi di

cooperativa, strumenti utili

e democratici, sì, ma solo

p a rziali e non dotati di una

pari carica alternativa; e si

tratta, dall’altro lato, della

p redominanza che in materia

cooperativa si è re g istrata,

proprio a causa dell’ecclisse

sessantennale

del pensiero economico,

da parte dell’impostazione

concettuale dei giuristi, caratterizzata

dalla re g i s t r azione

e sistemazione formale

dell’esistente invece

che dalla messa in luce di

quanto, nella realtà del fenomeno

oggetto d’indagine,

nasconda potenzialità

di profondo rinnovamento.

Due ostacoli al pieno dispiegamento

della carica

innovatrice della coopera-

zione che si sono poi ritrovati

e fusi – questo sembra

ricavarsi dal ragionamento

d e l l ’ a u t o re – nello sviluppo

reale del movimento cooperativo.

Il quale infatti,

da un lato ha dato voce

con pari peso e dignità alla

cooperazione di lavoro

e a quella d’utenza (e di

conferimento, e di serv i z i o

alla minore impresa); dall

’ a l t ro ha sostanzialmente

trascurato il compito cruciale

della definizione della

cooperativa sotto il profilo

economico, accontentandosi

della sua definizione

giuridica. Per quanto rig

u a rda in part i c o l a re l’Italia,

questa riduzione giuridicistica

del concetto di

cooperazione, converg e nte

secondo Jossa con la

semplice e indistinta giustapposizione

della cooperazione

di lavoro a

ogni altro tipo di cooperazione,

ha trovato sanzione

solenne nel dettato costituzionale.

Due sono in sostanza, per

l’economista napoletano, i

punti da criticare nella formulazione

dell’articolo 45:

da un lato la fissazione

della “mutualità” come car

a t t e re distintivo della cooperazione

e dall’altro l’esclusione

del “fine di speculazione

privata” che a

quel carattere, sempre secondo

la Carta del 1948,

deve associarsi perc h é

possa valere il riconoscimento

della “funzione sociale”

di cui appunto all

’ a rt.45. In altre parole, l’intera

fondazione giuridica e

di principio della realtà cooperativa

nel nostro Paese

dal dopoguerra a oggi

costituisce, nel ragionamento

del prof. Jossa, una

deviazione rispetto a una

c o rretta definizione dell’imp

resa cooperativa in term ini

di scienza economica.

Una posizione critica conf

e rmata ad abundantiam

dalla netta presa di distanza

dello stesso Jossa rispetto

a una serie di istituti

che hanno caratterizzato e

caratterizzano il tipo societario

e imprenditoriale cooperativo

in Italia. Si veda

– e tanto basti – ciò che

l ’ a u t o re scrive a pro p o s i t o

dell’accumulazione cooperativa

favorita dalla detassazione

delle quote di utili

destinate a riserva indivisibile;

o a proposito della

devoluzione obbligatoria

ai Fondi mutualistici di

p romozione e sviluppo,

sia annualmente del 3%

degli utili, sia del patrimonio

residuo della società in

caso di scioglimento.

A questa impostazione

s t o r i c o - g i u r i d i c a d e l l ’ i m p resa

cooperativa Jossa ne

oppone esplicitamente

un’altra, che egli ritiene la

sola rispondente ai criteri

della scienza economica:

una “cooperazione degli

economisti” contrapposta

alla “cooperazione dei giuristi”

e alle cooperative di

fatto esistenti (che poi a

suo dire coincidono). Caratteristica

essenziale delle

“cooperative degli economisti”

propugnate da

Jossa è, come già accennato,

l’inversione di ru o l o

fra capitale e lavoro rispetto

all’impresa capitalistica.

M e n t re in quest’ultima, infatti,

il lavoro è stru m e n t o

dello sviluppo del capita-


le, nella cooperativa è il

capitale a essere stru m e nto

del lavoro. Si tratta dunque

– contrariamente a

quanto avviene nel modello

capitalistico, che per i

lavoratori ridotti a stru m e nto

è un modello intrinsecamente

autoritario – di

u n ’ i m p resa democratica

per natura, come è ben

e s p resso nella caratteristica

fondamentale del suo

statuto, il voto per testa.

Non è qui il caso di addent

r a rci nell’arg o m e n t a z i o n e ,

e s t remamente art i c o l a t a ,

del prof. Jossa. A quanto

già accennato aggiungeremo

solo che da quell’assunto

di principio discendono,

nel testo, una serie

di conseguenze: che rig

u a rdano, fra l’altro, la posizione

del capitale nella

società cooperativa. Nello

s f o rzo di individuare un

modello teorico di riferimento,

l’autore, sulle orm e

di Vanek e di altri studiosi

dell’autogestione dei lavoratori,

individua quel modello

nella LMF (L a b o u r

Managed Firm), che può

fondarsi anche sul solo capitale

di prestito, la cui proprietà

è tendenzialmente

pubblica. In altre parole, il

g ruppo dei lavoratori che

autogestiscono l’impre s a

in forma democratica (e

qui il pensiero va ovviamente

all’esperienza jugoslava)

prende in pre s t i t o

il capitale necessario da

un fondo pubblico, o comunque

a finalità pubblica,

pagando su di esso un

i n t e resse e trattenendo

per sé l’intero prodotto, detratti

i costi di pro d u z i o n e

fra i quali appunto l’intere s-

se del capitale.

Le imprese autogestite dai

lavoratori, così finanziate,

nella prospettiva disegnata

da Jossa vanno a comp

o rre un “socialismo di

m e rcato” a base intrinsecamente

democratica, destinato

a sostituire gradualmente,

senza necessità

di forz a t u re rivoluzionarie,

il sistema capitalistico.

Infatti, nella visione

dello stesso Jossa, la cooperativa

concepita secondo

i canoni da lui proposti,

non è solo un’impresa

democratica, ma anche

u n ’ i m p resa senz’altro “socialista”.

Essa non può ess

e re concepita, quindi, se

non in termini di contrapposizione

al capitalismo,

come singola unità pro d u ttiva

e come sistema: all

’ i m p resa capitalistica si

sostituirà l’impresa cooperativa,

al sistema capitalistico

un sistema cooperativo

funzionante come “socialismo

di mercato”.

L’opera dell’economista

napoletano si pre s e n t a ,

come si è pre a n n u n c i a t o

fin dall’inizio, come un’opera

del tutto contro c o rrente.

Parla di “possibile fine

del capitalismo” in un’epoca

come la nostra in

cui, dopo la caduta ro v inosa

dell’esperimento sovietico

e la violenta deflagrazione

di quello jugoslavo,

l’unico modello economico-socialesopravvissuto

sembra essere pro p r i o

quello capitalistico, incarnato

al massimo livello

dall’unica superpotenza

mondiale rimasta e perseguito

– sembra – dalla

stessa più importante re a l-

tà nazionale tuttora a direzione

comunista. Parla di

cooperativa non pro p r i etaria

del capitale in essa

investito in un tempo in

cui da ogni parte si cerc ano

rimedi alla originaria e

c ronica sottocapitalizzazione

delle cooperative.

Critica la mutualità e il divieto

della “speculazione

privata” come caratteri

peculiari della cooperazione

proprio mentre le org anizzazioni

cooperative sono

impegnate a sottolin

e a re queste caratteristiche

come motivazioni di

principio della form a l i z z azione

giuridica e dello

specifico inquadramento

tributario dell’impre n d i t oria

cooperativa.

Questo carattere indubbiamente

roccioso e, in prima

approssimazione, un

po’ fuori tempo dell’impostazione

di Jossa non dov

rebbe però far velo alla

considerazione dello stimolo

importante che il

suo intervento può introd

u rre in un dibattito – quello

italiano in materia di

economia cooperativa –

altrimenti, salvo poche eccezioni,

tutt’altro che brillante.

Due considerazioni

in proposito.

La prima. Può essere ritenuto

privo di significato, e

quindi trascurabile, il fatto

che le due principali elaborazioni

di economia politica

in materia di cooperazione

(quella di Stefano

Zamagni imperniata sulla

“economia civile” e quella

appunto incentrata sulla

cooperativa come “impresa

socialista” di Bruno Jossa),

pur partendo da impo-


stazioni fra loro assai distanti,

anzi per certi versi

opposte, convergano però

nell’evidenziare la port ata

alternativa di tale tipo

d ’ i m p resa rispetto a quella

meramente lucrativa su

cui si basa l’economia capitalistica?

La seconda. La via perseguita

dalla pro m o z i o n e

dell’economia cooperativa

è passata soprattutto, nel

n o s t ro Paese, attraverso

l’incoraggiamento fiscale

della destinazione a riserva

indivisibile di parte degli

utili conseguiti dall’imp

resa, con l’importante aggiunta

del finanziamento

obbligatorio ed esentasse

dei Fondi mutualistici di

p romozione e sviluppo int

rodotto dalla legge di riforma

del 1992 e conferm a t o

dalla recente riforma del

diritto tributario. Non da ieri

si è – sia pure flebilmente

– obiettato, a tale impostazione,

che essa aff i d a

comunque la pro m o z i o n e

di nuove cooperative alla

p re e s i s t e n z a di cooperative

capaci di pro d u rre utili:

malgrado le facilitazioni fiscali

(peraltro re c e n t e m e nte

ridotte), si tratta pur

s e m p re di una pro m o z i one

che si origina d a l l ’ i n t e r -

n o del movimento cooperativo

e conta soprattutto

su risorse endogene. C’è

da chiedersi se una politica

di sostegno dello sviluppo

economico che voglia

qualificarsi come coe

rente con il fine di un’estensione

della dimensione

democratica anche sul

t e rreno dell’economia e

d e l l ’ i m p resa, non debba

p roporsi altresì di compie-

re un passaggio di qualità

nella promozione di imp

rese strutturalmente a car

a t t e re democratico e partecipato,

quali sono per

istituto le imprese cooperative.

E se, in quest’ottica,

l’ipotesi di finanziamento

p roposta dal prof. Jossa,

senza ovviamente essere

assunta come statico modello,

non possa fungere

da stimolante oggetto di

c o n f ro n t o .

Al prof. Jossa, viceversa,

sembra si possano rivolg

e re, fra tanti altri, alcuni

i n t e rrogativi. Il primo conc

e rne il metodo da lui

adottato: un metodo in cui

la modellistica sembra a

tratti pre v a l e re sull’analisi

critica della realtà. Non è

paradossale, in altri term ini,

che un economista che

dichiara di ispirarsi fra l’alt

ro (ma non secondariamente)

a Marx e a Gramsci,

nell’esporre la pro p r i a

elaborazione non esiti a

c o n t r a p p o rne i risultati

non solo a quelli della formalizzazione

giuridica delle

società cooperative, ma

anche alla tradizione del

movimento cooperativo e

alle stesse “cooperative

esistenti”? Non contribuisce,

tale impostazione, a

i s o l a re tale elaborazione

dal dibattito politico e

scientifico in materia e a

i n d e b o l i rne la capacità di

convinzione dialettica?

Un secondo interro g a t i v o

c o n c e rne la proprietà cooperativa.

Ha cert a m e n t e

ragione Jossa a ramment

a re come il rapporto tra

funzione imprenditoriale e

p roprietà del capitale sia

oggetto di una discussio-

ne ben lontana dall’essere

esaurita. Ma proprio per

questo, e in considerazione

dell’importante e positiva

funzione sociale svolta

dal movimento cooperativo

e s i s t e n t e nei quasi sessant’anni

trascorsi dal varo

della Costituzione e

della “legge Basevi”, non

s a rebbe il caso di valutare

con maggiore elasticità le

diverse ipotesi pro p r i e t arie,

fra le quali quella, di

fatto prevalente, della proprietà

in mano al gru p p o

sociale che costituisce la

c o o p e r a t i v a ?

Un terzo interrogativo conc

e rne quel tema che nel

dibattito all’interno e attorno

al movimento cooperativo

prende il nome di “int

e rgenerazionalità”: un tema

di portata, sia pratica

sia di principio, assai vasta.

Esso appare sostanzialmente

assente in

quanto tale (a meno di una

nostra colpevole svista),

dall’elaborazione del pro f .

Jossa. E tale assenza si

collega, con tutta evidenza,

al rifiuto da parte dell

’ a u t o re del “senza fini di

speculazione privata” di

cui parla l’art. 45 della Costituzione.

Per Jossa, infatti,

l’intero utile di eserc i z i o

della cooperativa deve ess

e re oggetto di appro p r i azione

da parte dei lavoratori

soci: qui starebbe il

suo carattere “socialista”.

Al meccanismo del mercato

(sia pure di un merc ato

“socialista”) sarebbe poi

delegato il compito di sup

e r a re le spere q u a z i o n i

fra i soci delle diverse cooperative,

che questa impostazione

è ovviamente


destinata a pro d u rre.

Ora, viene da chiedersi se

quella sia una distinzione

s u fficiente per qualificare

l ’ i m p resa cooperativa e il

suo possibile ruolo. È ben

v e ro, infatti, che nel modello

capitalistico (cui la

cooperativa di Jossa si

contrappone) il sovrappiù

p rodotto è destinato, in linea

di massima, ad accumulazione,

mentre il lavoro

figura come un costo.

Ma è anche vero che la

p roprietà privata del capitale,

in quel modello, re nde

sempre possibile, sol

che si allenti la stretta della

competizione di merc a t o ,

la trasformazione del profitto

in rendita e del capitalista

in re n t i e r. Fra questi

due poli, per semplificare

le cose al massimo, si gioca

per un verso la dinamica

di crescita dello stesso

capitalismo e per l’altro la

sua tendenza alla stagnazione

opulenta; fra il ru o l o

di guida impre n d i t o r i a l e

dello sviluppo e quello di

f reno parassitario che la

sua classe più rappre s e ntativa

(appunto quella capitalista)

può di volta in

volta interpre t a re.

Nell’ipotesi di una cooperativa

senza vincoli d’accumulazione,

i lavoratori soci

rischiere b b e ro di re s t a re

appiattiti, in sede di distribuzione

del prodotto, nel

ruolo di meri consumatori.

L’investimento, l’ampliamento

dell’attività d’impresa

da un esercizio all’altro ,

la costruzione di un patrimonio

a favore della società

nel suo insieme e

delle generazioni future ,

s a re b b e ro affidati soltanto

a loro ipotetiche scelte

soggettive. Quale sare b b e

insomma la funzione sociale

(anzi “socialista”) della

cooperazione di là dell’orizzonte,

invero un po’

t roppo ristretto, della base

sociale della singola cooperativa?

Di più: donde

t r a rrebbe origine il capitale

necessario al funzionamento

dell’impresa, cambia

poco se di pro p r i e t à

pubblica o privata? Solo

dall’accumulazione preg

ressa in regime capitalistico?

Quale contributo darebbe

la cooperazione a

i n c re m e n t a re tale indispensabile

piattaform a

dello sviluppo comune?

L’ultimo degli interro g a t i v i

che ci sentiamo di avanzare

riguarda la scelta del

p rof. Jossa di considerare

come autentiche le sole

cooperative di pro d u z i one.

Sarebbe insuff i c i e n t e

o p p o rre a tale scelta una

considerazione meramente

storica e di fatto: la considerazione,

cioè, che il

movimento cooperativo

ha preso storicamente le

mosse dalla cooperazione

di consumo. E non solo:

poiché il “modello Rochdale”

non è semplicemente

u n modello di cooperativa,

ma l a matrice originaria

dell’intero movimento

cooperativo modern o ,

quella a part i re dalla quale

il fenomeno cooperativo

ha superato la dimensione

dell’episodico e dell’eff i m ero

per diventare una corposa

realtà di estensione

mondiale.

Ma tale considerazione –

lo ripetiamo – non può bas

t a re di fronte a un’arg o-

mentazione concettuale e

di principio qual è quella

sviluppata dal prof. Jossa.

Anche perché, oltre centosessant’anni

dopo l’audace

e oculata iniziativa dei

“ P robi Pionieri”, è ben vero

che il movimento cooperativo

è cresciuto nei termini

che sappiamo, ma è

tuttora ben lontano dall’aver

superato la dimensione

di fenomeno economico

minoritario rispetto alla

p revalenza di altri modelli

d ’ i m p resa. E, di conseguenza,

una risposta di tal

g e n e re non supere re b b e

la prevedibile contro b i ezione

di Jossa che non è

questo il solo traguard o

che la cooperazione possa

porsi.

Di là dai puntigli e dalle

dispute ideologiche, però,

al prof. Jossa si potre b b e

r i v o l g e re un interro g a t i v o

più di fondo. Gli si potre bbe

chiedere, cioè, per

quale motivo non ritenga

la cooperazione diversa

da quella di lavoro altre ttanto

autenticamente “cooperativa”

di quella di produzione.

Se cioè egli ritenga

che la dimensione del

p ro d u rre sia l’unica propriamente

umana fra le

tante di cui si compone l’ag

i re dell’uomo. Se tale dimensione

sia quindi la sola

sulla quale agire per tras

f o rm a re in senso democratico

(e “socialista”, com’egli

vuole) l’assetto della

vita sociale. La sola, infine,

sulla quale si debba

i m p e g n a re la forza riformatrice

dell’intrapre n d e re

in cooperativa.

O se invece, in una visione

più articolata dell’opera-


e umano e delle pro s p e ttive

di rinnovamento della

società, non sia da pre nd

e re in considerazione

una più ampia gamma di

operazioni, di stati, di rapp

o rti come terreni sui quali

e s e rc i t a re, anche mediante

l’intervento della cooperazione,

un’azione pro f o ndamente

riformatrice. L’ i n iziativa

personale, la riflessione,

la dimensione re l azionale

e lo stesso momento

del consumo sono

tutti terreni su cui tradizionalmente

si esercita l’intrap

re n d e re cooperativo. Su

questo complesso pentagramma

si modula la scala

dei suoni che esso è in

grado di far echeggiare ,

come richiamo alle possibilità

di cambiamento sociale,

nella vasta platea

della storia umana. Con

toni e timbri diversi, ovviamente,

secondo le diverse

part i t u re. Ma pur semp

re sull’unico re g i s t ro del

“ c o o p e r a re” cioè del condiv

i d e re, nel rispetto delle

diversità, un progetto comune.

Ci chiediamo allora

– e poniamo l’interro g a t ivo,

sommessamente, anche

a Bruno Jossa – se la

stessa ipotesi, dall’indubbia

coloritura utopistica,

del “socialismo di merc ato”

non acquisterebbe una

m a g g i o re praticabilità se

fosse declinata in una

chiave diversa: meno volta

all’univoca definizione

di un modello pro i e t t a t o

n e l l ’ a v v e n i re e più attenta

alla intrinseca pro c e s s u a l ità

e varietà della re a l i z z azione

di una società più

adatta all’uomo.

LA TEORIA ECONOMICA

DELLE COOPERATIVE

DI PRODUZIONE

E LA POSSIBILE FINE

DEL CAPITA L I S M O

Bruno Jossa

Torino, Giappichelli 2005

I N D I C E

VOLUME I

I n t ro d u z i o n e

Capitolo Primo

L’ i m p resa cooperativa come alternativa

all’impresa capitalistica

Capitolo Secondo

Natura e problemi delle cooperative

di pro d u z i o n e

Capitolo Te r z o

Le cooperative di produzione secondo

la teoria economica

Capitolo Quarto

L’equilibrio di breve periodo in

u n ’ i m p resa cooperativa

Capitolo Quinto

Analisi di statica comparata e di

lungo periodo

Capitolo Sesto

L’ i m p resa cooperativa in concorrenza

imperfetta e monopolio

Capitolo Settimo

La distribuzione del re d d i t o

Capitolo Ottavo

Gli investimenti delle imprese gestite

dai lavoratori

Capitolo Nono

Sulle difficoltà di finanziamento

delle imprese gestite dai lavoratori

Capitolo Decimo

La disoccupazione e l’impre s a

gestita dai lavoratori

Capitolo Undicesimo

La cooperativa come bene merit

o r i o

A p p e n d i c e

al capitolo undicesimo

VOLUME II

Capitolo Dodicesimo

I m p resa cooperativa e neoistituz

i o n a l i s m o

Capitolo Tre d i c e s i m o

Un riesame di alcune tesi di Hans

m a n n

Capitolo Quattord i c e s i m o

Egoismo, altruismo e struttura soc

i a l e

Capitolo Quindicesimo

Democrazia nelle imprese ed evoluzione

spontanea

Capitolo Sedicesimo

L’Agatothopia di Meade

Capitolo Diciassettesimo

Schweickart e il controllo degli inv

e s t i m e n t i

Capitolo Diciottesimo

Marx, il marxismo e il movimento

c o o p e r a t i v o

Capitolo Diciannovesimo

Gramsci e la transizione all’economia

socialista

Capitolo Ve n t e s i m o

Su alcune cause dell’infelicità di

o g g i

C o n c l u s i o n e

B i b l i o g r a f i a


N o v i t à

in libre r i a

LE COOPERATIVE

DI EDILIZIA ABITAT I VA

A PROPRIETÀ DIVISA

Fabrizio Berti

Franco Angeli, Milano

Il testo, di estremo interesse

per l’arg o m e n t a z i one

e per l’attualità del

“ p roblema casa” che coinvolge

gli individui e la società

stessa, aff ronta, con

c h i a rezza e precisione, i

diversi aspetti del programma

edilizio in cui la

cooperativa opera.

Lo studio si apre con l’evoluzione

storica della cooperazione

italiana, le società

operaie di mutuo

soccorso e lo spirito capit

a l i s t i c o .

Il quarantennio che congiunge

il XIX al XX secolo

vede uno sviluppo del movimento

cooperativo che

acquisisce riconoscimento

al pari delle imprese private

e pubbliche. Nei primi

anni del 1900 gli interv e n t i

legislativi riguardano la cooperazione,

si ricordi nel

1904, per iniziativa del Min

i s t ro Luigi Luzzatti, il riconoscimento

della validità e

del ruolo strutturale della

cooperazione per la tras

f o rmazione economica

i t a l i a n a .

Il periodo fascista segna la

fase più buia della cooper

a z i o n e .

Il periodo più significativo,

dal punto di vista norm a t ivo

del fenomeno cooperativo,

è il secondo dopog

u e rr a .

Il fenomeno cooperativo

italiano detiene un ruolo di

primo ordine nel panorama

europeo. In Italia è

concentrato un quarto del-

le cooperative totali UE e il

9,12% di persone che vi

operano (soci e addetti).

Le maggiori presenze sono

registrabili in Lombardia,

Campania, Sicilia e

P u g l i a .

I dati, al giugno 2004, conf

e rmano 144.181 società

cooperative iscritte al Regis

t ro delle Imprese di cui

69.918 attive (2,4% del totale

delle imprese re g i s t r a t e ) .

Nella disamina della distribuzione

delle imprese cooperative

per settore economico,

relativamente al

quadriennio 2000-04, si rim

a rca la più alta concentrazione

nel comparto dell’edilizia

e delle cooperative

di abitazione (22% al

2004 del totale delle imp

rese cooperative), includendo

le cooperative di

c o s t ruzione (assimilabili alle

normali imprese edili) e

le cooperative di edilizia

a b i t a t i v a .

Le prime esperienze italiane

nel comparto delle cooperative

di abitazione risalgono

al 1868 a Genova

e a Milano nel 1877.

Le attuali cooperative di

abitazione operano nell’assegnazione

di alloggi a fini

abitativi ai propri associati

tramite l’acquisizione e/o

r i s t rutturazione degli immobili

o tramite la costruzione.

Gli ultimi decenni si

caratterizzano anche per

una off e rta diversificata o

c o m p l e m e n t a re rispetto

all’abitazione principale

(box auto, verde, villaggi

turistici, etc.).

L’orientamento verso una

scelta di edilizia cooperativa

è frutto di numerose variabili:

risparmio attorno al


15-20% rispetto al merc ato,

finalità non speculative,

risparmi nei costi di int

e rm e d i a z i o n e .

Il fattore tempo (in term i n i

pluriennali), gioca un ru o l o

negativo rispetto al merc ato

tradizionale.

La cooperazione di abitazione,

per l’oggetto stesso,

costituisce un tema

centrale di politiche sociali

della casa e politiche pubbliche

di w e l f a re.

La cooperazione di abitazione,

soprattutto nei maggiori

centri urbani, è in grado

di raccogliere parte della

domanda solvente, insoddisfatta

nell’off e rta di

m e rcato, e parte della domanda

insolvente, che ha

p recluso l’accesso al mercato

ed è orientata alla soluzione

individuale che

l’ambito cooperativo può

g a r a n t i re .

Le cooperative di edilizia

abitativa si collocano nella

cooperazione di “utenza”,

sono distinte dalle società

cooperative edili (che rientrano

nelle cooperative di

l a v o ro ) .

Le cooperative di edilizia

abitativa si dividono in

agevolate e libere in base

al beneficio o meno di

contributi finanziari pubblici

o condizioni agevolative

finalizzati agli interv e n t i

a b i t a t i v i .

Si giunge ad una tripart izione

normativa: edilizia

sovvenzionata, edilizia

agevolata ed edilizia conv

e n z i o n a t a .

A l t ro elemento di classificazione

che incide sulla

s t ruttura e sul funzionamento

della cooperativa

abitativa è la proprietà in-

divisa o proprietà divisa.

Nelle cooperative a proprietà

indivisa, la pro p r i e t à

dell’immobile resta alla società

e il socio assegnatario

versa un canone di locazione

per la durata dell’occupazione

dell’alloggio.

Nelle cooperative a proprietà

divisa o individuale,

i soci assegnatari acquisiscono

la proprietà sui singoli

alloggi con specifico

rogito notarile. Quando il

p rogramma edilizio è

completato, la cooperativa

si scioglie.

Le due forme di cooperazione

hanno conosciuto

nel tempo fasi altalenanti,

assestandosi, negli ultimi

tempi, a favore della proprietà

divisa o individuale.

L’intento normativo del

1992 (legge del 17 febbraio

1992 n.179) a favore

della coesistenza delle

due tipologie, ha perm e sso

alla cooperativa a proprietà

indivisa di trasformarsi

in cooperativa a proprietà

individuale.

Il ciclo gestionale di una

cooperativa abitativa richiede

un lasso temporale

lungo e articolato, segnato

da problematiche etero g enee.

Le fasi di un singolo

p rogramma edificatorio,

realizzante una pluralità di

alloggi per i soci, si connotano

in:

- acquisizione aree edificabili

tramite il ricorso al libero

mercato o a pro c e d u re

di assegnazione pre v i s t e

dalla legislazione sull’edilizia

residenziale pubblica;

- progettazione e costruzione

dell’immobile, nella

n o rmalità dei casi sono

appaltate a terzi soggetti.

L’attenzione alla qualità

abitativa fa del socio un int

e r l o c u t o re esigente ed attento

ai livelli di benessere

che si concretizzano in richieste

sul piano della tecnologia

costru t t i v a ;

- assegnazione degli alloggi

ai soci. Questo è il momento

in cui si perf e z i o n a

lo scambio mutualistico.

L’assegnazione è caratterizzata

da una serie di passaggi

normativamente disciplinati,

qualora vi sia l’ipotesi

di cooperativa convenzionata

e/o agevolata.

Più semplice è l’assegnazione

in ipotesi di cooperativa

libera.

Assoluta preminenza è da

r i s e rv a re al socio. La cooperativa

di abitazione deve

avere almeno 9 soci

che salgono a 18 qualora

si desideri iscriversi all’Albo

delle società cooperative

edilizie di abitazione e

dei loro consorzi. Nelle cooperative

di edilizia abitativa

il prezzo dell’alloggio, rispetto

all’off e rta sul merc ato

immobiliare, induce gli

individui a rivolgersi all’ipotesi

cooperativa.

Nelle cooperative di abitazione

a proprietà divisa, il

p rezzo di assegnazione

dell’alloggio tende a coinc

i d e re con il suo costo,

venendo così ad assicurare

la finalità mutualistica e

la sopravvivenza della coo

p e r a t i v a .

La definizione del costo

del programma edilizio è

quello del costo complessivo

o pieno.

Le cooperative di abitazione,

normalmente, gestiscono

più programmi edificatori

e il fabbisogno fi-


nanziario è in funzione del

v a l o re dell’intervento e della

durata del suo complet

a m e n t o .

Gli strumenti a cui si ricorre

maggiormente per le

cooperative di abitazione

sono: i mutui bancari e i

versamenti effettuati dai

soci pre n o t a t i .

Per la cooperativa il programma

edificatorio si

chiude con il contratto di

mutuo edilizio individuale,

redatto per atto pubblico e

compiuto tra il socio assegnatario,

la cooperativa di

abitazione e l’istituto di credito

mutuante.

L’ultimo capitolo del libro

tratta delle funzioni e delle

finalità del bilancio di esercizio

delle cooperative,

sottolineando la coesistenza

di una attività mutualistica

e una attività lucrativa,

quindi una corre t t a

evidenziazione della situazione

economica.

È inoltre di elevato intere sse,

la dissertazione sulla

giusta collocazione, nel bilancio

delle cooperative di

edilizia abitativa (nel distinguo

tra proprietà divisa ed

indivisa), del pro g r a m m a

e d i l i z i o .

I N D I C E

P re f a z i o n e

Capitolo primo

La realtà cooperativa in Italia

Dimensioni, origini e tipologie

1. La dimensione del fenomeno

c o o p e r a t i v o

2. Il fenomeno cooperativo: dalle

origini ai giorni nostri

2.1 Le origini

2.2. Dall’Unità d’Italia al primo

conflitto mondiale

2.3 Il periodo fascista

2.4 Dal secondo dopoguerra al

boom economico

2.5 La crisi petro l i f e r a

2.6 Dalla fine della «prima Repub-

blica» ad oggi

3. Le tipologie di impresa cooper

a t i v a

Capitolo secondo

L’ i m p resa cooperativa in economia

aziendale

1 . I primi studi sulle imprese coo

p e r a t i v e

2. Della verosimiglianza della cooperativa

all’impresa capitalistic

a

3. La mutualità come finalità istitutiva

della cooperativa

4 . La cooperativa come istituto

orientato a finalità socio-econom

i c h e

Capitolo terzo

Le cooperative di edilizia abitat

i v a

1. La funzione delle cooperative

di edilizia abitativa

2. Classificazione delle cooperative

di edilizia abitativa

3. Vigilanza e controllo sulle cooperative

di edilizia abitativa

Capitolo quarto

La gestione delle cooperative

di edilizia abitativa

1. La scomposizione del pro c e sso

gestionale nelle sue fasi critic

h e

1.1 I soci

1.2 L’acquisizione delle aree edific

a b i l i

1.3 La progettazione e la costruzione

dell’immobile

1.4 L’assegnazione degli alloggi

2. Le condizione di equilibrio

e c o n o m i c o

2.1 Il prezzo dell’alloggio

2.2 Il costo dell’alloggio

3. La «questione» finanziaria

3.1 La marginalità dei mezzi pro p r i

3.2 La composizione e la copertura

del fabbisogno finanziario

3.3 Vecchie e nuove opportunità

di finanziamento

Capitolo quinto

Il bilancio della cooperativa di

edilizia abitativa

1. Le funzioni del bilancio di

e s e rcizio delle cooperative

2. Limiti e prospettive del bilancio

delle cooperative

3. P roblemi topici del bilancio

delle cooperative di edilizia abit

a t i v a

3.1 L’esposizione in bilancio del

p rogramma edilizio

3.2 La valutazione del pro g r a m m a

e d i l i z i o

B i b l i o g r a f i a

S i t o g r a f i a

IL PRIVATO SOCIALE

CHE EMERGE:

R E A LTÀ E DILEMMI

a cura di Pierpaolo

Donati e Ivo Colozzi

Il Mulino, Bologna, 2004

Il volume aff ronta lo studio

del privato sociale e

del terzo settore in chiave

sociologica.

L’analisi del privato sociale,

del terzo settore e loro

d i ff e renze sono eff e t t u a t e

dal punto di vista dell’oss

e rv a z i o n e .

Con il termine privato so -

c i a l e si osserva la re a l t à

d a l l ’ i n t e rno, con il term i n e

t e rzo settore si fa riferimento

all’esterno, al modo di

p resentarsi con le re a l t à

“ a l t re”.

L’intento è di scostarsi dalle

aff e rmazioni più abituali

e di dimostrare che il terz o

s e t t o re non ha un ruolo residuale

e stru m e n t a l e ,

bensì una autonomia, originarietà

e originalità e che

è un’espressione di una

qualità culturale e org a n i zz

a t i v a .

Il privato sociale pre s e n t a

caratteristiche di natura

privata e con orientamenti

p ro sociali. Nel rapport o

con l’esterno, con attori

pubblici e privati diventa

t e rzo settore. La diff e re n z a

tra terzo settore, stato e

m e rcato è nel contesto relazionale

e nella cultura

che questo aziona.

Nell’ambito del privato sociale

è possibile, sinteticamente,

sottolineare una trip

o l a r i t à .

Una polarità è data dalle

cooperative sociali, più vicine

al mercato, pro t e s e

all’azione esterna e dotate

di proprie risorse stru m e n-


tali. Le cooperative sociali

sono localizzabili, in uno

spazio intermedio, tra apparati

di stato e merc a t o

for pro f i t. Le fondazioni

sociali sono situabili tra

mondi vitali (le reti informali)

e l’economia (civile e

for pro f i t) .

La seconda polarità, composta

dall’associazionismo

di promozione sociale e

dall’associazionismo famil

i a re, quest’ ultimo magg

i o rmente più orientato ai

bisogni “interni” dei mondi

vitali della vita quotidiana,

possono contare su poche

risorse finanziarie e materiali,

più spesso raccolte

nella sfera intern a .

La terza polarità, il volontariato,

caratterizzato dall’e -

t h o s del dono, si discosta

nettamente dalle form e

enunciate pre c e d e n t em

e n t e .

La sociologia re l a z i o n a l e ,

già da tempo, aveva sostenuto

la diff e renza tra

privato sociale e terzo sett

o re. Il privato sociale va

definito come auto-rappresentazione

e auto-norm azione

dell’agire associativo;

il terzo settore, invece,

è da ritenersi come form a

o rganizzativa quando il

privato sociale deve “re l azionarsi”

con gli altri attori

i s t i t u z i o n a l i .

Il senso sociologico del

privato sociale si manifesta

più apertamente nella

semantica di emerg e n z a

societaria, la quale è comp

rensibile in una visone

relazionale; per cui il privato

sociale emerge da sé e

si colloca al livello mesosociale,

da cui dipendono

il micro ed il macro .

Il secondo capitolo aff ro nta

lo studio del terzo settore

in modo originale.

Sono stati individuati 115

Comuni, come punti campione,

effettuando una distribuzione

geografica delle

O rganizzazioni di privato

sociale (OPS); il 50% (di

ogni tipo organizzativo) risulta

localizzato al Nord ,

solamente le cooperative

sociali risultano concentrate

in prevalenza al Centro

e al Sud.

L’analisi evidenzia alcuni

dati strutturali delle OPS:

epoca di costituzione, sett

o re di attività, quantificazione

dei giorni di svolgimento

dell’attività, tipologia

di utenze.

Per le risorse umane: soci,

volontari e lavoratori è stato

indagato un indice definito

“Indice di selettività affiliative”

(che considera

una pluralità di variabili)

tendente a misurare la facilità

con cui si può divenire

soci di una OPS. Magg

i o re è il valore dell’indice

e più è difficile diventare

soci di quella specifica

O P S .

Le cooperative sociali risultano

le più selettive rispetto

alle altre OPS. Per

quanto riguarda le risorse

economiche, per le cooperative

sociali, le entrate

private rappre s e n t a n o

la maggior entrata, dovuta

alla vendita dei beni e servizi

al mercato re g o l a t o

dal pubblico tramite convenzioni,

c o n t r a c t i n g - o u t e

a c c re d i t a m e n t i .

Il terzo capitolo pre s e n t a

quanto è emerso a pro p osito

dell’esistenza di una

cultura capace di pensare

la società civile come sfera

di relazioni intrinsecamente

morali. Nelle persone

impegnate nelle OPS si

riscontrano tre tipi di cultura:

civile, societaria e merc

a n t i l e .

Il modo di conduzione e di

g o v e rno di una OPS è l’oggetto

di una ulteriore ricerca

citata nel capitolo quarto.

Essa è volta a comp

re n d e re come gli interv istati

pensano la conduzione

della propria org a n i z z azione

per il raggiungimento

degli obiettivi. Il concetto

di governo è stato art icolato

in quattro dimensioni

analitiche di norm a t i v i t à

o rganizzativa sulla base

dello schema Agil di Pars

o n s .

Le dimensioni sono: norme

relative alle decisioni

economiche, norme re l a t ive

alle decisioni sulle conc

rete attività delle OPS,

n o rme attinenti le re l a z i o n i

i n t e rne tra i membri, norme

riguardanti il mantenimento

dell’identità.

Le risultanze di questa

analisi evidenziano una

f o rte diff e renziazione nella

cultura normativa delle

OPS, derivante dalla re l azione

di queste ultime

con gli ambienti “intern i ”

ed “esterni”. Le cooperative

sociali, appaiono formalmente

simili alle fondazioni,

orientate alla cultura

“ i m p renditoriale” e “legalista”,

orientate all’ente pubblico

o al cliente e sono le

più collegate con l’estern o .

L’ a rea dell’identità è di tipo

l e g a l e - i m p renditoriale. La

cultura è volta alla integrazione

e coesione sociale.

Il grado di accoppiamento


con il sistema amministrativo

pubblico vede la prevalenza

delle org a n i z z azione

di volontariato e delle

cooperative sociali,

queste ultime attraverso le

c o n v e n z i o n i .

Il “ruolo societario” del terzo

settore è riscontrabile

p revalentemente nell’implementazione

di valori

etici e coesione sociale,

ma anche nel ruolo economico

e valore politico.

I beni che il terzo settore

produce sono beni relazionali.

A questo proposito

lo studio è finalizzato

all’orientamento ai beni

relazionali e alla loro produzione.

A tale riguardo sono valutati

elementi quali l’are a

geografica, l’esposizione

ai mass media, le fasce

generazionali e la collocazione

politica.

N e l l ’ i n d a g a re la capacità

generativa di fiducia sociale,

il terzo settore acc

resce il livello complessivo

di fiducia nel nostro

Paese attirandone elevati

livelli da parte di soggetti

e s t e rni al terzo settore .

Nel terzo settore, i legami

“ f o rti” hanno posto le basi

per l’accrescimento della

fiducia sociale.

I N D I C E

P resentazione. Alla ricerca del

nucleo generativo del terzo sett

o re, di Pierpaolo Donati

Av v e r t e n z a

I. E s p l o r a re una galassia: il privato

sociale come fenomeno

e m e r g e n t e, di Pierpaolo Donati

1. Cosa indichiamo con i termini

«privato sociale» e «terzo settore»?

La difficile lettura di una gal

a s s i a .

2. La sua forza, la sua debolezza

3. Una mappa del terzo settore

come fenomeno emerg e n t e

4. Tre semantiche del dinamismo

del terzo settore

II. Come si configura: strutture e

p rofili organizzativi, di Fabio

P i a n c a s t e l l i

1. Intro d u z i o n e

2. Dati strutturali

3. Le risorse umane: soci, volontari

e lavoratori

4. Le risorse economiche fra pubblico

e privato

5. Le relazioni con altre org a n i zz

a z i o n i

6. Conclusioni: una tipologia org

a n i z z a t i v a

III. Come pensa: l’identità cultur

a l e, di Ivo Colozzi

1. Gli obiettivi dell’indagine per

quanto riguarda l’identità culturale

2. Le tre culture della società civile

italiana

3. L’impegno nel Ps è una diff erenza

che fa la diff e re n z a ?

4. La tipologia organizzativa incide

sul «pattern» culturale?

I V. Come viene governato: fra

g e r a rchia, contratto e re t e, di

R i c c a rdo Prandini

1. Esiste uno stile di govern o

adeguato alle organizzazioni di

privato sociale? Una riflessione

sociologica sulla «govern a n c e »

societaria di re t e

2. Le ipotesi della ricerca e la loro

o p e r a z i o n a l i z z a z i o n e

3. La ricerca: le quattro dimensioni

analitiche del governo di una

OP S

4. Conclusioni: la diff e re n z i a z i o n e

delle culture normative delle OP S

come effetto emergente dalla relazione

con i suoi ambienti intern i

ed estern i

V. Che cosa produce: il ruolo soc

i e t a r i o, di Pierpaolo Donati

1. A cosa serve il terzo settore? Il

suo «ruolo societario»

2. Quale tipo di beni produce? I

beni relazionali (le difficoltà nel

realizzarli e chi maggiormente li

p ro d u c e )

3. Come viene interpretato il ruolo

societario (le diversificazioni fra i

soggetti di terzo settore e fra le

costellazioni dei fattori che caratterizzano

i diversi tipi di org a n i zz

a z i o n i )

4. Il futuro del terzo settore sotto

le pressioni della diff e re n z i a z i o n e

s o c i a l e

VI. Far parte del terzo settore alimenta

la fiducia sociale?, di Luigi

Tro n c a

1. Introduzione: perché studiare il

rapporto tra terzo settore e fiducia

sociale

2. La relazione tra associazionismo

e fiducia sociale

3. Fiducia nei membri dell’OT S e

partecipazione: il contributo del

terzo settore alla creazione di fiducia

sociale

4. Conclusioni

Conclusioni. Realtà e pro s p e t t ive

del terzo settore in Italia: una

valutazione in chiave re l a z i o n a l e,

di Ivo Colozzi

1. Cosa dovrebbe essere: il terzo

s e t t o re come ambito generativo

del legame sociale

2. Come si pensa eff e t t i v a m e n t e

3. Come si organizza e si govern a

4. Quanta coesione eff e t t i v a m e nte

produce

5. Che fare ?

Riferimenti bibliografici

IL PRESTITO SOCIALE

NELLE COOPERAT I V E

G i a m p i e t ro Malusà

IPSOA, Milano, 2003

Il volume, vero e pro p r i o

manuale sulla tematica

del prestito sociale, riferisce

degli aspetti giuridici,

a ff ronta la panoramica fiscale

ed approfondisce la

disciplina posta dalle Autorità

monetarie e cre d i t i z i e .

È corredato di una sezione

modulistica, di una appendice

documentale legislativa

cronologica e di una citazione

integrativa.

La prima disposizione in

materia di prestito da soci

risale al 1971 (legge

17/02/1971 n.127) e si

mantiene anche negli anni

successivi. Il quadro normativo,

dal punto di vista

fiscale, si completa con

l ’ a rticolo 20 del D.L.

n . 9 5 / 1 9 7 4 .

Nel seguito, è da ricord a re

la legge 31/01/1992 n. 59

che eleva gli importi massimi

“procapite” che cia-


scun socio può versare .

La riforma del diritto societario,

approvata con il

D.Lgs. n. 6 del 17 gennaio

2003, ha modificato l’impianto

delle società cooperative

dettato dal codice

civile del 1942. Tu t t avia,

la normazione del prestito

sociale, più di carattere

fiscale, che civilistico,

non è stata interessata dalla

riform a .

Per l’emissione di obbligazioni

occorre fare riferimento,

dapprima all’art i c olo

58 della legge

23/12/1998 n. 448, alla deliberazione

CICR del 3

maggio 1999 e all’art i c o l o

2412 del codice riform a t o .

Quest’ultimo consente l’emissione

di obbligazioni al

p o rt a t o re o nominative per

somme complessive non

superiori al doppio del capitale

sociale, della riserv a

legale e delle riserve disponibili,

risultanti dall’ultimo

bilancio appro v a t o .

L’ a rticolo 2467 del codice

civile norma i finanziamenti

dei soci delle società a

responsabilità limitata, di

tale disposizione si ritiene

una scarsa applicazione

alla disciplina del pre s t i t o

s o c i a l e .

Restano tre questioni

a p e rte, quali la qualificazione

contrattuale del

p restito sociale, le somme

trattenute dalla cooperativa

ai soci e la legittimità

della raccolta di

p restito sociale presso i

soci sovventori e gli azionisti

di partecipazione coo

p e r a t i v a .

Per la qualificazione contrattuale

del prestito sociale

si ravvisa una configu-

razione di un contratto atipico

di deposito fermo restando

che, nella prassi

cooperativa, vi possono

e s s e re varianti alle modalità

e alle condizioni di raccolta

del prestito sociale.

L’autofinanziamento coattivo,

poco diffuso nella pratica

cooperativa, è stato

variamente definito. Le

trattenute possono essere

operate discre z i o n a l m e nte

dalle cooperative, sui dividendi,

sui ristorni, sui

c o rrispettivi delle pre s t azioni

dei soci.

Il terzo interrogativo è legato

alle possibilità per i

soci sovventori e per gli

azionisti di part e c i p a z i o n e

cooperativa di essere al

contempo soci pre s t a t o r i .

La legge non fornisce dettagli

sulla possibilità del

socio sovventore o dell’azionista

di part e c i p a z i o n e

di eff e t t u a re prestiti alla cooperativa,

ma appro f o n d isce

sulla configurazione di

questi soggetti nella categoria

di soci o meno. Ment

re è condivisa l’opinione

di includere il sovventore

nella categoria di socio

(anche se pure con caratteristiche

proprie), l’azionista

di partecipazione ha

suscitato pareri più contrastanti.

Le arg o m e n t a z i o n i

ministeriali negano la qualifica

di socio all’azionista

di part e c i p a z i o n e .

Gli aspetti fiscali del pre s t ito

sociale sono stati normati

a part i re dagli anni

s e t t a n t a .

Negli anni più recenti, le

disposizioni legislative

hanno ridotto le diff e re n z e

di trattamento tributario tra

le cooperative e le altre so-

cietà. All’inizio del nuovo

secolo la fiscalità cooperativa

è caratterizzata dalla

disciplina tributaria dei prestiti

sociali; dalle esenzioni

dall’Irpeg previste a determinate

condizioni, per le

cooperative agricole e della

piccola pesca e per

quelle di produzione e lav

o ro; dalla deducibilità dal

reddito dei ristorni e, da ultimo,

dalla non concorre nza

alla formazione del re ddito

imponibile delle somme

destinate alle riserv e

i n d i v i s i b i l i .

Più recentemente sono int

e rvenuti l’articolo 5 della

legge delega per la riform a

del diritto societario

(n.366/01) e la sua attuazione

nel decreto legislativo

n. 6/2003 e l’articolo 6

del decreto legge

n.63/2002.

Il prestito da soci nelle cooperative

ha visto anche

un considerevole interv e nto

da parte delle Autorità

monetarie e cre d i t i z i e .

Il testo si conclude con alcune

indicazioni relative i

riflessi che l’esistenza del

p restito da soci ha nella vita

dell’azienda: l’applicazione

della normativa antiriciclaggio,

l’applicazione

della legge sulla p r i v a c y, i

casi di decesso del socio

p re s t a t o re e del conseguente

rapporto con gli

e redi e, infine, il sistema di

v i g i l a n z a .

I N D I C E

P re m e s s a

1. Gli aspetti giuridici

1.1 L’istituto del prestito sociale

nella normativa

1.2 La riforma del diritto societario:

possibili riflessi sul pre s t i t o

s o c i a l e


1.3 Alcune questioni aperte

2. La disciplina fiscale del pre s t ito

sociale

2.1 La ritenuta fiscale sugli intere

s s i

2.1.1 L’art. 13 del D.P.R. n.601/73

2.1.2 Il tetto massimo per socio

p re s t a t o re e l’adeguamento trienn

a l e

2.1.3 Il tasso massimo di re m u n er

a z i o n e

2.1.4 Il prestito sociale nella legislazione

fiscale più recente

2.2 Le imposte di bollo e di re g is

t ro

3. La disciplina posta dalle autorità

monetarie e cre d i t i z i e

3.1 I limiti patrimoniali e la delibera

CICR

3.2 La trasparenza delle condizioni

contrattuali

4 . Il prestito sociale nella gestione

aziendale cooperativa

4.1 Il prestito socaile e normativa

a n t i r i c i c l a g g i o

4.2 Prestito sociale e privacy

4.3 Decesso del socio pre s t a t o re

e rapporto con gli ere d i

4.4 La vigilanza: certificazione del

bilancio e revisione cooperativa

4.5 Le scritture contabili

Parte seconda

M o d u l i s t i c a

1. Esempio di previsione statutaria

dell’attività di raccolta del prestito

sociale

2. Modello di contratto di pre s t i t o

s o c i a l e

3. Modello di regolamento del

p restito sociale

4. Modello di foglio informativo

a n a l i t i c o

5. Modello di dichiarazione sostitutiva

dell’atto di notorietà (D.P. R .

n.445/2000) ad uso successione

Appendice documentale

1. L e g i s l a z i o n e

D.lgs C.P.S. 14 dicembre 1947,

n . 1 5 7 7

Legge 17 febbraio 1971, n.127

D . P.R. 29 settembre 1973, n.600

D . P.R. 29 settembre 1973, n.601

D e c reto-legge 8 aprile 1974, n.95

D e c reto-legge 31 ottobre 1 9 8 0 ,

n . 6 9 3

Legge 19 marzo 1983, n.72

Legge 27 febbraio 1985, n.49

D e c reto-legge 3 maggio 1991,

n . 1 4 3

Legge 31 gennaio 1992, n.59

D e c reto legislativo 1° settembre

1993, n.385

Deliberazione C.I.C.R. 3 marzo

1 9 9 4

D e c reto Ministeriale 7 ottobre

1 9 9 4

Legge 23 dicembre 1998, n.448

Deliberazione C.I.C.R. 3 maggio

1 9 9 9

Legge 3 ottobre 2001, n.366

D e c reto-legge 15 aprile 2002, n.63

D e c reto legislativo 2 agosto

2002, n.220

D e c reto legislativo 17 gennaio

2003, n.6

Deliberazione C.I.C.R. 4 marzo

2 0 0 3

2. Documentazione integrativa

C i rc o l a re Ministero delle Finanze

18 maggio 1983, n.23/9/786

C i rc o l a re Ministero delle Finanze

10 agosto 1994, n.149/E

C i rc o l a re Banca d’Italia 2 dicemb

re 1994

Nota della Banca d’Italia 8 giugno

1995, n.000150026 (risposte a

q u e s i t i )

Quesiti delle Centrali Cooperative

al Ministero del Lavoro, 4 aprile

1 9 9 6

Risposta del Ministero del Lavoro,

14 maggio 1996

Nota della Banca d’Italia 16 gennaio

1998, n.00010516 (risposte

a quesiti)

Risoluzione Ministero delle Finanze

10 maggio 2001, n.62/E

C i rc o l a re Agenzia Entrate - Dire z .

C e n t r. Normativa e contenzioso

18 giugno 2002, n.53/E

Tavole Riassuntive

Tavola n. 1 - La principale legislazione

in materia di prestito sociale

Tavola n. 2 - L’evoluzione delle legislazione

in materia di pre s t i t o

s o c i a l e

Tavola n. 3 - Le novità della riforma

del diritto societario

Tavola n. 4 - La ritenuta fiscale

sugli interessi corrisposti ai soci

p re s t a t o r i

Tavola n. 5 - Le imposte di bollo e

di re g i s t ro sul prestito sociale

B i b l i o g r a f i a

recensioni a cura di Nadia Galli

EDUCAZIONE

E COOPERAT I V I S M O

Agostino Bagnato

l ’ A l b a t ros, Roma, 2005

La diffusione dei principi del

cooperativismo è stata

s e m p re fra gli scopi dell’ini-

ziativa dei cooperatori: di tale

diffusione fa parte, e ne

costituisce una componente

di tutto rilievo, l’educazione.

Non a caso l’educazione

cooperativa è uno dei principi

proclamati dal movimento

cooperativo fin dai

tempi di Rochdale, e forse

anche da prima di quel fatidico

1844 in cui nella cittadina

inglese presso Manchester

fu fondata la prima cooperativa

di consumo mod

e rna. Anche se non semp

re alle proclamazioni hanno

fatto seguito re a l i z z a z i oni

conseguenti e pienamente

all’altezza: forse non a caso,

né solo per la perv i c a c e

resistenza degli avversari o

per la sordità delle istituzioni,

la cultura cooperativa

non ha nelle scuole e nelle

università quella diff u s i o n e

che i padri auspicavano e

che sarebbe complessivamente

utile avesse.

Questo agile volume di

Agostino Bagnato, dirigente

cooperativo di lungo

corso, giornalista e scrittore,

ripropone il tema in modo

originale, sull’onda di

una rivisitazione della lezione

di Anton Makare n k o ,

il grande pedagogista ru sso,

e dell’esperienza di Muhammad

Yunus, il pro f e t a

del micro c redito, fondatore

della “banca dei poveri” nel

Bangladesh. E ne fa oggetto

di una carrellata attraverso

l’intera vicenda della cooperazione,

numero s i

suoi aspetti, diversi punti

di vista dai quali osserv a re

e valutare il fenomeno cooperativo:

da una riflessione

sulle origini a una ricos

t ruzione dello sviluppo

cooperativo nell’arco di olt

re un secolo ad alcuni

esempi settoriali, per term in

a re con un’occhiata sulle

possibilità off e rte dal pro ssimo

futuro .


Il filo conduttore del lavoro

di Bagnato, stre t t a m e n t e

connesso con il corso da lui

tenuto presso l’università di

Roma “La Sapienza”, è quello

della cooperazione come

“antipedagogia”, come esperienza

che fa del lavoro, e

non di un’attività specialistica

e separata dalla vita corrente,

il principale fattore di

educazione dell’uomo. Un

l a v o ro a sua volta non avulso

dall’elemento della socialità,

della condivisione, della

solidarietà: elemento col

quale, appunto, l’esperienza

c o n c reta della cooperazione

insegna a chi vi partecipa a

f a re i conti. Anzi a farne la

base di una pro g re s s i v a

umanizzazione dell’economia

e della società.

Donde la part i c o l a re attualità

dell’insegnamento che

scaturisce dalla realtà corposa

e viva della cooperazione:

in un’epoca in cui

non solo la forbice cre s c e nte

fra opulenza e miseria,

ma anche i contrasti fra le

etnie, fra le religioni e le cult

u re, rischia di divenire di

nuovo, a oltre sessant’anni

dall’Olocausto e da Hiro s h ima,

un rischio per il nostro

f u t u ro. Per dirla con una frase

di Franco Ferr a rotti tratta

dalla prefazione al libro, “Di

f ronte al ‘capitalismo selvaggio’,

darwinianamente teso

a dare la vittoria ai più forti, il

cooperativismo fa valere ,

con ostinata coerenza, l’etica

di quella solidarietà che

oggi appare appannata, se

non perd u t a ” .

ste.sac.

I N D I C E

P refazione, Franco Ferraro t t i

P resentazioni, Giuliano Poletti,

Nicola Siciliani de Cumis

Parte prima

Cooperativismo come

a n t i p e d a g o g i a

P re m e s s a

Attualità di Makare n k o

Insegnamenti di Muhammad

Yu n u s

Q u a d ro pedagogico generale

Parte seconda

Nascita del cooperativismo

Nascita del pensiero cooperativo

Società operaie e Società di mutuo

soccorso

Giuseppe Mazzini e il pensiero

c o o p e r a t i v i s t i c o

1854: la prima cooperativa di

consumo nasce a To r i n o

1856: la prima cooperativa di lav

o ro nasce ad Altare (Savona)

Antonio Labriola e l’esperienza

c o o p e r a t i v i s t i c a

Banche di credito cooperativo e

Casse rurali: due esperienze a

c o n f ro n t o

P e n s i e ro liberale e impegno catt

o l i c o

1886: nascita della Federazione

nazionale delle cooperative

Parte terza

120 anni di storia

La legge sugli appalti pubblici

La bonifica di Ostia, Fiumicino e

M a c c a re s e

Il Novecento

Realtà odiern a

Situazione mondiale

Il caso italiano

Parte quarta

Esempi di contesto

Rivoluzione industriale e cooperative

di lavoro

Agricoltura e cooperativismo

Cooperative di pescatori

Cooperative di abitazione

L’ i m p resa etica

C o n c l u s i o n i

Si può trarre un insegnamento?

Quale futuro

Considerazioni conclusive

P rogetto didattico

A l l e g a t i

P rogetto di costituzione della cooperativa

socio-pedagogica “prospettiva

M.” e relativo statuto

P rogetto di costituzione di una

cooperativa socio-pedagogica di

diritto euro p e o ●

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